Giovani italiani di ritorno da una Argentina in crisi – Young Italians returning from an Argentina in Crisis

di emigrazione e di matrimoni

Giovani italiani di ritorno da una Argentina in crisi

I nostri connazionali hanno creato gruppi ed iniziative di assistenza per aiutare chi ne ha bisogno in momenti di crisi, oppure di disgrazia, che altrimenti non potevano essere aiutati dai servizi d’assistenza in quei paesi.

Il nuovo articolo di Paolo Cinarelli dall’Argentina ci mostra una faccia purtroppo triste della realtà dell’emigrazione italiana nel mondo oggi, la fine di un progetto creato per assistere i nostri connazionali che cercano di trasferircisi ci rende tristi, però, la notizia ci fa capire anche un altro aspetto delle nostre comunità sparse per il mondo che potrebbe aiutare l’Italia odierna a superare un problema che ha anche conseguenze politiche non indifferenti.

I nostri connazionali hanno creato gruppi ed iniziative di assistenza per aiutare chi ne ha bisogno in momenti di crisi, oppure di disgrazia, che altrimenti non potevano essere aiutati dai servizi d’assistenza in quei paesi. Con il passare del tempo, e vedremo questo nell’articolo, si sono aggiunti anche i Patronati, i rami assistenziali dei sindacati italiani, sia per assistenza con la burocrazia italiana per le pratiche di pensioni italiane, sia con gli enti locali.

Nel corso dei decenni, in tutti i paesi ove ci sono i nostri emigrati, questi gruppi hanno maturato esperienze e capacità per meglio aiutare immigrati a integrarsi nelle nuove realtà. E sono proprio questi gruppi che potrebbero dare aiuto all’Italia non solo per meglio integrare gli immigrati che ora vengono in Italia, ma anche per meglio preparare il futuro, quando chi è ora sano e forte si trova nella terza età con tutte le conseguenze naturali della vecchiaia. Chiunque abbia avuto l’opportunità di visitare case di cura per gli anziani italiani all’estero sa già che questi problemi per gli immigrati, di tutte le nazionalità, sono particolari, a partire dalla perdita della memoria che compromette la capacità di parlare la seconda lingua, quella del paese di residenza, e dobbiamo pensarci ora prima che sia troppo tardi.

Allora mentre leggiamo l’articolo di Paolo teniamo in mente che le esperienze dei nostri parenti ed amici all’estero sono il preludio di quel che vedremo in Italia nel non lontano futuro, e che sono proprio loro a poter dare gli esempi e le capacità di poter affrontare questo futuro nel miglior modo possibile.

Giovani italiani di ritorno da una Argentina in crisi

Paolo Cinarelli

“BienvenIta non funziona più purtroppo, però un italiano può sempre andare al patronato per qualsiasi problema” questa è stata la risposta testuale di Andrea Pedemonte sul breve destino del Progetto BienvenIta, nato da un’idea di un gruppo, di giovani italiani professionisti, che abbinava un sito web al supporto fisico della rete dei patronati italiani a Buenos Aires. Attraverso il portale BienveIta i giovani arrivati avrebbero potuto accedere a informazioni e suggerimenti su come portare meglio a termine la loro pratica di residenza argentina presso il rispettivo ufficio della Dirección General de Migraciones, pratica spesso non così semplice come immaginavano

Era stato presentato presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura, il martedì 14 giugno 2016, in un principio per dare un orientamento ai giovani appena arrivati. Alla presentazione, avvenuta a sala piena, avevano preso la parola l’allora ambasciatore Teresa Castaldo, il console generale d’Italia Giuseppe Smimmo e i mentori del progetto Claudia Gatti, Andrea Pedemonte e Mena Provenzano.

In quel momento, c’era tanto ottimismo e voglia di fare. L’apparente ripresa economica dell’Argentina post crisi 2001 attirava una gran quantità di giovani italiani professionisti, proprio come Pedemonte, che hanno visto di buon occhio la possibilità di costruirsi un futuro, fare anche figli e mettere su famiglia. Infatti, la crisi che ha colpito l’Italia alla fine del primo decennio del XXI secolo ha provocato un nuovo esodo di giovani verso l’estero, questi nuovi migranti vedevano l’Argentina come “il primo paese da scegliere fuori l’Europa”, secondo Pedemonte. I dati Istat e della Fondazione Migrantes parlavano di diverse migliaia di giovani italiani giunti nei primi anni ‘10, anche se recentemente i dati forniti dalla Dirección Nacional de Migraciones hanno rivelato che le richieste di residenza da parte d’italiani non sono state mai più di mille nel periodo a cavallo tra i primi due decenni di questo secolo.

Il ricercatore Marcelo Huernos spiega che la legge migratoria argentina 25871 del 2004 è tra le più progressiste al mondo giacché “considera la migrazione al livello di un diritto umano” (sic). In effetti, l’Argentina rimane sempre un paese aperto all’immigrazione. In questo momento però nel contesto latinoamericano che resta un polo di attrazione dei flussi migratori, ora come risultato di un riassestamento dello scacchiere internazionale degli ultimi trent’anni, che vede le integrazioni regionali dei rispettivi paesi nelle proprie aree geopolitiche. Questo è il motivo per cui l’attuale legge migratoria favorisce i flussi provenienti dai paesi confinanti e che, di fatto, quasi annulla o lascia nell’incertezza, quanto raggiunto lungo decenni di negoziati e accordi bilaterali tra Italia e Argentina in materia migratoria. E’ proprio in questa zona d’ombra che intendeva fare chiarezza BienvenIta, purtroppo la pubblicazione del decreto 70/2017 applica un nuovo giro di vite poiché ha modificato la legge di residenza in modo restrittivo.

Però, al di fuori delle pratiche amministrative che comporta stabilire la propria residenza in Argentina, il principale motivo della chiusura del Progetto è stato il saldo del bilancio migratorio tornato negativo come agli inizi degli anni duemila. In assenza di dati ufficiali si calcola che la metà dei giovani italiani arrivati negli ultimi dieci anni sia ripartita in patria o anche verso altri paesi. Tra loro ci sono anche Claudia Gatti e lo stesso Andrea Pedemonte, che scrive sulla chiusura del progetto dalla sua Genova dove è tornato con la moglie e i figli.

 

 

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Young Italians returning from an Argentina in Crisis

Our countrymen and women created welfare groups and initiatives to help those in need during periods of crisis or of adversity who otherwise could not have been helped by welfare services in those countries

Paolo Cinarelli’s new article from Argentina shows us an unfortunately sad face of the Italian migration experience in today’s world, the end of a project created to help our fellow countrymen who are looking to move there makes us sad. However, the news also lets us understand another aspect of our communities spread around the world that could help today’s Italy overcome a problem that also has significant political consequences.

Our countrymen and women created welfare groups and initiatives to help those in need during periods of crisis or of adversity who otherwise could not have been helped by welfare services in those countries. With the passage of time, and we see this in the article, the Patronati, the welfare branches of Italy’s trades union, have also been added, for assistance with both Italy’s bureaucracy for those applying for Italian pensions and local agencies.

Over the decades, in all the countries where there are our migrants, these groups have matured experience and skills to better help our migrants to integrate in the new realities. And these are the very groups that could help Italy to not only better integrate the migrants who are now coming to Italy but also to prepare better for the future when those who are now healthy and strong find themselves in the third age with all the natural consequences of old age. Whoever has had the opportunity to visit an aged care facility for elderly Italians overseas already knows that there are particular problems for migrants, of all nationalities, starting with the loss of memory that compromises the capacity to speak the second language, that of the country of residence, and we must think about this now, before it is too late.

So, as we read Paolo’s article let us bear in mind that the experiences of our relatives and friends overseas are the prelude to what we will see in Italy in the not too distant future and that they are the very people who can give us the examples and the skills to be able to deal with this future in the best way possible.

Young Italians returning from an Argentina in Crisis

Paolo Cinarelli

“Unfortunately BienvenIta is no longer operating, however an Italian can always go to the Patronato for any problem” This was the response by Andrea Pedemonte on the short destiny of Progetto BenvenIta, created from an idea by a group of young Italian professionals that combined a website to the physical support of the Italian Patronati in Buenos Aires. Through the BenvenIta portal the new arrivals could have had access to information and suggestions on how to best finalize their application for residence in Argentina at the respective office of the Dirección General de Migraciones, applications that are often not as simple as they imagined.

The project had been presented at the office of the Italian Institute of Culture on Tuesday June 14, 2016, at the beginning to give an orientation to the newly arrived young people. Then Ambassador Teresa Castaldo, Italy’s Consul General Giuseppe Smimmo and the project’s mentors Claudia Gatti, Andrea Pedemonte and Mena Provenzano spoke at the presentation in front of a full hall.

At the time there was a lot of optimism and desire to act. Argentina’s apparent economic recovery after the 2001 crisis attracted a large number of young Italian professionals just like Pedemonte who welcomed the possibility of building a future, also having children and starting a family. In fact, the crisis that hit Italy at the end of the first decade of the twenty first century caused a new exodus of young people overseas and these new migrants saw Argentina as the “first country to choose outside Europe”, according to Pedemonte. The data from Istat (Italy’s bureau of statistics) and the Fondazione Migrantes spoke of various thousands of young Italians in the early years of the 2010s, also if the data recently provided by the Dirección Nacional de Migraciones revealed that the requests for residency by Italians were never more than a thousand during the period between the first and second decades of this century.

Researcher Marcelo Huernos explained that the Argentinean immigration law 25871 of 2004 is one of the world’s most progressive laws since it “considers migration at the level of a human right” (sic). In effect, Argentina always remains a country open to migration. At this time however, in the context of Latin America where it is the pole of attraction of migratory flows, now as the result of a reorganization of the international chessboard of the last thirty years, that saw regional integration of the respective countries in their own geographical areas. This is the reason why the current migration law favours flows from bordering countries and in fact these almost annul or leave in uncertainty what had been reached in decades of bilateral negotiations and agreements between Italy and Argentina in matters of migration. It was precisely this shady area that BenvenIta was meant to clarify, unfortunately the publication of the Decree 70/2017 brought about a new crackdown since it amended the residency law in a restrictive way.

However, apart from the administrative procedures that involves establishing one’s residency in Argentina, the main reason for the closure of the Project was that the balance of the migratory flow had become negative since the start of the 2000s. In the absence of official statistics it is calculated that half of the young Italians who arrived over the last ten years returned home or went to other countries. These included Claudia Gatti and Andrea Pedemonte himself who wrote about the closing of the project from his Genoa where he had returned with his wife and children.

Le cinque maggiori organizzazioni di italoamericani insieme per la memoria di Cristoforo Colombo

L’Ordine dei Figli d’Italia in America (www.osia.org), insieme alle altre importanti organizzazioni a supporto degli americani di discendenza Italia, la Columbus Citizens Foundation, l’ISDA, la NIAF ed UNICO National, hanno unito le forze per un’operazione senza precedenti finanziando la costituzione della National Columbus Education Foundation

Sulla scia degli recenti attacchi al Columbus Day ed alle statue di Cristoforo Colombo, che si sono diffusi in tutti gli Stati Uniti, le cinque più importanti organizzazioni a supporto della comunità italoamericana, composta da oltre 23 milioni di persone in tutti gli Stati Uniti, hanno deciso di unire le forze, fondando la National Columbus Education Foundation.

“Stiamo assistendo ad un attacco senza precedenti ai simboli della cultura americana ed in particolare alla memoria di Cristoforo Colombo, simbolo molto caro non solo alla comunità italoamericana, custode della memoria del navigatore italiano che scoprì il nuovo mondo, ma anche al resto della popolazione USA che, da secoli ormai, la considera identitaria degli Stati Uniti”. Lo dichiara Carmelo Cutuli, presidente del Capitolo di Roma dell’Ordine dei Figli d’Italia in America (OSDIA), la più antica e consolidata organizzazione a supporto dei cittadini americani di discendenza italiana in Nord America. L’OSDIA, fondata nel 1905 da un medico siciliano emigrato a New York, conta oggi ben 600.000 membri e 115 anni di conquiste sociali a favore degli italoamericani. .

La National Columbus Education Foundation è stata fondata per condurre e diffondere ricerche, studi e analisi relative alla figura di Cristoforo Colombo. La Fondazione intende sviluppare soluzioni politiche e proposte a supporto della conservazione del Columbus Day, rettificando la falsa narrativa che circonda il famoso navigatore. Le risorse saranno dirette a promuovere un dibattito sociale sui tanti motivi per cui il Columbus Day dovrebbe essere preservato e celebrato da tutti gli americani.

“Anche noi dell’Ordine dei Figli d’Italia in America – continua Cutuli – supporteremo ile attività della National Columbus Education Foundation collaborando ad una serie di progetti di ricerca contribuendo allo sviluppo di materiali educativi e contenuti multimediali accessibili al pubblico in generale ed agli opinion makers in particolare.”

La Fondazione si appresta a lanciare una grande campagna pubblica e un sito web chiamato KnowColumbus per promuovere un approccio più oggettivo alla lettura dell’operato di Colombo.

Vivere in due mondi destinati a sparire – Living in two worlds destined to disappear

di emigrazione e di matrimoni

Vivere in due mondi destinati a sparire

Qualche giorno fa una foto sui social mi ha fatto ricordare episodi del passato in Australia e Italia che una volta erano normali, ma che, nel nostro mondo moderno fatto di convenienze, stanno sparendo dalla nostra esistenza.

Quando cresciamo ci rendiamo conto che il passare degli anni è più crudele di quel che spesso pensiamo. Da giovani pensiamo che quel che ci circonda sia eterno ma la vita non ci da questa grazia. Con il passare degli anni pezzi della nostra esistenza spariscono man mano che i nostri cari partono per un’altra vita e un giorno ci troviamo a cercare di riprodurre episodi del nostro passato legati ai nostri genitori e nonni.

Ci sono gusti che pensiamo di ricordare, però, quando cerchiamo di riprodurli anni dopo capiamo troppo tardi che dovevamo fare più attenzione a quel che facevano gli adulti, e quel giorno capisci che non sentirai più quei gusti in questa vita.

Qualche giorno fa una foto sui social mi ha fatto ricordare episodi del passato in Australia e Italia che una volta erano normali, ma che, nel nostro mondo moderno fatto di convenienze, stanno sparendo dalla nostra esistenza.

Attività in garage

Come la maggior parte degli italiani in Australia, in generale i miei genitori rispettavano la legge. Però, almeno una volta all’anno eludevano una legge, come molti nostri amici, e c’erano altri amici che ne eludevano un’altra.

Il primo caso è la stagione del vino e alcuni di loro ancora fanno il vino che bevono religiosamente a tavola, sia in famiglia che quando vengono ospiti a cena. Questo era il primo di due periodi importanti per la nostra vita da famiglia italiana in Australia e come noi quasi tutti i nostri amici e conoscenti.

Un weekend all’anno era dedicato a prendere l’uva, a volte raccolta da noi tutti, poi si seguivano tutte le procedure in garage e la casa veniva riempita dal profumo del mosto fresco. Mia madre poi prendeva una o due pentolate del mosto fresco per ridurlo e creare il mosto cotto che era l’ingrediente più importante di alcuni suoi dolci, soprattutto quelli natalizi.

 La produzione del vino per uso domestico non era contro la legge australiana, ma la produzione di grappa si e questa la facevano sempre i nostri amici e vicini di casa veneti che persino ci chiedevano la nostra vinaccia per produrre la loro grappa in tale quantità che ne vendevano una parte. In compenso loro ce ne davano un paio di bottiglie per il nostro contributo alla loro produzione.

 Solo anni dopo ho capito che questo non era permesso dalla legge, ma per quanto poteva sembrare banale la nostra seconda tradizione è un’infrazione ancora più seria della legge australiana.

Spezie

A maggio facevamo il maiale che ci impegnava per una settimana intera e questa tradizione scombussolava la nostra casa ancora di più di quella del vino, a partire dall’odore della carne e degli insaccati appesi che mio fratello Tony odiava. In casa nostra questa settimana iniziava con mamma che arrostiva e macinava le spezie utilizzate per condire le salsicce secondo le usanze del suo paese d’origine, i semi di coriandolo e finocchio, e naturalmente il peperoncino piccante, riempendo la casa di profumi che anticipano il gusto delle salsicce.

Il ricordo più forte è della sera prima di riempire le salsicce quando lei mescolava la carne e le spezie. Friggeva in padella un po’ della miscela per farcela assaggiare affinché non otteneva il gusto giusto. Questo è uno dei gusti persi della mia vita.

 Negli anni sessanta, settanta e ottanta se facevi un giro nelle zone degli italiani in tutte le città australiane nei mesi di maggio/giugno e vedevi più di una macchina davanti a una casa, potevi essere sicuro che in quella casa facevano il maiale. Ogni famiglia aveva la sua specialità, chi la soppressata, chi il capocollo e così via. Era un’usanza severamente proibita dalla legge, ma questo non ci impediva di seguirla ogni anno.

 Anche in questo i nostri vicini veneti ci mettevano il loro tocco imprenditoriale. Loro, insieme ai cognati facevano almeno tre o quattro maiali, a volte di più per vendere una parte della produzione per poter coprire il costo di quel che loro tenevano per uso domestico. A mia madre andava bene perché lei prendeva il sangue dei loro maiali per fare il sanguinaccio in più modi e aggiungere a ciò che aveva già fatto.

 In alcuni casi queste tradizioni sono state l’inizio di imprese importanti di insaccati e vini che ora esportano i loro prodotti. Però, non cambia il fatto che spesso non erano usanze permesse dalla legge.

 Penso a questo quando sento parlare degli immigrati ora in Italia e i commenti di alcuni sul fatto che mantengono le loro tradizioni e che alcuni macellano agnelli e capre in casa. Confesso che anche noi abbiamo macellato capretti in casa ed era il motivo per cui per anni non ho più mangiato carne di capretto, almeno volontariamente, fino al giorno che scoprii che la carne che mangiavo con tanto gusto non era agnello come pensavo, ma il capretto e non avevo più motivo di rifiutarlo.

 In casa gli immigrati parlano le loro lingue, come i nostri italiani all’estero. Perciò dobbiamo capire che gli immigrati vivono in due mondi.

Lingue

 Infatti, fino alla loro morte non ho mai parlato in inglese con i miei genitori, ma esclusivamente in italiano ed è giusto che sia così. Non solo in casa, ma anche fuori casa, persino sui mezzi pubblici con mia madre quando andavamo a fare la spesa, malgrado qualche sguardo storto da parte di altri passeggeri e di tanto in tanto un commento che dovevamo parlare inglese in Australia. Commenti ai quali facevo sempre orecchio da mercante.

 Lo stesso vale per i nostri doveri religiosi che seguivamo con messe in italiano, di solito celebrate da preti italiani o maltesi dai francescani o gli scalabriniani. Poi, oltre ai doveri domenicali andavamo spesso a feste religiose italiane, quasi sempre dedicate a una delle Madonne onorate da comunità particolari, come quella di Montevergine o del Carmine particolarmente seguite dalla forte comunità campana ad Adelaide.

 Le tradizioni e la lingua sono quel che ci identificano e non sarebbe giusto dire ad emigranti di abbandonarle. Infatti, trovo strano come molti di quelli in Italia che parlano bene di come gli italiani all’estero abbiano mantenuto le loro tradizioni italiane, siano gli stessi che insistono che gli immigrati qui dovrebbero abbandonare le loro tradizioni.

Culture

L’integrazione non è semplicemente cambiare vestiti da un momento all’altro, come pretende l’assimilazione. L’integrazione è una strada a due sensi dove entrambi le parti devono rispettare le tradizioni dei loro vicini. In quei casi dove ci sono tradizioni chiaramente impossibili da accettare, come certe usanze africane che sono culturali, e non religiose come molti pensano, e che ora sono contestate persino nei paesi di origine, enti governativi devono lavorare con le varie comunità per trovare il modo di aiutarli con il cambio di usanze. Ma dove le tradizioni non rompono le leggi italiane dovremmo avere l’obbligo e la civiltà di rispettare le loro usanze, come loro hanno lo stesso obbligo nei nostri riguardi.

Non è sempre facile, ed ho conosciuto italiani che disprezzavano le usanze australiane, ma i benefici per il futuro del paese sono enormi, come vediamo nei paesi come l’Australia che hanno saputo integrare le varie comunità. Non lasciamo che alcuni critici creino discordia, come vediamo spesso, ma accettiamo i nostri vicini nuovi come la maggior parte degli australiani hanno accettato i nostri parenti e amici. Abbiamo solo da guadagnare e niente da perdere.

Però, c’è un altro aspetto di queste tradizioni che dobbiamo riconoscere: sono destinate a sparire. Come in Italia anche in Australia fare il maiale e il vino in casa sta diventando sempre più raro, con il passare delle generazioni anche le famiglie italiane all’estero perdono il contatto con il loro passato. Con la morte dei nonni immigrati si perde il contatto diretto con il paese d’origine e i discendenti che da giovani non avevano dato retta ai lavori dei genitori/nonni si rendono conto che i gusti di una volta semplicemente e tristemente non ci sono più.

Oggi se vai sulle pagine social degli italiani all’estero vedi richieste per ricette “originali” per piatti prediletti ricordati dall’infanzia, ma pochi capiscono che quei piatti ormai sono parte del passato e che dobbiamo realizzare una cultura moderna basata, si sul passato, ma che riflette anche i cambi naturali delle famiglie nel corso degli anni.

Anche per questo motivo è importante che documentiamo i cambiamenti delle nostre comunità perché fanno vedere che la nostra Cultura è viva e si sviluppa con ogni generazione, come deve fare qualsiasi Cultura vitale perché esiste solo una parola per definire una Cultura che non cambia, morta.

Se hai una storia delle tue tradizioni di famiglia, invia la tua storia a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

Living in two worlds destined to disappear

A few days ago photos from the social media made me remember episodes from the past that were once normal in Australia and Italy but which in our modern world of convenience are disappearing from our existence.

As we grow up we realize that the passage of time is much crueller than what we often think. When we are young we think that what surrounds us is eternal but life does not give us this grace. With the passing of the years pieces of our existence disappear as our loved ones leave for another life and one day we find ourselves trying to reproduce episodes of our past tied to our parents and grandparents.  

These are tastes we think that we remember, however, when we try to reproduce them years later we understand too late that we should have paid more attention to what the adults did and that day you understand that you will never again taste those flavours in this life.

A few days ago photos from the social media made me remember episodes from the past that were once normal in Australia and Italy but which in our modern world of convenience are disappearing from our existence.

Activities in the garage

Like most Italians in Australia my parents generally respected the law. However, at least once a year they eluded the law, like many of our friends, and there were other friends who eluded another.

The first case was the wine season and some of us still make wine that are religiously drunk at the table, when we eat as a family and when we have guests for dinner. This was the first of two important periods in our lives as an Italian family in Australia and like us almost all our friends and acquaintances.

One weekend a year was dedicated to getting the grapes, sometimes picked by us, and then following the procedure in the garage with the house was filled with the aroma of the fresh must. My mother then took one or two pots of fresh must to reduce it into a syrup called “mosto cotto” that was the major ingredient of some sweets, especially at Christmas time.

 The production of wine for family use was not against the law in Australia but the production of grappa was and our neighbours from the Veneto always made it and they even asked us for our pomace to produce grappa in such quantities that they sold a part. In return they gave us two bottles for our contribution to their production.

 I understood only years later that the law did not allow this but as trivial as this may seem our second tradition was an even more serious infraction of Australian law.

Spices

In May “we made (butchered) the pig” that involved us for a whole week and this tradition upset our home even more than the wine, starting with the smell of the meat and the hanging sausages that my brother Tony hated. In our home this week began with Mamma who roasted and ground the spices according to her town’s tradition, coriander and fennel seeds and of course hot chillies which filled the house with the aroma that were the foretaste of the sausages.

The strongest memory is of the evening before stuffing the sausages when she mixed the meat and the spices. She would fry some of the mix for us all to taste until she reached the right flavour. This is one of the lost flavours of my life.

 If you did the rounds of the Italian areas of Australian cities the sixties, seventies and eighties during the months of May/June and saw more than one car in front of a house you could be sure that they were butchering a pig in that house. Every family had its specialty, some with soppressata, some with capocollo and so forth. This custom was severely banned by the law but this did not stop us from following it every year.

 And to this too our friends from the Veneto added their entrepreneurial touch. They, together with the in laws, butchered at least three or four animals, sometimes even more to sell part of the production in order to cover the costs of what they kept for domestic use. This was fine for my mother because she would take the blood of their pigs to make sanguinaccio (black pudding) in various ways to add to what she had already made.

 In some cases these traditions were the start of major smallgoods and wine companies that now export their products. However, this does not change the fact that these activities were not allowed by the law.

 I think about this whenever I hear people talking about the immigrants now in Italy and the comments some make about how they have kept their traditions and some butcher lambs and young goats at home. I confess that we too butchered young goats at home and this was the reason that I did not eat goat meat, at least voluntarily, until the day I discovered that the meat I had been eating with relish was not lamb as I thought but goat and I no longer had a reason to refuse it.

 Immigrants speak their languages at home, like our Italians overseas. Therefore, we must understand that immigrants live in two worlds.

Languages

In fact, until they passed away I never spoke in English but only Italian with my parents and it is right that this is so. Not only at home but also outside the home and even on public transport with my mother when we went shopping despite some sour looks from other passengers and a comment from time to time that we should speak English in Australia, to which I turned a deaf ear.

 This was also true of our religious obligations what we followed with Mass in Italian which was usually celebrated by Italian or Maltese priests of the Franciscans or the Scalabrinians. And then, in addition to the Sunday obligations we often went to Italian religious feasts, almost always dedicated to one of the Madonnas honoured by particular communities, such as Our Lady of Montevergine or the Carmine that were followed in particular by the large communities from the Campania region in Adelaide.

The traditions and language are what identify us and it would not be right to tell migrants to abandon them. In fact, I find it strange that many of those in Italy who speak well of how Italians overseas kept their Italian traditions are the same people who insist that the immigrants here should abandon their traditions.

 Culture

 Integration is not simply changing clothes from one moment to the next, as assimilation demands. Integration is a two-way road in which both sides must respect the traditions of their neighbours. In those cases in which there are traditions that are clearly impossible to accept, such as certain African customs that are cultural, and not religious as many think, and that are now disputed even in their countries of origin, government  agencies must work with the various communities to find a way to help them change customs. But where traditions do not break Italian laws, we must have the obligation and the civility to respect their customs, as they have the same duty in our regards.

 This is not always easy, and I have known Italians who despised Australian customs, but the benefits for our country’s future are enormous, as we see in countries such as Australia that knew how to integrate the various communities. We must not, as we often see, let some vocal critics create discord but let us accept our new neighbours like the majority of Australians accepted our relatives and friends. We can only gain and have nothing to lose.

However, there is another aspect of these traditions that we must recognize; they are destined to disappear. Just like in Italy, even in Australia butchering the pig and making wine at home is becoming increasingly rare and with the passing of the generations even Italian families overseas lost contact with their past. With the death of the immigrant grandparents the direct contact with the country of origin is lost and the descendants did not pay attention to their parents/grandparents’ work when they were young realize that the tastes of the past simply and sadly no longer exist.

Today, if you visit the social media pages of the Italians overseas you see requests for “original” recipes for favourite dishes remembered from childhood but few understand that those dishes are now part of the past and that we must create a modern culture that is based on the past but reflects the natural changes of families over the years.

Also for this reason it is important that we document the changes in our communities because they let us see that our Culture is alive and develops with every generation, just like any vital Culture must do because there is only one word to define a Culture that does not change, dead.

If you have a story you want to tell about your family’s traditions, send your story to: [email protected]

In Brasile il covid19 corre e miete sempre più vittime. L’intervista all’on. Fabio Porta già deputato nella circoscrizione B America Meridionale

Il Brasile è un paese con grandi contraddizioni ed il suo attuale presidente Bolsonaro, pur se colpito anche lui dal virus, continua a meravigliare il mondo intero con decisioni al limite dell’umana comprensione e scarso rispetto dei diritti umani

Il covid19 è sempre più virulento in Brasile dove vivono quasi 30milioni di nostri connazionali. Abbiamo chiesto all’on. Fabio Porta che nella scorsa legislatura era stato eletto alla Camera nella circoscrizione B America Meridionale, qual è il dramma che stanno affrontando. Il Brasile è infatti un paese con grandi contraddizioni ed il suo attuale presidente Bolsonaro, pur se colpito anche lui dal virus, continua a meravigliare il mondo intero con decisioni al limite dell’umana comprensione. Mentre però del Brasile sappiamo che i morti per coronavirus sono vicini ai 100mila, il Venezuela di Maduro rivela poco o nulla di quello che il paese sta soffrendo.

Anche in Venezuela tantissimi gli italiani che dall’inizio della dittatura di Maduro hanno dovuto affrontare una vera diaspora per sfuggire ai rischi patrimoniali e personali cui erano sottoposti. Territori difficili spiega nell’intervista Fabio Porta, che avrebbero bisogno di interventi internazionali con l’Italia capofila visto l’alto numero di italiani in quei paesi. Ne è nato un sodalizio che coinvolge anche la Lidu onlus (Lega Italiana dei diritti dell’Uomo)

I dettagli nella video intervista all’interno dei locali della Lega Italiana dei diritti dell’Uomo. 

L’Editoria italiana a rischio oblio – Italian publishing risk of oblivion

di emigrazione e di matrimoni

L’Editoria italiana a rischio oblio

Ci troviamo con un mercato internazionale potenziale per i nostri prodotti culturali, a partire proprio dall’editoria, di oltre 340 milioni di persone, cinque volte la popolazione d’Italia.

Sappiamo da anni che l’editoria italiana in tutte le sue forme è in crisi. Non solo le vendite di libri, ma anche la vendita di giornali e riviste è in calo e questo crea enormi difficoltà per chi ci lavora, partendo dagli autori, gli editori e infine chi stampa e vende i prodotti di quel che dovrebbe essere uno dei rami più importanti della nostra Cultura.

Vantiamo la grandezza della nostra Cultura e, per l’ennesima volta, dobbiamo affrontare una realtà crudele che la nostra Cultura non è apprezzata a livelli degni della sua varietà e i contributi alla Cultura mondiale, cominciando da parte di noi italiani.

Però, le crisi danno anche a chi sa sfruttarle la possibilità di uscirne più forti di prima, ma solo se si ha il coraggio di cambiare rotta e, soprattutto, nel finalmente riconoscere che abbiamo mezzi a livello mondiale che potrebbero aiutarci a vendere i nostri libri, giornali e riviste a un pubblico molto più grande, non limitato alla sola penisola, ma sparso per tutto il mondo.

Assenza inspiegabile

Sono stato presente ai primi due Stati Generali della Lingua Italiana a Firenze organizzati dalla Farnesina per promuovere la nostra lingua nel mondo. Le intenzioni erano, e sono tuttora nobili, ma c’era un’assenza inspiegabile in quelle giornate, proprio il ramo della nostra industria che avrebbe avuto bisogno del successo delle manifestazioni, l’editoria.

Questa assenza era resa ancora più inspiegabile da una rivelazione del Sottosegretario per gli Esteri, Mario Giro, che ha annunciato che, secondo le statistiche del Ministero i cittadini italiani registrati all’AIRE erano 5 milioni nel 2016 (ora circa 6), i discendenti degli emigrati italiani erano oltre 85 milioni (in ogni probabilità una cifra conservatrice) e i “filoitaliani”, cioè chi si identifica con almeno un aspetto della Cultura italiana, oltre 250 milioni nel mondo.

In parole povere, mettendo insieme le tre cifre ci troviamo con un mercato internazionale potenziale per i nostri prodotti culturali, a partire proprio dall’editoria, di oltre 340 milioni di persone, cinque volte la popolazione d’Italia.

Con una cifra del genere dobbiamo chiederci perché l’editoria, e non solo perché possiamo aggiungere anche il cinema e la musica, non hanno aderito con grande entusiasmo a un’iniziativa che poteva aumentare il loro pubblico a livelli impensabili prima.

E in quegli Stati Generali abbiamo visto di nuovo il vizio che ho notato fin troppo spesso nei miei vari viaggi in Italia e ancora di più ora che ci abito. Tutti noi italiani in Italia sappiamo che abbiamo il Patrimonio Culturale più grande, quindi il più importante, del mondo, però non ci rendiamo conto che una volta che usciamo dai confini del paese questa consapevolezza non esiste. Anzi, scritto da uno nato e cresciuto in un paese anglosassone, precisamente l’Australia, la nostra Cultura è considerata inferiore ad altre e soggetta ai soliti luoghi comuni.

Cifra risibile

Qualche mese fa durante uno scambio nei giorni prima della chiusura in Italia per il coronavirus un editore italiano mi ha detto la cifra dei libri in lingua italiana venduti negli Stati Uniti ogni anno, 50mila libri. Una cifra risibile quando paragonata alle decine di milioni di discendenti di immigrati italiani nel paese, ma che ha motivi ben precisi e che dobbiamo capire per trovare il modo di poter creare un mercato per i nostri libri a livello mondiale e aiutare l’editoria ad uscire da una crisi profonda.

Nei paesi di emigrazione i figli dei nostri emigrati non hanno mai avuto la possibilità di poter imparare la lingua che li definisce. Prima di tutto perché, nella maggioranza dei casi si parlava il dialetto in casa e non l’italiano. Inoltre, prima degli anni ’80 la nostra lingua non era inclusa nel curriculum scolastico di questi paesi e l’unico modo era di attendere le classi di gruppi come la Società Dante Alighieri, ma questo comportava frequentare classi extrascolastiche e i ragazzi erano restii ad aggiungere ancora altre ore a classi che non avrebbero aiutato loro ad essere promossi a scuola.

Per questi motivi dobbiamo renderci conto che i figli, nipoti e pronipoti dei nostri emigrati non hanno i mezzi personali per poter leggere i nostri libri nella versione originale. Però, non continuiamo a ripetere uno sbaglio che molti fanno e che dobbiamo spiegare ai lettori in Italia

Orgoglio

Il fatto che i discendenti dei nostri emigrati non sanno la nostra lingua non vuol dire che non siano orgogliosi delle loro origini. Anzi, basta leggere i commenti sulle pagine dei social dedicate agli italiani all’estero per capire che nella stragrande maggioranza dei casi sono fieri delle loro origini, ma a loro mancano i mezzi per poter imparare di più del loro patrimonio culturale, a partire da libri nelle lingue dei loro paesi di residenza.

Proprio per questo motivo come paese, partendo dei responsabili della nostra editoria, dobbiamo capire che per promuovere i nostri autori dobbiamo mettere i libri a disposizione nelle lingue dei paesi di residenza e fare le promozioni non solo tramite i giornali e stazioni radio e televisive delle comunità italiane, ma anche tramite i loro circoli e grandi associazioni che sarebbero più che felici di svolgere ruoli importanti nella promozione dei nostri prodotti italiani, ma nelle lingue locali e non in italiano. Difatti, quel che proponiamo per i libri vale altrettanto per i nostri film e per la musica e i nostri cantanti più importanti, soprattutto i cantautori che sono sconosciuti quasi del tutto all’estero.

Fin troppo spesso orgoglio è anche il motivo per cui i nostri addetti ai lavori non riescono ad aprire una breccia nel mercato internazionale per i nostri prodotti culturali. Insistono a fare le promozioni solo in lingua italiana e questo non fa altro che limitare il loro pubblico potenziale ai 5 milioni di cittadini invece dei 340 milioni potenziali citati sopra.

L’esempio più lampante di questo atteggiamento si trova nella RAI che trasmette i suoi programmi solo in italiano e non fornisce sottotitoli nelle lingue dei paesi di residenza in modo che i nipoti e i pronipoti degli emigrati possano finalmente capire i programmi. Ci vuole poco per capire che gli introiti pubblicitari per un pubblico di pochi milioni sono inferiori di quelli di un pubblico di centinaia di milioni…

Incentivi e futuro

Per molti in Italia l’idea di vendere i nostri libri in lingua straniera sembrerebbe un’eresia, ma in risposta dico che, vista la composizione del mercato internazionale, è realista. Che senso ha promuovere a livello mondiale libri che non hanno un pubblico internazionale?

Nel vendere, almeno all’inizio, i libri dei nostri autori in altre lingue diamo a loro la possibilità di poter aver introiti che permetterebbero loro di poter scrivere a tempo pieno e inoltre darebbe agli editori italiani guadagni che attualmente sarebbero impossibili in Italia.

Con il tempo le vendite dei libri in altre lingue avrebbero l’effetto di incoraggiare i discendenti dei nostri emigrati a capire che ci sono motivi veri e importanti per imparare la lingua che li definisce e di poter leggere le versioni originali delle opere, pagando gli sforzi degli editori verso un mercato internazionale che fino ad ora hanno ignorato.

A dir il vero, un nostro editore italiano, la Mondadori, ha già una filiale negli Stati Uniti e quindi avrebbe la possibilità di poter fare una mossa del genere immediatamente. Bisogna chiedere a loro perché non lo fanno. Ma gli altri editori italiani potrebbero avvicinare editori nei vari paesi per stringere accordi commerciali che permettano ai libri di avere il pubblico che meritano.

Infine, dobbiamo anche incoraggiare oriundi con le qualifiche adatte a scrivere libri sui nostri autori per introdurli al pubblico internazionale, ma fino ad ora ogni tentativo di fare progetti del genere sono andati a vuoto perché contattare i livelli decisionali degli editori italiani è impossibile per chi vuole fare una proposta seria.

Infatti, chi scrive cerca da anni di poter fare proprio questo ma senza successo.  Questo è raccontato in un articoli di un anno fa (Il libro Proibito: Il Testimone Scomodo – The Forbidden Book: The Troublesome Witness). Niente è cambiato da allora per questi motivi.

La nostra editoria è un tesoro che dobbiamo far conoscere al mondo, ma questo è impossibile se non riusciamo a pensare oltre i limiti imposti da una mentalità campanilistica che ci impedisce di prendere i passi necessari per togliere la nostra editoria in una crisi che rischia davvero l’oblio se non troviamo un mercato internazionale per i nostri editori.

di emigrazione e di matrimoni

Italian publishing risk of oblivion

We find ourselves with a potential international market for our cultural products, starting with publishing, of more than 340 million people, five times Italy’s population

We have known for years that Italian publishing in all its forms is in crisis. Not only the sales of books but the sales of newspapers and magazines are also falling and this creates enormous difficulty for those who work in the industry, starting with the authors and finally those who print and sell the products of what should be one of the most important branches of our Culture.

We boast about the greatness of our Culture and, for the umpteenth time, we must deal with a cruel reality that our Culture is not appreciated at the levels worthy of its variety and contributions to the world’s Culture, starting with us Italians.

However, crises also give those who know how to exploit them the possibility to come out stronger than before if they have the courage to change direction and, above all, to finally recognize that we have the means globally that could help us to sell our books, newspapers and magazines to a much bigger public that is not limited to only the peninsula but spread around the world.

Inexplicable absence

I was at the first two estates General of the Italian Language in Florence organized by Italy’s Foreign Affairs Ministry to promote our language around the world. The intentions were, and still are, noble but there was an unexplainable absence during those days, by the very branch of our industry that would have needed the success of the events, publishing.

This absence was made even more inexplicable by a revelation by Mario Giro, Under Secretary for Foreign Affairs, who announced that, according to the Ministry’s statistics, Italian citizens registered at the AIRE (Registry of Italian citizens overseas) were 5 million in 2016 (now about 6 million), the descendants of Italian migrants were more than 85 million (in all likelihood a conservative figure) and the “Italophiles”, that is those who identify themselves with at least one aspect of Italian Culture, more than 250 million people around the world.

Put simply, adding together the three figures we find ourselves with a potential international market for our cultural products, starting with publishing, of more than 340 million people, five times Italy’s population.

With such a figure we should ask ourselves why publishing, and not only because we can also add the movies and music, did not join with great enthusiasm an initiative that could have increased their audience to levels that were unthinkable before.

And during the Estates General we saw once again a fault I had noted all too often during my various trips in Italy and even more now that I live here. All us Italians in Italy know that we have the world’s greatest and therefore most important Cultural Heritage, however, we do not realize that once we set foot outside the country’s borders that knowledge does not exist. Indeed, written by someone born and raised in an Anglo-Saxon country, Australia, our Culture is considered inferior to others and subject to the usual clichés.

Laughable figure

Months ago, during a discussion a few days before Italy’s lockdown caused by the coronavirus, an Italian publisher told me the figure of Italian language books sold every year in the United States, 50 thousand books. This is a laughable figure when compared to the tens of millions of descendants of Italian migrants in the country but this has very precise reasons that we must understand in order to find the way to create a worldwide market for our books and to help publishing to come out of a deep crisis.

In the countries of migration, the children of our migrants never had the possibility to learn the language that defines them. First of all because, in the majority of cases, they spoke dialect at home and not Italian. Furthermore, before the 1980s our language was not included in the scholastic curriculum of their countries and the only way was to attend classes of groups such as the Dante Alighieri Society but this involved attending extracurricular classes and the children were reluctant to add other hours to lessons that would not have helped them to be promoted at school.

For these reasons we must understand that the children, grandchildren and great grandchildren of our migrants do not have the personal means to be able to read our books in the original version. However, we must not continue to repeat the mistake that many make and that we must explain to readers in Italy.

Pride

The fact that descendants of our migrants do not know our language does not mean they are not proud of their origins. Indeed, we only have to read the comments on the social media pages dedicated to the Italians overseas to understand that in the vast majority of cases they are proud of their origins but they lack the means to be able to learn more of their cultural heritage, starting with books in the languages of their countries of residence.

For this precise reason we as a country, beginning with those responsible for our publishing, must understand that in order to promote our authors we must start making the books available in the languages of the countries of residence and to promote them not only through the newspapers and radio and televisions stations of the Italian communities but also through their clubs and large associations that would be more than happy to play a major role in the promotion of our Italian products but in the local languages not in Italian. In fact, what we propose for books is also applicable to our films and music and our major singers, especially the cantautori (singer-songwriters) who are almost totally unknown outside the country.

All too often pride is also the reason for which many of our experts cannot open a breach in the international market for our Culture’s products. They insist on promoting only in Italian and this only limits our potential audience to the 5 million citizens instead of the potential 340 million stated above.

The most striking example of this is found in RAI which broadcasts programmes only in Italian and does not provide subtitles in the languages of the countries of residence in a way that the grandchildren and greatgrandchildren can finally understand the programmes. It takes little to understand that the income from an audience of a few million is lower than that for an audience of hundreds of millions…

Incentives and the future

Selling our books in a foreign language would seem a heresy to many in Italy but in reply I say that, considering the composition of the international market, it is realistic. What is the sense of promoting internationally books that do not have an international market?

By selling our author’s books in other languages, at least in the beginning, we give them the possibility to have an income that would allow them to be able to write fulltime and in addition it would give Italian publishers earnings that are currently impossible in Italy.

With time the sales of our books in other languages would have the effect of encouraging the descendants of our migrants to understand that there are real and major reasons to learn the language that defines them and to be able to read the original versions, repaying the efforts of the publishers towards an international market that has been ignored up till now.

To tell the truth, one of Italy’s publishers, Mondadori, already has a branch in the United States and therefore it would have the possibility of being able to make such a move immediately. We should ask them why they do not do so. But the other Italian publishers could approach publishers in the various countries to sign commercial agreements that would allow the books to have the public they deserve.

Finally, we should also encourage people of Italian origin with the suitable qualifications to write books about our authors to introduce them to the international public but so far every attempt to carry out such projects have failed because contacting the decision making levels of Italy’s publishers is impossible for those who want to make a serious proposal. 

In fact, the writer has been trying to do just this for years but without success. This was told in an article a year ago(Il libro Proibito: Il Testimone Scomodo – The Forbidden Book: The Troublesome Witness). Nothing has changed since then for these reasons.

Our publishing is a treasure that we must let the world know but this is impossible if we cannot think beyond the limits imposed by  a parochial mentality that blocks us from taking the steps necessary to take our publishing out of a crisis that truly risks oblivion if we do not find an international market for our publishers.

Il mercato globale non è nuovo e non sparirà – The global market is not new and will not disappear

di emigrazione e di matrimoni

Il mercato globale non è nuovo e non sparirà

Guardiamo un pò la storia di questo mercato globale senza il quale la nostra vita moderna sarebbe molto più povera, in tutti i sensi

In questo periodo di crisi causata da covid19 molti si lamentano della presenza del mercato globale, perché sicuramente la diffusione del coronavirus è stata accelerata da turisti e soprattutto uomini d’affari tra la Cina e il resto del mondo.

Però, questa è una lettura banale della globalizzazione perché il mercato internazionale non è nuovo, risale a prima della nascita di Cristo ed è un aspetto di vita che non cambierà nel futuro. Semmai la tecnologia moderna ha peggiorato la situazione con i voli internazionali, ma una lettura veloce di pandemie del passato ci racconta altri periodi colpiti da navi cariche che non contenevano solo i prodotti destinati per i mercati di tutto il mondo.

Allora guardiamo un pò la storia di questo mercato globale senza il quale la nostra vita moderna sarebbe molto più povera, in tutti i sensi. Come prova, basta citare solo una cifra sorprendente, il mercato più importante della Ferrari è proprio in Cina, il paese con cui abbiamo rapporti commerciale da oltre due millenni.

Il piatto prediletto

Di tanto in tanto qualcuno fa il discorso sulle origini vere degli spaghetti. Grazie a Marco Polo, c’è chi dice siano cinesi e chi dice siano italiani. È uno di quei temi vicini ai nostri cuori, ma nasconde una verità che pochi conoscono per bene, e la verità è che molte delle nostre tradizioni culinarie hanno origini straniere molto antiche.

Nel 2004 ricercatori dell’Università di Cincinnati hanno annunciato una scoperta sorprendente a Pompei, che ha messo in ombra quel dibattito sul nostro piatto nazionale. Le analisi dei prodotti all’interno di una macelleria dell’epoca romana hanno trovato tracce di carne di giraffa e, ancora più inatteso, di spezie esotiche provenienti dall’Indonesia.

Molti storici ritengono che gli scontri continui tra i Romani e i Parti avessero origine negli scambi commerciali lungo la via della seta. Infatti, sappiamo da tempo che i Romani avevano la seta, un prodotto esclusivamente cinese all’epoca, ma le spezie indonesiane dimostrano chiaramente che la rete commerciale del periodo antico era molto più estesa della semplice Cina, che allora non era ancora un impero.

 Molti di noi pensano a un mondo antico limitato geograficamente, ma dimenticano che Alessandro Magno andò in India e nell’Anabasi di Senofonte c’è il racconto di soldati greci persi nell’impero persiano nel quarto secolo avanti Cristo. Già da questi due fatti avremmo dovuto capire che gli scambi commerciali e intellettuali tra continenti risale a periodi molto più antichi di quel che pensiamo.

Crociate

 La Storia dimostra che i nostri periodi importanti spesso coincidono con i nuovi incontri tra civiltà, e sempre con conseguenze fondamentali per entrambe. Studiamo il periodo delle Crociate per conoscere le avventure e sventure dei crociati cristiani e magari i gesti cavallereschi di Saladino, ma non notiamo che quel periodo ebbe effetti profondi sull’economia e la Cultura di quel che molti considerano il Vecchio Continente.

 Sarebbe facile parlare dell’introduzione di prodotti nuovi per l’alimentazione europea. Iniziamo dallo zucchero che prende il nome dalla parola araba súkkar, come anche le albicocche e altri frutti, alle nuove spezie e metodologie culinarie sconosciute in quelle zone dell’Europa che non avevano avuto un’occupazione araba, come la Sicilia e la Penisola Iberica.

Però, per quanto amiamo la cucina, gli effetti più importanti di questo periodo sono stati nei vari campi culturali e scientifici.

Non solo cibo

 Chiunque abbia studiato il Rinascimento italiano sa che una delle ispirazioni dell’Arte nuova era la scoperta di vecchie opere d’epoca antica, sia romana che greca. Il rispetto degli arabi per questi grandi scrittori era più grande di quello degli stessi europei che li avevano disprezzati e cercato di annullare, come rappresentanti pagani di un passato incompatibile con i dettami del cristianesimo. Se ora sappiamo molto del nostro passato classico è proprio grazie a queste scoperte inattese dei crociati.

 L’altro campo fondamentale che beneficiò delle scoperte nel regno franco mediorientale era ovviamente quello scientifico. Una prova interessante si trova nel processo dei Templari dove uno dei capi d’accusa verso i cavalieri era per i loro rapporti amichevoli con gli arabi. Infatti, tra questi rapporti c’erano quelli con medici arabi per il semplice fatto che i dottori mediorientali avevano i mezzi e la consapevolezza di trattare e guarire ferite e malattie che per i medici europei erano ancora fatali.

 Chissà quanti di quelli che dicono che gli arabi hanno dato pochi contributi alla nostra cultura e scienza sanno che i numeri che utilizziamo oggigiorno ci arrivarono tramite gli arabi, e che furono introdotti in Europa dal matematico italiano Leonardo Fibonacci a cavallo del ‘200 e il ‘300 d.C.. L’introduzione di questi numeri, come anche l’algebra, un’altra parola araba, insieme ad altri concetti importanti, hanno dato un contributo essenziale allo sviluppo delle scienze matematiche che hanno creato il nostro mondo moderno.

 Le nostre industrie moderne della porcellana non hanno origine in Europa, bensì in Cina dove per secoli le famiglie aristocratiche europee commissionavano i loro servizi di piatti e tazze. Nel corso del sedicesimo e diciassettesimo secolo milioni di pezzi di porcellana venivano importati ogni anno dalla Cina, a un costo enorme per il Vecchio Continente. Tanti erano i soldi spesi per questi acquisti che in Olanda, Inghilterra, Italia ed altri paesi europei, imprenditori locali iniziarono a produrre i servizi e i prodotti che ora conosciamo come parte del nostro patrimonio artistico. Un patrimonio che sarebbe stato impossibile senza questo commercio antico.

Quando ci si lamenta dei cinesi e degli altri paesi asiatici che ora copiano i nostri prodotti, ricordiamoci che siamo stati proprio noi europei i primi a copiare i loro prodotti e non solo la ceramica, ma anche la seta che abbiamo importato in Europa per creare una nuova industria importante per noi.

Americhe e colonie

 Naturalmente un altro periodo importantissimo per l’introduzione di prodotti dall’estero fu quello che seguì la scoperta delle Americhe. Potrei riempire pagine dei prodotti introdotti dal Nuovo Mondo che cambiarono per sempre la cucina e le industrie europee. Basterebbe chiedere che cucina avremmo senza il mais, la patata e il pomodoro per capire l’impatto enorme dell’antico commercio mondiale sul nostro stile di vita.

L’introduzione del tabacco e del cioccolato ebbe un effetto enorme prima nello stile di vita degli aristocratici e dei ricchissimi per poi scendere nei vari strati della società europea fino anche ai più poveri. Un caso divenne tragico, la patata era considerata il nuovo cibo per i poveri e in Irlanda ci volle poco tempo perché diventasse la base della loro alimentazione e poi, tra il 1850 e il 1852 per via di una malattia che colpì la coltivazione di questo tubero, diventò la causa di una grave carestia che colpì l’isola. Una percentuale enorme della popolazione morì di fame o fu costretta a emigrare nelle Americhe.

Senza dimenticare l’oro, l’argento e i gioielli che resero ricchissimi i potenti fino al petrolio e i minerali che aiutarono loro ad ingrandire le loro industrie al punto che le ex potenze coloniali sono ancora tra i paesi più ricchi del mondo.

 Infine il colonialismo fece un ulteriore passo con l’introduzione di altri prodotti dalle colonie. Per dare un esempio divertente, il famoso Worcestershire Sauce considerato icona della moderna cucina inglese, e ora utilizzato spesso anche in Italia, fu il risultato di un tentativo fallito di copiare la ricetta di una salsa originariamente prodotta in India.

 Ogni volta che andiamo al supermercato vediamo sempre prodotti nuovi, spesso il risultato dei cambiamenti della demografia italiana a causa dei nuovi immigrati. Però, dovremmo ricordarci e capire che nuovi prodotti e cambiamenti non sono una novità, succedono da millenni e hanno sempre fatto parte della nostra Storia e tradizione sin da prima della nascita dell’Impero Romano.

Allora, se ci viene mai in mente di dire “fermiamo la globalizzazione”, dobbiamo solo ricordare che all’epoca romana Plinio il Vecchio si lamentava di quanto oro romano finiva nelle casse dei regni indiani. I suoi concittadini non gli diedero retta e nemmeno noi dobbiamo farlo.

La nostra Cultura è ricchissima grazie a questi prodotti e concetti introdotti dall’estero nel passato, continuare ad essere aperti a idee nuove non fa altro che rendere il nostro futuro ancora più ricco.

 

di emigrazione e di matrimoni

The global market is not new and will not disappear

Let us take a look at a little of the history of this global market without which our modern would be much poorer, in every sense

During this period of crisis caused by covid19 many people complain about the global market because the spread of the coronavirus was surely accelerated by tourists and especially businessmen and women between China and the rest of the world.

However, this is a trivial reading of globalization because the worldwide market is not new, it goes back to before the birth of Christ and is an aspect of life that will not change in the future. In anything, modern technology worsened the situation with fast international flights but a quick reading of past pandemics would show other periods hit by cargo from ships that did not contain only the products destined for markets around the world.

So, let us take a look at a little of the history of this global market without which our modern would be much poorer, in every sense. As proof, we only have to quote a surprising figure, Ferrari’s most important market is in China, a country with which we have had commercial relations for more than two thousand years.

The favourite dish

Every so often someone starts a discussion about the true origins of spaghetti. Thanks to Marco Polo some say they were Chinese and others says they were Italian. This is a matter close to our hearts but it hides a truth that few know well and the truth is that many of our culinary traditions have very ancient foreign origins.

In 2004 researchers from Cincinnati University announced a surprising discovery in Pompeii that overshadowed that debate about our national dish. The analysis of the contents of a butcher shop from Roman times found traces of giraffe meat and, even more unexpected, of exotic spices originating from Indonesia.

Many historians retain that the continuous clashes between the Romans and the Parthians had their origins in the commercial exchanges along the Silk Road. In fact, we have known for some time that the Romans had silk, a product that was exclusively Chinese at the time, but the Indonesian spices clearly showed that the commercial network in ancient times was much wider than simply China that at the time was not yet an empire.

 Many of us think of the ancient world as limited geographically but we forget that Alexander the Great went to India and that in the “Anabasis” Xenophon told the story of Greek soldiers lost in the Persian Empire in the fourth century before Christ. Just these two facts should have made us understand that the commercial and intellectual exchanges between continents go back to much more ancient periods than what we think.

Crusades

History shows us that our most important periods coincide with new encounters between civilizations and always with major consequences for both these ancient powers. We study the period of the Crusades to know the adventures and misadventures of the Christian Crusaders and maybe the acts of chivalry by Saladin but we do not notice that that period had deep effects on the economy and the Culture of what many consider the Old Continent.

 It would be easy to talk about the products that were new to European cuisine. Let us start with sugar that talks its name from the Arab word sùkkar, as well as apricots and other fruits, new spices and methods of cooking that were unknown in those parts of Europe that had not had Arab occupation such as Sicily and the Iberian Peninsula.

However, as much as we love cooking, the most important effects of this period were in the various fields of Culture and science.

Not only food

Whoever has studied Italy’s Renaissance knows that one of the inspirations for the new Art was the discovery of ancient works, both Roman and Greek. The respect of the Arabs for these great writers was greater than that of the Europeans themselves who despised them and tried to cancel them as pagan representatives of a past that was incompatible with the dictates of Christianity. If we now know much about our classical past it is precisely because of these unexpected discoveries during the Crusades.

 The other field that benefitted from the discoveries of the Christian kingdom in the Middle East was obviously science. One interesting proof is found in the trial of the Knights Templar in which one of the major accusations against the knights was their friendly relations with the Arabs. In fact, some of these relations were with Arab doctors for the simple fact that the doctors of the Middle East had the means and the knowledge to treat and heal wounds and diseases that were still fatal for European doctors.

 Who knows how many of those who say that the Arabs have given few contributions to our Culture and science know that the numbers we use today came to us through the Arabs and that they were introduced into Europe by the Italian mathematician Leonardo Fibonacci between the 12th and the 13th century? The introduction of these numbers, as well as algebra, another Arab word, together with other major concepts, gave an enormous contribution to the development of the mathematical sciences that created our modern world.

Our modern porcelain industries did not originate in Europe but in China where for centuries Europe’s aristocratic families commissioned their services of porcelain plates and cups. During the 16th and the 17th centuries millions of pieces were imported every year from China. So much money was spent for these purchases that in Holland, England, Italy and other European countries entrepreneurs began to produce the services and products that we now know as part of our artistic heritage. A heritage that would have been impossible without this ancient trade.

When we complain about the Chinese and other Asian countries that now copy our products let us remember we were the first to copy their products and not only ceramics but also silk that we used to imported into Europe to create a new industry that is important for us.

The Americas and the colonies

 Naturally another period that was very important for the introduction of foreign products was the one that followed the discovery of the Americas. I could fill pages with the products introduced from the New World that once again changed forever Europe’s cuisine and industries. We would only have to ask what cuisine would we have without corn, potatoes and tomatoes to understand the huge impact of ancient global trade to our lifestyle.

 The introduction of tobacco and chocolate has a huge impact, first on the lifestyle of the aristocrats and the very rich to then descend down the various layers of European society even down to the poorest. One case became a tragedy. The potato was considered the new food for the poor, in Ireland it took little time for the potato to become the staple for their diet and then between 1850 and 1852, due to a blight that struck the cultivation of the tuber, it became the cause of a serious famine that struck the island. A huge percentage of the population died from hunger or was forced to migrate to the Americas.

Without forgetting the gold, silver and jewels that made the powerful in Europe very rich, up to the oil and the minerals that helped them to expand their industries to the pint that the former colonial powers are still some of the world’s richest countries.

Finally, colonialism took another step with the introduction of other products from the colonies. To give an enjoyable example, the famous Worcestershire Sauce which is considered an icon of modern English cuisine, and is now used often in Italy. was the result of a failed attempt to copy a sauce that had its origins in India, a former British colony.

 Every time we go to the supermarket we see new products, often the result of changes in Italy’s demography due to the new migrants. However, we should remember and understand that new products and changes are not new to the country, they have been occurring for thousands of years old and have always played a role in our history and tradition even before the birth of the Roman Empire.

So, if we ever think of saying “Let’s stop globalization”, we only have to remember that in Roman times Pliny the Elder complained about how much Roman gold ended up in the coffers of the Indian kingdoms. His fellow citizens did not heed him and neither should we.

Our Culture is extremely rich thanks to these products and concepts introduced in the past from overseas, continuing to be open to new ideas only makes our future even richer.

COVID-19: iniziativa del Presidente dell’Azerbaigian sostenuta da 130 paesi membri dell’ONU

Mentre la lotta contro la pandemia da Covid-19 e’ ancora in corso, la Repubblica dell’Azerbaigian conferma il suo impegno per rafforzare la solidarietà internazionale nella lotta contro il virus a livello regionale e globale.

In aprile si è tenuto un vertice straordinario dei Capi di Stato e di Governo del Consiglio di cooperazione degli Stati di lingua turca, su iniziativa del presidente Ilham Aliyev, in qualita’ di presidente dell’organizzazione. Il Consiglio turco ha rappresentato la prima organizzazione internazionale a tenere un vertice sulla lotta contro COVID-19.

Successivamente, il 4 maggio, si è svolto un vertice online del Gruppo di Contatto del Movimento dei paesi non allineati, in risposta alla pandemia di COVID-19. All’evento hanno partecipato non solo membri del movimento non allineato, ma anche il segretario generale delle Nazioni Unite, il presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, rappresentanti di alto livello di organizzazioni internazionali come l’Unione Europea e l’Unione Africana. 

Tra le azioni di solidarietà, la Repubblica dell’Azerbaigian ha compiuto una donazione all’Organizzazione mondiale della sanità per la lotta contro il COVID-19 e ha anche fornito assistenza umanitaria a oltre 30 paesi.

Nelle sue osservazioni al vertice online del Movimento dei paesi non allineati, il Presidente Ilham Aliyev ha suggerito di svolgere una video conferenza speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a livello di Capi di Stato e di Governo, in riferimento alla Carta delle Nazioni Unite. 

L’iniziativa del presidente Ilham Aliyev ha ottenuto il sostegno di circa  130 Stati membri delle Nazioni Unite, come ulteriore manifestazione della fiducia nell’Azerbaigian da parte della comunità internazionale, e nei prossimi giorni, il segretario generale delle Nazioni Unite dovrebbe informare ufficialmente gli Stati membri. La Repubblica dell’Azerbaigian è aperta alla cooperazione con tutti gli Stati membri per determinare il formato e le modalità per l’organizzazione della sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sul controllo pandemico a livello di capi di Stato e di governo nel formato di videoconferenza, in modo da massimizzarne i risultati per una sempre più efficace lotta contro la pandemia in corso, che necessita di una risposta condivisa e globale.

L’italianità della “generazione saltata” – Italians in Argentina, Developments

di emigrazione e di matrimoni

L’italianità della “generazione saltata”

L’arrivo della quarantena causata dalla pandemia del covid-19 non è riuscita ad arrestare l’attività italiana in Argentina, specialmente dopo un 2019 dalla dinamica complessa e vertiginosa.

Siamo stati molto lieti di ricevere questo articolo di Paolo Cinarelli in Argentina. Recentemente abbiamo scambiato messaggi regolarmente e abbiamo anche fatto una chat via Skype durante la quale ha spiegato molti aspetti degli italiani in Argentina che non solo non sapevo ma mi hanno lasciato stupito perché hanno rivelato una profondità alla loro storia che noi in Italia non conosciamo.

Vogliamo far conoscere questa storia, non solo in Italia ma anche in tutte le altre comunità italiane nel mondo e speriamo che questo sia l’inizio di una lunga e prospera collaborazione tra lui e il giornale.

Allo stesso tempo, invitiamo i nostri lettori a inviare le loro storie e articoli, non solo dall’Argentina ma da tutti i paesi perché noi di Thedailycases.com non abbiamo il minimo dubbio che la storia degli italiani nel mondo sia molto più grande e affascinante di ciò che molti pensano e invitiamo i nostri lettori a inviarli a: [email protected]

Gianni Pezzano

L’arrivo della quarantena causata dalla pandemia del covid-19 non è riuscita ad arrestare l’attività italiana in Argentina, specialmente dopo un 2019 dalla dinamica complessa e vertiginosa. Se ci soffermiamo soprattutto nel secondo semestre dell’anno scorso, abbiamo almeno tre elementi che in quantità e in qualità hanno visto affermarsi la collettività italiana in Argentina come la più grande al mondo.

Così in ordine cronologico abbiamo:
1) l’83esimo Congresso mondiale della Società Dante Alighieri tenutosi a Buenos Aires dal 18 al 20 luglio 2019, primo nella storia a celebrarsi fuori dall’Italia;

poi l’annuncio che
2) gli iscritti AIRE hanno superato il milione di cittadini italiani residenti in Argentina;

e, infine
3) il 18° congresso della Federazione delle Associazioni Italiane in Argentina tenutosi a Mar del Plata il 12 e 13 ottobre.

L’ esplosione demografica di cittadini italiani residenti in Argentina segue una dinamica a sé e non trova spiegazione nell’esigua nuova migrazione d’italiani registrata tra i due primi decenni del secolo XXI, bensì nelle richieste di cittadinanza italiana da parte di cittadini argentini di ceppo italiano che crescono esponenzialmente dalla crisi argentina del 2001. “Se gli argentini in grado di fare richiesta di cittadinanza italiana si dovessero mettere in fila arriverebbero fino a Ushuaia” aveva detto l’allora l’ambasciatore Nigido.

Come si spiega allora la corsa alla cittadinanza italiana? Almeno tre motivi spuntano da soli:

1) La crisi dell’Argentina, prima politica fino alla metà degli anni ’80, divenuta poi crisi economica;

2) la condizione di cittadino italiano in possesso di passaporto UE permette possibilità di viaggio e condizioni di residenza in paesi occidentali che non si hanno con un passaporto locale;

3) il fenomeno della seconda generazione.

Lo scenario attuale di richieste di cittadinanza italiana da parte di cittadini argentini post crisi 2001 era prevedibile secondo quanto si era già visto appena dieci anni prima con l’esplosione di richieste dovuta alla crisi economica dell’ “hiperinflación” nel 1989. Andando indietro nel tempo, ma neanche tanto, le prime richieste di cittadinanza datano dall’epoca dell’ultima dittatura militare argentina tra gli anni ‘70 e gli ’80, quando avere un passaporto italiano apriva lo spiraglio per una partenza che poteva significare una garanzia di vita. Nel 2014 l’introduzione della tassa di 300 euro per ogni pratica di richiesta di  cittadinanza presentata all’estero ha contenuto le richieste per nemmeno un mese, dopo è arrivata una nuova esplosione.

Chi invece vive in Italia non bada a questioni che sembrano scontate, varcare la frontiera non richiede altro documento che la Carta d’Identità, e il Passaporto si deve fare solo per i destini extra UE, visto agevolato in alcuni casi e per gli USA un semplice formulario online. Il passaporto blu è vantaggioso nel caso di viaggi in Russia e per i paesi arabi ma quello comunitario è il più ambito da una popolazione dinamica e qualificata, che punta decisamente all’occidente.

Il terzo motivo è spiegato dal fenomeno della seconda generazione ovvero la “generazione saltata”, per cui i nipoti s’identificano emotivamente con la figura dei nonni, che spesso sono quegli immigrati da cui ereditano la cittadinanza. L’elemento emotivo si spiega nel vincolo di complicità che unisce nonni e i nipoti in contrapposizione al ruolo dell’autorità svolto dai genitori. Questa dinamica affettiva riscatta la figura del migrante che spesso era sminuita in passato e ora invece viene valorizzata. Rivendicare l’origine dell’antenato umile ma lavoratore, che ha varcato l’oceano, non è più un motivo di vergogna ma di orgoglio.

 

di emigrazione e di matrimoni

 Italians in Argentina, Developments

The arrival of the lockdown caused by the covid-19 pandemic did not stop Italian activity in Argentina, especially after a dynamically complex and frenetic 2019

We were very pleased to receive this article by Paolo Cinarelli in Argentina. Recently we have been swapping messages regularly and we also had a chat via Skype during which he explained many aspects of the Italians in Argentina that not only I did not know but they left me amazed because they revealed a depth to their history that we in Italy do not know.

We want to make this history known, not only in Italy but also in all the other Italian communities around the world and we hope that this will be the start of a long and prosperous collaboration between him and the paper.

At the same time we invite our readers to send in their stories and articles, not only from Argentina but from all the countries because we of the Thedailycases.com do not have the slightest doubt that the history of the Italians around the world is much greater and fascinating that what many think and we invite our readers to send them to: [email protected]

Gianni Pezzano

Italians in Argentina, Developments

Paolo Cinarelli

The arrival of the lockdown caused by the covid-19 pandemic did not stop Italian activity in Argentina, especially after a dynamically complex and frenetic 2019. If we stop to consider the second half of last year, we had at least three elements that in quantity and quality saw the Italian collective in Argentina establish itself as the biggest in the world.

And so, in chronological order we had:

The 83rd World Congress of the Dante Alighieri Society held in Buenos Aires from July 18 to 20, 2019, the first to be held outside Italy and then;

The people registered in the AIRE (the Register of Italians Resident Overseas in each consular zone) exceeded one million Italian citizens resident in Argentina, and finally;

The 18th Congress of the Federation of Italian Associations in Argentina held in Mar del Plata on October 12 and 13.

The demographic explosion of Italian citizens resident in Argentina follows its own dynamics and cannot be explained by the low level of new Italian migration recorded in the first two decades of the 21st century but instead is explained by the requests for Italian citizenship by Argentinean citizens of Italian origin that has grown exponentially since the 2001 crisis in Argentina. “If the Argentinians able to request Italian citizenship were to form a queue they would reach Ushuaia,” stated then Ambassador Nigido.

So, how do we explain this race for Italian citizenship? At least three reasons pop up on their own:

1) The crisis in Argentina, the first political up to the mid-1980s which then became a financial crisis;

2) The condition of Italian citizen possessing an EU passport allows the possibility to travel and take up residency in Western countries to those without a local passport;

3) The phenomenon of the second generation.

The current scenario of requests for Italian citizenship by Argentinean citizens post 2001 was predictable according to what we had already seen barely ten years before with the explosion of requests due to the “hiperinflación” financial crisis in 1989. Going back in time, and not far back, the first requests for citizenship date back to the period of the last military dictatorship in Argentina between the ‘70s and ‘80s when having an Italian passport opened the door for a departure that could have meant saving your life. The introduction of the 300 Euro tax in 2014 for every application for Italian citizenship presented overseas limited the requests for less than a month and then a new explosion came.

Those who instead live in Italy do not pay attention to matters that seem obvious because crossing the border only requires an identity card and you have to have a passport only for destinations outside the EU, there is easy access to a visa for some countries and there is a simple online form for the USA. The blue Argentinean passport has advantages in the case of trips to Russia and for some Arab countries but the EU passport is more sought after by a dynamic and trained population that definitely aims at the West.

The third reason is explained by the phenomenon of the second generation, in other words, the “skipped generation”, for the grandchildren who identify themselves emotionally with the grandparents who are often the migrants from whom they inherited the citizenship. The emotional element is explained by the bond of complicity that united the grandparents and grandchildren as opposed to the authoritative role held by the parents. This emotional dynamic redeems the figure of the migrant who was often belittled in the past but now is valued. Laying claim to the origin of the humble but hardworking forefather who crossed the ocean is no longer a reason for shame but for pride.

Bielorussia: la repressione elettorale dell’ultimo dittatore d’Europa

È iniziata la battaglia elettorale per la presidenza della Bielorussia, che già denuncia tutta la debolezza morale del leader e attuale candidato alla più alta carica del paese, Alexander Lukashenko.

La sostituzione dei membri del Governo, l’intensificazione del blocco forte, gli arresti degli oppositori di spicco, l’uscita sulla scena internazionale tra Washington, Bruxelles e Mosca, ha spinto Alexander Lukashenko a passi estremi, per cui sta perdendo la fiducia della gente.

Il rinnovo di Governo, ancora una volta, mostra come Lukashenko si rivolga all’occidente provando a giocare secondo le regole democratiche europee, ma questo non convince i politici di Bruxelles.

Lukashenko ha lasciato Ministro del Governo per gli Affari Esteri Vladimir Makeii, nella speranza che, il suo legame con i gay, possa aiutarlo ad ottenere il consenso di Washington e Bruxelles alla sua rielezione.

Nel frattempo nuove nomine hanno mostrato, che Lukashenko sta ancora mantenendo il controllo dello Stato, ma non nel senso di riforma nazionale economica e democratica.

Lukashenko persevera con l’installazione, nel suo governo, di nuove figure chiave dell’apparato, ma in realtà non ha cambiato l’equilibrio dei pesi e contrappesi fra le fazioni rivali all’interno del suo cerchio magico.

Lo scontro tra Vladimir Makeii e Viktor Sheimanom nonostante quest’ultimo sia uscito dalla gestione manageriale del Presidente, di fatto rimane nel suo ruolo.

Nel nuovo governo di Roman Golovchenko restano anche persone legate a Viktor Sheimanom, da sempre sostenitore di Lukashenko e ufficioso curatore degli organi del potere del paese.

Gli eperti della Bielorussia suggeriscono che fuori dall’apparato del Presidente, Sheimanom sarà più facilitato a controllare i candidati di opposizione al Presidente.

Un aiuto a Sheiman lo darà il nuovo Ministro dell’Informazione Igor Lyzkovo il quale, in una precedente dichiarazione, affermava che la missione del Ministro, sarebbe stata quella di correggere l’azione della stampa (SMI) per rendere più chiara la politica statale, filtrando tutte le informazioni potenzialmente dannose alla popolazione.

Ancora un passo del “padrino“, per indebolire la coesione all’interno dell’opposizione, e in particolare nelle tensioni per i servizi della politica sociale, blocco forte della Bielorussia.

Ma la repressione fra gli oppositori serve solo a coalizzare gli ultimi rimasti, che stringendo i ranghi contro l’ultimo dittatore d’Europa, causano azioni di protesta e abbassano il già malconcio rating di Alexander Lukashenko.

L’arresto di Serghei Tikanoscovo e Svetlana Kuprianova, membri dei gruppi d’iniziativa a sostegno della candidata a presidente Viktora Babarika, le perquisizioni e l’arresto dell’ex impiegato e collaboratore di «Belgazaprombanka», figlia della russa «Gazprom», mostrano quanto sia forte la macchina della repressione, e come Lukashenko non voglia in nessun modo «mollare la poltrona».

Viktora Babarika in attesa del proprio arresto, in un’intervista a DW ha dichiarato:

«Noi siamo consapevoli che l’arbitrio e l’azione abusiva che vengono commesse in questo momento, da chi rappresenta l’autorità, dicono che attendere l’azione nel quadro normativo della legge non serve. Noi continuiamo e continueremo l’azione affinchè il 9 agosto il popolo della Bielorussia avrà fatto la sua scelta».

Lukashenko sospetta che la campagna elettorale del Babarika sia finanziata dal Kremlino.

Un tale candidato diventa un serio rivale al posto di Presidente del paese e in più il rating di Viktora Babarika cresce e le azioni in suo aiuto si stanno espandendo in tutta la Bielorussia.

Nel frattempo, gli esperti del blocco dell’est sostengono che Mosca, nella scelta dei candidati per la Bielorussia, si comporti in modo estremamente attento.

Iorg Forbig, esperto occidentale di Eurozona e della fondazione tedesca Marsha, sostiene che un aiuto aperto, a un qualsiasi candidato nelle elezioni del paese, potrebbe essere controproducente e potrebbe portare alla mobilitazione della parte avversa.

Il rappresentante ufficiale di MID FEG, Maria Adebar, ha espresso l’augurio che le elezioni in Bielorussia possano essere trasparenti, eque e con la partecipazione di candidati indipendenti.

La tenace volontà di Alexander Lukashenko a «non mollare la poltrona», lo sta portando solo ad atteggiamenti repressivi verso oppositori e candidati indipendenti alla più alta carica dello Stato, che, insieme alla sua voglia di giocare alla democrazia con Bruxelles, potrà portare «il padrino» a stringersi tra due mostri: Silla e Cariddi ma lui, non essendo Ulisse, dovrà scegliere a chi sacrificarsi.

A cura del Comitato per Libere Elezioni

La Sicilia che non Ricordiamo – The Sicily we do not remember

di emigrazione e di matrimoni

La Sicilia che non Ricordiamo

Mentre scrivevo il mio ultimo articolo (Emigrati, Spose e Tradizioni – Migrants, Brides and Traditions) mi è arrivato un messaggio  riguardo un documentario che trattava alcuni dei temi dell’articolo.

L’anteprima sotto era l’assaggio di un film che credo fermamente debba essere visto non solo in Italia, ma anche all’estero tra le nostre comunità sparse per il mondo, e non solo quelle siciliane.

Quel che si vede nel film colpisce non per la semplicità e anche profondità delle testimonianze, molte tramandate da generazione in generazione, ma perché i temi sono sempre attuali e, in un caso, occupa persino le prime pagine dei giornali italiani in questi giorni.

Perciò, diamo un’occhiata a un film che sarà presentato in importanti mostre cinematografiche e che auguriamo avrà i riconoscimenti che merita.

Sicilia

Il film documentario “MACCARUNI – Siciliani in Tunisia” del regista Massimo Ferrara con il progetto editoriale di Isabella La Bruna e Antonio Farruggia, che svolge anche un ruolo attoriale importante nel film, ci racconta la Storia della comunità siciliana in Tunisia partendo dalla fine del ‘800.

Il film fa capire benissimo che la Storia non è semplicemente un elenco di date e luoghi, ma composta da uomini e donne che vivono esperienze vere e che hanno dato contributi buoni e cattivi alle loro comunità. I nipoti e pronipoti degli emigrati raccontano come e soprattutto perché i loro avi hanno dovuto lasciare la Sicilia per l’altra parte del Mediterraneo, come anche la loro vita nel nuovo paese.

Non vogliamo raccontare dettagli che devono essere espressi dai diretti interessati, ma queste testimonianze colpiscono perché ci raccontano realtà nella Sicilia d’allora che molti in Italia non ricordano più. Tristemente, molte di queste esperienze che sentiamo non si limitavano solo alla Sicilia, infatti non abbiamo dubbi che erano ripetute anche in altre regioni meridionali, a partire dalla Calabria.

Un film del genere è importante per i discendenti dei nostri emigrati perché in molti casi non hanno mai saputo, tanto meno capito, i motivi dell’emigrazione dei loro genitori e nonni. È facile parlare di cercare lavoro come dice il luogo comune, ma non sempre questo era il fattore principale che ha costretto gente a lasciare il paese di nascita.

Oggigiorno i discendenti fanno il viaggio nei paesi dei nonni e scoprono luoghi che ora sono centri balneari e turistici, magari anche centri industriali, come Termini Imerese nominato nel film con la sua fabbrica FIAT, e quindi non riescono a capire il motivo dell’emigrazione degli avi.

Con le testimonianze del film molti di questi misteri vengono svelati, e in alcuni casi la verità è scomoda per i loro discendenti. Ma il film non fa solo questo.

Giornali

Inoltre, il film mostra articoli di giornali locali che fanno vedere un aspetto della vita degli immigrati che esiste ovunque siano, senza eccezione.

I nuovi residenti nel paese non sono mai visti di buon occhio da una parte della popolazione autoctona e quindi i giornali, e oggigiorno la televisione e i social, riflettono i timori e sospetti verso quelli che parlano altre lingue, hanno pelle di un altro colore, oppure praticano un’altra religione.

Le testimonianze dei discendenti ci fanno vedere lo sviluppo della loro comunità, e il fatto che alcune delle testimonianze siano in francese fa capire anche che i discendenti dopo la prima generazione nata all’estero quasi sempre perde la capacità di parlare la lingua che li definisce come italiani o siciliani in questo caso. Basta pensare, che in Brasile il Talian, una versione del dialetto veneto di molti degli emigrati italiani nel paese, è ora una lingua ufficiale del paese per capire meglio questo fenomeno.

Colonialismo

Uno degli aspetti più interessanti del documentario è sentire le testimonianze di cosa voleva dire essere dalla parte “sbagliata” del colonialismo. La Tunisia all’epoca era una colonia francese e quindi gli immigrati siciliani hanno sentito direttamente le differenze di trattamento tra i colonizzatori e gli altri residenti del paese, i tunisini nativi e le altre comunità presenti.

I francesi in Tunisia avevano dei vantaggi impensabili al mondo d’oggi e queste testimonianze mettono in un’altra luce un dibattito attuale in Italia legato proprio al colonialismo.

Senza entrare nel caso italiano specifico, le testimonianze fanno capire i “privilegi” dei colonizzatori che non sempre erano in termini economici. Senza eccezione, i colonizzatori si consideravano “superiori” alle comunità native e una lettura di libri dell’epoca dei poteri coloniali riflette questo atteggiamento. Oggigiorno molti vorrebbero, giustamente, correggere gli errori e anche gli orrori del passato, ma non basta puntare il dito su individui per espiare quel che i poteri coloniali hanno compiuto nei territori controllati da loro.

Se davvero vogliamo espiare le colpe del colonialismo bisogna riconoscere che questi comportamenti erano generali e sistematici e spesso con il consenso, tacito e non, delle autorità coloniali, quindi dei governi dei poteri coloniali. Se davvero vogliamo fare espiazione per quel che è successo nelle colonie non si deve in modo quasi ingenuo puntare il dito contro individui, magari anche quei pochi che hanno riconosciuto e raccontato la verità dell’epoca, ma l’espiazione deve venire dagli Stati stessi che dovrebbero riconoscere ufficialmente questi fatti e chiedere perdono per quel che fu fatto sotto le bandiere dei poteri coloniali…

E questo è solo uno dei pensieri che il film/documentario ha suscitato mentre lo guardavo.

Destino

La Storia, e un documentario è una forma di Storia, ci fa vedere e capire il passato che ha determinato il mondo in cui viviamo oggigiorno. Le testimonianze, le immagini e le voci ci fanno rivivere una comunità importante che alla fine, come anche la comunità italiana in Libia qualche anno dopo, non ha avuto un destino felice.

Alla fine, chi è scappato dalla Sicilia per i vari motivi raccontati, chi ha voluto ricominciare daccapo all’estero, si è trovato con una sola scelta che l’ha obbligato a tornare in Italia, e non tutti in Sicilia.

Ferrara, La Bruna e Farruggia hanno fatto un lavoro davvero eccellente nel presentarci un mondo che l‘Italia non ricorda più, a parte ovviamente i diretti interessati e i loro discendenti. Inoltre, dimostrano come certi temi sono universali ed eterni e che li rivediamo sotto spoglie diverse anche nel corso delle nostre vite brevi.

Film del genere sono importanti e dobbiamo non solo augurare successo per questo film, ma dobbiamo, come comunità italiana in tutto il mondo, incoraggiare altri in tutti i paesi dove ci sono comunità italiane a fare film documentari, ricerche e altri progetti per documentare e mostrare le moltissime facce dell’emigrazione che abbiamo dimenticato, oppure, peggio ancora, non abbiamo mai saputo.

Per questo motivo, il prossimo articolo della rubrica sarà scritto proprio da Antonio Farruggia che ci racconterà una Storia breve dei siciliani in Tunisia. Un capitolo della Storia d’Italia.

Errata corrige: per errore è stato ommesso, il nome di Giommi Alessandra per il contributo nella ricerca delle fonti

Come sempre invitiamo i nostri lettori a inviare le loro storie delle esperienze da emigrati o figli e discendenti di emigrati italiani. Inviate le vostre storie a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

The Sicily we do not remember

As I wrote my latest article (Emigrati, Spose e Tradizioni – Migrants, Brides and Traditions) I received a message concerning a documentary that dealt with themes contained in the article.

The trailers below are a taste of a film that I strongly believe must be seen not only in Italy but also overseas amongst our communities spread around the world and not only the Sicilian communities.

What we see in the film is striking not only for the simplicity and the depth of the testimonies, many passed on from generation to generation, but because the themes are always current and in one case has even filled the front pages of Italian newspapers in recent days.

Therefore, let us take a look at a film that will be screened at major film exhibitions and that we hope will receive the awards it deserves.

Sicily

The documentary film “MACCARUNI – Siciliani in Tunisia” (Sicilians in Tunisia) by director Massimo Ferrara with the editorial project by Isabella La Bruna and Antonio Farruggia, who also plays a major role in the film, tells us the history of the Sicilian community in Tunisia starting from the end of the 1800s.

The film lets us understand very well that history is not simply a list of dates and places but is made up of men and women who live real experiences and who gave good and bad contributions to our community. The grandchildren and great grandchildren of the migrants tell how, and above all why, their ancestors had to leave Sicily for the other side of the Mediterranean, as well as their lives in the new country.

We do not want to describe details that must be told by the people directly concerned but these testimonies are striking because they tell us of realities in the Sicily of the time that many in Italy no longer remember. Sadly, many of the experiences that we hear were not limited only to Sicily, in fact we have no doubts that they were repeated also in other southern regions, starting with Calabria.

A film such as this is important for the descendants of our migrants because in many cases they never knew, much less understood, the reason for the migration of their parents or grandparents. It is easy to talk about work as the cliché tells us but this was not always the main factor that forced people to leave their country of birth.

Today the descendants travel to the towns of their grandparents and they discover places that are now seaside and tourism resorts, or maybe industrial hubs such as Termini Imerese that is mentioned in the film with its FIAT factory, and they do not understand the reason for their ancestors’ migration.

The mysteries are unveiled by the testimonies and in some cases the truth is troubling for their descendants. But the film does not do just this.

Newspapers

The film also shows articles from local newspapers which let us see an aspect of the lives of immigrants that exist wherever they are, without exception.

The country’s new residents are not viewed highly by part of the native population and therefore the newspapers, and today television and the social media, reflect the fears and suspicions directed at those who speak other languages, have skin of a different colour or practice another religion.

The testimonies by the descendants let us see the development of their community and the fact that some of the testimonies are in French also lets us understand that the descendants after the first generation born overseas almost always lose the capacity to speak the language that defines them as Italians or Sicilians in this case. In order to understand this better, we only have to think that in Brazil “Talian”, a version of the Venetian dialect of many of the Italian migrants to the country, is now an official language of the country

Colonialism

One of the most interesting aspects of the documentary was to listen to the testimony of what it meant to be on the “wrong side” of colonialism. At the time Tunisia was a French colony and therefore the Sicilian migrants directly felt the differences in treatment between the colonialists and the other residents of the country, the native Tunisians and the other communities present.

The French in Tunisia had advantages that are unthinkable in today’s world and these testimonies put another light on a current debate that is linked to its own period of colonialism.

Without entering into the specific Italian case, the testimonies let us understand that the “privileges” of the colonizers were not always in economic terms. Without exception, the colonizers considered themselves “superior” to the native community and a reading of the books of the colonial powers of the time reflects this attitude. 

Many people today would rightly like to correct these mistakes and also the horrors of the past but it is not enough to point the finger at individuals to atone for what the colonial powers did in the territories they controlled.

If we truly want to atone for the faults of colonialism, we have to recognize that these behaviours were general and systematic and often with the consent, tacit or otherwise, of the colonial authorities, therefore of the governments of the colonial powers. If we truly want to atone for what happened in the colonies we must not almost naively point the finger at individuals, maybe even those few who recognized and told the truth of the time, but the atonement must come from the states themselves that must officially recognize these facts and ask forgiveness for what was done under the flags of the colonials powers…

And this is only one of the thoughts that the film/documentary raised as I watched it.

Destiny

History, and a documentary is a form of history, lets us see and understand the past that shaped the world in which we live today. The testimonies, the images and the voices let us relive an important community which in the end, just like the Italian community in Libya a few years later, did not have a happy fate.

In the end, those who ran away from Sicily for the various reasons told and those who wanted to start from scratch overseas found themselves with only one choice that forced them to return to Italy and not all of them in Sicily.

Ferrara, La Bruna and Farrugia did a truly excellent job in presenting a world that Italy no longer remembers, obviously besides those directly involved and their descendants. Furthermore, they show how certain themes are universal and eternal and that we see them more than once under different guises even over the course of our brief lives.

Films such as these are important and we must not only wish this film success but we must, as a worldwide Italian community, encourage others in all the countries where there are Italian communities to make documentaries, carry out research and other projects to document and show the innumerable faces of emigration that we have forgotten or, worse still, have never known.

For this reason, the next article in the column will be written by Antonio Farruggia who will tell us a brief history of the Sicilians in Tunisia.  A chapter of Italy’s history.

Correction: due to an error we omitted the name of Giommi Alessandra for her contribution to the research for the sources

As always, we invite our readers to send in their stories of experiences as migrants or descendants of Italian migrants. Send your stories to: [email protected]

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