Italia-USA: ricevuto dal Vicepresidente Armao il pittore siciliano che ha donato un’opera agli italoamericani

Il Critico d’Arte Paolo Battaglia la Terra Borgese, socio onorario dell’Order Sons and Daughters of Italy in America ha reso possibile la donazione di un ritratto raffigurante il fondatore della più antica e consolidata organizzazione a supporto degli italoamericani. Il Critico d’Arte è stato ricevuto dal Vicepresidente della Regione Siciliana per presentare l’opera, prima della definitiva spedizione negli USA.

Il Vicepresidente ed Assessore all’Economia della Regione Siciliana Gaetano Armao ha ricevuto oggi il pittore palermitano Sergio Potenzano insieme al Critico d’Arte Paolo Battaglia La Terra Borgese ed il rappresentante per la Sicilia della Camera di Commercio Americana in Italia (Amcham) Pietro Viola.

Nel corso dell’incontro, il Critico d’Arte Battaglia La Terra Borgese ha presentato l’opera eseguita dal pittore siciliano Potenzano, raffigurante il fondatore dell’Order Sons and Daughters of Italy Vincenzo Sellaro, prima della definitiva spedizione negli Stati Uniti dove sarà esposta permanentemente presso la sede di questa organizzazzione a Washington DC.

Sellaro, medico siciliano nativo di Polizzi Generosa, emigrò negli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso dove fu fondatore del primo Ospedale italiano in America e successivamente si prodigò nel riunire le molteplici Società di Mutuo Soccorso per gli italiani in America in un’unica grande organizzazione che chiamò Ordine dei Figli d’Italia in America, oggi la più antica e consolidata organizzazione a supporto dei cittadini americani di discendenza italiana.

L’opera di Potenzano, una tela di 100×90 cm eseguita in acrilico, è stata donata, grazie all’interessamento del Battaglia La Terra Borgese, che ne ha inoltre firmato la critica, alla Sede Nazionale di Washington di questa organizzazione in segno di profonda amicizia e riconoscenza da parte della Madreterra ai nostri connazionali che hanno con sacrificio abbandonato l’Italia, contribuendo alla crescita di una grande Nazione amica, gli Stati Uniti d’America.

“E’ per me una grande gioia aver contribuito – ha dichiarato il Critico d’Arte Paolo Battaglia La Terra Borgese – a rendere possibile questo gesto d’amicizia tra la comunità italoamericana e la Madreterra. Il fondatore dell’OSDIA, Sellaro, è ricordato a New York con una statua posizionata nel quartiere dove visse ed operò, mi sembrava doveroso far giungere anche dalla sua terra, la Sicilia, un corrispondente tributo ad una figura così importante nella storia dei nostri connazionali al di là dell’Atlantico”.

Il 20 agosto abbiamo superato il punto di non ritorno del clima

Studi recenti dicono che la concentrazione di gas serra nel mondo non è mai stata così alta. Le conseguenze sono più gravi di quello che avevamo immaginato. E le manifestazioni del fenomeno sono peggiori anche delle previsioni scientifiche più gravi

di Dania Scarfalloto Girard – pres. Osservatorio Ambiente della Lidu onlus

Cosa vuol dire? Ma soprattutto quanto tempo abbiamo? Il punto di non ritorno è il momento o condizione a partire dal quale non si riesce più a tornare allo stato iniziale. “In generale il punto di non ritorno è il punto più critico di una crisi che se travalica detto punto si produce, solitamente una trasformazione sostanziale o l’annientamento completo di ciò che l’ha preceduta.” Quello che è certo è che i cambiamenti climatici in atto da un secolo a questa parte, di cui l’uomo è diretto responsabile, devono essere al più presto fermati, per evitare conseguenze assai più gravi. La realtà dei fatti è che si può parlare di un’emergenza planetaria, che coinvolge tutti gli abitanti del nostro pianeta.

Studi recenti dicono che la concentrazione di gas serra nel mondo non è mai stata così alta. Le conseguenze sono più gravi di quello che avevamo immaginato. E le manifestazioni del fenomeno sono peggiori anche delle previsioni scientifiche più gravi. Lo vediamo dappertutto. Dai disastri naturali all’oceano Artico, dai ghiacciai alla temperatura del mare. La realtà è che i cambiamenti climatici stanno procedendo più velocemente rispetto alle nostre azioni. Parlano tutti con un senso di urgenza ma servirà a qualcosa? Per combattere i cambiamenti climatici bisogna abbattere le emissioni e bisogna farlo nel più breve tempo possibile. Inutile credere che abbiamo ancora tempo, non è così il tempo è scaduto.

Eugenio Turri geografo e scrittore, sostiene “ sia venuto meno, il confronto diretto tra uomo e natura, ed in particolare che sia venuto meno quel momento magico in cui l’uomo, individualmente trovava rispecchiato nella natura il segno di sé, della propria azione, del proprio modo di creare un ordine che gli derivava dalla società in cui viveva”. Perchè la natura e il paesaggio che ci  circonda, specialmente quello rimasto al naturale e quello antropizzato è, e lo sarà sempre, un bene di tutti , un bene comune . “La trasformazione climatica e ambientale in atto e che riguarda tutti e tutto, dai poli all’equatore, dai ghiacciai alpini ai fondali oceanici, dall’America all’Indonesia, dall’India alla Cina. L’attività antropica ha minato ogni ambiente, ogni ecosistema, ogni equilibrio, ha compromesso la biodiversità e la sopravvivenza di migliaia di specie, compresa la specie umana.” scrive Maria Grazia G. Paperi.

Il fatto è che il problema di dimezzare la quantità di CO2 immessa in atmosfera in un paio di anni è un obiettivo ormai irrealizzabile. E’ stato rilevato da uno studio recente che, nonostante gli impegni assunti nelle recenti conferenze sul clima, la quantità di emissioni di CO2 è tornata ad aumentare negli ultimi anni dopo che si era stabilizzata per qualche anno. I poli sono già in stato avanzato di “decomposizione”, di questo passo entro il 2040 sarà possibile la navigazione all’interno del Polo Nord, se lo scioglimento avvenisse completamente la scomparsa dell’Artico, che funge da condizionatore d’aria per l’emisfero settentrionale, determinerebbe il cambiamento delle correnti e dei cicli climatici con conseguenti inondazioni e siccità dagli sviluppi imprevedibili e catastrofici.

Ampie porzioni di coste, fra le zone più abitate del Pianeta, isole e penisole sarebbero completamente sommerse, come sta già avvenendo. Tutto questo non fa ben sperare, c’è una grande differenza tra il dire e il fare. Il mondo ha bisogno urgentemente di un cambio di marcia, non di continui passi indietro: per combattere i cambiamenti climatici bisogna abbattere le emissioni e bisogna farlo nel più breve tempo possibile. Dobbiamo riuscire ad aggregare tutti coloro che hanno un obiettivo comune: la Sopravvivenza. Tanto per dirne una, in Italia le nostre città sono tra le più inquinate d’Europa a causa della forte presenza, oltre i limiti di legge, di un gas fortemente irritante e cancerogeno, emesso nei processi di combustione, in particolare dai motori diesel: il Biossido d’azoto (NO2).

Il 2015 è stato l’anno dello scandalo, è stato reso noto al mondo intero come i produttori di auto ci abbiano preso per il naso per decenni e ancora adesso siamo in emergenza inquinamento anche se viene in parte nascosto o sdrammatizzato. Nemmeno in una metropoli come New York abbiamo i nostri livelli. Le nostre sono aree metropolitane fortemente a rischio per la salute dei suoi abitanti. Il rischio sanitario aumenta notevolmente durante la stagione calda, quando si assiste a un brusco aumento dei ricoveri per colpa dell’incremento dell’NO2, la formazione dell’Ozono (O3), anch’esso fortemente irritante e tossico. Polveri sottili, benzene, zolfo e altro. Viviamo senza rendercene conto, ma non si può prescindere dall’ambiente.

 L’uomo, la comunità vive parzialmente nell’ambiente naturale, ma in ambiente antropizzato e costruito, nella città. Ma se questo bene che è il nostro ambiente, viene messo a rischio costantemente, allora dobbiamo intervenire. Non è sufficiente quello che facciamo. Le comunità hanno bisogno di vivere bene, in un ambiente sano. Il benessere mentale deve andare di pari passo con quello fisico. Progettare città vivibili e sanare quelle esistenti è una priorità, ed è importante che sia fatta una scelta radicale e profonda. La fiducia che la comunità ha verso le istituzioni sta vacillando perché non si vedono passi concreti.

In questa fase storica, tenendo conto anche della pandemia dovuta al virus Covid 19, che ha origine anch’esso dallo stravolgimento dei nostri ecosistemi, quello che occorre è chiederci una volta per tutte se il diritto alla vita venga prima o dopo tutti gli interessi di politici ed economisti indifferenti a tutto ciò che inquina, e tutti i veleni che respiriamo, e tutto il cibo spazzatura che mangiamo, e tutte le malattie che prendiamo da molto tempo a questa parte se vogliamo continuare a tutelare il privilegio di pochi a danno della salute di tutti, prego accomodatevi e state a guardare, abbiamo bisogno che tutti ci svegliamo una volta per tutte, e prendiamo coscienza di questa cruda realtà.

Per Ilaria Capua, le epidemie come il coronavirus derivano dalle azioni dell’uomo sull’ambiente Secondo la virologa di fama internazionale, occorre un approccio nuovo al concetto di salute e malattia, basato sul rapporto (più rispettoso) nei confronti dell’ambiente e sullo studio approfondito dei dati «Questa epidemia ha messo in luce come – cosa che sapevamo già – in questo mondo siamo tutti interconnessi» dice la virologa di fama mondiale Ilaria Capua. “Ci si basa su un concetto base: se intervieni su un ecosistema e, nel caso, lo danneggi, questo troverà un nuovo equilibrio. Che spesso può avere conseguenze patologiche sugli esseri umani. Lo si vede con le conseguenze, non volute, dell’impiego su larga scala dei pesticidi, che sono andati a danneggiare la popolazione di api e farfalle. Queste ricadute sull’ambiente raggiungono alla fine, la nostra salute. Perché – e questo è il secondo concetto fondamentale che dovrà diventare chiaro a tutti gli stakeholder del settore– noi viviamo in un ambiente chiuso. Come se fossimo un acquario. La nostra salute dipende per il 20% dalla predisposizione genetica e all’80% dai fattori ambientali. La cura deve studiare, oltre all’organismo in questione, anche il contesto.“

Una cosa è certa: se vogliamo aspettare un benché minimo cambiamento, occorrerà sensibilizzare i cittadini e le istituzioni e fare in modo che tutti coloro che hanno a cuore la propria esistenza e la propria salute inizino a occuparsene concretamente. Si tratterà di provare a sopravvivere e capire e rendersi conto della drammatica situazione in cui siamo immersi, dobbiamo intervenire e insistere con chi di dovere per attuare provvedimenti indirizzati a migliorare la qualità dell’ambiente. Dovremmo iniziare a chiedere e a impegnarci direttamente affinché si possa trattare bene il nostro ambiente e che le automobili private, autobus, che inquinano, vengano espulse fuori dalle nostre città sostituite da sistemi di trasporto pubblico e mezzi privati a impatto zero e più biciclette. Lo riteniamo un diritto della nostra comunità dove noi, i nostri bambini e i nostri anziani possano vivere la città senza camminare in un ambiente avvelenato. Effetti dello smog e di un ambiente insalubre. Per non parlare dei problemi di dissesto idrogeologico frane nubifragi ( vedi i parchi e aree distrutte con diversi morti e feriti. ) Genova, Firenze, Livorno. Disastri ambientali sia sulla terra ferma che in mare Ilva di Taranto. Rosignano Solvay. Le terre dei fuochi. Orbetello Lago di Masacciuccoli, Pisa e Seveso. Incendi che distruggono un enorme patrimonio boschivo con tutti gli animali che muoiono o non sopravvivono in un habitat che è cambiato. Speculazioni edilizie ai danni dell’ambiente Anche il paesaggio è un bene comune ed è un diritto per tutti, sancito anche dalla Costituzione, art.9.

E’ chiara la funzione esistenziale del paesaggio, esso è insieme natura e storia, frutto dell’incontro tra uomo e territorio. Il paesaggio allora non può essere pensato senza tener conto della dimensione soggettiva e sentimentale: senza questa non potrebbe esistere. Ogni paesaggio reca con sé le tracce del passato degli individui, le loro radici, la loro identità; osservarlo permette di comprendere l’evoluzione storica del rapporto tra uomo e natura. Ma oggi sono proprio i paesaggi rurali, in molte campagne e borghi del nostro paese, a segnalare pratiche produttive e insediative disastrose che hanno compromesso ormai quei territori, che ci appaiono talvolta incoerenti e sembrano faticare a costruire nuovi equilibri, anzi non li ricreeranno mai più.

Anche le generazioni future hanno il diritto di veder salvaguardato e tutelato il Patrimonio artistico e paesaggistico. Ripercussioni sul territorio Devastazioni Cementificazioni Incuria Rischio idrogeologico Deturpazione dei luoghi. Tutto questo non significa soltanto l’effetto, di per sè tragico, di un surriscaldamento globale irreversibile, significherebbe anche che, come avverte Peter Wadhams, ex direttore dello Scott Polar Research Institute di Cambridge: “Prima o poi, ci sarà un abisso incolmabile tra le esigenze alimentari globali e la nostra capacità di produrre cibo in un clima instabile.” Stabilità e ciclicità climatica sono presupposti essenziali per l’agricoltura, ad ogni tipo di coltivazione, ovunque. Saremo sempre di più e avremo sempre meno da mangiare, con tutto ciò che consegue in termini di guerre, migrazioni, odio. Come avverte l’Organizzazione Mondiale Meteorologica: “L’ultima volta che l’anidride carbonica aveva raggiunto i valori attuali è stato circa 5 milioni di anni fa. Siamo sempre più pericolosamente vicini a quello che gli scienziati ritengono il punto di non ritorno (ossia le 450 ppm), superato il quale sarebbe impossibile mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi”.

Per un cambiamento strutturale serve l’intervento politico. Perché se da un lato alcuni cittadini si vergognano della propria impronta ecologica, dall’altro le aziende inquinanti tengono consapevolmente in piedi un sistema distruttivo. Non serve instillare nella gente il senso di colpevolezza riguardo all’ambiente, vogliono che la colpa cada sugli individui, sui consumatori, i colpevoli sono le società che inquinano. Certo il nostro comportamento è importante, ma ai fini di un cambiamento le “società” devono fare la loro parte. Jaap Tielbeke giornalista e ambientalista scrive : Fare docce più brevi non aiuta molto l’ambiente: si risparmiano appena novanta chili di anidride carbonica all’anno. Ma un volo da Amsterdam a New York produce 1.700 chili di anidride carbonica in un colpo solo. Volare di meno, quindi, fa davvero la differenza. E anche mangiare meno carne, perché gli allevamenti emettono più gas serra di tutto il settore dei trasporti. Passare a una dieta vegetariana è uno dei contributi più efficaci che un individuo possa dare alla lotta al cambiamento climatico. Per un cambiamento abbiamo bisogno di un impegno collettivo!

Il Regista e la Città di Potere, Roma – The Director and the City of Power, Rome

di emigrazione e di matrimoni

Il Regista e la Città di Potere, Roma

Luigi Magni era un regista poco conosciuto dal pubblico internazionale, in certi sensi i suoi film sono troppo italiani, anzi, troppo romani, per essere apprezzati del tutto dal pubblico mondiale

Lo sappiamo tutti che Roma non è una città qualunque, la chiamiamo la Città Eterna e ci meravigliamo dei suoi palazzi, la Basiliche e monumenti per poi dimenticare che da oltre duemila anni Roma è soprattutto una Città di Potere.

Infatti, per capire davvero la politica d’Italia oggi bisogna capire Roma e la sua Storia, non durante le glorie dell’Impero Romano, ma soprattutto durante il periodo che pochi all’estero conoscono, il Risorgimento che formò un paese che i romani originali non avrebbero mai immaginato perché per loro Roma era tutto, e la penisola non era altro che uno dei territori che controllavano non solo con “l’ordine” come molti pensano, ma soprattutto col terrore d’essere soggetto al potere comandato dagli imperatori per secoli.

Per capire veramente la politica italiana faremmo molto meglio a cercare di capire cosa succedeva in quella città quando il potere di Roma era quello del Papa e l’arrivo  dei piemontesi per mettere sul trono del nuovo paese un re che all’epoca ancora parlava più  il francese che la lingua che parliamo oggi.

E solo un regista cinematografico romano poteva darci film capaci di farci capire capitoli importanti del Risorgimento che fanno vedere le facce di personaggi storici, famosi e non, e soprattutto come un arnese nato dai rivoluzionari in Francia era utilizzato dalle autorità papaline per cercare disperatamente di mantenere il potere che non poteva più esistere in un mondo sempre più laico, la ghigliottina.

Il regista

Luigi Magni era un regista poco conosciuto dal pubblico internazionale, in certi sensi i suoi film sono troppo italiani, anzi, troppo romani, per essere apprezzati del tutto dal pubblico mondiale, però la sua filmografia, e in modo particolare tre film, spiegano come i giochi di poteri politici a Roma, spesso tra varie fazioni nella chiesa, hanno deciso la vita e morte dei romani nel vano tentativo di mantenere un regno che poco aveva da fare con i Vangeli di Gesù Cristo.

In ordine della Storia questi film sono “Nell’Anno del Signore” (1969) ambientato nel 1825, “In Nome del Papa Re” (1977) ambientato nel 1868 e “Arrivano i Bersaglieri” (1980) che racconta la caduta di Roma con la breccia di Porta Pia il 20 settembre 1870 che segnò la fine dello Stato Pontificio e la riunificazione totale della penisola sotto la bandiera tricolore della famiglia reale piemontese, i Savoia.

Molti dei personaggi di questi film sono personaggi veri a partire da coloro che finiranno sotto la ghigliottina nei primi due film, e il terzo film spiega bene a chi è nato e cresciuto all’estero perché tutte le città e moltissime dei paesi in Italia hanno strade o piazze intitolate al 20 settembre.

Le storie non sono totalmente fedeli ai fatti storici, però i temi trattati in ciascun film ci fanno pensare a cosa doveva dire vivere in periodi burrascosi dove bastava una parola per trovarsi accusati di lesa maestà verso un monarca, che era anche a capo di una Chiesa ancora potentissima, ma soggetto a fazioni, come è normale per Roma sin dalla sua nascita leggendaria con Romolo e Remo.

Carbonari

In “Nell’Anno del Signore” vediamo la lotta del Papato contro i celebri “carbonari”, una setta segreta che sognava un’Italia unita, libera dal potere del Papa e i suoi “principi”, i cardinali che facevano i giochi loschi anche loro. I protagonisti non solo semplicemente i carbonari Leonida Montanari e Angelo Targhini, ricordati nella città con una lapide come si vede alla fine dal filmato sotto. Il Cardinale Rivarola, interpretato dal grande Ugo Tognazzi, era un personaggio importante dell’epoca e spietato come mostrato nel film e ricordato ancora oggi nella Romagna, in modo particolare a Faenza, per la soppressione delle sommosse anti-papali. Però due altri personaggi del film ci fanno vedere facce di Roma dell’epoca che il pubblico internazionale non conosce.

Il primo è il calzolaio Cornacchia, interpretato da Nino Manfredi, che rappresenta il “Pasquino” di turno di una grande tradizione romana. Pasquino è il nome di una statua a Roma dove per oltre cinque secoli i dissidenti locali lasciavano in modo anonimo messaggi di sdegno e protesta contro il potente di turno, spesso in rima, sia in latino che in romanesco. Spesso la pena per tali espressioni era una morte atroce.

Il secondo personaggio fa ancora parte delle tradizioni romane moderne ma in un modo molto inatteso. Mastro Titta, nome vero Giovanni Battista Bugatti, fu il boia del Papa dal 1796 al 1864 durante il quale ha “giustiziato” 514 persone, a volte criminali veri, ma spesso dissidenti e rivoluzionari che tramavano contro il papa, ciascuno “schedato” meticolosamente nel suo taccuino. Oggi Mastro Titta è uno dei personaggi del grande spettacolo musicale teatrale “Rugantino” in un ruolo creato apposta per l’attore romano per eccellenza Aldo Fabrizi. In questo modo Mastro Titta è ancora ricordato dalla città che viveva sotto ‘l’ombre’ delle sue mansioni macabre.

A proposito di Mastro Titta, una vecchia tradizione romana dell’epoca era di portare i figli a vedere il patibolo e la ghigliottina e alla caduta del condannato, oppure della lama della ghigliottina, i padri davano uno schiaffo ai figli per fare capire a loro che non dovevano commettere “l’errore” del condannato.

Questo film mette insieme scene inventate con fatti veri, ma in fondo il film ci induce a pensare cosa doveva dire vivere a Roma in quell’epoca e questa impressione è rafforzata in modo magistrale nel secondo film nominato sopra.

Corte Papale

“In Nome del Papa Re” inizia con un giudice papale, interpretato in modo straordinario da Nino Manfredi, che detta le sue dimissioni dalla Corte Pontificia. Il dettato viene interrotto da un’esplosione.  Lo scoppio era di un attentato vero alle caserme degli Zuavi, i mercenari per il Papa, che causò 27 morti, compresi due civili. Così inizia il tema centrale del film con l’arresto di due patrioti romani Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti che finiranno anche loro sotto la ghigliottina.

Più del primo film, capiamo che il papato degli ultimi decenni non era affatto una monarchia illuminata, bensì una monarchia assoluta e che i detentori dei vari livelli di potere attorno il trono, anche se di San Pietro, tramavano per mantenere potere per sè stessi.

Non entriamo nei dettagli della trama che, come il primo film, mette insieme fatti veri con vicende inventate. Però, quel che rende il film importante non è soltanto vedere i giochi occulti attorno il processo per convincere il Papa a confermare la condanna a morte, ma la scena del processo, con la difesa degli imputati, non presenti al processo, proprio da parte del protagonista che voleva dimettersi dal tribunale perché non credeva più nello Stato che aveva difeso nel passato.

Questa difesa, che vediamo sotto, è non solo emotiva, ma anche controversa perché, all’epoca dell’uscita del film, l’Italia era ancora soggetta alla minaccia dei terroristi, di destra e di sinistra, che terrorizzavano il paese durante i cosiddetti “Anni di Piombo”.

Il film tratta temi importanti ed inattesi che non sveleremo qui, però nel film non abbiamo bisogno di vedere gli ultimi istanti dei due condannati nel 23 novembre 1868, perché la scena finale è una condanna definitiva e devastante delle azioni di chi agiva in nome del potere, cioè del Papa Re, invece che secondo i dettati del Nuovo Testamento che dovrebbero guidare i prelati.

Caduta finale

Con la Breccia di Porta Pia il 20 settembre, 1870 è diventato la data simbolo della fine del Risorgimento e la caduta dello Stato Pontifico, ma come si capisce benissimo nel terzo film, il giorno che doveva essere l’inizio della creazione dell’Italia nuova e moderna, non fu che l’inizio del fallimento di quei sogni che non si sono mai realizzati del tutto.

“Arrivano i Bersaglieri” ci fa vedere quel giorno veramente storico, e, nel concentrarsi sulla vita di una potente famiglia romana aristocratica, capiamo perfettamente l’inizio dei passi che ci hanno portato alla situazione attuale della politica italiana che non ha mai superato i giochi di potere occulti che avevamo visto nei primi due film.

Infine, questo film dimostra magistralmente anche un aspetto della Storia che molti dimenticano, che i rivoluzionari del passato spesso sono i conservatori d’oggi. Non sempre chi crede in un ideale lo segue dopo i sogni e le delusioni della gioventù.

Messi insieme questi tre film sono una lezione importante per iniziare a studiare e capire cos’è stato il Risorgimento che portò all’Italia d’oggi. Non perché i fatti storici sono precisi, in molti casi l’opposto è vero, ma perché ci danno una chiave per capire che la Storia non è fatta soltanto da gente come Mazzini, Garibaldi e Cavour, tradizionalmente i tre punti di riferimento del Risorgimento, ma soprattutto da gente come Montanari, Targhini, Monti e Tognetti che hanno pagato il prezzo più alto per creare un paese nuovo, l’Italia che ha come capitale una vera città di Potere, Roma.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Director and the City of Power, Rome

Director Luigi Magni was little known by the international audience, in some ways his films were too Italian, indeed too Roman, to be fully appreciated for the world’s audience

We all know that Rome is not just any city. We call her the Eternal City and we marvel at its buildings, the Basilicas and the monuments to then forget that for more than two thousand years Rome has been above all a City of Power.

In fact, in order to understand Italy’s politics today we must understand Rome and  her history, not during the glories of the Roman Empire but especially during the period that few people overseas know, the Risorgimento that shaped a country the original Romans would never have imagined because for them Rome was everything and the peninsula was only one of the territories they controlled not only with “order” as many think but above all with the terror of being subjected to the power commanded by the Emperors for centuries.

To truly understand Italian politics we would do worse than to try and understand what happened in that city when the power in Rome was that of the Pope and the arrival of the Piedmontese who put on the throne of the new country a King who at the time spoke French more than the language we speak today.

And only a film director from Rome could give us films that let us understand major chapters of the Risorgimento which show the faces of historical characters, famous and otherwise, and especially how a tool that had been created by revolutionaries in France, the guillotine, that was used by the Papal authorities to desperately try to keep power that could no longer exist in an increasingly secular world.

The director

Director Luigi Magni was little known by the international audience, in some ways his films were too Italian, indeed too Roman, to be fully appreciated for the world’s audience. However, his filmography, and in particular three films, explain how the political power games in Rome, often between various factions of the Church, decided the life and death of Romans in the vain attempt to keep a kingdom that had little to do with Gospels of Jesus Christ.

In order of history these films are “Nell’Anno del Signore” (The Conspirators, 1969) set in 1825, “In Nome del Papa Re” (In the Name of the Pope King, 1977) set in 1868 and “Arrivano i Bersaglieri” (no known title in English, 1980) that tells the story of the Breach of Porta Pia (one of Rome’s gates) on September 20, 1870 that marked the end of the Papal State and the total reunification of the peninsula under the tricolour flag of the Piedmontese Royal Family, the Savoias.

Many of the characters of these films are true figures starting with the men who will end up under the guillotine in the first two films and the third film explains very well to those who are born and raised overseas why every city and many of the small towns in Italy have streets or piazzas called “20 settembre”.

The stories are not totally faithful to historical facts, however, the themes of each film make us think what it must have been like to live in stormy times where it a single word was enough to be accused of treason towards the monarch who was also the Head of a Church that was still powerful but subject to factions, as has been normal in Rome since its legendary birth with Romulus and Remus.

Carbonari

In “Nell’Anno del Signore” we see the Papacy’s struggles against the famous “carbonari”, a secret sect that dreamed of a united Italy free from the power of the Pope and his “Princes”, the cardinals who also played shady games. The characters are not simply Leonida Montanari and Angelo Targhini, remembered in the city with a plaque that is seen at the end of the video below. Cardinal Rivarola, interpreted by the great Ugo Tognazzi, was a major figure of the time and as ruthless as shown in the film. He is still remembered today in the Romagna, in particular in Faenza, for the suppression of the uprising against the Papacy. However, two other characters in the film let us see faces of Rome that the international audience does not know.

The first one is the cobbler Cornacchia, interpreted by Nino Manfredi, who represents the then “Pasquino” of a great Roman tradition. Pasquino was the name given to a statue in Rome where for more than five centuries the local dissidents left anonymous messages in both Latin and Roman dialect of indignation and protest against the ruling power in the city, usually in rhyme. Often the punishment for such expressions was an excruciating death.

The second character still plays a part in modern Roman tradition but in a very unexpected way. Mastro Titta, real name Giovanni Battista Bugatti, was the Pope’s executioner between 1796 and 1864 during which he executed 514 people, sometimes real criminals but often dissidents and revolutionaries who plotted against the Pope, each one meticulously “catalogued” in his notebook. Today Mastro Titta is one of the characters of the great musical stage show “Rugantino” in a role created specifically for the Roman actor par excellence Aldo Fabrizi. In this way Mastro Titta is still remembered in the city that lived in the shadow of his macabre duties.

Speaking of Mastro Titta, an old Roman tradition at the time was to take the children to see the gallows and the guillotine and at the fall of the condemned man, or of the guillotine’s blade, the fathers slapped the children to make them understand that they should not repeat the condemned man’s “mistake”.

This film puts together fictional scenes with true facts but basically the film leads us to consider what it meant to live in Rome at the time and this impression is reinforced masterfully in the second film.

Papal Court

“In Nome del Papa Re” begins with one of the Pope’s judges, interpreted by an extraordinary Nino Manfredi, dictating his resignation from the Papal Court. The dictation is interrupted by an explosion. The explosion was a true bombing at the barracks of the Zouaves, the Pope’s mercenary soldiers, which caused 27 deaths, including 2 civilians. So begins the central theme of the film with the arrest of two Roman patriots, Giuseppe Monti and Gaetano Tognetti, who will also end up under the guillotine.

More than the first film, we understand that the Papacy of the final decades was not at all an enlightened monarchy but an absolute monarchy and that the holders of the various levels of power around the throne, even if it was Saint Peter’s, plotted to keep power for themselves.

We will not enter into the details of the plot that, like the first film, puts together true facts with fictional scenes. However, what makes the film important is not only seeing the hidden games around the trial to convince the Pope to confirm the death penalty but the scene of the trial, with the defence of the accused who were not present at the trial, precisely by the protagonist who wanted to resign from the tribunal because he no longer believed in the State that he had defended in the past.

This defence, which we see in the video below, is not only emotional but was also controversial because at the time of the film’s release Italy was still subject the threat of the terrorists, of the left and the right, who were terrorizing the country during the so-called “Anni di Piombo” (Years of lead).

The film deals with major and unexpected issues that we will not reveal here, however, in this film we do not have to see the final moments of the two condemned men on November 23, 1868 because the final scene is a definitive and devastating condemnation of the actions of those who acted in the name of power, that is of the Pope King, instead of according to the dictates of the New Testament.

Final Fall

With the Breach of Porta Pia (one of Rome’s gates) the 20th September, 1870 became a symbolic date for the end of the Risorgimento and the fall of the Papal State but, as we understand very well in the third film, the day that should have been the start of the creation of a new and modern Italy was only the start of the failure of dreams that never quite came true.

“Arrivano i Bersaglieri” lets us see that truly historic day and by focussing on the life of a powerful aristocratic Roman family we understand perfectly the start of the steps that brought us to the current political situation in Italy that never overcame the games of hidden powers that we saw in the first two films.

Finally, this film also masterfully shows an aspect of history that many forget, that yesterday’s revolutionaries are often today’s conservatives. Those who believed in an ideal when they were young do not always follow it after the dreams and the disappointments of their youth.

Put together these three films are an important lesson for starting to study and understand the Risorgimento that led to today’s’ Italy. Not because the historical facts are precise, in many cases the opposite is true, but because they give us a key to understanding that history is not made only by great men such as Mazzini, Garibaldi and Cavour, traditionally the three points of reference of the Risorgimento, but above all by people like Montanari, Targhini, Monti and Tognetti who paid the highest price for the creation of a new country, Italy that has as its capital a true City of Power, Rome.

Fiume 2020:  Centenario dello Stato libero di Fiume

Nel 98.mo del Colpo di Stato che lo abbattè. Il ripercorso storico di chi la storia di Fiume l’ha vissuta davvero. Da leggere sino in fondo per conoscere e non dimenticare

di Rodolfo Decleva

Dopo le copiose Celebrazioni dell’Impresa di D’Annunzio avvenute nello scorso anno, questo dovrebbe essere l’anno in cui storicamente si dovrebbe ricordare il seguito di quegli eventi che si aprirono in parallelo con la lotta fratricida del Natale di Sangue tra regolari dell’Esercito italiano e i Dannunziani per poi arrivare a Fiume Stato Libero e Indipendente.

E invece prevale un silenzio generale dei Media.

Mi riferisco a quando D’Annunzio – deciso a non obbedire al Governo di Roma – proclamò il 12 Agosto 1920 a Fiume la Reggenza Italiana del Carnaro, una entità indipendente che egli dichiarava di governare per conto del Re d’Italia pur col suo augusto rifiuto. E la Reggenza venne estesa anche a territori croati che mai erano stati italiani come le isole di Veglia e di Arbe.

Fu a quel punto che Italia e Jugoslavia (allora Regno dei Serbi, Croati e Sloveni) decisero di comune accordo di rinunciare alla città contesa firmando nella Villa Spinola di San Michele di Pagana il Trattato di Rapallo del 12 Novembre 1920 impegnandosi a proteggere il nuovo Stato Libero. I confini della città vennero più o meno rapportati a quelli che la città aveva nell’Impero austro-ungarico dove godeva della massima autonomia in quanto “Corpo Separato annesso alla Corona Ungarica”, istituito con atto del 23 Aprile 1779 di Maria Teresa d’Austria, Regina Regnante d’Austria, Ungheria, Croazia e Slavonia.

Gabriele D’Annunzio lasciò la città il 12 Gennaio 1921 dove la popolazione era ancora spaventata dalle sue nuove proposte sociali e libertarie, che avevano fatto affluire in città anarchici, comunisti, fascisti, arditi, intellettuali, esaltati di ogni genere oltre che giovani affascinati dal cambiamento che originava dall’esperimento fiumano. Un mondo foresto, disordinato e violento che niente aveva da spartire con i fiumani e che vi avevano facile accesso non essendo controllati i confini malgrado i blocchi navale e terrestre. La stessa sicurezza dei cittadini si sentiva seriamente pregiudicata mentre languivano le attività economiche e quelle portuali. Inoltre i Danunziani cominciavano a simpatizzare per le nuove idee fasciste che arrivavano da Trieste e dalla Toscana.

A capo degli autonomisti fiumani era Riccardo Zanella, leader del Partito Autonomista, costituito da Michele Maylender sin dal 1896 durante il periodo ungherese. Già tre mesi dopo l’arrivo festoso di D’Annunzio a Fiume, l’Idillio tra lui e i fiumani si era spento quando il Consiglio Nazionale Italiano di Fiume – ripristinato nelle sue funzioni dallo stesso D’Annunzio – votò con una maggioranza di 48 voti a favore e 6 contrari una nuova proposta del Governo Nitti che nei fatti portava alla fine dell’esperienza dannunziana, liberata dal giuramento “Fiume o Morte”.

E così – essendo intervenuto il nuovo Accordo tra Italia e Jugoslavia, in data 24 Aprile 1921 i fiumani furono chiamati ad un referendum pro o contro lo Stato Libero.

Quando in città si sparse la notizia che stavano vincendo gli autonomisti, i Dannunziani e gli Irredentisti guidati da Riccardo Gigante – già Sindaco di Fiume nel periodo dannunziano – e fascisti triestini guidati da Francesco Giunta invasero i seggi e bruciarono le urne, ma il gesto fu inutile perché i Verbali delle votazioni erano già in mano notarile.

Riccardo Zanella vinse in città con 4482 voti contro 3318 e nel territorio fiumano i voti furono 1632 voti contro 122: in totale, 6114 fiumani a favore dello Stato Libero contro 3440 per l’annessione all’Italia.

Fu una vittoria schiacciante grazie anche ai croati fiumani e ai fiumani di altre nazionalità che votarono per lo Stato Libero per non diventare italiani. Ma passarono solo pochi altri giorni e gli Irredentisti con un colpo di mano si impadronirono del Municipio nominando un Governo Eccezionale con a capo Riccardo Gigante.  Questo fatto costrinse gli esponenti dell’autonomia a fuggire a Buccari (Bakar) nel vicino territorio croato. Era il 27 Aprile 1921, ma il fermo intervento del Commissario Straordinario Caccia Dominioni, in rappresentanza del Governo italiano, indusse Gigante a sospendere la violenta illegalità e consegnare il potere al nuovo sindaco Salvatore Bellasich subito il giorno successivo.

Rientrati a Fiume gli autonomisti, si procedette quindi alla formazione di un Governo Provvisorio dello Stato Libero e finalmente il 5 Ottobre 1921 si giunse alla nomina di una Assemblea Costituente che elesse a Presidente Riccardo Zanella, il quale trovò da subito il suo compito molto difficile non solo per il boicottaggio degli Irredentisti in seno alla Costituente, ma anche per la difficoltà di reprimere i disordini che quotidianamente scoppiavano in città.

L’incidente più grave avvenne il 27 Giugno 1921 quando si venne a sapere che il Porto Baross (scalo legnami del porto di Fiume) e il Delta dell’Eneo sarebbero stati assegnati alla futura Jugoslavia in cambio della sua rinuncia su Fiume. Ci furono 5 morti tra i civili, uccisi dagli Alpini italiani, tra cui il giovane Glauco Nascimbeni, al quale poi venne intitolata una strada.

Purtroppo i lavori dell’Assemblea Costituente proseguiranno con lentezza e cresceranno le difficoltà quotidiane a causa dei boicottaggi dannunziani, mentre gli scontri e le violenze stavano diventando ormai quotidiane. Nei primi tre mesi del 1922 la situazione precipitò: il 28 Febbraio la Guardia fiumana di Zanella uccise in uno scontro il Legionario Alfredo Fontana, il primo Marzo fu sequestrato dai fascisti un giovane fiumano e il 2 Marzo venne ucciso da ignoti un giovane fascista pisano. E ciò in aggiunta a tante altre violenze.

Tutti questi disordini erano concertati dagli oppositori dello Stato Libero e in particolare dal Ten. Ernesto Cabruna, Medaglia d’Oro per memorabili azioni di battaglie aeree nel corso della Grande Guerra, e in seguito Medaglia d’Oro al Valore Fiumano. Una Via di Genova Quinto è a lui intitolata. Era stato Gabriele D’Annunzio ad affidargli l’incarico di operare a Fiume per completare positivamente l’Impresa iniziata a Ronchi. E così il Ten. Cabruna il 3 Marzo 1922 organizzò un’azione armata contro Zanella prendendo spunto dall’uccisione del Legionario Fontana.

Dopo 6 ore di disperata resistenza, quando le cannonate dei rivoltosi stavano arrivando sul Palazzo del Governatore, il Presidente Riccardo Zanella si arrese e dopo avere firmato due lettere di dimissioni fu prelevato e portato a Pola insieme al suo Ministro dell’Interno Mario Blasich. Qui fu poi rimesso in libertà e attraverso varie peripezie egli potè ricongiungersi con i circa 2.000 autonomisti che si erano rifugiati in territorio croato nella zona da Sussak a Buccari per sfuggire alle violenze fasciste. A seguito di un nuovo attentato, fortunatamente sventato contro la sua persona, Zanella e i suoi Ministri si spostarono a Portorè (Kraljieviza) dove rimasero isolati e in precarie condizioni economiche.

Si concluse così la breve vita dello Stato Libero fiumano nato il 12 Novembre 1920, vittima di un Colpo di Stato orchestrato dagli Irredentisti fiumani, supportato in massima parte dal neo costituito Fascio triestino, con l’intervento di tre Deputati fascisti del Parlamento italiano ( G.B. Giuriati, Alberto De Stefani e Francesco Giunta) e con la connivenza delle Forze militari italiane alle quali erano affidati l’ordine e la protezione. Il determinante apporto triestino ai disordini fiumani fu dettato dalle grandi preoccupazioni triestine per la perdita di traffici che sarebbero sopravvenuti a seguito dell’immancabile sviluppo dell’emporio fiumano.

Il Presidente Riccardo Zanella non rientrò mai più a Fiume. Visse a Belgrado sino all’assassinio di Re Alessandro di Jugoslavia e – non sentendosi più al sicuro perché controllato in quanto antifascista – si trasferì a Parigi. Con la caduta della Francia nella seconda Guerra Mondiale, venne arrestato su segnalazione di Roma e internato nel Campo di Disciplina di Le Vernet nei Pirenei per 13 mesi, dove anche un altro fiumano, Leo Valiani, aveva fatto la stessa esperienza. Al termine del secondo conflitto mondiale si trasferì a Roma dove cercò di salvare le sorti della nostra sfortunata città. Costitui’ un Ufficio di Fiume in Via dei Giustiniani 5 a Roma, ma con scarso successo. 

25 anni di forzato esilio da Fiume e il silenzio imposto dal Regime sulla sua opera, avevano azzerato il suo ricordo tra i fiumani. Morì in povertà nel Campo Profughi di Trastevere nel  1959.

Padre Flaminio Rocchi, profugo da Neresine (Cherso),  scrisse parlando di lui: “Ho quasi pianto quando lo visitai la prima volta in una stanza fredda, senza finestre, nel Campo Profughi della Caserma “Lamarmora” in Trastevere a 200 metri dal mio Convento. Un letto nascosto da un telo, tanta povertà squallida e una dignità rigida. Lo avevano sfrattato dall’appartamento di Via Sicilia che De Gasperi gli aveva  assegnato come ex Presidente dello Stato Libero di Fiume. Sul tavolo del Campo Profughi gli lasciavo pacchi di viveri della Pontificia Commissione di Assistenza arricchiti con qualche furto nella dispensa  del Convento. Era un amico, ma un povero amico e mi vergognavo più io nel dare che lui nel ricevere”.

Rodolfo Decleva è nato a Fiume l’8 Gennaio 1929.

Esule da Fiume nel Febbraio 1947, completò il corso di studi superiori al Collegio “N. Tommaseo” di Brindisi e nel 1954 si laureò in Economia e Commercio presso l’Università di Bari.

Assunto alla Camera di Commercio di Genova nel 1955, divenne Vice Segretrio Generale  specializzandosi nella Promotion dell’Export, costituendo vari Consorzi per l’Esportazione e il Centro Regionale Ligure per il Commercio Estero, di cui divenne Direttore nel 1980.

Per vari anni fu Segretario Italiano dell’ASCAME – Assemblea delle Camere di Commercio del Mediterraneo – Barcellona, Spagna.

Autore di varie pubblicazioni di settore, promosse sul piano nazionale la formazione di operatori per il commercio con l’estero attraverso Conferenze e Corsi di aggiornamento.

Nel 1976 fu audito dal Senato della Repubblica in qualità di Esperto nella delicata materia degli illeciti valutari.

Dal 1988 al 1990 fu Esperto di Mondimpresa – Roma insegnando le tecniche dell’export agli Operatori siciliani.

Nello sport della Vela, è stato Atleta, Dirigente di Circolo, collaboratore FIV e per 23 anni Giudice Internazionale.

Per i suoi meriti sportivi gli venne conferita nel 1995 dal CONI la Stella d’Oro per Meriti Sportivi. Insignito inoltre dall’Unione Sportiva Marinara Italiana quale “Maestro del Mare”.

Nel 2005 ricevette dalla città di Keokuk, Iova, USA, le Chiavi della città e un Attestato di Benemerenza “For being caught doing good”.

Dal 1960 al 1993 Giornalista pubblicista.

Dal 1981 al 1988 Direttore Responsabile del quindicinale “Informazioni Commerciali per il Commercio Estero.

Nel 2019 inserito da “AFIM Associazione dei Fiumani Italiani nel Mondo” di Padova nell’Albo d’Oro delle Personalità Fiumane Illustri.

Italo-Canadese: una richiesta alla “seconda generazione” – Italian – Canadian: a request to the “second generation”

di emigrazione e di matrimoni

Italo-Canadese: una richiesta alla “seconda generazione”

Il primo articolo di Matteo Talotta, un ragazzo italo-canadese che ci fa vedere un altro paese dell’emigrazione italiana

Siamo felici di presentare il primo articolo di Matteo Talotta, un ragazzo italo-canadese che ci fa vedere un altro paese dell’emigrazione italiana. Ci ha scritto dopo d’aver letto la recente serie di articoli sull’identità dei discendenti degli emigrati italiani e voleva aggiungere i suoi pensieri a un tema che sta diventando sempre più attuale.

Come abbiamo sempre detto, i temi dell’emigrazione italiana sono gli stessi in tutto il mondo e che quel che cambia sono i dettagli che rendono ogni storia unica e questo articolo ne è la dimostrazione.

Inoltre Matteo ci da un’altra chiave per poter capire come incoraggiare i giovani italo-canadesi a imparare l’italiano che in fondo è quel che ci definisce. Solo capendo la lingua e il nostro passato potremo davvero capire le nostre esperienze e quindi chi siamo davvero.

In fondo all’articolo il lettore troverà l’indirizzo per inviare altre storie perché più sappiamo della nostra Storia più potremo capire chi siamo.

Italo- Canadese: una richiesta alla “seconda generazione”

di Matteo Talotta

La mia famiglia, sia la parte paterna che quella materna, proviene dall’Italia, precisamente dalla Calabria. Negli anni ‘60 entrambe le parti della mia famiglia si sono trasferite in Canada, a Toronto. Mio padre è nato in Italia mentre mia madre è nata in Canada, comunque entrambi sono cresciuti in Canada e hanno trascorso delle vite particolari da figli di emigrati (mio padre trascorreva quasi tutta la sua infanzia in Canada).

In casa era tutta all’italiana, mentre all’esterno facevano parte di una nuova cultura canadese che all’epoca era sempre in sviluppo. Parlano i loro dialetti di madrelingua, l’italiano standard e naturalmente imparavano l’inglese a scuola. Hanno partecipato nelle festività italiane in città e si sono goduti anche ciò che offriva culturalmente il paese “adottivo”.

Poi sono nato io, italo-canadese ma di seconda generazione, intorno ad altri italo-canadesi sempre della stessa generazione. Accenno particolarmente al termine “seconda generazione”: non siamo mica uguali a quella prima. In realtà ci teniamo alla nostra italianità, le nostre radici, ma solamente fino ad un certo punto.

A che cosa esattamente ci teniamo? In cosa consiste esattamente la nostra italianità? Per la maggior parte ci teniamo ad una cultura molto vecchia, ma va al di là della musica e delle ricette: parlo dei modi di pensare, gli atteggiamenti, i costumi, le credenze, e soprattutto, il modo in cui si vede l’Italia, la culla della nostra storia. Non è per colpa delle comunità migratorie che spesso diventiamo culturalmente (e linguisticamente) “fermati” nel tempo, comunque la cultura come concetto umano si sviluppa e cambia ogni anno, quindi è importante poter aggiornarsi.

Ovvio che non nego la cultura del paese di nascita – sono nato e cresciuto in Canada ed oltre al passaporto ho trascorso la maggior parte della mia vita in Canada, ho un’istruzione canadese, ho lavorato in Canada, naturalmente conosco bene la storia del paese, ecc. Vado fiero del mio lato canadese – queste sono cose che non si possono dimenticare.

Detto questo, la realtà è che gli italo-canadesi della seconda generazione stanno perdendo il legame con le nostre radici, il legame con l’Italia, il legame con la nostra storia, ed il legame con la nostra lingua, quella nazionale e quelle regionali! Mi sorprende a quante persone non interessa affatto. È bello far parte di due mondi diversi (forse anche di più!), e senza conoscere bene la storia familiare e culturale è davvero difficile poter andar avanti. L’italianità va oltre il tifare la nazionale italiana durante i mondiali o gli europei, oppure fare “home-made sugo” in garage la prima settimana di settembre ogni anno. La cultura italiana vuol dire molto di più. L’Italia vuol dire molto di più.

Cinque anni fa mi sono trasferito in Italia a breve per studiare a Firenze. Ritengo oggi che sia stata l’esperienza più bella della mia vita – e non solo perché era Firenze, in tutta la sua bellezza, ma perché mi ha permesso di vedere un’Italia contemporanea, di vivere la cultura contemporanea, di chiedermi quanto conoscessi davvero dell’Italia e della cultura di cui pensavo di far ben parte prima di prendere l’aereo oltreoceano.

L’esperienza mi ha dato la possibilità di conoscere ragazzi della mia età, quelli nati e cresciuti in Italia, e scambiare le nostre storie familiari e culturali. Mi ha fatto capire me stesso molto meglio, la mia identità molto meglio. Il sentimento è stato ribadito cento volte in più dopo d’aver viaggiato ai paesi familiari, a camminare per le vie dove sono nati e cresciuti i nonni e gli avi, dove rimane la mia storia. Da lì in poi è cambiato tutto – cerco quotidianamente di sostenere e promuovere la conoscenza della cultura, storia e lingua italiana più che posso.

Se si studia la storia italiana, si capisce che la lingua italiana non fu ben diffusa in Italia fino agli anni ‘70 con la diffusione della radio e la TV. Siccome gli emigrati italo-canadesi all’epoca se ne sono già andati, è più comune sentire un dialetto per strada piuttosto che l’italiano standard. Mi piacciono i dialetti, e anche se spero che la gente continui a tramandarli, so bene che tanti staranno per morire fra qualche decennio.

Detto ciò, come si fa a capire bene l’Italia e la cultura italiana contemporanea se non si ha una buona conoscenza della lingua nazionale? È la quarta lingua più studiata nel mondo, ma quanti discendenti italiani sono possono impararla, soprattutto noi che abitiamo in paesi anglofoni? La lingua italiana ci permette di riscoprire le origini e l’abilità per portar avanti la nostra identità. Ad una certa età ci si deve rendere conto – non è mai tardi per imparare una lingua, quindi l’apprendimento della lingua italiana bisogna che sia promosso e sostenuto di più nella nostra comunità.

Ritengo ancora di dover dire che non è il caso di negare tutto quello che uno si è preso dal paese di nascita, anzi è impossibile. Comunque non ci si può neanche scordare delle radici – sono la nostra storia, fanno gran parte di ciò che siamo. Dobbiamo davvero tentare di farle sopravvivere.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

Italian – Canadian: a request to the “second generation”

The first article by Matteo Talotta, a young Italian-Canadian who lets us see another country of Italian migration

We are happy to present the first article by Matteo Talotta, a young Italian-Canadian who lets us see another country of Italian migration. He wrote after having read the recent series of articles on the identity of the descendants of Italian migrants and he wanted to add his thoughts to a theme that is becoming more and more current.

As we have always said, the themes of Italian migration are the same around the world and what changes are the details that make each story unique and this article is the proof.

Furthermore, Matteo gives us another key to be able to understand how to encourage young Italians-Canadians to learn Italians which is basically what defines us. Only by knowing the language and our past will be able to understand our experiences and therefore who we truly are.

At the end of the article the reader will find the email address to send other stories because the more we know about our history that more we will understand who we truly are.

Italian – Canadian: a request to the “second generation”

by Matteo Talotta

My family on both my father and my mother’s side came from Italy, precisely from Calabria. In the ‘60s both parts of my family moved to Toronto in Canada. My father was born in Italy while my mother was born in Canada, in any case, both grew up in Canada and spent their particular lives as the children of migrants (my father spent almost all his childhood in Canada).

Everything at home was “Italian style” while outside they were part of the new Canadian culture that was constantly developing at the time. They spoke their native dialects, standard Italian and naturally they learnt English at school. They took part in Italians celebrations and they also enjoyed what the “adoptive” country offered culturally.

And then I was born, Italian Canadian but second generation, amongst other Italian-Canadians of the same generation. I specifically mention the term “second generation”, as we are not like the first. In reality we care about our Italianness, our roots but only up to a certain point.

And what exactly do we care about? Of what exactly does our Italianness consist? For the most part we care about a very old culture but this goes beyond the music and recipes. I am talking about the ways of thinking, the attitudes, the customs, beliefs and especially the way we see Italy, the cradle of our history. This is not the fault of the migrant communities that often become culturally (and linguistically) “suspended” in time. In any case, culture as a human concept develops and changes every year, therefore it is important to be able to update.

Obviously I do not reject my country of birth. I was born and raised in Canada and in addition to the passport I spent most of my life in Canada, I have a Canadian education, I have worked in Canada and naturally I know the country’s history very well, etc. I am proud of my Canadian side and these are things that cannot be forgotten.

Having said this, the reality is that the Italian-Canadians of the second generation are losing their links to their roots, the link with Italy, the link with our history and the link with our languages, the national language and the ones of the regions! I am surprised how many people are not at all interested. It is nice to be part of two different worlds (maybe even more!), and without knowing the family and cultural history well it is really hard to go forward. Italianness goes beyond supporting the Italian national team during the World Cup or the European Championships, or making “homemade sugo” in the garage in the first week of September every year. Italian culture means much more. Italy means much more.

Five years ago I moved briefly to Italy to study in Florence. Today I believe it was the best experience of my  life – and not only because it was in Florence, in all its beauty, because it let me see contemporary Italy, experience contemporary culture, to wonder how much I really know Italy and the culture that I thought I was a part of before taking the plane overseas.

The experience gave me the chance to know people of the same age, those born and raised in Italy, and to swap our family and cultural histories. This made me understand myself much better, my identity much better. The feeling was emphasized a hundred times after having travelled to the family’s towns, to walk the streets where my grandparents and forebears were born, where my history remains. From then on everything changed – every day I support and promote knowledge of Italian culture, history and language as much as I can.

If you study Italy’s history you understand that the Italian language was not widespread in Italy until the ‘70s with the spread of radio and television. Since the Italian-Canadian migrants had already gone away it was more common to hear dialect in the street rather than standard Italian. I like the dialects, and even if I hope that the people continue to pass them on I know very well that many are going to die in a few decades.

Having said this, how can you know Italy and contemporary Italian culture if you do not have a good knowledge of the national language? It is the fourth most studied language in the world but how many descendants are out of touch with learning it, especially those of us who live in English speaking countries? The Italian language lets us rediscover our origins and the ability to bring forward our identity. At a certain age you must realize – it is never too late to learn a language, therefore learning the Italian language needs to be promoted and supported more in our community.

I still say that you cannot recommend denying everything you have taken from your country of birth, indeed it is impossible. In any case, you cannot forget your roots either, they are our history, they are a great part of what we are. We must truly try to make them survive.

Send your stories to: [email protected]

Il Concetto Imperfetto, la Politica – The Imperfect Concept, Politics

di emigrazione e di matrimoni

Il Concetto Imperfetto, la Politica 

Cosa vuol dire la “politica” in un parlamento, e in modo particolare a livello nazionale, che in fondo decide la qualità di vita di tutti i cittadini. 

Mentre l’Italia si avvia verso un referendum che è tanto controverso quanto importante, limitare il numero di parlamentari sia alla Camera dei Deputati che nel Senato, credo che la battaglia sia così emotiva che molti dimenticano che la posta in gioco non è semplicemente nei numeri ma cosa vuol dire la “politica” in un parlamento, e in modo particolare a livello nazionale, che in fondo decide la qualità di vita di tutti i cittadini. 

Ho avuto una vita diversa da molti perché ho avuto modo di vedere da vicino il lavoro di parlamentari di due paesi, l’Italia e l’Australia, il mio paese di nascita. Ho potuto constatare volta dopo volta che i parlamentari non sono “bestie” come pensano molti, ma esseri umani come noi tutti, con gli stessi pregi e difetti. Però, il loro ruolo ha un aspetto diverso della vita di quasi tutti gli altri cittadini, e non intendo solo i privilegi che esistono ovunque ci sono parlamentari, senza eccezioni. 

La differenza è che i parlamentari prendono decisioni che cambiano la vita di tutti. Ogni legge, ogni emendamento, ogni decisione ha un effetto sui cittadini del paese. Per questi motivi credo fermamente che il dibattito attuale si sia concentrato così tanto sui numeri, che abbiamo evitato del tutto la domanda più importante da fare per migliorare la nostra politica: il problema che dobbiamo risolvere è davvero il numero dei parlamentari e non il nostro sistema parlamentare che crea le condizioni di instabilità che favoriscono l’anti-politica? 

Documento imperfetto 

Ero già laureato in Storia quando ho letto per la prima volta la Costituzione d’Italia e due aspetti della Costituzione mi hanno colpito profondamente. E da allora, e particolarmente da quando mi sono trasferito in Italia nel 2010, ed ho avuto modo di vedere da più vicino la nostra politica, queste idee si sono rinforzate sempre di più. 

Il primo aspetto è quello che Roberto Benigni ha mostrato magistralmente nel suo spettacolo televisivo “La più bella del mondo” dedicato proprio alla nostra Costituzione. In effetti, nella sua prima parte la nostra Costituzione nei suoi principi base è un elogio alla Democrazia, e nessuno che creda davvero nel concetto fondamentale della Democrazia può metterlo in dubbio. 

Purtroppo, nell’elogiare questo aspetto della Costituzione ci siamo convinti che è così bella che non ci accorgiamo che ci sono fattori nella Costituzione che hanno bisogno di modifiche, perché non permettono la creazione di quegli strumenti essenziali per mettere in pratica i bellissimi ideali espressi nel documento, il sistema parlamentare. 

Infatti, il secondo aspetto che mi ha colpito della Costituzione in quella prima lettura è quel che vedo fin troppo spesso mentre seguo la politica italiana. Il sistema parlamentare italiano è anomalo ed ha alcune pratiche che non permettono la creazione di governi funzionanti, a partire proprio da come nasce il governo. 

La Fiducia 

In qualsiasi democrazia moderna il nuovo governo deve ottenere la fiducia del Parlamento. Mentre in altri paesi la fiducia si ottiene in una sola Camera, l’equivalente della nostra Camera dei Deputati, in Italia  la fiducia deve essere espressa anche dal Senato. Mentre questo potrebbe sembrare un’espressione altissima di Democrazia, le realtà elettorali quasi sempre la rendono vana. 

Infatti, per via della legge elettorale, e questo è un problema cronico del sistema politico italiano, la composizione del Senato non è mai la stessa della Camera e quindi il nuovo Governo deve fare un doppio lavoro per  arrivare alla fiducia, in modo particolare quando non ha la maggioranza nel Senato e quindi si aprono le porte ai compromessi parlamentari che hanno come risultati leggi che dovrebbero soddisfare le esigenze di tutti, ma che producono leggi che non raramente sono inefficaci e facilmente raggirate dai soliti furbi. 

Dunque è facile vedere come questi compromessi non fanno altro che indebolire leggi importanti. Ogni legge, e spesso ogni riga di ogni paragrafo di leggi, sono il risultato di trattative occulte e a volte approvate con maggioranze diverse perché ciascun partito cerca un vantaggio per sè stesso. E questo si vede in modo particolare con le molte leggi elettorali che regolarmente falliscono clamorosamente, perché quasi mai il parlamento italiano è riuscito a produrre governi funzionanti in tempi brevi. 

E questo gioco di interessi dei partiti introduce un altro aspetto anomalo del Parlamento italiano che in teoria è protetto dalla Costituzione, ma mai fedele al concetto originale dell’Assemblea Costituente. 

I parlamentari chi rappresentano? 

Nei dibattiti parlamentari in Italia e nelle direzioni dei Presidenti della Camere, i Deputati e i Senatori vengono chiamati con i loro nomi. Questo poi viene ripetuto nelle eventuali interviste, con l’aggiunta del nome del partito. Però in Italia, il semplice fatto che non esiste il vincolo di mandato indica che i parlamentari, almeno secondo le intenzioni dell’Assemblea Costituente, non rappresentano i partiti. 

Infatti, nei parlamenti britannici i deputati e i senatori sono nominati come “il Deputato per il seggio di ….” e il “Senatore dello Stato di…”. Cioè sono i rappresentanti dei cittadini dei seggi e degli Stati (Regioni in Italia) e non i rappresentanti dei loro partiti. Questo viene ripetuto nelle immagini televisive e le cronache politiche, magari con l’aggiunta del partito alla fine per far capire se appartengono al Governo, o all’Opposizione. 

Questo aspetto di nominare i politici come individui, invece di rappresentanti dei cittadini, alla fine vuol dire dimenticare che nel Parlamento rappresentano tutti i loro concittadini e non solo chi li ha votati. 

Il cambio di partito da parte di parlamentari non è raro all’estero. Partiti, come persone, cambiano nel corso del tempo, come vediamo regolarmente in Italia con la creazione continua di nuovi gruppi/partiti politici, ma la decisione finale su questa scelta del parlamentare deve essere fatta da chi lo ha votato, anche perché i motivi potevano essere legati proprio agli interessi dei cittadini, come leggi che potrebbero fare chiudere imprese nel territorio locale, per citarne solo un esempio. A volte un parlamentare deve votare contro il partito per questi motivi e la sua permanenza nel gruppo politico parlamentare potrebbe finire automaticamente di conseguenza. 

Limite di mandati parlamentari 

E nel parlare dei parlamentari dobbiamo anche citare un’altra regolare fonte di controversia verso il loro operato nelle Camere del Parlamento, il limite dei mandati. 

È facile dire che un parlamentare deve solo fare due legislature, però con un tale limite rischiamo effetti importanti. Il primo è che il Parlamento è un’istituzione così complicata e formale che un parlamentare neo-eletto ha bisogno di tempo per poter imparare come funziona la macchina burocratica, a partire dal poter riconoscere i poteri non sempre visibili che agiscono attorno i parlamenti di tutto il mondo. E spesso ci vuole una legislatura per imparare come comportarsi all’interno delle Commissioni e le sedute, ecc. 

Se limitiamo i mandati di parlamentari a due, come vuole uno dei gruppi parlamentari attuali, questo vuol dire che il parlamentare nuovo diventa efficace solo nella seconda legislatura e quindi, quando si trova a poter finalmente agire bene ha l’obbligo di lasciare il Parlamento per far iniziare il giro con un nuovo parlamentare. 

Di nuovo, la decisione del limite dei parlamentari deve essere presa dai suoi elettori che, almeno in teoria, sono quelli che sentono più gli effetti delle sue decisioni parlamentari. Ed è giusto e democratico che sia così. 

Costituzione viva 

Abbiamo tutti intenzioni buone quando iniziamo un progetto e questo è particolarmente vero per la Costituzione. Anzi, spesso dimentichiamo che le Costituzioni non sono perfette ed intoccabili, sono come esseri viventi, cambiano nel corso del tempo e come risultato delle esperienze della vita parlamentare e la Storia del paese. 

Nell’elencare questo esempi, e ce ne sarebbero molti altri, ho voluto fare capire al lettore che i problemi del sistema parlamentare italiano non sono legati al numero dei parlamentari. Infatti, in Italia il numero di Deputati in base alla popolazione degli elettorati è nei limiti delle altre grandi democrazie. 

I problemi della nostra politica imperfetta sono legati a un sistema parlamentare da render più efficace, a partire dalla doppia fiducia. Abbiamo bisogno di un parlamento e governi funzionanti e il sistema attuale non è capace di garantire questa efficacia. Infatti, vediamo regolarmente come certi gruppi/partiti politici, da entrambe le parti, utilizzano queste debolezze parlamentari per scopi partitici invece del bene dei cittadini in generale. 

E infine, come ho scritto più volte in questo articolo, la decisione se un parlamentare lavora bene o no non spetta ai Segretari dei partiti e alle riunioni in camere chiuse dei loro uffici, ma spetta ai cittadini che sono, almeno in teoria, i veri arbitri delle decisioni dei parlamentari. 

Certo, i cittadini potranno decidere di ridurre il numero di parlamentari, e questo è nel loro diritto. Però, siamo davvero sicuri che ridurre il numero di parlamentari sia la strada giusta per risolvere i problemi della nostra politica imperfetta? 

 

di emigrazione e di matrimoni

The Imperfect Concept, Politics

What “politics” means in a parliament, especially at a national level, that basically decides the quality of life of all its citizens.

While Italy is heading towards a referendum that is as controversial as it is important, to lower the number of parliamentarians in both the Chamber of Deputies and the Senate, I believe that the battle is so emotional that many forget that at play is not simply the numbers but what “politics” means in a parliament, especially at a national level, that basically decides the quality of life of all its citizens.

I have had a life that has been different from other people because I have been able to see up close the work of parliamentarians in two countries, Italy and Australia, my country of birth. I was able to see time after time that parliamentarians are not “beasts” like many think but human beings with the same strengths and faults. However, their role has one aspect that is different from that of almost all the other citizens, and I do not mean only the privileges that exist wherever there are parliamentarians, without exception.

The difference is that parliamentarians make decisions the change the lives of everybody. Every law, every amendment, every decision has an effect on the country’s citizens. For these reasons I strongly believe that the current debate has focussed so much on the numbers that we have completely avoided the most important question to ask to improve our politics: is the problem to be solved really the number of parliamentarians and not our parliamentary system that creates conditions of instability that favour anti-politics?

Imperfect document

I had already graduated in History when I read Italy’s Constitution for the first time and two aspects of the Constitution struck me deeply. And since then, especially after I moved to Italy in 2010, and I have had the opportunity to get a closer look at our politics, these ideas have been reinforced more and more.

The first aspect is what Roberto Benigni showed masterfully in his TV show “La più bella del mondo” (The world’s most beautiful) dedicated to our Constitution. In effect, the basic principals in the first part of our Constitution are a hymn of praise for Democracy and no-one who truly believes in the fundamental concept of Democracy can question this.

Unfortunately, in praising this aspect of the Constitution we have convinced ourselves that it is so beautiful that we do not notice that there are factors in the Constitution that need amending because they do not allow the creation of the tools that are essential for putting the wonderful ideals expressed in the document into practice, the parliamentary system.

In fact, the second aspect that struck me on the Constitution on that first reading is what I have seen all too often as I follow Italian politics. Italy’s parliamentary system is anomalous and has some practices that do not allow the creation of functional governments, starting precisely from how a government is formed.

Confidence

In any modern democracy the new government must obtain the confidence of the Parliament. While in other countries confidence is obtained in only one Chamber, the equivalent of our Chamber of Deputies, in Italy confidence must also be expressed by the Senate. While this may seem a very high expression of Democracy the reality of elections almost always neutralizes this.

In fact, due to the electoral law, and this is a chronic problem in Italy’s political system, the composition of the Senate is never the same as the Chamber and therefore the new government must do a double job to obtain the confidence, especially when it does not have the majority in the Senate and therefore this opens doors to parliamentary compromises that have as a result laws that could satisfy the needs of everybody but which produces laws that are often ineffective and easily hobbled by the usual crafty people.

Therefore, it is easy to see how these compromises do nothing but weaken important laws. Every law, and often every line of every paragraph of laws, have been the result of hidden negotiations and at times approved with different majorities because each political party looks for an advantage for itself. And we see this especially with the many electoral laws that regularly fail resoundingly because the Italian Parliament has almost never managed to produce functional governments in a short time.

And this interplay of interests of the parties introduces another anomalous aspect of Italy’s Parliament that in theory is protected by the Constitution but is never faithful to the original concept of the Constituent Assembly.

Who do the parliamentarians represent? 

During parliamentary debates in Italy and in the directions of the Presidents of the Chamber, the Deputies and the Senators are called by their names. This is then repeated in television interviews with the addition of the name of their party. However, in Italy the simple fact that there is no restriction to a mandate indicates that they, at least according to the intentions of the Constituent Assembly, do not represent the parties.

In fact, in the British Parliaments the Deputies and the Senators are named as the “Member for the electorate of…” and the “Senator for the State of…” That is, they are the representatives of the citizens of their electorates and States (Regions in Italy) and not the representatives of their parties. This is then repeated in the television and political news, maybe with the addition of the party at the end to let viewers understand if they belong to the Government or the Opposition.

In the end this aspect of naming politicians as individuals instead of as representatives of the citizens means forgetting that in Parliament they represent all their citizens and not only those who voted for them.

The change of parties by parliamentarians is not rare overseas. Political parties, like people, change over time as we see regularly in Italy with the continual creation of new groups/parties but the final decision on this choice by the parliamentarians must be made by those who voted for him or her, also because the reasons could be tied to the interests of the citizens, such as laws that could close companies in the local territory to state only one example. Sometimes a parliamentarian must vote against the party for these reasons and his stay in the parliamentary political group could end automatically as a result.

Limit of mandates in Parliament

And in talking about parliamentarians we must also mention another regular source of controversy regarding their work in the Chambers of Parliament, the limit of mandates in parliament.

It is easy to say that a parliamentarian must only sit for two legislatures, however, with such a limit risks major effects. The first is that Parliament as an institution is so complicated and formal that a newly elected parliamentarian needs time to learn how the bureaucratic machines operates, starting with being able to recognise the not always visible powers that act around parliaments around the world. And often this means that a legislature is needed to learn how to behave in the Commissions and the sittings, etc.

If we limit the terms of the mandates to two legislatures, as some parliamentary groups want, this means that the new parliamentarian becomes effective only in the second legislature and therefore when he or she is finally able to act well then has the obligation to leave Parliament to start another round with a new parliamentarian.

Once again, the decision to limit the parliamentarians must be made by his or her electors who, at least theoretically, are the ones who feel the effects of the decisions in parliament the most. And it is right and democratic that this is so.

Living Constitution

We all have good intentions when we start a project and this is especially true for the Constitution. Indeed, we often forget that Constitutions are not perfect and untouchable, they are living beings that change over time and as the result of experiences of parliamentary life and the country’s history.

In listing these examples, and there could be many more, I wanted to make readers understand that the problems of Italy’s Parliament are not connected to the number of parliamentarians. Indeed, in Italy the number of Deputies in proportion to the population of the electors is within the limits of the other great democracies.

The problems of our imperfect politics are connected to a parliamentary system to be made more effective, starting with the double confidence. We need functional Parliaments and governments and the current system is unable to guarantee this effectiveness. In fact, we regularly see how certain political groups/parties, on both sides, use these parliamentary weaknesses for party purposes instead of the good of the citizens in general.

And finally, as I have written a number of times in this article, the decision whether or not a parliamentarian has worked well is not up to the Secretaries of the parties and meetings in the closed rooms of their offices but it is up to the citizens who are, at least in theory, the true arbiters of the parliamentarians.

Of course, the citizens may decide to reduce the number of parliamentarians, and this is their right. However, are we truly sure that the reduction of the number of parliamentarians is the right path to solving the problems of our imperfect politics?

26 Luglio 1963 Berlino John Fitzgerald Kennedy – 29 Agosto 2020 Robert F. Kennedy Junior

L’isola che non c’è, milioni di persone ignorate dai professionisti dell’informazione.

di Paolo Buralli Manfredi   e Giuseppe Cossari (CTIM Australia)

Correva l’anno 1963 e Berlino durante la guerra fredda era il centro del mondo dove si combatteva per la Democrazia e dove le libertà di una parte della Germania, che si riunì nel 1989 con la caduta del muro di Berlino Est, erano compresse da una dittatura, quella comunista, che non faceva sconti a coloro che sognavano e cercavano la Libertà che era a pochi passi: “aldilà di quel maledetto muro!”.

E se pur con differenze importanti, anche in questo giorno, Berlino ritorna ad essere il centro del mondo, quel mondo che non ci sta alle privazioni delle Libertà e che si ribella al tentativo di sottomissione condotto tramite una dittatura sanitaria priva di prove scientifiche reali e le parole di John Fitzgerald Kennedy riportate qui sotto, con qualche correzione, potrebbero ben adattarsi a ciò che il mondo sta vivendo da otto mesi grazie al coronavirus 8+1 che sta privando le Libertà personali della quasi totalità delle popolazioni del Pianeta.

John Fitzgerald Kennedy 26 Luglio 1963 Berlino

“Sono orgoglioso di venire in questa città ospite del vostro onorevole sindaco, che ha simboleggiato per il mondo lo spirito combattivo di Berlino Ovest. E sono orgoglioso sono di visitare la Repubblica Federale con il vostro onorevole Cancelliere che da così tanti anni guida la Germania nella democrazia, nella libertà e nel progresso, e di essere qui in compagnia del mio concittadino americano Generale Clay che è stato in questa città durante i suoi momenti di crisi, e vi tornerà ancora, se ce ne sarà bisogno.
Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire “civis Romanus sum” Oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire “Ich bin ein Berliner.” ( io sono Berlinese).
Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista. Che vengano a Berlino. 
Ce ne sono alcune che dicono che dicono che il comunismo è l’onda del progresso. Che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti. Che vengano a Berlino. 
E ce ne sono anche certe che dicono che sì il comunismo è un sistema malvagio, ma permette progressi economici. Lass’ sie nach Berlin kommen. (lasciateli venire a Berlino)
La libertà ha molte difficoltà e la democrazia non è perfetta. Ma non abbiamo mai costruito un muro per tenere dentro i nostri, per impedir loro di lasciarci. Voglio dire a nome dei miei compatrioti che vivono a molte miglia da qua dall’altra parte dell’Atlantico, che sono distanti da voi, che sono orgogliosi di poter dividere con voi la storia degli ultimi 18 anni. Non conosco nessun paese, nessuna città, che è stata assediata per 18 anni e ancora vive con vitalità e forza, e speranza e determinazione come la città di Berlino Ovest. 
Mentre il muro è la più grande e vivida dimostrazione dei fallimenti del sistema comunista tutto il mondo lo può vedere ma questo non ci rende felici; esso è, come il vostro sindaco ha detto, è una offesa non solo contro la storia, ma contro l’umanità, separa famiglie, divide i mariti dalle mogli, ed i fratelli dalle sorelle, divide un popolo che vorrebbe stare insieme. 
Quello che è vero per questa città è vero per la Germania: una pace reale e duratura non potrà mai essere assicurata all’Europa finché ad un quarto della Germania è negato il diritto elementare dell’uomo libero: prendere una decisione libera. In 18 anni di pace e benessere questa generazione di tedeschi ha guadagnato il diritto ad essere libera, incluso il diritto di unire le famiglie, a mantenere la propria nazione in pace, in buoni rapporti con tutti.” 
Voi vivete in una isola difesa di libertà, ma la vostra vita è parte della collettività. Consentitemi di chiedervi, come amico, di alzare i vostri occhi oltre i pericoli di oggi, verso le speranze di domani, oltre la libertà della sola città di Berlino, o della vostra Germania, per promuovere la libertà ovunque, oltre il muro per un giorno di pace e giustizia, oltre voi stessi e noi stessi per tutta l’umanità. 
La libertà è indivisibile e quando un solo uomo è reso schiavo, nessuno è libero. Quando tutti saranno liberi, allora immaginiamo, possiamo vedere quel giorno quando questa città come una sola e questo paese, come il grande continente europeo, sarà in un mondo in pace e pieno di speranza. Quando quel giorno finalmente arriverà, e arriverà, la gente di Berlino Ovest sarà orgogliosa del fatto di essere stata al fronte per quasi due decenni. 
Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire “Ich bin ein Berliner” (io sono Berlinese).”

E come allora oggi ritroviamo a Berlino un altro Kennedy, Robert, il nipote di JFK proprio nella stessa città e proprio a difendere i diritti per le Libertà personali, di seguito il suo intervento tradotto da byoblu che ringraziamo:

IL DISCORSO DI KENNEDY A BERLINO, CHE GIORNALI E TV NON VI HANNO FATTO VEDERE

Chiudiamo questo nostra riflessione, ricordando a noi stessi ed agli altri, che le Libertà personali, il più delle volte, non vengono tolte da un giorno all’altro ma vengono iniettate con pazienza e perseveranza in piccole dosi dai governi che guidati ormai dalle Big Industry si sono dimenticati che governare vuol dire servire il Popolo e non le industrie.

Rimaniamo anche sconcertati dal fatto che nessuna forza politica abbia commentato quanto successo a Berlino e che, non ci stancheremo mai di ripetere, chi dovrebbe per missione informare i governati, continua ad essere servo dei governanti.

Cos’è la Cultura e a cosa serve? – What is Culture and what is it for?

di emigrazione e di matrimoni

Cos’è la Cultura e a cosa serve? 

La nostra Cultura è tutto ciò che succede nel nostro paese e non solo gli aspetti che pensiamo quando apriamo la pagina Cultura dei giornali. 

Si parla spesso della Cultura, però quante volte ci chiediamo, cos’è la Cultura e a cosa serve? La risposta è semplice e disarmante, però ci consente di capire non solo che la Cultura non è un bagaglio di pochi prescelti, e che pensare alla Cultura in questo modo limita il potenziale enorme della nostra Cultura a favore di tutta la popolazione. Ci sarebbe una terza parte di questa domanda, però la tratteremo sotto nell’ultima parte dell’articolo. 

La risposta alla prima parte della domanda semplice è altrettanto semplice, in effetti la nostra Cultura è tutto ciò che succede nel nostro paese e non solo gli aspetti che pensiamo quando apriamo la pagina Cultura dei giornali. 

Alta e Bassa Cultura e il Provincialismo

Quando si parla della Cultura abbiamo il vizio di pensare solo alla cosiddetta Alta Cultura e quindi alla lirica, alle mostre d’Arte di Michelangelo, Caravaggio, Leonardo e Raffaello e gli altri grandi artisti della storia. Quando leghiamo la Cultura al Cinema pensiamo a Visconti, Fellini, Wertmuller, Leone, De Sica e Zeffirelli per poi dimenticare che il nostro paese ha prodotto moltissimi altri registi importanti come Monicelli, Germi, Risi, Magni e anche altri ormai dimenticati del tutto come Blasetti. 

Se prendiamo soltanto l’Arte pensiamo immediatamente agli Uffizi, la Cappella Sistina e le altre immagini che utilizziamo fin troppo spesso nelle promozioni internazionali come il David di Michelangelo, ma ignoriamo, nel senso più stretto del termine cioè non conosciamo, che l’Italia ha anche una grande tradizione di ceramica e città come Faenza, Caltagirone, Squillace, De Ruta e molte altre sono state e sono ancora centri importanti per la produzione di ceramica, artistica e commerciale. 

E così come dimentichiamo la ceramica, non ci ricordiamo che l’Italia ha anche moltissime altri aspetti di Cultura che formano quel che è senza dubbio il Patrimonio Culturale più grande del mondo, ma molti di questi hanno lo svantaggio di non appartenere all’Alta Cultura. 

Iniziamo dalla Cultura Contadina e la Cultura Popolare che sono alla base di feste e celebrazioni in tutti le città e i paesini italiani. Primavera, estate ed autunno in Italia non sarebbero gli stessi se non ci fossero queste manifestazioni che coinvolgono gran parte delle popolazioni locali, ma che spesso sono sconosciute fuori la provincia, tantomeno in altre regioni, oppure altri paesi. 

La Cultura comprende lo sport, dal professionale al dilettantesco. È facile pensare al calcio, pallacanestro e il rugby, ma aggiungiamo le moltissime maratone in tutto il paese, il canottaggio, l’atletica leggera, la lotta greco-romana, la ginnastica ed altri sport che hanno visto l’Italia vincere mondiali e medaglie d’oro olimpioniche. Inoltre, ci sono sport che sono solamente italiani come i pali medioevali e il tamburello che pochi all’estero conoscono. 

Purtroppo, come in tutti gli altri campi di attività in Italia, la Cultura soffre dal provincialismo che ha  due effetti importanti sulla promozione internazionale del nostro prodotto più prestigioso. Il primo è la tendenza di pensare che tutti sappiano quel che ci sia in una determinata città, però in moltissimi casi questo non è proprio vero. Un esempio è Palazzo Te a Mantova che è un sito UNESCO Patrimonio Mondiale,  ma pochi oltre i confini della zona, tantomeno all’estero, lo conoscono, insieme alle meraviglie delle sale dipinte da Giulio Romano. Il secondo effetto è ancora più dannoso,  l’incapacità di gruppi italiani di lavorare insieme, a qualsiasi livello nazionale e internazionale, per realizzare progetti con scopi utili per tutti.

Quindi, anche con questi pochissimi esempi cominciamo a capire che la varietà della nostra Cultura è molto più grande di quel che immaginiamo se ci limitiamo solo all’Alta Cultura. Anzi, facciamo un male a noi stessi a pensare in termini di “Alta” e “Bassa” Cultura, perché ogni suo aspetto è importante e per ragioni che spesso non riusciamo a riconoscere. 

Però, la nostra domanda iniziale era in due parti e dobbiamo rispondere anche alla seconda, e di nuovo la risposta è semplice e disarmante. 

 A cosa serve la Cultura? 

La Cultura serve ad arricchire la qualità della nostra vita. Al di là del valore economico,  spesso non esistono prezzi al valore delle opere d’Arte, la Cultura, sia Alta che Bassa, ci rende la vita più bella ed interessante. 

Nel vedere un’opera importante in una mostra, nel partecipare a una manifestazione di origini medioevali, nel partecipare a manifestazioni sportive come atleti o come pubblico, andando alle sagre e nelle feste popolari, aggiungiamo valore alla nostra vita. 

Il semplice fatto che l’Italia ha questa varietà enorme di manifestazioni culturali, di ogni genere, vuol dire che la nostra qualità di vita è molto più alta e ricca di moltissimi altri paesi. Purtroppo, abbiamo l’usanza di pensare che la Cultura non ha valore, sia economico che esoterico. 

E qui cominciamo a capire perché il paese con il più grande Patrimonio di Beni Culturali nel mondo sia soltanto la settima destinazione turistica nel mondo. 

Se moltissimi di noi che viviamo in questo Patrimonio non riconosciamo le ricchezze che ci circondo quotidianamente, come possiamo pretendere che gente negli altri paesi lo sappiano? 

Infatti, il fatto che non abbiamo il livello di turismo che meriteremmo per il valore della nostra Cultura è la prova che chi abita all’estero non riconosce l’importanza vera del nostro Patrimonio Culturale. 

Certo, alcuni centri hanno altissimi numeri di turisti stranieri ogni estate, però sono a Roma, Firenze e Venezia che sono sempre al centro delle nostre promozioni internazionali. Però, le Città d’Arte in Italia sono molte di più di tre, partiamo da Mantova, Ravenna, Urbino, Lecce, Orvieto, Ferrara, Reggio Calabria, Genova e molte altre. Tutti conoscono i de Medici che resero grande Firenze artisticamente, ma quanti fuori d’Italia conoscono i nomi dei d’Este, Gonzaga, Montefeltro, Malatesta, della Scala e le altre Signorie che furono i mecenati che permisero ai nostri grandi artisti di creare le loro opere? 

E qui dobbiamo riconoscere che se i turisti internazionali non conoscono questi nomi di persone e città di chi è la colpa se non la nostra? Le nostre promozioni sono limitate dal concetto dell’Alta Cultura che non ci permette di vedere che la nostra Cultura deve essere promossa anche insegnando queste cose all’estero e non in italiano, ma nelle lingue dei paesi dei turisti. 

E qui ci troviamo a quel che doveva essere la terza parte della domanda iniziale ed è il perno del nostro atteggiamento verso la nostra Cultura. 

A cos’altro serve la Cultura? 

Qualche anno fa in Italia un Ministro del Tesoro fece una battuta diventata tristemente celebre che riassume l’atteggiamento di troppi in Italia verso la nostra Cultura, “Con la Cultura non si mangia”. 

Basta vedere le cifre di di turisti ad altri paesi per capire che non solo ci si può mangiare con la Cultura, ma si mangia anche benissimo. E il paradosso di questo è che in molti luoghi dei paesi più visitati nel mondo, come i musei di Parigi e l’Hermitage a San Pietroburgo, le attrazioni più importanti sono di artisti italiani. 

Aumentare il numero di turisti in Italia con promozioni mirate per ogni aspetto della nostra Cultura, Alta e Bassa, avrebbe due esiti altrettanto importanti. Il primo è naturalmente quello di aumentare gli introiti che attualmente non sono al livello dei nostri prodotti in offerta, di ogni genere. 

I soldi spesi dal turista che viene in Italia per andare a vedere le città d’Arte valgono quanto quelli di chi verrebbe per vedere la ceramica, per partecipare a una maratona, per vedere i pali e le feste popolari in tutto il paese, oppure per godere le attrazioni più mondane delle spiagge e le discoteche, come quelle della Costa Adriatica della Romagna. Allora dobbiamo chiederci perché limitiamo le promozioni della nostra Cultura solo ad alcune facce dell’Alta Cultura? Questi soldi creano posti di lavoro importanti per il paese, soprattutto in vista di uscire dalla crisi sanitaria attuale. 

Infine, i soldi dei turisti di tutti i generi, sarebbero fondamentali anche per altri motivi essenziali. Da decenni non riusciamo a finanziare il restauro di importanti opere d’Arte e palazzi perché il governo nazionale dice sempre che non sono una priorità, oppure non ci sono i fondi. Aumentare il numero di turisti internazionali per vedere ogni aspetto della nostra Cultura vuol dire anche avere finalmente a disposizione entrate economiche per poter compiere questi lavori importantissimi, non solo per salvare opere che rischiano di essere perse per sempre, ma anche per fornire altre attrazioni nel futuro per attirare ancora più turisti nel paese. 

Quindi non solo abbiamo l’obbligo di riconoscere finalmente che la Cultura non è un peso per la nostra economia, anzi è un bene che potrebbe e dovrebbe essere una fonte di guadagno per tutto il paese, ma per fare ciò dobbiamo anche finalmente capire che la nostra Cultura non è soltanto l’Alta Cultura, ma ogni aspetto della nostra vita, perché l’Italia non è solo il luogo dove si trovano le Città d’Arte, infatti è davvero il Paese di Cultura per eccellenza. Abbiamo aspetti della Cultura da offrire per tutti i gusti e dobbiamo farlo capire al mondo, a partire da noi stessi. 

di emigrazione e di matrimoni

What is Culture and what is it for?

Our Culture is everything that happens in our country and not only the aspects that we think when we open the Culture page of the newspapers.

We often talk about Culture but how many times do we ask: what is Culture and what is it for? The answer is simple and disarming, however it allows us to understand not only that Culture is not only something for a select few, and thinking about Culture in this way limits the huge potential of our Culture in favour of all the population. There would be a third part to this question. However, we will deal with this below in the final part of the article.

The answer to the first part of this simple question is just as simple, in fact our Culture is everything that happens in our country and not only the aspects that we think when we open the Culture page of the newspapers.

High and Low Culture and Provincialism

When we talk about Culture we have the bad habit of thinking about the so-called High Culture and therefore of opera, art exhibitions of Michelangelo, Caravaggio, Leonardo and Raphael and the other great artists of history. When we link Culture to our cinema we think of Visconti, Fellini, Wertmuller, Leone, De Sica and Zeffirelli to then forget that our country has produced many other major directors such as Monicelli, Germi, Risi and Magni, as well as others who are now completely forgotten such as Blasetti.

If we consider only Art we immediately think about the Uffizi, the Sistine Chapel and other images that we use all too often in international promotions such as Michelangelo’s David but we ignore that Italy also has a great tradition in ceramics and cities such as Faenza, Caltagirone, Squillace, De Ruta and many others were and still are major centres for the production of artistic and commercial ceramics. 

And so, just like we forget ceramics, we do not remember that Italy also has many other aspects of Culture that form what is without doubt the world’s greatest Cultural Heritage but much of this has the disadvantage of not belonging to High Culture.

Let us start with Peasant Culture and Popular Culture which are the basis of the feasts and celebrations in all the cities and small towns in Italy. Spring, summer and autumn in Italy would not be the same without these events that involve a large part of the local populations but they are often unknown outside the province, much less in other regions or in other countries.

Culture includes sport, from the professionals to amateurs. It is easy to think about football, basketball and rugby but let us add the many marathons all over the country, rowing, athletics, Greco-Roman wrestling, gymnastics and other sports that have seen Italy win world championships and Olympic gold medals. Furthermore, there are sports that are solely Italian such as the medieval palio and tamburello that few people overseas know.

Unfortunately, as in many other fields of activity in Italy, Culture suffers from provincialism which has two important effects on the international promotion of our most prestigious product. The first is the tendency to think that everybody knows what there is in a certain cities but in many cases this is not at all the case, One example is Palazzo Te in Mantua which is a UNESCO World Heritage site but few outside the local boundaries, much less overseas, know it let alone the wonders of the rooms painted by Giuliano Romano. The second effect is even more damaging, the incapacity of Italian groups to work together, at any level nationally and internationally, to set up projects with aims that are useful for everybody.

Therefore, even with these very few examples we start to understand that the variety of our Culture is much greater than what we imagine if we limit ourselves to only High Culture. Indeed, we harm ourselves thinking in terms of “High” and “Low” Culture because every one of its aspects is important and for reasons we often fail to recognize.

However, our initial question was in two parts and we must also answer the second and once again the answer is simple and disarming.

  What is Culture for? 

Culture serves to enrich the quality of our lives. Beyond its economic value, often there is no price for the value of works of art, Culture, both High and Low, makes our lives more beautiful and interesting.

When we see a major work of art, when we take part in an event of medieval origin, when we participate in sporting events as athletes or the public, when we go to the sagre and other popular feasts we add value to our lives.

The simple fact that Italy has this enormous variety of cultural events, of all kinds, means that our quality of life is much higher and richer than many other countries. Unfortunately, we have the habit of thinking that Culture has no value, both economic and esoteric.

And here we start to understand why the country with the world’s greatest Cultural Heritage is only the world’s seventh tourist destination.

If so many of us who live in this Heritage do not recognize the riches that surround us every day how can we expect people in other countries to know?

In fact, the fact that we do not have the level of tourism that we deserve for the value of our Culture is the proof that those who live overseas do not recognize the true importance of our Cultural Heritage.

Of course, some centres have very high numbers of foreign tourists every summer but they are in Rome, Florence and Venice that are always in the centre of our international promotions. However, Italy’s Cities of Art are much more than three, let us start with Mantua, Ravenna, Urbino, Lecce, Orvieto, Ferrara, Reggio Calabria, Genoa and many others. Everyone knows the de Medici that made Florence great artistically but how many people outside Italy know the names of d’Este, Gonzaga, Montefeltro, Malatesta, della Scala and the other Lordships who were the patrons that allowed our great artists to create their works?

And here we must recognize that if international tourists do not know these people and cities whose fault is it if not ours? Our promotions are limited by the concept of High Culture that does not allow us to see that our Culture must be promoted by teaching these things overseas and not in Italian but in the languages of the tourists.

And now we find ourselves with what should have been the third part of the initial question and it is the linchpin of our attitude towards our Culture.

And what else is Culture for? 

A few years ago an Italian Treasurer made a comment that became sadly famous and sums up the attitude of too many in Italy towards our Culture, “You can’t eat with Culture”

You only have to see the numbers of tourists to other countries that not only can you eat with Culture but you also eat very well. And the paradox of this is that in many places in these most visited countries, such as the museums in Paris and the Hermitage in Saint Petersburg, the most important attractions are by Italian artists.

Increasing the number of tourists in Italy with targeted promotions for every aspect of our Culture, High and Low, would have two equally important outcomes. The first is naturally that of increasing revenue that currently is not at the level of our products on offer, of every kind.

The money spent by the tourist who comes to Italy to see the cities of Art is worth as much as that of those who would come to see the ceramics, to take part in a marathon, to see a palio and the popular feasts in all the country or to enjoy the more worldly attractions of the beaches and the discos, such as those of the Adriatic Coast of the Romagna. So, we must ask ourselves, why do we limit the promotions of our Culture only to some aspects of High Culture? This money creates jobs that are important for the country, especially in view of coming out of the current health crisis.

Finally, the money spent by tourists of all kinds would be essential also for other fundamental reasons. For decades now we have not been able to fund the restoration of major works of Art and buildings because the national government always says they are not a priority or there are no funds. Increasing the number of international tourists for every aspect of our Culture also means finally having financial income available to be able to carry out these very important works, not only to save major works that we risk losing forever but also to provide other attractions that would draw even more tourists to the country.

Therefore, not only do we have the obligation to finally recognize that Culture is not a burden on our economy. Indeed, it is an asset that could and should be a source of profit for all the country but in order to do so we must also finally understand that our Culture is not only High Culture but every aspect of our lives because Italy is not only where the Cities of Art are located. In fact Italy is truly the Country of Culture par excellence. We have aspects of Culture to offer for all tastes and we must make the world understand this, starting with ourselves.

Per fortuna abbiamo il Papa

Speriamo che anche questa volta Dio parli con il Santo Padre per convincere il mondo a lasciar stare i Bambini.

di Paolo Buralli Manfredi

È più di mezzo secolo che passeggio su questo meraviglioso Pianeta chiamato Terra e per fortuna i libri di storia mi hanno raccontato i più di duemila anni che, per ovvi motivi, non ho potuto vivere di persona e tutto sommato l’umanità ha sempre con qualche eccezione dato il meglio di se in quanto a barbarie, indecenze d’ogni genere, guerre e spargimenti di sangue molto spesso compiute in nome di qualche ideale di cui, in realtà, non importava a nessuno ma, nonostante tutto, si è sempre evoluta tant’è che a tratti ci ha regalato menti geniali e sopraffine che sono riusciti a cambiare il mondo in meglio.

Purtroppo però, nell’ultimo ventennio qualcosa sta cambiando e per la prima volta nella storia dell’umanità stiamo assistendo ad una vera e drammatica involuzione umana che inevitabilmente sta trasformando il Pianeta in un vero purgatorio ed inferno ed ahimè molto peggiore di come lo raccontò Dante Alighieri nella sua famosa e conosciuta in tutto il mondo Divina Commedia, come avrete ben capito sto parlando della spinta, che un sistema ormai perverso comandato da potentati che, poco alla volta,  si stanno palesando non nascondendo più le loro identità, sta dando gli ultimi colpi per abbattere un sistema valoriale che vuole sostituire per dare un via libera definitivo alla nascita di un nuovo mondo dove le perversioni umane non siano più un eccezione ma la normalità.

Ed in effetti se osserviamo attentamente i processi comunicativi e gli sdoganamenti delle immagini e dei messaggi pubblicitari che, una censura blanda avrebbe con fermezza stoppato, ci rendiamo conto che si sta perpetrando sotto i nostri occhi il più criminale dei piani messi in atto da coloro che gestiscono il potere, l’utilizzo dei Bambini come oggetto del desiderio, non vorrei dirla grossa ma, sembra che il nuovo pensiero universale abbia come obiettivo lo sdoganamento di pratiche indegne.

Ed a supporto di ciò che dico sono le immagini e l’utilizzo dei Bambini nelle pubblicità ed in quegli eventi che mi hanno disgustano parecchio, a partire dalla campagna pubblicitaria per promuovere la mostra di Venezia intitolata “Il Festival delle Donne” oppure la Bambina della pubblicità dell’Audi mentre mangia la banana, le Bambine in bikini e stivale al ginocchio alla mostra dell’auto di Wuhan in Cina od ancora il programma che dovrebbe andare in onda su Netflix film di Bimbi con atteggiamenti sessuali espliciti che ha scatenato una raccolta firme per protestare e annullare il programma qui sotto il link con il risultato della raccolta:

140,000 people sign petition to remove Netflix film which ‘sexualises children’

Società importanti come Amazon che vendono peluche per bimbi a forma di pene:

Cuscino in peluche a forma di pene, idea regalo divertente/erotica per donne, per compleanno, addio al nubilato o qualsiasi altra occasione

e ancora….https://m.facebook.com/groups/686748322168415?view=permalink&id=727217668121480&sfnsn=mo&extid=LjAZtgOOt6K3DAMZ .

 

Detto questo, Caro Papa Francesco, ho apprezzato che come capo spirituale della Religione Cattolica che, giustamente ha portato la parola di Dio ad un popolo, quello italiano, che non comprende la sofferenza dei migranti, ricordando allo stesso che: “È Dio che chiede di sbarcare”. Mi auguro dunque, che il buon Dio le parli ancora e le dica di parlare ai potenti del mondo per fermare questo scempio e ricordare a loro che se useranno i nostri Angeli, i Bambini, per alimentare i profitti delle loro fabbriche, l’ira di Dio si abbatterà su di loro.

Dall’Argentina alla Calabria: una Storia Personale in cerca dell’Identità – From Argentina to Calabria: a Personal Story in search of Identity

di emigrazione e di matrimoni

Dall’Argentina alla Calabria: una Storia Personale in cerca dell’Identità

Il nuovo articolo inviatoci da Paolo Cinarelli è un contributo importante al tema dell’identità personale dei discendenti degli emigrati trattato dalla trilogia di articoli conclusa qualche giorno fa.

Questa trilogia, iniziata con un altro articolo da Paolo, voleva dare qualche spunto sul tema che sta diventando più e più importante per moltissimi discendenti di emigrati italiani in giro per il mondo.

Parte 1: Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Parte 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

Parte 3: Io non sono (solo) Italiano – I am not (only) Italian

In questo articolo leggiamo la storia di una ragazza in Argentina che è andata in Italia per cercare le proprie origini e dunque la propria identità e patrimonio famigliare personale. Come lei ci sono milioni e milioni di figli e discendenti di emigrati italiani in tutti i paesi che sognano l’opportunità di fare lo stesso viaggio ai paesi d’origine dei nonni/genitori. Alcuni troveranno felicità, alcuni tristezza e anche scompiglio perché hanno scoperto segreti famigliari inattesi ed altri iniziano un percorso che durerà tutta la vita. In tutti questi casi, ciascuno tornerà al paese di nascita cambiato e non tutti troveranno le risposte che cercavano.

Non esiste una risposta precisa per chi si chiede se sia “italiano”, “americano/argentino, australiano, ecc., ecc.” come fanno molti nel corso della vita quando, per un motivo o l’altro, qualcun mette in dubbio l’appartenenza dell’individuo al paese di nascita, in modo particolare per la prima generazione nata nel nuovo paese di residenza, ma non solo.

Come abbiamo visto in questi articoli, i casi sono moltissimi, e anche se i temi da considerare sono uguali in tutti i paesi dove ci sono immigrati, i dettagli cambiano da paese e paese, spesso anche all’interno dello stesso paese, e quindi ogni storia raccontata è unica e ci dimostra che ogni soluzione è valida e ciascuno di noi deve prendere la decisione con cui si trova a suo agio.

Questo è uno dei motivi per cui chiediamo ai lettori di inviarci le loro storie. Non solo per raccontare esperienze uniche, ma anche per fare capire a chi ha paura di esprimere il proprio disagio nel paese di nascita, che non sono soli a sentire questa emozione e che hanno il diritto di domandarsi chi sono e di cercare la propria identità personale, anche se non sempre è quella che i genitori sognavano per loro, oppure quella che aspettavano quando hanno preso l’aereo per l’Italia.

Perciò, ripetiamo il nostro invito ai lettori. Inviate le vostre storie a: [email protected]

Dall’Argentina alla Calabria: una Storia Personale in cerca dell’Identità

di Paolo Cinarelli

L’argomento della trasmissione della cultura familiare attraverso il balzo generazionale da nonni a nipoti diventa un fenomeno sempre più ricorrente. Come spiega il prof. Franco Fiumara, il vincolo affettivo unisce le due generazioni sulla base del rapporto di complicità in contrapposizione al ruolo dell’autorità svolto dai genitori. Così, sulla linea di quanto già accennato in articolo precedente ( L’italianità della “generazione saltata” – Italians in Argentina, Developments ), si riscatta la figura del migrante che in passato spesso era sminuita e ora invece viene rivalorizzata. Rivendicare l’origine dell’antenato lavoratore e umile che ha varcato l’oceano, non è più un motivo di vergogna ma di orgoglio.

Amira Giudice, che è andata in Calabria poco più che ventenne a riscoprire la terra e le storie di vita del nonno Modesto deceduto poco prima, è l’esempio concreto di questo fenomeno. E’ ripartita da quel viaggio consapevole di avere trovato il suo posto nel mondo, ma anche con il progetto di diffondere una rete online che unisca i giovani discendenti di emigrati italiani in Sudamerica. Il suo esempio è una sintesi di un fenomeno che solo adesso si sta valutando concretamente e da origine a progetti che vogliono riscoprire le origini, come il turismo delle radici e i tanti progetti di ritorno, ma che in effetti sono la somma di tantissimi casi visti finora sempre come singoli.

Il sei agosto si è presentata nel programma radio “Il Postino Patagonico” della località di Villa Regina in occasione del lancio del sito itRionegro.it che rappresenta la sede più a sud di tutta la rete web di italiani.it.

“(…) Sono una italoargentina, nata a Buenos Aires. Sono italiana da parte di padre e il vincolo con la cultura italiana viene dai miei nonni. Da piccola mio nonno ci portava alle feste della Madonna della Quercia nella chiesa dei Migranti nella zona di La Boca, per cui da sempre sono stata in contatto con l’italianità delle tradizioni, le festività, le ricette che ci preparava il nonno in casa e tutto ciò di italiano che ci trasmetteva, compreso anche il dialetto che lo parlava spesso con i suoi paesani quando lo venivano a salutare o quando si incontravano in qualche festa. Siamo sempre stati molto in contatto con le tradizioni del cibo e del vino fatti in casa, la gastronomia e l’Italia in genere. Da piccola mi piaceva leggere le riviste che gli mandavano dall’Italia perché dalla Regione Calabria arrivavano gli almanacchi e le riviste piene di fotografie. Mio nonno le lasciava nella sala a portata di mano e io le guardavo e le leggevo quasi senza capirle.

Già dall’infanza ho assorbito la cultura italiana e soprattutto la cultura del paese di mio nonno, che è stato quello che più mi ha trasmesso e mi ha avvicinato all’Italia tanto a me come al resto della famiglia. Nel 2016 ho deciso di viaggiare per conoscere il paese dove era nato e da dove era partito, che si chiama Conflenti ed è anche il paese della Madonna che si festeggia qui a Buenos Aires l’ultima domenica di agosto. Lì ho scoperto le mie radici, ho riscoperto in ogni angolo del paese i luoghi dei suoi racconti e mentre camminavo ricostruivo pezzi di storie, ho conosciuto molti parenti e amici. E’ stata una esperienza bellissima, sono stata nel paese molte altre volte e lo porto nel cuore. La prima volta che sono stata a Conflenti ho sentito di avere trovato il mio posto nel mondo.

Lì ho trovato la gente di italiani.it perché Conflenti è la capitale del progetto e mi sono aggiunta alla redazione di itConflenti.it dove ho cominciato come redattrice. Successivamente lo abbiamo portato da questa parte dell’oceano e aprendo il portale itBuenosAires.it e dando il via alla diffusione della cultura italiana nel 2017.

Questo sogno di diffondere la cultura e rendere visibile l’attività delle istituzioni italiane si è espanso fino a costituire una grande rete in America Latina così come era stato fatto in Europa e nel resto del mondo. Abbiamo aggiunto diverse città, adesso fanno parte di questo progetto dodici città latinoamericane nelle cui redazioni ci sono gruppi di giovani che ci occupiamo di diffondere la cultura italiana, di raccontare storie, di diffondere eventi, stare in contatto con le associazioni, istituzioni e immigranti in genere che cercano di rendere visibili le loro attività e raccontare le loro storie. Sono supervisore e mi occupo di coordinare i lavori di tutte le redazioni di italiani.it in America Latina. Adesso siamo più di 60 redattori da questa parte del mondo che scrivono e hanno bisogno di una guida per elaborare e diffondere le loro note, perché da italiani.it è possibile accedere ai siti delle diverse città e ai loro articoli.

Tra i progetti a futuro abbiamo già cominciato con le borse di studio di lingua italiana insieme alla Associazione Calabrese di Buenos Aires. Ci sono anche altri progetti a breve, quindi vi invito tutti a visitare il sito per conoscerci meglio e a seguirci sui social per conoscere le nostre attività”.

di emigrazione e di matrimoni

From Argentina to Calabria: a Personal Story in search of Identity

Paolo Cinarelli’s new article is a major contribution to the theme of the personal identity of the descendants of migrants we dealt with in the trilogy of articles that ended a few days ago.

This trilogy began with another article by Paolo and wanted to provide some talking points on a theme that is becoming more and more important for many descendants of Italian migrants around the world.

Parte 1: Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Parte 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

Parte 3: Io non sono (solo) Italiano – I am not (only) Italian

This article is the story of a young Italo-Argentinean woman who went to Italy to look for her origins and therefore for her own identity and personal family heritage. There are millions and millions of children and descendants of Italian migrants like her in every country who dream of the chance of making the same trip to the towns of origin of their grandparents/parents. Some find happiness, others sadness, others are even upset because they found unexpected family secrets and others start a path that will last a lifetime. In all these cases each one of them will go home to their country of birth changed and not everyone will find the answers they were looking for.

There is no exact answer for those who ask themselves if they are “Italian”, “American, Argentinean, Australian, etc, etc” as many people do during their lifetimes for one reason or another and some question their belonging to their country of birth, especially the first generation born in the new country of residence but not only in that generation.

As we have seen in these articles there are a multitude of cases and even if the issues to be considered are the same in all the countries where there are migrants the details change from country to country and even within the same country and therefore each story is unique and shows us that every solution is valid and each one of us has to make the decision which he or she feels at ease.

This is one of the reasons that we ask our readers to send us their stories. Not only to tell stories of unique experiences but also to make those who are scared to express their discomfort in their country of birth understand that they are not alone in feeling this emotion and that they have the right to ask themselves who they are and to look for their own personal identity, even if it is not always the one their parents dreamed of for them or what they expected when they took the plane to Italy.

Therefore, we repeat our invitation to our readers to send your stories to:

[email protected]

From Argentina to Calabria: a Personal Story in search of Identity

di Paolo Cinarelli

The subject of passing on the family’s culture through the leap of generations from the grandparents to the grandchildren is becoming more and more a recurring phenomenon. As Professor Franco Fiumara explained, an emotional bond unites two generations on the basis of complicity as opposed to the authoritative role of the parents. And so, as stated in a previous article on this issue ( L’italianità della “generazione saltata” – Italians in Argentina, Developments ), the figure of the migrant was often downplayed but it is now being appreciated once more. Claiming your origin from the hard working and humble forebear who crossed the ocean is no longer a reason for shame but for pride.

Amira Giudice who went to Calabria in her early 20s to rediscover the land and the stories of the life of her grandfather Modesto who had passed away shortly before is a concrete example of this phenomenon. She came back from this trip aware of having found her place in the world but also with a plan to spread an online network that brings together young descendants of Italian migrants in South America. Her example is a synthesis of a phenomenon that only now is being solidly evaluated and gives rise to projects that aim to discover origins, such as tourism of the family roots and many projects of return to Italy which are in fact the sum of the many cases we have seen up to now but always by individuals.

On August 6 she came to the radio programme “Il Postino Patagonico” (The Postman of Patagonia) in the town of Villa Regina on the occasion of the launch of the website itRionegro.it that represents the southernmost setting of all the italiani.it network.

“…I am Italo-Argentinean, born in Buenos Aires. I am Italian on my father’s side and the connection with Italian Culture comes from my grandparents. Since I was a child my grandfather used to take us to the feast of the Madonna della Quercia (Our Lady of the Oak) in the church of the Migrants in the area of La Boca which meant I was always in contact with the Italian spirit of the traditions, the celebrations, the recipes that nonna prepared at home and everything Italian they passed onto us, also including the dialect that was often spoken with his paesani (people from the same town) when they came to say visit or when they met at some celebration. We were always very much in touch with the traditions of homemade food and wine, gastronomy and Italy in general. When I was a child I liked to read the magazines they sent from Italy because almanacs and magazines full of photos used to be sent from the Calabria Region. My grandfather left them at hand in the room and I looked at them and read them almost without understanding them.

“I absorbed Italian Culture since my childhood and above all the culture of my grandfather’s hometown which is what he passed onto me the most and this brought me closer to Italy as well as the rest of the family. In 2016 I decided to travel to get to know the town where he was born and from where he left. It is called Conflenti and it is also the town of the Madonna that is celebrated in Buenos Aires on the last Sunday in August. I discovered my roots there, in every corner of the town I rediscovered the places of his stories and as I walked around I rebuilt pieces of stories. I got to know many relatives and friends, it was a beautiful experience. I have been to the town many other times and I carry it in my heart. The first time I went to Conflenti I felt that I had found my place in the world.

“There I found the people of italiani.it because Conflenti is the capital of the project and I was added to the editorial staff of itConflenti.it where I began as an editor. Subsequently we brought it to this side of the ocean and opened the itBuenosAires.it portal and starting the spread of Italian Culture in 2017. This dream of spreading Italian Culture and making the activities of Italian institutions visible expanded up to building a great network in Latin America as was done in Europe and the rest of the world. We added various cities, and now twelve Latin American cities are part of the project where groups of young people in the editorial staff deal with the spread of Italian Culture, telling stories, spreading events, keeping in touch with associations, institutions and migrants in general who try to make their activities visible and to tell their stories. I am the supervisor and I look after the work of all the editorial offices of italiani.it in Latin America. We are now more than 60 members of the editorial staff in this part of the world who write and need a guide to elaborate and spread their notes, because from italiani.it it is possible to access the sites of various cities and their articles.

“One of the future projects we have already started is that of scholarships, together with the Buenos Aires Calabrese Association, to study the Italian language. There will also be other projects shortly and so we invite everyone to visit the website to get to know us better and to follow us on the social media to get to know our activities”

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