SOVEREIGN HILL il Museo a cielo aperto

Di Ballarat dove nel 1851 la febbre dell’oro portò migliaia di persone in cerca di fortuna

di Paolo Buralli Manfredi – DailyCases Australia

Nello stato del Victoria e precisamente nel sobborgo di Golden Point a Ballarat si può visitare il museo dell’oro a cielo aperto.

Fu proprio nel 1851 che i primi ricercatori d’oro scoprirono una vena importante che attirò centinaia di persone in cerca di fortuna, il museo è stato pensato negli anni sessanta ed inaugurato il 29 novembre del 1970, diventando così un’attrazione turistica di successo frequentata da tutti i cittadini dello stato del Victoria ed è la più famosa attrazione di Ballarat.

La cittadella dell’oro ampliata negli anni è ambientata nel periodo storico della febbre dell’oro in Australia, 1850 è un complesso espositivo distribuito su di un’area che conta venticinque ettari e comprende ben sessanta edifici, tutti costruiti perfettamente in linea con l’epoca di riferimento.

Anche le centinaia di addetti ed i volontari che rendono vivo il museo sono rigorosamente vestiti con gli abiti di quell’epoca, sempre pronti e preparati storicamente a rispondere ad ogni curiosità dei visitatori. Anche gli ambienti sono dettagliatamente ricreati storicamente, dai piccoli oggetti alle opere d’arte, libri e documenti dell’epoca, macchinari, bestiame, e animali agghindati come allora, carrozze trainate da meravigliosi frisoni.

Anche questo sito australiano come quello di Cooper Pedy (ritenuta la città mondiale dell’opale) ha il suo piccolo primato, perché proprio a Ballarat è stata ritrovata la seconda pepita d’oro più grande al mondo, pensate che il Welcome Nugget (questo è il nome) pesava ben 69kg (2.200 once) e la cosa strabiliante era che la pepita era di oro puro per il 99,2% e per questa quasi purezza raggiunse il valore di 3 milioni di dollari (10.596 libbre).

Tra le attrazioni più interessanti, otre agli spettacoli creati dai figuranti in ogni momento della giornata, sono da non perdere la visita nelle due antiche miniere, ora solo sito turistico, con visite guidate ad intervalli regolari che si susseguono tutto il giorno: The Red Hill tour, che racconta la storia della scoperta del Welcome Negget e quella che richiede più tempo, circa 40 minuti, che scende per molti metri sotto terra dove si può ammirare e comprendere quanto doveva essere dura la vita a quei tempi e quanto rischio si correva pur di trovare la pepita che avrebbe cambiato la vita al ricercatore.

Altra cosa divertente è il torrente che passa in mezzo alla cittadina dove è possibile chiedere agli addetti un setacciatore, per poi con molta pazienza setacciare il fondo del torrente sperando di poter trovare la pepita d’oro, che se trovata, cosa che ancora oggi capita molto spesso, può essere portata al banchetto del pesatore, che a quei tempi la pesava e restituiva il corrispettivo del valore in dollari, mentre oggi si può pagarla ad un prezzo al peso vantaggioso oppure lasciarla alla struttura. Ma raccomandiamo di fare attenzione perché la febbre dell’oro è contagiosa e potrebbe far impazzire!

Per info: https://sovereignhill.com.au/

COOPER PEDY, la Capitale Mondiale dell’Opale

Il 97% del prezioso minerale è estratto in Australia e Cooper Pedy è considerata la Capitale mondiale dell’Opale

di Paolo Buralli Manfredi

Australia terra lontana che, in un qualche modo nell’immaginario collettivo rimane un posto magico; potrebbe essere considerata l’isola che non c’è e che tutti sognano di andare a scoprire, ed in effetti l’Australia a livello naturalistico e faunistico è molto affascinante.

Affascinante la storia del Popolo Aborigeno, gli antichi abitanti di questa Terra che è considerato uno dei primi Popoli del mondo; in questa Terra, uno dei settori più importanti dell’economia è il settore Minerario e l’estrazione dell’Opale e la cittadina di Cooper Pedy è considerata la Capitale mondiale dell’Opale, questo meraviglioso minerale che raggiunge prezzi di vendita da capogiro!

Solo 1600 anime dimorano a 850 km da Adelaide nel deserto australiano “chiamato outback”; questa piccolissima cittadina, luogo veramente particolare, viene definita la “capitale mondiale dell’opale!”.

Il famoso e costoso minerale fu scoperto per la prima volta nel 1915 e da allora le estrazioni non si sono mai fermate, vi sono attivi oltre 70 campi d’estrazione che le conferiscono il primato mondiale per l’estrazione dell’opale.

Oltre alle miniere, Cooper Pedy, è diventata anche una cittadina turistica, il suo nome deriva dal nome aborigeno kupa-piti a cui vengono attribuiti due significati: “pozzo d’acqua dei ragazzi e uomo bianco nella fossa” e per come sono stati trattati dai bianchi inglesi, presumo che il secondo sia quello che gli aborigeni avevano scelto come significato.

Ovviamente va ricordato che la località come scritto sopra si trova in pieno outback e i gradi in media superano i 30 gradi, a volte superano i 40 gradi, quindi, gli abitanti hanno creato le loro dimore sottoterra, a parecchi metri sottoterra e per i turisti è possibile soggiornare in alberghi ricavati dalle miniere che non producono più l’opale.

Gli hotel sono possibili per tutte le tasche e ci sono anche quelli in stile ostello, dove abbiamo soggiornato quando andammo a Uluru con camerate e letti a castello, oppure suite, camere singole o doppie il tutto a quasi 20 metri sottoterra ed uno sbalzo di almeno una ventina di gradi in meno dalla superficie.

I negozi di opale sono dappertutto e il minerale lavorato, in base alla qualità ed alla sua lavorazione, ha prezzi che variano tantissimo sino ad arrivare anche a superare i cinquanta mila dollari per un pezzo pregiato.

La crisi del Tigrai

Lo studio condotto da Awate Birhane, Vincenzo Palmieri, Nicola Pedde e Luca Puddu per comprendere dinamiche e ragioni del conflitto in atto che coinvolge anche le vicine regioni a cominciare dall’Eritrea

Con le elezioni del 2018 in Etiopia e la nomina alla carica di primo ministro di Abiy Ahmed sembrò potersi delineare un nuovo periodo di stabilità regionale e pacificazione con l’Eritrea. Abiy Ahmed, cui venne tributato il premio Nobel per la pace del 2019, ha tuttavia avviato un processo di crisi costruito sulla lotta al federalismo etnico e sull’affermazione del proprio ruolo politico. Questa politica ha ben presto determinato l’opposizione tanto della comunità tigrina – che ha di fatto governato il paese per oltre un quarto di secolo – quanto di quella oromo – di cui il primo ministro è peraltro espressione – innescando un meccanismo di crisi regionale che ha finito per interessare anche il vicino Sudan e l’Eritrea.
La sospensione delle elezioni politiche nazionali in conseguenza del Covid-19 ha ulteriormente esacerbato gli animi del già infuocato clima politico, mentre le autorità del Tigrai hanno arbitrariamente deciso di condurre proprie elezioni in aperta sfida al diniego imposto dalle autorità di Addis Abeba. Ne è conseguita un’escalation che ha portato al rapido irrigidimento delle posizioni di entrambi gli attori e, sfortunatamente, all’emergere di un conflitto armato che, allo stato attuale, potrebbe deflagrare su scala nazionale interessando anche altre regioni della federazione etiopica.
Lo studio condotto da Awate Birhane, Vincenzo Palmieri, Nicola Pedde e Luca Puddu intende offrire una dettagliata e aggiornata panoramica della crisi e uno spunto per comprender le variabili di interesse per l’evoluzione delle operazioni militari nel Tigrai, permettendo di comprendere le ragioni del conflitto in atto, l’insieme delle dinamiche nazionali e regionali di interesse e la possibile evoluzione nel breve e medio periodo.

Si può scaricare gratuitamente la versione italiana del Report seguendo questo link

Tra rimpatri e povertà: gli italiani all’estero durante la pandemia

Il nuovo lavoro del Centro studi e ricerche Idos, finanziato dal Ministero degli Esteri, analizza le vecchie e nuove emigrazioni dal Belpaese e prende in considerazione varie tipologie di italiani residenti temporaneamente all’estero

Come se la stanno passando gli italiani all’estero durante la pandemia? E quale attenzione stanno ricevendo dal loro Paese?

Utilizzando i dati disponibili, osserva anche questo tema il nuovo lavoro del Centro studi e ricerche Idos (autore dell’annuale Dossier statistico sull’immigrazione): si intitola “Vecchia” e “nuova” emigrazione italiana all’estero e i primi risultati sono stati illustrati mercoledì 11 novembre alle 16 in una web conference.
La ricerca, finanziata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e realizzata in partnership con il Circolo studi diplomatici, contiene analisi ed elaborazioni inedite sull’argomento che saranno pubblicate a dicembre sulla rivista “Affari sociali internazionali”. La ricerca prende in considerazione anche varie tipologie di italiani che vivono all’estero in via più o meno temporanea e che mantengono ancora un rapporto molto stretto con la madrepatria. Va ricordato che, con uno sforzo notevole, nei primi mesi della pandemia il governo ha rimpatriato, con voli umanitari e collegamenti via mare e via terra, oltre 72 mila italiani da 60 paesi esteri in cui si trovavano per motivi diversi (compreso il turismo).
 
Lavoratori – Gli italiani iscritti all’anagrafe dei residenti all’estero (Aire) erano quasi 5,5 milioni nel 2019, oltre la metà dei quali “espatriati” soprattutto per lavoro; si tratta però di un numero che sottostima il fenomeno, in quanto per moltissimi l’iscrizione all’Aire avviene dopo diversi anni di permanenza. Secondo un sondaggio del Centro Altreitalie di Torino, gli emigrati giovani e più integrati economicamente hanno retto bene le conseguenze della pandemia, continuando in gran parte a lavorare e in un caso su dieci fruendo anche degli ammortizzatori sociali in loco.
Ma non sono pochi i connazionali rimasti senza stipendio. Il Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie) stimava ad aprile che in pochi mesi sarebbero rientrati in Italia quasi 150 mila lavoratori a causa della probabile chiusura delle loro piccole e medie imprese oltre confine, in particolare della ristorazione. I più colpiti sono gli italiani di recente emigrazione (450 mila gli espatriati ufficiali negli ultimi 3 anni), meno integrati e più propensi a tornare in patria. Ma quali aiuti hanno trovato nel nostro Paese? Paradossalmente, in caso di indigenza gli emigrati italiani di ritorno non possono fruire del reddito di cittadinanza: incappano infatti nella stessa barriera (il requisito della residenza continuativa di almeno 5 anni in Italia) creata per gli stranieri. In compenso, grazie al decreto Rilancio, hanno potuto accedere al reddito di emergenza, purché abbiano ripreso la cittadinanza italiana entro giugno.
 
Universitari e Erasmus – Secondo l’Unesco gli studenti universitari italiani all’estero all’inizio della pandemia erano 75.954, soprattutto nel Regno Unito, Austria, Germania, Francia e Spagna. Non ci sono dati su quanti siano riusciti a tornare in Italia dal marzo scorso e quanti siano ripartiti dopo l’estate. È certo però che molti sono stati bloccati dalle regole disposte da molte università, britanniche ma non solo, che in virtù del blended learning obbligano tuttora gli studenti a frequentare in presenza un giorno a settimana e a restare chiusi nelle proprie residenze per seguire le lezioni on line per il resto della settimana.
Erano invece 47 mila (fonte Indire) gli studenti italiani in Erasmus nell’ultimo semestre, soprattutto in Spagna, Francia e Germania. Anche per questi giovani il dilemma tra rimanere nelle città ospitanti (esponendosi a contagio) o rientrare in Italia (sfruttando le opportunità offerte dalla didattica a distanza), è stato molto spesso collegato alle disponibilità economiche limitate e alle incertezze sul ritorno. Per il semestre in corso il programma Erasmus è sospeso.
 
Cooperanti e volontari – Sono oltre 3.000, secondo l’associazione delle Ong, i cooperanti e i volontari del servizio civile italiani che hanno deciso di continuare la missione all’estero, cioè in oltre 100 paesi esteri, soprattutto in Africa e America latina. Un numero largamente sottostimato secondo alcuni osservatori, in quanto non comprende i soggetti legati ad associazioni che non comunicano dati ad una unica fonte – come lo è Open cooperazione per le Ong più grandi. Un recente report proprio di Open Cooperazione ha mostrato come a causa della pandemia le Ong italiane nel 65% dei casi hanno bloccato o rimandato oltre il 50% della propria operatività, mentre solo una organizzazione su dieci dichiara di non aver dovuto rallentare o interrompere gli interventi. A causa del crollo della raccolta fondi il 37% ha scelto di usufruire della cassa integrazione straordinaria messa a disposizione dal decreto Cura Italia. Tuttavia, oltre la metà delle Ong non ha rimpatriato alcun cooperante, nel 30% dei casi sono stati rimpatriati solo alcuni cooperanti, mentre soltanto 16 organizzazioni hanno provveduto al rimpatrio di tutti i propri cooperanti espatriati.
 
Pensionati – Per una spesa annua di quasi un miliardo, sono circa 388 mila i pensionati italiani all’estero, soprattutto in Canada, Germania, Svizzera, Australia e Francia. Percepiscono per lo più assegni molto bassi (in media 259 euro) avendo lavorato in Italia pochi anni prima di trasferirsi all’estero. Tra essi c’è però una quota non trascurabile di connazionali anziani che hanno scelto di godersi la pensione in Paesi dove la vita è meno costosa. Sono in particolare i percettori di assegni mensili più alti (spesso oltre 2.000 euro) che risiedono in paesi come Ciprio, Malta, Emirati Arabi, Turchia e Portogallo. In quest’ultimo paese, nel 2019 ben il 33,9% dei nuovi residenti italiani aveva più di 65 anni. L’Inps aveva avviato nei mesi scorsi una campagna di controlli volta a quantificare anche questo fenomeno, ma ha dovuto interromperla proprio a causa della pandemia.

Chi sarà il 46mo Presidente degli stati Uniti d’America?

Mai dimenticare che il Presidente degli Stati Uniti d’America è tale dopo il giuramento ed il discorso d’insediamento.

di Paolo Buralli Manfredi

Difficile comprendere il sistema elettorale americano in tutte le sue sottigliezze, certo è che il Presidente della Nazione più potente del mondo è tale solo dopo il giuramento ed il discorso di insediamento, e questo ce lo hanno insegnato le elezioni americane del 2000 quando Al Gore fu costretto dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America a lasciare la vittoria a George W Bush.

Quasi tutti i media mondiali da una settimana hanno decretato che Biden è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, tutti però dimenticano che se le posizioni non cambieranno non sarà il voto degli elettori a decretare chi sarà il futuro Presidente, ma bensì la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che si dovrebbe esprimere entro il 12 Dicembre se lo scontro tra i legali delle due parti non dovesse trovare un accordo.

E a guardare le dichiarazioni che girano sui vari organi d’informazione, ne è venuta a galla una dove i Democratici hanno chiesto che il Giudice della Corte Suprema Clarence Thomas si astenga da un eventuale voto, e lo hanno chiesto perché il Giudice si scontrò in tribunale proprio con Joe Biden; nel 1991 Joe Biden lo diffamò cercando con quella diffamazione di rovinare la carriera del Giudice, infamia che non ebbe nessuna conseguenza perché il Giudice era innocente.

Purtroppo per Joe Biden però, Thomas Clarence non è l’unico problema visto che ha avuto contrasti anche con altri membri della Corte in passato, e va ricordato che la Corte è a maggioranza Repubblicana e la terza nomina, il Giudice Barret è stata fatta proprio da Donald Trump; per questo la richiesta dei Democratici è da prendersi con la massima considerazione, perché se hanno avanzato questa richiesta è possibile supporre che la strada che si sta prendendo sarà proprio il ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America per decretare il vincitore.

Detto questo non bisognerebbe neanche stupirsi se la riconta dei voti, che si sta svolgendo da giorni in Stati chiave per la vittoria, passasse da una maggioranza per Biden a Trump; il motivo è semplice da comprendere; se veramente fossero stati organizzati da parte dei Democratici dei brogli e la Corte Suprema acquisisse prove certe di quei brogli molti Democratici, in primis Joe Biden, finirebbero in carcere per molto tempo quindi, meglio risistemare le cose sul campo di battaglia, cioè, sistemare la riconta dei voti.

Chiudendo va fatta anche una riflessione su due importanti affermazioni che si sono susseguite una dopo l’altra ed a breve distanza tra loro, che sono le affermazioni di Vladimir Putin e Xi Jjinping che, nella sostanza, hanno detto che si congratuleranno col nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America quando tutte le dispute legali saranno terminate e quando il nuovo Presidente presterà giuramento.

E visto che in quanto a lungimiranza ed a capacità politico-strategica di questi due signori, che possiamo tranquillamente definire primi al mondo in materia visione politica internazionale, direi che è probabile che chi ha cantato vittoria, forse, l’abbia cantata troppo presto e noi comuni mortali, non possiamo fare altro che sederci e guardare lo spettacolo ricordando che, comunque vadano le cose gli Stati Uniti d’America rimarranno sempre la più grande Democrazia del mondo.

M&A outlook 2019-2020. Growth and financial trends between Italy and USA

Presentato nell’ambito di un convegno in modalità digitale il White Paper del Gruppo di Lavoro M&A di AmCham Italy sul mercato delle fusioni e acquisizioni fra Italia e USA.

L’emergenza pandemica ha avuto notevoli ricadute sull’economia italiana ma il Paese rimane un polo attrattivo per gli investitori statunitensi. È quanto emerge dal “M&A outlook: Growth and financial trends between Italy and USA”, l’incontro promosso da Amcham Italy, che si è svolto in modalità digitale, per presentare il White Paper elaborato dal gruppo di lavoro M&A della Camera di Commercio Americana in Italia – di cui l’Avvocato Antonio Pedersoli, Partner dello Studio Legale Pedersoli, è Presidente – che fotografa la situazione delle operazioni fra Italia e USA.

I lavori per la presentazione del documento – che offre una attenta analisi del mercato delle fusioni ed acquisizioni transatlantiche secondo una prospettiva economico-finanziaria, legale e strategica con l’obbiettivo di fornire una overview e soprattutto il sentiment degli investitori statunitensi sul Sistema Italia, anche alla luce del nuovo contesto creatosi nei mercati globali a causa dell’emergenza Covid-19 – sono stati aperti dal Presidente di Amcham Italy, Luca Arnaboldi.

Secondo l’outlook di AmCham, nonostante il mercato italiano sia stato seriamente colpito dalla pandemia, ci sono buoni motivi che lo rendono ancora molto attrattivo per gli investitori americani. L’emergenza sanitaria ha causato sì una contrazione delle operazioni, ma ha imposto nuovi modelli comportamentali che potrebbero rappresentare una opportunità di crescita e di investimenti strategici nel prossimo futuro. In particolare, settori impattanti come Comunicazione, Media & Technology, FinTech, Servizi IT, insieme a comparti d’eccellenza come l’industria alimentare, dimostratasi particolarmente resiliente nel primo semestre 2020, potrebbero sfruttare le opportunità offerte da investimenti transfrontalieri.

“Dalla ricerca emerge chiaramente come la promozione dell’eccellenza italiana nel mondo sia fondamentale. Il dialogo ininterrotto tra i nostri Soci ha permesso di individuare alcune macro-linee d’azione utili ad aumentare l’operatività reciproca tra due economie fortemente interconnesse come quella italiana e quella americana. Per potenziare ulteriormente questa crescita è necessario sviluppare una visione chiara, volta da un lato ad accogliere un numero sempre maggiore di investitori americani in Italia e dall’altro a favorire e sostenere maggiormente le nostre aziende nell’acquisizione di asset strategici negli Stati Uniti”, commenta Simone Crolla, Consigliere Delegato di AmCham Italy

L’andamento delle operazioni Italia/USA negli ultimi cinque anni (2015-2019) si è mantenuto stabile, rappresentando una quota significativa del totale delle transazioni. La maggioranza delle operazioni riguarda investimenti statunitensi in Italia che nel solo 2019 hanno rappresentato circa il 67% del totale. Si tratta in particolare di acquisizioni di maggioranza effettuate da buyer strategici o finanziari e con una forte focalizzazione sui settori di eccellenza del Paese: industriale (30% degli accordi totali), TMT (27%) e consumer (20%). Nello stesso anno anche le operazioni Italiane negli Stati Uniti sono state tutte di maggioranza, tra queste spicca in particolare l’acquisizione da parte del Gruppo Ferrero dei biscotti e degli snack di Kellogg Company. Anche in questo caso i settori più interessanti sono stati quello industriale e quello consumer (50% degli accordi totali).  Per entrambi i Paesi l’obiettivo è favorire le operazioni “minoranza” per aumentare il flusso di investimenti e promuovere la costruzione di partnership.

I dati emersi dalla ricerca sono stati inseriti nel White Paper realizzato dal gruppo di lavoro AmCham che sarà presentato a istituzioni e policy makers italiani affinché possano prendere atto delle dinamiche fondamentali nel mercato dell’M&A in Italia e adottare tutte le misure necessarie a migliorare l’attrattività del nostro Paese per gli investitori d’Oltreoceano.

Ospiti d’onore della presentazione, Lewis M. Eisenberg Ambasciatore degli Stati Uniti in Italia e Presidente Onorario AmCham Italy e Armando Varricchio, Ambasciatore d’Italia negli Stati Uniti e Presidente Onorario AmCham Italy. Per testimoniare la loro esperienza di successo cross-border, sono intervenuti inoltre Matteo Arduini, Managing Director di Faster (Helios Group), Leopoldo Attolico, Country Officer di Citi, e Paolo Graziano, Amministratore Delegato di Magnaghi Aeronautica. Il dibattito è stato moderato da Alessandro Iozzia, Co-coordinatore del Gruppo di Lavoro M&A e Partner, Office Head di Milano di Brunswick

Al seguente link è possibile scaricare il White Paper “Outlook M&A Italy and United States”: https://www.amcham.it/it/download/comitato-gruppidilavoro/27

Cosa c’è dopo Nizza e Vienna?

Anche se per ora, speriamo mai, questa guerra non sta riguardando la nostra Italia, in realtà ad essere interessato è il condominio Europa

di Vanessa Seffer

In Italia stiamo vivendo le notizie delle stragi di Nizza e di Vienna come se questi episodi terroristici fossero lontani dal nostro vivere quotidiano.

Vediamo i filmati, leggiamo i particolari e magari cambiamo canale o ci aggiriamo velocemente sul web come se la cosa non ci toccasse più di tanto, o non potesse riguardarci.

Niente di più sbagliato. Anche se per ora, speriamo mai, questa guerra non sta riguardando la nostra Italia, in realtà ad essere interessato è il condominio Europa. E si sa, quando c’è una infiltrazione di acqua piovana o una rottura dei tubi, l’acqua si infiltra nelle pareti e gli appartamenti vengono interessati.

E infiltrazione è il termine che rende l’idea. Ormai è più facile raggiungere Lampedusa che programmare un viaggio tra una regione e l’altra. Regole, Dpcm, sanzioni e denunce sembrano valere solo per gli italiani. Per le risorse di boldriniana memoria vale la regola del “liberi tutti” e buon passaggio di confine, salvo commettere furti e stupri qui da noi.

“Sono scioccata e rattristata dal brutale attacco che ha avuto luogo a Vienna. Il mio pensiero va alle famiglie delle vittime e al popolo austriaco. L’Europa offre piena solidarietà all’Austria. Siamo più forti dell’odio e del terrore” ha commentato su Twitter la presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen.

“Ferma condanna dell’attentato che questa sera ha colpito la città di Vienna. Non c’è spazio per l’odio e la violenza nella nostra casa comune europea. Vicinanza al popolo austriaco, ai familiari delle vittime e ai feriti”, ha scritto su Twitter Giuseppe Conte.

Bravi, applausi. Avete svolto il compitino della umana partecipazione al dolore altrui. Ma i vostri twitter non fermeranno la spirale terroristica. Siamo solo all’inizio. 

Habebamus Papam

Dice il detto: “morto un Papa se ne fa un altro”

di Paolo Buralli Manfredi e Giuseppe Cossari  – CTIM Australia

È già, morto un Papa se ne fa un altro, il problema però è che non sai quale Papa ti arriverà e come intenderà guidare uno degli Stati, indirettamente, più popolosi del mondo. Sì perché lo Stato del Vaticano e dunque la chiesa Cattolica conta qualcosa come 1 miliardo e 300 milioni di credenti, cittadini quindi indiretti.

Partiamo dunque dicendo che, di fatto, il Papa è un capo di Stato, Stato del Vaticano, oltre ad essere il portavoce del Dio cattolico in terra; partendo da questo concetto si può serenamente affermare che il Papa essendo il Capo di Stato di un’altra Nazione non dovrebbe occuparsi di visioni politiche di un altro Stato, di gestione territoriale di un altro Stato e soprattutto dovrebbe rispettare i Patti Lateranensi sottoscritti tra il Regno d’Italia e la Santa Sede  nel 1929 revisionati poi nel 1984, che regolano i rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, stabilendo anche le ‘distanze’ del Vaticano dallo Stato Italiano che da quel momento afferma la sua laicità.

Patti Lateranensi (Treccani)

Avendo fatto questa premessa, dobbiamo purtroppo constatare che negli ultimi due /tre anni Papa Francesco in più di un’occasione è intervenuto su argomenti di politica nazionale, cercando di dettare una linea che persino i credenti che praticano fanno fatica ad accettare. Infatti Papa Bergoglio è più volte intervenuto sui temi dell’immigrazione, in materia economico-fiscale e sulle tasse, e addirittura su una svolta inaccettabile per le stesse sacre scritture che vengono considerate la parola di Dio, riguardo i matrimoni tra lo stesso sesso.

E’ evidente che qualcosa nel Vaticano non sta girando dalla parte giusta e qualche Vescovo senza mezzi termini ha definito le parole pronunciate da Papa Francesco, parole di un eretico. Il 25 ottobre scorso Monsignor Carlo Maria Viganò Arcivescovo Titolare di Ulpiana e già Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America, ha scritto un’altra lettera aperta al Presidente Trump, provocando reazioni che dimostrano con chiarezza le lotte interne che stanno attanagliando il Vaticano in questo periodo.

La cosa che poi dispiace di più è il non bilanciamento tra quello che viene professato e ciò che viene fatto: il Vaticano ad esempio non paga la tassa sugli immobili su suolo italiano, non ospita all’interno del Vaticano i migranti  e non è neanche tanto duro con quei preti che commettono abusi sui minori o atti non consoni alle sacre scritture. Tutto questo, purtroppo, sta allontanando molti fedeli dalle chiese e sta portando la Religione Cattolica verso una strada senza uscita dove inevitabilmente il Vaticano andrà a sbattere.

Ed a dirla tutta, non si capisce proprio cosa abbia in mente Papa Francesco per la Chiesa Cristiano-Cattolica perché, è vero che i tempi cambiano, ma è altrettanto vero che le sacre scritture parlano chiaro e colui che ha il compito di portare la parola di Dio tra gli abitanti della Terra dovrebbe attenersi a quelle scritture. Per ‘rivoluzionare’ la chiesa Cattolica in termini più moderni forse sarebbe stato sufficiente dare la possibilità ai Preti di potersi sposare, una necessità che emerge da molto tempo e che  rappresenterebbe una svolta epocale per la Religione Cattolica facendola restare in linea con le sacre scritture, un ammodernamento che forse anche i praticanti più ortodossi potrebbero trovare accettabile, mentre le ultime affermazioni di Sua Santità hanno portato anche i meno praticanti ad un astio nei confronti della Chiesa e nei confronti del Santo Padre.

La religione cristiano cattolica riveste un ruolo fondamentale nel mondo ed in riferimento agli ultimi eventi milioni di fedeli non dovrebbero assistere ad una eccessiva ingerenza del Santo Padre o di altri vertici religiosi nel potere temporale, appannaggio di ogni singolo Stato democratico. La fede, che è una personale risorsa di chi la possiede, può essere arricchita da messaggi che toccano le coscienze, non certo da orientamenti politici che nulla hanno a che fare con la fede stessa. Il rischio che si corre è la fine della Chiesa cattolica e la sua trasformazione non più ancella di Dio, bensì schiava della globalizzazione.

Elezioni USA 2020: Competere.Eu.  La sfida tra Biden e Trump si gioca sui programmi. Al centro le politiche pubbliche

Una ricerca del think tank analizza le proposte dei due candidati sui temi della fiscalità, della pandemia, dell’innovazione e del cambiamento climatico


Le politiche pubbliche per la gestione e risposta alla pandemia, fiscalità, energia e clima, innovazione e ricerca, e infrastrutture con particolare focus sul digitale: sono questi alcuni dei temi fondamentali  delle politiche presentate dai due candidati alla presidenza degli Stati Uniti.
Questo quanto emerge dalla ricerca comparativa “Trump Vs. Biden. Programmi e proposte a confronto” realizzata dal think tank Competere.eu (www.competere.eu) che analizza le piattaforme programmatiche di  Donald Trump e Joe Biden.
Le elezioni, che si terranno il 3 novembre, rappresentano un appuntamento fondamentale per il futuro dell’America, ma anche del mondo intero.
Dall’analisi di Competere.eu emerge che il confronto politico anche in una delle più moderne e decantate democrazie ormai è totalmente spostato sui leader e la polarizzazione dei social media.
Il presidente Donald Trump parla di un disastro economico qualora Joe Biden venga eletto. Lo sfidante democratico, invece, si rivolge direttamente agli americani dicendo loro che ad essere sul piatto ci sono l’onore, il rispetto e l’anima del paese.

In generale, emerge nello studio, i candidati mostrano approcci molto diversi. Per la prima volta i repubblicani non presentano una piattaforma politica. Non si sono dotati di quello strumento necessario a garantire un progetto politico con visione, obiettivi, principi. Molto è lasciato all’estro e all’improvvisazione del presidente Trump che si è concentrato maggiormente sulla riduzione delle barriere governative nell’economia, comprese le tasse e la regolamentazione all’insegna della lotta al “deep State”. Fiscalità di vantaggio per classe media e imprese. Nessun intervento per il clima, ma via libera all’estrazione del petrolio.
Dall’altro lato, la campagna di Biden è divisa tra le molte anime della sinistra democratica. In seguito agli scontri che hanno incendiato molte città USA, ha dovuto alzare la posta anche per quanto riguarda le proposte politiche. Allo stesso tempo, è un candidato legato all’establishment economico e finanziario, ai moderati, al mondo che fu anche dei Clinton e degli Obama. L’intervento dello Stato rientra nella visione del candidato democratico. Il pubblico è chiamato ad investire in quasi tutti i settori considerati. Sia per la gestione dell’emergenza Covid-19 sia per gli interventi volti a contrastare il climate change e la ricerca.

Socialismo moderato contro libero mercato annacquato da interventi federali a sostegno della ripresa economica. Biden Vs. Trump. Lo studio di Competere.eu mostra come la polarizzazione e il leaderismo, mai come oggi, hanno influenzato anche le proposte e le idee. Riducendone l’impatto sull’elettore e anche sminuendone il ruolo programmatico e ideologico.

“La nostra ricerca si interroga sul destino delle democrazie liberali – dichiara Pietro Paganini, Presidente di Competere.eu – La carenza di programmi e visioni coerenti è un sintomo della crisi del sistema cui stiamo assistendo anche in Italia. Non è un caso che una grande democrazia occidentale come gli Stati Uniti mostri tutti i segnali della difficoltà del liberalismo democratico. Dall’eccessivo personalismo, all’assenza di dibattito e idee a lungo termine”.

“Analizzare le dichiarazioni, le piattaforme e i programmi è ancora molto utile – dichiara il Segretario Generale di Competere.eu Roberto Race.– La politica non è fatta dagli slogan né dalle dichiarazioni sui social. 

Dall’analisi emerge come siano ancora le politiche pubbliche a fare la differenza nella vita quotidiana e che possono condizionare i trend economici e sociali.  
Le politiche pubbliche fanno la differenza quando si deve amministrare un paese che ha un peso enorme nello scacchiere globale. Il nostro studio vuole essere una guida alle elezioni per capire quale futuro aspetta gli USA, ma anche l’Europa e quindi l’Italia”.

“Le proposte dei due candidati rivelano sensibilità diverse ai problemi – dichiara il Direttore di Competere.eu, Giacomo Bandini – L’anomalo repubblicano Trump è il portavoce degli Stati Uniti che vogliono ritornare ai fasti degli anni ’80, ma chiusi in sé stessi. Spazio a una fiscalità light, meno regole per chi produce e scarsa attenzione ai temi sociali. Biden è invece stretto tra un elettorato sempre più radicale e una classe media colta che favorisce politiche di sviluppo mitigate. Non deve stupire che entrambi i candidati siano d’accordo negli stimoli pubblici all’economia e nel sostegno alle nuove tecnologie come l’Intelligenza Artificiale”.  

Paolo Zagami esponente della American Chamber of Commerce in Italy su elezioni in Usa

L’Avv. Paolo Zagami sulle elezioni statunitensi: tra il Buy American di Biden e l’America First di Trump rimarrà comunque intatta la leadership mondiale degli Stati Uniti

“E’ giusto che gli italiani e gli europei seguano con interesse la contesa elettorale americana data l’influenza che le decisioni dei presidenti degli Stati Uniti ha sulle nostre vite e sui nostri soldi, ma la storia insegna che i mercati a lungo termine hanno avuto sempre e comunque un andamento rialzista indipendentemente dal partito vincente. In altri termini, l’osservazione degli ultimi decenni di relazione tra sviluppo del mercato azionario ed elezioni presidenziali, mostra come il condizionamento sia limitato al breve termine mentre nel medio lungo periodo la borsa si apprezza a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca.

Il maggior elemento di incertezza è piuttosto un altro ed è legato alla pandemia che se dovesse continuare senza un vaccino potrebbe avere conseguenze drammatiche sulla intera economia mondiale” – è quanto ha dichiarato su European Affairs Magazine durante una puntata del programma USA Election day Paolo Zagami, esponente della American Chamber of Commerce in Italy e professionista esperto di diritto ed economia statunitensi.

“Se vince Biden il piano dei democratici prevede un aumento delle imposte sulle famiglie ad alto reddito e delle imposte sulle imprese, mentre se vince Trump probabilmente i repubblicani continueranno a tagliare le tasse ed aumentare la spesa. Nella piattaforma dei Democratici c’è un piano Buy American che si contrappone all”America First di Trump ed in ogni caso sarà probabilmente ancora più difficile per le imprese italiane fare entrare i propri prodotti negli Stati Uniti e per le persone entrare per lavorarci. Il nostro Studio Legale Internazionale lavora anche per le pratiche di immigrazione ma quelle riguardanti gli Stati Uniti ormai le cestiniamo subito quasi tutte perché il percorso per ottenere un visto è diventato molto tortuoso” ha continuato l’Avvocato Zagami.

“Direi di non dare troppa fiducia ai sondaggi considerato quanto successo quattro anni addietro. Ciò detto, ritengo che non cambierà molto nemmeno per quanto riguarda la politica estera specie riguardo alla nuova guerra fredda e quindi alla pressione sulla Cina che continuerà anche con una eventuale presidenza di Biden. Più in generale, a prescindere dalle opposte concezioni di Stato e quindi di iniziative economiche è da ritenere che chiunque vincerà rimarrà comunque intatta la leadership mondiale degli Stati Uniti quale nazione guida dal punto di vista economico, politico, finanziario e militare” – ha concluso Paolo Zagami.

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