Dalle Università di Verona e Genova nuova scoperta scientifica sulla Fibromialgia

Nuova importante scoperta scientifica da parte di un team di ricercatori di Verona e Genova. La sensazionale scoperta del team è che la fibromialgia è una malattia reumatica di origine autoimmune

Lo studio effettuato dai ricercatori dell’Università di Genova e dell’Università di Verona, guidati rispettivamente dal Prof. Antonio Puccetti e dal prof Claudio Lunardi e dalla Prof.ssa Marzia Dolcino, in corso di pubblicazione su una prestigiosa rivista medica internazionale.

La sindrome fibromialgica è caratterizzata da dolore cronico diffuso, grave stanchezza, disturbi del sonno e cognitivi.

Vi sono poi una serie di sintomi quali rigidità osteoarticolare, colon irritabile, talora intolleranza al glutine non celiaca, cefalea, secchezza degli occhi e della bocca, vertigini, difficoltà di respiro, formicolii diffusi e altri ancora.

I criteri classificativi per la diagnosi di Fibromialgia sono costantemente aggiornati per una sempre maggiore accuratezza nel processo diagnostico.

Un tempo considerata di origine psichiatrica e pertanto non considerata come malattia di interesse reumatologico, è attualmente di notevole interesse perché la ricerca ha consentito di identificare alcune caratteristiche che la fanno rientrare a pieno titolo fra le malattie reumatiche: si accompagna spesso a malattie autoimmuni sistemiche, colpisce prevalentemente il sesso femminile, insorge talora dopo traumi o infezioni, presenta alterazioni immunologiche sia per presenza di autoanticorpi (sia “classici” sia diretti contro le piccole fibre dei nervi), sia per presenza di cellule autoreattive; elementi questi che sostengono l’ipotesi che la malattia fibromialgica rientri fra le malattie autoimmuni sistemiche con neuroinfiammazione cronica che è responsabile del dolore cronico.

Attraverso un approfondita analisi genetica condotta su 542 mila geni umani abbiamo identificato nei pazienti la presenza di particolari profili di espressione genica (infiammazione, proliferazione cellulare, danno epiteliale, risposta immune) (vedi figura a torta con spicchi) strettamente associati alla fibromialgia suggerendo un’origine autoimmuneper la malattia, confermata dalla presenza nei pazienti studiati di sottopopolazioni di linfociti autoreattivi, e di marcatori sierologici(autoanticorpi etc), tipici dell’auto immunità” spiega la Prof.ssa Dolcino, che ha messo a punto lo studio genetico.

I fattori che contribuiscono all’insorgenza di una malattia autoimmune sono sia ambientali che genetici.

“Questo studio è molto importante, conclude il Prof. Lunardi, perchè sostiene l’ipotesi che la fibromialgia abbia una componente autoimmune con importanti risvolti dal punto di vista terapeutico”.

“La dimostrazione che la fibromialgia è una malattia autoimmune impone di rivedere le strategie terapeutiche utilizzate finora  e di trattare la malattia aprono interessanti prospettive per l’individuazione di nuovi bersagli terapeutici per la messa a punto di un trattamento personalizzato”, conclude il professore.

Riguardo il Prof. Antonio Puccetti

Il Prof. Antonio Puccetti si occupa di malattie reumatiche oltre 30 anni e insieme al gruppo del Prof. Lunardi dell’Universita di Verona ha pubblicato lavori scientifici di fondamentale importanza per queste condizioni morbose.

Per chi ha interesse ad approfondire gli aspetti della ricerca genetica è a disposizione il team della Prof. Dolcino all’indirizzo [email protected].

Per chi volesse maggiori delucidazioni sull’argomento è a disposizione il team del prof. Puccetti alla mail [email protected] o tramite Whatsapp al numero 327 2591563).

Per chi volesse entrare in contatto con il Prof. Puccetti a Roma può chiamare il numero 06/6790194, a Verona il Tel. 045/7901331

Oppure online tramite i portali, iDoctors, Dottori.it e Mio Dottore.

Luci ed ombre del contratto sanitario, convegno a Genova

Il 21 febbraio la Cisl Medici a Genova per fare chiarezza sul nuovo Contratto e sul problema della carenza numerica dei medici.

Di Vanessa Seffer

Dopo oltre dieci anni a fine dicembre è stato firmato il Contratto della dirigenza medica e sanitaria 2016-2018 per i 130mila professionisti del Ssn.

Ma nei prossimi anni trovare un medico in Liguria e in tutto il Paese sarà come fare una caccia al tesoro. I nostri medici preparatissimi nel frattempo saranno andati all’estero dove vengono strapagati e noi italiani saremo costretti a rivolgerci ai medici stranieri per ovviare alle nostre carenze. Un quadro decisamente surreale che dimostra la “capacità” di programmazione dei nostri ultimi governi.

“Luci e ombre” dice nel titolo il Convegno organizzato a Genova il 21 febbraio il Segretario Generale della Cisl Medici Liguria, Dott.ssa Elisabetta Tassara, per mettere in chiaro le cose positive e quelle negative, del Contratto e l’annoso problema della carenza numerica dei medici.

Che cosa si ritiene negativo del Contratto?

Ciò che non è stato preso in considerazione, come le differenti carriere della dirigenza oppure al riconoscimento per certe professioni a rischio, come quello che viene fatto in Pronto Soccorso. Mancano i riconoscimenti dal punto di vista economico, è stato dato poco perchè il fondo permetteva questo, è stato stanziato poco per la Sanità. E si tratta di un contratto già scaduto e che deve essere già ridiscusso nel prossimo futuro.

E di positivo?

Si è previsto lo scatto dei vent’anni, visto che la carriera si è allungata tantissimo, quindi è previsto che ci sarà un adeguamento contrattuale. Prima l’ultimo scatto si fermava a quindici anni, siccome si pensa che dovremo lavorare probabilmente fino a quando saremo molto vecchi e si è predisposto lo scatto dei vent’anni. Sono aumentati poi sul fronte del disagio i compensi per le notti di 100 Euro per chi fa le notti di guardia normalmente e di 120 Euro per chi le fa in Pronto Soccorso, riconoscendo un pochino di disagio in più a chi lavora frontline, perchè è come andare in frontiera. Però si potrebbe fare di più, anzi molto di più. Comunque rispetto alla media europea siamo molto al di sotto e ci sono tanti motivi di discussione quindi. Ed è per questo che stiamo organizzando questo convegno aperto a tutti. Una discussione corale per capire in quale direzione migliorare per le nuove discussioni e cosa portare avanti perchè quello che vogliono le Regioni è spendere meno avere pochi medici e avere gli ospedali con noi che lavoriamo anche 50 ore a settimana. Però questa è una battaglia fra due fronti che la pensano in maniera completamente diversa. Coinvolgeremo coloro che influiscono sulle decisioni in merito a questi argomenti e sulla sanità ligure come il Dott. Quaglia e il Dott. Locatelli, rappresentanti della Regione Liguria, del Consiglio regionale, delle Direzioni generali, dell’Ordine dei medici, il Segretario generale della Cisl Medici Nazionale Biagio Papotto, tutti attori che fanno parte della Sanità, su un argomento scottante che è quello della carenza di personale, oltre che del contratto e come si pensa di risolvere.

Cosa pensa dell’assunzione degli specializzandi al terzo anno e del prolungamento a 70 anni dei medici in corsia?

Far lavorare chi ha superato i 42 anni di onorato servizio e arrivare fino a 70 anni a me sembra un po una sconfitta, noi ci battiamo anche per le pensioni. Ci sono persone che se la sentono ed hanno la fortuna di fare bene e vogliono continuare. Sicuramente da questo punto di vista non sono la soluzione del problema, nè una nè l’altra. Tra le due, se devo scegliere, preferisco l’assunzione dei giovani specializzandi, perchè anche noi come ospedale abbiamo la fortuna di avere specializzandi che frequentano il nostro reparto come altri e sono utilissimi, danno una mano in questo momento. Se uno potesse non solo partecipare alla loro formazione ma iniziare a fidelizzarli, perchè poi prendono e vanno via. Rispetto alla nostra generazione che non avevamo spazi lavorativi, io per andare a trovare lavoro sono dovuta uscire dalla mia Regione perchè non c’era spazio e non c’erano concorsi da anni ai miei tempi, sono andata a fare un concorso fuori Regione e sono rientrata dopo anni con la mobilità, questo per loro apre un fronte che li farà andare ovunque, se si pensa che ci stiamo svuotando, si calcolano seimila pensionati all’anno, nei prossimi cinque anni mancheranno trentamila medici dirigenti e l’Università non ha questi numeri, non ha questa formazione, perchè l’imbuto formativo con il numero chiuso dell’accesso in Medicina e il numero carente delle borse di formazione che è ancora peggio, perchè una volta che si laureano diecimila medici e mi metti l’imbuto formativo è la fine. In Liguria nei prossimi anni mancheranno 100 anestesisti, 100 pediatri, 100 medici di primo intervento in medicina d’urgenza PS; mancheranno chirurghi, ortopedici, questo per dare dei dati. Col nuovo contratto va affrontato questa challenge, una sfida che ci viene messa davanti sia come sindacalisti che come politici, come operatori e difensori del sistema e della professione salute.

In aumento morti per cancro alla prostata: “La causa è la mancata prevenzione”

I decessi per cancro alla prostata sono in aumento secondo un nuovo rapporto ACS dell’American Cancer Society

Nonostante la maggior parte dei tumori abbia visto un calo delle morti negli ultimi anni, le morti per cancro alla prostata sono invece in aumento negli Stati Uniti. A denunciarlo un nuovo rapporto dell’American Cancer Society, che prevede nel 2020 il numero di uomini che moriranno di cancro alla prostata raggiungerà un numero record rispetto agli ultimi due decenni, con un aumento del 5 percento rispetto allo scorso anno.

“Il rapporto annuale del Cancer Facts and Figures, appena pubblicato, registra che le riduzioni della malattia si sono arrestate per il cancro alla prostata”, ci dice il Dr. Andrea Militello, stimato Urologo e Andrologo con studi Roma e Milano.

Altre studi preoccupanti prevedono che nel 2020, il cancro alla prostata riceverà il maggior numero di diagnosi tra i tumori maschili, con il 21% dei nuovi casi di cancro correlati alla prostata, rispetto al secondo più alto, polmone e bronchi, solo al 13%.

Nel 2020 gli uomini saranno ancora diagnosticati al ritmo di 1 su 9 uomini. Questo rende il cancro alla prostata la diagnosi di cancro più probabile tra gli uomini, seguita da polmone e bronchi ad un tasso di 1 su 15.

“Il rischio di morte per cancro alla prostata è più alto tra gli uomini che sviluppano malattie metastatiche “, spiegato il Dr. Militello, libero docente della Università Federiciana di Cosenza.

“Negli ultimi dieci anni sono stati approvati più trattamenti per le malattie metastatiche, eppure il tasso di mortalità per cancro alla prostata è aumentato, e forse è aumentato negli ultimi anni. Il paradigma prevalente tra gli oppositori dello screening del cancro alla prostata è stato che il significativo declino della mortalità per cancro alla prostata nella cosiddetta era del PSA è stato anche attribuito a “un trattamento migliore”, spiega ancora l’urologo.

“Tuttavia, la proliferazione di trattamenti specificamente diretti alla malattia in fase avanzata non ha intaccato i tassi di mortalità. Questo fatto, insieme alla continua diminuzione della mortalità in altri tumori schermati, come polmone e colon-retto, dimostra ulteriormente l’utilità dello screening del PSA in pazienti opportunamente selezionati”, conclude il Dr. Militello.

L’ipotesi è che l’aumento dei decessi per cancro alla prostata sia correlato a corpi medici statunitensi, come la Task Force dei servizi di prevenzione degli Stati Uniti, che scoraggia il test salvavita di PSA.

Perché se il cancro alla prostata è preso in tempo il paziente ha una probabilità del 99% di sopravvivere. Questo è tre volte più alto rispetto a quando il carcinoma prostatico si trova in uno stadio avanzato, in cui i pazienti ha solo un tasso di sopravvivenza del 30 percento.

Pericolo Coronavirus: qual è il punto della situazione

Analisi sullo stato attuale del flagello di Wuhan

di Francesco De Blasi

Oltre un mese è già trascorso da quando la nuova malattia ha iniziato la sua veloce ed incessante avanzata. Nell’arco di questo breve tempo, troppe e confusionarie sono state le ipotesi elaborate. Astenendoci da fantasie e complottismi vari, in questo articolo, cercheremo di fare il punto della situazione su quella che potrebbe rivelarsi la peggiore epidemia delle ultime generazioni.

31 Dicembre 2019: città di Wuhan, provincia dell’Hubei, Cina. Viene notificato un focolaio di polmonite ad eziologia non nota.

Il primo campanello d’allarme. Una forma virale di polmonite sconosciuta comincia a propagarsi nella cittadina orientale. Vista la natura aliena della patologia, ed il numero crescente di contagiati, gli interessati vengono interpellati sugli spostamenti effettuati nei giorni antecedenti ai malori. Tutti, nessuno escluso, riferiscono o di aver frequentato un luogo ben specifico, oppure di essere stati a contatto con persone che hanno “bazzicato” il medesimo.

Il luogo in questione? Il Wuhan South China Seafood City Market.  A parte il governo Cinese ed i complottisti, nessuno è sorpreso. Le condizioni igienico-sanitarie sfoggiate da tali mercati, sia ittici che non, sono degne dell’incipit del migliore film di zombie. Animali ammassati in gabbie, feci, sporcizia, e carcasse appese in bella vista per le strade del mercato. Dovranno passare solo pochi giorni, perchè gli scienziati abbiano conferma del più grande dei loro timori.

9 Gennaio 2020: grazie ai risultati delle prime analisi, ormai non vi è più alcun dubbio.

Il China CDC, ovvero il Centro per il controllo delle malattie della Cina, riferisce di aver accertato un nuovo membro della famiglia Coronavirus, il 2019-nCoV. In quel di Wuhan scatta l’allarme, ma troppo tardi. I casi che vengono registrati si moltiplicano in maniera esponenziale. Il virus dilaga prima tra centinaia di residenti, ma ben presto, i contagiati raggiungono le migliaia. La paura cresce, ed il virus si manifesta in tutta la sua violenta epidemicità.

Ma non è la prima volta che l’umanità deve far fronte alla ben conosciuta famiglia Coronaviridae, di cui rammentiamo l’esistenza di altri 7 ceppi in grado di contagiare l’uomo. Inoltre, negli anni, altre piaghe oltre i Coronavirus hanno colpito i nostri fragili sistemi immunitari. Tra queste, si annoverano la febbre suina del 2009 (A/H1N1) che causò in quel momento ben mezzo milione di morti in tutto il mondo, o la ancor più famosa SARS  del 2003 (Severe Acute Respiratory Syndrome), che prende il nome appunto dai sintomi ad essa legati, e che ha avuto un tasso di mortalità di oltre il 10 % dei casi. Devastante.

Prendendo atto che l’attuale 2019- nCoV ha all’effettivo un tasso di mortalità inferiore rispetto ad altri ceppi, cosa lo rende più pericoloso dei suoi simili? Ad oggi, probabilmente, la cattiva gestione che c’è stata nell’affrontare il problema legato alla sua alta trasmissibilità.

Il 2019-nCoV, ha una trasmissibilità degna delle migliori malattie virali. Basta un contatto, anche se minimo con un contagiato, ed ecco che subito il virus prende il suo posto all’interno del malcapitato ed inconsapevole anfitrione. Il fatto che ad inizio focolaio non ci sia stata una trasparenza comportamentale da parte di chi ha gestito in primis l’emergenza, ha fatto sì che il virus si propagasse a macchia d’olio. 

Sin dai primi giorni, le notizie trapelate dall’oriente sono state distorte, mozzate, e parrebbe addirittura insabbiate. Complice la rete di divulgazione mediatica Cinese, famosa per la sua bieca omertà nei confronti della libera e corretta informazione. Questo comportamento, ha portato i più fantasiosi a spingersi su congetture complottistiche che spaziano da esperimenti militari in laboratori segreti cinesi, sino ad attacchi filo-terroristici di qualche “competitor”, invidioso della crescita economica del paese, che nonostante i cali degli ultimi tempi, ricordiamo essere la seconda potenza al mondo.

7 Febbraio 2020: Tralasciando le ipotesi da telefilm di controspionaggio,

l’unica certezza è che ad oggi, i numeri effettivi della tragedia restano un mistero ancora da svelare, o quantomeno, questo è ciò che ha lasciato intendere il governo Cinese. Fortunatamente, altri si sono adoperati affinchè il resto del mondo sapesse cosa stia realmente accadendo nel paese dell’anatra alla pechinese. Tramite i portali medico-scientifici che si occupano di monitorare le varie epidemie, ecco a voi i dati effettivi in data 7 Febbraio, ore 13:45.

 

Casi confermati di 2019-nCoV:    31.503

Casi confermati in Europa:           29

Casi confermati in Italia:               3

Decessi da 2019-nCoV:                  638

Qual è infine la situazione in Italia?

Per ora, nulla di allarmante. Dei tre casi confermati, uno è un nostro connazionale, rientrato “d’urgenza” assieme agli altri Italiani che si trovavano in Cina, e risultato positivo al test durante il periodo di quarantena allo Spallanzani di Roma.  Due invece, sono gli ormai famosi turisti cinesi che per giorni hanno girovagato tra le vie della caput mundi, e che da giorni, sono ricoverati anch’essi all’ospedale Lazzaro Spallanzani, ormai “centro di culto” della questione in essere. Gli ultimi aggiornamenti vogliono un peggioramento dello stato di salute della coppia, e questo non può che smentire le voci che volevano il virus come un pericolo solo per anziani e debilitati. Lo stesso medico cinese che lanciò il primo allarme, Li Wenliang, è morto ieri all’età di 34 anni. Una triste ed inconfutabile conferma del reale pericolo che questo Coronavirus presenta.

Intanto, nella tragedia, l’Italia mostra le sue menti più brillanti. Sono nostri difatti i ricercatori che primi al mondo, hanno isolato il ceppo del 2019-nCoV. Solo 48 ore dopo il ricovero dei due turisti cinesi, i virologi dello Spallanzani sono riusciti in quello che nessuno, né in Cina e tantomeno nel resto dei paesi della UE aventi casi di contagio, era riuscito a compiere. Se tutto dovesse procedere per il verso giusto, e nella speranza che il virus non muti nei prossimi giorni, nel giro di due o tre settimane finalmente si potrà avere un vaccino, per la grande gioia di contagiati e case farmaceutiche. Così ci è stato detto. Sempre, e com’è in questi casi, col giusto e lecito beneficio del dubbio.

Vi terremo aggiornati.

Testosterone: una dieta povera di grassi ne abbassa il livello

Uno studio del The Journal of Urology dimostra che una dieta povera di grassi provoca la riduzione del testosterone negli uomini…

 Per i molti uomini con diagnosi di carenza di testosterone, perdere peso può aiutare ad aumentare i livelli di testosterone. Ma alcune diete, in particolare una dieta povera di grassi, possono essere associate a una piccola ma significativa riduzione del testosterone. A sancirlo uno studio pubblicato sul “The Journal of Urology”, Gazzetta ufficiale dell’American Urological Association (AUA). Journal che è pubblicato nel portfolio Lippincott da Wolters Kluwer.

La carenza di testosterone è una questione seria, in quanto può portare a problemi, tra cui una riduzione dell’energia e della libido, insieme ad alterazioni fisiologiche, tra cui un aumento del grasso corporeo e una ridotta densità minerale ossea.

Purtroppo negli ultimi anni un basso livello di testosterone è molto diffuso tra gli uomini: ad esempio negli Stati Uniti circa 500.000 uomini viene diagnosticata una carenza di testosterone ogni anno.

Oltre ai farmaci, il trattamento per il basso livello di testosterone include spesso modifiche dello stile di vita, come esercizio fisico e perdita di peso. Ma gli effetti della dieta sui livelli di testosterone non sono stati chiari. Poiché il testosterone è un ormone steroideo derivato dal colesterolo, i cambiamenti nell’assunzione di grassi potrebbero alterare i livelli di testosterone. Questa nuova analisi di come la dieta influisce sul testosterone sierico fornisce la prova che una dieta povera di grassi è associata a livelli più bassi di testosterone, rispetto a una dieta senza restrizioni.

Fantus e colleghi hanno analizzato i dati su oltre 3.100 uomini da uno studio sanitario nazionale (il National Health and Nutrition Examination Survey o NHANES), dove tutti i partecipanti avevano dati disponibili sulla dieta e sul livello sierico di testosterone.

Sulla base della storia della dieta di due giorni, il 14,6 per cento degli uomini ha soddisfatto i criteri per una dieta a basso contenuto di grassi, come definito dall’American Heart Association (AHA). Un altro 24,4 percento degli uomini ha seguito una dieta mediterranea ricca di frutta, verdura e cereali integrali ma povera di proteine animali e latticini. Solo pochi uomini hanno soddisfatto i criteri per la dieta AHA a basso contenuto di carboidrati, quindi questo gruppo è stato escluso dall’analisi.

Il livello medio di testosterone nel siero era di 435,5 ng / dL (nanogrammi per decilitro). Il testosterone sierico era più basso negli uomini nelle due diete restrittive: 411 ng / dL in media per quelli a dieta povera di grassi e 413 ng / dL per quelli a dieta mediterranea.

Le associazioni sono state adeguate per altri fattori che possono influenzare il testosterone, tra cui l’età, l’indice di massa corporea, l’attività fisica e le condizioni mediche. Dopo l’aggiustamento, la dieta povera di grassi era significativamente associata alla riduzione del testosterone sierico, sebbene non lo fosse la dieta mediterranea.

Complessivamente, il 26,8 percento degli uomini presentava quindi  livelli di testosterone inferiori a 300 ng / dL. Nonostante la differenza nei livelli medi di testosterone, la percentuale di uomini con testosterone basso era simile in tutti i gruppi dietetici.

“Grazie a questo studio si è scoperto che gli uomini che aderivano a una dieta grassa restrittiva avevano testosterone sierico inferiore rispetto agli uomini che seguivano una dieta non restrittiva”, ci spiega il Dr. Andrea Militello, Urologo e Andrologo, da sempre in testa alle varie classifiche di gradimento dei dottori in Italia ed eletto Miglior Urologo d’Italia nel 2018.

“Tuttavia”, continua l’Urologo romano, “il significato clinico di piccole differenze nella T sierica attraverso le diete non è chiaro”.

Qual’è quindi la dieta migliore per il testosterone basso?

La risposta rimane purtroppo sconosciuta, secondo gli autori dello studio. Negli uomini in sovrappeso o obesi, i benefici per la salute di una dieta povera di grassi probabilmente superano di gran lunga la piccola riduzione del testosterone sierico. Al contrario, per gli uomini che non sono in sovrappeso, evitare una dieta povera di grassi “può essere una componente ragionevole” di un approccio poliedrico per aumentare il testosterone sierico”.

“Saranno necessari ulteriori studi per confermare i loro risultati e per chiarire il meccanismo attaverso il quale le diete restrittive riducono il testosterone.

Ma a causa delle difficoltà degli studi dietetici su larga scala, è improbabile che vengano condotti studi definitivi.

“Pertanto, i nostri dati rappresentano un valido primo approccio per rispondere a questa importante domanda” conclude il Dr. Andrea Militello.

Coronavirus, il senatore Siclari (FI): il ministro Speranza riferisca al Parlamento su pericolo pandemia

L’allarme del senatore Marco Siclari(FI): “il silenzio del Governo in Italia sul virus che corre in Cina è inquietante”

“Con decine di migliaia di cinesi che arrivano dalla Cina in Italia ogni giorno, è inquietante che nel nostro Paese i controlli siano solo a Fiumicino e solo per chi arriva dalla città di Wuhan e non da tutta la Cina” così il senatore di Forza Italia Marco Siclari capogruppo in Commissione Salute, esprime la grave preoccupazione per la veloce diffusione del coronavirus in Cina e nel mondo, e chiede al ministro Speranza di riferire quali misure di emergenza intende adottare per evitare il pericolo pandemia. “Morto il primo medico che curava i malati a Hubei – specifica Siclari in un comunicato diffuso anche sui social – In Cina le città isolate coprono un territorio di 57milioni di abitanti a rischio infezione, una popolazione pari quasi a quella del nostro Paese. Gli Stati Uniti stanno già organizzando il rimpatrio di tutti gli americani, la Francia sta valutando la stessa operazione”.

In pochi giorni abbiamo assistito ad un aumento di numero di persone infettate e decedute che si raddoppia di giorno in giorno, il pericolo è davvero serio per ogni paese. “Il periodo di incubazione, asintomatico, sembra essere 14 giorni – spiega Siclari, che oltre al ruolo poltico è un medico – e oltretutto è accertato che questo virus si nasconde in pazienti senza sintomi mantenendo l’azione di contagio. Non sono sufficienti controlli a Fiumicino effettuati solo sulla temperatura corporea dei cinesi in arrivo”.

“Occorre prevenire la pandemia e chiedo al ministro Speranza di rendere il nostro paese protagonista di buone prassi anche dando indicazioni alle altre nazioni della Ue, tenuto conto che in Francia sono già stati accertati tre casi di contagio, per ora sotto controllo medico” continua Marco Siclari, e richiamando alla memoria il periodo in cui l’Italia seppe trovare le giuste soluzioni per arginare il pericolo Sars,  chiede al ministro Speranza di : “predisporre misure più rigorose per prevenire l’arrivo del virus in Italia, coinvolgendo tutti gli aeroporti; attivare il Piano per le Pandemie tra le regioni d’Italia; prevedere una Unità di Crisi finalizzata a predisporre le misure d’emergenza per fronteggiare i pericoli derivanti dalla possibile presenza del nuovo Coronavirus”. Ma soprattutto Marco Siclari chiede al ministro della Salute di informare il Parlamento ed i cittadini sul suo operato a tutela della popolazione.

Lazio. “MEDICINA A KM 0” da domani sera…

Tutto ciò che vogliamo sapere sulla Sanità italiana in 20 puntate su Lazio TV. Un programma condotto da Vanessa Seffer e prodotto dalla Cisl Medici Lazio

Parte domani sera domenica 26 gennaio la trasmissione televisiva “Medicina a Km 0 ” su Lazio TV, dalle ore 20.30 circa, sul canale 12 del digitale terrestre. Prodotta dalla Cisl Medici Lazio, le 20 puntate previste puntano a rispondere a tutto ciò che vorremmo sapere sulla Sanità italiana e soprattutto del Lazio, per approfondire alcuni temi scottanti quali la sicurezza negli ospedali, la carenza numerica dei medici, le aggressioni ai medici e al personale sanitario, le liste d’attesa, il welfare, le problematiche legate al SSN, gli errori giudiziari, le fake news, i problemi legati alla disabilità, alla depressione e al suicidio, allo sport-salute, all’emergenza in Pronto Soccorso e molto altro ancora.

Risponderanno ospiti illustri del sindacato della Cisl Medici Lazio, del mondo medico, politico e giornalistico ed interverranno personalità del mondo dello sport e dello spettacolo.

Il programma, condotto da Vanessa Seffer, viene trasmesso dagli Studi di Gold TV presso il Tecnopolo Tiburtino di Roma. La regia è di Giuseppe Morelli.

@vanessaseffer

Spirulina: come e dove viene prodotto il superfood ”Made in Italy”

Tutto sulla spirulina, il superfood Made in Italy

In questi ultimi anni in Italia si sente molto parlare della spirulina, una piccola microalga d’acqua dolce che può essere assunta come integratore alimentare naturale. La spirulina viene etichettata come superfood grazie al suo eccellente contenuto nutrizionale e ai numerosi benefici per la salute.

Questa preziosa micro alga è conosciuta fin dall’antichità. I primi utilizzatori sono stati gli Aztechi che la chiamarono “il cibo degli dei”. Negli anni 70 è stata riscoperta attirando l’attenzione non solo della comunità scientifica ma anche da vari enti internazionali come OMS, ONU, NASA ed UNESCO, per il suo un elevato contenuto proteico e vitaminico unico nel suo genere.

I benefici della spirulina

Le ricerche hanno dimostrato che la spirulina ha proprietà antiossidanti e antinfiammatorie oltre la capacità di regolare il sistema immunitario, e un profilo nutrizionale eccellente ed unico. Infatti può essere assunta per integrare proteine e vitamine nella dieta senza effetti collaterali. Un cucchiaino che corrisponde a circa 4 grammi corrispondono a 20 calorie, 4,02 grammi di proteine, 1,60 grammi di carboidrati, 0,54 g di grassi, 2 mg di ferro, 8 mg di calcio, 14mg di magnesio, 8mg di fosforo, 95mg di potassio, 0,7 mg di vitamina C. Inoltre contiene, tiamina, riboflavina, niacina, acido folico e vitamine B-6, A e K. Assumere spirulina nell’ambito di una dieta equilibrata può aiutare quindi una persona a rimanere ben nutrita.

In studi recenti (2016 – Effects of spirulina consumption on body weight, blood pressure, and endothelial function in overweight hypertensive Caucasians: a double-blind, placebo-controlled, randomized trial.) è stato dimostrato inoltre che la spirulina può aiutare a perdere peso aiutando a migliorare l’indice di massa corporea.

Grazie a queste sue proprietà la spirulina migliora la salute intestinale, preservando la flora batterica, ha effetti positivi sulla glicemia, aiuta a ridurre il colesterolo (LDL), riduce la pressione sanguigna, ha effetti anti infiammatori e antiossidanti, aumenta il metabolismo e riduce gli effetti delle allergie.

Come può essere introdotta nella dieta la spirulina

La spirulina è disponibile in diverse forme, a spaghettini frantumati, a  scaglie, in polvere, in compresse, in pastiglie e può arricchire vari alimenti come pasta, biscotti, dolci, ecc. Il modo ottimale per assumerla è attraverso la forma pura e può essere aggiunto a un frullato, a una bevanda calda, sulle insalate, nello yogurt oppure nelle zuppe,

Da dove proviene e come viene coltivata la spirulina

Fino a qualche anno fa la spirulina era un prodotto unicamente importato dall’estero (extra-EU) ma sono diversi anni che in Italia è iniziata la produzione diretta. Tra prime aziende italiane a coltivare e produrre la spirulina nel sud Italia, in provincia di Salerno, nel Cilento, troviamo la AlghePAM che si è  contraddistinta per aver adottato sin dal suo nascere, nel 2016, un metodo di produzione, innovativo e biologico basato sui fotobioreatori, che ha puntato tutto sulla qualità del prodotto finale.

Come viene prodotta la spirulina

La spirulina può essere prodotta in due modi: il primo fa uso di vasche molto lunghe, dove l’acqua viene fatta circolare attraverso delle pale e l’impianto, spesso vasto, viene costruito sotto serra. Il secondo metodo si basa sull’uso dei fotobioreattori, ovvero strutture trasparenti chiuse che isolano la coltura dall’ambiente esterno. Quest’ultimo sistema risulta versatile e molto dinamico.

La AlghePAM utilizza ad esempio un sistema innovativo e a circuito chiuso e il processo di coltivazione si sviluppa da marzo a novembre. Avviata la produzione, il raccolto è svolto da due a quattro volte a settimana, attraverso un opportuno filtro. La biomassa viene raccolta, estrusa in sottili spaghetti ed essiccata a bassa temperatura. Dopo di che, Il prodotto è pronto per la vendita. Il tutto accade nell’arco di una singola giornata.

La spirulina importata proviene nella maggior parte dei casi dai principali paesi produttori come la Cina. Viene venduto in farmacia, nel supermercato e in erboristeria. L’acquisto va fatto con attenzione  leggendo “l’origine della materia prima” perché nel 90% dei casi il prodotto è importato.

In Italia la presentazione della spirulina avviene a danno del “Made in Italy” e del consumatore. La legge consente che sulle etichette si usi il termine “prodotto” anche quando la spirulina, proveniente dall’estero viene solo importata e confezionata. In questo modo il consumatore non viene informato correttamente compromettendo la sua conoscenza del prodotto e la sua facoltà di scelta.

La produzione della spirulina è però molto importante. Deve evitare che la coltivazione sia esposta agli inquinanti esterni come smog e polveri sottili, e a quelli  trasportati dal vento perché possono alterare la qualità del prodotto. E’ anche importante la localizzazione dell’azienda che coltiva e produce spirulina. Ad esempio la AlghePAM è ubicata nel cuore del Cilento, ad Acciaroli, è ben lontana da fonti di inquinamento e utilizza i fotobioreattori che garantiscono l’isolamento della micro alga durante tutto il processo di crescita.

Quando si sceglie di acquistare la spirulina è quindi opportuno leggere attentamente l’etichetta, accertarsi se la vendita si sta effettuando direttamente dal diretto produttore, con informazioni sul sistema di coltivazione e dove è ubicata l’azienda produttrice.

Per maggiori informazioni sulla spirulina visitare il sito internet www.alghepam.bio/benefici-proprieta-spirulina.

ALZHEIMER: 52 milioni di malati nel mondo nel 2020.La previsione sono oltre 160 milioni per il 2050

Il Rotary lancia l’allarme sull’aumento esponenziale di questa grave forma di demenza. Se ne parlerà venerdì 24 gennaio 2020 presso il Senato della Repubblica Italiana nel convegno intitolato «Invecchiare in salute: quali percorsi?» organizzato dal Rotary Club Roma Capitale 

Secondo le previsioni del Rotary, il numero delle persone con demenza di Alzheimer è destinato a triplicarsi, superando a livello globale i 160 milioni di casi nel 2050.

Esaminando i trend attuali, rispetto ai 49 milioni di malati del 2019, già entro il 2020 questo numero salirà a 52 milioni, comportando un costo annuo della demenza che a livello mondiale supera i mille miliardi di dollari, cifra destinata a raddoppiare già entro i prossimi 10 anni.

In Italia il costo medio annuo per malato è pari a 71 mila euro, comprensivo delle spese a carico del Servizio Sanitario Nazionale e dei costi indiretti che ricadono sulle famiglie o sulle organizzazioni di sostegno.

«Moltiplicando questo costo per gli attuali 1,2 milioni di italiani malati di Alzheimer, si può capire quale sia il gigantesco impatto economico di questa malattia che nel nostro Paese rappresenta dunque una spesa di oltre 85 miliardi di euro annui» sostengono gli analisti del Rotary Club Roma Capitale.

Una cifra che è 8 volte superiore rispetto al dato ufficiale riferito ai costi diretti -di cui il 73% a carico delle famiglie- che ufficialmente ammontano a circa 11 miliardi di euro.

Come è noto, poi, la prevalenza di questa patologia aumenta con l’età, risultando maggiore nelle donne, con percentuali che che vanno dall’1% per la classe di età dai 65 ai 69 anni fino al 24% per le ultra-novantenni, rispetto agli uomini i cui valori variano rispettivamente dallo 0,6% al 18%.

«Considerando che l’Italia è il Paese più longevo d’Europa con 13,4 milioni di ultra-sessantenni, pari al 22% della popolazione, questo problema ci riguarda molto da vicino. Per questo, ci proponiamo di fare con l’Alzheimer lo stesso che abbiamo fatto con la poliomelite, con un impegno economico di circa 2 miliardi di dollari da parte dei soci rotariani di tutto il mondo che ha consentito di vaccinare 2,5 miliardi di bambini in 122 Paesi e di eradicare quasi del tutto questa malattia» commenta il dottor Pier Luigi  Di Giorgio presidente del Rotary Club Roma Capitale.

«Bisogna trovare molti più fondi per finanziare la ricerca e di questo possiamo farci carico noi rotariani, proprio come abbiamo fatto per la poliomelite» sostiene il dottor Renato Boccia, portavoce e responsabile -insieme al consocio Claudio Pernazza- del Progetto Alzheimer del Rotary Club Roma Capitale, che -per sensibilizzare l’opinione pubblica ed i media- lancia ora il convegno intitolato «Invecchiare in salute: quali percorsi?».

Il convegno-evento, realizzato grazie alla fattiva collaborazione della senatrice Paola Binetti, è organizzato dal Rotary Club Roma Capitale (distretto 2080) con la partecipazione di 20 differenti club appartenenti a 5 diversi distretti italiani del Rotary International e si terrà venerdì 24 gennaio 2020, dalle 14,30 alle 19.00, presso la Sala Zuccari del Senato della Repubblica a Palazzo Giustiniani a Roma in Via Dogana Vecchia 29.

«Non è un convegno medico-scientifico a favore di qualche casa farmaceutica, ma è un convegno “rotariano”» puntualizza il responsabile e portavoce del Progetto Alzheimer del Rotary Club Roma Capitale. E con ciò il dottor Renato Boccia intende dire che il convegno si occuperà di un problema attuale di grande interesse sociale per il quale il Rotary è in grado di fornire una lettura del problema alla luce dei valori che propugna, quali il «servire al di sopra di ogni interesse personale».  (AJ-Com.Net)

Ostacoli imprevisti nei percorsi di cura: la rabbia

La Fondazione per la Medicina Personalizzata FMP, ha promosso una campagna di informazione, che nasce dall’osservazione della pratica clinica sulla rabbia nei pazienti oncologici

La Fondazione per la Medicina Personalizzata FMP, ha promosso una campagna di informazione, che nasce dall’osservazione della pratica clinica sulla rabbia nei pazienti oncologici. Per il prof. Paolo Marchetti – Presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata e direttore dell’ Oncologia Medica B Policlinico Umberto I, professore ordinario di Oncologia Medica alla Sapienza e già direttore del reparto di Oncologia Medica dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma – gli ostacoli presenti nei percorsi di cura rappresentano dei muri spesso insormontabili, la diagnosi di una malattia oncologica influenza in molti modi la vita di una persona, annulla in un momento il progetto di vita. Tra le reazioni più comuni ci sono shock, negazione, depressione, ansia e rabbia. Quest’ultima si declina in molteplici forme, la rabbia verso sé stessi, la rabbia verso una malattia che “non deve colpire” me, la rabbia verso i medici curanti che sono presi come la conferma del fallimento terapeutico, la rabbia verso il mondo intero. In questa società in cui sono predominanti i temi della bellezza e dell’immortalità, se c’è un’imminenza di morte, sicuramente la colpa deve essere di qualcuno e quindi ecco che scatta la rabbia verso il medico, verso la struttura che cura perché non ha saputo superare il limite della morte.  Ma la rabbia non è solo quella del paziente, la rabbia è anche quella dei familiari nei confronti dei medici, ma soprattutto la rabbia come momento di frattura con quello che abbiamo intorno è maggiore quanto più siamo stati lontano dalle persone care.

Gli attacchi più violenti, subiti dal prof. Paolo Marchetti, sono stati quelli da parte dei familiari, che non sono mai comparsi nel lungo percorso di malattia, e che si sono accorti, arrivando, all’ultima settimana di vita del loro caro, che si era giunti al capolinea. E poi c’è la rabbia dei medici, perché hanno il rammarico, forse, di non aver prestato attenzione ad un particolare, ad un sintomo che è sfuggito; la rabbia dovuta al non avere ancora a disposizione la capacità di guarire qualcuno a cui si è particolarmente legati, con cui si è condiviso un lungo percorso, con cui si è gioito per i tanti successi avuti insieme.  I medici si sentono impotenti perché tutto quello che la medicina gli ha insegnato, fino a quel momento, non gli consente la gioia più grande, quella di guarire un paziente. E’ essenziale per il prof. Paolo Marchetti non essere depressi e sfruttare la rabbia come momento di costruzione dell’alleanza con il medico.

Secondo lo psichiatra Vittorino Andreoli il tema della rabbia sta prendendo sempre più dimensione nelle attività mediche in generale. Viviamo nell’età della rabbia, in una società difficile che genera stimoli continui e frustrazioni, dove i criteri sono quelli del successo, del benessere, dell’essere in forma.

In questo quadro esistenziale si inserisce una diagnosi di neoplasia, che, per quanti termini scientifici si possano usare, è una diagnosi, che non solo spaventa, ma che porta di fronte alla percezione della morte. Non dobbiamo considerare la rabbia un sintomo negativo, bisogna fare in modo che la rabbia sia gestita in senso positivo. Come si reagisce di fronte alla rivelazione della malattia? In diversi modi, con la negazione della malattia, con la depressione intesa come ritiro dall’esistenza, di rinuncia, in un momento in cui è fondamentale invece lottare, con l’angoscia e poi c’è la rabbia: una reazione vitale, una rivolta, si vuole combattere il nemico. La comunicazione è l’elemento cardine e fondamentale, non solo nei rapporti umani, ma soprattutto nei momenti critici tra professionisti e pazienti. Per Alberto Castelvecchi, esperto in comunicazione e docente alla Luiss, è molto importante l’empatia tra medico e paziente, in modo da trasformare la rabbia, in volontà di combattere, il medico come alleato.  Bisogna quindi formare i medici  lavorando sulla gestione dell’aggressività. Il prof Paolo Marchetti insieme a Claudia Sebastiani di Fmp e alla dott.ssa Eva Mazzotti, hanno curato il progetto di ricerca sulla rabbia, con l’obiettivo, in sintesi, di studiare in maniera sistematica il fenomeno della rabbia nel suo complesso. Lo studio ha interessato circa 300 pazienti che accedono al Day – Hospital (DH) Oncologico – Istituto Dermopatico dell’IDI – equamente divisi tra uomini e donne, la cui età media è di 64 anni. Sono stati utilizzati 3 questionari, al fine di misurare la rabbia, l’ansia e la depressione, la qualità di vita e la percezione che il paziente ha della gravità e della curabilità della sua malattia oncologica. In sintesi, dai dati emersi dalla ricerca, possiamo dire che i nostri pazienti provano tanta rabbia, la controllano molto e la esternano poco. C’è una forte prevalenza di sofferenza psicologica nel paziente oncologico e c’è ancora poca attenzione nel rilevarla.

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