L’Emigrazione italiana non va soltanto all’estero – Italian migration does not go only overseas

Choose language: IT | EN

[vc_single_image image=”49004″ img_size=”full”]

L’Emigrazione italiana non va soltanto all’estero

Fin troppo spesso abbiamo il vizio di pensare all’emigrazione italiana come un fenomeno di grandi masse di uomini e donne verso l’estero, ma come dimostra il grande film di Lucchino Visconti  “Rocco e i suoi fratelli” il fenomeno ha visto anche il movimento di grandi numeri di lavoratori meridionali verso i centri industriali settentrionali.
Di Gianni Pezzano

Fin troppo spesso abbiamo il vizio di pensare all’emigrazione italiana come un fenomeno di grandi masse di uomini e donne verso l’estero, ma come dimostra il grande film di Lucchino Visconti  “Rocco e i suoi fratelli” il fenomeno ha visto anche il movimento di grandi numeri di lavoratori meridionali verso i centri industriali settentrionali. Il film non ha mai smesso di essere attuale e, come l’emigrazione verso l’estero, continua a svolgere un ruolo determinante per ogni aspetto della vita del paese.

Per noi nati e cresciuti all’estero da genitori italiani, il concetto del paese di origine dei nostri genitori ci fa pensare che l’Italia sia molto più omogenea di quel che è in effetti, e a volte dobbiamo fare un passo indietro e guardare la realtà politica e sociale del motore storico più importante non solo del nostro paese, ma del mondo, l’emigrazione.

La stazione di Vercelli
Una notte alla fine di una visita a mia zia in Piemonte durante un viaggio nel Bel Paese mi trovavo alla stazione di Vercelli, aspettando il treno che doveva portarmi in Calabria dalla famiglia di mio padre. Inevitabilmente è arrivato l’annuncio del ritardo del treno e mi sono seduto su una panchina ad aspettare. Dopo pochi minuti si è avvicinato un signore di una certa età che camminava con l’assistenza di un bastone, per chiedermi con un forte accento calabrese se poteva sedersi. Naturalmente ho risposto di si e abbiamo cominciato a parlare. Quello scambio mi rimane impresso nella mente per molti motivi.

Lui ha iniziato a parlare del ritorno a Condofuri (RC) e gli ho spiegato che dovevo andare a Pardesca  (RC). Poi si è presentato e, come lui, ho risposto con nome e cognome. Dopo pochi secondi mi ha lasciato di stucco quando mi ha chiesto se avessi due zii di nome Giuseppe e Antonio. Non volevo credere che conoscesse la mia famiglia. “Si,” gli ho risposto, “Ma sa che zio Giuseppe è morto nel 1948?”.  “Certo che lo so, abbiamo fatto la guerra insieme e sono anche andato a casa dei genitori per incontrarlo”.

Con quelle poche parole due mondi di emigrazione italiana si sono incontrati.

Lui si trovava a Vercelli perché ci abitava una figlia e ogni anno lui, ormai rimasto vedovo e quindi solo, passava qualche mese con lei ed era di ritorno perché un altro figlio emigrato nel nord del paese doveva tornare per passare l’estate al paese di nascita. Purtroppo non abbiamo potuto parlare più perché è arrivato il treno e dovevamo separarci per fare ritorno in Calabria in cabine diverse di carrozze diverse.

Ma quello scambio mi è sempre rimasto nella mente perché è la faccia della tristezza dell’emigrazione italiana dal sud al nord. Quell’uomo di una settantina di anni era costretto a viaggiare da solo per poter stare con i figli, perché in casa non aveva più nessuno.

Ma questo non è l’unico aspetto della vita degli emigrati italiani nel Bel Paese.

La Zia
Mia zia in Piemonte era emigrata in Australia negli anni 50 e vi trovò il suo marito piemontese. Nel 1968 decisero di tornare in Piemonte con la figlia Marina, che allora aveva quattro anni, per fare una vita nuova nel paese natio di zio. Purtroppo, l’accoglienza dei parenti nuovi non fu affatto quel che lei si aspettava.

Benché nessuno poteva dire che l’avessero trattata davvero male, non è mai arrivato alcun livello di vera confidenza tra lei e i cognati. Sorella di mia madre, originaria del Lazio, non nascondevano il fatto che per loro lei era “terrona” e almeno una cognata decise di parlare con zia con il lei, invece del tu.

Ora zia, come il signore calabrese, si trova solo dopo la morte di Marina a diciotto anni e del marito due anni dopo. Lei non ha mai voluto tornare al paese di nascita per stare con i parenti perché non vuole ancora oggi stare lontana dalla tombe dei suoi cari.

Gli stranieri italiani
Come le esperienze di chi è emigrato all’estero, la vita dei migranti all’interno è segnata dai luoghi comuni, dai sospetti dei nuovi vicini di casa che non si fidano dei nuovi dialetti e le tradizioni diverse. Per darne un esempio, un giorno la famiglia dello zio piemontese ha deciso di organizzare una festa e ogni componente doveva portare un piatto da casa. Zia ha preparato con gioia i carciofi che lei, come mia madre, adorava, solo per sentire dire da un cognato che quello era “roba per meridionali, non per noi piemontesi”.

Esperienze come queste sono molto simili a quelle di noi italiani all’estero e per questo motivo qualsiasi raccolta di storie dell’emigrazione italiana deve comprendere anche la vita di chi si è trasferito da una regione italiana a un’altra.

Allo stesso modo, dovremo guardare la vita degli studenti nelle scuole e i lavoratori nelle fabbriche e non abbiamo dubbi che in molti di questi luoghi l’inevitabile bullismo a scapito dei nuovi arrivati sia stato particolarmente feroce verso “gli stranieri italiani”.

Sentiamo fin troppo spesso le battute verso lo “straniero” di turno, ma è sempre difficile capire quando una battuta sia scherzosa, oppure intenzionalmente offensiva.

Famiglie spaccate
Benché relativamente vicina in paragone all’emigrazione verso l’estero, e in modo particolare a quella oltreoceano, l’emigrazione in Italia ha spaccato le famiglie. Malgrado tutta la buona volontà dei parenti di rimanere in contatto, le distanze e gli ambienti diversi portano le famiglie a spaccarsi, come succede spesso tra parenti in Italia e quelli all’estero

Le esperienze diverse, l’assunzione di nuove usanze e tradizioni, gli inevitabili compromessi nel modo di vivere per evitare scontri con i nuovi vicini di casa e i compagni d lavoro, vogliono dir che chi lascia il paese di nascita torna a casa come una persona diversa e, altrettanto inevitabilmente, anche i parenti rimasti a casa cambiano in quegli anni di separazione.

A volte queste differenze tra parenti si trasformano in insofferenza verso qualche parente perché chi rimane in casa non può, oppure non vuole,  capire quel che l’emigrato a volte deve fare per fare la propria vita nel nuovo luogo e lavoro.

Senza scordare poi, che i figli degli emigrati conosceranno e con il tempo si sposeranno con altri del paese o città di residenza e questo può portare alla rottura definitiva con la famiglia rimasta a casa.

Il Paradosso e le storie
Il risultato di tutto questo è la situazione paradossale che in molti casi chi si trasferisce in altre regioni in Italia ha più in comune con chi si trasferisce all’estero di quel che condivide con chi rimane nel paese d’origine.

Queste similitudini e differenze devono far parte di qualsiasi studio serio sull’effetto dell’emigrazione all’interno di famiglie, come anche alla vita quotidiana di tutto il paese.

Mentre aspettiamo l’invio delle prime storie dagli emigrati italiani all’estero e magari i loro figli e discendenti, non possiamo fare a meno di fare lo stesso appello verso quei milioni di italiani che ora abitano in province lontane da quelle di nascita.

L’emigrazione italiana è una parte fondamentale della Storia del paese, ma è anche una parte che pochi conoscono bene in Italia, in particolar modo da quella grande parte della popolazione che non si è mai mossa dei luoghi di nascita.

Capire le moltissime realtà dell’Emigrazione italiana non è e non deve essere un progetto per pochi, è un progetto che dovrebbe coinvolgere tutti perché, in tutti i sensi, è davvero la Storia d’Italia.

I racconti possono essere inviati a: gianni.pezzano@dailycases.it

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]
[vc_single_image image=”49004″ img_size=”full”]

Italian migration does not go only overseas

All too often we have the bad habit of thinking of Italian migration as a phenomenon of great masses of men and women moving overseas, but as Lucchino Visconti’s great film “Rocco and his brothers” shows, the phenomenon also saw the movement of great masses of workers from the South of Italy towards the industrial cities in the North of the country
By Gianni Pezzano

All too often we have the bad habit of thinking of Italian migration as a phenomenon of great masses of men and women moving overseas, but as Lucchino Visconti’s great film “Rocco and his brothers” shows, the phenomenon also saw the movement of great masses of workers from the South of Italy towards the industrial cities in the North of the country. The film has never stopped being current and, just like migration overseas, continues to play a decisive part in every aspect of the country’s life.

Then, for us born and raised overseas of Italian parents, the concept we have of the country of birth of our parents makes us think that Italy is much more homogeneous that what it really is and at times we have to take a step back and look at the political and social reality of the most important motor of history not only for our country, but for the world, Migration.

Vercelli railway station
One night at the end of a visit to an aunt in Piedmont during a trip to Italy, I was at the Vercelli railway station waiting for a train to Calabria to visit my father’s family. Inevitably there came the announcement of a delay and I sat on a bench to wait for the train. After a few minutes an aged gentlemen of with a walking stick asked me in a strong Calabrese accent if he could sit next to me. Naturally I said yes and we began to talk. For many reasons that conversation has remained stamped on my mind since then.

He began talking about his return to Condofuri in Calabria and I told him that I had to go back to Pardesca not too far away. Then he presented himself and, as did he, I answered with my name and surname. After a few seconds he asked me if I had two uncles called Giuseppe and Antonio. I did not want to believe he knew my family. “Yes,” I answered, “But do you know that uncle Giuseppe died in 1948?” “Of course I know, we fought together in the ear and I even went to his parents’ home to meet up with him”.

With those few words two worlds of Italian migration met.

He was in Vercelli because a daughter lived there and every year, he was a widow and therefore alone, he spent a few months with her and he was going back because another son who had migrated to the north of the country was going back to spend the summer in his home town. Sadly we could not talk further as the train had arrived and we had to go our separate ways to go back to Calabria in different cabins of different wagons.

But I always remembered that exchange because it was the face of the sadness of Italian migration from the south to the north. That seventy something old man was forced to travel alone in order to stay with his children because he no longer had anybody at home.

But this is not the only aspect of the lives of Italian migrants in Italy.

The aunt
My aunt in Piedmont had migrated to Australia in the 1950s and there she met her Piedmontese husband.  In 1968 they decided to go back to Piedmont with their daughter Marina who was then four years old, to start a new life in his home town. Sadly the welcome by the new relatives was not at all what she expected.

Although nobody could say she was treated truly badly, there was never any level of true confidentiality between her and the in-laws. My mother’s sister and from the Lazio region they never hid the fact that for them she was a terrona (prejudicial term for Southerner) and at least one sister in law decided to speak to her with the highly formal “lei”, instead of the friendly “tu”.

Now my aunt, just like the gentleman from Calabria, is alone after the deaths of Marina at eighteen years of age and her husband two years later. She never wanted to go back to her home town to live with relatives because, even today, she does not want to be far away from the tombs of the loved ones.

Italian foreigners
Just like the experiences of those who migrated overseas, the lives of those who migrated within the country is marked by stereotypes, the suspicions of the new neighbours who do not trust the new accents and dialects and the different traditions. To give one example, one day my uncle’s Piedmontese family decided to organize a party and everyone had to bring a plate from home. My aunt happily prepared artichokes which she then, just like my mother, only to have a brother in law say “this stuff is for Southerners not for us Piedmontese”.

Experiences such as this are very similar to us Italians overseas and for this reason any collection of stories of Italian migration must also include of those who moved from one Italian region to another.

In the same way we must look at the lives of students at school and workers in factories and we have no doubt that in many of these places the inevitable bullying of the new arrivals was especially fierce towards the “Italian foreigners”.

Too often we hear jokes towards the “foreigner”, but it is always hard to understand if the joke is meant to be funny, or intentionally offensive.

Families divided
Although relatively close compared to migration overseas, and especially to those in other continents, migration in Italy has divided families. Despite the goodwill of relatives to keep in touch, the distances and the different settings mean that families are divided, as often happens between relatives in Italy and those overseas.

Different experiences, taking up new habits and traditions, the inevitable compromises in lifestyle in order to avoiding clashing with the new neighbours and work colleagues mean that who leaves the home town comes home a different person and, just as inevitably, even the relatives who stayed at home changes over the years of separation.

Sometime these differences become intolerance towards a relative because who stays at home cannot or does not want to understand what the migrant sometimes has to do to make their lives in a new place and job.

Without forgetting that the children of migrants will meet and over time marry with others in the town or city of residence and this brings about the definitive division with the family left at home.

The Paradox and the stories

The result of all this is the paradoxical situation that in many cases those who migrated to other regions have more in common with those who moved overseas than what they share with those who stayed in the home town.

These similarities and differences must form part of any serious study of the effect of migration within families, just as on daily life in all the country.

While we await the arrival of the first stories from Italian migrants overseas and hopefully their children and descendants, we cannot do less than make the same appeal to those millions of Italians who now live in provinces far away from their places of birth.

Italian migration is an essential part of country’s history, but also a part that few know in Italy, especially that vast majority of the population that never moved from their places of birth.

Understanding the many realities of Italian migration is not and must not be a project for a few; it is a project that should involve everybody because, in every way, it is truly Italy’s history.

The stories can be sent to: gianni.pezzano@dailycases.it

Italiani all’estero: un rebus da risolvere – Italians overseas, a puzzle to be solved

Choose language: IT | EN

[vc_single_image image=”49000″ img_size=”full”]

Italiani all’estero: un rebus da risolvere

Se la popolazione italiana di circa sessanta milioni vota quasi mille deputati e senatori, come mai il numero di rappresentati dei cittadini all’estero è soltanto diciotto? Se applicassimo il concetto di parità di diritti contenuto nella Costituzione Italiana, il numero sarebbe certamente troppo piccolo.
Di Gianni Pezzano

Mentre aspettiamo di sapere l’esito delle consultazioni per la formazione del nuovo governo dopo il voto del 4 marzo, aspettiamo anche la decisione finale dell’esito del voto all’estero. Questa attesa è principalmente a causa di un numero di controversie nel corso della campagna elettorale e vogliamo approfittare di questi sviluppi per fare qualche considerazione non tanto sul concetto stesso del voto all’estero, ma a vicende pratiche legate a esso.

Il semplice fatto che alcuni programmi televisivi in Italia abbiano fatto servizi su presunti brogli e irregolarità nel modo di voto fa capire che il concetto non è visto di buon occhio da molti in Italia. Però, prima di considerare come evitare queste situazioni in futuro dobbiamo fare un esame di coscienza di come vediamo gli italiani all’estero.

Rappresentanti
Il primo punto da considerare è uno che abbiamo già trattato nel corso della campagna elettorale (LINK all’articolo precedente).  È davvero realista pretendere che diciotto parlamentari possano rappresentare gruppi dei nostri connazionali sparsi per tutti i continenti, compresi le basi di ricerche scientifiche in Antartide?

Chi conosce la situazione crudele dell’importanza dei numeri nelle due aule del parlamento italiano (come anche degli altri sistemi parlamentari in giro per il mondo) capisce immediatamente che in mezzo ai quasi mille parlamentari il peso di diciotto uomini e donne non è pari al numero di veri e possibili concittadini che essi rappresentano.

Da qui siamo costretti a fare due domande allo stesso tempo semplici e crudeli che sono connesse in modo profondo. I diciotto parlamentari chi rappresentano davvero? Chi e quanti sono gli italiani all’estero?

Dalle risposta di queste domande faremo il primo passo per capire persino come il paese deve comportarsi verso i suoi emigrati e i loro discendenti.

5 milioni o 90 milioni?
Partiamo dalle secondo domanda. Secondo le cifre della Farnesina, il Ministero degli Affari Esteri a Roma, i cittadini italiani registrati all’estero sono circa cinque milioni.   E qui ci troviamo già con un paradosso con potenziali effetti costituzionali.

Se la popolazione italiana di circa sessanta milioni vota quasi mille deputati e senatori, come mai il numero di rappresentati dei cittadini all’estero è soltanto diciotto? Se applicassimo il concetto di parità di diritti contenuto nella Costituzione Italiana, il numero sarebbe certamente troppo piccolo. Ma non finisce qui.

Questa situazione diventa ancora più complicata quando aggiungiamo il numero dei discendenti di emigrati italiani nei sei continenti, circa ottantacinque milioni. Quindi il numero vero da considerare quando trattiamo gli italiani all’estero è novanta milioni.

Peggio ancora, grazie allo ius sanguinis nessuno è in grado di dire quanti di questo grande numero di discendenti siano effettivamente cittadini italiani e non sanno di averne diritto. Certo, più vanno avanti le generazioni nate all’estero meno nascono cittadini italiani, ma il fatto è che esiste una popolazione possibile di cittadini italiani più grande di quel che ne sappiamo oggi.

Queste cifre sono importanti perché ci fanno capire un aspetto fondamentale di come vediamo gli italiani all’estero in generale e non solo chi viene rappresentato dai diciotto parlamentari.

Dobbiamo vedere gli italiani all’estero semplicemente da cinque milioni di cittadini italiani, oppure dobbiamo comportarci diversamente verso un potenziale mercato, e anche di questo si tratta, per i nostri prodotti partendo dalla nostra lingua e la cultura di ben oltre novanta milioni?

Aspetti commerciali
In realtà, tutti i nostri sforzi verso gli italiani all’estero sono diretti ai circa cinque milioni, quasi tutti di prima generazione e non consideriamo la stragrande maggioranza dei 90 milioni che vorrebbero sapere di più del paese dei loro genitori, nonni o bisnonni per chissà quante generazioni.

Questo è fondamentale perché nel trattare soltanto i cinque milioni inviamo tutte le informazioni, notizie e programmi televisivi, a partire dalle agenzie di stampa e particolarmente RAI World, esclusivamente in italiano e quindi limitiamo il mercato per questi servizi a solo una percentuale bassa del potenziale mercato.

Abbiamo avuto una prova importante di questo abbandono del potenziale mercato internazionale dei   nostri parenti e amici all’estero ai due Stati Generali della Lingua Italiana a Firenze del 2014 e il 2016 quando non c’era un rappresentante ufficiale di nemmeno una delle case editrici italiane. In un periodo di crisi della nostra editoria, come mai non consideriamo quel mercato internazionale di almeno una volta e mezzo la popolazione d’Italia oggigiorno?

Come minimo RAI World, ANSA e altre agenzie dovrebbe inviare le notizie e i programmi con almeno i sottotitoli per coloro all’estero che non capiscono l’italiano. Il primo effetto non sarebbe solo di rendere i programmi più facili da capire, ma anche di incoraggiare queste popolazioni prima a studiare la nostra lingua e quindi di espandere il   mercato per i nostri libri, musica e film in giro per il mondo.

Infatti, far capire questi programmi e servizi ai 90 milioni avrebbe l’effetto di incentivare molti a fare un viaggio nel Bel Paese per scoprire le proprie origini e per visitare i luoghi sicuramente ricordati come riferimenti vaghi e farli diventare realtà concrete con, di nuovo, un ruolo importante nelle loro vite.

Le Pro Loco comunali e gli assessorati provinciali e regionali potrebbero offrire agevolazioni e incentivi agli italiani all’estero, siano cittadini o semplicemente discendenti di emigrati per incoraggiare loro non solo alle solite città turistiche, ma magari ad altri grandi centri culturali poco conosciute fuori del Bel Paese.

Ci vuole poco per capire che questo avrebbe anche l’effetto indiretto di passaparola al ritorno non solo ai loro amici di origini italiane, ma anche a coloro che non sono di origini italiane.

Visione limitata
Allo stesso modo, questi novanta milioni sarebbero il modo ideale per introdurre prodotti nuovi, di nuovo a partire dai nostri libri e prodotti culturali, ai concittadini nei vari paesi di residenza.

Paesi come l’Australia, gli Stati Uniti, il Canada, la Francia, il Belgio e la Germania, hanno grandi comunità italiane che sarebbero l’ideale rampa di lancio per molti prodotti di ogni genere che fino ad ora sono ancora sconosciuti all’estero.

Fino ad ora, come paese abbiamo avuto una visione degli italiani all’etero limitata a molti stereotipi invece di una consapevolezza vera di chi sono e cosa vogliono. Nel considerare solo i cittadini italiani non ci rendiamo conto che i numeri veri sono molto più grandi dei diciotto parlamentari a Montecitorio e Palazzo Madama.

Rebus
Nel nostro piccolo, questo giornale on line sta cercando di colmare questo vuoto con la decisione di cominciare a produrre servizi bilingue, e con il tempo speriamo di aggiungere lingue oltre l’inglese, come anche di pubblicare storie di emigrazione italiana per far capire in Patria che le realtà all’estero sono molto più grandi e varie di quel poco che vediamo nei giornali e alla televisione.

Possiamo solo augurarci che chiunque sarà al governo dopo le consultazioni avrà la visione di vedere che i nostri parenti e amici all’estero sono una risorsa che potrebbe fare molto per il futuro del nostro paese, alla pari, se non addirittura di più dei contributi dei loro genitori e nonni nel passato.

Il rebus da risolvere non è tanto quello della situazione del voto all’estero ma di coinvolgere almeno novanta milioni in giro per il mondo in modo permanente, invece di cercare di fare votare cinque milioni solo alla fine di ogni legislatura.

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]
[vc_single_image image=”49000″ img_size=”full”]

Italians overseas, a puzzle to be solved

If the population in Italy of about sixty million elects nearly a thousand Deputies and Senators, how come the number of representatives of Italian citizens overseas is only eighteen? If we apply the concept of equality of rights contained in the Italian Constitution the number is certainly too small.
By Gianni Pezzano

As we await the outcome of the consultations for forming the new Italian government after the election on March 4th, we also await the final decision on the vote overseas. This wait is mainly due to a number of controversies during the election campaign and we tak vote e advantage of these developments to make some considerations not so much on the concept of the vote overseas, but on practical matters tied to it.

The simple fact that some television programmes in Italy showed services on alleged fraud and irregularities on how the vote was expressed overseas shows that the concept is not see in a good light in Italy. However, before considering how to avoid these situations in the future we must examine our conscience on how we consider the Italians overseas.

Representatives
The first matter to consider is one that we discussed during the election (LINK all’articolo precedente).   Is it truly realistic to demand that eighteen parliamentarians can represent groups of fellow citizens in all the continents, including the scientific research stations in the Antarctic?

Those who are acquainted with the cruel reality of the importance of numbers in the two chambers of Italy’s parliament (as well as in other parliamentary systems around the world) understand that in the midst of nearly a thousand parliamentarians the weight of eighteen men and women is not equal to the number of real or potential citizens they represent.

From this we are forced to ask two questions that are simple and cruel at the same time, but linked profoundly. Who do the eighteen parliamentarians really represent? Who and how many are the Italians overseas?

From the answers to these questions we would take the first step to also understand how the country must behave towards its migrants and their descendants.

5 million or 90 million?
Let us start with the second question. According to the Italian Foreign Affairs Ministry, there are five million Italian citizens registered overseas. And here we find the first paradox with potential constitutional implications.

If the population in Italy of about sixty million elects nearly a thousand Deputies and Senators, how come the number of representatives of Italian citizens overseas is only eighteen? If we apply the concept of equality of rights contained in the Italian Constitution the number is certainly too small. But it does not finish here.

This situation becomes even more complicated when we add the number of descendants of Italian migrants in the six continents, about eighty five million. Therefore the true number to be considered when we discuss Italians overseas is ninety million.

Worse still, if we consider that the Italian law on citizenship is based on descent, nobody is able to say how many of these descendants are effectively Italian citizens but do not know that they are. Certainly, the more generations pass by overseas less Italian citizens are born, but the fact remains that there is a potential population of Italian citizens much bigger that what we know today.

These figures are important because they make us understand an essential factor of how we see Italians overseas in general and not only who is represented by the eighteen parliamentarians.

Must we see the Italians overseas simply in five million Italian citizens, or must we behave differently towards a potential market of well over ninety million, and this is what we are talking about, for our products beginning with our language and culture?

Commercial considerations
In truth, all our efforts towards the Italians overseas are directed at the approximately five million, nearly all of first generation and we do not consider the great majority of the ninety million that would like to know more about the country of their parents, grandparents and great grandparents.

This is essential because in dealing only with the five million we send all the information, news and television programmes, beginning with news agencies and especially RAI World, exclusively in Italian and therefore we limit the market for these services to only a small percentage of the potential market.

We had important proof of how this potential international market of our relatives and friends overseas has been abandoned at the two Estates General of the Italian Language at Florence in 2014 and 2016 when there were no official representatives of any of Italy’s publishers. In a period of crisis for our publishing industry, how come we do not consider that international market which is at least one and a half times Italy’s population today?

At the very least RAI World, ANSA and the agencies should send their news and programmes with at least subtitles for those overseas who do not understand Italian. The first effect would be not only to make the programmes easier to understand, but it would also encourage these populations to first study our language and therefore to widen the market for our books, music and films around the world.

In fact, making these programmes and services understandable to ninety million would have the effect to give many of them the incentive to travel to Italy to discover their origins and to visit places that they surely remember as vague references and to make then concrete realities with an important role in their lives once more.

The municipal travel offices, the regional and provincial tourism ministries could offer discounts and incentives to Italians overseas, whether they are citizens or descendants of migrants, in order to encourage them to visit not only the usual tourist cities, but hopefully other great cultural centres that are little known outside Italy.

It would take little to understand that this would also have the indirect effect of word of mouth not only with their Italian friends, but also with those who are not Italian.

Limited Vision
At the same time, these ninety million would be the ideal way to introduce new products overseas, beginning with our books and cultural products, to their fellow citizens in their countries of residence.

Countries such as Australia, the United States, Canada, France, Belgium and Germany have big Italian communities which would be ideal launching pads for many products of every type that up till now are still unknown overseas.

As a country, until now we have had a limited vision of the Italians overseas limited to stereotypes instead of true awareness of who they are and what they want. In considering only Italian citizens we do not understand that the true numbers are much bigger than eighteen parliamentarians in Italy’s Chamber of Deputies and Senate.

Puzzle
In our own small way this site is trying to bridge this gap with the decision to produce bilingual articles, and with time we hope to add other languages, as well as publishing stories of Italian migration to make Italy understand that the realities overseas are much bigger and varied than what little we see in the newspapers and television.

We can only hope that whoever forms the government after the consultations will have the vision to see that our relatives and friends overseas are a resource that could do much for the future of our country, equal to or even more that the contributions their parents and grandparents in the past.

The puzzle to solve is not so much the vote overseas, but to involve at least ninety million around the world permanently, instead of seeking to make five million vote at the close of each legislature.

Da Fiume a Chicago via Torino – From Fiume to Chicago via Turin

Choose language: IT | EN

Da Fiume a Chicago via Torino

La storia di Mirella Tainer, nata a Fiume

A cura di Gianni Pezzano

[vc_single_image image=”48900″ img_size=”full”]

Il nome di Fiume non si trova più sull mappa d’Italia. Ora si chiama Rijeka e appartiene alla Croazia, come tutta l’Istria, dopo la sconfitta italiana della seconda guerra mondiale. Da notare la classe di immigrazione di questa storia “displaced persons”, cioè sfollati, come allora si chiamavano i profughi.

Questa è una faccia dell’Emigrazione italiana sconosciuta a molti perché di solito ci si pensa come al risultato di condizioni   economiche o sociali, invece del risultato di azioni militari. Per questo motivo le storie della gente di Fiume/Rijeka, Pola/Pula, Zara/Zadar e tutti gli altri luoghi di quel terriorio che ora non si trovano più sotto il tricolore meritano d’essere sentite e ricordate.

Per molti il dolore non era solo di lasciare le case e i terreni, ma anche, per motivi politici, di non poter torrnare per decenni. Anche questo è cambiato ora, però la tristezza per ler perdite rimarrà per sempre.

Ripetiamo il nostro appello ai lettori di inoltrare le loro storie. Le migliori saranno messe online e tutte saranno conservate e messe a disposizione di coloro che fanno ricerche sulla Storia dell’Emigrazione italiana.

Inviate a: gianni.pezzano@dailcases.it

Da Fiume a Chicago via Torino
Di Mirella Tainer (Stati Uniti)

E’ il 5 di Aprile del 1962…

Ce ne andiamo, lasciamo parenti e amici e Torino, la citta’ che amiamo dopo Fiume, la citta’ dove ci siamo incontrati da profughi, dove è avvenuto il nostro matrimonio, dove sono nati i nostri figli. Ce ne andiamo noi quattro, io , Dusan, Dario e Daniela.
Lasciamo l’Italia e via Asinari di Bernezzo…

Siamo eccitatissimi, mai stati su un aereo prima. Io e Dusan, insieme ai bambini, siamo stati accettati in USA in quota preferenziale, “displaced persons”, ci chiamano. Nostra destinazione è Chicago. Ci sono voluti anni ed anni tra documenti, interrogatori, stratigrafie polmonari e viaggi a Genova ma ce l’abbiamo fatta. A Chicago ci sono già i nostri genitori, arrivati in America nel 1956 e mia sorella Ina con Danilo ed Evelina là da appena un paio di settimane anche loro provenienti da Torino e dopo la nostra stessa trafila…

Partiamo da Torino con l’autobus che ci aspetta dirimpetto all’albergo Principi di Piemonte. C’è ancora qualch’uno per l’ultimo saluto, per quasi un mese abbiamo celebrato con gli amici, da una festa all’altra, da un locale all’altro di borgata Parella, con canti, balli sfrenati, di moda il cha cha…ballato persino sul tavolo del bigliardo… pianti ed abbracci…tempo favoloso, emozionante, indimenticabile…

Siamo tutti nuovi, eleganti, grazie alla Marus e alla zia Armida, che confeziona il mio guardaroba. I bambini portano pure i cappellini. Dusan è il custode del nostro tesoro in contanti, quello che ci rimane della buona uscita ricevuta dalla Michelin, dopo la spesa dei quattro biglietti di aereo. Lo tiene nella tasca interna della giacca quella del cuore, ogni tanto lo tocca per essere sicuro che è sempre li’, il cuore ed il tesoro…banche, “wire transfer”…cosa sono?

All’aereoporto della Malpensa, siamo trattati coi guanti. Facciamo parte di un evento storico: il primo volo, quello inaugurale dell’ Alitalia, da Milano a Chicago. L’aereo trasporta personalità del clero e della politica. Riceviamo posti comodi ed un servizio eccezionale: spumante, cestini di frutta fresca, pasti da ristorante 5 stelle. I bicchieri di cristallo, posate eleganti e tovaglioli di lino ci fanno dire tra noi: non abbiamo sbagliato, è magnifico e questo è solo l’inizio! Ce lo ripetiamo: l’inizio meraviglioso della nostra avventura americana…

Finalmente posiamo i piedi su terra ferma…

O’Hare, non è ancora aeroporto completato, lo stanno costruendo ed eventualmente diventerà esteso quanto una piccola città . Ci sono naturalmente le piste per gli aerei ma per momento è solo un conglomerato di baracche. Consegnamo alle autorità, come da ordini, il plico con tutti i nostri documenti e i lasciapassare, è l’ultima intervista, l’ultima inquisizione.

Mia sorella Ina,Danilo e la piccola Evelina sono la’ al nostro arrivo insieme ai nostri genitori. Non parlano granché, aspettano la nostra reazione, sopratutto quella di Dusan. Dusan chiede al fratello: lavoro? Niente, risponde Danilo. È il primo colpo.

Ci imbarchiamo su un Yellow, cosi’ li chiamavano i tassì dal colore giallo, il nostro tassì sembra uscito da un deposito di ferrivecchi. Ci guardiamo in giro e quello che vediamo non ci piace, e’ cosi’ diverso da quello che ci aspettavamo…le case, gli edifici sembrano vecchi, scuri, trasandati…

Dopo un po’ veniamo depositati di fronte ad un caseggiato non migliore di quelli appena visti. All’interno, un altro colpo, le scale di legno per salire al piano di sopra sono come la torre di Pisa, pendono. È la casa che i nostri genitori hanno appena acquistata. I padroni di case americani non affittano volentieri a famiglie con bambini. Naturalmente non conoscono i nostri bambini.

Danilo e Ina ci guardano e dicono: ve lo volevamo dire di non partire, di rimanere a Torino,ma non abbiamo fatto in tempo, eravate già in moto…

Io e Dusan decidiamo all’unisono: bisogna ritornare subito senza indugio.

Questo succedeva esattamente 56 anni fa’…quel fatidico giorno di Aprile del 1962…il nostro primo giorno della nostra avventura americana…

Siamo ritornati a Torino ed a Fiume, noi quattro, la prima volta nel 1966 e molte volte dopo. Poi io e Dusan per oltre vent’anni abbiamo passate le nostre estati a Fiume. Dal 2013, Dusan è ritornato per sempre, riposa a Cosala. Io continuo a vivere la nostra avventura americana, in Deerfield Illinois, vicino a figli, nipoti, pronipoti…e, in questi ultimi anni, ho ripreso i miei ritorni a Fiume…

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]

From Fiume to Chicago via Turin

The story of Mirella Tainer born in Fiume

Edited by Gianni Pezzano

[vc_single_image image=”48900″ img_size=”full”]

The name Fiume can no longer be found on a map of Italy. It is now called Rijeka and, like the rest of Istria, it now belongs to Croatia after the Italian defeat in the Second World War. The class of migration should be noted, “displaced persons”, which is how refugees were called at the time.

This is a face of Italian migration that many do not know because we usually think about it as the result of economic or social conditions instead of military actions. For this reason the stories of the people from Fiume/Rijeka, Pola/Pula, Zara/Zadar and all the other places in that territory that are no longer under the Italian flag deserve to be heard and remembered.

For many the pain was not only to leave their homes and lands but also, for political reasons, to be unable to return for decades. This too has now changed, but the sadness of the losses will remain forever.

We repeat our appeal to readers to send in their stories. The best will be put online and all will be kept and made available to those who carry out research on the history of Italian Migration.

Send to: gianni.pezzano@dailcases.it

From Fiume to Chicago via Turin
By Mirella Tainer (Stati Uniti)

It is April 5th, 1962…

We are leaving, we are leaving behind our relatives and friends and Turin, the city we love after Fiume, the city where we met as refugees, where we were married, where our children were born. We are leaving, the four of us, me, Dusan, Dario and Daniela.

We are leaving Italy and via Asinari di Bernezzo…

We are very excited as we have never been on a plane before. Me and Dusan, together with the children, have been accepted by the USA in a preferential class, they call us “displaced persons”. Our destination is Chicago. It took years and years between documents, interviews, pulmonary stratigraphy and trips to Genoa, but we made it. Our parents are already in Chicago, they got there in 1956 and my sister Ina with Danilo and Evelina who got there barely two weeks ago. They too from Turin and after our same procedures…

We leave from Turin with the bus that is waiting opposite the Principi di Piemonte Hotel. There are still some there to say their final farewells, for nearly a month we celebrated with friends, from one party to another, from one locale to another in the suburb of Parella, singing, unbridled dances, the fashionable cha cha…we even danced on the billiard tables…we cried and we hugged…a fabulous, exciting, unforgettable time…

We are all dressed in new clothes, thanks to Marus and Aunt Armida who made my wardrobe. The children even had caps. Dusan is the guard for our treasure in cash, what is left of the separation package he received from Michelin after we paid the airplane tickets. He keeps it in the internal jacket pocket next to his heart, every so often he touches it to ensure it is still there, the heart and the money…banks, “wire transfer”… what are they?

At Malpensa Airport we are treated with kids’ gloves. We are part of a historic event, the first flight, Alitalia’s inaugural flight from Milan to Chicago. The airplane carries personalities from the church and politics. We get comfortable seats and exceptional service; spumante, baskets of fruit and five star restaurant meals. The crystal glasses, elegant cutlery and the linen table cloths make us tell each other that we did not make a mistake, it is magnificent and this is only the beginning! We keep saying, the wonderful beginning to our American adventure…

Finally we set foot on solid ground…

O’Hare is not yet a finished airport, they are building and eventually it will be as big as a small city. Naturally there are the runways for the airplanes, but for the moment it is only a collection of shacks. We hand over to the authorities, as we are ordered, the file with all our documents and passes, the final interview, the last inquisition.

MY sister Ina, Danilo and little Evelina are there at our arrival together with our parents. They say nothing, they are waiting for our reaction, above all Dusan’s. Danilo asks his brother: work? Nothing, answers Danilo. It is the first blow.

We get into a Yellow, as they call the yellow coloured taxis, our taxi seems to have come out of a metal junk yard. We look around and we do not like what we see, it is so different from what we expected… the houses, the buildings seem old, dark and unkempt….

After a while we are left in front of an apartment building that is no better than those we have just seen. Inside there is another blow, the wooden stairs to the upper floor are like those of the Tower of Pisa, they lean. It is the house that our parents have just bought. The owners of American houses do not willingly rent to families with children. Naturally they do not know our children.

Danilo and Ina look at us and say: we wanted to tell you not to leave, to stay in Turin, but we didn’t do it in time, you had already left…

Me and Dusan decide in unison: we must go back quickly, without delay.

This happened exactly 56 years ago…that fateful day in April of 1962…our first day of our American adventure…

We went back to Turin and to Fiume, we four, for the first time in 1966 and many times after. Then for more than twenty years me and Dusan spent our summers in Fiume. Since 2013 Dusan went back to Fiume forever, he rests at Cosala. I continue to live our American adventure, Deerfield, Illinois, close to the children, grandchildren…and in these last few years I resumed my trips to Fiume…

Vogliamo sentire le vostre voci – We want to hear your voices

Choose language: IT | EN

[vc_single_image image=”48766″ img_size=”full”]

Vogliamo sentire le vostre voci

Ci sono oltre novanta milioni di emigrati italiani e  i loro discendenti in giro per il mondo. Vogliamo  far sentire queste voci da tutti i continenti ed è per questo che abbiamo iniziato a pubblicare articoli bilingue

Di Gianni Pezzano

Ci sono oltre novanta milioni di emigrati italiani e  i loro discendenti in giro per il mondo. Non sapremo mai il numero con precisione ed con ogni probabilità la cifra è ancora più grande. Ogni membro di questa famiglia internazionale enorme ha la propria voce e ha una storia da raccontare di cosa vuol dire non solo essere italiano, ma il prezzo, positivo o negativo secondo il caso, che ha pagato nel corso della sua vita a causa delle sue origini

Vogliamo  far sentire queste voci da tutti i continenti ed è per questo che abbiamo iniziato a pubblicare articoli bilingue. Ma non le vogliamo solo nelle lingue  dei paesi d’origine, bensì ove possibile nella versione d’italiano che ogni comunità parla, perchè è propria quella lingua che non solo ci fa riconoscere come italiani, ma che segna alcune delle differenze tra noi da paese a paese e tra continente e continente.

Però, non cerchiamo le solite storie del successo economico, ma la vita delle nostre famiglie in giro per  il mondo, nel bene e nel male, perché nessuna vita è composta soltanto di cose buone oppure soltanto di cose cattive.

La misura

In Italia c’è fin troppo spesso il vizio di giudicare i nostri parenti e amici all’estero esclusivamente sul piano economico, ed è quello il volto degli emigrati italiani che è più visto in quelle relativamente poche volte che il pubblico italiano sente parlare degli italiani all’estero. Senza dimenticare che c’è anche l’usanza di parlarne in prossimità delle elezioni politiche per cercare di utilizzarli e allo stesso tempo scandalizzandosi in Patria per presunti brogli elettorali.

Certo, ci sono italiani che hanno avuto successo economico enorme nei loro paesi di residenza e ne dobbiamo essere fieri, ma non tutti hanno avuto questo successo e i motivi sono molteplici.

Basta pensare ad Antonio Meucci, il vero inventore del telefono, che è morto povero senza il giusto riconoscimento del proprio lavoro. E cogliamo l’occasione per applaudire anche il lavoro di coloro che hanno lottato per decenni per poter dare a lui il giusto riconoscimento, autore ed inventore, che realizzò un successo enorme che vale molto di più del semplice premio su profitti finali.

Abbiamo avuto moltissimi emigrati che hanno avuto grande successo per il semplice fatto che i loro impegni sono stato premiati da figli laureati e professionisti di cui si sente poco parlare in Italia.

Poi, anche se riconosciamo grandi attori italo-americani come Al Pacino e Robert De Niro, come anche i registi Quentin Tarantino e Martin Scorsese, quanto sappiamo davvero degli artisti di origini italiane nei cinque continenti? Temiamo che ne sappiamo troppo poco.

Lingua e tradizioni

I nostri accademici, sia in Italia che all’estero dovrebbero fare molto di più per studiare quel che succede alla nostra lingua all’estero, e non solo perché molti dialetti italiani ormai esistono solo nelle nostre comunità italiane e, probabilmente destinati a sparire nel tempo.

Ognuna di queste comunità ha sviluppato la nostra lingua e/o dialetti in modi diversi e qualsiasi Storia della nostra Emigrazione oltrecentenaria deve tenerli in considerazione. Negli Stati Uniti per esempio gli italiani di New York parlano diversamente da quelli nel New Jersey e questi sono soltanto due di chissà quante migliaia di esempi.

Possiamo dire altrettanto delle tradizioni che abbiamo esportato e che, come la lingua, hanno subito mutamenti per vari motivi nei vari paesi di residenza. Come le lingue queste tradizioni sono da documentare e da ricordare perché fanno parte di quel che siamo.

Tragedie e famiglie

Tristemente la nostra Storia non è composta solo da episodi felici e di grande successo. Da anni il giornalista Gian Antonio Stella racconta le storie dei viaggi dei bastimenti e le tragedie incontrate nel corso dei viaggi e le traversie che hanno subito i nostri italiani emigrati all’arrivo nella nuova destinazione.

Dobbiamo ricordare i dolori degli italiani linciati e uccisi negli Stati Uniti, Francia e molti paesi dell’America Latina, come anche le difficoltà dei primi anni in quasi tutti i paesi. Pochi in Italia sanno che in Australia molti italiani sono stato tenuti in campi nella campagna all’arrivo, di cui Bonegilla nello Stato di Vittoria è il più famoso. Come dobbiamo anche ricordare la triste verità che in molti casi chi sfruttava i nuovi arrivati non erano solo gli autoctoni ma anche i nostri connazionali.

In un’Italia che si trova tra i paesi economicamente più potenti del mondo, i più vecchi hanno dimenticato e i più giovani non hanno mai saputo che il contributo economico degli emigrati italiani dopo la seconda guerra mondiale alle famiglie rimaste a casa, ha avuto un ruolo determinante nel destino dei loro parenti, come anche allo sviluppo dell’Italia da paese disastrato a potenza economica. Anche in questo caso, il contributo dovrebbe essere riconosciuto sin dai livelli più alti del nostro paese.

In risposta al recente articolo “Come cambia una città” Francesco Cutrì ci ha inviato una testimonianza personale del padre su Hindley Street – Adelaide nominata nell’articolo, che fa capire benissimo la realtà di molti emigrati italiani e non solo in Australia:

“Tra i ricordi belli si trovano anche quelli meno belli….nel 60 quando arrivo’ mio padre ad Adelaide, si trovava vicino un pub dove entro’ per prendersi una birra fredda, appena entrato lo scortarono fuori puntando con un dito dicendogli che il pub per lui era quello sull’altro lato della strada che era frequentato soltanto dalle persone scure di pelle. White people only…..black people only.”

La discriminazione ci ha sempre seguito, sin dai primi emigrati e non è mai sparita del tutto. In nessun paese.

Nuovi  emigrati e il futuro

Ora c’è una nuova generazione di emigrati italiani. A differenza di quelle prima hanno qualifiche di studio molto più avanzate delle generazioni precedenti e non si sa ancora quanti di loro si fermeranno per sempre all’estero, oppure faranno casa in uno dei paesi nuovi. Però questo non cambia il fatto che anche loro hanno le proprie storie che dovranno far parte della Storia dell’Emigrazione italiana.

Allo stesso tempo dobbiamo riconoscere anche che un progetto del genere può essere lanciato da un sito come il nostro, ma per aver successo dobbiamo lavorare tutti insieme.

I lettori a fornire le loro storie e i loro ricordi. Però, un progetto come questo deve avere anche e soprattutto l’appoggio di gruppi italiani in ogni paese, da cattedre della lingua italiane e di Storia in questi paesi, come anche la stampa internazionale della lingua italiana e soprattutto RAI World che potrebbe essere un il canale ideale per distribuire di più i volti veri degli italiani all’estero.

Infine, i mezzi amministrativi e politici. La storia dell’Emigrazione Italiana fa parte della Storia d’Italia, come fa parte anche dei paesi di residenza. Perciò, gli studi sul fenomeno dovrebbero avere accesso a fondi e appoggi dalle università e gli enti statali e privati che finanziano le ricerche storiche nel paese.

Questi studi avrebbero dovuto iniziare già molti anni fa a livello internazionale. Per questo motivo nel nostro piccolo ci impegniamo a fare i primi passi di un progetto che darebbe un contributo fondamentale alla nostra identità di italiani e di origine italiana.

Chiediamo ai nostri lettori di inoltrare la loro storie e le migliori faranno parte del sito. Inoltre, tutte le storie, pubblicate e non, saranno conservate e utilizzate nel futuro a un progetto serio in memoria dei milioni di italiani che hanno dovuto lasciare il Bel Paese.

Ora lasciamo la voce ai nostri lettori.

I racconti possono essere inviati a: gianni.pezzano@dailycases.it

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]
[vc_single_image image=”48766″ img_size=”full”]

We want to hear your voices

There are over ninety million Italian migrants and their descendants around the world. We want to hear these voices from all the continents and for this reason we have begun publishing bilingual articles.

By Gianni Pezzano

There are over ninety million Italian migrants and their descendants around the world. We will never know the exact number and in all probability the number is even bigger. Every member of this enormous international family has his or her own voice and has a story they want to tell, not only about being Italian, but also the price paid, positive or negative according to each case, during their lives because of their origins.

We want to hear these voices from all the continents and for this reason we have begun publishing bilingual articles. We do not want the voices only in the languages of their countries of residence but, whenever possible, in the versions of Italian that each community speaks because it is our very language that not only identifies us as Italians, but also marks some of the differences from country to country and continent to continent.

However, we are not looking for the usual financial success stories, but the lives of our families around the world, for better or for worse, because no life is made up only of good things, or even only of bad things.

The yardstick

All too often in Italy there is the bad habit of judging our relatives and friends overseas solely on the financial level and this is the face of Italian migrants most seen in the relatively few times that the Italian public hears about the Italians overseas. Without forgetting that there is also the habit of talking about them at election time in order to use them and at the same time to be scandalized in the home country about alleged electoral frauds carried out overseas.

There have certainly been Italians who had enormous financial success in their countries of residence and this must make us proud, but not everyone has had this success and there are many reasons.

We only need to think of Antonio Meucci, the real inventor of the telephone, who died poor and without the proper recognition of his life’s work. And we take this opportunity to also applaud the work of those who fought for decades in order that he receive proper recognition, as author and inventor, and who gained enormous success which is worth much more than the mere prize of final profits.

We have had great numbers of migrants who achieved success for the simple reason that their commitment was rewarded with children who gained university degrees and who became professionals about whom little is mentioned in Italy.

And then we also recognize the great Italo-American actors such as Al Pacino and Robert De Niro, as well as directors Quentin Tarantino and Martin Scorsese, yet how much do we really know about artists of Italian origin in the five continents? We’re afraid that we know very little.

Languages and tradition

Our academics, in Italy and overseas, should do much more to study what is happening to our language overseas and not only because many Italian dialects now exist only in the Italian communities and are probably destined for extinction.

Each one of these communities has developed its own language and/or dialects in different ways and any history of our more than a century of emigration must consider them. In the United States for example, the Italians from New York speak differently from those in New Jersey and these are only two of who knows how many thousands of examples.

We can say the same thing about the traditions which we exported and which, just like our language, have undergone change for a number of reasons in the various countries of residence. Just like the languages, these traditions should be documented and recorded because they are part of what we are.

Tragedies and families

Sadly our history is not made up only of happy episodes and great success. For years Italian journalist Gian Antonio Stella has been telling the stories of the voyages of the ships that carried the early migrants and the tragedies they found along the way and the hardships Italian migrants suffered on arrival at the new destination.

We must remember the suffering of the Italians lynched and killed in the United States, France, and many countries in Latin America, as well as the difficulties of the early years in nearly all the countries. Few in Italy know that in Australia many Italians were held in camps in the countryside on their arrival and of these Bonegilla in the State of Victoria is the best known. Just as we must remember the sad truth that in many cases that those who exploited the new arrivals were not only the natives, but also fellow Italians.

In an Italy that is now one of the most economically powerful countries in the world many of the older people have forgotten and the young people have never known of the financial contributions that the post WW2 Italian migrants sent to their families left behind and which played a decisive role in the destiny of their relatives, just as these contributions played a role in Italy’s development from a country devastated by war to a financial powerhouse. Also in this case these contributions should be recognized, beginning at the highest levels of the country.

In his reply to the recent article “How a city changes”, Francesco Cutrì sent us his father’s personal testimony of Hindley Street, Adelaide mentioned in the article which makes us understand the reality of many Italian migrants and not only in Australia:

Amongst the happy memories there are those that are not as happy…. in the 60s when my father came to Adelaide he was near a pub which he entered for a cold beer, as soon as he walked in they escorted him outside and told him that the pub for him was the one they pointed out on the other side of the street which was frequented only by people of dark skin. White people only…..black people only”.

Discrimination has always followed us, from the very first migrants and it has never totally disappeared. In no country.

New migrants and the future

Now there is a new generation of Italian migrants. Unlike those that went before they often have professional qualifications that are much more advanced than their predecessors and we do not know how many of them will remain forever overseas, or if they will set up home in the new countries. However, this does not change the fact that they too have their personal stories that must become part of the history of Italian migration.

At the same time we must acknowledge that such a project can only be launched by a site such as ours, but to be successful we must all work together.

The readers supply their stories and their memories. However, a project such as this one must also and above all have the support of Italian groups in every country, of university faculties of Italian and History in these countries, as well as the international Italian language press and above all RAI World which could be an ideal channel for distributing even more the real faces of Italians overseas.

Finally, the administrative and political means. The history of Italian migration is part of Italy’s history, as it is a part of the history of the countries of residence. Therefore, studies of the phenomenon should have access to funds and support from universities and private and public bodies that finance historical research in these countries.

These studies should have begun many years ago internationally. For this reason and in our own small way we commit ourselves to taking the first steps towards a project that would give an essential contribution to our identity as Italians and of Italian origin.

We ask our readers to send us their stories and the best will become part of the site. In addition, all the stories, whether or not they are published, will be saved and used in the future for a serious project in memory of the millions of Italians who had to leave their country of birth.

Now we leave the word to our readers.

The stories can be sent to: gianni.pezzano@dailycases.it

Come cambia una città – How a city changes

Choose language: IT | EN

[vc_single_image image=”48677″ img_size=”full”]

Come cambia una città

Le città sono esseri viventi che cambiano con il tempo e fin troppo spesso non ci accorgiamo di questi cambiamenti finché un giorno non ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto che il quartiere in cui siamo cresciuti ha aspetti nuovi che mai avremmo immaginato.
Di Gianni Pezzano

In questi giorni un sito degli italiani in Australia ha pubblicato i risultati dell’ultimo censimento che dimostra come è cambiato il paese. Nel 2011 l’italiano era la terza lingua parlata in casa nel paese, dopo l’inglese e il mandarino (una lingua della Cina), nel censimento del 2016, benché i primi due posti siano uguali,   il terzo è ora l’arabo, seguito dal cantonese (un’altra lingua della Cina) e il vietnamita.

Queste cifre mi hanno fatto pensare alla mia ora ex città di Adelaide e i cambi che ho visto che sono riflessi da queste cifre.

Hindley Street
Come figlio dell’emigrazione post bellica, l’Australia della mia gioventù era prevalentemente anglosassone e il sabato mattino della nostra famiglia degli anni 60 era l’anteprima di questi cambi enormi. Abitavamo in un quartiere che all’epoca era popolare e i negozi erano strettamente forniti di prodotti australiani e allora la spesa del sabato era ben precisa e si svolgeva in una via della città, Hindley Street.

Mamma, accompagnata da mio fratello ed io, prendevamo il pullman per andare in centro dove la prima fermata era un negozietto di frutta e verdure. Era gestito da due siciliani ed era l’unico posto nella città dove noi italiani, e anche i greci, potevamo prendere le verdure e frutti che formavano la nostra cucina; le melanzane, le zucchine, i carciofi, i broccoli e tutto quello che ora viene servito nei ristoranti del paese.

Le seconda fermata era il bar Flash, il primo bar italiano ad Adelaide, dove abbiamo assaggiato per la prima volta il cappuccino ed in estate potevamo gustare il gelato italiano che è così diverso dall’ice cream di tradizione inglese.

Dal Flash andavamo allo Star Grocery, i generi alimentari all’incrocio con Morphett Street, questa volta i proprietari erano greci, ma tra i loro prodotti c’erano l’olio d’oliva, la pasta, fagioli secchi, e quei prodotti che mancavano al negozietto dei siciliani. Di nuovo i clienti erano per la stragrande maggioranza greci e italiani.

Infine, attraversavamo la strada per andare ad Alfa Emporium che era l’unico posto dove poter comprare giornali e riviste italiani e dove ho comprato la rivista di Topolino che è stata la mia prima lettura in italiano.

Ero troppo giovane all’epoca, ma allora vicino ad Alfa c’erano anche Adelaide Pizza House la prima pizzeria e il ristorante Sorrento il primo vero ristorante italiano della città, e quindi erano i battistrada per tutti i cambi culinari della città che ora comprende la cucina di moltissimi paesi e non solo quella italiana.

Con l’eccezione di Flash questi locali non esistono più. Il passare degli anni e, soprattutto, la decisone dei supermercati di introdurre i prodotti nuovi in riconoscimento della nuova clientela hanno segnato il loro destino.

Cantiere
Vicino alla mia prima scuola c’era un cantiere di imprenditori italiani, di origine venete, che avevano iniziato una piccola rivoluzione nel modo di fare le case ad Adelaide con l’introduzione del terrazzo. Questo modo di fare i pavimenti, particolarmente per le entrate e i bagni delle strutture, e non solo residenze, ha aperto la breccia alle importazioni di piastrelle e altri prodotti edili italiani in tutto il paese e non solo ad Adelaide.

Dalle importazioni di prodotti italiani per soddisfare le richieste non solo degli italiani, ma anche delle altre comunità iniziando proprio dagli australiani, sono nati gruppi importanti che hanno contribuito anche a lanciare le industrie del vino (con prodotti nuovi invece dei vini di origine tedesca che c’erano prima), dei salumi e ora anche dell’olio d’oliva e persino i tartufi nel continente australe.

Gli italiani che volevano uscire il weekend avevano essenzialmente due scelte, le feste di famiglia o le feste dei primi circoli italiani che spesso erano basati sui paesini d’origine oppure sulle associazioni religiose dei vari santi e Madonne, o di andare al Cinema Di Franco per vedere film italiani. Questo luogo, come l’altro aperto poi vicino al centro ci ha fatto vedere i film di Totò, Franco e Ciccio, oppure le strappalacrime di Amadeo Nazzari e Yvonne Sanson. Con l’arrivo dei cinema d’autore prima e delle videocassette poi anche questi cinema sono spariti.

Cambi inevitabili
C’è un motivo ben preciso per cui tutti questi locali sono spariti. Nel corso del tempo sono cambiate la città, come il paese e le famiglie degli immigrati, come dimostrano le statistiche delle lingue parlate nel paese citate sopra.

Noi ragazzi degli anni 60 ora siamo nonni e in molti casi anche bisnonni. I nostri genitori con cui parlavamo l’italiano ora stanno sparendo a causa di forza maggiore e con i nostri fratelli e sorelle, i nostri figli e i loro figli parliamo in inglese. Questi sono esattamente gli stessi cambiamenti che vediamo quando studiamo gli Stati Uniti che hanno almeno tre generazioni di italiani più del caso australiano.

Nei casi delle comunità italiane del Belgio, la Francia e la Germania gli sviluppi sono diversi perché i contatti con il Bel Paese sono molto più frequenti, ma anche in quei paesi i nipoti dei primi immigrati italiani sono molto diversi dei loro parenti nel paese d’origine.

Italia
Per uno cresciuto in Australia in quegli anni è facile vedere questi cambiamenti ora in Italia. Non succede solo con l’introduzione di ristoranti cinesi, indiani o tailandesi o di altre culture. Succede nel vedere prodotti nuovi sugli scaffali di supermercati. Succede nel vedere i ragazzi uscire per mangiare un kebab, oppure il suo predecessore l’hamburger che ha aperto le porte allo street food straniero in Italia. E piano piano, questi cambiamenti si faranno sentire anche in molti altri campi della nostra vita e Cultura.

Sentiamo ogni giorno alla televisione, la radio e anche nella vita quotidiana l’influenza dell’inglese, e vedremo questi cambi con il passare del tempo quando i figli degli immigrati in Italia cominceranno le loro carriere da adulti.

Come gli italiani all’estero, questi introdurranno nuovi colori e modi di vedere la vita. Per questo motivo le nostre ceramiche e le arte figurative subiranno gli effetti di questi nuovi modi di vedere il mondo e l’introduzione di nuovi stili e colori ispirati dai paesi d’origine.

Opportunità
Non dobbiamo avere paura di questi cambi perché il nostro paese ha già subito evoluzioni del genere, basti pensare al ruolo della ceramica cinese nello sviluppo delle ceramica non solo in Italia, ma anche in altri paesi. A partire da Delft in Olanda che decise di copiare i cinesi invece di importare i loro prodotti come succedeva per ben più di un secolo.

C’è gente che ha paura di questi cambiamenti in Italia, ma le esperienze estere dimostrano senza il minimo dubbio che, se gestiti bene, non solo dai governi ma anche dagli industriali del paese, che i nuovi immigrati aprono strade per nuovi mercati perché sono i migliori a vendere i nostri/loro prodotti ai loro paesi d’origine, come il pastificio di origine italiana in Australia che ha esportato la sua pasta in Italia.

L’arrivo dei nuovi residenti non deve essere visto come una minaccia, ma l’apertura a nuove opportunità che potenzialmente porteranno grandi guadagni al paese.

Quanti dei nostri politici e imprenditori hanno capito il vero messaggio dei cambi ad Adelaide e altre città in giro per il modo in questi anni?

Possiamo solo sperare che il tempo e l’esperienza porteranno saggezza a quelli che fino ad ora hanno visto gli immigrati solo come mezzi politici invece di quel che sono in realtà, gente che cerca una vita migliore, come hanno fatti i miei genitori e milioni di altri nostri connazionali negli anni post bellici.

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]
[vc_single_image image=”48676″ img_size=”full”]

How a city changes

Cities are living beings that change over time and all too often we do not notice the changes until one day we look around and realize that the suburb in which we grew up has new features that we would never have imagined.
By Gianni Pezzano

A few days ago a site for Italians in Australia published the results of the latest census which shows how much the country has changed. In 2011 Italian was the third language spoken at home in the country after English and Mandarin, but in the 2016 census, although the first two languages are the same the third is now Arabic, followed by Cantonese and Vietnamese.

These figures made me think about my now ex city of Adelaide and the changes I saw that are reflected in these figures.

Hindley Street
As the son of post war migration the Australia of my youth was predominantly an Anglo-Saxon country and our family’s Saturday morning in the 1960s was the preview of these changes. We lived in a working class suburb and the shops strictly furnished with only Australian products and so our Saturday shopping was very precise and occurred in Hindley Street in the city centre.

Mamma, accompanied by my brother and I took the bus into the city centre where the first stop was a small fruit and vegetable store. It was run by two Sicilians which was the only place in the city where we Italians, and also the Greeks, could buy the fruit and vegetables that was the basis of our cuisine, eggplants, zucchini, artichokes, broccoli and all those products that are now served in the country’s restaurants.

The second stop was Flash bar, Adelaide’s first Italian coffee shop, where we tasted our first cappuccinos and where in summer we could favour Italian gelato which is so different from the traditional English ice-cream.

From Flash we went to Star Grocery at the corner of Morphett Street, this time the owners were Greek, but their products included olive oil, pasta, dried beans and those products missing from the Sicilians’ small store. Once again the customers were mainly Greek and Italians.

Finally, we crossed the road and went to Alfa Emporium which was the only place that sold Italian newspapers and magazines and where I bought my first Topolino (Mickey Mouse) magazine which was my first read in Italian.

I was too young at the time, but nearby there were Adelaide Pizza House, the city’s first pizzeria and Sorrento, the first Italian restaurant and therefore they were the pathfinders for all the culinary changes in the city which now include the cuisine o many countries and not only Italian.

With the exception of Flash these places no longer exist. The passage of time and, above all, the decision of supermarkets to introduce new products in recognition of the new clientele marked their fate.

Work Yard
Near my first school there was the work yard of Italian businessmen of Venetian origin who had begun a small revolution in the construction of houses in Adelaide with the introduction of terrazzo. This method of flooring, especially for entrance ways and bathrooms of buildings, and not only in homes, opened the door for the importation first of tiles and then other Italian building products in all the country and not only in Adelaide.

From the importation of Italian products to satisfy the demand not only of Italians but also other communities including Australians important groups were created that not only contributed to the launch of the wine industry (with new products and not only the original German vines that existed before) and smallgoods, as well as olive oil and even truffles in the southern continent.

The Italians who wanted to go out on the weekend essentially had two choices outside of family occasions. Either events at the first Italian clubs which were usually based on the towns of origin or religious associations for various saints or the Madonna, or to go to the De Franco Cinema to see Italian films. This place, as well as the other that later opened closer to the city, let us see films by Italian stars such as Totò, Franco and Ciccio and the tearjerkers by Amadeo Nazzari and Yvonne Sanson. With the arrival of art house cinemas and the first video cassettes even these cinemas then disappeared.

Inevitable changes
There is a very precise reason that all these places have disappeared. Over time the city changes, as did the country and the migrant families, as the census figures of the languages spoken at home mentioned above show.

We young people of the 1960s are now grandparents and in many cases even great grandparents. Our parents with whom we spoke Italian are now leaving us due to force majeure and we speak in English with our brothers and sisters and with our children and grandchildren. These are exactly the same changes we see when we study the United States which has at least three more generations of Italians than the Australian case.

In the case of the Italian communities in Belgium, France and Germany the changes are different because the contacts with the home country are much more frequent, but even in these cases the grandchildren of the first generation Italian migrants are very different from their relatives in the country of origin.

Italy
For someone raised in Australia in those years it is easy to see these changes in today’s Italy. It is not happening only with the introduction of Chinese, Indian or Thai and other restaurants. It happens on seeing new products on supermarket shelves. It happens in seeing your people go out for a kebab, or for its predecessor the hamburger which opened the door for foreign street food in Italy. And, very slowly these changes will be felt also in many other fields of our life and Culture.

Every day on television, radio and also in day to day life we hear the influence of English and we will see these changes over time as the children of the migrants in Italy begin their careers as adults.

Just like the Italians overseas, these young people will introduce new colours and ways of seeing life, For this reason our ceramics and other figurative arts will feel the effects of the new ways of seeing the world and the introduction of new styles and colours inspired by the countries of origin.

Opportunities
We must not be scared of these changes because our country has already undergone them. We only have to think of the role of Chinese pottery in the development of ceramics, not only in Italy but also other countries, beginning with Delft in Holland which decided to copy Chinese pottery instead of importing their products as happened for well over a century.

There are people in Italy who are scared of these changes, but experience overseas show without the slightest doubt that if managed properly, not only by governments but also by the country’s industries, that the new migrants open the road to new markets because they are the ones best suited for selling our/their products in their countries of origin, just like the Australian pasta maker of Italian migrant origins that exported pasta to Italy.

The arrival of new migrants must not be seen as a threat, but as an opening to new opportunities that will potentially bring big profits to the country.

How many of our politicians and businessmen have understood the true message of the changes in Adelaide and the other cities around the world over the years?

We can only hope that time and experience will bring wisdom to those who up till now have seen migrants as a political means instead of that they really are, people looking for a better life, just like my parents and the millions of other Italians in the post war years.

Quella lingua che ci unisce e ci separa – The language that unites us and keeps us separate

Choose language: IT | EN

[vc_single_image image=”48642″ img_size=”full”]

Quella lingua che ci unisce e ci separa

Anni fa ad Adelaide un incontro inatteso. “Un piacere conoscerla, Mister Hawke” e lui, il primo ministro: “Chiamami Bob”. In Italia un incontro del genere con il Presidente del  Consiglio dei Ministri sarebbe impossibile e il motivo si trova proprio nella nostra lingua
Di Gianni Pezzano

Oltre al nostro paese di origine, quel che ci definisce come italiani è la lingua italiana ed è proprio quella lingua che non solo ci unisce, ma crea anche divisioni che spesso segnano il modo con cui vediamo gli altri.

Queste divisioni linguistiche non esistono solo tra gli italiani all’estero di varie generazioni e i loro parenti e amici in patria, ma anche in Italia stessa nelle nostre interazioni quotidiane e sono cosi tante che spesso non ce ne rendiamo conto.

Quell’incontro inatteso
Anni fa nel corso delle mie attività in seno alla comunità italiana di Adelaide in Australia sono stato invitato a un rinfresco alla casa del Ministro federale dell’Immigrazione dell’epoca che era della stessa città.

Eravamo in tanti da varie comunità non australiane e mentre facevo il giro di quelli che conoscevo, non ho notato che l’assistente del ministro chiedeva a piccoli gruppi di invitati di seguirlo in un’altra stanza. Dopo una mezz’oretta è toccato a me e un altro e quando siamo entrati in quella stanza ci siamo trovati con l’ultimo uomo che aspettavamo di vedere quella sera, il Primo Ministro in Australia, Robert Hawke.

Quando mi sono ripreso dalla sorpresa ho teso la mano e gli ho detto, nella versione inglese, “Un piacere conoscerla, Mister Hawke”, lui immediatamente ha risposto con un gran sorriso, “Chiamami Bob” e siamo rimasti a parlare per una ventina di minuti dello scopo dell’incontro. A dire il vero sono uscito da quella stanza in uno stato tra il confuso e lo sbalordito.

In Italia un incontro del genere con il Presidente del  Consiglio dei Ministri sarebbe impossibile e il motivo si trova proprio nella nostra lingua, e l’episodio con il Primo Ministro australiano non è altro che una dimostrazione che questa barriera tra politici e cittadini non dovrebbe esistere.

La Casta
Con il titolo del loro libro “La Casta” i giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo hanno messo in evidenza i privilegi delle categoria più criticata della nostra società, i politici.

Molte di queste critiche vengono dai privilegi e benefici non accessibili ai loro elettori, ma dobbiamo capire che la barriera tra politici e cittadini in Italia non è stata creata da un libro di questi giornalisti, ma esisteva già da molte generazioni e viene da come interagiamo con loro ed è contenuto appunto nella nostra lingua.

Naturalmente la lingua inglese moderna parte già con un grande vantaggio, i loro antichi thee e ye, cioè le loro versioni dei nostri tu e voi sono spariti quasi due secoli fa. Infatti, c’è un esempio affascinante di questo nel bel film del “La legge del signore” del 1956 con Gary Cooper ambientato nella Guerra di Secessione americana, nel quale i protagonisti quaccheri utilizzano ancora queste forme antiche e i loro vicini ci scherzano sopra.  

Però noi italiani fin troppi spesso dobbiamo capire che un motivo per cui non esiste un rapporto più diretto con quelli che in effetti sono i nostri rappresentanti, viene da come parliamo e scriviamo con loro.

Queste differenze di lingua spiegano benissimo perché gli anglofoni hanno un rapporto molto più stretto con i loro parlamentari. Questo viene poi accentuato dalla loro tradizione di girare i loro elettorati per parlare con i cittadini. Infatti questa usanza si chiama “door knocking”, letteralmente bussando sulle porte, perché è esattamente quel che fanno. In un’Italia della quota preferenziale non esiste un incentivo per i nostri politici al fine di incontrare gli elettori in un modo così diretto e personale.

Allora noi italiani non eravamo contenti di farlo solo con i potenti e ora intere categorie usano titoli che non esistono in altre lingue e quindi creano nuove classi basate sulle professioni

Vita quotidiana
Tra un articolo e il prossimo mi trovo regolarmente a fare traduzioni dall’italiano all’inglese e quell’episodio ad Adelaide mi viene spesso in mente.

Già di per sé, come succede in molte lingue, le forme del formale e informale creano divisioni tra interlocutori. Naturalmente esistono le gentilezze attese con persone sconosciute e l’ho incontrato anche quando ho studiato il francese, ma noi italiani l’abbiamo portato a un livello ancora più radicale.

Quando mi arrivano le traduzioni che si riferiscono all’avvocato tal dei tali, l’ingegner Caio Rossi e l’architetto Sempronio di Latino penso anche alle nostre interazioni con loro e vedo come l’uso di questo titoli creano barriere tra persone, che determinano come le vediamo.

Sappiamo benissimo che la nostra Storia è basata secolo dopo secolo su scontri tra i potenti e che la popolazione “bassa” era soggetta alle volontà e le esigenze delle Signorie e le moltissime invasioni straniere, che hanno fatto sì che quelle varie categorie della popolazione erano ben separate e il nostro modo di incontrare i potenti di vario genere erano dettate da regole ben precise.

Democrazia si o no?
Ci vantiamo della nostra democrazia che è alla base del nostro sistema parlamentare, è un sistema di governo che si basa su un principio preciso, che ogni cittadino ha gli stessi obblighi, gli stessi diritti e, almeno in teoria, la possibilità che siamo noi a decidere il nostro destino personale.

Però, questo nostro modo di affrontare i politici e coloro che hanno un ruolo fondamentale nelle fasi importante della nostra vita e che viene mostrato nelle forme con cui interagiamo con loro dimostra che, come scrisse George Orwell nel suo libro epocale “La Fattoria degli Animali”, “gli animali sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” e quindi non abbiamo una vera società di pari…

Allora la domanda viene spontanea, e se la nostra crisi della Democrazia con la continua diminuzione del numero di votanti e la spaccatura nella popolazione esposta ai risultati del voto del 4 marzo non sia dovuta al fatto che non ci consideriamo davvero in una società equa?

In ogni caso, non dobbiamo dare la colpa sempre e ovunque solo alla “casta”, i “politicanti” e come vogliamo chiamare i quasi mille parlamentari nella due Camere a Roma. Anche noi cittadini dobbiamo assumere la nostra responsabilità perché ci siamo rassegnati che il nostro ruolo consista soltanto nel mettere un segno su un foglio di carta in una cabina elettorale ogni tanto.

Se vogliamo davvero che i parlamentari ci rappresentino noi dobbiamo anche svolgere il nostro vero ruolo. Non solo dobbiamo dire  loro quel che vogliamo, ma abbiamo l’obbligo anche di informarci di quel che davvero succede nel nostro nome nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama e capire le proposte di legge e il senso vero dei dibattiti finti che vediamo nei salotti televisivi.

Per assicurarci che la nostra Democrazia funzioni come vogliamo dobbiamo iniziare dall’abbattere quelle barriere tra noi e i nostri rappresentanti e questo inizia con il nostro tesoro più importante, la nostra lingua. Non succederà oggi, ma deve succedere perché la Democrazia dovrebbe essere una sistema di governo tra pari e la nostra lingua non ci permette di trattare i politici in questo modo.

Siamo capaci di capire che cambiare i pregiudizi nascosti nella nostra lingua è soltanto una parte del problema e di conseguenza trovare una soluzione ai problemi che affliggono la nostra politica da troppo tempo e che coinvolge tutti e non solo i soliti potenti?

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]
[vc_single_image image=”48642″ img_size=”full”]

The language that unites us and keeps us separate

Years ago in Adelaide an unexpected meeting. ” Pleased to meet you Mr. Hawke ” and him, the prime minister: “Call me Bob”. In Italy such a meeting with its Prime Minister would be impossible and the reason is found in our language
By Gianni Pezzano

In addition to our country of origin, what defines us as Italians is our language and it is this very language that not only unites us, but also creates divisions that often mark how we see others.

These linguistic differences do not exist only between Italians overseas of various generations and their relatives and friends in Italy, but also in Italy itself with our daily interactions and are so many that often we do not notice them

That unexpected meeting
Years ago during my activities in the Italian community in Adelaide, Australia I was invited for drinks at the house of the then federal Minister for Immigration who lived in the same city.

There were many of us from various ethnic communities and as I made the rounds of those I knew I did not notice that the Minister’s personal assistant asked small groups to follow him into another room. After about a half hour it was my turn with another and when we entered the room we found ourselves with the last man we expected to see that evening, then Australian Prime Minister Robert Hawke.

When I got over the surprise I extended my hand and said “Pleased to meet you Mr. Hawke” and he immediately answered with a big smile “Call me Bob” and we then spoke for about twenty minutes about the reason for the meeting. To tell the truth I walked out of that room in a state of confusion and surprise.

In Italy such a meeting with its Prime Minister would be impossible and the reason is found in our language and the episode with Australia’s Prime Minister is only a demonstration of this barrier between politicians and citizens that should not exist.

The Caste
With the title of their book “La Casta” (The Caste) journalists Gian Antonio Stella and Sergio Rizzo highlighted the privileges of the most criticized category in our society, the politicians.

Much of this criticism comes from the privileges and benefits that are not available for their voters, but we must understand that the barrier between politicians and citizens in Italy was not created by the journalists’ book, but it had already existed for many generations and came from how we interact with them and is contained in our language.

Naturally modern English already has a big advantage, their ancient ye and thee disappeared two centuries ago. IN fact, there is a fascinating example of this in the great 1956 film “Friendly Persuasion” with Gary Cooper set in the American Civil War in which the lead roles, a Quaker family, still used this ancient form and their neighbours joke about it.

However we Italians all too often we must understand that one reason that there is no closer relationship with those that are in effect our representatives comes from how we speak and them and write to them.

These differences in language explain very well why English speakers have a closer relationship with their parliamentarians. This then is accentuated with their tradition of “door knocking”. In an Italy where a percentage of parliamentarians are voted preferentially there is no incentive for our politicians to meet their voters in such a direct and personal fashion.

Then we Italians were not happy to do this only with the powerful and now whole categories use titles that do not exist in other languages and therefore create new classes based on professions.

Daily life
Between one article and the next I regularly find myself translating from Italian to English and the episode in Adelaide often comes to mind.

Already on its own and as happens also in other languages, the formal and informal forms create divisions between people. Naturally there are the expected courtesies with people we do not know and I found this when I studies French as well, but we Italians have brought this to an even more radical level.

When I get translation that refer to people such as  “Lawyer Marco Rossi”, “Engineer Pietro Ferrari” and “Architect Antonio Romano” I also think of our interactions with them and I see how the use of these titles create barriers between people and determine how we see them.

We know very well how our history was based on centuries of struggle between the powerful and that the “lower” levels of the population were subject to the whims and needs of the reigning families and the many foreign invaders which ensured that the various categories of the population were well separated and that our way of meeting the powerful of various types were dictated by very precise rules.

Democracy yes or no?
We boast about our Democracy which is the basis of our parliamentary system. It is a system of government with a precise principle, that every citizen has the same obligations, the same rights and, at least in theory, the same possibility that we are the ones who decide our personal fates.

However, our way of meeting politicians and those who have an essential role in important stages of our lives and which is shown in the form of language in which we interact with them shows that, as George Orwell wrote in his great book “Animal Farm”, “all animals are equal, but some animals are more equal than others” and therefore we no longer have a true society of equals.

So the questions springs naturally, what if the crisis in our Democracy with the continual reduction of the number of those who vote and the split in our population revealed in the election of March 4th is not due to the fact that we really do not consider ours a fair society?

In any case, we must not always and in every case blame only the “caste” or the “blowhards” as we want to call out nearly a thousand parliamentarians in the two Chambers in Rome. Even we citizens must take part of the blame because we have accepted that our only role is to put a sign on a piece of paper in a polling booth every so often.

If we truly want our parliamentarians to represent us we must also carry out our true role. Not only must we tell them what we want, we also have to be informed of what really happens in the two Chambers of the Italian Parliament and understand the proposed laws and the true sense of what we see of the fake debates we see on the TV shows.

In order to ensure that our Democracy truly works we must begin to knock down the barriers between us and our representatives and this begins with our greatest treasure, our language. It will not happen today, but it must happen because Democracy must be a system of government between equals and our language does not allow us because to treat politicians in this way.

Are we able to understand that changing the prejudices hidden in our language is only one part of the problems and as a consequence find a solution to solve the problems that affect our politics for too long which affect everyone and not only the usual powerful people?

La vita che molti hanno dimenticato – The life that many have forgotten

Choose language: IT | EN

[vc_single_image image=”48502″ img_size=”full”]

La vita che molti hanno dimenticato

Ogni tanto ci guardiamo e ci chiediamo chi siamo. La nostra identità cambia nel tempo con le nostre esperienze, gli studi e il lavoro. Questo è naturale e giusto, ma c’è una categoria che sente queste influenze in modi che sono allo stesso tempo più sottili e imponenti.
Di Gianni Pezzano

Le famiglie degli immigrati sono state la linfa vitale di quasi ogni paese del mondo, eppure queste famiglie sono quelle che sono l’ oggetto di molte critiche, a partire da quelle dei politici.

Tristemente, molte delle critiche sugli immigrati vengono proprio da discendenti di immigrati che hanno dimenticato cosa vuol dire essere andato via dalla propria terra d’origine. A volte dobbiamo guardare il passato per ricordare quello che le famiglie degli immigrati subiscono all’arrivo e le sfide che devono affrontare, di solito iniziando proprio dalla casa.

Chi siamo?
Cos’è un migrante? A volte dobbiamo partire dalla domanda più semplice per affrontare una situazione complessa.

Un migrante è una persona che decide di lasciare il paese di nascita e i motivi per questa decisione sono molteplici.

Alcuni sono costretti dalla mancanza di lavoro, alcuni non si riconoscono più nel paese di nascita, alcuni perché fuggono da una situazione pericolosa, altri per fuggire da una situazione a casa che non sanno più come affrontare, altri perché cercano nuovo sfide e avventure, e altri perché hanno professioni che non sono proprio legali e che vogliono proseguire all’estero.

Per i migranti adulti la priorità è di trovare lavoro e di solito non esiste un meccanismo d’appoggio che permetta loro di farlo nei tempi da loro sperati. Alcuni hanno assunto debiti per pagare la loro emigrazione che devono essere ripagati e pochi hanno i soldi per permettersi il lusso di iniziare la nuova esperienza con una vacanza. Di solito questo vuol dire che spesso hanno pochissimo tempo per imparare bene la lingua del nuovo paese di residenza, e molto spesso quel che imparano viene dal luogo di lavoro. In molti luoghi di lavoro poi   imparare la nuovo lingua è difficile perché i datori di lavoro, per risparmiare tempo e soldi, mettono insieme reparti della stessa nazionalità dove solo i capireparto e responsabili parlano entrambe le lingue.

Alcuni arrivano con le famiglie e altri vengono da soli con il sogno di farsi una famiglia nuova nel paese d’arrivo e qui inizia il primo paradosso delle prime generazioni di migranti.

Il modello della nuova vita è quella della vita che avevano lasciato. Cosi i nuovi immigrati stanno vicini uno all’altro e a casa utilizzano le lingue d’origine come con parenti e amici. Quando possibile questo comprende il continuare le tradizioni generazionali e per gli italiani questo vuol dire fare la salsa a casa, fare il vino e far il maiale secondo le tradizioni del paese di origine in Italia.

È importante ricordare queste tradizioni, non solo perché sono legami con il paese di nascita, ma anche perché in molti casi queste tradizioni sono diventate le basi di imprese importanti quando gli immigrati più imprenditoriali hanno deciso che ci possono capitalizzare le loro tradizioni.

Quindi le case degli immigrati non sono tanto case a metà strada, quanto sono luoghi dove nel corso del tempo due mondi diversi esistono insieme. A casa continuano sia quanto facevano nella vita precedente e fuori all’estero vivono secondo le esigenze e le regole dei nuovi paesi di residenza. Non ci sono eccezioni a questo e tutti gli immigrati passano per questa fase e in questo modo nascono le enclavi degli immigrati.

Le generazione di transizione
Sia se gli immigrati arrivano con la famiglia, oppure se si sposano e fanno famiglia nel paese nuovo, i figli degli immigrati sono quelli che probabilmente sentono di più gli ostacoli nell’ adattarsi al nuovo paese su un livello molto più emotivo. Crescono in quel che è effettivamente un avamposto del paese di origine con la sua lingua e tradizioni. Da giovanissimi non percepiscono le differenze di lingua e tradizioni quando escono da casa, anche perché molte delle occasioni e manifestazioni che frequentano inevitabilmente coinvolgono raduni di gente dallo stesso paese.

La loro prima esperienza con il nuovo mondo è quando vanno all’asilo o a scuola per la prima volta e si rendono conto che non capiscono la lingua, in molti casi la lingua del paese di nascita. Questo inizio ha due conseguenze, particolarmente con paesi con poca esperienza dell’immigrazione.

Per molti di loro la mancanza di un livello pratico della lingua locale è considerato il segno di mancanza di intelligenza degli studenti e tristemente non è insolito essere segnati per almeno la prima parte della loro vita e può determinare come reagiscono all’aspetto più crudele della loro esistenza, cercare l’identità personale che metta insieme la vita di famiglia e le usanze e le tradizioni del paese dove sono nati che scoprono ogni giorno.

Di solito il primogenito è quello che parla meglio la lingua della casa e i figli che seguono hanno una diminuzione progressiva della capacità nella lingua d’origine e, man mano che ciascuno frequenta la scuola, la lingua tra fratelli diventa la lingua del paese dove vivono e non quella della famiglia. Effettivamente questo vuol dire che due lingue sono parlate nella casa del migrante.

Inoltre, non è insolito che questi figli siano gli interpreti per i genitori con medici, dentisti, ecc., particolarmente nei casi di genitori che hanno fatto poca scuola che è stata la causa di prognosi sbagliate.

Conflitti
Gli immigrati sono sempre stati gli agenti di cambio e lo saranno sempre e così affrontano anche la reazione di coloro che non accettano i nuovi residenti nel loro paese. Questi oppositori vedono cambiare i loro ambienti comodi, sentono lingue nuove per strada, mentre arrivano imprese con nomi e occupazioni   insoliti, l’arrivo di frutta, verdure e cibi nuovi nei generi alimentari e i supermercati come segni che il vecchio paese sta cambiando e che si sta sviluppando una versione nuova.

A volte quelli che si oppongono a questi cambiamenti semplicemente esprimono vocalmente la loro opposizione, ma non è raro che si arrivi a vari livelli di violenza. Tristemente, negli Stati Uniti, la Francia e il Belgio questo ha portato persino al linciaggio di immigrati, compresi italiani.

Mentre crescono i figli degli immigrati sono costretti ad affrontare questa opposizione, e ciascuno reagisce secondo il proprio carattere. Alcuni rifiutano la vita vecchia e sentono vergogna per le loro origini, altri rifiutano il paese nuovo e altri ancora decidono di prendere il meglio dei due mondi e creare una nuova realtà. Queste decisioni sono anche molto dolorose e non esiste una soluzione facile che sia adatta a tutti.

Questi sono solo alcuni dei prezzi che gli immigrati e i loro figli pagano ogni giorno e in ogni paese e non ci sono eccezioni. Possiamo solo imparare e cercare di fare meglio nel futuro e per poterlo fare c’è soltanto una soluzione.

Realtà.
Dobbiamo capire che l’emigrazione non è un fenomeno nuovo, in una forma o altra è sempre stata con noi sin dalla nascita dell’Uomo e sarà sempre con noi, infatti è uno dei motori principali della Storia. Per questo motivo quelli che si oppongono all’immigrazione combattono quel che è a lungo termine una battaglia persa.

Purtroppo, con il passare del tempo e le generazioni, i discendenti di immigrati dimenticano quel che i loro genitori, nonni e bisnonni hanno sofferto e continuano il cerchio vizioso dell’opposizione, discriminazione ed oppressione.

Perciò dobbiamo ricordare le nostre origini perché solo così saremo in grado di evitare di ripetere gli sbagli   e creare dolore per tutti. Non è mai troppo tardi per imparare e ricordare il nostro passato.

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]
[vc_single_image image=”48502″ img_size=”full”]

The life that many have forgotten

From time to time we look at ourselves and wonder what we are. Our identity changes over time as our experiences, studies and work change us. This is natural and right, but there is one category that feels these influences in ways that are at the same time subtler and more imposing.
By Gianni Pezzano

Migrant families have been the life blood of virtually every country in the world, yet these families are the ones that are still subject to much criticism, beginning from that of politicians.

Sadly many of the greatest critics of migrants are themselves descendents of migrants who have forgotten what it means to be a migrant. Sometime we need to take look back and remember what migrant families go through on arrival and the challenges they face, usually beginning in the home.

Who are we?
What is a migrant? Sometimes we need to start with the simplest question when we face a complex situation.

A migrant is a person who decides to leave the country of birth and the reasons for this decision are many.

Some are forced out by lack of work, some no longer recognize themselves in their country of birth, some because they are fleeing from a dangerous situation, others to run away from situations they no longer know how to face at home, others because they are looking for a new adventure or challenges and others because they may have less than legal professions to pursue in the new countries.

For adult migrants the priority on arrival is work and there is usually no support mechanism that allows them to take their time to find work. Some have taken out debts to pay for their migration that must be repaid and few have the money to allow themselves the luxury to begin the new experience as a vacation.   This usually means that they often have little or no time to formally learn the language of their new countries and what they learn comes from the work place. In many work places learning the new language is hampered because employers, in order to save time and money, put together sections of the same nationality where only the team leaders and supervisors speak both languages.

Some come with their families and others come alone with the dream of making a new family in their new country and here begins the first paradox for the first generations of migrants.

The dream of the new life is modelled on the life they leave behind. So the new migrants stay close to each other and use the old languages at home and with relatives and friends. Whenever possible this includes continuing traditions that are generations old and for Italians this can mean making tomato sauce at home, producing homemade wines and butchering a pig, all according to the traditions of the particular towns of origin.

It is important to remember these traditions, not simply because they are links with the countries of birth, but also because in many cases these traditions have become the basis for important companies when the more entrepreneurial migrants decide that there may be profit from their traditions.

Therefore the homes of migrants are not so much half way houses as they are places where over time two different world exist together. At home they continue as much as they can their former lives and outside they live according to the needs and the rules of their new countries of residence. There are no exceptions to this and all migrants pass through this stage and it is in this way that migrant enclaves are born.

The generation of transition
Whether the migrants arrive with a family, or whether they marry and have children in the new country the children of migrants are the ones that probably feel the challenges to adapting to the new country at a more emotional level. They are brought up in what is effectively an outpost of the country of origin with its language and traditions. At a very young age they do not perceive these differences when they leave the home, also because many of the occasions and events they attend inevitably involve gatherings of people from the same country.

Their first true experience of the new world is when they go to kindergarten or school for the first time and realize that they do not understand the language, in most cases it is the language of their country of birth. This beginning has two consequences, especially in countries with little experience of migration.

For many of them the lack of practical knowledge of the local language is considered a sign of lack of intelligence of these students and sadly it is not unusual for this to follow them for at least the first part of their lives and can determine how they react to the cruellest aspect of their lives, finding their personal identity that brings together aspects of both the family life and the habits and traditions of the country they discover every day.

Usually the first born child is the one who best speaks the language at home and the children that follow have a progressively decreased capacity of the language and as each attends school the language spoken between siblings becomes the local language and not that of the family. Effectively this means that two languages are now spoken in the migrant home.

In addition, it is not unusual for these children to be the interpreters for their parents with doctors and dentists, etc, especially in the cases of parents who are poorly educated and has led to problems caused by misdiagnosis.

Conflicts
Migrants have always been agents for change and always will be and so they also face the reaction of those who do not welcome the new residents to their country. These opponents see the changes to their comfortable surroundings, hear the new languages spoken in the street, while the arrival of business with unusual names and occupations, the arrival of new fruits, vegetables and food in the greengrocers and the supermarkets as signs that the old country is changing and a new version is developing.

Sometimes these who oppose these changes simply state their opposition very vocally, but it is not unusual for this to lead to differing levels of violence. Sadly, in the United States, France and Belgium this has even led to lynchings of migrants, including Italians.

As the children of migrants grow they are forced to confront this opposition and each reacts according to their character. Some reject the old life and are embarrassed by their origins, others reject the new country and others decide to take the best of both worlds and create a new reality. These decisions are also very painful and there is no easy solution suitable for everyone.

These are only some of the prices that migrants and their children pay everyday and in every country, there are no exceptions. We can only learn and try to do better in the future and to do this there is only one solution.

Reality
We must all understand that migration is not a new reality, in one form or another it has been with us since the birth of man and will always be with us, it is in fact one of the principal motors of history. For this reason those who oppose migration are fighting what is, in the long term, a losing battle.

Unfortunately as time goes by and the generations disappear the descendents of migrants forget what their parents, grandparents and great parents suffered and they continue the vicious cycle of opposition, discrimination and oppression.

For this reason we must remember our origins because only in this way we will be able to avoid repeating mistakes and causing more pain for all. It is never too late to learn and remember our past.

Il voto degli italiani all’estero – How Italy sees the Italians overseas and Italian elections

Choose language: IT | EN

[vc_single_image image=”48209″ img_size=”full”]

Il voto degli italiani all’estero

Come di consueto le elezioni di domenica scorsa hanno avuto controversie riguardo il voto all’estero
Di Gianni Pezzano

Come di consueto le elezioni di domenica scorsa hanno avuto controversie riguardo il voto all’estero. La proposta del voto all’estero è stata sempre controversa ma le inevitabili controversie che hanno seguito tutte e tre le elezioni sotto la legge attuale dovrebbero farci fare un passo indietro e guardare questo concetto non sulla base del diritto di voto contenuto nella Costituzione, ma su due questioni a cui dovrebbe rispondere sia il parlamento italiano sia le stesse comunità italiane all’estero.

La prima domanda da fare non è mai stata definita del tutto. Chi sono gli italiani all’estero e qual è il loro rapporto con l’Italia? La seconda è quella al centro della controversia ed è semplicemente, che valore pratico ha il voto all’estero sia per le comunità che per il sistema politico italiano?

Italiani, si o no?
Benché si parli molto degli italiani all’estero e del loro voto, le controversie ci costringono a chiederci come siamo visti dal paese per che alcuni di noi è il paese di nascita, per altri il paese dei genitori ed per qualcuno il paese dei nonni e bisnonni.

Secondo le cifre del Ministero degli Esteri gli italiani all’estero sono circa cinque milioni di cittadini italiani e circa ottantacinque milioni tra quelli che hanno cambiato cittadinanza (e quindi rinunciato alla cittadinanza italiana secondo il paese) e i discendenti di emigrati italiani dell’ultimo secolo e oltre. Di questi ultimi nessuno può dire con precisione quanti potrebbero essere cittadini italiani e nel caso della terza generazione la documentazione per dimostrare i legami legali che fanno riconoscere la cittadinanza è difficile se non addirittura impossibile. In ogni caso, dalla seconda generazione in poi si abbassa la capacità effettiva di parlare e capire l’italiano moderno, senza dimenticare il livello basso di consapevolezza della nostra lingua, Cultura, Storia, ecc., spesso dovuto ai sistemi scolastici dei paesi di residenza/nascita.

Eppure tutte le informazioni inviate agli italiani all’estero sono quasi esclusivamente in italiano e quindi di poco uso effettivo per la stragrande maggioranza delle comunità italiane all’estero. Questo non vale solo per le comunicazioni ufficiali dal governo italiano e la sua burocrazia, come nel caso delle elezioni, ma anche di informazione, servizi giornalistici e intrattenimento inviati alle comunità italiane all’estero.

Questi programmi e servizi sono destinati soltanto a quelli di prima generazione? Se no, allora devono essere forniti con sottotitoli appropriati e/o bilingui per le lingue delle varie comunità. È controproducente fornire servizi a cinque milioni di persone in giro per il mondo quando il mercato potenziale internazionale, anche se limitato solo agli italiani e i loro discendenti, ma non sarebbe limitato solo a questi, è oltre novanta milioni di persone.

Politici e associazioni culturali in Italia e all’estero parlano molto, ma si fa poco per fare avvicinare quelli che conoscono poco o niente della nostra lingua e Cultura. Questo è il motivo principale per cui questi servizi devono offrire una soluzione del genere all’estero.

Promuovere la Cultura e la Lingua
Spesso ci dimentichiamo che per capire davvero una lingua dobbiamo conoscere la sua Storia e Cultura perché molto di quel che diciamo quotidianamente cambia nel corso del tempo e in risposta a tante influenze. Basta pensare quanto sia cambiata la nostra lingua quotidiana a causa dell’informatica, i social media, ecc.

Se non incominciamo a far capire veramente ai nostri parenti e amici all’estero il patrimonio linguistico e culturale che fa parte della loro Storia familiare non diamo a loro un incentivo per imparare la nostra lingua.

Malgrado queste considerazioni, come paese insistiamo a considerare gli italiani all’estero solo in base al loro passaporto e questo diventa peggio durante le elezioni quando i partiti cercano ogni seggio possibile per vincere un’elezione che, in tutta onestà, fa poco per cambiare la qualità della vita della maggioranza degli italiani all’estero…

Praticità
Con questo in mente ora dobbiamo riflettere sull’efficacia del voto degli italiani all’estero e anche sull’efficacia della loro rappresentanza.

Non intendiamo giudicare il lavoro di uno o di tutti i parlamentari che hanno rappresentato gli italiani all’estero negli anni recenti. Hanno avuto le loro motivazioni personali e ciascuno deve essere giudicato da quel che ha fatto in sede e questo può essere visto da un controllo della documentazione ufficiale.

Le riflessioni sono su altri aspetti rispetto a quel che è stato sottovalutato quando le modalità di voto e la distribuzione dei diciotto uomini e donne che dovrebbero rappresentare almeno cinque milioni di cittadini italiani, sono state decise dalla legge originale promossa da Mirko Tremaglia.

In ogni paese i cittadini si lamentano della mancanza di accesso ai loro parlamentari, quindi il solo pensiero che un deputato e un senatore possono rappresentare tre continenti e gli scienziati nell’Antartide è semplicemente irrealistico. Malgrado le migliori intenzioni e la voglia di lavorare dei rappresentanti, in un sistema parlamentare che offre un basso appoggio amministrativo in paragone ad altre democrazie moderne, il compito è difficilissimo e costringe questi rappresentanti a livelli di viaggi che limitano i loro contributi nel parlamento, soprattutto per quelli eletti fuori d’Europa.

Inoltre, in quei paesi con comunità longeve come gli Stati Uniti, Canada, Australia, Argentina, Brasile, Venezuela, ecc., che ora sono nella loro quinta, sesta e oltre generazione, davvero i rappresentanti di prima generazione sono rappresentativi delle intere comunità che rappresentano? Naturalmente questa situazione è peggiore quando, come prevede la nuovo legge, questi parlamentari hanno la base in Italia   e dall’Italia sono nominati, e non solo nei territori che dovrebbero rappresentare.

Realtà politiche
L’altro aspetto del voto all’estero, e particolarmente delle comunità più vecchie, è : cosa vuol dire davvero per gli elettori la loro rappresentanza nel parlamento italiano? Con l’eccezione dei nuovi emigrati che cercano servizi migliori nei consolati e quelli che percepiscono pensioni italiane, una piccola percentuale tristemente destinata a diminuire col tempo, il parlamento italiano può fare poco o niente per cambiare la qualità della loro vita.

In qualche paese, come quelli dell’America del Sud, molti cercano la possibilità della cittadinanza italiana per poter lavorare in Europa, ma per coloro che rimangono nei paesi di residenza i parlamentari eletti non possono dare benefici effettivi ai loro elettori.

Ma la realtà più grande è quella della crudeltà della politica, e non importa in quale paese.

Qualsiasi taglio a fondi destinati all’estero è indolore per i governi di qualsiasi colore. Molti in Italia vedono soldi inviati all’estero, particolarmente per motivi “esoterici” come per la promozione della Cultura italiana, la lingua, turismo, ecc., come uno spreco benché tali investimenti abbiano ottenuto grandi risultati per altri paesi come le Francia e la Germania. Comunque, questa è una mentalità da cambiare, con o senza parlamentari eletti dall’estero perché è miope e sciocca.

E ora dobbiamo guardare verso il futuro

Il futuro?
In ogni caso, con la vittoria elettorale della Lega di Matteo Salvini e del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, la possibilità di finanziamenti all’estero diminuirà radicalmente e questo includerà sicuramente la presenza di parlamentari d’oltremare che si presenteranno con gli inevitabili futuri cambiamenti alla legge elettorale che è stata oggetto di molte lamentele. Ciò ovviamente dipenderà dal fatto che una maggioranza funzionale uscirà dalle consultazioni del Presidente Mattarella nelle prossime settimane.

Mentre aspettiamo per vedere se il parlamento nuovo andrà avanti, dovremo anche considerare il ruolo effettivo del CGIE (Consiglio Generale degli Italiani All’estero a livello internazionale) e i Comites (Comitati degli Italiani all’Estero a livello territoriale) che deve essere rivisto alla luce della necessità di far diventare le due organizzazioni più rappresentative della demografia delle loro comunità e anche con un ruolo attivo (con componenti qualificati idonei) nella promozione di imprese italiane e dei loro prodotti, compresa la lingua italiana e Cultura come priorità assoluta.

Per ora possiamo solo attendere che il parlamento si insedi e vedere che cambiamenti porterà il futuro, ma sicuramente le elezioni di domenica porteranno a un periodo di incertezza politica che farà poco per risolvere le vicenda che l’Italia deve affrontare a livello nazionale e internazionale.

Quale deve essere il ruolo vero degli italiani all’estero?

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]
[vc_single_image image=”48209″ img_size=”full”]

How Italy sees the Italians overseas and Italian elections

As usual Sunday’s Italian election had its share of controversies regarding the vote from Italian citizens overseas
By Gianni Pezzano

As usual Sunday’s Italian election had its share of controversies regarding the vote from Italian citizens overseas. The proposal was always controversial but the inevitable controversies that have now followed all three elections under the current law should make us take a step back and look at this concept not on the basis of the right to vote contained in the constitution, but on two questions that should be answered by both the Italian parliament and also the Italian communities overseas themselves.

The first question is one that has never truly been defined. Who are the Italian overseas and what is their relationship with Italy? The second is the one that goes to the heart of the controversy and it is simply, of what practical use is the vote overseas for both the communities and the Italian political system?

Italians, yes or no?
While much is said about the Italians overseas and which the vote was supposed to alleviate, the controversies raised must force us to wonder how we are seen in the country that for some of us is our country of birth, for some the country of our parents and for others the country of some of our grandparents and great grandparents.

According to official figures from the Italian Ministry for Foreign Affairs the Italians overseas are about five million Italian citizens and about eighty five million between those who took up other citizenships (renouncing Italian) and the descendants of Italian migrants over the last century or so. Of the latter figure nobody can tell with any degree of certainty how many could be Italian citizens and in the case of those of third and later generations the documentation to prove the legal link that gives citizenship is difficult if not impossible to prove. In any case, those beginning with the second generation have a decreasing capacity for effectively speaking and understanding modern Italian, without forgetting the low level of effective knowledge of Italian Culture, history, etc., often due to the school systems of their countries of residence/birth.

Yet all the information sent to Italians overseas is almost exclusively in Italian and therefore of little effective use for the vast majority of the Italian communities overseas. This applies not only to the official communications from the Italian government and bureaucracy, as in the case of elections, but also in information, news services and entertainment sent to the Italian communities overseas.

Are these programmes and services intended only for the first generation? If not, then they should be provided with the appropriate subtitles and/or bilingual in the languages of the various communities. It is counterproductive providing services to five million people around the world when the potential international market, even if only limited to Italians and their descendants which it surely would not be, is over ninety million people.

Much is said by politicians and cultural organizations in Italy and overseas, but little is done to approach those who have little or no knowledge of the language and Culture. This is the principal reason that these services should provide such a solution in other countries.

Promoting Culture and Language
We often forget that to truly understand a language we must know its history and culture for much of what we say in our daily lives changes over time and in response to many influences. We just have to think how much our daily language has changed due to computer technology, social media, etc.

If we do not start by making our relatives and friends overseas truly understand the linguistic and cultural heritage that is part of their family history we would fail to give them an incentive to learn our language.

Despite these considerations, as a country we insist on considering the Italians overseas simply according to their passport and this is even worse during election time when the political parties look for every seat possible to win a national election which in all honesty does little to change the quality of life of the majority of Italians overseas…

Practicalities
With this in mind we must now consider the effectiveness of the vote of Italians overseas and also of the effectiveness of their representation.

We do not intend judging the work of any or all the parliamentarians who represented the Italian overseas in recent years. They each had their reasons for election and each must be judged by what he or she achieved in office and this can be easily found by checking the official records and documentation.

The considerations are of other aspects that were underestimated when the method of voting and the distribution of eighteen men and women who are supposed to represent at least five million Italian citizens were decided in the original law promoted by Mirko Tremaglia.

In every country citizens complain of lack of access to their parliamentarians, therefore the very thought that one member of parliament and one senator can represent three continents, Africa, Asia and Oceania and the scientists in Antarctica is simply unrealistic. Despite the best intentions and will to work of the representatives, in a parliamentary system which gives very little administrative support staff compared to other modern democracies, the task is at best highly difficult and forces the representatives to levels of travel that limit their contributions in parliament, especially for those elected outside Europe.

Furthermore, in those countries with long standing communities such as the United States, Canada, Australia, Argentina, Brazil, Venezuela, etc, which are now in their fifth, sixth and even later generations, are the parliamentarians of first generation truly representative of the whole of the communities that they represent? Naturally this situation is made even worse when, as the new law now allows, these parliamentarians can be based in Italy and nominated there and not just in the areas they should represent.

Political reality
The other aspect of the overseas vote, and particularly in the large older communities, is what does the representation in Italy’s parliament truly mean for the voters? With the exception of the newly arrived migrants who look for improved services at the consulates and those who receive Italian pensions, a small percentage of the bigger communities and sadly destined to decline over time, Italy’s parliament can do little or nothing to change the quality of their lives.

In some countries, such as those in South America, many look to the possibility of Italian citizenship in order to be able to work in Europe but for those who remain in the countries the parliamentarians cannot give their any effective benefits to their electorate

But the greatest reality is the one that deals with the harshness of politics, no matter in which country.

Any cuts to funds destined for overseas are painless for governments of any persuasion. Many in Italy see money sent overseas, especially for “esoteric” reasons such as promoting Italian Culture, language, tourism, etc, as a waste even though such investments have reaped big rewards for other countries such as France and Germany. This is a mentality that must be changed in any case, whether or not there are parliamentarians elected overseas as it is short-sighted and foolish.

So now we must consider the future.

The future?
In any case, with the electoral victory of Matteo Salvini’s Lega and Beppe Grillo’s Movimento 5 Stelle (5 Star Movement) , the possibility of overseas funding will decrease radically and this will surely include the presence of overseas elected parliamentarians that will occur with the inevitable changes to the electoral law that has been the subject of much complaint. This of course will depend on whether or not a functional majority will come out of President Mattarella’s consultations over the next few weeks..As we wait to see if the new Parliament will be able to proceed, we should also consider the effective role of the CGIE (General Council for Italians Overseas, on a worldwide level) and the local Comites (Committees for Italians Overseas, on a territorial level) which must also be reviewed with a view towards making them more representative of the demographics of each community and also with the possibility of playing active roles (with appropriately qualified members) in the promotion of Italian companies and products which must also include Italian language and Culture as an absolute priority.

All we can do now is to wait for the Italian Parliament to sit and see what changes the future will bring, but Sunday’s election will surely lead to a period of political uncertainty which will do little to resolve the issues Italy must face nationally and internationally.

What must be the true role of the Italians overseas?

La verità amara che troppi ignorano – The bitter reality too many ignore

Choose language: IT | EN

[vc_single_image image=”48138″ img_size=”full”]

La verità amara che troppi ignorano

Questa settimana incidenti in due continenti ci hanno fatto ricordare di nuovo che non possiamo chiudere un occhio su qualcosa che troppi in Italia e all’estero rifiutano di riconoscere e che non vuole sparire.
Di Gianni Pezzano

Mentre i luoghi comuni e gli stereotipi sono spesso la causa di discriminazione contro gruppi, particolarmente gli immigrati, in molti casi esiste più di una briciola di verità nell’immagine che queste frasi dipingono. Mentre molti potrebbero dire che l’immagine sia banale o del passato, l’aspetto più dannoso della Cultura italiana è probabilmente il volto dell’Italia e degli italiani, emigrati e non, più rappresentata alla televisione, nei film e nei libri.

Questa settimana incidenti in due continenti ci hanno fatto ricordare di nuovo che non possiamo chiudere un occhio su qualcosa che troppi in Italia e all’estero rifiutano di riconoscere e che non vuole sparire.

Due continenti
Ad Adelaide in Australia Domenic Perre è stato imputato dell’assassinio di un agente e il ferimento di un altro della National Crime Authority (la DIA australiana) quando un pacco bomba esplose nei suoi uffici di città nel 1994. Perre, attualmente sotto processo per accuse di droga, era sempre stato sospettato del delitto, ma solo negli ultimi anni gli sviluppi nella scientifica, particolarmente quella forense, hanno permesso alle autorità di poterlo finalmente identificare con certezza sufficiente da emettere i mandati di imputazione.

Il giorno prima in Slovacchiia era stato assassinato il giornalista Jan Kuciak che faceva indagini sulla figure criminale italiana di Antonio Vadalà, ora residente in Slovacchia, e nei giorni precedenti accusava Vadalà di atti illeciti compresi legami con la criminalità organizzata ed accuse di legami illeciti con il Primo Ministro del paese, Robert Fico. Il giorno dopo le autorità locali hanno arrestato non solo Vadalà, ma anche suo fratello Bruno, il loro cugino Pietro Catroppo e quattro altri italiani legati all’assassinio e alla criminalità organizzata.

Queste attività non sono isolate e devono essere considerate come parte di una rete internazionale che è molto più estesa da quel che generalmente si crede.

Verità amara
Fino a un certo punto l’articolo di Roberto Saviano in Repubblica oggi “La ’Ndrangheta da esportazione” riferito alle vicende e gli arresti in Slovacchia tratta vicende prevedibili ma, come dimostra il titolo stesso, nemmeno lui riconosce che l’esportazione non è recente e che non coinvolge soltanto l’Europa orientale.

Mentre molti in Italia non sarebbero sorpresi dalle notizie dalla Slovacchia, molti altri sarebbero sorpresi dall’arresto ad Adelaide perché molti considerano il paese come un “rifugio sicuro” da tali attività. Infatti, la verità amara è che in quel paese c’è una Storia estesa di criminalità organizzata italiana che generalmente non viene riportata nei giornali italiani.

Già quarant’anni fa la zona di Griffith vicino a Sydney in Australia era conosciuto per la sua marijuana ed fu teatro di un caso noto con la scomparsa dell’attivista antidroga Donald McKay che puntava il dito contro esponenti della comunità italiana locale,   che lui accusava fossero i responsabili per le piantagioni.   Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Benché l’uomo condannato per il delitto abbia identificato i mandanti, proprio quelli indicati da McKay, non furono mai imputati.

Melbourne è stata la scena di guerre tra cosche italiane e la vittima più recente, un avvocato con legami con cosche in Australia e in Italia, è stato assassinato l’anno scorso. Questi morti erano così pubblici che sono anche stati i soggetti di una serie televisiva australiana, Underbelly, che non ha fatto niente per nascondere le identità dei veri protagonisti. Anche Adelaide è stato il palco per un celebre caso di droga con legami italiani, conosciuto anche come il caso “Mister X” perché per anni i tribunali non hanno permesso la pubblicazione del nome del responsabile. È diventato celebre perché Barry Moyse, il suo socio australiano nella grande piantagione di marijuana scoperta della Polizia Federale australiana, era il capo del reparto antidroga della polizia locale.

Televisione e film
Come figlio di immigrati italiani in Australia con gli hanno ho imparato a odiare i programmi e film americani degli anni 60 e 70 perché, inevitabilmente, i criminali erano italiani e tanto inevitabilmente sollevavo la testa anche a scuola quando qualcuno voleva inferire contro noi wog e non ero l’unico a odiare l’etichetta.

Per molti anni qualsiasi reato commesso da italiani o altri immigrati è stato fonte di titoloni della prima pagina dei giornali che hanno smesso soltanto quando le statistiche hanno dimostrato che queste comunità erano quelle con meno criminalità. Inoltre, la Polizia stessa capì che identificare sospetti con presunte nazionalità non portava ad arresti, perché nella maggioranza dei casi gli indizi erano ingannevoli. Infatti, negli Stati Uniti questo racial profiling (profili razziale) è illecito.

In ogni caso, nel corso del tempo non potevamo negare che c’era verità nelle accusa, anche se commesse da una piccola minoranza della nostra comunità. Peggio ancora, le cronache dell’estero e mafiosi di alto profilo come John Gotti negli Stati Uniti non hanno fatto altro che confermare questa realtà amara.

Tutti questi casi fanno parte della nostra Storia e non possiamo ignorarli, come non possiamo ignorare le attività attuali di questi gruppi come abbiamo visto in Slovacchia e Australia questa settimana.

La Storia
Qualsiasi Storia dell’emigrazione italiana ha l’obbligo di riconoscere ogni aspetto della nostra Storia e non concentrarsii soltanto su chi ha avuto successo economico che è uno degli stereotipi degli italiani all’estero.

L’emigrazioni italiana ha coinvolto milioni, ciascuno con la propria storia e ciascuno con esperienze diverse nei nuovi paesi di residenza. Ci sono temi in comune, ma le comunità italiane in ciascun paese sono cresciute in modi diversi e non sappiamo abbastanza di queste differenze.

Riconoscere ogni aspetto della nostra Storia ci farà capire ancora di più chi e cosa siamo, ma dobbiamo farlo in una maniera onesta e c’è molto che chi è rimasto in Itala non sa, tantomeno capisce.

L’Italia di oggigiorno ha dimenticato perché milioni sono partiti dal paese, come ha dimenticato i contributi finanziari di questi stessi emigrati al paese che hanno costituito l’aiuto a riprendersi dopo la seconda guerra mondiale e i prodotti italiani che emigrati e i loro discendenti ora vendono nei loro nuovi paesi. Pochi in Italia sanno o capiscono le sfide e i compromessi che si affrontano iniziando una vita nuova in un altro paese

Sono tutte facce dell’emigrazione italiana e quindi della Storia d’Italia ma, come in tutte le questioni della Storia, dobbiamo essere brutalmente onesti e dobbiamo finalmente riconoscere che anche le attività come quelle nella Slovacchia e l’Australia fanno parte del nostro patrimonio culturale e far finta che non esista non è una soluzione al problema.

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]
[vc_single_image image=”48139″ img_size=”full”]

The bitter reality too many ignore

This week and in two continents we were once more reminded that we cannot turn a blind eye to something that too many in Italy and overseas refuse to admit and which refuses to go away.
By Gianni Pezzano

While stereotypes are often the cause of discrimination against groups and particularly migrants, in many cases there is more than a kernel of truth in the image that these simple sketches portray. While many may say the image is banal or passé, the one most damaging aspect of Italian Culture is arguably the face of Italy and Italians, migrants or not, most portrayed on television, in films and in books.

This week and in two continents we were once more reminded that we cannot turn a blind eye to something that too many in Italy and overseas refuse to admit and which refuses to go away.

Two continents
In Adelaide in Australia, Domenic Perre was charged for the murder of a member and the serious wounding of another of the country’s National Crime Authority when a letter bomb exploded in the city’s offices in 1994. Perre, currently on trial on drugs charges, was always suspected of the crime but only in recent years the advances in forensic and other sciences allowed the investigators to finally identify him with enough certainty for the warrants to be issued.

On the previous day in Slovakia journalist Jan Kuciak was murdered. The journalist had been investigating Italian crime figure Antonio Vadalà now living in Slovakia and in recent days his reports on Aktuality.Sv made accusations of illegal activities by Vadalà, including links with organized crime in Italy and allegations of illicit connections with the country’s Prime Minister Robert Fico. The next day in Bratislava local police arrested not only Vadalà on suspicion of the murder, but also his brother Bruno, their cousin Pietro Catroppa and a number of other Italians linked to the murder and organized crime.

These activities are not isolated and must be considered as part of an international network that is more extensive that is generally believed.

Bitter truth
To a certain extent Roberto Saviano’s editoral article in today’s Repubblica newspaper in Italy L’Ndrangheta da esportazione (Ndrangheta for export), referring to the incidents and arrests in Slovakia was to be expected but, as the title shows, he too does not recognize that the export is not recent and does not involve only Eastern Europe.

While many in Italy would not be surprised by the news from Slovakia, many more would be surprised by the arrest in Australia because many consider the country a “safe refuge” from such activities. The bitter truth is that the country has in fact has an extensive history of Italian organized crime than is generally not covered by newspapers in Italy.

Already forty years ago the area around Griffith near Sydney in Australia was known for its marijuana and was the centre of a infamous case with the disappearance of antidrug campaigner Donald McKay, who was targeting the members of the local Italian community who he alleged were responsible for the plantations, whose his body was never found. Although the man convicted of the crime identified those who commissioned him, the very men that McKay suspected, they were never brought to trial.

Melbourne has been the scene of wars between Italian gangs and the latest victim, a lawyer with links to Italian gangs in Australian and Italy, was murdered only last year. These deaths were so public that they were even became the subject of a television series “Underbelly” which did nothing to hide the identities of the true protagonists. Adelaide too was the stage for a famous drugs case with Italian connections, also known as the “Mister X” case because for years the courts did not allow publication of the Italian who led the group, it became notorious because the Australian partner of the huge plantation discovered by the Australian Federal Police was Barry Moyse, the head of the Antidrug Squad of the local police.

Televisione e film
As the son of Italian migrants in Australia I grew to hate many American TV programmes and films in the 1960s and 1970s because, inevitably, the criminals were Italian and just as inevitably this came up in school whenever someone wanted to score points against us wogs and I was not the only one who detested this trademark.

For many years any crime committed by an Italian or any other migrant automatically became front page news and only stopped when the statistics showed that these communities were those with the lowest crime rates. Furthermore, the Police itself understood that identifying suspects by supposed nationality did not lead to arrests because in most cases these indications were at best misleading. In fact, in the United States this “racial profiling” is now illegal.

However, over time we could not deny that there was truth in the accusations, even if committed by a small percentage of our community. Worse still, news reports from around the world and high profile mafiosi in the United States such as John Gotti in the United States only confirmed this bitter reality.

These are all part of our history and cannot be ignored, just as we cannot ignore the modern day activities of these groups as we saw in Slovakia and Australia this week.

History
Any history of Italian migration has the duty to acknowledge every aspect of our history and not just concentrate on those with economic success which is one of the stereotypes of Italians overseas.

Italian migration involved millions of people, each with their own story and each with different experiences in their new country of residence. There are themes in common, but the Italian communities in each country grew differently and we do not know enough about these differences.

Acknowledging every aspect of our history will make us understand even more who and what we are, but we must do so in all honesty and there is much that those left in Italy do not know, much less understand.

Modern day Italy has forgotten why millions left the country, just as it has forgotten the financial contributions of these same migrants to the country which helped it recover from the last World War and the Italian products that migrants and their descendants now sell in their new countries. Few in Italy know and understand the challenges and the compromises that become part of starting a new life in another country.

These are all faces of Italian migration and therefore of Italian history but, as in all matters of History we must be brutally honest and we must finally recognize that even activities such as those in Slovakia and Australia are also part of our cultural heritage and pretending it does not exist is not a solution to the problem.

Il dolore eterno del Migrante – The Migrant’s never ending pain

Choose language: IT | EN

[vc_single_image image=”47643″ img_size=”full”]

Il dolore eterno del Migrante

La decisione di emigrare non è mai facile, ma per quanto sia sofferta, al momento di partire non si capisce mai il vero prezzo che paga chi lascia il paese per fare una vita nuova.
di Gianni Pezzano

La decisione di emigrare non è mai facile, ma per quanto sia sofferta, al momento di partire non si capisce mai il vero prezzo che paga chi lascia il paese per fare una vita nuova. Poi sarà la crudeltà del tempo a svelare il vero dolore dovuto alle lunghe distanze e a sentirlo non è sempre il migrante, ma anche i suoi figli e discendenti.

Dal telegramma al messaggio
Al risveglio sabato mattina ho trovato sul cellulare il messaggio che temevo sin dal primo giorno in Italia. Era deceduto zio Rocco, l’ultimo degli otto fratelli e sorelle di mio padre e con lui è andata a migliore vita un’intera generazione della parte paterna della mia famiglia. Non sarà l’ultimo messaggio del genere e non diventano mai meno dolorosi, anzi…

Passata la prima reazione di tristezza, che è aumentato da allora, mi sono ricordato dello strillo di mia madre quella sera di cinquant’anni fa all’arrivo del telegramma con la notizia della morte di nonno. Il cambio di tecnologia non ha fatto niente per ridurre il dolore.

Quella è stata la mia prima vera esperienza del dolore del migrante. Due anni prima i nonni materni erano venuti in Australia per trovare i nuovi generi e soprattutto i nipotini che conoscevano solo dalle pochissime parole nelle rare telefonate, e le foto scambiate nel lungo scambio di lettere tra mamma e nonna. Purtroppo non abbiamo mai conosciuto i nonni paterni. Nonno era già deceduto prima del matrimonio di mamma e papà ed ero troppo giovane per ricordare quando nonna l’ha seguito qualche anno dopo.

Funerali e commemorazioni
Per i figli del deceduto la notizia è resa ancora più dolorosa dalla consapevolezza che è quasi impossibile arrivare in Italia per il momento più fondamentale di queste occasioni, i funerali. Non sempre ci sono i soldi per comprare i biglietti, bisogna trovare un posto per poter partire immediatamente e, nel caso degli emigrati oltreoceano, anche la lunghezza del viaggio svolge un ruolo fondamentale per determinare se arriverai in tempo o no.

Poi, se il passaporto è scaduto, bisogna rinnovarlo d’urgenza, impossibile se la notizia arriva in un weekend e il tempo si allunga nel caso di cittadini italiani che devono anche mettere il visto  di residenza sul passaporto nuovo per poter rientrare nel paese di residenza.

Inevitabilmente, invece di partire, questo vuol dire organizzare una messa di suffragio. Ci sono famiglie all’estero che ancora seguono la tradizione di una volta in Italia per i decessi e, in un caso pochi anni fa in Australia, c’erano persino le urlatrici di una volta per l’entrata e l’uscita della bara sia alla messa, che al rosario in chiesa la sera prima.

Dopo di questo bisogna aspettare il prossimo viaggio in Italia per poter finalmente rendere il giusto omaggio al cimitero del paese. E a volte ci vogliono anni per poterlo fare.

Allo stesso modo la distanza impedisce all’immigrato di poter dare appoggio a parenti colpiti da malattie come abbiamo capito con la malattia mortale di mia cugina diciannovenne Marina. Ci siamo sentiti impotenti di non essere potuti stare vicino agli zii in quei mesi che sembravano allo stesso tempo eterni e brevissimi.

Gioia e dolore
Paradossalmente il dolore non si limita solo ai momenti tristi, ma in un modo inatteso anche ai momenti di gioia. La mancanza di genitori, zii e cugini dall’Italia nei matrimoni all’estero è sempre stata molto sentita e la lettura di messaggi di auguri e oggigiorno di messaggi via internet sullo schermo nella sala del ricevimento non potranno mai prendere il posto della presenza fisica dei parenti amati.

Di seguito, arriva il momento di tristezza in quel che di solito sono le occasioni più felici, la nascita dei figli perché i genitori non hanno l’occasione di presentare i pargoletti ai nonni e le neo madri non possono chiedere consigli alla madre negli inevitabili momenti difficili che ognuna incontra con il primo figlio.

Allo stesso modo, molti figli di emigrati non hanno l’opportunità di conoscere davvero i nonni che tutti sappiamo svolgono un ruolo essenziale nella vita di ciascuno di noi.

I cambi del tempo
Quando eventualmente si ritorna in Patria il migrante si rende conto del passaggio del tempo e capisce il resto del prezzo che ha dovuto pagare per la decisione di emigrare. Trova l’amato paese cambiato cosi tanto da essere irriconoscibile. Ma i cambiamenti più grandi si trovano nelle persone e le foto e le lettere non potranno mai servire come preavviso di quel che si troverà.

Nel caso di mia madre al ritorno al paese di nascita, ha rivisto la sorella minore che aveva una decina di anni quando era partita e l’ha ritrovata donna sposata con due figli. Benché si amassero tanto, era ovvio che quelle diffidenza naturale tra sorelle di una ventina di anni di differenza d’età era diventata ancora più grande e non è mai spartita del tutto per il resto delle loro vite.

Il migrante fa il giro del paese e non trova i luoghi preferiti di una volta, magari vuole andare al barbiere per fare i capelli e scopre che è in pensione, oppure che è passato a migliore vita. Senza scordare che probabilmente sono gli emigrati al loro ritorno che si rendono più conto dei cambiamenti enormi in Italia degli ultimi decenni.

Per noi figli di migranti quei viaggi diventano odissee di scoperte della famiglia, visite a parenti sconosciuti fino a quel punto e visite a cimiteri che fanno capire che la Storia della famiglia non era iniziata con l’arrivo nel nuovo paese come spesso può sembrare, ma risale a periodi ben più antichi.

Per chi ha pochi cugini a casa, scoprire i cugini nuovi in Italia è una vera sorpresa, ma poi capisci che c’è una barriera in mezzo, non per mancanza di amore famigliare, ma per motivi di lingua, usanze ed esperienze totalmente diverse da quelle del paese di residenza.

Naturalmente alla fine del viaggio ci sono gli scambi di promesse di mantenere i contatti, ma anche in questo la distanza si fa sentire e tra il fuso orario, gli studi, oppure il lavoro inevitabilmente i contatti sono relegati alle feste e le importanti occasioni di famiglia con telefonate brevi.

La vita non è eterna, ma per la natura delle sue esperienze, è il migrante quello che è più sensibile ai suoi effetti proprio perché i ritorni in Italia non sono regolari e li nota subito sui volti dei cari.

Due famiglie
Con i decenni i due rami della famiglia diventano due realtà totalmente diverse. Alcune riescono a mantenere contatti ma poi le naturali evoluzioni causate da matrimoni e le nuove generazioni con parenti non più italiani e la perdita della lingua italiana all’estero porta alla fine del rapporto effettivo tra le famiglie e anche questo può essere motivo di dolore

Però, l’esperienza dimostra che i nipotini degli immigrati vorranno sapere le proprie origini, sia italiana che altre. Così cominciano a fare le ricerche e ci sono casi in cui parenti di terzo, quarto e quinto grado ristabiliscono i contatti persi.

Questo ora sta diventando sempre più frequente e come paese dobbiamo cominciare a capire che bisogna aiutare questi nostri parenti e amici a ritrovare il loro passato che, in fondo, è anche il nostro. L’aver perso contatti non vuol dire non poter riprendere il discorso, anche perché ritrovare i parenti persi ci rende tutti più ricchi, in tutti i sensi.

[vc_separator style=”shadow” border_width=”6″]
[vc_single_image image=”47643″ img_size=”full”]

The Migrant’s never ending pain

The decision to migrate is never easy but, no matter how hard the decision, at the moment of departure we never understand the true price paid by those who leave a country for a new life
By Gianni Pezzano

The decision to migrate is never easy but, no matter how hard the decision, at the moment of departure we never understand the true price paid by those who leave a country for a new life. It will then be the cruelty of time that will uncover the true pain caused by long distances and the ones who feel it are not only the migrants, but also the children and descendants.

From telegrams to messages
When I woke up Saturday morning there was a message on my mobile phone that I had feared since the first day in Italy. My uncle Rocco had passed away, the last of my father’s eight brothers and sisters and with him an entire generation of the paternal side of my family ended. It will not be the last such message and they never become because less painful, in fact…

After the first moment of sadness, which has grown since then, I remembered my mother’s scream that evening fifty years ago when the telegram arrived to tell us of the death of nonno (grandfather). The change of technology has done nothing to reduce the pain.

That was my first true experience of the migrant’s pain. Two years before my maternal grandparents had come to Australia to meet the new in-laws and above all the grandchildren that they knew only from a few brief words in the rare telephone calls and the photos sent during the long exchange of letters between my mother and nonna (grandmother). Sadly I never met my paternal grandparents. Nonno had died before my parents’ wedding and I was too young to remember when nonna followed a few years later.

Funerals and commemorations
The news is made even more painful for the children of the deceased by the awareness that it is almost impossible to get to Italy in time for the most important moment of these occasions, the funeral. The money may not be there to pay for the ticket, you need to find a place on a plane to be able to leave immediately and, in the case of the migrants in other continents, the length of the trip is a deciding factor whether or not you arrive in time.

Then, if your passport has expired, you have to renew it urgently, impossible if the news arrives in the weekend and the time is longer for Italian citizens who must get the resident’s visa on the new passport to be able to reenter the country.

Inevitably, rather than leaving, this means organizing a mass in memory of the deceased. There are families overseas who still follow Italy’s old traditions for mourning and in one case a few years ago in Australia, there were even the urlatrici of years gone by, women who are paid to scream when the coffin enters and leaves the church at both the funeral and the Rosary the evening before.

After then it is a matter of waiting for the next trip to Italy to be able to finally making the proper homage at the cemetery of the hometown. At times years can go by.

In the same way distance blocks the migrant from being able to give support for relatives hit by illness as we understood with my nineteen year old cousin Marina’s fatal disease. We felt helpless that we could not be at the side of our uncle and aunt in those months that seemed to be brief and never ending at the same time.

Joy and pain
Paradoxically the pain is not limited only to sad moments but, unexpectedly, it is also felt at times of joy. The non absence of parents, uncles, aunts and cousins from Italy at weddings overseas is always sorely felt and the reading of messages and nowadays of video messages via internet shown on a screen during the reception can never take the place of the physical presence of cherished relatives.

Subsequently, there is also a moment of sadness in what are usually joyous occasions, the births of the children, because the parents cannot present the new born child to the grandparents and the new mothers cannot ask their mothers for advice in those inevitable difficult times that each one has with the first child.

In the same manner many children of migrants never had the chance to truly know their grandparents who, as we all know, play an essential role in all our lives.

The changes of time
Eventually when the migrant returns to his homeland he realizes the passage of time and understands the full price he had to pay for having decided to migrate. He finds his beloved town changed so much that it is now unrecognizable. But the greatest changes are those of the people that photos and letters can never show as advance warning.

In the case of my mother, when she returned to her hometown she saw once more her younger sister who was only ten years of age when she left, but she found a married woman with two children, Although they loved each other very much, it was obvious that the natural diffidence between sisters born twenty years apart was even greater and never totally disappeared for the rest of their lives.

The migrant walks around the town and can no longer find the favourite places of years gone by and he may want to go to former barber for a haircut and discovers that he is retired, or has passed on. Without forgetting that migrants on their return are probably the ones who notice most the enormous changes in Italy over the last few decades.

For we children of migrants those trips become voyages of discovery of the family, visiting relatives that were unknown until then and visiting cemeteries which make us understand that the family History did not begin with the arrival in the new country as it usually seems, but goes back to much more ancient periods.

For those with few cousins at home, discovering new cousins in Italy is a real surprise, but then you understand that there is a barrier between the cousins, not for lack of family love, but for reasons of language and habits and experience that are very different from those in the country of residence.

Naturally, at the end of the trip there are promises to keep in touch, but here again the distance makes itself felt and between the time difference, studies or work, inexorably the contacts are made during the holidays and important family occasions with brief phone calls.

Life is not eternal but due to the nature of their life experiences migrants are those which are most sensitive to its effects because the return trips to Italy are not regular and they quickly notice the changes on the faces of their loved ones.

Two families
With the decades the two branches of the families become two totally different realities. Some manage to keep in touch, but then the natural developments caused by marriages and the new generations with relatives that are no longer Italian and the loss of the Italian language overseas brings about the effective end of the relationships between the families and this too is a cause of pain.

However, experience shows that the descendants of migrants will want to know their roots, whether Italian or others. So they begin researching and there are cases of relatives of third, fourth and fifth degree who re-establish the lost contacts.

This is now happening more often and as a country we must begin to understand that we must help our relatives and friends to rediscover their past which is, deep down, also ours.  The fact we have lost touch does not mean that we cannot reestablish the contact, also because finding our relatives once again makes us all richer, in every way.

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
redazione@thedailycases.com