26 Luglio 1963 Berlino John Fitzgerald Kennedy – 29 Agosto 2020 Robert F. Kennedy Junior

L’isola che non c’è, milioni di persone ignorate dai professionisti dell’informazione.

di Paolo Buralli Manfredi   e Giuseppe Cossari (CTIM Australia)

Correva l’anno 1963 e Berlino durante la guerra fredda era il centro del mondo dove si combatteva per la Democrazia e dove le libertà di una parte della Germania, che si riunì nel 1989 con la caduta del muro di Berlino Est, erano compresse da una dittatura, quella comunista, che non faceva sconti a coloro che sognavano e cercavano la Libertà che era a pochi passi: “aldilà di quel maledetto muro!”.

E se pur con differenze importanti, anche in questo giorno, Berlino ritorna ad essere il centro del mondo, quel mondo che non ci sta alle privazioni delle Libertà e che si ribella al tentativo di sottomissione condotto tramite una dittatura sanitaria priva di prove scientifiche reali e le parole di John Fitzgerald Kennedy riportate qui sotto, con qualche correzione, potrebbero ben adattarsi a ciò che il mondo sta vivendo da otto mesi grazie al coronavirus 8+1 che sta privando le Libertà personali della quasi totalità delle popolazioni del Pianeta.

John Fitzgerald Kennedy 26 Luglio 1963 Berlino

“Sono orgoglioso di venire in questa città ospite del vostro onorevole sindaco, che ha simboleggiato per il mondo lo spirito combattivo di Berlino Ovest. E sono orgoglioso sono di visitare la Repubblica Federale con il vostro onorevole Cancelliere che da così tanti anni guida la Germania nella democrazia, nella libertà e nel progresso, e di essere qui in compagnia del mio concittadino americano Generale Clay che è stato in questa città durante i suoi momenti di crisi, e vi tornerà ancora, se ce ne sarà bisogno.
Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire “civis Romanus sum” Oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire “Ich bin ein Berliner.” ( io sono Berlinese).
Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista. Che vengano a Berlino. 
Ce ne sono alcune che dicono che dicono che il comunismo è l’onda del progresso. Che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti. Che vengano a Berlino. 
E ce ne sono anche certe che dicono che sì il comunismo è un sistema malvagio, ma permette progressi economici. Lass’ sie nach Berlin kommen. (lasciateli venire a Berlino)
La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri, per impedir loro di lasciarci. Voglio dire a nome dei miei compatrioti che vivono a molte miglia da qua dall’altra parte dell’Atlantico, che sono distanti da voi, che sono orgogliosi di poter dividere con voi la storia degli ultimi 18 anni. Non conosco nessun paese, nessuna città, che è stata assediata per 18 anni e ancora vive con vitalità e forza, e speranza e determinazione come la città di Berlino Ovest. 
Mentre il muro è la più grande e vivida dimostrazione dei fallimenti del sistema comunista tutto il mondo lo può vedere ma questo non ci rende felici; esso è, come il vostro sindaco ha detto, è una offesa non solo contro la storia, ma contro l’umanità, separa famiglie, divide i mariti dalle mogli, ed i fratelli dalle sorelle, divide un popolo che vorrebbe stare insieme. 
Quello che è vero per questa città è vero per la Germania: una pace reale e duratura non potrà mai essere assicurata all’Europa finché ad un quarto della Germania è negato il diritto elementare dell’uomo libero: prendere una decisione libera. In 18 anni di pace e benessere questa generazione di tedeschi ha guadagnato il diritto ad essere libera, incluso il diritto di unire le famiglie, a mantenere la propria nazione in pace, in buoni rapporti con tutti.” 
Voi vivete in una isola difesa di libertà, ma la vostra vita è parte della collettività. Consentitemi di chiedervi, come amico, di alzare i vostri occhi oltre i pericoli di oggi, verso le speranze di domani, oltre la libertà della sola città di Berlino, o della vostra Germania, per promuovere la libertà ovunque, oltre il muro per un giorno di pace e giustizia, oltre voi stessi e noi stessi per tutta l’umanità. 
La libertà è indivisibile e quando un solo uomo è reso schiavo, nessuno è libero. Quando tutti saranno liberi, allora immaginiamo, possiamo vedere quel giorno quando questa città come una sola e questo paese, come il grande continente europeo, sarà in un mondo in pace e pieno di speranza. Quando quel giorno finalmente arriverà, e arriverà, la gente di Berlino Ovest sarà orgogliosa del fatto di essere stata al fronte per quasi due decenni. 
Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire “Ich bin ein Berliner” (io sono Berlinese).”

E come allora oggi ritroviamo a Berlino un altro Kennedy, Robert, il nipote di JFK proprio nella stessa città e proprio a difendere i diritti per le Libertà personali, di seguito il suo intervento tradotto da byoblu che ringraziamo:

IL DISCORSO DI KENNEDY A BERLINO, CHE GIORNALI E TV NON VI HANNO FATTO VEDERE

Chiudiamo questo nostra riflessione, ricordando a noi stessi ed agli altri, che le Libertà personali, il più delle volte, non vengono tolte da un giorno all’altro ma vengono iniettate con pazienza e perseveranza in piccole dosi dai governi che guidati ormai dalle Big Industry si sono dimenticati che governare vuol dire servire il Popolo e non le industrie.

Rimaniamo anche sconcertati dal fatto che nessuna forza politica abbia commentato quanto successo a Berlino e che, non ci stancheremo mai di ripetere, chi dovrebbe per missione informare i governati, continua ad essere servo dei governanti.

Cos’è la Cultura e a cosa serve? – What is Culture and what is it for?

di emigrazione e di matrimoni

Cos’è la Cultura e a cosa serve? 

La nostra Cultura è tutto ciò che succede nel nostro paese e non solo gli aspetti che pensiamo quando apriamo la pagina Cultura dei giornali. 

Si parla spesso della Cultura, però quante volte ci chiediamo, cos’è la Cultura e a cosa serve? La risposta è semplice e disarmante, però ci consente di capire non solo che la Cultura non è un bagaglio di pochi prescelti, e che pensare alla Cultura in questo modo limita il potenziale enorme della nostra Cultura a favore di tutta la popolazione. Ci sarebbe una terza parte di questa domanda, però la tratteremo sotto nell’ultima parte dell’articolo. 

La risposta alla prima parte della domanda semplice è altrettanto semplice, in effetti la nostra Cultura è tutto ciò che succede nel nostro paese e non solo gli aspetti che pensiamo quando apriamo la pagina Cultura dei giornali. 

Alta e Bassa Cultura e il Provincialismo

Quando si parla della Cultura abbiamo il vizio di pensare solo alla cosiddetta Alta Cultura e quindi alla lirica, alle mostre d’Arte di Michelangelo, Caravaggio, Leonardo e Raffaello e gli altri grandi artisti della storia. Quando leghiamo la Cultura al Cinema pensiamo a Visconti, Fellini, Wertmuller, Leone, De Sica e Zeffirelli per poi dimenticare che il nostro paese ha prodotto moltissimi altri registi importanti come Monicelli, Germi, Risi, Magni e anche altri ormai dimenticati del tutto come Blasetti. 

Se prendiamo soltanto l’Arte pensiamo immediatamente agli Uffizi, la Cappella Sistina e le altre immagini che utilizziamo fin troppo spesso nelle promozioni internazionali come il David di Michelangelo, ma ignoriamo, nel senso più stretto del termine cioè non conosciamo, che l’Italia ha anche una grande tradizione di ceramica e città come Faenza, Caltagirone, Squillace, De Ruta e molte altre sono state e sono ancora centri importanti per la produzione di ceramica, artistica e commerciale. 

E così come dimentichiamo la ceramica, non ci ricordiamo che l’Italia ha anche moltissime altri aspetti di Cultura che formano quel che è senza dubbio il Patrimonio Culturale più grande del mondo, ma molti di questi hanno lo svantaggio di non appartenere all’Alta Cultura. 

Iniziamo dalla Cultura Contadina e la Cultura Popolare che sono alla base di feste e celebrazioni in tutti le città e i paesini italiani. Primavera, estate ed autunno in Italia non sarebbero gli stessi se non ci fossero queste manifestazioni che coinvolgono gran parte delle popolazioni locali, ma che spesso sono sconosciute fuori la provincia, tantomeno in altre regioni, oppure altri paesi. 

La Cultura comprende lo sport, dal professionale al dilettantesco. È facile pensare al calcio, pallacanestro e il rugby, ma aggiungiamo le moltissime maratone in tutto il paese, il canottaggio, l’atletica leggera, la lotta greco-romana, la ginnastica ed altri sport che hanno visto l’Italia vincere mondiali e medaglie d’oro olimpioniche. Inoltre, ci sono sport che sono solamente italiani come i pali medioevali e il tamburello che pochi all’estero conoscono. 

Purtroppo, come in tutti gli altri campi di attività in Italia, la Cultura soffre dal provincialismo che ha  due effetti importanti sulla promozione internazionale del nostro prodotto più prestigioso. Il primo è la tendenza di pensare che tutti sappiano quel che ci sia in una determinata città, però in moltissimi casi questo non è proprio vero. Un esempio è Palazzo Te a Mantova che è un sito UNESCO Patrimonio Mondiale,  ma pochi oltre i confini della zona, tantomeno all’estero, lo conoscono, insieme alle meraviglie delle sale dipinte da Giulio Romano. Il secondo effetto è ancora più dannoso,  l’incapacità di gruppi italiani di lavorare insieme, a qualsiasi livello nazionale e internazionale, per realizzare progetti con scopi utili per tutti.

Quindi, anche con questi pochissimi esempi cominciamo a capire che la varietà della nostra Cultura è molto più grande di quel che immaginiamo se ci limitiamo solo all’Alta Cultura. Anzi, facciamo un male a noi stessi a pensare in termini di “Alta” e “Bassa” Cultura, perché ogni suo aspetto è importante e per ragioni che spesso non riusciamo a riconoscere. 

Però, la nostra domanda iniziale era in due parti e dobbiamo rispondere anche alla seconda, e di nuovo la risposta è semplice e disarmante. 

 A cosa serve la Cultura? 

La Cultura serve ad arricchire la qualità della nostra vita. Al di là del valore economico,  spesso non esistono prezzi al valore delle opere d’Arte, la Cultura, sia Alta che Bassa, ci rende la vita più bella ed interessante. 

Nel vedere un’opera importante in una mostra, nel partecipare a una manifestazione di origini medioevali, nel partecipare a manifestazioni sportive come atleti o come pubblico, andando alle sagre e nelle feste popolari, aggiungiamo valore alla nostra vita. 

Il semplice fatto che l’Italia ha questa varietà enorme di manifestazioni culturali, di ogni genere, vuol dire che la nostra qualità di vita è molto più alta e ricca di moltissimi altri paesi. Purtroppo, abbiamo l’usanza di pensare che la Cultura non ha valore, sia economico che esoterico. 

E qui cominciamo a capire perché il paese con il più grande Patrimonio di Beni Culturali nel mondo sia soltanto la settima destinazione turistica nel mondo. 

Se moltissimi di noi che viviamo in questo Patrimonio non riconosciamo le ricchezze che ci circondo quotidianamente, come possiamo pretendere che gente negli altri paesi lo sappiano? 

Infatti, il fatto che non abbiamo il livello di turismo che meriteremmo per il valore della nostra Cultura è la prova che chi abita all’estero non riconosce l’importanza vera del nostro Patrimonio Culturale. 

Certo, alcuni centri hanno altissimi numeri di turisti stranieri ogni estate, però sono a Roma, Firenze e Venezia che sono sempre al centro delle nostre promozioni internazionali. Però, le Città d’Arte in Italia sono molte di più di tre, partiamo da Mantova, Ravenna, Urbino, Lecce, Orvieto, Ferrara, Reggio Calabria, Genova e molte altre. Tutti conoscono i de Medici che resero grande Firenze artisticamente, ma quanti fuori d’Italia conoscono i nomi dei d’Este, Gonzaga, Montefeltro, Malatesta, della Scala e le altre Signorie che furono i mecenati che permisero ai nostri grandi artisti di creare le loro opere? 

E qui dobbiamo riconoscere che se i turisti internazionali non conoscono questi nomi di persone e città di chi è la colpa se non la nostra? Le nostre promozioni sono limitate dal concetto dell’Alta Cultura che non ci permette di vedere che la nostra Cultura deve essere promossa anche insegnando queste cose all’estero e non in italiano, ma nelle lingue dei paesi dei turisti. 

E qui ci troviamo a quel che doveva essere la terza parte della domanda iniziale ed è il perno del nostro atteggiamento verso la nostra Cultura. 

A cos’altro serve la Cultura? 

Qualche anno fa in Italia un Ministro del Tesoro fece una battuta diventata tristemente celebre che riassume l’atteggiamento di troppi in Italia verso la nostra Cultura, “Con la Cultura non si mangia”. 

Basta vedere le cifre di di turisti ad altri paesi per capire che non solo ci si può mangiare con la Cultura, ma si mangia anche benissimo. E il paradosso di questo è che in molti luoghi dei paesi più visitati nel mondo, come i musei di Parigi e l’Hermitage a San Pietroburgo, le attrazioni più importanti sono di artisti italiani. 

Aumentare il numero di turisti in Italia con promozioni mirate per ogni aspetto della nostra Cultura, Alta e Bassa, avrebbe due esiti altrettanto importanti. Il primo è naturalmente quello di aumentare gli introiti che attualmente non sono al livello dei nostri prodotti in offerta, di ogni genere. 

I soldi spesi dal turista che viene in Italia per andare a vedere le città d’Arte valgono quanto quelli di chi verrebbe per vedere la ceramica, per partecipare a una maratona, per vedere i pali e le feste popolari in tutto il paese, oppure per godere le attrazioni più mondane delle spiagge e le discoteche, come quelle della Costa Adriatica della Romagna. Allora dobbiamo chiederci perché limitiamo le promozioni della nostra Cultura solo ad alcune facce dell’Alta Cultura? Questi soldi creano posti di lavoro importanti per il paese, soprattutto in vista di uscire dalla crisi sanitaria attuale. 

Infine, i soldi dei turisti di tutti i generi, sarebbero fondamentali anche per altri motivi essenziali. Da decenni non riusciamo a finanziare il restauro di importanti opere d’Arte e palazzi perché il governo nazionale dice sempre che non sono una priorità, oppure non ci sono i fondi. Aumentare il numero di turisti internazionali per vedere ogni aspetto della nostra Cultura vuol dire anche avere finalmente a disposizione entrate economiche per poter compiere questi lavori importantissimi, non solo per salvare opere che rischiano di essere perse per sempre, ma anche per fornire altre attrazioni nel futuro per attirare ancora più turisti nel paese. 

Quindi non solo abbiamo l’obbligo di riconoscere finalmente che la Cultura non è un peso per la nostra economia, anzi è un bene che potrebbe e dovrebbe essere una fonte di guadagno per tutto il paese, ma per fare ciò dobbiamo anche finalmente capire che la nostra Cultura non è soltanto l’Alta Cultura, ma ogni aspetto della nostra vita, perché l’Italia non è solo il luogo dove si trovano le Città d’Arte, infatti è davvero il Paese di Cultura per eccellenza. Abbiamo aspetti della Cultura da offrire per tutti i gusti e dobbiamo farlo capire al mondo, a partire da noi stessi. 

di emigrazione e di matrimoni

What is Culture and what is it for?

Our Culture is everything that happens in our country and not only the aspects that we think when we open the Culture page of the newspapers.

We often talk about Culture but how many times do we ask: what is Culture and what is it for? The answer is simple and disarming, however it allows us to understand not only that Culture is not only something for a select few, and thinking about Culture in this way limits the huge potential of our Culture in favour of all the population. There would be a third part to this question. However, we will deal with this below in the final part of the article.

The answer to the first part of this simple question is just as simple, in fact our Culture is everything that happens in our country and not only the aspects that we think when we open the Culture page of the newspapers.

High and Low Culture and Provincialism

When we talk about Culture we have the bad habit of thinking about the so-called High Culture and therefore of opera, art exhibitions of Michelangelo, Caravaggio, Leonardo and Raphael and the other great artists of history. When we link Culture to our cinema we think of Visconti, Fellini, Wertmuller, Leone, De Sica and Zeffirelli to then forget that our country has produced many other major directors such as Monicelli, Germi, Risi and Magni, as well as others who are now completely forgotten such as Blasetti.

If we consider only Art we immediately think about the Uffizi, the Sistine Chapel and other images that we use all too often in international promotions such as Michelangelo’s David but we ignore that Italy also has a great tradition in ceramics and cities such as Faenza, Caltagirone, Squillace, De Ruta and many others were and still are major centres for the production of artistic and commercial ceramics. 

And so, just like we forget ceramics, we do not remember that Italy also has many other aspects of Culture that form what is without doubt the world’s greatest Cultural Heritage but much of this has the disadvantage of not belonging to High Culture.

Let us start with Peasant Culture and Popular Culture which are the basis of the feasts and celebrations in all the cities and small towns in Italy. Spring, summer and autumn in Italy would not be the same without these events that involve a large part of the local populations but they are often unknown outside the province, much less in other regions or in other countries.

Culture includes sport, from the professionals to amateurs. It is easy to think about football, basketball and rugby but let us add the many marathons all over the country, rowing, athletics, Greco-Roman wrestling, gymnastics and other sports that have seen Italy win world championships and Olympic gold medals. Furthermore, there are sports that are solely Italian such as the medieval palio and tamburello that few people overseas know.

Unfortunately, as in many other fields of activity in Italy, Culture suffers from provincialism which has two important effects on the international promotion of our most prestigious product. The first is the tendency to think that everybody knows what there is in a certain cities but in many cases this is not at all the case, One example is Palazzo Te in Mantua which is a UNESCO World Heritage site but few outside the local boundaries, much less overseas, know it let alone the wonders of the rooms painted by Giuliano Romano. The second effect is even more damaging, the incapacity of Italian groups to work together, at any level nationally and internationally, to set up projects with aims that are useful for everybody.

Therefore, even with these very few examples we start to understand that the variety of our Culture is much greater than what we imagine if we limit ourselves to only High Culture. Indeed, we harm ourselves thinking in terms of “High” and “Low” Culture because every one of its aspects is important and for reasons we often fail to recognize.

However, our initial question was in two parts and we must also answer the second and once again the answer is simple and disarming.

  What is Culture for? 

Culture serves to enrich the quality of our lives. Beyond its economic value, often there is no price for the value of works of art, Culture, both High and Low, makes our lives more beautiful and interesting.

When we see a major work of art, when we take part in an event of medieval origin, when we participate in sporting events as athletes or the public, when we go to the sagre and other popular feasts we add value to our lives.

The simple fact that Italy has this enormous variety of cultural events, of all kinds, means that our quality of life is much higher and richer than many other countries. Unfortunately, we have the habit of thinking that Culture has no value, both economic and esoteric.

And here we start to understand why the country with the world’s greatest Cultural Heritage is only the world’s seventh tourist destination.

If so many of us who live in this Heritage do not recognize the riches that surround us every day how can we expect people in other countries to know?

In fact, the fact that we do not have the level of tourism that we deserve for the value of our Culture is the proof that those who live overseas do not recognize the true importance of our Cultural Heritage.

Of course, some centres have very high numbers of foreign tourists every summer but they are in Rome, Florence and Venice that are always in the centre of our international promotions. However, Italy’s Cities of Art are much more than three, let us start with Mantua, Ravenna, Urbino, Lecce, Orvieto, Ferrara, Reggio Calabria, Genoa and many others. Everyone knows the de Medici that made Florence great artistically but how many people outside Italy know the names of d’Este, Gonzaga, Montefeltro, Malatesta, della Scala and the other Lordships who were the patrons that allowed our great artists to create their works?

And here we must recognize that if international tourists do not know these people and cities whose fault is it if not ours? Our promotions are limited by the concept of High Culture that does not allow us to see that our Culture must be promoted by teaching these things overseas and not in Italian but in the languages of the tourists.

And now we find ourselves with what should have been the third part of the initial question and it is the linchpin of our attitude towards our Culture.

And what else is Culture for? 

A few years ago an Italian Treasurer made a comment that became sadly famous and sums up the attitude of too many in Italy towards our Culture, “You can’t eat with Culture”

You only have to see the numbers of tourists to other countries that not only can you eat with Culture but you also eat very well. And the paradox of this is that in many places in these most visited countries, such as the museums in Paris and the Hermitage in Saint Petersburg, the most important attractions are by Italian artists.

Increasing the number of tourists in Italy with targeted promotions for every aspect of our Culture, High and Low, would have two equally important outcomes. The first is naturally that of increasing revenue that currently is not at the level of our products on offer, of every kind.

The money spent by the tourist who comes to Italy to see the cities of Art is worth as much as that of those who would come to see the ceramics, to take part in a marathon, to see a palio and the popular feasts in all the country or to enjoy the more worldly attractions of the beaches and the discos, such as those of the Adriatic Coast of the Romagna. So, we must ask ourselves, why do we limit the promotions of our Culture only to some aspects of High Culture? This money creates jobs that are important for the country, especially in view of coming out of the current health crisis.

Finally, the money spent by tourists of all kinds would be essential also for other fundamental reasons. For decades now we have not been able to fund the restoration of major works of Art and buildings because the national government always says they are not a priority or there are no funds. Increasing the number of international tourists for every aspect of our Culture also means finally having financial income available to be able to carry out these very important works, not only to save major works that we risk losing forever but also to provide other attractions that would draw even more tourists to the country.

Therefore, not only do we have the obligation to finally recognize that Culture is not a burden on our economy. Indeed, it is an asset that could and should be a source of profit for all the country but in order to do so we must also finally understand that our Culture is not only High Culture but every aspect of our lives because Italy is not only where the Cities of Art are located. In fact Italy is truly the Country of Culture par excellence. We have aspects of Culture to offer for all tastes and we must make the world understand this, starting with ourselves.

Per fortuna abbiamo il Papa

Speriamo che anche questa volta Dio parli con il Santo Padre per convincere il mondo a lasciar stare i Bambini.

di Paolo Buralli Manfredi

È più di mezzo secolo che passeggio su questo meraviglioso Pianeta chiamato Terra e per fortuna i libri di storia mi hanno raccontato i più di duemila anni che, per ovvi motivi, non ho potuto vivere di persona e tutto sommato l’umanità ha sempre con qualche eccezione dato il meglio di se in quanto a barbarie, indecenze d’ogni genere, guerre e spargimenti di sangue molto spesso compiute in nome di qualche ideale di cui, in realtà, non importava a nessuno ma, nonostante tutto, si è sempre evoluta tant’è che a tratti ci ha regalato menti geniali e sopraffine che sono riusciti a cambiare il mondo in meglio.

Purtroppo però, nell’ultimo ventennio qualcosa sta cambiando e per la prima volta nella storia dell’umanità stiamo assistendo ad una vera e drammatica involuzione umana che inevitabilmente sta trasformando il Pianeta in un vero purgatorio ed inferno ed ahimè molto peggiore di come lo raccontò Dante Alighieri nella sua famosa e conosciuta in tutto il mondo Divina Commedia, come avrete ben capito sto parlando della spinta, che un sistema ormai perverso comandato da potentati che, poco alla volta,  si stanno palesando non nascondendo più le loro identità, sta dando gli ultimi colpi per abbattere un sistema valoriale che vuole sostituire per dare un via libera definitivo alla nascita di un nuovo mondo dove le perversioni umane non siano più un eccezione ma la normalità.

Ed in effetti se osserviamo attentamente i processi comunicativi e gli sdoganamenti delle immagini e dei messaggi pubblicitari che, una censura blanda avrebbe con fermezza stoppato, ci rendiamo conto che si sta perpetrando sotto i nostri occhi il più criminale dei piani messi in atto da coloro che gestiscono il potere, l’utilizzo dei Bambini come oggetto del desiderio, non vorrei dirla grossa ma, sembra che il nuovo pensiero universale abbia come obiettivo lo sdoganamento di pratiche indegne.

Ed a supporto di ciò che dico sono le immagini e l’utilizzo dei Bambini nelle pubblicità ed in quegli eventi che mi hanno disgustano parecchio, a partire dalla campagna pubblicitaria per promuovere la mostra di Venezia intitolata “Il Festival delle Donne” oppure la Bambina della pubblicità dell’Audi mentre mangia la banana, le Bambine in bikini e stivale al ginocchio alla mostra dell’auto di Wuhan in Cina od ancora il programma che dovrebbe andare in onda su Netflix film di Bimbi con atteggiamenti sessuali espliciti che ha scatenato una raccolta firme per protestare e annullare il programma qui sotto il link con il risultato della raccolta:

140,000 people sign petition to remove Netflix film which ‘sexualises children’

Società importanti come Amazon che vendono peluche per bimbi a forma di pene:

Cuscino in peluche a forma di pene, idea regalo divertente/erotica per donne, per compleanno, addio al nubilato o qualsiasi altra occasione

e ancora….https://m.facebook.com/groups/686748322168415?view=permalink&id=727217668121480&sfnsn=mo&extid=LjAZtgOOt6K3DAMZ .

 

Detto questo, Caro Papa Francesco, ho apprezzato che come capo spirituale della Religione Cattolica che, giustamente ha portato la parola di Dio ad un popolo, quello italiano, che non comprende la sofferenza dei migranti, ricordando allo stesso che: “È Dio che chiede di sbarcare”. Mi auguro dunque, che il buon Dio le parli ancora e le dica di parlare ai potenti del mondo per fermare questo scempio e ricordare a loro che se useranno i nostri Angeli, i Bambini, per alimentare i profitti delle loro fabbriche, l’ira di Dio si abbatterà su di loro.

Dall’Argentina alla Calabria: una Storia Personale in cerca dell’Identità – From Argentina to Calabria: a Personal Story in search of Identity

di emigrazione e di matrimoni

Dall’Argentina alla Calabria: una Storia Personale in cerca dell’Identità

Il nuovo articolo inviatoci da Paolo Cinarelli è un contributo importante al tema dell’identità personale dei discendenti degli emigrati trattato dalla trilogia di articoli conclusa qualche giorno fa.

Questa trilogia, iniziata con un altro articolo da Paolo, voleva dare qualche spunto sul tema che sta diventando più e più importante per moltissimi discendenti di emigrati italiani in giro per il mondo.

Parte 1: Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Parte 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

Parte 3: Io non sono (solo) Italiano – I am not (only) Italian

In questo articolo leggiamo la storia di una ragazza in Argentina che è andata in Italia per cercare le proprie origini e dunque la propria identità e patrimonio famigliare personale. Come lei ci sono milioni e milioni di figli e discendenti di emigrati italiani in tutti i paesi che sognano l’opportunità di fare lo stesso viaggio ai paesi d’origine dei nonni/genitori. Alcuni troveranno felicità, alcuni tristezza e anche scompiglio perché hanno scoperto segreti famigliari inattesi ed altri iniziano un percorso che durerà tutta la vita. In tutti questi casi, ciascuno tornerà al paese di nascita cambiato e non tutti troveranno le risposte che cercavano.

Non esiste una risposta precisa per chi si chiede se sia “italiano”, “americano/argentino, australiano, ecc., ecc.” come fanno molti nel corso della vita quando, per un motivo o l’altro, qualcun mette in dubbio l’appartenenza dell’individuo al paese di nascita, in modo particolare per la prima generazione nata nel nuovo paese di residenza, ma non solo.

Come abbiamo visto in questi articoli, i casi sono moltissimi, e anche se i temi da considerare sono uguali in tutti i paesi dove ci sono immigrati, i dettagli cambiano da paese e paese, spesso anche all’interno dello stesso paese, e quindi ogni storia raccontata è unica e ci dimostra che ogni soluzione è valida e ciascuno di noi deve prendere la decisione con cui si trova a suo agio.

Questo è uno dei motivi per cui chiediamo ai lettori di inviarci le loro storie. Non solo per raccontare esperienze uniche, ma anche per fare capire a chi ha paura di esprimere il proprio disagio nel paese di nascita, che non sono soli a sentire questa emozione e che hanno il diritto di domandarsi chi sono e di cercare la propria identità personale, anche se non sempre è quella che i genitori sognavano per loro, oppure quella che aspettavano quando hanno preso l’aereo per l’Italia.

Perciò, ripetiamo il nostro invito ai lettori. Inviate le vostre storie a: [email protected]

Dall’Argentina alla Calabria: una Storia Personale in cerca dell’Identità

di Paolo Cinarelli

L’argomento della trasmissione della cultura familiare attraverso il balzo generazionale da nonni a nipoti diventa un fenomeno sempre più ricorrente. Come spiega il prof. Franco Fiumara, il vincolo affettivo unisce le due generazioni sulla base del rapporto di complicità in contrapposizione al ruolo dell’autorità svolto dai genitori. Così, sulla linea di quanto già accennato in articolo precedente ( L’italianità della “generazione saltata” – Italians in Argentina, Developments ), si riscatta la figura del migrante che in passato spesso era sminuita e ora invece viene rivalorizzata. Rivendicare l’origine dell’antenato lavoratore e umile che ha varcato l’oceano, non è più un motivo di vergogna ma di orgoglio.

Amira Giudice, che è andata in Calabria poco più che ventenne a riscoprire la terra e le storie di vita del nonno Modesto deceduto poco prima, è l’esempio concreto di questo fenomeno. E’ ripartita da quel viaggio consapevole di avere trovato il suo posto nel mondo, ma anche con il progetto di diffondere una rete online che unisca i giovani discendenti di emigrati italiani in Sudamerica. Il suo esempio è una sintesi di un fenomeno che solo adesso si sta valutando concretamente e da origine a progetti che vogliono riscoprire le origini, come il turismo delle radici e i tanti progetti di ritorno, ma che in effetti sono la somma di tantissimi casi visti finora sempre come singoli.

Il sei agosto si è presentata nel programma radio “Il Postino Patagonico” della località di Villa Regina in occasione del lancio del sito itRionegro.it che rappresenta la sede più a sud di tutta la rete web di italiani.it.

“(…) Sono una italoargentina, nata a Buenos Aires. Sono italiana da parte di padre e il vincolo con la cultura italiana viene dai miei nonni. Da piccola mio nonno ci portava alle feste della Madonna della Quercia nella chiesa dei Migranti nella zona di La Boca, per cui da sempre sono stata in contatto con l’italianità delle tradizioni, le festività, le ricette che ci preparava il nonno in casa e tutto ciò di italiano che ci trasmetteva, compreso anche il dialetto che lo parlava spesso con i suoi paesani quando lo venivano a salutare o quando si incontravano in qualche festa. Siamo sempre stati molto in contatto con le tradizioni del cibo e del vino fatti in casa, la gastronomia e l’Italia in genere. Da piccola mi piaceva leggere le riviste che gli mandavano dall’Italia perché dalla Regione Calabria arrivavano gli almanacchi e le riviste piene di fotografie. Mio nonno le lasciava nella sala a portata di mano e io le guardavo e le leggevo quasi senza capirle.

Già dall’infanza ho assorbito la cultura italiana e soprattutto la cultura del paese di mio nonno, che è stato quello che più mi ha trasmesso e mi ha avvicinato all’Italia tanto a me come al resto della famiglia. Nel 2016 ho deciso di viaggiare per conoscere il paese dove era nato e da dove era partito, che si chiama Conflenti ed è anche il paese della Madonna che si festeggia qui a Buenos Aires l’ultima domenica di agosto. Lì ho scoperto le mie radici, ho riscoperto in ogni angolo del paese i luoghi dei suoi racconti e mentre camminavo ricostruivo pezzi di storie, ho conosciuto molti parenti e amici. E’ stata una esperienza bellissima, sono stata nel paese molte altre volte e lo porto nel cuore. La prima volta che sono stata a Conflenti ho sentito di avere trovato il mio posto nel mondo.

Lì ho trovato la gente di italiani.it perché Conflenti è la capitale del progetto e mi sono aggiunta alla redazione di itConflenti.it dove ho cominciato come redattrice. Successivamente lo abbiamo portato da questa parte dell’oceano e aprendo il portale itBuenosAires.it e dando il via alla diffusione della cultura italiana nel 2017.

Questo sogno di diffondere la cultura e rendere visibile l’attività delle istituzioni italiane si è espanso fino a costituire una grande rete in America Latina così come era stato fatto in Europa e nel resto del mondo. Abbiamo aggiunto diverse città, adesso fanno parte di questo progetto dodici città latinoamericane nelle cui redazioni ci sono gruppi di giovani che ci occupiamo di diffondere la cultura italiana, di raccontare storie, di diffondere eventi, stare in contatto con le associazioni, istituzioni e immigranti in genere che cercano di rendere visibili le loro attività e raccontare le loro storie. Sono supervisore e mi occupo di coordinare i lavori di tutte le redazioni di italiani.it in America Latina. Adesso siamo più di 60 redattori da questa parte del mondo che scrivono e hanno bisogno di una guida per elaborare e diffondere le loro note, perché da italiani.it è possibile accedere ai siti delle diverse città e ai loro articoli.

Tra i progetti a futuro abbiamo già cominciato con le borse di studio di lingua italiana insieme alla Associazione Calabrese di Buenos Aires. Ci sono anche altri progetti a breve, quindi vi invito tutti a visitare il sito per conoscerci meglio e a seguirci sui social per conoscere le nostre attività”.

di emigrazione e di matrimoni

From Argentina to Calabria: a Personal Story in search of Identity

Paolo Cinarelli’s new article is a major contribution to the theme of the personal identity of the descendants of migrants we dealt with in the trilogy of articles that ended a few days ago.

This trilogy began with another article by Paolo and wanted to provide some talking points on a theme that is becoming more and more important for many descendants of Italian migrants around the world.

Parte 1: Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Parte 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

Parte 3: Io non sono (solo) Italiano – I am not (only) Italian

This article is the story of a young Italo-Argentinean woman who went to Italy to look for her origins and therefore for her own identity and personal family heritage. There are millions and millions of children and descendants of Italian migrants like her in every country who dream of the chance of making the same trip to the towns of origin of their grandparents/parents. Some find happiness, others sadness, others are even upset because they found unexpected family secrets and others start a path that will last a lifetime. In all these cases each one of them will go home to their country of birth changed and not everyone will find the answers they were looking for.

There is no exact answer for those who ask themselves if they are “Italian”, “American, Argentinean, Australian, etc, etc” as many people do during their lifetimes for one reason or another and some question their belonging to their country of birth, especially the first generation born in the new country of residence but not only in that generation.

As we have seen in these articles there are a multitude of cases and even if the issues to be considered are the same in all the countries where there are migrants the details change from country to country and even within the same country and therefore each story is unique and shows us that every solution is valid and each one of us has to make the decision which he or she feels at ease.

This is one of the reasons that we ask our readers to send us their stories. Not only to tell stories of unique experiences but also to make those who are scared to express their discomfort in their country of birth understand that they are not alone in feeling this emotion and that they have the right to ask themselves who they are and to look for their own personal identity, even if it is not always the one their parents dreamed of for them or what they expected when they took the plane to Italy.

Therefore, we repeat our invitation to our readers to send your stories to:

[email protected]

From Argentina to Calabria: a Personal Story in search of Identity

di Paolo Cinarelli

The subject of passing on the family’s culture through the leap of generations from the grandparents to the grandchildren is becoming more and more a recurring phenomenon. As Professor Franco Fiumara explained, an emotional bond unites two generations on the basis of complicity as opposed to the authoritative role of the parents. And so, as stated in a previous article on this issue ( L’italianità della “generazione saltata” – Italians in Argentina, Developments ), the figure of the migrant was often downplayed but it is now being appreciated once more. Claiming your origin from the hard working and humble forebear who crossed the ocean is no longer a reason for shame but for pride.

Amira Giudice who went to Calabria in her early 20s to rediscover the land and the stories of the life of her grandfather Modesto who had passed away shortly before is a concrete example of this phenomenon. She came back from this trip aware of having found her place in the world but also with a plan to spread an online network that brings together young descendants of Italian migrants in South America. Her example is a synthesis of a phenomenon that only now is being solidly evaluated and gives rise to projects that aim to discover origins, such as tourism of the family roots and many projects of return to Italy which are in fact the sum of the many cases we have seen up to now but always by individuals.

On August 6 she came to the radio programme “Il Postino Patagonico” (The Postman of Patagonia) in the town of Villa Regina on the occasion of the launch of the website itRionegro.it that represents the southernmost setting of all the italiani.it network.

“…I am Italo-Argentinean, born in Buenos Aires. I am Italian on my father’s side and the connection with Italian Culture comes from my grandparents. Since I was a child my grandfather used to take us to the feast of the Madonna della Quercia (Our Lady of the Oak) in the church of the Migrants in the area of La Boca which meant I was always in contact with the Italian spirit of the traditions, the celebrations, the recipes that nonna prepared at home and everything Italian they passed onto us, also including the dialect that was often spoken with his paesani (people from the same town) when they came to say visit or when they met at some celebration. We were always very much in touch with the traditions of homemade food and wine, gastronomy and Italy in general. When I was a child I liked to read the magazines they sent from Italy because almanacs and magazines full of photos used to be sent from the Calabria Region. My grandfather left them at hand in the room and I looked at them and read them almost without understanding them.

“I absorbed Italian Culture since my childhood and above all the culture of my grandfather’s hometown which is what he passed onto me the most and this brought me closer to Italy as well as the rest of the family. In 2016 I decided to travel to get to know the town where he was born and from where he left. It is called Conflenti and it is also the town of the Madonna that is celebrated in Buenos Aires on the last Sunday in August. I discovered my roots there, in every corner of the town I rediscovered the places of his stories and as I walked around I rebuilt pieces of stories. I got to know many relatives and friends, it was a beautiful experience. I have been to the town many other times and I carry it in my heart. The first time I went to Conflenti I felt that I had found my place in the world.

“There I found the people of italiani.it because Conflenti is the capital of the project and I was added to the editorial staff of itConflenti.it where I began as an editor. Subsequently we brought it to this side of the ocean and opened the itBuenosAires.it portal and starting the spread of Italian Culture in 2017. This dream of spreading Italian Culture and making the activities of Italian institutions visible expanded up to building a great network in Latin America as was done in Europe and the rest of the world. We added various cities, and now twelve Latin American cities are part of the project where groups of young people in the editorial staff deal with the spread of Italian Culture, telling stories, spreading events, keeping in touch with associations, institutions and migrants in general who try to make their activities visible and to tell their stories. I am the supervisor and I look after the work of all the editorial offices of italiani.it in Latin America. We are now more than 60 members of the editorial staff in this part of the world who write and need a guide to elaborate and spread their notes, because from italiani.it it is possible to access the sites of various cities and their articles.

“One of the future projects we have already started is that of scholarships, together with the Buenos Aires Calabrese Association, to study the Italian language. There will also be other projects shortly and so we invite everyone to visit the website to get to know us better and to follow us on the social media to get to know our activities”

Le guerre dimenticate ed i “buonisti da reddito”

Quando i nostri politici decideranno di togliersi le giacche, cravatte e tailleur dell’ipocrisia, per indossare la tuta da lavoro ed incominciare ad imbullonare quel ‘sangue-dotto’ che attraversa le guerre dimenticate e che produce migliaia e migliaia di morti ogni anno?

di Paolo Buralli Manfredi e Giuseppe Cossari – CTIM Australia

Molte, purtroppo, sono le guerre dimenticate che i politici della parte fortunata del mondo, l’Occidente, dimenticano completamente o fanno finta che non esistano per interessi nazionali, o per partenariato con l’una od entrambi le parti che si contendono il potere in quelle aree di guerra, e ci scusiamo per tutti i Popoli che stanno soffrendo e che per motivi di numero di battute, non riusciremo a menzionare.

Rifletteremo dunque, su diverse aree in conflitto, quelle dell’Africa e del Medio Oriente, con una deviazione in area Europea per raccontare quelle guerre che non interessano a nessuno e non sono prese in minima considerazione da tutto quel gruppo di “Buonisti da Reddito”, senza dimenticare: “l’immigrazione rende di più della droga”, parole pronunciate da Buzzi nelle intercettazioni nell’indagine di “Roma Capitale”, che hanno tanto a cuore quegli Esseri Umani che soffrono per le loro condizioni di vita.

È ancora in atto la guerra tra Turchia e Curdi, questi ultimi che, da più di quarant’anni chiedono l’indipendenza, e che sono stati puntualmente usati dalle nazioni per colpire indirettamente gli avversari economico-politici nelle aree limitrofe ai confini del non ancora indipendente Kurdistan. Una guerra che ha prodotto in tutti questi anni più di cinquantamila morti ed ancora, purtroppo ne produrrà, se le diplomazie dei “ben parlanti” non si decideranno a far obbligatoriamente sedere ad un tavolo le parti in guerra, per obbligarle a mettere la parola fine ad un conflitto assurdo.

Un’altra guerra totalmente e forse, volutamente silenziata da tutta l’opinione pubblica mondiale, è quella dello Yemen incominciata come guerra civile nel 2011 con l’esercito che si alleò con i ribelli del nord,  Huthi, Shiiti e Zoiditi  e che costrinse il Presidente, tramite un attentato bomba, ad abbandonare lo Yemen ed a rifugiarsi dagli amici dell’Arabia Saudita che, dopo aver creato una coalizione con diversi Paesi Arabi,  nel 2014 incominciò a bombardare indiscriminatamente lo Yemen senza preoccuparsi dei civili, con l’obiettivo di riportare il Presidente Ali Abdullha Saleh al potere. Operazione non riuscita perché fu assassinato nel 2017; nonostante i bombardamenti della coalizione Araba non c’è ancora un vinto ed un vincitore e da quel maledetto 2014, questa guerra ha prodotto qualcosa come diecimila morti e tre milioni di sfollati tutti civili disarmati e senza colpa alcuna.

Le parti in guerra, non hanno nessuna intenzione di cessare il fuoco e lo Yemen si sta trasformando in una delle più grandi catastrofi umanitarie, che sta producendo una carestia che decimerà almeno due generazioni di Yemeniti, ormai ammalati, feriti e denutriti, costretti, se l’opinione pubblica non interverrà celermente, ad un cammino che li porterà inevitabilmente alla morte.

Che dire poi dell’Ucraina, una guerra praticamente in Europa, iniziata anch’essa nel 2014 e che continua a mietere vittime senza che i professionisti dell’informazione, come si sono definiti i più grandi quotidiani e televisioni nazionali italiane in uno spot pubblicitario quasi a reti unificate, dedichino approfondimenti seri e precisi per portare i riflettori su una guerra dimenticata.

Uguale disastro umanitario lo troviamo in Siria che dal 2011 non trova pace ed ha prodotto, dall’ultimo dato comunicato, più di novantamila morti. Una guerra questa utilizzata dai media a corrente alternata, cioè solo se a vantaggio di una parte dell’opinione pubblica e secretata se non conveniente a quella parte.

Sì perché qui, le parti in gioco sono gli Usa, l’UE e la Turchia di Erdogan che sostengono ed appoggiano i ribelli, che contano nelle loro file anche i soldati dell’ISIS, di cui tra l’altro nessun quotidiano e TV nazionale da quasi un anno ci da informazione, che combattono il Governo di Bashar Hafez al-Assad ed i Russi di Putin, giunti a sostenere il Governo di Assad per tutelare  i loro interessi nella zona Medio-Orientale e cercare di ritagliarsi uno spazio in quell’area che è sempre stata, geo-politicamente, un area di enorme importanza strategica.

Chiudiamo riflettendo sulla questione immigrazione in Italia, sostenuta a gran voce dai “Buonisti da Reddito” e dal Governo Conte, addirittura a colpi di sentenze e ricorsi al TAR. E’ di questi giorni il braccio di ferro tra il Governatore della Sicilia Nello Musumeci e il Ministero dell’Interno Luciana Lamorgese riguardo la situazione insostenibile denunciata dal Governatore della Sicilia, sugli eccessivi sbarchi che stanno determinando una condizione che ormai si può considerare totalmente fuori controllo, ma che viene venduta come atto umanitario. Una situazione che ci porta a pensare ad un cortocircuito, visto che dalle immagini che si vedono nei TG e nel web, non riconosciamo i volti sofferenti e denutriti nè degli Yemeniti, né degli Ucraini, e tantomeno dei Curdi o dei Siriani che non solo non vengono aiutati a risolvere i loro conflitti, ma non vengono neanche considerati a livello mediatico, il che ci porta a chiedere a tutti gli Italiani ed a chiederci: “Siamo sicuri che il nostro Governo stia aiutando le persone giuste?”

Per malattia per miseria o povertà?

Prima o poi si muore tutti, la differenza sta nel come hai trascorso quel lasso di tempo che intercorre tra la nascita e la morte.

di Paolo Buralli Manfredi

La morte… il grande mistero che l’essere umano non riesce a svelare e che continua a terrorizzare, consciamente o inconsciamente le esistenze dell’intera umanità. Diversi sono i modi in cui si affronta il tema della morte e questo è dato dalle diversità delle culture nel mondo ma, tutte nel bene o nel male, hanno sempre cercato di rendere la vita degli esseri umani immortale, si perché, tutte raccontano in un modo o nell’altro che l’essere umano non morirà, troverà il paradiso o l’inferno, rimarrà coscientemente nello stato del Nirvana, ritornerà sulla terra, rivivrà su altri pianeti o rinascerà addirittura in altre costellazioni a noi sconosciute ma, per tutte le culture, l’essere umano è immortale!

Perché dunque, tutti cercano disperatamente di aggrapparsi a questa vita sulla terra, quando esisterebbero altre vite, sicuramente migliori di questa? Se crediamo fermamente che esista un aldilà per quale ragione abbiamo la necessità di rimanere aggrappati a questo mondo? Per quale ragione accettiamo di perdere la nostra libertà, la nostra socialità, nella sostanza permettiamo ad altri di privarci della vita cioè vivere, per sfuggire ad una morte che probabilmente risiede solo negli angoli più remoti della nostra mente?

In molti Paesi del mondo, si sta alzando l’asticella che misura i suicidi e non è strano che questa asticella si alzi proprio nel momento in cui la popolazione mondiale è privata di due precise funzioni, il lavoro e la socialità; se è vero che l’essere umano è un animale che non può fare a meno della vita sociale è altresì vero che il lavoro è vita sociale e che quindi, entrambe le cose devono viaggiare a braccetto.

I suicidi sono la dodicesima causa delle morti nel mondo e si prevede che nell’anno in corso aumenteranno quasi di un milione e mezzo confronto agli anni precedenti e a mio avviso, come dicevo sopra, non è strano che succeda proprio nell’anno in cui, la socialità è stata ridotta notevolmente e l’informazione ha e continua a contribuire alla campagna del terrore sanitario.

I dati australiani ci dicono che i morti per covid19 sono inferiori ai suicidi creatisi per mancanza di lavoro e socialità, il suicidio di un italiano titolare di un ristorante in centro a Firenze riportato qualche giorno fa dai quotidiani ed i suicidi in Italia negli ultimi due anni, causa crisi economica, mi hanno dato lo spunto per il titolo dell’articolo: “Per malattia o per miseria e povertà?”.

Certo è che se le cose non cambieranno ed il Governo italiano deciderà di procrastinare il ritorno ad una normalità dove le persone possano riacquisire le libertà che hanno dovuto concedere in nome di un’emergenza che non esiste e forse non è mai esistita neanche nel momento più drammatico, di sicuro di morti per suicidio, povertà e miseria ne conteremo a migliaia.

Mi permetto di chiudere questa mia riflessione, ricordando a me stesso ed a chi mi leggerà che non è importante la quantità di giorni passati su questo meraviglioso pianeta ma la qualità della vita con cui abbiamo trascorso quella quantità di giorni che ci sono stati concessi!

Buona vita a tutti gli esseri Senzienti

Io non sono (solo) Italiano – I am not (only) Italian

di emigrazione e di matrimoni

Io non sono (solo) Italiano

Parliamo molto degli italiani all’estero, però cosa ne sappiamo davvero di questi italiani?

Ho finito la seconda parte di questa trilogia di articoli con le parole “vera identità da discendenti di emigrati italiani”. Questo non è a caso perché proprio questo era il punto che mi ha colpito delle due vicende cha hanno ispirato questi tre articoli. 

Parte 1: Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Parte 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

Parliamo molto degli italiani all’estero, però cosa ne sappiamo davvero di questi italiani? Ci concentriamo così tanto su chi potrebbe avere diritto alla cittadinanza italiana, e quindi il passaporto e poter votare, che fin troppo spesso dimentichiamo, soprattutto a livello ufficiale, che chi ha la cittadinanza non è che una minoranza della collettività italiana nel mondo. 

Purtroppo, nel parlare degli italiani nel mondo, con o senza cittadinanza, non facciamo una domanda fondamentale che potrebbe aiutare loro a trovare le loro origini e il loro patrimonio famigliare italiano. 

Tristemente la domanda è crudele, però non per questo non dobbiamo porla: può il figlio e/o discendente di emigrati italiano essere un “italiano vero”? Infatti, la canzone “L’Italiano” di Toto Cutugno ha avuto un successo enorme tra le comunità italiane in giro per il mondo, ma evita le molto spesso dure realtà delle comunità italiane in tutti i continenti. 

Inoltre, in certe circostanze, quel che ci obbliga a chiederci cosa siamo non è solo l’atteggiamento dei genitori che ovviamente vogliono che i figli facciano una vita nuova e prosperosa nel paese nuovo, ma anche l’atteggiamento degli autoctoni che spesso non sono affatto gentili con i nuovi vicini e non nascondono il loro disprezzo per gli stranieri. 

 Australia 

Sono figlio di emigrati italiani, nato e cresciuto in Australia, ma posso dire, come ho scritto in più occasioni in questa rubrica, che sin dai primi giorni di scuola mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Volevo essere come gli altri ma alcuni non volevano fare amicizia e regolarmente, anche da adulto, sentivo il commento “Go back to where you come from”, cioè, torna da dove sei venuto. 

Da bambino non capivo quella frase, era nato in Australia ma loro non lo volevano riconoscere. Però, con il passare degli anni ho capito che questo era la prima fase per capire la mia identità vera. In casa parlavamo in italiano, ma fuori casa in inglese a fare la spesa, dal medico, ecc., poiché il mondo fuori casa era anglofono. 

Il secondo passo è stato il primo viaggio in Italia quando ho capito che non ero tanto italiano quanto pensassi. Il mio italiano era rudimentale e la mia conoscenza della Storia e la Cultura del paese era scarsa paragonata ai miei cugini. Questo non cambiava il legame d’affetto con i cugini, ma sapevo che c’era una barriera tra di noi creata dagli ambienti in cui siamo nati e cresciuti, chi in Italia e chi all’estero. 

Sono tornato in Australia con moltissimi dischi e libri italiani e così è iniziato il mio percorso vero verso la mia identità. Ma cercarla ha aggravato la differenza tra me e gli australiani, particolarmente a scuola quando portavo qualcosa dal viaggio che alcuni hanno preso malissimo. 

Qualche anno dopo ho saputo d’essere nato cittadino italiano e ricordo benissimo il giorno che ho ricevuto il mio primo passaporto italiano e pensavo fosse la fine della ricerca. Ma non lo era, era semplicemente il riconoscimento della mia identità ufficiale di cittadino italiano, ed era anche l’inizio della terza fase che ha impegnato molti anni. 

Ora riguardo questi passi e capisco che il ragazzo cresciuto in una zona popolare della città di Adelaide non poteva immaginare il percorso che l’avrebbe portato a fare proprio quel passo che volevano i suoi avversari australiani a scuola e anche dopo, di tornare al paese dei miei genitori. 

Ed è stato nei miei vari viaggi in Italia che ho capito che la mia identità vera non è solo italiana, ma anche australiana. Per come sono cresciuto, in scuole australiane e lavorando per decenni in Australia, ero troppo australiano per essere “100% italiano” e viceversa. Non nel sangue, bensì come persona. 

Questo me lo sarei aspettato da figlio di emigrati, ma più  scambio pareri con altri figli e soprattutto discendenti di emigrati italiani nel mondo, più mi rendo conto che questa voglia si estende ben oltre la prima generazione nata nel paese nuovo. 

Domanda 

Un esempio che vedo regolarmente è nei post nelle pagine social degli italo-americani come quello dello screenshot in testa all’articolo. Il post dice: “Allora chi viene dalla Patria? Chi qui è 100% italiano?” Nello spazio delle prime 14 ore, il momento in cui batto questo articolo, ci sono stati quasi mille risposte e/o commenti. Molti dei quali in accordo con la domanda e altri che, precisano dicendo che sei del paese dove nasci, oppure sei una miscela. 

Difatti, quasi ogni giorno qualcuno scrive sui social d’aver ottenuto il risultato delle prove DNA ed è indignato che il risultato non è 100%, quindi rivelando anche il fatto di non conoscere la Storia delle moltissimi invasioni del paese nel corso dei millenni, per cui nemmeno in Italia troveresti mai qualcuno “100% italiano” secondo il DNA. 

Tristemente, come spesso accade in questi casi, ci sono anche risposte da italiani in Italia che prendono in giro questo atteggiamento e questo non fa altro che scaldare gli animi e non aggiungono niente di utile al soggetto. Anzi rendono banale una questione che è la chiave per l’identità dei discendenti degli emigrati italiani che va ben oltre l’aspetto legale della cittadinanza. 

Vedo spesso nei discorsi da parte di politici che il sangue definisce chi è o non è italiano. E questo è ovviamente un riferimento alla cittadinanza. Ma davvero tiene conto della realtà degli italiani negli altri paesi? Credo proprio di no, anzi l’ignorano. 

Con ogni generazioni che passa i figli e discendenti degli emigrati italiani sposano non italiani e questo è perfettamente naturale. I figli di questi matrimoni poi apprendono aspetti da entrambi i genitori e per questo motivo, di cultura e ambiente, questi figli incarnano non solo il loro aspetto italiano. Basta andare sulle pagine social degli italiani all’estero di tutti i paesi per vedere che moltissimi nomi e cognomi non sono, e non potranno mai essere, solo italiani. 

Allora perché chiedersi d’essere “100% italiano”, la risposta è semplice, fa parte della ricerca della propria identità da discendente di emigrati italiani, anche se alcuni ancora non lo capiscono. 

Identità vera 

So di rischiare la rabbia di lettori con quel che sto per scrivere, però la nostra identità personale non si basa solo su un aspetto della nostra vita, ma l’ambiente in cui nasciamo e cresciamo e ogni episodio, buono o cattivo della nostra vita.  

Dire di essere “100% italiano” vuol dire in effetti conoscere perfettamente la lingua e la cultura del paese. Chi non conosce la lingua, chi non sa niente della Storia e la Cultura del paese oltre le tradizioni di famiglia, anche se sono importanti per ciascuno di noi, può davvero dire d’essere 100% italiano? 

Inoltre, dire di essere “100% italiano” vuol dire rinnegare una parte della propria identità se nonni o genitori non sono italiani. Come anche rinnegare molti aspetti dell’ambiente in cui sei nato e cresciuto. 

Possiamo dire d’essere discendenti di emigrati italiani, ma dire “100% italiani” non fa altro che confondere quel che siamo davvero, il frutto di almeno due culture, quella italiana, quella del paese di nascita, e le culture di ogni genitore/nonno non italiano. 

Da figlio di immigrati italiani in Australia la mia risposta è stata di capire che non posso essere “solo” italiano. La mia scuola, le mie esperienze di vita erano in un altro paese e quindi quando qualcuno qui in Italia mi chiede del mio accento rispondo che sono italo-australiano e ne sono fiero. 

Naturalmente ogni persona deve trovare la propria risposta alla vera identità personale, ma dobbiamo farlo riconoscendo che la nostra vita all’estero non è una “vita italiana” bensì una vita con aspetti italiani, chi più, chi meno. 

La risposta non è facile, ne sono più che cosciente, però bisogna farlo in tutta onestà perché non esiste una “identità italiana” standard, perché ciascuno di noi è una persona unica e quindi anche la nostra identità personale da discendenti di emigrati italiani è unica. 

Di nuovo invitiamo i nostri lettori a inviare le loro storie da emigrati e/o figli/discendenti di emigrati italiani a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

 I am not (only) Italian

We talk a lot about Italians overseas, however, what do we truly know about these Italians?

I finished the second part of this trilogy of articles with the words “true identity as descendants of Italian migrants” This was not by chance precisely because this was the point that struck me about the two matters that inspired these three articles.

Part 1:Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Part 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

We talk a lot about Italians overseas, however, what do we truly know about these Italians? We concentrate so much on who could have a right to Italian citizenship, and therefore the passport and being able to vote, that all too often we forget, especially at an official level, that those who have citizenship are only a minority of the Italian collective around the world.

Unfortunately, when we talk about Italians around the world, with or without citizenship, we never ask an essential question that could help them find their origins and their Italian family heritage.

Sadly the question is cruel but this does not mean we should not ask: can the child and/or descendant of Italian migrants be a “true Italian”? In fact, the song “L’Italiano” (The Italian) by Toto Cutugno was a huge success amongst the Italian communities around the world but very often it avoids the harsh reality of the Italian communities in all the continents. 

Furthermore, in certain circumstance what forces us to ask ourselves what we are is not only the attitude of the parents, who obviously want their children to lead a new and prosperous life in the new country, but also the attitude of the natives who often are not at all kind with the new neighbours and do not hide their contempt for the foreigners.  

Australia 

I am the son of Italian migrants, born and raised in Australia, but I can say, as I have often done in this column, that since the first days at school I felt like a fish out of water. I wanted to be like the others but some of them did not want to become friends and regularly, even as an adult, I heard the comment “Go back to where you come from”, 

I did not understand that phrase when I was a child, I was born in Australia but they did not want to recognize that. However, with the passing of the years I understood that this was the first phase to understanding my true identity. We spoke Italian at home but English outside the home when shopping, going to the doctor, etc because the world outside the home spoke English. 

The second stage was the first trip to Italy when I understood that I was not as Italian as I thought. My Italian was rudimentary and my knowledge of the country’s history and Culture was scarce compared to my cousins. This did not change the emotional bond with my cousins but I knew that there was a barrier between us created by the environments in which we were born and grew up, who in Italy and who overseas. 

I returned to Australia with many Italian records and books and so began my path towards my identity. But looking for it made the difference between me and the Australians worse, especially at school when I brought something from the trip and some of them took this very badly. 

A few years later I found out I was born an Italian citizen and I remember very well the day I got my first Italian passport and I thought I was at the end of my search. But it was not, it was simply the recognition of my official identity as an Italian citizen and it was also the start of the third phase that took many years. 

I now look hack at those stages and I understand that the boy who grew up in a working class suburb of Adelaide could not imagine the path that would take him to take that very step that his Australian adversaries at school and even after wanted, to go back to my parents’ country. 

And it was during my various trips to Italy that I understood that my true identity was not only Italian but also Australian. Since I grew up in Australian schools and working for decades in Australia, I was too Australian to be “100% Italian” and vice versa. Not by blood but rather as a person. 

I would have expected this for the child of migrants but the more I exchange opinions with other children and especially descendants of Italian migrants around the world, the more I realize that this desire extends well beyond the first generation born in the new country. 

  Question 

One example that I see regularly is in the posts on the social media pages of the Italian Americans, such as the screenshot at the top of this article. The post says “So, who is from the Mother Land? Who here is 100% Italian?” In the space of the first 14 hours, at the time that I am typing these words, there have been almost a thousand replies and/or comments. Many of them agree with the question and many others specify that you are of the country where you are born, or you are a mix.

In fact, almost every day people on the social media write that he or she has had the results of their DNA tests and is indignant that the result is not 100%, thus also revealing the fact that they do not know the history of the many invasions in the country over millennia so that even in Italy you would never someone who is “100% Italian” according to their DNA. 

Sadly, as often happens in these cases, there are also the replies from Italians in Italy who mock this attitude and this only raises the temperature of the discussion and adds nothing useful to the subject. Indeed, they trivialize a question that is the key to the identity of the descendants of Italian migrants that goes well beyond the legal issue of citizenship. 

I often see in speeches by politicians that blood defines whether or not someone is Italian. And this obviously refers to citizenship. But does it truly take into account the reality of Italians in other countries? I really think not, in fact they ignore it. 

With every passing generation the children and descendants of Italian migrants marry non-Italians and this is perfectly natural. The children of these marriages then take in aspects from both parents and for this reason, of cultural and the environment, these children do not embody only their Italian aspect. We only have to go to the social media pages of the Italians overseas of all the countries to see that multitude of names and surnames are not, and cannot ever be, only Italian. 

So why ask yourself whether or not you are “100% Italian”? The answer is simple, it is part of the search for your own identity as a descendant of Italian migrants, even if some do not yet understand this.

  True identity

I know that I risk the anger of readers with what I am about to write, however, our personal identity is not based only on one aspect of our lives but the environment into which we are born and every episode, good or bad, in our lives.

Saying you are “100% Italian” in fact means you know that country’s language and culture perfectly. Can those who do not know the language or those who know nothing of the country’s history and Culture beyond the family’s traditions, even if they are important for each one of us, truly say they are 100% Italian?

Furthermore, saying you are “100% Italian” means denying a part of your identity if any grandparents or parents are not Italian. As well as denying many aspects of the environment in which you were born and grew up. 

We can say we are descendants of Italian migrants but saying “100% Italian” does nothing but confuse what we truly are, the fruit of at least two cultures, Italian Culture, the Culture of the country of birth and the Culture of each non-Italian parent/grandparent. 

As the child of Italian migrants in Australia my answer was to understand that I cannot be “only” Italian. My education and my life experiences were in another country and therefore when someone here in Italy asks me about my accent I answer that I am Italo-Australian and I am proud of this. 

Of course every person must find their own answer to their personal identity but we must do this recognizing that our lives overseas are not “Italian lives” but rather a life with Italian aspects, some more, some less. 

The answer is not simple, I am more than aware of this, however, we must do so with total honesty because there is no ”standard Italian” identity because each one of us is a unique person and therefore our personal identity as descendants of Italian migrants is also unique. 

  Once again we invite our readers to send in their stories as migrants and/or children/descendants of Italian migrants to: [email protected]

Libia-Turchia: lo “shopping” delle donne e i tradimenti di Sarraj

Cosa c’è dietro la dichiarazione di cessate il fuoco

Di Francesca Musacchio – direttore https://ofcs.report/

Un conto è quello che accade, un altro conto è quello che vorremmo accadesse. Sulla Libia del dopo Gheddafi la lettura dei fatti, almeno in Italia, è sempre stata sbilanciata verso quello che vorremmo che fosse piuttosto che su quello che è. Anche questa volta, dunque, si strombazza sul cessate il fuoco annunciato da Fayez al Sarraj.

Il capo del governo di unità nazionale, messo lì dall’Onu, ha sempre contato poco. Persino a casa sua, dicono i bene informati, chi comanda davvero è la moglie Nadia Reffat. Ingegnere, donna forte e risoluta, detta i ritmi della famiglia e (forse) anche della politica. In passato è anche stata la segretaria di un Ministro di Gheddafi. La signora a giugno è volata in Turchia per incontrare la moglie di Erdogan, Emine, anche lei perno della famiglia e non solo. La first lady turca, infatti, nel 2016 balzò agli onori della cronaca……CONTINUA A LEGGERE

Fonte: https://ofcs.report/

La Storia insegna ma l’uomo è stupido!

La Turchia e la Germania mostrano senza ombra di dubbio che questo detto può essere considerato una verità assoluta.

Di Paolo Buralli Manfredi e Giuseppe Cossari (CTIM Australia)

Se fin dall’antichità si pensava che la storia insegna e migliora gli stolti, oggi siamo costretti ad arrenderci alla realtà: l’uomo è stupido. L’Italia terza potenza economica d’Europa sta sprofondando in una crisi che la porterà, se non cambieremo modo di pensare ed agire, ad essere sottomessa e conquistata dai Paesi del Nord, in primis dalla Germania.

Partiamo dall’Europa con una breve analisi di ciò che sta accadendo sotto gli occhi di tutti. Va detto che per conquistare altri Paesi esistono due tipi di guerre: quella combattuta con le armi e le invasioni, e quella economico-finanziaria che sottomette i Popoli indebitandoli e mantenendoli legati a quella catena debitoria che non permette loro nessuna via di scampo, se non il ricorso alla guerra. Per generare entrambi i tipi di guerra è necessario che i Governi dei Paesi che si vogliono conquistare siano trascinati nel caos, per poterli indebolire e poi fingere di aiutarli facendoli indebitare. Un caos nel quale il nostro Paese è ormai precipitato, basti pensare al problema immigrazione incontrollata, al covid19, ed al prestito da 209 miliardi, fatto passare come una conquista e non come un debito enorme che peserà moltissimo sul futuro degli italiani.

Ed è altrettanto chiaro che per conquistare altri Paesi, le strategie che vengono pianificate sono a lungo termine e costruite dettagliatamente per far sì che ogni cosa sembri casuale e non pianificata. Per l’Italia dunque, tutto è incominciato nel lontano 1992 con tangentopoli, che fu il primo passo per distruggere un sistema politico che, anche se non perfetto, era riuscito a portare l’Italia ad un livello socioeconomico medio alto e che andava disintegrato per sostituirlo con i ‘burattini’ che oggi ci ritroviamo al Governo. Ma soprattutto era necessario per chi ha architettato tutto, a nostro avviso i potentati economico-finanziari con l’appoggio della Germania, impoverire la classe politica italiana a livello intellettuale ed in competenze culturali, da qui la spinta e la nascita di quel Movimento, i 5Stelle, che da più di dieci anni sta distruggendo questo Paese, palesando in ogni campo che la politica dovrebbe gestire, una totale incompetenza ed una totale assenza di visione futura,  rendendosi complice di questo piano che ci ha ormai portati ad essere una Colonia tedesca come al tempo dei Nazisti di Hitler.

Ed in effetti, osservando la supremazia germanica sull’Europa attuale e quella Nazista, scopriamo addirittura che la Germania a livello economico-finanziario è stata ancora più brava del Terzo Reich ed esaminando le cartine di allora, quella delle conquiste Naziste e quella attuale Europea, vengono i brividi (foto in testa ad articolo):

L’Europa sotto il dominio diretto o indiretto della Germania Nazista nel 1942, periodo della massima espansione delle potenze dell’Asse. In blu scuro: Germania, Italia e nazioni alleate o “satelliti”; in azzurro: territori occupati direttamente dagli eserciti tedeschi o italiani; in azzurro chiaro: stati non occupati ma dipendenti dalla Germania; Sono indicate anche le potenze ancora in guerra contro l’Asse; in verde: la Gran Bretagna e i territori dell’Impero Britannico; in rosso: l’Unione sovietica

Lo stesso discorso vale per l’impero Turco-Ottomano che da anni grazie alla complicità di un’Europa, cui conviene avere Governi destabilizzati per potersi dedicare alle razzie economiche degli stessi, ed ad un Presidente Turco che ha ben chiaro l’importanza dell’allora come oggi “centro del mondo” il Mediterraneo, procede indisturbato nel suo disegno di conquista con la visione di ricreare quell’impero che ha visto per anni la Turchia protagonista del mondo conosciuto e che, va ricordato, finì non millenni di anni fa, ma tra il 1918 ed il 1923 col trattato di Losanna.

Anche in questo caso la cartina può ricordare a tutti noi cos’era l’Impero Turco-Ottomano e cosa sta succedendo oggi nel Nord Africa senza che il nostro Governo, Presidente del Consiglio, Ministro degli Esteri e Ministro degli Interni facciano qualcosa in merito.

È di pochi giorni fa la notizia dell’accordo tra la Libia di Fayez al-Sarraj ed Erdogan a Misurata, proprio dove sono al lavoro da parecchi anni i soldati Italiani e dove addirittura abbiamo in gestione uno dei più importanti ospedali di quell’area; questo accordo inevitabilmente consentirà alla Turchia l’utilizzo del porto e delle basi annesse al porto, con la conseguenza logica di un invito da parte dei Turchi e delle autorità Libiche a dare il ben servito al contingente Italiano, che a breve dovrà alzare i tacchi e far ritorno in Patria, ufficializzando così la perdita totale di una delle Nazioni che è per importanza strategico-energetica e commerciale fondamentale per l’Italia!

Mentre tutta la popolazione è concentrata sull’emergenza Covid19, come mai tutta l’informazione italiana, le TV, i grandi Quotidiani, Radio e Web, non dicono una sola parola su quanto sta succedendo in Nord Africa, e continuano a parlare solo di un’influenza da virus per combattere la quale è ormai chiaro che vanno individuate cure adeguate e che in una prima fase è stata così sottovalutata che non si facevano neanche le autopsie?

Appare scandaloso che, Ministri dell’Interno e degli Esteri con il Presidente del Consiglio Italiano, non abbiano mosso un dito per preservare i nostri avamposti nell’area di Misurata che è anche uno dei luoghi principali di partenza dei migranti dalla Libia, e continuino ad essere i servi di un Europa a trazione germanico-francese che ci ha lasciato isolati di proposito ad affrontare il problema delle migrazioni, creando così  una permanente destabilizzazione nel Paese con l’obiettivo di generare uno scontro sociale che porterà l’Italia ad una guerra civile interna se le cose non cambieranno. Lo scenario futuro dopo l’accordo tra la Libia di Fayez al-Sarraj ed Erdogan a Misurata non promette nulla di buono per l’Italia e consentirà al presidente turco Erdogan di avere uno spazio di negoziazione con gli altri Paesi e con l’Ue sulla partenza dei migranti, come ha già fatto dalla Turchia ricattando l’Europa. Senza dimenticare la questione energetica ed i pozzi a gestione Eni presenti sul territorio libico.

Ci auguriamo che gli Italiani incomincino a prendere coscienza di ciò che sta accadendo e che trovino, a partire dalle prossime elezioni, la forza di cambiare rotta e cacciare quel pensiero unico che vuole un Italia asservita alla Germania ed a quell’Europa che per ora ha portato alla nostra Nazione solo disoccupazione e distruzione di una classe media fatta da lavoratori ed imprenditori che avevano portato l’Italia ad essere la 3 potenza economica europea e la settima nel mondo.

I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

di emigrazione e di matrimoni

I Misteri degli Italo-Americani 

Il nome è fondamentale per l’identità di persone come figli/discendenti di emigrati italiani.

  Come ho spiegato nella prima parte di questa trilogia di articoli, nell’introduzione all’articolo di Paolo Cinarelli, (Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity) allo stesso tempo che lui ci ha inviato l’ articolo, un post in una pagina Facebook dedicata agli italo-americani ha attirato la mia attenzione. 

  Il commento di un utente era in risposta a una foto sulla di pagina di un nonno con la didascalia “il mio nonno italiano che parla solo poche parole inglesi dopo decenni negli Stati Uniti”.  La risposta è stata: “Al contrario; (n.d.r., i miei nonni) hanno imparato l’inglese e hanno cambiato tutti i nomi per sembrare più americani; alcuni dei cittadini più patriottici che incontrerai mai” 

  Ovviamente avevo già in mente l’articolo di Paolo e la differenza tra il comportamento di chi ha lottato per tenere il proprio nome e chi ha volontariamente cambiato il nome di tutta la famiglia mi ha colpito profondamente. 

  Gli ho risposto che in altri paesi molti degli emigrati italiani non hanno imparato bene la lingua locale, tantomeno cambiato i nomi interamente, e che questo non impediva a loro d’essere buoni cittadini del paese. Egli ha risposto che poteva essere per via dei sentimenti anti-immigrazione all’epoca, che potrebbe anche spiegare il motivo vero per la decisione dei suoi nonni. Infine gli ho chiesto di contribuire con un articolo sulla storia della sua famiglia e mi auguro che lo farà. 

  L’unico caso che conosco in Australia del cambio di nome totale è quello di un emigrato italiano allo scoppio della seconda guerra mondiale che, su un consiglio di un amico australiano, ha cambiato il cognome ed anglicizzato i nomi della famiglia per evitare problemi nel caso dell’entrata in guerra dell’Italia. Difatti, nel giugno 1940 questa famiglia non è stata internata come quasi tutte le altre in Australia. 

  Però, leggendo regolarmente le pagine social degli italo-americani comportamenti anomali, non nel senso negativo come ho già spiegato, non sono rari. Lo vediamo in molti aspetti e cambi della vita, tradizioni ed usanze italiane che contrastano molto con quel che ho visto e vissuto in Australia, e che ho appreso durante gli scambi con molti emigrati e discendenti di emigrati in altri paesi nel corso di questa rubrica degli italiani nel mondo. 

  In molti casi queste differenze sono quasi banali, come cambi in ricette di famiglia in base alla mancanza di ingredienti, ecc., ma in certi casi le differenze sono davvero sorprendenti ed in alcuni stupefacenti. E perciò dobbiamo fare alcune considerazioni di queste questioni specifiche. 

  Il primo caso del genere è ovviamente quello del cambio volontario di nome. Non dico che sia una maggioranza di casi negli Stati Uniti, ma certamente si nota molto di più degli altri paesi, tranne in Argentina e Brasile dove la legge lo imponeva. Il nome è fondamentale per l’identità di persone come figli/discendenti di emigrati italiani. Infatti, in Australia non è raro che figli di italiani ancora continuano a dare il nome dei genitori ai loro figli secondo la vecchia tradizione, e non dubito che sia così anche in molti altri paesi. 

  Di conseguenza, e non è una considerazione banale, sarebbe interessante conoscere le reazioni ed eventuali conseguenze nei rapporti con i parenti in Italia in riposta a questi cambiamenti da parte degli emigrati italiani negli Stati Uniti, ed ho il forte sospetto che in alcuni casi i genitori e parenti rimasti in Italia presero male queste decisioni. Purtroppo, visto che queste persone non ci sono più, è quasi impossibile saperlo oggigiorno. 

  Proprio per questo motivo, il secondo caso ha un legame molto stretto con questo aspetto della vita degli italo-americani, ed in un certo senso è ancora più drastico, perché abolisce proprio quell’aspetto della nostra vita che ci definisce come italiani, la nostra lingua. 

  Regolarmente sulle pagine social italo-americane qualcuno chiede: “Quanti di voi non avete imparato l’italiano a casa?” Non avrei mai immaginato una domanda del genere tra le pagine degli italiani in Australia perché in tutti i casi che ho conosciuto nel corso dei decenni di attività nella comunità italo-australiana, la lingua di casa era sempre l’italiano. Perciò mi sono meravigliato non poco nel leggere quanti utenti hanno risposto che i genitori/nonni hanno imposto di non insegnare la lingua ai piccoli. E molti di loro aggiungono poi il dettaglio importante, “però i genitori e nonni si parlavano in italiano”. 

  Difatti, questo ultimo commento obbliga a farci una domanda importante, perché hanno deciso di imporre una regola così drastica? Non solo perché hanno abolito il legame con la lingua che ci definisce, ma perché l’italiano era la lingua naturale dei genitori e chissà come sarà stato difficile per loro non fare le frasi e i giochini con i piccoli che avevano imparato dai propri genitori. 

  Inoltre, e questo lo vediamo chiaramente nei commenti sui social, questa decisione ha reso molto più difficile per i figli avere ricordi di quel che succedeva in casa. Non imparando la lingua non hanno potuto sviluppare “l’orecchio” per capire e ricordare bene parole e frasi dai genitori e i nonni e ora, decenni dopo, cercano di sapere cosa dicevano, ma la loro memoria fornisce solo vaghi ricordi che spesso non permettono a loro di sapere cosa volevano veramente dire. 

  Poi, a queste considerazioni bisogna aggiungere che non insegnare l’italiano ai figli voleva anche dire che la rottura tra i rami della famiglia in Italia e all’estero succedeva molto prima di altre famiglie perché i figli e i nipotini non erano in grado di poter parlare con nonni, zii e cugini in Italia. Questo ha reso più difficile per i discendenti non solo poter ristabilire i rapporti nel futuro, ma ha reso ancora difficile per i pronipoti poter rintracciare le loro origini e poter scoprire il loro patrimonio famigliare personale. 

  Certamente queste difficoltà sono state rese ancora più difficili dalla mancanza di documentazione e il vuoto creato dal non aver potuto parlare con i nonni per sapere storie ed aspetti della vita in Italia, che avrebbero potuto sapere se avessero parlato l’italiano. 

  A tutto questo bisogna anche aggiungere un aspetto storico specifico della situazione americana. Nel corso degli anni abbiamo sentito molto parlare dei cambi di nomi e cognomi di immigrati italiani al celebre Ellis Island a New York e gli altri porti d’arrivo negli Stati Uniti. E non c’è dubbio che in moltissimi casi proprio questo è successo. 

  Però, come ho spiegato in un articolo precedente sulle accoglienze inattese in Italia di chi cerca le proprie origini (https://thedailycases.com/le-accoglienze-inattese-in-italia-the-unexpected-welcomes-in-italy/) non tutti gli emigrati hanno lasciato l’Italia per motivi “puliti”. Dunque sarebbe ingenuo non pensare che alcuni di quelli che hanno avuto cambi di nomi, e non sapremo mai quanti, abbiano sfruttato intenzionalmente l’opportunità di poter fare perdere le proprie tracce, particolarmente prima del 1924 e l’arrivo del moderno passaporto con fotografia. 

  Il risultato di questo si trova nei commenti di coloro che, quando finalmente hanno trovato i parenti, si sono trovati a dover affrontare realtà che non potevano immaginare quando hanno iniziate le ricerche genealogiche. 

  Non voglio dire che circostanze del genere non succedano in altri paesi, però una lettura regolare delle pagine social americane rivela che la loro frequenza è molto più alta di quel che si vede altrove. 

  Senza dubbio a peggiorare tutto questo è la memoria di tutti noi esseri umani. Pensiamo di ricordare benissimo il passato, ma i nostri ricordi cambiano man mano che cresciamo. A volte la maturità ci dà la capacità di capire cose che da giovani non potevamo e a volte le nostre esperienze ci rendono ciechi alle possibilità che il passato non era proprio quel che ricordiamo. 

  Questi misteri tra gli italo-americani sono aspetti che nessuno più può spiegare del tutto, rimarranno sempre misteri, ma a volte possono colpire in modi inattesi, e a volte anche tragici, come quando ci si aspetta la gioia di una riunione con parenti lontani ed invece si scoprono segreti di famiglia che i nonni e bisnonni cercavano di tenere nascosti dai figli nati all’estero. 

  Senza dimenticare che i discendenti oggi non hanno i mezzi di poter sapere quel che è successo nel passato a causa di decisioni che per molti dovevano essere difficili e davvero drastiche. 

  I cambi dei nomi e il rifiuto di insegnare l’italiano ai figli potevano anche aiutare i figli ad ambientarsi nel paese nuovo, ma a quale costo?

Indubbiamente i nonni/genitori presero queste decisioni per il bene dei figli, ma ora i loro nipoti e pronipoti che vogliono rintracciare le loro origini e i loro parenti stanno scoprendo che in molti casi non hanno avuto la possibilità di riempire quel vuoto che sentono perché non conoscono le loro origini e quindi non potranno mai conoscere la loro vera identità da discendenti di emigrati italiani. 

  Di nuovo invitiamo i lettori a inviare le proprie storie ed esperienze a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

The Mysteries of the Italian Americans

The name is essential part of a person’s identity as the child/descendant of Italian migrants.

As I explained in the first part of this trilogy of articles in the introduction to Paolo Cinarelli’s article (Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity), at the same time that he sent us the article a post on a Facebook page dedicated to the Italian Americans drew my attention.

A user wrote a reply to a photo on the page of a grandfather with the caption “My Italian grandfather who spoke only a few words of English after decades in the United States”. The reply was: “Just the opposite; learned English and changed all the names to sound more American; some of the most patriotic Americans you’ll ever meet!”  

Obviously I already had in mind Paolo’s article and the difference in the behaviour of who fought to keep their own names and those who voluntarily changed the names of all the family struck my deeply.

I answered that in other countries many Italian migrants did not learn the local language very well, much less changed their names entirely, and this did not prevent them from being good citizens of the country. He replied that it could have been caused by anti-migrant sentiments at the time, which could have been the real reason for his grandparents’ decision. Finally I asked him to contribute an article on his family’s history and I hope he will do so.

The only case I know of a total change of name in Australia was that of an Italian migrant at the start of World War Two who, on the recommendation of an Australian friend, changed his surname and anglicized the names of the family to avoid problems in the case Italy entered into the war. In fact, in June 1940 unlike almost all the others in Australia this family was not interned.

However, as I regularly read the social media pages of the Italian Americans anomalous behaviour, not in the negative sense as I have already explained, is not rare. We see this in many issues and in the changes in the lives, traditions and customs of Italians that contrast greatly with what I have seen and lived in Australia and from what I have learnt during exchanges with  many migrants and descendants of migrants in other countries during the years of this column of the Italians around the world.

In many cases these differences are trivial, such as changes in family recipes caused by the lack of ingredients, etc, but in certain cases the differences are truly surprising and in some cases astounding.   And therefore we have to make some considerations of these specific questions.

The first case of this type is obviously that of the voluntary change of names. I do not say that they are a majority of cases in the United States but it is certainly shows more than in the other countries, except in Argentina and Brazil where the law required it. The name is essential part of a person’s identity as the child/descendant of Italian migrants. In fact, in Australia it is not rare for the children of migrants to still continue give the parents’ names to the children in accordance with the old tradition and no doubt it is still like this in many other countries.

 Subsequently, and this is not a trivial consideration, it would be interesting to know the reactions and eventual consequences of the relations with the relatives in Italy in reaction to these changes by the Italian migrants in the United States and I have a strong suspicion that in some cases the parents and relatives left behind in Italy took these decisions badly. Unfortunately, considering that these people are no more, it is almost impossible to know this today.

For this very reason the second case has a very close relation to this aspect of the life of Italian Americans and in a certain sense it is even more drastic because it extinguishes precisely that aspect of our lives that defines us as Italian, our language.

On the social media pages of the Italian Americans someone regularly asks: “How many of you never learnt Italian at home?” I would never have imagined such a question between Italians in Australia because in all the cases I known during my decades of activity within the Italo-Australian community the language at home was Italian. Therefore I was more than a little amazed to read how many users answered that the parents/grandparents ordered not to teach the language to the children. And many of them then add an important detail, “however the parents and grandparents spoke to each other in Italian”

In fact, this final comment forces us to ask an important question, why did they decide to impose such a drastic rule? Not only because it extinguished the link with the language that defines us but because Italian was their natural language and who knows how hard it was for them not to make phrases and play games with words in Italian with the children that they had learnt from their own parents.

Furthermore, and we see this clearly in the comments on the social media pages, this decision made it  harder for the children to have memories of what happened at home. Not having learnt the language they were not able to develop an “ear” for understanding and remembering correctly words and phrases from the parents and grandparents and now, decades later, they try to understand what was being said but their memory only provides vague memories that often do not allow the now grown up children to know what they really wanted to say.

And then we must add another consideration, that not teaching Italian to the children also meant that the break between the branches of the family in Italy and overseas happened much earlier than other families because the children and grandchildren were not able to speak with their grandparents, uncles, aunts and cousins in Italy. This made it harder for the descendants to be able to re-establish relations in the future and it made it even harder for the great grandchildren to trace their origins and to be able to discover their personal family heritage.

These difficulties were certainly made even harder by the lack of documentation and the void created by not being able to speak to the grandparents to know stories and aspects of life in Italy that they would have known if they could have spoken Italian.

And to all this we also have to add an aspect of history specific to the American experience.  Over the years we have heard a lot spoken about the changes of names and surnames at the famous Ellis Island in New York and the other ports of arrival in the United States. And there is no doubt that in many cases this is just what happened.

However, as I explained in a previous article regarding the unexpected welcomes in Italy given to those who are looking for their origins (https://thedailycases.com/le-accoglienze-inattese-in-italia-the-unexpected-welcomes-in-italy/)  not all the migrants left Italy for ”clean” reason”. So it would be naive to think that some of those who had changes of names, and we will never know how many, intentionally took advantage of the opportunity to be able to lose their tracks, especially before 1924 and the arrival of modern passports with photos.

The result of this is found in the comments of those who, when they finally traced their relatives, found themselves having to deal with realities they could not have imagined when they began the genealogical research.

I do not want to say such circumstances do not happen in other countries, however, regular reading of American social media pages reveals that their frequency is much higher than what we find in other countries. 

Without a doubt what makes this worse is the memory of all us human beings. We think we remember the past very well but our memories change as we grow up. Sometimes maturity gives us the capacity to understand things we could not when we were young and at times our experiences make us blind to the possibility that the past was not quite what we remember.

These mysteries amongst the Italian Americans are issues that nobody can explain fully any more, they will always be mysteries, but sometimes they strike in unexpected and at times also tragic ways like when someone expects the joy of a reunion with far away relatives and instead they discover family secrets the grandparents and great grandparents tried to keep hidden from the children born overseas.

Without forgetting that the descendants today do not have the means to be able to know what happened in the past due to decisions that must have been difficult and truly drastic for many.

The changes of names and the refusal to teach Italian to the children may also have helped the children to settle into the new country but at what cost?  

Undoubtedly the grandparents/parents took these decisions for the good of the children but now their grandchildren and great grandchildren who want to trace their origins and relatives are discovering that in many cases they do not have the chance to fill the void that they feel because they do not know their origins and so they will never be able to know their true identity as descendants of Italian migrants.

Once again we invite readers to send their stories and experiences to: [email protected]

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