L’anniversario dell’occupazione di Agdam tra nuove minacce e provocazioni mediatiche

Continuano a circolare campagne mediatiche fantasiose da parte dell’Armenia nei confronti dell’Azerbaigian, mentre è sempre più importante che i mezzi di comunicazione prendano le distanze da notizie non veritiere. Una delle false novità è la notizia, diffusa dalla parte armena, che l’Azerbaigian abbia minacciato di lanciare missili sulla centrale nucleare di Metsamor, in Armenia.

Commentando questo argomento Hikmat Hajiyev, assistente del Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian, ha sottolineato che durante le recenti provocazioni, sono state rivelate varie disinformazioni da parte dell’Armenia, che utilizza le opinioni espresse su base individuale per mascherare i suoi crimini. E’ stata proprio l’Armenia ad affermare che avrebbe preso di mira le strutture petrolifere e di gas e le strutture critiche dell’Azerbaigian. Hikmat Hajiyev ha aggiunto che l’Azerbaigian non ha alcun obiettivo di colpire strutture strategiche critiche. “L’Armenia ha deliberatamente trasformato la questione di Metsamor in uno spettacolo. La stessa centrale nucleare di Metsamor rappresenta una grave minaccia per la regione, basata su una tecnologia obsoleta e questa centrale è diventata un veicolo per il contrabbando di sostanze radioattive”, ha concluso l’assistente del Presidente dell’Azerbaigian.

Per quanto riguarda Metsamor, ormai da molti anni questa struttura è una delle centrali nucleari più pericolose al mondo e rappresenta una grave minaccia per tutta la regione, poichè la stessa è situata in un’area soggetta a terremoti, moralmente e fisicamente obsoleta, di cui parlano anche molte organizzazioni internazionali e l’Unione Europea.

E’ importante ricordare che il distretto di Tovuz, bersaglio dei recenti attacchi militari dell’Armenia, è un’area di importanza strategica, perché attraversata dall’intera infrastruttura per la distribuzione delle risorse energetiche dell’Azerbaigian e del Mar Caspio nei paesi occidentali e nel mercato mondiale e per i collegamenti ferroviari e autostradali che connettono l’Est all’Ovest: l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (che rifornisce l’Europa, principalmente l’Italia), l’oleodotto Baku-Supsa, il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum, il gasdotto South Caucasus Pipeline, prima parte del Corridoio Meridionale del Gas, di cui fa parte anche il Trans-Adriatic Pipeline – TAP (che giunge in Italia), così come la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars e l’autostrada Baku-Tbilisi – progetti che aspirano a dare origine ad una nuova Via della Seta. Per cui l’obiettivo dell’Armenia è volto anche a destabilizzare questa area e impedire il funzionamento di questi progetti fondamentali, che creano accesso a nuovi mercati e a fonti di energia alternative per l’Europa. Non è un caso che l’Armenia abbia avviato un’operazione militare contro l’Azerbaigian tre mesi prima dell’inizio delle forniture di gas dell’Azerbaigian in Europa, inclusa l’Italia.

In questi giorni si sono diffuse numerose minacce da parte dell’Armenia di colpire anche la stazione idroelettrica di Mingachevir in Azerbaigian, che rappresenta la più grande centrale idroelettrica del Caucaso meridionale.

Le autorità dell’Armenia hanno dichiarato varie volte che “trasformeranno le città dell’Azerbaigian in rovine, come Adgam”. E’ di particolare rilievo denunciare questo atteggiamento proprio oggi, che ricorre il 27° anniversario dell’occupazione della città di Agdam, che da principale centro economico-culturale del Karabakh, è diventata una città fantasma, depredata e distrutta dall’esercito dell’Armenia e perciò definita “L’Hiroshima del Caucaso”, alla cui occupazione fa riferimento la risoluzione n. 853 del consiglio di Sicurezza dell’ONU del 29 luglio 1993, che richiede l’immediato, completo e incondizionato ritiro delle forze armate dell’Armenia, ma che è ancora ad oggi inascoltata. 

Palermo firma gemellaggio con Orano, seconda città dell’Algeria

Promotore dell’importante accordo Sua Eccellenza l’Ambasciatore di Algeria in Italia Ahmed Boutache. Soddisfazione del sindaco Leoluca Orlando che così rafforza i rapporti di cooperazione tra le città del Mediterraneo riservando il giusto ruolo a Palermo

di Vanessa Seffer

Palermo e Orano hanno siglato un accordo di gemellaggio a Villa Niscemi, la sede di rappresentanza del Comune, alla presenza del sindaco Leoluca Orlando e di Sua Eccellenza l’Ambasciatore di Algeria in Italia Ahmed Boutache.

L’intesa prevede di realizzare molti progetti in futuro in ambito culturale, economico e riguardo all’immigrazione, e di rafforzare i rapporti fra la città di Palermo, capitale del Mediterraneo e Orano, seconda città algerina, con il suo importantissimo porto e il suo splendido centro culturale.

“Sono stato a Palermo per una giornata con l’obiettivo di incontrare il sindaco Orlando e discutere con lui sull’avvio di una cooperazione bilaterale decentralizzata in aree di interesse per la Sicilia e alcune regioni algerine. Un progetto di gemellaggio tra le città di Palermo e Orano, la cooperazione nel campo dell’innovazione tecnologica e delle start-up, l’organizzazione di forum aziendali ad Algeri e Palermo sono alcune delle azioni individuate al fine della loro realizzazione il più rapidamente possibile. Verranno mantenuti i contatti con il sindaco Orlando ed i membri del suo Consiglio per un lavoro congiunto a beneficio delle relazioni di amicizia e cooperazione tra l’Italia e l’Algeria”.

Il sindaco di Palermo, dalla sua, ha sempre dimostrato di voler rafforzare i rapporti di cooperazione tra le città del Mediterraneo, confermando quanto Palermo sia luogo di incontro, di accoglienza, che anticipa i tempi rispetto ad altre città italiane in quanto a diritti e dignità

I Legami Mancanti, i Nonni – The Missing Links, the Grandparents

di emigrazione e di matrimoni

I Legami Mancanti, i Nonni

Per molti figli di emigrati italiani i nonni erano persone sconosciute, oppure voci misteriose dall’altra parte del filo telefonico di chi inviava regali per le feste e le occasioni importanti.

Quando leggi le pagine degli italiani all’estero c’è un aspetto che vedi spesso. Però, è un aspetto della vita che, per una serie di motivi, molti figli di emigrati italiani non hanno potuto sentire, e man mano che gli anni passano si rendono conto che questo legame mancante rappresenta un aspetto essenziale della loro vita.

Fino a non tanto tempo fa quando le famiglie italiane vivevano con tre, o anche più generazioni nella stessa casa, o cascina per i contadini, ed i nonni, più dei genitori, erano quelli che insegnavano ai giovani le loro tradizioni e soprattutto le loro origini.

.Tristemente, per molti figli di emigrati italiani i nonni erano persone sconosciute, oppure voci misteriose dall’altra parte del filo telefonico di chi inviava regali per le feste e le occasioni importanti. Questa mancanza di presenza fisica per i nipotini all’estero vuol dire che non conoscono aspetti che spesso spiegherebbero i motivi dell’emigrazione dei genitori.

Per i figli degli emigrati italiani questo vuol dire avere un vuoto molto personale che è quasi impossibile colmare.

Melbourne

Quel viaggio a Melbourne era molto speciale. Avevo nove anni e ci siamo andati per conoscere i nonni materni che vi facevano tappa prima di proseguire a Sydney per passare qualche settimana con zia Virginia, la sorella di mamma, e zio Fiorenzo e la figlia Marina.

Ci siamo andati in due famiglie, mamma, papà, mio fratello Tony ed io, insieme a zio Gerardo, il fratello di mamma, zia Maria e mio cugino, anche lui Tony, che era ancora bambino. Non ricordo molto di quei giorni tranne le emozioni forti e il piacere di conoscere i miei nonni.

Però, ho un ricordo particolarmente forte di nonno, i suoi occhi dolcissimi che sembravano sorriderti sempre, ma in un viso, che l’adulto che sono ora capisce, di chi aveva passato tempi difficili.

Alla partenza della nave per Sydney qualche giorno dopo siamo tornati ad Adelaide, ma settimane dopo anche siamo partiti per Sydney per portarli con noi per la tappa adelaidiana del loro viaggio in Australia.

Quelle settimane sono state felicissime. Gite con loro, nonno che portava mio fratello e me al negozio per una bibita o un gelato e le lezioni di quel che me lo fa ricordare per sempre, perché ogni volta che gioco con le carte a scopa mi ricordo che è stato proprio lui ad insegnarcelo.

Quel periodo australiano ha segnato l’unica volta che la famiglia di mamma era quasi al gran completo dalla partenza del primo fratello. Mancava solo zia Maria che era rimasta in Italia. Chissà quante volte tutti hanno sognato il grande raduno nel prossimo futuro. Ma il destino non ce l’ha permesso.

Una sera tre anni dopo mentre mio fratello ed io guardavamo la televisione, abbiamo sentito suonare il campanello. Abbiamo sentito mamma urlare, perché all’epoca un telegramma alle 21 poteva essere solo brutte notizie e pochi istanti dopo zio Gerardo è entrato per spegnere il televisore. Sapevamo che nonno era malato, ma questa notizia ci ha sconvolti.

Quella sera nella mia mente ripassavo quelle settimane con lui e mi domandavo se avrei più visto nonna. Per fortuna ho avuto quel grandissimo piacere e onore altre volte.

Scauri e Bianco

Nel 1972 siamo andati in Italia per il primo viaggio. La prima tappa è stata a Scauri(LT) dove il primo giorno siamo andati al cimitero per rendere omaggio a nonno e anche a zio Mario, l’amato zio di mamma che era deceduto anche lui un anno dopo il nonno.

Ho provato gioia a rivedere nonna, ma sentivo la mancanza di nonno. In compenso ho avuto il piacere finalmente di conoscere zia Maria, zio Domenico e i cugini Tommy e Silvana. In quei giorni ho cominciato a capire che il mio patrimonio personale era più grande di quel che pensavo.

Poi, dopo i primi giorni a Scauri siamo andati a Bianco(RC) a trovare la famiglia di papà.

Tristemente non ho potuto conoscere i nonni paterni. Nonno era già deceduto quando sono nato e nonna non molto dopo. Così non abbiamo avuto mai l’opportunità di poter capire come erano e cosa ci potevano insegnare.

Come a Scauri, il primo giorno siamo andati al cimitero a mettere i fiori sulla loro tomba, come anche su quella di zio Giuseppe, il fratello di mio padre che era deceduto nel 1948.

Per me la sorpresa era di trovare molti zii e cugini che non conoscevo prima di quel viaggio. A Perth in Australia c’erano zio Rocco, il fratello di papà, zia Concettina e le cugine Teresa e Maria. Purtroppo lo spazio non mi permette di elencare tutti gli zii, zie e cugini, anche per timore di mancarne qualcuno. Ma, quando siamo ripartiti per l’Australia non vedevo l’ora di tornare, sia a Scauri che a Bianco, per sapere di più del mio passato.

Purtroppo, la mancanza dei nonni, ed inevitabilmente degli zii, ha il significato che è difficile conoscere molti aspetti del passato della mia famiglia, e non so se avrò mai l’opportunità di saperli.

Il tempo e i miei vari viaggi in Italia hanno aperto porte sul passato che non immaginavo, ma non so se potrò mai attraversarle per sapere tutto quel che vorrei conoscere di papà. So quanto amasse la sua famiglia, ma mi rende triste non poter capire fino in fondo perché ha dovuto lasciare otto fratelli e sorelle per iniziare una vita da solo in un continente lontano, raggiunto qualche anno dopo solo da un fratello.

So solo una cosa con certezza, non aveva alcuna voglia di tornare a vivere in Italia e la sola idea che mi trovassi male in Australia lo angosciava. Questo mi rendeva triste, ma alla fine abbiamo potuto risolvere tutte le incomprensioni prima che una malattia maledetta lo portasse via, prima mentalmente e poi fisicamente.

Ora che ho una certa età capisco di più e mentre scrivo queste parole mi rendo conto del dolore dei miei nonni che, dopo la partenza del primo figlio all’estero, non hanno mai più potuto vedere tutti i figli insieme ed avere una casa piena di figli e nipotini per festeggiare le grandi occasioni, fino all’ultima occasione, i funerali quando tutta la famiglia dovrebbe essere unita.

Il ruolo dei nonni

Chi ha potuto crescere con i nonni sa di aver potuto imparare cose del proprio passato che solo i nonni potevano insegnare mentre i genitori erano a lavorare. Questo è un aspetto che moltissimi noi figli di emigrati italiani non ha potuto avere ed è una mancanza che comprendi pienamente solo da adulto e a quel punto è troppo tardi.

Infatti, non pochi di noi torniamo ai paesi d’origine per scoprire che il padre o la madre che conosci non è quella persona che ti descrivevano i parenti ed amici dell’infanzia. Ci sono casi in cui hai la strana sensazione di scoprire che ci sono segreti di famiglia che non sempre vengono spiegati, e che non ci sono più le persone in grado di riempire i vuoti.

Coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere bene i nonni e di poter passare tanto tempo con loro hanno ricordi bellissimi che rimarranno con loro per sempre. Ma noi senza nonni non abbiamo avuto questa fortuna.

I nonni sono parte importante della storia dell’Emigrazione italiana, alcuni perché sono emigrati anche loro e ci sono quelli che hanno visto figli partire per più paesi ed anche continenti per formare rami nuovi della famiglia che, tristemente, nel corso del tempo non si sono più incontrati.

Ma per fortuna ora sui social vediamo che dopo tre, quattro e più generazioni, i discendenti cominciano a voler sapere del loro passato e hanno iniziato i primi passi per trovare la famiglia in Italia che non hanno mai conosciuto.

Fanno bene ed è il loro diritto e dovere personale. Però, come ho cercato di spiegare, non sempre sai quel che troverai e questo è particolarmente vero per molti discendenti di emigrati italiani che cercano le loro radici. Molti saranno benvenuti, ma non tutti avranno accoglienze calorose ed alcuni troveranno sorprese del passato che mai avrebbero immaginato, ed alcuni si renderanno conto che quel che si ricordavano non era proprio la realtà delle loro famiglie.

E molto di questo è perché, per molti di loro, non c’erano i nonni che potevano spiegare e preparare i nipotini per quel che avrebbero trovato da adulti.

di emigrazione e di matrimoni

The Missing Links, the Grandparents

For many children of Italian migrants the grandparents were the unknown people or the mysterious voices at the end of the telephone line who sent gifts for the parties and important occasions.

When you read the social media pages of the Italians overseas there is an aspect of life that often be seen. However, it is an aspect that, for a number of reasons, many children of Italian migrants were not able to experience and as the years pass by they realize that this missing link represents as essential aspect of their lives.

Until not so long ago Italian families lived with three, or even more generations in the same home, or a cascina (farmhouse) for the farmers, and the grandparents, more than the parents, were the ones who taught the young ones their traditions and above all their origins.

Sadly, for many children of Italian migrants the grandparents were the unknown people or the mysterious voices at the end of the telephone line who sent gifts for the parties and important occasions. For the grandchildren overseas the lack of their physical presence means that they do not know aspects that would often explain the reasons for their parent’s migration.

For the children of Italian migrant this means having a very personal void that is almost impossible to fill.

Melbourne

That trip to Melbourne was very special. I was nine years old and we went to meet my maternal grandparents who were stopping there before proceeding to Sydney for a few weeks with zia Virginia, my mother’s sister, zio Fiorenzo and their daughter Marina and zio Peppino, her brother, zia Soccorsina and their sons Tony and Domenic.

We went as two families, mamma, papà, my brother Tony and I, together with zio Gerardo, my mother’s other brother, zia Maria and my cousin Tony who was still a child. I do not remember a lot about those days except the strong emotions and the pleasure of meeting my grandparents.

However, I have a particularly strong memory of my nonno (grandfather), his very sweet eyes that always seemed to smile at you but in a face that the adult I now am understands was of someone who had passed through hard times.

When the ship left for Sydney a few days later we returned to Adelaide but a few weeks later we too left for Sydney to bring them back with us for the Adelaide leg of their trip to Australia.

Those weeks were very happy. We took trips together, nonno took my brother and me to the shop for a cold drink or an ice cream and the lessons of what would always remind me of him because whenever I play Scopa (a card game) I remember that he was the one who taught it to us.

That period in Australia marked the only time that mamma’s family was almost complete since the migration of the first brother. Only zia Maria who had stayed in Italy was missing. Who knows how many times everybody dreamed the great gathering in the near future. But Fate did not allow it.

One evening three years later my brother and I were watching television when we heard the doorbell. We heard mamma scream, because at that time a telegram at 9pm could only be bad news, and a few seconds later zia Gerardo came in to switch off the television. We knew nonno was sick but the news shocked us.

That evening my mind relived those weeks with him and I wondered if I would see nonna again. Luckily I had that great pleasure and honour on other occasions.

Scauri and Bianco

In 1972 we went to Italy for the first trip. The first stop was Scauri(LT) where on the first day we went to the cemetery to pay homage to nonno and also my mother’s beloved zio Mario who had died a year after nonno.

I felt joy seeing nonna again but I felt the loss of nonno. On the other hand I had the pleasure to finally meeting zia Maria, zio Domenico and my cousins Tommy and Silvana. During those days I began to understand that my personal heritage was much bigger that what I thought.

And then, after the first days at Scauri we went to Bianco(RC) to find papà’s family. Sadly I could not get to know my paternal grandparents. Nonno had already passed away when I was born and nonna not long after. So we never had the opportunity to be able to understand what they were like and what they could have taught us.

Like in Scauri, on the first day we went to the cemetery to put flowers on their grave, as also on the grave of zio Giuseppe, my father’s brother who had died in 1948.

The surprise for me was to find many uncles and cousins that I did not know before that trip. In Perth, Australia there were zio Rocco, papà’s brother, zia Concettina and our cousins Teresa and Maria. Sadly space does not allow me to list all the uncles, aunts and cousins, also for fear of missing someone. However, when we left to go back to Australia I could not wait to go back to both Scauri and Bianco to know more about my past.

However, the lack of the grandparents and, inevitably, the uncles and aunts meant that it was difficult to know many aspects of my family’s past and I do not know if I will ever have the opportunity to know them.

Time and my various trips to Italy opened doors to the past that I never imagine but I do not know if I will ever cross them to know everything I would like to know about papà. I know how much he loved his family but it makes me sad to not be able to fully understand why he had to leave eight brothers and sisters to start a life alone in a far away continent, joined a few years later by only one brother.

I know only one thing for sure, he had no desire to go back to live in Italy and the idea that I was ill at ease in Australia distressed him. This saddened me but in the end we were able to resolve all the misunderstandings before a terrible disease took him away, first mentally and then physically.

Now that I am at a certain age I understand more and as I write these words I realize the pain of my grandparents who, after the departure for the first son for overseas, were never again able to see all their children together and to have a house full of the children and grandchildren to celebrate all the great occasions, up to the final occasions, the funerals when all the family should be together.

The grandparents’ role

Those who grew up with the grandparents know they were able to learn things that only they could teach because the parents were at work. This is an aspect that many of us children of Italian migrants could not have and it is a lack that you understand fully only as an adult and at that point it is too late. 

In fact, not a few of us go back to the towns of origin to discover that the father or mother we know is not the person the relatives and childhood friends describe to you. There are cases in which you have the strange sensation of discovering there are family secrets that are not always explained and that there are no longer the people who can fill in the gaps.

Those who had the good fortune to know their grandparents well and to be able to spend time with them have beautiful memories that will always stay with them. But we without grandparents never had this luck.

The grandparents are a major part of the history of Italian migration, some because they too migrated and there are those who saw children leave for a number of countries and also continents to form new branches of the family that, sadly, over time no longer meet.

But luckily, we now see on the social media the descendants who, after three, four and more generations, begin to want to know about their past and have begun the first steps to finding the families in Italy that they have never known.

They are doing the right thing and it is their right and personal duty. However, as I have tried to explain, you do not always know what you will find and this is particularly true for many descendants of Italian migrants who look for their roots. Many will be welcomed but not everyone will have a warm welcome and some will find surprises from the past that they could never have imagined and some will understand that what they remember was not precisely the reality of their families.

And much of this is because for many of them there were no grandparents who could have explained and prepared the grandchildren for what they would find as adults.

FAO/UNICEF/WFP su Yemen: il numero di persone che affronteranno alti livelli di insicurezza alimentare acuta aumenterà da 2 milioni a 3,2 milioni nei prossimi sei mesi a causa del COVID-19

Secondo le agenzie delle Nazioni Unite, crisi economica, conflitti, inondazioni, locuste del deserto – e ora il COVID-19 – potrebbero vanificare i miglioramenti della sicurezza alimentare in alcune zone dello Yemen.

Secondo l’ultima analisi della Classificazione integrata delle fasi di sicurezza alimentare (IPC) pubblicata oggi dalla FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), dall’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia), dal WFP (Programma alimentare mondiale) e dai partner, shock economici, conflitti, inondazioni, locuste del deserto e ora il COVID-19 stanno creando una tempesta perfetta che potrebbe invertire i sudati progressi nel campo della sicurezza alimentare nello Yemen.

L’analisi condotta finora in 133 distretti dello Yemen meridionale prevede un allarmante aumento delle persone che si trovano ad affrontare alti livelli di insicurezza alimentare acuta, cioè in fase di crisi (IPC Fase 3) e di emergenza (IPC Fase 4) entro la fine dell’anno. 

L’insicurezza alimentare acuta in queste aree è stata mitigata lo scorso anno grazie a un massiccio aumento dell’assistenza umanitaria, ma tutto il lavoro fatto potrebbe essere rapidamente cancellato poiché si prevede che il numero di persone che affronteranno alti livelli di insicurezza alimentare acuta aumenterà da 2 milioni a 3,2 milioni nei prossimi sei mesi.

Ciò rappresenterebbe un aumento dal 25% (a febbraio-aprile) al 40% della popolazione (a luglio-dicembre) che soffre di alti livelli di insicurezza alimentare acuta, anche se saranno mantenuti l’assistenza alimentare umanitaria e l’accesso a coloro che ne hanno bisogno. 

I fattori che determinano l’insicurezza alimentare acuta:

Il declino economico è il motore principale. La crisi economica e l’inflazione persistono con la moneta locale in caduta libera, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e il quasi esaurimento delle riserve di valuta estera. Ad esempio, da metà dicembre 2019 a metà giugno 2020, la valuta locale (riyal yemenita) ha perso in media il 19% del suo valore rispetto al dollaro statunitense, superando i livelli di crisi del 2018.

Il conflitto rimane un fattore chiave dell’insicurezza alimentare acuta.

Il COVID-19 sta incidendo sulla disponibilità di cibo, sull’accesso e sulla disponibilità nel mercato, oltre che sulle opportunità di guadagno e sui salari. Importanti misure per limitare la diffusione del COVID-19 hanno portato a ritardi nelle importazioni, barriere logistiche e perturbazioni dei mercati. Anche le rimesse dagli yemeniti all’estero sono diminuite di circa il 20% e si prevede che continueranno a diminuire.

Nuove aree di proliferazione di locuste del deserto e del parassita Lafigma stanno emergendo come conseguenza di condizioni ambientali favorevoli, comprese le piogge, e minacciano la produzione alimentare nello Yemen, nella regione e oltre.

La produzione di cereali quest’anno, ad esempio, dovrebbe essere di 365.000 tonnellate – meno della metà dei livelli pre-guerra.

Le inondazioni improvvise hanno già avuto un impatto devastante in alcune zone, e si prevede che la maggior parte dei distretti lungo la costa araba sarà colpita da cicloni nei prossimi mesi.

“L’analisi ci mostra che lo Yemen è di nuovo sull’orlo di una grande crisi di sicurezza alimentare. 18 mesi fa, quando abbiamo riscontrato una situazione simile, abbiamo ricevuto generosi contributi. Abbiamo usato le risorse che ci sono state affidate e abbiamo ampliato sensibilmente l’assistenza nei distretti in cui la gente era più affamata e più a rischio. Il risultato è stato straordinario. Abbiamo evitato la carestia. Se non riceveremo i fondi di cui abbiamo bisogno ora, non potremo fare lo stesso questa volta”, ha dichiarato Lise Grande, Coordinatrice umanitaria per lo Yemen.

“Le persone dello Yemen ne hanno già passate tante e sono resilienti. Ma adesso stanno affrontando troppe difficoltà e minacce tutte insieme – dal COVID-19 alle invasioni delle locuste del deserto. I piccoli contadini e le famiglie che dipendono dall’agricoltura per il loro sostentamento hanno bisogno del nostro sostegno ora più che mai”, ha dichiarato Hussein Gadain, rappresentante della FAO nello Yemen.

“Lo Yemen sta affrontando una crisi su diversi fronti”, ha dichiarato Laurent Bukera, Direttore paese del WFP in Yemen. “Dobbiamo agire adesso. Nel 2019, grazie a un sensibile ampliamento dell’assistenza, il WFP e i suoi partner hanno invertito il deterioramento delle condizioni nelle zone più colpite dello Yemen. I segnali di allarme sono tornati e, con l’aggiunta della pandemia di Coronavirus, la situazione potrebbe peggiorare molto se l’azione umanitaria sarà ritardata”.

“Una pericolosa combinazione di conflitti, difficoltà economiche, scarsità di cibo e un sistema sanitario debole hanno spinto milioni di bambini nello Yemen sull’orlo del baratro, e la crisi del COVID-19 potrebbe peggiorare ulteriormente le cose”, ha dichiarato Sherin Varkey, rappresentante dell’UNICEF in Yemen. “Sempre più bambini piccoli rischiano di diventare gravemente malnutriti e di richiedere cure urgenti. Un maggiore e costante sostegno è vitale se vogliamo salvare la vita di questi bambini”.

Cosa dobbiamo fare adesso?

L’analisi raccomanda una serie di azioni urgenti, fra cui:

Garantire un’assistenza alimentare continua e senza ostacoli per salvare vite umane e proteggere i mezzi di sussistenza delle popolazioni che si trovano ad affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta, compresi gli sfollati;

Riabilitare le infrastrutture idriche danneggiate dalle inondazioni e ridurre l’impatto delle future inondazioni sull’acqua e sui sistemi di irrigazione;

Sostenere gli agricoltori che hanno perso i raccolti e i pascoli a causa di parassiti e shock climatici (infestazioni di locuste, il parassita Lafigma, inondazioni);

Promuovere buone pratiche nutrizionali a livello domestico attraverso attività come il giardinaggio domestico e la sensibilizzazione educativa sulla sicurezza alimentare e idrica;

Rafforzare i sistemi di allarme rapido e di monitoraggio generale della sicurezza alimentare per mitigare l’impatto negativo degli shock e consentire una risposta rapida e coordinata.

Azerbaigiani d’Italia riuniti a Montecitorio per richiedere giustizia

La manifestazione per chiedere alla comunità internazionale, inclusi il Governo e il Parlamento d’Italia, di valutare e condannare fermamente le provocazioni dell’Armenia affinché abbandoni la sua politica di aggressione contro l’Azerbaigian

Il Consiglio di Coordinamento degli Azerbaigiani in Italia, organizzazione che rappresenta tutti gli azerbaigiani in Italia, ha organizzato ieri pomeriggio una manifestazione a Piazza Montecitorio, per esprimere i propri sentimenti contro l’aggressione militare dell’Armenia contro l’Azerbaigian e le ultime provocazioni militari armene al confine di stato tra l’Armenia e l’Azerbaigian.

La manifestazione, a cui hanno partecipato un centinaio di cittadini azerbaigiani, ha avuto lo scopo anche di esprimere le condoglianze, solidarietà e vicinanza alle famiglie dei caduti azerbaigiani, che hanno dato la loro vita per proteggere la propria Patria, così come il sostegno all’esercito dell’Azerbaigian, impegnato nella difesa dell’integrità territoriale azerbaigiana.

Altra finalità quella di chiedere alla comunità internazionale, inclusi il Governo e il Parlamento d’Italia, di valutare e condannare fermamente le provocazioni dell’Armenia e costringere questo paese ad abbandonare la sua politica di aggressione contro l’Azerbaigian. “E’ l’atteggiamento armeno a costituire una minaccia alla stabilità e alla sicurezza nella regione del Caucaso del Sud, così come alla fornitura continua di energia verso l’Europa, in particolare l’Italia”, si legge in una nota del Consiglio.

Lezioni dalle associazioni italiane in Argentina sotto Covid19 – Lessons from Italian Associations in Argentina under Covid19

di emigrazione e di matrimoni

Lezioni dalle associazioni italiane in Argentina sotto Covid19

Almeno da due anni, oltre la metà degli italiani arrivati in Argentina nelle ultime decadi, è ripartita verso altre destinazioni e la dinamica del loro modo di raggrupparsi si è dimostrata così volatile come la rete stessa.

In questo periodo di Covid19 leggiamo ogni giorno degli effetti sulla salute, ma il nuovo articolo di Paolo Cinarelli dall’Argentina ci fa capire che la chiusura sta avendo effetti disastrosi in Argentina, e sicuramente ovunque ci siano associazioni italiane nel mondo.

Paolo spiega che, per poter tirare avanti nel frattempo, alcune associazioni italiane in quel paese hanno attivato un servizio di cibo da asporto, come fanno anche gli italiani in altri paesi, come il Fogolar Furlan ad Adelaide in Australia che ha stabilito il venerdì come sera per svolgere questo servizio.

Però, noi in Italia come paese e anche le comunità italiane all’estero stesse in ogni paese, dobbiamo soprattutto guardare al futuro perché queste associazioni sono un bene, sia per le comunità stesse che per l’Italia, che in loro ha una rete preziosa per poter promuovere i nostri prodotti all’estero, a partire da quello più importante, la nostra Cultura. Ma andremo oltre, queste associazioni potrebbero e dovrebbero essere un mezzo per aumentare gli scambi tra paesi di ogni genere, sia commerciali che culturali.

Nel promuovere questi scambi e promozioni noi tutti non avremmo niente da perdere e molto, ma molto da guadagnare se agissimo con vera intelligenza e non la solita furbizia, che fin troppo spesso vediamo da chi vuole solo svolgere attività per interessi personali invece che per il bene della nostra comunità in Patria ed internazionale.

Nel caso che Paolo indica, una possibilità che tristemente succederà abbastanza spesso nel prossimo futuro, la chiusura/fallimento di circoli ed associazioni italiani, dobbiamo assicurare che i soldi delle vendite di questi circoli e delle loro proprietà non finiscano nella tasche di individui, oppure nelle casse di associazioni di beneficenza non-italiane, bensì devono rimanere nelle comunità stesse, magari per, come minimo, non solo promuovere l’insegnamento della nostro lingua e promozione della nostra Cultura, ma anche, e in un certo senso ancora più importante, finalmente poter finanziare e promuovere un progetto che è già troppo in ritardo, un progetto per documentare la Storia dell’Emigrazione italiana in questi paesi, partendo dai primi immigrati,  e continuando ai loro discendenti e le loro imprese di ogni genere sia nel nel bene che nel male, perché non dobbiamo mai nascondere che non tutto è andato bene all’estero, nei nuovi paesi di residenza, perché questa Storia è anche la Storia d’Italia e non ne conosciamo affatto abbastanza.

Lezioni dalle associazioni italiane in Argentina sotto Covid19

Paolo Cinarelli

“La fondazione delle associazioni si faceva un po’ così, per la nostalgia degli arrivati che volevano ritrovarsi con amici e parenti, non solo per una questione di compagnia ma anche per aiutarsi mutuamente. Le seconde generazioni hanno trasformato le associazioni in un rifugio di quell’italianità che gli avevano trasmesso i nonni e i genitori. Col passare degli anni alcune sparivano e altre nascevano con l’arrivo nel dopoguerra di altri giovani (…) che però si riunivano per motivi legati alla nostalgia, la familiarità, la festa di un Santo patrono. Oggi queste associazioni non sanno diventare un punto di ritrovo dei nuovi giovani”, secondo le parole di Roberto Carolei nel programma radio Tanos, che conduce ogni venerdì pomeriggio, anche lui tra i fondatori dell’associazione italiana Gran Sud di Temperley, nella provincia di Buenos Aires, e direttore-fondatore del balletto folkloristico Gioia d’Italia.

Edda Cinarelli, giornalista storica della comunità italiana a Buenos Aires, in un articolo pubblicato sul suo giornale online Italiani a Buenos Aires il 17 ottobre del 2018 dal titolo “Nuove forme di associazionismo”, ha trattato il fenomeno dei gruppi online formati dai nostri nuovi arrivati in Argentina. Però almeno da due anni, oltre la metà degli italiani arrivati in Argentina nelle ultime decadi, è ripartita verso altre destinazioni e la dinamica del loro modo di raggrupparsi si è dimostrata così volatile come la rete stessa. Questi innumerevoli gruppi virtuali caratterizzati dalla loro spontaneità e mancanza di organizzazione, struttura e obiettivo, sono spuntati come i funghi dopo la pioggia e si sono disfatti dopo la prima cena andata male, o comunque quando la loro proposta è diventata ripetitiva ed ha smesso di rappresentare l’alternativa che volevano proporre.

La descrizione dello stato attuale delle associazioni italiane in Argentina, alle prese con la quarantena più lunga del mondo, è ancora più cruda secondo le parole della presidente di Feditalia (n.d.r., Federazione delle associazioni italiane) Florencia Caretti: “purtroppo molte non hanno potuto cominciare le attività dell’anno e dal punto di vista economico questa situazione le sta soffocando, sono pochissime quelle che possono continuare l’attività sociale in modo online o mantenersi grazie alla distribuzione di cibo a domicilio. Stiamo portando avanti azioni di ogni tipo al fine di ottenere qualche forma di aiuto o beneficio per cui risulta fondamentale portare a termine un censimento per aiutare le associazioni in difficoltà, questa è una delle funzioni di Feditalia oggi più che mai”.

In linea con Florencia Caretti il 2 luglio è stato presentato alla camera dei deputati della provincia di Buenos Aires dal deputato Facundo Tignanelli, un disegno di legge preparato da altri giovani come Fernando Collizzolli, Emmanuel González Santalla e Maite Alvado che prevede una serie di condoni ed esenzioni per le associazioni civili e mutualistiche di collettività e di migranti. Ma a questo punto la domanda resta aperta: quale sarà il futuro delle associazioni italiane post quarantena?

Il futuro immediato è così incerto che la risposta sembra impossibile da anticipare. Inoltre solo le associazioni più grandi riescono ad avere un gruppo di giovani coeso per assicurare una continuità nel futuro garantendo al tempo stesso una presenza nel mondo virtuale, che le renda visibili simultaneamente anche attraverso più canali di comunicazione. Il futuro resta aperto.

di emigrazione e di matrimoni

Lessons from Italian Associations in Argentina under Covid19.

Less than two years later, more than half of the Italians who migrated to Argentina in the last few decades left again for other destinations and the dynamic of their way of grouping together showed itself to be as volatile as the network itself

Every day during this period of Covid19 we read about the effects on health but Paolo Cinarelli’s new article from Argentina lets us understand that the lockdown is having disastrous effects in Argentina and assuredly wherever there are Italian associations around the world.

Paolo mentions the fact that in order to be able to carry on in the meantime some Italian associations in that country have begun a takeaway food service , as Italians in other countries are also doing, such as the Fogolar Furlan in Adelaide, Australia which has established Friday as the evening to provide this service.

However, we in Italy as a country and the Italian communities overseas themselves must above all look to the future because these associations are assets for both the communities themselves and for Italy which with them has a valuable network to be able to promote our products overseas, starting from the most important product, our Culture. But we will say more, these associations could and should be a means for increasing exchanges of every type between countries, from commercial to cultural.

In promoting these exchanges we all would have nothing to lose but we would really have much to gain if we act with true intelligence and not with the usual slyness that we see all too often from those who want to carry out activities for personal interests instead of for the good of our community in Italy and internationally.

In the case that Paolo points out, the failure/closing of Italian clubs and associations, a possibility that sadly will surely happen often enough in the near future, we must ensure that the money from the sale of these clubs and their properties do not end up in the coffers of non-Italian charities but will remain within the communities themselves, maybe for, as a minimum, not only to promote the teaching of our language and the promotion of our Culture but also and in a certain sense an even more important reason, to finally be able to finance and promote a project that is already very late, a project to document the History of Italian Migration in these countries of every type, both good and bad because we must never hide that not everything went well overseas, because this history is also Italy’s history and we do not know at all enough about it.

Lessons from Italian Associations in Argentina under Covid19

Paolo Cinarelli

 “The foundation of the associations was a bit like that, because of the nostalgia on the new arrivals who wanted to find themselves with friends and relatives, not only for a matter of company but also to help each other. The second generation transformed the associations into a refuge of that Italian spirit that the grandparents and the parents had passed onto them. With the passing of the years some disappeared and others were formed with the arrival of new young people after the war…which however reunited for reasons connected to nostalgia, familiarity and the Feast of the Patron saint. Today these associations do not know how to become the meeting place for the new young people”, said Roberto Carolei in the radio programme Tanos that he presents every Friday afternoon. He too was one of the founders of the Gran Sud Italian association in Temperley in the province of Buenos Aires and the director-founder of the Gioia d’Italia folkloric dance group.

Edda Cinarelli the historic journalist of Buenos Aires’s Italian community in an article published in her online newspaper “Italiani a Buenos Aires” on October 17, 2018 “Nuove forme di associazionismo” (New forms of Associations) dealt with the phenomenon of the online groups formed by the people newly arrived in Argentina.  However, less than two years later, more than half of the Italians who migrated to Argentina in the last few decades left again for other destinations and the dynamic of their way of grouping together showed itself to be as volatile as the network itself. These innumerable virtual groups characterized by their spontaneity and lack of organization, structure and aim have grown like mushrooms after the rain and they dissolved after the first dinner that went badly or, an any case, when their proposal became repetitive and stopped representing the alternative they wanted to offer.

The description of the current state of Italian associations in Argentina, tackling with the longest quarantine in history, is even harsher according to Florence Carretti, president of Feditalia (Federation of the Italian Associations): “Unfortunately many were not able to start their activities this year and from the financial point of view this situation is smothering them, very few of them can continue their social activities online or support themselves thanks to the provision of home food services. We are carrying out every type of action for the purpose of achieving some form of help or benefit, for which it is essential to complete a census to help the associations in difficulty. This is one of the Feditalia’s roles, today more than ever”.

In line with Florencia Caretti’s statement, on July 2 parliamentarian Facundo Tignanelli presented to the Chamber of Deputies of the province of Buenos Aires a draft law prepared by other young people such as Fernando Collizzolli, Emmanuel González Santalla and Maite Alvado that provides for a series of amnesties and exemptions for the community and migrants civil and cooperative associations. But at this point the question remains open: what will be the future of Italian associations after the quarantine?

The future seems so uncertain that the answer is almost impossible to foresee. Furthermore, only the biggest associations manage to have a cohesive group of young people to ensure continuity into the future while at the same time guaranteeing a presence in the virtual world that makes them visible simultaneously also through multiple means of communication. The future is still open.

Azerbaigian, le provocazioni militari dell’Armenia minacciano le infrastrutture energetiche e di trasporto della regione

L’intera infrastruttura per la distribuzione delle risorse energetiche dell’Azerbaigian nei paesi occidentali e nel mercato mondiale si trova in questa regione (proprio nel distretto di Tovuz), ha spiegato Elshad Nasirov, vicepresidente per gli investimenti e il marketing della compagnia petrolifera statale dell’Azerbaigian (SOCAR) 

Elshad Nasirov, vicepresidente per gli investimenti e il marketing della compagnia petrolifera statale dell’Azerbaigian (SOCAR), ha evidenziato come “Non è un caso che l’Armenia abbia avviato un’operazione militare contro l’Azerbaigian tre mesi prima dell’inizio delle forniture di gas dell’Azerbaigian in Europa”.

“Ora le operazioni non si svolgono nel Nagorno-Karabakh (regione dell’Azerbaigian occupata militarmente dall’Armenia), riconosciuto da tutte le organizzazioni e paesi internazionali come territorio dell’Azerbaigian, ma sul confine Armenia-Azerbaigian”, ha specificato, invitando a guardare la mappa della regione. L’intera infrastruttura per la distribuzione delle risorse energetiche dell’Azerbaigian nei paesi occidentali e nel mercato mondiale si trova in questa regione (proprio nel distretto di Tovuz), ha spiegato il vicepresidente. Parliamo dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, il Corridoio Meridionale del Gas, il gasdotto Baku-Supsa, la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars, l’autostrada Baku-Tbilisi, che si trovano nelle immediate vicinanze del luogo dello scoppio delle ostilità causate dall’Armenia. Nasirov invita a “riflettere su quanto siano vulnerabili il corridoio Ganja e la regione transcaspica e su come garantire la sicurezza militare e fisica del corridoio che assicura la sicurezza energetica dell’Europa”.

Sulla base dell’ultimo comunicato stampa del Ministero degli Affari Esteri dell’Azerbaigian, informiamo inoltre che il 16 luglio 2020, le forze armate dell’Armenia hanno tentato di attaccare di nuovo le nostre posizioni in direzione del distretto di Tovuz, lungo il confine tra Azerbaigian e Armenia, bombardando infrastrutture civili nei villaggi di Aghdam, Dondar Gushchu e Vahidli, nella regione di Tovuz, con armi di grosso calibro e artiglieria. Durante i continui combattimenti è stato ucciso un militare dell’esercito azero.

“Continuando le sue sanguinose azioni provocatorie, l’Armenia dimostra apertamente la sua intenzione di rafforzare le conseguenze della sua politica aggressiva, violando gravemente le norme e i principi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e di compiere nuovi atti di aggressione con la forza”, afferma il comunicato.

“Ribadiamo” – si legge ancora – “che l’unica causa di tensione nella regione è l’Armenia, che mantiene il Nagorno-Karabakh e 7 regioni circostanti dell’Azerbaigian sotto occupazione militare, viola i diritti e le libertà fondamentali di centinaia di migliaia di azerbaigiani e impedisce direttamente la risoluzione del conflitto attraverso negoziati.”

“La leadership armena, nel tentativo di nascondere la sua fallita politica interna, tenta di rafforzare la sua  politica estera aggressiva e di distogliere l’attenzione della comunità internazionale dalla responsabilità dell’occupazione dei territori azerbaigiani, ma deve rendersi conto che l’Azerbaigian non accetterà mai l’occupazione dei suoi territori riconosciuti a livello internazionale e non un centimetro della nostra terra sarà lasciata sotto occupazione. L’Azerbaigian ha sempre dichiarato il suo sostegno a una soluzione politica al conflitto, ma ciò non deve essere inteso come una continuazione senza fine dei negoziati. L’Azerbaigian sostiene colloqui orientati ai risultati e si aspetta che gli sforzi di mediazione dei co-presidenti del Gruppo Minsk dell’OSCE siano in questa direzione. La leadership armena è pienamente responsabile della tensione sul fronte e di tutte le conseguenze che può causare”, conclude il comunicato del Ministero degli Esteri dell’Azerbaigian.

Allo stesso tempo, il Ministero della Difesa dell’Azerbaigian ha dichiarato che a partire dalle 05.45 del 16 luglio, sono state condotte operazioni militari nella direzione della regione di Tovuz, al confine di stato tra Azerbaigian e Armenia. “Nei combattimenti finora in corso sono stati colpiti dal fuoco preciso delle nostre unità fino a 20 militari, 1 veicolo corazzato che trasportava forze di riserva in posizioni di combattimento nemiche, 1 postazione di guerra elettronica (EW), postazioni di combattimento e roccaforti del nemico. Un militare dell’esercito dell’Azerbaigian, il soldato Ismayilov Nazim Afgan, è stato ucciso durante le operazioni di combattimento”.

Il Ministero della Difesa dell’Azerbaigian inoltre ha dichiarato che “Sebbene il comitato investigativo dell’Armenia affermi che la parte armena avrebbe perso 4 soldati e che 36 siano rimasti feriti durante le recenti operazioni militari, il Ministero della Difesa dell’Azerbaigian dichiara che questa informazione è completamente falsa e non riflette la realtà e che durante gli scontri in direzione di Tovuz, le unità delle forze armate dell’Armenia avrebbero perso circa un centinaio di militari, uccisi e feriti. Come solitamente accade, l’Armenia sta cercando in tutti i modi di nascondere al pubblico le sue perdite militari. Tuttavia, tutta la verità verrà a galla e saranno costretti ad ammettere le loro perdite”.

Altri Episodi di Vita Italiana – Other Episodes of Italian Life

di emigrazione e di matrimoni

Altri Episodi di Vita Italiana

Siamo cresciuti pensando d’essere più italiani che australiani, però, il primo viaggio in Italia per trovare i nonni, zii e cugini ha dimostrato che non eravamo nemmeno questo.

La settimana scorsa ho scritto un articolo sulle tradizioni della famiglie italiane all’estero (Vivere in due mondi destinati a sparire – Living in two worlds destined to disappear), in modo particolare nel mio paese di nascita, l’Australia. Questo articolo ha descritto un aspetto del vivere in due mondi, però ha fatto solo riferimenti brevi ai figli degli emigrati che si trovavano a dover creare un’identità nuova, che mette insieme il mondo italiano della casa di famiglia e il mondo del paese di residenza.

Anche questi episodi fanno parte della vita degli italiani all’estero e abbiamo l’obbligo di ricordarli perché, anche se svolti in altri paesi, gli aspetti che determinano che vita avrà ogni figlio/discendente degli emigrati italiani, sono legati all’Italia tramite i genitori e quindi anche loro sono parte della Storia d’Italia.

Inoltre, come dirò in seguito, queste esperienze sono comuni non solo tra gli emigrati italiani e i loro discendenti, ma anche tra tutti gli emigrati in tutti i nuovi paesi di residenza, senza eccezioni, e faremmo bene a tenerlo in mente nei dibattiti degli italiani all’estero.

Scuola e oltre

Mentre cresci in una casa italiana all’estero e tutti i contatti sono con parenti e amici italiani, non ti rendi conto che il tuo paese di nascita non è l’Italia. Poi arriva il tuo primo giorno di scuola e capisci che il mondo fuori casa non è proprio quel che pensavi.

Anche se non ricordo più tanti dettagli, mi ricordo ancora quel giorno e il senso di sentirmi perso perché non capivo quel che dicevano gli altri. Senza dubbio le suore che dirigevano la scuola avevano esperienza con altri figli di italiani, ma un ragazzo di quattro anni non poteva comprendere questo. Ma di una cosa sono sicuro, è stato sicuramente l’inizio di una battaglia per scoprire la mia identità, perché avranno cercato di registrami con la versione inglese del mio nome e non ho mai smesso di combattere quella battaglia perché il mio nome, in italiano, fa parte della mia identità.

In quel primo anno ho iniziato a imparare la lingua del mio paese di nascita, l’Australia e man mano che aumentava la mia capacità nell’inglese, ho cominciato ad aver più contatti con i miei coetanei australiani che abitavano vicino a casa. Non mi ricordo esattamente quando sono iniziati questi contatti, però mi ricordo benissimo la fine di quel rapporto.

Un pomeriggio caldissimo cinque o sei di noi ragazzi giocavamo per strada sotto il sole. A un punto uno dei ragazzi ci ha invitati a casa sua per bere qualcosa di fresco. Abbiamo aspettato alla porta mentre chiedeva al padre il permesso di farci entrare. Poi ho sentito l’urlo di lui, “Quel bastardo italiano non entrerà mai in questa casa!”. Avrò avuto sei o sette anni. Non ho più giocato con loro.

La scena si è ripetuta dieci anni dopo, quella volta durante una partita di pallacanestro giovanile tra scuole quando l’allenatore dell’altra squadra ha utilizzato la frase “wog bastard” (l’epiteto verso gli italiani che odiavamo di più all’epoca) indicando me al suo difensore, l‘allenatore era anche un giocatore della nazionale australiana di cricket all’epoca.

Al secondo o terzo anno di scuola sono iniziate le battute di pessimo gusto riguardo gli italiani che mi hanno seguito per il resto della mia vita. All’inizio non le capivo, però dopo poco tempo ho cominciato a perdere la pazienza all’ennesima ripetizione. Solo molti anni dopo mi sono reso conto che i miei coetanei ripetevano quel che dicevano i genitori a casa. Sento ancora queste battute oggi durante scambi sui social con utenti di paesi anglosassoni.

Però, la battaglia più importante per molti di noi figli di italiani era la lingua. Per via dei suoni “th” e “ph” che non esistono in italiano non avevamo una pronuncia perfetta e, purtroppo, molti insegnanti interpretavano questo difetto come mancanza di intelligenza invece che un problema di apprendimento. In questo modo eravamo timbrati come meno intelligenti dei nostri coetanei autoctoni, anche se gli anni seguenti hanno dimostrato che questo non era affatto il caso.

Siamo cresciuti pensando d’essere più italiani che australiani, però, il primo viaggio in Italia per trovare i nonni, zii e cugini ha dimostrato che non eravamo nemmeno questo.

Italia

Per noi tutti quel primo viaggio in Italia rappresenta una tappa indimenticabile durante la quale abbiamo cominciato a capire che il nostro patrimonio personale, sia di famiglia che culturale, era molto, ma molto più ricco di quel che sapevamo. Però abbiamo anche scoperto per la prima volta che non eravamo esattamente italiani.

Nel mio caso ho capito che il mio italiano era elementare, anche se, avendo genitori da regioni diverse, parlavamo l’italiano in casa e non il dialetto che era la norma tra le famiglie italiane che di solito sposavano paesani, oppure corregionali.

Per una parte della mia generazione, la prima nata in Australia dall’ondata dopo la seconda guerra mondiale, quel viaggio ha aperto porte nell’anima che non potevamo capire prima. Trovare i paesini dei genitori e luoghi meravigliosi ha toccato corde personali che non sapevamo esistessero.

Queste sono tappe per capire che noi figli di emigrati italiani non siamo italiani oppure australiani, rappresentiamo aspetti dei nostri due paesi, quello delle nostre origini e il paese di nascita.

In un certo senso avevamo sentito qualcosa del genere da alcuni dei nostri coetanei australiani quando ci dicevano “Torna al paese da dove vieni!”, una frase che per me è diventato il presagio della mia decisione di fare proprio questo nel 2010.

Identità

Ciascuno di noi ha dovuto trovare il mezzo giusto per mettere insieme gli aspetti italiani del proprio carattere con gli aspetti australiani. Ciascuno di noi ha trovato un mezzo diverso perché non esiste una soluzione universale che va bene per tutti.

Nel mio caso, non mi identifico come “italiano” o australiano”, ma come “italo-australiano” perché in alcuni aspetti non sono proprio italiano e viceversa. E il mio mezzo è diventato di scrivere le mie esperienze ed incoraggiare altri a raccontare le proprie esperienze per aiutare coloro che hanno difficoltà a capire chi sono.

Per altri la risposta è stata di negare una parte della propria identità, che vuol dire negare una parte essenziale di loro stessi. Altri hanno passato la vita a cercare la soluzione senza mai trovarla.

Poi, nel corso dei miei viaggi in Italia ho capito che se noi in Australia abbiamo avuto difficoltà a capire cosa vuol dire essere figli di due mondi, chi non è mai andato all’estero ne capisce ancora di meno.

La ruota

La vita è una ruota e prima o poi ti trovi a ripassare le tue esperienze e proprio questo è successo sin dal giorno del mio trasloco a Faenza da Adelaide.

Uno degli aspetti che mi ha più colpito in questi anni è di trovarmi in Italia durante l’arrivo di immigrati da tanti paesi. Ne ho conosciuto tanti da molti paesi e vedo e “sento” che quel che stanno passando non è affatto diverso da quel che sentivo sulla mia pelle sin da quel primo giorno di scuola in Australia nel 1960.

Sento gli stessi luoghi comuni, sento le stesse battutacce, anche se mancano i riferimenti alla guerra che utilizzavano gli australiani contro noi italiani, che una volta eravamo i loro nemici bellici, al punto che ho scoperto anni dopo che due miei zii erano stati prigionieri di guerra proprio degli australiani…

E, ancora più tristemente, fin troppo spesso vedo questi sentimenti anche sui social da parte di discendenti di emigrati italiani da molti paesi verso gli emigrati che ora arrivano nei loro paesi di nascita/residenza. Ciò vuol dire che hanno dimenticato quel che i loro nonni/genitori hanno sofferto decenni fa.

Anche per questo abbiamo l’obbligo di documentare la Storia dell’emigrazione italiana nel mondo, perché queste esperienze dovrebbero anche servire da lezione per l’Italia, per aiutare i nuovi arrivati qui ad integrarsi ed evitare le tragedie del passato in altri paesi dove le vittime erano italiani. 

Se vogliamo davvero onorare il ricordo dei sacrifici dei nostri emigrati nel corso di oltre due secoli, abbiamo il dovere di trattare gli immigrati ora in Italia come avremmo voluto che avessero trattato i nostri parenti e amici all’estero, ma che quasi mai è accaduto.

Non bastano belle parole per rendere omaggio al loro impegno, basta capire le lezioni delle loro vite e non ripetere gli sbagli degli altri verso i nostri concittadini.

Se avete storie da discendenti da emigrati italiani da raccontare, inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

Other Episodes of Italian Life

We grew up thinking we were more Italian than Australian, however, the first trip to Italy to visit our grandparents, uncles, aunts and cousins showed that we were not even this.

Last week I wrote an article about the traditions of Italian families overseas (Vivere in due mondi destinati a sparire – Living in two worlds destined to disappear), particularly in my country of birth, Australia. This article described one aspect of living in two worlds. However, I only made brief references to the migrants’ children who found themselves having to create a new identity that brings together the Italian world at home and the world of the country of residence.

These episodes are also part of the lives of Italians overseas and we have a duty to remember them because, even if they happened overseas, the aspects that determine what lives every child/descendant of Italians migrants will have are tied to Italy through the parents and therefore they too are part of Italy’s history.

Furthermore, as I will say below, these experiences a common not only amongst Italian migrants and their descendants but also amongst all the migrants in all the new countries of residence, without exceptions, and we would do well to bear this in mind during the debates on Italians overseas.

School and beyond

As you grow up in an Italian home overseas and all your contacts are with Italian relatives and friends you do not realize that your country of birth is not Italy. Then comes your first day at school and you understand that the world outside the home is not exactly what you thought.

Even though I do not recall many details, I still remember my first day at school and the sense of feeling lost because I did not understand what the others were saying. Without a doubt the nuns would have had experience with other Italian children but the four year old boy that I was could not understand this. But I am sure of one thing, it was surely the start of the battle to discover my identity because they would have tried to register me with the English version of my name and I never stopped fighting this battle because my name in Italian is part of my identity.

During that first year I began to learn the language of my country of birth, Australia, and as my skill in English slowly grew I began to have more contacts with my Australian peers who lived close to home. I do not remember exactly when these contacts began but I remember very well how this relationship ended.

On a very hot afternoon five or six of us young children were playing in the street under the sun. At one point one of the girls invited us to her home for a cool drink. We waited at the door as she asked her father’s permission to come in and I heard him yell “That Italian bastard will never come into this house!” I was about six or seven at the time. I never played with them again.

This scene was repeated ten years later, that time during a basketball game between schools when the other team’s coach used the phrase “wog bastard” (the epithet we Italians hated the most at the time) when he pointed me out to his defender, the coach was also a player of Australia’s national cricket team at the time.

In the second or third year of school saw the start of the jokes in bad taste about us Italians that followed me for the rest of my life. At the beginning I did not understand them, however, after the umpteenth repetition I began to lose patience. I understood only years later that my peers were repeating what their parents said at home. I still hear these jokes today during discussions on the social media with users from Anglo-Saxon countries.

However, the most important battle for many of us Italian children was the language. Because the “th” and “ph” sounds do not exist in Italian we did not have a perfect pronunciation and unfortunately many teachers interpreted this defect as a lack of intelligence instead of a learning problem. In this way we were branded as less intelligent than our native peers, ever if the years that followed showed that this was not the case at all.

We grew up thinking we were more Italian than Australian, however, the first trip to Italy to visit our grandparents, uncles, aunts and cousins showed that we were not even this.

Italy

For all of us that first trip to Italy represents an unforgettable stage during which we began to understand that our personal heritage, both family and cultural, was much, much richer than we knew. However, we also discovered for the first time that we were not exactly Italians.

In my case I understood that my Italian was basic, even if, having parents from different regions, we spoke Italian at home and not dialect that was the norm amongst Italian families that normally used to marry people from the same town or the same region of Italy.

For a part of my generation, the first born in Australia after the wave of migration after World War Two, that trip opened doors to the soul that we could not understand before. Finding our parents’ home towns and wonderful places touched personal chords that we did not know existed.

These are stages towards understanding that we children of Italian migrants are not Italians or Australians, we represent aspects of our two countries, the country of our origins and our country of birth.

In a certain sense we had felt something of this kind from some of our Australian peers when they told us, “Go back to where you come from!”, a phrase that for me became an omen to my decision to do just this in 2010.

Identity

Each one of us had to find the right means to bring together the Italian aspects of our character with the Australian aspects. Each one of us found a different means because there is no universal solution that is good for everybody.

In my case I do not identify myself as “Italian” or “Australian” but as “Italo-Australian” because in some aspects I am not really Italian and vice versa. And my means has become writing about my experiences and to encourage others to tell their own experiences to help those who have difficulty in understanding how they are.

For others the answer was to deny a part of their identity that essentially means denying an essential part of themselves. Others spent their lives looking for a solution without ever finding it.

And then during my trips to Italy I understood that if we in Australia found it hard to understand what it means to be the children of two worlds, those who have never gone overseas understood it even less.

The wheel

Life is a wheel and sooner or later you find yourself reliving your experiences and this is just what happened since the first day I moved to Faenza from Adelaide.

One of the aspects that have struck me most during these years is to find myself in Italy during the arrival of migrants from many countries. I have met a lot of them from many countries and I see and “feel” that what they are going through is not at all different from what I felt firsthand since that first day at school in Australia in 1960.

I hear the same clichés, I hear the same jokes in bad taste, even if there are not the references to the war that the Australians used against us Italians who were once their enemies in war, to the point that years later I discovered that two of my uncles had been prisoners of war of the Australians…

And, even more sadly, all too often I see these feelings also on the social media on the part of descendants of Italian migrants towards the migrants who are now arriving in their countries of birth/residence. This means that they have forgotten what their grandparents/parents had suffered decades ago.

This is also why we have an obligation to document the history of Italian Migration around the world because these experiences should also serve as lessons for Italy to help the newly arrived migrants to integrate and to avoid the tragedies of the past in other countries where the victims were Italians.

If we truly want to honour the memory of the sacrifices of our migrants over more than two centuries we have a duty to treat the migrants now in Italy as we would have wanted our relatives and friends to be treated overseas but which almost never happened.

Beautiful words are not enough to pay homage to their commitment, it is enough to understand the lessons of their lives and not to repeat the mistakes of others towards our fellow citizens.

If you have personal stories to tell as the descendant of Italian migrants, send your story to: [email protected]

Non solo Covid. Picco donazioni emergenza sanitaria ma in calo quelle terzo settore

La onlus romana Happy family Grajau lancia l’allarme

Allarme per il calo del sostegno agli enti del terzo settore che, pur avendo assistito a un record di donazioni destinate all’emergenza sanitaria (quasi 166 i milioni raccolti dalla Protezione Civile), registra una diminuzione di offerte relative al resto delle imprese no profit.  Parla chiaro infatti il monitoraggio a cura dell’Istituto Italiano della Donazione (IID) sul primo trimestre 2020: l’81% delle realtà ha subìto un impatto importante sul fundraising e il 40% denuncia un calo superiore al 50%. 

L’emergenza Covid, inoltre, ha forzatamente spinto il fundraising verso il digitale: diverse piattaforme hanno avuto un grande successo, ne sono nate di nuove e quelle storiche si sono consolidate, confermando la fotografia emersa dallo studio «Donare 3.0», condotto da Doxa dal 2014 al 2019, che vede le donazioni online passare dal 15 al 21% e diminuire, invece, quelle tramite denaro contante (dal 47% al 40%), sms solidale (dal 24% al 16%) e bollettino postale (dal 17% al 10%). E se davvero il fenomeno solidarietà attorno al Covid 19 è stato una rivoluzione senza precedenti, non si può affermare lo stesso per il resto del terzo settore e proprio a tale scopo arriva l’appello di Happy Family Grajaù, la ONG romana fondata da Stefano Fazi, Andrea de Petris, Simone de Petris, Gianfranco Nirdaci e Giorgio Sgobbi con alle spalle oltre 10 anni di attività in diversi teatri internazionali. 

Pur essendo stati i primi, durante i giorni del Coronavirus, a moltiplicare gli sforzi e attivare una rete di volontari per non abbandonare i soggetti più deboli attraverso donazioni di tablet ai pazienti nelle corsie Covid-positive o grazie a raccolte alimentari per i non autosufficienti, i membri di Happy Family Grajaù oggi riportano l’attenzione anche su altri progetti destinati a contesti di forte disagio collettivo.

“Il sociale non si ferma”, dichiara Andrea De Petris, membro del consiglio direttivo di Happy Family Grajau,“ e donare parte del proprio tempo e delle proprie risorse a iniziative di solidarietà e beneficenza può essere un motivo di vanto e di forza per il paese intero. Chiediamo dunque sostegno per le iniziative che da anni portiamo avanti, come l’ultima nata che riguarda Bukavu, città della Repubblica Democratica del Congo, martoriata dalle guerre civili”, prosegue De Petris. “L’impegno in questo caso è quello di sostenere la locale Ecole Primaire con grembiuli, materiale didattico, banchi e soprattutto finanziando per cinque anni l’alfabetizzazione e l’istruzione di base, uniche ancore di salvezza per sottrarsi alla povertà assoluta e ai lavori svolti in condizioni disumane. Sulla scia della nuova ondata di generosità scaturita dalla pandemia, proviamo dunque a non trascurare quelle associazioni come la nostra che la solidarietà la costruiscono giorno per giorno, qui e ovunque ve ne sia necessità”. 

http://www.happyfamilygrajau.it/

Happy Family Grajau (HFG) è una onlus nata dalla fusione di Happy Family Onlus e Progetto Grajau. Come Happy Family Onlus, costituita nel 2007, HFG assiste bambini ricoverati in particolari reparti pediatrici degli ospedali (oncologia, chirurgia, ematologia, etc.), grazie anche alla collaborazione dei primari, dei medici e delle caposala. All’interno dei reparti pediatrici e, ove possibile, anche nei pronto soccorso, HFG cura la realizzazione di ludoteche o provvede all’ampliamento di quelle esistenti, dotandole di tutto il materiale necessario (informatico, didattico, ludico), fornisce comode poltrone letto destinate alle camere di degenza e bellissimi acquari molto amati dai piccoli degenti. In Italia, HFG ha donato anche un camper pediatrico in grado di aiutare i bambini che hanno difficoltà – economiche, logistiche ecc – per poter ricevere le cure più adeguate, anche a domicilio. Nuova anche la collaborazione con l’Umberto I, anch’essa nata per aiutare e migliorare la vita dei piccoli degenti. HFG assiste anche mamme con bambini che vivono in condizioni di disagio, cura la raccolta di indumenti, coperte, derrate alimentari, che vengono poi donate alle varie strutture che gestiscono centri di accoglienza o case famiglia.

Grazie alla fusione con l’associazione “Progetto Grajau”, nata nel 2010, HFG opera anche all’estero, dove HFG sostiene attivamente le missioni brasiliane delle Suore Dorotee di Don Luca Passi e, nello specifico, il Centro educativo “Santa Dorotea”, che si trova nel Parque Residencial Cocaia (zona di Grajaù), uno dei quartieri più degradati e poveri della periferia sud di San Paolo del Brasile, caratterizzato da un alto indice di criminalità e violenza.  Grazie al lavoro dei volontari e delle sorelle della missione oltre 180 ragazzi, tra i 6 ed i 15 anni, occupano il tempo “non protetto” dalla scuola in attività didattiche e sportive; nel centro, HFG ha ristrutturato – tra le altre cose – le palestre, le aule e diverse strutture in modo che diventasse un luogo di aggregazione sociale e un punto di riferimento per il quartiere. Ogni due anni, HFG eroga, poi, due borse di studio per altrettanti ragazzi, per offrire loro l’opportunità di sviluppare e conoscere i propri talenti con un soggiorno studio in Italia. L’ultimo progetto attivato è nato a seguito del viaggio di tre dei fondatori dell’Onlus a Bukavu, città della Repubblica Democratica del Congo, nel villaggio di Mbobero, situato nella regione orientale del paese. L’impegno è divenuto quello di sostenere la locale Ecole Primaire con grembiuli, materiale didattico, banchi e soprattutto finanziando per cinque anni l’alfabetizzazione e l’istruzione di base, uniche ancore di salvezza per sottrarsi alla povertà assoluta e alla necessità di svolgere lavori in condizioni disumane.

L’Armenia bombarda territori densamente popolati dell’Azerbaigian

Durante la giornata del 13 luglio, nella direzione di Tovuz, al confine tra l’Azerbaigian e l’Armenia, sono continuate le tensioni, e tutti gli attacchi delle forze armate dell’Armenia hanno ricevuto adeguate contromisure da parte delle forze armate dell’Azerbaigian.

“Le forze armate dell’Armenia hanno sparato contro il villaggio di Dondar Gushchu nella regione di Tovuz in Azerbaigian e contro civili, usando armi di grosso calibro. Con questa azione, l’Armenia ha nuovamente dimostrato la sua natura aggressiva e terroristica”, lo afferma una nota del Ministero degli Affari Esteri dell’Azerbaigian.

“Come negli eventi di aprile 2016, l’Armenia bombarda i territori densamente popolati dell’Azerbaigian, viola gravemente tutti i suoi obblighi, norme e principi fondamentali del diritto internazionale, compreso il diritto umanitario internazionale”, cita la dichiarazione del Ministero degli esteri azerbaigiano, aggiungendo che come risultato della continua provocazione delle forze armate dell’Armenia, la popolazione civile azerbaigiana non ha ancora subito perdite, e tutti gli attacchi nemici sono stati soppressi.

Il Ministero degli Affari Esteri dell’Azerbaigian ha evidenziato che la leadership dell’Armenia continua la sua politica aggressiva e cerca di consolidare i risultati dell’occupazione dei territori internazionalmente riconosciuti dell’Azerbaigian e che questa politica non le promette altro che vergogna, collasso e autodistruzione. L’Armenia non dovrebbe pensare che le sue azioni rimarranno impunite. “Come nel caso di qualsiasi occupazione, anche l’occupazione dell’Armenia è temporanea e il nostro paese darà una risposta a tutte le azioni illegali”, conclude la dichiarazione.

Il Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, nel convocare la riunione del Consiglio di Sicurezza del paese, ha sottolineato che i militari azerbaigiani uccisi sono stati vendicati e che i soldati armeni non sono riusciti a penetrare di un centimetro nel territorio dell’Azerbaigian. Il Presidente dell’Azerbaigian ha attribuito l’intera responsabilità di ciò che sta accadendo alla leadership armena, accusando le autorità armene di ipocrisia. “Da un lato, l’Armenia fa appello alla comunità internazionale e chiede aiuto per rafforzare il cessate il fuoco sulla linea di contatto delle truppe dell’Armenia e dell’Azerbaigian, dall’altro, effettuando provocazioni militari, cerca di attaccare il territorio dell’Azerbaigian, conquistare le nostre posizioni, apre il fuoco contro la popolazione civile, contro i nostri villaggi”, ha evidenziato il Presidente Ilham Aliyev.

Il leader azerbaigiano ha sottolineato che Baku ha inviato appelli rilevanti alle organizzazioni internazionali e che i rappresentanti militari di paesi stranieri saranno invitati nel territorio in cui tutto è successo non appena la situazione operativa lo consentirà, per verificare chi ha commesso questa provocazione militare e chi è il responsabile dell’aggravamento della situazione.

Il Presidente dell’Azerbaigian ha parlato anche dei motivi che hanno spinto le autorità armene a violare il cessate il fuoco. Secondo il leader azerbaigiano, la ragione è il caos attualmente presente in Armenia, dove la situazione si sta avvicinando ad un punto di crisi. “Tutti comprendono ormai che la “prosperità” promessa è un sogno, una bugia. Naturalmente, il messaggio delle autorità armene in relazione all’incidente di ieri è un altro segnale di bugie. Con questo messaggio, stanno cercando di attribuire la responsabilità all’Azerbaigian, mentre senza nessuna ragione, e voglio ribadirlo, tutti gli esperti indipendenti possono confermarlo, senza alcuna ragione, è stato effettuato un attacco di artiglieria alle nostre posizioni militari”, ha rimarcato Aliyev.

Il capo di Stato ha sottolineato che il nemico continuerà a ricevere una risposta adeguata a tutte queste azioni provocatorie e che l’Azerbaigian sfrutterà tutte le opportunità disponibili. “Se c’è un bombardamento delle posizioni e dei villaggi azerbaigiani dal territorio dell’Armenia, allora, naturalmente, diamo e daremo una risposta adeguata”, ha detto il leader azerbaigiano. “La nostra causa è giusta, l’Azerbaigian non farà un passo indietro rispetto alla sua posizione”, ha sottolineato il Presidente Ilham Aliyev.

L’analisi militare della tensione nella direzione della regione di Tovuz testimonia che la provocazione è stata avviata dall’Armenia. L’Armenia si è intenzionalmente preparata per questa provocazione. La parte armena improvvisamente ha usato l’artiglieria e, di conseguenza, sono stati uccisi militari azerbaigiani. Le perdite della parte armena sono state causate dal fuoco di ritorsione dell’esercito dell’Azerbaigian. 

L’Armenia afferma che l’Azerbaigian avrebbe attaccato posizioni armene con un’automobile UAZ. Questa è un’affermazione ridicola e incredibile. Se la parte azerbaigiana avesse voluto attaccare, allora non avrebbe usato l’UAZ, ma i potenti strumenti distruttivi presenti nell’arsenale del suo esercito.

Lo scopo dell’Armenia nel commettere questa provocazione non era solo quello di distogliere l’attenzione dalla difficile situazione socio-economica nel paese e dalla deplorevole situazione del COVID-19. L’obiettivo era anche quello di coinvolgere l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) nel conflitto, creando tensioni al confine. L’Armenia sta cercando di sfruttare i paesi CSTO nella sua politica insidiosa e di nascondersi dietro l’organizzazione. Ma le speranze della leadership dell’Armenia sono state deluse. Il buon senso ha prevalso all’interno del CSTO e la riunione straordinaria programmata del consiglio dell’organizzazione sulla questione è stata annullata. La notizia è stata cancellata dal sito web CSTO. Evidentemente i paesi CSTO comprendono le intenzioni sleali dell’Armenia.

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