Joe Cossari nominato Delegato Nazionale CTIM per l’Oceania.

L’italo-australiano ottiene il riconoscimento per il suo impegno agli ideali di italianità e solidarietà

di Paolo Buralli Manfredi

Un  ulteriore riconoscimento per Joe Cossari, italiano residente in Australia a Melbourne da quando era solo un bimbo. Si tratta della nomina come Delegato Nazionale CTIM per l’Oceania. La nomina gli è stata attribuita per l’impegno al servizio degli ideali di italianità e di solidarietà che il Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo ha sempre perseguito. Nel 1968 il  CTIM  viene fondato con lo scopo di difendere gli interessi in patria della diaspora italiana e promuovere il diritto di voto per gli italiani all’estero.

Il 30 maggio 1970 giunsero per la prima volta dall’estero in Italia i Treni Tricolore organizzati per gli italiani residenti all’estero affinché fossero favoriti nel rientro per poter votare.

Nel 2001 Mirko Tremaglia diventa Ministro per gli Italiani nel mondo e grazie al suo storico impegno il Parlamento vota a larghissima maggioranza la Legge Costituzionale 27 dic. 2001, n. 459 ( Norme per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani residenti all’estero) che cambia le modalità relative all’esercizio del diritto di voto degli italiani che vivono all’estero modificando gli articoli 48, 56 e 57 della Costituzione: per le elezioni politiche viene creata la circoscrizione Estero, formata da 12 deputati e 6 senatori.

Il 30 dicembre 2001alla scomparsa di Tremaglia l’on. Roberto Menia diventa Segretario Generale del Comitato.

Il CTIM è presente con proprie sedi sparse in tutto il mondo. Svolge attività sociale e culturale tendente alla valorizzazione dei legami tra l’Europa, l’Italia ed i cittadini italiani all’estero curando, tra l’altro, il collegamento e l’integrazione delle comunità, lo scambio inteculturale e la difesa del diritto di cittadinanza.

L’assemblea generale di ottobre 2017 elegge Presidente del CTIM l’italo americano Com. Vincenzo Arcobelli.

Con nomina a partire dal 2020 Joe (Giuseppe) Cossari riceve l’importante incarico che gli permetterà di continuare il suo impegno a favore della difesa della cultura italiana e di supporto ai tanti italo australiani presenti in Oceania. Perché se è vero che emigrare in un altro paese ci mette nelle condizioni di ottemperare a regole diverse dalle nostre avvicinandoci ad un’altra cultura, è anche un bene non dimenticare mai da dove siamo venuti, la cultura italiana è comunque una grande risorsa che vale la pena di promuovere in tutto il mondo.

Tradizione che viene, tradizione che va- Traditions come, traditions go

di emigrazione e di matrimoni

Tradizione che viene, tradizione che va

Quando parliamo di “tradizioni” dobbiamo capire che non sono “eterne”.

Quando parliamo della vita di famiglia spesso parliamo delle tradizioni di vari generi che regolano la nostra vita. Segnano passaggi importanti da bambino ad adolescente e poi ad adulto nelle case degli italiani in Italia, e ancora di più tra le famiglie italiane all’estero.

Cresciamo pensando che queste tradizioni siano eterne e cerchiamo di mantenerle. Però, malgrado tutta la nostra volontà, questo non succede, in nessun paese.

Vogliamo considerare due di queste tradizioni. La prima era  fondamentale per molte famiglie e ora non esiste quasi più tra gli italiani, tranne nel creare difficoltà inattese per i discendenti degli emigrati italiani che cercano le loro origini nel Bel Paese.

La seconda tradizione era particolarmente importante per la maggioranza dei nostri emigrati fino a non tanti anni fa, cioè, tra coloro che erano di origini rurali e volevano mantenere un rito fondamentale per la loro esistenza prima della partenza, ma, come tantissime tradizioni, le esigenze dei nuovi paesi di residenza e delle diverse necessità della vita hanno voluto dire che questa tradizione è sparita quasi del tutto, oppure esiste in una forma ridotta.

In compenso sono entrate nuove tradizioni nelle famiglie, alcune da altre famiglie italiane con i matrimoni, oppure adottate dal paese di residenza che gli emigrati originali non avrebbero mai immaginato quando sognavano il futuro dei loro figli e nipotini.

La discussione

Mi ricordo benissimo una serata della visita di mia nonna materna in Australia negli anni ‘70.  Lei era l’unica dei nonni che ho conosciuto bene. Non ho mai conosciuto i nonni paterni, porto il nome di quel nonno che è morto prima della mia nascita e la nonna non tanto tempo dopo. Ho conosciuto il nonno materno durante una visita indimenticabile negli anni ‘60 con nonna, ma morì solo pochi anni dopo prima del mio primo viaggio in Italia.

Quella sera siamo andati a cena da paesani che abitavano ad Adelaide ed erano presenti anche i figli dei paesani. Nel corso degli scambi attorno al tavolo, in modo quasi inevitabile visto l’età degli adolescenti presenti, qualcuno, non mi ricordo più chi, ha cominciato a parlare dei futuri matrimoni e da qui è uscito il tema della tradizione che ora non esiste quasi più.

La tradizione era di dare i nomi dei nonni ai figli, prima dei nonni paterni e poi di quelli materni.

Nonna è rimasta scandalizzata dalla risposta di Assuntina, la figlia dei nostri paesani, alla sua domanda che non avrebbe dato il nome di suo padre al secondogenito come per la tradizione non solo del paesino ma anche di molte regioni italiane, particolarmente quelle meridionali.

Motivazione

Assuntina non è un nome molto comune nemmeno in Italia, tantomeno in un paese anglosassone e quindi era stata bersagliata da soprannomi crudeli dai suoi coetanei, soprattutto quando qualcuna alla scuola cattolica per ragazze che frequentava, ha scoperto il significato del nome e quindi è diventata soggetto di battute di cattivo gusto. Inoltre, anche il padre, Fiorenzo, aveva un nome non molto comune e come molti nomi italiani difficili per non italiani e particolarmente anglofoni da pronunciare.

Lei disse con molta passione che non voleva vedere i suoi figli subire lo stessa trattamento a scuola e devo confessare che capivo benissimo la sua decisione.

Infatti posso testimoniare da esperienze personali di queste difficoltà. Nel corso della mia vita sono stato riconosciuto con vari nome dal Giovanni (di anagrafe) e Gianni, come anche da John e Johnny le versioni inglesi di questi nomi per chi trova difficoltà a pronunciare gli originali, e a scuola come “Gio” perché rifiutavo di anglicizzare il mio nome. Senza dimenticare che anch’io sono stato soggetto a battute di cattivo gusto con versioni “insolite” del mio nome.

Nonna non era del tutto convinta dalle spiegazioni perché, come moltissimi della sua generazione, quella tradizione era ben radicata e importante.

Potrebbe sembrare banale dire che chi fa battute del genere sbaglia ma, tristemente, posso dire che molti sbagliano oggi anche in Italia con i nomi strani dei figli degli immigrati ora nel nostro paese.

Il risultato è che all’estero nella maggioranza dei casi questa tradizione italiana è sparita nello spazio di una generazione. Come devo riconoscere che la tradizione è sparita anche in Italia, non per motivi legati all’integrazione nel nuovo paese di residenza ma per il cambio normale dal mondo antico al mondo moderno.

L’effetto odierno di questa tradizione scomparsa crea difficoltà per i nipoti e pronipoti di emigrati italiani in cerca delle loro famiglie, quando scoprono tanti omonimi che possono o non possono essere parenti vicini. Non sono problemi di poco conto ed esigono che i discendenti siano ben armati con i dettagli di nonni e bisnonni per poter rintracciare la famiglia vera e non una sbagliata.

Rito di famiglia

La seconda tradizione che vogliamo trattare era fondamentale per le famiglie agricole in Italia per quasi tutto il paese. Era così importante e simbolica che nel nostro primo viaggio in Italia nel 1972 mio zio Antonio in Calabria ha aspettato Papà per compierla e questo suo gesto ha toccato profondamente mio padre. Sia in Italia che all’estero era un rito che coinvolgeva tutta la famiglia.

“Ammazzare il maiale” non era rito banale. Era il mezzo per preservare la carne dell’animale e, come sappiamo, nessuna parte dell’animale era scartata. Il risultato della cerimonia non erano solo tanto le salcicce, i prosciutti, capocolli e soppressate, ma anche la sugna per cucinare e, come la tradizione del paese di mia madre, per preservare più a lungo le salsicce ed infine il prodotto che ora è difficile  trovare anche in Italia, il sanguinaccio.

In Australia avevamo vicini di casa veneti che non facevano il sanguinaccio e per questo motivo mia madre andava con loro per prendere il sangue per farlo secondo non solo le proprie tradizioni, ma persino di quelle del paese di papà che le zie le avevano insegnato in quel primo viaggio. Non nascondo che non sono mai risuscito a mangiarlo non importa in che forma, e nel primo viaggio rischiavo di offendere cari amici che l’avevano servito come dolce alla fine di un bellissimo pranzo. Per fortuna hanno capito i motivi miei  e di  mio fratello Tony.

Oggigiorno molte famiglie non fanno più il sanguinaccio e ora, per motivi di salute, nemmeno la sugna è più utilizzata come una volta, rimpiazzata con altri mezzi e prodotti per il timore dei livelli del colesterolo.

Ora molte famiglie italiane in tutto il mondo non comprano il maiale intero ma comprano solo quelle parti dell’animale per fare le salsicce, capocollo, soppressate, ecc.

Quel che viene a quel che va

Nel mondo d’oggi le tradizioni sono in continuo cambiamento. Per i giovanissimi le “tradizioni” non sono più del tutto “italiane” grazie a due mezzi moderni, il cinema e la televisione.

Per i giovanissimi, e non solo in Italia, due tradizione americane viste innumerevoli volte sul piccolo e grande schermo, Halloween e San Valentino, sono il sine qua non della loro esistenza come vediamo quando cerchiamo di prenotare un ristorante per cena il 14 febbraio. Ora, l’ultima notte di ottobre in molti paesi i giovanissimi vanno in giro in costume per fare “dolcetto o scherzetto”.

A queste nuove tradizioni che rimpiazzano le vecchie possiamo ora anche aggiungere gli addii al celibato e nubilato all’americana, compresi gli scherzi di cattivo gusto cui molti non riescono a resistere.

Quindi quando parliamo di “tradizioni” dobbiamo capire che non sono “eterne”. Molte di loro hanno origini che abbiamo dimenticato oppure che non esistono più e allora non hanno più motivi di mantenerle. Però, abbiamo anche il  dovere di documentare queste tradizioni perché facevano parte fondamentale del nostro passato e alcune ancora esistono in forme diverse.

Ogni Cultura ha le sue tradizioni e nessuna Cultura è esente da questi cambiamenti perché le Culture sono esseri viventi, che si evolvono ogni volta che incontrano aspetti nuovi, come la TV e il cinema come abbiamo visto sopra, oppure l’arrivo di immigrati come abbiamo visto in tutti i paesi con i nostri parenti e amici.

Ma questi cambiamenti non devono creare paura perché sono inevitabili e naturali, e anche perché se una Cultura non cambia vuol dire solo una cosa, quella Cultura è morta…

di emigrazione e di matrimoni

Traditions come, traditions go

When we talk about “traditions” we must understand that they are not “eternal”.

When we talk about family life we often talk about the various types of traditions that govern our lives. They mark the major passages from child to adolescent and to adult in Italian homes in Italy and even more amongst Italian families overseas. We grow up thinking these traditions are eternal and we try to keep them. However, despite all our desire this does not happen, in any country.

We want to discuss two of these traditions. The first was essential for many families and is now almost non-existent amongst Italians, except when it creates unexpected difficulties for the descendants of Italian migrants who look for their origins in Italy.

The second tradition was especially important for the majority of our migrants up to not many years ago, in other words, amongst those who came from rural origins and wanted to maintain an essential rite in their life before they migrated but, like many traditions, the needs of the new countries of residence and the changes of how we see life’s needs meant that this tradition has almost completely disappeared or exists in a reduced form.

On the other hand other traditions came into the family, some from other Italian families with marriages, or adopted from the country of residence that the original migrants would never have imagined when they dreamt of the future of their children or grandchildren.

The discussion

I remember very well one evening during my maternal grandmother’s visit to Australia in the 1970s. Nonna was the only one of my grandparents that I got to know well. I had never met my paternal grandparents. I bear the name of my paternal grandfather who had died before my birth and grandmother died not long after. I met my maternal grandfather during an unforgettable visit in the 1960s with nonna but he died only a few years later before my first trip to Italy.

That evening we had gone to dinner at the home of people from the same town in Adelaide and their children were there as well. During the discussions around the table almost inevitably considering the age of the adolescents present someone, I do not remember who, began to talk about future marriages and out of this came the issue of the tradition that now is almost non-existent.

The tradition was that of passing on the grandparents’ names to the grandchildren, in order of the paternal grandparents and then the maternal grandparents.

Nonna was shocked by the answer to her question to our friends’ daughter Assuntina who said she would never give her father’s name to her second son as per the tradition not only of their small town but also of many Italian regions, especially in the south.

Reason

Assuntina is not a common name even in Italy, much less in an Anglo-Saxon country and therefore she had been the target of cruel nicknames and even more so when someone at her Catholic school for girls discovered the meaning of the name and therefore she became the butt of jokes in bad taste. Furthermore, her father Fiorenzo had an uncommon name and like many Italian names hard to pronounce for non-Italians and especially English speakers.

She said with a lot of passion that she did not want her children to suffer the same treatment at school and I must confess I understood her decision very well.

In fact, I can bear witness to this difficulty from my personal experience. During the course of my life I have been known by various names from Giovanni (my given name) to Gianni, as well as John and Johnny, the English versions of these names by those who found it hard to pronounce the originals and as “Gio” at school because I refused to anglicize my name. Without forgetting that I too have been subject to jokes in bad taste with “unusual” versions of my name.

Nonna was not convinced by the explanations because, like many of her generation, that tradition was widespread and important.

It would seem trivial to say that those who make jokes are wrong but sadly I can also say that many are wrong in Italy today as well with the strange names of the children of migrants now in our country.

The result was that in the majority of cases overseas this Italian tradition disappeared in the space of a generation. Just as I must acknowledge that the tradition disappeared in Italy as well, not for reasons tied to integration in a new country of residence but in the normal change from the older world to the modern world. 

The effect today of this non non-existent tradition is that it causes difficulty for the grandchildren and great grandchildren of Italian migrants who are tracing their families when they discover many people with the same names which may or may not be close relatives. These are not minor problems and demand that the descendants be well armed with their grandparents’ and great grandparents’ details in order to be able to trace the right family.

Family ritual

The second tradition that we want to discuss was essential for rural families in almost all of Italy. It was so important and symbolic that during our first trip to Italy in 1922 my uncle Antonio waited for my father to carry it out and this gesture deeply touched him. In both Italy and overseas it was a ritual that involved all the family.

“Ammazzare i maiale” (killing the pig) was not a minor ritual. It was the means to preserve the animal’s meat and, as we know, no part of the animal was thrown away. The result of the ceremony was not only sausages, hams, capocollo and soppressate but also lard for cooking and, as in the tradition of my mother’s town, to preserve the sausages for longer and finally the product that is now hard to find even in Italy, sanguinaccio (blood/black pudding).

In Australia we had neighbours from the Veneto who did not make sanguinaccio and for this reason my mother went with tem to get the blood to make it not only according to her own traditions but even those of my father’s town that my aunts taught her in that first trip. I cannot hide that I have never been able to eat it, no matter which type, and during that first trip I risked offending close friends who served it as dessert at a wonderful lunch. Luckily they understood my brother’s and my reasons.

Today many families no longer make sanguinaccio and now, for health reasons, even the lard is no longer used as it once was out of fear of the levels of cholesterol and has been replaced by other means and products.

Now many Italian families around the world no longer buy the whole pig but buy the parts of the animal needed for the sausages, capocollo, soppressate, etc.

What comes and what goes

In today’s world traditions change continually. For the youngest of us “traditions” are no longer totally “Italian” thanks to two modern means of communication, movies and television.

For the very young, and not only in Italy, two American traditions seen innumerable times on the big and small screens, Halloween and Saint Valentine’s Day, are a necessary part  of their lives as we see when we try to book a restaurant for dinner on February 14. Now, the final night of October in many countries young people in costume fill the streets to “trick or treat”.

And to these new traditions that replaced the old ones we can now also add the American style bachelor’s and hen’s nights, including the pranks that many cannot resists.

Hence, when we talk about “traditions” we must understand that they are not “eternal”. Many of them have origins we have forgotten or that no longer exist and so they have to more reason to keep them. However, we also have a duty to document these traditions because they were an essential part of our past and some still exist in different forms.

Every Culture has its traditions and no Culture is exempt from these changes because Cultures are living entities that evolve every time they encounter something new, such as TV and cinema as we saw above or the arrival of migrants as we have seen with all the countries with our relatives and friends. 

But these changes must not cause fear because they are inevitable and natural and also because if a Culture does not change it means only one thing, that Culture is dead…

Parli come badi!- Language as a tool and weapon for identity

di emigrazione e di matrimoni

Parli come badi!

Potrai capire una lingua davvero bene solo quando ti trovi ad utilizzarla nella vita quotidiana e non solo negli esercizi grammaticali in classe

Nel cercare la propria identità i figli e i discendenti di emigrati italiani devono capire che la lingua italiana è importante per poter non solo definirsi, ma anche per poter davvero capire le proprie origini e il proprio patrimonio culturale personale. Però, dobbiamo anche capire che poter parlare e quindi capire l’italiano, come per qualsiasi lingua, non è semplice come potrebbe sembrare a molti. Ed è un tema che dobbiamo tenere ben in mente quando parliamo di indirizzare la promozione verso i nostri parenti a amici e parenti all’estero.

Quando ero giovane in Australia c’era un cinema che proiettava film italiani e ci andavamo come famiglia, di solito per vedere i film comici perché ai miei genitori non piacevano gli strappalacrime con Amadeo Nazzari e Yvonne Sanson come Catene e I figli di nessuno che spesso proiettavano. Naturalmente tanti dei film che vedevamo in quegli anni ‘60 erano di Totò. Pensavo allora di capire questi film, però mi sbagliavo.

Ricordo particolarmente Totò, Peppino e i giovani d’oggi perché molte delle scene tra i due grandissimi comici non avevano bisogno di un grande sforzo per essere capite da noi figli nati in Australia, erano scene dove i gesti e le mosse dei protagonisti si spiegavano da sole. Anni dopo, durante uno dei miei primi viaggi in Italia, e soprattutto dopo gli studi in italiano, ho avuto il piacere di rivedere quel film e ho potuto ridere come mai prima alle battute. Ma mi sono anche reso conto che il ragazzo che ero non avrebbe potuto mai capire battute come “Parli come badi sa!” perché per poterlo fare bisogna capire bene l’italiano.

È una lezione importante per chi impara una lingua, e potrai capire una lingua davvero bene solo quando ti trovi ad utilizzarla nella vita quotidiana e non solo negli esercizi grammaticali in classe. Ho avuto un esempio di questo un giorno in macchina mentre ascoltavo un’intervista radio con un complesso inglese in tournée in Italia. Era ovvio che l’intervistatrice aveva una conoscenza buona dell’inglese, ma il suo vocabolario limitato non le permetteva di capire molti dei riferimenti dei cantanti e dunque non era in grado di poter cogliere spunti dalle loro risposte. Ne è uscita un’intervista con domande e risposte che spesso non corrispondevano.

La padronanza di una lingua non potrebbe mai essere semplicemente la conoscenza accademica, spesso sterile perché è il frutto di studi di libri e testi più o meno vecchi e non sempre attuali. In articoli e libri la scelta precisa di parole non è mai casuale perché gli autori intendono trasmettere un messaggio ai lettori e la padronanza vera di una lingua permette di cogliere ironie, sottigliezze e giochi di parole e non solo scritte, ma anche nei discorsi. Questo vale anche con molti personaggi che hanno grandi capacità di utilizzare parole e frasi come armi. Due di questi erano Giulio Andreotti in italiano e Winston Churchill in inglese che sapevano trasmettere messaggi politici senza il “politichese” e alcuni di questi son entrati nei linguaggi delle rispettive lingue.

C’è un personaggio particolare dove spesso vediamo lo sconforto del conduttore di turno quando si rende conto troppo tardi che l’intervista, o lo spettacolo, prende direzioni inattese. Roberto Benigni ha la capacità e l’intelligenza di cogliere parole e frasi del suo interlocutore e di saper cambiare direzione a metà spettacolo in un modo che nessuno poteva immaginare. Tristemente non molti all’estero in grado di poter apprezzare del tutto queste sue capacità.

Ma questa padronanza di lingue ha anche conseguenze importanti per tutti gli aspetti della vita e del lavoro. Studiare altre lingue fa capire le differenze tra culture che non sempre sono evidenti. Chiunque ha visto film asiatici ha sicuramente notato scene non sempre comprensibili all’osservatore occidentale, come aspetti di comportamento personale, come anche di tradizioni, superstizioni e particolarità che cambiano da cultura a cultura.

La padronanza di altre lingue diventa ancora più importante in scambi commerciali, dove chi traduce o fa l’interprete deve assicurare che il messaggio sia fedele all’originale e, come a volte capita, assicurare di utilizzare le forme precise per non rischiare di offendere clienti stranieri.

Sarebbe banale dire che interpreti e traduttori devono conoscere alla perfezione le altre lingue, ma le sottigliezze non sono da sottovalutare. Per chi deve tradurre testi, sia d’affari che di letteratura e di altri generi, il traduttore deve essere capace di saper scegliere il verbo e le parole giuste per ogni occasione. Chi ha studiato lingue conosce fin troppo bene i cosiddetti “falsi amici”, quelle parole che si assomigliano, ma che hanno significati diversi. Però questi sono solo una parte del lavoro. Bisogna tradurre le frasi e non solo le parole e sarebbe facile tradurre espressioni senza cogliere il senso originale, e questo succede soltanto con una conoscenza veramente pratica della lingua.

Per gli interpreti, specialmente quelli simultanei, il lavoro diventa ancora più difficile perché devono fare il lavoro senza accesso immediato a dizionari. Devono tenere un vocabolario personale impressionante in due lingue e  sapere utilizzare questa memoria nel modo più efficace e veloce. Inoltre, devono sapere interpretare, in tutti i sensi, espressioni e toni di voce che non sempre corrispondono da lingua a lingua, come anche sapere come trasmettere il senso completo di ogni scambio.

Bisogna ricordare che lingue sono allo stesso tempo armi e arnesi. Armi perché nelle mani di chi sa utilizzare magistralmente una lingua le parole possono essere utilizzate per trasmettere messaggi di minaccia, di pace, oppure di accordo e di conciliazione. Sono arnesi perché il mezzo che utilizziamo per far sapere cosa vogliamo, cosa sentiamo e per dar direzioni in tutti gli ambiti della vita quotidiana. Un luogo di lavoro, come in una famiglia e scuola, non sono niente senza gli scambi di messaggi che facciamo ogni giorno. Naturalmente non tutti i messaggi sono verbali, ma i gesti hanno limiti in quel che possono trasmettere.

Tutti abbiamo avuto esperienze di quel che succede quando non badiamo a quel che diciamo, anche per un secondo. Basta una parola sbagliata per mutare un messaggio innocuo in un messaggio offensivo. Queste sottigliezze capitano poi in tutti i campi. Un’espressione che va bene a casa spesso non è adatta a un luogo di lavoro dove il vocabolario è specializzato e parole normali hanno significati diversi.

Per mantenere la padronanza chi parla un’altra lingua deve tenersi aggiornato perché ogni lingua è vivente ed è in costante evoluzione. Un esempio specifico di parola che ha cambiato senso in italiano è “picconata”. Per un periodo negli anni 90 questa parola ha preso il significato di critiche severe in seguito ai discorsi spesso aspri e critici di Francesco Cossiga nell’ultima parte del suo mandato da Presidente della Repubblica. Poco tempo dopo quella parola è tornata alla sua normalità e ora nessuno la utilizza più in quel modo.

Allora, non sottovalutiamo la capacità che la padronanza delle lingue ci può dare, è una chiave importante nel mondo moderno dove siamo in contatto costante con gente di altri paesi. Ma, allo stesso tempo, questa padronanza non sarà mai possibile se non partiamo da quella padronanza linguistica più importante, la lingua italiana. E purtroppo in questo le scuole non fanno un buon servizio al paese.

di emigrazione e di matrimoni

Language as a tool and weapon for identity

You will only be able to speak a language truly well when you find yourself using it in everyday life and not only in grammar classes at school

When searching for their personal identity the children and descendants of Italian migrants must understand that the Italian language is important not only for defining themselves but also to finally be able to understand their origins and personal cultural heritage. However, we must also understand that being able to speak and therefore understand Italian, just like any language, is not as simple as it seems to many people. And this is an issue that we must keep well in mind when addressing promotions towards or relatives and friends overseas.

When I was a young boy on Australia there was a cinema that showed Italian films. We usually went there as a family to watch comedies because my parents did not like the “tearjerkers” with Amadeo Nazzari and Yvonne Sanson such a Catene and I figli di nessuno that they often showed. Naturally, many of the films we saw in the 1960s were by the great Italian comedian Totò. At the time I thought I understood them but I was wrong.

In particular I remember Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi (Totò, (Aldo) Fabrizi and young people today) because the two of the great comedians did not need much effort to be understood by we children in Australia and there were scenes in which the movements and the gestures of the protagonists were self explanatory. Years later during one of my first trips to Italy, especially after having studied Italian, I had the pleasure of seeing the film once more and I laughed at the jokes as I never had before. And I also understood that the young boy that I was could never have understood jokes such as “Parli come bada sa!” (untranslatable) because to do so you have to know Italian well.

An important lesson for those who learn a language is that you will only be able to speak a language truly well when you find yourself using it in everyday life and not only in grammar classes at school. I had an example of this while I listened to an interview of an English pop group on tour in Italy. It was obvious that the interviewer had a good level of English but her vocabulary was limited and this did not allow her to understand many of the references by the singers and therefore she was not able to pick up some of the points in their answers. The outcome was an interview with answers and questions that often did not correspond. 

Mastery of a language can never be simply often sterile academic knowledge because it is the result of studying old and not so old books and texts that are not always up to date. The choice of words in articles and books is never casual because the authors intend transmitting a message to the readers and true command of a language allows readers to grasp irony, subtlety and plays of words, not only written but also in speech. This is also true for many for many public figures who have great skill in using words and phrases like weapons. Two of these were Giulio Andreotti in Italian and Winston Churchill in English who knew how to transmit political messages without using political jargon and some of these have become part of their respective languages.

There is one person who we often see creating discomfort for his presenters when they understand too late that the interview or the show has taken an unexpected turn. Roberto Benigni has the skill and the intelligence to use his interlocutors’ words and phrases words and to change direction in the middle of a show in a way that nobody could have expected. Sadly not many people overseas are unable to appreciate his word skills.

But mastery of languages also has major consequences for all the aspects of our lives and work. Studying other languages also lets us understand the differences between cultures that are not always evident. Whoever has seem Asian films has surely noticed that scenes that are not always comprehensible to Western viewers, such as aspects of personal behaviour, as well as traditions, superstitions and peculiarities that change from culture to culture.

The command of other languages becomes even more important in commercial exchanges in which the person who translates or acts as the interpreter has to ensure that message is faithful to the original and to ensure the use of the precise forms in order not to risk offending foreign clients.

It would be trivial to say that interpreters and translators must know other languages perfectly but the subtle points must not be underestimated. For those who translate texts, whether business, literature or other sorts, the translator must be able to know how to choose the right verbs and words for every occasion. Anyone how has studied languages knows all too well the so-called “false friends”, the words that are similar but have different meanings. However, this is only part of the work. The phrases must be translated and not only the words and it would be easy to translate expressions without picking up the original meaning and this can only happen with true practical knowledge of the language.

For interpreters, especially simultaneous interpreters, the work becomes even harder because they must work without immediate access to dictionaries. They must have an impressive personal vocabulary in the two languages and know how to use their memory quickly and effectively. Furthermore, they must know how to interpret in every way expressions and tones of voices that do not always correspond from one language to another, as well as knowing how to transmit the complete meaning of every exchange.

We must also remember that languages are also at the same time weapons and tools, Weapons because, in the hands of those who know how to use a language masterfully words can be used to transmit threatening, peaceful messages or messages of agreement and conciliation. They are tools because the means that we use to let people know what we want what we feel and to give directions in all settings of our daily lives. A workplace, just like a family or a school, is nothing without the exchanges of messages we make every day. Of course not all messages are verbal but gestures have limits to what they can transmit.

We have all experienced what happens when we do not take care of what we say, even for a second. It takes only one wrong word to change a harmless message into an offensive message. This subtlety happens in all fields. An expression that is often ok at home is not suitable for a workplace where the vocabulary is specialized and normal words have different meanings.

In order to maintain command those who speak another language must keep up to date because every language is a living creature an is in constant evolution. One specific example of a word that changed meaning in Italian is “picconata”. During the 1990s the word took the meaning of severe criticism following the often bitter speeches by Francesco Cossiga during the final part of his term as Italy’s President. A short time later that word once again took on its normal meaning and now nobody uses it in that way anymore.

So, let us not underestimate the skill that command of a language can give is. It is a major key to the modern world in which we are in constant contact with people in other countries. But, at the same time, this command will never be possible of we do not start from the most important linguistic mastery, that of our mother tongue. And unfortunately the schools are not doing the country a good service.

Troppi anniversari, la Storia che dobbiamo affrontare- Too many anniversaries: the past that must be dealt with

di emigrazione e di matrimoni

Troppi anniversari, la Storia che dobbiamo affrontare

Per scrivere la Storia del paese bisogna avere la documentazione e le prove dell’accaduto

L’Italia ha impegnato decenni per riconoscere che il periodo dopo l’8 settembre 1943 con il cambio di alleanze dal Patto d’Acciaio con i nazisti agli Alleati, fino a circa un anno dopo la fine ufficiale della seconda guerra mondiale fu a tutti gli effetti una guerra civile, e in più di un senso il paese è rimasto in uno stato di guerra civile fino ai nostri giorni.

Per capirlo basta leggere i giornali di questa settimana con il riferimento alle foibe nei territori che erano una volta italiana per poi vedere la notizia di una fase nuova nella procedura giudiziaria della Strage di Bologna nel 1980, e poi nei giornali il ricordo del 40° anniversario dell’assassinio a Roma di Giovanni Bachelet, il vice presidente del Consiglio Supremo della Magistratura nello stesso anno.

Regolarmente i notiziari ci fanno ricordare anniversari di morti e di stragi, ma inevitabilmente leggiamo poi il commento che i responsabili non sono stati identificati o che i processi sono ancora in corso oppure che si aspettano ancora sviluppi, anche dopo quaranta, cinquanta e più anni come sappiamo sulla bomba di Piazza Fontana a Milano nel 1969.

Tragicamente per il paese e soprattutto per i parenti delle vittime il paese non ha ancora trovato il coraggio di affrontare questi episodi epocali per la nostra Storia. Peggio ancora, politici oggigiorno, di ogni parte dello spettro politico, continuano a utilizzarli non per motivi storici ma per fare battaglia politica attuale, e non per poter finalmente scoprire le moltissime verità che le nostre autorità nascondono da decenni.

La Storia deve essere affrontata e riconosciuta anche perché dobbiamo sapere quel che è successo veramente e non vivere con dubbi atroci, con l’odio che ne è la conseguenza naturale.

Onestà storica non è una frase. È una soluzione e una medicina per aiutarci a superare le barriere create da odio politico, e il nostro paese dimostra continuamente cecità verso il suo passato per il timore di riconoscere le proprie colpe e questa settimana è iniziata con un esempio classico di questo fenomeno.

Orrori

Non c’è dubbio che le foibe nei territori che una volta erano italiani e ora appartengono alla Slovenia e la Croazia furono orrori, come anche la fuga di milioni di italiani prima in Italia e poi in giro per il mondo.

Questa settimana è iniziato con il Giorno del Ricordo per quegli eccidi e ogni anno i poveri morti di quel periodo sono utilizzati per motivi di politica attuale invece di riconoscere finalmente che in quel periodo le colpe erano di tutti, senza eccezioni. Infatti, questa settimana il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha criticato quelli che negavano gli eccidi di quei territori.

L’idea del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi di istituire il giorno ufficiale era giusta e doverosa, ma il giorno non ha fatto altro che dare opportunità a coloro che vogliono negare quel che è successo, come anche a coloro che rifiutano di riconoscere altre stragi che diedero origine al massacro dei nostri connazionali.

Se davvero vogliamo onorare il ricordo dei nostri defunti dobbiamo trovare il coraggio di affrontare TUTTA la nostra Storia di quel periodo e riconoscere anche le nostre colpe. Il prezzo di questo rifiuto sarà di rivedere ripetute anno dopo anno le stesse accuse e le stesse smentite, e di dimenticare che i monumenti alla memoria rappresentano persone vere e non sono bandiere da sventolare per cercare di screditare oppositori politici, che all’epoca non erano nemmeno nati.

E come le foibe un altro periodo della Storia d’Italia è coperto da un velo di silenzio e vergogna che dobbiamo strappare perché i segreti nascosti ancora oggi turbano l’anima del Bel Paese.

L’altra guerra civile

Il ricordo questa settimana di Giovanni Bachelet e i regolari riferimenti ad altri assassini e ai troppi misteri e dubbi su episodi come Piazza Fontana e la Strage di Bologna sono descritti da una frase quasi poetica, “gli anni di piombo”. Però, come dimostra la ormai celebre foto in testa all’articolo, quella frase nasconde pochissimo il fatto che le strade italiane erano spesso luoghi per veri combattimenti tra le forze dell’ordine e gli oppositori, molti dei quali venuti dalle proteste studentesche del 1968.

L’unica cosa che sappiamo con sicurezza di quel periodo è che ne sappiamo davvero pochissimo. I moltissimi processi hanno fornito prove solo di occultamenti di documenti da parte delle autorità italiane e di fughe all’estero di responsabili di morti e stragi. Ogni anno escono nuovi “dettagli e rivelazioni” che di solito non ci dicono niente di nuovo, e non ci fanno capire se i registi veri di questo periodo erano a Roma, Washington o Mosca, oppure, come dicono alcuni, persino a Palermo tra le cosche della Mafia.

A tutti gli effetti, l’Italia degli anni del terrorismo era il campo di battaglia de facto della Guerra Fredda, in un certo senso ancora di più del Medioriente, il Vietnam o la Corea che videro guerre vere.

All’epoca si utilizzava spesso la frase “la strategia della tensione” senza mai capire del tutto quale fosse la strategia e con quali conseguenze, tranne nascondere i veri motivi. Come le foibe, è ora che il paese finalmente sappia chi erano i veri responsabili di questa violenza e dei morti.

Di nuovo, per molti politici oggi non conviene svelare questi segreti perché conviene avere  il “mostro” di turno da utilizzare contro il nemico politico di turno, perché è molto più semplice fare questo gioco invece di cercare un futuro nuovo per il paese senza le ombre dolorose del passato.

Infine c’è il caso più incredibile che rende l’Italia unica nel mondo per i misteri legati alla politica e alla Guerra Fredda. Un mistero che vide molti morti e che fu coperto a livello internazionale in un modo atroce.

Il “mistero” più grande

Ustica è un nome che ormai è sinonimo di segretezza e depistaggio. Quella bellissima isola dovrebbe essere riconosciuta come luogo di vacanze estive e invece diventò il luogo di un intrigo internazionale che dovrebbe appartenere al cinema invece che alla Storia.

In breve, il 27 giugno 1980 fu la notte della Strage di Ustica con la caduta del volo IH870 dell’Itavia dove morirono tutte le 81 persone a bordo, e ancora oggi non sappiamo il vero motivo e i veri responsabili per la caduta dell’aereo.

Sin dalla prima notte il caso è avvolto da segretezza. Il sistema nazionale radar dell’Aeronautica era ufficialmente in tilt e quindi non esiste nessuna prova ufficiale da parte italiana di quel che accadde nei nostri cieli. Ci vollero anni per ritrovare i resti dell’aereo dal fondo del mare e le indagini sono contestate da tutti, soprattutto se l’aereo fu abbattuto da un missile, come dimostrano le ricerche scientifiche oppure da una bomba a bordo come sostengono alcuni.

Fu il caso che portò alle accuse di alto tradimento a generali dell’Aeronautica Militare e il caso che coinvolge le forze armate e i servizi segreti non solo d’Italia ma persino della Francia e gli Stati Uniti, e ancora oggi restano dubbi del ruolo di aerei militari di entrambi i nostri alleati.

Libri sono stati scritti su questa storia surreale ma non esiste ancora il riconoscimento ufficiale di quel che è successo davvero in quella notte maledetta.

Mancanza di coraggio

Come per gli altri casi, e non solo quelli nominati in questo articolo, il filo rosso è quello dei misteri, la segretezza e i depistaggi che lasciano troppi dubbi. E questo dubbi non fanno altro che creare altro dolore per i parenti delle vittime, come anche avvelenare sempre di più il dibattito politico del paese.

Infatti, quel che è sempre mancato in questi decenni in Italia è stato un politico con il coraggio di aprire finalmente gli scaffali dei ministeri e di svelare una volta per sempre quel che alcuni sanno sin dai primi giorni e che hanno sempre negato.

Certo, all’inizio le esigenze non erano solamente italiane, anzi, erano della Guerra Fredda tra le superpotenze che utilizzavano altri paesi per i loro giochi strategici, ma quella scusa è sparita la notte del 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino e infine il 26 dicembre 1991 con la dissoluzione dell’URSS. Ma questa ormai è soltanto una scusa e non un motivo per non sapere finalmente la verità.

La Storia è implacabile, ma per scrivere la Storia del paese bisogna avere la documentazione e le prove dell’accaduto, e in troppi casi proprio queste mancano e con la mancanza della Storia vera il paese rimane nel dubbio e il nostro clima politico continuerà a subirne le conseguenze. Bisogna finalmente sapere cosa è successo nel nostro paese in tutti questi decenni.

Potremmo scrivere un libro su questo tema, ma finiamo con una domanda scomoda, esiste in Italia un capo politico con il coraggio di aprire finalmente il vaso di Pandora che contiene i misteri d’Italia?

di emigrazione e di matrimoni

Too many anniversaries: the past that must be dealt with

To write history we need the documentation and the proof of what happened

Italy took decades to recognize that the period following September 8, 1943 with the change of Alliances from the Pact of Steel with the Nazis to the Allies until about a year after the official end of World War Two was in all effects a civil war and in more than one sense the country has remained in a state of civil war until the present day.

To understand this we only have to read this week’s newspapers to see the reference to the foibe, the massacres of Italians in the former Italian territories now in Croatia and Slovenia, and then to see the news of the new phase of the judicial procedure for the bombing of the Bologna railway station in 1980 and finally the articles on the 40th anniversary of the assassination in Rome of Giovanni Bachelet, the former vice president of the country’s Supreme Council of the Magistracy that same year.

The news regularly makes us remember the anniversaries of deaths and massacres where we inevitably read the comment that those responsible were never identified or that the trials are still continuing or that more developments were expected, even after forty, fifty or more years, as we know from the bombing of the bank of Piazza Fontana in Milan in 1969.

Tragically for the country, and especially the victims’ families, the country has not yet found the courage to deal with these major episodes in our past. Worse still, politicians today, on all sides of the political spectrum, continue to use them not for historical purposes but for fighting modern political battles and not to finally discover the many truths that our authorities have been hiding for decades.

The past must be dealt with and recognized also because we must know what really happened and not live with horrible doubts and the hatred that is their natural consequence.

Historical honesty is not a phrase. It is a solution and a medicine to help us overcome the barriers created by political hatred and our country is continually displays blindness towards its past out of fear of recognizing its guilt and this week started with a classic example of this phenomenon.

Horrors

There is no doubt that the foibe in the once Italian territories that are now part of Slovenia and Croatia were horrors, as well as the flight of millions of Italians first into Italy and then around the world.

This week began with the Day of Memory for those massacres and every year the poor souls of that period are used for modern political reasons instead of finally recognizing that during that period the fault belonged to everybody, without exception. In fact, this week Italian President Sergio Mattarella publicly criticized those who denied the massacres in those territories.

The idea of former Italian President Carlo Azeglio Ciampi to institute the official day of memory was right and dutiful but the day has done nothing but give an opportunity to those who want to deny what happened, as well as to those who refuse to recognize the slaughters that gave rise to the massacres of our compatriots.

If we truly want to honour the memory of our dead we must find the courage to with ALL our past in that period and to also recognize our guilt. The price of this refusal will be to see the same accusations and the same denials made year after year and to forget that the monuments in their memory represent real people and not flags to be waved to try and discredit political opponents who were not even born at the time.

And like the foibe another period in our past is covered by a veil of silence and shame that we must rip aside because the secrets that are still hidden today unsettle the country’s soul.

The other civil war

This week’s remembrance of Giovanni Bachelet and the regular references to other assassinations and too many mysteries on episodes such as Piazza Fontana and the Bologna bombing are described in an almost poetic phrase “gli anni di piombo” (the years of lead). However, as the now famous photo at the head of this article shows, that phrase barely hides the fact that Italy’s streets were often fields of battle between the police and the opponents, many of whom came from the 1968 student protests.

The only thing we know for sure about that period was that we truly know very little. The many trials have only given proof of the concealment of documents by Italian authorities and of escapes overseas by those responsible for deaths and massacres. Every year there are new “details and revelations” but they usually say nothing new and they do not let us understand if the true directors of this period were in Rome, Washington or Moscow, or even, as some say, in Palermo amongst the Mafia gangs.

To all intents and purposes during the years of terrorism Italy was the de facto battlefield of the Cold War and in a certain sense even more than the Middle East, Vietnam and Korea which saw real wars.

The phrase “la strategia della tensione” (the strategy of tension) was used at the time without ever fully understanding what the strategy was and with what consequences except to hide the real masterminds of the crimes. Just like the foibe, it is time that the country finally knew who was really responsible for the violence and deaths.

Once again, for many politicians today it is not convenient revealing these secrets because it is better to have a “monster” to use against political foes because it is much easier to play that game instead of looking for a new future for the country without the painful shadows of the past.

Finally there is the most incredible case that makes Italy unique in the world for the mysteries tied to politics and the Cold War. This mystery saw many deaths and was covered internationally in a dreadful way.

The biggest “mystery”

Ustica is a name that is now synonymous with secrecy and red herrings. That beautiful island should be known as a place for summer holidays and instead it has become the place of international intrigue that should belong in the movies and not to history.

In short, June 27, 1980 was the night of the Ustica massacre when Itavia flight IH870 fell killing all the 81 people aboard and today we still do not know the real reason and the ral culprits for the plane crash.

The case has been wrapped in secrecy since the first night. The Air Force’s military radar system was officially out of order and therefore there is no official record on the Italian side of what happened in Italy’s skies. It took years to recover the pieces of the plane form the sea floor and the investigations are disputed by everybody, especially whether the place was shot down by a missile, as scientific research shows, or by a bomb planted on board as some maintain.

It was the case that led charges of high treason to generals of the Aeronautica Militare (Italy’s Air Force) and the case that involves the armed forces and secret services of not only Italy but also of France and the United States and there are still doubts about the role of military aircraft of both our allies.

Books have been written about this surreal story but there is still no official recognition of what really happened on that cursed night.

Lack of courage

Like the other cases, and not only those mentioned in this article, the common thread of these mysteries is the secrecy and red herrings that leave too many doubts. And these doubts only create more pain for the victims’ families, just like they also poison the country’s political debates more and more.

In fact, what has always been lacking in these decades in Italy has been a politician with the courage to finally open the shelves of the Ministries and to reveal once and for all what some people have known from the start and have always denied.

Of course, at the beginning the needs were not only purely Italian, indeed they were those of the Cold War between the superpowers that used other countries for their strategic games but that excuse disappeared on the night of November 9, 1989 with the fall of the Berlin Wall and finally on December 26, 1991 with the dissolution of the Soviet Union. This is now only an excuse and not a reason for not finally knowing the truth.

History is implacable but to write history we need the documentation and the proof of what happened and in too many cases this is precisely what is missing and with this lack of true history the country remains in doubt and our political climate will continue to suffer the consequences. We need to finally know what happened in our country during all those decades.

We could write a book on this subject but we will end with an uncomfortable question: is there a political leader in Italy with the courage to finally open the Pandora’s Box that contains Italy’s mysteries?

SanRemo il nostro palco da proiettare all’estero- SanRemo to be shown around the world

di emigrazione e di matrimoni

SanRemo il nostro palco da proiettare all’estero

Si parla molto di promuovere la nostra Cultura nel mondo, allora dobbiamo chiederci cosa può fare il Festival nella città dei fiori per fare conoscere i nostri cantanti e le loro canzoni al grande pubblico internazionale e di seguito verso molti altri aspetti della nostra Cultura poco conosciuti in giro per il mondo

Ora che il Festival della Musica Canzone di San Remo ha festeggiato il suo 70° anniversario  con un grandissimo successo sul mercato televisivo italiano, sono iniziate le inevitabili analisi dei risultati della gara e delle controversie che da sempre sono il segno della competizione canora più importante del paese, e vogliamo fare qualche considerazione non sulla gara stessa ma su cosa possiamo realizzare per attirare un pubblico internazionale più grande e non solo tra i discendenti degli emigrati italiani in tutti i continenti.

Non intendiamo far commenti sui vincitori e i non vincitori, come delle solite controversie, però vogliamo fare alcune considerazioni su aspetti del Festival che di solito non vengono considerati.

Si parla molto di promuovere la nostra Cultura nel mondo, allora dobbiamo chiederci cosa può fare il Festival nella città dei fiori per fare conoscere i nostri cantanti e le loro canzoni al grande pubblico internazionale e di seguito verso molti altri aspetti della nostra Cultura poco conosciuti in giro per il mondo.

Nel corso di questi sette decenni SanRemo ha dato  molti successi musicali al mondo, ovviamente il primo di tutti è “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno ma anche molte altre canzoni, non sempre quelle vincenti, sono state presentate in tutte le lingue del mondo. Un esempio poco ricordato oggi è “Il Ragazzo della via Gluck” di Adriano Celentano che fu il successo internazionale enorme in inglese cantata da Verdelle Smith con il titolo “Tar and cement” che presentiamo sotto nelle sue due versioni.

 

Nel fare queste considerazioni faremo quel che alcuni puristi linguistici italiani potrebbero considerare un’eresia,  promuovere la nostra Cultura non solo in italiano ma anche e soprattutto in altre lingue. Nel limitare le promozioni all’italiano non facciamo altro che limitare il potenziale pubblico internazionale per la nostra Cultura, a partire proprio dai discendenti degli emigrati italiani che, in oltre 90 milioni, sono già una volta e mezzo la popolazione attuale d’Italia, e quindi un mercato potenziale non indifferente, ma oltre la prima generazione nata all’estero pochi di questi conoscono la nostra lingua e quindi dobbiamo incoraggiare loro a impararla.

Facce sconosciute

Abbiamo guardato le cinque serate con gli occhi di chi non conosce l’Italia e, senza nulla togliere alla bravura dei presentatori Amadeus e Fiorello che hanno attirato un pubblico italiano  grandissimo, ci siamo fatti una domanda scomoda: quanti all’estero hanno capito più di tanto gli scambi tra i personaggi sullo schermo e quanti hanno potuto capire il testo delle canzoni presentate, sia in gara che da parte degli ospiti?

Temiamo che pochi siano stati in grado di capire per bene lo spettacolo trasmesso da Rai Italia nel mondo. Allora ne segue una domanda altrettanto scomoda per gli organizzatori: come fa il pubblico internazionale a poter capire di più chi erano i cantanti in gara, gli ospiti e i retroscena dello spettacolo?

Andando al sito ufficiale del Festival di SanRemo la risposta semplice alla seconda domanda è la stessa della risposta alla prima domanda, poco o niente.

Visto l’investimento enorme in soldi e tempo da parte dei vari direttori RAI, a partire dal direttore artistico/presentatore, Amadeus, sarebbe davvero così difficile aggiungere pagine al sito ufficiale con biografie e storie in altre lingue, partendo da quelle senza dubbio più importanti per gli oriundi, l’inglese, lo spagnolo e il portoghese? Questo vale anche a fornire il testo delle canzoni, sia in italiano che in traduzione per chi ha difficoltà a capire le canzoni.

Molti dei cantanti in gara erano sconosciuti al pubblico internazionale come altri cantanti, per esempio gli ospiti, i Ricchi e Poveri che ormai sono poco conosciuti, soprattutto con il complesso originale, e questo vale persino per il pubblico italiano più giovane. Allora informare il pubblico dei partecipanti assume un ruolo essenziale per promuovere le loro opere.

Certamente sarebbe impossibile fornire sottotitoli a un programma trasmesso dal vivo, però sarebbe facilissimo mettere al fondo dello schermo nella lingua di ciascun paese un avviso che le informazioni sullo spettacolo e gli artisti sono a disposizione del pubblico internazionale.

Il costo sarebbe davvero relativamente basso, ma con il potenziale di aumentare il pubblico internazionale e quindi aumentare anche il potenziale di pubblicità della gara e di seguito anche la vendibilità internazionale delle opere dei partecipanti, non vale la pena farne il tentativo?

Nel vendere il nostro prodotto culturale al mondo abbiamo l’obbligo di fare capire al nostro pubblico potenziale, che è letteralmente mondiale, i vantaggi di finalmente imparare la nostra lingua per poter capire la vera grandezza della nostra Cultura.

Paradossalmente, è stato proprio un ospite non italiano al Festival, il cantante anglo/libanese Mika che ama la nostra patria, a dire che per capire la bellezza dei nostri cantautori bisogna poterli  capire in italiano. Non a caso, uno dei suoi brani è stato lo stupendo “Amore che viene, l’amore che va” del nostro cantautore più importante Fabrizio de André, tragicamente sconosciuto al pubblico mondiale.

E nel parlare di Mika dobbiamo affrontare un aspetto del Festival che non è nuovo ma per chi scrive crea vera perplessità per l’efficacia di San Remo per vendere la nostra musica all’estero.

 

Ospiti internazionali?

È facile capire che l’idea di invitare ospiti stranieri alla manifestazione sarebbe quella di attirare un pubblico più grande e possibilmente potrebbe essere utile per una parte del pubblico italiano, ma questi ospiti sono davvero in grado di attirare un pubblico internazionale oltre i nostri oriundi in tutti i continenti?

Visto che le loro apparizioni sono brevi, e in mezzo a un programma enorme che il potenziale pubblico internazionale non riesce a capire del tutto, dubitiamo che il ritorno economico della loro partecipazione sia alla pari della loro parcella.

Nel corso della manifestazione, e in onore dell’anniversario, molti brani del passato sono stati presentati dai partecipanti con il presupposto che il pubblico li conoscesse. Per il pubblico in Italia questo è certamente il caso, ma per il pubblico internazionale molti di questi brani erano nuovi. Non sarebbe stato utile mettere sul sito ufficiale anche i filmati delle versioni originali con informazioni di questi cantanti?

Infatti, Tony Renis ha fatto proprio questo commento  riguardo il suo successo mondiale “Quando, quando, quando”. In riconoscimento di questi successi internazionali della nostra musica, sarebbe utile per il Festival, e di conseguenza la RAI stessa, preparare e diffondere una lista delle versioni straniere di canzoni presentate al Festival nel corso degli ultimi settant’anni.

A dir il vero, abbiamo il forte sospetto che anche molti non italiani sarebbero meravigliati di quanti successi mondiali fossero originariamente italiani.  Se ne parla sul palco del Teatro Ariston ogni anno, e l’abbiamo sentito più volte in questi giorni, ma dobbiamo farlo capire a chi spesso pensa solo alla lirica e magari a Luciano Pavarotti e Andrea Bocelli, come anche Frank Sinatra,  quando pensano ai cantanti italiani e non pensano ai grandi personaggi musicali che forniamo non dal primo anno del Festival nel 1951 ma persino da secoli.

Interventi e oltre

Inoltre, quest’anno alcuni degli ospiti hanno dato contributi importanti su temi d’interesse internazionale. Vedendo i commenti sui social non abbiamo dubbi che gli interventi della giornalista Rula Jebreal sulla violenza alle donne, Tiziano Ferro sull’omosessualità ed la giornalista Emma D’Aquino sulla libertà di stampa abbiano toccato tasti dolenti per la società internazionale.

Per questo motivo sarebbe più che utile mettere questi interventi a disposizione in molte lingue e non solo in italiano, partendo dal sito ufficiale del Festival.

Sarebbe banale trattare il Festival di SanRemo come una manifestazione semplice, in verità il Festival è un volto importante del nostro paese e quindi abbiamo l’obbligo di fare vedere questa faccia al mondo in modo che venga apprezzato al massimo, anche nelle sue controversie perché quel che succede sul palco fa parte, in ogni suo aspetto, della nostra Cultura, nel bene e nel male.

Se vogliamo veramente promuovere la nostra Cultura, la nostra lingua e le mete sconosciute nel paese, dobbiamo assicurare che il mondo intero capisca quel che abbiamo da offrire e non solo la nostra popolazione e una parte degli oriundi.

In fondo il costo non sarebbe molto alto, ma l’effetto di investire nelle traduzioni e le informazioni sarebbe più che ripagato nel futuro, non solo dalle vendite di dischi dei cantanti in gara e da chi compra la nostra musica (come libri, film, ecc.) nel mondo, ma anche dai turisti che sarebbero attirati dal paese che ha prodotto il Patrimonio Culturale più grande del mondo, un Patrimonio fin troppo spesso ignorato e non solo all’estero…

È veramente ora che lo facciamo, e in modo sistematico ed efficace, a partire dal render il Festival della Canzone Italiana di SanRemo comprensibile a chi non conosce la nostra lingua.

di emigrazione e di matrimoni

SanRemo to be shown around the world

There is a lot of talk about promoting our Culture around the world and so we must ask ourselves what the Festival can do to make our singers and their songs known to the international market and consequently towards other aspects of our Culture that are little known around the world.

Now that the Festival of Italian Song at San Remo has celebrated its 70th anniversary with huge success on the Italian television market the inevitable analyses have begun on the results of the competition and the controversies that have always been the hallmark of the country’s most important song festival we want to make some considerations not on the competition itself but in what we can do to attract a bigger international audience and not only from the descendants of Italian migrants in all the continents.

We have no intention of making comments on the winners and losers, as well as the usual controversies, however, we want to ponder on aspects of the Festival that are not usually considered.

There is a lot of talk about promoting our Culture around the world and so we must ask ourselves what the Festival can do to make our singers and their songs known to the international market and consequently towards other aspects of our Culture that are little known around the world.

Over these seven decades the San Remo Festival has provided many international hits, obviously the first was “Nel blu dipinto di blu” (“Volare”) by Domenico Modugno but also many other songs, not always winners, were also presented in other languages around the world.  One example that few remember today was “Il Ragazzo della via Gluck” by Adriano Celentano which was a huge worldwide hit in English sung by Verdelle Smith with the title “Tar and cement” which we present below in both versions.

 

As we make these considerations we will do something that some Italian linguistic purists would consider heretical, to promote our Culture not only in Italian but also and above all in other languages. By limiting the promotions to Italian we only limit the potential international market for our Culture, starting with the descendants of Italian migrants who number more than 90 million, already one and a half times Italy’s current population, and therefore a not indifferent market, but beyond the first generation born overseas few know our language and we must therefore encourage them to learn it.

Unknown faces

We watched the five evenings with the eyes of someone who does not know Italy and, taking nothing away from the shill of the presenters Amadeus and Fiorello who drew a huge Italian audience, we asked ourselves an uncomfortable question: how many viewers overseas understood the exchanges between the people on the stage and how many were able to understand the lyrics of the songs presented, whether in the competition or sung by the guests?

We fear that few were able to understand the show broadcast by RAI Italia around the world. So another just as uncomfortable question follows for the organizers: how can the international audience find out more about the singers in the competition, the guests and the background to the show?

After going to the San Remo Song Festival official website the simple answer to the second question is the same as the reply to the first, little or nothing.

Given the huge investment in time and money by RAI’s various directors, starting with artistic director/presenter Amadeus, would it truly be so hard to add pages to the official website with biographies and stories in other languages, starting with those that are undoubtedly the most important for Italians overseas, English, Spanish and Portuguese? This is just as true for supplying the lyrics of the songs in both Italian and translation for those who have difficulty understanding the songs.

Many of the singers in the competition were unknown to the international audience, just like other artists, for example the guest group “I Ricchi e i Poveri” are now little known, especially in the original line-up, and this is just as true for the younger Italian audience. So informing the public about the participants assumes a fundamental role for promoting their work.

Of course it would be impossible to supply subtitles for a programme broadcast live, however, it would be very easy to put at the bottom of the screen in the language of each country announcement that the information on the show and the artists are available for the international audience.

The cost would truly be relatively small but the potential for increasing the international audience and therefore for also increasing the advertising potential of the competition, and subsequently the saleability of the competitors’ works, is it not worth trying? 

In making the effort to sell our cultural products around the world we have an obligation to make our international audience, that is literally worldwide, understand the advantages of finally learning our language in order to understand the true greatness of our Culture.

Paradoxically, it was precisely one of the non-Italian guests, Anglo-Lebanese singer Mika who loves our country, who said that in order to understand the beauty of our cantautori (singer songwriters) you need to be able to understand them in Italian. It was no coincidence that one of the songs he presented in the evening was the stupendous “Amore che viene, l’amore che va” (“Love that comes, Love that goes”) by our greatest cantautore Fabrizio de André who, tragically, is unknown to the international audience.

And in talking about Mika we must deal with an aspect of the Festival that is not new but which caused real perplexity for me about the effectiveness of San Remo for selling our music overseas.

 

International guests?

It is easy to understand that the idea of inviting foreign guests to the event would be to attract a bigger audience, and this could possibly be useful for a part of the Italian audience, but are these guests truly able to attract an international audience beyond the Italians in all the continents?

Given that their appearances are brief, and in the middle of a big programme that the potential international audience does not fully understand, we doubt that the economic return of their participation is on a par with their fee.

During the event and in honour of the anniversary many songs from the past were performed by the participants on the assumption that the audience knew them. This was certainly the case for the Italian audience but many of the songs were new for the international audience. Would it not be useful to also put the clips of the original versions with the information on these singers on the official website?

In fact, Tony Renis made this very comment concerning his international hit “Quando, quando, quando”. In recognizing our music’s international hits it would be useful for RAI to prepare and distribute a list of the foreign versions of the songs presented at the Festival over the last seventy years.

Frankly, we have a strong suspicion that even many Italians would also be amazed by how many international hits were originally Italian. This is mentioned every year at the Ariston Theatre and we heard it a number of times during these days but we must make this clear to those who often think only about Opera and maybe Luciano Pavarotti and Andrea Bocelli, or even Frank Sinatra, when they think about Italian singers and do not think of the great musical figures that we have supplied not since the first year of the Festival in 1951 but even for centuries.

Speeches and beyond

Furthermore, some of the guests this year gave major contributions on themes of international interest. See the comments on the social media we have no doubts that the speeches by journalist Rula Jebreal on violence to women, guest singer Tiziano Ferro on homosexuality and journalist Emma D’Aquino on freedom of the Press touched painful chords for society around the world.

For this reason it would be more than useful to make these speeches available in many languages and not only in Italian, starting from the Festival’s official website.

It would be trivial treating the San Remo Song Festival as a simple event, in truth the Festival is a very important face of our country and therefore we have an obligation to show this face to the world so that it is appreciated to the fullest, even its controversies, because in every way what happens on the stage is part of our Culture, for better and for worse.

If we truly want to promote our Culture, our language and the destinations in the country we must ensure that the whole world understands what we have to offer and not only our population and part of the Italians overseas.

Basically the cost would not be high but the effect of investing in the translations and the information would be more than reimbursed in the future, not only by the sales of the records of the competing singers and by those who buy our music (just like books, films, etc.) but also by the tourists who would be drawn to the country that produced the world greatest Cultural Heritage, a Heritage that all too often is ignored and not only overseas…

And it is truly time that we did so, systematically and effectively, starting with making the Festival of Italian Song at San Remo understood by those who do not now our language.

Quale Dio?- Which God?

di emigrazione e di matrimoni

Quale Dio?

La soluzione ai conflitti tra religioni è la stessa di quella contro il razzismo: l’educazione. La paura, il disprezzo nascono dall’ignoranza, in entrambi i sensi della parola, e quindi del timore dell’ignoto

Come quasi tutte le famiglie di emigrati italiani del dopo guerra, andavamo a messa tutte le domeniche. Da giovane non sapevo di altre religioni, tranne che degli ebrei ricordati nei vangeli e la mia idea di religione era quella delle prediche del prete la domenica. Andavo a una scuola di suore e naturalmente il cattolicesimo aveva un ruolo importante.

Una domenica mentre aspettavo il pranzo ho visto un programma televisivo che parlava della Bibbia e il presentatore offriva un volume gratuito a chiunque avesse chiamato. Ho deciso di fare una sorpresa a mia madre e allora ho chiamato il numero e dopo due settimane il pacco è arrivato.

Nel vedere il volume mia madre mi ha chiesto come avevo fatto a ordinarlo. Dopo aver sentito la mia spiegazione lei ha deciso di parlarne con una mia insegnante. Non ho più rivisto il libro, mia madre mi ha detto semplicemente che non era cattolico.

Era la mia prima esperienza del conflitto tra cattolici e protestanti che si vive nei paesi anglosassoni. In seguito, studiando la storia a scuola ho scoperto Martin Lutero e la sua Riforma, insieme alla Controriforma della chiesa Cattolica. È un conflitto che non è svanito del tutto e che decide molto di quel che succede in quei paesi.

Come gli Stati Uniti d’America, l’Australia era un paese di maggioranza protestante e le istituzioni e le scuole riflettevano questo predominio. I collegi privati più importanti e prestigiosi erano protestanti. Con gli studi ho scoperto che il sovrano d’Inghilterra per legge non poteva sposare una cattolica e questo divieto è stata rimosso solo pochi anni fa. Una sorpresa è stata la scoperta che “Guy Fawkes Day”, la festa dei fuochi d’artificio a Novembre, amata dai giovani, festeggiava l’esecuzione di ribelli cattolici che volevano riportare la loro religione come religione di stato per il Regno Unito. Nel corso di questi studi ho scoperto l’acronimo WASP, White Anglo Saxon Protestants (protestanti bianchi e anglosassoni) che descrive la classe dirigente del paese.

Senza dimenticare poi le lotte sanguinose in Irlanda del Nord tra la maggioranza protestante pro britannica e la minoranza cattolica che voleva unirsi alla Repubblica Irlandese e la sua maggioranza cattolica. Non c’era dubbio che in quegli anni circoli e individui irlandesi in tutto il mondo appoggiavano moralmente e finanziariamente i “loro soldati” in Ulster, su entrambi i lati.

Negli Stati Uniti i cattolici non hanno avuto vita facile e ci sono due esempi classici per dimostrarlo. Il primo nella forma incappucciata del Ku Klux Klan che diffidava dei cattolici perché “inchinavano la testa a un sovrano straniero”, ovviamente il Papa, e le vittime di questo gruppo non furono soltanto di colore, ma anche cattolici ed ebrei. Il secondo esempio è il semplice fatto che in oltre due secoli di storia soltanto un Presidente, John Fitzgerald Kennedy è stato cattolico.

Ma la lotta tra cristiani non si limita tra cattolici e protestanti.

Alla fine della Guerra Fredda abbiamo visto altre lotte tra cristianesimi, soprattutto nell’ex Jugoslavia tra i Serbi ortodossi e i Croati cattolici, con una partecipazione tragica dei musulmani della Bosnia. Ricordiamo tutti le stragi nel Kosovo e a Srebrenica dove soldati cristiani hanno ucciso civili musulmani. Anche in questi casi le comunità all’estero, sia da parte croata che da parte serba, hanno dato appoggio ai combattenti, nella forma non soltanto morale, ma anche in armi, soldi e con combattenti.

Potrei continuare ancora con altri esempi, ma questi casi servono a dimostrare un fatto che troppi si dimenticano, che la lotta tra religioni porta al terrorismo e non si limita al solo Islam come una parte della stampa mondiale e politici in molti paesi vogliono farci credere.

Come ci sono divisioni all’interno del mondo cristiano, ci sono divisioni all’interno del mondo musulmano e non semplicemente tra sciiti e sunniti. Le differenze tra cristianesimi ha creato guerre e lotte secolari, perché ci meravigliamo allora delle lotte tra musulmani e pensiamo che il problema sia soltanto nella loro religione?

Le notizie delle stragi all’estero non fanno niente per aiutare gli immigrati musulmani a integrarsi nei loro nuovi paesi. Peggio ancora la parte reazionaria delle popolazioni di queste paesi peggiorano l’odio tra religioni non soltanto etichettando tutti i musulmani come terroristi, ma nel proporre soluzioni controproducenti come proibire la costruzione di moschee, scuole, o modi di vestire.

Abbiamo visto jihadisti da tanti paesi andare a combattere per la loro religione, come gli oriundi irlandesi durante “The Troubles” (i Disordini, come si chiamavano i decenni di lotta armata in Irlanda del Nord che molti ora temono torneranno) e questo vuol dire che non si sentono accettati dai loro coetanei, che si sentono minacciati. In Inghilterra, Australia, e in altri paesi la presenza di questi jihadisti ha aperto un dibattito all’interno delle comunità musulmane moderate. Questo è l’inizio del processo per capire cosa ha creato questa legione straniera musulmana che sì, ammazza cristiani, ma ancora molto di più uccide altri musulmani di sette diverse.

Senza giustificare la violenza, dobbiamo anche renderci conto che il razzismo verso i giovani musulmani nei paesi occidentali non fa altro che rinfocolare l’odio di questi verso i loro paesi di nascita.

La soluzione ai conflitti tra religioni è la stessa di quella contro il razzismo: l’educazione. La paura, il disprezzo nascono dall’ignoranza, in entrambi i sensi della parola, e quindi del timore dell’ignoto. Ricordo mia madre che dopo la morte dello zio si era vestita di nero con il velo, come per le usanze italiane di allora. Un giorno mentre tornavamo da messa siamo stati bersagliati da battute di cattivo gusto da alcuni ragazzi australiani. Che differenza c’era tra com’era vestita mia madre a come sono vestite tante musulmane? In tutta onestà, nessuna.

Non dobbiamo subire le pressioni di tenere separate le religioni, le nazionalità e le differenze di colore. Questa non è una soluzione e infatti il risultato sarebbe peggio di quel che abbiamo visto fino ad ora. Lasciamo costruire la moschee, impariamo a capire cosa dicono le religioni, accettiamo le differenze e così riusciremo a trovare il modo di vivere insieme.

Le scuole di tutto il mondo e non solo in Italia dovrebbero spiegare e insegnare in cosa credono le varie fedi. In questo modo eliminiamo l’ignoranza e prepariamo il terreno per un futuro, speriamo non troppo lontano, dove nazionalità e religioni diverse possono convivere in pace. Per il bene di tutti.

di emigrazione e di matrimoni

Which God?

The solution to these struggles between religions is the same as the solution to racism, education. Fear and contempt arise from ignorance and therefore from fear of the unknown

Like almost all the post-war Italian migrant families we went to Mass nearly every Sunday. As a young boy I did not know any other religions, except for the Hebrews remembered in the Gospels and my idea of religion was that of the priest’s Sunday sermons. I went to the school run by nuns and naturally Catholicism played a major role.

One Sunday as I waited for lunch I saw a TV programme that spoke about the Bible and the presenter offered a free book for whoever called. I decided to surprise my mother and so I called the number and two weeks later the package arrived.

When she saw the book my mother asked me how I ordered it. After having heard my explanation she decided to talk about it with my teacher. I never saw the book again, my mother simply said the book was not Catholic.

It was my first experience of the conflict between Catholics and Protestants in the Anglo-Saxon countries. Subsequently, when I studied history at school I discovered Martin Luther and his Reformation, together with the Counter Reformation by the Catholic Church. It is a conflict that has never fully disappeared and that decides much of what happens in those countries.

Like the United States Australia was a country with a Protestant majority and the institutions and schools reflected this domination. The major important and prestigious private schools were Protestant. In my studies I discovered that the King or Queen of England could not marry a Catholic and this restriction was only removed a few short years ago. Another surprise was discovering that “Guy Fawkes Day”, the fireworks night in November loved by young people, celebrated the execution of Catholics rebels who wanted to bring back their religion as the official religion of the United Kingdom. During these studies I discovered the acronym WASP, White Anglo Saxon Protestants, which described the country’s ruling class.

Without forgetting the bloody battles in Northern Ireland between the pro-British Protestant majority and the Catholic minority that wanted to join the Irish Republic and its Catholic majority. There was no doubt in those years that Irish clubs and individuals around the world supported morally and financially “their soldiers” in Ulster, on both sides.

Catholics did not have an easy life in the United States and there are two classic examples that show this. The first is in the hooded form of the Ku Klux Klan that distrusted the Catholics because they “bowed their heads to a foreign monarch”, obviously the Pope, and the victims of this group were not only coloured but also Catholics and Jews. The second example is the simple fact that in more than two centuries of history only one President was Catholic, John Fitzgerald Kennedy.

But the struggle between Christians is not limited to Catholics and Protestants.

After the end of the Cold War we saw other battles between Christian groups, especially in the former Yugoslavia between the Orthodox Serbs and the Catholic Croatians with the tragic participation of the Moslems in Bosnia. We remember the massacres Kosovo and Srebrenica where Christian soldiers killed Moslem civilians. Even these cases the overseas communities, both Croatian and Serbian, supported the combatants, not only morally but also with arms, money and soldiers.

I could continue with other examples but these cases serve to show a fact that too many have forgotten, that the struggles between religions brings terrorism and is not limited only to Islam, as a part of the world’s press and politicians in many countries want to make us believe.

Just as there are internal divisions in the Christian world, there are divisions within the Moslem world and not only between the Sunni and Shiites. The differences between the forms of Christianity created centuries of wars and struggles, so why are we surprised by the struggles between Moslems and think that this happens only in their religion?

The reports in the news of massacres overseas do nothing to help Moslem migrants to integrate in their new countries. Worse still, the reactionary part of the populations of these countries worsen the hatred between religions by not lonely labelling all Moslems as terrorist and by proposing counterproductive solutions such as banning the construction of mosques, schools or ways of dressing.

We have seen jihadists from many countries go to fight for their religion, just like the foreign born Irish during the “Troubles” (the name for the decades of armed struggle in Northern Island that many now fear may return) and this means they do not feel accepted by their peers who feel threatened by them. In England, Australia and the other countries the presence of these jihadists has opened a debate within the moderate Moslem communities. This is the beginning of the process of understanding what created this Moslem foreign legion that, yes, kills Christians but still much more kills other Moslems of different sects.

Without justifying the violence, we must also understand that racism towards young Moslems in Western countries only feeds the hatred of these young people towards their countries of birth.

The solution to these struggles between religions is the same as the solution to racism, education. Fear and contempt arise from ignorance and therefore from fear of the unknown. I remember my mother who after the death of her favourite uncle dressed in black with a veil, as was the Italian tradition of the time. One day as we returned home from Mass we were targeted by ugly jokes by some young Australian children. What difference was there between how my other dressed and how many young Moslem women dress? In all honesty, none.

We must not be pressured to keeping religions, nationalities and differences of skin colour separate. This is not a solution and in fact the result would be worse than what we have seen up till now. Let us build the mosques, let us learn what the other religions say, let us accept the differences and in this way we will find the way to live together.

Schools all over the world and not only in Italy should explain and teach what the various faiths believe. In this way we will eliminate ignorance and prepare the ground for a future, let us hope not far away, where different nationalities and religions can live together in peace. For the sake of all.

I riti impossibili- The impossible rites

di emigrazione e di matrimoni

I riti impossibili

Ogni decisione della nostra vita porta con sé un prezzo. Di solito pensiamo di saperlo, però la vita spesso ci regala delle sorprese, e per gli emigrati il prezzo è particolarmente alto e lo capiamo solo quando è ormai troppo tardi. 

Ogni volta che andiamo al paese della mia compagna in Calabria andiamo al cimitero per onorare i suoi defunti. Durante queste visite si notano molto le tombe ricoperte di fiori e corone, ma si notano ancora di più quelle tombe senza un fiore, ed è ovvio che non poche sono in quello stato da tempo. In un paese con una forte comunità negli Stati Uniti è il segno che per i loro parenti quel rito delle feste e del 2 novembre è impossibile. Ogni volta rifletto su quello che sento dentro di me mentre guardo la mia compagna deporre i fiori, penso alla tomba dei miei genitori in Australia e non so quando sarà la prossima volta che potrò depositarci fiori.

L’atto di emigrare, soprattutto per quelli che partono per i nuovi continenti, è una rottura non solo della nostra vita quotidiana, ma anche di quei riti e cerimonie che sono una parte fondamentale della nostra identità. Però non sono gli emigrati a pagare un prezzo alto per quella decisione.

I genitori degli emigrati non vedono i giorni più felici dei loro figli. Per molti motivi e non solo di distanza, i genitori raramente sono presenti ai loro fidanzamenti e matrimoni, come non possono essere presenti alle nascite dei nipotini e a ogni successivo passo della loro vita. Allo stesso tempo gli emigrati non possono condividere in pieno la loro gioia di questi momenti con i genitori e, peggio ancora, non possono essere presenti per le loro malattie e il declino dei loro genitori, come anche all’ultimo atto della loro vita che dovrebbe essere il passaggio definitivo delle generazioni, i loro funerali. Naturalmente gli emigrati trovano il modo di esprimere il loro cordoglio nel miglior modo possibile.

Negli annunci dei defunti e dei funerali dei nuovi paesi di residenza dei figli, quasi ogni giorno ci sono annunci non solo di chi è deceduto in quella città, ma anche nei paesi d’origine. Le chiese nelle comunità italiane all’estero regolarmente fanno messe di suffragio per i nonni e gli altri parenti e le messe domenicali spesso sono dedicate a persone che non erano mai entrate fisicamente in quelle chiese.

Naturalmente abbiamo trovato altri modi di poter fare il nostro dovere verso i nostri defunti. Mia madre non era l’unica a sistemare un piccolo angolo del salotto con i santini dei nostri defunti, in Italia e in Australia, con una lampadina eterna a loro memoria. Poi le foto sui mobili comprendevano anche parenti in Italia e altri paesi. Però questi gesti non possono mai bastare.

Nei nostri sposalizi all’estero dove le distanze rendono difficile la presenza dei parenti italiani, la lettura dei loro messaggi di auguri ha sempre fatto parte della cerimonia dei ricevimenti, una volta con la lettura dei telegrammi non solo dall’Italia, ma anche dagli altri paesi e ora con filmati trasmessi via computer e Skype così si vedono i visi dei parenti lontani. Però, per quanto possano essere belli, questi messaggi e partecipazioni virtuali non sono che surrogati per la mancanza della presenza fisica dei cari.

Per gli emigrati oltreoceano la chiamata di mezzanotte con notizie tristi non può essere sempre seguita con una partenza veloce per il paese di nascita. La procedura e tempo tecnico burocratico per rinnovare un passaporto scaduto, trovare velocemente un posto su un aereo o avere i mezzi finanziari per poterselo permettere, non sempre garantiscono di arrivare in tempo per il funerale, tanto meno arrivare in tempo per dare il saluto finale a una madre o un padre. 

Poi i genitori e i parenti non contano solo quando non ci sono più e la tirannia della distanza è peggio ancora nelle circostanze dove la vicinanza non solo è necessaria, ma allo stesso tempo impossibile. L’abbiamo saputo durante la malattia orrenda che portò via la mia cugina diciannovenne Marina. Mia madre avrebbe voluto essere vicino alla sorella perché il verdetto iniziale dei medici era implacabile, pochi mesi. Sento ancora nella mia mente il grido di mamma quando arrivò la notizia terribile e il suo dolore che non poteva esserci. Fu una morte che fece capire più delle altre il prezzo che paghiamo per essere emigrati.

Quando finalmente possiamo visitarci, i visi dei nostri cari mostrano i segni del passare degli anni e magari di lotte e di dolori che ci tenevano nascosti. So con certezza che la mia famiglia non è stata l’unica a nascondere malattie e incidenti ai parenti in Italia per non impensierirli. In un caso estremo una famiglia nascose la morte del figlio in Australia ad una signora anziana malata di cuore. Per timore di farla morire di tristezza i suoi altri figli in Italia imposero ai parenti australiani di trattarla come fosse ancora vivo il figlio. Quella povera signora morì tre anni dopo ignorando il destino del figlio maggiore. Per fortuna questo è un caso raro.

Il prezzo finale arriva quando finalmente riusciamo a incontrarci fisicamente e capiamo che, per quanto vorremmo starci vicini, esiste una barriera tra parenti all’estero e quelli rimasti a casa. Una barriera creata dalle differenze di esperienze tra i vari rami della famiglia. Questa barriera è creata dalla differenza di lingue parlate quotidianamente da tutti, dalla vita diversa da paese a paese e anche da non sapere tutto quel che è successo da una parte o dall’altra.

Non sempre questa barriera crea problemi, ma certamente fa sentire le differenze tra fratelli e generazioni. Un immigrato che torna al paese di nascita dopo decenni spesso parla un dialetto che non esiste più, oppure torna e si aspetta di trovare il paesino che aveva lasciato e invece trova un paese moderno che è cambiato ancora di più del suo nuovo paese di residenza. I parenti in casa aspettano di vedere il giovane che era partito e non sono pronti alla realtà dei cambiamenti causati dalla vita nel suo nuovo paese di residenza.

Malgrado tutto questo, l’emigrato alla fine potrà fare quel rito che era impossibile prima, di deporre i fiori sulla tomba di chi non c’è più e dimostrare con quel gesto che, anche malgrado abitasse lontano, una parte importante dell’emigrato e dei suoi figli sarà sempre nel paese d’origine.

di emigrazione e di matrimoni

The impossible rites

Every decision has it price. We usually think we know it, however, life often gives us a surprise and for migrants the price is particularly high and we only understand this when it is already too late. 

Every time we visit my partner’s town in Calabria we go to the cemetery to honour her deceased. During these visits we notice the many tombs covered in flowers and wreaths but we notice even more those tombs with no flowers and it is obvious that not a few have been in that state for some time. In a town with a large community in the United States it is the sign that for their relatives that rite during the holidays and November 2 that the rite is impossible. And every time I watch my partner place the flowers I reflect on what I feel and I think of my parents’ tomb in Australia and that I do not know when will be the next time I can place flowers there.

The act of migrating, especially for those who leave for other continents, is a break not only in our day to day lives but also in these rites and ceremonies that are an essential part of our identity. However, migrants are not the only ones who pay a high price for that decision.

The parents of migrants do not see their children’s happiest days. For many reasons, and not only the distance, the parents are rarely present for the engagements and weddings, just as they cannot be present at the births of the grandchildren and every subsequent stage of their lives. At the same time migrants cannot fully share their joy with their parents on these occasions and, worse still, they cannot be there for their parents’ illnesses and decline, just like they also cannot be present on the final act of their lives which should be the definitive passage for one generation to another, funerals. Naturally, migrants find a way to express their grief in the best manner possible.

Almost every day in the newspaper death and funeral notices of the children’s countries of residence there are announcements not only of the deceased in that city but also in the countries of origin The churches of the Italian communities overseas regularly celebrate Mass for the passing of grandparents and other relatives overseas and Sunday Masses are often dedicated to people who have never been physically present in those churches.

Naturally we found other ways to carry out our duty to our deceased. My mother was not the only one to set up a corner of our lounge with the photos and cards of our deceased in Italy and Australia and an eternal light in their memory. And in addition the photos on the furniture also included relatives in Italy and other countries. However, these gestures can never be enough.

During weddings overseas where the distance makes it hard for relatives from Italy to be present, the reading of their messages of best wishes have always been part of the ceremonies at the receptions, once by reading aloud the telegrams not only from Italy but other countries and now also with film clips sent via computer and Skype so that they can see the faces of our loved ones. But, however beautiful they can be, these messages and virtual participations are only surrogates for the physical presence of the beloved relatives.

For migrants in other continents the midnight telephone call with sad news cannot always be followed by a quick departure for the country of birth. The procedure and time for the bureaucracy to renew an expired passport, to quickly find a seat on an airplane or to have the financial means to be able to afford it do not always guarantee arriving in time for the funeral, much less arriving in time to give the final farewell to a mother or a father.

And then the parents and relatives do not count only when they are gone and the tyranny of distance is even worse when being close is necessary and at the same time impossible. We found this out during the terrible disease that took away my nineteen year old cousin Marina. My mother would have wanted to be with her sister because the initial verdict of the doctors was merciless, a few months In my mind I can still hear my mother’s cry when the terrible news came and her pain that she could not be there. It was a death that, more than the others, made us understand the price we pay for being migrants. 

When we can finally visit our loved ones their faces show the signs of the passing of the years and maybe the struggles and the pain that they kept hidden from us. I know for sure that my family was not the only one that hid sicknesses and accidents from the relatives in Italy so as not to worry them. In one extreme case a family hid the death of a son in Australia from an elderly lady with a heart condition. Out of fear that she would die from sadness the other children in Italy forced the relatives in Australia to treat her as if her son were still alive. That poor woman died three years later not knowing her eldest son’s fate. Luckily this was a rare case.

The final price comes when we finally manage to meet physically and we understand that, as much as we would like to be close, there is a barrier between the relatives overseas and those who stayed at home. This barrier was created by the differences in the experiences between the various branches of the families. This barrier is created by the difference in languages spoken daily by everyone, by the different lives from country to country and also by not knowing everything that happened on one side or the other.

This barrier does not always cause problems but it certainly makes us feel the differences between brothers and sisters and generations. A migrant who returns to the place of birth after decades often speaks a dialect that no longer exists or comes home expecting  to find the small town that he or she left and instead finds a modern town that had changed even more than his or her new country of residence. The parents in Italy expect to see the young man or woman who left and are not ready for the reality of the changes caused by life in the new country of residence.

Despite all this, in the end the migrant will be able to carry out the rite that was impossible before, to place flowers on the tomb of those who are no longer with us and with that gesture to show that although he or she lives far away, an important part of the migrants and his or her children will always be in the town of origin.

Il Governatore della Sicilia in missione con i corregionali in Usa

Il presidente della regione Sicilia Nello Musumeci ha incontrato alcune delegazioni di associazioni siciliane provenienti da Boston Massachussettes, Chicago, Hartford Connecticut, New York, New Jersey, Philadelphia e dal Texas, rappresentate dalla Confederazione Siciliani Nord America.

Il presidente della regione Sicilia Nello Musumeci ha incontrato alcune delegazioni di associazioni siciliane provenienti da Boston Massachussettes, Chicago, Hartford Connecticut, New York, New Jersey,Philadelphia e dal Texas, rappresentate dalla Confederazione Siciliani Nord America in occasione del pranzo di benvenuto organizzato dalla Federazione Siciliana del New Jersey.

Il Governatore Siciliano nel suo intervento di saluto ha voluto evidenziare di quanto sia importante ricollegare quel ponte tra l’Istituzione regionale con i Siciliani residenti all‘ estero, interrotto dalle passate amministrazioni, evidenziando inoltre che egli rappresenta tutti i corregionali anche coloro che non lo hanno votato. 

“La Sicilia in questo momento ha bisogno di Voi, è importante il vostro contributo. La missione di questi giorni ha un significato, che e` quello di promuovere potenziali opportunita’, in termini di investimenti, collaborazioni con scambi di carattere culturale e commerciali. Vi e’ la forte volonta’ da parte del governo che rappresento di far cambiare passo per fare crescere sotto tutti i punti di vista la nostra terra, ed il fatto che il New York Times dopo Forbes abbia inserito la Sicilia tra le destinazioni da visitare nel 2020, e’ un buon auspicio.” 

Tra i presenti all’evento anche Vincenzo Arcobelli, Cofandatore della CSNA (Confederazione Siciliani Nord America) nonche’ Rappresentante negli Stati Uniti per il CGIE(Consiglio Generale per gli Italiani all’estero),il quale ha espresso apprezzamento nei confronti del Governatore Musumeci per la sua volonta` di ricostruire i rapporti con i Siciliani sparsi nel mondo, ed ha condiviso assieme ai vari delegati, che se ci sara’ una strategia comune e concretezza da parte dell’amministrazione regionale, si mettera` a disposizione come organizzazione, nel coordinare tutta la rete costruita negli anni sia sul territorio nord americano ma anche in altre parti nel mondo, per poter favorire incontri operativi, come già avvenuto nel 2009 a Siracusa, con il meeting degli imprenditori siciliani nel mondo. 

Scontri tra Civiltà- Clashes of Cultures

di emigrazione e di matrimoni

Scontri tra Civiltà

Il semplice fatto che uomini uccidono uomini rende la guerra l’atto umano più crudele di tutti, ma siamo proprio noi esseri umani a trovare il mezzo più adatto per giustificare l’atto che contravviene una legge che è alla base di tutte le religioni, a partire dai Dieci Comandamenti: non uccidere.

In questi giorni ho deciso di rivedere il film capolavoro di David Lean, Lawrence d’Arabia. Un film indimenticabile dove la vera star è il deserto che controlla ogni aspetto della vita dei suoi abitanti e che ci fornisce scene naturali bellissime. Non lo vedevo da anni e pensavo che, viste le sue quattro ora di durata, mi avrebbe dato qualche ora di piacere. Oltre il piacere, il film mi ha dato molto da considerare.

Mentre guardavo la scena del ritorno trionfale allo Stato Maggiore britannico al Cairo di T. E. Lawrence per annunciare la sua prima vittoria, e la reazione sbalordita degli altri ufficiali al vederlo vestito come un arabo, ho pensato che questa scena ben rappresentava un aspetto delle guerre nel corso dei secoli che sono sempre state viste come uno scontro tra civiltà.

Ho pensato immediatamente al romanzo di fantascienza Dune di Frank Herbert e a quello di fantastoria “I Leoni di Al Rassan” di Guy Gavriel Kay ambientato in un mondo chiaramente ispirato dalla Riconquista della Spagna dai Mori, e nel quale uno dei personaggi più importanti è un poeta-guerriero, chiaramente ispirato dai musulmani che costruirono meraviglie in Spagna come il palazzo di Al’Amhra, che sfida i nostri pregiudizi verso i musulmani. In entrambi i casi gli autori dimostrano che troppo spesso questi pregiudizi non si basano sui fatti, ma su percezioni sbagliate, oppure su idee intenzionalmente manipolate per rendere il nostro avversario indegno d’essere considerato pari a noi.

Questo gioco di pregiudizi, oppure di propaganda come sarebbe più giusto chiamarlo, si vede benissimo all’inizio e alla fine del film “Joyeux Noel” del regista francese Christian Carion, che racconta la storia dell’armistizio ufficioso del fronte occidentale del Natale 1914, il primo Natale della Grande Guerra.

La versione originale del film è affascinante perché è girato in tre lingue per dimostrare la capacità umana di comunicare anche senza una lingua in comune, dunque rafforzando la tragedia della guerra. Purtroppo, la versione italiana non riflette questa realtà e il doppiaggio di tutti in lingua italiana perde questo aspetto fondamentale del film.

L’inizio del film ci fa vedere le scene dolorose di ragazzi francesi, inglesi e tedeschi che recitano in classe poesie e tesi che descrivano i loro nemici come barbari o peggio. Chi ha mai letto i giornali e le cronache dell’epoca sa che succedeva davvero, come in tutte le guerre.

Nella scena finale vediamo un altro messaggio di odio verso il nemico barbaro, ma questa volta non da parte di bambini, bensì da un vescovo cattolico che ai soldati scozzesi che nella sua predica cancella il messaggio del prete combattente che stava in trincea con i suoi soldati e che conosceva la verità della vita dei suoi fedeli. Una storpiatura del messaggio di Cristo che dovrebbe essere la base di qualsiasi predica durante la messa.

Questi sono aspetti strazianti della guerra che non fanno altro che assicurare problemi nel futuro, perché l’odio e i pregiudizi non spariscono con la fine del conflitto, ma continuano per anni a seguire, se non addirittura per generazioni e secoli. 

Chi sparge questo odio verso il nemico non sa se i nemici di oggi potrebbero essere gli immigrati   nel prossimo futuro. Ci vuole poco per capire questo concetto, basti pensare agli emigrati italiani dopo la Seconda Guerra Mondiale che si trasferirono negli Stati Uniti, Australia, Canada e altri paesi che avevano combattuto proprio contro l’Italia. I pregiudizi bellici hanno creato problemi di integrazione per gli italiani e i loro figli.

Questi pregiudizi non si limitano solo a una parte del conflitto oppure a una singola religione, tutti ne sono colpevoli, dal vescovo del film a Osama Bin Laden che chiama gli occidentali “crociati” per associarli agli orrori di mille anni fa che non sono mai stati dimenticati del tutto nel Medioriente. Lo fa ogni paese che si trova in guerra e non solo per alimentare l’odio, ma anche per rendere più facile il compito del fante, del marinaio e dell’aviere di ammazzare i nemici in combattimento.

Tutto nel nome del “conflitto tra civiltà” che è utilizzato come uno dei motivi principali della guerra. Però la forma più dolorosa di guerra sbugiarda questo concetto: le guerre civili. Inevitabilmente queste sono le guerre più crudeli perché mettono a nudo gli inganni della propaganda non solo perché il nemico parla la nostra stessa lingua, ma perché fino al giorno prima il soldato dell’altra parte era il nostro vicino di casa e nei casi più estremi è il nostro fratello o parente.

Non è un caso che il conflitto più importante della Storia degli Stati Uniti non è la sua Guerra di Indipendenza, ma la Guerra di Secessione che mise a nudo le contraddizioni di un paese che sognava la Democrazia e l’Indipendenza, ma negava i diritti umani più importanti a una parte della sua popolazione. Sono ferite ancora non sanate del tutto come vediamo nel dibattito attuale in alcuni stati americani di rimuovere la bandiera e simboli sudisti da palazzi statali perché è ancora utilizzata da estremisti per giustificare l’odio verso gli americani che non sono bianchi.

Il semplice fatto che uomini uccidono uomini rende la guerra l’atto umano più crudele di tutti, ma siamo proprio noi esseri umani a trovare il mezzo più adatto per giustificare l’atto che contravviene una legge che è alla base di tutte le religioni, a partire dai Dieci Comandamenti: non uccidere.

La guerra non è un periodo “normale” della nostra società, è un periodo dove le leggi garantiste vengono sospese e dove la popolazione si sottomette a leggi e regole che in periodi di pace non sopporterebbe mai come ad esempio limiti alla libertà personale, la sospensione dei diritti umani “universali”, i limiti alle nostre azioni quotidiane, senza scordare le inevitabili mancanze di prodotti e servizi a causa della sospensione delle  importazioni, magari da paesi diventati nemici nel frattempo.

Disgraziatamente il mondo è ancora ben lontano dal giorno in cui potremo abolire la guerra del tutto, ci sono troppi conflitti irrisolti che continuano a creare situazioni di instabilità. Possiamo solo vigilare sui nostri politici per assicurare che i motivi di azioni belliche siano ridotti al minimo necessario e soprattutto che risolvano situazioni a rischio e non creino le condizioni per conflitti nel futuro.

Però è molto più importante, come popolazione,  non cadere nel tranello del “conflitto di civiltà” dove consideriamo “gli altri” inferiori a noi, perché questo nostro atteggiamento non fa altro che contribuire a creare le condizioni che fanno nascere conflitti e guerre.

 

di emigrazione e di matrimoni

Clashes of Cultures

The simple fact that men kill men makes war the cruellest of human acts but we human beings are the ones who find the most suitable ways to justify the act that contravenes the law that is the very basis of all religions, starting with one of the Ten Commandments, “Do not kill”.

Recently I watched film director David Lean’s masterpiece “Lawrence of Arabia” once more. This is an unforgettable film in which in the real star is the desert with its beautiful natural panoramas that control every aspect of its inhabitants’ lives. I had not seen it for some years and I thought that its length of four hours would give me a few hours of pleasure. In addition to the pleasure, the film gave me much to think about.

As I watched the scene of T. E. Lawrence’s triumphant return to the British General staff in Cairo to announce his first victory and the amazed reaction of the other officers when they saw him dressed like an Arab I thought that this scene represented very well an aspect of war that, over the centuries, has always been seen as clashes of cultures.

I immediately thought of the science fiction novel “Dune” by Frank Herbert where the inhabitants of the planet are obviously Arabs and the fantasy novel “The Lions of Al Rassan” by Guy Gavriel Kay set in a world that was clearly inspired of the Reconquista of Spain from the Moors in which one of the most important characters is a poet-warrior who was clearly inspired by the Moslems who built the wonders of Spain such as the Al’Amhra palace which challenge our prejudices towards the Moslems. In both cases the authors show that all too often our prejudices are not based on facts but on mistaken impressions or on ideas that had been intentionally manipulated to make our adversary unworthy of being considered our equals.

This play of prejudices, or of propaganda as it would be more proper to call it, is seen very well at the start and the end of the film “Joyeux Noel” by French director Christian Carion that tells the story of the unofficial Christmas truce on the Western front in 1914, the first Christmas of the Great War.

The film is fascinating because it was filmed in three languages to show the human capacity to communicate even without a common language, therefore reinforcing the tragedy of war. This is an aspect that is lost in the Italian version because of the Italian tradition of dubbing films that language.

At the start of the film we see painful scenes of young French, English and German students who recite poems and essays which describe their enemies as barbarians or worse. Those who have read the newspapers and reports of the time know that this truly happened, as in all wars.

In the final scene we see another message of hatred towards the barbarous enemy, this time not from children but instead from the Catholic bishop of the Scottish soldiers who in his sermon cancels the message of the fighting priest who had been in the trenches with his soldiers and knew the truth of the lives of his faithful. The bishop’s message was a distortion of Christ’s message that should be the basis of any sermon during a Mass.

These are agonizing aspects of war that do nothing but ensure problems in the future because hatred and prejudice do not disappear after a conflict but continue for years, if not for generations and centuries.

Those who spread hatred of the enemy do not know if today’s enemies could be tomorrow’s migrants in the near future. It takes little to understand that this concept because we only have to think of the Italian migrants after World War Two who moved to the United States, Australia Canada and other countries that had fought against Italy. These wartime prejudices created problems of integration for the Italians and their children.

These prejudices are not limited only to one side of the conflict or to a single religion, everybody is guilty, from the bishop in the film to Osama Bin Laden who called Westerners “Crusaders” to associate them with the horrors of a thousand years ago that have never been fully forgotten in the Middle East. Every country does this in war and not only to feed hatred but also to make it easier for the soldier, sailor or airman to kill the enemy in battle.

All this in the name of “Clashes of Cultures” that is used as one of the main reasons for war. However, the most painful form of war belies this concept, civil wars. Inevitably these are the cruellest wars because they expose the deceptions of the propaganda, not only because the enemy speaks our language but because until the day before the soldier on the other side was our neighbour and in the most extreme cases our brother or relative.

It is no coincidence that the most important conflict in the history of the United States was not its War of Independence but its Civil War that lay bare the contradictions of a country that dreamed of Democracy and Independence but denied the most important human rights to a part o its population. These wounds have never completely healed as we see in the current debate in some American states to remove the Confederate flags and symbols from state buildings because they are still used by extremists to justify hatred towards Americans who are not white.

The simple fact that men kill men makes war the cruellest of human acts but we human beings are the ones who find the most suitable ways to justify the act that contravenes the law that is the very basis of all religions, starting with one of the Ten Commandments, “Do not kill”.

War is not a “normal” period for our society. It is a period where the civil liberties are suspended and when the population submits to laws and regulations that would never be tolerated in peacetime, such as the limits of personal freedom, the suspension of “universal” human rights, the limits to our daily activities, without forgetting the inevitable lack of products and services caused by the suspension of imports, maybe from the countries that had become enemies in the meantime.

Unfortunately the day when we will be able to abolish war completely is still far away as there are too many conflicts that continue to create unstable situations. All we can do is watch over our politicians to ensure that the reasons for acts of war are reduced to the minimum necessary and above all that they resolve the situations at risk and do not create the conditions for future conflicts.

However, as a population, it is much more important not to fall into the trap of “Clashes of Cultures” where we consider “the others” inferior to us because this attitude does nothing but help to contribute to creating the conditions that give rise to conflicts and wars.

La bellezza e la stupidità non hanno colore, passaporto o religione- Beauty and stupidity have no colour, passport or religion

di emigrazione e di matrimoni

La bellezza e la stupidità non hanno colore, passaporto o religione

Il razzismo si materializza quando una persona è giudicata non dal proprio comportamento ma dal colore della pelle, dalle proprie origini, spesso tradite da accenti e pronunce “non-italiani”, o dalla propria religione.

Ci sono vicende che ti toccano l’anima perché capisci immediatamente la situazione della vittima di turno e ti vergogni che certe cose ancora si ripetono nel 21° secolo. Per noi figli di emigrati italiani nati e cresciuti all’estero, la scena su un treno nel Veneto il weekend scorso descritta nella stampa italiana, fa ricordare episodi simili capitati a noi regolarmente nella nostra vita.

Nel 1988 ho assistito a una scena in un ristorante cinese a Roma che mi ha toccato perché poteva essere una scena della mia vita e di moltissimi dei nostri oriundi in giro per il mondo. Una coppietta di ragazzi cinesi, ho saputo poi che era il nipotino della proprietaria e la sua fidanzatina, si abbracciavano e parlavano, non in cinese ma in romanesco. Questa è l’immagine che dobbiamo sognare per il futuro del paese, e non episodi come quello il weekend scorso che, purtroppo, non sono insoliti in Italia negli ultimi anni.

Questo episodio suscita una parola che molti non vogliono sentire nominare, però non possiamo seguire questa tendenza vigliacca, perché se davvero vogliamo integrare gli immigrati ora in Italia, abbiamo l’obbligo di capire che questo aspetto di ogni nazionalità deve essere affrontato ed emarginato da chi vuole una vita civile, e non una vita scandita da violenza di qualsiasi genere perché, nel modo più essenziale, questi episodi sono vera violenza.

Nelle parole de “Il Corriere della Sera” una ragazza di origine cinese, ma cresciuta in Italia, è stata aggredita su un treno nel Veneto da due giovani che hanno iniziato con la frase «Prova a pronunciare la “r”, tanto non riesci, incapace». Poi, lei “All’inizio, prova a ignorarli, ma quelli insistono, con frasi razziste e sessiste sempre più accese e volgari….alla fermata di Padova, i due si alzano, le sputano addosso e una volta scesi, le fanno il dito medio fuori dal finestrino”. Fra i tanti presenti nel treno, nessuno è intervenuto in difesa della ragazza, rendendola ancora più isolata.

Tutto nato dal colore della pelle, dagli occhi a mandorla e dal luogo comune che i cinesi non sanno pronunciare la lettera “r”, che non esiste nella loro lingua. Come per noi italiani nei paesi anglosassoni dove la pronuncia di “th” e “ph” ci crea gli stessi problemi. Ma non per questo siamo meno intelligenti o capaci, e non per questo dovremmo essere aggrediti.

Però, qual è il fantasma che questi episodi suscitano che molti non vogliono sentire mai nominare?

La definizione

Il razzismo si materializza quando una persona è giudicata non dal proprio comportamento ma dal colore della pelle, dalle proprie origini, spesso tradite da accenti e pronunce “non-italiani”, o dalla propria religione.

Questo atteggiamento verso “lo straniero”, anche se nato e cresciuto in questo paese, è l’antitesi di quel che l’Assemblea Costituente ha scritto nell’Articolo 3 della nostra Costituzione, che estende a tutti coloro che si trovano nel paese “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”  

Purtroppo queste bellissime parole sono tradite da ogni persona che si comporta come i due balordi sul treno nel Veneto. A peggiorare poi questo comportamento incivile è la tendenza di pensare che, per un motivo o l’altro, le loro gesta potrebbero avere giustificazioni che non sono altro che la continuazione dei luoghi comuni e i timori dello straniero che molti sentono, e che sono amplificati fin troppo spesso da servizi giornalistici nei media, come anche da politici, che sono ripresi poi sui social.

E tutto nasce da quattro parole che sentiamo e leggiamo spesso, e non solo in Italia, ma che vengono smentite dalla seconda parte della frase.

La frase “fatale”

“Non sono razzista, ma…” Sembra una frase innocua, però quel che segue la quarta parola è tutt’altro che una conferma del sentimento iniziale. Anche da chi si sente davvero “non razzista”.

Quindi tutti “tutti gli italiani sono mafiosi”, “tutti gli ebrei sono avari e meschini”, “tutti gli albanesi sono ladri”, ecc., ecc., e di seguito, sono stereotipi che non fanno altro che dimostrare che l’individuo in questione è giudicato proprio dalle origini e non dal proprio comportamento come dice la definizione precedente.

Quasi tutti i figli e molti dei nipotini degli emigrati italiani sanno cosa vuol dire essere giudicato in quel modo. Ognuno di noi può raccontare episodi dove il nostro accento, nome o anche colore della pelle, hanno determinato come siamo stati trattati dai nostri coetanei non-italiani.

Per molti all’estero, ancora oggi purtroppo, anche se in modo più nascosto ma non meno pericoloso, noi italiani eravamo pari a “quelli di colore”. In questo modo in alcuni pub in Australia quando il barista si rendeva conto del cliente italiano gli estendeva “l’invito”, con un tono di voce che faceva capire che non c’era scelta, di recarsi al prossimo pub perché era degli aborigeni.

A scuola il semplice rifiuto di anglicizzare il nome nella versione locale era già abbastanza per il figlio o figlia d’italiani per trovarsi ostracizzato dai coetanei e l’inizio di anni di solitudine.

Questo è quel che noi oriundi vediamo e capiamo quando assistiamo ad episodi del genere raccontati dalla stampa e dalla televisione. Infatti, non sono stato l’unico figlio di emigrati italiani a fare commenti del genere sui social durante il weekend sul post che trattava l’episodio nel veneto.

Soluzione

In teoria risolvere questa situazione dovrebbe essere facile, basta educare la popolazione sin dalla scuola elementare sulle differenze tra culture e religioni, a partire dal fatto che essere di una religione o l’altra di per sé non vuol dire non integrarsi nel paese. Infatti, per molti noi italiani nei paesi anglosassoni è stata proprio la religione a creare una barriera con i nostri vicini protestanti, ma nel corso del tempo questa barriera è stata abbattuta, ma tristemente non verso altre religioni, e vediamo i risultati sulle cronache internazionali quasi ogni giorno.

Purtroppo, la scuola è una soluzione a lungo termine e perciò non risolve i problemi attuali. Per questo, nel frattempo due categorie della nostra vita quotidiana devono capire che la convivenza civile dipende anche e soprattutto dal loro comportamento.

La prima è la stampa, che utilizza le origini di sospetti per giudicare e a volte condannare persone prima ancora della fine delle indagini, alimentando i sospetti verso determinati gruppi con i risultati che abbiamo visto.

La seconda categoria è quella del mondo politico dove certi commenti e atteggiamenti hanno una responsabilità molto più grande della stampa perché, almeno in teoria, i politici dovrebbero essere i primi a rispettare il senso dell’Articolo 3 della Costituzione. Ma fare commenti contro certi gruppi non fa altro che “legittimare”, agli occhi di una parte becera della popolazione, le discriminazioni e i pregiudizi verso i nuovi arrivati.

Infatti, tra i commenti sui social sull’incidente sul treno c’era chi si lamentava che era la solita vicenda di “quella parte” (politica). Questo ignora, in ogni senso della parola, l’Art. 3 della Costituzione perché tutti i politici giurano fedeltà alla Carta Costituzionale e quindi dovrebbero essere i primi a trattare ogni residente del paese con pari rispetto. Tristemente, non è proprio così.

Come possiamo meravigliarci se per primi i politici inveiscono contro un gruppo o individui per il colore della pelle, le loro origini o la loro religione e poi qualcuno, come abbiamo visto a Macerata con Luca Traini, decide di compiere quel che lui crede sia un “atto di giustizia” che non era altro che un delitto efferato?

Il giorno che avremo capito come popolazione che “la bellezza e la stupidità non hanno colore, passaporto e religione” sarà il giorno che avremo una società dove ognuno avrà gli stessi diritti e doveri, e dove ognuno farà la propria vita secondo le proprie capacità, e non determinate da fattori di nascita fuori del proprio controllo.

Perciò, per prendere la strada verso la vera integrazione nel paese dei nuovi immigrati i primi passi, indietro, devono essere presi dai giornalisti e dai politici che utilizzano la “razza”, il colore e la religione come bersagli da colpire, invece di capire che l’integrazione non è a senso unico ma ha bisogno dell’atteggiamento rispettoso della dignità altrui di ciascuno di noi immigrato e autoctono.

Infatti, se non interveniamo in incidenti come quello del treno diventiamo complici degli aggressori.

Perciò, lottare contro il razzismo e qualsiasi discriminazione dovrebbe essere l’obbligo di tutti i politici e cittadini di qualsiasi democrazia moderna, basata su parità di diritti di tutti e non semplicemente una vicenda “di quella parte”.

 

 

di emigrazione e di matrimoni

Beauty and stupidity have no colour, passport or religion

Racism occurs when a person is judged not by his or her personal behaviour but because of the colour of the skin, his or her origins, which are often betrayed by accents or “non-Italian” pronunciation.

There are matters that touch your soul because you understand immediately the situation of the latest victim and you are ashamed that certain things still happen in the 21st century. For us children of Italian migrants born and raised overseas the scene on a train in the Veneto described in the Italian press last weekend make us remember similar episodes that happened to us regularly in our lives.

In 1988 I witnessed a scene in a Chinese restaurant in Rome that moved me because it could have been a scene from my life and from that of many of our relatives and friends around the world. A young Chinese couple, who I later found out were the grandson of the restaurant’s owner and his girlfriend, we hugging and talking, not in Chinese but in Romanesco, Rome’s dialect. This is the image that we should dream of for the country’s future and not episodes such as the one last weekend that, unfortunately, have not been unusual in recent years. 

This incident raises a word that many do not want to hear, however, we cannot follow this cowardly trend because if we truly want to see the migrants now in Italy integrated we have a duty to understand that this aspect of every nationality must be addressed and marginalized because, in the most fundamental way, these incidents are real violence.

In the words of Milan’s newspaper Il Corriere della Sera a young girl of Chinese origin, but raised in Italy, was assaulted on a train in the Veneto by two young men who began with the phrase “Try to pronounce “r”, you can’t, you’re incompetent”. And then she “In the beginning tried to ignore them but they insisted, with increasingly racist and sexist phrases… the two got up at the Padua stop, they spat on her and once they got off they gave her the middle finger at the window”. Of those present on the train, not one intervened in the girl’s defence, which made her even more isolated.

This all began from the colour of the skin, the almond shaped eyes and the cliché that the Chinese cannot pronounce the letter “r” because it does not exist in their language. Just like us Italians in Anglo-Saxon countries where the pronunciation of “th” and “ph” causes us the same problems. But this does not mean we are less intelligent or capable and this is not a reason we should be assaulted.

However, what is the ghost that these incidents raises that many do never want to hear?

The definition

Racism occurs when a person is judged not by his or her personal behaviour but because of the colour of the skin, his or her origins, which are often betrayed by accents or “non-Italian” pronunciation.

This attitude towards “foreigners”, even if they were born and raised in the country, is the antithesis of what the Constituent Assembly wrote in Article 3 of Italy’s Constitution which extends to all those who are in the country: “All citizens have equal dignity and are equal before the law, with no distinction of sex, race, language, religion, political opinions and personal and social conditions”.

Unfortunately these beautiful words are betrayed by every person who behaves like the two boorish young men on the train in the Veneto. What then makes this uncivilized behaviour worse is the tendency to think that, for one reason or another, these gestures could be justified for reasons that are nothing more than the continuation of the clichés and the fear of foreigners they feel and which all too often are amplified by news services in the media, and also by politicians, which are then taken up on the social media.

And all this comes from four words that we hear and read often, and not only in Italy, which are then proved false by the second part of the phrase.

The “fatal” phrase

“I am not racist but…” This seems a harmless phrase however, what follows the fourth word is anything but a confirmation of the initial sentiment. Even by those who truly feel they are “not racist”.

Therefore, “All Italians are Mafiosi”, “All Jews are stingy and mean”, “All the Albanians are thieves”, etc, etc, are stereotypes that only show that the individual in question is judged by his or her origins and not by personal behaviour as stated in the definition above.

Almost all the children and many of the grandchildren of Italian migrants know what it means to be judged in that way. Each one of us can describe episodes where our accent, name or also skin colour determined how we are treated by our non-Italian peers.

For many overseas, even today unfortunately even if in a more hidden but no less dangerous way, we Italians were equal to “those of colour”. In this way, when the barmen in some pubs in Australia noticed an Italian customer he extended the “invitation”, in a tone of voice that made him understand that there was no other choice, to go to the next pub which was the one for the Aborigines.

At school the simple refusal to anglicize a name into the local version was enough for the son or daughter of Italians to be ostracized by the others and the start of years of loneliness.

This is what we oriundi (descendants of Italian migrants) see and understand when we witness episodes such as those told in the newspapers and on television, Indeed, I was not the only child of Italian migrants to write comments in this type in the social media on the weekend to the post that dealt with the episode in the Veneto.

Solution

In theory it should be easy to resolve this situation. We only have to educate the population from primary school on the differences between cultures and religions, starting from the fact that belonging to one religion or another does not on its own mean not integrating in the country. Indeed, for many of us Italian in Anglo-Saxon countries it was religion that created a barrier with our protestant neighbours but over time this barrier was knocked down but sadly not towards other religions and we see the results on the international news services every day.

Unfortunately school is a long term solution and therefore does not resolve the current problems. Hence in the meantime two categories in our daily lives must understand that civilized coexistence also and especially depends on their behaviour.

The first is the press that uses the origins of suspects to judge and at times condemn people even before the end of the investigation, feeding suspicions towards determined groups with the results we have seen.

The second category is the world of politics where certain comments and attitudes have a much greater responsibility than the press because, at least in theory, politicians should be the first to respect the meaning of Article 3 of the Constitution. But making comments against certain groups only “legitimises” in the eyes of the boorish part of the population the discrimination and prejudice towards the new arrivals.

In fact, amongst the comments on the social media there were those that complained that this was the usual issue of “that (political) part”. This ignores Art. 3 of the Constitution because all politicians swear loyalty to the country’s Magna Carta and so they should be the first to treat every resident in the country with equal respect. Sadly, it is not quite like this.

How can we be surprised if politicians are the first to rail against a group or individuals because of the colour of their skin, their origins or their religion and then someone, as we saw in Macerata with Luca Traini, decides to carry out what he believed was an “act of justice” which was only a heinous crime?

The day that we as a population understand that “beauty and stupidity have no colour, passport or religion” will be the day that we will have a society in which each one of us will have the same rights and duties and where each one of us will live our lives according to our skills and not determined by matters of birth that are beyond our control.

Therefore, in order to take the road towards true integration of the new migrants into the country the first steps, backwards, must be taken by the journalists and politicians who use “race”, colour and religion as targets to be hit instead of understanding that integration is not a one way road but needs the attitude of respecting the dignity of each one of us, migrants and natives.

In fact, if we do not intervene in incidents such as those on the train we become the aggressors’ accomplices.

Thus fighting racism and any form of discrimination must be the duty of all the politicians and the citizens of any modern democracy based on equal rights for all and is not simply a matter for “that part”.

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