Il Destino Crudele, Mia Martini- Cruel Destiny, Mia Martini

di emigrazione e di matrimoni

Il Destino Crudele, Mia Martini

Oggigiorno Mia Martini è riconosciuta ufficialmente con il premio della critica al Festival di San Remo che ora porta il suo nome, ma il suo destino ci fa pensare a come la debolezza umana, o magari l’invidia da parte di altri, possono condizionare la vita di artisti.

L’Italia ha avuto molte cantanti bravissime che hanno segnato la Storia della musica leggera, compresa Nilla Pizzi che vinse i primi due Festival di San Remo nel 1951 e ‘52 con “Grazie dei Fiori” e “Vola Colomba”. L’impresa di vittorie consecutive fu eguagliata solo una volta da Domenico Modugno e Johnny Dorelli nel 1958 e ‘59 con “Nel blu dipinto di blu” e “Piove”.

Naturalmente la serie è continuata da molte altre cantanti come Mina, Rita Pavone, Caterina Caselli, Marcella Bella, Patty Pravo, Ornella Vanoni, Orietta Berti, Anna Oxa e molte altre.

Però, c’è una cantante italiana che ha avuto un destino molto più crudele, non per via del suo talento indiscusso, ma per una “voce” misteriosa e spietata che ha fatto sì che nella vita non abbia mai avuto successo e riconoscimento pari al suo talento e la bellezza dei brani che ci ha lasciato.

Oggigiorno Mia Martini è riconosciuta ufficialmente con il premio della critica al Festival di San Remo che ora porta il suo nome, ma il suo destino ci fa pensare a come la debolezza umana, o magari l’invidia da parte di altri, possono condizionare la vita di artisti. Purtroppo, fu anche vittima di un mondo, quello della musica, pieno di insidie e tentazioni cui tristemente non riuscì a resistere.

Sorelle d’arte

Domenica Berté nacque a Bagnara Calabra il 20 settembre 1947, ma è meglio conosciuta con il suo nome d’arte, Mia Martini. Per i lettori all’estero che conoscono la musica leggera italiana, era anche sorella di un’altra celebre cantante italiana, Loredana Bertè.

Sin da giovane la futura Mia Martini ebbe una passione per la musica e fu la madre a portarla a Milano per una carriera in musica, e così nel 1964 lanciò il suo primo disco con il nome di Mimì Berté. L’anno dopo vinse il Festival di musica a Bellaria e sembrava pronta per una carriera gloriosa davanti a sé.

Nel 1969 si trasferì a Roma insieme alla sorella Loredana e la madre per cercare quel successo che entrambe le sorelle sognavano. Tra le prime persone che conobbe all’arrivo a Roma c’era Renato Fiacchini, che non aveva ancora creato il personaggio con cui lo conosciamo oggi, Renato Zero.

Cominciò a cercare lavori che le permettessero di seguire la sua carriera, ma subito cadde nel tranello di una vita dissoluta e fu arrestata per possesso di droghe leggere restando detenuta per quattro mesi.

Piper

L’anno seguente, Alberigo Crocetta, il fondatore del mitico locale “Piper”, la lanciò come Mia Martini con il brano “Padre davvero” che rifletteva il rapporto tormentato tra una figlia ribelle e il padre violento, che in effetti era il riflesso della sua vera vita. Di seguito, a causa del tema delicato, la RAI censurò il brano. Malgrado la censura, in seguito questo brano vinse riconoscimenti in manifestazioni artistiche importanti.

Questo sembrava l’inizio di una carriera d’oro. Cominciò a conoscere altri personaggi importanti come il giovane Claudio Baglioni che le scrisse “Amore..amore…un corno”. Affascinato dalla sua voce il grande Lucio Battisti la volle con lui in un programma televisivo, dove finalmente poté cantare “Padre davvero” sul grande palco della RAI.

Nel 1972 lanciò “Piccolo uomo” con il testo del cantautore genovese Bruno Lauzi, che diventò un successo enorme, vincendo persino il Festivalbar. Quell’anno vide anche l’uscita del suo album “Nel Mondo” che ricevette il Premio della Critica per il miglior album dell’anno.

Nel 1973 uscì quella che è considerata la canzone più bella, “Minuetto” scritta per lei dal cantautore romano Franco Califano.  Questo brano le valse un’altra vittoria al Festivalbar insieme a Marcella Bella, e i suoi dischi furono tradotti in altre lingue come il francese, il tedesco e lo spagnolo.

Però, malgrado questi successi e riconoscimenti, persino internazionali, uno sviluppo inatteso assicurò che la sua vita non sarebbe finita con la frase “E visse felice e contenta”.

Voce insidiosa

Il Premio Nobel per la Letteratura Luigi Pirandello scrisse una novella su un aspetto particolare del carattere degli italiani. “La Patente” sarà poi presentato sul grande schermo dal leggendario Totò in una delle sue interpretazioni più celebri. Chissà se la giovane Mimì Berté, nel vedere quel film al cinema, avrebbe mai pensato che il messaggio del grande autore avrebbe avuto un impatto sulla sua vita?

A un punto della sua carriera che doveva permetterle di consolidare i successi e stabilire le basi per un futuro sicuro e prosperoso, si accorse che le offerte che il suo talento e soprattutto i suoi successi avrebbero dovuto assicurarle, tardavano ad arrivare.

Purtroppo qualcuno in modo insidioso, forse semplicemente per gelosia, cominciò a fare girare la voce che Mia Martini fosse una “porta sfiga”, oppure “porta iella” come si diceva una volta in Italia.

Come altri artisti prima e dopo di lei, Mia Martini imparò la lezione che Pirandello descrive nella sua novella. L’Italia è un paese talmente superstizioso e scaramantico che basta una voce anonima per distruggere carriera e vita. Peggio ancora nel mondo dello spettacolo che per  sua natura, e non solo in Italia, ha molti propiziatori per evitare qualsiasi forma di “sfiga”.

Come dimostra la bella fiction della RAI “Io sono Mia”, interpretata magistralmente da Serena Rossi, l’effetto sulla carriera di Mia Martini fu devastante. Per “timore” di quella voce non riceveva più gli inviti a programmi televisivi e spettacoli che avrebbero consolidato la carriera.

Una vita personale burrascosa e sicuramente segnata anche da quel problema del 1969, non fece altro che avallare quella voce insidiosa.

Per fortuna aveva ancora l’appoggio di critici musicali e di altri cantanti e cantautori che le fornivano pezzi importanti da presentare al pubblico.

Nel 1983 il suo amico Renato Zero persuase il direttore del Festival di San Remo, Adriano Aragozzini, a permetterle di partecipare alla manifestazione canora più importante del paese. Scritta da un altro grande amico Bruno Lauzi, Mia Martini presentò “Almeno tu nell’universo” che vinse il Premio della Critica che ora porta il suo nome. L’anno dopo vinse di nuovo questo premio con “La nevicata del 1956” scritta da Franco Califano.

In questi anni cominciò anche il riavvicinamento alla sorella Loredana, ma era un periodo destinato a durare poco.

Troppo tardi

Questi successi arrivarono troppo tardi, si trovava in condizioni davvero difficili come scoprì un altro grande cantante.

Nel 1992 fece un duetto storico alla RAI con il grandissimo cantautore napoletano Roberto Murolo. Il pezzo è semplicemente straordinario e vale la pena presentarlo ai lettori all’estero che non l’hanno mai visto. Infatti, il brano, “Cum’me” scritto da Murolo, è ripresentato spesso alla televisione italiana, ma ebbe un retroscena triste. Si saprà poi che Martini si trovava talmente in difficoltà che quella sera chiese a Murolo se avesse una casa dove potesse abitare.

Il 14 maggio 1995 Mia Martini venne trovata a casa senza vita. Aveva problemi di salute che la costringevano a prendere antidolorifici, ma la causa ufficiale del medico legale ha lasciato non solo una triste testimonianza della sua fine, ma anche un dubbio atroce: “infarto, causato da abuso di stupefacenti”. Aveva solo 47 anni.

Non vogliamo descrivere gli effetti devastanti del suo destino crudele, specialmente alla sorella Loredana, ma vogliamo solo chiederci se quella persona anonima abbia mai pensato al costo di quella voce insidiosa e spietata sul ‘portare sfiga’. Mia Martini non è l’ultima che ha subìto pettegolezzi del genere e possiamo solo augurare che non ne sentiremo più parlare. Tragicamente, le opere di Pirandello sono sempre attuali e temiamo che sarà sempre così anche in casi come questi.

di emigrazione e di matrimoni

Cruel Destiny, Mia Martini

Today Mia Martini is officially recognized with the Critic’s Prize at the San Remo Song Festival that now bears her name. But her destiny makes us think of how human weakness, or maybe the envy of others, can condition the lives of artists.

Italy has had many excellent female singers who have marked the history of her light music, including Nilla Pizzi who won the first two San Remo Song Festivals in 1951 and 52 with “Grazie dei Fiori” (Thank you for the flowers) and “Vola colomba” (Fly, pigeon, fly). The deed of consecutive victories was only equalled once by Domenico Modugno and Johnny Dorelli in 1958 and 1959 with “Nel blu dipinto di blu” (Volare) and “Piove” (It’s raining).

Naturally the series continued with singers such as Mina, Rita Pavone, Caterina Caselli, Marcella Bella, Patty Pravo, Ornella Vanoni, Orietta Berti, Anna Oxa and many others.

However, there was one Italian singer who had a much crueller destiny, not because of her undisputed talent but because of a mysterious and merciless rumour that meant that her life never achieved the success and recognition equal to her talent and the beauty of the pieces she left behind.

Today Mia Martini is officially recognized with the Critic’s Prize at the San Remo Song Festival that now bears her name. But her destiny makes us think of how human weakness, or maybe the envy of others, can condition the lives of artists. Unfortunately, she was also the victim of a world, that of music, that is full of pitfalls and temptations that she sadly failed to resist.

Sisters of art

Domenica Berté was born in Bagnara Calabra on September 20, 1947 but she is better known by her stage name, Mia Martini. For our readers overseas who know Italian light music, she was also the sister of another famous Italian singer, Loredana Berté.

Since childhood she had a passion for music and it was her mother who took her to Milan looking for a musical career and in this way in 1964 she launched her first record with the name of Mimì Berté. A year later she won the Bellaria Music Festival and seemed to have a glorious future in front of her.

In 1969 she moved to Rome with her sister Loredana and mother to look for the success both sisters dreamed of. One of the first people she met when she reached Rome was Renato Fiacchini who had not yet invented the character by which we know him today, Renato Zero.

She began looking for jobs that would allow her to follow her career but she soon fell into the trap of that life and was arrested for the possession of soft drugs that brought her four months in jail.

Piper

A year later Alberigo Crocetta, the founder of the legendary Piper nightclub, launched her as Mia Martini with the song “Padre davvero” (True father) that reflected the tormented relationship between a rebellious daughter and her father that effectively reflected her own life. Subsequently, due to the delicate theme, RAI (Italy’s State broadcaster) took a step that for decades was not rare, it banned the song. Despite the censorship the song won awards at major artistic events.

This seemed to be the start of a golden career. She began to meet other important people such as a young Claudio Baglioni who wrote “Amore, amore,…un corno” (Love, love,…not on your life). Attracted by her voice the great Lucio Battisti wanted her with him in a television programme where she could finally sing “Padre davvero” on RAI’s huge stage.

In 1972 she launched “Piccolo uomo” (Small man) with lyrics by the Genovese song songwriter Bruno Lauzi that was a huge hit and even won the Festivalbar contest. That year also saw the release of her album “Nel Mondo” (In the world) that received the Critic’s Prize for the year’s best album.

1973 saw the release of what is considered her most beautiful song “Minuetto” (Minuette), written for her by the Roman singer songwriter Franco Califano. This song gave her another win in the Festivalbar, together with Marcella Bella and her records were translated into other languages such as German, French and Spanish.

However, despite these hits and awards, even internationally, an unexpected development ensured that her life would not end with the phrase “And she lived happily ever after”.

The insidious rumour

Luigi Pirandello, the Nobel Prize winner for Literature, wrote a novella on one particular aspect of the character of Italians. “La Patente” (The License) was then put on the silver screen by the legendary Totò in one of his most famous interpretations. Who knows if the young Mimì Berté when she saw the film ever thought that the great author’s message would have an impact on her own life?

At a point in her career that should have let her consolidate the hits and set the foundations for a secure and prosperous future she noticed that the offers that her talent and especially her hits should have ensured were nor forthcoming.

Unfortunately, someone insidious, or simply jealous and therefore vindictive person, began spreading rumours that Mina Martini “porta sfiga” (brings bad luck), or “porta iella” as this was once said in Italy.

Like other artists before and after her, Mia Martini learned the lesson that Pirandello said in his novella. Italy is a country that is so superstitious that it only needs an anonymous rumour to destroy a career and a life. Worse still, it was in the world of show business that by its very nature, and not only in Italy, has a lot of propitiatory rites to avoid “sfiga”.

As shown by the excellent biographical telefilm “Io sono Mia” (I am Mia), interpreted masterfully by Serena Rossi, the effect on Mia Martini’s career was devastating. For “fear” of that rumour she no longer received invitations to television programmes and shows that would have consolidated her career.

A stormy personal life, which was also surely marked by that vice from 1969, only finished the job begun by the insidious rumour.

Luckily she still had the support of music critics and other singers and singer songwriters who supplied her with important pieces to present to the public.

In 1883 her friend Renato Zero persuaded Adriano Aragozzini, the director of the San Remo Song Festival, to allow her to enter the country’s most important singing event. Mia Martini presented “Almeno tu nell’universo” (At least you in the universe) that was written by another great friend Bruno Lauzi and won the Critics’ Prize that today bears her name. A year later she once again won the Prize with “La nevicata del 1956” (The snowfall of 1956) written by Franco Califano.

In those years the reconciliation with sister Loredana also began but it was a period destined to last a short time.

Too late

These hits came too late, she was in truly difficult conditions as another great singer discovered.

In 1992 she performed a historical duet on RAI TV with the great Neapolitan singer songwriter Roberto Murolo. The piece is simply extraordinary and is worth presenting to the readers overseas who have never seen it. In fact, “Cum’me” (With me) is often replayed on Italian television but it had a sad background. It was later known that Martini was in such difficulty that that evening she asked Murolo if he had a house in which she could live.

On May 14, 1995 Mia Martini was found dead at home. She had had health problems that forced her to take painkillers but the official cause of death by the medical examiner left not only a sad testimony to her end but also an atrocious doubt; “heart attack, caused by the abuse of drugs”. She was only 47 years old.

We do not want to describe the devastating effects of her cruel destiny, especially on her sister Loredana, but we simply want to ask ourselves if the anonymous person ever thought of the cost of that insidious and merciless rumour. Mia Martini was not the last person to suffer such rumours and we can only hope that we will never again hear of them. Tragically, Pirandello’s works are always current and we fear that this will always be so in cases such as these.

La bellezza che dobbiamo svelare- The beauty we must unveil

di emigrazione e di matrimoni

La bellezza che dobbiamo svelare

“La bellezza unisce le persone” è il motto del padiglione italiano all’Expo di Dubai per il 2020.

Sembra strano pensare a questo quando l’Expo milanese è ancora fresca nella nostra mente, ma ad un anno dalla manifestazione vogliamo fare qualche considerazione su quel che potremmo fare come paese su un palco internazionale così importante.

Ci rendiamo conto che manca poco tempo per finalizzare come ci presenteremo al mondo, ma già dalle immagini del filmato ufficiale vediamo un paio di dettagli che ci fanno pensare che, di nuovo, un paese che è, giustamente, così fiero delle sue bellezze si limiti sempre a presentare le stesse immagini al pubblico internazionale, che poi non si rende conto che il nostro paese ha molto di più da offrire non solo a imprenditori internazionali, ma soprattutto al turismo internazionale. E abbiamo anche una bellezza italiana che raramente viene nominata quando parliamo d’Italia in generale che merita essere riconosciuta.

Nel trattare questi temi partiamo dal filmato ufficiale che presenta al pubblico il nostro padiglione.

Immagini

Nel vedere queste immagini davvero bellissime abbiamo notato che anche in questo caso partiamo da un’immagine che tutto il mondo conosce da secoli, la Cupola di Brunelleschi a Firenze, e con questo in mente ci chiediamo se di nuovo ci concentriamo su certe immagini che sono sempre state quelle che utilizziamo per promuovere il nostro paese nel mondo.

Senza dubbio Firenze era l’anima del Rinascimento, che a suo turno fu senza dubbio un periodo storico e culturale che rimarrà sempre imparagonabile nel mondo. Infatti, il filmato finisce su un’altra immagine di questa città che tutti conosciamo, il Davide di Michelangelo, ma davvero dobbiamo sempre presentare queste immagini che ormai non presentano niente di nuovo del nostro paese?

Essendo cresciuto all’estero mi rendo conto fin troppo bene che le immagini che molti all’estero hanno dell’Italia, e da decenni le promozioni turistiche del nostro paese riflettono questa mentalità, sono essenzialmente di tre città, Firenze appunto, Roma e Venezia. Per capire quanto queste città siano al centro dell’immagine internazionale del paese basta andare sulle pagine social degli italiani all’estero, per vedere quante delle foto che postano siano propria di queste città.

Allo stesso tempo possiamo dare l’esempio di una città che è spesso sottovalutata a livello culturale e che merita molto più attenzione come meta turistica. Ravenna contiene 8 monumenti riconosciuti dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Eppure questa città è sconosciuta non solo al grande pubblico internazionale ma persino a quello italiano.

E quindi dobbiamo di nuovo chiederci se il pubblico internazionale non abbia voglia di sapere di più della nostra penisola che si trova in cima alla classifica dei siti UNESCO patrimonio dell’umanità.

Se davvero vogliamo parlare della bellezza che ci unisce e anche per dimostrare la varietà di bellezze offerte dal Bel Paese, perché non cominciamo a utilizzare luoghi e artisti che sono altrettanto importanti delle tre mete turistiche più famose?

Anche solo utilizzando l’elenco UNESCO, perché non utilizziamo Mantova con la Sala degli Sposi al Palazzo Ducale e la Sala dei Giganti dello straordinario Palazzo del Té? Oppure, il meraviglioso studiolo di Federico da Montefeltro al Palazzo Ducale di Urbino. Come anche Castel del Monte in Puglia e la Basilica Patriarcale ad Aquilea. Senza dimenticare due opere stupende ancora non incluse nell’elenco UNESCO, i Bronzi di Riace al Museo Nazionale della Magna Grecia a Reggio Calabria.

Vogliamo stupire il mondo con le nostre bellezze? Allora forniamo loro immagini che non conoscono per fare meravigliare ancora di più tutto il mondo.

Ma con queste considerazioni vogliamo dare un suggerimento agli organizzatori del nostro padiglione a Dubai. Ci rendiamo conto che non manca tanto ma in base a queste considerazioni ci sentiamo obbligati a porre il tema a chi di competenza.

Regioni sottovalutate

Nell’elenco dei partner alle iniziative per l’Expo 2020 abbiamo notato che non ci sono gli Enti Turistici provinciali, e in modo particolare quelli delle regioni meridionali del paese.

Queste regioni hanno bisogno del lavoro che verrebbe con la crescita del turismo, come anche della vendita di molti loro prodotti che raramente sono nominati quando parliamo all’estero delle eccellenze italiane. Un caso lampante di questo è la liquirizia calabrese che è senza dubbio tra le migliori del mondo e, se promossa nel modo giusto, porterebbe lavoro a questa regione. E questo discorso vale anche per molti altri prodotti di altre regioni meridionali.

Queste sono regioni cominciano a crescere per il turismo domestico, ma sono ancora poco conosciute o del tutto sconosciute al grande pubblico internazionale e domestico. Ma c’è di più.

Nel concentrarci sul Rinascimento e l’Impero Romano quando parliamo della nostra Storia e Cultura, spesso dimentichiamo che la nostra penisola ha avuto anche un altro periodo storico fondamentale, non solo per il nostro paese, ma persino per la Cultura Europea e di conseguenza mondiale.

Parliamo della Magna Grecia. Una mostra sulla Magna Grecia all’Expo darebbe al mondo una visione dell’Italia che pochi conoscono, e aprirebbe la porta a turisti internazionali in cerca di nuove mete per le loro vacanze in Italia, se non vogliono perdere tempo in lunghe code a Roma, Firenze e Venezia che spesso lasciano ricordi amari a questi turisti

Perciò, il nostro suggerimento agli organizzatori del padiglione è di stabilire un accordo con queste regioni per metterle sul grande palco internazionale perché hanno moltissimo da offrire, ma ancora non riescono ad attirare il livello di turismo internazionale che la loro Storia, Cultura e bellezza meriterebbero.

Di nuovo, siti UNESCO non mancano in queste regioni, ma la loro importanza non è riconosciuta nelle immagini mostrate nel filmato e ci auguriamo che questo sarò corretto nel futuro nei quasi 12 mesi che ci porteranno all’apertura dell’Expo.

Sentiamo spesso intenzioni di politici di dare nuova vita a queste regioni, e l’Expo sarebbe l’opportunità ideale per fare un passo concreto in questa direzione.

Infine, vogliamo nominare un’altra bellezza italiana che è altrettanto dimenticata quando parliamo d’Italia e che merita d’essere riconosciuta perché ci rappresenta, in tutti i sensi, nel mondo. Anche se a qualcuno il suggerimento sembrerebbe inopportuno per una manifestazione del genere.

La bellezza sconosciuta

In questo caso parliamo degli italiani nel mondo che si trovano in tutti i continenti. I nostri parenti e amici all’estero non sono solo comunità italiane estere, sono anche i motori per la promozione dei nostri prodotti e le imprese degli emigrati italiani, e i loro discendenti in tutti i paesi ci portano un onore che spesso non sappiamo.

Quindi, anche in riconoscimento del ruolo come promotori di prodotti italiani nel mondo, a partire dalla nostra Cultura, senza dubbio il nostro prodotto più importante e prestigioso, l’anno prossimo in Dubai mettiamo in mostra anche gli italiani all’estero.

Senza dubbio uno o l’altro di questi suggerimenti farà storcere il naso a qualcuno, ma l’Italia è piena di bellezze ed è ora che facciamo vedere al mondo i molti volti del Bel Paese che il pubblico internazionale non conosce

Come dice il motto del padiglione “La bellezza unisce le persone” e allora abbiamo l’obbligo di mostrare al mondo che nessun paese nel mondo ha più bellezze dell’Italia.

Per chi vuole sapere di più del padiglione italiano all’Expo di Dubai nel 2020 il link è:

https://italyexpo2020.it/il-progetto-italia/padiglione-italia/#

di emigrazione e di matrimoni

The beauty we must unveil

“Beauty connects people” is the motto for Italy’s pavilion for the World Expo in Dubai in 2020.

It seems strange thinking about this when the Milan Expo is still fresh in our minds but a year away from the next event we want to make a few considerations on what we as a country could do on such an important international stage.

We understand that there is not much time to finalize what we will present to the world but starting from the images of the official film clip we noticed a couple of details that make us think that once again a country that is rightly so proud of its beauty always limits itself to presenting the same images to the international public that then does not realize that our country has much more to offer not only to international entrepreneurs but especially to international tourism. And we also have an example of Italian beauty that is rarely mentioned when we talk about Italy in general and deserves to be recognized.

In dealing with these issues let us start with the official film clip that presents our pavilion.

Images

While we watched these truly beautiful images we noted that in this case too we started with an image that the world has known for centuries, Brunelleschi’s Dome in Florence and with this in mind we must wonder if we are once more concentrating on certain images that we have always used to promote our country around the world.

Undoubtedly Florence was the soul of the Renaissance that in turn was one without doubt a historical and cultural period that will always be unequalled in the world. In fact, the film ends with another image from this city that we all know, Michelangelo’s statue of David. Must we truly always show images that present nothing new about our country?

Having been born and raised overseas I realize all too well that the images that many have of Italy and from the decades of tourism promotions of our country reflect this mentality. They are essentially of three cities, precisely Florence, Rome and Venice. In order to understand how much these cities are the centre of the country’s international image we only have t go to the social media pages of the Italians overseas to see how many of the photos they post are of these cities.

At the same time we can give an example of a city that is often underestimated culturally and that deserves much more attention as a tourist destination. Ravenna has 8 monuments recognized by UNESCO as of world heritage and yet this city is unknown not only to the great international public but even to the Italian one.

Therefore we must ask ourselves if the international public does not have the desire to know more about our peninsula that is at the top of the rankings of UNESCO’s world heritage sites.

If we truly want to talk about beauty that connects, and also to demonstrate the variety of beauty offered by Italy, why do we not start by using places and artists that are just as important as the three most famous tourist destinations?

Even using only the UNESCO list, why do we not use Mantua with Andrea Mantegna’s Sala degli Sposi (Wedding Chamber) in the Ducal Palace or the Chamber of the Giants by Giuliano Romano in the stupendous Palazzo Te? Or Federico da Montefeltro’s wonderful study in Urbino’s Ducal Palace. As well as Castel del Monte in Puglia and the Basilica Patriarcale in Aquilea. Without forgetting two wonderful works of art not included in the UNESCO list, the Bronzi di Riace, the classical Greek period bronze statues in the Museo Nazionale della Magna Grecia in Reggio Calabria.

Do we want to amaze the world with our beauty? Then let us give them images that they do not know in order to astound the world even more.

But with these thoughts in mind we want to give the organizers a few suggestions for our pavilion in Dubai. We realize that there is not much time but based on these considerations we feel obliged to put these issues to those responsible for the pavilion.

Underestimated regions

In the list of partners for the Expo 2020 initiatives we noticed that there are no provincial Tourist offices and especially those of the country’s southern regions.

These regions need the work that would come from growth in tourism, as well as the sales of many of their products that are rarely mentioned when we talk overseas about Italy’s excellent products. One striking case of this is Calabria’s liquorice that is undoubtedly one of the best in the world and, if promoted properly, could bring jobs to this region. And this also applies to many other products in the southern regions. 

These regions have begun to grow for domestic tourism but they are still little known or totally unknown to the great international and domestic public. And there is more.

When we concentrate on the Renaissance and the Roman Empire when we talk about our history and Culture, we often forget that our peninsula had also had another essential historical period, not only for our country but even for European Culture and subsequently for the world.

We are talking about the Magna Graecia, the period of the great Greek colonies before the Roman Empire. An exhibition on the Magna Graecia at the Expo would give the world a view of Italy that few know and it would open the doors to international tourists seeking new destinations for their holidays in Italy if they do not want to lose time in the long queues in Rome, Florence and Venice that often leave sour memories for these tourists.

Therefore, our suggestion to the organizers of the pavilion is to establish an agreement with these regions to put them on the international stage because they have a lot to offer but they still do not manage to attract the level of international tourism that their history, Culture and beauty deserve.

Again, UNESCO sites are not lacking in these regions but their importance is not acknowledged in the images shown in the film and we hope that this will be corrected in the future in the nearly 12 months that will bring us to the opening of the Expo.

We often hear the intentions of politicians to bring new life to these regions and the Expo would be the ideal opportunity to take a solid step in this direction.

Finally, we want to name another Italian beauty that is just as forgotten when we talk about Italy and that deserves to be recognized because in every way it represents us in the world, even if some could consider this suggestion inopportune for such an event.

The unknown beauty

In this case we are talking about the Italians overseas who are in every continent. Our relatives and friends overseas are not only Italian communities abroad; they are also the motor for the promotion of our products and the deeds of Italian migrants and their descendants in all the countries bring us honour that we often do not know.

Therefore, even in recognition of their role of promoters of Italian products around the world, starting with our Culture, undoubtedly our most important and prestigious product, next year in Dubai let us put the Italians overseas on show as well.

Without a doubt one or another of these suggestions will make some grimace but Italy is full of beauty and it is time we began showing the world Italy’s many faces that the international public does not know.

As the pavilion’s motto says “Beauty connects people” and so we have the obligation to show the world that no country has more beauty than Italy

For those who want to know more about the Italian pavilion at the 2020 Dubai Expo, the link is:

https://italyexpo2020.it/il-progetto-italia/padiglione-italia/#

La lezione mai imparata- The lesson not learned

di emigrazione e di matrimoni

La lezione mai imparata

Molti oggigiorno non  ricordano che prima dell’attacco a Pearl Harbor nel 1941, il Giappone aveva già iniziato una grande campagna militare contro culture considerate “inferiori” dai giapponesi, specificamente la Corea e la Cina.

 

La vita è piena di lezioni, alcune le impariamo e cerchiamo di utilizzarle, in modo che ci permettano di evadere il nostro obbligo a non ripetere sbagli del passato. Sarebbe bello dire che le lezioni siano servite, purtroppo non è proprio così, particolarmente in casi dove le lezioni hanno avuto in bilancio numeri di vite umane che difficilmente riusciamo a immaginare.

Sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sentiamo ripetere la frase “Mai Più” riferita alla Shoah, che fu una delle basi principali della fondazione dello stato moderno d’Israele. Quella serie di stragi, che ancora oggi alcuni malintenzionati cercano di smentire, ha avuto un ruolo importante nella psiche internazionale. Ma quello non fu l’unico caso di stragi orrende del ventesimo secolo.

Una in particolare viene nominata e, come lo Shoah, è soggetta a controversia perché il paese responsabile non riconosce la cifra ufficiale di oltre trecentomila vittime in una sola città.

Mentre facciamo qualche pensiero a quel massacro tra le due guerre mondiali, ricordiamoci che il fenomeno responsabile per quelle tragedie sta tornando prepotentemente nel mondo d’oggi, ma con un altro nome.

Nel passato l’orgoglio per il proprio paese si è trasformato in “purezza razziale”, e fu la “scusa” per questi massacri infami e questo concetto non è mai sparito del tutto nel mondo, come vediamo fin troppo spesso nelle cronache internazionali.

Con l’idea di “purezza” diventa facile considerare gli altri “inferiori”, e quindi pensare che la vita di questi non vale quanto la vita dei “nostri”. La conseguenza è che le guerre e le stragi diventano facili da “giustificare”.

Guerra e cifre

Molti oggigiorno non  ricordano che prima dell’attacco a Pearl Harbor nel 1941, che portò all’entrata degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, il Giappone aveva già iniziato una grande campagna militare contro culture considerate “inferiori” dai giapponesi, specificamente la Corea e la Cina.

Nel corso della Seconda Guerra Sino-Giapponese, le forze armate nipponiche hanno catturato l’allora capitale cinese, Nanchino. Con inizio il 13 dicembre 1937, il giorno della caduta della città, e fino almeno alle prime settimane del febbraio seguente, i soldati giapponesi cominciarono sistematicamente a uccidere sommariamente soldati cinesi e poi, con la scusa che alcuni di questi si nascondevano in borghese tra la popolazione civile, i giapponesi hanno esteso la strage anche ai civili.

In questo modo l’esercito nipponico ha seviziato, stuprato e infine ucciso un numero enorme di cinesi. Infatti, proprio per l’estensione di questo eccidio, quelle settimane infernali sono conosciute non solo come “il Massacro di Nanchino”, ma anche come “Lo stupro di Nanchino”. Perché moltissime delle vittime furono gettate nelle acque del grande fiume Yangtse, e non sapremo mai con precisione la cifra precisa dei morti.

Oggi il monumento ai caduti nella città utilizza le cifre ufficiali del governo cinese, cioè oltre 300.000 caduti. Una cifra che il governo giapponese ancora oggi contesta con forza. Altre cifre riferiscono 190.000 soldati e 150.000 civili, e una recente stima americana calcola persino oltre 500.000 vittime.

Ma a complicare le accuse verso i responsabili è stato il rifiuto dei governi alleati di processare il vero Capo di Stato giapponese, l’ex imperatore Hirohito. È anche molto possibile che alcuni dei soldati hanno nascosto il loro ruolo per un senso d’onore verso colui che prima della resa nipponica era una “divinità” per i suoi sudditi. Infatti, la rinuncia a questo titolo faceva parte delle condizioni di resa firmata dal governo giapponese dopo le bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki.

La vera causa

Ma se torniamo indietro del tempo, la radice delle guerre Sino-Giapponesi e dei due conflitti mondiali, e persino delle guerre nel Balcani non tanti anni fa, era il nazionalismo che nacque di seguito alla Rivoluzione Francese del 1789.

Questo nazionalismo ha avuto molti effetti nel corso degli oltre due secoli da allora, uno dei quali fu la nascita di due paesi che non erano mai esistiti fino ad allora, l’Italia e la Germania. Un eco distante di questo richiamo per paesi nuovi, si trova oggi nei giornali sul destino crudele dei curdi nel Medioriente, che vedono i loro sogni di un paese proprio negato non solo da Turchia, Siria, Iran e Iraq, ma persino dalle superpotenze, che regolarmente interferiscono nel destino politico di questi paesi tormentati per le loro ambizioni politiche e anche nazionaliste.

L’effetto del nazionalismo e il suo figliastro, lo sciovinismo, è di considerare il proprio paese e la nostra Cultura migliore di quella degli altri.

Per via di questi sogni di indipendenza nazionalistica i Balcani rimangano una potenziale polveriera, e non solo nei paesi dell’ex Jugoslavia, ma anche con i territori contestati tra molti paesi di cui l’Ucraina e la Russia sono solo un esempio.

Quindi, per cercare di evitare i dubbi legati al nazionalismo i fautori del “prima i…” hanno deciso di definirsi “sovranisti”. Ma cosa vuol dire questa parola?

Una nuova tendenza, il Sovranismo

La parola nel senso politico attuale viene originariamente dalla parola francese souverenainisme  e si riferiva alla volontà dei francofoni del Québec in Canada d’avere la propria sovranità politica. Non a caso, e come dimostrazione di questa volontà, il Québec è l’unico territorio francofono nel mondo a utilizzare “arrêt” al posto di “stop” sulle strade. Questa parola è poi diventata l’inglese “sovreignist” e di conseguenza è venuta a noi come sovranista.

In molti sensi l’imbroglio politico attuale nel Regno Unito conosciuto come Brexit è la conseguenza della voglia di una parte della popolazione di riprendere i diritti nazionalisti che ritengono persi a misteriosi “burocrati europei”, dimenticando che i burocrati seguono poi le decisioni degli europarlamentari eletti dai loro concittadini.

Benché possiamo capire il desiderio di vedere una politica di “Prima i…” in qualsiasi paese, l’effetto pratico spesso non è proprio quel che molti pensano. Il primo, e anche il più grave, è di limitare i diritti dei residenti del paese che non siano cittadini. Ci vuol poco a capire che se tutti i paesi del mondo facessero politiche del genere verso gli immigrati, a partire dagli emigrati italiani in altri paesi, avrebbero una vita molta più povera e limitata in ogni senso.

Non intendiamo puntare il dito a un qualsiasi singolo partito o personaggio politico sia in Italia che all’estero. Una lettura attenta della stampa dimostra che questo fenomeno non si limita solo ad un paese, ma esiste in molti e in tutti i continenti. Senza dimenticare che spesso le intenzioni dei capi politici sono poi interpretate in modi inattesi dai loro seguaci. E anche questo aspetto deve essere considerato dai politici, di tutti i colori, quando fanno discorsi pubblici.

Diritti umani

La soluzione ai problemi internazionali non viene da un aumento del senso nazionalistico, come vediamo anche nel Parlamento Europeo, ma dal poter convivere e dal riconoscere che i diritti umani e universali valgono per tutti, non importa la loro cittadinanza.

Nel momento in cui il nazionalismo limita questi diritti universali, apriamo la porta alla mentalità che permette stragi come Nanchino perché a quel punto non consideriamo più gli “altri” come nostri pari, ma come inferiori in ogni senso.

Perciò, Nanchino e altre stragi del genere devono servire come lezioni per farci ricordare sempre i pericoli del nazionalismo esagerato, e se pensiamo che questo non potrebbe accadere nell’Europa del 21° secolo, dobbiamo solo ricordarci che recentemente il governo austriaco ha proposto di dare la cittadinanza ai cittadini di Bolzano e gli altri territori che sono diventati italiani dopo la Grande Guerra. Se tutti i paesi cominciassero su quella strada dove finiremmo?

Desidero ringraziare mio fratello Tony che ora si trova proprio a Nanchino le cui foto hanno ispirato questo articolo e che ci ha gentilmente concesso il permesso per la foto in testa all’articolo.

di emigrazione e di matrimoni

The lesson not learned

Many today do not remember that before the attack on Pearl Harbor , Japan had already begun a great military campaign against cultures the Japanese considered “inferior”, specifically Korea and China.

Life is full of lessons, we learn some and we try to manipulate others to let us avoid our duty to prevent mistakes from the past. It would be nice to say that the lessons served a purpose but it is not exactly so, especially in cases where lessons were paid for in numbers of human lives that we cannot imagine.

Since the end of the Second World War we have heard the phrase “Never Again” repeated in reference to the Holocaust that was one of the main principles for the foundation of the modern state of Israel. That series of massacres, that today some still try to deny, played an important role in the world’s psyche. But that was not the only case of horrific massacres in the twentieth century.

One in particular is often mentioned and, like the Holocaust, is the subject of controversy because the country responsible does not recognize the official figure of more than three hundred thousand victims in a single city.

As we make some considerations on that massacre between the two world wars, let us remember that the phenomenon responsible for these tragedies is coming back forcefully into today’s world, but with another name.

In the past pride for one’s own country became the concept of “racial purity” that was the “excuse” for these infamous massacres and this has never fully disappeared from the world, as we see all too often in the international news.

With this concept of “purity” it becomes easy to consider others as “inferior” and therefore to think that their lives are not worth the same as the lives of “our people”. The consequence is that wars and massacres become easy to “justify”.

Wars and numbers

Many today do not remember that before the attack on Pearl Harbor that led to the United States entry into the Second World War Japan had already begun a great military campaign against cultures the Japanese considered “inferior”, specifically Korea and China.

During the Second Sino-Japanese War the Nipponese armed forces captured the then Chinese capital of Nanking. Starting on December 13th, 1937, the day the city fell, and until the first week of the following February, the Japanese soldiers began to systematically and summarily kill Chinese soldiers and then, with the excuse that some of these soldiers dressed in civilian clothes to hide amongst the civilian population, the Japanese extended the massacre to civilians as well.

In this way the Nipponese army tortured, raped and finally killed a huge number of Chinese. In fact, due to the very extent of this massacre, those horrendous weeks are known not only as the “Nanking Massacre” but also the “Rape of Nanking”. Because a very large number of the victims were thrown into the great Yangtze River we will never know the precise number of the victims.

Today the monument to the fallen uses the official Chinese government figure of more than 300,000 victims. This is a figure that the Japanese government still contests strongly. Some figures refer to 190,000 soldiers and 150,000 civilians and a recent American estimate even calculates more than 500,000 victims.

But complicating the charges against those responsible was the refusal by the Allied governments to put the Japan’s true Head of State on trial, former Emperor Hirohito. It is also possible that some of the soldiers hid his role due to a sense of honour towards the man who, before the Japan’s surrender, was a “divinity” for his subjects. In fact, renouncing this title was one of the conditions for the surrender signed by the Japanese government after the atomic bombs on Hiroshima and Nagasaki.

The true cause

But if we go back in time, the roots of the Sino-Japanese Wars, the two World Wars and even the wars in the Balkans not many years ago, was nationalism that was born following the French Revolution in 1789.

Nationalism had many effects over the more than two centuries since then and one of these was the birth of two countries that had never existed before then, Italy and Germany. A distant echo of these new countries can today be found in the newspapers in the destiny of the Kurds in the Middle East who see their dream of their own country denied not only by Turkey, Syria, Iran and Iraq, but even by the superpowers that regularly interfere in the political destiny of these tormented countries for reasons of their own political and even nationalist ambitions.

The effect of nationalism and its step brother, chauvinism, is to consider one’s own country and Culture better than the others.

Due to these dreams of nationalistic independence the Balkans remains a potential powder keg, not only the countries of the former Yugoslavia but also the other contested territories of which the Ukraine and Russia are only one example.

Therefore, in order to try and avoid the doubts tied to nationalism the preachers of “(country) first” decided to define themselves as “sovreignists”. But what does this word mean?

A new trend: Sovereignism

The word in its current political sense originally came from the French word souverenainisme that referred to the desired of French speakers in Quebec, Canada, to have their own sovereignty. Not coincidentally and by way of demonstration of this desire, Quebec is the only French speaking city in the world that uses “arrêt” in place of “stop” on street signs. This word then became the English “sovreignist” and subsequently became the Italian word, sovranista.

In many ways the current political tangle known as Brexit is the consequence of the desire of a vocal part of the population to take back the nationalist rights they believe have been lost to mysterious “European bureaucrats”, forgetting that the bureaucrats then follow the decisions of the European parliamentarians elected by their fellow citizens.

Although we can understand the desire to see politics of “(country) first” in any country, the practical effects is often not exactly what many think. The first, and also the most serious, is to limit the rights of the country’s residents who are not citizens. It takes little to understand that if all countries in the world carried out this type of policy towards the migrants, starting with Italian migrants in other countries, they would have a life that would be much poorer and limited in every way.

We have no intention of pointing the finger at any one party or politician in Italy or overseas. Careful reading of international news shows that this phenomenon is not limited to only one country but exists in many and in all the continents. Without forgetting that often the intentions of the political leaders are then interpreted in unexpected ways by their followers. And this aspect must also be borne in mind by political leaders, of all colours, when they speak publicly.

Human rights

The solution to international problems does not come from an increase in the sense of nationalism, as we sometimes see even in the European Parliament, but also from being able to live together and to recognize that human and universal rights apply to everyone, no matter their citizenship.

The moment that the sense of nationalism takes the road to limiting these universal rights we open the door to the mentality that allows massacres such as Nanking because at that point we no longer consider the “others” as our equals but as inferior in every sense.

Therefore, Nanking and other such massacres must serve as lessons to make us understand the dangers of exaggerated nationalism and if we think that this could not happen in 21st century Europe we must only remember that recently the Austrian government proposed giving their citizenship to the people of Bolzano and the other territories that became Italian after the Great War. If all countries started to take that road where would we end up?

I wish to thank my brother Tony who is currently in Nanking whose photos inspired this article and who kindly gave us permission to use the photo at the head of the article.

Italiano si, italiano no?- Italian yes, Italian no?

di emigrazione e di matrimoni

Italiano si, italiano no?

Chi è cresciuto in Italia sa poco della vita vera degli italiani all’estero

La cucina è probabilmente l’aspetto della Cultura italiana e le sue tradizioni che più vediamo all’estero, e non solo con la diffusione della pizza che ormai è nel mondo in modo incontrollabile per variazioni e gusti. Ovunque ci siano emigrati italiani ci sono anche ristoranti italiani e questi sono spesso il simbolo dei cambi inevitabili e a volte, per alcuni beffardi, quando due e più culture si incontrano.

Un programma televisivo in Italia cerca di fare capire al Bel Paese questo volto dei nostri emigrati in giro per il mondo. Ma fin troppo spesso il presentatore, come anche i protagonisti, cadono nel tranello dei “duri e puri” e dimostrano che non capiscono che la cucina italiana nel mondo è la riflessione spesso vera e crudele della vita che i nostri parenti e amici all’estero hanno dovuto affrontare, come conseguenza della decisione difficile di lasciare il paese di nascita per fare una vita nuova all’estero.

Per questo motivo possiamo davvero utilizzare la cucina per decidere se un locale, o una persona, sia davvero “italiano” o no?

Non è facile scrivere un articolo su qualcuno che cerca di fare il proprio lavoro, ma ultimamente questo programma in Italia, non solo ha portato a ricordare esperienze personali, ma anche a capire per l’ennesima volta che chi è cresciuto in Italia sa poco della vita vera degli italiani all’estero

Balanzone Adelaide, Australia

Il nome diceva tutto e ci sono andato con molto piacere il weekend dell’apertura. I titolari Paola e Vincenzo erano bolognesi DOC e non potevano non dare al loro ristorante il nome della maschera della loro città di nascita. Erano figli d’arte e la famiglia di Paola gestiva una delle trattorie più vecchie della città. Erano anche amici di un mio amico e volevamo dare il nostro contributo al nuovo ristorante.

Ricordo benissimo il piatto che ho ordinato quella sera dei primi anni 80, è senza dubbio uno dei simboli della città rinomata anche come “la Grassa” per la sua cucina, la lasagna alla bolognese. Semplicemente, quel piatto era degno della fama della cucina bolognese, con la sua sfoglia verde, besciamella e il ragù bolognese cotto ad arte.

Infatti, non era un caso che durante gli anni dei gran premi di Formula 1, in quella città ‘Balanzone’ era tra i locali più frequentati non solo dai giornalisti italiani ma anche dai meccanici e i dirigenti della Ferrari e il Team Minardi perché, da veri emiliani e romagnoli, i piatti serviti erano molto conosciuti da loro. Ma non c’era più un piatto.

Pochi mesi dopo l’apertura del locale Paola e Vincenzo hanno dovuto rimuovere la lasagna perché troppo spesso era rispedita in cucina con il messaggio che “questa non è lasagna”.

Per i clienti locali, abituati a ristoranti di altre cucine italiane, e in modo particolare quelle delle regioni italiane meridionali, quella lasagna non rifletteva l’idea dei clienti dei piatti “italiani”. Eventualmente queste concezioni della cucina italiana hanno assicurato che la vita del ristorante non sia stata troppo lunga.

Con il senno del poi possiamo dire che Balanzone era stato aperto troppo presto e che oggigiorno avrebbe avuto ben altro destino, ma quello stesso destino dimostra perché programmi come “Little Big Italy”, presentato sul canale televisivo Nove dal noto ristoratore romano Francesco Panella, non tengono presente i problemi pratici della ristorazione italiana all’estero e non solo nei paesi anglosassoni.

Gusti e cibi

Nel mondo anglosassone esiste il detto “The customer is always right”, cioè il cliente ha sempre ragione. Per questo motivo i ristoratori italiani devono considerare i gusti e le preferenze della grande maggioranza dei loro clienti. Per la cucina italiana questo spesso vuol dire pasta scotta, e le verdure al dente, proprio l’opposto dei gusti dei clienti in Italia.

Inoltre, usanze locali vuol dire che l’ordine dei piatti può cambiare, come anche del modo di mangiare. Mi ricordo un giorno a Milano e poi a Bologna con parenti americani che hanno insistito per avere insalata servita con la pasta, e alternavano pasta e insalata mentre mangiavano.

Inoltre, chi vive, oppure chi è nato e cresciuto all’estero, ha la possibilità di comprare prodotti italiani e di pensare di conoscere i gusti d’Italia, ma quando vengono in Italia in vacanza si rendono conto che i prodotti che comprano qui non hanno gli stessi gusti del prodotto venduto all’estero.

Non parliamo tanto della pasta secca, in fondo non c’è molto da cambiare, ma quando parliamo di formaggi italiani, e in modo particolare il re del formaggio, il Parmigiano Reggiano, e il suo fratellastro il Grana Padano, ci rendiamo conto che i piatti che mangiamo all’estero non possono avere gli stessi favori e intensità dei piatti serviti in Italia.

Poi, questo discorso vale ancora di più per altri prodotti non facilmente reperibili all’estero, come i nostri salumi, carni, e altri tipi di formaggi, a partire della mozzarella di bufala che non è mai stata prodotta all’estero con lo stesso gusto e qualità.

Presentatore

Inoltre nel programma Francesco Panella richiede al ristoratore la sua “voglia” del giorno, per vedere come il ristoratore riesce a eseguire tipici piatti italiani. In questo caso, e non solo per i motivi spiegati sopra, la prova non è del tutto realistica, perché le origini di molti di questi ristoratori all’estero non sono della ristorazione italiana, ma nella cucina di casa dei primi ristoranti italiani all’estero e i discendenti di questi pionieri hanno continuato la tradizione dei genitori e anche i nonni.

Il programma cade nel solito tranello che, perché sappiamo qualcosa in Italia, presumiamo che si sappia anche all’estero e spesso non è così. Prendiamo una specialità particolare che è stato il soggetto di questa “voglia” del presentatore. Le olive all’ascolana che ormai sono in tutti i paesi, ma fino a non tantissimi anni fa non erano conosciute nemmeno in Italia fuori delle Marche, figuriamoci poi all’estero tra le famiglie di altre regioni. Poi, possiamo davvero chiedere a un ristoratore all’estero di prepararle bene entro il tempo di un pasto, magari dovendo anche cercare i prodotti che non ci sono nel locale?

Conosco molti ristoratori in Australia e sono tutti fieri della loro cucina, ma pochi di loro sarebbero in grado di superare le prove del programma, perché la loro conoscenza della cucina italiana è limitata alle loro origini famigliari e non alla loro istruzione nei locali in Italia o in nostri istituti alberghieri.

Cambi

L’emigrato, di qualsiasi paese, è un agente di cambiamento culturale, ma non cambia solo il suo nuovo paese di residenza, cambia anche quel che fa in casa. La mancanza di materie prime, magari la scoperta di verdure e frutti nuovi, come anche altri tipi di pesce e di carne, vogliono anche dire cambi di cultura e tradizioni entro le famiglie italiane stesse, e non solo nei ristoranti italiani in giro per il mondo.

Da figlio di emigrati italiani, nato e cresciuto all’estero, capisco profondamente che chi abita all’estero non può mai essere “solamente italiano”. Il migrante, e ancora di più i figli e i nipoti di emigrati, sono il risultato di una miscela di culture, e uno dei luoghi che più dimostra di più i cambiamenti inevitabili delle tradizioni e usanze italiane è proprio la cucina dei ristoranti italiani.

Programmi televisivi come “Little Big Italy” sono importanti, ma non perché devono dimostrare la “purezza” del prodotto di quei locali all’estero. Dovrebbero invece dimostrare le realtà della vita all’estero, i compromessi e i cambi necessari per vivere in un paese nuovo che ha anche le sue cultura e usanze, come anche i suoi prodotti che non si trovano in Italia.

Gli italiani all’estero sono fieri delle loro origini, ma dobbiamo anche tenere ben in mente che questi cambi sono anche il frutto naturale e inevitabile di vivere all’estero, e sono fieri anche di queste loro imprese.

Per questo motivo invitiamo ai nostri lettori, e ripetiamo la richiesta ancora oggi, di inviarci le loro storie personali della loro vita da emigrati o figli o discendenti di emigrati italiani, perché dobbiamo fare capire al nostro paese d’origine che la loro realtà è ben diversa di quel che molti nel Bel Paese sanno.

Inviate le vostre storie a: gianni.pezzano@thedailycases.com .

di emigrazione e di matrimoni

Italian yes, Italian no?

Who have grown up in Italy knows little about the real lives of the Italians overseas.

Cooking is probably the aspect of Italian Culture and traditions that we most see overseas and not only with the distribution of pizza that has now spread around the world uncontrollably with many variations and tastes. Wherever there are Italians migrants there are also Italians restaurants and these are often the symbol of the inevitable and at times sardonic changes when two or more cultures meet.

A TV programme in Italy tries to let the country understand this face of Italian migrants around the world. But all too often the presenter, and also the protagonists, fall into the trap of the “righteous” and they show that they do not understand that Italian cooking around the world is the reflection, often real and cruel, of the lives that our relatives and friends overseas had to deal with as a consequence of the hard decision to leave their country of birth to make a new life overseas.

For this reason can we truly use cooking to decide whether or not an establishment or a person is truly “Italian”.

It is not easy writing an article about someone trying to do their job but recently this programme not only made me remember personal experiences but also to understand once again that those who have grown up in Italy knows little about the real lives of the Italians overseas.

Balanzone Adelaide, Australia

The name said everything and I went there with a lot of pleasure on the weekend of the opening. The owners Paola and Vincenzo were true people of Bologna and they could not fail to give their restaurant the name of Balanzone, the mask of their city of birth. They were children of restaurant owners and Paola’s family ran one of the city’s oldest trattorie. They were also friends of a friend and we wanted to give our contribution to the new restaurant.

I remember very well what I ate that evening of the early 1980s. It is without doubt one of the symbols of the city famous as “La Grassa” (The Fat) due to its cuisine, lasagne alla Bolognese. Put simply, that dish was worthy of the fame of the city’s cuisine with its green egg pasta sheets, bechamel sauce and perfectly cooked ragù Bolognese.

In fact it was no coincidence that during the years of the Formula 1 grands prix in the city Balanzone was one of the restaurants most frequented not only by Italian journalists but also by the mechanics and managers of the Ferrari and Minardi Teams because, as true people of the Emilia-Romagna region, they knew the dishes served very well. But one plate was no longer there. 

A few months after the opening Paola and Vincenzo had to remove the lasagna because too often the dish was sent back to the kitchen with the message “this is not lasagna”.

For the local clients who were used to restaurants of other Italian cuisines, and especially those of Italy’s southern regions, that lasagna did not reflect the client’s ideas of “Italian” dishes. Eventually this conception of Italian cuisine ensured that the restaurant did not have a very long life.

With the benefit of hindsight we can say Balanzone had opened too soon and that today it would have had another Fate but that same Fate shows why programmes such as “Little Big Italy” presented on Channel Nine in Italy by well known Roman restaurateur Francesco Panelli do not bear in mind the practical problems of Italian catering overseas and not only in English speaking countries. 

Tastes and foods

The English speaking world says “The customer is always right”. For this reason many Italian restaurateurs had to consider the tastes and preferences of the large majority of their clients. For Italian cuisine this often means overcooked pasta and al dente vegetables, the exact opposite of Italian clients.

Furthermore, local habits mean that the order of the courses may change, as well as the way of eating. I remember a day in Milan and then another in Bologna with American relatives who insisted on having salad served with the pasta and they alternated pasta and salad as they ate.

In addition, those who live or those who are born and raised overseas have the chance to buy Italian products and think they know the flavours of Italy, but when they come here on holiday they learn that the products they buy here do not have the same taste as the product sold overseas.

We are not talking so much about dry pasta, essentially there is not much to change, but when we speak about Italian cheese, and particularly the king Parmigiano Reggiano, and its relative Grana Padano, we understand that the dishes that we eat overseas cannot have the same flavours and intensity as the dishes served in Italy.

And this is then even truer for other products that are not easily found overseas such as our smallgoods, meats and other types of cheese, starting with buffalo milk Mozzarella that has never been produced overseas with the same taste and quality.

Presenter

Moreover, during the programme Francesco Panelli asks the restaurateur his “desire” of the day to see how the restaurateur manages to carry out typical Italian dishes. In this case, and not only for the reasons explained above, the test is not very realistic because the origins of these restaurateurs overseas are not in Italian catering but in the family kitchen which were the first Italian restaurants overseas and the descendants of these pioneers continued the traditions of the parents and grandparents. 

The programme falls into the usual trap that because we know something in Italy we presume it is known overseas as well and this is often not the case. Let us take a specific specialty that was the subject of the presenter’s “desire”. The olive all’ascolana (Ascoli style olives) are now spread over all the country but until not very many years ago they were not known even in Italy outside the Marche region, let alone overseas amongst the families from other regions. And then, can we truly ask a restaurateur to prepare them well in the time of a meal, maybe also having to look for the ingredients that are not on the premises?

I know many restaurateurs in Australia and they are all proud of their cuisine but few of them would be able to pass the programme’s test because their knowledge of Italian cuisine is limited to their family origins and not by the education of premises in Italy or our cooking schools.

Changes

A migrant, from any country, is an agent of cultural change but he does not change only his country of residence, he also changes what he does at home. The lack of raw materials, maybe the discovery of new fruits and vegetables, as well as other types of meats and fish, also mean changes of culture and traditions within Italian families and not only Italian restaurants around the world.

As the son of Italian migrants, born and raised overseas, I understand deeply that those who live overseas cannot ever be “purely Italian”. The migrant, and even more the children and descendants of migrants, are the result of a mixture of cultures and one of the places that most show the inevitable changes of Italian traditions and habits is precisely the kitchen of Italian restaurants. 

Television programmes such as “Big Little Italy” are important, but not because they must show the “purity” of the products of these establishments overseas. Rather, they should show the reality of life overseas, the compromises and the changes needed to live in a new country that also has its own culture and habits, as well as its own products that are not found in Italy.

Italians overseas are proud of their origins but we must also bear in mind that these changes are also the natural and inevitable result of living overseas and they are proud of their own deeds as well.

For this reason we invite our readers, and we repeat the invitation again today, to send us their personal stories of their lives as migrants or as children or descendants of Italian migrants because we must let our country of origin know that our reality is very different from what many in Italy know.

Send your stories to: gianni.pezzano@thedailycases.com .

Sono io la loro paura più grande – I am their greatest fear

di emigrazione e di matrimoni

Sono io la loro paura più grande

In tutti i casi noi emigrati e figli d’emigrati eravamo e siamo tuttora lo sconosciuto

Recentemente sono stato a un corso a Bologna sulle percezioni dei nuovi immigrati, non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei e in modo particolare l’Ungheria, l’Austria e la Grecia. Le statistiche hanno dato a noi tutti presenti molto su cui pensare, a partire dai nostri pareri personali.

Sappiamo tutti che per la maggioranza della popolazione le percezioni personali dettano come reagiamo alla vita in generale, e non solo nel caso degli immigrati. Queste percezioni decidono perché votiamo per un politico piuttosto che un altro. Perciò, dobbiamo saper affrontare le percezioni in modo da non trasformarle in pregiudizi. Ma come dobbiamo sconfiggere i sentimenti e le emozioni che sono il frutto di queste percezioni?

La risposta non è facile, politici e insegnanti trattano questo tema da molti anni senza aver trovato una risposta definitiva. Ma noi qui vogliamo dare il nostro contributo a questo dilemma, fornendo un punto di vista diverso rispetto queste percezioni, quello di metterci nei panni degli “altri”, perché le nostre paure nascono da una fonte primordiale difficile da sconfiggere. Il punto di vista di chi era straniero nel proprio paese di nascita, di un figlio di emigrati italiani.

Australia

 Vogliamo tutti essere sempre come gli altri quando andiamo a scuola. Però diventa difficile quando già dal momento che apri il sacco con il tuo pranzo, è radicalmente diverso da quello degli altri.

Per noi figli di italiani le differenze con gli altri iniziavano vedendo il triangolo preciso dei sandwich dei nostri compagni australiani, che sembravano usciti dallo studio di un architetto, magari con la crosticina tagliata, lasciando soltanto il bianco in contrasto con il prosciutto cotto, pomodori e foglia di lattuga del suo ripieno. I nostri panini o fette massicce di pane casareccio, magari con il ripieno degli avanzi della parmigiana della sera prima, oppure anche la frittata di cipolle che emanava il suo profumo intorno a te, accompagnata da una fetta della torta di mele di mamma, sembravano venuti da un altro pianeta.

Sono tra i ricordi condivisi con i miei coetanei in Australia, e non ho dubbi che sono simili alle esperienze dei nostri parenti e amici in altri paesi di forti presenze italiane. Ma questi ricordi non sono che una parte di un lungo viaggio verso una scoperta, che durante gli anni di scuola non eravamo in grado di capire.

Sin dalla scuola sentivamo la domanda “and how do you spell that?” (“E come si scrive?”) a cui inevitabilmente seguiva la nostra risposta sul come ci chiamavamo. Per un nome come Mario Rossi era abbastanza facile, ma già il mio creava difficoltà per gli anglofoni, sia come ortografia che come pronuncia. Per noi italiani era difficile, figuriamoci per i greci con cognomi di dieci e più lettere. Questa domanda ci segue ancora oggi in quasi tutte le telefonate a uffici per qualche pratica di qualsiasi genere.

Vite diverse

Ovviamente, lunedì mattina, come in tutte le scuole, le prime domande erano su cosa avevamo fatto durante il weekend, visto che in Australia non si va a scuola di sabato. Per gli australiani il weekend era il football australiano e possibilmente un’uscita al cinema a un’età molto più precoce di noi figli di immigrati. Invece noi parlavamo della cena di sabato sera con questo o quell’altro compare, oppure di essere andati la domenica da una zia, o un’uscita, sempre di famiglia, alla festa di qualche santo o di Madonna per adempiere i nostri doveri religiosi. Senza scordare i weekend dedicati al vino, o al maiale dove c’era l’obbligo di stare tutti a casa per aiutare.

Durante l’adolescenza noi maschi di origine italiana avevamo una libertà che non esisteva per le nostre sorelle e cugine. Potevamo uscire per raggiungere i nostri amici e magari fare i nostri primi flirt. Per le ragazze italiane le uscite erano strettamente controllate e in molti casi accompagnate da almeno un adulto. Poi, quando cominciavano le prima storie d’amore delle ragazze ‘il soggetto’ amoroso era esaminato con occhi impietosi, spesso sospettosi verso ragazzi italiani provenienti da altre regioni, o peggio ancora per tanti genitori italiani, di ragazzi di altre nazionalità.

Sembrano quasi ridicoli oggi, ma erano la nostra realtà. Come gli sguardi sospetti dei passeggeri australiani sui mezzi pubblici durante un’uscita con mamma in centro. Erano sguardi che facevamo finta di non vedere, ma a volte lo sguardo si trasformava ne “l’ordine” di parlare in inglese visto che eravamo in Australia. Queste richieste, più o meno brusche, non sono mai sparite del tutto e ancora oggi che abito in Italia di tanto in tanto sulle pagine dei giornali australiano, vedo filmati di incidenti sui pullman o i tram australiani di passeggeri che si sentono offesi nel sentire altre lingue parlate vicino a loro.

Ogni emigrato italiano ha storie del genere e ognuno di noi ha reagito in modo diverso. C’è chi ha anglicizzato il nome per evitare i problemi, c’è chi ha avuto problemi a scuola e nella vita generale, perché la sua risposta era violenta e ogni variazione tra queste due scelte. Poi, come in tutte le questioni della vita, man mano che cresciamo e impariamo le lezioni che la vita ci da ogni giorno, ci rendiamo conto che questi comportamenti hanno legami in comune.

Paura

Sono tutte esperienze legate alla paura più comune di tutte, la paura dello sconosciuto. In parole povere, io rappresentavo questa paura.

In tutti i casi noi emigrati e figli d’emigrati eravamo e siamo tuttora lo sconosciuto, per chi ha vissuto in un paese con poca esperienza delle diversità delle altre culture. Eravamo la prova che fuori dalla realtà australiana esistevano idee e comportamenti diversi. Già per loro le differenze tra inglesi, gallesi, irlandesi e scozzesi erano difficili da capire, figuriamoci con l’arrivo di italiani, greci e tutti gli altri immigrati da un’Europa ancora devastata dalla Seconda Guerra Mondiale.

Ma queste ondate di lingue e tradizioni nuove per il paese non sono mai sparite del tutto, e ogni conflitto importante ha portato nuovi immigrati, dal Vietnam dopo la caduta di Saigon, dal Sud America dai paesi sotto le dittature militari e gli altri conflitti fino alle guerre e le stragi del Medioriente di questi anni. Ogni immigrato e profugo che arriva alimenta quella paura dell’ignoto che si nasconde nell’essere umano.

Europa oggi

Ora questa paura dell’ignoto che viene con i volti e le tradizioni nuove ha colpito l’Europa, soprattutto in quei paesi che non avevano mai avuto l’esperienza di far integrare grandi numeri di nuovi residenti con la loro varietà di religioni e sette, tradizioni e abitudini culinarie.

Ora che abito in Italia ogni giorno mentre guardo i notiziari, leggo i giornali e seguo dibattiti televisivi, sento frasi e commenti che sentii per la prima volta a scuola e che mi hanno accompagnato per tutta la vita. Sono la prova che pochi vogliono riconoscere la verità più profonda, che in fondo siamo tutti uguali e che abbiamo gli stessi bisogni e le stesse paure.

L’australiano del 1960 che disprezzava il figlio di un soldato italiano che aveva combattuto quindici anni prima e che abitava nel suo paese, non è diverso dall’italiano di oggi che vede arrivare gente da paesi dove soldati italiani hanno combattuto in nome della civiltà occidentale. Paesi europei che una volta erano campi di battaglia tra cattolici e protestanti, con milioni di morti che ora si trovano con fedeli di nuove religioni che fuggono da guerre religiose.

Sono paure e reazioni da capire e da superare, come è già accaduto volta dopo volta in altri paesi.

Sono la prova che viviamo sempre nella Storia e che stiamo scrivendo i libri di Storia che i nostri pronipoti studieranno a scuola tra qualche decennio. Abbiamo superato difficoltà peggiori. Dimostriamo che anche questa volta siamo in grado di superare questo periodo nel migliore dei modi.

Chi vuole sapere di più del sondaggio delle percezioni degli italiani può cliccare su questo link: https://www.ipsos.com/it-it/ciak-migraction-indagine-sulla-percezione-del-fenomeno-migratorio-italia

 

di emigrazione e di matrimoni

I am their greatest fear

In all these cases we migrants and children of migrants were and we still are the unknown

I recently attended a course in Bologna about the perceptions about new migrants, not only in Italy, but also in other countries and especially Hungary, Austria and Greece. The statistics gave all of us present much to think about, starting with our own personal opinions.

We all know that for the majority of the population these personal perceptions dictate how we react to life in general and not only to migrants in particular. These perceptions decide why we vote for one politician instead of another because he speaks directly to these perceptions.

Therefore, we must know how to deal with these perceptions so we understand that the reality is not always what we perceive. But how to we defeat the feelings and emotions that are the fruit of these perceptions?

The answer is not easy, politicians and teachers have been discussing this theme for many years without finding a definitive answer. But we of this newspaper want to give our contribution to this dilemma by supplying a different point of view to these perceptions, to put ourselves in the clothes of the “others” because our fears come from a primordial source that is difficult to defeat. The point of view is that of a foreigner in his country of birth, the son of Italian migrants.

Australia

When we go to school we all want to be like the others. However, it becomes hard when from the moment you open your lunch bag it is radically different from the others.

For us children of Italians the differences from the others began when we saw the precise triangles of our schoolmates’ lunches that seemed to have come out of an architect’s office, maybe with the crust removed leaving only the white in contrast with the ham, tomatoes and lettuce of the filling. Our rolls or thick slices of home-style bread, maybe filled with the leftovers of the previous evening’s eggplant parmigiana or even an onion frittata that everyone around us smelt, accompanied by a slice of mamma’s apple pie, seemed to have come from another planet.

These are some of the memories I share with my peers in Australia and I have no doubt that they are similar to those of our relatives and friends in other countries with a heavy Italian presence. But these memories are only a part of a long journey to the discovery that we could not understand during our years at school.

Starting from school we heard the question “and how do you spell that?” that inevitably followed our reply to give our names. Names such as Mario Rossi were easy but mine already created difficulty for English language speakers in both writing and pronunciation. If it was hard for us Italians, we can only imagine the Greeks with their surnames of ten or more letters. This question still follows us today in almost all the telephone calls to offices about matters of any type.

Different lives

Of course on Monday mornings, as in all schools, the first questions were of what we had done during the weekend since there is no school on Saturdays in Australia. For the Australians the weekend was football and possibly an outing to the movies at a much younger age than for we children of Italian migrants. We, on the other hand, spoke about dinner of Saturday evening with this or that compare, or Sunday at an aunt’s house or an outing, always as a family, to the feast of one saint or another to fulfil our religious obligations, Without forgetting the weekends dedicated to the wine or the pig when it was compulsory for everybody to be at home.

We adolescent boys of Italian origin had freedom that did not exist for our sisters or cousins. We could go out to catch up with friends and maybe having our first flirts. For the Italian girls the outings were strictly controlled and in many case accompanied by at least one adult. And then, when these young girls started their first love stories the potential boyfriend was inspected with merciless eyes that were often suspicious of Italian boys from other regions or, horror of horrors for many Italian parents, boys of other nationalities.

These seem almost ridiculous today but they were our reality. Like the suspicious looks of Australian passengers on public transport during an outing with mamma in the city centre. There were looks that we pretended not to see but at times the look became “the order” to speak in English because we were in Australia. These more or less brusque requests never disappeared fully and today, now that I live in Italy, from time to time on Australian newspaper pages I see films of incidents on Australian buses or trams of passengers that feel offended hearing other languages spoken close to them.

Every Italian migrant has stories of this type and each one of us has reacted differently. There are those who anglicized their names to avoid problems, there are those who had problems at school and in life in general because their reaction was violent and every variation between these two choices. Then, as in all questions of life, as we grew and learnt the lessons that life gives us every day we understood that these behaviours all had one thing in common.

Fear

They are all experiences tied to the most common fear of all, that of the unknown. In simple words, I represented this fear.

In all these cases we migrants and children of migrants were and we still are the unknown for those who lived in a country with little experience of the diversity of other cultures. We were the proof that outside the Australian reality there were different ideas and behaviour. For them the difference between the English, Welsh, Irish and the Scots were already hard to understand, let alone the arrival of Italians, Greeks and all the other migrants from a Europe devastated by the Second World War.

But these waves of new languages and traditions for the country have never fully disappeared and each new major conflict brought new migrants, from Vietnam after the fall of Saigon, from South America under the military dictatorships and all the other conflicts up to the wars and massacres in the Middle East in recent years. Every migrants and refugee who comes feeds that fear that hides in every human being.

Europe today

Now that fear of the unknown that comes with the new faces and traditions has hit Europe, especially in those countries that never experienced the integration of large numbers of new residents with their variety of religions and sects, traditions and culinary traditions.

I now live in Italy and every day while I watch the news services, read the newspapers or follow television debates I hear phrases and comments that I heard for the first time at school and that have accompanied me for all my life. They are the proof that few want to recognize the deepest truth, that deep down we are all equal and that we all have the same needs and the same fears.

The Australian of 1960 who despised the son of an Italian soldier he had fought fifteen years before and who lived in his country is no different from the Italian today who sees people arrive every day from countries where Italian soldiers once fought in the name of Western civilization. European countries that were once fields of battle between Catholics and Protestants with millions of dead now find themselves with the faithful of new religions who are fleeing religious wars.

They are fears and reactions that are to be understood and to be overcome, as has happened time and time again in other countries.

They are the proof that we are always living in history and that we are writing the history books that our great grandchildren will read in a few decades. We have overcome worse hardships. Let us how that even this time we can overcome this period in the best of ways.

For those who want to know more about the survey of perceptions of Italians can click on the link below:

https://www.ipsos.com/it-it/ciak-migraction-indagine-sulla-percezione-del-fenomeno-migratorio-italia

I Pontieri: Gli Italiani nel Mondo – The Pontieri: the Italians Overseas

di emigrazione e di matrimoni

I Pontieri: Gli Italiani nel Mondo

Di quali mezzi dispone l’Italia per poter organizzare campagne turistiche mirate e capaci volte a far conoscere al mondo la ricchezza del suo patrimonio culturale?

Secondo il dizionario della Treccani, il pontiere è definito come il “Soldato appartenente a uno speciale reparto del Genio militare addetto alla costruzione di passaggi su corsi d’acqua nella zona delle operazioni strategiche e tattiche”. Nella guerra che rappresenta il mercato internazionale del turismo, l’Italia ha pontieri pronti a creare ponti tra l’Italia e i maggiori paesi del mondo.

In ordine, i primi due pontieri da prendere in considerazione sono la stampa di lingua italiana e la rete di Istituti Italiani di Cultura che si trovano all’estero. Senza contare un terzo elemento, ovvero un esercito di persone pronte non solo a vedere le meraviglie del Bel Paese, ma a promuoverne la bellezza nelle proprie nazioni di residenza. Queste persone sono gli oriundi, cioè gli emigrati italiani e i loro figli e discendenti.

Cominciamo a parlare della stampa di lingua italiana all’estero. Giornali italiani esistono ovunque ci siano comunità di emigrati e sono il mezzo di diffusione delle notizie provenienti dall’Italia. Ora, con lo sviluppo delle tecnologie moderne, esistono anche stazioni radio, televisive e siti Internet di lingua italiana o bilingue. La nascita di queste fonti bilingue di informazioni ha rappresentato uno sviluppo importante, perché il pubblico di non italofoni, che prima non aveva i mezzi per comprendere quanto veniva pubblicato in sola lingua italiana, è stato messo in grado di leggere e documentarsi, aumentando dunque l’impatto delle notizie e delle informazioni sull’Italia fornite all’estero.

Non dimentichiamoci poi che nelle comunità italiane all’estero la lingua parlata non è la stessa che viene usata in Italia. La lingua degli oriundi spesso abbina l’italiano con il dialetto dei paesi italiani d’origine della famiglia, parole della lingua del paese di residenza e infine neologismi creati dalla fusione di questi elementi. Questi cambiamenti della lingua degli emigrati fanno naturalmente parte dello sviluppo di queste comunità, destinate a sparire in poche generazioni. Ne abbiamo parlato nel primo articolo di questa serie: la lingua italiana deve essere insegnata e promossa a tutti livelli, soprattutto e a partire dagli oriundi stessi, perché è primo veicolo di conoscenza e promozione della nostra Cultura.

La stampa italiana dovrebbe curare molto anche il suo ruolo per la divulgazione di iniziative come mostre, manifestazioni particolari e fiere importanti che finora sono rimaste poco conosciute all’estero. Le informazioni relative a queste attività dovrebbero essere fornite con competenza dagli enti regionali, che sono le autorità che meglio conoscono il territorio e che sono dunque in grado di offrire le informazioni migliori.

Parliamo ora della rete di Istituti Italiani di Cultura, che ormai esistono da decenni e che si trovano in tanti paesi in tutto il mondo. Sono importanti perché vantano un’ottima conoscenza degli enti di istruzione, ricerca e cultura dei rispettivi paesi e hanno senza dubbio un ruolo importante a questi livelli. Ma cosa fanno gli Istituti per promuovere la Cultura italiana al di fuori di questi ambienti?

Per fornire una risposta vorremmo fare alcune considerazioni, nello specifico su chi dovrebbe fornire loro le informazioni necessarie. Il ruolo degli Istituti è limitato dalla quantità di informazione che viene loro fornita dagli organizzatori di manifestazioni in Italia, che sono pertanto i primi che dovrebbero essere sensibilizzati circa l’importanza di avvisare gli Istituti Italiani di Cultura con sufficiente anticipo in modo che possano, a loro volta, informare le persone e gli enti competenti. Tuttavia, tali informazioni dovrebbero circolare in senso ancora più ampio ed essere fornite quindi anche alle agenzie di viaggi e ai giornalisti turistici delle maggiori pubblicazioni, riviste e siti specializzati di ogni paese. Infatti una collaborazione tra gli Istituti e i COMITES (Comitati degli italiani residenti all’estero) sarebbe il miglior modo di garantire ampia diffusione di queste informazioni nelle varie zone consolari. Poter disporre di un’ottima rete ma non utilizzarla al meglio è davvero inutile, vero?

Diremo di più, questi Istituti dovrebbero anche fare un passo fondamentale per le comunità degli italiani nel mondo. Non solo incoraggiare i figli e discendenti di emigrati italiani a imparare la lingua che li definisce, ma anche e soprattutto incoraggiarli a indirizzare i loro studi verso il loro patrimonio culturale personale, in modo particolare, lo studio del fenomeno dell’emigrazione italiana per lasciare archivi importanti che documentino le imprese, di tutti i tipi, dei nostri parenti e amici all’estero, come anche le loro lotte e difficoltà perché raramente la loro integrazione è stata del tutto facile. Anzi, l’opposto.

Infine arriviamo al gruppo che potrebbe svolgere il ruolo più attivo nella promozione della Cultura italiana nel mondo: gli emigrati italiani e i loro discendenti, gli oriundi.

Senza dubbio sono il gruppo con la maggiore voglia di visitare l’Italia, sia per andare a trovare parenti, sia per vedere i paesi d’origine delle proprie famiglie. Ma dopo queste mete iniziali, cosa conoscono davvero del nostro paese? Per di più, è proprio questa categoria di turisti che ha la maggiore probabilità di pubblicizzare le bellezze del proprio soggiorno italiano, perché più di altri saranno capaci di offrire un punto di vista nuovo e affettivo sul Bel Paese.

Per questo motivo il Touring Club Italiano e il FAI potrebbero istituire categorie speciali destinate agli oriundi per agevolare il loro soggiorno. Anche le Pro Loco dei comuni potrebbero istituire tessere speciali, tipo “Welcome Back!”, ossia “Bentornati!”, con buoni sconto per visite ad attrazioni particolari, come musei e gallerie d’arte che altrimenti non avrebbero visitato. Sconti del genere esistono già per luoghi come Gradara nelle Marche, quindi non sarebbe un’esperienza del tutto nuova.

Ci vuole anche poco per capire che gli oriundi sono anche i più avidi lettori della stampa italiana all’estero, e questo è un elemento di cui il FAI, il Touring Club e le Pro Loco devono tenere conto quando fanno annunci importanti. Occorre valorizzare gli oriundi non solo perché sono parte importante della Storia d’Italia, ma anche perché in questo modo riconosciamo che sono una risorsa significativa per una promozione ancora più efficace del nostro paese.

Concludendo, il messaggio che vogliamo trasmettere con questi tre articoli è semplice: l’Italia deve insegnare e informare il mondo del proprio patrimonio artistico culturale.

Questo patrimonio è fonte di orgoglio per noi, ma , allo stesso tempo, non riesce a realizzare il suo potenziale turistico come fonte di lavoro e dunque di guadagno per molti. Anzi, oseremmo dire che una campagna del genere diventerebbe anche il mezzo per finalmente trovare i fondi necessari per curare e restaurare luoghi e opere che fin troppo spesso vengono abbandonati al loro destino e talvolta, peggio ancora, per mancanza di interesse…

Smettiamola di pensare che “di Cultura non si mangia” e cominciamo finalmente a capire che non solo ci si può mangiare, ma che in tutti i sensi la nostra Cultura è il vero Tesoro d’Italia.

 

( Parte 3 di 3 articoli.

No. 1: https://thedailycases.com/lingua-e-cultura-e-turismo-language-is-culture-and-tourism/

No. 2: https://thedailycases.com/di-borghi-e-di-battaglie-of-towns-and-battles/ )

di emigrazione e di matrimoni

The Pontieri: the Italians Overseas

What means does Italy have to be able to organize tourism campaigns aimed at making the world know the richness of her cultural heritage?

 

According to the Treccani, Italy’s most authoritative dictionary, the word pontieri (bridge builders) is defined as a “soldier who belongs to a special unit of the military corps of engineers assigned to the construction of passages over water in areas of strategic and tactical operations”. In the war that is the international tourist market, Italy has pontieri ready to create bridges between Italy and the world biggest countries.

In order, the first two pontieri to take into consideration are the Italian language Press and the network of Italian Institutes of Culture around the world. Without counting the third element, an army of people who are ready not only to see Italy’s marvels but also to promote her beauties in their countries of residence. These people are the oriundi, Italian migrants and their children and descendants.

Let us start with the Italian language Press overseas. There are Italian language newspapers wherever there are migrant communities and they are the means of spreading news from Italy. Now, with the development of modern technologies there are also Italian and bilingual radio and television stations and Internet sites. The birth of these bilingual sources of information represents a major development because the public of non Italian speakers previously did not have the means to understand what was published only in Italian is now able to read and therefore this increases the impact of the news and information on Italy supplied overseas.

Let us then not forget that in the Italian communities overseas the language spoken is not the same as that spoken in Italy. The language of the oriundi often combines Italian with the dialects of the towns of origin in Italy of the families, the words of the country of residence and finally neologisms created by the fusion of these two elements. These changes of the language of Italian migrants are naturally part of the development of these communities that is destined to disappear in a few generations. In the first article of this series we stated that Italian must be taught and promoted at all levels, especially, and starting with, the oriundi themselves because it is the first vehicle for knowledge and promotion of our Culture.

The Italian language Press should also take great care in its role for the spreading of initiatives such as exhibitions, specific events and important Fairs that up till now are little known overseas. The information concerning these activities should be supplied competently by the regional bodies in Italy which are also the authorities that best know the territory and who therefore are able to offer the best information.

Let us talk now about the network of Italian Institutes of Culture that has existed for decades now and is found in many countries around the world. They are important because they have excellent knowledge of the educational, research and cultural bodies of their respective countries and undoubtedly have an important role at these levels. But what role do the Institutes play outside these settings?

In order to give an answer, we would like to make some considerations, specifically on the quantity of information that is supplied to them by the organizers of events in Italy who should therefore be the first to be made aware about the importance of advising the Italian Institutes of Culture sufficiently in advance that they can in turn inform the competent people and bodies. However, this information should circulate even more widely and also be supplied to tourist agencies and tourism journalists of the major newspapers and specialist magazines and sites of every country. In fact, collaboration between the Institutes and the Comites (Committees of Italians Resident overseas) would be the best way to ensure wide distribution of this information in the areas of the various consulates. Having an excellent network and not using it in the best way possible is really useless, is it not?

We will say more, these Institutes should also take another essential step for the Italian communities around the world. Not only to encourage the children and descendants of migrants to learn the language that defines them, but also and above all to encourage them to address their studies towards their personal cultural heritage, specifically, to the study of the phenomenon of Italian migration in order to leave major archives that document the deeds, of all types, of our relatives and friends overseas, as well as their struggles and difficulties because their integration was rarely easy, rather, the opposite was often the case.

Finally, we come to the group that could play the most active role in the promotion of Italian Culture around the world, Italian migrants and their descendants, the oriundi.

Without doubt this is the group with the greatest desire to visit Italy, both to find the relatives and to see the towns of origin of their families. But after the initial destinations, what do they truly know about our country? Moreover, this is the very category of tourists that has the greatest probability of advertising the beauty of their stay in Italy because, more than any others, they will be able to offer a new and affective point of view of Italy.

For this reason the Touring Club Italiano and the FAI could institute special categories destined for the oriundi to ease their stay. The local council Pro Loco (tourist offices) too could institute special passes such as “Bentornati!” (Welcome Back!) with discount vouchers for visiting special attractions such as museums and art galleries they would not visit otherwise. These types of discount already exist in places such as Gradara in the Marche region and therefore would not be a totally new experience.

It takes little to understand that the oriundi are also the most avid readers of the Italian language Press overseas and this is an element that the FAI, Touring Club and the Pro Loco must take into account when they make major announcements. The oriundi need to be enhanced not only because they are an important part of Italy’s history, but also because in this way we recognize that they are a significant resource for even more effective promotion of our country.

In conclusion, the message we want to give with these three articles is simple, Italy must teach and inform the world of her Cultural and artistic heritage.

This heritage is a source of pride for us, but at the same time it is one that does not fulfil its tourist potential as a source of work and therefore of income for many. Indeed, we would dare to say that a campaign of this type would also become the means of finally finding the funds needed to look after and restore places and works that all too often are abandoned to their fates and sometimes, worse still, to lack of interest…

Let us stop thinking that “we do not eat with Culture” and let us finally start to understand that not only can we eat but that in every sense our Culture is Italy’s true Treasure.

 

(Part 3 of 3 articles.

No. 1: https://thedailycases.com/lingua-e-cultura-e-turismo-language-is-culture-and-tourism/

No. 2: https://thedailycases.com/di-borghi-e-di-battaglie-of-towns-and-battles/ )

Di Borghi e di battaglie – Of Towns and Battles

di emigrazione e di matrimoni

Di Borghi e di battaglie

Oggi l’Italia è ricchissima di borghi, castelli, abbazie e monasteri che nascondono nelle loro mura tesori artistici che testimoniano la grandezza della storia dell’arte italiana.

L’incredibile storia dell’Italia, nei secoli, ha permesso alla nostra terra di unire a un territorio meraviglioso dei tesori artistici e culturali senza uguali nel mondo. Nei mesi estivi numerose città e borghi mettono in scena rivisitazioni storiche che ci riportano indietro nel tempo, in un’epoca feconda dal punto di vista non solo artistico, ma anche bellico. ( articolo precedente https://thedailycases.com/lingua-e-cultura-e-turismo-language-is-culture-and-tourism/)

L’Italia del tardo medioevo e del Rinascimento era ricchissima. La nascita delle banche italiane e le capacità imprenditoriali di famiglie della Toscana, del Veneto, della Lombardia e della Liguria e anche l’Emilia-Romagna  permettevano il prestito di denaro alle case reali europee; contemporaneamente, le rotte commerciali si estendevano dalla penisola a tutto il mondo allora conosciuto. Grazie a queste attività, ricchi e potenti potevano destinare finanze alla costruzione di palazzi e castelli per dimostrare la propria influenza politica, per difendere e ostentare queste stesse ricchezze e, soprattutto, pagare i migliori artisti per rendere omaggio al loro prestigio.

Tutto questo benessere attirò purtroppo l’invidia delle potenze straniere e, di conseguenza, innumerevoli lotte per la supremazia e il controllo del territorio. Il periodo fu caratterizzato da scontri epici tra città-stato, Guelfi e Ghibellini, famiglie nobiliari, duchi e capitani di ventura, tra eserciti pontifici e Lanzichenecchi e, infine tra eserciti spagnoli e francesi. Questo è quel che riportano innumerevoli testimonianze dell’epoca, tra cui il libro considerato il più diabolico della storia: “Il Principe” di Niccolò Machiavelli.

Scontri e battaglie lasciarono naturalmente il segno non solo con rovine e possenti rocche e fortezze sparse per tutto il territorio, ma anche nella memoria popolare, che oggi ne tramanda il ricordo. Le rivalità tra i vari rioni e contrade non sono altro che il pacifico ricordo delle lotte all’interno delle città italiane dell’epoca.

Oggi l’Italia è ricchissima di borghi, castelli, abbazie e monasteri che nascondono nelle loro mura tesori artistici che testimoniano la grandezza della storia dell’arte italiana.

L’Italia del ventunesimo secolo è dunque in grado di offrire attrattive per tutti i gusti e interessi: musei, eremi storici, sagre e pali (quello di Siena in primis), nonché rappresentazioni di storiche battaglie, come quella di Mutina Boica a Modena, o dell’assedio di Gradara nelle Marche.

Per ognuna di queste manifestazioni esiste un potenziale mercato internazionale, che bisogna tuttavia far conoscere e pubblicizzare.

Cominciamo con l’arte: basterebbero solo pochi secondi su Google per trovare i musei e le gallerie d’arte più note di Roma, Firenze e Venezia, o ancora di Napoli, Milano e Torino. Tuttavia, al di fuori di questi grandi centri esistono innumerevoli città con passati gloriosi, e in cui sono custodite opere artistiche indimenticabili. Basta pensare alla Ferrara estense, a Modena, alla Rimini malatestiana, ai vari centri medicei della Toscana, oppure a Mantova, che prima dei Gonzaga era un’isola e che ora l’UNESCO ha dichiarato tesoro artistico. Ogni regione, ogni provincia, ogni città e molte piccole cittadine nascondono posti che segnano il patrimonio culturale del Bel Paese.

Come fare allora per attirare i turisti a visitare questi posti a loro sconosciuti?

Prima di continuare, una premessa. Iniziative del genere devono essere coordinate e svolte a tutti i livelli, coinvolgendo non solo le autorità nazionali, ma anche quelle provinciali e locali. Soprattutto queste ultime sono quelle che meglio conoscono i pregi e le potenzialità del loro territorio. Troppo spesso accade invece che manchi un impegno in questo senso, e che anche a livello nazionale c’è poca consapevolezza di tali tesori.

Future campagne turistiche dovrebbero essere mirate, non solo per pubblicizzare manifestazioni particolari, ma anche e soprattutto tenendo in considerazione le reti di relazione tra i territori: campagne del genere dovrebbero fondarsi sull’ampio concetto di ‘itinerario’ turistico, creando prodotti specifici per gruppi di interesse mirati.

Naturalmente in tutto questo l’arte ricoprirebbe un posto di primo piano. Non basta però stilare semplicemente un elenco di musei e gallerie visitabili: se accettiamo l’idea per cui gli intenditori d’arte possono essere considerati alla stregua di tifosi di particolari tipi di visite, possiamo preparare itinerari d’arte religiosa o di paesaggi, per fare un paio d’esempi. Si potrebbero anche preparare itinerari specifici di artisti individuali come Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Piero Della Francesca e così via, segnalando dove si trovano le loro opere in giro per l’Italia e i luoghi della loro vita.

Lo stesso discorso vale per i borghi, che ultimamente sono stati oggetto di un boom di interesse su vari social media. Ogni regione ha borghi unici e specificamente pittoreschi per il luogo in cui sono sorti.

Questo discorso vale per il turismo tradizionale, ma esistono altre due categorie che possono potenzialmente attirare turisti in Italia puntando sui loro interessi specifici. Parliamo in questo caso di rievocazioni storiche e sport.

Ci spieghiamo meglio. Per quanto riguarda le rievocazioni storiche, sono moltissimi gli appassionati nel mondo di armi e armature, che allestiscono rievocazioni di importanti battaglie nei propri paesi. Facile pensare agli americani, per esempio, che sono soliti ricordare in questo modo la Guerra di secessione, o anche ad altri gruppi di persone che in giro per l’Europa riportano in vita le campagne napoleoniche e l’indimenticabile episodio di Waterloo. A queste persone l’Italia può offrire una vasta selezione di manifestazioni storiche, a partire dai vari pali, come quelli di Siena, Arezzo, Ascoli, Faenza e così via, con le loro gare, folklore e tradizioni.

Queste manifestazioni non si limitano solo al periodo medioevale ma anche ad altri periodi storici, come fa Mutina Boica a Modena ogni anno per il periodo etrusco-romano. In questi casi occorre la collaborazione degli organizzatori delle manifestazioni stesse, responsabili di assicurare che siano fornite informazioni complete per parteciparvi o assistervi e anche di lavorare in concerto con le autorità locali per informare i turisti anche delle altre attrazioni locali, e cercare di estendere il loro soggiorno in Italia il più a lungo possibile.

La seconda categoria da considerare è quella dello sport e degli sportivi, specificatamente i maratoneti. Ogni estate in questo paese si svolgono maratone e gare a lunga distanza che pian piano attirano atleti da tutto il mondo. Una gara che merita particolare attenzione è la 100 km del Passatore, che si tiene a fine maggio e che interessa il territorio tra Firenze e Faenza. Il percorso su cui si svolge data oltre 2.000 anni ed è caratterizzato da borghi caratteristici, rocche, monasteri e da un paesaggio straordinario. Nelle settimane precedenti la corsa, tanti atleti italiani percorrono infatti la strada in auto, così da potersi gustare il territorio  prima della competizione vera e propria. Nell’edizione 2019 della gara, dei 3.139 atleti partecipanti meno di 130 erano stranieri. Davvero poco, soprattutto se si tiene conto che si tratta della corsa considerata la più bella del mondo per il suo genere.

Questi sono solo pochi esempi per dimostrare che l’Italia è davvero ricchissima di risorse e potenzialità, ma come paese abbiamo ancora tanta strada da fare per poterle mettere a frutto.

Come fare? In questo l’Italia ha un’arma segreta e due reti che potrebbero essere la base per la pubblicizzazione delle sue attrazioni. Gli italiani all’estero.

(continua)

di emigrazione e di matrimoni

Of Towns and Battles

Today Italy is very rich with small towns, castles, abbeys and monasteries that hide within their walls artistic treasures that testify to the greatness of the history of Italian art.

 

https://thedailycases.com/lingua-e-cultura-e-turismo-language-is-culture-and-tourism/

By Gianni Pezzano

Italy’s incredible history over the centuries has allowed our territory to bring together the wonderful countryside with cultural and artistic treasures that are unequalled in the world. During the summer months many medieval cities and small towns stage historical re-enactments that take us back to an era that was fertile not only from the artistic point of view, but was also warlike.

Italy of the late Medieval period and the Renaissance was extremely rich. The birth of the Italian banks and the entrepreneurial skills of the families of Tuscany, the Veneto, Lombardy, Liguria and the Emilia-Romagna let them loan money to Europe’s royal families and at the same time their commercial routes extended from the peninsula to all the known world. Thanks to these activities, the rich and the powerful could allocate funds for the construction of palaces and castles to show their political influence, to defend and to flaunt these same funds and, above all, to pay the best artists to pay homage to their prestige.

Unfortunately, all this wellbeing attracted the envy of foreign powers and subsequently, many struggles for supremacy and control over the territory. The period was characterized by epic struggles between city-states, Guelphs against the Ghibellines, noble families, dukes and mercenary commanders, between armies of the Pope and the Landesknechts and finally between Spanish and French armies. This is what the many testimonies of the time tell us, one of which is considered the most diabolical book in history, “The Prince” by Niccolò Machiavelli

Naturally clashes and battles left their mark not only in the ruins and the imposing castles and fortresses spread over all the country but also in the people’s memory that today preserves it. The rivalry between the various rioni and contrade (city suburbs) are nothing more than the modern peaceful reminders of the conflicts inside Italy’s cities at the time.

Today Italy is very rich with small towns, castles, abbeys and monasteries that hide within their walls artistic treasures that testify to the greatness of the history of Italian art.

Therefore, Italy of the twenty first century can offer attractions for all tastes and interests: museums, historic hermitages, sagre (festivals) and Pali (such as that of Siena above all), as well as representations of historic battles such as occurs at the Mutina Boica  event in Modena or the Siege of Gradara in the Marche region.

For each one of these events there is a potential international market that must therefore be introduced and advertised to these markets.

Let us start with Art. It would only take a few seconds on Google to find the most famous museums and art galleries in Rome, Florence, Venice and then Naples, Milan and Turin. However, outside these great centres there are countless cities with glorious pasts in which unforgettable works of art are kept. We only have to think of Ferrara of the d’Este family, Modena, Rimini of the Malatesta family and the various centres of the Medici in Tuscany, or Mantua that before the Gonzaga family was an island and has been declared a UNESCO World Heritage site due to its artistic treasures. Every region, every province, every city and many small town hide places that mark Italy’s cultural heritage.

So, how do we attract tourists to these places that are unknown to them?

Before continuing, we must make a premise. Initiatives of this type must be coordinated and carried out at all levels, involving not only national authorities but also those of the provinces and the local councils and especially the latter that best know the merits and potential of their territories. Too often there is a lack of commitment in this sense and, at a national level, there is little awareness of these treasures.

Tourist campaigns in the future should be aimed not only in advertising specific events, but also and above all to take into consideration the networks of relationships between the territories. Such campaigns should be based on a broad concept of tourist “itinerary” by creating specific products for targeted interest groups.

Naturally in all this art would cover a prominent role. However, it is not enough to simply draw up a list of museums and art galleries that can be visited. If we accept the idea that connoisseurs of art can be considered as fans of particular types of visits, we can prepare itineraries of religious art or landscapes to give two examples. We could also prepare specific itineraries on individual artists such as Michelangelo, Raphael, Caravaggio, Piero Della Francesca and so on, pointing out where to find their works of art around Italy and the places of their lives.

The same can be done for the small towns that recently have become the subject of a boom of interest in the social media. Every region has unique borghi (towns, hamlets) that are particularly picturesque due to the places in which they rise.

This goes for traditional tourism but there are two other categories that could potentially attract tourists to Italy by aiming at their specific interests. We are talking about historical re-enactments and sport.

Let us explain better. As far as the historical re-enactments are concerned, there are many people around the world who are passionate about weapons and armour and who re-enact important battles in their own countries. For example, it is easy to think about the Americans who usually remember the Civil War in this way. Or there are other groups of people around Europe that bring back to life the Napoleonic campaigns and the unforgettable Battle of Waterloo. Italy can offer these people a vast selection of historical events, starting with the various Pali such as those of Siena, Arezzo, Ascoli, Faenza and so forth with their competitions, folklore and traditions.

These events are not limited only to the Medieval period but also to other periods such as Mutina Boica in Modena for the Etruscan-Roman period. In these cases the collaboration of the organizers of the events is required to supply full information on how to take part or to watch. Furthermore, these cases also need to work in concert with the local authorities to inform tourists of the other local attractions and to try and extend their stay in Italy as long as possible.

The second category to be considered is that is sport and athletes, specifically marathon runners. Every summer in Italy there are marathons and long distance races that are slowly attracting athletes from around the world. One event that deserves specific attention is the 100 km del Passatore that is held at the end of May that involves the territory between Florence and Faenza. The road the race follows dates back more than 2,000 years and is characterized by characteristic borghi, castles, monasteries and an extraordinary countryside. In fact, during the weeks before the race many Italian athletes drive along the road to savour the countryside before the event proper. Of the 3,139 runners that took part in the 2019 event less than 130 were foreigners. Truly few, especially for an event that is considered the most beautiful such event in the world.

These are only a few examples to show that Italy is truly rich in resources and potential, but as a country we still have a long way to go to put them to good use. But how do we do so?

For this Italy has a secret weapon and two networks that could be the basis for advertising her attractions. The Italians overseas.

(to be continued) 

Lingua è Cultura e Turismo – Language is Culture and Tourism

di emigrazione e di matrimoni

Lingua è Cultura e Turismo

Noi italiani conosciamo le ricchezze del nostro paese, ma gli altri le conoscono? E se non le conoscono, perché?

Alcune considerazioni su come mai il paese col più grande patrimonio culturale del mondo sia soltanto al quinto posto per le sue mete turistiche. Basta infatti dare un’occhiata all’elenco dei siti UNESCO per vedere che, con 55 siti, nessun paese ne ha più dell’Italia e solo la Cina è pari a noi. 

Si tratta certamente di un giusto motivo d’orgoglio per l’Italia, anche sapendo che in futuro verranno aggiunti moltissimi altri siti, però, se controlliamo i musei e luoghi turistici più visitati nel mondo, il nostro paese si trova ben al di sotto di questo primo posto.

Città e musei

Nell’elenco sul sito della Mastercard delle 20 città più visitate nel mondo per il 2019 , ecco infatti che l’Italia compare con Milano al 16° e non appaiono del tutto Roma o Firenze che sono considerate le città simbolo del nostro turismo culturale. Però, nei primi 20 posti mondiali troviamo alcune città che pochi penserebbero davanti al Bel Paese, come Bangkok, Dubai e Kuala Lumpur. A girare il coltello nella piaga, vediamo Turchia con ben 2 mete tra le prime 20, Istanbul e Antalya.

Purtroppo esistono tanti motivi e intendo analizzarli in questo e nei prossimi due articoli.

Nel recente passato un politico italiano disse che “con la Cultura non si mangia”. Falso, con oltre 10 milioni di visitatori nel 2018 il museo più popolare nel mondo è il Louvre a Parigi. Tra i venti musei più popolari nel mondo l’unico museo nella penisola in questo elenco non è nemmeno italiano, i Musei del Vaticano.

Tra questi primi venti musei più importanti a livello turistico nel mondo vediamo anche  il Museo Nazionale della Cina al secondo posto, il Metropolitan Museum of Art di New York, i Musei del Vaticano al quarto posto, 4 altri negli Stati Uniti, ben sei nel Regno Unito, tre altri in Cina e uno in Taiwan, l’Hermitage in Russia e il Reina Sofia in Spagna.

Quindi il nostro vanto nel Patrimonio Culturale più importante del Mondo non è affatto riflesso nelle statistiche più importanti, il numero di visitatori che la Cultura porta nel paese.

Il colmo per noi è di sapere quante delle loro opere sono di artisti italiani e che molti dei dirigenti che li guidano sono in realtà cittadini italiani. Inoltre per visitare questi musei giustamente si pagano cifre molto alte, e in Italia questo non accade: in qualsiasi nostro museo i prezzi d’ingresso sono molto al di sotto del livello delle mostre allestite e non bastano né per conservare le opere, né per restaurarle a dovere. Se i francesi sono capaci di farlo, perché non noi italiani?

Ricchezze

La prima domanda che dobbiamo porci è: noi italiani conosciamo le ricchezze del nostro paese, ma gli altri le conoscono? E se non le conoscono, perché?

Ovviamente la risposta alla prima parte della domanda si trova nelle cifre. Poche persone al di fuori del nostro paese sanno della profondità e della varietà delle ricchezze culturali che un turista può trovare girando il Bel Paese da città a città, come anche soltanto da paesino a paesino. Un turista potrebbe girare l’Italia per tutta la vita e non riuscire a vedere tutto.

Eppure, malgrado le ricchezze sparse in tutto il territorio e le diverse campagne pubblicitarie, le immagini dell’Italia si concentrano su pochi centri. Naturalmente le tre grandi città di Roma, Firenze e Venezia sono da decenni attrazioni per gite, viaggi di nozze e turisti più o meno alle prime armi, ma solo una parte relativamente piccola di questi turisti si reca poi nelle altre città d’arte, a partire da Siena, Arezzo, Ravenna, Ferrara, Mantova e Urbino. Se fossero adeguatamente pubblicizzate, ognuna di queste città attirerebbe un numero altissimo di interessati. E questo non succede secondo il valore del nostro Patrimonio Culturale.

Non è un caso che negli ultimi anni la Cina abbia avuto un grande aumento di turismo nazionale: è il risultato di una politica culturale mirata e lungimirante. Da decenni la Cina produce infatti un numero impressionante di film storici. Pellicole come “Hero”, “L’Imperatore e l’Assassino” e “La battaglia dei tre regni” sono tutte basate su episodi veri e hanno ricevuto contributi governativi importanti, sia finanziari che logistici, perché il governo cinese ha capito che era un modo di far conoscere una storia ricchissima che all’estero è quasi del tutto ignota. Questa politica ha avuto un successo strepitoso, sia ai botteghini, sia per l’aumento impressionante del flusso di turisti del paese nell’ultimo decennio, come vediamo nell’elenco del 2018.

Da questi commenti sorge allora una domanda spontanea: è un caso che l’inizio del boom di turisti nel periodo post bellico in Italia coincida con la produzione di grandi film a Cinecittà, quasi tutti ambientati nell’epoca dell’Impero Romano? Oseremmo dire che non sia proprio un caso.

Lingua

Ora, dobbiamo chiederci cosa deve fare l’Italia per attirare più turisti internazionali, soprattutto in un mercato internazionale che è sempre più competitivo? Il primo problema da affrontare è quello della lingua, che riguarda vari aspetti della promozione della cultura italiana.

A tanti questo soggetto sembrerà strano, ma senza dubbio senza lingua NON c’è cultura.

La lingua italiana è ricchissima e dà il suo contributo a tutte le altre lingue del mondo come lingua dell’arte e della musica. Le indicazioni degli spartiti musicali in giro per il mondo, per esempio, sono sempre in italiano o, ancora, le opere liriche più importanti sono quasi sempre cantate in italiano.

La lingua non solo ci fa capire la musica classica, ma anche i grandi cantautori italiani. Purtroppo, Fabrizio De André è poco conosciuto all’estero perché non si può apprezzare la sua arte musicale senza capire le sue parole, la sua poesia. E De André non è l’unico cantautore che meriterebbe un pubblico internazionale.

Come per la musica, possiamo parlare altrettanto del cinema e della letteratura. Insegnare bene la lingua aiuterebbe a far crescere il pubblico per i nostri autori e registi. Ci sono tanti film e libri che, benché popolari e considerati classici che sono poco noti, e meno apprezzati, fuori dei confini nazionali. Anche in questo citiamo un caso: “Amici Miei” è considerato un capolavoro della commedia all’italiana, ma difficilmente traducibile in altre lingue (e non solo per il cult “supercazzole” di Tognazzi) e in modo particolare l’inglese, il mercato più importante del mondo.

Creare un programma finalizzato ad aumentare il numero di italofoni in giro per il mondo, a partire dai figli e i discendenti degli emigrati italiani che di solito parlano poco la lingua dei nonni e i bisnonni o solo il dialetto d’origine dei genitori, aiuterebbe ad aumentare la conoscenza di cantanti, libri e film italiani. Un risultato sarebbe un aumento delle vendite di queste opere, con tutti i benefici per il paese che ne seguirebbero.

Allo stesso tempo quest’aumentata consapevolezza avrebbe l’effetto di far conoscere sempre più aspetti della cultura italiana all’estero, migliorando il profilo di luoghi, personaggi e artisti che finora sono stati ignorati, in entrambi i sensi della parola, dal grande pubblico internazionale.

Leggere “Il giardino del Finzi Contini” di Giorgio Bassani, oltre a rivelare un libro straordinario, fa conoscere una città d’arte meravigliosa come Ferrara, con il suo Palazzo di Diamanti, il Castello Estense e Palazzo Schifanoia. Farsi cullare dalle parole di Lucio Dalla aprirebbe la porta sulle magie di Bologna, mentre Paolo Conte e De André presenterebbero le bellezze di Genova, come Venditti la magnificenza della sua Roma e i fratelli Bennato le perle della loro Napoli.

Ma la lingua è solo un primo passo per meglio rappresentare l’Italia nel mondo. Dobbiamo pubblicizzare il paese considerando specifici gruppi, a partire dai discendenti degli italiani emigrati. 

E per fare questo dobbiamo capire una volta per sempre che i soldi dei turistici e chi compra i nostri libri e dischi e vede i nostri film, sarebbero una fonte essenziale per finanziare il restauro e le ristrutturazioni dei luoghi importanti in Italia che da fin troppo tempo sono abbandonate al loro destino perché non abbiamo capito che di Cultura non solo si mangia, ma si mangia benissimo e sempre di più nel futuro, ma se solo sapessimo capire queste lezioni dall’estero.

(continua)

di emigrazione e di matrimoni

Language is Culture and Tourism

We Italians know the riches in our country but do the others know them? And if they do not, why?

Some thoughts on why the country with the world’s greatest cultural heritage is only in fifth place for its tourist destinations. We only have to take a look at the list of the UNESCO World Heritage sites to see that with 55 sites no country has more than Italy and only China is our equal.

This is certainly a just reason for pride in Italy, even knowing that in the future many other sites will be added. However, if we check the most visited museums and tourist destinations around the world our country is well below this first place.

Museums and Cities

In MasterCard’s list of the world’s 20 most visited cities for 2019 Italy only appears with Milan in 16th place. Rome and Florence that are considered the symbols of our cultural tourism do not appear at all. However, in the list of the 20 cities we find cities we would not consider ahead of Italy, such as Bangkok, Dubai and Kuala Lumpur. Adding salt to the wound, we see Turkey with two destinations amongst the first 20, Istanbul and Anatolia.

Unfortunately there are many reasons for this and we intend analyzing them in this and the next two articles.

In the recent past an Italian politician said that “you do not eat with Culture”. This is false; with more than 10 million visitors in 2018 the world’s most popular museum is the Louvre in Paris. Of the world’s most visited museums the only museum in the peninsula is not even Italian, it is the Vatican Museums.

Of these twenty most important museums around the world we also see the National Museum of China in second place, the Metropolitan Museum of Art in New York in third place, the Vatican Museums in fourth place, 4 others in the United States, a good six in the United Kingdom, three others in China, the Hermitage in Russia and the Reina Sofia in Spain.

Therefore, our boast that ours is the world most important Cultural Heritage is not reflected at all in the most important statistic, the number of visitors the Culture brings to the country.

What is despairing for us is to know how many of the works on display are by Italian artists and that many of the administrators are in reality Italian citizens. Furthermore, in order to visit these museums, the tourists pay very high prices and this does not happen in Italy since the price of a ticket for many of our museums is very much lower than the level of the exhibitions on display and is not enough to preserve the works, nor to restore them properly. If the French are able to do so, why not we Italians?

Riches

The first question we Italians must ask ourselves is: we Italians know the riches in our country but do the others know them? And if they do not, why?

Obviously the answer to the first part of the question is found in the numbers. Few people outside our country know the depth and the variety of the cultural riches that a tourist can find travelling around Italy from city to city, and also from small town to small town. A tourist could travel around Italy for a lifetime and not manage to see everything.

And yet, despite these riches spread over all the country and the different publicity campaigns, the images of Italy are concentrated on a few centres. Naturally for decades the three great cities of Rome, Florence and Venice have been attractions for tours, honeymoons and first time tourists but relatively few of these then go on to the other cities of Art, starting with Siena, Arezzo, Ravenna, Ferrara, Mantua and Urbino. If they were properly advertised each one of these cities would attract very high numbers on people. And this does not happen according to the value of our Cultural Heritage.

It is no coincidence that in recent years China has had a great increase in its level of tourism. This was the result of targeted and long term cultural policies. For decades China has in fact been producing an impressive number of historical films such as “Hero”, “The Emperor and the Assassin” and “Red Cliff” which were based on true episodes in the country’s history and they received major government funding both economically and logistically because the Chinese government understood that this was a means to introduce a very rich history that was almost totally unknown overseas. These policies had huge success, both at the box office and in the impressive growth of tourists to the country in the last decade, as we saw in the 2018 list.

These comments raise another spontaneous question. Was it a coincidence that Italy’s tourism boom after the Second World War coincided with the production of great films at Cinecittà in Rome, almost all set in the period of the Roman Empire? We dare say that this was not at all a coincidence.

Language

And now we must ask: what must Italy do to attract more international tourists, especially in an international market that is more and more competitive? The first problem to be faced is that of language that concerns various aspects of the promotion of Italian Culture.

This may seem strange to many but undoubtedly without language there is NO Culture.

The Italian language is rich and has given its contribution to the world’s other languages, such as the language or art and of music. The directions in musical scores around the world for example, are always in Italian, or, again the most important operas are almost always sung in Italian.

The language not only lets us understand classical music but also Italy’s great cantautori (singer songwriters). Unfortunately, Fabrizio De André is little known overseas because you cannot appreciate his musical art without understanding the poetry of his words. And De André is not the only cantautore who would deserve an international audience.

We can say just as much about cinema and literature. Teaching the language properly would help to make the audience for our authors and directors grow. There are many films and books that, even though popular and considered classics in Italy, are little known and even less appreciated outside the country’s borders. Even in this case we can cite “Amici Miei” (My friends) that is considered a masterpiece of Italian style comedy but it is very difficult to translate (and not only for the cult “supercazzole” scenes with Tognazzi), especially in English, the world’s biggest market.

Creating a programme aimed at increasing the number of Italian speakers around the world, starting with the children and descendants of Italian migrants who speak little of the language of their grandparents and great grandparents or only their parents’ original dialect would help to increase in the sales of these works, with all the benefits for the country that would follow.  

At the same time this increased knowledge would have the effect of making more aspects of our Culture be known overseas, raising the profile of places, people and artists that until now have been ignored or are unknown by the great international audience.

Reading “Il giardino dei Finzi-Contini” (The garden of the Finzi-Continis) would not only introduce an extraordinary book, it would introduce a wonderful city of Art such as Ferrara with its Palazzo Diamanti,the  Estense Castle and Palazzo Schifanoia. Being swayed by the words of Lucio Dalla would open the doors to the magic that is Bologna, while Paolo Conte and De André would present the beauty of Genoa, as Venditti the magnificence of his Rome and the Bennnato brothers the pearls of their Naples.

But the language is only the first step to presenting Italy better to the world. We must advertise the country considering specific groups, starting with the descendants of Italian migrants.

And in order to do this we must understand once and for all that the money from the tourists and those who buy our books and records and those who watch our movies would be a fundamental source of funding the restoration of the important places in Italy that all too often have been abandoned to their Fate because we have not understood that not only can we eat with Culture, we can eat very well and more and more in the future. But only if we know how to understand these lessons from overseas.

(to be continued)

Patrimoni Italiani nel Mondo – Italian World Heritage

di emigrazione e di matrimoni

Patrimoni Italiani nel Mondo

Prendiamo esempio dall’UNESCO e istituiamo una forma di premio di “Patrimonio Italiano nel Mondo”, fare conoscere in Italia i gruppi, gli individui, i luoghi e tutte le realtà che hanno formato le nostre comunità all’estero.

Nel nostro ultimo articolo (https://thedailycases.com/parlamentari-dallestero-si-o-no-anzi-no-parliamentarians-from-overseas-yes-or-no-rather-no/) abbiamo parlato delle nostre comunità nel mondo, come anche del ruolo di rappresentanza, sia dei parlamentari votati all’estero che del ruolo e selezione del CGIE e i Comites.

Benché avessimo parlato anche delle differenze tra le comunità italiane in Europa e quelle sparse in tutti i continenti, abbiamo detto, e vogliamo sottolinearlo di nuovo, che queste comunità non sono composte solo dai cittadini italiani che votano i parlamentari, ma dai figli della prima generazione dei nostri emigrati e anche dai discendenti che possono o non possono avere cittadinanza italiana, ma che sono, in ogni caso, di discendenza italiana e che hanno vissuto, in modi diversi, molti aspetti delle nostre tradizioni e usanze.

In tutti i casi, la nostra Cultura e le nostre usanze hanno svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo di queste comunità. Inoltre, in tutte queste comunità esistono individui e gruppi, nonché anche luoghi e “istituzioni” italiane, che hanno svolto, e continuano a svolgere, ruoli importanti per promuovere la nostra lingua e Cultura, come anche ogni altra manifestazione del loro paese d’origine, siano industriali, commerciali, sportivi e di ogni genere.

Perciò, come giornale che ha lo scopo di far conoscere in Italia le realtà dei nostri parenti e amici all’estero, come anche di promuovere ogni aspetto del nostro paese e Cultura all’estero, desideriamo fare una proposta seria, mirata finalmente a fare capire nel Bel Paese le imprese compiute dai nostri emigrati e i loro discendenti in giro per il mondo.

Little Italy

In questi giorni il consiglio comunale dell’Inner West di Sydney in Australia ha deciso di nominare ufficialmente una parte del sobborgo di Leichhardt come “Little Italy” perché, per decenni, è stato il centro delle attività dei nostri amici e parenti in quella città lontana. Questo onore è il riconoscimento ufficiale di una realtà importante della Storia del Comune e la città e non solo della sua comunità italiana.

Sappiamo tutti, e ne abbiamo visto prova nel film capolavoro di Francis Ford Coppola “Il Padrino 2”, dell’esistenza di una di queste “Little Italy” a New York. Ma non esistono solo in quelle due città. Ci sono “Little Italy” sparse per tutto il mondo e hanno svolto un ruolo fondamentale nell’aiutare i nostri parenti e amici all’estero a stabilirsi nei loro nuovi paesi di residenza.

Tristemente, anzi tragicamente, stiamo dimenticando questi episodi man mano che i nostri concittadini in quei luoghi si trasferiscono in altre zone grazie ai frutti dei loro lavori nel corso degli anni.

Altri esempi

In questi centri di Cultura italiana, anche se non “alta” come vorrebbero alcuni addetti ai lavori della promozione della nostra Cultura, c’erano non solo i soliti negozi, generi alimentari e macellerie, ma anche edicole che vendevano giornali e riviste italiane, a volte settimane dopo l’uscita in Italia perché allora arrivavano via nave. C’erano i cinema e negozi che vendevano dischi, e poi sono arrivate le video cassette e DVD di musica e film italiani quando eventualmente i cinema erano chiusi.

Queste comunità italiane avevano anche i loro giornali in lingua italiana che davano notizie più “fresche” dall’Italia e anche gli avvisi dei circoli italiani e i gruppi che davano assistenza a chi ne aveva bisogno, e infine annunciavano fidanzamenti, matrimoni, battesimi, nascite e decessi dei componenti della comunità. Ora questi giornali devono accogliere la sfida dell’internet e delle nuove generazioni che non conoscono la lingua dei genitori e i nonni.

Da queste comunità sono usciti manovali e scienziati, insegnanti e grandi sportivi, commesse e avvocatesse, architetti e muratori, e tutte le professioni che possiamo immaginare come prove del contributo di questi centri italiani all’estero nei loro nuovi paesi.

Purtroppo, e non possiamo in tutta onestà non ammetterlo, abbiamo anche dato altri contributi molto meno onorabili, con quelle cosche e gruppi che ci hanno seguito e perseguitato dall’Italia e all’estero fino a darci quella nomina di “mafiosi”, che la grande maggioranza di noi non meritiamo di sentire.

Ma non vogliamo parlare di questa onta sulle nostre comunità, ma di tutto quello di queste comunità citato sopra.

E quanto si sa di queste realtà, un vero nostro orgoglio nel mondo, in Italia? Fuori dei luoghi comuni e gli stereotipi e le immagini di qualche film o fiction televisiva, non ne sappiamo quasi niente. E certamente non sappiamo niente delle differenze tra città e citta in ogni paese, tantomeno le differenze tra paese e paese, senza dimenticare tra continente e continente.

Allora cosa dobbiamo fare per far conoscere queste grandi imprese nel Bel Paese e non semplicemente onorare qualche individuo all’estero per il suo contributo personale?

Onore

Prendiamo esempio dall’UNESCO e istituiamo una forma di premio di “Patrimonio Italiano nel Mondo”, fare conoscere in Italia i gruppi, gli individui, i luoghi e tutte le realtà che hanno formato le nostre comunità all’estero.

Riconosciamo finalmente i pionieri, gli insegnanti della nostra lingua, luoghi come i vari “Little Italy”, i cinema, i giornali, ora le stazioni radio e televisive, ecc., ecc., che hanno promosso la nostra Cultura e hanno anche formato Culture nuove mettendo insieme il meglio dell’Italia, con il meglio dei loro nuovi paesi di residenza.

Non sarà facile, e rischiamo di ripetere gli sbagli di onorificenze come detto nell’ultimo articolo, ma mettiamo giù le basi solide per raccogliere queste storie e di riconoscere nel modo giusto tutti coloro che hanno dato onore alle loro origini italiane.

Ma non facciamo lo sbaglio che facciamo fin troppo spesso, di utilizzare solo eventuali guadagni come metro di giudizio. Gli insegnanti, per esempio, non fanno soldi, ma il loro ruolo è determinante per il futuro dei loro studenti e per promuovere lingua e Cultura.

Riconosciamo chi merita d’essere ricordato e onorato, paese per paese, generazione per generazione con riconoscimenti degni delle loro imprese. Ogni anno potremmo fare una cerimonia nazionale a Roma, con il riconoscimento da parte del Parlamento e del Quirinale, a gruppi e individui che hanno compiuto imprese particolarmente meritevoli, magari con copertura televisiva live.

Mentre scriviamo queste parole ci rendiamo conto che non sarà facile, ma sappiamo anche non è giusto che chi ha lavorato per promuovere e diffondere la nostra Cultura all’estero, chi è nato all’estero da genitori o nonni italiani, e ha svolto un lavoro importante in seno alle comunità locali, non sia riconosciuto a livello ufficiale (particolarmente se non di prima generazione come di solito è il caso).

Facciamo sapere in Italia che abbiamo davvero Patrimoni Italiani nel Mondo di cui dobbiamo essere orgogliosi, perché sono anche loro la faccia della migliore Italia e non di quello che, tristemente, vediamo troppo spesso nelle cronache.

E riconosciamo una volta per sempre che chi lascia il paese continua a svolgere ruoli importanti per il paese. Anzi, molti di loro iniziano le loro imprese partendo proprio dalla nostra Cultura e le nostre tradizioni.

Riconoscendoli in questo modo sarebbe un passo importante per capire che chi ha lasciato il paese non è “fuggito” come alcuni pensano maliziosamente, ma ha continuato ad amare il suo paese d’origine nel miglior modo possibile, con le proprie imprese.

di emigrazione e di matrimoni

Italian World Heritage

Let us take an example from the UNESCO and set up a form of “Italian World Heritage” prizes to make these groups, individuals, places and all the realities that formed our communities in the world known in Italy.

In our previous article (https://thedailycases.com/parlamentari-dallestero-si-o-no-anzi-no-parliamentarians-from-overseas-yes-or-no-rather-no/) we spoke of our communities around the world, as well as the role of representation by both the parliamentarians elected overseas and the role and selection of the CGIE and the Comites.

Although we also spoke about the differences between the Italian communities in Europe and those spread around all the continents we said, and we want to highlight once more, that these communities are not made up only of the Italian citizens who vote for the parliamentarians but by the children of the first generation of our migrants and also by their descendants who may or may not have Italian citizenship, but who are in any case of Italian descent and who lived, in varying degrees, many aspects of our traditions and habits.

In all these cases, our Culture and our habits have played an essential role in the development of these communities. Furthermore, in all these communities there are individuals and groups, as well as places and Italian “institutions” that have carried out, and continue to carry out, important roles for promoting our language and Culture, as well as every other manifestation of their country of origin, whether industrial commercial, sporting and every type.

Hence, as a site that has the aim to introduce Italy to the realities of our relatives and friends overseas, as well as promoting every aspect of our country and Culture overseas, we wish to make a serious proposal aimed at finally letting Italy know the deeds carried out by our migrants and their descendants around the world.

Little Italys

In recent days the Local council of Sydney’s Inner West in Australia decided to officially name a part of the suburb of Leichhardt as “Little Italy” because for decades it was the centre of the activities of our relatives and friends in that far away city. This honour is the official recognition of an important reality of the Council’s history and not only that of its Italian community.

We all know, and we saw proof of this in Francis Ford Coppola’s Masterpiece, the film “The Godfather 2”, of the “Little Italy” in New York. But they do not exist only in these two cities. There are “Little Italys” spread around the world and they played a fundamental role in helping our relatives and friends overseas to establish themselves in their new countries of residence.

Sadly, or rather tragically, we are slowly forgetting these episodes as our fellow countrymen in these places move to other areas thanks to the results of their work over the years.

Other examples

In these centres of Italian Culture, even if they are not “high” as the experts promoting our Culture would want, there are not only the usual shops, groceries and butchers, there were also stands that sold Italian newspapers and magazines, sometimes weeks after the release in Italy because they came from Italy by boat. There were cinemas and shops that sold records and then came the video cassettes and DVDs of Italian music and films when the cinemas eventually closed down

These Italian communities also had their Italian language newspapers that gave “fresher” news from Italy and also the announcements of engagements, weddings, baptisms and the passing of the members of the community. Now these newspapers must meet the challenge of the internet and the new generations that do not know the language of their parents and grandparents.

Out of these communities have come labourers and scientists, teachers and great sportsmen, shop assistants and lawyers, architects and bricklayers, and all the professions we can imagine as proof of the contribution of these Italian centres overseas to their new countries.

Unfortunately, and we cannot in all honesty not admit it, we have also given other much less honourable contributions with those gangs and groups that have followed and persecuted us in Italy and overseas to the point that we have the reputation of “mafiosi” that the great majority of us does not deserve to hear.

But we do not want to talk about this shame on our communities, but of everything about these communities that we mentioned above.

And how much is known in Italy about these realities, our true pride around the world? Besides the clichés and stereotypes and the images from a few films or TV programmes we know almost nothing about them. And we certainly know nothing about the differences from city to city in any country, let alone the differences from country to country, without forgetting from continent to continent.

So, what do we have to do to make these great deeds known in Italy and not simply to honour a few individuals overseas for his or her personal contribution?

Honour

Let us take an example from the UNESCO and set up a form of “Italian World Heritage” prizes to make these groups, individuals, places and all the realities that formed our communities in the world known in Italy.

Let us finally recognise the pioneers, the teachers of our language, places such as the various “Little Italys”, the cinemas, the newspapers, now the radio and television station, etc., etc. that have promoted our Culture and have also formed new Cultures by putting together the best of Italy with the best of their new countries of origin.

It will not be easy and we risk repeating the mistakes of honours we mentioned in the previous article, but let us set the foundations for collecting these stories and to recognize in the right way all those who have given honour to their Italian origins.

But let us not make the mistake that we make all too often of using only any making money as the yardstick. Teachers for example do not make much money but their role is decisive for the future of their students and to promote our language and Culture.

Let us recognize those who deserve to be remembered and honoured, country by country, generation by generation with awards worthy of their deeds. Every year we could hold a national ceremony in Rome with the recognition by Italy’s Parliament and the President of the Republic to the groups and individuals who have performed especially noteworthy deeds, maybe with live television coverage.

As we type these words we realize that it will not be easy but we also know that it is not right that those who have worked to promote and spread our Culture overseas, whose who were born overseas of Italian parents or grandparents and carried out major work in the local communities is not recognized officially (especially if they are not of the first generation as is usually the case).,

Let us make Italy know that we have true Italian World Heritage that should make us proud because they too are the face of the best of Italy and not the one that we sadly see too often in the newspapers.

And let us recognize once and for all that those who left Italy continue to play important roles for the country. Rather, the opposite is the case because many of then began their deeds starting from our very Culture and tradition.

Recognizing them in this way would be an important step towards understanding that those who left the country did not “runaway” as some maliciously think, but continue to love his or her country of origin in the best way possible, with their deeds.

Parlamentari dall’estero, sì o no? Anzi, no – Parliamentarians from overseas, yes or no? Rather, no

di emigrazione e di matrimoni

Parlamentari dall’estero, sì o no? Anzi, no

Qual è l’efficacia vera di questi parlamentati per i loro elettorati? Molti degli italiani emigrati nei paesi europei avevano intenzioni molto diverse da quelli di coloro che sono partiti per altri continenti.

Partiamo con una premessa. Nell’ultimo articolo (https://thedailycases.com/i-nemici-del-migrante-distanza-e-tempo-the-migrants-enemies-distance-and-time/) abbiamo parlato delle comunità italiane sparse per il mondo, ma ricordiamoci sempre che queste comunità non contengono solo cittadini italiani iscritti all’AIRE, contengono anche molte generazioni e le comunità più vecchie, quelle delle Americhe, risalgono addirittura a metà dell’800. Quindi le nostre considerazioni si basano su quell’aspetto specifico che fin troppo spesso è ignorato in Italia. Dunque, non consideriamo gli italiani all’estero con il numero solo di cittadini, 5 milioni registrati all’AIRE nei consolati, ma il numero totale (cifre ufficiali) di emigrati e i discendenti, oltre 90 milioni.

Mentre aspettavamo l’uscita dell’ultimo articolo, la decisione di alcuni parlamentari di lasciare il Partito Democratico per aderire al nuovo gruppo parlamentare dell’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, e in particolare la reazione di utenti esteri sui social a questi sviluppi, ci hanno fatto riflettere seriamente sul ruolo effettivo dei nostri parlamentari eletti all’estero.

Non commentiamo le mosse all’interno del PD. La Costituzione italiana giustamente dice che non esiste vincolo di mandato ai parlamentari, che sono liberi di decidere di rimanere in un partito oppure di cambiare per qualsiasi motivo. Quindi, il giudizio vero verrà dagli elettori alle urne.

Però, alcuni commenti hanno messo il dito nella piaga che affligge il concetto delle rappresentanze estere nel Parlamento italiano, sin dalla prima proposta di Mirko Tremaglia decenni fa. Qual è l’efficacia vera di questi parlamentati per i loro elettorati?

Allo stesso tempo abbiamo l’obbligo di utilizzare due metri di giudizio, perché i Parlamentari eletti in Europa hanno un ruolo molto più produttivo per i loro concittadini di quelli eletti in altri continenti.

Inoltre, non ci riferiamo agli emigrati d’oggigiorno, realtà che non conosciamo ancora fino in fondo, ma alle due generazioni di emigrazione di massa dopo la seconda guerra mondiale, perché loro e i loro figli sono la base principale degli elettori italiani all’estero.

 Europa

Molti degli italiani emigrati nei paesi europei avevano intenzioni molto diverse da quelli di coloro che sono partiti per altri continenti.

Questi pensavano a un eventuale futuro in Italia e allora partivano per preparare le basi per poter tornare nei loro paesi e città di origine. Avevano iniziato a costruire case in patria per l’eventuale pensionamento, e mantenevano contatti molto più stretti con i parenti rimasti a casa. Ci sono quelli che sono emigrati all’estero da soli con mogli e figli rimasti a casa, e alcuni poi li hanno raggiunti all’estero e altri hanno aspettato il loro ritorno per anni. Infatti, questo è un fenomeno che merita davvero studi approfonditi perché i numeri di queste famiglia sono rilevanti.

Allora gli italiani residenti in altri paesi europei hanno un interesse forte nelle decisioni del Parlamento a Roma, perché queste decisioni avranno un impatto sul loro futuro.

Ma è proprio questo aspetto che manca per le altre comunità italiane all’estero e perciò dobbiamo ora sportare il nostro sguardo alle comunità italiane oltreoceano..

 Altri continenti

Chi partiva per altri continenti non aveva intenzione di tornare a vivere in Italia e sin dall’inizio ha stabilito fortissimi radici in quei paesi.

Dunque, nel considerare il ruolo dei parlamentari eletti negli altri continenti, dobbiamo fare una domanda seria e in un certo senso banale: quali decisioni prese dal Parlamento a Roma avranno effetti sugli italiani in altri continenti?

La risposta alla domanda è breve e crudele, poche o nessuna, tranne per quella percentuale piccola composta da chi ha proprietà in Italia o percepisce una pensione italiana. Nell’ultimo caso, la crudeltà della demografia ci dice che il loro numero è destinato a diminuire nel tempo, e non saranno mai più una grande percentuale della popolazione di quelle comunità oltreoceano.

Ricordiamo anche che gli eletti all’estero sono pochi in totale, attualmente 18 tra circa mille parlamentari. Il loro impatto è ridotto a pochissimo, soprattutto perché sono divisi tra partiti diversi in conflitto tra di loro. Inoltre, i parlamentari eletti all’estero sono anche soggetti alle direttive dei capi dei partiti che non pensano affatto alle esigenze delle comunità italiane all’estero. Senza eccezioni.

Dunque, ci vuole poco per capire perché la loro presenza ha pochissimo impatto sui loro elettori. Senza dimenticare il problema non indifferente che rappresentano continenti interi e non solo piccoli elettorati, come i loro colleghi nelle aule. Nel caso di due di questi, ben quattro continenti, Oceania, Asia, Africa e Antartide.

In queste condizioni, come fanno questi parlamentari a rappresentare in modo efficace e con benefici veri, queste comunità negli altri continenti?

Allora dobbiamo pensare come fare sentire la voce di queste comunità e come aumentare gli scambi di ogni genere tra loro e l’Italia.

 Rappresentanza

All’estero esistevano, ed esistono ancora, due gruppi prima ancora della decisione di formare le circoscrizioni elettorali. Il primo è il CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) e il nome si descrive da solo e i Comites (Comitato degli Italiani all’Estero), a livello consolare, che dovrebbero rappresentare le comunità italiane locali e che vengono eletti dai loro concittadini.

Ma oggigiorno con i Parlamentari eletti alla Camera dei Deputati e il Senato, questi gruppi non hanno più un vero e proprio ruolo effettivo di rappresentanza. E qui torniamo al punto della premessa. I parlamentari rappresentano i cittadini italiani, che sono una minoranza nelle comunità e non le comunità di per sé.

Allo stesso tempo dobbiamo riconoscere che c’è la grande volontà all’estero di mantenere i contatti in Italia. Di più, abbiamo bisogno di promuovere non solo la Cultura italiana all’estero come anche i rapporti commerciali, scientifici e di ogni genere tra Italia e l’estero.

Non eletti ma scelti

Allora diventa ovvio che questi gruppi potrebbero avere un ruolo molto più attivo di quello attuale. Ma solo se i componenti che ne fanno parte abbiano specifiche conoscenze e capacità in questi campi e non, come succede fin troppo spesso, con comitati che vengono composti da qualcuno in cerca magari di qualche onorificenza o l’occasionale viaggio gratuito in Italia.

Immaginiamo già la reazione sdegnata di alcuni a questi commenti, ma troppi di noi coinvolti in attività in seno alle nostre comunità, abbiamo visto anche questo e, di conseguenza, non pochi hanno smesso di collaborare.

Non intendiamo offendere nessuno, ma solo fare osservazioni. Ma, soprattutto, vogliamo mettere una proposta seria sul tavolo.

Se davvero teniamo a cuore i contatti tra l’Italia e le sue comunità nel mondo, allora non eleggiamo più i Comites, ma troviamo un sistema efficace per sceglierne i componenti in base a specifiche esperienze e capacità per promuovere questi aspetti, a partire dal più importante di tutti, la nostra lingua e di conseguenza la nostra Cultura.

Ovviamente uno o due componenti dei Comites potrebbero essere scelti dai circoli e associazioni italiane delle comunità del luogo, ma sempre in base a esperienze e capacità specifiche e non in base ad altri interessi.

Inoltre, nelle comunità più vecchie, i componenti dei gruppi non dovrebbero essere composti soprattutto da persone della prima generazione e qualche persona di seconda generazione, ma anche da quelli di altre generazioni che conoscono le esigenze di chi ha nonni e bisnonni italiani e vuole scoprire le proprie radici e patrimonio culturale personale, che attualmente non sono nemmeno considerati all’interno dei Comites. Un aspetto quest’ultimo che ha enormi potenziali di crescita nel futuro e dunque di potenziali ricavi per l’Italia e le regioni d’origine dei partecipanti.

Qualcuno dirà che la proposta è irrealizzabile. Ma, come abbiamo iniziato con una domanda, vogliamo finire con un’altra.

Pensiamo davvero che 18 parlamentari possano rappresentare oltre 90 milioni di persone tra emigrati italiani e i loro discendenti in giro per il mondo e fare qualcosa per migliorare le loro vite?

 

 

di emigrazione e di matrimoni

Parliamentarians from overseas, yes or no? Rather, no

What is the true effectiveness of these parliamentarians for their electorates? Many of the Italian migrants in European countries had very different intentions from those who left for other continents.

Let us start with a premise. In the previous article (https://thedailycases.com/i-nemici-del-migrante-distanza-e-tempo-the-migrants-enemies-distance-and-time/) we spoke about the Italian communities around the world but let us always remember that these communities do not contain only Italian citizens registered in the AIRE (Register of Italian citizens resident overseas), they also contain many generations and the oldest communities, those in the Americas, even go back to the 19th century. Therefore our considerations are based on this aspect that all too often is ignored in Italy. Hence, we do not think of the Italians overseas only in the number of citizens, 5 million registered in the AIRE in the consulates, but the total number (official figures) of migrants and descendants, more than 90 million.

As we were waiting for the release of the latest article, the decision of some parliamentarians to leave the Partito Democratico (PD, Democratic Party) to join the new parliamentary group of former Prime Minister Matteo Renzi and in particular the reactions of foreign users to these developments, made us reflect seriously on the effective role of our parliamentarians elected overseas.

We will make no comment on the moves within the PD. The Italian Constitution rightly says there is no formal mandate tying the parliamentarians to parties and so they are free to decide whether they will stay with a political party or to change for whatever reason. Therefore, the true judgment will come from the electors in the ballot booth.

However, some comments put salt into the wound that has afflicted the concepts of overseas representation in Italy’s Parliament since before Mirko Tremaglia’s proposal decades ago. What is the true effectiveness of these parliamentarians for their electorates?

At the same time we have the obligation to use two yardsticks because the Parliamentarians elected in Europe have a much more productive role for their fellow citizens than those elected in other continents.

Furthermore, we do not refer to today’s migrants, a reality that we still do not know fully, but to the two generations of mass migration after the Second World War because they and their children are the main base for the Italian electors overseas.

Europe

Many of the Italian migrants in European countries had very different intentions from those who left for other continents.

They thought about an eventual future in Italy and so they left to prepare the foundations for returning to their towns and cities of birth. They began building houses at home for the eventual retirement and they kept closer contact with the relatives left at home. There are those who migrated overseas on their own, leaving behind wives and children and some then joined them overseas. And others awaited their return for years. In fact, this is a phenomenon that deserves serious study because the numbers of these families are important.

So, the Italians who migrated to other European countries have a strong interest in the decisions of the Parliament in Rome because these decisions will have an impact on their future.

And it is this very aspect that is missing in the other Italian communities around the world and therefore we must turn our eye to the Italian communities outside Europe.

Other continents

Those who left for other continents had no intention to go back to Italy to live and from the start they established very strong roots in those countries.

Therefore, in considering the role of the parliamentarians elected in other continents we must ask a serious and in a certain sense banal question: which decisions made by the Parliament in Rome will affect the Italians in other continents?

The answer to the question is short and cruel, little or nothing, except for that very small percentage made up of those who still have property in Italy or receive an Italian pension. In the latter case, the cruelty of demography tells us that their numbers are destined to decrease over time and they will never again be a large percentage of the population of these overseas communities.

Let us remember that those elected overseas are few in total, currently 18 amongst about a thousand parliamentarians. Their impact is reduced to a minimum, especially because they are divided amongst the parties that are in conflict with each other. Furthermore, the parliamentarians elected overseas are subjects to the instructions of the leaders of the parties who do not think at all about the needs of the Italian communities overseas. Without exception.

Therefore it takes little to understand why their presence has very little impact on their electors. Without forgetting the not indifferent problem that they represent whole continents and not small electorates as their colleagues in Parliament do. In the case of two of these, they represent four continents, Oceania, Asia, Africa and the Antarctic.

Under these conditions how can these parliamentarians represent the communities in other continents effectively and with real benefits?

So we have to think about how to make the voice of these communities heard and how to increase the exchanges of every type between them and Italy.

Representation

Overseas there were, and there still are, two groups even before the decision to form the overseas electorates. The first is the CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, General Council of the Italians Overseas), the name is self explicatory, and the Comites (Comitato degli Italiani all’Estero, Committee of the Italians overseas) at the consular level that should represent the local Italian communities and are elected by their fellow citizens.    

But today, with the Parliamentarians elected to Italy’s Chamber of Deputies and Senate, these groups no longer have a true role of representation. And here we return to the premise. The parliamentarians represent the Italian citizens, who are a minority of the communities, and not their communities as such.

At the same time we must recognize that there is a great desire overseas to maintain contacts with Italy. Moreover, we need to promote not only Italian Culture overseas but also commercial, scientific and every type of exchange between Italy and overseas.

Not elected but chosen

Therefore it is obvious that these groups could have a much more active role than the current one. But only if the members who take part have specific knowledge and skills in these fields and not, as happens all too often, there are even committees with some members who may be looking for an honour or an occasional free trip to Italy.

We already imagine the indignant reaction of some to these comments, but too many of us involved in community activities have seen this as well and, subsequently, not a few have stopped collaborating.

We do not intend offending anyone, only to make some observations. But, above all, we want to put a serious proposal on the table.

If we truly care about contacts between Italy and her communities overseas, that let us no longer elected the Comites, but let us find an effective system for selecting its members according to specific experience and skills in order to promote these aspects, starting with the most important of them, our language and, as a consequence, our Culture.

Obviously one or two members of the Comites could be chosen by the local Italian community clubs and associations but always according to specific experience and skill and not according to other interests.

Furthermore, in the older communities, the members of these groups should not be composed above all by people of the first generation and a few of the second generation, but also from those of other generations who know the needs of those with Italian grandparents and great grandparents and want to discover their roots and personal cultural heritage that currently are not even considered within the Comites. This final aspect has enormous potential for growth in the future and therefore of potential income for Italy and the regions of origin of the participants.

Some will say that this proposal is unachievable. But, just as we started with a question, let us finish with another:

Do we really think that 18 parliamentarians can represent more than 90 million people between migrants and their descendants around the world and do something to improve their lives?

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