La nostra rete internazionale da potenziare – Our international network that must be upgraded

di emigrazione e di matrimoni

La nostra rete internazionale da potenziare

Vogliamo fare qualche riflessione sulla rete internazionale italiana che esiste, ma che spesso non svolge un ruolo davvero attivo ed efficace per promuovere iniziative e scambi culturali e commerciali tra l’Italia e i paesi di residenza degli italiani all’estero.

I Comites (Comitati per gli Italiani all’Estero) esistono da tempo e vengono eletti dai nostri parenti e amici all’estero, che sono cittadini italiani e registrati all’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) dei consolati. Come dice l’articolo 1 della legge 286/2003 citata nel sito del Ministero degli Affari esteri, i Comites sono “organi di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari”.  Secondo la grandezza della zona consolare questi organi sono composti da 12 o 18 componenti.

Purtroppo altri sviluppi hanno messo questo ruolo di rappresentanza in ombra e per questo motivo abbiamo l’obbligo di guardare i Comites con un altro occhio, in un modo che fin troppo spesso è nominato ma fino ad ora non è stato attuato: che dobbiamo potenziare i Comites per dare alle nostre comunità il compito per cui sarebbero perfettamente adatte non solo per l’Italia, ma anche per i loro paesi di residenza.

Tristemente, come abbiamo scritto ripetutamente nel corso di questa rubrica, e rafforzato dall’On. Fabio Porta nella sua recente intervista con noi, gli italiani all’estero sono una risorsa per il paese, ma una risorsa non vale niente se non viene utilizzata nel modo giusto.

Ma per arrivare ai suggerimenti per potenziare i Comites dobbiamo guardare con occhio critico il punto debole della rete dei Comites.

Parlamentari

Quando parliamo di “rappresentanza” delle comunità all’estero, come possiamo negare che l’istituzione delle circoscrizioni estere e l’elezione di 18 parlamentari alla Camera dei Deputati e il Senato non sia una rappresentanza più forte e diretta delle nostre comunità all’estero?  Anche se dobbiamo aggiungere il cavillo che diciotto sono pochi in mezzo a circa mille parlamentari, e sarà peggio ancora quando la legge per la riduzione del numero di parlamentari sarà approvata con un numero finale di dodici eletti all’estero sparsi in circoscrizioni ancora più difficili da gestire rispetto a quelle che abbiamo visto fino ad ora.

Perciò dobbiamo chiederci, non sarebbe il caso di ridefinire i compiti dei Comites e di  rivedere come vengono nominati i suoi componenti? E anche come si svolgono le sue riunioni per assicurare che possano dare un contributo solido ai rapporti tra paesi?

Ma il modo in cui sono formati i Comites fa poco per garantire che i suoi componenti possano avere un ruolo efficace per compiti definiti nel sito del Ministero: https://www.esteri.it/mae/it/servizi/italiani-all-estero/organismirappresentativi/comites.html

Difatti, l’elezione dei Comites non garantisce la presenza di componenti con le competenze e l’esperienza per promuovere scambi culturali ed economici, senza dimenticare la promozione della lingua italiana che dovrebbe essere una priorità assoluta, anche per cercare un mercato davvero mondiale per i nostri autori e quindi per dare un aiuto consistente alla nostra editoria che è in crisi da tempo, prima ancora dell’attuale emergenza sanitaria mondiale. Questo discorso vale anche per il nostro cinema che indubbiamente ha bisogno di trovare un mercato ancora più grande per i suoi prodotti, che spesso sono così “italocentrici” che sono difficili da presentare al pubblico internazionale.

Elezione o no?

La presenza dei parlamentari crea un “conflitto di interessi” tra il ruolo di rappresentanza dei Parlamentari e quello dei Comites. Quindi, non sarebbe il caso di non eleggere più i Comites bensì di scegliere i suoi componenti secondo criteri precisi di qualifiche ed esperienza, per realizzare i compiti da svolgere nel corso del loro mandato?

Naturalmente qualcuno dirà che in questo modo verrebbe meno il dare voce alle collettività locali, allora la soluzione sarebbe di eleggere una parte dei Comites dalle comunità, magari 2 nel caso dei Comites di 12 e 3 in quelli dei 18. In questo modo ci sarà sempre la voce delle comunità all’interno del legame tra l’Italia e le comunità all’estero, anche per motivi che spiegheremo sotto.

Inoltre, nel caso di questa composizione mista dei Comites e per far riconoscere pubblicamente l’importanza di questo compiti, il “presidente” del Comites potrebbe essere, non uno dei suoi componenti, ma proprio il console stesso per assicurare più forza al messaggio del ruolo del Comites e anche per assicurare che i progetti siano in linea con quelli descritti nella legge e nel sito.

Compiti

Quindi, in primis i Comites dovrebbero avere componenti che conoscono come promuovere la Cultura in generale, oltre la conoscenza della realtà dei sistemi scolastici di ciascun paese per poter inserire l’italiano nelle scuole. Ci vuole poco per capire che “allestire una mostra d’Arte”, per dare un esempio di promozione, non è semplice e che oltre a richiedere tempo ha bisogno di gente che capisca le esigenze per mostre del genere e di sapere scegliere i soggetti adatti per i loro mercati.

Nei casi di mostre d’arte, ecc., speriamo anche che una parte non piccola del ricavato di mostre all’estero del futuro andrebbe ai musei e gli altri luoghi di origine dei pezzi, per fornire i soldi necessari per restaurare e mantenere che spesso il governo nazionale è incapace di fornire, e quindi il lavoro dei Comites darebbe anche un altro contributo fondamentale delle comunità italiane all’estero al paese, che non si sono mai tirate indietro quando il loro paese d’origine  ha avuto bisogno di aiuto.

Ovviamente questo aspetto di qualifiche ed esperienza vale ancora di più per le ricerche, scambi e promozioni commerciali e così via, che non possono essere lasciati al caso o a scelte “fortuite” quando i componenti sono eletti al Comites.

Naturalmente con i Comites misti, i componenti eletti dalla comunità avrebbero il ruolo fondamentale di fare da “connessione” tra le comunità locali e i lavori e le manifestazioni organizzati dagli altri componenti dell’organo. Difatti, vista la grandezza delle nostre comunità in tutti i paesi, questo ruolo di coinvolgere tutta la comunità sarebbe fondamentale per assicurare il successo economico di mostre, presentazione di film, libri e anche prodotti commerciali italiani nel futuro.

Realtà

Sentiamo spesso dei commenti ironici e non raramente di sdegno verso i Comites, e quindi bisogna rivedere la struttura e il funzionamento in modo da affrontare il fatto che in molti luoghi questi organismi non hanno il valore e l’efficacia che dovrebbero avere come organi di rappresentanza delle comunità con le autorità del nostro paese d’origine.

Come spesso accade, sulla carta e nelle parole della legge e il sito del Ministero i Comites sono importanti, ma nella realtà dobbiamo chiederci; possiamo davvero dire che i frutti di questi organi siano stati pari ai sogni e le speranze di chi li ha designati?

Crediamo davvero che questi sogni e speranze siano possibili, ma il mezzo che abbiamo a disposizione, sia per motivi politici, sia per motivi degli eletti non adatti per i loro ruoli effettivi, non ha dato la vera possibilità di svolgere ruoli efficaci ed quindi importanti sia per le comunità italiane all’estero che per l’Italia stessa e anche i loro paesi di residenza.

La nostra Cultura e tutti gli altri prodotti del Bel Paese hanno bisogno di promozione, ricerche, e di un pubblico internazionale pari alla loro grandezza. In teoria i molti milioni di italiani sparsi in giro per il mondo costituiscono di per sé un potenziale enorme, ma possiamo dire in tutta onestà che riconosciamo davvero questa realtà, o forse non siamo riusciti ancora a trovare il modo di poterlo metterlo in moto davvero?

Tristemente, la risposta è negativa e per questo dobbiamo capire che i Comites devono essere potenziati in modo efficace e sistematico con scopi ben precisi, per poter dare finalmente alle comunità italiane nel mondo quel ruolo attivo ed efficace che fino ad ora è venuto a mancare, per mancanza di progetti veri e persone qualificate capaci di realizzarli.

Solo agendo in modo da poter coinvolgere i migliori nostri componenti in giro per il mondo e dare loro un ruolo vero in progetti seri, riusciremo a costruire una vera rete internazionale degli italiani nel mondo.

 

 

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Our international network that must be upgraded

We want to express a few thoughts about an international Italian network that often does not carry out a truly active and effective role for the promotion of initiatives and cultural/commercial exchanges between Italy and the countries of residence of Italians overseas.

The Comites (Committees for Italians overseas) have existed for some time and are elected by our relatives and friends overseas who are Italian citizens and registered in the AIRE (Anagrafe degli italiani residente all’estero, Register of Italians resident overseas) at the consulates. As stated in article 1 of Italian Law 286/2003 quoted in the website of Italy’s Foreign Affairs Ministry, the Comites are “representative organ of the Italians overseas in the relations with the diplomatic/consular representations” Depending on the area of the consulate these organs are made up of 12 or 18 components.

Unfortunately, other developments have overshadowed this role of representation and for this reason we have a duty to look at the Comites with another eye, one that all too often has been mentioned but up till now has not been implemented. We must upgrade the Comites to give our communities the task for which they are perfectly suitable not only for Italy but also for their countries of residence.

Sadly, as we have often written repeatedly during the years of this column and was reinforced by the Honourable Fabio Porta in a recent interview with us, Italians overseas are a resource for the country but a resource is worth nothing if it is not used in the right way.

But in order to reach these suggestions for upgrading the Comites we must take a look at the weak point of the network of Comites.

Parliamentarians

When we talk about the “representation” of communities overseas how can we deny that the institution of the overseas electorates and the election of 18 parliamentarians to Italy’s Chamber of Deputies and Senate is not a stronger and more direct representation of our overseas communities? Even if we add the technicality that eighteen is not many amongst about a thousand parliamentarians and will be worse still when the law for the reduction of the number of parliamentarians will be approved with a final number of twelve spread around the world that will see the electorates even harder to manage from than those we have seen up till now.

Therefore we must ask ourselves; would it not be the case to redefine the tasks of the Comites and to review how their members are appointed, as well as how they conduct their meetings in order to ensure that they can give a solid contribution to the relations between countries?

But the way with which the Comites are formed do little to ensure that its members can play an effective role in the tasks defined in the Ministry’s website:

https://www.esteri.it/mae/it/servizi/italiani-all-estero/organismirappresentativi/comites.html

In fact, the election of the Comites does not guarantee the presence of members with the skills and the experience to promote cultural and economic exchanges, without forgetting the promotion of the Italian language that should be an absolute priority, also for looking for a truly worldwide market for our authors and therefore to give a major contribution to our publishing industry that has been in crisis for some time, even before the current international health emergency. This also applies to our cinema which undoubtedly needs to find an even bigger market for its products that are often so “Italo-centric” that they are hard to present to the international audience.

Elections, yes or no?

The presence of the parliamentarians creates a “conflict of interest” between the representative role of the parliamentarians and that of the Comites. Therefore, would it not be the case to no longer elect the Comites but rather to select the components according to precise qualifications and experience in order to carry out the tasks the tasks to be undertaken during their mandate?

Naturally some will say that in this way it would fail to give a voice to the local communities, so the solution would be to elect a part of the Comites from the community, maybe 2 in the case of the Comites with 12 members and 3 in those with 18. In this way it would always be the voice of the community within the link with Italy and Italian communities, as well as for reasons we will explain below.

Furthermore, in the case of mixed composition of the Comites and in order to recognize publicly the importance of these tasks, the Chairman of the Comites should not be one of its members but precisely the Consul to ensure guarantee more strength to the message of Comites’ role and also to ensure that the projects are in line with those described by the Law and in the website.

Tasks

So, first of all the Comites should have members that know how to promote Culture in general, as well as knowledge of the reality of the school systems of each country in order to insert Italian in the system of each country. It takes little to understand that “setting up an Art display”, to give only one example of promotion, is not easy and that as well as requiring time needs people who understand displays in general and to know how to select the subjects that are suitable for their markets.

In the cases of displays of Art, etc, we also hope that a not insignificant part of the income of the overseas displays in the future would go to the museums and the other places of origin of the pieces to supply the funds necessary for restoration and maintenance that the national government is often unable to give and therefore the work of the Comites would also be another fundamental contribution to Italy from the Italian communities overseas that have never held back when their country of origin needed help.

Obviously this aspect of qualifications and experience is even more valid for research, commercial exchanges and so forth that cannot be left to chance or to “fortuitous” choices when the members of the Comites are elected.

Naturally, with the mixed Comites the members elected by the community would have the essential role of making the “connection” between the local communities and the work and events organized by other members of the organization. Indeed, given the size of our communities in all the countries, this role of involving all the community would be fundamental for ensuring the financial success of displays, the presentation of films, books and other Italian commercial products in the future.

Reality

We often hear ironic and not uncommonly disdainful comments about the Comites and therefore we have to review the structure and the functioning in a manner to deal with the reality that in many places these bodies do not have the value and the effectiveness they should have as representative bodies of the communities with the authorities of their country of origin.

As often happens, on paper and in the words of the law and the Ministry’s website the Comites are important but in reality we must ask ourselves; can we truly say that the results of these bodies has been equal to the dreams and hopes of those who designed them?

We truly believe that these dreams and hopes are possible but the means that we have available, whether for political reasons or that those elected were not suitable for their effective roles, they have not been given the real possibly of carrying our effective and therefore major roles for both the Italian communities overseas and Italy herself, as well as their countries of residence.

Our Culture and all Italy’s other products need promotion, research and an international audience equal to their greatness. Theoretically the many millions of Italians on their own spread around the world constitute an enormous potential but can we honestly say that we truly recognize this reality and that we have been able to find a way to really set it in motion?

Sadly the answer must be in the negative and for this reason we must understand that the Comites must be upgraded effectively and systematically with very precise purposes in order to finally give the Italian communities around the world that active and effective role that has been lacking up till now due to the lack of true projects and of qualified people capable of carrying them out.

Only by acting so that we involve the best people around the world and give them a real role in serious projects will we be able to build a true network of Italians around the world.

Parole scritte sull’acqua – Words written on water

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Parole scritte sull’acqua

Il grande giornalista Indro Montanelli diceva che la memoria degli italiani sui loro autori è scritta sull’acqua e dunque destinata a sparire pochi anni dopo la loro morte

Quando abbiamo fatto l’intervista all’On. Fabio Porta avevamo già scritto questo articolo, però, dopo aver ascoltato le risposte abbiamo deciso di rimandare la pubblicazione a dopo la sua uscita. Il motivo sarà ovvio al lettore e speriamo che sarà motivo per un dibattito serio della promozione della nostra Cultura, a partire dall’aspetto più intimo e importante del paese, dalle comunità italiane nel mondo. Nel leggere l’intervista qualcuno dirà che gli investimenti nominati sarebbero un peso per il paese dopo il COVID-19 e rispondiamo che i numeri degli italiani all’estero sono tali, oltre 250 milioni secondo le stime dell’onorevole, che già di per sé ripagherebbero gli investimenti con non poco profitto perché non possiamo negare che, se il Patrimonio Culturale più grande ed importante del mondo sia solo al settimo posto come meta turistica internazionale, il problema è che dobbiamo partire non da quel che noi in Italia conosciamo bensì farlo sapere al mondo, iniziando proprio dai nostri parenti e amici in tutti i continenti. E quale modo migliore che iniziare a leggere i nostri libri per incoraggiare loro a imparare la nostra lingua e per poi cercare non solo i luoghi delle loro radici, ma anche i luoghi di molti di libri più importanti della Letteratura mondiale? Questa è una sfida vera per il futuro del paese che darà frutti importanti a tutti i settori dell’economia italiana.

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Parole scritte sull’acqua

Il grande giornalista Indro Montanelli diceva che la memoria degli italiani sui loro autori è scritta sull’acqua e dunque destinata a sparire pochi anni dopo la loro morte. Purtroppo, come in molti dei suoi articoli, aveva ragione e come prova c’è che a quasi diciannove anni dalla sua morte i giovani d’oggi sanno poco o niente di lui. Sebbene l’Italia regolarmente esalti certi grandi autori come Dante, Petrarca, Goldoni e Macchiavelli, molti altri sono stati dimenticati dal paese.

Il Corriere della Sera degli anni ‘40, ‘50 e ‘60 aveva una scuderia straordinaria di giornalisti che diventarono autori importanti per il nostro paese. Naturalmente uno è stato Montanelli stesso, ma i suoi compagni di lavoro in quei decenni si chiamavano Eugenio Montale, Dino Buzzati, Guido Piovene, Curzio Malaparte, Andrea Brancati, come anche Luigi Barzini padre e figlio.

Tutti nomi di autori importanti, uno persino Premio Nobel per la letteratura e tra questi nomi Montale è l’unico che fa parte fissa del curriculum scolastico del paese. Infatti, sarebbe interessante sapere quanti studenti oggi a scuola potrebbero dire chi erano gli altri e quali libri scrissero.

Questa memoria corta tocca tanti, troppi nomi. Anni fa, su consiglio di amici, ho cercato La Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro, concittadino di mio padre, che mi avevano descritto come il capolavoro dell’autore calabrese più importante. Il libro è considerato il migliore sulla vita della Calabria che fu e ci dà un ritratto prezioso della sua società. Finalmente l’ho trovato, ma solo dopo tre viaggi in Italia e visite in tanti paesi e città dove tutti mi dicevano che Corrado Alvaro non era in stampa. Finalmente l’ho comprato, ma era di seconda mano in una bancarella in piazza a Imola. I miei amici avevano ragione, il libro è davvero un capolavoro e valeva la pena trovarlo. L’unica tristezza è che è stato così difficile da trovare, un vero peccato per il lettore.

In un paese che fa della sua Cultura un tesoro questa tendenza di dimenticare i suoi autori è un mistero. Come i nostri grandi pittori e scultori, gli autori contribuiscono a creare il ritratto del paese da decennio in decennio e da secolo in secolo. Le nostre vite brevi non ci fanno vedere direttamente i mutamenti enormi del paese nel corso della Storia, ma i libri tengono vivi i ricordi della vita dei nostri avi.

Leggere La Pelle di Curzio Malaparte, ambientato a Napoli durante la seconda guerra mondiale, significa capire cosa voleva dire vivere in una città sotto controllo di soldati stranieri con i comportamenti inconsueti e i compromessi morali necessari per sopravvivere, un libro scomodo per tutti. Infatti, chi leggesse il libro non si meraviglierebbe di sapere che Totò tolse il saluto all’autore in segno di offesa per il modo impietoso con il quale l’autore descrisse Napoli.

L’Innocente di Gabriele D’Annunzio ci porta nella società aristocratica della Belle Époque italiana, come un libro relativamente recente, Padre Padrone di Gavino Ledda, ci insegna la vita dei pastori sardi degli anni sessanta che ormai è quasi sparita. Potrei andare avanti per pagine autore dopo autore, ma l’elenco sarebbe enorme e anche un pò deprimente nel notare quanti autori abbiamo dimenticato.

Come facciamo a ricordare questi autori e tenere vivi i ricordi delle loro opere?

Naturalmente una parte della soluzione comprende il sistema scolastico. Però, dobbiamo essere realisti e capire che il numero di libri che gli studenti possono leggere senza far soffrire gli altri soggetti è limitato.

I giornali avrebbero un ruolo importante come parte della soluzione. Come fanno con le opere di cantanti e registi che ormai sono parte integrante delle varie testate, potranno aumentare il numero di collane dedicate ad autori e non limitarsi a qualcuno come abbiamo visto fino ad ora. E nemmeno questo è sufficiente.

Una grande parte della soluzione è di assicurarci che questi autori siano conosciuti non soltanto in Italia, ma anche all’estero. Tristemente il numero di lettori internazionali della nostra lingua non è grande, anche tra coloro che vorrebbero leggere i volumi dei loro predecessori, i discendenti degli emigrati italiani. Per questo motivo, come primo passo, dobbiamo incoraggiare al massimo la traduzione e vendita degli autori italiani in altre lingue.

Potrebbe sembrare un paradosso, ma tradurli in altre lingue è il passo fondamentale per far conoscere di più e dunque far ricordare nel futuro i nostri grandi autori. Nel cercare lettori nuovi dobbiamo fornire i libri nelle lingue del mondo. Aumentare le vendite delle versioni tradotte di questi libri non solo farebbe aumentare la conoscenza di questi autori, ma avrebbe anche altri effetti positivi per il paese.

Il primo effetto sarebbe di incentivare i lettori ad imparare l’italiano per poter leggere le opere al loro meglio. Ovviamente il secondo effetto, e non è da poco, sarebbe di aumentare le vendite di libri che di conseguenza diventeranno fonte di guadagno per tutto il paese e aiuterebbe le case editrici italiane che sono in crisi a causa del livello basso di vendite di libri in Italia.

So per esperienza diretta le difficoltà nel cercare di tradurre opere in altre lingue, non solo per motivi tecnici legati alle differenze tra lingue, ma anche e soprattutto per motivi legali. Non tutti coloro che ne mantengono i diritti vogliono vedere le opere uscire dal paese in altre lingue. Come poi non è sempre facile trovare chi sia proprietario dei diritti d’autore che spesso non risponde nemmeno alle richieste per poter fare il lavoro, oppure rifiutano a priori senza motivo legittimo.

Benché nessuno metta in dubbio i poteri legali dei proprietari dei diritti, non voler trattare edizioni straniere di libri e non rispondere a eventuali richieste di fare edizioni internazionali delle nostre opere importanti, fa male sia alla memoria degli autori che al paese stesso. Senza dimenticare poi la perdita di eventuali guadagni dalle vendite.

Le opere importanti, sia letterarie che artistiche, non appartengono soltanto a chi ne mantiene i diritti. Queste opere appartengono a tutto il paese, fanno parte della nostra identità nazionale. Alcune opere definiscono all’estero cosa vuol dire ‘Italia’. Un esempio lampante di questa identificazione è Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sia come film che come libro.

Siamo tutti fieri d’essere italiani o discendenti di emigrati italiani e gran parte di questo orgoglio viene dal conoscere il contributo che i nostri concittadini hanno dato in tutti i rami dell’esistenza, dove l’Arte e la Letteratura hanno posti di privilegio e non dobbiamo dimenticare questi contributi. Anzi, abbiamo l’obbligo di esaltarli.

Mettiamo in mostra i nostri autori al mondo. Non nascondiamoli negli scaffali delle nostre biblioteche, ma mettiamoli a disposizione in ogni paese del mondo così, finalmente, i lettori internazionali potranno scoprire questo nostro tesoro sottovalutato

È ora che smettiamo di scrivere la memoria dei nostri autori sull’acqua e cominciamo a metterla in volumi nuovi, sia in italiano che in tutte le lingue del mondo per tenere viva la loro memoria per il futuro. In fondo, sono parte del nostro tesoro più grande e più importante, la nostra Cultura, e quindi fanno parte di noi tutti e non solo del passato.

 

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Words written on water

The great Italians journalist Indro Montanelli used to say that the memory of Italians for their authors is written on water and therefore destined to disappear a few years after their death.

When we did this interview with the Honorable Fabio Porta we had already written this article but after having heard his replies we decided to delay publication until after its release. The reason will be obvious to the reader and we hope it will be the reason for a serious debate on the promotion of our culture, starting with the most intimate and important aspect for the country, the Italian communities around the world. After reading the interview some will say that investments mentioned would be a burden for the country after COVID-19 and our answer is that the number of Italians overseas are such, more than 250 million according to the politician’s estimates, that they would repay the investments with no small profit because we cannot deny that, if the world’s biggest and greatest Cultural Patrimony is only in seventh place as an international tourist destination, the problem is that we must start not from what we here in Italy know  but from letting the world know, starting precisely with our relatives and friends in all the continents. And what better way than starting to read our books to encourage them to learn our language and to then look for not only the places of their origins but also the places of many of the most important books in world Literature? This is a true challenge for the country and one which will give us important results in all the sectors of Italy’s economy.

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Words written on water

The great Italians journalist Indro Montanelli used to say that the memory of Italians for their authors is written on water and therefore destined to disappear a few years after their death. Unfortunately, like many of his articles, he was right and as proof nearly nineteen years after his death young people today know little or nothing about him. Although Italy regularly glorifies certain great authors such as Dante, Petrarch, Goldoni and Machiavelli many others have been forgotten by the country,

In the 1940s, 50s and 60s Milan’s famous Il Corriere della Sera newspaper had a team of extraordinary journalists who became famous authors for our country. Naturally one was Montanelli himself but the names of his work colleagues during those decades were Eugenio Montale, Guido Piovene, Curzio Malaparte, Andrea Brancati and Luigi Barzini, father and son.

These are all names of major authors, Montale was even a Nobel Prize winner for Literature and he is the only one of these authors who has a permanent place in the country’s scholastic curriculum. In fact, it would be interesting to know how many students today could say who the others were and which books they wrote. 

This short memory touches many, too many names. Years ago on the advice of friends I went looking La Gente d’Aspromonte (People of the Aspromonte) by Corrado Alvaro who came from a town near my father’s town and which they described as the masterpiece of Calabria’s greatest author. This is considered the best book on the life of Calabria that was and it gives us a valuable portrait of its society. I found it at last but only after three trips to Italy and visits to many towns and cities where everybody told me that Corrado was no longer in publication. I finally bought it but it was a second hand edition in a book stall in a piazza in Imola. My friends were right, the book is truly a masterpiece and well worth finding. The only sadness is that it was so hard to find, a real shame for the reader.

In a country that makes its Culture a treasure, this trend to forget its authors is a mystery. Like our great painters and sculptures, authors contribute to creating the portrait of the country from decade to decade and century to century. Our short lives do not let us see directly the enormous changes in the country in the course of history but the books keep the memory of the lives of our forebears alive.

To read La Pelle (The Flesh) by Curzio Malaparte, set in Naples during the Second World War, means understanding what it means to live in a city under the control of foreign troops with the unusual behaviour and moral compromises necessary to survive, it is a troubling book for everyone. In fact, those who have read the book would not be surprised to know that Totò, the great Neapolitan actor and comic, stopped speaking to the author as a sign of his offence for the merciless way in which the author described Naples.

L’Innocente (The Innocent) by Gabriele D’Annunzio takes us into the aristocratic society of Italy’s Belle Époque, just like Padre Padrone by Gavino Ledda teaches us the lives of Sardinia’s shepherds during the 1960s, a life that has now almost disappeared. I could continue for pages with author after author but the list would be enormous and also too depressing when we notice how many authors we have forgotten.

How do we remember these authors and keep the memories of them and their works alive?

Naturally part of the solution includes the school system. However, we must be realistic and understand that the number of books that students can read without making other subjects suffer is limited.

Newspapers could play an important role as a part of the solution. Just like they do with singers and film directors that are now an integral part of various newspapers, they can increase the number of collections dedicated to authors and not limit themselves to some as we have seen up till now. And this too is not enough.

A large part of the solution is to ensure that these authors are recognized not only in Italy but also overseas. Sadly the number of international readers of our language is not big, also amongst those who would want to read the volumes of their predecessors, the descendants of Italian migrants. For this reason, and as a first step, we must encourage as much as possible the translation of Italian authors into other languages.

This could seem a paradox but translating them into other languages would be a fundamental step for making them better known and therefore for remembering our great authors in the future. By looking for new readers we must provide these books into the world’s languages. Increasing the sales of the translated versions of these books would not only increase the awareness of these authors but would also have other positive effects for the country.

The first effect would be to give readers an incentive to learn Italian in order to be able to read the works in the best way possible. Obviously the second effect would be, and this is no small effect, to increase the sales of books which subsequently will become a source of income for all the country and would help Italy’s publishers which are in crisis due to the low books sales in the country.

I know from personal experience the difficulty in trying to translate works into other languages, not only for technical difficulties connected to the differences between languages, but also and above all for legal reasons. Not all those who own the copyright to books want to see the works leave the country in other languages. And then it is not always easy to find out who are the true owners of the authors’ copyrights and often they do not even answer requests for being able to carry out the work or they refuse a priori with no legitimate reason.

Although nobody doubts the legal rights of copyright holders, not wanting to deal with foreign editions of books and not answering requests for international editions of our most important works harm both the memory of the author and the country itself. Without forgetting the loss of any income from the sales.

Major works, whether literary or artistic, do not belong only to those who own the copyright. These works belong to the entire country and they are part of our national identity. Overseas some of these works define what Italy means. One striking example of this identification is Il Gattopardo (The Leopard) by Giuseppe Tomasi di Lampedusa, both as a film and as a book.

We are all proud to be Italians or descendants of Italian migrants and a large part of this pride comes from knowing the contribution that our fellow countrymen and women in all branches of existence where Art and Literature have places of privilege and we must not forget these contributions. Indeed, we have a duty to glorify them.

Let us put our authors on show to the world. Let us not hide them in the shelves of our libraries and let us make them available to every country in the world so that international readers will finally be able to discover this undervalued treasure of ours.

It is time we stopped writing the memory of our authors on water and started to put it into new volumes, in Italian and in all the world’s languages, to keep their memory alive in the future. Basically they are part of our greatest and most important treasure, our Culture, and therefore they are part of all of us and not only of the past.

L’on. Fabio Porta e la risorsa della rete degli italiani nel mondo – Fabio Porta and the network of Italians in the world

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L’on. Fabio Porta e la risorsa della rete degli italiani nel mondo

Intervista a Fabio Porta già parlamentare eletto in sud America con esperienza decennale in tema di comunità italiane all’estero

Molti nostri lettori conosceranno il nostro ospite, l’On Fabio Porta dai suoi anni alla Camera dei Deputati come eletto nella circoscrizione estera del Sudamerica. Si trova ora a Roma a causa della situazione di COVID-19) in attesa di poter tornare in Brasile

D: On. Fabio Porta ci racconti qualcosa dei suoi 10 anni di esperienza parlamentare e del lavoro svolto a favore della comunità italiana in sud America nel corso degli anni.

R: Dieci anni vissuti intensamente, grazie al rapporto continuo con la straordinaria comunità italiana che vive in Sudamerica; una collettività grande non solo numericamente ma soprattutto per la ricchezza della propria storia, ancora vivacissima, e per il profondo e forte legame con l’Italia.   Ho cercato al tempo stesso di essere presente e attuante in Parlamento, e sono particolarmente orgoglioso di essere riuscito a conciliare queste due dimensioni apparentemente difficili da coniugare insieme.   Difficile fare una sintesi del lavoro fatto: voglio sottolineare l’introduzione di un rapporto utile e virtuoso tra le nostre collettività e i consolati, con l’istituzione del cosiddetto “fondo per la cittadinanza” per il miglioramento dei servizi consolari; un’altra pagina che non dimenticherò mai è quella a difesa dei diritti umani, della giustizia e della memoria, culminata con la partecipazione del governo italiano come parte civile al “Processo Condor” (ndr: per le vittime delle repessioni politiche in Sud America negli anni ’70 e ’80 che compresere 23 italiani e finì con 24 ergastoli).; quindi, l’approvazione della legge che rende permanente le conferenze Italia-America Latina e la promozione dei Forum parlamentari italo-latinoamericani; infine l’emergenza Venezuela, che ho seguito con passione fin dal primo momento contribuendo alla soluzione di problemi concreti, come quello del pagamento delle pensioni italiane che erano bloccate da oltre due anni.

D: In questo periodo in cui siamo tutti chiusi in casa per l’emergenza sanitaria mondiale, ha qualche pensiero sui rapporti tra l’Italia e le sue comunità sparse in giro per il mondo, e non solo in Sud America? Molti italiani all’estero seguono con ansia gli sviluppi di questa tragedia che ci ha colpito così profondamente

R: La pandemia ha drammaticamente messo il nostro Paese al centro del mondo e ancora una volta è emerso un patrimonio di relazioni umane e sociali straordinario e per certi versi commovente: quello delle nostre collettività all’estero.   In tutto il mondo si sono moltiplicate iniziative di solidarietà per aiutare l’Italia a combattere il virus, spesso promosse dalle nostre tantissime comunità sparse in ogni angolo del pianeta.   Ci siamo sentiti tutti vicini all’Italia e al suo dramma; questo patrimonio non potrà e non dovrà essere disperso.   Oggi, più che nel dopoguerra, l’Italia può contare all’estero su collettività forti, organizzate e spesso in posizioni dominanti a livello politico, economico e sociale.   Una rete di risorse umane che, se adeguatamente sollecitate e coinvolte, potrà essere determinante per la ‘ricostruzione’ del Paese dopo la crisi dovuta a Covid19.

D: I rapporti tra paesi si mantengono anche con la stampa, ha qualche pensiero su come migliorare il ruolo fondamentale della Rai a favore degli italiani all’estero?  Pensa che sia sufficiente trasmettere in lingua italiana visto che la stragrande maggioranza di essi è ben oltre la terza generazione e quindi senza la capacità di capire del tutto la nostra lingua?

R: Per un Paese come il nostro, con una comunità ‘italica’ stimata in oltre 250 milioni di persone (solo in America Latina abbiamo circa 80 milioni di italo-discendenti !), un network televisivo come la RAI dovrebbe costituire un vettore strategico non soltanto di informazioni ma anche di lingua, cultura e ‘made in Italy’.   Purtroppo non è così, e per dimostrarlo sarebbe sufficiente analizzare il trend delle risorse destinate dalla RAI a “RAI International” prima e poi a “RAI Italia” in questi ultimi anni.   Ma non è solo una questione di risorse.   Che senso ha trasmettere in italiano senza sottotitolare i programmi ?    Sia in lingua inglese, spagnola e portoghese ma anche semplicemente in italiano, anche per aiutare le nuove generazioni di italiani all’estero ad avvicinarsi alla nostra bellissima lingua.  

D: Il ruolo di RAI World è anche di educare il pubblico, sia in Italia che all’estero, quali strumenti possono essere messi in campo per dare forza a questo ruolo? Ad esempio, quanto sappiamo della vita e delle vicende degli italiani all’estero, magari attraverso prodotti filmici?

R: L’epopea degli italiani nel mondo costituisce di per sé una fonte unica e irripetibile di ispirazione per documentari, film, sceneggiati.   La storia della nostra emigrazione nel mondo si incrocia da sempre con quella dei grandi Paesi di immigrazione, con le scoperte scientifiche, con la storia dell’arte, della musica, con la religiosità, lo sport, la politica…  Per non parlare delle vicende legate all’imprenditoria, al commercio, alla nascita dei sindacati.   Un materiale unico dal punto di vista della produzione cinematografica, ma soprattutto una storia ricchissima che meriterebbe essere conosciuta da tutti, principalmente in Italia.   Anche in questo caso sarebbe forse necessaria una maggiore attenzione e qualche investimento in più; è anche colpa nostra se in passato il cinema si è ricordato dei nostri emigrati più per raccontare la storia di gangster e mafiosi che non quella di scienziati e artisti.

D: Nel nostro giornale abbiamo cominciato a raccogliere la Storia e le esperienze dei nostri parenti e amici all’estero. Quali le sinergie possibili oltre all’impegno del nostro giornale per poter finalmente sapere e riconoscere i successi, i lavori, i sogni, e anche i fallimenti e le tragedie della Storia della nostra emigrazione con un occhio attento al contributo non solo economico, che gli emigrati hanno dato alla nostra Patria nel corso di ben oltre un secolo e mezzo?

R: Parlavo prima del mio lavoro parlamentare: se c’è un rimpianto, è quello di non essere riuscito a fare approvare una legge che continuo a ritenere fondamentale per l’Italia, prima ancora che per le sue comunità all’estero.   Mi riferisco all’introduzione dello studio multidisciplinare nelle scuole delle migrazioni, con particolare riferimento ovviamente alla storia dell’emigrazione italiana nel mondo.   Solo così riusciremmo, almeno in parte, a combattere quella incredibile e lesionista ignoranza che cresce in Italia relativamente alla ricchezza della presenza degli italiani all’estero.   Vivo da oltre venti anni in Brasile e ancora oggi è comune incontrare persone, anche in Parlamento (sic !), che si meravigliano quando racconto che nel Paese “del samba e del carnevale” vivono almeno 37 milioni di italo-discendenti.   E gli esempi, purtroppo, potrebbero continuare.   Come si fa a valorizzare qualcosa che non si conosce ? E’ questa la domanda che dobbiamo farci quando reclamiamo, giustamente, maggiore attenzione e qualche investimento in più diretto alle nostre collettività nel mondo.

D: Molti italiani soprattutto in sud America considerano il passaporto italiano un “bene di lusso”. Infatti con esso si può lavorare in Europa in generale e non solo in Italia. Esistono anche casi di falsificazione di documenti per ottenere la cittadinanza italiana, come accaduto per giocatori sudamericani di calcio nel passato per poter giocare come italiani o europei e non come extracomunitari. Sono in molti a desiderare questo privilegio, ma quanto è giusto e quanto è utile?

R: La cittadinanza non dovrebbe essere mai considerata un “privilegio”, come nemmeno una “concessione”.   Si tratta di un diritto, uno dei principali diritti alla base della vita di una nazione.   Un diritto che ovviamente comporta anche dei doveri, e questo per la sua intrinseca carica di responsabilità civile, sociale e politica.    I fenomeni di falsificazione e corruzione relativi al riconoscimento della cittadinanza italiana sono purtroppo una delle gravi conseguenze dell’enorme accumulo di domande di cittadinanza (soprattutto in Sudamerica e specialmente in Brasile) che in alcuni casi ha fatto arrivare a dieci anni il tempo per la definizione di questa pratica presso il Consolato.   Rafforzare i consolati con maggiori risorse umane ed economiche è il primo passo per facilitare una agile e attenta trattazione di questi processi ed evitare abusi e anche falsificazioni.   Voglio però ribadire in questa occasione che si tratta di fenomeni minoritari rispetto alla quasi totalità del numero di queste domande, quasi sempre originate da una sincera volontà di ricostruire il legame con l’Italia derivante dai propri vincoli familiari.   Che un cittadino americano con passaporto italiano lo utilizzi per lavorare o viaggiare nel resto dell’Europa e non in Italia non è di per sé un reato.   Mi domanderei semmai perchè questo avviene, o meglio perché troppo spesso l’Italia non riesce ad essere attrattiva per chi viene da fuori, a maggior ragione se con ascendenza o cittadinanza italiana.

D: La nostra legge di cittadinanza è adeguata per un mondo sempre più globalizzato?

R: L’Italia è un Paese in recessione demografica, prima ancora che economica.   Tra poco le due emergenze si aggraveranno, soprattutto la seconda.   Ma è chiaro a tutti gli economisti, e non soltanto a sociologi o demografi, che l’andamento demografico condiziona positivamente o negativamente l’economia.   Nel caso italiano il progressivo e per certi versi inesorabile invecchiamento della popolazione sta producendo ormai da diversi anni effetti negativi sull’incremento del nostro PIL.    Per “ringiovanire” la popolazione esistono soltanto tre leve: fare più figli o valorizzare le giovani generazioni di immigrati o emigrati.   Sappiamo che la prima opzione è al momento la più complessa, dipendendo in gran parte dalla sfavorevole congiuntura economica e dalle politiche per le famiglie dei nostri governi; riguardo a emigrati e immigrati, invece, sappiamo che oggi possiamo contare con una popolazione di oltre dieci milioni di persone (divisa quasi esattamente tra stranieri in Italia e italiani all’estero) e su un potenziale ancora più grande di italo-discendenti in grado di portare nuova linfa al nostro sistema sociale e produttivo.    La legge sulla cittadinanza va quindi mantenuta e adeguata, con l’obiettivo di includere e non escludere il patrimonio umano proveniente da emigrazione e immigrazione.   Il minimo comun denominatore dovrà essere lo ‘ius culturae’; una maggiore conoscenza della nostra lingua, della storia e dei valori costituzionali che sono alla base della nostra democrazia non potrà che dare maggiore consistenza alla piena cittadinanza di tutti.  

D: Visto che anche l’emigrazione italiana nel mondo sta arrivando alla quinta e oltre generazioni di discendenti degli emigrati, cosa possiamo fare come paese per aiutarli a scoprire le loro origini italiane e per mantenere contatti con il paese d’origine, con o senza passaporto italiano?

R: Come ho detto prima, investire in questo settore sarà fondamentale per la ricostruzione post Covid19.   Dalle nuove generazioni italiane nel mondo potranno arrivare idee, progetti e risorse utilissimi in una fase che sarà difficile e delicata.   Cosa fare ? Sarò concreto e obiettivo: lingua, scuola e turismo.   Tre settori strategici per ricomporre un rapporto che abbiamo troppo spesso lasciato alla nostalgia e allo spontaneismo.   La promozione della lingua e cultura italiana all’estero deve essere il canale principale sul quale puntare; l’ho sempre considerata parallela all’investimento in Italia sull’emigrazione a scuola: tanto importante sarà per i giovani italiani conoscere la presenza italiana all’estero, quanto fondamentale sarà offrire alle giovani generazioni italiane all’estero strumenti concreti e innovativi per recuperare o apprendere la lingua dei loro antenati.   Quindi scuola e università, a partire da una intensificazione degli scambi tra istituzioni educative italiane e straniere; scambi che coinvolgano le famiglie nell’accoglienza degli studenti e soprattutto le università.   In Italia abbiamo eccellenze universitarie a livello mondiale che potrebbero solo arricchirsi da una maggiore presenza di giovani italo-discendenti.   Infine il turismo, quello delle “radici” o di “ritorno” in primo luogo.   E’ un settore strategico sul quale ho lavorato molto da Presidente del Comitato sugli italiani nel mondo della Camera e adesso con il “Comitato 11 ottobre di iniziativa per gli italiani all’estero”; esistono studi e progetti portati avanti in questi anni da giovani ricercatori e operatori del settore.   Paesi con un bacino di utenti di gran lunga inferiore a quello degli italiani nel mondo (penso alla Scozia o all’Irlanda) hanno ottenuto risultati interessantissimi da investimenti e programmi mirati in questo campo; sarebbe strano se l’Italia non facesse altrettanto.

D: Ha qualche cosa che vuole dire ai nostri lettori prima di finire la nostra intervista?

R: Solo un ringraziamento per questa opportunità e un incoraggiamento a tutta l’informazione “per” e “su” gli italiani nel mondo; fate un lavoro importantissimo, fondamentale per dare sostanza, anche democratica, alla partecipazione delle nostre collettività alla vita pubblica italiana e siete un elemento imprescindibile per garantire oggi e domani quel preziosissimo legame che unisce l’Italia al mondo. Grazie !

Ringraziamo l’Onorevole Porta per la sua gentilezza e disponibilità e gli auguriamo buon lavoro, sia in Italia che in Sud America con i nostri parenti e amici in quel continente.

 

di emigrazione e di matrimoni

Fabio Porta and the network of Italians in the world

Interview with Fabio Porta, former parliamentarian elected in South America with decades of experience among Italian communities abroad

Many of our readers will know our guest, the Honourable Fabio Porta, from his years in Italy’s Chamber of Deputies as the elected representative of the overseas electorate of South America. He is currently in Rome due to the CIVID-19 situation as he waits to be able to return to Brazil.

Q: Fabio Porta, please tell us something of you 10 years of parliamentary experience and the work you have carried out for the Italian community in South America during the years.

A: They were ten years lived intensely thanks to the continual rapport with the extraordinary Italian community that lives in South America. It is a great community not only numerically but above all for the wealth of its history which is still very much alive and for the deep and strong connection with Italy. At the same time I tried to be present and active in Parliament and I am still particularly proud to have been able to reconcile these two dimensions which are apparently hard to put together. It is hard to make a summary of the work carried out, I want to highlight the introduction of a useful and virtuous relationship with our communities and the consulates with the institution of the so-called “fondo per la cittadinanza” (citizenship fund) for the improvement of the services at the consulates. Another page that I will never forget is that of the defence of human rights, justice and memory which culminated in the Italian government’s participation as the “Project Condor Trial” (editor’s note: for the 23 Italian victims of the political repression in South America in ‘70s and 80s which included and finished with 24 life sentences). And then the approval of the law that the Italy-Latin America conference permanent and the promotion of the Italian-Latin American Parliamentary Forums. Finally, the Venezuelan emergency which I followed passionately from the first instant, contributing to the solution of solid problems such as that of the payment of Italian pensions that had been blocked for more than two years.

Q: In this time that we are all closed in our homes due to the worldwide health emergency have you any thoughts about the relationship between Italy and her communities spread around the world and not only in South America? Many Italians overseas are anxiously following the developments of this tragedy that has affected us so deeply.

A: The pandemic has dramatically put our country at the centre of the world and again a heritage of in some ways moving extraordinary human relations has emerged; that of our communities overseas. Initiatives of solidarity around the world to help Italy fight the fight have multiplied, often promoted by our very many communities scattered in every corner of the planet.  We have all felt close to Italy and her drama. This heritage cannot and must not be lost. Today, more than after the war, Italy can count on overseas communities that are strong, organized and often in dominant positions politically, economically and socially. This is a network of human resources that, if properly solicited and involved, can be decisive for the “reconstruction” of the country after the COVID-19 crisis.

Q: Relations between countries are also maintained with the Press, do you have any thoughts on how to improve the essential role of the RAI in favour of Italians overseas? Do you think that it is enough to transmit in Italian since the vast majority of them are well beyond the third generation and therefore without the ability to fully understand our language?

A: For a country like ours with a strong “Italic” community estimated at more than 250 million (in Latin America alone we have more than 80 million Italian descendants!), a television network such as RAI should constitute a strategic vector not only for information but also for our language, culture and “made in Italy”. Unfortunately this is not so and to demonstrate this it would be sufficient to analyze the trend of the resources destined by RAI for “RAI International” before and then to “RAI Italia” in recent years. But it is not only a question of resources. What sense does it make to transmit in Italian without subtitles for the programmes? Be it in English, Spanish and Portuguese or also simply in Italian, also to help the new generations of Italians overseas to get closer our beautiful language.

Q: The role of RAI World is also to educate the public, both in Italy and overseas, what tools can be put in place to give strength to this role? For example, how much do we know about the lives and the events of Italians overseas, maybe through film products?

A: On its own the epic of the Italians around the world constitutes a unique and unrepeatable source of inspiration for documentaries, films and TV series. The history of our migration around the world has always intersected with that of the great countries of migration, with scientific discoveries, with the history of art, music and religion sport and politics… Not to mention the issues tied to entrepreneurship, commerce, and the birth of trades union. This is unique material from the point of view of film production but it is especially a very rich history that deserves to be known by everyone, mainly in Italy. And in this case too more attention and also more investment may be required. It is also our fault if in the past the cinema has remembered our migrants more by telling stories of gangsters and mafiosi than those of scientists and artists.

Q: Our newspaper had started to gather the history and the experiences of our relatives and friends overseas.  What possible synergies, in addition to the commitment of our newspaper,  are needed in order to finally know and recognize the successes, works, dreams, as well as the failures and the tragedies of the history of our migration with an acute eye for the contributions, and not only economic, that the migrants have given our Home land over well more than a century and a half?

A: I spoke before of my work in Parliament. If there is one regret it is that of not being able to pass a law that I continue to consider essential for Italy and even more for her communities overseas. I refer to the introduction of the multidisciplinary study on migration at school, obviously with specific reference to Italian migration around the world. Only in this way would we be able, at least in part, to fight that incredible and self destructive ignorance that is growing in Italy regarding the richness of the presence of Italians overseas. I have lived in Brazil for more than twenty years and it is still common today, even in Parliament (sic!), to meet people who are amazed when I tell them that at least 37 million Italian descendants live in the country of “samba and the carnival”. And unfortunately the examples could continue.  How do you value something you do not know? And this is the question we must ask ourselves when we rightly claim more attention and some direct investment for our communities around the world.

Q: Many Italians, especially in South America, consider the Italian passport a “luxury item”. In fact, you can work in Europe in general with the passport and not only in Italy. There are also cases of falsification of documentation to obtain Italian citizenship, as has happened in the past for South American football players to be able to play as Italians or Europeans and not as foreign players. Are there many who desire this privilege, but how right and how useful is it?

A: Citizenship should never be considered as a “privilege”, and not even as a “concession”. Citizenship is a right, one of the main rights underlying the life of a nation.  This is a right that obviously entails duties and for this reason, its intrinsic burden of civil, social and political responsibility. The phenomena of falsification and corruption regarding the recognition of Italian citizenship are unfortunately one of the serious consequences of the enormous accumulation of applications for citizenship (above all in South America and especially Brazil)) that in some cases have taken ten years for the resolution of a file at the Consulate.  Strengthening the consulates with greater human and economic resources is the first step to nimble and attentive treatment of these procedures and to prevent abuse and also falsification. However, in this occasion I want to emphasize that these are minor phenomena compared to the almost totality of the number of these questions, almost always originating from a sincere desire to rebuild a link with Italy that comes from the family ties. That an American citizen with an Italian passport uses it for work or to travel in the rest of Europe and not in Italy is not in itself a crime. If anything, I wonder why this happens, better yet, why Italy often cannot be attractive to those who come from outside, even more so if they are of Italian origins or citizenship.

Q: Is our citizenship law adequate for an increasingly globalized world?

A: Italy is in demographic recession even more than economic. Soon the two emergencies will worsen, especially the latter.  But it is evident to all the economists, and also sociologists or demographers, that the demographic trend conditions the economy positively or negatively. In the case of Italy, the progressive and inexorable aging of the population has for a few years now been producing negative effects on the growth of our GDP. There are only three levers to “rejuvenate” the population: having more children, to enhance the young generations of immigrants or emigrants.  We know that currently the first option is more complicated and largely dependent on the unfavourable economic situation and the policies for the families of our governments.  Concerning emigrants and immigrants, we know that today we can count on a population of more than ten million people (divided almost equally between foreigners in Italy and Italians overseas) and on the even greater potential of Italians descendants able to give new life to our social and productive system. The citizenship law must therefore be maintained and updated with the aim of including and not excluding the human heritage from emigration and immigration. The lowest common denominator must be the ‘ius culturae’ (law of Culture), greater knowledge of our language, history and those values of the Constitution that are the basis of our democracy can only give greater consistency to full citizenship for all.

Q: Considering that Italian migration around the world is reaching the fifth and greater generation of descendants of migrants, what can we do as a country to help them discover their Italian origins and to maintain the contacts with the country of origin, with or without an Italian passport?

A: As I said before, investing in this sector will be essential for reconstruction after COVID-19. In a phase that will be difficult and delicate, very useful ideas, projects and resources will come from the new Italian generations around the world. What to do? I will be concrete and objective: language, school and tourism. There are three strategic sectors to recompose a relationship that all too often we have left to nostalgia and spontaneity. The promotion of Italian language and Culture must be the main channel on which to focus and I have always considered this to be parallel to the investment in Italy of emigration in the school. It is as important for young Italians to know the Italian presence overseas, as it will be to offer the generations of young Italian overseas concrete and innovative tools to recover or to learn the language of their ancestors. Therefore, school and university starting with the intensification of the exchanges between Italian and foreign educational institutions, exchanges that involve families in the welcoming students and especially the universities. In Italy we have excellent world class universities that would only be enriched by a greater presence of young Italian descendants. Finally, tourism, in first place that of the “roots” or “return” in first place. This is a strategic sector on which I have worked a lot as President of the Committee on Italians in the world in the Chamber of Deputies and now in the “Comitato 11 ottobre di iniziativa per gli italiani all’estero” (11 October Committee of  Initiative for Italians overseas). There are studies and projects carried out by young researchers and operators in the sector. Countries with a far smaller user base than that of the Italians overseas (I am thinking of Ireland and Scotland) have achieved very interesting results from investments and programmes aimed at this field and it would be strange if Italy did not do likewise.

Q: Do you have anything you want to say to our readers before we finish our interview?

A: Only thank you for this opportunity and encouragement for all the information “for” and “about” Italians around the world. You are doing a very important job, basically to give substance, even democratic, to the participation of our communities to Italy’s public life and you are an essential part element for guaranteeing today and tomorrow that valuable link that unites Italy to the world, Thank you.

We thank the Honourable Fabio Porta for his kindness and availability and we wish him the best for his work in both Italy and South America with our relatives and friends in that continent.

A cosa serve la Storia? – What use is history?

di emigrazione e di matrimoni

A cosa serve la Storia?

La Storia non serve solo a prevedere sommosse violente e grandi rivoluzioni, ma serve soprattutto per dare i mezzi per poter giudicare il mondo che ci circonda ed avere la consapevolezza che ci permette di prendere le migliori decisioni per il futuro.

Il 14 luglio 1789 alla notizia della caduta della Bastiglia Luigi XVI chiese “È una rivolta?”, la risposta del Duca di Liancourt fu tanto veloce quanto lapidaria, “No Sire, è una rivoluzione”.

Questo scambio è entrato nei libri di Storia e l’ho sentito per la prima volta a scuola seguito poi dalla domanda inevitabile di uno studente, “ma il Re non poteva prevedere l’arrivo della Rivoluzione?”. Il nostro insegnante l’ha utilizzato per illustrare come il re non aveva i mezzi e la consapevolezza per capire che decenni di cattiva amministrazione e un senso di oppressione sempre in aumento tra la popolazione stava portando il paese alla rivoluzione.

Oggi con il senno di poi potremmo vedere e capire i passi storici, iniziando con l’Illuminismo, che aveva portato la Francia a questa rivoluzione che segnò la fine di una dinastia, vide l’Impero glorioso ma breve di Napoleone, che era il segnale che stava per iniziare un’epoca nuova della Storia dell’Uomo che oggi non è ancora finita.

Però Luigi XVI e i suoi consiglieri non potevano capire le conseguenze delle decisioni loro e dei loro predecessori.

Non possiamo dire altrettanto dello Zar russo Nicola II che, visto il ruolo del suo paese nella caduta di Napoleone, sicuramente studiò la Storia di quel periodo violento. Senza dubbio, con il fallimento della rivolta sanguinosa del 1905 lui si considerava al di sopra di ogni pericolo al suo potere, ma si sbagliava e anche lui finì come Luigi XVI, giustiziato da una parte del popolo che lui rappresentava, almeno in teoria.

La Rivoluzione Francese è un fatto raro nella Storia, un episodio nuovo che nessuno poteva prevedere fino in fondo. Fu la destituzione del re non da parte di un’altra famiglia aristocratica, come si era visto spesso per millenni, ma dal suo stesso popolo. Poi, nessun libro di Storia dell’epoca avrebbe potuto prevedere la violenza e la spietatezza del Terrore che finì solo con Napoleone, che divenne Imperatore di un paese che solo pochi anni prima voleva essere una democrazia.

Dal 1789 abbiamo visto altre rivoluzioni del genere, delle quali quella Russa fu la più importante, ma tutte hanno seguito lo stesso modello di comportamento, la destituzione del re, un periodo di scontri tra i responsabili del complotto anti-monarchico, seguito da un periodo di violenza dal quale esce un dittatore ancora peggio del re destituito. Nel caso russo, il suo Napoleone si chiamava Stalin che certamente non aveva i meriti militari del suo predecessore francese.

Ma la Storia non serve solo a prevedere sommosse violente e grandi rivoluzioni, ma serve soprattutto per dare i mezzi per poter giudicare il mondo che ci circonda ed avere la consapevolezza che ci permette di prendere le migliori decisioni per il futuro.

Quando leggiamo la Storia della Grecia e di Roma del periodo classico vediamo gli stessi vizi umani che sentiamo nei notiziari ogni giorno. Vediamo la gelosia, la rabbia, l’ignavia e tutte le emozioni che dettano il comportamento dell’uomo. La scoperta di pietre con il nome del grande statista Temistocle ci dimostra come illeciti elettorali succedevano anche nell’Atene antica che molti utilizzano, impropriamente purtroppo, come modello della Democrazia moderna.

Il mondo nuovo in cui viviamo ha mezzi di comunicazione e di trasporto che gli antichi potevano solo sognare, ma gli istinti e i vizi personali di ogni individuo non sono mai cambiati nel corso del tempo.

Gli appartenenti dei Black Block si lamentano delle grandi multinazionali, ma non si rendono conto che queste società non sono che la versione moderna delle compagnie private che saccheggiarono il mondo in nome dei re e regine dell’Inghilterra, la Francia, la Spagna, il Portogallo e le altre potenze coloniali. Ci lamentiamo dei nostri politici, magari sognando un’epoca d’oro di politica “pulita” mai esistita, però ci scordiamo degli scandali che coinvolsero politici in ogni paese del mondo nel corso del tempo.

Nel mondo d’oggi abbiamo un esempio davvero lampante di come l’Uomo non riesca a capire le lezioni del passato. Ormai sono decenni che i paesi occidentali cercano di portare pace nel Medioriente, spesso partecipando in azioni militari di breve durata che creano problemi di lunga durata che a loro turno creano le condizioni per altri interventi brevi. Poi ci meravigliamo di ondate di profughi da paesi distrutti da interventi occidentali.

Tragicamente, mentre leggiamo i libri di Storia vediamo gli stessi paesi come campi di battaglia che sono ancora luoghi di conflitti moderni. È facile individuare Iran e Iraq, le antiche Persia e Babilonia e naturalmente Israele e i paesi che lo circondano. Diventa ancora più triste poi vedere quante volte leggiamo i nomi di Sudan, Cina, Cuba, Marocco, Algeria e potrei andare avanti per paragrafi di luoghi che erano nelle mire delle potenze internazionali, anche prima del ritrovamento di petrolio, oro, argento o altri minerali che molti ritengono siano gli unici motivi per le guerre.

In ogni caso, la Storia non serve solo per i capi di governo e i politici che decidono il destino dei nostri paesi, ma anche in ogni aspetto della nostra vita. Magari chiediamo condoni edilizi dopo aver costruito abusivamente un palazzo in una zona proibita, per poi lamentarci quando una pioggia forte porta via la casa costruita sul percorso di un fiume in secca, eppure vediamo casi del genere fin troppo spesso nei notiziari.

La Storia non è semplicemente una recitazione di date e re, di cadute di imperi e di ascese di mercenari e signorie. La Storia vera è guardare cosa aveva portato paesi e persone in determinate situazioni e come ne sono usciti, oppure molto spesso perché sono morti. La Storia vera è vedere e capire gli sbagli del passato per poter evitare destini tragici, come anche di trovare il modo di ripetere gli esempi di successo.

Quando guardiamo il passato vediamo il percorso che ha creato questo mondo in cui viviamo e potremo renderci conto che i nostri predecessori non erano poi così diversi da noi. Oggi vediamo i ricchi che comprano Ferrari e aerei privati per dimostrare le loro ricchezze e potere, invece nel passato i potenti costruivano palazzi e pagavano artisti per sfoggiare al mondo il frutto dei loro lavori e, spessissimo, dei loro complotti segreti.

Nel suo capolavoro “Il Mestiere delle Armi” il regista Ermanno Olmi ci fornisce una finestra sul passato per vedere come è morto Giovanni de Medici, detto Delle Bande Nere. Vediamo la mentalità provinciale dei Gonzaga e D’Este che porterà alla sua morte per tradimento in campo di battaglia.

Possiamo veramente dire che siamo meglio di questi signori che regnavano sulle nostre città importanti per secoli? Basta vedere il campanilismo politico italiano che dura ormai da decenni al Parlamento Europeo a Strasburgo per vedere come programmi partitici domestici hanno la precedenza sulle priorità nazionale e per capire che non abbiamo ancora capito le lezioni di certi episodi del nostro passato, e nemmeno tanto lontani.

Cosa c’è meglio della Storia per insegnarci come evitare di ripetere per l’ennesima volta gli sbagli del passato e creare un mondo migliore? Però, per farlo bisogna cominciare ad insegnare la Storia a scuola perché molti dei nostri esponenti politici moderni certamente non l’hanno fatto…

 

di emigrazione e di matrimoni

What use is history?

History does not only serve to predict violent uprisings and great revolutions, above all it serves to give us the means to be able to judge that world around us and to have the awareness that allows us to make the best decisions for the future

On July 14, 1789 on hearing the news of the fall of the Bastille French King Louis XVI asked, “Is this a revolt?” The reply by the Duke of Liancourt was a fast as it was blunt, “No Sire, this is a revolution”.

This exchange entered the history books and I heard it for the first time at school when it was followed by the inevitable question by a student, “But couldn’t the King see the Revolution was coming?” Our teacher used this to illustrate how the King did not have the means or the awareness to understand that decades of bad administration and an ever growing sense of oppression amongst the population was bringing the country to revolution.

With hindsight today we see and understand the historical stages, beginning with the Enlightenment, that brought France to the Revolution that marked the end of a dynasty, saw Napoleon’s glorious but brief Empire and was the signal that a new Era of Human history was about to begin and that today has not yet ended.

However, Louis XVI and his advisers could not understand the consequences of their decisions and those of their predecessors.

We cannot say as much for Russia’s Tsar Nicholas II who, considering his country’s role in Napoleon’s fall, had surely studied that violent period of history. Without doubt after the failure of the bloody revolt in 1905 he considered himself above any threat to his power but he was wrong and he too finished like Louis XVI executed by a part of the population that he represented, at least in theory.

The French Revolution was a rare occurrence in history, a new episode that nobody could have fully foreseen. It was the dethroning of a King, not by another aristocratic family as we had seen for millennia, but by his own population. And then, no history book of the time could have foreseen the violence and the ruthlessness of the Terror that ended only with Napoleon who became Emperor of a country that only a few years before wanted to become a democracy.

Since 1789 we have seen other such revolutions, of which the Russian was the most important, but all followed the same model of behaviour, the dethronement of a ruler, a period of clashes between those responsible for the anti-monarchist plot followed by a period of violence out of which came a dictator that was even worse than the deposed monarch. In the case of Russia, its Napoleon was called Stalin who certainly did not have the military merits of his French predecessor.

But history does not only serve to predict violent uprisings and great revolutions, above all it serves to give us the means to be able to judge that world around us and to have the awareness that allows us to make the best decisions for the future.

When we read the history of Classical Greece and Rome we see the same human vices that we read in the news today. We see jealousy, rage, ignorance and all the emotions that dictate Man’s daily behaviour. The discovery of stones with the name of the great statesman Themistocles shows us how electoral fraud also happened in ancient Athens which many use, improperly unfortunately, as a model for modern democracy.

The new world in which we live has means of communication and transportation that the people of the ancient past could only dreamed but the instincts and personal vices of each individual have never changed over time.

The members of the Black Block complain about the large multinationals but they do not realize that these companies are only the modern versions of the private companies that sacked the world in the name of Kings and Queens of England, France, Spain and Portugal and the other colonial powers. We complain about our politicians, maybe with the dream of a “clean” Golden Age of politics that never existed, however we forget the scandals that involved politicians in every country in the world over time.

In today’s world we have a truly striking example of how man cannot understand the lessons from the past. For decades now western countries have been trying to bring peace to the Middle East, often taking part in short-lived military operations which create long term problems which in turn create the conditions for other brief interventions. And then we are amazed at the waves of refugees from the countries devastated by the western interventions.

Tragically, when we read history books we see the same countries as battlefields that are still places for modern conflicts. It is easy to identify Iran and Iraq, the ancient Persia and Babylon, and naturally Israel and the countries that surround them.  This becomes even sadder when we see how many times we read the names of Sudan, China, Cuba Morocco, Algeria and I could continue for paragraphs of places that became the targets for international powers, even before the discovery of oil, gold, silver or other minerals that many believe are the sole reasons for wars.

In any case, history does not serve only for heads of government and politicians who decide the destinies of their countries but also for every aspect of our lives. We may ask for building amnesties after having illegally constructed a building in a forbidden area and then we complain when strong rain takes away a house built on a dry riverbed and yet we see such cases all too often in the news.

History is not simply a recitation of dates and Kings, the fall of Empires and the rise of mercenaries and ruling families. True history is to look at what brought these countries and people into certain situations and how they came out or, very often, why they died. True history is to see and understand the mistakes of the past in order to be able to avoid repeating tragic fates, as well as also to find the way to repeat the successful examples.

When we look at the past we see the path that created the world in which we live and we can understand that our predecessors were not so different from us. Today we see the rich who buy Ferraris and private airplanes to show their wealth and power and instead in the past the powerful built palaces and paid artists to show the world the fruit of their labours and very often their secret plots.

In his masterpiece “Il Mestiere delle Armi” (The Profession of arms) the film director Ermanno Olmi gives us a window to the past to see how Giovanni de Medici, called “Delle Bande Nere” (of the “Black Bands” due to the dark colouring of their armour) died. We see the provincial mentality of the Gonzaga and d’Este dynasties that brought about his death by betrayal on the battlefield.

Can we truly say we are better than those Lords who reigned over our major cities for centuries? We only have to look at the parochialism of Italian politics in the European Parliament in Strasbourg that has now lasted for decades to see how domestic political party agendas have taken precedence over national priorities and to understand that we have not yet learnt the lessons of certain episodes from our past and some not even so long ago at that.

What is better than history to teach us how to avoid repeating once again mistakes from the past and to create a better world? However, in order to do so we must teach history at school because most of our modern politicians certainly did not do so…

La Creazione di un Meme – The Creation of a Meme

di emigrazione e di matrimoni

La Creazione di un Meme

Negli ultimi anni i “meme” sono diventati i tormenti dei social. Prendono in giro i bersagli di turno ma fin troppo spesso il messaggio contenuto non è quel che sembra ed altrettanto spesso si basano su bugie.

Purtroppo, i meme non sono altro che la manipolazione dei lettori, a volte per motivi puramente politici, soprattutto nel caso dalle pagine di politici, oppure anche per altri motivi, come per screditare personaggi o prodotti, come vediamo ora con le ondate di falsità dei presunti pericoli del 5G.

Nel caso del soggetto di questo articolo il meme non solo falsifica la storia affascinante della bellissima foto in testa all’articolo, ma contiene la frase che è l’esatta antitesi di quel che la foto mostra e in questo caso esiste la prova dell’accaduto.

Allora guardiamo bene il meme in questione e vediamo come immagini, frasi e anche personaggi celebri sono utilizzati per motivi occulti e soprattutto farlocchi.

Bambi

L’immagine è irresistibile, un soldato che porta in groppa un asino per la campagne che è il simbolo del bisogno di “leadership”, la capacità di guidare le truppe o la gente. Invece la Storia vera, in entrambi i sensi della parola, della foto è ancora più bella.

L’asinello nella foto si chiamava “Bambi” e il soldato che lo porta non è un soldato della seconda guerra mondiale in Sicilia, bensì un harki (soldato maghrebino) della celebre Legione Straniera francese, e fu scattata nel Maghreb algerino nel 1958. Difatti, l’asino diventerà la mascotte pluridecorata del reggimento del soldato che lo salvò.

Inoltre, il meme dice che l’asino non fu portato per amore verso l’animale, invece, come dimostra il certificato “Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals” (Società  Reale per la prevenzione della crudeltà agli animali in Gran Bretagna) nell’attestato e decorazione al fianco al harki  che aveva salvato l’asinello, proprio perché era affamato e dissetato.

Infine, l’unità era il 13° Demi-Reggimento della Legione Straniera che, benché giovane in termini militari, fu fondata per partecipare nelle guerre tra la Finlandia e l’Unione Sovietica nel 1940, fu al centro delle unità francesi che appoggiarono Charles De Gaulle nelle lotte per liberare la Francia dai nazisti e molte altre battaglie nei decenni dopo la guerra mondiale, compresa la storica disfatta francese a Dien Bien Phu che mise fine al colonialismo francese in Vietnam.

Per chi vuole sapere di più di questa unità può trovare l’informazione in inglese al link: http://foreignlegion.info/history/13dble/  che chiaramente dimostra che il copyright alla foto appartiene alla Legione Straniera e quindi le origini della foto sono inconfutabili.

Avendo visto come questo meme sia un falso storico, possiamo capire benissimo che si tratta di  una critica a capi politici con un ragionamento sbagliato. Ma l’attrazione del meme è proprio nell’immagine bellissima che perde il senso dell’umanità del gesto del soldato con la manipolazione e la falsificazione della foto e la sua Storia vera.

Ma come si fa a creare un meme del genere e come si fa a riconoscere le falsità del messaggio?

Atto di creazione

Nel corso degli anni i meme hanno preso molte forme. Quelle più comuni sono di personaggi storici importante insieme a presunte citazioni che cercano di rinforzare oppure indebolire individui o categorie di personaggi, oppure anche per promuovere complotti che girano nel web fin troppo spesso.

Allora si vede una citazione di Aristotele, Napoleone, Churchill e altri personaggi del genere con un commento che sembra confermare le opinioni e/o pregiudizi del lettore pro o contro certi soggetti, e il lettore lo condivide automaticamente per dimostrare la propria sensibilità verso il soggetto. Con quel semplice click il lettore fa il gioco occulto del creatore del meme di diffondere idee o teorie false e manipolate.

Il lettore spesso cerca conferme di quel che pensa e questi messaggi semplici e, apparentemente chiari, sembrano fornire le prove inconfutabili di quel che pensa. Spesso diventa così convinto del messaggio che si offende quando qualcuno cerca di spiegare a lui o lei che la notizia e/o le immagini sono false e tutti noi abbiamo visto regolarmente i litigi online che ne seguono.

Ma come si fa a riconoscere i meme farlocchi e quindi evitare litigi sterili e infine inutili?

Riconoscere

Incredibilmente, la prima prova del meme falso si trova proprio nel messaggio. Se la grammatica è scorretta esiste una grande possibilità che tutto il meme sia falso. L’intenzione del designatore/creatore non è di fare l’autore ma diffondere idee e messaggi falsi e manipolatori, la grammatica spesso non fa parte dei suoi pensieri quando mette insieme il meme.

Peggio ancora quando lo sbaglio grammaticale è proprio nella citazione del personaggio celebre e dovrebbe già preavvisare il lettore del gioco occulto del disegnatore del meme. Purtroppo, il lettore in cerca conferme delle proprie idee e non nota dettagli del genere.

Per confermare l’autenticità della citazione basta fare una ricerca con Google con il nome del personaggio e la citazione stessa, nello spazio di pochissimi istanti il lettore scoprirebbe se la citazione sia vera o no.

Non raramente il lettore scopre che la citazione è stata manipolata dal creatore del meme. Un esempio è una presunta citazione di Aristotele che fa un commento riguardo il “capitalismo” che regolarmente fa il giro del web. Basti pensare che la parola “capitalismo” risale alla fine del ‘700 per capire che la citazione è falsa. E questo non è che un esempio di falsità dei meme.

Ovviamente la manipolazione si fa anche con l’immagine stessa. Basta dare una spiegazione diversa dell’immagine utilizzata che il lettore la interpreta nel modo sbagliato. Questo è il caso dell’asinello nella foto. La spiegazione della Sicilia della seconda guerra mondiale è plausibile e quindi il meme potrebbe essere vero, ma nel caso specifico, la storia raccontata è palesemente falsa e facilmente verificabile.

Come si fa a controllare un’immagine? Incredibilmente facile con l’internet, ma bisogna solo avere pazienza e anche un senso critico. Esiste il mezzo di fare “reverse image search” (ricerca a rovescio dell’immagine”) su Google. Basta scaricare l’immagine e utilizzare uno dei mezzi disponibili nelle ricerche per trovare le origini della foto. Però bisogna stare attenti, se il meme è virale molti delle prime risposte si riferiscono al meme, però con pazienza e logica si trova l’origine della foto/immagine e quindi si può sapere la veridicità del meme.

Manipolazione

Per alcuni queste considerazioni sono banali ma nel corso degli ultimi anni i meme sono diventati un’arma potente di disinformazione e fonte di non poche controversie online, persino tra amici e parenti. Tutti cerchiamo soluzioni facili a problemi odierni e i meme sembrano fornirle, ma nella nostra voglia di conferme, o di smentite, accettiamo fin troppo facilmente il meme che sia in accordo con le nostre idee.

Però, le controversie delle cosiddette “scie chimiche”, il giro feroce di presunti pericoli del sistema 5G delle reti cellulare, e persino il ritorno dei terrapiattisti dimostra come una tristemente non piccola parte della popolazione crede in idee che sono l’opposto della scienza, che si basa su un principio fondamentale, che le teorie devono essere provate in modo sistematico e facilmente verificabili.

I meme non fanno questo e la storia dell’asinello salvato dal harki ci fa capire benissimo come un’immagine davvero carina e che attira l’attenzione del lettore possa essere manipolata per motivi occulti e spesso per motivi non affatto etici.

Non cadiamo nel tranello dei disegnatori di questi meme. Siamo più critici e prendiamo i minuti necessari per confermare o smentire i meme. Non solo non faremo brutte figure, ma eviteremo di diffondere bugie e altre falsità che inquinano il nostro discorso pubblico, che non fanno altro che promuovere idee e programmi occulti e spesso pericolosi.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Creation of a Meme

In recent years “memes” have become the bane of the social media. They deride their targets and all too often the message they contain is not what it seems and just as often based on lies.

Unfortunately, memes are only the manipulation of the readers, sometimes for purely political reasons, especially in the case of those of the pages of politicians, or also for other reasons, such as discrediting people or products as we are now seeing with the waves of falsehoods on the alleged dangers of 5G.

In the case of the meme that is the subject of this article the meme not only falsifies the story of the wonderful photo at the head of this article but contains a phrase that is the exact antithesis of what the photo shows and in this case there is proof of what happened.

So, let us look closely at the meme in question and let us see how images and also famous people are used for hidden and sometimes fraudulent reasons.

Bambi

The image is irresistible, a soldier carrying a donkey in the countryside that is the symbol of the need for “leadership”, the capacity to lead soldiers or people. Instead, the true history and the story of the photo are even more wonderful.

The name of the small donkey was “Bambi” and the soldier carrying him was not from the Second World War in Sicily but rather a harki (an Algerian soldier) of the famous French Foreign Legion and it was taken in 1958 in the Maghreb region of Algeria. In fact, the donkey became famous as a highly decorated mascot of the regiment of the soldier who saved him.

Furthermore, the meme says the donkey had not been carried for love of the animal, instead, as the certificate and medal from the British Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals alongside shows, the harki had saved the donkey for precisely the reason that the donkey was starving and thirsty.

Finally, the unit was the 13th Demi-Regiment of the Foreign Legion. Even though young in military terms, the unit had been founded to take part in the wars between Finland and the Soviet Union in 1940, the regiment was in the middle of French forces that supported Charles de Gaulle in his struggles to free France from the Nazis and in many other battles in the decades after the war, including the historic French defeat in Dien Bien Phu which out an end to French colonialism in Vietnam.

For those who want to know more about this unit, they can find information on the link http://foreignlegion.info/history/13dble/  which clearly shows that the copyright of the photo belongs to the Foreign Legion and therefore the origins of the photo are irrefutable.

Having seen that this meme is a falsehood of history, we can understand very well that the meme is a criticism of modern political leaders with the wrong reasoning. But the precise attraction of the meme is the beautiful image that, with the manipulation and falsification of the photo and its true history, loses its sense of humanity in the act by the soldier.

But how is such a meme created and how do we recognize the falsehoods of the message?

Act of creation

Over the years memes have taken many forms. The most common are of major historical characters together with alleged quotations that try to reinforce or weaken individuals or categories of people or also to promote conspiracy theories that all too often do the rounds of the web.

So we see a quotation by Aristotle, Napoleon, Churchill and other such people with a comment that seems to confirm the opinions and/or prejudices of the reader for or against certain subjects and the reader shares it automatically to show his or her sensibility to the subject. With a simple click the reader plays the hidden game of the meme’s creator of spreading ideas or false and manipulated theories.

Readers often look for confirmation of what they think and these simple and apparently clear messages seem to provide irrefutable proof of what they think. Often they are so convinced by the message that they are offended when someone tries to explain to them that the news and/or image are false and we have all seen the regular arguments online that then follow.

How do we recognize fraudulent memes and therefore avoid sterile and useless arguments?

Recognition

Incredibly, the first proof of a false meme is found in the message itself. If the grammar is incorrect there is a great probability that all the meme is false. The intention of the designer/creator is not to be an author but to spread false and manipulative ideas and often the grammar is not part of his or her thoughts when putting together the meme.

This aspect is made even worse when the error in grammar is in the quotation from the famous person and should act as a warning for the reader of the hidden game by the meme’s designer. Unfortunately, the reader in search of confirmation of his or her ideas does not notice such details.

In order to confirm the authenticity of the quotation we only have to do a search on Google with the person’s name and the quotation, in the space of a few short seconds the reader will discover whether or not the quotation is true.

Not uncommonly the reader discovers that the quotation has been manipulated by the meme’s creator. One example is the alleged quotation by Aristotle making a comment about “capitalism” which regularly makes the rounds of the web. We only have to think that the word “capitalism” goes back to the late 18th century to understand that the quote is false. And this is only one example a falsehood in memes.

Obviously the manipulation is also done with the image itself. We only have to give a different explanation for the image used and the reader interprets it in the wrong way. This is the case of the little donkey in the photo. The explanation of Sicily during the Second World War is plausible and therefore the meme could be true, but in this specific case the story told is patently false and easily verifiable.

How do you check an image? Incredibly easily with the internet but you only have to be patient and also critical. There is a means called “reverse image search” on Google. You only have to download the image and use one of the methods available to find the origin of the photo. However, you have to be careful, if the meme is viral many of the first answers refer to the meme but with patience and logic the origin of the photo/image can be found and therefore know the veracity of the meme.

Manipulation

These considerations may seem trivial to some but during recent years memes have become a powerful weapon for disinformation ant the source of many controversies online, even between friends and relatives. Everybody looks for easy solutions to today’s problems and the memes seem to provide them but in our desire for confirmation, or to prove ideas false, we all too easily accept the memes that seem to agree with our ideas.

However, the controversies of the so-called “chem trails”, the ferocious rounds of alleged dangers of the 5G mobile telephone networks and even the return of “flat earthers” sadly show how a not insignificant part of the population believes in ideas that are the opposite of science which is based on one precise concept, that theories must be proved systematically and be easily verifiable.

Memes do not do this and the story of the small donkey saved by the harki makes us understand very well how an image that is truly nice and draws the reader’s attention can be manipulated for reasons that are hidden and often not at all ethical.

Let us not fall into the trap of the designers of these memes. Let us be more critical and take the minutes necessary to confirm or deny the memes, we will not only avoid bad gaffes but we will avoid spreading the lies and other falsehoods that pollute today’s public debates that only promote hidden ideas and programmes that are often dangerous.

Immigrati e Cittadinanza – Migrants and citizenship

di emigrazione e di matrimoni

Immigrati e Cittadinanza

Non sempre l’emigrato decide di lasciare il paese di nascita per un altro paese, spesso in continenti lontani, per i motivi che ormai sono diventati luoghi comuni quando parliamo degli italiani all’estero, legati a costruire una vita nuova.

Un recente scambio con un amico tramite Facebook ha suscitato il tema degli immigrati e la cittadinanza nel nuovo paese di residenza. Infatti, leggendo e partecipando in scambi su pagine dedicate agli italiani all’estero in vari paesi nel corso del tempo, il tema della cittadinanza del nuovo paese è regolarmente nominato, spesso per motivi politici, però non c’è dubbio che è un tema importante, perché la cittadinanza è vista da molti come la prova della decisione definitiva dell’emigrato di rimanere nel nuovo paese.

Questo è un tema che tocca anche i figli degli immigrati nati in quei paesi perché, con la legge italiana di ius sanguinis, cioè dare cittadinanza per diritto di sangue invece che luogo di nascita, la cittadinanza ha aspetti a volte inattesi per gli immigrati.

In questo articolo vogliamo trattare la cittadinanza dal punto di vista del nuovo immigrato e per il futuro, come già in passato, tratteremo la cittadinanza per quel che riguarda non solo i figli, ma nel caso della legge italiana, anche discendenti di immigrati italiani ben oltre i nipotini degli immigrati stessi.

Nel trattare questo tema dobbiamo anche ricordarci che questo discorso vale anche per gli immigrati che ora sono in Italia e quelli che vogliono venire qui nel futuro. Questo è un tema che tende a riscaldare gli animi perché tocca profondamente i sentimenti personali di cittadini nati e cresciuti nel paese, ma molti di loro non capiscono, tantomeno hanno dovuto affrontare direttamente cosa vuol dire cambiare paese per costruire una vita nuova.

Decisione

Non sempre l’emigrato decide di lasciare il paese di nascita per un altro paese, spesso in continenti lontani, per i motivi che ormai sono diventati luoghi comuni quando parliamo degli italiani all’estero, legati a costruire una vita nuova.

Certo la grande maggioranza di chi parte cerca quel che non ha trovato in Italia, ma non possiamo negare che ci siano molti motivi per arrivare a questa decisione, alcuni leciti, alcuni illeciti ed alcuni certamente anche se leciti, non sempre etici.

L’impressione di molti è che tutti partono per un altro paese per sempre, però, basta girare molti paesini sparsi nel Bel Paese, e non solo nelle regioni meridionali, per vedere case costruite da immigrati con l’intenzione eventualmente di tornare a casa. Allora, già con questo capiamo che non tutti vogliono partire permanentemente dalla terra natìa.

Allora in molti casi questi emigrati non si pongono la domanda di prendere o no la cittadinanza del paese. Per loro la vita all’estero è una fase passeggera, anche se dura pochi anni oppure due o tre decenni.  Alcuni poi vengono “dirottati” quando i figli inevitabilmente cominciano ad avere storie d’amore con ragazzi locali, a volte italiani e a volte no, e l’immigrato può scoprire che il sogno del ritorno in Patria diventa una chimera, soprattutto quando cominciano ad arrivare i nipotini.

Nel frattempo, questi emigrati senza cittadinanza locale continuano a lavorare, molti a creare imprese per conto proprio, pagano le tasse, cominciano ad impiegare persone, siano parenti e/o altri italiani, oppure di altre cittadinanze. Questi immigrati in effetti hanno dato contributi importanti ai loro nuovi paesi di residenza.

In molti casi nessuno nota che all’uomo o donna d’affari e successo manca il documento di naturalizzazione del paese nuovo. L’importante è che con il loro lavoro e il loro talento hanno creato una vita nel paese nuovo, e non avere il certificato con bollo e stemma non toglie merito alla grandezza delle loro imprese.

Però, ci sono altri italiani che sono partiti per l’estero con intenzione di non tornarci, ma che, per motivi vari, decidono di non sancire questo trasferimento con la cittadinanza, per motivi legati ad altri aspetti che ora molti di noi abbiamo dimenticato.

Altri motivi

Indubbiamente le generazioni di emigrati italiani dopo le due guerre mondiali erano composte principalmente da reduci dei conflitti e per loro la decisione di prendere o no la cittadinanza del paese nuovo era legata soprattutto alle esperienze personali di ciascun individuo. Nel corso degli anni ho conosciuto diversi reduci che hanno deciso di non prendere la cittadinanza australiana proprio per questi motivi. I casi si dividevano in due categorie.

Il primo caso, la domanda di cittadinanza in Australia fino a due decenni fa comprendeva una rinuncia esplicita della cittadinanza originale. Nel caso di ex-soldati italiani che avevano combattuto sotto la bandiera era una decisione dolorosa, e molti non hanno potuto rinnegare le loro azioni nel passato. Per gli ex-soldati italiani della seconda guerra mondiale questa decisione era ancora più difficile perché molti di loro avevano combattuto proprio contro i loro nuovi compatrioti.  E questo aspetto toccava tutti gli ex combattenti emigrati in ex paesi nemici bellici.

Nel caso dell’Australia, la procedura di cambio di cittadinanza non comprende più la rinuncia della cittadinanza precedente, e quindi molti di coloro che non avevano preso la cittadinanza australiana l’hanno fatto con molta piacere.

Però, il secondo caso riguarda proprio questa generazione di ex soldati italiani della seconda guerra mondiale e per motivi legati anche alla politica italiana e un aspetto del sistema politica dell’Australia e anche altri paesi del Commonwealth britannico. Per quella generazione italiana un aspetto specifico ha fatto si che alcuni italiani non abbiano preso la cittadinanza australiana e abbiamo il forte sospetto anche in altri paesi.

La decisione più controversa di quella generazione in Italia immediatamente dopo la guerra era divisa tra il mantenere la monarchia dei Savoia, oppure di formare un Repubblica nuova. Inoltre, molti soldati italiani non hanno visto di buon occhio (sic) il comportamento della casa reale durante il Ventennio. Quindi molti  hanno votato per la Repubblica.

Perciò, come mi hanno detto diverse ex soldati, quando hanno capito che la procedura di cittadinanza in Australia comprendeva non solo giurare al paese, ma anche alla Regina del paese, che poi è anche quella d’Inghilterra, hanno deciso di non compiere questo passo per tenere fede alle loro convinzioni. Senza dubbio, italiani in altri paesi ex-colonie britanniche hanno dovuto affrontare questa stessa decisione.

Identità

Non per questo loro si sentono meno “australiani” di coloro che hanno preso la cittadinanza, e nemmeno più “italiani”. In ogni caso, i nostri parenti e amici all’estero hanno dato contributi fondamentali ai loro nuovi paesi  di residenza, come anche molti delle generazioni post belliche hanno dato contributi essenziali all’Italia e alle loro famiglie rimaste a casa. Un dettaglio non indifferente del nostro passato che tristemente molti hanno dimenticato, oppure, peggio ancora, non hanno mai imparato a scuola.

Questi uomini e donne hanno lavorato duro, hanno pagato le tasse, hanno cresciuto i figli, hanno visto i nipotini e il fatto di non avere il certificato di naturalizzazione non smentisce queste opere.

L’identità dell’individuo comprende molte cose, anche per chi non lascia mai il proprio paese di nascita. Per gli immigrati e, un aspetto che molti non sanno oppure come abbiamo visto in uno scambio recente non vogliono riconoscere, anche per i figli e i discendenti degli immigrati, l’identità personale comprende anche il passato che viene da lontano, dal paese di nascita dei genitori, nonni o bisnonni.

Per alcuni, come chi scrive, sapere d’essere cittadino italiano ha permesso di ottenere il passaporto italiano come prova concreta di quel che sapeva e che molti, sia italiani che australiani, negavano, la propria identità, come l’identità dei discendenti di immigrati, comprende anche le usanze e le tradizioni che hanno come luogo d’origine il paese a forma di stivale.

Ma dobbiamo anche riconoscere che per molti immigrati, la decisone di prendere o no la cittadinanza del nuovo paese non è sempre scontata e a volte comprende decisioni personali davvero difficili da capire per chi non ci è passato.

Non critichiamo loro, non è affatto il nostro compito, ma chiediamo a coloro che criticano altri per aver preso o no questa decisione, di capire che non sempre le motivazioni di altri sono chiare, e che cambiare cittadinanza vuol dire fare scelte dolorose per cui la decisione finale non sempre è scontata.

di emigrazione e di matrimoni

Migrants and citizenship

The migrant does not always leave the country of birth for another country, often in far away continents, for reasons that have now become clichés when we talk about Italians overseas connected to starting a new life.

A recent discussion with a friend on Facebook raised the issue of migrants and citizenship in the new country of residence. In fact, reading and participating in discussions on pages dedicated to Italians overseas in various countries over time the theme of citizenship of the new country is not rarely mentioned, often for political reasons, however, there is no doubt that this is a major issue because many people see citizenship as proof of the migrant’s definitive decision to stay in the new country.

This is an issue that also touches the children of the migrants born overseas because, with the Italian citizenship law which gives citizenship by right of birth and not by place of birth, at times citizenship has unexpected aspects for migrants.

In this article we want to deal with citizenship from the point of view of the new migrant and in the future, as we have done in the past, we will deal with citizenship which concerns not only the children, but in the case of the Italian citizenship, also the descendants of Italian migrants well beyond the grandchildren of the migrants.

In dealing with this issue we must also remember that this discussion also applies to the migrants who are now in Italy and those who want to come here in the future. This issue tends to heat tempers of some because it profoundly touches the personal feelings of citizens born and raised in the country but many of them do not understand, let alone had to directly face, what it means to change countries to start a new life.

Decision

The migrant does not always leave the country of birth for another country, often in far away continents, for reasons that have now become clichés when we talk about Italians overseas connected to starting a new life.

Of course, the vast majority of those who leave look for what they could not find in Italy but we cannot deny that there are many reasons for making that decision, some legitimate, some illicit and some certainly legitimate but not always ethical.

The impression of many is that everybody leaves for another country forever however we only have to travel around many towns spread around Italy, and not only in the southern regions, to see houses built by migrants with the intention of eventually returning home. So this already lets us understand that not everybody wants to leave their land of birth permanently.

So in many cases these migrants do not ask themselves whether or not they will take up the country’s citizenship. For them life overseas is only a passing phase, even if it lasts a few years or two or three decades. Some are then “hijacked” when the children inevitably start love stories with local boys or girls, sometimes Italian and at times not, and the migrant can find that the dream of going back to the homeland has become an illusion, especially when the grandchildren start to arrive. 

In the mean time these migrants without local citizenship continue to work, many start their own businesses, pay taxes, start employing people, whether relatives and/or other Italians, or other citizenships. These migrants have indeed given major contributions to their new countries of residence.

In many cases, nobody notices that the successful businessman or woman does not have the new country’s naturalization document. The important thing is that with their work and their talents they have created a new life in their country and not having the certificate with the stamp and coat of arms takes nothing away from the greatness of their deeds.

However, there were other Italians who left for overseas with the intention of never going back but who, for various reasons, decided not to ratify this move with citizenship for reasons connected to other issues that many of us have forgotten.

Other reasons

Undoubtedly the generations of Italian migrants after the two world wars were made up mainly of veterans of the wars and for them the decision whether or not to take up citizenship of the new country was connected to the personal experiences of each individual.  Over the years I have met a number of veterans who decided not to take Australian citizenship for these very reasons. These cases are divided into two categories.

In the first category, the application for Australian citizenship up to a couple of decades ago included an explicit renunciation of the original citizenship. In the case of former Italian soldiers who had fought under the flag this renunciation was a painful decision and many could not renounce their past. For the former Italian soldiers of the Second World War this decision as even harder because many of them had fought against their new countrymen. And this issue also affected many former combatants who migrated to former enemy countries.

In the case of Australia, the procedure for change of citizenship no longer includes the renunciation of the former citizenship and therefore many of those who had not taken up Australian citizenship have now taken it with great pleasure.

However, the second category involves precisely the generation of former Italian soldiers of the Second World War, for reasons also tied to Italian politics and an aspect of the Australian political system and also that of other British Commonwealth countries. For that generation of Italians a specific issue ensured that some Italians did not take up Australian citizenship and we strongly suspect in other countries as well.

The most controversial decision of that generation in Italy immediately after the war was between keeping the monarchy of the Savoia family, or to form a new republic. Furthermore, many Italian soldiers did not look favourably (sic) on the behaviour of the royal family during the twenty years of the dictatorship. Hence, many voted for the Republic.

Therefore, as a number have told me, when they understood that the citizenship procedure in Australia included not only swearing an oath to the country but also to the country’s Queen, who is also the Queen of England, they decided not to carry out this step in order to keep faith with their convictions. Without a doubt Italians in other former British colonies had to face this same decision.

Identity

This does not mean they feel less “Australian” than those who took citizenship and not even more “Italian”. In any case, our relatives and friends overseas made major contributions to their new country of residence, just like the many of the post-war generations gave essential contributions to Italy and their families that stayed at home. This is a not insignificant detail of our past that sadly many have forgotten or, worse still, have never learnt at school.

These men and women worked hard, they paid taxes, they raised their children, they saw their grandchildren and the fact they did not have a naturalization certificate does not negate these deeds.

The identity of an individual includes many things, also for those who never left their country of birth. For migrants, and this is an aspect that many do not know and, as we saw in a recent discussion do not want to recognize, also for the children and the descendants of migrants, personal identity also includes the past that comes from far away, from the country of birth of their parents, grandparents or great grandparents.

For some, including for me, knowing I was Italian citizen let me obtain an Italian passport as solid proof of what I knew and that many Italians and Australians deny, my identity, like the identity of the descendants of migrants also includes the habits and traditions that had as their place of origin the country shaped like a boot.

But we must also recognize that for many migrants the decision whether or not to take up citizenship of the new country is not always taken for granted and at times involves really hard personal decisions that those who have not experienced them cannot understand.

We do not criticize them, this is not at all our task, but we ask those who criticize others for having taken or not having taken that decision to understand that the reasons of other people are not always clear and that changing citizenship means making painful choices for which the final decision is not always predictable.

L’intervento di ANFE sulla presidente europea Von der Leyen’s – ANFE’s speech on European President Von der Leyen’s

di emigrazione e di matrimoni

L’intervento di ANFE sulla presidente europea Von der Leyen’s

 In gran parte del mondo i paesi sono colpiti dal Coronavirus e tra questi anche l’Australia dove vivono più di tre milioni di cittadini provenienti da diversi paesi europei. La lettera di ANFE per avere un supporto dalla Ue per i cittadini europei in Australia con visto temporaneo

Pregiata presidente, cara signora Von der Leyen

ANFE è un’associazione italiana senza scopo di lucro nata nel 1947 con l’obiettivo di supportare gli espatriati italiani nel Mondo.

Il Covid-19 si sta diffondendo in tutto il mondo. Più di 1,1 milioni di persone si sono ammalate e

circa 80.000 sono morti di coronavirus dall’inizio di gennaio. In gran parte del mondo

i paesi sono colpiti dal Coronavirus e tra questi anche l’Australia dove vivono più di tre

milioni di cittadini provenienti da diversi paesi europei. A causa del coronavirus, il paese ha vincoli finanziari e pochi giorni fa il Primo ministro australiano ha annunciato: “chi non ha la capacità economica di resistere nei prossimi cinque mesi deve lasciare il territorio australiano “. La maggior parte dei 200.000 cittadini europei che vivono lì possono avere un “visto temporaneo”, che non fornisce loro alcuna sicurezza e assistenza sociale ai sensi del “Lockdown”. Questo purtroppo significa che tutte queste persone sono bloccate lì, senza accesso a assistenza sanitaria e non possono lasciare il paese a causa della chiusura del traffico civile / aereo. Come durante l’intera crisi COVID19, le singole nazioni europee hanno agito autonomamente nei loro confronti di residenti all’estero, l’UE non ha mai avuto l’opportunità di intervenire pubblicamente, anche se incoerenze e assoluta mancanza di cooperazione attiva per il rimpatrio dei cittadini che ne avevano bisogno. Situazione in particolare aggravata dalla chiusura degli “spazi marittimi / dello spazio aereo”. Vogliamo specificare che nel caso degli oltre 200.000 cittadini europei con visti temporanei, è necessaria una chiara manifestazione ufficiale di interesse diretto da parte dell’Unione europea.

Poiché i singoli Stati hanno già lavorato per ottenere garanzie di permanenza per i loro rispettivi cittadini, ma purtroppo non hanno ottenuto nessun contributo previdenziale per il periodo “non lavorativo” al quale i lavoratori saranno soggetti.

Considerando che le istituzioni nazionali europee hanno già interagito con il governo australiano senza risultati rilevanti, crediamo che una voce di apertura ad un maggiore dialogo dovrebbe raggiungere le autorità australiane.

Presidente Von der Leyen, Le chiediamo gentilmente di intervenire personalmente sul

Governo australiano, al fine di chiarire che le oltre 200.000 persone (lavoratori temporanei e loro

famiglie) godono della vicinanza delle istituzioni europee, in quanto cittadini dell’Unione europea. Ma

e allo stesso tempo devono essere molto fiduciosi nella gestione australiana della Covid19

emergenza e rispettosi dello “stato di emergenza e la conseguente legislazione” locale.

Sebbene ci sia chi non è in grado di tornare in Europa, sia a causa delle particolari condizioni di mancanza temporanea di lavoro, l’Unione europea è vicina ai suoi cittadini e li invita a collaborare attivamente con il Governo australiano.

Il periodo di crisi passerà presto e verrà il momento di ricominciare a lavorare secondo necessità. Abbiamo fiducia che sarà possibile  tornare al lavoro in breve tempo, insieme all’estensione del “visto temporaneo”

dissipare qualsiasi altra ripercussione sociale negativa.

Solidarietà e cooperazione sono sempre stati i valori fondamentali della missione ANFE e lo sono anche

i pilastri dell’azione europea con i paesi terzi.

Ora è tempo di agire e di reagire ed è tempo di dimostrare che l’Europa non dimentica i suoi cittadini, anche se lavorano al di fuori dell’UE, e questo è il motivo per cui la mia associazione chiede aiuto.

Con tutto il mio rispetto e ammirazione per il Suo lavoro,

Il presidente ANFE Paolo Genco

 

di emigrazione e di matrimoni

ANFE’s speech on European President Von der Leyen’s

In most parts of the world countries are affected by Coronavirus and among them also Australia where more than three million citizens from different European countries live. ANFE’s letter for EU support for European citizens in Australia with a temporary visa

Highly esteemed President, Dear Mrs. Von der Leyen’s

ANFE is an Italian no profit Association born in 1947 with the aim to support Italians expatriates in the World. The Covid-19 is spreading across the world. More than 1.1 million people have been sickened and about more than 80,000 have died of the coronavirus since the start of January. Most of the world countries are affected by Coronavirus and among these also Australia where live more than three millions citizens from several European countries. Because of coronavirus, the country has financial constraints and few days ago the Australian Prime Minister announced: “who does not have the economic capacity to withstand the next five months on their own, must leave the Australian territory”. Most part of the 200.000 European citizens who live there having a “temporary visa”, which doesn’t provide them any security and social assistance under “Lockdown” This unfortunately means that all these people are blocked there, without access to healthcare and they cannot leave the countries because the closure of air/maritime civil traffic. As during the entire COVID19 crisis the individual European nations acted autonomously towards their residents abroad, the EU never had the opportunity to intervene publicly, even if inconsistencies and absolute lack of active cooperation for the repatriation of citizens who needed it. Situation particularly aggravated by the closure of the “Maritime/airspace spaces”. Specifying that in the case of the more than 200,000 European citizens with temporary visas, to whom we have mentioned, a clear official manifestation of direct interest by the European Union is necessary. As the individual mother’s States have already worked to obtain guarantees of permanence for their respective citizens, but unfortunately no welfare contributions for the “non-work” period to which workers will be subject.

Considering that the European national institutions have already interacted with the Australian Government Authorities, with no principal results, we believe that a voice of openness to greater dialogue should reach the Australian authorities. Her President Von der Leyen’s, we are kindly asking you to intervene personally by the Australian Government, in order to clarify that the more than 200,000 people (temporary workers and their families) enjoy the proximity from the European institutions, as citizens of the European Union. But and at the same time they have to be very confident in the Australian management of the Covid19 emergency and respectfully of the local “emergency status and consequent legislation”. Although unable both to return to Europe, and due to the particular conditions of temporary lack of work, the European Union is close to its citizens and invites them to actively collaborate with the Australian Government. The period of crisis will pass soon and time will come to start working again as needed. Confidence in being able to return to work in a short time, together with the extension of the “Temporary Visa” will dispel any other negative social repercussions. Solidarity and cooperation are always been the fundamental values of ANFE mission and they also are the pillars of the European action with third countries. Now it is time to act and to react and it is time to show that Europe does not forget its citizens even if they mauve to work outside the EU, and this is the reason why my association call for your help. With all my respect and admiration for Your work,

President ANFE Paolo Genco

L’Italia Sconosciuta – Unknown Italy

di emigrazione e di matrimoni

L’Italia Sconosciuta

Se davvero abbiamo il patrimonio culturale del mondo perché non siamo il primo paese del mondo come meta turistica?

Pensiamo di conoscere l’Italia, ma il paese si diverte a farti capire che ci sono molti luoghi straordinari che nemmeno chi è nato e cresciuto nel Bel Paese riesce a capire, figuriamoci poi i residenti all’estero che ne hanno un’immagine ancora più limitata.

Si parla molto della nostra penisola come il luogo del patrimonio culturale del mondo, allora dobbiamo cominciare a chiederci, se davvero abbiamo il patrimonio culturale del mondo perché non siamo il primo paese del mondo come meta turistica?

La risposta è semplice, nelle nostre promozioni del Bel Paese ci limitiamo a mostrare le immagini di tre grandi città e il lettore non si meraviglierebbe a leggere i nomi di queste città, Roma, Firenze e Venezia. La prima capitale di un Impero e centro del cattolicesimo, la seconda, la culla del Rinascimento e senza dubbio il centro delle due generazioni di artisti più straordinari della Storia del mondo, e la terza una città unica che è considerata la città più romantica del mondo.

Bastano queste tre città da sole per attirare turisti nel paese? Certamente bastano per loro stesse come testimoniano le lunghissime file ogni primavera ed estate, ma senza dubbio non bastano per attirare turisti in altri centri meravigliosi che spesso non sono conosciuti bene nemmeno in Italia, tantomeno all’estero.

Sorpresa

L’immagine incredibile in testa all’articolo non viene da una di queste città, e nemmeno da una metropoli italiana, viene da un centro importante del Rinascimento e da un palazzo che non sognavo mai quando siamo andati a vedere una delle meraviglie del mondo, che si trova in tutti i libri della Storia dell’arte del mondo.

Il Palazzo Ducale di Mantova contiene la celebre Sala degli Sposi di Andrea Mantegna che da sola merita una visita alla città dei Gonzaga. Già il giro del palazzo prima di arrivare alla sala fa capire che quella città è sottovalutata come meta turistica. In pochi minuti concessi ai turisti, limitati per preservare lo stato degli affreschi, la sala rimarrà nella memoria per sempre, ma alla fine della visita la guida ha suggerito una visita a un altro palazzo che non avevamo mai sentito nominare prima. La visita ha aperto gli occhi a un mondo davvero incredibile creato da un artista che non ha la fama mondiale che merita.

Palazzo Te era il palazzo dove i signori di Mantova portavano le amanti e cortigiane per i loro divertimenti. Visto da fuori hai l’idea di un palazzo grande e classico, ma appena entri ti rendi conto che quel luogo di incontri non tanto discreti è anche un forziere stupefacente di lavori di un artista di vero talento, Giulio Romano. Ogni sala è dedicata a un tema, l’immagine sopra viene dalla più famosa, la Sala dei Giganti e dipinge la guerra dei Titani contri gli Dei greci. Le immagini vanno dal sacro al profano, persino pornografico e anche molte buffe. Da sala a sala il visitatore cerca i dettagli nascosti in ogni dipinto e alla fine capisce che, se non conosciamo una meraviglia del genere, come facciamo a capire davvero la grandezza del nostro patrimonio culturale?

La visita a Mantova è stata solo una delle tappe che ci ha fatto capire come sottovalutiamo quel che ci circonda in Italia e che non riusciamo a trasmettere al mondo, e tutto per un vizio che abbiamo notato in ogni città visitata. 

 Il vizio

Infatti, gli addetti ai lavori della Cultura hanno il vizio di pensare che tutto il mondo sappia la grandezza del nostro patrimonio culturale, ogni città, anzi ogni borgo del nostro paese, pensa che tutti sappiano dei tesori nascosti nei loro palazzi, basiliche e altri luoghi. E invece non è vero.

Cosi, un uomo d’affari che visita Pavia decide di fare un giretto nei dintorni e si trova in mezzo ai campi una Certosa bellissima. Questa Certosa è una delle tante nel paese che sarebbero luoghi perfetti per turisti in cerca dell’anima d’Italia e anche i prodotti dei monaci che li curano.

Sappiamo benissimo delle spiagge e le discoteche di Rimini, i filmati della musica dei locali hanno fatto il giro del mondo, ma quanti conoscono il Tempio Malatestiano, per nominarne soltanto uno dei luoghi culturali di questa località?

Quanti italiani conoscono davvero le meraviglie di Ravenna? Ricordiamo la prima volta alla Basilica di San Vitale che ci fa vedere il mondo di quasi duemila anni e i suoi mosaici, senza dimenticare il mausoleo di Galla Placidia adiacente che lascia stupito chi lo vede?

Il turista internazionale che viaggia sull’autostrada verso la costa romagnola per le vacanze, passando l’uscita che dimostra il nome di Urbino, si rende conto per sta passando nei pressi di una città d’arte dove nacque Raffaello, con un Palazzo Ducale con lo studiolo unico del suo Duca più importante, Federico di Montefeltro? E nel nominare il mecenate, condottiero e Capitan Generale del Papa, dobbiamo anche riconoscere che lui stesso merita molta più attenzione non solo nei nostri libri di Storia, ma la sua vita sarebbe un soggetto degno di una fiction seria o un film storico importante.

Potremmo parlare del nord del paese per pagine, ma dobbiamo riconoscere che anche il sud ha tesori sconosciuti al resto d’Italia e nel mondo.

Troppo spesso la Calabria viene nominata nelle cronache per i motivi sbagliati, ma ignoriamo, in entrambi i sensi della parola, molti aspetti di questa regione che ha un potenziale turistico enorme, che non abbiamo ancora cominciato a capire e che non abbiamo nemmeno cominciato a realizzare.

Ovviamente un luogo conosciuto è il Museo della Magna Grecia a Reggio Calabria. I Bronzi di Riace tenuti nel museo sono celebri esempi dell’Arte della Grecia classica, come anche prova di un aspetto della nostra Storia che dobbiamo mettere più in risalto, la Magna Grecia.

Tra i centri calabresi che meritano d’essere visitati c’é Gerace che in altre zone sarebbe un’attrazione turistica importante, ma non attira l’attenzione della stampa italiana fuori della Calabria, allora come possiamo meravigliarci che il pubblico internazionale non la conosca? Così come i parchi nazionali della Sila, il Pollino e l’Aspromonte sarebbero mete perfette per turisti che cercano viaggi in mezzo alla natura, lontani dai centri industriali.

Altre regioni meridionali, la Sicilia, la Puglia e la Sardegna hanno cominciato a promuoversi di più, soprattutto come luoghi di vacanze al mare e all’aperto, ma dovrebbero fare molto di più per far conoscere i luoghi culturali importanti, perché i soldi dei turisti sono fondamentali per poter preservare opere che spesso hanno bisogno di manutenzione e/o restauro, per i quali i governi regionali e tristemente anche nazionali non riescono a provvedere.

Dove andiamo?

Quando si parla della nostra Cultura fin troppo spesso ci troviamo bloccati con una mentalità che era descritta perfettamente e in modo erroneo da un Ministro del Tesoro quando disse “di Cultura non si mangia”. Basta vedere gli elenchi dei luoghi turistici mondiali più visitati del mondo, tutti classificati sopra il paese con il patrimonio più grande del mondo, per vedere chiaramente che questo non è affatto vero.

Se altri paesi riescono ad attirare turisti ad attrazioni culturali allora noi dobbiamo capire che il problema si trova in Italia e non all’estero. Il fatto che noi italiani spesso non conosciamo importanti luoghi culturali nel nostro paese dovrebbe farci capire che nemmeno all’estero lo sanno, e il fatto che città come Mantova, Ravenna, Urbino, Ferrara, Orvieto e così via non attirano turisti internazionali pari alla loro importanza, ma a Roma, Firenze e Venezia fanno ore di fila, deve farci riflettere e infine agire per risolvere questa situazione.

Per coloro che dicono che non ci sono i soldi, basta rispondere che tutte le imprese iniziano con investimenti per produrre e promuovere i prodotti che poi sono ripagati con i profitti delle vendite. La nostra Cultura ha un potenziale enorme di guadagno, e quindi di dare lavoro anche alla ristorazione, alberghi e altri aspetti del turismo, ma soprattutto perché i soldi dei turisti ci permetteranno di fare finalmente lavori di restauro e manutenzione che mancano da troppo tempo perché i nostri governi non hanno mai fornito i soldi sufficienti per farli per bene.

Ma per fare questo, dobbiamo cominciare a svelare l’Italia sconosciuta non solo nella penisola, ma soprattutto nel mondo. Dove vogliamo andare? In un futuro dove il mondo finalmente riconosce la grandezza del nostro patrimonio culturale, oppure dove continuiamo a tenere questi luoghi sconosciuti per poi lamentarci che non ci sono i soldi per mantenere il nostro vero orgoglio più importante?

 

di emigrazione e di matrimoni

Unknown Italy

If we truly have the world’s greatest cultural heritage why aren’t we the top country in the world as a tourist destination?

We think we know Italy but the country enjoys letting us know that there are many extraordinary places that not even those born in Italy understand, let alone the people overseas who have an even more limited image.

We often say that our peninsula is the place with the world’s greatest cultural heritage, so we have to start asking ourselves, if we truly have the world’s greatest cultural heritage why aren’t we the top country in the world as a tourist destination?

The answer is simple. In our promotions of Italy we limit ourselves to showing the images of three great cities and the reader would not be surprised to read the names of Rome, Florence and Venice. The first was the capital of an empire and the centre of Catholicism, the second was the cradle of the Renaissance and without doubt the centre of the two most extraordinary generations of artists in the history of the world and the third is a unique city that is considered the world’s most romantic city.

Are these three cities enough to attract tourists to the country? They are certainly enough for the cities themselves as witnessed by the long queues every spring and summer but undoubtedly they are not enough to attract tourists to other centres that are often not well known in Italy, let alone overseas.

Surprise

The incredible image at the head of the article does not come from one of these cities and not even from an Italian metropolis, it comes from a major centre of the Renaissance from a palazzo that I never dreamed of when we went to see one of the world’s wonders that is found in all the books on the history of Art around the world.

The Palazzo Ducale (Ducal Palace) in Mantua contains the famous Bridal Chamber by Andrea Mantegna which on its own warrants a visit to the city of the Gonzaga family. The tour of the palazzo before reaching the chamber already lets you understand that this city is underestimated as a tourist destination. In the few minutes allowed to the tourists, limited to preserve the state of the frescoes, the Chamber will remain in the memory of the forever but at the end of the visit the guide suggested a visit to another palazzo that we had never heard mentioned before. The visit opened our eyes to a truly incredible world created by an artist who does not have the international fame that he deserves.

Palazzo Te was the palace where the men of the Gonzaga family, the Lords of Mantua, brought lovers and courtesans for their enjoyment. Seen from the outside the palazzo gives you the idea of a big and classic palazzo but as soon as you enter the palazzo you realize that the place of not very discrete encounters is also a stupendous treasure chest of the works of an artist of true talent, Giulio Romano. Every room is dedicated to a theme. The image above is from the best known room, the Sala dei Giaganti (the Chamber of Giants) and portrays the war between the Titans and the Greek gods. The images go from the sacred to the profane, even the pornographic and some are also very funny. From room to room the visitor looks for hidden details in every painting and al the end he or she understands that if we do not know of such a wonder how we can truly understand the greatness of our cultural heritage?

The visit to Mantua was only one of the stages that let us understand how we underestimate what surrounds us in Italy and that we cannot transmit to the world and all because of a bad habit that we noticed in city after city that we visited.

The bad habit

In fact, those who work in the field of Culture have the bad habit of thinking that the entire world knows the greatness of our Cultural heritage, every city, indeed, every small town, thinks that everybody knows the treasures hidden in their palazzi, Basilicas and other places. But this is not true.

And so a businessman who visits Pavia decides to do the rounds of the surrounding countryside and finds a beautiful Certosa (Charterhouse) in the middle of the fields. This Certosa is only one of many in the country that would be perfect places for tourists looking for Italy’s soul and also for the products of the monks who look after them.

We all know very well about the beaches and discos of Rimini, the videos of these places have gone around the world but how many know about the the Tempio Malatestiano (Temple of the Malatesta family), to name only one of the cultural attractions in the city?

How many Italians really know the wonders of Ravenna? We remember the first time we went to the Basilica di San Vitale which shows us the world of almost two thousand years ago, without forgetting the Mausoleum of Galla Placidia next to it, that leave those who see them astounded?

Does the international tourist who travels the highway to the coast of the Romagna for the holidays and passes the exit with the name of Urbino realize that he is passing by a city of Art where Raphael was born and has a Palazzo Ducale which contains the unique study of Federico da Montefeltro, its most important Duke? And in naming the patron of artists, warlord and the Pope’s Captain General we also recognize that he himself deserves a lot more attention not only in our history books but his life would be a worthy subject for a serious television series or major historical film.

We could write about the north of the country for pages but we must recognize that the south also has treasures that are unknown to the rest of Italy and the world.

Too often Calabria is named in the news for the wrong reasons but we do not know many aspects of this region that has huge tourism potential which we have not yet begun to understand let alone begun to fulfil.

Obviously a place we all know is the Museum of the Magna Grecia in Reggio Calabria. The Bronzi di Riace kept there are famous examples of the Art of Classical Greece but they are also the proof of an aspect of our history that we must highlight more and more, the Magna Grecia, the Greek colonies of the South of Italy.

One of the centres of Calabria that warrants a visit is Gerace which would be a major tourist attraction in other regions but does not attract the attention of the Italian press outside Calabria, so how we be amazed that the international public does not know it? Just as the national parks of the Sila, Pollino and Aspromonte would be perfect destinations for tourists looking for a trip in the midst of nature, far away from industrial centres.

Other southern regions, Sicily, Puglia and Sardinia have begun to promote themselves more, especially the places beside the sea and in the open air, but they should do more to make their major places of Culture known because the money from tourists are essential for preserving works that are often in need maintenance and/or restoration that the regional and also sadly national governments do not manage fund.

Where do we go?

All too often when we talk about our Culture we find ourselves blocked by a mentality that was described perfectly and incorrectly by a former national Treasurer when he said “you cannot eat with Culture”. We only have to look at the lists of the world’s most visited tourist destinations, all ranked above the country with the world’s greatest cultural heritage, to clearly see that this is not at all true.

If other countries can draw tourists to cultural attractions we must then understand that the problem is in Italy and not overseas. The fact that we Italians often do not know the major places of Culture in our country should make us understand that not even those overseas know them and the fact that cities like Mantua, Ravenna, Urbino, Ferrara, Orvieto and so forth do not attract international tourists on a par with their importance but in Rome, Florence and Venice they queue for hours must make us think and finally act to resolve this situation. 

For those who say that there are not the funds, we only have to answer that all enterprises start with investments to produce and promote products that are then repaid with profits from the sales. Our Culture has huge potential to make money. and therefore also to also give work to restaurants, hotels and other aspects of tourism, but especially because the money from the tourists will let us finally carry out the restorations and maintenance that have been lacking for too long because our governments have never supplied enough funds to do them properly.

And in order to do this we must reveal the unknown Italy not only to the peninsula but especially to the world. Where do we want to go? To a future where the world finally recognizes the greatness of our cultural heritage or where we continue to keep these places unknown and then complain that we do not have the money to maintain our most important source of true national pride?

Non sei italiano – You’re Not Italian

di emigrazione e di matrimoni

Non sei italiano

Bill Giovinazzo, nato e cresciuto negli Stati Uniti, non è semplicemente un italo-americano, è giornalista, speaker e anche autore di un libro “Italianità” nel quale racconta la storia della sua vita e spiega cosa vuol dire essere figlio di due mondi come siamo noi italiani all’estero.

Nel nostro ultimo articolo (Cosa sappiamo davvero di “loro”?) abbiamo fatto alcune considerazioni  riguardo quel che sappiamo davvero degli italiani nel mondo. In quell’ articolo abbiamo scritto delle reazioni sdegnate di molti italiani verso le usanze diverse in altri paesi, in modo particolare degli italo-americani, ma non solo.

Già una decina di giorni fa avevo chiesto a un italo-americano di raccontarci i motivi di un suo commento su una pagina Facebook dedicata agli italo-americani. Qualche ora dopo aver inviato il mio ultimo articolo ho avuto il grande piacere di ricevere questo suo articolo.

Bill Giovinazzo, nato e cresciuto negli Stati Uniti, non è semplicemente un italo-americano, è giornalista, speaker e anche autore di un libro “Italianità” nel quale racconta la storia della sua vita e spiega cosa vuol dire essere figlio di due mondi come siamo noi italiani all’estero.

Non aggiungiamo il commento originale che ci ha spinto a chiedere a Bill di mettere nelle sue parole le sue emozioni e anche fastidio in certi comportamenti. Non ne abbiamo bisogno, lui stesso lo spiega benissimo in questo articolo che deve dare molto su cui pensare, particolarmente agli italiani in Italia che non hanno mai capito le molte realtà del fenomeno che sono gli Italiani nel Mondo.

Gianni Pezzano

Se qualche lettore vuol scrivere anche la propria storia può inviarlo a: gianni.pezzano@thedailycases.com

Non sei italiano

Di Bill Giovinazzo

Sono italiano. Prima di continuare, devo spiegare come parlano molti americani. Spesso sentirai un americano dire che è italiano o italiana, o irlandese, o tedesco. Quando parliamo così non rivendichiamo la cittadinanza di quei paesi, invece identifichiamo il nostro patrimonio culturale. Quel che vogliamo dire è che siamo italo-americani, o irlandese-americani oppure tedesco-americani. Semplicemente togliamo la parte finale, americano. A dir il vero, ci sono americani che sono così pignoli che insistono ad aggiungere americano, però questi sono ultra-patriotici per i quali ho poca pazienza.

Quindi è comprensibile che un immigrato appena arrivato dalla Sicilia mi abbia frainteso quando gli ho detto d’essere italiano. Ha detto, con una risatina “Come puoi essere italiano? Nemmeno parli la lingua. Non conosci la nostra cultura. Nemmeno mangi gli stessi cibi di noi. Allora, Bill, dimmi come puoi essere italiano? I tuoi nonni. Loro erano italiani. Ma tu? Tu sei americano”  Mettendo da parte che sbagliava di me personalmente su tutti e tre i punti, mi ha fatto pensare. Cos’è un italiano? Qual è la prova del nove per essere italiano?

Secondo il mio conoscente non sei italiano se non parli la lingua. Se questo è il caso i miei nonni certamente non se ne sarebbero pregiati. I miei nonni paterni vennero negli Stati Uniti nel secondo decennio del ‘900. Come la maggioranza degli italiani all’epoca, parlavano la lingua della loro regione, il calabrese. L’italiano formale, la lingua definita dall’Accademia della Crusca, non era la norma nella maggior parte del paese. Oltre a non parlare l’italiano standard, molti dei calabresi nemmeno lo capivano. Per quanto riguarda i miei nonni materni, parlavano il siciliano che alcuni ritengono non sia un semplice dialetto bensì una lingua a parte. Allora, come può il parlare la lingua essere una misura per l’Italianità dell’individuo?

Certo, il mio conoscente siciliano aveva ragione  riguardo la cultura italo-americana e le nostre usanze alimentari. Siamo diversi. Gli italo-americani di Utica, New York – la città dove sono nato – hanno la specialità dei chicken riggies. È un piatto che mette insieme fette di pollo con i rigatoni serviti in un sugo di pomodori piccante. I chicken riggies hanno tolto la nostra italianità? Questo è un passo così fuori della regola della cucina italiana accettata che siamo ripudiati? In tal caso, sono obbligato a chiedere delle deroghe in Italia stessa. I siciliani amano il pane senza sale dei fiorentini? A Milano esiste una domanda grande per il casu marzu sardo? Se gli italiani accettano tali deviazioni nella penisola, allora perché noi italo-americani siamo esclusi dalla famiglia italiana?

Questo atteggiamento da parte di molti italiani sulla purezza italiana è una specie di grande difetto del carattere italiano. Questi italiani della varietà non-americana soffrono di un becero campanilismo. Semplicemente, hanno ridefinito i confini del loro pregiudizio alla penisola italiana. È incontrovertibile che questo pregiudizio abbia soffocato il nostro popolo per secoli. Anche l’inno nazionale d’Italia lo dice con queste parole: Noi siamo da secoli calpesti, derisi perché non siam Popolo perché siam divisi. Questo rifiuto degli italo-americani non è altro che la continuazione di questa propensione, questa divisione all’interno del popolo italiano.

Gli italo-americani non sentono il peso di questo pregiudizio. Venendo negli Stati Uniti, essendo stranieri in terra straniera, di fronte al bigottismo culturale e i linciaggi, abbiamo imparato presto l’importanza dell’unità. Negli Stati Uniti, se sei italiano, sei italiano. Sei di famiglia. È comune che qualcuno, dopo aver sentito dire il tuo cognome dica “Hey, sei italiano”. Anch’io lo sono!”. A volte aggiungono anche Hey Paesan! Molti di noi ancora diciamo paesan, anche se capisco che non è usato comunemente in Italia oggigiorno. Poi, confrontiamo le storie delle famiglie per stabilire se ci siano possibili legami di sangue. Anche se non se ne trovano sentiamo lo stesso il legame non condiviso con altri non-italiani che potrebbero essere presenti. Questo legame, questo senso di parentela, è una cosa buona.

Gli italiani che escludono gli italo-americani dalla famiglia degli italiani devono capire che cercano di separarci dai nostri antenati. Cercano di toglierci il nostro patrimonio. Cercano di eviscerare la nostra identità. Mentre è certamente vero che potremmo non apprezzare le varie culture della penisola italiana, la cultura italo-americana è diversa della cultura italiana perché ha mescolato le molte diverse culture in Italia. Benché gli italo-americani siano diversi, siamo ancora molto italiani.

Ammiro molto il popolo ebreo, molti dei quali sono italiani. Nonostante fossero stati espulsi dalla loro terra circa duemila anni fa, hanno mantenuto la loro identità. È un’identità che soppianta il luogo di nascita, che addirittura soppianta la fede perché ci sono molti che si identificano come ebrei ma non credono. Hanno mantenuto quel che sono non per via di una prova di purezza, ma abbracciando la loro diversità mentre mantengono quel che è il centro dell’essenza ebraica.

Come per l’ebraismo, la questione non è se gli Italo-Americani siano italiani. La domanda più grande è: cosa vuol dire essere italiano? Qual è l’essenza dell’Italianità? Sostengo che sia qualcosa più grande del cibo che mangiamo, le sfumature culturali che osserviamo e particolarmente il nostro luogo di nascita. Sia che veniamo da Roma, Sao Paolo, Milano, New York, Firenze o Québec sostengo che ci siano caratteristiche che uniscono gli Italiani nel Mondo. Sostengo che la principale di queste sia che abbiamo tutti nel cuore un amore per la terra dei nostri antenati, l’Italia.

In questo periodo di bisogno, in questo periodo in cui la nostra amata Italia si trova di fronte a una sfida esistenziale, possiamo permetterci il lusso d’essere divisi? In tali circostanze terribili è saggio rifiutare l’amore e la parentela?

di emigrazione e di matrimoni

You’re Not Italian

Bill Giovinazzo was born and raised in the United States but he is not simply an Italian American, he is a journalist, speaker and also author of a book “Italianità” (Italianness) which tell the story of his life and explains what it means to be the child of two worlds as we Italians around the world are.

In our most recent article (What do we know really about “them”?) we made some considerations about what we truly know about Italian around the world. In the article we wrote about the indignant reactions of many Italians towards the different habits of Italians in other countries, especially in the United States and not only.

About two weeks before I had already asked an Italian American to tell us the reasons for his comment on a Facebook page dedicated to Italian Americans. A few hours after having sent in my article I had the great pleasure of receiving this article.

Bill Giovinazzo was born and raised in the United States but he is not simply an Italian American, he is a journalist, speaker and also author of a book “Italianità” (Italianness) which tell the story of his life and explains what it means to be the child of two worlds as we Italians around the world are.

We will not add the original comments that led us to ask Bill to put words to his emotions and also his annoyance at certain behaviour. We do not need to, he explains this very well in this article which must give a lot of food for thought for many people, especially the Italians in Italy who have never understood the many realities of the phenomenon that is the Italians around the world.

If readers would like to write their own stories, they can send them to: gianni.pezzano@thedailycases.com

You are not Italian

By Bill Giovinazzo

I am Italian. Before I go any further, I should explain the way many Americans speak. Frequently, you will hear an American say that he or she is Italian, or Irish, or German. When we say this, we are not claiming actual citizenship in those countries, but identifying our cultural heritage. We mean that we are Italian-American, or Irish-American, or German-American. We simply drop the suffix, American. Admittedly, there are some Americans who are so pedantic that they insist on adding American, but those people are tedious uber patriots for whom I have little patience.

It is understandable, therefore, that a newly arrived immigrant from Sicily misunderstood me when I said to him that I was Italian. Laughing slightly, he said; “How are you Italian? You don’t speak the language. You don’t know our culture. You don’t even eat the same food we do. So, Bill, tell me how are you Italian? Your grandparents. They were Italian. But you? You are an American.” Putting aside for a moment that he is wrong on all three points about me personally, he did cause me to think. What is an Italian? What is the litmus test for being Italian?

According to my acquaintance, you are not Italian if you do not speak the language. If that is the case, my grandparents certainly do not qualify. My paternal grandparents came to the United States in the second decade of the twentieth century. Like most Italians at that time, they spoke their region’s language, Calabraize. Formal Italian, the language defined by La Crusca, was not commonly used in most of Italy. Beyond not speaking standard Italian, many of the Calabraize could not even understand it. As far as my maternal ancestors are concerned, they spoke Sicilian which some maintain is not a mere dialect but a separate language. So, how is speaking the language a measure for one’s Italianità (Italianness)?

Of course, my Sicilian acquaintance was correct concerning Italian American culture and eating habits. We are different. Italian Americans in Utica, New York – the city in which I was born – specialize in chicken riggies. It is a dish that mixes chicken slices with rigatoni served in a spicy tomato sauce.  Have chicken riggies taken away our Italianità? Is that a step so far outside of accepted Italian cuisine that we are disowned? If so, I am compelled to ask about the deviation in Italy itself. Do Sicilians crave the saltless bread of the Florentines? Is there a big demand in Milan for Sardinian casu marzu? If Italians accept such deviation within the peninsula, why are we, Italian Americans, excluded from the Italian family?

This attitude on the part of many Italians, this insistence on Italian purity, is something which is a great flaw in Italian character. These Italians of the non-American variety suffer from the infamous campanilisimo (parochialism). They have simply redefined the boundaries of their prejudice to the Italian peninsula. It is undeniable that this prejudice has held back our people for centuries. Even the Italian National anthem admits it with the words; We were for centuries downtrodden, derided, because we are not one people because we are divided. This rejection of Italian Americans as truly Italian is just a continuation of this bias, this division within the Italian people.

Italian Americans are not burdened by this prejudice. In coming to America, being strangers in a strange land, faced with cultural bigotry and lynching, we quickly learned the importance of unity. In the States, if you are Italian, you’re Italian. You are family. It is common for someone after hearing my last name to say; “Hey, you’re Italian. So am I!” Sometimes they will even throw in a Hey Paesan! Many of us still say paesan, although I understand it is not commonly used in Italy these days. Then we compare family histories to determine if there are any possible blood ties. Even when none can be found, we still feel a bond not shared with other non-Italians that may be present. This bond, this sense of kinship, is a good thing.

Italians who exclude Italian Americans from the family of Italians should understand that they are attempting to cut us off from our forebears. They are attempting to take from us our heritage. They are attempting to eviscerate our identity. While it is certainly true that we may not appreciate the various cultures of the Italian peninsula, the Italian American culture is different from Italian culture because it has blended the many diverse cultures within Italy. While Italian Americans are different, we are still very much Italian.

I have a great deal of admiration for the Jewish people, many of whom are Italian. Despite being cast from their homeland roughly 2000 years ago, they maintained their identity. It is an identity that supersedes place of birth, even supersedes faith for there are many who identify as Jews yet don’t believe. They have preserved who they are not through some purity test, but by embracing their diversity while understanding what is at the core of the Jewish essence.

As with Judaism, the question is not if Italian Americans are Italian. The greater question is what does it mean to be Italian? What is the essence of Italianità? I contend that there is something greater than the food we eat, the cultural nuances we observe, and especially our place of birth. Whether we are from Rome, Sao Paola, Milan, New York, Florence, or Quebec, I contend that there are characteristics that unite the Italiani nel Mondo. I contend that chief among them is that we all have in our hearts a love for the land of our ancestors, Italia.

In this time of need, in this time when our beloved Italy is faced with an existential challenge, do we have the luxury of being divided. In such dire circumstances is it wise to reject love and kinship?

Italiani in Australia con visti temporanei nei tempi di COVID-19 – Italians in Australia with temporary visas under COVID-19

di emigrazione e di matrimoni

Italiani in Australia con visti temporanei nei tempi di COVID-19

Tra le vittime della pandemia mondiale sono molte migliaia le persone in Australia che in effetti sono state avvisate di “tornare a casa” dal Governo nazionale. Facili a dirsi, ma non affatto facile da fare e per molti motivi.

Per avere un punto di vista autorevole su questa situazione drammatica abbiamo chiesto ad Angela De Marco, un’agente professionale d’immigrazione, anche esperta del riconoscimento di qualifiche professionali ed accademiche straniere, che ci spiega come si trovano i nostri connazionali nella terra australe.

di Angela De Marco, Agente Professionale d’Immigrazione in Adelaide South Australia

ITALIANS IN AUSTRALIA ON TEMPORARY VISAS (gli Italiani in Australia con visti temporanei), insieme a tanti altri titolari di visti da tutto il mondo sono in shock oggi dopo aver sentito la risposta del Governo Australiano sulla loro situazione.

L’Australia s’è sempre appoggiata sul contributo di immigrati per colmare le carenze di capacità lavorative e per intraprendere i lavori che gli abitanti locali non vogliono fare. I titolari di WHV (Working Holiday Visa, cioè visti di vacanza lavorativa) assistono il lavoro rurale, mentre gli studenti universitari  aiutano l’economia dando un contributo al settore d’istruzione e la creazione di oltre 240.000 posti di lavoro! Con le loro competenze i lavoratori sponsorizzati da datori di lavoro contribuiscono a formare personale locale.

Malgrado tutto questo, il messaggio alla gente che ha dato così tanto al paese e che si è trovata improvvisamente senza lavoro a causa della pandemia COVID-19 è: “Se non potete sostenervi da soli, provvedetevi a  tornare a casa!”

Nella sua presentazione alla stampa del 4 aprile 2020 l’onorevole Alan Tudge, il Ministro ad interim responsabile per Immigrazione, Cittadinanza, Servizi agli Immigrati e gli Affari Multiculturali, non ha offerto una parola di compassione e comprensione delle difficoltà che i titolari dei visti temporanei stanno affrontando. Non c’è stato riconoscimento dell’incertezza che potrebbero sentire, il senso di isolamento d’essere lontnai dai cari, dalla famiglia. Sembra che non ci sia alcun riconoscimento del fatto che questa gente ha costruito una vita (anche se temporanea) in Australia, mentre si impegnavano negli studi, il loro lavoro specializzato o le vacanze lavorative. Molti hanno figli a scuola, contratti d’affitto da onorare, bollette da pagare, proprio come ogni famiglia australiana. Non c’è stato alcun riconoscimento delle migliaia di dollari spese da molti per poter studiare in Australia, per potersi trasferire con le famiglie in Australia per lavorare, né alcun riconoscimento che la loro intera vita sarebbe stata uno spreco di tempo e denaro, per non parlare di una cosa impossibile da fare!

Le parole “tornate a casa” sembrano facili – ma la realtà è molto più complicata dell’acquisto semplicemente di un biglietto per prendere un volo per casa! Le gente ha stabilito una vita in Australia! Lasciare il paese impegna tempo e settimane di pianificazione. Inoltre, i viaggi di ritorno non sono sempre possibili visto che i paesi sono bloccati e gli aeroporti sono chiusi.

 “Agli studenti si raccomanda di chiedere l’appoggio della famiglia,” ha detto il Ministro ad interim, senza mai riconoscere che anche queste famiglie sparse in tutto il mondo stanno subendo gli effetti di COVID-19 e probabilmente sono chiuse in casa, improvvisamente disoccupate e probabilmente nemmeno in grado di poter aiutare.

Attualmente l’Australia ha 600.000 studenti internazionali. Costituiscono un contributo importante al settore terziario e l’economia, sostenendo, come abbiamo scritto sopra, 240.000 posti di lavoro in Australia. L’unica concessione da parte del Ministro è stata che: gli “studenti che siano stati qui oltre 12 mesi che si trovano in difficoltà economiche potranno accedere al loro fondo pensione australiano” Mentre potrebbe sembrare una soluzione, la realtà è che la somma del fondo accumulato sarà minima, visto che gli studenti possono solo lavorare un limite di 40 ore ogni due settimane e quanto potranno accumulare in cosi poche ore? Non molto! 

Inoltre, gli studenti internazionali che lavorano curando gli anziani e come infermieri, sono in grado di lavorare ore in più in supporto di questi settori critici.

Anche gli studenti internazionali che lavorano nei grandi supermercati coprono ore straordinarie per aiutare a riempire gli scaffali durante la grande domanda. In ogni caso, dal primo maggio le loro ore torneranno al massimo di 40 ore ogni due settimane.

Per coloro che sono sponsorizzati da datori di lavoro a causa delle loro qualifiche indispensabili, il Governo ha anche offerto appoggio limitato. Molti di questi lavoratori, (139.000 in totale) sono stati fondamentali allo sviluppo e l’espansione di imprese in Australia. Molti proprietari di imprese potranno testimoniare che il successo delle loro aziende è dovuto alla capacità, lavoro duro e l’impegno dei loro lavoratori sponsorizzati.

Il Ministro ad interim ha spiegato che coloro che hanno visto le loro ore ridotte, o che sono stati temporaneamente dimessi, vedranno restare valido il loro visto. Per questo siamo grati. Comunque, non ci sarà appoggio finanziario dal governo – benché questi lavoratori paghino le tasse come qualsiasi altro cittadino. Con il disappunto dei loro datori di lavoro, che non possono usufruire del Job Keeper Payment (Pagamento per mantenere lavoro) che li avrebbe aiutati a mantenere in essere i loro posti e a coprire gli stipendi. Per esempio, con la chiusura dei ristoranti, bar e alberghi, migliaia di lavoratori dell’hospitality hanno perso il loro posto. I datori di lavoro riescono a rimanere a galla offrendo pasti da asporto ai clienti regolari. Molti degli chef che fanno questo lavoro hanno visti temporanei. Questi lavoratori aiutano i loro datori a pagare l’affitto e continuare le attività da poter riaprire di nuovo quando la vita tornerà alla normalità. Tuttavia, il datore di lavoro potrebbe non pagare del tutto lo stipendio dello chef. Se lo chef fosse australiano il datore di lavoro potrebbe ottenere un sussidio saltuario per pagare lo stipendio e mantenere aperto il posto. Non c’è sussidio se il lavoratore ha il visto temporaneo.

Purtroppo i titolari di visti temporanei per lavoratori qualificati che siano stati sospesi, avranno 60 giorni per poter trovare uno sponsor nuovo, un’impresa impossibile nelle circostanze attuali. Quei lavoratori dovranno lasciare l’Australia. Questo è un modo orribile di licenziare lavoratori che hanno contribuito così tanto.

A mio parere, la risposta del Governo è poco lungimirante! Una volta passato il periodo di crisi avremo bisogno di questa gente che ci aiuta a ricostruire la nostra economia. Pensiamo davvero che coloro che siano stati costretti ad andarsene torneranno volentieri? Ne dubito!

Un modo alternativo per rispondere a questa situazione sarebbe stato di offrire un sostegno finanziario, solo per passare questo periodo. Un gesto del genere avrebbe mostrato l’apprezzamento per il loro contributo al nostro paese. Offrire un pò di sostegno per superare la tempesta sarebbe stato un’opzione migliore di quel che appare come uno schiaffo. Questa mancanza di compassione probabilmente sarà palese nella perdita di miliardi di dollari di entrate da futuri studenti e lavoratori.

Certo, bisogna riconoscere che la nostra situazione attuale è tutt’altro che normale. Le non-azioni del nostro governo volte a fornire diritti fondamentali a persone sul suolo australiano, sono contrarie ai diritti individuali a far rispettare i loro diritti umani fondamentali. Lo trovo imbrazzante.

Il Migration Institute of Australia (Istituto d’Immigrazione d’Australia), tanti gruppi dalle comunità degli immigrati, il CISA (Council of International Students Australia, Consiglio degli studenti internazionali Australia) e il CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero), un ente consultivo del Parlamento e il Governo d’Italia su tutte le questioni riguardanti gli italiani all’estero, hanno fatto lobbying verso il Governo australiano. Le loro legittime istanze sono cadute nel vuoto.

Il CISA ha dichiarato deludenti i commenti del Primo Ministro!

In Australia ci sono circa 118.000 persone con il Working Holiday visa (Visto di Vacanza Lavorativa), un visto per prevede diritti condizionali di lavoro.

Flessibilità limitata per il loro impegno è stata fornita per coloro che lavorano in settori cruciali come la salute, cura degli anziani e i disabili, l’agricoltura, la lavorazione del cibo e servizi per l’infanzia. Questi lavoratori saranno esentati dal limite di lavoro di sei mesi con un singolo datore di lavoro, e potranno beneficiare di un altro visto per continuare a lavorare in questi settori essenziali se il visto attuale scadrà nei prossimi sei mesi.

Comunque, i titolari di visti di vacanza lavorativa che temono di non poter sostenersi per i prossimi sei mesi dovrebbero provvedere a lasciare il paese.

Mi sembra che nemmeno in tempi in cui il paese sta soffrendo, i nostri leader sono in grado di mostrare compassione o empatia per gli altri. Sono poco lungimiranti, e governano con arroganza, a loro manca la capacità di rispettare e riconoscere il contributo di gente che ha dato così tanto per rendere l’Australia il paese meraviglioso che è oggi.

Mi domando cosa succederebbe se tutta questa gente che è stata avvisata di lasciare il paese se ne andasse? Ho il sospetto che quando usciremo dalla crisi l’Australia si troverà in difficoltà senza l’appoggio e l’impegno di coloro che danno così tanto, benché possessori solo di visti temporanei.

Vorrei finire con due citazioni di una lunga lettera aperta all’onorevole Scott Morrison, il Primo Ministro d’Australia, dello studente internazionale Pavani Ambagahawattha.  Credo che rifletta quel che sente la maggior parte degli immigrati temporanei in questo momento:

…Signor (Primo Ministro), la sua dichiarazione ha chiarito il nostro valore per la sua amministrazione. Per voi, noi siamo solo mucche da mungere per il denaro che sfruttate con gusto prima di sputarci sulla terra. In che modo questa pandemia ti costringe a trattarci con la dignità che meritiamo come esseri umani? Come osiamo lamentarci d’aver perso i nostri posti di lavoro e affrontare problemi banali come la fame, lo sfratto e l’incapacità di pagare le tasse scolastiche  che le vostre università continuano a pretendere?

… Signor Morrison, prima o poi questa pandemia finirà e passeremo da essere pesi morti ad essere risorse. Allora, voi tornerete a dare il benvenuto agli studenti internazionali in questo paese affettuoso, solidale e muliticulurale. Quando verrà quel giorno non ci dimenticheremo come ci avete trattati durante la crisi di COVID-19. Non ci dimenticheremo che abbiamo perso i nostri lavori e abbiamo smesso di arricchire la vostra economia, ci avete detto di andarcene. Non dimenticheremo questo, quando si passerà dalle parole ai fatti, che avete preferito lasciarci morire di fame piuttosto che sostenerci.

Cordiali saluti

Pavani Ambagahawattha.

di emigrazione e di matrimoni

Italians in Australia with temporary visas under COVID-19

Amongst the victims of the worldwide pandemic there are many thousands of people in Australia which have effectively been told to “go home” by the country’s government. This is easy to say but it is not at all easy to do and for many reasons.

In order to have an authoritative point of view of this dramatic situation we asked Angela DeMarco, a professional migration agent in Australia and also an expert in the recognition of overseas professional and academic qualifications to explain to us the situation of our felloe countrymen and women in the Sothern land.

 by Angela DeMarco, Professional Migration Agent in Adelaide South Australia

ITALIANS IN AUSTRALIA ON TEMPORARY VISAS, along with so many other temporary visa holders from around the world, are in shock today after hearing the response of the Australian Government to their dilemma.

Australia has always relied on the contribution of migrants to fill skill shortages and to undertake the work that locals do not want to do. Working holiday visa holders assist with agricultural work whilst international students boost the economy through their contribution to the education sector and the creation of over 240,000 jobs! Employer sponsored workers contribute with their skills and ability to train local staff.

Despite this, the message given to people who have given so much to our country and who have suddenly found themselves without work as a result of the COVID-19 epidemic, is:

 “if you cannot support yourselves – then make arrangements to go home!”

In his presentation to the media on 4th April 2020, the Hon Alan Tudge MP Acting Minister for Immigration, Citizenship, Migrant Services and Multicultural Affairs, offered not one word of compassion and understanding for the difficulties temporary visa holders are going through.  There was no acknowledgement of the uncertainty they may be feeling, the sense of isolation at being far from loved ones, from family.  There appeared to be no acknowledgement that these people have established a life (although temporary) in Australia, whilst they commit to their studies, their skilled employment or their working holiday. Many have children in schools, rental agreements to honour, bills to pay – just like every Australian family. There was no recognition of the thousands of dollars spend by many to be able to study in Australia, to be able to transfer their families to Australia for work, nor any acknowledgement that to suddenly uproot their entire lives would be a waste of money and time, not to mention an impossible thing to do!

The words “go home” sound so simple – but the reality is that it is so much more complicated than just booking a ticket and catching a flight home! People have established a life in Australia! Leaving the country takes time and weeks of planning. In addition, return flights are not always possible as countries are in lockdown and airports are closed.

“Students are encouraged to rely on family support” said the Acting Minister – never once acknowledging that those families scattered in countries all around the world are also experiencing the effects of COVID-19 and are probably in lock down, suddenly unemployed and possibly no longer in a position to help!

Australia has 600,0000 international students at present. They are an important contributor to our tertiary sector and economy, supporting, as mentioned earlier, 240,000 Australian jobs. The only concession offered by the Minister was that: for “Students who have been here longer than 12 months who find themselves in financial hardship will be able to access their Australian superannuation.”   Whilst this may appear to be a solution, the reality is, the amount of superannuation accumulated will be minimal as students can only work a limit of 40 hours per fortnight and how much superannuation can they accumulate with so few hours?  Not much!

In addition, International students working in aged care and as nurses are able to work extended hours to support these critical sectors.

International students working in the major supermarkets are also above to work extended hours to help get stock on shelves during the high demand.  From 1 May, however, their hours will return to the maximum 40 hours a fortnight.

For those who are employer sponsored because of their much-needed skills, the Government has also offered limited support. Many of these workers (139,000 in total) have been crucial to business development and to the expansion of businesses in Australia. Many business owners will vouch that the success of their businesses is due to the skills, hard work and commitment of their sponsored workers.

The Acting Minister explains that those who had had their hours of work reduced or who have been temporarily stood down – their visa will remain valid.  For this we are very grateful! However, there will be no financial support from the Government – even though these workers pay tax like any other citizen.  To the disappointment of their employers, they are unable to access the much-welcomed Job Keeper Payment which would have assisted their employers to keep their jobs open and to cover their wages.  For example, with the shutdown of restaurants, cafes and hotels, thousands of hospitality workers have lost their jobs.  Employers are managing to stay afloat by offering take away meals to their regular patrons.  Most of the chefs doing the work are on temporary visas.  These workers are helping their employers pay the rent and keep the business going so as to be able to reopen again when life goes back to normal. However, the employer may not be able to pay the Chef’s full salary.  If the Chef was an Australian the employer would be able to obtain a wage subsidy to help pay the salary and keep the position open.  There is not support if the worker is on a temporary visa.

Unfortunately, those temporary skilled visa holders who have been laid off work – will have 60 days to find a new sponsor – an impossible task under the current circumstances. These workers will have to depart Australia. This is a terrible way to dismiss people who have contributed so much.

In my opinion, the response of the Government is shortsighted!   Once the period of crisis is over, we will need this cohort to help us rebuild our economy.  Do we really think that those that have been told to leave will willingly return? I doubt it!

An alternative way to respond to this situation would have been to offer some financial support, just to see people through. Such a gesture would have shown appreciation for their contribution to our country. Offering a little support to ride the storm would be a much better option than what feels like a slap across the face.  This lack of compassion is likely to result in a loss of billions of dollars in revenue from future students and workers.

Of course, it needs to be noted that the situation we are in is far from a normal situation. The non-actions of our government towards providing fundamental rights to persons on Australian soil is contrary to the rights of individuals to have their basic human rights met. I find this embarrassing.

The Government has been lobbied by the Migration Institute of Australia, numerous ethnic community groups, the Council of International Students Australia (CISA) and The General Council of Italians Abroad (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero – CGIE), a consultative and advisory body to the Italian Parliament and Government on all matters concerning Italians abroad.  Their pleas have gone to deaf ears.

The Council of International Students Australia (CISA) have declared the comments from the Prime Minister as disappointing!

There are about 118,000 people in Australia on a Working Holiday visa (or backpacker visa) – a visa which provides conditional work rights.

Limited flexibility to their employment has been provided to those that work in the critical sectors of heath, aged and disability care, agriculture, food processing, and childcare.  These workers will be exempt from the six-month work limitation with the one employer and eligible for a further visa to keep working in these critical sectors if their current visa is due to expire in the next six months.

However, those working holiday makers that do not have the confidence to sustain themselves over the next six months should make arrangements to leave the country.

It appears to me that not even in times that our nation is suffering, are our leaders able to show compassion or empathy for others. They are short sighted, and lead with arrogance, lacking the ability to respect and acknowledge the contribution of a people who have given so much to make Australia the wonderful country it is today.

I wonder what would happen if all those people who are told to go home would leave?  I suspect that when we come out of this crisis, Australia might find itself in trouble without the support and commitment of those who give so much even though they are only on temporary visas!!

I would like to end by providing you an open letter to the Prime Minister of Australia written by an International student, Pavani Ambagahawattha.  I believe it reflects what most temporary migrants are feeling right now:

Sir, your statement has made clear our value to your administration. To you, we are strictly cash cows that you exploit with gusto before spitting us back. How dare this pandemic force you to treat us with the dignity we deserve as human beings? How dare we complain about losing our jobs and facing trivial problems like starvation, eviction, and an inability to pay the school fees your Shylockian universities continue to demand?…

…Mr Morrison, someday, this pandemic will end, and we will go from being liabilities to assets. Then, you will go back to welcoming international students to this loving, supportive, multicultural country. When that day comes, we will not forget how you treated us during the COVID-19 crisis. We will not forget that when we lost our jobs and stopped enriching your economy, you told us to get out. We will not forget that, when the time came for you to put your money where your mouth was, you would rather let us starve than support us.

Yours sincerely,

Pavani Ambagahawattha.

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