L’Editoria italiana a rischio oblio – Italian publishing risk of oblivion

di emigrazione e di matrimoni

L’Editoria italiana a rischio oblio

Ci troviamo con un mercato internazionale potenziale per i nostri prodotti culturali, a partire proprio dall’editoria, di oltre 340 milioni di persone, cinque volte la popolazione d’Italia.

Sappiamo da anni che l’editoria italiana in tutte le sue forme è in crisi. Non solo le vendite di libri, ma anche la vendita di giornali e riviste è in calo e questo crea enormi difficoltà per chi ci lavora, partendo dagli autori, gli editori e infine chi stampa e vende i prodotti di quel che dovrebbe essere uno dei rami più importanti della nostra Cultura.

Vantiamo la grandezza della nostra Cultura e, per l’ennesima volta, dobbiamo affrontare una realtà crudele che la nostra Cultura non è apprezzata a livelli degni della sua varietà e i contributi alla Cultura mondiale, cominciando da parte di noi italiani.

Però, le crisi danno anche a chi sa sfruttarle la possibilità di uscirne più forti di prima, ma solo se si ha il coraggio di cambiare rotta e, soprattutto, nel finalmente riconoscere che abbiamo mezzi a livello mondiale che potrebbero aiutarci a vendere i nostri libri, giornali e riviste a un pubblico molto più grande, non limitato alla sola penisola, ma sparso per tutto il mondo.

Assenza inspiegabile

Sono stato presente ai primi due Stati Generali della Lingua Italiana a Firenze organizzati dalla Farnesina per promuovere la nostra lingua nel mondo. Le intenzioni erano, e sono tuttora nobili, ma c’era un’assenza inspiegabile in quelle giornate, proprio il ramo della nostra industria che avrebbe avuto bisogno del successo delle manifestazioni, l’editoria.

Questa assenza era resa ancora più inspiegabile da una rivelazione del Sottosegretario per gli Esteri, Mario Giro, che ha annunciato che, secondo le statistiche del Ministero i cittadini italiani registrati all’AIRE erano 5 milioni nel 2016 (ora circa 6), i discendenti degli emigrati italiani erano oltre 85 milioni (in ogni probabilità una cifra conservatrice) e i “filoitaliani”, cioè chi si identifica con almeno un aspetto della Cultura italiana, oltre 250 milioni nel mondo.

In parole povere, mettendo insieme le tre cifre ci troviamo con un mercato internazionale potenziale per i nostri prodotti culturali, a partire proprio dall’editoria, di oltre 340 milioni di persone, cinque volte la popolazione d’Italia.

Con una cifra del genere dobbiamo chiederci perché l’editoria, e non solo perché possiamo aggiungere anche il cinema e la musica, non hanno aderito con grande entusiasmo a un’iniziativa che poteva aumentare il loro pubblico a livelli impensabili prima.

E in quegli Stati Generali abbiamo visto di nuovo il vizio che ho notato fin troppo spesso nei miei vari viaggi in Italia e ancora di più ora che ci abito. Tutti noi italiani in Italia sappiamo che abbiamo il Patrimonio Culturale più grande, quindi il più importante, del mondo, però non ci rendiamo conto che una volta che usciamo dai confini del paese questa consapevolezza non esiste. Anzi, scritto da uno nato e cresciuto in un paese anglosassone, precisamente l’Australia, la nostra Cultura è considerata inferiore ad altre e soggetta ai soliti luoghi comuni.

Cifra risibile

Qualche mese fa durante uno scambio nei giorni prima della chiusura in Italia per il coronavirus un editore italiano mi ha detto la cifra dei libri in lingua italiana venduti negli Stati Uniti ogni anno, 50mila libri. Una cifra risibile quando paragonata alle decine di milioni di discendenti di immigrati italiani nel paese, ma che ha motivi ben precisi e che dobbiamo capire per trovare il modo di poter creare un mercato per i nostri libri a livello mondiale e aiutare l’editoria ad uscire da una crisi profonda.

Nei paesi di emigrazione i figli dei nostri emigrati non hanno mai avuto la possibilità di poter imparare la lingua che li definisce. Prima di tutto perché, nella maggioranza dei casi si parlava il dialetto in casa e non l’italiano. Inoltre, prima degli anni ’80 la nostra lingua non era inclusa nel curriculum scolastico di questi paesi e l’unico modo era di attendere le classi di gruppi come la Società Dante Alighieri, ma questo comportava frequentare classi extrascolastiche e i ragazzi erano restii ad aggiungere ancora altre ore a classi che non avrebbero aiutato loro ad essere promossi a scuola.

Per questi motivi dobbiamo renderci conto che i figli, nipoti e pronipoti dei nostri emigrati non hanno i mezzi personali per poter leggere i nostri libri nella versione originale. Però, non continuiamo a ripetere uno sbaglio che molti fanno e che dobbiamo spiegare ai lettori in Italia

Orgoglio

Il fatto che i discendenti dei nostri emigrati non sanno la nostra lingua non vuol dire che non siano orgogliosi delle loro origini. Anzi, basta leggere i commenti sulle pagine dei social dedicate agli italiani all’estero per capire che nella stragrande maggioranza dei casi sono fieri delle loro origini, ma a loro mancano i mezzi per poter imparare di più del loro patrimonio culturale, a partire da libri nelle lingue dei loro paesi di residenza.

Proprio per questo motivo come paese, partendo dei responsabili della nostra editoria, dobbiamo capire che per promuovere i nostri autori dobbiamo mettere i libri a disposizione nelle lingue dei paesi di residenza e fare le promozioni non solo tramite i giornali e stazioni radio e televisive delle comunità italiane, ma anche tramite i loro circoli e grandi associazioni che sarebbero più che felici di svolgere ruoli importanti nella promozione dei nostri prodotti italiani, ma nelle lingue locali e non in italiano. Difatti, quel che proponiamo per i libri vale altrettanto per i nostri film e per la musica e i nostri cantanti più importanti, soprattutto i cantautori che sono sconosciuti quasi del tutto all’estero.

Fin troppo spesso orgoglio è anche il motivo per cui i nostri addetti ai lavori non riescono ad aprire una breccia nel mercato internazionale per i nostri prodotti culturali. Insistono a fare le promozioni solo in lingua italiana e questo non fa altro che limitare il loro pubblico potenziale ai 5 milioni di cittadini invece dei 340 milioni potenziali citati sopra.

L’esempio più lampante di questo atteggiamento si trova nella RAI che trasmette i suoi programmi solo in italiano e non fornisce sottotitoli nelle lingue dei paesi di residenza in modo che i nipoti e i pronipoti degli emigrati possano finalmente capire i programmi. Ci vuole poco per capire che gli introiti pubblicitari per un pubblico di pochi milioni sono inferiori di quelli di un pubblico di centinaia di milioni…

Incentivi e futuro

Per molti in Italia l’idea di vendere i nostri libri in lingua straniera sembrerebbe un’eresia, ma in risposta dico che, vista la composizione del mercato internazionale, è realista. Che senso ha promuovere a livello mondiale libri che non hanno un pubblico internazionale?

Nel vendere, almeno all’inizio, i libri dei nostri autori in altre lingue diamo a loro la possibilità di poter aver introiti che permetterebbero loro di poter scrivere a tempo pieno e inoltre darebbe agli editori italiani guadagni che attualmente sarebbero impossibili in Italia.

Con il tempo le vendite dei libri in altre lingue avrebbero l’effetto di incoraggiare i discendenti dei nostri emigrati a capire che ci sono motivi veri e importanti per imparare la lingua che li definisce e di poter leggere le versioni originali delle opere, pagando gli sforzi degli editori verso un mercato internazionale che fino ad ora hanno ignorato.

A dir il vero, un nostro editore italiano, la Mondadori, ha già una filiale negli Stati Uniti e quindi avrebbe la possibilità di poter fare una mossa del genere immediatamente. Bisogna chiedere a loro perché non lo fanno. Ma gli altri editori italiani potrebbero avvicinare editori nei vari paesi per stringere accordi commerciali che permettano ai libri di avere il pubblico che meritano.

Infine, dobbiamo anche incoraggiare oriundi con le qualifiche adatte a scrivere libri sui nostri autori per introdurli al pubblico internazionale, ma fino ad ora ogni tentativo di fare progetti del genere sono andati a vuoto perché contattare i livelli decisionali degli editori italiani è impossibile per chi vuole fare una proposta seria.

Infatti, chi scrive cerca da anni di poter fare proprio questo ma senza successo.  Questo è raccontato in un articoli di un anno fa (Il libro Proibito: Il Testimone Scomodo – The Forbidden Book: The Troublesome Witness). Niente è cambiato da allora per questi motivi.

La nostra editoria è un tesoro che dobbiamo far conoscere al mondo, ma questo è impossibile se non riusciamo a pensare oltre i limiti imposti da una mentalità campanilistica che ci impedisce di prendere i passi necessari per togliere la nostra editoria in una crisi che rischia davvero l’oblio se non troviamo un mercato internazionale per i nostri editori.

di emigrazione e di matrimoni

Italian publishing risk of oblivion

We find ourselves with a potential international market for our cultural products, starting with publishing, of more than 340 million people, five times Italy’s population

We have known for years that Italian publishing in all its forms is in crisis. Not only the sales of books but the sales of newspapers and magazines are also falling and this creates enormous difficulty for those who work in the industry, starting with the authors and finally those who print and sell the products of what should be one of the most important branches of our Culture.

We boast about the greatness of our Culture and, for the umpteenth time, we must deal with a cruel reality that our Culture is not appreciated at the levels worthy of its variety and contributions to the world’s Culture, starting with us Italians.

However, crises also give those who know how to exploit them the possibility to come out stronger than before if they have the courage to change direction and, above all, to finally recognize that we have the means globally that could help us to sell our books, newspapers and magazines to a much bigger public that is not limited to only the peninsula but spread around the world.

Inexplicable absence

I was at the first two estates General of the Italian Language in Florence organized by Italy’s Foreign Affairs Ministry to promote our language around the world. The intentions were, and still are, noble but there was an unexplainable absence during those days, by the very branch of our industry that would have needed the success of the events, publishing.

This absence was made even more inexplicable by a revelation by Mario Giro, Under Secretary for Foreign Affairs, who announced that, according to the Ministry’s statistics, Italian citizens registered at the AIRE (Registry of Italian citizens overseas) were 5 million in 2016 (now about 6 million), the descendants of Italian migrants were more than 85 million (in all likelihood a conservative figure) and the “Italophiles”, that is those who identify themselves with at least one aspect of Italian Culture, more than 250 million people around the world.

Put simply, adding together the three figures we find ourselves with a potential international market for our cultural products, starting with publishing, of more than 340 million people, five times Italy’s population.

With such a figure we should ask ourselves why publishing, and not only because we can also add the movies and music, did not join with great enthusiasm an initiative that could have increased their audience to levels that were unthinkable before.

And during the Estates General we saw once again a fault I had noted all too often during my various trips in Italy and even more now that I live here. All us Italians in Italy know that we have the world’s greatest and therefore most important Cultural Heritage, however, we do not realize that once we set foot outside the country’s borders that knowledge does not exist. Indeed, written by someone born and raised in an Anglo-Saxon country, Australia, our Culture is considered inferior to others and subject to the usual clichés.

Laughable figure

Months ago, during a discussion a few days before Italy’s lockdown caused by the coronavirus, an Italian publisher told me the figure of Italian language books sold every year in the United States, 50 thousand books. This is a laughable figure when compared to the tens of millions of descendants of Italian migrants in the country but this has very precise reasons that we must understand in order to find the way to create a worldwide market for our books and to help publishing to come out of a deep crisis.

In the countries of migration, the children of our migrants never had the possibility to learn the language that defines them. First of all because, in the majority of cases, they spoke dialect at home and not Italian. Furthermore, before the 1980s our language was not included in the scholastic curriculum of their countries and the only way was to attend classes of groups such as the Dante Alighieri Society but this involved attending extracurricular classes and the children were reluctant to add other hours to lessons that would not have helped them to be promoted at school.

For these reasons we must understand that the children, grandchildren and great grandchildren of our migrants do not have the personal means to be able to read our books in the original version. However, we must not continue to repeat the mistake that many make and that we must explain to readers in Italy.

Pride

The fact that descendants of our migrants do not know our language does not mean they are not proud of their origins. Indeed, we only have to read the comments on the social media pages dedicated to the Italians overseas to understand that in the vast majority of cases they are proud of their origins but they lack the means to be able to learn more of their cultural heritage, starting with books in the languages of their countries of residence.

For this precise reason we as a country, beginning with those responsible for our publishing, must understand that in order to promote our authors we must start making the books available in the languages of the countries of residence and to promote them not only through the newspapers and radio and televisions stations of the Italian communities but also through their clubs and large associations that would be more than happy to play a major role in the promotion of our Italian products but in the local languages not in Italian. In fact, what we propose for books is also applicable to our films and music and our major singers, especially the cantautori (singer-songwriters) who are almost totally unknown outside the country.

All too often pride is also the reason for which many of our experts cannot open a breach in the international market for our Culture’s products. They insist on promoting only in Italian and this only limits our potential audience to the 5 million citizens instead of the potential 340 million stated above.

The most striking example of this is found in RAI which broadcasts programmes only in Italian and does not provide subtitles in the languages of the countries of residence in a way that the grandchildren and greatgrandchildren can finally understand the programmes. It takes little to understand that the income from an audience of a few million is lower than that for an audience of hundreds of millions…

Incentives and the future

Selling our books in a foreign language would seem a heresy to many in Italy but in reply I say that, considering the composition of the international market, it is realistic. What is the sense of promoting internationally books that do not have an international market?

By selling our author’s books in other languages, at least in the beginning, we give them the possibility to have an income that would allow them to be able to write fulltime and in addition it would give Italian publishers earnings that are currently impossible in Italy.

With time the sales of our books in other languages would have the effect of encouraging the descendants of our migrants to understand that there are real and major reasons to learn the language that defines them and to be able to read the original versions, repaying the efforts of the publishers towards an international market that has been ignored up till now.

To tell the truth, one of Italy’s publishers, Mondadori, already has a branch in the United States and therefore it would have the possibility of being able to make such a move immediately. We should ask them why they do not do so. But the other Italian publishers could approach publishers in the various countries to sign commercial agreements that would allow the books to have the public they deserve.

Finally, we should also encourage people of Italian origin with the suitable qualifications to write books about our authors to introduce them to the international public but so far every attempt to carry out such projects have failed because contacting the decision making levels of Italy’s publishers is impossible for those who want to make a serious proposal. 

In fact, the writer has been trying to do just this for years but without success. This was told in an article a year ago(Il libro Proibito: Il Testimone Scomodo – The Forbidden Book: The Troublesome Witness). Nothing has changed since then for these reasons.

Our publishing is a treasure that we must let the world know but this is impossible if we cannot think beyond the limits imposed by  a parochial mentality that blocks us from taking the steps necessary to take our publishing out of a crisis that truly risks oblivion if we do not find an international market for our publishers.

O.N.A., per una comune battaglia contro l’amianto nasce un protocollo d’intesa

L’accordo siglato a Latina su spinta dell’Osservatorio Nazionale Amianto  è finalizzato alla sinergia con Unione Artigiani Italiani e Pmi Confederazione Sindacale Nazionale, per la tutela dell’ambiente, dei cittadini e dei lavoratori esposti

Il crescente numero dei casi di patologie asbesto correlate, dai mesoteliomi ai tumori del polmone, e le ulteriori problematiche create dal Covid-19, anche di natura economica per i cittadini e per le imprese, hanno indotto l’Osservatorio Nazionale Amianto e l’Unione Artigiani Italiani e PMI Confederazione Sindacale Nazionale a sottoscrivere un protocollo d’intesa finalizzato all’azione sinergica in tutela dell’ambiente e della salute di cittadini e lavoratori, ma anche imprese e microimprese, rispetto al rischio amianto ed altri cancerogeni.

“Questo importante accordo ci consentirà di agire in totale sinergia per la tutela dei diritti dei lavoratori dipendenti e dei pensionati e, allo stesso modo, di tutti i cittadini e delle piccole e medie imprese – dichiara Ezio Bonanni, Presidente ONA, che aggiunge – cogliamo l’occasione della sottoscrizione del protocollo d’intesa per lanciare un appello al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, affinchè venga disposta immediatamente l’integrazione dell’assegno degli invalidi civili totalmente inabili al lavoro, il cui importo di €285,66 è stato ritenuto non congruo dalla Corte Costituzionale con la decisione resa all’udienza del 23 giugno 2020. L’ONA e l’UAI e PMI auspicano che il Presidente del Consiglio intervenga per far sì che nel prossimo Consiglio dei Ministri vengano stabiliti gli strumenti tecnico normativi e finanziari per adeguare l’assegno di cittadini totalmente inabili all’importo erogato per il reddito di cittadinanza, o quantomeno all’importo di €516,00. Auspichiamo che vengano accolte anche le nostre istanze sulle procedure di bonifica e defiscalizzazione”. “La formazione è un cavallo battaglia della nostra confederazione – sottolinea il dirigente generale UAI, Giuseppe Zannetti – e quando abbiamo avuto l’opportunità di entrare in contatto con l’Ona è stato motivo per noi di orgoglio, perché vogliamo incidere anche sull’aspetto della problematica dell’amianto. Uno dei primari obiettivi del nostro lavoro è quello di rendere sicure le imprese, dunque saremo vigili su questo aspetto e faremo la nostra parte con determinazione”.

Fino ad ora la problematica amianto è stata spesso letta in chiave riduttiva, in una contrapposizione del lavoratore dipendente vittima vs impresa e/o datore di lavoro, l’ONA propone, invece, una chiave di lettura che vada nella direzione più ampia della prevenzione e tutela, partendo da quella primaria: evitare cioè ogni forma di esposizione, così da prevenire e sconfiggere tutte le patologie asbesto correlate. Fermo restando che l’Osservatorio Amianto è operativo già con lo sportello amianto on line, a cui tutti i cittadini possono rivolgersi attraverso il sito istituzionale www.osservatorioamianto.com.

Occorre, innanzitutto, semplificare le procedure di bonifica ed evitare inutili passaggi burocratici, tra cui l’eliminazione del piano di lavoro per lo smaltimento amianto per gli interventi più circoscritti e defiscalizzare l’IVA, evitando così che sulle bonifiche ci sia l’aggravio del 22% come già proposto dall’ONA e condiviso dagli artigiani e dalle imprese italiane che si associano con il loro sindacato di categoria.

Anche sul piano della prevenzione secondaria e terziaria, ciò che serve non è la prospettazione di procedimenti penali a carico di artigiani e piccoli imprenditori che lavorano con i loro dipendenti e che sono loro stessi vittime dell’amianto, tra l’altro già vessati da un sistema industriale e burocratico che premia solo i pochi grandi imprenditori, spesso con il supporto di un sistema bancario che non supporta le imprese più piccole. Il protocollo d’intesa è finalizzato alla tutela dei diritti anche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, attraverso l’ente di patronato Se.N.A.S. In questa sinergia, sono destinate ad operare coerentemente e concordemente le due associazioni, per i seguenti servizi: presentazione della domanda di benefici contributivi per esposizione ad amianto; presentazione delle domande all’INAIL per rendite e/o indennizzi per malattie professionali; procedure a tutela dei lavoratori dipendenti e pensionati; azione di risarcimento del danno.

È morto Ennio Morricone: il grande compositore premio Oscar ci lascia a 91 anni

 

Lascia al mondo in eredità la sua musica senza confini eternamente attuale e carica di emozione

Ennio Morricone ci ha lasciati nella notte del 6 luglio: era stato ricoverato al Campus biomedico di Roma (la sua città) in seguito a una caduta in cui si era rotto il femore, e si è spento all’alba.
I funerali si terranno in forma privata, “nel rispetto del sentimento di umiltà che ha sempre ispirato gli atti della sua esistenza” (come ha dichiarato l’amico e legale Giorgio Assumma).
Quest’ultimo ha inoltre raccontato la dipartita del Maestro (per altro coerente con la sua identità di musicista lucido e sereno): sino alla fine ha conservato una piena dignità, avendo salutato affettuosamente la moglie Maria, i figli e i nipoti così come il suo immenso pubblico, composto da più generazioni che ne hanno accompagnato la lunga carriera artistica.
In effetti l’eccezionale talento di Morricone costituiva un “unicum” proprio per essere stato compreso, ammirato e ascoltato quasi nell’arco di un intero secolo, in cui l’assoluta duttilità della sua vena compositiva è stata capace di realizzare più di 100 brani classici e circa 500 temi per film (di cui 60 vincitori di premi) e serie TV.
Una simile moltitudine di opere – per altro tutte riconosciute e apprezzate nella loro validità – lo ha reso uno dei più influenti compositori di colonne sonore di tutti i tempi.

Una carriera di indimenticabili successi

Dopo il diploma in tromba presso il Conservatorio di “Santa Cecilia” di Roma, il Maestro iniziò a fornire il suo contributo al genere del western all’italiana, componendo musiche per registi come Sergio Leone, Duccio Tessari e Sergio Corbucci (dei quali sono titoli di rilievo ancora oggi la Trilogia del dollaro, Una pistola per Ringo, Il mio nome è nessuno) e partecipando alla consacrazione di questo filone cinematografico nell’immaginario comune.
Dagli anni ’70, inoltre, collaborava con alcuni dei più noti registi di Hollywood, come John Carpenter, Brian De Palma, Oliver Stone e Quentin Tarantino, ricevendo infine nel 2007 (dopo ben 5 nominations fra il 1979 e il 2001) il premio Oscar onorario alla carriera “per i suoi contributi magnifici all’arte della musica da film”.
Un secondo riconoscimento era arrivato nel 2016 (anno per altro della sua stella nella celebre Hollywood Walk of Fame) con la consegna dell’Oscar alla miglior colonna sonora per il film di Tarantino The Hateful Eight (per la quale si è aggiudicato anche il Golden Globe).
Una vita di successi insomma, spontanei perché scaturiti dall’espressione di un puro talento naturale.
A tal proposito Morricone ha dichiarato: “Scrivere musica è il mio mestiere, quello che mi piace e l’unica cosa che so fare. E’ un vizio, sì, un’abitudine, ma anche una necessità e un piacere […] Non so dire come nasca questa voglia (…) credo non ci sia una regola (…) è qualcosa di talmente intimo e privato che non vuol essere comunicato” (dall’autobiografia Inseguendo quel suono, pag. 205).

Un talento mondiale e immortale

I premi e i riconoscimenti ufficiali (il Maestro era anche Accademico Effettivo dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e socio dell’associazione di musica contemporanea Nuova Consonanza) non sono sufficienti a esprimere
l’indiscussa grandezza di una musica capace di coinvolgere intere generazioni di appassionati dilettanti e professionisti del mondo musicale, una musica venduta in più di 70 milioni di commoventi dischi e ascoltata da intere generazioni di adulti e ragazzi.
Al giorno d’oggi non sono molti gli artisti in grado di parlare semplicemente eppure profondamente a un pubblico tanto vasto, mantenendo per altro intatta un’ammirevole (quanto naturale) umiltà dovuta alla consapevolezza di adoperare un linguaggio limitato perché frutto solo del compositore, “quindi ogni volta diverso” (come ha affermato sempre nell’autobiografia).
A maggior ragione, è ancora più significativo che Morricone non si considerasse certo “uno dei più grandi e influenti compositori del secolo”, ma solo uno che (oggettivamente) “piace, comunica con la gente e basta. Se comunica con molta gente, poi, è ancora meglio”.
E il Maestro, in effetti, ha parlato e parlerà in eterno a moltissima gente, trasformando davvero un codice che riteneva espressione di una specifica cultura in quel linguaggio universale da lui sempre negato.

Anna, la testimonianza di una storica tifosa calcistica, tra lotte sindacali, orfanotrofi e impegno politico.

Si chiama Anna e a Roma nel suo quartiere, il Trullo, la conoscono tutti per il grande amore per la sua squadra di calcio, ma anche per le battaglie politiche a favore delle donne

di Anna Maria Antoniazza

C’è una donna, classe 1947, grande amante dei calciatori, grande amante della Roma.

La trovi passeggiare ogni giorno per il Trullo. Si chiama Anna, ama cucirsi sulla mascherina lo stemma della sua squadra di calcio, quella che segue da quando era una giovane adolescente.

Figlia di una ragazza madre, una “guerrigliera”, una persona tosta, che sapeva comandare in famiglia, amata da tutti. Morta nel 2007, una delle tante ragazze madri della Roma anni ’50, rimasta incinta di un uomo già impegnato.

La figlia di questa donna speciale si chiama Anna. Sta davanti a me, poco più che 70enne, le sorridono gli occhi quando mi parla della Roma, dei suoi calciatori. Anna è stata una delle prime tifose accanite, di quelle che non si perdono neanche una partita, che non si vergognavano a viaggiare con 50 uomini da sola per seguire la squadra in trasferta.

Anna si è sposata, ha avuto due figli, ha lavorato per una vita come badante di persone anziane.

Al Boccon del Povero di Trastevere ha trascorso però la sua infanzia e la sua prima adolescenza. Ha ricevuto la sua educazione per mano di un gruppo di suore. Ogni bambina, ogni ragazza aveva i suoi compiti precisi, una distribuzione accurata delle attività. “Sono stata bene, ho fatto lì fino alla terza media”. Poi a 18 anni si ricongiunge alla mamma, prendono casa insieme a Piazza di Pietra. La sua mamma ragazza madre ritrova la figliola ormai donna, le insegna i primi trucchi della sartoria, la porta con sé nelle grandi case di Roma come aiutante. Anna vede la vita dei politici e dei nobili romani.

Anna fa politica fin da giovane, come rappresentante sindacale.  Lotta per le paghe basse delle ragazze allora impiegate nei lavori umili. Roma era anche questo e forse lo è ancora.

Ma Anna rinasce: dopo tanti anni lontane, finalmente insieme alla mamma e libere nel cuore della Capitale. Con l’umiltà di una donna che non si è più legata a nessun uomo, che ha trascorso la sua vita nel grande amore per l’unica figlia di un giovane amore fugace.

Anna è scatenata: frequenta tutte le settimane il piccolo grande giro dei tifosi romanisti.

Giusto in chiesa, la domenica mattina, costituisce il suo piccolo gruppo di amiche: unite dalla fede e dalla passione per il calcio. Tutte cristiane ma divise con simpatia nella passione per il pallone. Anna romanista, le altre juventine e milaniste. Donne di borgata, che amano trascorrere insieme il tempo a prescindere dai propri idoli. Questo piccolo di gruppo si divideva solo per le partite di calcio: ognuna seguiva il proprio esercito di appassionati, con striscioni, trombette e cappellini cuciti a mano.

Anna si sposa a 33 anni ma il suo matrimonio con la Roma non conosce fine, neanche dopo due gravidanze.

Incontra il marito proprio durante queste partite, compagni di grida e soddisfazioni. E’ un amore a prima vista.

Anna ha sostenuto la grande campagna per il divorzio e l’interruzione di gravidanza insieme alle sue amiche.

“Noi pensavamo che quando una donna era maltrattata dovesse trovare la via per andarsene. Avevo una amica menata dal marito e io le facevo da spalla. L’avevo ospitata anche a casa mia. Tu con una donna ci devi parlare con tranquillità, senza violenza …. Sorridi, canta, quando assisti gli anziani lo capisci bene quanto sia importante infondere il buon umore in chi ti sta intorno. E quando una delle tue migliori amiche è pestata dal marito non puoi non sperare che se ne vada per sempre da quell’uomo. Oggi gli uomini violenti e abbandonati ammazzano i figli avuti dalla compagna per punirla ma è qualcosa di assurdo, di incomprensibile. Mi fa terrore la direzione che la società sta prendendo oggi. Io e le mie amiche non condividevamo solo la Chiesa, il calcio e le questioni politiche: per noi era importante soprattutto l’autodeterminazione femminile, nessuna donna può essere costretta ad avere un futuro che non vuole”. 

Il mercato globale non è nuovo e non sparirà – The global market is not new and will not disappear

di emigrazione e di matrimoni

Il mercato globale non è nuovo e non sparirà

Guardiamo un pò la storia di questo mercato globale senza il quale la nostra vita moderna sarebbe molto più povera, in tutti i sensi

In questo periodo di crisi causata da covid19 molti si lamentano della presenza del mercato globale, perché sicuramente la diffusione del coronavirus è stata accelerata da turisti e soprattutto uomini d’affari tra la Cina e il resto del mondo.

Però, questa è una lettura banale della globalizzazione perché il mercato internazionale non è nuovo, risale a prima della nascita di Cristo ed è un aspetto di vita che non cambierà nel futuro. Semmai la tecnologia moderna ha peggiorato la situazione con i voli internazionali, ma una lettura veloce di pandemie del passato ci racconta altri periodi colpiti da navi cariche che non contenevano solo i prodotti destinati per i mercati di tutto il mondo.

Allora guardiamo un pò la storia di questo mercato globale senza il quale la nostra vita moderna sarebbe molto più povera, in tutti i sensi. Come prova, basta citare solo una cifra sorprendente, il mercato più importante della Ferrari è proprio in Cina, il paese con cui abbiamo rapporti commerciale da oltre due millenni.

Il piatto prediletto

Di tanto in tanto qualcuno fa il discorso sulle origini vere degli spaghetti. Grazie a Marco Polo, c’è chi dice siano cinesi e chi dice siano italiani. È uno di quei temi vicini ai nostri cuori, ma nasconde una verità che pochi conoscono per bene, e la verità è che molte delle nostre tradizioni culinarie hanno origini straniere molto antiche.

Nel 2004 ricercatori dell’Università di Cincinnati hanno annunciato una scoperta sorprendente a Pompei, che ha messo in ombra quel dibattito sul nostro piatto nazionale. Le analisi dei prodotti all’interno di una macelleria dell’epoca romana hanno trovato tracce di carne di giraffa e, ancora più inatteso, di spezie esotiche provenienti dall’Indonesia.

Molti storici ritengono che gli scontri continui tra i Romani e i Parti avessero origine negli scambi commerciali lungo la via della seta. Infatti, sappiamo da tempo che i Romani avevano la seta, un prodotto esclusivamente cinese all’epoca, ma le spezie indonesiane dimostrano chiaramente che la rete commerciale del periodo antico era molto più estesa della semplice Cina, che allora non era ancora un impero.

 Molti di noi pensano a un mondo antico limitato geograficamente, ma dimenticano che Alessandro Magno andò in India e nell’Anabasi di Senofonte c’è il racconto di soldati greci persi nell’impero persiano nel quarto secolo avanti Cristo. Già da questi due fatti avremmo dovuto capire che gli scambi commerciali e intellettuali tra continenti risale a periodi molto più antichi di quel che pensiamo.

Crociate

 La Storia dimostra che i nostri periodi importanti spesso coincidono con i nuovi incontri tra civiltà, e sempre con conseguenze fondamentali per entrambe. Studiamo il periodo delle Crociate per conoscere le avventure e sventure dei crociati cristiani e magari i gesti cavallereschi di Saladino, ma non notiamo che quel periodo ebbe effetti profondi sull’economia e la Cultura di quel che molti considerano il Vecchio Continente.

 Sarebbe facile parlare dell’introduzione di prodotti nuovi per l’alimentazione europea. Iniziamo dallo zucchero che prende il nome dalla parola araba súkkar, come anche le albicocche e altri frutti, alle nuove spezie e metodologie culinarie sconosciute in quelle zone dell’Europa che non avevano avuto un’occupazione araba, come la Sicilia e la Penisola Iberica.

Però, per quanto amiamo la cucina, gli effetti più importanti di questo periodo sono stati nei vari campi culturali e scientifici.

Non solo cibo

 Chiunque abbia studiato il Rinascimento italiano sa che una delle ispirazioni dell’Arte nuova era la scoperta di vecchie opere d’epoca antica, sia romana che greca. Il rispetto degli arabi per questi grandi scrittori era più grande di quello degli stessi europei che li avevano disprezzati e cercato di annullare, come rappresentanti pagani di un passato incompatibile con i dettami del cristianesimo. Se ora sappiamo molto del nostro passato classico è proprio grazie a queste scoperte inattese dei crociati.

 L’altro campo fondamentale che beneficiò delle scoperte nel regno franco mediorientale era ovviamente quello scientifico. Una prova interessante si trova nel processo dei Templari dove uno dei capi d’accusa verso i cavalieri era per i loro rapporti amichevoli con gli arabi. Infatti, tra questi rapporti c’erano quelli con medici arabi per il semplice fatto che i dottori mediorientali avevano i mezzi e la consapevolezza di trattare e guarire ferite e malattie che per i medici europei erano ancora fatali.

 Chissà quanti di quelli che dicono che gli arabi hanno dato pochi contributi alla nostra cultura e scienza sanno che i numeri che utilizziamo oggigiorno ci arrivarono tramite gli arabi, e che furono introdotti in Europa dal matematico italiano Leonardo Fibonacci a cavallo del ‘200 e il ‘300 d.C.. L’introduzione di questi numeri, come anche l’algebra, un’altra parola araba, insieme ad altri concetti importanti, hanno dato un contributo essenziale allo sviluppo delle scienze matematiche che hanno creato il nostro mondo moderno.

 Le nostre industrie moderne della porcellana non hanno origine in Europa, bensì in Cina dove per secoli le famiglie aristocratiche europee commissionavano i loro servizi di piatti e tazze. Nel corso del sedicesimo e diciassettesimo secolo milioni di pezzi di porcellana venivano importati ogni anno dalla Cina, a un costo enorme per il Vecchio Continente. Tanti erano i soldi spesi per questi acquisti che in Olanda, Inghilterra, Italia ed altri paesi europei, imprenditori locali iniziarono a produrre i servizi e i prodotti che ora conosciamo come parte del nostro patrimonio artistico. Un patrimonio che sarebbe stato impossibile senza questo commercio antico.

Quando ci si lamenta dei cinesi e degli altri paesi asiatici che ora copiano i nostri prodotti, ricordiamoci che siamo stati proprio noi europei i primi a copiare i loro prodotti e non solo la ceramica, ma anche la seta che abbiamo importato in Europa per creare una nuova industria importante per noi.

Americhe e colonie

 Naturalmente un altro periodo importantissimo per l’introduzione di prodotti dall’estero fu quello che seguì la scoperta delle Americhe. Potrei riempire pagine dei prodotti introdotti dal Nuovo Mondo che cambiarono per sempre la cucina e le industrie europee. Basterebbe chiedere che cucina avremmo senza il mais, la patata e il pomodoro per capire l’impatto enorme dell’antico commercio mondiale sul nostro stile di vita.

L’introduzione del tabacco e del cioccolato ebbe un effetto enorme prima nello stile di vita degli aristocratici e dei ricchissimi per poi scendere nei vari strati della società europea fino anche ai più poveri. Un caso divenne tragico, la patata era considerata il nuovo cibo per i poveri e in Irlanda ci volle poco tempo perché diventasse la base della loro alimentazione e poi, tra il 1850 e il 1852 per via di una malattia che colpì la coltivazione di questo tubero, diventò la causa di una grave carestia che colpì l’isola. Una percentuale enorme della popolazione morì di fame o fu costretta a emigrare nelle Americhe.

Senza dimenticare l’oro, l’argento e i gioielli che resero ricchissimi i potenti fino al petrolio e i minerali che aiutarono loro ad ingrandire le loro industrie al punto che le ex potenze coloniali sono ancora tra i paesi più ricchi del mondo.

 Infine il colonialismo fece un ulteriore passo con l’introduzione di altri prodotti dalle colonie. Per dare un esempio divertente, il famoso Worcestershire Sauce considerato icona della moderna cucina inglese, e ora utilizzato spesso anche in Italia, fu il risultato di un tentativo fallito di copiare la ricetta di una salsa originariamente prodotta in India.

 Ogni volta che andiamo al supermercato vediamo sempre prodotti nuovi, spesso il risultato dei cambiamenti della demografia italiana a causa dei nuovi immigrati. Però, dovremmo ricordarci e capire che nuovi prodotti e cambiamenti non sono una novità, succedono da millenni e hanno sempre fatto parte della nostra Storia e tradizione sin da prima della nascita dell’Impero Romano.

Allora, se ci viene mai in mente di dire “fermiamo la globalizzazione”, dobbiamo solo ricordare che all’epoca romana Plinio il Vecchio si lamentava di quanto oro romano finiva nelle casse dei regni indiani. I suoi concittadini non gli diedero retta e nemmeno noi dobbiamo farlo.

La nostra Cultura è ricchissima grazie a questi prodotti e concetti introdotti dall’estero nel passato, continuare ad essere aperti a idee nuove non fa altro che rendere il nostro futuro ancora più ricco.

 

di emigrazione e di matrimoni

The global market is not new and will not disappear

Let us take a look at a little of the history of this global market without which our modern would be much poorer, in every sense

During this period of crisis caused by covid19 many people complain about the global market because the spread of the coronavirus was surely accelerated by tourists and especially businessmen and women between China and the rest of the world.

However, this is a trivial reading of globalization because the worldwide market is not new, it goes back to before the birth of Christ and is an aspect of life that will not change in the future. In anything, modern technology worsened the situation with fast international flights but a quick reading of past pandemics would show other periods hit by cargo from ships that did not contain only the products destined for markets around the world.

So, let us take a look at a little of the history of this global market without which our modern would be much poorer, in every sense. As proof, we only have to quote a surprising figure, Ferrari’s most important market is in China, a country with which we have had commercial relations for more than two thousand years.

The favourite dish

Every so often someone starts a discussion about the true origins of spaghetti. Thanks to Marco Polo some say they were Chinese and others says they were Italian. This is a matter close to our hearts but it hides a truth that few know well and the truth is that many of our culinary traditions have very ancient foreign origins.

In 2004 researchers from Cincinnati University announced a surprising discovery in Pompeii that overshadowed that debate about our national dish. The analysis of the contents of a butcher shop from Roman times found traces of giraffe meat and, even more unexpected, of exotic spices originating from Indonesia.

Many historians retain that the continuous clashes between the Romans and the Parthians had their origins in the commercial exchanges along the Silk Road. In fact, we have known for some time that the Romans had silk, a product that was exclusively Chinese at the time, but the Indonesian spices clearly showed that the commercial network in ancient times was much wider than simply China that at the time was not yet an empire.

 Many of us think of the ancient world as limited geographically but we forget that Alexander the Great went to India and that in the “Anabasis” Xenophon told the story of Greek soldiers lost in the Persian Empire in the fourth century before Christ. Just these two facts should have made us understand that the commercial and intellectual exchanges between continents go back to much more ancient periods than what we think.

Crusades

History shows us that our most important periods coincide with new encounters between civilizations and always with major consequences for both these ancient powers. We study the period of the Crusades to know the adventures and misadventures of the Christian Crusaders and maybe the acts of chivalry by Saladin but we do not notice that that period had deep effects on the economy and the Culture of what many consider the Old Continent.

 It would be easy to talk about the products that were new to European cuisine. Let us start with sugar that talks its name from the Arab word sùkkar, as well as apricots and other fruits, new spices and methods of cooking that were unknown in those parts of Europe that had not had Arab occupation such as Sicily and the Iberian Peninsula.

However, as much as we love cooking, the most important effects of this period were in the various fields of Culture and science.

Not only food

Whoever has studied Italy’s Renaissance knows that one of the inspirations for the new Art was the discovery of ancient works, both Roman and Greek. The respect of the Arabs for these great writers was greater than that of the Europeans themselves who despised them and tried to cancel them as pagan representatives of a past that was incompatible with the dictates of Christianity. If we now know much about our classical past it is precisely because of these unexpected discoveries during the Crusades.

 The other field that benefitted from the discoveries of the Christian kingdom in the Middle East was obviously science. One interesting proof is found in the trial of the Knights Templar in which one of the major accusations against the knights was their friendly relations with the Arabs. In fact, some of these relations were with Arab doctors for the simple fact that the doctors of the Middle East had the means and the knowledge to treat and heal wounds and diseases that were still fatal for European doctors.

 Who knows how many of those who say that the Arabs have given few contributions to our Culture and science know that the numbers we use today came to us through the Arabs and that they were introduced into Europe by the Italian mathematician Leonardo Fibonacci between the 12th and the 13th century? The introduction of these numbers, as well as algebra, another Arab word, together with other major concepts, gave an enormous contribution to the development of the mathematical sciences that created our modern world.

Our modern porcelain industries did not originate in Europe but in China where for centuries Europe’s aristocratic families commissioned their services of porcelain plates and cups. During the 16th and the 17th centuries millions of pieces were imported every year from China. So much money was spent for these purchases that in Holland, England, Italy and other European countries entrepreneurs began to produce the services and products that we now know as part of our artistic heritage. A heritage that would have been impossible without this ancient trade.

When we complain about the Chinese and other Asian countries that now copy our products let us remember we were the first to copy their products and not only ceramics but also silk that we used to imported into Europe to create a new industry that is important for us.

The Americas and the colonies

 Naturally another period that was very important for the introduction of foreign products was the one that followed the discovery of the Americas. I could fill pages with the products introduced from the New World that once again changed forever Europe’s cuisine and industries. We would only have to ask what cuisine would we have without corn, potatoes and tomatoes to understand the huge impact of ancient global trade to our lifestyle.

 The introduction of tobacco and chocolate has a huge impact, first on the lifestyle of the aristocrats and the very rich to then descend down the various layers of European society even down to the poorest. One case became a tragedy. The potato was considered the new food for the poor, in Ireland it took little time for the potato to become the staple for their diet and then between 1850 and 1852, due to a blight that struck the cultivation of the tuber, it became the cause of a serious famine that struck the island. A huge percentage of the population died from hunger or was forced to migrate to the Americas.

Without forgetting the gold, silver and jewels that made the powerful in Europe very rich, up to the oil and the minerals that helped them to expand their industries to the pint that the former colonial powers are still some of the world’s richest countries.

Finally, colonialism took another step with the introduction of other products from the colonies. To give an enjoyable example, the famous Worcestershire Sauce which is considered an icon of modern English cuisine, and is now used often in Italy. was the result of a failed attempt to copy a sauce that had its origins in India, a former British colony.

 Every time we go to the supermarket we see new products, often the result of changes in Italy’s demography due to the new migrants. However, we should remember and understand that new products and changes are not new to the country, they have been occurring for thousands of years old and have always played a role in our history and tradition even before the birth of the Roman Empire.

So, if we ever think of saying “Let’s stop globalization”, we only have to remember that in Roman times Pliny the Elder complained about how much Roman gold ended up in the coffers of the Indian kingdoms. His fellow citizens did not heed him and neither should we.

Our Culture is extremely rich thanks to these products and concepts introduced in the past from overseas, continuing to be open to new ideas only makes our future even richer.

Yari Cecere: i nuovi progetti green dell’imprenditore inserito da Forbes tra i 30 Under 30 Europe

Tra il 2012 e il 2013, nel pieno della crisi economica, a soli 18 anni costituì la holding Cecere Management e, nei mesi a seguire, iniziò ad acquisire competenze in tutta la filiera immobiliare.

 Il giovane promettente imprenditore italiano, Nunzio Yari Cecere, si lancia in nuovi progetti immobiliari. Recentemente la figura di Cecere è venuta alla ribalta dopo essere stato inserito da Forbes tra i 30 Under 30 Europe nel 2019 e da Forbes Italia tra i 100 Under 30 del 2019.

Tra il 2012 e il 2013, nel pieno della crisi economica, a soli 18 anni costituì la holding Cecere Management e, nei mesi a seguire, iniziò ad acquisire competenze in tutta la filiera immobiliare.

Originario della provincia di Caserta, classe 1994, Nunzio trascorre ad Aversa tutta la sua infanzia.

Nel 2012 si trasferisce nella capitale e si iscrive presso la LUISS Guido Carli University, dove consegue la laurea triennale in Economia e Management e la laurea magistrale in Economia e Direzione delle Imprese, completando gli studi all’età di soli 22 anni.

Dopo alcuni mesi partecipa al corso di specializzazione in Marketing Immobiliare presso la SDA Bocconi di Milano, con indirizzo.

Nel 2018 partecipa nella categoria “Real Estate” al Good Energy Award con il contributo di Bosch.

L’anno successivo, nel mese di febbraio, la rivista statunitense Forbes lo indica tra i 30 under 30 che stanno rivoluzionando il mondo per la categoria manufacturing and energy; molte testate nazionali parlano di lui.

Nello stesso anno l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale lo inserisce nel “Future Leaders”, un programma che si rivolge a 50 giovani talenti con meno di 40 anni, destinati a ricoprire ruoli chiave all’interno di imprese, enti culturali e istituzioni.

La holding Cecere Management oggi opera nel mercato dello sviluppo immobiliare ecosostenibile, che punta alla rigenerazione urbana, attraverso lo sviluppo di complessi residenziali che pongono al centro il benessere delle famiglie e la tutela del pianeta.

Nel 2019 è stato lanciato anche il brand Nunziare: segno distintivo dei complessi immobiliari è quello di offrire le migliori prestazioni di sostenibilità ambientale, con elevati standard di benessere ai suoi residenti, per un’inedita esperienza di personalizzazione della propria casa che pone i clienti al centro dei progetti.

Lo scopo delle green buildings del gruppo è quello di non danneggiare l’ambiente, riducendo in maniera significativa, o eliminando, l’impatto negativo degli edifici sull’ambiente e sugli occupanti la costruzione, armonizzandosi con il contesto.

Oggi Yari Cecere punta a portare il gruppo ad operare nelle principali capitali mondali del Luxury Real Estate.

https://www.yaricecere.com

IT per la Sanità: “Pronto qui è il Pascale”, al Numero Verde 11mila chiamate in 2 mesi

Dalla settimana prossima il servizio, gestito da Innovaway, raddoppia supportando anche i pazienti dell’Ospedale Ascalesi


Nato in piena fase 1 dell’emergenza Coronavirus, per supportare i pazienti da remoto e rendere quindi ancor più efficienti i sistemi di prenotazione, l’organizzazione delle visite mediche e la richiesta di informazioni, il numero Verde 800180718 dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS – Fondazione G. Pascale di Napoli in due mesi ha toccato quota 11mila telefonate e dalla prossima settimana raddoppia estendendosi anche all’Ospedale Ascalesi.

Il servizio, affidato lo scorso aprile ad Innovaway, una delle principali realtà europee specializzata anche nella Sanità Digitale, ha messo in campo un team di dieci persone dedicate che in due mesi hanno risposto a undici mila chiamate, 5mila richieste di informazioni e 6mila per prenotazioni di visite. Il Gruppo Innovaway, con oltre mille dipendenti tra Milano, Torino, Roma, Napoli, Bari e Tirana opera nel settore ICT e offre soluzioni personalizzate in diversi settori, quali finance, retail e luxury e public sector.
È questa attività a segnare una tappa importante del Competence Center Healthcare di Innovaway, azienda napoletana che raccoglie competenze distintive per il mondo della sanità e che opera per promuovere iniziative e soluzioni tecnologiche presso tutte le strutture sanitarie, in prima linea in questo difficile momento per il Paese.

Il numero verde del Pascale è visibile sulla home page del sito dell’Istituto www.istitutotumori.na.it

“Abbiamo pensato di istituire il numero verde – ha sottolineato nel presentare il servizio il Direttore Generale del Pascale Attilio Bianchi – per potenziare le linee telefoniche del centralino ed incrementare il livello del contatto con i nostri pazienti. Il personale del call center è stato formato all’interno dell’azienda e laddove le richieste fossero specifiche sarà premura dell’operatore chiedere il numero cellulare del paziente e richiamarlo”.
 
“Innovaway-  ha dichiarato il Direttore Generale Antonio Burinato – lavora da anni al fianco del mondo della Sanità in diversi contesti, ma alla nascita dell’emergenza Covid-19 è aumentato il nostro impegno e abbiamo scelto di mettere le nostre competenze a disposizione. Il servizio realizzato per l’Istituto Nazionale Tumori IRCCS – Fondazione G. Pascale di Napoli nasce dalla necessità di rispondere ai forti flussi di contatti generati dal Covid-19 e in contemporanea di incrementare il livello di rapporto con i pazienti oncologici. Noi siamo stati capaci di rispondere con assoluta tempestività, confidenti che il nostro servizio possa aiutare i cittadini della Regione Campania, che comunque presentano patologie importanti, anche se diverse dal Covid-19. Peraltro non si tratta di un’iniziativa isolata, perché il nostro team è da diversi mesi impegnato in un importante progetto di innovazione e trasformazione digitale della Sanità Regionale della Campania che sta iniziando a produrre i primi risultati tangibili.”

Il Sappe scende in piazza e protesta in via Arenula contro il ministro Bonafede

In difesa del corpo di Polizia Penitenziaria anche la Consolidal romana presieduta da Serenella Pesarin socio-psico-terapeuta ed esperta sui temi della detenzione per essere stata Direttore generale del Dipartimento della Giustizia Minorile

“Abbiamo 4mila uomini in meno, facciamo turni di lavoro massacranti ed il ministro Bonafede coccola i detenuti e non si preoccupa degli agenti aggrediti e denunciati” – così Donato Capece segretario generale del Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria, stamane durante la manifestazione della categoria in via Arenula a Roma di fronte il Ministero della Giustizia – “Noi confidiamo nella magistratura, ma è inaccettabile che passi il concetto che le carceri italiane siano luoghi oscuri dove accade di tutto e di più”. E poi ancora: “Ministro Bonafede hai fallito su tutto!”

Niccolò Rocco di Torrepadula

La protesta fa seguito al sit-in davanti al carcere di Santa Maria Capua Vetere e, giovedì scorso a Roma, davanti alla sede del  Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, in largo Luigi Daga. “Non v’è dubbio che l’emergenza sanitaria per covid19 ha messo a nudo tutte le carenze del nostro sistema penitenziario, – spiega Niccolò Rocco di Torrepadula – Ma quanto successo a Santa Maria Capua Vetere dove 44 agenti hanno ricevuto sulla pubblica via gli avvisi di garanzia per i procedimenti a loro carico aperti da Magistrati che poco conoscono del mondo del carcere, è semplicemente scandaloso. Delegittimare in questa maniera una Forza di Polizia merita un solo commento: Vergogna!!!”. Il duro commento di Niccolò Rocco di Torrepadula volontario nelle carceri ex art. 17 e 78 per oltre 10 anni nasce dalla sua profonda conoscenza della vita all’interno degli istituti di pena e dall’aver assistito al duro lavoro della Polizia Penitenziaria che, sottodimensionata nei numeri, “ svolge da sempre un compito durissimo e pericoloso, il loro impegno ed i rischi che corrono sono decuplicati in questo periodo dato che, per la impossibilità di accedere agli Istituti Penitenziari da parte di congiunti e parenti dei detenuti, la popolazione carceraria è particolarmente ‘agitata’ e frequenti sono le aggressioni agli agenti e le rivolte domate con molti feriti fra gli agenti, quanto scritto vale sia per gli Istituti dove sono reclusi i maggiorenni sia, e soprattutto, per gli istituti dove sono reclusi i minori spesso dimenticati da tutti”.

“Lascia basiti quanto successo a Santa Maria Capua Vetere,” – commenta Serenella Pesarin già Direttore generale del Dipartimento della Giustizia Minorile nazionale e oggi presidente di Consolidal – Roma – “le modalità con cui questi angeli del penale sono stati trattati, e tutto di fronte ai familiari dei detenuti. Non ci sono parole per esprime il dissenso di quanto avvenuto”.

“La polizia penitenziaria svolge un ruolo delicatissimo sia nelle strutture penali per gli adulti che per i minori – specifica con autorevolezza la Pesarin – sono loro che vivono giorno e notte con le persone ristrette, che coniugano sicurezza e trattamento, un binomio non semplice e che richiede alta professionalità esercitata senza riflettori, senza neanche il dovuto riconoscimento da parte dell’opinione pubblica che sa molto poco di questa realtà”.

“Ci si aspetta che la Magistratura faccia piena luce sui dolorosi accadimenti nell’Istituto di Pena di Santa Maria Capua Vetere, perché così la verità ancora una volta potrà trionfare e dare il dovuto riconoscimento agli operatori di Polizia Penitenziaria che rappresentano un corpo di polizia con prerogative complesse e che svolgono un lavoro molto delicato a contatto con un universo di fragilità dove spesso gli ultimi, i dimenticati dal mondo, trovano solo in loro ascolto” conclude Serenella Pesarin

COVID-19: iniziativa del Presidente dell’Azerbaigian sostenuta da 130 paesi membri dell’ONU

Mentre la lotta contro la pandemia da Covid-19 e’ ancora in corso, la Repubblica dell’Azerbaigian conferma il suo impegno per rafforzare la solidarietà internazionale nella lotta contro il virus a livello regionale e globale.

In aprile si è tenuto un vertice straordinario dei Capi di Stato e di Governo del Consiglio di cooperazione degli Stati di lingua turca, su iniziativa del presidente Ilham Aliyev, in qualita’ di presidente dell’organizzazione. Il Consiglio turco ha rappresentato la prima organizzazione internazionale a tenere un vertice sulla lotta contro COVID-19.

Successivamente, il 4 maggio, si è svolto un vertice online del Gruppo di Contatto del Movimento dei paesi non allineati, in risposta alla pandemia di COVID-19. All’evento hanno partecipato non solo membri del movimento non allineato, ma anche il segretario generale delle Nazioni Unite, il presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, rappresentanti di alto livello di organizzazioni internazionali come l’Unione Europea e l’Unione Africana. 

Tra le azioni di solidarietà, la Repubblica dell’Azerbaigian ha compiuto una donazione all’Organizzazione mondiale della sanità per la lotta contro il COVID-19 e ha anche fornito assistenza umanitaria a oltre 30 paesi.

Nelle sue osservazioni al vertice online del Movimento dei paesi non allineati, il Presidente Ilham Aliyev ha suggerito di svolgere una video conferenza speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a livello di Capi di Stato e di Governo, in riferimento alla Carta delle Nazioni Unite. 

L’iniziativa del presidente Ilham Aliyev ha ottenuto il sostegno di circa  130 Stati membri delle Nazioni Unite, come ulteriore manifestazione della fiducia nell’Azerbaigian da parte della comunità internazionale, e nei prossimi giorni, il segretario generale delle Nazioni Unite dovrebbe informare ufficialmente gli Stati membri. La Repubblica dell’Azerbaigian è aperta alla cooperazione con tutti gli Stati membri per determinare il formato e le modalità per l’organizzazione della sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sul controllo pandemico a livello di capi di Stato e di governo nel formato di videoconferenza, in modo da massimizzarne i risultati per una sempre più efficace lotta contro la pandemia in corso, che necessita di una risposta condivisa e globale.

L’italianità della “generazione saltata” – Italians in Argentina, Developments

di emigrazione e di matrimoni

L’italianità della “generazione saltata”

L’arrivo della quarantena causata dalla pandemia del covid-19 non è riuscita ad arrestare l’attività italiana in Argentina, specialmente dopo un 2019 dalla dinamica complessa e vertiginosa.

Siamo stati molto lieti di ricevere questo articolo di Paolo Cinarelli in Argentina. Recentemente abbiamo scambiato messaggi regolarmente e abbiamo anche fatto una chat via Skype durante la quale ha spiegato molti aspetti degli italiani in Argentina che non solo non sapevo ma mi hanno lasciato stupito perché hanno rivelato una profondità alla loro storia che noi in Italia non conosciamo.

Vogliamo far conoscere questa storia, non solo in Italia ma anche in tutte le altre comunità italiane nel mondo e speriamo che questo sia l’inizio di una lunga e prospera collaborazione tra lui e il giornale.

Allo stesso tempo, invitiamo i nostri lettori a inviare le loro storie e articoli, non solo dall’Argentina ma da tutti i paesi perché noi di Thedailycases.com non abbiamo il minimo dubbio che la storia degli italiani nel mondo sia molto più grande e affascinante di ciò che molti pensano e invitiamo i nostri lettori a inviarli a: gianni.pezzano@thedailcases.com

Gianni Pezzano

L’arrivo della quarantena causata dalla pandemia del covid-19 non è riuscita ad arrestare l’attività italiana in Argentina, specialmente dopo un 2019 dalla dinamica complessa e vertiginosa. Se ci soffermiamo soprattutto nel secondo semestre dell’anno scorso, abbiamo almeno tre elementi che in quantità e in qualità hanno visto affermarsi la collettività italiana in Argentina come la più grande al mondo.

Così in ordine cronologico abbiamo:
1) l’83esimo Congresso mondiale della Società Dante Alighieri tenutosi a Buenos Aires dal 18 al 20 luglio 2019, primo nella storia a celebrarsi fuori dall’Italia;

poi l’annuncio che
2) gli iscritti AIRE hanno superato il milione di cittadini italiani residenti in Argentina;

e, infine
3) il 18° congresso della Federazione delle Associazioni Italiane in Argentina tenutosi a Mar del Plata il 12 e 13 ottobre.

L’ esplosione demografica di cittadini italiani residenti in Argentina segue una dinamica a sé e non trova spiegazione nell’esigua nuova migrazione d’italiani registrata tra i due primi decenni del secolo XXI, bensì nelle richieste di cittadinanza italiana da parte di cittadini argentini di ceppo italiano che crescono esponenzialmente dalla crisi argentina del 2001. “Se gli argentini in grado di fare richiesta di cittadinanza italiana si dovessero mettere in fila arriverebbero fino a Ushuaia” aveva detto l’allora l’ambasciatore Nigido.

Come si spiega allora la corsa alla cittadinanza italiana? Almeno tre motivi spuntano da soli:

1) La crisi dell’Argentina, prima politica fino alla metà degli anni ’80, divenuta poi crisi economica;

2) la condizione di cittadino italiano in possesso di passaporto UE permette possibilità di viaggio e condizioni di residenza in paesi occidentali che non si hanno con un passaporto locale;

3) il fenomeno della seconda generazione.

Lo scenario attuale di richieste di cittadinanza italiana da parte di cittadini argentini post crisi 2001 era prevedibile secondo quanto si era già visto appena dieci anni prima con l’esplosione di richieste dovuta alla crisi economica dell’ “hiperinflación” nel 1989. Andando indietro nel tempo, ma neanche tanto, le prime richieste di cittadinanza datano dall’epoca dell’ultima dittatura militare argentina tra gli anni ‘70 e gli ’80, quando avere un passaporto italiano apriva lo spiraglio per una partenza che poteva significare una garanzia di vita. Nel 2014 l’introduzione della tassa di 300 euro per ogni pratica di richiesta di  cittadinanza presentata all’estero ha contenuto le richieste per nemmeno un mese, dopo è arrivata una nuova esplosione.

Chi invece vive in Italia non bada a questioni che sembrano scontate, varcare la frontiera non richiede altro documento che la Carta d’Identità, e il Passaporto si deve fare solo per i destini extra UE, visto agevolato in alcuni casi e per gli USA un semplice formulario online. Il passaporto blu è vantaggioso nel caso di viaggi in Russia e per i paesi arabi ma quello comunitario è il più ambito da una popolazione dinamica e qualificata, che punta decisamente all’occidente.

Il terzo motivo è spiegato dal fenomeno della seconda generazione ovvero la “generazione saltata”, per cui i nipoti s’identificano emotivamente con la figura dei nonni, che spesso sono quegli immigrati da cui ereditano la cittadinanza. L’elemento emotivo si spiega nel vincolo di complicità che unisce nonni e i nipoti in contrapposizione al ruolo dell’autorità svolto dai genitori. Questa dinamica affettiva riscatta la figura del migrante che spesso era sminuita in passato e ora invece viene valorizzata. Rivendicare l’origine dell’antenato umile ma lavoratore, che ha varcato l’oceano, non è più un motivo di vergogna ma di orgoglio.

 

di emigrazione e di matrimoni

 Italians in Argentina, Developments

The arrival of the lockdown caused by the covid-19 pandemic did not stop Italian activity in Argentina, especially after a dynamically complex and frenetic 2019

We were very pleased to receive this article by Paolo Cinarelli in Argentina. Recently we have been swapping messages regularly and we also had a chat via Skype during which he explained many aspects of the Italians in Argentina that not only I did not know but they left me amazed because they revealed a depth to their history that we in Italy do not know.

We want to make this history known, not only in Italy but also in all the other Italian communities around the world and we hope that this will be the start of a long and prosperous collaboration between him and the paper.

At the same time we invite our readers to send in their stories and articles, not only from Argentina but from all the countries because we of the Thedailycases.com do not have the slightest doubt that the history of the Italians around the world is much greater and fascinating that what many think and we invite our readers to send them to: gianni.pezzano@thedailcases.com

Gianni Pezzano

Italians in Argentina, Developments

Paolo Cinarelli

The arrival of the lockdown caused by the covid-19 pandemic did not stop Italian activity in Argentina, especially after a dynamically complex and frenetic 2019. If we stop to consider the second half of last year, we had at least three elements that in quantity and quality saw the Italian collective in Argentina establish itself as the biggest in the world.

And so, in chronological order we had:

The 83rd World Congress of the Dante Alighieri Society held in Buenos Aires from July 18 to 20, 2019, the first to be held outside Italy and then;

The people registered in the AIRE (the Register of Italians Resident Overseas in each consular zone) exceeded one million Italian citizens resident in Argentina, and finally;

The 18th Congress of the Federation of Italian Associations in Argentina held in Mar del Plata on October 12 and 13.

The demographic explosion of Italian citizens resident in Argentina follows its own dynamics and cannot be explained by the low level of new Italian migration recorded in the first two decades of the 21st century but instead is explained by the requests for Italian citizenship by Argentinean citizens of Italian origin that has grown exponentially since the 2001 crisis in Argentina. “If the Argentinians able to request Italian citizenship were to form a queue they would reach Ushuaia,” stated then Ambassador Nigido.

So, how do we explain this race for Italian citizenship? At least three reasons pop up on their own:

1) The crisis in Argentina, the first political up to the mid-1980s which then became a financial crisis;

2) The condition of Italian citizen possessing an EU passport allows the possibility to travel and take up residency in Western countries to those without a local passport;

3) The phenomenon of the second generation.

The current scenario of requests for Italian citizenship by Argentinean citizens post 2001 was predictable according to what we had already seen barely ten years before with the explosion of requests due to the “hiperinflación” financial crisis in 1989. Going back in time, and not far back, the first requests for citizenship date back to the period of the last military dictatorship in Argentina between the ‘70s and ‘80s when having an Italian passport opened the door for a departure that could have meant saving your life. The introduction of the 300 Euro tax in 2014 for every application for Italian citizenship presented overseas limited the requests for less than a month and then a new explosion came.

Those who instead live in Italy do not pay attention to matters that seem obvious because crossing the border only requires an identity card and you have to have a passport only for destinations outside the EU, there is easy access to a visa for some countries and there is a simple online form for the USA. The blue Argentinean passport has advantages in the case of trips to Russia and for some Arab countries but the EU passport is more sought after by a dynamic and trained population that definitely aims at the West.

The third reason is explained by the phenomenon of the second generation, in other words, the “skipped generation”, for the grandchildren who identify themselves emotionally with the grandparents who are often the migrants from whom they inherited the citizenship. The emotional element is explained by the bond of complicity that united the grandparents and grandchildren as opposed to the authoritative role held by the parents. This emotional dynamic redeems the figure of the migrant who was often belittled in the past but now is valued. Laying claim to the origin of the humble but hardworking forefather who crossed the ocean is no longer a reason for shame but for pride.

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