Giornalisti: i volti sconosciuti della nostra Cultura – Journalists, our Culture’s unknown faces

di emigrazione e di matrimoni

Giornalisti: i volti sconosciuti della nostra Cultura

La morte il weekend scorso del giornalista Gianpaolo Pansa  ha segnato la fine di una generazione di giornalisti italiani straordinari

La morte il weekend scorso del giornalista Gianpaolo Pansa non solo ha segnato la fine di una generazione di giornalisti italiani straordinari, ma ci dà l’opportunità di guardare con un occhio diverso il ruolo di questa categoria, spesso criticata da politici e dal pubblico, nel nostro orgoglio nazionale più grande, la Cultura.

Stranamente, con un’eccezione, i nostri grandi giornalisti sono sconosciuti all’estero perché scrivono in italiano e spesso trattano temi d’interesse solo per il nostro paese. Infatti, l’eccezione è Oriana Fallaci, che non solo aveva la base negli Stati Uniti, ma ha scritto su temi di grande interesse internazionale ed in inglese, e quindi ha potuto trovare da sola il proprio posto sul podio dei giornalisti internazionali. Per questo motivo Fallaci non è inclusa nell’elenco che vogliamo proporre in questo articolo, non per suo demerito ma come riconoscimento di questa capacità.

Inoltre, spesso si dice che “i giornalisti scrivono la prima bozza della Storia”, e mentre trattiamo questi grandi giornalisti teniamo questo ben in mente perché proprio per questo i nomi che stiamo per proporre ai nostri lettori internazionali, sono nomi che hanno anche dato contributi fondamentali per capire la Storia d’Italia e quindi anche la nostra Cultura.

Ora puntiamo il faro su alcuni dei nomi principali del nostro giornalismo, a partire da colui che era allo stesso tempo il giornalista italiano più controverso e il più importante.

Il primo testimone

Quando morì nel 2001 Indro Montanelli fu definito da molti come il “testimone al (20˚) secolo” e non solo in Italia. Nato nel 1909 il giornalista da Fucecchio in Toscana fu testimone di episodi fondamentali per la nostra Storia, come l’ascesa del fascismo, la guerra coloniale italiana in Eritrea (come ufficiale dell’esercito coloniale), la Guerra Civile Spagnola, l’invasione della Polonia nel 1939, l’invasione sovietica dei paesi baltici, le due guerre tra la Finlandia e l’URSS nel 1940, e come anche la “macelleria messicana” a Piazzale Loreto dopo la morte di Mussolini nel 1945.

Dopo la guerra ha continuato a fare l’inviato in Giappone, la divisione del sub-continente indiano in India e Pakistan, la guerra in Corea, le guerre di liberazione dalla Francia in Vietnam e Algeria, per finire la carriera come corrispondente internazionale con il servizio straordinario della Battaglia di Budapest nel 1956, quando l’URSS ha schiacciato la rivolta comunista ungherese.

Al ritorno in Italia ha fatto il cronista e opinionista fino alla sua morte all’età di 92 anni, ma queste parole semplici nascondono un uomo che poteva muovere centinaia di migliaia di voti con i suoi commenti, e i conflitti con Silvio Berlusconi a causa della rottura della loro collaborazione ne “Il Giornale”, fondato da Montanelli stesso, dopo l’entrata del magnate della politica nel 1994, sono la prova della sua importanza e immagine nel paese.

Inoltre, lui diede un contributo importante alla nostra Cultura, specificamente scrivendo una Storia d’Italia in 27 volumi, insieme ai collaboratori Roberto Cervaso prima e Mario Cervi poi, che hanno fatto conoscere anche al pubblico meno colto il nostro passato in modo semplice e conciso.

Ci vorrebbe un libro per raccontare la sua vita, ma il fatto che sia sconosciuto all’estero è una ferita all’onore sia del nostro giornalismo che alla nostra Cultura che deve essere guarita.

Ma come lui ci sono anche altri giornalisti che hanno fatto la prima bozza della Storia di moltissimi episodi fondamentali della nostra Storia e non solo.

Altri testimoni

Come Montanelli e Pansa, Enzo Biagi e Giorgio Bocca sono stati testimoni di episodi importanti del nostro paese. Nei loro articoli e poi nei loro libri hanno spiegato al lettore la guerra civile, che molti in Italia non volevano riconoscere come tale alla fine dell’ultima guerra mondiale.

Questi giornalisti hanno visto e raccontato i cambiamenti del paese devastato dalla guerra, la partenza di milioni di emigrati italiani per una vita nuova all’estero, l’evoluzione della nuova Repubblica italiana, il boom economico degli anni 60, gli “anni di piombo” del nostro terrorismo e la guerra quasi nascosta tra l’estrema sinistra e l’estrema destra nel nostro territorio, scandali e trionfi nazionali come anche episodi mai chiariti del tutto come almeno due tentativi di golpe in Italia come quello del “principe nero” Junio Valerio Borghese, e di Giovanni di Lorenzo il comandante generale dei Carabinieri,  che ancora oggi creano scandalo quando vengono nominati in Italia.

Tristemente, questi nomi grandissimi stanno lentamente sparendo dalla memoria nazionale a partire dai giovani del paese. Però, se vogliamo davvero conoscere la Storia d’Italia e gli enormi cambi nelle nostre usanze e tradizioni, di tutti i tipi, abbiamo l’obbligo di tenere le loro opere alla luce del sole, perché nessuno meglio di loro ha potuto spiegare e descrivere ogni sfumatura della Storia e la Cultura che sempre nominiamo, ma che pochi conoscono davvero.

Poi, c’è un’altra categoria che dobbiamo considerare quando parliamo delle eccellenze del nostro giornalismo, ma, incredibilmente, pochi dei loro estimatori oggigiorno ricordano, oppure sanno, che le loro origini si trovano nelle redazioni dei giornali italiani.

Giornalisti/Autori

Dino Buzzati, Guido Piovene, Curzio Malaparte e Giovanni Guareschi sono nomi fondamentali della letteratura italiana del ‘900, ma le storie che loro hanno raccontato nei loro libri spesso ebbero origine nei servizi giornalistici. In un caso il luogo principale di un libro fu ispirato dal luogo di lavoro.

L’ispirazione di Fortezza Bastiani, il luogo del romanzo straordinario “Il Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, definito da Indro Montanelli, il suo ex collega di lavoro dal Corriere della Sera, “il più grande romanzo italiano del 900”, fu proprio la sala di redazione del Corriere dove nella mente lui non vedeva giornalisti in attesa di sviluppi, bensì soldati in attesa eterna per la battaglia che non arriva mai. Infatti, leggendo i servizi di Buzzati si percepisce immediatamente l’origine del suo stile inconfondibile.

Possiamo vedere allo stesso modo le opere di Guido Piovene e la vita nascosta di Milano, o Curzio Malaparte che con i suoi libri “Kaputt” e La Pelle” raccontò l’Italia della guerra che lui vide sia da giornalista che da protagonista; ma colui che ha meglio ha raccontato l’Italia che vedeva e amava era sicuramente Giovanni Guareschi.

Con i suoi libri e i film ispirati da loro che avevano come protagonisti il prete don Camillo e il sindaco comunista di Brescello Peppone, Guareschi ci fa capire come nessun’altro le divisioni nella società italiana nei decenni dopo la seconda guerra mondiale. Si, i libri fanno ridere, ma forniscono anche dettagli del retroscena di quelle politiche che, un decennio dopo, diventeranno le ispirazioni prima delle proteste del 1968 e poi della nascita del terrorismo italiano che ancora oggi tormenta la coscienza nazionale.

Notizie e la Storia

Non c’è alcun dubbio che i giornalisti scrivono la prima bozza della Storia. Loro forniscono lo scheletro che permetterà agli storici del futuro di metterci la pelle, i muscoli e gli altri organi man, mano che gli inevitabili Segreti di Stato e la scoperta di documenti nascosti, a volte accidentalmente, ma, come il notorio “armadio della vergogna”, intenzionalmente offuscato da coloro che vorrebbero coprire le proprie tracce e responsabilità, vengono di nuovo alla luce.

Il giornalista ci fornisce le emozioni e l’atmosfera del giorno che documenti freddi non possono trasmettere, ma non conoscono che una parte della Storia di questi incidenti perché fin troppo spesso i veri responsabili e/o colpevoli e/o motivi degli incidenti non sono affatto evidenti.

Basta guardare gli sviluppi e le controversie e i processi infiniti legati, per nominare solo due dei tanti incidenti del genere della nostra Storia, agli attentati di Piazza Fontana del 1969 e alla Stazione di Bologna del 1980, per vedere i misteri che ancora oggi sono nascosti dagli occhi del pubblico che ha il diritto finalmente di sapere la verità.

Perciò, con la morte di Pansa, accogliamo l’occasione non solo per ricordare e onorare la sua vita e lavoro, ma anche il contributo fondamentale che lui e i suoi collegi illustri e meno illustri hanno dato alla nostra Storia e alla nostra Cultura.

 

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Journalists, our Culture’s unknown faces

The death last weekend of the journalist Gianpaolo Pansa  marked the end of a generation of extraordinary Italian journalists

The death last weekend of the journalist Gianpaolo Pansa not only marked the end of a generation of extraordinary Italian journalists but it gives us the opportunity to look in a different way at the role of this category that is often criticized by politicians and the public in our nation’s greatest source of pride, Culture.

Strangely, our great journalists, with one exception, are not known overseas because they write in Italian and often deal with issues that interest only our country. In fact, the exception is Oriana Fallaci who not only had her base in the United States but she wrote in English on issues of great international interest and therefore she could find on her own her place on the podium of international journalists. For this reason Fallaci will not be included in the list we want to propose in this article, not because she is unworthy, which she is not, but in recognition of this ability.

Furthermore, it is often said that “journalism is the first rough draft of history”, so let us bear this well in mind as we discuss these great journalists because for this very reason the names we are about to reveal have also given major contributions to the understanding of our history and therefore our Culture as well.

Now let us take the spotlight in hand and point it on some of the major names of Italian journalism starting with he who was at the same time Italy’s most controversial and most important journalist

The first witness

When he died in 2001 Indro Montanelli was defined by many as the “witness to the (20th) century” and not only in Italy. The journalist born in Fucecchio in Tuscany in 1909 was a witness to many very important historical episodes such as the rise of Fascism in Italy, Italy’s Colonial War in Eritrea (as an Italian colonial army officer), the Spanish Civil War, the German invasion of Poland in 1939, the Soviet invasion of the Baltic States, the two wars between the USSR and Finland in 1940 and also the so-called “Mexican butcher shop” in Milan’s Piazzale Loreto after Mussolini’s death in 1945.

After the war he continued to be a foreign correspondent in Japan, the division of the Indian sub-continent into India and Pakistan, the Korean War, the Wars of Liberation from France in Vietnam and Algeria and he ended his career as a war correspondent with the extraordinary series of articles of the Battle of Budapest in 1956 when the USSR squashed the Hungarian communist revolt.

On his return to Italy he was a reporter and opinion writer until his death at the age of 92, but these simple words hide a man who could move hundreds of thousands of votes with his comments and the arguments with Silvio Berlusconi due to the break in their collaboration in the newspaper “Il Giornale”, that Montanelli founded, after the magnate entered politics in 1994 are the proof of his importance and image in the country.

In addition, he gave a major contribution to our Culture, specifically by writing a 27 volume history of Italy, together with collaborators Roberto Cervaso first and then Mario Cervi, that let even the less educated members of our public know our past in a simple and concise way.

It would take a book to tell the story of his life but the fact that he is unknown overseas is a wound to the honour of both our journalism and Culture that must be healed.

And like him there are also other journalists who wrote the first rough draft of many major incidents in history and not only in Italy.

Other witnesses

Like Montanelli and Pansa, Enzo Biagi and Giorgio Bocca witnessed major episodes in our country’s history. In their articles and then in their books they explained to the readers the Civil War that many in Italy refused to recognize as such at the end of the last world war.

These journalists saw and told the stories of the changes in the country devastated by war, the departure of millions of Italian migrants to start a new life overseas, the evolution of the new Italian Republic, the economic boom of the 1960s, the “anni di piombo” (years of lead) as the years of terrorism in our country were known and the almost occult war between the extreme left and the extreme right in our country, scandals and national triumphs, as well as episodes that have never been fully explained such as at least two attempted coups d’état in Italy by the ex-Fascist “Black Prince” Junio Valerio Borghese and Giovanni di Lorenzo, the commanding general of the Carabinieri both of which today still cause outrage when they are mentioned in the country.

Sadly, these great names are slowly disappearing from the nation’s memory, starting with young people. However, if we truly want to know Italy’s history and the enormous changes in our habits and traditions, of all types, we have a duty to keep their works in the limelight because nobody better than they was able to explain and describe every shade of the history and Culture that we always mention but few truly know.

And then there is another category that we must consider when we talk about the excellence of our journalism but, incredibly, few of their admirers today remember, or know, that their origins were in the newsrooms of Italian newspapers.

Journalists/Authors

Dino Buzzati, Guido Piovene, Curzio Malaparte and Giovanni Guareschi are fundamental names of Italian Literature in the 20th century but the stories they told in their books often originated in news reports. In one case, the setting of a book was inspired by that very workplace.

The inspiration for Fortress Bastiani, the setting for Dino Buzzati’s extraordinary novel “Il Deserto dei Tartari” (The Tartar Steppe), that his former colleague at Milan’s Il Corriere della Sera newspaper, Indro Montanelli, called “the greatest Italian novel of the 20th century”, was the Corriere’s newsroom where in his mind he did not see reporters waiting for developments but instead soldiers waiting eternally for a battle that never came. In fact, when you read Buzzati’s newspaper reports you can easily sense the origins of his unmistakeable style.

We can say the same for the works of Guido Piovene and Milan’s hidden world, and also Curzio Malaparte who, with his books “Kaputt” and “La Pelle” (The Flesh), told the story of the war in Italy that he saw as both a journalist and a protagonist. But the person who best narrated the Italy he saw and loved was surely Giovanni Guareschi.

With his books and the films inspired by them that have as their protagonists the priest Don Camillo and the communist mayor of Brescello Peppone Guareschi let us understand as nobody else could the divisions within Italian society during the decades after the Second World War. Yes, the books make us laugh but they also provide details of the background of that political period that a decade later would become the inspiration firstly for the 1968 protests and then the birth of Italian terrorism that still torment’s Italy’s conscience today.

News and History

There is no doubt that journalist write the first rough draft of history. They provide the skeleton which will allow historians in the future to fill in the skin, muscles and the other organs as the inevitable state secrets and the other documents that were hidden, sometimes accidentally but, like the notorious “cupboard of shame”, hidden intentionally by those wanted to cover their tracks and responsibility, come to light once more.

Journalists give us the emotions and the atmosphere of the day that cold documents cannot transmit but they know only part of the history of these incidents because all too often the true people responsible and/or guilty parties and/or reasons for the incidents are not at all evident.

We only have to look at the developments and the infinite controversies and trials connected, to name only two of the many such incidents in our history, the bombings of the bank in Milan’s Piazza Fontana and the Bologna railway station, to see there are mysteries that are still hidden today from the eyes of the public that has all the right to finally know the truth.

So, let us consider this when we are tempted to yell “Fake news” at an unwelcome news item because, if the journalist does not knew exactly all the details, how can we judge whether or not a news item is “fake”?

Therefore, with Pansa’s death let us take this opportunity to not only remember and honour his life and work but also the fundamental contribution that he and his illustrious and less illustrious colleagues have given to our history and culture.

A 92 anni dalla nascita Domenico Modugno continua a farci sognare

Domenico Modugno è sicuramente tra coloro che per la diffusione della lingua italiana nel mondo, ha fatto tanto

 di Gianni Gori

 Il 9 gennaio 1928 nasceva Domenico Modugno, il grande artista pugliese le cui canzoni a distanza di un secolo rimangono più attuali che mai.

Da Gipsy Kings, Louis Armstrong, Ray Charles, Frank Sinatra, The Platters, Paul Mc Carthney a Luciano Pavarotti, Mina, Carmen Consoli e Negramaro, passando per Stefano Bollani senza dimenticare la bella fiction prodotta da Rai Uno, nonché il recente allestimento del musical Cyrano musicato da Modugno, sono tanti e sempre attuali gli omaggi a Mr. Volare.

Già Quasimodo diceva che “alcune poesie di Modugno sono assai belle”, tanto che egli sembra “quasi uno scrittore siciliano”.

Ed è proprio la poesia che rende Modugno immortale.

Oggi la poesia è quasi scomparsa, come genere innanzitutto, ma non solo. La poesia è scomparsa come modo di vivere e vedere l’esistenza e nella capacità degli artisti di svelare un mondo precedente, portatore di un sentimento delicato.

Monica Vitti diceva che “La poesia è una grazia, una possibilità di staccarsi per un po’ dalla terra e sognare, volare, usare le parole come speranze, come occhi nuovi per reinventare quello che vediamo”.

E nell’ambito musicale, occorre un grande artista che sappia destreggiarsi con la musica del verso per emozionare.

Domenico Modugno è sicuramente tra questi, che per la diffusione della lingua italiana nel mondo, ha fatto tanto.

“Ciao, ciao bambina” è un’espressione largamente usata ovunque, mentre “Volare” rimane l’emblema della canzone italiana, quella più cantata al mondo con “O Sole mio”: un canto transgenerazionale, transculturale e multiculturale, atto ad unire quindi popoli e generazioni, di qualsiasi estrazione. Un testo che porta la testimonianza indelebile del desiderio di superare la povertà, un’arretratezza generale del dopo guerra, in altre parole la Storia: desidero che un giovane cantante del sud, nel 1958, trasforma in un sogno di riscatto a portata di mano di chiunque, vincendo Sanremo…

Modugno dunque, diventa così un uomo-simbolo e da tale, nel corso della sua splendente carriera, interpreta e racconta, scavando nel profondo dell’animo di altri uomini, rivoluzionari e paladini della giustizia, degni della sua forte personalità.

Due per tutti: “Tommaso d’Amalfi” detto” Masaniello” scritta dal grande Eduardo De Filippo, e soprattutto “Cyrano de Bergerac” tratto da Rostand su testo di Riccardo Pazzaglia. Di quest’ultimo, è recente un magnifico allestimento che parte da Napoli, per la regia di Bruno Garofalo con l’interpretazione di un magistrale Gennaro Cannavacciuolo, che con Cyrano ma anche con il suo recital “Volare-concerto a Domenico Modugno” – giunto a 600 repliche (l’unico spettacolo omonimo autorizzato in vita da Modugno stesso) spicca artisticamente nel portare in giro per l’Italia e nel mondo, l’animo poetico-musicale e viscerale, del grande artista pugliese.

Una rara artisticità, elegante e poetica, oggi a forte rischio di estinzione e che è quindi doveroso difendere rammentandola e portandola, sempre ed ovunque, come esempio di autentica bellezza.

Il Detenuto – The Prisoner

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Il Detenuto

D. fu arrestato il giorno del diciannovesimo compleanno per l’assassinio dei suoceri. Ero andato al carcere per conoscere D. di persona in attesa del permesso ufficiale di poterlo intervistare per un libro, un permesso che non arriverà mai.

Non ho mai dimenticato il suono del cancello chiudersi dietro di me dopo la prima visita al carcere, era come nei film e incuteva paura. Peggio ancora, pensavo all’uomo che avevo conosciuto qualche ora prima che mi guardava mentre facevo le azioni che lui non poteva fare, uscire e andare dove volevo. In quegli istanti ti rendi conto di quanto sia preziosa la libertà. Ero andato al carcere per conoscere D. di persona in attesa del permesso ufficiale di poterlo intervistare per un libro, un permesso che non arriverà mai.

D. fu arrestato il giorno del diciannovesimo compleanno per l’assassinio dei suoceri. Per un ragazzo di quell’età la condanna a quasi trent’anni di carcere equivale a una condanna a vita. Ha commesso il delitto e non esistono attenuanti per l’atto ma la sua storia deve farci pensare ogni volta che leggiamo di un delitto nei giornali.

Quella di D è una storia quasi da romanzo. Era venuto in Australia una decina di anni prima in seguito alla morte del padre e dei fratelli in una faida nel sud d’Italia. Infatti, i fratelli furono uccisi al cimitero mentre portavano fiori alla tomba del padre. La madre, disperata di perdere l’unico maschio rimasto, lo inviò da parenti in Australia. Al suo arrivo si innamorò della figlia dei cugini e dopo qualche mese chiese di sposarla. I genitori, che erano cristiani ma non cattolici, dissero subito si, ma a condizione che lui facesse parte della loro setta. Nella sua ingenuità da diciottenne non esitò ad accettare e in meno di tre mesi si sposarono.

Purtroppo non si rendeva conto degli obblighi che quella setta esigeva ed entro poche settimane dalle nozze cominciò a saltare le preghiere più volte al giorno e alle funzioni regolari della loro chiesa. Così iniziarono i litigi con i suoceri che pretendevano che lui obbedisse ai loro ordini. Lui era isolato, non conosceva l’inglese e gli unici italiani che conosceva erano anche loro fedeli della setta. Infine i suoceri minacciarono di farlo divorziare dalla figlia e di rispedirlo a casa dove non era ancora sparito il rischio della faida. Una mattina trovarono i suoceri morti a letto.

Questo era quel che avevo saputo dai giornali, ma sapevo che dietro l’orrore di quei morti doveva esserci una storia di dolore umana. Non avevo la minima intenzione di giustificare un reato che lui non aveva mai ammesso di aver compiuto, ma volevo capire cosa era successo davvero.

Nel corso dei tre anni che l’ho incontrato regolarmente non disse niente direttamente tranne confermare quel che già sapevo. Poi un giorno chiese a voce bassissima, “Come poteva un diciottenne fare una cosa del genere?” capii che la sua storia nascondeva dettagli che potevano spiegare dove ti porta il dolore e la solitudine. Poi la conferma qualche settimana dopo quando disse sottovoce, ”Quando picchi sempre un cane e il cane ti morde, di chi è la colpa?”. 

L’interprete al processo era un mio amico e da lui seppi che durante le indagini la polizia trovò un registratore sotto il letto che D. condivideva con la moglie, un dettaglio che faceva capire le condizioni di vita di quel giovane sventurato. Ho saputo anche che negli ultimi mesi in quella casa D. non aveva nemmeno il passaporto che lui aveva consegnato ai suoceri all’inizio della procedura per chiedere la residenza permanente. D. era solo in tutti i sensi, in un paese dove non parlava la lingua e dove non aveva contatti tranne che con le persone con cui viveva e litigava.

Naturalmente in carcere il suo dolore è continuato, soprattutto all’inizio quando fu punito dai secondini che non credevano che non capisse l’inglese. Le condizioni sono migliorate solo dopo l’intervento degli addetti al consolato d’Italia locale, che riuscirono ad ottenere lezioni d’inglese per lui da parte delle autorità carcerarie. Questo intervento consolare non fa altro che rafforzare la convinzione che quei morti erano evitabili. In un paese dove esistono servizi capaci di aiutare gli isolati e dove assistenti sociali parlano le lingue dei loro assistiti, una situazione del genere poteva avere un’altra fine.

Si, D. aveva rotto il comandamento più forte, non ammazzare, e per questo meritava il castigo, però tutti coloro coinvolti in questa vicenda, come in tutti i casi di violenza domestica, hanno l’obbligo di fare i passi necessari per aiutare chi si perde in quei circoli viziosi che portano alla morte.

D. ha utilizzato gli anni in carcere per cercare di preparare il suo futuro in Italia dopo la scarcerazione, quando verrà deportato come non residente. Ha imparato due mestieri, il giardiniere e il cuoco. Infatti, svolge la seconda attività in carcere per guadagnare i soldi per comprare i pochi lussi concessigli.

Quando gli ho chiesto perché non chiedeva di fare il resto della detenzione in Italia, così almeno si poteva trovare vicino alla madre e alla sorella la risposta era semplice ma potente. “Voglio la fedina penale pulita in Italia, altrimenti come potrò trovare lavoro?” Non credo sarà così facile, dovrà pur sempre spiegare cosa faceva in quegli anni in Australia quando cercherà lavoro, e sicuramente le Forze dell’Ordine in Italia saranno avvisate del suo passato quando arriverà in Italia sotto scorta.

Andare a trovare qualcuno in carcere poi ti rinforza l’idea di cosa vuol dire non essere libero. Quasi tutte le visite erano al carcere di minima sicurezza e si svolgevano in una zona spaziosa che assomiglia a una grande aula, con i disegni dei figli di altri detenuti sui muri e dove potevamo anche mangiare insieme. Se non fosse stato per la barriera altissima intorno potevi pensare d’essere in una scuola, ma non avevi dubbi di trovarti in un carcere.

Le cose furono ancora peggiori nelle due visite al carcere di massima sicurezza vicino alla capitale statale, dove si trovava per visite mediche. Gli orari non erano flessibili, le visite erano controllate al minuto e lui rimaneva incatenato al tavolo per i quarantacinque minuti dell’incontro. Esci da quelle visite ben conscio del prezzo che paghi per l’aver commesso reati.

Ogni volta che lo incontravo uscivo con lo stesso pensiero su cosa avrei fatto in una situazione del genere a quell’età. È una domanda senza risposta, non solo perché non siamo tutti uguali, la risposta più banale, ma soprattutto perché ho avuto la fortuna di non trovarmi ad affrontare situazioni del genere, a partire dalla faida che iniziò il giro di morti.

Non lo vedo da anni, ma so che il castigo sta per finire, a meno che non sia già uscito. Mi chiedo cosa penserà dell’Italia che non vede da quasi trentanni, anche se nel paese d’origine le condizioni che crearono la faida non sono del tutto sparite, una tragedia italiana che vediamo fin troppo spesse nelle cronache italiane.

Non dimenticherò mai D. perché la sua storia insegna che ogni azione ha il suo prezzo e non sempre sai quel che ti costerà. Il suo è un caso estremo, ma averlo conosciuto mostra che non potremo mai capire fino in fondo cosa siamo capaci di fare quando pensiamo di non avere scelte.

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The Prisoner

D had been arrested the day of his nineteenth birthday for the murder of his in-laws. I had gone to the jail to meet D as I waited for the official permission to interview him for a book, permission that never came.

I have never forgotten the sound of the gate closing behind me after the first visit to the prison. It was like in a movie and it is frightening. Worse still, I thought of the man I had met a few hours before who was watching as I took the steps he could not take, to leave and to go wherever I wanted. In those instants I understood how precious freedom is. I had gone to the jail to meet D as I waited for the official permission to interview him for a book, permission that never came.

D had been arrested the day of his nineteenth birthday for the murder of his in-laws. For a young man of that age the nearly thirty year sentence was the equivalent of a life sentence. He had carried out the murders and there are no extenuating circumstances for that act but his story must make us think every time we read of a murder in the newspapers.

D’s story is almost a story of a novel. He had come to Australia about ten years before after the murders of his father and brothers in a faida (blood feud) in Italy’s south. The mother who was desperate not to lose her remaining son had sent him to relatives in Australia. On his arrival he fell in love with her cousins’ daughter and after a few months he asked permission to marry her. The parents, who were Christians but Catholics, immediately said yes but on the condition that he became part of their sect. In his naiveté of an eighteen year old he did not hesitate to accept and they married less than three months later.

Unfortunately he did not realize the obligations that sect demanded and within a few weeks he began to miss the prayer sessions a number of times a day and the regular ceremonies at their church. So began the arguments with the in-laws who demanded that he obey their orders. He was alone, he did not speak English and the only Italians he knew were also members of the sect. Finally, the in-laws threatened to make their daughter divorce him and to send him home where the risk of the faida had not disappeared. One morning the in-laws were found dead in their bed.

This is what I had read in the newspapers but I knew that behind the horror of those deaths there had to be a story of human pain. I did not have the slightest intention to justify the crime that he never admitted to committing but I wanted to understand what had really happened.

Over the three years I met him regularly I said nothing directly except to confirm the details I already knew. And then one day he said in a very low voice “How could an eighteen year old do something like that?” I understood that his story hid details that could teach us where pain and loneliness can take you. The confirmation came a few weeks later when he whispered, “When you always strike a dog and the dog bites you, whose fault is it?”

The interpreter at the trial was a friend of mine who told me that during the investigations the Police had found a tape recorder under the bed D shared with his wife, a detail that explained the conditions under which that unfortunate young man had lived. I also found out that during those final months in the house D did not even have his passport that he had given to his father in law at the start of the application for permanent residency. D was alone in every sense, in a country where he did not speak the language and where he had no contacts except with the people with whom he lived and was arguing.

Naturally his pain continued in jail, especially at the start when he was punished by the jailers who did not believe he did not understand English. The conditions improved only after the intervention of the staff from the local Italian Consulate who managed to organize English language lessons for him with the prison authorities. That intervention by the Consulate only reinforced my belief that those deaths were avoidable. In a country where there are services that can help those who are alone and where welfare workers speak the language of their clients this sort of situation could have had another conclusion.

Yes, D had broken the strongest commandment, do not kill, and for this reason he deserved his punishment. However, all those involved in this matter, as in all cases of domestic violence, had the duty to take the necessary steps to help those who were lost in those vicious circles that lead to death.

D had used the years in jail to try and prepare for his future return to Italy after his release when he will be deported as a non-resident. He learnt two trades, gardening and cooking. In fact, he carries out the second activity to earn the money to buy the few luxuries he was allowed.

When I asked why he did not ask to finish his sentence in Italy so at least he would be close to his mother and sister the reply was simple and powerful. “I want to have a clean sheet in Italy, otherwise how will I be able to find work?” I do not believe it will be that easy explaining what he did in Australia for all those years and surely Italy’s Police will be advised of his past when he arrives there under guard.

Going to visit someone in jail then reinforces your idea of what it means to be free. Nearly all my visits were in the minimum security prison where they took place in a large open space that looks like a class room with drawings by the children of other inmates on the walls and where we could have lunch together. If it had not been for the very high barrier surrounding us you could have thought we were in a school but you had no doubts you were in a prison.

Things were even worse during the two visits at the maximum security prison close the state’s capital where he had gone for two medical examinations. The visiting times were not flexible and he was chained to the table for the forty five minutes of the visit. You left the visit well aware of the price you pay for committing a crime.

Every time I met him I left the meetings with the same thought of what I would have done at that age in such a situation, There is no answer to that question, not only because we are not the same, the most banal answer, but especially because I had the luck to not find myself dealing with such a situation, starting with the faida that started the round of deaths.

I have not seen him for years but I know that the sentence is about to end, unless he has already been released. I wonder what he will think about the Italy he will find and that he has not seen for almost thirty years, even if the conditions in his town of origin that caused the faida may not disappeared completely. This is an Italian tragedy that we have seen all too often in the newspapers in Italy.

I will never forget D because his story teaches us that every action has its price and we do not always know what it will costs us. His is an extreme case but having known him shows that we never fully understand what we can do when we think we have no choices.

Dittature: a sinistra e a destra – Dictatorships: of the left and of the right

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Dittature: a sinistra e a destra

Nel corso degli ultimi 120 anni, dall’inizio del ‘900, il mondo ha visto molte dittature, sia di destra che di “sinistra”. Con l’eccezione franchista spagnola, nessuna di esse durò molto

La Grande Guerra vide la fine di tre grandi imperi, il russo, il tedesco e l’austriaco. Il primo diventò la prima dittatura “comunista”, l’URRS (Unione di Repubbliche Socialiste Sovietiche). Pochi anni dopo il secondo e terzo diventarono la più grande dittatura di destra, il Reich di Hitler, la seconda dittatura di destra dopo quella di Mussolini in Italia.

La guerra scatenata da Hitler nel 1939 portò alla fine del colonialismo e quindi l’impero britannico che diventò il Commonwealth. Quella guerra segnò anche un passaggio fondamentale per la creazione della seconda dittatura “comunista”, quella di Mao in Cina.

Con la fine degli imperi la Storia è stata segnata da democrazie (anche monarchiche) e dittature di sinistra e destra.

Ma nel trattare le dittature dobbiamo porci due domande. Davvero possiamo parlare di dittature “comuniste/socialiste”? E la seconda domanda; perché nessuna delle dittature di destra è mai sopravvissuta al proprio fondatore? In seguito a questa seconda domanda sorge il grande dubbio verso i “nostalgici”: perché gli estremisti di destra sognano il ritorno di sistemi di governo che hanno fallito?

Comunista o no?

Basta leggere le opere di Marx per capire che le dittature in Russia e in Cina non sono mai state di sinistra, cioè comuniste o socialiste, secondo i principi base marxisti. Infatti, Marx aveva escluso specificamente un paese dalle sue teorie sociali. La Russia imperiale era ancora uno stato feudale, e quindi mancava la classe che doveva compiere la sua “rivoluzione” , il proletariato, ovvero la classe operaia. Questo in effetti escludeva anche la Cina che si trovava nelle stesse condizioni.

Quel che abbiamo visto in quei due paesi sono state rivolte dirottate dagli eventuali dittatori Stalin e Mao, sotto le vesti degli ideali fin troppo utopistici di Marx che sognava un mondo “perfetto” ma non faceva conto delle ambizioni e la cattiveria dell’uomo.

Lenin aveva capito che la mancanza del proletariato era un fallo, perché doveva essere quella classe sociale a compiere la “rivoluzione”. Di seguito la sua versione di Marx fu un partito centrale che doveva dirigere la rivolta. Lenin morì troppo presto per sapere cosa avrebbe fatto al potere, ma la struttura lasciata da lui fu la base non solo per la dittatura di Stalin ma anche per la capacità del Politburo, l’organo supremo del Partito Comunista dell’URSS, a mantenere il potere non solo dopo la morte di Stalin, ma per mantenerlo fino allo scioglimento dell’URSS nel 1991. In effetti questo scioglimento fu anche causato dell’incapacità del Politburo di controllare le sempre più pressanti pressioni dalle molte etnie nell’URRS e dalle forze politiche, economiche e finanziarie internazionali

Mao in Cina prese il potere dopo la guerra di liberazione contro i giapponesi e poi una guerra civile orrenda. Naturalmente ebbe l’appoggio dell’URRS e formò la versione cinese del Politburo che permise al partito di mantenere il potere dopo la dittatura maoista fino ad oggi.

Indubbiamente queste due dittature non erano marxiste, ma utilizzarono il comunismo per coprire i due culti di personalità verso Stalin e Mao. A prova di ciò, nella versione cinese il “verbo comunista” non erano gli scritti di Marx bensì il “libretto rosso” dei suoi detti, che fu l’ispirazione per la rovinosa “Rivoluzione Culturale” tra il 1966-76.

In tutti e due i paesi i dittatori presumibilmente “comunisti” hanno potuto mantenere il potere con la repressione di qualsiasi forma di critica verso di loro. Non esistono nelle opere di Marx riferimenti all’uso della repressione contro l’opposizione.

Ci vuole poco, leggende le opere di Marx a capire che lui sarebbe stato il primo a criticare queste dittature, per questo non erano “comuniste/socialiste”, ma solo e “semplicemente” forme particolari di totalitarismo.

Italia e Germania

Le prima dittature “di destra” furono quella di Mussolini in Italia e quella di Hitler in Germania.

Al contrario della Rivoluzione Russa pochi anni prima, questi governi furono eletti democraticamente per poi prendere il potere assoluto con il pretesto di “emergenze nazionali”. In Italia in seguito all’assassinio del parlamentare socialista Giacomo Matteotti nel 1926 da parte di squadristi fascisti, e in Germania dopo il rogo doloso del Reichstag (l’edificio del parlamento) nel 1933, presumibilmente per ”un complotto comunista”, ma in realtà voluto da nazisti per fornire una scusa a Hitler per impadronirsi del potere.

In entrambi i casi vinsero le elezioni sulle paure della “minaccia comunista/sovietica” e le delusioni delle popolazioni dei governi nazionali deboli prima e dopo la Grande Guerra.

Hitler, che prese il potere 11 anni dopo Mussolini, ammirava apertamente il Duce e copiò alcune delle sue tattiche politiche, però c’era una grande differenza tra i due dittatori.

Benché entrambi erano al centro di culti di personalità, il potere di Mussolini si basava solo sulla sua personalità e il suo modo di parlare con il popolo che lo seguì in guerra tre volte. Al contrario, Hitler non nascose mai la base delle sue ambizioni basate sulla supremazia della razza e la paura della minaccia non solo “comunista”, ma particolarmente degli ebrei. Lo scrisse senza indugi nel suo libro Mein Kampf (La mia lotta) redatto durante l’incarcerazione dopo il fallito tentativo di golpe a Monaco di Baviera nel 1923.

Il fallimento del golpe gli fece capire che l’unica strada per il potere passava per la democrazia che disprezzava come “debole”. Il destino fu tale che due democrazie, il Regno Unito e il suo Impero del tempo insieme agli Stati Uniti, più l’odiata URSS staliniana, sarebbero stati i mezzi della distruzione della sua dittatura.

Tutte e due queste dittature di destra caddero in seguito alla guerra che avevano scatenato in nome della loro “supremazia” con costi enormi, a partire dalle vite perse dei cittadini che credevano nelle loro chimere. E bisogna sempre ricordare che sia Hitler che Mussolini lasciarono i loro paesi in rovina con moltissimi milioni di morti. Allo stesso modo, le varie dittature di destra/militari nel corso del 900 hanno lasciato le loro popolazioni più povere dei predecessori democratici che criticavano per le loro “debolezze”.

È interessante notare che in quell’epoca c’era un’altra dittatura di destra in Europa, quella di Francisco Franco in Spagna, che prese il potere dopo una rivolta contro il proprio governo e con l’aiuto di Hitler e Mussolini. Lui rifiutò di entrare in guerra al fianco di Hitler e poté mantenere il suo potere fino alla sua morte nel 1975. È divertente far notare che dopo l’incontro con il Caudillo spagnolo, Hitler disse che avrebbe preferito farsi tirare tutti i denti piuttosto che negoziare di nuovo con Franco.

Ma il tempo diede ragione al Caudillo. Incredibilmente, Franco capì che il suo regime non aveva un futuro dopo di lui, e organizzò il ritorno della famiglia reale dall’esilio per l’eventuale ritorno della democrazia in Spagna dopo la sua morte.

Il Caudillo aveva capito quel che Hitler e Mussolini non furono capaci di capire e quel che i “nostalgici” del nazismo e fascismo oggi rifiutano di riconoscere, che tutte le dittature di destra sono fallite, non solo in termini economici, ma, ancora più importante, in termini di vite umane come anche in diritti umani.

Perché?

Nel corso degli ultimi 120 anni, dall’inizio del ‘900, il mondo ha visto molte dittature, sia di destra che di “sinistra”. Con l’eccezione franchista spagnola, nessuna di esse durò molto, spesso per interventi delle superpotenze, in modo particolare degli Stati Uniti, ma due di loro, quelle “comuniste” dell’URSS e la Cina, sono sopravvissute ai loro fondatori e per vari decenni grazie ai sistemi dei loro partiti.

Nei casi delle dittature di destra, e qui includiamo quelle militari in Sud America che si modellano sulle dittature in Italia e Germania, il loro fallimento  si trovava solo nel loro sogno “di ordine e legalità” e di potere,  senza capire che questi concetti sono l’antitesi di quel che sono alla base della politica vera, i diritti universali dell’Uomo.

Però, come abbiamo già notato, molti dei politici dell’estrema destra in tutto il mondo sogna proprio questi come i modelli da utilizzare nel futuro, compresa l’Italia che pagò un prezzo carissimo per il Ventennio mussoliniano.

La domanda viene spontanea è semplice, perché?

Nessuno può dire che il modello marxista abbia avuto successo, semplicemente perché non fu mai utilizzato tranne che nel nome. Invece ogni giorno vediamo chi sogna il ritorno di politiche, anzi totalitarismi, che hanno scatenato orrore e distruzione nel mondo. La destra politica ha modelli realistici politici da poter utilizzare per costruire un futuro migliore, perché è proprio il futuro che deve essere l’ambizione di qualsiasi politico serio, di qualsiasi colore politico e non solo il ritorno al passato.

Sarebbe interessante chiedere ai “nostalgici” perché pensano al ritorno del passato fallimentare invece di costruire una vita migliore nel futuro per i nostri figli.

 

di emigrazione e di matrimoni

 Dictatorships: of the left and of the right

Over the last 120 since the start of the 1900s the world has seen many dictatorships, both of the right and the “left”. With the exception of Franco’s s dictatorship in Spain, none of them lasted long

The Great War saw the end of three great empires, the Russian, the German and the Austrian. The first became the first “communist” dictatorship, the USSR (Union of Soviet Socialist Republics). A few years later the second and third became the great dictatorship of the right, Hitler’s Reich, the second right wing dictatorship after Mussolini’s Italy.

The war unleashed by Hitler in 1939 brought the end of Colonialism and therefore the British Empire became the Commonwealth. That war also marked a fundamental passage in the creation of the second “communist” dictatorship, Mao’s China.

Since the end of the empires history has been marked by Democracies (including Monarchies) and dictatorships of the “left” and the right.

But in dealing with dictatorships we must ask two questions. The first: can we truly talk about “communist/socialist” dictatorships? And the second question; why have none of the right wing dictatorships survived their founders? As a result of the second question, the great doubt arises concerning those who are “nostalgic” about the right wing dictatorships; why do right wing extremists dream the return of systems of government that failed?

Communist, yes or no?

It is enough to read the works of Carl Marx to understand that the dictatorships in Russia and China were never left wing, that is neither communist nor socialist according to the basic Marxist principles. In fact, Marx specifically excluded one country from his social theories. Imperial Russia was still a feudal state and therefore the class that should have carried out his “revolution”, the proletariat, in other words, the working class, was missing. Effectively this also included China that was in the same conditions.

What we saw in these two countries were revolts hijacked by the eventual dictators, Stalin and Mao under the guise of the all too utopian ideals of Marx who dreamed of a “perfect” world but who did not take into account the ambitions and viciousness of Man.

Lenin had understood that the lack of the proletariat was a fault because it was the class that should have carried out the “revolution”. Subsequently his version of Marx was in the form of a central party to lead the revolt. Lenin died too early for us to know what he would done in power but the structure he left behind was the basis not only for Stalin’s dictatorship but also for the capacity of the Politburo, the supreme organ of the Communist Party of the USSR, to maintain power not only after Stalin’s death but to keep it up to the dissolution of the USSR in 1991. Effectively this dissolution was also caused by the incapacity of the Politburo to control the increasingly growing pressures of the many ethnicities in the USSR and also from the world’s political, economic and financial forces.

Mao in China took power after the War of Liberation against the Japanese and then a horrifying civil war. Naturally he had the support of the USSR and formed the Chinese version of the Politburo and this allowed the party to keep power after Mao’s dictatorship up to the present day.

Undoubtedly these two dictatorships were not Marxist but used communism to cover two personality cults around Stalin and Mao. As proof of this, in the Chinese version the “communist gospel” was not what Marx wrote but rather the “Little Red Book” of his sayings that was the inspiration for the ruinous “Cultural Revolution” between 1966 and 1976.

In both countries the presumably “communist” dictators kept power with the repression of any form of criticism towards them. There is no work by Marx that refers to the use of repression against the opposition.

Reading Marx’s works it takes little to understand that he would have been the first to criticize these dictatorships and for this reason they were not “communist/socialist” but only and ”simply” specific forms of totalitarianism.

Italy and Germany

The first dictatorships of “the right” were those of Mussolini in Italy and Hitler’s in Germany.

Unlike the Russian Revolution a few years before, these governments had been elected democratically and then took absolute power under the pretext of “national emergencies”. In Italy it was after the assassination of socialist parliamentarian Giacomo Matteotti in 1926 by fascist squadristi (paramilitary forces) and in Germany after the burning of the Reichstag (the parliament’s building) in 1933 presumably by a “communist conspiracy” but in truth by Nazis to give an excuse for Hitler to grab power.

In both cases they had won the elections due to the fear of the “communist/soviet” threat and the population’s disappointment after weak national governments before and after the Great War.

Hitler, who took power 11 years after Mussolini, openly admired the Duce and copied some of his political tactics, however these was a great difference between the two dictators.

Although both were at the centre of personality cults, Mussolini’s power was based only on his personality and his manner of speaking to the people who followed him to war three times. On the contrary, Hitler never hid that the foundation of his ambitions were based on racial supremacy and the fear of not only the “communist” threat but especially that of the Jews. He wrote this without hesitation in his book Mein Kampf (My struggle) that he wrote in prison during his incarceration following the failed coup d’état in Munich in 1923.

The failure of the coup made him understand that the only road to power was through the democracy he despised as “weak”. Destiny was such that two democracies, the United Kingdom and its empire of the time and the United States together with the even more hated Stalinist USSR would be the means for the destruction of his dictatorship.

Both these right wing dictatorships fell following a war they had unleashed in the name of their “supremacy” with enormous costs, starting with the lives lost of their citizens who believed in their delusions. And we must remember that both Hitler and Mussolini left their countries in ruins and with many millions of dead in many countries. In the same way the various right wing/military dictatorships during the 20th century left their populations poorer then the democratic predecessors that they criticized for being “weak”.

It is interesting to note that there was another right wing dictatorship in Europe at the time, that of Francisco Franco in Spain who took power after a revolt against his government and with the help of Hitler and Mussolini. He refused to enter the war beside Hitler and he was able to hold power until his death in 1975. It is amusing to note that after his meeting with the Spanish Caudillo Hitler said he would rather have all his teeth pulled out rather than negotiate with Franco again.

But time proved the Caudillo right. Incredibly, Franco understood that his regime had no future after him and he organized the return of the Royal Family from exile for the eventual return of democracy to Spain after his death.

The Caudillo understood what Hitler and Mussolini were not able to understand and what those who are nostalgic for the return of Nazism and fascism refuse to recognize, that all the right wing dictatorships have failed, not only in economic terms but even more importantly in terms of human lives, as well as human rights.

Why?

Over the last 120 since the start of the 1900s the world has seen many dictatorships, both of the right and the “left”. With the exception of Franco’s s dictatorship in Spain, none of them lasted long due to interventions of the superpowers, especially the United States, and two of them, the “communist” USSR and Mao’s China survived their founders and for number of decades thanks to their party systems.

In the cases of the right wing dictatorships, and here we include the military dictatorships in South America that model themselves on those in Italy and Germany, their failure in based only on their dream of “law and order” and of power without understanding that these concepts are the antithesis of what is the real foundation of true politics, universal Human Rights.

However, as we have seen, many extreme right wing politicians around the world dream of these very models to be used in the future, including in Italy which paid a very high price for Mussolini’s twenty years of dictatorship.

The question that arises is spontaneous and simple, why?

Nobody can say that Marx’s model was successful because it was simply never used except in name. Instead every day we see those who dream the return of the policies, or rather the totalitarianism, which unleashed horror and destruction around the world. Right wing politics has realistic models that can be used to build a better future because it is precisely the future that must be the ambition of any serious politician, of any political colour and not solely the past. 

It would be interesting to ask these “nostalgics” why they think about the return of the failed past rather instead of building a better life in the future for their children.

Cercando le tue origini italiane – Looking for your Italian origins

di emigrazione e di matrimoni

Cercando le tue origini italiane

Ognuno di noi ha avuto un periodo in cui ci siamo chiesti chi eravamo e da dove siamo venuti.

Questa ricerca è facile per chi nasce in una famiglia che da molte generazioni vive nella stessa città o paesino. Basta andare al cimitero e fare le ricerche al comune per vedere con i propri occhi il passaggio del tempo.

Ma per i discendenti degli emigrati, soprattutto oltre la seconda generazione nata nel nuovo paese di residenza, questa voglia naturale diventa sempre più difficile da soddisfare per motivi che non sembrano ovvi all’inizio del percorso, ma il tempo dimostra che quel che cerchiamo non sempre è proprio quel che immaginavamo quando ci siamo chiesti per la prima volta “Chi sono io?”.

Per la prima generazione nata all’estero, soprattutto nei casi dove c’erano anche i nonni, i racconti dei genitori e nonni ci danno dettagli facili, come il paese o paesi d’origine, il nome della nave, magari l’anno dell’arrivo. Questi sono i dettagli che iniziano il percorso di scoperta del proprio passato.

Però, in un certo numero di casi, e bisogna fare ricerche su questo perché non sappiamo quanti, la strada verso il passato riserva sorprese che molti non potevano immaginare. A volte le sorprese sono belle, ma dai commenti dei social, sappiamo che per alcuni le scoperte non erano affatto quel che aspettavano e alcuni hanno dovuto affrontare situazioni, o anche casi storici, che non pensavano mai di incontrare nella propria vita, tantomeno legati alla propria famiglia.

La memoria inesistente

 Vogliamo indirizzare questo articolo verso coloro che non hanno mai conosciuto gli avi immigrati, oppure che erano così giovani quando questi sono deceduti che ricordano solo vagamente frasi e commenti che nel corso del tempo, come accade in qualsiasi essere normale, cambiano e/o diventano vaghi.

Quelle famiglie che hanno conservato i documenti dei nonni o bisnonni hanno già una base solida da dove iniziare la ricerca delle origini. Loro hanno i nomi precisi, date e luoghi di nascita che sono i prerequisiti per continuare, ma, come vedremo sotto, spesso questi dettagli non bastano da soli.

Per coloro che non hanno queste documenti i falli della memoria e la mancanza di dettagli creano problemi che possono essere difficili da superare.

Città o provincia?

 Ogni giorno sulle pagine di Facebook degli italo-americani vediamo qualcuno chiedere chi conosce la famiglia “tal dei tali” a Palermo/Napoli/Roma, ecc., ecc. Inevitabilmente sono di quarta, quinta e oltre generazioni, che non sanno da dove iniziare la loro ricerca. Questo dimostra chiaramente che sanno poco delle loro origini, come dimostra che sanno poco della realtà dei nonni.

Molti emigrati italiani, particolarmente del sud d’Italia, utilizzano il nome della grande città più vicina per evitare di dover spiegare ripetutamente da dove vengono. In Australia abbiamo conosciuto molti emigrati di Benevento e Avellino, città poco conosciute all’estero, che dicono che vengono da Napoli, la metropoli più vicina. Ci vuole poco per capire che cercare a Napoli è un conto e cercare nella città vera d’origine è tutt’altra cosa, o in un altro luogo nella provincia di Napoli…

Naturalmente questo vuol dire che nella maggioranza dei casi i nipoti e pronipoti non sanno esattamente da dove iniziare. Per questi l’inizio viene dalla documentazione dei loro paesi di nascita. Tramite l’anagrafe locale possono controllare gli archivi dei matrimoni, nascite e decessi per risalire ai nomi degli avi e, se sono fortunati, il luogo d’arrivo e di partenza per il loro nuovo mondo.

Questo non è sempre facile. Il caso di Ellis Island a New York da un esempio delle difficoltà di queste ricerche. È ben noto che nomi e cognomi, come anche luoghi d’origine, sono stati cambiati da burocrati al loro arrivo, e questo già crea un altro livello di difficoltà per i discendenti che vogliono sapere da dove vengono. Purtroppo, in un numero di casi che nessuno oggigiorno può calcolare con precisione, questi dettagli sono stati cambiati dagli immigrati stessi per molti motivi che discuteremo.

Tradizioni

Una volta identificato il luogo d’origine le ricerche si fanno poi in Italia, ma anche qui quel che sembra una ricerca semplice ha delle barriere, create dalla Storia e dalla tradizione.

Nel caso della Storia, come paese in guerra nel corso dei secoli, compreso otto decenni fa, l’anagrafe di molti comuni a volte è incompleta o mancante del tutto per i danni bellici. A volte le parrocchie possono dare dettagli, come anche una ricerca nei cimiteri locali, ma queste tragedie del passato possono creare problemi insuperabili.

Però, l’ostacolo più difficile da snodare viene da una tradizione italiana, particolarmente nelle regioni del sud. Quella di dare i nome dei nonni ai nipotini, quindi in molti paesi esistono molti omonimi che sono difficili da differenziare senza sapere i dettagli precisi di ciascuno. La cugina di mia madre ha trovato questa barriera nella ricerca dell’albero genealogico. Per poterlo completare lei e suo marito sono andati in Australia specificamente per parlare con mia madre e suo fratello che hanno potuto identificare quali omonimi erano parenti stretti, quali di altri rami e quali non parenti affatto. Purtroppo, questo non sempre è possibile per tutti grazie alla crudeltà del tempo.

Non per questo è impossibile trovare le radici, ma spiega benissimo perché queste ricerche sono costose e che non bisogna fidarsi di ricerche veloci online, oppure di agenzie non sempre affidabili che promettono prezzi “ragionevoli”. Il prezzo ragionevole non vale niente se poi i parenti trovati non sono quelli veri

Sorprese inattese

 Ieri su Facebook un giovane italo-americano ha chiesto online aiuto per trovare parenti. Quel che ha reso la sua domanda unica era l’ammissione a una risposta che i nonni diedero alla famiglia di “non cercare di rintracciare le origini”. Infatti, qualche mese fa un altro utente ha avvisato un altro che aveva difficoltà nel rintracciare la sua famiglia scrivendo che “quando fai le ricerche non sempre sai quel che troverai”.

Benché nella grande maggioranza dei casi gli emigrati erano onesti, non possiamo negare che questo sia sempre il caso. È facile pensare ai componenti della malavita che si trasferivano all’estero, ma i casi possono essere molti. Sappiamo chi ha lasciato l’Italia per fuggire da un matrimonio infelice quando non c’era il divorzio nel paese, chi è sfuggito da una faida (oppure responsabile di una faida…), chi in seguito a scandali finanziari, debiti, ecc., persino chi è emigrato perché la ragazza era incinta.

Oggigiorno i moderni passaporti e tecnologie renderebbero fughe del genere difficili se non impossibili, ma prima del 1924 quando i passaporti erano semplici documenti con timbri senza foto, sarebbe stato facile ottenere un passaporto falso, oppure appena arrivato nel paese nuovo cambiare nome e semplicemente “sparire nel nulla”. Per questi motivi bisogna pensare che non tutti coloro che hanno avuto cambi di nomi a Ellis Island siano stati casuali, ma decisioni intenzionali da parte del nuovo emigrato.

Senza dimenticare casi specifici dopo la Seconda Guerra Mondiale di ex fascisti che sono sfuggiti all’estero per non dover subire le reazioni delle vittime delle repressioni della dittatura. Con l’amnistia di Togliatti questi reati furono condonati ma ovviamente i genitori/nonni non hanno mai spiegato questo ai loro figli/nipotini.

E a pagare il prezzo di questi comportamenti sono i discendenti che possono trovarsi a riscoprire episodi del passato che i nonni e bisnonni avevano offuscato decenni prima.

Accoglienza famigliare

 Infine, quando il discendente si trova in Italia e finalmente bussa alla porta del parente l’accoglienza non è sempre quella attesa. Naturalmente molti di loro hanno avuto accoglienze calorosissime da chi non si sentiva dall’estero per tanti anni.

Tristemente molti hanno avuto accoglienze fredde, a volte per il motivo dell’emigrazione come abbiamo appena spiegato, oppure per motivi di eredità, a volta già divise senza preavviso ai parenti all’estero, oppure ancora da compiere e si trovano con parenti nuovi che non conoscevano con diritto alla proprietà.

Trovare la famiglia è una cosa bella e molti discendenti vogliono intraprendere quella strada e incoraggiamo loro di farlo. Ma, allo stesso tempo, devono capire che per molti di loro sarà un viaggio verso un passato ignoto a loro, e non sempre quel che troveranno è quel che pensavano il giorno che hanno sfogliato per la prima volta i documenti per trovare la loro famiglia persa.

Ma non per questo non devono fare il tentativo.

E anche queste sono storie che dobbiamo sapere, e perciò ripetiamo il nostro invito ai lettori di inviarci le loro esperienze personali per far capire al mondo la realtà dell’Emigrazione Italiana in giro per il mondo. Inviate le vostre storie a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

Looking for your Italian origins

Each one of us has had a time in which we asked ourselves who we were and from where we came.

This search is easy for those born into a family that has lived in the same city or town for many generations. They only have to go to the cemetery and to do the research in the registry office to see the passage of time with their own eyes.

But for the descendants of migrants, especially those after the second generation born in the new country of residence, this natural desire becomes more and more difficult for reasons that are not obvious when starting on the path but time shows that what we are looking for is not always exactly what we imagined when we asked ourselves for the first time “Who am I?”.

For the first generation born overseas, especially those who also had the grandparents, the stories from the parents and grandparents gave us easy details, such as the town or towns of origins, the name of the ship and maybe the year of arrival. These are the details that start the path to discover our past.

However, in a certain number of cases, and we need to carry out research on this because we do not know how many, the road to the past reserves surprises that many could not imagine. Sometimes the surprises are beautiful but from the comments on the social media we know that for some the discoveries were not at all what they expected and some had to deal with situations, or even episodes of history, that they never thought they would encounter in their lives, least of all linked to their family.

The inexistent memory

We want to aim this article at those who have never known their forebears, or they were so young when they passed away that they only remember vague phrases and comments that over time, as happens with any normal human being, change and/or become vague.

Those families that preserved the documents of the grandparents or great grandparents already have a solid foundation for which to start the search for the origins. They have the exact names, dates and places of birth that are the prerequisites for continuing but, as we will see below, often these details are not enough on their own.

For those who have not these documents the holes in the memory and the lack of details create problems what can be hard to overcome.

City or province?

Every day on the Facebook pages of the Italian Americans we see someone ask for people who know the “so and so” family from Palermo/Naples/Rome, etc., etc. Inevitably they are of the fourth, fifth or more generation who do not know from where they have to begin their search. This clearly shows that they know little of their origins, just as this also shows that they know little of their grandparents’ reality.

Many Italian migrants, especially from Italy’s south, use the name of the closest big city to avoid having to repeatedly explain from where they come. In Australia we knew many migrants from Benevento and Avellino, cities that are little known overseas, who say they came from Naples, the closest big city. It takes little to understand that looking in Naples is one thing and looking for the true city of origin or another place in the province of Naples is another…

Naturally this means that in the majority of cases the grandchildren and great grandchildren do not know exactly from where to start. One beginning comes from checking the documentation in their country of birth. They can check the weddings, births and deaths registers to go back to the names of the forebears and, if they are lucky, the places of arrival and departure for the new world.

This is not always easy. The case of Ellis Island in New York gives an example of the difficulty of this sort of research. It is well known that names and surnames, as well as the place of origin, were changed by the bureaucrats on their arrival and this already creates another level of difficulty for the descendants who want to know from where they came. Unfortunately, in a number of cases that nobody today can calculate precisely, these details were changed by the migrants themselves for reasons we will discuss later.

Traditions

Once the place of origin has been identified the research then goes to Italy but here too what seems simple research has barriers created by history and tradition.

In the case of history, as a country at war over the centuries, including only eight decades ago, the local council registry offices are sometimes incomplete or totally missing due to damage in wartime. Sometimes the local parishes can give details, as well as a search of the local cemeteries, but these tragedies from the past can cause problems that can be insuperable.

However, the biggest knot to unravel comes from an Italian tradition, especially in Italy’s southern regions. The tradition of giving the grandparents’ surnames to the grandchildren means that in a lot of towns there are many people with the same name and it is hard to differentiate between them without exact details of each one. My mother’s cousin found this barrier when researching our family tree. In order to complete the work she had to go to Australia to specifically to talk with my mother and her brother who were able to identify which people with the same names were close relatives, which came from other branches and which were not related at all. Unfortunately, this is not always possible for everyone thanks to the cruelty of time.

This does not mean it is impossible to find the roots but it explains very well why this research is very expensive and that we must not trust quick online searches or agencies that are not always reliable which promise “reasonable” prices. The reasonable price is worth nothing if the relatives we find are not the real ones.

Unexpected surprises

Yesterday on Facebook a young Italian American asked for help to find relatives. What made his request unique was the admission in a reply that the grandparents told the family “never to try and trace back”. In fact, a few months before another user told a lady who had difficulty in tracing her past that “when you do the research you do not always know what you will find”. 

Although the great majority of migrants were honest, we cannot deny that this is not always the case. It is easy to think of members of crime gangs who moved overseas but the cases can be many. We know of people who left Italy to escape from unhappy marriages when there was no divorce in Italy, those who ran away from faide (blood feuds normally in the South) or those who were responsible for them or following financial scandals, debts, etc, and even who migrated because the girlfriend was pregnant.

Today modern passports and technology would make these escapes difficult if not impossible but before 1924 when the passports were simple stamped documents with no photo it would have been easy to obtain a false passport or, as soon as he or she arrived in the country to change name and simply “disappear from sight”. For these reasons we must understand that not all the changes of names at Ellis Island were random but deliberate decisions on the part of the new migrant.

Without forgetting the specific cases after World War Two of ex-fascists who fled overseas to avoid suffering the reactions of their victims for the repression under the dictatorship. With the amnesty of then Justice Minster Togliatti these crimes were pardoned but obviously the parents/grandparents never told this to their children/grandchildren.

And the ones who pay the price for this behaviour are the descendants who can find themselves rediscovering episodes from the past that the grandparents and the great grandparents had hidden decades before.

Family welcome

In the end, when the descendant is in Italy and finally knocks on the relative’s door the welcome is not always what was expected. Naturally many of them had very warm welcomes from those they had not heard form for many years.

Sadly many others had cold receptions, sometimes due to the reason for the migration as we just explained or for reasons of inheritance that at times were already divided without advising the relatives overseas or that were still to be divided and they now find themselves with new relatives with rights to the property they did not know about. 

Finding the family is beautiful and many descendants want to undertake this road and we encourage them to do so. But, at the same time, they must understand that for many of them it will a journey into a past that they do not know and not always what they find is what they expected the day they first leafed through the documents to find their lost family.

But this is not the reason they should not make the attempt.

And these too are stories that we must know and therefore we repeat our invitation to readers to send us their personal experiences to let the world understand the reality of Italian Migration around the world. Send your stories to: [email protected]

Democrazie in difficoltà in quattro parole – Democracy in difficulty in four words

di emigrazione e di matrimoni

Democrazie in difficoltà in quattro parole

Cosa hanno in comune le seguenti frasi: “Mussolini ha sempre ragione”e “Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia”? Furono pronunciate dallo stesso uomo, Leo Longanesi.

La prima frase, scritta da lui, fece parte del notorio “Decalogo fascista” e fu la base del culto di personalità, che nel 1943 vide Longanesi scappare dalla dittatura in caduta per andare dalla parte degli alleati a Napoli, per poi fare la seconda dichiarazione a Roma nel 1945.

Longanesi non era solo un editore importante, ma anche un giornalista, partecipante e osservatore acuto di un mondo simile a quel che vediamo oggi. Non era un semplice fascista, era amico di Mussolini e fece parte della Marcia su Roma dell’ottobre 1922 che portò al primo governo mussoliniano, l’anteprima della dittatura che portò l’Italia in tre guerre.

Mussolini, come Longanesi, era un giornalista e capiva l’importanza del messaggio, anche se il contenuto non era sempre quel che sembrava. Però, al contrario di Longanesi, non capì gli eventuali effetti di frasi come la  prima per creare il culto di personalità attorno al suo personaggio, e la delusione di molti suoi estimatori che, come Longanesi, lo abbandonarono quando capirono che il Ventennio stava per raggiungere la sua fine.

Quel primo governo mussoliniano, come il primo governo hitleriano in Germania, entrambi eletti democraticamente, furono la risposta di una popolazione delusa dai propri politici che votò per un “uomo forte” capace di mettere il paese sulla “rotta giusta”. Come in tutti gli altri casi del genere, questi “uomini forti” erano soltanto una chimera.

Oggigiorno vediamo una delusione simile in molte democrazie moderne che recentemente hanno visto instabilità politica in paesi tradizionalmente stabili compresi gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Australia, e sta creando anche dubbi sul futuro dell’Unione Europea nata con la speranza di evitare guerre come quelle scatenate dalle dittature in Germania e Italia.

Recentemente il ricercatore Dhruva Jaishankar dei prestigiosi Brookings Institute e Lowy Institute, ha identificato i mali moderni della democrazia in quattro parole chiave che vogliamo sottolineare, per capire che i sentimenti di Longanesi, benché frutto di avvenimenti di molti decenni fa, dovrebbero suonare come campanelli d’allarme in molti paesi anche oggi.

Identità

Questo concetto è probabilmente quello che più vediamo nei giornali in giro per il mondo, in seguito alle ondate di emigrazione che hanno messo in allarme tutti i continenti. Non tanto perché il concetto di identità di un paese, come per una persona, cambi con il tempo, ma perché si utilizza per altri scopi legati a tattiche politiche, in modo particolare per manipolare l’opinione pubblica verso gli emigrati che vediamo nelle cronache da molti anni ormai.

Il timore dei nuovi arrivati, un sentimento che non è mai sparito del tutto nel mondo, è ora messo al centro del palco politico di molti paesi e lo vediamo chiaramente non solo in Italia, ma anche nella vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti nel 2016, garante di una  promessa di costruire una muraglia per bloccare l’entrata di immigrati dall’America Latina negli Stati Uniti, e il dibattito di Brexit e la vittoria di Boris Johnson nelle recenti elezioni britanniche.

Inoltre, lo vediamo in modo particolare negli ex-paesi che erano soggetti all’Unione Sovietica, che non potevano esprimere la loro identità sotto l’egemonia sovietica e di conseguenza paesi come l’Ungheria e la Polonia  oggi vanno verso una politica sempre più estrema verso gli immigrati nell’Unione Europea, per paura di perdere la loro identità che hanno riscoperto solo pochi anni fa.

Ineguaglianza

Questa parola descrive quel che sta diventando la divisione più profonda non solo all’interno di moltissimi paesi, ma anche tra paesi. Troppo spesso la grandissima differenza tra i ricchi e i poveri viene timbrata come lotta tra “sinistra e destra”, ma questo non è altro che un modo per evitare di risolvere problemi che il tempo non può nascondere, se i governanti non affrontano il senso di ingiustizia da parte di chi non può permettersi acqua pulita o un lavoro, tanto meno auto lussuose e vacanze costosissime nei nuovi centri di turismo di moda.

Ovviamente, la tendenza di molti governi in più paesi, di tutti i colori politici, di favorire solo i loro elettori e sponsor a discapito della grande maggioranza di popolazione che non si possono permettere il lusso di dare contributi a partiti e politici sperando in favori personali oppure a società, non fa altro che peggiorare i sospetti verso la politica e di conseguenza la Democrazia.

Informazione

Ovviamente, questa parola nasconde quel che viene pronunciato ogni volta che qualcuno grida o scrive “Fake News” per cercare di smentire notizie che non gradisce, anche quando sono vere. 

La Democrazia non esisterebbe se non ci fosse informazione, nel bene e nel male. La Stampa Libera è senza dubbio un tassello fondamentale di un paese moderno, e soprattutto di una Democrazia, ma l’esplosione dei social media e la manipolazione delle notizie per interessi politici ed economici su Facebook, Twitter ecc., mettono in pericolo la diffusione di notizie, perché ogni notizia sgradita dai potenti viene smentita da voci e siti misteriosi, e eserciti di troll e bot che cercano di sviare i dibattiti online per screditare il bersaglio di turno.

E queste riflessioni servono per introdurre la quarta parola identificata da Dhruva Jaishankar.

Interferenze

Tutt’oggi il Presidente Donald Trump è seguito dai sospetti che la sua elezione sia stata decisa dalle interferenze dei servizi segreti russi tramite i social media. Infatti, questi sospetti furono alla base del Mueller Report e ora del suo impeachment dal Congresso americano, e nei prossimi mesi sarà messo sotto processo dal Senato nella procedura prevista dalla Costituzione americana.

Ma nel concentrarsi così tanto sui sospetti del 2016 molti elettori in giro per il mondo non si sono resi conto dei segnali d’allarme in molti paesi di interferenze da parte di altri paesi, e non solo sui social media, con informazioni false e campagne denigratorie più o meno occulte nella speranza di vedere la sconfitta dei candidati non graditi.

Sarebbe scontato puntare il dito contro la Russia, ma altri paesi hanno svolto campagne del genere come la Cina e persino l’Iran.

In passato, prima dell’arrivo delle tecnologie moderne, campagne del genere sarebbero state impensabili, ma ora l’arrivo di piattaforme dei social media e sistemi informatici super sofisticati permettono campagne efficacissime con costi economici molto bassi.

Giornalista

Il “Decalogo fascista” per promovere Mussolini, come il precedente russo de “I protocolli dei Savi di Sion”, che ancora avvelena la scena politica internazionale, malgrado sia stato smentito anni fa come disinformazione della polizia zarista di fine ‘800, non erano altro che mezzi dilettantistici paragonati ai sistemi moderni, ma il loro successo all’epoca fa capire che quel che vediamo non è un fattore nuovo nella scena politica, però è arrivato a livelli inediti che stanno mettendo in difficoltà le democrazie moderne, che non sanno come risolvere i problemi indicati nella quattro parole.

Il fatto che un giornalista, Leo Longanesi, sia stato al centro di una di queste campagne, dimostra che il giornalismo serio e senza timore dei potenti deve svolgere un ruolo fondamentale nella risoluzione dei malanni della Democrazia.

Non è un caso che il primo bersaglio dei politici odierni sia proprio la Stampa, e lo abbiamo visto più volte con la frase “nemico del popolo” utilizzata più volte da Donald Trump per attaccare i suoi critici.

Ma la Democrazia deve avere anche una popolazione educata e consapevole,  e per questo motivo l’incapacità di molti paesi presumibilmente “avanzati” a fornire fondi per scuole e università per formare una popolazione cosciente, e quindi meno soggetta a manipolazione, non fa altro che prolungare i tempi necessari per risolvere la crescente sfiducia in quel che Churchill definì “la meno peggiore di tutte le forme di governo”.

Chiudiamo questi pensieri con un altro aforisma di Leo Longanesi che, come i primi due, dovrebbe servire come un preavviso del nostro futuro: “Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi”, cioè uomini e donne che non sono vittime delle quattro parole identificate da Dhruva Jaishankar.

Se vogliamo seriamente una Democrazia funzionante, dobbiamo agire come popolazione per assicurare che le quattro parole non siano più fattori che decidono il nostro futuro, ma che siano il mezzo per identificare e risolvere i problemi della nostra società.

di emigrazione e di matrimoni

Democracy in difficulty in four words

What do the following phrases have in common: “Mussolini is always right” and “I can believe in democracy only under a dictatorship”? They were said by the same man, Leo Longanesi.

The first phrase, written by him, was part of the notorious “Fascist Decalogue” and was the basis for the personality cult that in 1943 saw Longanesi flee from the failing dictatorship to go to the Allies in Naples, after which he made the second declaration in Rome in 1945.

Longanesi was not only a major publisher, he was also a journalist, a participant and acute observer of a world similar to what we see today. He was not a simple fascist, he was one of Mussolini’s friends and took part in the March on Rome in October 1922 that brought about Mussolini’s first government, the preview of the dictatorship that took Italy into three wars.

Like Longanesi Mussolini was a journalist and he understood the importance of the message, even if the content was not always what it seemed. However, unlike Longanesi, he did not understand the subsequent effects of the phrases such as the first in the creation of a personality cult around him and the disappointment of many of his admirers who, like Longanesi, abandoned him when they understood that the dictatorship was about to reach its conclusion.

Mussolini’s first government, just like Hitler’s first government, both elected democratically, was the reply of a population that was disappointed in its politicians and voted for a “strong man” who could put the country on the “right path”. As in all the other such cases, these “strong men” were only a delusion.

Today we see a similar delusion in many traditionally stable modern democracies that have recently seen political instability such as the United States, United Kingdom and Australia and is also creating much doubt about the future of the European Union that was born with the hope of avoiding wars such as those unleashed by the dictatorships in Germany and Italy.

Recently researcher Dhruva Jaishankar of the prestigious Brookings and Lowy Institutes identified democracy’s modern ills in four key words that we want to highlight to understand Longanesi’s sentiments. Even though they are the fruit of events many decades ago, they should sound a warning in many countries even today.

Identity

This concept is the one that we probably see the most in newspapers around the world following the waves of migration that have alarmed all the continents. Not so much because the concept of the identity of a country, just like for a person, changes overtime but because it is used for other purposes tied to political tactics and especially to manipulate public opinion towards the migrants as we have now seen in the news for some years.

The fear of the new arrivals, a sentiment that have never totally disappeared from the world, is now in the centre of the political stage of many countries and we see this clearly not only in Italy but also in Donald Trump’s victory the United States in 2016 with his promise to build a wall to block the entry of migrants from Latin and South America, as well as in the Brexit debate in the United Kingdom and Boris Johnson’s win in the recent British elections.

Furthermore, we see this especially in the former subject countries of the Soviet Union that could not express their identity under the Soviet dominion and subsequently countries such as Hungary and Poland are heading towards increasingly extremist policies towards migrants in the European Union for fear of losing the identity they rediscovered only a few short years ago.

Inequality

The word describes what is becoming a deeper division not only within many countries but also between countries. All too often the great difference between the rich and the poor is labelled as a battle between “left and right” but this is only a way to avoid solving what time cannot hide if those governing do not deal with the sense of injustice of those who cannot afford clean water or do not have a job, much less luxury cars and expensive holidays in the fashionable tourist destinations.

Of course, the trend of many governments of all colours in many countries of favouring only their voters and sponsors to the detriment of the great majority of voters that cannot allow themselves the luxury of contributing to political parties and politicians in the hope of personal favours or favours to companies, only worsens the suspicion towards politics and subsequently Democracy.

Information

Obviously this word what is pronounced every time someone who yells or writes “Fake News” to try and deny unwelcome news, even when it is true.

True Democracy would not exist if there was not information, for better or for worse. The Free Press is undoubtedly an essential branch of a modern country and especially a Democracy but the explosion of the social media and the manipulation of news for political and financial interests on Facebook, Twitter, etc., endangers the spreading of news because any news that is unwelcome by the powerful is denied by rumours, mysterious sites and the armies of trolls and bots that try to divert the online debates to discredit their selected targets.

And these considerations serve to introduce the fourth word identified by Dhruva Jaishankar.

Interference

To this day President Donald Trump has been hounded by suspicion that his election was decided by interference by Russia’s secret services through the social media. In fact, these suspicions were the basis of the Mueller Report and now in his impeachment by America’s Congress and over the next few months when he will be put on trial in the Senate in the procedure set out in the country’s Constitution.

But in concentrating so much on the suspicions on 2016 many voters around the world have not understood the warning signs in many countries of interference by other countries, and not only on the social media, with false information and more or less occult defamatory campaigns in the hope of seeing the defeat of unwelcome candidates.

It would be obvious pointing the finger at Russia but other countries such as China and even Iran have carried out such campaigns.

In the past, before the arrival of modern technology, campaigns of this sort would have been unthinkable but now the arrival of the social media platforms and highly sophisticated computer systems allow very efficient campaigns at very low costs.

Journalist

“The “Fascist Decalogue” to promote Mussolini, like the previous Russian “The Protocols of the Elders of Zion” that still poisons the world’s political scene despite being revealed as fake years ago as disinformation by the Tsarist secret police at the end of the 1800s, were only amateurish systems compared to today’s systems, but their success at the time lets us understand that what we now see is not a new factor in the political scene. However, it has reached unheard of levels that are causing difficulty to the modern democracies that do not know how to solve the problems indicated in the four words.

The fact that a journalist, Leo Longanesi, was in the middle of one of these campaigns shows that a serious journalist who is not scared of the powerful must carry out a fundamental role in resolving Democracy’s ills.

It is no coincidence that the first target of today’s politicians is precisely the Press and we have seen this often with the phrase “enemy of the people” used by Donald Trump a number of times to attack his critics.

But Democracy must also have an educated population and for this reason the incapacity of many presumably “advanced” countries to provide funds for schools and universities to teach a population to be mindful, and therefore less subject to manipulation, only prolongs the time needed to resolve the growing distrust in what Churchill defined as “the least worst of all the forms of government”.

We end these considerations with another saying by Leo Longanesi that, like the first two, should serve as a warning for our future, “It is not freedom that is missing, free men are missing”. In other words, men and women who are not subject to the four words identified by Dhruva Jaishankar.

If we seriously want a functjoning Democracy, we must act as a population to ensure hat the four words are no longer decisive fctors in our future but that they are the means to identify and resolve the problems in our society.

Da pizza a sette pesci – From pizza to seven fishes

di emigrazione e di matrimoni

Chi abita all’estero cambia. La cucina è la metafora per i cambiamenti, perché mancano ingredienti e poi il cambio di generazione e l’arrivo dei parenti non-italiani fa sì che le variazioni delle ricette “tradizionali” siano davvero innumerevoli.

Qualche giorno fa ho passato diverse ore divertenti su una pagina social degli italiani all’estero, prima riguardo una pizza che alcuni non potevano immaginare e poi in seguito a una domanda che ho fatto per provocare la reazione degli utenti.

Sappiamo tutti che un ingrediente suscita scandalo sulla pizza tra gli italiani, l’ananas. Però, la reazione a un post di un utente che aveva visto una pizza in Francia che gli ha fatto orrore, ha fatto capire che la conoscenza all’estero della vastità della cucina italiana, come tutta la nostra Cultura, è meno di quel che vogliamo pensare. Una dichiarazione che mi rende triste mentre scrivo queste parole

Appena uscito il post su l’aver visto un uovo su una pizza in Francia sono cominciate le critiche di “questi francesi irreverenti” che non sanno cosa sia “italiano”, ecc., ecc., ecc. Alcuni di noi dall’Italia abbiamo immediatamente cominciato a fare notare che la pizza in questione è davvero italiana e anche normale nelle pizzerie italiane, la “pizza alla Bismarck”, ma senza esito.

Infatti, questa reazione non è affatto strana perché ogni volta che qualcuno mette una variante di una ricetta invariabilmente la reazione è “non è italiana perché non facciamo così nella mia famiglia”. Per uno cresciuto in Italia questi scambi fanno ridere, però per noi che vogliamo sapere di più delle realtà dei nostri parenti e amici all’estero, reazioni del genere aprono le porte a temi che sono fondamentali su qualsiasi aspetto di quella realtà enorme che è l’Emigrazione italiana.

Dopo aver seguito questo discorso e avere fatto diversi scambi di opinione, ho pensato molto su quel che avevo letto e la mattina dopo ho deciso di fare una domanda sulla pagina. Non mi aspettavo il numero di risposte e molti di loro hanno fatto commenti che dovrebbero darci molto su cui pensare sui temi che non ci si aspetta quando si parla di cucina.

Domanda

La mia domanda, dopo la dovuta premessa, era semplice: Ritenete che solo quel che fate a casa vostra sia “italiano”?

Le risposte sono iniziate in pochi minuti e sono continuate non per un’ora o due come al solito, ma con scambi d’opinione nel corso di tutta la serata e alcune risposte anche il giorno dopo.

Alcune cose mi hanno colpito in quella chat. La prima era la varietà di cognomi di utenti su una pagina dedicata agli italiani di molti paesi, anche se principalmente degli Stati Uniti.

Certo, molti cognomi erano italiani, ma molti erano anche non italiani, oppure composti tra italiano e altre lingue. Ovviamente questi utenti erano discendenti di emigrati italiani, e credo molti oltre la terza generazione.

Ed è giusto che sia così perché non possiamo pretendere che chi abita all’estero si relazioni solo con italiani. Anzi, questo è il risultato inevitabile e naturale dell’emigrazione in qualsiasi paese.

Poi, man, mano che leggevo le risposte e chiedevo chiarimenti ho visto un tema emergere dalle domande e le risposte.

Reazioni

Solo pochissimi hanno risposto di sì alla domanda, tra cui una utente che ha detto semplicemente “se lo tocco io è italiano”. Non ha aggiunto altro e gli altri in linea erano altrettanto succinti.

Però, a differenza dei soliti “dibattiti” sulla cucina, molti hanno trovato la forza di esprimersi sulle loro vite e quel che è emerso come tema dominante dello scambio, è stato l’Identità.

Quel che colpisce è il coinvolgimento di esperienze in tre paesi, gli Stati Uniti naturalmente, il Regno Unito e la Francia (per poi trasferirsi negli Stati Uniti).

Tutti  ripetono quel che hanno detto la maggior parte degli utenti. Chi abita all’estero cambia. La cucina è la metafora per i cambiamenti, perché mancano ingredienti e poi il cambio di generazione e l’arrivo dei parenti non-italiani fa sì che le variazioni delle ricette “tradizionali” siano davvero innumerevoli.

Infatti, è interessante quanti di loro insistevano che non c’era differenza tra “italiano” e “Italian American”, anche se la grande maggioranza si riconoscono con quest’ultimo titolo. Questa differenza di identità personale merita di essere studiata perché potrebbe essere la chiave per capire lo sviluppo delle comunità italiane non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo.

Cultura

Benché gli utenti riconoscono le differenze e a volte gli attriti tra le regioni d’Italia, a partire dal gruppo che più si identifica come regione, i siciliani, pochi di loro sanno abbastanza della Storia del loro paese d’origine e questo si nota soprattutto quando si parla dei risultati delle analisi del DNA, quando rimangono sorpresi da tracce inattese di DNA che sono facilmente spiegate da una semplice ricerca della Storia della nostra penisola nel corso dei millenni.

Naturalmente la cucina in casa riflette le origini delle famiglie e lo vediamo chiaramente dai frequenti riferimenti al sugo/salsa/ragù della domenica che la grande maggioranza ha origini meridionali. Però, nel dire questo sappiamo anche della grande percentuale dalle regioni del nord, a partire dal Veneto e il Friuli che una volta erano considerati il “Sud del Nord”, ormai dimenticato dopo il boom economico enorme degli ultimi settant’anni in quelle regioni.

Questa mancanza di consapevolezza delle loro origini dovrebbe anche darci una chiave per sapere come meglio promuovere l’insegnamento della nostra lingua tra i discendenti dei nostri emigrati nel corso di oltre cent’anni, e anche per capire meglio come indirizzare gli sforzi e i programmi per promuovere la nostra Cultura all’estero dove, come sappiamo noi che ci siamo cresciuti, non è riconosciuta al livello che merita.

Poi, l’approccio di Natale ha dato un’altra prova di come le tradizioni cambiano perché gli italo-americani hanno “ufficializzato” una tradizione italiana in un modo inatteso.

Sette pesci

Le prime volte che ho letto la frase “la festa dei sette pesci” sulle pagine italo-americane sui social non capivo il riferimento. Solo dopo qualche scambio ho saputo che era la cena della Vigilia di Natale che per tradizione era “magra”, cioè senza carne, e perciò il cibo d’obbligo è il pesce, molto spesso il baccalà.

Negli Stati Uniti le famiglie italiane hanno cambiato questa tradizione per renderla un’occasione ancora più grande. Questo va a loro onore e benché molti di loro la considerino “italiana”, e lo è d’origine, è la loro tradizione e fa parte di quel che li identifica come italo-americani.

Ci sarà qualche utente americano che si potrebbe sentire offeso da questo commento, perché si considerano “italiani” a tutti gli effetti, ma negli scambi che abbiamo fatto sulle pagine degli italiani all’estero sappiamo che ogni comunità è diversa, in Storia, tradizioni, le loro versioni della lingua italiana e tutti i fattori che rendono la vita diversa da paese a paese.

Ma anche qui le differenze tra tradizioni possono nascondere una Storia triste. Un esempio lampante è la controversia tutta americana tra “sauce” e “gravy” per il tradizionale sugo domenicale che spesso crea disturbi nelle pagine americane. Sarebbe interessante sapere perché i nonni e bisnonni hanno deciso di adottare quella parola inglese e dire ai loro figli e nipoti che era originariamente italiana.

Sappiamo che non sempre i nonni e i genitori hanno spiegato ai figli/nipoti la realtà dei pregiudizi che hanno dovuto superare e chissà che questo non fosse altro che un passo per farli diventare “americani” invece di “italiani” per essere accettati meglio nel loro paese di nascita.

Storia e scoperte

Ora dopo generazioni questi nipoti e pronipoti vogliono sapere le loro origini, e non pochi di loro sono scombussolati quando fin troppo spesso scoprono che il loro passato non è proprio quel che i loro genitori/nonni avevano detto. E anche questo deve essere approfondito in qualsiasi Storia dell’Emigrazione italiana.

Leggiamo spesso delle critiche sui social, ma quei tre giorni online hanno fatto vedere scenari che prima erano più nascosti a chi non era mai stato negli Stati Uniti. E osiamo dire altrettanto delle altre comunità di emigrati italiani.

Allora se vogliamo essere oggettivi nel senso giusto di poter scrivere la Storia della nostra Emigrazione, cominciamo dal capire che i luoghi comuni nascono da realtà che dobbiamo studiare e spiegare perché sono la vera chiave per conoscere quel che i nostri parenti e amici all’estero hanno subito non per una generazione, ma per molte generazioni, come gli scambi online dimostrano chiaramente.

Se volete dare il vostro contributo su questo argomento, inviate le vostre storie a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

From pizza to seven fishes

The cuisine is the metaphor for these changes because ingredients are missing and then the changes of generations and the arrival of new non-Italian relatives ensures that the variations to the “traditional” recipes are truly numberless.

A few days ago I spent a few of enjoyable hours on a page of Italians overseas, first concerning a pizza that few could imagine and then after a question I asked to provoke a reaction from users.

We all know that there is an ingredient on pizzas that causes dispute amongst Italians, pineapples. However, the reaction to a post by a user who had seen a pizza in France that horrified him made it clear that the knowledge overseas of the vastness of Italian cuisine, like all of our Culture, is less than we would like to think. And this saddens me as I type these words.

As soon as the post about having seen a pizza in France with an egg came online the criticism of “these irreverent French” who do not know what “Italian” is, etc., etc., etc. began. Some of us in Italy immediately started to say that the pizza in question really is Italian and also normal in Italian pizzerie, the “pizza alla Bismarck”, but to no avail.

In fact, this reaction is not at all rare because every time someone puts online a variation of a recipe the reaction invariably is “that is not Italian because we do not do this at home”. These exchanges can make people raised in Italy laugh, however, for those of us who want to know more about the reality of our relatives and friends overseas this type of discussion opens the door to issues that are essential for any aspect of the enormous reality called Italian Migration.

After following this discussion and having had a couple of exchanges of opinions I thought for a long time on what I had read and the next morning I decided to ask a question on the page. I did not expect the number of replies and many of them wrote comments that should give us a lot to think about on themes that we do not expect when we talk about cooking.

Question

After the necessary premise my question was simple: Do you believe that only what you do at home is “Italian”?

The answers began after a few minutes and they continued not for an hour or two as is normal but with exchanges of opinion over the course of all the evening and some answers even days after.

Some things struck me about those chats. The first was the variety of users’ surnames on a page dedicated to Italians of many countries, but mainly from the United States.

Of course, many surnames were Italian but many were also non-Italian, or composed of Italian and other surnames. Obviously these users were descendants of Italian migrants and I believe many after the third generation.

And it is right that this is so because we cannot demand that those who live overseas interact only with Italians. Indeed, this is the inevitable and natural result of migration in any country.

Then, as I slowly read the replies and asked for explanations I saw a theme emerge from the questions and the answers.

Reactions

Only a few answered “yes” to the question, one of which simply said “If I touch it, it is Italian”. He added nothing else and the others in the same vein were just as succinct.

However, unlike the usual “debates” on cooking many found the strength to talk about their lives and what emerged as the dominant theme from the discussion was Identity.

The reactions of three users to the question were significant. What is striking is that it involves experiences in three countries, the United States of course, the United Kingdom and France (before moving to the U.S.).

All three repeated what the great majority of the users said, that those who live overseas change. The cuisine is the metaphor for these changes because ingredients are missing and then the changes of generations and the arrival of new non-Italian relatives ensures that the variations to the “traditional” recipes are truly numberless.

In fact, it was interesting to see how many insisted that there was no difference between “Italian” and “Italian American”, even if the great majority recognize themselves with this title. This difference of personal identity deserves to be studied because it could be the key to understanding the development of Italian communities not only in the United States but around the world.

Culture

Although the users recognize the differences and at times the friction between Italy’s regions, starting with the group that most identifies itself as a region, the Sicilians, few of them know enough about the history of their country of origin and this is obvious above all when there are discussions about the results of DNA analysis after they are surprised by unexpected traces of DMA that are easily explained by simple research on our peninsula’s history over the course of millennia.

Naturally cooking at home reflects the origins of the families and we see this clearly from the frequent references to the Sunday sugo/salsa/ragù that the great majority came from the Italy’s southern regions. However, in saying this we also know that a large percentage came from the regions of the north, starting with the Veneto and the Friuli that were once considered as “the South of the North” but this has now been forgotten after the huge economic boom of the last seven decades in those regions.

This lack of knowledge of their origins could also give us a key to knowing how to best promote the teaching of our language amongst the descendants of migrants over more the more than a century and also to better understand how to address the efforts and the programmes to promote our Culture overseas where, as we who were born and raised overseas know, it is not recognised to the degree it deserves.

Then the approach of Christmas gave further proof of how traditions change because Italian Americans have “made legal” an Italian tradition in an unexpected way.

Seven fishes

The first times I read the phrase “the feast of the seven fishes” on the Italian American pages on the social media I did not understand the reference. Only after a few discussions did I discover that this was the Christmas Eve dinner that by tradition is “lean”, in other words without meat, and therefore the compulsory food is fish, often baccalà (salted cod).

In the United States the Italian families changed this tradition to make the occasion even grander. This is to their honour and although many of them consider it “Italian”, and it is in origin, it is their tradition and is part of what identifies them as Italian Americans.

There will be a few American users who could feel offended by this comment because they consider themselves “Italian” but in our discussions on the pages of Italians overseas we know that every community is different, in its history, traditions, their versions of the Italian language and all the factors that make life different from country to country.

And here too the differences between traditions can hide a sad history. One striking example is the all-American controversy between “sauce” and “gravy” for the traditional Sunday sauce that often causes trouble on the Italian American pages.

It would be interesting to know why the grandparents and great grandparents decided to adopt that English word and to tell their children and grandchildren that is was originally Italian.

We know that the grandparents and parents often did not tell the children/grandchildren the reality of the prejudice that they had to overcome and who knows if this was nothing other than a step towards making them “Americans” instead of “Italians” in order to be accepted better in their country of birth.

History and discoveries

Now after generations these grandchildren and great grandchildren want to know about their origins and not a few of them are upset when all too often they discover that their past was not exactly what their parents/grandparents had told them And this too must be explored in and History of Italian Migration.

We often read criticism of the social media but those three days online let us see scenarios that had previously been more hidden to those who had never been to the United States. And we dare say the same about the other Italian migrant communities.

So, if we want to be objective, in the right way, of being able to write the History of our Migration, we must start by understanding that the clichés were born from realities that we must study and explain because they are the true key to knowing what our relatives and friends overseas endured not for one generation, but for many generations, as the online discussions clearly show.

If you want to give your contribution on this subject, send your stories to: [email protected]

La Storia che non abbiamo mai saputo – The history we have never known

di emigrazione e di matrimoni

La Storia che non abbiamo mai saputo

Cosa ha veramente significato per un immigrato italiano abitare in Australia tra le due guerre?

Pochi sanno che la prima documentata presenza italiana in Australia è di James Mario (Maria) Matra sulla Endeavour, la famosa nave del Capitan Cook nel suo primo grande viaggio in Australia del 1770. Il nome del quartiere di Matraville a Sydney è un omaggio al suo contributo durante e dopo il viaggio.   

Naturalmente c’erano anche italiani durante la febbre dell’oro a Ballarat nel 1887 e anche nella sommossa dell’Eureka Stockade, dove uno dei capi della ribellione anti tasse era l’italiano Raffaello Carboni. Di conseguenza fu imputato insieme agli altri 11 capi per alto tradimento, ma le giurie rifiutarono di condannarli. Carboni ne scrisse un libro prima di tornare in Italia.

I primi immigrati in Australia dalla Sicilia e dalla Puglia, in particolare da Molfetta, diedero un contributo vitale nel far sorgere l’industria ittica commerciale australiana. Ai porti di Port Adelaide e a Port Pirie al nord della capitale dell’Australia Meridionale, i discendenti degli immigrati molfettesi festeggiano ancora la cerimonia dedicata alla Madonna dei Martiri di Molfetta.

Anni fa insieme a un amico, Alex, facevo parte di un progetto per registrare la storia di una coppia anziana molfettese a Port Pirie. L’intervista che ne uscì ci fece affrontare una realtà affascinante però ora quasi dimenticata del tutto dalla Storia non solo dell’emigrazione italiana, ma anche dalla storia d’Italia e dell’Australia in generale. Sapevamo di un aspetto di questa storia, ma prima di allora non pensavamo cosa volesse veramente dire per un immigrato italiano abitare in Australia tra le due guerre.

La coppia era emigrata dopo la Grande Guerra e si stabilì a Port Pirie dove c’erano già  alcuni loro parenti. Era un periodo difficile per gli italiani. Nello stato di Queensland problemi tra lavoratori australiani e i nuovi immigrati portarono all’istituzione di una Commissione Reale dello Stato, la più autorevole e potente forma d’inchiesta del sistema britannico, che consigliò che l’immigrazione italiana  in Australia avrebbe dovuto essere sospesa.

Secondo l’inchiesta i motivi per questo blocco erano la “differenza di religione” (cattolici invece di protestanti), la cultura diversa, la tendenza degli italiani a vivere in comunità chiuse e separati dagli australiani, gli elementi criminali che ne facevano parte e la volontà di lavorare per stipendi bassi e fuori dal sistema sindacale. Per fortuna il consiglio non fu accettato dal governo statale e nemmeno dal governo federale, che detiene la responsabilità per l’immigrazione.

Questa coppia si stabilì facilmente nella città. Visto che la moglie era insegnante, in poco tempo organizzò lezioni di lingua italiana per i figli degli italiani. Nel corso del tempo la coppia ebbe un ruolo importante nella formazione di un circolo italiano. A questo punto l’Italia era in pieno Ventennio e il circolo stabilì contatti con l’Ambasciata d’Italia e poterono ottenere aiuti in libri e altro materiale didattico. Durante l’intervista la coppia ci ha fatto capire che  l’aiuto non era stato fornito a titolo gratuito, ma che il circolo doveva promuovere le linee del governo di Mussolini.

Inoltre, ci hanno spiegato che lo facevano per orgoglio verso la loro Patria ed era così anche per la grande maggioranza degli italiani. Però, nel corso dell’intervista, la coppia non ci ha lasciato dubbi che lo faceva anche perché appoggiava la politica del governo italiano dell’epoca. Per anni, secondo loro, non ebbero problemi con le autorità australiane che, come altri paesi anglosassoni, vedevano di buon occhio Mussolini. Ma in seguito alle guerre italiane coloniali e l’anatema della Società delle Nazioni, questi rapporti si deteriorarono e l’Italia si trovò isolata con la sola Germania nazista che l’appoggiava.

A questo punto l’intervista ha preso una piega affascinante e drammatica. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e la partecipazione dell’Australia insieme agli altri paesi del Commonwealth Britannico, gli italiani in Australia speravano che l’Italia non ne avrebbe fatto parte. Purtroppo per loro, la svolta definitiva capitò il 10 giugno del 1940, quando era già notte in Australia.

La mattina dell’11 giugno, tanti componenti della comunità italiana di Port Pirie si svegliarono con la polizia alla porta con ordini giudiziari di radunare tutti i maschi italiani. Indubbiamente questo è successo in tutta l’Australia. Alex ed io abbiamo saputo poi che anche i documenti dell’Ambasciata d’Italia furono confiscati. Un effetto sulla vita dei pescatori italiani fu la confisca dei loro pescherecci, un colpo durissimo per le famiglie. Dopo l’intervista abbiamo anche saputo di famiglie italiane che avevano già cambiato i cognomi con cognomi anglosassoni per evitare problemi del genere.

Diventò presto ovvio che gli arresti erano mirati e i primi ad essere presi furono i responsabili del centro italiano che aveva dimostrato appoggio al governo di Mussolini. Ovviamente i servizi di sicurezza si erano preparati ben prima per questa eventualità. E non fu la sola Australia a comportarsi in quel modo. La stesse cosa succedette in tutti i paesi del Commonwealth, particolarmente in Canada e in Gran Bretagna, come anche negli Stati Uniti dopo la dichiarazione di guerra dall’Italia e la Germania in seguito all’attacco giapponese a Pearl Harbour del 6 dicembre 1941. La foto in testa all’articolo dimostra come la dittatura militare di Vargas in Brasile nel 1942 proibì agli italiani, tedeschi e giapponesi di parlare le loro lingue in pubblico dopo l’entrata del paese in guerra.

Le autorità offrirono la scelta agli italiani di condannare l’Italia e l’entrata in guerra della loro Patria e di giurare fedeltà all’Australia, oppure di trovarsi internati per il corso della guerra. Alex ed io non ci siamo meravigliati che il marito rifiutò di criticare l’Italia e finì internato. Marito e moglie ci hanno descritto le difficoltà di essere in contatto per corrispondenza e dei problemi quando la moglie e figlia andavano a trovarlo. Il dettaglio che più colpì la donna durante le sue rare visite era il fatto che alcune guardie erano figli di immigrati italiani, e proprio loro erano i più spietati nei suoi confronti. Questo fenomeno fu ripetuto poi in Italia dove le cronache parlano delle durezza dei soldati italo-americani nei confronti degli italiani durante la Liberazione d’Italia.

Le condizioni erano difficili anche a causa del rifiuto di separare gli italiani tra i fascisti e gli altri italiani che non avevano la stessa ideologia politica, ma che allo stesso tempo rifiutarono di rinnegare il paese di nascita. Naturalmente ci furono scontri tra questi gruppi e in un caso un anti fascista, Francesco Fantin, fu ucciso.

L’internamento degli italiani, come anche i tedeschi e i giapponesi, fu un colpo brutto nei rapporti tra immigrati e australiani. Era cosi anche negli Stati Uniti dove la comunità giapponese soffrì in modo particolare. Infatti, nel dicembre 2011 il parlamento dello Stato del South Australia, dove si trova Port Pirie, ha approvato in modo unanime una mozione del deputato italo australiano Tony Piccolo, tesa a chiedere formalmente scusa alla comunità italiana in nome dello stato per il trattamento che subì durante la guerra.

In Italia questi casi non sono quasi sconosciuti, ma fanno parte integrale della Storia d’Italia e per questo motivo sono degni di studi seri, non solo per dovere storico, ma per riconoscere formalmente quel che gli emigrati italiani subirono durante la guerra.

Non sappiamo ancora tutto della Storia della Seconda Guerra Mondiale. Troppi dettagli sono tuttora segretati perché in tempo di guerra i governi compiono atti crudeli, ma necessari, per finire la guerra il più presto possibile. Purtroppo questi stessi atti creano attriti nei rapporti tra paesi ancora oggi.

Però, abbiamo l’obbligo di ricordare, di riconoscere e di documentare tutti gli aspetti della nostra Storia. È un dovere che non deve finire mai, ma nel caso degli emigrati italiani è un dovere che è ancora agli inizi. Tristemente per la maggioranza dei superstiti di questo periodo è già troppo tardi per conoscere la loro Storia ma ci auguriamo che, nel leggere questo articolo, nipoti e pronipoti di questi superstiti chiedano e documentino le esperienze dei nonni e bisnonni. Sono parte della nostra Storia, come anche della Storia d’Italia.

Nel raccontare queste storie vogliamo incoraggiare i nostri lettori a fare le proprie ricerche, a chiedere ai genitori, nonni, bisnonni, zii e cugine di sapere quel che davvero hanno subito nella loro vita. Non abbiamo dubbi che molti di questi abbiano nascosto la verità ai figli giovani, ma in onore alla loro vita, in riconoscimento delle loro imprese, abbiamo il dovere di sapere la verità e le moltissime realtà, nel bene e nel male, dei nostri avi nel corso del tempo. In fondo, la vita che abbiamo oggi è grazie alle loro imprese.

Se avete qualche storia da raccontare inviatele a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

The history we have never known

What did it mean for an Italian migrant to live in Australia between the two wars?

Not many know that the first documented Italian presence in Australia was James Mario (Maria) Matra on Captain Cook’s famous ship the Endeavour during his first trip to Australia in 1770. The Sydney suburb of Matraville is a tribute to his contribution during and after that voyage.  

Naturally there were also Italians during the Ballarat gold rush in the mid 1800s and also in the 1854 Eureka Stockade rebellion in which one of the heads of the anti-tax revolt was the Italian Raffaele Carboni. Subsequently he was charged with high treason together with 11 other heads but the juries refused to condemn them. Carboni wrote book about this before returning to Italy.

The first Italian migrants in Australia from Sicily and Puglia, especially from Molfetta, gave a vital contribution to the rise of Australia’s commercial fishing industry. At the ports of Port Adelaide and Port Pirie to the north of the capital of South Australia the descendants of the migrants from Molfetta still celebrate the Feast of Our Lady of Martyrs of Molfetta.

Years ago I took part in a project, together with a friend Alex, to record the story of an aged couple from Molfetta in Port Pirie. The interview that came out of this made us face a fascinating reality that is now almost forgotten in the history of not only Italian migration but also the history of Italy and Australia in general. We knew one aspect of this history but before then we did not know what it truly meant for an Italian migrant to live in Australia between the two wars.

The couple had migrated after the Great War and settled down in Port Pirie where there were already some relatives. It was a difficult period for the Italians. In the state of Queensland problems between Australian workers and the new migrants led to the institution of a Royal Commission by the State, the most authoritative and powerful form of investigation in the British system, that recommended that Italian migration to Australia be suspended.

According to the Royal Commission the reasons for this stop was the “differences in religion” (Catholics instead of Protestants), the different culture, the tendency of Italians to live in closed communities separate from Australians, the criminal elements that were part of the community and the will to work for low wages outside the trade union system. Luckily the recommendation was not accepted by the State Government and the Federal Government that is responsible for migration.

This couple settled down easily into the city. Since the wife was a teacher, in a short time she organized Italian language lessons for the Italian children. Over the years the couple played an important role in the formation of an Italian club. At this point Italy was well into the Dictatorship and the club set up contacts with the Italian Embassy and managed to get assistance for books and other educational material. During the interview the couple made us understand that the assistance had not been provided free of charge but that the club had to promote the lines of the Mussolini government.

Furthermore, the couple explained that they did this out of pride in the Patria (homeland) and that this was the case for the large majority of the Italians. However, during the interview the couple left us in no doubt that they did this also because they supported the policies of the Italian government of the time. For years, according to them, they had no problems with the Australian authorities that, like other Anglo-Saxon countries, saw Mussolini in a good light. But after Italy’s Colonial Wars and the censure by the League of Nations these relations deteriorated and Italy found herself isolated with only Nazi Germany supporting her.

At this point the interview took a fascinating and dramatic turn. With the start of the Second World War and Australia’s involvement with the other countries of the British Commonwealth the Italians in Australia hoped that Italy would not take part. Unfortunately for them the decisive change happened on June 10, 1940 when it was already night-time in Australia.

On the morning of June 11 many members of the Italian community in Port Pirie woke up to find the police at the door with court orders to gather all the Italian men. Undoubtedly this happened around Australia. Alex and I found out later that documents were taken from Italy’s Embassy as well. One effect on the life of the Italian fishermen was the confiscation of their boats which was a hard blow for the families. After the interview we also found out of Italian families that had already changed their surnames to Anglo-Saxon names to avoid problems such as these.

It quickly became obvious that the arrests were targeted and the first to be taken were those responsible for the Italian club that had shown its support for Mussolini’s government, Obviously the security forces had been ready well before for this eventuality. And Australia was not the only country to behave like this. The same thing happened in all the Commonwealth countries, especially Canada and Great Britain, as also happened in the United States after Italy and Germany declared war following the Japanese attack on Pearl Harbor on December 6, 1941. The photo at the head of the article shows how the Vargas military dictatorship in Brazil in 1942 forbade Italians, Germans and Japanese from speaking their languages in public after its entry into the war.

The authorities gave the Italians the choice to condemn Italy and her entry into the war and to swear allegiance to Australia or to be interned for the duration of the war. Alex and I were not surprised that the husband refused to criticize Italy and ended in internment. The husband and wife described the hardships of writing to each other and the problems they had when the wife and daughter visited him. The detail that struck her most during her rare visits was the fact that some of the guards were sons of Italian migrants and they were the harshest with her. This phenomenon was later repeated in Italy where the reports speak of the harshness of the Italian American soldiers in regards to the Italians during the Liberation of Italy.

The conditions were harsh also because of the refusal to separate Italians into fascists and those who did not share the same political belief but who, at the same time, refused to deny their country of birth. Naturally there were clashes between these groups and in one case the antifascist Francesco Fantin was murdered.

The internment of the Italians, just like that of the Germans and Japanese, was a cruel blow to the relations between the migrants and Australians. This was the case in the United States as well where the Japanese community suffered particularly. In fact, in December 2011, the Parliament of the state of South Australia, which includes Port Pirie, unanimously approved a motion by the Italo-Australian Member of Parliament Tony Piccolo to formally apologize to the Italian community in the name of the state for the mistreatment that it endured during the war.

These cases are almost unknown in Italy but they are an integral part of Italy’s history and for this reason they deserve serious study, not only for historical reasons but also to formally recognize what Italian migrants suffered during the war.

We do not yet know everything about this history of the Second World War. Too many details are still classified as secret because during a war governments carry out cruel but necessary actions to end the war as soon as possible. Unfortunately, these same acts still have the potential to create problems between countries today.

However, we have a duty to remember, to recognize and to document all the aspects of our history. It is a duty that must never end but in the case of Italian migrants it is a duty that is still in its infancy. Sadly. For the majority of the survivors of this period it is already too late to know their history but we hope that, on reading this article, the grandchildren and the great grandchildren of these survivors ask and document the history and experiences of their grandparents and great grandparents. They are part of our history, as they are also part of Italy’s history.

In telling these stories we want to encourage our readers to do their own research, to ask parents, grandparents, great grandparents, uncles and aunts to know what they really suffered in their lives. We have no doubts that many of them hid the truth from their young children, but in honour of their lives, in recognition of their deeds, we have the duty to know the truth and the very many realities, for better and for worse, of our forebears over the years. Essentially, the life we have today is thanks to their deeds.

If you have stories to tell send them to: [email protected]

Le macchine del fango – The mudslinging machines

di emigrazione e di matrimoni

Le macchine del fango

Ci sono giorni che non riesci a pensare a un soggetto per il prossimo articolo e poi ci sono giorni che il soggetto si presenta da solo e capisci che non puoi non parlarne.

Qualche giorno prima delle recenti elezioni in Gran Bretagna una notizia da quel paese e poi una notizia dello stesso giorno dagli Stati Uniti, hanno messo in risalto un aspetto della politica moderna in tutto il mondo che dobbiamo considerare seriamente ora che molti si fidano più spesso di fonti sui social per le notizie.

Questa tendenza nuova ha già avuto effetti destabilizzanti e se non stiamo attenti rischiamo di trovarci sempre più spesso in battaglie politiche basate su impressioni date non da fonti vere delle notizie, ma da disseminatori di zizzania online che cercano non solo di smentire notizie vere ma persino di screditare un aspetto fondamentale della Democrazia moderna, la Stampa libera.

Però, a creare questi problemi non è la stampa stessa, ma sempre più spesso sono strutture telematiche, a volte aperte ma molto più spesso nascoste, legate a forze politiche che non presentano programmi politici veri, bensì cercano con ogni mezzo possibile di smentire o deridere il messaggio dei loro oppositori.

Londra e Washington

Qualche giorno prima di andare alle urne il Primo Ministro Britannico Boris Johnson ha avuto un’intervista televisiva straordinaria con la BBC. Nel corso dell’intervista il Primo Ministro ha più volte rifiutato di guardare una foto presentata dal giornalista di un ragazzo giovane in ospedale, non in una barella o un letto, ma per terra su giacconi in attesa del suo turno in pronto soccorso. Il giornalista voleva fare domande sullo stato del sistema sanitario nazionale sotto i governi conservatori negli ultimi anni, ma il rifiuto di Johnson di guardare la foto, che puntualmente è uscita poco dopo online, ha vanificato ogni domanda dal giornalista.

Entro poche ore la macchina mediatica del Primo Ministro è andata in azione per cercare di screditare la foto con commenti di presunti “utenti normali” che quella foto fosse montata ad arte per screditare il sistema sanitario britannico e, di conseguenza, il Primo Ministro.

Come dimostra la foto in testa all’articolo, nello spazio di pochi minuti più persone hanno dato il loro contributo, ma quel che rende la situazione davvero surreale è che tutti e tre gli utenti nella foto hanno scritto esattamente lo stesso messaggio. Ci vuole poco per capire che sia stata una mossa orchestrata, anche se molto maldestramente, per screditare il giornalista, ma nello stesso giorno una notizia dagli Stati Uniti ha dato ulteriore prova dell’estensione di questo fenomeno.

Lo stesso giorno, l’Ispettore Generale della FBI negli Stati Uniti ha reso pubblico il suo rapporto in risposta alle accuse da parte della campagna dell’allora candidato repubblicano, ora Presidente, Donald Trump, di sospetti pregiudizi politici da parte di agenti dell’agenzia verso la campagna e che abbiano creato sospetti “falsi” di rapporti tra la campagna elettorale trumpiana con Wikileaks e i servizi segreti russi. La conclusione del rapporto era che i presupposti per aprire le indagini che ne sono seguite erano valide.

Anche in questo caso, nello spazio di pochissime ore presunti “utenti normali” hanno cercato di smentire il rapporto mettendo online citazioni dal rapporto fuori contesto, per screditarne la conclusione sull’assenza di prove di pregiudizi politici verso Donald Trump.

Questi post spesso avevano le stesse citazioni, ovviamente preparate da qualcuno che aveva accesso diretto in anticipo al rapporto. Ogni tentativo di chiedere all’utente di spiegare la differenza tra quel che avevano messo online e la conclusione dell’Ispettore Generale ha prodotto solo silenzio o commenti generici.

Per chi segue la politica internazionale queste tattiche non sono una sorpresa bensì una conferma di quel che è ovvio da anni a chiunque legga attentamente gli scambi online su qualsiasi controversia politica; la manipolazione dei “fatti” per mettere in dubbio notizie nella stampa internazionale e anche la derisione dei concorrenti politici per cercare di renderli ridicoli agli occhi degli elettori indecisi.

2016

La campagna presidenziale americana del 2016 è stata segnata prima da molte controversie del genere, e poi dalle accuse delle interferenze dei servizi segreti russi tramite i social. Infatti, questi sforzi sono stati segnalati all’epoca dagli alleati degli americani e poi sono stati confermati a loro turno da tutte le agenzie dei servizi di sicurezza americani, senza eccezioni.

L’unico ufficio americano che nega queste interferenze è la Casa Bianca. Da tre anni ormai questa differenza di opinione è la causa di non poco attrito tra lo Studio Ovale ed i Capi di queste agenzie.

Ora le azioni coordinate delle macchine del fango delle forze politiche, stanno svolgendo un ruolo sempre più intensivo nel dibattito politico quotidiano in giro per il mondo.

Il successo delle interferenze russe in quella campagna presidenziale ha dato vigore a coloro che avevano già capito il potenziale dei social nello sviare dibattiti online con notizie false, le cosiddette “fake news”, oppure con foto e servizi online manipolati per prendere in giro concorrenti con una tattica che fa leva su un aspetto normale dell’essere umano.

Pregiudizi

A partire dalla campagna del 2016 la tattica non è stata di attirare voti direttamente su un candidato, ma di screditare e rendere ridicoli i concorrenti politici. E il gioco è stato facile perché hanno puntato sui pregiudizi degli utenti che ogni giorno vanno online per aver le loro notizie.

I programmatori di queste campagne diffamatorie sapevano che dovevano solo mettere online un’immagine del bersaglio di turno con una citazione falsa o immagine manipolata per metterlo in cattiva luce. Di conseguenza, gli utenti che vedevano i loro pregiudizi “confermati” da questi messaggi e “memes” non hanno esitato a diffondere ancora di più le falsità che nello spazio di pochi minuti sono diventate virali. Malgrado il fatto che la stragrande maggioranza di questi messaggi siano stati smentiti come falsi, molti utenti oggi rifiutano di riconoscere lo sfruttamento dei loro pregiudizi dalle macchine del fango.

La Bestia e gli altri

Ora vediamo queste tattiche utilizzate sempre di più dalle forze politiche anche in Italia. Due partiti, anzi un partito, la Lega e un movimento che non si riconosce come “politico”, il Movimento 5 Stelle, fanno uso massiccio di queste tattiche da tempo ormai.

Infatti, “La Bestia”, il soprannome della macchina mediatica che agisce a favore della Lega, e Rousseau, come si chiama il sistema del movimento fondato dall’ormai ex comico satirico Beppe Grillo, sono fonti di controversie e anche di molte ironie in Italia, ma non per questo dobbiamo sottovalutare il ruolo di queste e le altre macchine del genere in Italia e altri paesi.

La manipolazione e smentita delle notizie vere, a partire da quelle grandi agenzie di stampa e i giornali più importanti del mondo, stanno contribuendo all’indebolimento della fiducia del pubblico verso quel che leggono, e questo può solo far male alle diverse forme della Democrazia dove la Stampa ha un ruolo fondamentale nel dibattito politico di ogni paese democratico.

Risposta

Con questo non intendiamo dire che la Stampa non abbia commesso errori. Sarebbe sciocco e mendace dirlo, ma un conto è sbagliare a interpretare notizie oppure sottovalutare l’importanza di certe notizie, ma fornire notizie intenzionalmente false e spesso diffamatorie verso personaggi è l’antitesi di quel che la Stampa vera rappresenta.

Infatti, la Stampa libera nel mondo ha leggi e deontologia per controllare il comportamento dei giornalisti e i direttori, ma non esiste ancora nessun controllo dei moltissimi siti misteriosi che appaiano sempre più spesso online e per questo sono ancora più pericolosi.

Da tempo Facebook, Twitter , ecc., sono criticati giustamente dalle autorità legali di molti paesi per la mancanza di controllo di questi siti. Ma solo questo non basterà.

Questo problema non sarà mai risolto del tutto se gli utenti dei siti non cominciano a capire cha anche loro hanno un ruolo fondamentale nel non accettare notizie come “vere” semplicemente perché confermano i loro pregiudizi.

Se vogliamo davvero vedere una politica meno “sporca” ciascuno di noi deve capire che le macchine del fango giocano su di noi, e che dobbiamo essere noi a cominciare e leggere le notizie con un occhio sempre più critico e acuto, perché se non lo facciamo rischiamo di trovarci davvero nel mondo descritto da George Orwell nel suo libro terrificante “1984”, in una dittatura che controlla la gente con le notizie false.

La Stampa libera ha un ruolo essenziale in questo senso, ma i giornalisti seri non possono fare niente se i lettori non sanno fare la differenza tra le notizie serie e quelle fornite dalle macchine del fango delle forze politiche. Spetta a tutti noi che leggiamo le notizie prenderne atto e agire di conseguenza.

 

di emigrazione e di matrimoni

The mudslinging machines

There are days you cannot think about a subject for the next article and then there are days that the subject shows up on its own and you understand you must talk about it.

A few days before the recent elections in the United Kingdom a news item from that country and then another on the same day from the United States highlighted an aspect of modern politics around the world that  we must seriously consider now that many people trust more and more often sources on the social media for the news.

This new trend has already had destabilizing effects and if we are not careful we risk finding ourselves more and more often in political battles based on impressions not from real sources of news but from online sowers of discord who try not only to deny real news but even to discredit a fundamental aspect of modern Democracy, the Free Press.

However, creating these problems is not the Press itself but increasingly often computer based structures, sometimes openly but increasingly often occultly, which are tied to political forces that do not present true political agendas but rather try by every means possible to deny or to mock the message of their opponents.

London and Washington

A few days before the elections British Prime Minister Boris Johnson gave an extraordinary interview on the BBC. A number of times during the interview the Prime Minister refused to look at a photo that the journalist presented of a young boy in hospital, not on a stretcher or a bed but on the ground on jackets as he waited his turn in the emergency ward. The journalist wanted to ask questions on the state of the national health system under the conservative governments in recent years but Johnson’s refusal to look at the photo, which then quickly went online, frustrated every question by the journalist.

Within a few hours the Prime Minister’s social media machine went into action to try and discredit the photo with comments by presumably “normal users” that the photo was made up in order to discredit the British health system and subsequently the Prime Minister.

As the photo at the head of the article shows, in the space of a few minutes a number of people gave their contribution on this issue but what makes the situation truly unreal is that all three users wrote exactly the same message. It takes little to understand that this was an orchestrated tactic to discredit the journalist but news from the United State gave further proof of the spread of this phenomenon.

That same day the FBI’s Inspector General released his report in reply to the accusations from the campaign of then candidate and now President Donald Trump of political prejudice by some of the agency’s agents and that they created “false” accusations of connections between the Trump campaign and Wikileaks and the Russian secret services. The report’s conclusion was that the conditions for opening the investigations that followed were valid.

In this case too, in the space of a few hours presumed “normal users” tried to deny the report by putting online out of context quotations from the report to discredit its conclusions that there was no proof of political prejudice towards Donald Trump.

These posts often used the same quotations, obviously prepared by someone who had direct access in advance to the report. Every attempt by anyone to ask the user to explain the difference between what they put online and the Inspector general’s conclusion produced only silence or generic comments.

These tactics were not a surprise for those who follow international politics, rather, they were a confirmation of what has been obvious for years to anyone who carefully reads the exchanges online on any political controversy, the manipulation of the “facts” to put in doubt news from the world’s press and also to deride the political opponents to try and make them look ridiculous in the eyes of the undecided voters.

2016

The 2016 American Presidential campaign was marked firstly by many controversies of this type and then by accusations on interference from Russia’s secret services through the social media. In fact, these efforts were reported at the time by America’s allies and then confirmed in turn by all of America’s security agencies, without exception.

The onyx American office that denies this interference is the White House. For the last three years this difference of opinion has been the cause of no small friction between the Oval Office and the heads of these agencies.

Now the coordinated actions of the mudslinging machines of the political forces are carrying out an ever increasing role in daily political discussion around the world.

The success of the Russian interference in that presidential campaign gave vigour to those who had already understood the potential of the social media for misleading online debates with “fake news” or with manipulated photos and services online to lampoon opponents with a tactic that relies on a normal aspect of human beings.

Prejudices

Starting in 2016 the tactic was not to attract votes directly to a candidate but to discredit political opponents and to make them look ridiculous. And the game was easy because they could focus on the prejudice of the users who go online every day to get the news.

The programmers of these defamatory campaigns knew that they only had to put online an image of the target of the day with a false quotation or a manipulated image to put them in a bad light. Subsequently, the users who saw their prejudices “confirmed” by these messages and memes did not hesitate to spread these falsehoods even more and in the space of a few minutes they became viral. Despite the fact that the vast majority of these messages have been proven false many users today refuse to recognize the exploitation of their prejudices by the mudslinging machines.

 “The Beast” and the others

Today we see these tactics being used increasingly often by political forces in Italy as well. Two political parties, or rather, a party La Lega, and a movement that does not recognize itself as “political”, the Movimento 5 Stelle (5 Star Movement) have been making heavy use of these tactics for some time.

In fact, La Bestia (The Beast), the nickname given to the social media machine that acts in favour of La Lega and Rousseau, as the system of the Movement created by former satirical comedian Beppe Grillo is known, have been the source of controversy and also much sarcasm in Italy but not for this reason we must underestimate the role of these and the other machines of this kind in Italy and other countries.

The manipulations and discrediting of real news, starting with the major press agencies and the world’s most important newspapers, are contributing to weakening the public’s trust towards what they read and this could cause harm to the different forms of Democracy in which the Press has a fundamental role in political debate in every democratic country.

Response

By this we do not mean to say that the Press has not made mistakes. It would be foolish and mendacious to say this but is it one matter to make a mistake in interpreting news or to underestimate the importance of certain news but totally another supplying intentionally false and often defamatory news about people which is the antithesis of what the true Press represents.

In fact, the Free Press around the world has laws and codes of behaviour for controlling the behaviour of the journalists and editors but there is still no control of the very many mysterious sites that appear more and more often online and for this reason they are even more dangerous.

For some time now Facebook, Twitter etc. have been rightly criticized by the legal authorities of many countries for their lack on control of these sites. But this alone will not be enough.

This problem will never be resolved fully if the users of the sites do not start to understand that they too have an essential role in not accepting news as “true” simply because they confirm their prejudices.

If we truly want politics to be less “dirty” each one of us must understand that the mudslinging machines are playing with us and we must be the ones to start reading the news with an increasingly acute and critical eye because if we do not do this we truly risk finding ourselves in the world described by George Orwell in his terrifying book “1984”, in a dictatorship that controls the people with fake news.

The Free Press has an essential role in this regard but serious journalists can do nothing if the readers cannot tell the difference between serious news and the news supplied by the mudslinging machines of the political forces. It is up to all of us who read the news to take note and to act accordingly.

Il Migrante Inverso Parte Finale – The Reverse Migrant Final Part

di emigrazione e di matrimoni

Il Migrante Inverso Parte Finale

Non siamo solo “italiani” o “australiani” (americani, argentini, canadesi, brasiliani, ecc.), siamo molto di più, siamo figli di due mondi

Nel luglio del 2003 sono tornato in Italia per fare le ricerche per un libro importante. Mentre scendevo a Fiumicino ho avvertito una sensazione che non avevo mai sentito prima nei miei vari viaggi. Per la prima volta ho provato la sensazione di tornare a casa. Non solo era totalmente inattesa ma era anche il presagio del mio futuro anni dopo.

Due giorni prima avevo firmato un contratto editoriale per scrivere una biografia di un personaggio italiano davvero importante. La malattia di mia madre sembrava essere in fase di recupero e mi sono permesso qualche settimana in Italia per fare ricerche impossibili in Australia. Sembrava la fine di un incubo e l’inizio di una fase felice, ma così non è stato.

Al mio ritorno ho scoperto che mia madre aveva avuto un intervento serio e per non disturbarmi la mia famiglia aveva deciso di non dirmelo. Questo è un atteggiamento molto tipico delle famiglie degli emigrati, sia per parte italiana che dalle famiglie all’estero. Allora mi sono trovato a scrivere mentre mia madre riposava e persino nel bar dell’ospedale durante le sedute di chemioterapia.

Alla fine del gennaio del 2004 ho consegnato il manoscritto all’editore e mi sono concentrato sui miei genitori. Come sanno tutti coloro che hanno badato ai genitori malati, per gli anni seguenti la mia vita non è stata più la mia. Non descrivo quel che ho passato, ci vorrebbe un libro solo per quello.

Ero l’unico in stanza la notte che mamma se n’è andata nel coma poco dopo la partenza degli altri parenti. Non potevo permettermi di soffrire per la sua scomparsa, da quel punto in poi tutti gli sforzi erano per papà che aveva sofferto tremendamente durante la malattia di mamma, ma in poco tempo il tormento della sua forma particolare di demenza ha creato problemi enormi, tristemente anche tra mio fratello ed me.

Quando papà se n’è andato quasi tre anni dopo anche mio fratello era presente. Era la fine di un periodo che non potrò mai spiegare per bene, bisogna passarci per capire davvero…

Aspettavo ancora la data d’uscita del libro a causa di ritardi dell’editore. Il gennaio seguente ho avuto uno chock enorme quando, la settimana dopo la sua decisione di pubblicare il libro finalmente, un’email dall’Italia ha ordinato prima la sospensione e poi il blocco totale del libro. L’editore australiano aveva gestito male la questione dei diritti d’autore per il materiale italiano utilizzato nel libro, e fondamentale per raccontare la Storia del soggetto.

Questo mi ha quasi distrutto. Malgrado la mia decisione di rompere il contratto con l’editore, ogni tentativo di trovare una risoluzione è finito nel vuoto. Non sapevo più come fare, tranne tornare al mio lavoro precedente. Però, non ho mai smesso di combattere per poter pubblicare il libro.

Poi, è arrivata una comunicazione che mi ha stravolto la vita.

Domanda inattesa

Una mattina alla fine del gennaio del 2010 ho trovato una domanda di amicizia su Facebook, era la mia ex fidanzata. Non sapevo come reagire.

Avevo saputo anni prima da amici in comune cosa era successo davvero all’epoca. Purtroppo aveva commesso uno sbaglio con conseguenze inattese e uno dei risultati era stata la decisione di lasciarmi. Sapevo anche che la sua vita nuova era tutt’altro che felice. L’avevo cercata una volta a Faenza, ma nel vederla da lontano avevo capito che quel che mi avevano detto i miei amici era tutto vero, e allora avevo deciso di non avvicinarmi per non crearle più problemi.

Quella domanda era un passo verso la sua nuova vita. Voleva chiedermi scusa per quel che era successo. All’inizio non sapevo come reagire, però, man mano che abbiamo cominciato a parlarci ho capito che quel capitolo della mia vita non era mai stato chiuso come pensavo.

Il luglio seguente ero sull’aereo per l’Italia per rivederla. Il presagio di quell’arrivo a Roma anni prima si era avverato.

Migrante inverso

Non entro nei dettagli di quel periodo. Dico solo che nel momento che l’ho rivista a Bologna era come se non ci fossimo mai lasciati, malgrado i molti anni passati. Pochi mesi dopo sapevo che non sarei tornato a vivere in Australia.

In questo modo sono diventato il “migrante inverso”.

Ho cominciato a fare la vita di altre coppie che ho conosciuto nel corso degli anni, ma io ero l’eccezione. Io sono l’unico caso che conosco di un maschio figlio di emigrati italiani e un’italiana.

In tutti gli altri casi che ho conosciuto, prima e dopo, lui viene dall’Italia e lei dall’Australia ma figlia di emigrati italiani. Incontri in vacanza, a volte in Italia, o l’Australia e anche in altri paesi. Sapevo già delle difficoltà che avrei incontrato con la mia attuale compagna, infatti, era proprio il soggetto di uno dei miei racconti. La differenza era che questa volta ero, e sono tuttora, coinvolto anch’io.

La vita di queste coppie non è facile, a partire dalla decisione di dove vivere, perché non tutti riescono a sistemarsi in paesi nuovi.  Queste sono storie che pochi conoscono e, come le ragazze italo-australiane raccontate in parte 2, meritano un capitolo a parte nella Storia dell’emigrazione italiana, perché affrontano problemi che pochi immaginano, tantomeno capiscono del tutto.

Mentre aspettavo che la mia compagna si trovasse nella possibilità di poter convivere con me, ho affittato un appartamento che mi ha permesso di capire una realtà italiana che vediamo ogni giorno nei giornali e spesso non nel senso buono purtroppo.

La famiglia nigeriana

I miei vicini erano una famiglia nigeriana e durante l’anno e mezzo che ho vissuto nel palazzo che condividevamo, ho potuto vedere la loro vita da vicino e devo confessare che mi ha colpito perché in moltissimi modi era identica alla mia in Australia.

Alle feste dei figli si radunavano i parenti da tutta la penisola, come facevamo noi in Australia. Ho visto che anche se la madre non parlava bene l’italiano, i figli già ne avevano una padronanza buona. E una sera ho avuto una prova di come queste famiglie sono ponti tra paesi.

Ero in casa a guardare una partita ufficiale della nazionale italiana. Sentivo i rumori dall’appartamento affianco che mi facevano credere che i ragazzi stessero giocando, ma mi sbagliavo. Quando l’Italia ha segnato il primo goal, i ragazzi si sono messi a urlare come avessero segnato loro e l’hanno fatto con ogni nostro goal in quella partita.

E mi sono identificato con loro e altri immigrati anche in altre circostanze, purtroppo non buone come quella. Ora che giro l’Italia regolarmente sento i commenti e le battute offensive verso gli immigrati nel paese. Sono identici, in ogni senso, alle offese e le battutacce che mi hanno inseguito per tutta la mia vita in Australia, ma con una differenza importante che spesso mi fa vergognare. Questi commenti ora sono in italiano e verso immigrati.

Se davvero vogliamo realizzare l’integrazione in Italia dobbiamo capire le lezioni di vita dei nostri parenti e amici all’estero. L’integrazione non è unilaterale, deve venire da entrambe le parti perché i migranti sono agenti di cambio, e basta vedere quel che hanno fatto gli italiani all’estero nei loro paesi di residenza per capire che è vero.

Ci sono quelli in Italia che non vogliono veder il loro paese cambiare, ma il cambiamento è inevitabile, il mondo è sempre cambiato e cambierà sempre. Dobbiamo affrontare questa realtà e imparare le lezioni positive dalle nostre esperienze dall’estero, per aiutare i nuovi immigrati in Italia a integrarsi al meglio. Ma non è un compito che possono realizzare solo loro, noi tutti dobbiamo farlo.

Ora sono alla fine della mia storia. Non ho mai smesso di lottare per quel libro, ma ora mi trova a mio agio come mai ero stato nel mio paese di nascita. Una gran parte di questo è dovuto alla mia compagna, ma una parte è anche grazie all’aver potuto finalmente capire qual era davvero il mio paese di residenza.

Ma questo non cambia un fatto fondamentale di me e di noi tutti nati e cresciuti all’estero, chi più e chi meno. Non siamo solo “italiani” o “australiani” (americani, argentini, canadesi, brasiliani, ecc.), siamo molto di più, siamo figli di due mondi e come questo siamo anche ponti tra paesi. Ma i ponti non servono a niente se non si utilizzano nel modo giusto…

Per chi vuole sapere i dettagli della battaglia del mio libro: https://thedailycases.com/il-libro-proibito-il-testimone-scomodo-the-forbidden-book-the-troublesome-witness/

Come sempre inviamo i nostri lettori a inviare le vostre storie. Questo giornale vuole essere il mezzo per fare conoscere al mondo, a partire all’Italia, le nostre vite e le nostre esperienze perché in ogni senso sono parte della Storia dell’Emigrazione Italiana e per questo motivo sono tutte importanti. Inviate le vostre storie a: [email protected]

Parte 1: https://thedailycases.com/il-migrante-inverso-the-reverse-migrant/

Parte 2: https://thedailycases.com/il-migrante-inverso-parte-2-the-reverse-migrant-part-2/

di emigrazione e di matrimoni

The Reverse Migrant Final Part

We are not only “Italians” or “Australians” (Americans, Argentineans, Canadians, Brazilians, etc), we are much more, we are the children of two worlds

In July 2003 I returned to Italy to carry out the research for a major book. As I got off the plane at Fiumicino Airport I felt a sensation that I had never felt before in any of my various trips. For the first time I felt the sensation of going back home. Not only was it unexpected, it also foreshadowed my future years later.

Two days before I had signed a publishing contract to write the biography of a truly important Italian. My mother’s sickness seemed to be in remission and I allowed myself a few weeks in Italy to carry out the research that was impossible in Australia. It looked like it was the end of a nightmare and the start of a happy phase but it was not.

On my return I discovered that my mother had undergone a major operation and in order not to worry me my family had decided not to tell me. This attitude is very typical of migrant families, whether in Italy or overseas. So I found myself writing while my mother was resting and even in the hospital’s canteen during her sessions of chemotherapy.

At the end of January 2004 I delivered the manuscript to the publisher and I concentrated on my parents. As anybody who has cared for sick parents knows, for the following years my life was no longer my own. I will not describe what I went through; it would need a book just for that.

I was the only one in the room on the night she passed away in a coma shortly after the other relatives had left. I could not allow myself to mourn her loss, from that point on all my efforts were for my father who had suffered terribly during mamma’s disease but in a short time the torment of his particular form of dementia created huge problems, sadly even between my brother and I.

When papà passed away nearly three years later my brother was also present. It was the end of a period I will never be able to explain well, you have to go through it to understand…

I was still waiting for the release date for the book due to delays by the publisher. The following January I had a great shock when, the week after his decision to finally publish the book, an email from Italy first ordered the delay in publication and then another email blocked the book entirely. The Australian publisher had mismanaged the copyright issues for the Italian material used in the book that was essential to tell the subject’s story.

This almost destroyed me. Despite my decision to dissolve the contract with the publisher, every attempt to find a solution ended in a vacuum. I did not know what to do, except to go back to my previous job. However, I never stopped fighting to be allowed to publish the book.

Then a message came that overturned my life.

The unexpected request 

One morning at the end of January 2010 I found a friendship request on Facebook, it was my ex fiancée. I did not know what to do.

Years before friends in common had told me what had really happened at the time. Unfortunately she had made a mistake with unexpected consequences and one of the results was the decision to leave me. I also knew that her new life was anything but happy. I had gone looking for her in Faenza but when I saw her from a distance I understood that everything my friends had told me was true and so I decided not to approach her in order not to create more problems for her.

That request was a step towards her new life. She wanted to ask my forgiveness for what had happened. In the beginning I did not know how to react, however, slowly as we began to talk I understood that that chapter in my life had never been closed as I thought.

The following July I was on a plane to Italy to see her again. The premonition of that arrival in Rome years before had come true.

The reverse migrant

I will not go into the details of that period. I will only say that in the moment I saw her again in Bologna it was as if we had never left each other, despite the many years that had gone by. A few months later I knew that I would never go back to live in Australia.

In this was I became the “reverse migrant”.

I began living the life of other couples I had known over the years but I was the exception. I am the only case I know of a son of Italian migrants and a girl from Italy.

In all the other cases I have known, before and after, he came from Italy and she from Australia but a daughter of Italian migrants. They had met on holiday, at times in Italy or in Australia and even in other countries. I already knew of the hardships that I would encounter with my partner, in fact, it was the subject of one of my short stories. The difference was that this time I too was and still am involved.

The lives of these couples of not easy starting with the decision of where to live because not everybody manages to settle down in new countries. These are stories that few people know and, like the Italian-Australian girls in part 2, they deserve a chapter on their own in the history of Italian migration because they deal with problems that few imagine, let alone fully understand.

While I waited for my partner to find the opportunity to live with me I rented an apartment that let me understand an Italian reality that we see every day in the newspapers and sadly often not in the good sense.

The Nigerian family

My neighbours were a Nigerian family and during the year and a half that I lived in the apartment block that we shared I could see their life up close and I must confess that their life struck me because in very many ways it was identical to my life in Australia.

At the children’s parties the relatives gathered together from all over the peninsula, as we did in Australia. I also saw how even if the mother did not speak Italian well, the children already had a good command of it. And one evening I had proof of how these families are bridges between countries.

I was at home watching a game of the Italian national football team. The sounds I heard coming from the apartment next door made me believe that the children were playing but I was wrong. When Italy scored the first goal the children started screaming as though they had scored and they did this every time the team scored that evening.

And I identified myself with them and the other migrants also in other circumstances, unfortunately not good like on that occasion. Now as I travel around Italy I hear comments and offensive remarks towards the migrants in the country. They are identical in every way to the insults and the snide remarks that followed me for all my life in Australia but with an important difference that makes me feel ashamed. Now the comments are in Italian and towards migrants.

If we truly want to achieve integration in Italy we must understand the lessons of the lives of our relatives and friends overseas. Integration is not unilateral, it must come from both parties because migrants are agents of change and we only have to see what Italians overseas have done in their countries of residence to understand that this is true.

There are those in Italy who do not want to see their country change but change is inevitable, the world has always changed and will always change. We must deal with this reality and learn the positive lessons from our experiences overseas to help the new migrants in Italy to integrate in the best way possible. But it is not a task they can do on their own, we must all do it.

I am now at the end of my story. I never stopped fighting for that book but I now find myself at ease as I never did in my country of birth. A large part of this is due to my partner but a part is also thanks to having finally been able to understand which was my true country of residence.

But this does not change an essential fact about me and about all those born and raised overseas, some more and some less. We are not only “Italians” or “Australians” (Americans, Argentineans, Canadians, Brazilians, etc), we are much more, we are the children of two worlds and as such we are also bridges between countries. But bridges are useless if we do not use them in the right way…

For those who want to know the details of the battle of my book: https://thedailycases.com/il-libro-proibito-il-testimone-scomodo-the-forbidden-book-the-troublesome-witness/

As always, we invite our readers to send their stories. This newspaper wants to be the means to let the world, starting with Italy, know our lives and experiences because in every way they are part of the History of Italian Migration and for this reason they are important. Send your stories to: [email protected]

Part 1: https://thedailycases.com/il-migrante-inverso-the-reverse-migrant/

Part 2: https://thedailycases.com/il-migrante-inverso-parte-2-the-reverse-migrant-part-2/

 

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