Io non sono (solo) Italiano – I am not (only) Italian

di emigrazione e di matrimoni

Io non sono (solo) Italiano

Parliamo molto degli italiani all’estero, però cosa ne sappiamo davvero di questi italiani?

Ho finito la seconda parte di questa trilogia di articoli con le parole “vera identità da discendenti di emigrati italiani”. Questo non è a caso perché proprio questo era il punto che mi ha colpito delle due vicende cha hanno ispirato questi tre articoli. 

Parte 1: Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Parte 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

Parliamo molto degli italiani all’estero, però cosa ne sappiamo davvero di questi italiani? Ci concentriamo così tanto su chi potrebbe avere diritto alla cittadinanza italiana, e quindi il passaporto e poter votare, che fin troppo spesso dimentichiamo, soprattutto a livello ufficiale, che chi ha la cittadinanza non è che una minoranza della collettività italiana nel mondo. 

Purtroppo, nel parlare degli italiani nel mondo, con o senza cittadinanza, non facciamo una domanda fondamentale che potrebbe aiutare loro a trovare le loro origini e il loro patrimonio famigliare italiano. 

Tristemente la domanda è crudele, però non per questo non dobbiamo porla: può il figlio e/o discendente di emigrati italiano essere un “italiano vero”? Infatti, la canzone “L’Italiano” di Toto Cutugno ha avuto un successo enorme tra le comunità italiane in giro per il mondo, ma evita le molto spesso dure realtà delle comunità italiane in tutti i continenti. 

Inoltre, in certe circostanze, quel che ci obbliga a chiederci cosa siamo non è solo l’atteggiamento dei genitori che ovviamente vogliono che i figli facciano una vita nuova e prosperosa nel paese nuovo, ma anche l’atteggiamento degli autoctoni che spesso non sono affatto gentili con i nuovi vicini e non nascondono il loro disprezzo per gli stranieri. 

 Australia 

Sono figlio di emigrati italiani, nato e cresciuto in Australia, ma posso dire, come ho scritto in più occasioni in questa rubrica, che sin dai primi giorni di scuola mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Volevo essere come gli altri ma alcuni non volevano fare amicizia e regolarmente, anche da adulto, sentivo il commento “Go back to where you come from”, cioè, torna da dove sei venuto. 

Da bambino non capivo quella frase, era nato in Australia ma loro non lo volevano riconoscere. Però, con il passare degli anni ho capito che questo era la prima fase per capire la mia identità vera. In casa parlavamo in italiano, ma fuori casa in inglese a fare la spesa, dal medico, ecc., poiché il mondo fuori casa era anglofono. 

Il secondo passo è stato il primo viaggio in Italia quando ho capito che non ero tanto italiano quanto pensassi. Il mio italiano era rudimentale e la mia conoscenza della Storia e la Cultura del paese era scarsa paragonata ai miei cugini. Questo non cambiava il legame d’affetto con i cugini, ma sapevo che c’era una barriera tra di noi creata dagli ambienti in cui siamo nati e cresciuti, chi in Italia e chi all’estero. 

Sono tornato in Australia con moltissimi dischi e libri italiani e così è iniziato il mio percorso vero verso la mia identità. Ma cercarla ha aggravato la differenza tra me e gli australiani, particolarmente a scuola quando portavo qualcosa dal viaggio che alcuni hanno preso malissimo. 

Qualche anno dopo ho saputo d’essere nato cittadino italiano e ricordo benissimo il giorno che ho ricevuto il mio primo passaporto italiano e pensavo fosse la fine della ricerca. Ma non lo era, era semplicemente il riconoscimento della mia identità ufficiale di cittadino italiano, ed era anche l’inizio della terza fase che ha impegnato molti anni. 

Ora riguardo questi passi e capisco che il ragazzo cresciuto in una zona popolare della città di Adelaide non poteva immaginare il percorso che l’avrebbe portato a fare proprio quel passo che volevano i suoi avversari australiani a scuola e anche dopo, di tornare al paese dei miei genitori. 

Ed è stato nei miei vari viaggi in Italia che ho capito che la mia identità vera non è solo italiana, ma anche australiana. Per come sono cresciuto, in scuole australiane e lavorando per decenni in Australia, ero troppo australiano per essere “100% italiano” e viceversa. Non nel sangue, bensì come persona. 

Questo me lo sarei aspettato da figlio di emigrati, ma più  scambio pareri con altri figli e soprattutto discendenti di emigrati italiani nel mondo, più mi rendo conto che questa voglia si estende ben oltre la prima generazione nata nel paese nuovo. 

Domanda 

Un esempio che vedo regolarmente è nei post nelle pagine social degli italo-americani come quello dello screenshot in testa all’articolo. Il post dice: “Allora chi viene dalla Patria? Chi qui è 100% italiano?” Nello spazio delle prime 14 ore, il momento in cui batto questo articolo, ci sono stati quasi mille risposte e/o commenti. Molti dei quali in accordo con la domanda e altri che, precisano dicendo che sei del paese dove nasci, oppure sei una miscela. 

Difatti, quasi ogni giorno qualcuno scrive sui social d’aver ottenuto il risultato delle prove DNA ed è indignato che il risultato non è 100%, quindi rivelando anche il fatto di non conoscere la Storia delle moltissimi invasioni del paese nel corso dei millenni, per cui nemmeno in Italia troveresti mai qualcuno “100% italiano” secondo il DNA. 

Tristemente, come spesso accade in questi casi, ci sono anche risposte da italiani in Italia che prendono in giro questo atteggiamento e questo non fa altro che scaldare gli animi e non aggiungono niente di utile al soggetto. Anzi rendono banale una questione che è la chiave per l’identità dei discendenti degli emigrati italiani che va ben oltre l’aspetto legale della cittadinanza. 

Vedo spesso nei discorsi da parte di politici che il sangue definisce chi è o non è italiano. E questo è ovviamente un riferimento alla cittadinanza. Ma davvero tiene conto della realtà degli italiani negli altri paesi? Credo proprio di no, anzi l’ignorano. 

Con ogni generazioni che passa i figli e discendenti degli emigrati italiani sposano non italiani e questo è perfettamente naturale. I figli di questi matrimoni poi apprendono aspetti da entrambi i genitori e per questo motivo, di cultura e ambiente, questi figli incarnano non solo il loro aspetto italiano. Basta andare sulle pagine social degli italiani all’estero di tutti i paesi per vedere che moltissimi nomi e cognomi non sono, e non potranno mai essere, solo italiani. 

Allora perché chiedersi d’essere “100% italiano”, la risposta è semplice, fa parte della ricerca della propria identità da discendente di emigrati italiani, anche se alcuni ancora non lo capiscono. 

Identità vera 

So di rischiare la rabbia di lettori con quel che sto per scrivere, però la nostra identità personale non si basa solo su un aspetto della nostra vita, ma l’ambiente in cui nasciamo e cresciamo e ogni episodio, buono o cattivo della nostra vita.  

Dire di essere “100% italiano” vuol dire in effetti conoscere perfettamente la lingua e la cultura del paese. Chi non conosce la lingua, chi non sa niente della Storia e la Cultura del paese oltre le tradizioni di famiglia, anche se sono importanti per ciascuno di noi, può davvero dire d’essere 100% italiano? 

Inoltre, dire di essere “100% italiano” vuol dire rinnegare una parte della propria identità se nonni o genitori non sono italiani. Come anche rinnegare molti aspetti dell’ambiente in cui sei nato e cresciuto. 

Possiamo dire d’essere discendenti di emigrati italiani, ma dire “100% italiani” non fa altro che confondere quel che siamo davvero, il frutto di almeno due culture, quella italiana, quella del paese di nascita, e le culture di ogni genitore/nonno non italiano. 

Da figlio di immigrati italiani in Australia la mia risposta è stata di capire che non posso essere “solo” italiano. La mia scuola, le mie esperienze di vita erano in un altro paese e quindi quando qualcuno qui in Italia mi chiede del mio accento rispondo che sono italo-australiano e ne sono fiero. 

Naturalmente ogni persona deve trovare la propria risposta alla vera identità personale, ma dobbiamo farlo riconoscendo che la nostra vita all’estero non è una “vita italiana” bensì una vita con aspetti italiani, chi più, chi meno. 

La risposta non è facile, ne sono più che cosciente, però bisogna farlo in tutta onestà perché non esiste una “identità italiana” standard, perché ciascuno di noi è una persona unica e quindi anche la nostra identità personale da discendenti di emigrati italiani è unica. 

Di nuovo invitiamo i nostri lettori a inviare le loro storie da emigrati e/o figli/discendenti di emigrati italiani a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

 I am not (only) Italian

We talk a lot about Italians overseas, however, what do we truly know about these Italians?

I finished the second part of this trilogy of articles with the words “true identity as descendants of Italian migrants” This was not by chance precisely because this was the point that struck me about the two matters that inspired these three articles.

Part 1:Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

Part 2: I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

We talk a lot about Italians overseas, however, what do we truly know about these Italians? We concentrate so much on who could have a right to Italian citizenship, and therefore the passport and being able to vote, that all too often we forget, especially at an official level, that those who have citizenship are only a minority of the Italian collective around the world.

Unfortunately, when we talk about Italians around the world, with or without citizenship, we never ask an essential question that could help them find their origins and their Italian family heritage.

Sadly the question is cruel but this does not mean we should not ask: can the child and/or descendant of Italian migrants be a “true Italian”? In fact, the song “L’Italiano” (The Italian) by Toto Cutugno was a huge success amongst the Italian communities around the world but very often it avoids the harsh reality of the Italian communities in all the continents. 

Furthermore, in certain circumstance what forces us to ask ourselves what we are is not only the attitude of the parents, who obviously want their children to lead a new and prosperous life in the new country, but also the attitude of the natives who often are not at all kind with the new neighbours and do not hide their contempt for the foreigners.  

Australia 

I am the son of Italian migrants, born and raised in Australia, but I can say, as I have often done in this column, that since the first days at school I felt like a fish out of water. I wanted to be like the others but some of them did not want to become friends and regularly, even as an adult, I heard the comment “Go back to where you come from”, 

I did not understand that phrase when I was a child, I was born in Australia but they did not want to recognize that. However, with the passing of the years I understood that this was the first phase to understanding my true identity. We spoke Italian at home but English outside the home when shopping, going to the doctor, etc because the world outside the home spoke English. 

The second stage was the first trip to Italy when I understood that I was not as Italian as I thought. My Italian was rudimentary and my knowledge of the country’s history and Culture was scarce compared to my cousins. This did not change the emotional bond with my cousins but I knew that there was a barrier between us created by the environments in which we were born and grew up, who in Italy and who overseas. 

I returned to Australia with many Italian records and books and so began my path towards my identity. But looking for it made the difference between me and the Australians worse, especially at school when I brought something from the trip and some of them took this very badly. 

A few years later I found out I was born an Italian citizen and I remember very well the day I got my first Italian passport and I thought I was at the end of my search. But it was not, it was simply the recognition of my official identity as an Italian citizen and it was also the start of the third phase that took many years. 

I now look hack at those stages and I understand that the boy who grew up in a working class suburb of Adelaide could not imagine the path that would take him to take that very step that his Australian adversaries at school and even after wanted, to go back to my parents’ country. 

And it was during my various trips to Italy that I understood that my true identity was not only Italian but also Australian. Since I grew up in Australian schools and working for decades in Australia, I was too Australian to be “100% Italian” and vice versa. Not by blood but rather as a person. 

I would have expected this for the child of migrants but the more I exchange opinions with other children and especially descendants of Italian migrants around the world, the more I realize that this desire extends well beyond the first generation born in the new country. 

  Question 

One example that I see regularly is in the posts on the social media pages of the Italian Americans, such as the screenshot at the top of this article. The post says “So, who is from the Mother Land? Who here is 100% Italian?” In the space of the first 14 hours, at the time that I am typing these words, there have been almost a thousand replies and/or comments. Many of them agree with the question and many others specify that you are of the country where you are born, or you are a mix.

In fact, almost every day people on the social media write that he or she has had the results of their DNA tests and is indignant that the result is not 100%, thus also revealing the fact that they do not know the history of the many invasions in the country over millennia so that even in Italy you would never someone who is “100% Italian” according to their DNA. 

Sadly, as often happens in these cases, there are also the replies from Italians in Italy who mock this attitude and this only raises the temperature of the discussion and adds nothing useful to the subject. Indeed, they trivialize a question that is the key to the identity of the descendants of Italian migrants that goes well beyond the legal issue of citizenship. 

I often see in speeches by politicians that blood defines whether or not someone is Italian. And this obviously refers to citizenship. But does it truly take into account the reality of Italians in other countries? I really think not, in fact they ignore it. 

With every passing generation the children and descendants of Italian migrants marry non-Italians and this is perfectly natural. The children of these marriages then take in aspects from both parents and for this reason, of cultural and the environment, these children do not embody only their Italian aspect. We only have to go to the social media pages of the Italians overseas of all the countries to see that multitude of names and surnames are not, and cannot ever be, only Italian. 

So why ask yourself whether or not you are “100% Italian”? The answer is simple, it is part of the search for your own identity as a descendant of Italian migrants, even if some do not yet understand this.

  True identity

I know that I risk the anger of readers with what I am about to write, however, our personal identity is not based only on one aspect of our lives but the environment into which we are born and every episode, good or bad, in our lives.

Saying you are “100% Italian” in fact means you know that country’s language and culture perfectly. Can those who do not know the language or those who know nothing of the country’s history and Culture beyond the family’s traditions, even if they are important for each one of us, truly say they are 100% Italian?

Furthermore, saying you are “100% Italian” means denying a part of your identity if any grandparents or parents are not Italian. As well as denying many aspects of the environment in which you were born and grew up. 

We can say we are descendants of Italian migrants but saying “100% Italian” does nothing but confuse what we truly are, the fruit of at least two cultures, Italian Culture, the Culture of the country of birth and the Culture of each non-Italian parent/grandparent. 

As the child of Italian migrants in Australia my answer was to understand that I cannot be “only” Italian. My education and my life experiences were in another country and therefore when someone here in Italy asks me about my accent I answer that I am Italo-Australian and I am proud of this. 

Of course every person must find their own answer to their personal identity but we must do this recognizing that our lives overseas are not “Italian lives” but rather a life with Italian aspects, some more, some less. 

The answer is not simple, I am more than aware of this, however, we must do so with total honesty because there is no ”standard Italian” identity because each one of us is a unique person and therefore our personal identity as descendants of Italian migrants is also unique. 

  Once again we invite our readers to send in their stories as migrants and/or children/descendants of Italian migrants to: [email protected]

I Misteri degli Italo-Americani – The Mysteries of the Italian Americans

di emigrazione e di matrimoni

I Misteri degli Italo-Americani 

Il nome è fondamentale per l’identità di persone come figli/discendenti di emigrati italiani.

  Come ho spiegato nella prima parte di questa trilogia di articoli, nell’introduzione all’articolo di Paolo Cinarelli, (Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity) allo stesso tempo che lui ci ha inviato l’ articolo, un post in una pagina Facebook dedicata agli italo-americani ha attirato la mia attenzione. 

  Il commento di un utente era in risposta a una foto sulla di pagina di un nonno con la didascalia “il mio nonno italiano che parla solo poche parole inglesi dopo decenni negli Stati Uniti”.  La risposta è stata: “Al contrario; (n.d.r., i miei nonni) hanno imparato l’inglese e hanno cambiato tutti i nomi per sembrare più americani; alcuni dei cittadini più patriottici che incontrerai mai” 

  Ovviamente avevo già in mente l’articolo di Paolo e la differenza tra il comportamento di chi ha lottato per tenere il proprio nome e chi ha volontariamente cambiato il nome di tutta la famiglia mi ha colpito profondamente. 

  Gli ho risposto che in altri paesi molti degli emigrati italiani non hanno imparato bene la lingua locale, tantomeno cambiato i nomi interamente, e che questo non impediva a loro d’essere buoni cittadini del paese. Egli ha risposto che poteva essere per via dei sentimenti anti-immigrazione all’epoca, che potrebbe anche spiegare il motivo vero per la decisione dei suoi nonni. Infine gli ho chiesto di contribuire con un articolo sulla storia della sua famiglia e mi auguro che lo farà. 

  L’unico caso che conosco in Australia del cambio di nome totale è quello di un emigrato italiano allo scoppio della seconda guerra mondiale che, su un consiglio di un amico australiano, ha cambiato il cognome ed anglicizzato i nomi della famiglia per evitare problemi nel caso dell’entrata in guerra dell’Italia. Difatti, nel giugno 1940 questa famiglia non è stata internata come quasi tutte le altre in Australia. 

  Però, leggendo regolarmente le pagine social degli italo-americani comportamenti anomali, non nel senso negativo come ho già spiegato, non sono rari. Lo vediamo in molti aspetti e cambi della vita, tradizioni ed usanze italiane che contrastano molto con quel che ho visto e vissuto in Australia, e che ho appreso durante gli scambi con molti emigrati e discendenti di emigrati in altri paesi nel corso di questa rubrica degli italiani nel mondo. 

  In molti casi queste differenze sono quasi banali, come cambi in ricette di famiglia in base alla mancanza di ingredienti, ecc., ma in certi casi le differenze sono davvero sorprendenti ed in alcuni stupefacenti. E perciò dobbiamo fare alcune considerazioni di queste questioni specifiche. 

  Il primo caso del genere è ovviamente quello del cambio volontario di nome. Non dico che sia una maggioranza di casi negli Stati Uniti, ma certamente si nota molto di più degli altri paesi, tranne in Argentina e Brasile dove la legge lo imponeva. Il nome è fondamentale per l’identità di persone come figli/discendenti di emigrati italiani. Infatti, in Australia non è raro che figli di italiani ancora continuano a dare il nome dei genitori ai loro figli secondo la vecchia tradizione, e non dubito che sia così anche in molti altri paesi. 

  Di conseguenza, e non è una considerazione banale, sarebbe interessante conoscere le reazioni ed eventuali conseguenze nei rapporti con i parenti in Italia in riposta a questi cambiamenti da parte degli emigrati italiani negli Stati Uniti, ed ho il forte sospetto che in alcuni casi i genitori e parenti rimasti in Italia presero male queste decisioni. Purtroppo, visto che queste persone non ci sono più, è quasi impossibile saperlo oggigiorno. 

  Proprio per questo motivo, il secondo caso ha un legame molto stretto con questo aspetto della vita degli italo-americani, ed in un certo senso è ancora più drastico, perché abolisce proprio quell’aspetto della nostra vita che ci definisce come italiani, la nostra lingua. 

  Regolarmente sulle pagine social italo-americane qualcuno chiede: “Quanti di voi non avete imparato l’italiano a casa?” Non avrei mai immaginato una domanda del genere tra le pagine degli italiani in Australia perché in tutti i casi che ho conosciuto nel corso dei decenni di attività nella comunità italo-australiana, la lingua di casa era sempre l’italiano. Perciò mi sono meravigliato non poco nel leggere quanti utenti hanno risposto che i genitori/nonni hanno imposto di non insegnare la lingua ai piccoli. E molti di loro aggiungono poi il dettaglio importante, “però i genitori e nonni si parlavano in italiano”. 

  Difatti, questo ultimo commento obbliga a farci una domanda importante, perché hanno deciso di imporre una regola così drastica? Non solo perché hanno abolito il legame con la lingua che ci definisce, ma perché l’italiano era la lingua naturale dei genitori e chissà come sarà stato difficile per loro non fare le frasi e i giochini con i piccoli che avevano imparato dai propri genitori. 

  Inoltre, e questo lo vediamo chiaramente nei commenti sui social, questa decisione ha reso molto più difficile per i figli avere ricordi di quel che succedeva in casa. Non imparando la lingua non hanno potuto sviluppare “l’orecchio” per capire e ricordare bene parole e frasi dai genitori e i nonni e ora, decenni dopo, cercano di sapere cosa dicevano, ma la loro memoria fornisce solo vaghi ricordi che spesso non permettono a loro di sapere cosa volevano veramente dire. 

  Poi, a queste considerazioni bisogna aggiungere che non insegnare l’italiano ai figli voleva anche dire che la rottura tra i rami della famiglia in Italia e all’estero succedeva molto prima di altre famiglie perché i figli e i nipotini non erano in grado di poter parlare con nonni, zii e cugini in Italia. Questo ha reso più difficile per i discendenti non solo poter ristabilire i rapporti nel futuro, ma ha reso ancora difficile per i pronipoti poter rintracciare le loro origini e poter scoprire il loro patrimonio famigliare personale. 

  Certamente queste difficoltà sono state rese ancora più difficili dalla mancanza di documentazione e il vuoto creato dal non aver potuto parlare con i nonni per sapere storie ed aspetti della vita in Italia, che avrebbero potuto sapere se avessero parlato l’italiano. 

  A tutto questo bisogna anche aggiungere un aspetto storico specifico della situazione americana. Nel corso degli anni abbiamo sentito molto parlare dei cambi di nomi e cognomi di immigrati italiani al celebre Ellis Island a New York e gli altri porti d’arrivo negli Stati Uniti. E non c’è dubbio che in moltissimi casi proprio questo è successo. 

  Però, come ho spiegato in un articolo precedente sulle accoglienze inattese in Italia di chi cerca le proprie origini (https://thedailycases.com/le-accoglienze-inattese-in-italia-the-unexpected-welcomes-in-italy/) non tutti gli emigrati hanno lasciato l’Italia per motivi “puliti”. Dunque sarebbe ingenuo non pensare che alcuni di quelli che hanno avuto cambi di nomi, e non sapremo mai quanti, abbiano sfruttato intenzionalmente l’opportunità di poter fare perdere le proprie tracce, particolarmente prima del 1924 e l’arrivo del moderno passaporto con fotografia. 

  Il risultato di questo si trova nei commenti di coloro che, quando finalmente hanno trovato i parenti, si sono trovati a dover affrontare realtà che non potevano immaginare quando hanno iniziate le ricerche genealogiche. 

  Non voglio dire che circostanze del genere non succedano in altri paesi, però una lettura regolare delle pagine social americane rivela che la loro frequenza è molto più alta di quel che si vede altrove. 

  Senza dubbio a peggiorare tutto questo è la memoria di tutti noi esseri umani. Pensiamo di ricordare benissimo il passato, ma i nostri ricordi cambiano man mano che cresciamo. A volte la maturità ci dà la capacità di capire cose che da giovani non potevamo e a volte le nostre esperienze ci rendono ciechi alle possibilità che il passato non era proprio quel che ricordiamo. 

  Questi misteri tra gli italo-americani sono aspetti che nessuno più può spiegare del tutto, rimarranno sempre misteri, ma a volte possono colpire in modi inattesi, e a volte anche tragici, come quando ci si aspetta la gioia di una riunione con parenti lontani ed invece si scoprono segreti di famiglia che i nonni e bisnonni cercavano di tenere nascosti dai figli nati all’estero. 

  Senza dimenticare che i discendenti oggi non hanno i mezzi di poter sapere quel che è successo nel passato a causa di decisioni che per molti dovevano essere difficili e davvero drastiche. 

  I cambi dei nomi e il rifiuto di insegnare l’italiano ai figli potevano anche aiutare i figli ad ambientarsi nel paese nuovo, ma a quale costo?

Indubbiamente i nonni/genitori presero queste decisioni per il bene dei figli, ma ora i loro nipoti e pronipoti che vogliono rintracciare le loro origini e i loro parenti stanno scoprendo che in molti casi non hanno avuto la possibilità di riempire quel vuoto che sentono perché non conoscono le loro origini e quindi non potranno mai conoscere la loro vera identità da discendenti di emigrati italiani. 

  Di nuovo invitiamo i lettori a inviare le proprie storie ed esperienze a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

The Mysteries of the Italian Americans

The name is essential part of a person’s identity as the child/descendant of Italian migrants.

As I explained in the first part of this trilogy of articles in the introduction to Paolo Cinarelli’s article (Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity), at the same time that he sent us the article a post on a Facebook page dedicated to the Italian Americans drew my attention.

A user wrote a reply to a photo on the page of a grandfather with the caption “My Italian grandfather who spoke only a few words of English after decades in the United States”. The reply was: “Just the opposite; learned English and changed all the names to sound more American; some of the most patriotic Americans you’ll ever meet!”  

Obviously I already had in mind Paolo’s article and the difference in the behaviour of who fought to keep their own names and those who voluntarily changed the names of all the family struck my deeply.

I answered that in other countries many Italian migrants did not learn the local language very well, much less changed their names entirely, and this did not prevent them from being good citizens of the country. He replied that it could have been caused by anti-migrant sentiments at the time, which could have been the real reason for his grandparents’ decision. Finally I asked him to contribute an article on his family’s history and I hope he will do so.

The only case I know of a total change of name in Australia was that of an Italian migrant at the start of World War Two who, on the recommendation of an Australian friend, changed his surname and anglicized the names of the family to avoid problems in the case Italy entered into the war. In fact, in June 1940 unlike almost all the others in Australia this family was not interned.

However, as I regularly read the social media pages of the Italian Americans anomalous behaviour, not in the negative sense as I have already explained, is not rare. We see this in many issues and in the changes in the lives, traditions and customs of Italians that contrast greatly with what I have seen and lived in Australia and from what I have learnt during exchanges with  many migrants and descendants of migrants in other countries during the years of this column of the Italians around the world.

In many cases these differences are trivial, such as changes in family recipes caused by the lack of ingredients, etc, but in certain cases the differences are truly surprising and in some cases astounding.   And therefore we have to make some considerations of these specific questions.

The first case of this type is obviously that of the voluntary change of names. I do not say that they are a majority of cases in the United States but it is certainly shows more than in the other countries, except in Argentina and Brazil where the law required it. The name is essential part of a person’s identity as the child/descendant of Italian migrants. In fact, in Australia it is not rare for the children of migrants to still continue give the parents’ names to the children in accordance with the old tradition and no doubt it is still like this in many other countries.

 Subsequently, and this is not a trivial consideration, it would be interesting to know the reactions and eventual consequences of the relations with the relatives in Italy in reaction to these changes by the Italian migrants in the United States and I have a strong suspicion that in some cases the parents and relatives left behind in Italy took these decisions badly. Unfortunately, considering that these people are no more, it is almost impossible to know this today.

For this very reason the second case has a very close relation to this aspect of the life of Italian Americans and in a certain sense it is even more drastic because it extinguishes precisely that aspect of our lives that defines us as Italian, our language.

On the social media pages of the Italian Americans someone regularly asks: “How many of you never learnt Italian at home?” I would never have imagined such a question between Italians in Australia because in all the cases I known during my decades of activity within the Italo-Australian community the language at home was Italian. Therefore I was more than a little amazed to read how many users answered that the parents/grandparents ordered not to teach the language to the children. And many of them then add an important detail, “however the parents and grandparents spoke to each other in Italian”

In fact, this final comment forces us to ask an important question, why did they decide to impose such a drastic rule? Not only because it extinguished the link with the language that defines us but because Italian was their natural language and who knows how hard it was for them not to make phrases and play games with words in Italian with the children that they had learnt from their own parents.

Furthermore, and we see this clearly in the comments on the social media pages, this decision made it  harder for the children to have memories of what happened at home. Not having learnt the language they were not able to develop an “ear” for understanding and remembering correctly words and phrases from the parents and grandparents and now, decades later, they try to understand what was being said but their memory only provides vague memories that often do not allow the now grown up children to know what they really wanted to say.

And then we must add another consideration, that not teaching Italian to the children also meant that the break between the branches of the family in Italy and overseas happened much earlier than other families because the children and grandchildren were not able to speak with their grandparents, uncles, aunts and cousins in Italy. This made it harder for the descendants to be able to re-establish relations in the future and it made it even harder for the great grandchildren to trace their origins and to be able to discover their personal family heritage.

These difficulties were certainly made even harder by the lack of documentation and the void created by not being able to speak to the grandparents to know stories and aspects of life in Italy that they would have known if they could have spoken Italian.

And to all this we also have to add an aspect of history specific to the American experience.  Over the years we have heard a lot spoken about the changes of names and surnames at the famous Ellis Island in New York and the other ports of arrival in the United States. And there is no doubt that in many cases this is just what happened.

However, as I explained in a previous article regarding the unexpected welcomes in Italy given to those who are looking for their origins (https://thedailycases.com/le-accoglienze-inattese-in-italia-the-unexpected-welcomes-in-italy/)  not all the migrants left Italy for ”clean” reason”. So it would be naive to think that some of those who had changes of names, and we will never know how many, intentionally took advantage of the opportunity to be able to lose their tracks, especially before 1924 and the arrival of modern passports with photos.

The result of this is found in the comments of those who, when they finally traced their relatives, found themselves having to deal with realities they could not have imagined when they began the genealogical research.

I do not want to say such circumstances do not happen in other countries, however, regular reading of American social media pages reveals that their frequency is much higher than what we find in other countries. 

Without a doubt what makes this worse is the memory of all us human beings. We think we remember the past very well but our memories change as we grow up. Sometimes maturity gives us the capacity to understand things we could not when we were young and at times our experiences make us blind to the possibility that the past was not quite what we remember.

These mysteries amongst the Italian Americans are issues that nobody can explain fully any more, they will always be mysteries, but sometimes they strike in unexpected and at times also tragic ways like when someone expects the joy of a reunion with far away relatives and instead they discover family secrets the grandparents and great grandparents tried to keep hidden from the children born overseas.

Without forgetting that the descendants today do not have the means to be able to know what happened in the past due to decisions that must have been difficult and truly drastic for many.

The changes of names and the refusal to teach Italian to the children may also have helped the children to settle into the new country but at what cost?  

Undoubtedly the grandparents/parents took these decisions for the good of the children but now their grandchildren and great grandchildren who want to trace their origins and relatives are discovering that in many cases they do not have the chance to fill the void that they feel because they do not know their origins and so they will never be able to know their true identity as descendants of Italian migrants.

Once again we invite readers to send their stories and experiences to: [email protected]

Gli Italiani in Australia

Quel modo di fare che ci ha portato ad essere amati in ogni angolo del pianeta

di Giuseppe Cossari e Paolo Buralli (CTIM Australia)

Durante la Seconda guerra mondiale, l’Italia giocava più massicciamente in quella parte del mondo a noi più vicina, il Continente Africano, i nostri soldati alleati dei tedeschi partirono per quelle terre calde e quei deserti dove si fecero onore molti dei nostri reparti militari ma anche dove, in migliaia, persero la vita.

Gli inglesi che erano i nostri principali avversari su quel fronte, il fronte Africano, erano determinati ed agguerriti e soprattutto spietati con i prigionieri che catturavano man mano che conquistavano terreno; dai diari di guerra rinvenuti dopo la fine del conflitto bellico, si trovano racconti che narrano della durezza inglese nei confronti dei nostri soldati Italiani, lasciati a bollire sotto il sole con pochissima acqua e quasi nulla da mangiare. Ci sono racconti che narrano di campi i cui i confini invalicabili, per i prigionieri, erano delineati con la farina che, puntualmente veniva rubata di notte dai nostri connazionali utilizzando solo le mani, visto che non possedevano nessun contenitore o strumenti di lavoro, per poi farci un po’ di pane per sfamarsi.

Gli Inglesi ad un certo punto decisero che questi prigionieri fossero più utili come lavoranti in quella terra lontana, l’Australia, Nazione dalle terre sconfinate e poco abitate, ancora priva di molte delle strutture necessarie, strade, ferrovie, abitazioni ect.. Ma soprattutto mancava la manodopera negli immensi campi di coltivazione d’ogni genere ed allevamento, perché i forti giovani Australiani erano partiti per il fronte lasciando le loro famiglie e le loro terre ai genitori che faticavano a portare avanti quei lavori di campagna che, una volta senza strumenti tecnologici si dovevano portare avanti con la forza delle braccia.

Per questo gli Australiani al fronte, vennero rimpiazzati dai prigionieri di guerra tra cui quelli Italiani che venivano assegnati alle famiglie di coltivatori che li utilizzavano come manodopera e forza lavoro ed a dir la verità, da quei diari emerge anche la “contentezza” di quei giovanotti che arrivati nella lontana terra grazie al loro lavoro, riuscivano a mettere insieme colazione, pranzo e cena, non dovendo più patire la fame, tant’è che lavoravano sodo e si facevano voler bene dai proprietari.

Questa lunga prigionia in Australia, che poi era diventata più una convivenza con famiglie Australiane terminò quando, dopo la prima bomba atomica su Hiroshima, fu dichiarato in tutto il mondo la fine delle ostilità e la totale resa dei Nazisti. I nostri Connazionali quindi, furono liberi di tornare a casa e i diari di guerra dei soldati prigionieri ci rivelano, che dopo essere tornati in Italia gli stessi agricoltori e le stesse famiglie che avevano in cura i prigionieri, furono gli stessi che sponsorizzarono il viaggio di ritorno degli ex-prigionieri ma, questa volta, come amici e operai cui era data la possibilità di vivere in quella terra, l’Australia, che era precedentemente stata la loro terra di prigionia.

Sempre i diari, raccontano di amicizie formatesi in quegli anni che divennero persino storie a lieto fini, famiglie che avevano perso il figlio in guerra che alla morte lasciarono tutti i loro beni proprio a quei ragazzi Italiani, ormai adulti, che avevano dopo la fine della guerra adottato come figli. Italiani che hanno ereditato terre e allevamenti che in seguito sono diventati grandi imprenditori agricoli in Australia o che hanno aperto aziende nel settore immobiliare e delle costruzioni, si narra che Melbourne è stata costruita dagli Italiani e forse, proprio questo duro lavoro da immigrati e quest’Italianità, oggi chiamata Made in Italy, che ci fa voler bene in tutto il mondo, la dobbiamo ai nostri emigrati che si sono fatti accettare ed amare per i loro comportamenti gentili e allegri, per il loro duro lavoro e per aver fatto conoscere al mondo quella cultura, quella italiana, che è ricca di storia tradizione, buon cibo e tanta allegria.

Nomi italiani e la perdita dell’Identità- Italian names and the loss of Identity

di emigrazione e di matrimoni

Nomi italiani e la perdita dell’Identità

Questo nuovo articolo è il frutto di un confronto tra Paolo Cinarelli il nostro editorialista da Buenos Aires, e me. Quando ho saputo di quel che stava per raccontare gli ho chiesto di scrivere un articolo e sono più che felice del risultato. 

  Senza rivelare l’accaduto posso dire che quel che succedeva in Argentina succedeva anche in altri paesi ed uno in particolare ha una delle comunità italiane più grandi nel mondo, il Brasile. Difatti, questo tema tocca un aspetto fondamentale dei figli/discendenti degli emigrati italiani, l’identità. 

  Il caso ha voluto che un paio di ore dopo l’arrivo di questo articolo un utente italo-americano ha fatto un commento su una pagina Facebook dedicata agli italiani in quel paese, che ha fornito un altro punto di vista su questa aspetto essenziale degli italiani all’estero. 

  L’utente ha spiegato un aspetto della vita di molte famiglie italo-americane che pochi conoscono, e che potrebbe essere una chiave per capire perché in molti modi le comunità italo-americane sono anomale paragonate a quelle in altri paesi, anglofone e non. Ed è così importante che il prossimo articolo tratterà il commento dell’utente americano ed altre considerazione delle anomalie americane. 

Attenzione però, per evitare equivoci, quando parliamo di anomalie non intendiamo affatto un senso negativo, con un giudizio sull’accaduto, bensì intendiamo comportamenti diversi, nelle usanze, tradizioni e l’uso della lingua che potrebbero rivelare aspetti del loro passato che molti di noi oggigiorno non conoscono, e che potrebbero rivelare che la Storia delle comunità italo-americane, sia degli emigrati che dei loro figli/discendenti, non è mai stata quel che i luoghi comuni e gli stereotipi cercano di farci credere. 

  Infatti, questo articolo di Paolo sarà il primo di tre articoli che tratteranno aspetti dell’identità degli italiani all’estero, in modo particolare dei discendenti, spesso dimenticati, perché ci concentriamo così tanto su coloro che cercano la cittadinanza italiana che dimentichiamo che la maggior parte dei discendenti non hanno e non potranno avere diritto alla cittadinanza, e quindi anche il passaporto, ma non per questo motivo sentono meno il richiamo del paese di origine dei nonni e bisnonni, e ora cercano sempre di più di rintracciare le loro origini, comprese le prove del DNA che spesso danno risultati che confondono le idee invece di dare risposte definitive. 

 Allora chiediamo due favori ai nostri lettori mentre leggono questo articolo. Il primo è ovviamente di tenere ben in mente che i prossimi articoli forniranno altre considerazioni per sapere come agire nel futuro verso i nostri parenti ed amici all’estero. Il secondo favore è di ripetere il nostro invito ai lettori di inviarci le loro storie ed esperienze perché più sappiamo della realtà degli italiani all’estero più potremo fornire servizi ed informazioni che potranno far aumentare gli scambi tra le nostre comunità all’estero e l’Italia. 

Inviate le vostre storie a: [email protected].

Nomi italiani, la perdita dell’Identità

Paolo Cinarelli

La pratica della rettifica del mio nome è durata tre anni e mezzo da quando l’impiegata addetta al rilascio dei documenti non ha più saputo come chiamarmi essendo nato Paolo, registrato alla frontiera come Paulo e infine iscritto all’anagrafe come Pablo. “Mi metta il nome che mi piace di più o anche tutti e tre”, le ho risposto senza dare troppa importanza ma non ha voluto sentire argomenti: andava fatta la rettifica. Era febbraio del 2008 e a luglio del 2011 ho finalmente avuto il documento con il mio vero nome, quello che porto dalla nascita. In quello stesso periodo l’Agenzia delle Entrate locale, l’Inps argentina e l’Aci mi avevano già iscritto come Pablo, ma restano dettagli minori.

In effetti, da Paolo a Pablo cambia solo una consonante, ma da Stefano e Esteban o da Calogero a Carlos le differenze sono notevoli e a volte ambigue. Il cambio del nominativo contrasta direttamente con la memoria storica costitutiva dell’identità di ogni persona. Molti hanno accettato l’imposizione del cambio o la traduzione come una nuova identità ma altri abbiamo fatto ricorso ai mezzi legali e/o istituzionali dando luogo alla giurisprudenza, che ha aperto la strada al riconoscimento del nome originale di ogni straniero.

Purtroppo fino a pochissimi anni fa in Argentina non erano permessi i nomi stranieri, la legge 18248 li bandiva e la modifica del 2012 è vigente dal 2015. Per una persona nata nel territorio e quindi cittadina dalla nascita è un argomento solo giustificabile dal punto di vista della dottrina che vuole una nazione in linea al concetto di Stato-nazionale, che non riconosce la coesistenza di diverse culture, in netto contrasto con l’origine migratoria della popolazione locale, non solo di provenienza oltreoceano ma anche dai paesi di confine e da regioni interne del paese. Nuovamente la giurisprudenza ha avuto un ruolo decisivo e il susseguirsi di sentenze favorevoli ai nomi non ispanici ha dato luogo a questa modifica del Codice Civile che ammette l’assegnazione di non oltre tre nomi, purché non siano offensivi e non si tratti di cognomi scambiati per nomi.

Spuntano a decine le storie di compaesani alle prese con i nomi dei loro figli, molti li hanno chiamati in modo neutro con nomi che rimangono uguali in entrambe le lingue. Questo è il motivo dei tanti Roberto, Mario, Enzo, Emilio, Antonio per i maschi e delle tante Maria, Claudia, Emilia e Daniela nelle prime generazioni di nati in Argentina. Spesso si vedono anche le traduzioni dei nomi più diffusi in Italia come Vicente per Vincenzo, Rafael per Raffaele o Ana per Anna. Alcuni nomi rimangono gli stessi ma cambiano secondo il genere e altri sono completamente diversi, per cui sarebbe sbagliato cercare una corrispondenza esatta tra le due lingue. Addirittura lo stesso nome può essere identificato a generi diversi secondo la lingua e spesso le persone preferiscono essere chiamate con nomi diversi secondo la lingua che parlano, è il tipo caso delle donne chiamate Andrea.

Una particolarità del tutto spagnola è la grande diffusione del doppio nome al punto che è molto raro trovare gente che ne porti solo uno. Ma la principale caratteristica è la grande diffusione di Maria come primo seguito da quello che passa ad essere quello distintivo, declassando il primo in un semplice arredo nominale: la quasi totalità delle donne dichiara di non riconoscersi con il solo nome Maria.

La novità è che da cinque anni è permesso dalla legge nominare i bambini Rocco, Vito, Matteo ma anche Chiara, Fiore e tra i tanti altri nomi. Adesso la scelta generazionale sembra orientarsi verso i nomi più corti, unici e semplici evitando nomi composti, lunghi e difficili da pronunciare. Questa tendenza viene confermata anche dalla scelta di altri nomi di tipo indigeno come Ailin, Nehuen, Nahuel, Lihuen.

di emigrazione e di matrimoni

Italian names and the loss of Identity

This new article is the result of a discussion between Paolo Cinarelli, our editorialist in Argentina, and me. When he told me the story he is about to tell I asked him to write an article about it and I am more than happy with the result.

Without giving away the details I can say that what happened in Argentina, a country with one of the world’s biggest Italian communities, also happened in other countries and in particular another country with one of the world’s biggest Italian communities, Brazil. In fact, this issue touches a fundamental aspect of the children/descendants of Italian migrants, identity.

As Fate would have it, two hours after the arrival of this article an Italo-American user made a comment on a Facebook page dedicated to the Italians in that country gave us another point of view on this issue that is fundamental for Italians overseas.

The user explained an aspect of the lives of many Italian American families that few know and that could be the key to understanding why in many ways that Italian American communities are anomalous compared to those in other countries, English language countries and not. And it is so important that the next article will deal with the comment of the user in America and other considerations on the American anomalies.

First however, in order to avoid misunderstandings we must point out that when we talk about anomalies we do not at all mean in a negative sense, or in judgment of what happened, but rather we mean different behaviours in regards to Italian customs, traditions and language that could reveal aspects of their past that many of us today do not know and that could also reveal that the history of the Italian American communities, both the migrants and their descendants, has never been what the clichés and the stereotypes try to make us understand.

In fact, this article by Paolo will be the first of three articles which will deal with the issue of the identity of Italians overseas, especially of the descendants who are often forgotten because we focus so much of those seeking Italian citizenship that we forget that the majority of the descendants do not have, and will never have, the right to Italian citizenship and therefore also the passport but this does not mean that they feel less the call of the country of their grandparents and great grandparents and now more and more of them are trying to look for for their roots, including DNA tests that often give results that confuse their ideas instead of giving definitive answers. 

So, we ask two favours of our readers as they read this article. The first is obviously to bear in mind that the next two articles will provide other considerations to know how to act in the future towards our relatives and friends overseas. The second favour is to repeat our invitation to readers to send us their stories and experiences because the more we know about the realities of Italians overseas the more we will be able to provide services and information that will increase exchanges and between Italy and the Italian communities overseas.

Send your stories to: [email protected].

Italian names, the loss of Identity

by Paolo Cinarelli

The procedure to rectify my name lasted two and a half years from when the employee responsible for issuing documents no longer knew what to call me since as I born Paolo, registered at the border as Pablo and finally registered in the civil registry as Paulo. “Put the name you like the most or also all three” and I answered her without it giving too much importance but she did not want to hear any arguments, it had to be rectified. This was February 2008 and in July 2011 I finally had the document with my true name, the one that I have borne since birth. In the same period the local Tax Office, the Argentinean Social Security office and the ACI had already registered me as Pablo but these are trivial details.

Effectively only one consonant changes from Paolo to Pablo but from Stefano in Italian to Esteban in Spanish or from Calogero in Italian to Carlos the differences in consonants are notable and at time ambiguous. The change of names contrasts directly with the integral memory that makes up the identity of each person. Many accepted the imposition and the change or the translation as a new identity but others of us appealed by legal and/or institutional means that gave rise to the jurisprudence which paved the way for the recognition of the original name of every foreigner.

Unfortunately, until a very few short years ago foreign names were not allowed in Argentina, law number 18248 banned them and the 2012 amendment has been in force since 2015. For a person born in the country and therefore a citizen by birth this argument can only be justified by the doctrine of a nation in line with the concept of State-nation that does not recognize the coexistence of different cultures which is in stark contrast with the migrant origin of the local population that came not only from other continents but also from neighbouring countries and between regions within the country. Once again jurisprudence played a decisive role and the succession of sentences that favoured the non-Hispanic names led to this amendment of the Civil Code that allowed the attribution of no more than three names, as long as they were not offensive and that surnames were not mistaken for names.

There are dozens of stories of our countrymen who struggled with the names of their children, many of them naming them in a neutral way with names that are the same in both languages. This is the reason for the many children named Roberto, Mario, Enzo, and Antonio for the males and the many girls called Maria, Claudia, Emilia and Daniela in the first generations born in Argentina. Often we also saw the translation of the more popular names in Italy such as Vicente for Vincenzo in Italian, Rafael for Raffaele in Italian or Ana for Anna. Some names stayed the same but changed according to gender and others were completely different for which it would be wrong to try to look for an exact match between the two languages. Indeed, the same name can be called in different ways according to the language spoken and often people prefer being called with the different names according to the languages they speak, this is the case of women named Andrea, which in Italian is a purely male name.

One particularity that is all Spanish is the great distribution of the double name to the point that it is very rare to find people who have only one. But the main characteristic is the great distribution of Maria as the first name followed by the one that would pass as the distinctive name which declassifies the first into a simple nominal element, almost all the women state that they do not recognize themselves with only the name Maria.

The new development is that over the last five years the law has allowed children to be named Rocco, Vito, Matteo and also Chiara, Fiore or one of many other names. Now the choice of the current generation is aimed on shorter, unique and simpler names that avoid composite, long or difficult to pronounce names. This trend has also been confirmed by the choice of other indigenous type names such as Ailin, Nehuen, Nahuel and Lihuen.

Italiani emigrati all’estero. Intervista a Gianpietro Luraghi

Un percorso di vita duro e travagliato che ha trovato sfogo nell’arte e nella scrittura.

di Paolo Buralli Manfredi

Giampietro Luraghi nasce a Cerro Maggiore in provincia di Milano il 10 maggio 1938, da una famiglia povera che doveva faticare ogni giorno per poter guadagnarsi la giornata. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale il padre di Gianpietro parte per il fronte, la mamma che era malata, non se la sentiva di tenere il piccolo Gianpietro senza il supporto del padre e per questo lo affidò agli zii che vivevano in campagna.

Per quasi tutta la durata della guerra, il piccolo Gianpietro visse serenamente e spensieratamente e quando il padre tornò dal fronte la famiglia si ricompose anche se, in realtà Gianpietro nel suo cuore avrebbe voluto restare nella casa in campagna con gli Zii.

Il padre si rivelò una persona molto dura e negli anni a venire, ebbe molti scontri con il figlio che invece era una persona vivace, curiosa e vogliosa di sperimentare sempre cose nuove, Gianpietro racconta che più di una volta per il suo carattere inquieto le prese di santa ragione dal padre che mal sopportava quell’entusiasmo e quella stravagante, secondo il suo punto di vista, modo di rapportarsi alla vita; e questo continuo scontro col padre e la situazione socio-economica in cui versava l’Italia negli anni sessanta, lo portò a fare la scelta più difficile, lasciare il suo Paese natio ed emigrare in Svizzera incominciando così un percorso difficile e tortuoso che l’ha portato infine a scoprire il suo talento per la pittura e la scrittura che oggi svolge con dedizione e passione nella cittadina di Valle Crosia nella Riviera Ligure.

A che età è emigrato all’estero e ci può raccontare come ha organizzato la sua emigrazione?

Era il 1966 avevo circa 29 anni, la disoccupazione incombeva su tutta la mia famiglia e un provvidenziale contratto di lavoro in Svizzera diede inizio ad un’odissea di avvenimenti che contribuirono alla formazione della mia “personalità”.

Nei suoi soggiorni all’estero ha subito forme di razzismo e se sì, ci può raccontare qualche episodio che ha subito?

Le forme di razzismo si manifestarono in modo violento dal 1972 al 1974 poco prima delle elezioni xenofobe e venivano eseguite dalla popolazione insultando apertamente lo straniero con il sorriso sulle labbra, negando poi di averlo insultato. Rumori assordanti, giorno e notte portavano la vittima allo squilibrio emotivo.

Quando ha incominciato a dipingere e qual è stata la sua fonte d’ispirazione per incominciare questa forma d’arte?

Scoprii di avere questo “dono” copiando una rosa da una cartolina e in seguito copiando artisti famosi come  S.Dalí e G.Dore osservando poi i capolavori dei “surrealisti”, si accese la “luce” che mise in evidenza la mia capacità creativa, visualizzando e materializzando in un linguaggio simbolico scene di vita vissuta intensamente.

Perché definisce la sua forma d’arte “Astralismo”?

L’arte del XX secolo ha subìto una radicale trasformazione precipitando nel baratro della banalità più assurda assemblando oggetti raccolti nelle pattumiere, scarabocchiando fogli, imbrattando tele e chi più ne ha più ne metta, più che arte contemporanea io la chiamerei <<la pazzia nell’arte>>. Per il fatto che io mi sono separato da tutto questo ingarbugliato e incomprensibile mondo cercando di dare una nuova forma di visione “accettabile” vengo guardato con diffidenza. Ho chiamato “Astralismo” questo mio modo di dipingere per dare forma alle figure che prendono “Vita” nelle mie composizioni. Ogni figura è un “Simbolo” ed esprime l’emozione, lo sdegno, lo stupore e l’inquietudine di chi osserva l’Opera. L’emozione è soggettiva, intrinseca, per questo coinvolge la nostra “Anima” e da questo deriva il nome che io do alle mie “Opere”. “Astralismo” significa “Animico”.

Negli ultimi anni ha anche scritto dei libri, ci può accennare di cosa trattano e perché ha sentito il bisogno di scriverli?

In realtà ho scritto otto libri, cosa mi ha spinto a scrivere è la stessa “Forza” che mi spinge a dipingere, forse… una forte rabbia interiore nei confronti del mondo del quale sono costretto a subire le deleterie influenze. Nei miei libri ci sono alternanze di argomentazioni che vanno dalla politica alla religione, dalla curiosità alla scoperta dell’Occulto, storie di vita vissuta, aneddoti, poesie in rime e la ricerca delle infinite domande che ogni essere pensante si pone quando apre gli occhi dal risveglio notturno.

In un capitolo di uno dei suoi libri, racconta che si è fatto internare spontaneamente in un sanatorio, così venivano chiamati i manicomi di quei tempi, ci può dire come mai ha sentito il bisogno di fare quel passo?

Un’esperienza traumatica che mi ha fatto scoprire di avere una “individualità”. Per capire questo, vieni scaraventato in un inferno emotivo, dove scopri la paura, cosa significano le parole solitudine, panico, l’annientamento della tua personalità, l’essere strumento di sperimentazione scientifiche, e quando i loro studi risultano fallimentari, vieni annientato come essere umano e ridotto a vegetare nelle mani di menti prive di ogni emotività e sentimenti umani. Quello fu un terribile periodo vissuto intensamente, rimasto impresso nella mia “Anima” a caratteri indelebili.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

I progetti sono molti, il difficile è trovare qualcuno che li realizzi. Questo potrà avverarsi “forse” dopo la mia dipartita. È la storia infinita che si ripete da “secoli”, si scopre sempre il ‘talento’ di un personaggio quando il “Personaggio” in questione riposa nei “Campi Elisi”.

Ed infine può dare un consiglio ai nuovi migranti che negli ultimi anni sono costretti ad emigrare dall’Italia?

Dare consigli?… non penso di essere la persona giusta per formulare opinioni o dare consigli… quello che posso dire, nonostante le mie esperienze da “migrante” non siano state “positive” ma… “fallimentari” a Voi dico… l’Italia è una stupenda “Nazione” e gli Italiani un popolo meraviglioso… mostrate questo alla Nazione che vi ospita e siate fieri “ITALIANI”.

Emigrazione e Cittadinanza Italiana- Migration and Italian Citizenship

di emigrazione e di matrimoni

Emigrazione e Cittadinanza Italiana

Emigrazione e cittadinanza è un binomio inevitabile quando parliamo dell’emigrazione, e non solo quella italiana, e questo articolo di Paolo Cinarelli dall’Argentina ci fornisce informazione da considerare in un tema che suscita sempre molta emozione, sia in Italia che all’estero.

La cittadinanza tocca un nervo scoperto per tutti e il continuo dibattito in Italia sullo ius soli al posto dell’attuale ius sanguinis vede due lati opposti che affrontano gli stessi problemi, ma con conclusioni opposte. Però, con l’arrivo di molti immigrati in Italia e anche la grande richiesta di cittadinanza italiana all’estero dobbiamo finalmente capire cosa vogliamo davvero per la nostra cittadinanza.

Abbiamo già notato nel passato che ci sono quelli all’estero che vogliono la cittadinanza per poter emigrare a loro turno in altri paesi, e non necessariamente in Italia, è questo che vogliamo da parte di chi richiede la cittadinanza italiana all’estero?  E naturalmente l’altro aspetto è di chi nasce in Italia da cittadini stranieri, ma questo è un tema troppo complicato ed emotivo per un’introduzione breve.

Poi, c’è un aspetto della cittadinanza che dobbiamo considerare seriamente e non solo per motivi di legge: bisogna per forza avere la cittadinanza per sentirsi italiani?

È una domanda seria perché  non tutti i figli di emigrati italiani nascono cittadini italiani perché i genitori hanno cambiato cittadinanza prima della loro nascita e, di conseguenza, non tutti i discendenti hanno la cittadinanza italiana. Ma non per questo sentono meno l’appartenenza alle loro origini.

Certo, la cittadinanza ti da diritti fondamentali in Italia, ma sono importanti solo per motivi legali e burocratici per chi vuole eventualmente trasferirsi in Italia, oppure in Europa, come vediamo nell’articolo.

Però, non aver la cittadinanza italiana non toglie il diritto di voler sapere e scoprire le proprie origini e di voler eventualmente rintracciare parenti in Italia, anche dopo tre, quattro e più generazioni. Questa voglia di sapere le proprie origini deve essere incoraggiata, non solo perché hanno il diritto di conoscerle, ma perché abbiamo il dovere di incoraggiare i legami tra paesi e per noi in Italia questi legami sono formati attorno le nostre comunità all’estero. Infatti, visto che ci sono oltre novanta milioni di discendenti di emigrati italiani in giro per mondo, il potenziale di questi rapporti è enorme, e non solo a livello economico, ma soprattutto in riconoscimento del loro contributo all’Italia nel corso di ben oltre un secolo.

Allora, quando consideriamo la cittadinanza, non dimentichiamo che molti dei nostri parenti e amici all’estero non hanno la cittadinanza italiana, quindi chiediamoci, cosa possiamo fare per mantenere questi rapporti e per aiutare loro a trovare le loro origini, perché nel compiere queste azioni facciamo un’azione non indifferente verso i discendenti dei nostri molti milioni di emigrati nel corso della Storia.

Perciò, chiediamoci cosa possiamo fare per aiutare loro a rintracciare le loro origini e famiglie e non pensiamo, come al solito, solo alle spese di un progetto del genere, anche perché loro sanno benissimo che a tutto c’è un costo economico ed il costo di questa assistenza è poco paragonato alla gioia di poter finalmente conoscere le proprie origini.

Argentina: Emigrazione e Cittadinanza

di Paolo Cinarelli

Il mese di luglio di questo 2020, segnato dall’epidemia del Coronavirus, finisce, in Argentina, con due conferme scontate, che nessuno voleva sentire: l’estensione della quarantena di altri 15 giorni e l’annuncio che sono un milione gli argentini residenti all’estero, cifra che è in aumento ogni anno. In assenza di statistiche ufficiali ci si affida ai dati ONU, secondo cui l’Argentina nel 2019 contava 1,013,414 emigrati partiti alla ricerca di stabilità economica e opportunità di lavoro.

Sono solo passati tre anni da quando il Dossier Statistico sull’Immigrazione 2017 di Idos e Confronti affermava che “L’Argentina si conferma il primo paese scelto dagli italiani fuori dell’Europa”. Secondo lo stesso Dossier inoltre più di centomila italiani emigravano ogni anno a metà degli anni ‘10 e per i tre quarti di loro la meta preferita era una destinazione europea, ma per gli altri l’Argentina restava sempre prima del Brasile, Canada, Stati Uniti e Venezuela, confermandosi come il destino preferito oltreoceano. Al contrario non è così, per gli argentini l’Italia sarebbe solo quarta come destinazione che vede Spagna in primis, seguita da USA e Cile.  

In assenza di dati ufficiali le cifre riportate suggerivano che diverse migliaia di giovani italiani fossero arrivati a Buenos Aires a causa della crisi del 2008. Invece i dati pubblicati dalla Dirección Nacional de Migraciones evidenziano che tra il 2011 e il 2015 erano state presentate 1,841 richieste di soggiorno da parte di cittadini italiani, ovvero solo lo 0,28% di un totale 646.524 pratiche che coinvolgevano immigrati dalle più svariate nazionalità, cominciando da 255.826 cittadini paraguaiani ormai divenuti la prima minoranza di stranieri con quasi il 40% delle residenze richieste nello stesso periodo. Quale sarebbe il motivo di questa divergenza?

Numericamente non si sa quanti siano partiti con la sola cittadinanza argentina ed abbiamo proceduto al riconoscimento in Italia in base allo ius sanguinis e quanti altri siano entrati nel belpaese con il tanto ambito passaporto UE. La cosa certa è che la doppia cittadinanza comporta anche un doppio conteggio a cui è dovuta la corrispettiva rettifica per non cadere in questi errori, specie in un paese che conta più di un milione di iscritti Aire

di emigrazione e di matrimoni

 Migration and Italian Citizenship

Migration and citizenship is an inevitable combination when we talk about migration, and not only Italian, and this article by Paolo Cinarelli from Argentina provides us with information that we must consider on an issue that arouses a lot of emotion both in Italy and overseas.

Citizenship touches a raw nerve with everyone and the continual debate in Italia on the ius soli (citizenship based on place of birth) in place of the current blood based ius sanguinis sees two opposing sides that see the same problems with opposite conclusions. However, with the arrival of many migrants in Italy and also the great request for Italian citizenship overseas we must finally understand what we truly want for our citizenship.

We have already seen in previous articles that there are people overseas who want Italian citizenship in order to be able to migrate in their own turn to other countries, and not necessarily Italy, is this what we want from those who request Italian citizenship overseas? And naturally the other issue is that of those born in Italy of foreign citizens but this issue is too complicated and emotional for a brief introduction.

And then there is an aspect of citizenship that we must consider seriously and not only for reasons of law: do we necessarily have to have citizenship in order to feel Italian?

This is a serious question since not all the children of Italian migrants are born Italian citizens because their parents changed citizenship before they were born and subsequently not all the descendants have Italian citizenship. But this does not mean they feel less their sense of belonging to their origins.

Of course citizenship gives you essential rights in Italy but they are important only for legal and bureaucratic reasons for those who want to eventually move to Italy, or to Europe, as we see in the article.

However, not having Italian citizenship does not take away the right to want to know and discover your origins and to eventually want to trace any relatives in Italy, even after three, four or more generations. This desire to know your origins must be encouraged, not only because we have an obligation to encourage relations between countries and for us in Italy these relations are formed around our overseas communities. In fact, considering that there are more than ninety million descendants of Italian migrants around the word the potential for these relations is huge, and not only in economic terms, but above all in recognition of their contribution to Italy in the course of well over a century.

So, when we consider citizenship let us not forget that many of our relatives and friends overseas do not have Italian citizenship and therefore let us ask ourselves, what can we do to keep these relations and to help them to find their origins because in carrying out these actions we carry out a significant act towards the descendants of our many millions of migrants in the course of our history.

Therefore, let us ask ourselves what we can do to help them trace their origins and families and let us not think, as we usually do, only about the costs of such a project, also because they know full well that everything has an economic cost and the cost of this assistance is little compared to the joy of finally being able to know your origins.

Argentina: Migration and Citizenship

di Paolo Cinarelli

The month of July 2020 marked by the Coronavirus epidemic ended in Argentina with two obvious confirmations nobody wanted to hear: the extension of the quarantine for another two weeks and the announcement that there are a million Argentineans resident overseas, a figure the grows every year. In the absence of official statistic we rely on the UN figures, according to which in 2019 Argentina counts 1,013,414 migrants who left looking for financial stability and the opportunity to work.

It has been only three years since the 2017 Statistics of Migration Dossier of the Argentinean IDOS e Confronti stated that “Argentina confirms it is the first country outside Europe chosen by Italians”. Furthermore, according to the same dossier more than one hundred thousand Italians migrated every year in the mid 2010s and three quarters of them the preferred destination was in Europe but for the others Argentina destination was destination before Brazil, Canada, the United States and Venezuela, thus confirming its place as the preferred overseas destination.  This was not the case in the other direction, for Argentineans Italy was only the fourth choice as destination which saw Spain in first place, followed by the United States and Chile.

In the absence of official statistics the figures reported would suggest that a number of thousand young Italians had arrived in Buenos Aires due to the 2008 financial crisis. Instead, the figures published by Argentina’s Dirección Nacional de Migraciones show that between 2011 and 2015 1,841 requests for stays were presented by Italian citizens, in other words only 0.28% of the total 646,524 application that involved migrants of various nationalities, starting with the 255,826 Paraguayan citizens which has now become the first minority of foreign citizens with almost 40% of residence applications during the same period.   What would be the reason for this difference?

We do not know how many of these left with only Argentinean citizenship and we proceeded with the recognition in Italy based on the ius soli law and how many others entered Italy with the much coveted EU passport. What is certain is that the dual citizenship also involves a double count to which an adjustment must be made in order not to fall into these mistakes, especially in a country that has more than a million people registered in the AIRE (Registry of Italians Resident overseas at the local consulates).

Cosa può fare il Potere Politico?- What can Political Power do?

di emigrazione e di matrimoni

Cosa può fare il Potere Politico?

Il potere vero è nelle nostre mani con la scheda elettorale e troppo spesso dimentichiamo che abbiamo anche il potere di cacciare via i politici alla fine della legislatura.

In una vignetta memorabile della serie americana “Hagar, il vichingo” un monaco chiede al protagonista: “Hagar, se potessi scegliere, quale sceglieresti, il potere, l’oro o la felicità?”. Il monaco si meraviglia quando Hagar dice immediatamente “il potere” e gliene chiede il motivo. Il vichingo gli risponde “Perché con il potere prenderei l’oro e sarei felice!”. Quella scena ancora mi fa ridere e ci penso ogni volta che si parla di politica.

In italiano è facile capire il senso della parola potere perché la utilizziamo più volte ogni giorno, cioé è la capacità di compiere un’azione. Però, in un mondo che chiede sempre di più dai suoi governanti abbiamo anche l’obbligo di chiederci, cosà può fare il potere politico?

Naturalmente tratteremo le democrazie in giro per il mondo perché, come sappiamo, nelle dittature non esistono limiti al potere che troviamo nei sistemi politici moderni, come anche ai suoi abusi.

In primis dobbiamo iniziare dal distinguere la differenza essenziale tra Capo di Stato e Capo di Governo. Di solito il capo di Stato ha un ruolo di garanzia e non di governare ed esempi sono il Regno Unito con la sua monarchia costituzionale e l’Italia dove il Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento e che non governa, e questi esempi non sono certamente gli unici. In altri paesi, come gli Stati Uniti, una persona detiene entrambe le posizioni e i cittadini di questi paesi eleggono direttamente il Capo del Governo/Stato.

In quei paesi dove i due ruoli sono separati le varie costituzioni cercano di evitare un eventuale conflitto costituzionale tra Capo di Stato e Capo di Governo e di conseguenza il Capo di Stato spesso non è eletto direttamente dal voto popolare. Nel caso del sistema Windsor utilizzato da molti paesi del Commonwealth Britannico, come il Regno Unito, l’Australia e il Canada, il capo di governo è automaticamente il capo del partito di maggioranza della Camera dei Deputati e dunque sempre un parlamentare. Nel caso italiano il Capo di Governo è nominato dal Presidente della Repubblica e deve ottenere la fiducia delle due Camere del parlamento e in questo caso il Capo di Governo non deve essere necessariamente un parlamentare. Naturalmente esistono altre forme politiche, ma queste bastano per fare la nostra considerazione.

Malgrado le differenze tra i sistemi parlamentari, tutte le democrazie hanno in comune l’elezione dei loro parlamentari e tutte hanno un rito preciso, durante le campagne elettorali i candidati promettono agli elettori quel che farebbero nel caso di vittoria. Una volta eletto il nuovo capo di governo dovrebbe avere l’obbligo di mantenere le sue promesse e mi sembra quasi banale dire che fin troppo spesso non è proprio cosi. Il motivo è semplice.

Nelle democrazie esistono controlli che assicurano che i parlamentari non abusino dei loro poteri decisionali, sia nei limiti delle spese che entro i limiti costituzionali e in particolare la separazione dei poteri che è la base fondamentale di qualsiasi sistema democratico.

Il primo problema ovviamente è quello di far approvare le nuove proposte di legge e la finanziaria. Dopo una vittoria schiacciante il nuovo capo di governo potrebbe trovarsi con una camera disposta ad approvare ogni sua proposta, ma nella maggioranza dei casi non è cosi e la legge viene approvata con modifiche. Questo diventa peggio ancora quando il governo ha una maggioranza enorme in una Camera ma nessuna maggioranza nella seconda, di solito il Senato.

In questi ultimi anni abbiamo avuto la prova del costo di queste modifiche nei molti tentativi di modificare i sistemi parlamentari ed elettorali del nostro paese in un Parlamento diviso tra molti partiti dove è impossibile trovare una maggioranza fissa e funzionale e dove spesso i partiti sono spaccati al loro interno per motivi personali, oppure di corrente. Troppo spesso la legge approvata è molto diversa dalla proposta originale.

Infine la legge non entra automaticamente in vigore al momento della sua approvazione, ma solo dopo la firma del Capo dello Stato che deve controfirmare ogni nuova legge.

Questo è il primo controllo perché il capo dello Stato deve assicurare che la legge sia applicabile entro i limiti stabiliti dalla Costituzione nazionale e dalle esigenze finanziarie, cioè che ci siano i fondi a disposizione per poter pagare le spese della legge. Questo è il motivo per il quale i nostri presidenti sono sempre persone di grande esperienza giuridica e parlamentare, perché solo così sono in grado di poter identificare quel che gli inglesi chiamano “il diavolo”  nei dettagli…

Ma non sempre questo controllo rivela eventuali conflitti di poteri e dunque dopo tempo entra in azione l’ultimo controllo, quello della Corte Costituzionale, la più alta del paese composta da esperti costituzionali. Ogni paese ne ha la sua versione, negli Stati Uniti si chiama la Supreme Court, in Gran Bretagna e i paesi britannici la High Court. Questa corte ha la voce finale in qualsiasi contestazione costituzionale e le sue decisioni hanno il potenziale di cancellare leggi per intero, oppure cancellare o imporre modifiche a intere sezioni di una legge.

Queste decisioni sono vincolanti e di solito sono quelle più importanti per un paese. Sappiamo tutti delle modifiche alla Costituzione degli Stati Uniti, ma quanti sappiamo che spesso sono il frutto diretto di decisioni della loro Supreme Court? In Italia fu la Corte Costituzionale che impose la parità di diritto di maschi e femmine in quelle leggi, come la legge di cittadinanza, che davano certi diritti ai maschi e non alle donne. La prossima volta che sentiamo di decisioni della Corte Costituzionale non dobbiamo essere scandalizzati e  ricordare che sono normali in qualsiasi democrazia e che fanno parte fondamentale di un sistema democratico funzionante.

Ovviamente non tutti i politici sono felici di questi controlli perché credono che il mandato popolare sia abbastanza per far approvare qualsiasi legge venga proposta. E proprio per questo motivo il ruolo delle controfirme del Presidente della Repubblica (o il suo pari in altri paesi) e le alte corti sono essenziali per garantire che i nostri governanti agiscano entro i limiti costituzionali.

Ma qual è il ruolo di noi cittadini oltre il voto? La risposta è semplice, il nostro ruolo è di tenere in mente quel che dicono i candidati durante una campagna elettorale e di capire quali progetti sono attuabili e quali no. Perché votare un candidato che propone progetti e programmi ovviamente non attuabili? Ma il nostro ruolo non deve finire con la scheda elettorale il giorno dell’elezione.

In un mondo perfetto il ruolo dei cittadini sarebbe anche quello di tenere d’occhio quel che fanno i nostri rappresentanti e di pretendere spiegazioni per eventuali promesse disattese, oppure per leggi bocciate dal Capo dello Stato o dalle alte Corti. Dobbiamo controllare le loro azioni sia al governo che all’opposizione per sapere se sono degni di essere rieletti, oppure meritano un’altra legislatura per governare.

Il potere vero è nelle nostre mani con la scheda elettorale e troppo spesso dimentichiamo che abbiamo anche il potere di cacciare via i politici alla fine della legislatura. Allora perché dobbiamo sprecare queste opportunità di farci sentire dai politici, rifiutando di votare? 

di emigrazione e di matrimoni

What can Political Power do?

The true power is in our hands with the ballot paper and all too often we forget that we also have the power to remove politicians at the end of the legislature

In a memorable cartoon from the American series “Hagar the Horrible” a monk asks the protagonist: “Hagar, if you could choose, which would you choose, power, gold or happiness?” The monk is amazed when Hagar says immediately “Power” and when he asks the reason the Viking answers, “Because with power I could take the gold and I would be happy!” This scene still makes me laugh and I think about it every time we talk about politics.

It is easy to understand the meaning of the word “power” because we use it often during the day, that is, the capacity to carry out an action. However, in a world that asks more and more of those who govern we also have an obligation to ask ourselves, what can political power do?

Of course we will be dealing with democracies around the world because we know dictatorships do not have the limits to power that we see in modern political systems, just as we also see in its abuses.

Firstly we must start by distinguishing the fundamental difference between the Head of State and the Head of Government.  The Head of State usually has the role of guarantor and not of governing and examples include the United Kingdom with its Constitutional Monarchy and Italy which has a President of the Republic, who is elected by the Parliament and does not govern and these examples are certainly not the only ones. In other countries, such as the United States, one person holds both positions and the citizens of these countries directly elect their head of Government/State.

In those countries where the two roles are separate the various constitutions try to avoid any constitutional conflicts between the Head of State and the Head of Government and subsequently the Head of State is often not elected by a popular vote. In the British Windsor system of government used by many countries such as the United Kingdom, Australia and Canada, the Head of Government is automatically the Leader of the majority party in the Lower House of Parliament and is therefore always a parliamentarian. In the case of Italy, the Head of the Government is appointed by the President of the Republic and must obtain the vote of confidence of both Chambers of the parliament and in this case the Head of Government may not necessarily be a parliamentarian. Of course there are other forms of political systems but these are enough for our consideration.

Despite the differences between parliamentary systems, all the democratic countries have in common the election of their parliamentarians and they all perform a specific rite during the election campaigns, the candidates promise the electors what they would do in the case of victory. Once elected the new Head of Government should have the obligation to keep his or her promises and it seems almost trivial to say that all too often this is not precisely the case. The reason is simple.

In democracies there are checks and balances that ensure that the parliamentarians do not abuse their decision making powers in both the limits of expenses and within the limits of the constitution, especially the separation of powers that is the fundamental foundation of any democratic system of government.

Obviously, the first problem is that of approving new Bills and the budget. After an overwhelming electoral victory the new Head of Government could find himself with a Chamber that approves every one of the proposals but in the majority of cases this is not so and the law is approved with amendments. This becomes even worse when the government has a huge majority in one Chamber but no majority in the second, usually the Senate.

In recent years in Italy we have had proof of the cost of these amendments in the many attempts to modify the parliamentary and electoral system in a parliament divided amongst many parties where it is impossible to find a fixed and functional majority and where the parties are often divided internally due to personal or factional reasons. All too often the law approved is very different from the original proposal

Finally, the law does not automatically come into effect at the moment of its approval but only after the signature of the Head of State who must sign every law.

This is the first check because the Head of State must ensure that the law is applicable within the limits set by the country’s constitution and financial requirements, in other words that there are sufficient funds available to be able to pay the costs of the law. This the reason why Italy’s Presidents are always people of great legal and parliamentary experience because only in this way the President is able to identify what the English call the “Devil” in the details…

But this check does not always reveal conflicts of powers and therefore after a period of time the last check comes into action, that of the Constitutional Court, the country’s highest court made up of constitutional experts. Every country has its own version, in the United States it is the Supreme Court, in Great Britain and the other British countries the High Court. This court has the final say in any constitutional dispute and its decisions have the potential to cancel whole laws or to cancel or impose amendments to whole sections of a law.  

These decisions are binding and are usually the most important for a country. We all know about the amendments of the United States constitution but how many know they are often the result of decisions of their Supreme Court? In Italy it was the Constitutional Court that imposed equality of rights for both men and women in those laws, such as the citizenship law, that gave certain rights to men but not to women. The next time we hear about a decision by the Constitutional Court we must not be shocked and remember that these are normal in any democracy and are an essential part of a functional democratic system.

Obviously not all politicians are happy with these checks and balances because they believe that the people’s mandate is enough to approve any law that is proposed. And it is for this very reason that the role of the signature of the President of the Republic (or equivalent in other countries) and the High Courts are essential for ensuring that our governments act within the limits of the constitution. 

But what is the role of us citizens, besides voting? The answer is simple, our role is to bear in mind what the candidates say during an electoral campaign and to understand which projects can be carried out and which not. Why vote for a candidate who proposes projects and programmes that are obviously not feasible? But our role must not end with the ballot paper on Election Day.

In a perfect world the role of the citizens is also that of keeping an eye on what our representatives do and to demand explanations for any promises that are not kept or why laws are knocked back by the Head of State or the high courts. We must check their actions both in government and in opposition in order to know if they are worthy of being re-elected, or if they deserve another legislature to govern. 

The true power is in our hands with the ballot paper and all too often we forget that we also have the power to remove politicians at the end of the legislature. So, why must we waste this opportunity to let our voices be heard by our politicians and refuse to vote?

L’Arte dell’Improbabile e l’Impossibile- The Art of the Improbable and the Impossible

di emigrazione e di matrimoni

L’Arte dell’Improbabile e l’Impossibile

Klatuu barada nikto. 

Una volta conoscevo a memoria questa frase in una lingua inesistente. Ha svolto un ruolo importantissimo in uno dei film che mi hanno fatto amare il genere della fantascienza. The Day the Earth Stood Still (Ultimatum alla Terra in Italia) del regista Robert Wise del 1951. Non ero ancora nato, ma il film veniva trasmesso regolarmente alla televisione australiana durante le vacanze scolastiche. Ora il film è considerato un classico del genere e la brillante regia di Wise ha ispirato generazioni di registi in tutto il mondo.

Non ero l’unico tra i miei coetanei a sapere quella frase e a sognare di avere un robot come Gort che ci obbedisse, ma come tutti i giovani non capivo che il film aveva un messaggio serio ispirato dalla Guerra Fredda che minacciava la pace nel mondo con le bombe atomiche, e poi all’idrogeno, possedute da entrambi gli avversari.

Quando è uscita la nuova versione del film nel 2008 ho deciso di non vederlo perché i ricordi dell’originale erano ancora forti e temevo d’essere troppo critico. Anni dopo il dvd di questo film andò in svendita e ho deciso di vederlo. Da tempo avevo già in casa il dvd della versione originale e volevo anche averli entrambi.

Naturalmente le due versioni dei film erano diverse e nel secondo la minaccia all’esistenza della Terra non era una guerra nucleare, ma la crisi ecologica. Il protagonista, l’alieno Klaatu, non era venuto ad avvisare i capi dei governi del pericolo di una guerra atomica, ma per distruggere la specie che metteva in pericolo la Terra, gli essere umani. Sembra quasi banale dire che anche nella nuova versione c’era il robot Gort, ma questa volta era una creazione degli effetti speciali e non un modello, come la famosa frase ha di nuovo svolto un ruolo centrale.

Ma non intendo fare una recensione del film, ogni persona deve decidere se la nuova versione sia un omaggio all’originale, oppure uno scempio al suo ricordo. Alla fine del film nuovo pensavo al genere di per sé che è spesso visto come la letteratura e il cinema dell’impossibile, ma il confronto tra questi due film dimostra che la fantascienza non è l’arte dell’impossibile, ma l’arte del pensiero e della realtà. Il genere utilizza l’improbabile e l’impossibile per trattare temi seri in modi nuovi.

Il mondo che ha creato il primo film era appena uscito da un’enorme guerra mondiale e c’era in corso la guerra in Corea che minacciava di scatenare un conflitto ancora più grande. Questa era la minaccia vera che tormentava tutto il mondo e il cinema ne prendeva ispirazione, sia nei film realistici di spie sia nelle satire dei personaggi dell’epoca, che nei film di fantascienza. Infatti, non era un caso che durante gli anni ‘50 e ‘60 le minacce al nostro pianeta nei film di Hollywood spesso venivano da Marte, il pianeta rosso e dunque il simbolo perfetto per rappresentare la minaccia sovietica agli occidentali. Con la fine della Guerra Fredda gli autori, come gli scenografi e i registi cinematografici dovevano trovare un’altra minaccia per attirare l’attenzione del pubblico.

Come ha dimostrato magistralmente il regista Douglas Trumbull nel suo film Silent running (La Seconda Odissea in Italia) del 1972 questa minaccia era al nostro ambiente. In questo modo la fantascienza mantiene temi attuali per i lettori dei libri e la gente che va al cinema. Infatti, prima ancora del film di Trumbull, sin dalla sua uscita nel 1965 il libro capolavoro Dune di Frank Herbert era diventato un cult per il suo messaggio ecologico. Però, molti lettori oggigiorno vedono in “Dune” anche un messaggio della minaccia di un certo tipo di fanaticismo religioso.

Allo stesso modo altri autori hanno capito che c’erano altri temi importanti per il grande pubblico internazionale. Clockwork Orange (Arancia Meccanica), sia la novella di Anthony Burgess che il grande film di Stanley Kubrick, hanno trattato temi fondamentali di libertà e di violenza nella società. Temi fondamentali di censura e di libertà di pensiero sono trattati nel libro Fahrenheit 451 di Ray Bradbury che è diventato un film cult di Francois Truffaut. Il titolo si riferiva alla temperatura di quando la carta comincia a bruciare e la storia è ambientata in un futuro dove i libri sono vietati e il lavoro dei vigili del fuoco è di scoprirli e di bruciarli.

Gli sviluppi della genetica hanno ispirato opere che trattano la differenza tra cloni, androidi ed esseri umani. Senza dubbio il più grande di questi è il film Blade Runner del regista Ridley Scott tratto dal racconto Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K Dick che ci fa capire che con lo sviluppo della tecnologia sarà difficile, se non addirittura impossibile, differenziarsi tra di loro.

Un film che tratta in un modo divertentissimo il tema dell’intelligenza artificiale è Short Circuit  (Corto Circuito) del 1986 che affronta il tema dei computer ultrasofisticati e se potranno diventare indipendenti e come faremo a capire se lo sono. In effetti, questo è anche uno dei temi centrali del capolavoro di Stanley Kubrick 2001, A Space Odyssey (2001, Un’Odissea nello Spazio) del 1968 dove HAL2000, il computer dell’astronave Discovery One, sviluppa un’identità indipendente e ammazza gli astronauti per salvare la propria esistenza.

Chi non ha mai letto la fantascienza, oppure chi considera la versione cinematografica come una prova di tecnologia degli effetti speciali, non considera la fantascienza alla pari di altri generi. Oppure considera i libri un passatempo e non un mezzo per considerare la vita in generale. Ma la realtà è ben diversa.

Benché negli ultimi anni molti film del genere siano diventati mezzi per mettere in mostra i nuovi sofisticatissimi effetti speciali, ci sono ancora registi che cercano di raccontare storie divertenti che allo stesso tempo cercano di trattare temi seri. Un caso recente è Ender’s Game (Il Gioco di Ender) del 2013 del regista Gavin Hood dal romanzo pluripremiato di Orson Scott Card, che tratta i temi serissimi del costo delle vittorie e il ruolo controverso dei giovani in guerra.

Purtroppo il modo superficiale con cui questi film spesso sono pubblicizzati ha impedito al pubblico serio di volerli vedere. Questo parere è sbagliato perché i migliori film di fantascienza incoraggiano il pubblico a cercare le opere originali che li hanno ispirati. Questo discorso vale anche per i disegni sulla copertina di romanzi di fantascienza che spesso ingannano il pubblico e lo inducono a considerarli di poco conto, ma una lettura attenta di solito dimostra che il tempo di leggerli, come anche di vedere i film, non è sprecato. Valgono davvero la pena di essere letti e visti perché ci fanno pensare.

di emigrazione e di matrimoni

The Art of the Improbable and the Impossible

Klatuu barada nikto. 

I once knew this phrase in a non-existent language by heart. It had played a very important role in one of the films that made me love the genre of science fiction; the 1951 film “The Day the Earth Stood Still” by director Robert Wise. I had not yet born but the film was broadcast regularly by Australian television during the school holidays. The film is now considered a classic of its kind and the brilliant direction by Wise inspired generations of directors around the world. 

I was not the only one of my peers who knew the phrase by heart and to dream of having a robot like Gort that obeyed us but like all children I did not understand that the film had a serious message inspired by the Cold War that threatened the world’s peace with the atomic and then hydrogen bombs possessed by both the adversaries.

When the new version of the film was released in 2008 I decided not to see it because the memories of the original were still strong and I feared that I would be too critical of it. Years later I saw the DVD on a discount sale and I decided to see it. I had bought the original version years before and I also wanted to have both of them.

Of course the two versions of the films were different and the threat to life on Earth in the second film was not a nuclear war but the environmental crisis. The protagonist Klaatu had not come to advise the heads of government of the dangers of an atomic war but to destroy the species that endangered life on Earth, human beings. It seems almost trivial to say that the robot Gort was also in the new version but this time it was a creation of special effects and not a model, just as once again the famous phrase played a central role.

I have no intention of writing a review of this film, every person must decide is the new version is a tribute to the original or a mockery of its memory. At the end of the film I thought about how the genre itself that is often seen as the literature and the cinema of the impossible but comparison of the two films shows that science fiction is not the art of the impossible but the art of thought and reality. The genre uses the improbable and the impossible to deal with serious issues in new ways.

The world that created the first film had just come out of a huge world war and the Korean War that threatened to unleash an even bigger worldwide conflict was still being fought. This was the real threat that tormented the whole world and the cinema took inspiration from this, with realistic films about spies, satires on people of the time and science fiction films. In fact, it was no coincidence that during the ‘50s and ‘60s the threats in Hollywood’s science fiction films to our planet often came from Mars, the Red Planet and therefore the perfect symbol to represent the Soviet threat to the West. With the end of the Cold War the authors, just like scriptwriters and film directors, had to find another threat to draw the attention of the public.

As film director Douglas Trumbull masterfully showed us in his 1972 film “Silent Running” the threat was to our environment. In this way science fiction keeps current issues for readers of books and for those who go to the movies. In fact, even before Trumbull’s film, since its release in 1965 Frank Herbert’s masterpiece “Dune” had become a cult due to its environmental message. However, today many readers of “Dune” also see a message of the threat of a certain type of religious fanaticism.

At the same time other authors have understood that there were other major issues for the international public. “Clockwork Orange”, both Anthony Burgess’s novel and Stanley Kubrick’s film, deal with major themes of freedom and violence in society. Important issues of censorship and freedom of thought are dealt with in the Ray Bradbury’s book “Fahrenheit 451” that became a cult film by director François Truffaut. The title refers to the temperature at which paper starts burning and the story is set in a future where books are banned and the task of firemen is to find and burn them.

The developments in Genetics have inspired works that deal with the differences between clones, androids and human beings. Undoubtedly the most famous is director Ridley Scott’s 1982 film “Blade Runner” from Philip K Dick’s short story “Do androids dream of electric sheep?” which lets us understand that with the development of technology it will be difficult, if not impossible, to understand the difference between them.

A film that treats the theme of artificial intelligence in a very entertaining way is the 1986 “Short Circuit” that deals with theme of ultra-sophisticated computers and if they can become independent beings and how we will know if they are. In effect, this was also one of the themes of Stanley Kubrick’s 1968 masterpiece “2001, A Space Odyssey” in which HAL2000, the computer of the spaceship Discovery One, develops an independent identity and kills the astronauts to save its own existence.

Those who have never read science fiction or who consider the film version as a test of the technology of special effects do not consider science fiction on a par with other genres. Or they consider the books as a hobby and not a means to consider life in general. But the reality is very different.

Although in recent years many films of the genre have become the means to put on show the new very sophisticated special effects, there are still directors who try to tell stories that at the same time try to deal with serious themes. One case is the 2013 film “Ender’s Game” by director Gavin Hood from the multi award winning novel by Orson Scott Card that deals with the very serious themes of the cost of victory and the controversial role of young people at war.

Unfortunately the superficial way in which these films are often advertised has hindered the serious audience from wanting to watch them. This point of view is wrong because the best science fiction films encourage the audience to look for the original works that inspired them. This is also true of the cover designs of science fiction novels that often deceive the public and make them think that they are trivial but careful reading often shows that the time spent reading them, as well as watching the films, is not wasted. They are truly worth the effort to read and watch because they make us think.

Marcinelle, per non dimenticare la tragedia degli immigrati italiani

Per comprendere l’oggi è di fondamentale importanza non dimenticare i nostri ieri.

di Giuseppe Cossari (Delagato CITIM Africa, Asia, Oceania) e Paolo Buralli Manfredi (Responsabile CTIM Australia)

Non potevamo non ricordare la tragedia della Marcinelle miniera di carbone Buis du Cardier in Belgio dove l’8 agosto del 1956, 136 Italiani emigrati in Belgio per trovare lavoro e creare un futuro migliore per le loro Famiglie hanno perso la vita a causa di un incendio che provocò la morte di 262 minatori di cui 136 Italiani.

È importante ricordare questo avvenimento che ci ricorda con quanta volontà e dignità i migranti Italiani si facevano ben volere e rispettare dalle popolazioni di quelle Nazioni che accoglievano migranti provenienti da tutto il mondo; e lo è ancor di più oggi dove la globalizzazione e i poteri forti cercano in ogni maniera di cancellare le identità dei Popoli perché, solo cancellando la memoria storica di un Popolo, é più facile prenderne l’intero controllo.

Ecco, noi non dimenticheremo questi Patrioti e non finiremo mai di far conoscere e non gettare nell’oblio la nostra storia, la storia di un Popolo, quello Italiano, che ha regalato al mondo, l’Impero Romano, il Rinascimento e tutte quelle menti geniali che hanno fatto grande l’Italia in tutto il mondo.

Per non dimenticare:

ITALIANI CADUTI NELLA TRAGEDIA MINERARIA DI MARCINELLE

MOLISE

Casciato Felice, S. Angelo del Pesco (IS) 22/09/1912 – moglie e 3 figli in Italia

Francesco Cicora, S. Giuliano di Puglia (CB) 01/11/1908 – moglie e 6 figli in Italia

Francesco Granata, Ferrazzano (CB) 09/01/1916 – moglie e 2 figli

Michele Granata, Ferrazzano (CB) 27/10/1913 – moglie e 2 figli in Italia

Michele Moliterno, Ferrazzano (CB) 11/05/1917 – moglie e 4 figli

Pasquale Nardacchione, S. Giuliano del Sannio (CB) 16/04/1930 – moglie e 3 figli in Italia

Liberato Calmieri, Busso (CB) 11/02/1920 – celibe

ABRUZZO

Raffaele Ammazzalorso, Farindola (PE) 26/02/1920 – moglie e 3 figli in Italia

Orlando Canzano, Turrivalignani (PE) 02/07/1930 – celibe

Rocco Ceccomancini, Turrivalignani (PE) 29/08/1937 – celibe

Attilio Cirone, Farindola (PE) 29/09/1908 – moglie e 4 figli in Italia

Edmondo Cirone – Farindola (PE) 21/09/1929 – celibe

Angelo Damiani, Farindola (PE) 20/04/1937 – celibe

Donato D’Astolfo, Manoppello (PE) 02/07/1929 – celibe

Evandro Delli Passeri, Elice (PE) 09/05/1928 – celibe

Paolo Del Rosso, Manoppello (PE) 13/05/1914 – moglie e 5 figli in Italia

Pancrazio De Luca, Manoppello (PE) 19/05/1928 – moglie e 1 figlio

Cesare Di Bernardino, Turrivalignani (PE) 23/08/1913 – moglie e 4 figli

Benito Di Biase, Manoppello (PE) 20/10/1929 – celibe

Donato Di Biase, Manopello (PE) 23/04/1921 – moglie e 2 figli

Nicola Di Biase, Manoppello (PE) 10/04/1932 – celibe

Bartolomeo Di Cecco, Lettomanoppello (PE) 18/10/1926 – moglie e 1 figlio

Santino Di Donato, Manoppello (PE) 27/02/1928 – moglie e 1 figlio

Antonio Di Pietrantonio, Lettomanoppello (PE) 27/11/1919 – moglie e 4 figli

Emidio Di Pietrantonio, Lettomanoppello (PE) 05/10/1915 moglie e 4 figli

Giovanni Di Pietro, Turrivalignani (PE) 21/06/1917 – moglie e 3 figli

Dante Di Quilio, Alanno (PE) 10/11/1928 – moglie e 2 figli

Alfredo Di Rocco, Rosicano (PE) 01/08/1926 – moglie e 1 figlio in Italia

Rocco Di Rocco, Manoppello (PE) 13/02/1913 – moglie e 3 figli

Camillo Ferrante, Turrivalignani (PE) 07/04/1930 – celibe

Orlando Ferrante, Turrivalignani (PE) 20/07/1933 – celibe

Pasquale Ferrante, Lettomanoppello (PE) 06/07/1922 – moglie e 3 figlie in Italia

Giulio Fidanza, Farindola (PE) 21/02/1926 – moglie e 3 figli

Camillo Iezzi, Manoppello (PE) 02/11/1930 – moglie e 1 figlio 

Donato Iezzi, Manoppello (PE) 10/09/1924 – moglie e 2 figli

Orlando Iezzi, Manoppello (PE) 06/11/1924 – moglie e 3 figli

Rocco Iezzi, Manoppello (PE) 24/08/1935 – celibe

Vincenzo Iezzi, Manoppello (PE) 21/07/1931 – moglie e 1 figlio

Antonio Lachetta, Farindola (PE) 25/03/1928 – moglie e 2 figli in Italia

Francesco Martinelli, Turrivalignani (PE) 25/11/1919 – moglie e 3 figli in Italia

Modesto Martinelli, Turrivalignani (PE) 12/01/1928 – moglie e 3 figli

Gabriele Minichili, Manoppello (PE) 29/05/1935 – celibe

Leonino Nubile, Turrivalignani (PE) 11/04/1925 – moglie e 2 figli

Giuseppe Palazzone, Manoppello (PE) 10/02/1927 – moglie

Giuseppe Petaccia, Manoppello (PE) 18/12/1929 – celibe

Ottavio Setaccia, Manoppello (PE) 29/09/1924 – moglie e 1 figlio

Sante Ranieri, Manoppello (PE) 18/02/1909 – moglie e 3 figli

Edoardo Romasco, Manoppello (PE) 10/12/1920 – moglie e 2 figli

Camillo Rulli, Manoppello (PE) 15/07/1921 – moglie e 2 figli

Rocco Rulli, Manoppello (PE) 17/12/1935 – celibe

Giuseppe Semplecino, Manoppello (PE) 26/06/1914 – moglie e 3 figli in Italia

Pantaleone Toppi, Lettomanoppello (PE) 10/04/1931 – celibe

Sante Toppi, Lettomanoppello (PE) 27/07/1929 – moglie in Italia

Federico Zazzara, Manoppello (PE) 16/06/1924 – moglie

Eligio Di Donato, Roccascalegna (CH) 20/02/1921 – moglie e 2 figli in Italia

Valente Di Donato, Roccascalegna (CH) 28/02/1914 – moglie e 1 figlio in Italia

Antonio Di Pomponio, Roccascalegno (CH) 17/12/1905 – moglie

Nicola Di Pomponio, Roccascalegno (CH) 17/10/1928 – moglie in Italia

Domenico Luciani, Casoli (CH) 29/11/1926 – moglie e 2 figli

Nicola Salomone, Sant’Eusannio Del Sangro (CH) 01/05/1920 – moglie e 1 figlio

Raffaele Travaglino, Roccascalegno (CH) 14/09/1927 – moglie

Mario Zinni, Roccascalegno (CH) 31/01/1930 – moglie in Italia

Attilio Colangelo, Castelvecchio Subequo (AQ) 07/03/1914 – moglie e 5 figli

Esmeraldo Pallante, Castel Del Monte (AQ) 17/07/1924 – moglie e 2 figli in Italia

Secondo Petronio, Castel Del Monte (AQ) 04/01/1920 – moglie in Italia

Vincenzo Riga, Ovindoli (AQ) 23/03/1925 – moglie e 2 figli in Italia

Donato Rocchi, Isola del Gran Sasso (TE) 10/07/1927 – moglie e 2 figli in Italia

CALABRIA

Antonio Danisi, Reggio Calabria 21/01/1924 – moglie e 4 figli

Pasquale Papa, Reggio Calabria 11/11/1925 – moglie e 4 figli

Pietro Pologruto, Petrizzi (CZ) 23/11/1927 – moglie in Italia

Vincenzo Sicari, Rosarno (RC) 22/07/1927 – celibe

CAMPANIA

Annibale Pagnozzi, S. Angelo a Cupolo (BN) 29/10/1923 – moglie e 2 figli

Antonio Sacco, Cervinara (AV) 14/07/1940 – celibe

EMILIA ROMAGNA

Terzo Galinucci, Mercato Saraceno (FO) 10/06/1927 – celibe

Giuseppe Geti, Frignano sulla Secchia (MO) 13/09/1923 – celibe

Lino Gherardini, Pavullo (MO) 06/04/1911 – moglie e 2 figli

Adolfo Mazzieri, Pavullo (MO)

01/08/1906 – moglie e 4 figli in Italia

Roberto Vitali, Gaggio Montano (BO) 09/08/1904 – celibe

FRIULI VENEZIA GIULIA

Pietro Basso, Fiume Veneto (PD) 25/09/1930 – celibe

Mario Buiatti, Udine 30/11/1925 – moglie e 5 figli in Italia

Ruggiero Castellani, Ranchis (UD) 08/03/1915 – moglie e 3 figli

Lorenzo De Santis, Flabiano (UD) 27/09/1927 – moglie e 1 figlio

Ferruccio Pegorer, Azzano Decimo (UD) 08/01/1930 – celibe

Ciro Natale Piccolo, Povoletto (UD) 20/12/1912 – moglie e 3 figli

Armando Zanelli, Palazzolo delle Stelle (UD) 20/03/1921 – moglie in Italia

LOMBARDIA

Assunto Benzoni, Cerete (BG) 15/08/1926 – moglie e 1 figlio

Giuseppe Bontempi, Bienno (BS) 31/12/1925 – moglie e 1 figlio

Attilio Dassogno, S. Pietro Berbenno (BG) 08/07/1922 – moglie e 2 figli

MARCHE

Sisto Antonini, Monteciccardo (PS) 07/08/1910 – moglie e 3 figli

Rodolfo Battocolo, Ancona 19/04/1908 – moglie e 3 figli

Giovanni Bianconi, Nova Leltria (PS) 30/03/1927 – celibe

Nicola Dezi, Macerata 06/03/1930 – celibe

Edo Dionigi, Collordolo (PS) 16/04/1924 – moglie e 2 figli

Antonio Gabrielli, Casteldelci (PS) 21/07/1915 – celibe

Antonio Molari, S. Agata Feltria (PS) 12/03/1930 – celibe

Alvaro Palazzi, Monteciccardo (PS) 02/02/1922 – moglie e 2 figli

Giuseppe Rigetti, Pesaro 13/01/1907 – moglie e 3 figli in Italia

Dovilio Scortichini, Cingoli (MC) 04/06/1914 – celibe

Filippo Talamelli, Fano (PS) 22/01/1918 – moglie e 4 figli

Giulio Pierani, Petriano (PS) 11/04/1924 – moglie e 1 figlio

PUGLIA

Pompeo Bruno, Racale (LE) 02/04/1928 – celibe

Salvatore Capoccia, Salice Salentino (LE) 05/01/1922 – moglie e 1 figlio in Italia

Roberto Corvaglia, Racale (LE) 20/02/1926 – moglie e 1 figlio in Italia

Salvatore Cucinelli, Gagliano Del Capo (LE) 11/05/1926 – moglie in Italia

Santo Martignano, Tuglia (LE) 20/04/1929 – moglie e 3 figli

Cosimo Merenda, Tuglia (LE) 25/07/1924 – moglie e 3 figli

Francesco Palazzo, Salice Salentino (LE) 07/05/1913 – moglie e 3 figli in Italia

Giuseppe Pinto, Mola di Bari (BA) 03/05/1918 – moglie e 4 figli

Cosimo Ruperto, Alezio (LE) 18/04/1913 – moglie e 4 figli

Natale Santantonio, Brindisi 08/01/1928 – celibe

Carmelo Serrone, Serrano (LE) 17/11/1911 – celibe

Ernesto Spiga, Martina Franca 25/05/1904 – moglie e 2 figli

Abramo Tamburrana, Cristiano (TA) 26/03/1916 – celibe

Vito Verneri, Racale (LE) 26/03/1925 – celibe

Salvatore Ventura, Tuglia (LE) 16/01/1920 – moglie e 3 figli

Rocco Vita, Racale (LE) 16/08/1929 – moglie e 2 figli

Giovanni D’Apote, Lesina (FG) 20/10/1921 – moglie e 2 figli

Cesario Perdicchia, Melissano (LE) 02/03/1909 – moglie e 2 figli

Osmano Ruggirei, Martina Franca (TA) 26/03/1923 – moglie

Donato Santantonio, Racale (LE) 05/01/1927 – moglie e 1 figlio

Vito Larizza, Laterza (TA) 15/11/1924 – moglie e 4 figli

Pasquale Sifani, Taurisano (LE) 01/04/1924 – moglie e 2 figli

SICILIA

Carmelo Baio, Montaperto (AG) 21/11/1920 – moglie e 2 figli in Italia

Sebastiano Campisi, Augusta (SR) 03/09/1915 – moglie e 3 figli

Gaetano Indorato, Sommatine (CL) 01/11/1911 – moglie e 3 figli

Salvatore Piluso, Caltagirone (CT) 18/06/1922 – moglie

Calogero Reale, Montaperto (AG) 27/06/1922 – moglie e 3 figli

TOSCANA

Otello Bugliani, Massa Carrara 06/09/1913 – moglie e 1 figlio

Enrico Del Guasta, Cascina (PI)  17/02/1920 – moglie e 4 figli

Romano Filippi, Fiesole (FI) 18/11/1928 – moglie e 1 figlio

TRENTINO ALTO ADIGE

Primo Leonardelli, Pergine Val Sugana (TN) 01/01/1920 – celibe

VENETO

Guerrino Casanova, Montebelluna (TV) 29/08/1923 – moglie e 2 figli

Giuseppe Corso, Montorio di Verona (VR) 16/11/1920 – celibe

Dino Della Vecchia, Sedico (BL) 31/08/1926 – celibe

Mario Piccin, Codgnè(TV) 15/10/1919 – moglie e 5 figli

Giuseppe Polese, Cimadolmo (TV) 01/10/1934 – celibe

Una Nonna Italiana in America- An Italian Grandmother in America

di emigrazione e di matrimoni

Una Nonna Italiana in America

Mia nonna si chiamava Rosa Fretta Salerno. Faceva parte della prima famiglia italo-americana a formare un’impresa a New York. Però, prima di quello…

Il recente articolo dei nonni I Legami Mancanti, i Nonni – The Missing Links, the Grandparents (I Legami Mancanti, i Nonni – The Missing Links, the Grandparents) ha avuto una grande reazione dai lettori e una di loro, Josephine Zavolakis, ci ha inviato i suoi ricordi della nonna. È ovvio quando le siano cari questi ricordi, come per tutti coloro che hanno avuto la buona fortuna di crescere con i nonni.

Ci sono molti aspetti di questa storia che ci fanno capire le difficoltà di crescere come un migrante, o figlio/discendente di un migrante. Uno è che anche dopo generazioni certi aspetti delle tradizioni italiane sono ancora rispettate, però con qualche cambiamento dalle tradizioni italiane originali. Con questo commento non intendiamo offendere nessuno negli Stati Uniti oppure in altri paesi con migranti italiani. È una semplice costatazione che col passare degli anni e il luogo le tradizioni cambiano secondo le circostanze.

Difatti, questo spesso crea controversie sulle pagine dei social perché le tradizioni delle famiglie italiane cambiano enormemente da famiglia a famiglia. Quel che si considera sia una “tradizione” italiana è spesso una tradizione di una famiglia italiana particolare che poi si sente offesa se qualcuno dice che non sia italiana. Utilizzando un riferimento argentino, per molte famiglie italiane in quel paese il “mate”, una tisana, è una parte fondamentale delle loro tradizioni quotidiane, come in Australia dove il “Christmas pudding” britannico è ora una parte essenziale dei festeggiamenti natalizi di molte famiglie italiane.

Questi cambiamenti delle tradizioni sono semplicemente naturali ed inevitabili e abbiamo il dovere di documentare come le nostre tradizioni cambiano non solo da paese a paese, ma anche da città a città, come vediamo nell’eterna controversia di “sugo contro il gravy (sughetto all’inglese)” sulle pagine social americane che è arrivata al punto che molte pagine l’hanno proibita come soggetto per i post. Dobbiamo fare un’osservazione su questo aspetto specifico, sarebbe importante sapere perché famiglie italiane in certe zone degli Stati Uniti hanno adottato una parola inglese per una tradizione italiana che ovviamente molti di loro hanno molto a cuore. Abbiamo il sospetto che nasconde una storia di discriminazione e/o assimilazione forzata che molti oggi hanno dimenticato o chi i genitori/nonni nascosero ai figli per renderli “americani” il più presto possibile. Ci auguriamo che i lettori americani daranno un contributo per spiegare questo tema a noi nel resto del mondo.

E in tutti questi cambiamenti i nonni, quando presenti, erano e sono ancora un legame importante tra la famiglia in Italia e i nuovi rami in altri paesi. Ci auguriamo che altri lettori, da tutti i paesi, ci invieranno i loro contributi su questo ed altri temi dell’emigrazione italiana nel mondo al link in fondo alla pagina.

Una Nonna Italiana in America

Josephine Zavolakis

Mia nonna si chiamava Rosa Fretta Salerno. Faceva parte della prima famiglia italo-americana a formare un’impresa a New York. Però, prima di quello…

Perse la madre all’età di sei e aveva tre fratelli maggiori. Il padre era un macellaio, allora vivevano in buone condizioni. Abitavano a Casavatore(NA). Fece la scuola fino alla morte della madre dopo di che, all’età di 6 anni, diventò la donna della casa! Lavava la biancheria, cucinava, puliva e continuava a cucire, lavorare all’uncinetto e lavorare a maglia come la madre le aveva insegnato. Lei ha passato questo a me. Suppongo che il padre non voleva perdere l’aiuto perché rifiutava tutti che gli chiedevano la sua mano. Alla fine, dopo che i suoi fratelli fossero partiti per gli Stati Uniti e il padre si era risposato le si sposò. Era vecchia….22 anni! Suo marito era di una famiglia molto al di sotto del suo rango. Suo suocero vendeva biancheria da paese a paese.

Gli sposini si trasferirono a Napoli e lei e suo marito vendevano frutta e verdure. Mi disse che un’amica della madre la vide mentre vendeva i prodotti e pianse per quanto fosse cambiata la sua vita. Vissero un paio di anni a Napoli quando mio nonno decise di raggiungere i cognati negli Stati Uniti. Lasciò la moglie incinta ed arrivo a New York alla Vigilia di Natale, 1908. Passarono due anni prima che la nonna si riunisse con lui! Non avendo aiuto, vendette tutto quel che aveva e si comprò un biglietto in terza classe.

All’arrivo a New York rimase seduta fuori la macelleria di proprietà del marito poiché non aveva il tempo di portarla all’appartamento. Fu allora che incontrò la sua prima amica, Concettina. Questa donna adorabile portò lei e suo figlio di due anni nel suo appartamento. Rimasero amiche fino al giorno che nonna è deceduta.

Tra tutti gli alti e bassi della vita riuscì ad avere sette figli. Carolina, Filomena, Biagio, Luigi, Raffaele, Jennie e Giuseppe. Erano gli zii e le zie con cui sono cresciuta. Erano amorevoli, divertenti e devoti a mamma. Nonno ebbe successo per un periodo. La famiglia si trasferì in una casa in pietra rossa a Brooklyn. Mia madre si ricordava un pianoforte grande, una tavola da pranzo grande e un cappotto di pelle di coniglio. Questo era il periodo in cui la famiglia godeva di un pò di felicità. Mi pare di capire che hanno avuto come ospite una delle stelle di spicco del teatro italiano, La Mignoitte. Magari fossero durati questi tempi buoni.

Le cose andavano bene, però il papà beveva. Quando mamma aveva 17 anni e abitavano in una casa più piccola a causa del crollo della borsa e la Grande Depressione che ne seguì, poi suo papà è deceduto. Aveva 47 anni. Zia Carrie era sposata ed aveva un bimbo. A causa delle circostanze è tornata a casa a vivere con mamma. Zio Lou era sposato con la meravigliosa zia Anna (Dominiana), zio Benny era un Marine e stava per sposarsi. Zio Ralph lavorava come scaricatore di porto. Zia Fillie era sposata e viveva a Long Island. Adoravo andarci, suo marito, lo zio Vincent, era uno dei miei preferiti. Mia madre si sposò e poco dopo anche zio Joe si sposò. Gli anni a Brooklyn erano finiti.

Nonna ritornò alla Little Italy di New York e alla sua amica Concettina. Noi abitavamo a un isolato da lei. Quando mamma lavorava nonna era la mia seconda madre! Mi faceva il pranzo, di panini di broccoli di rapa. Mi controllava mentre facevo i compiti ed allora iniziavano le lezioni, fare i bordi dei fazzoletti con l’uncinetto, lavorare a maglia piccole coperte per le mie bambole, e guardare le lumache “correre” sulla tavola mentre preparava il sugo caldo e le frizelle. Ho tanti bei ricordi di tempi buoni. Di andare alla vendita di beneficenza e lei vincere un premio per me, ma sono rimasta scontenta perché non era la bicicletta che volevo. Di andare a vedere Cenerentola al cinema e lei che mi raccontava la storia in italiano, con il dispiacere dei cinesi seduti vicino a noi! Ci sono stati molti pranzi, cene e feste. Tristemente quando avevo 35 anni se n’è andata, aveva 90 anni e ancora cucinava, faceva le pulizie, ecc. Abbiamo cercato di stare insieme, e ci siamo riusciti in parte, ma il collante se n’era andato.

L’anno dopo il suo decesso ho fatto un viaggio in Italia. Ho pianto mentre camminavo lungo la strada dove viveva, visitavo la sua chiesa e anche la sua casa. Vorrei che fosse viva per sentire la storia del mio viaggio. Penso che sarebbe stata contenta.

Arriviamo ad oggi, tutti i miei zie, zii e parenti se ne sono andati. Mi sono trasferita a New York ma cerco di mantenere i contatti con i cugini. Siamo ancora una famiglia di amore, italiani fino in fondo. La maggior parte di noi è sposata con ogni nazionalità, religione e origine, però la domenica è sempre il sugo alle 15.00! Certe cose non cambiano mai. Mi mancate e vi amo tutti, la mia famiglia.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

di emigrazione e di matrimoni

An Italian Grandmother in America

The recent article on grandparents (I Legami Mancanti, i Nonni – The Missing Links, the Grandparents) drew a big reaction from readers and one of them, Josephine Zavolakis, wrote us her memories of her grandmother. It is obvious how dear the memories are to her, just like they are to all those who had the good fortune to grow up with their grandparents.

There are many aspects to this story that make us realize the difficulties of living as a migrant or as the child/descendant of a migrant. One is that even after generations certain aspects of Italian traditions are still kept but with some have changed from the original Italian time. This comment is not meant to offend anyone in the United States or any other country with Italian migrants. It is a simple statement of fact that over time and place traditions change according to circumstances.

In fact, this is a frequent bone of contention on many social media pages because the traditions of Italian families vary enormously from family to family. What someone considers an “Italian” tradition is often a tradition of a particular Italian family and they feel insulted when someone says that it is not Italian. To use an Argentinean reference, for many Italian families in that country “mate”, a herbal tea, is a fundamental part of their daily traditions, just like in Australia the British Christmas pudding is now an essential part of Christmas celebrations for many Italian families.

These changes in tradition are only natural and inevitable and we have a duty to document how our traditions change not only from country to country but also from town to town as we see in the eternal “sauce versus gravy” controversy on the American social media pages that has reached the point that many pages have banned this as a subject for posts. On this specific issue we must make one observation, it would be important to know why Italian families in certain parts of the United States adopted an English word for an Italian tradition they obviously hold very dear. We suspect that it hides a story of discrimination and/or forced assimilation that many today may have forgotten or that the parents/grandparents hid from the children to make them “American” as quickly as possible. We hope that American readers can make a contribution to explain this issue to us in the rest of the world.

And in all these changes, the grandparents, when they were present, were and still are a major link between the family in Italy and the new branches in other countries. We hope that other readers, from all countries, send us their contribution on these and other issues of Italian migration around the world to the link at the bottom of the article.

Una Nonna Italiana in America

Josephine Zavolakis

My grandma’s name was Rosa Fretta Salerno. She was part of the first Italian-American family to incorporate a business in N.Y.  But, before that…

She was motherless at age 6 with 3 older brothers. Her father was a butcher so they lived well. They lived in Casavatore(NA). She had schooling until her mother died, after that she was, at age 6, the woman of the house! She washed bedding, cooked, cleaned and continued the sewing, crochet and knitting her mother had taught her. This she passed in to me. I guess her father didn’t want to lose the help, because he refused all those who proposed marriage. Finally after her brothers came to America and her father remarried, she herself married. She was old…22! Her husband was from a family much below her station. Her father in law sold linen from town to town.

The newlyweds moved to Naples proper and she and her husband sold fruits and vegetables. She told me an old friend of her mother’s saw her on the street selling produce and cried at how much her life had changed. They lived for a couple of years in Naples when my grandfather decided to join his brothers in law in America. Leaving a pregnant wife behind, he arrived in New York on Christmas Eve 1908. It would be two years until my grandmother would join him! Having no help, she sold everything she had and bought a ticket in steerage.

Arriving in New York, she was left to sit outside the butcher shop her husband owned as he had no time to let her into the apartment. That’s when she made her first friend, Concettina. This lovely woman took her and her two year old child into her apartment. They were friends until the day my grandmother passed!

Through all the ups and downs of life, she managed to have 7 children. Carolina, Filomena, Biagio, Luigi, Raffaele, Jennie and Giuseppe. These were the Uncles and Aunts I grew up with. They were loving, funny and devoted to Mama. Grandpa was successful for a while and moved the family to a brownstone in Brooklyn. My mother remembers a grand piano, a large dining table and having a rabbit coat.  This was the time the family enjoyed some happiness. I understand they hosted one of the prominent stars of the Italian La Mignoitte theatre. Would that good times would last.

Things were good, but grandpa drank. When my mother was 17 and living in a smaller house due to the crash and Depression that followed, her father passed. He was 47 years old. Aunt Carrie was married and had one small child. Due to circumstances, she was back home living with Mama. Uncle Lou was married to wonderful Aunt Anna (Domiana), Uncle Benny was a Marine and soon to be married. Uncle Ralph was working as a longshoreman. Aunt Fillie was married and living on Long Island. I loved going there, her husband Uncle Vincent was one of my favourites. My mom married, soon Uncle Joe married as well. The years in Brooklyn were over.

Grandma returned to New York’s Little Italy and her friend Concettina. We lived one block away. While mom worked, grandma was my second mother! She made my lunches (broccoli rabe sandwiches). Watched me do homework and then began the lessons. Edging hankies with crochet, knitting small blankets for my dolls and watching snails ‘race’ across the table as she prepared some with hot sauce and frizelle. There are so many memories of good times. Attending a bazaar and her winning a prize for me, unhappy because it wasn’t the bike I wanted. Going to see Cinderella at the movies and her telling me the story in Italian…to the chagrin of the Chinese people sitting near us! There were many lunches, dinners and celebrations. Sadly in my 35th year, she passed, she was 90 and still doing all of her own cooking, housekeeping, etc. We tried to keep together, and we did somewhat, but the glue was gone.

The year after she passed, I made a trip to Italy. I cried walking the street she lived on, visited her Church, even her house. I wish she was alive to hear the story of my trip. I think she would be pleased.

We come to today, all of my Aunts, Uncles and parents are gone. I’ve moved from NY, but try to keep in touch with my cousins. We are still a family of love…Italian to the core. We are most of us married to every Race, religion and background…but Sunday is always sauce at 3:00! Some things never change. I miss and love you all my family.

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