I Tamburi e le Bandiere – The Drums and the Flags

di emigrazione e di matrimoni

I Tamburi e le Bandiere

In un anno normale da mesi ormai ogni sera in tante città italiane si sarebbero sentiti gruppi di tamburi e chiarini e in piazzette e cortili si sarebbero visto altri gruppi allenarsi con bastoni e bandiere

Sappiamo tutti che l’emergenza Covid-19 ha cambiato drasticamente la vita in tutto in mondo, in ogni suo aspetto. In Italia l’emergenza ha voluto dire cancellare per quest’anno moltissime manifestazioni che durano almeno da decenni, e in un caso celebre da secoli, e che hanno segnato la vita di molte città, in modo particolare le città medioevali.

Perciò, vogliamo vedere cosa vogliono dire queste manifestazioni, non solo per l’economia e la qualità di vita di queste città, ma specialmente come possono offrire una rampa di lancio importante per il futuro attirando turisti da tutto il mondo per vedere un aspetto del nostro paese che pochi conoscono all’estero.

In un anno normale da mesi ormai ogni sera in tante città italiane si sarebbero sentiti gruppi di tamburi e chiarini e in piazzette e cortili si sarebbero visto altri gruppi allenarsi con bastoni e bandiere. Questi allenamenti sono la parte più evidente della stagione che doveva essere già iniziata in Italia. Siena, Faenza, Ascoli, Foligno, Città di Castello e Sulmona, per ricordarne soltanto alcune, sono città che di solito ospitano Pali di qualche genere, purtroppo quest’anno non sarà possibile vedere queste manifestazioni davvero bellissime.

Naturalmente il più famoso e indubbiamente il più appassionante è il Palio di Siena, sia per una cornice medioevale perfetta per l’occasione che per la rivalità tra contrade dove chi non partecipa in un’edizione fa la sua parte ad opporsi al rivale storico. I riti e le contestazioni al Palio senese riflettono le rivalità medioevali nella città.

Ogni Palio è l’occasione per mettere in mostra nel mondo la Storia di città cha hanno scritto capitoli della Storia d’Italia. Faenza, per esempio, una città non molto conosciuta all’estero ma che ha i suoi concittadini persino nella Divina Commedia, non è l’unica città dove i rioni mettono in mostra gli stemmi delle loro famiglie aristocratiche nei cortei che marciano fieramente verso ogni appuntamento del Palio del Niballo della città.

Non tutti i Pali sono corse di cavalli ed in alcuni casi non sono coinvolti nemmeno questi, come ad Alba dove gli animali protagonisti sono asini. Si va dalla corsa semplice come quella di Siena, a Quintane, Giostre, gare con anelli e così via. Ogni gara ha le sue caratteristiche e ognuno ha la sua preferita. E poi c’è anche il Palio delle Quattro Repubbliche Marinare che ovviamente coinvolge scafi.

Ma il Palio non è soltanto una gara di sport storico. Ogni Palio è un contesto che non solo ci permette di rivedere il passato, ma ci dà l’opportunità, anzi l’incentivo, di non perdere tradizioni e tecniche che senza i Pali rischierebbero di sparire. Queste tradizioni iniziano con quelle legate ai costumi.

Le contrade, i rioni e gli altri quartieri che ne fanno parte cercano di mettere in mostra la Storia e i dettagli che rendono ogni città italiana unica. Per poter fornire questi costumi per le sfilate storiche bisogna avere varie squadre che lavorano per tutto l’anno per ricreare i vestiti, le armature e le armi di una volta.

Nel caso dei costumi si parte dallo studio dei quadri e ritratti d’epoca per riprendere colori e disegni, si continua poi tramite gli archivi storici per documenti e racconti che descrivono quali materiali venivano utilizzati e come. Poi arriva la parte più impegnativa, quella di mettere insieme il tutto e di far tornare alla luce mode e stili che non si vedevano da secoli. Lo stesso discorso vale per le armi e le ricreazioni di vecchi stili di combattimento e di arti come la falconeria che caratterizzavano la vita dei ricchi e potenti di quel periodo.

La preparazione dei costumi mantiene in vita metodi e tecniche secolari di disegno e lavorazioni dei materiali. Nelle città che più tengono al loro passato i costumi sono tutti fatti a mano, in ogni dettaglio un capolavoro degli antichi mestieri tessili. Come anche le scarpe, riproduzioni fedeli dei modelli originali. 

Nel frattempo i diretti interessati si preparano. I fantini a conoscere, ad allenare i loro cavalli e animali per gli sforzi necessari a sostenere le gare. Ogni tipo di gara utilizza tecniche e animali diversi, ma i fantini spesso partecipano a più Pali e non è un caso che un controllo dei nomi dei fantini di ogni Palio troverebbe gli stessi nomi ripetersi di gara in gara. Soltanto i migliori vengono scelti e i loro servizi sono molto ricercati e la loro retribuzione non è soltanto nella forma dei trofei vinti.

Ma i fantini e i loro animali non sono gli unici elementi in competizione durante la stagione dei Pali. Anche gli sbandieratori sono in gara e la competizione tra di loro non è meno agguerrita di quella tra i fantini. Il pubblico festeggia ogni mossa buona dei suoi beniamini come prende in giro ogni sbaglio dei rioni e contrade avversari. I trofei degli sbandieratori hanno luoghi d’onore nelle sedi rionali quasi alla pari di quelli dei loro fantini. E le gare tra i ragazzi in costume non è da sottovalutare, e il premio per la miglior Dama del Palio è ambito ovunque.

Queste rievocazioni storiche dimostrano una faccia delle generazioni che hanno dato gloria al nostro paese. I ricordi e le lodi al nostro Medioevo e Rinascimento ci fanno ricordare una grande parte di quel che rende la nostra Cultura unica e ricchissima. Perciò questi eventi non sono da mantenere semplicemente per continuare in forma quasi innocua rivalità antiche, ma perché potrebbero svolgere un ruolo altrettanto importante per la promozione del nostro paese.

Con l’eccezione di Siena i Pali sono poco conosciuti all’estero, però hanno il potenziale di attirare turisti che poi non vedrebbero solo le gare agonistiche. Nell’andare ad assistere a queste gare i turisti avrebbero l’opportunità di vedere e godere zone che di solito hanno un numero limitato di turisti quando paragonati a Roma, Firenze e Venezia che sono, senza alcun dubbio, le città italiane più conosciute all’estero e dunque più visitate dai turisti.

Chi va a vedere Pali a Faenza, Ferrara, Alba, San Sepolcro, Teramo e tutte le altre città con feste medioevali, vedrebbe musei, gallerie e rocche, conoscerebbe nuovi piatti e prodotti regionali, ne assaggerebbe vini che spesso non escono dalle zone e capirebbe che i tesori culturali italiani non sono limitati ai tre grandi centri nominati, ma si trovano sparsi per tutto il paese. Chi fa il giro delle sedi dei rioni e delle contrade vedrebbe feste medioevali e mostre che presentano al mondo moderno la vita di una volta. La vita che ha dato luce a queste città bellissime, a opere d’arte straordinarie e anche a guerre feroci che hanno fatto la Storia non solo d’Italia, ma in molti casi anche del mondo.

Questi turisti vedrebbero i centri storici dei Pali al loro meglio, dove le piazze diventano le migliori cornici per i lavori dei rioni per le sfilate storiche e i Pali stessi. Chi va a Piazza del Campo a Siena per il Palio capirebbe all’istante una parte della realtà del passato della città. Chi va a vedere la gara della bandiera in Piazza del Popolo a Faenza le notti del weekend prima del Palio del Niballo, vedrebbe la vera bellezza di una Piazza poco conosciuta fuori della zona.

Purtroppo, ogni Palio ha i suoi critici, per esempio c’è chi non sopporta la confusione dei giorni di gara, chi mette in dubbio la veracità di certe gare, ma in fondo pochi possono negare che i Pali abbiano un impatto notevole sulle città.

Si, i Pali possono far molto per attirare nuovi turisti al Bel Paese ed è ora che siano promossi all’estero come meriterebbero. Ma non dimentichiamoci che non sono l’unica cosa nel nostro paese degna dei turisti. Cominciamo a guardare bene quel che abbiamo perché il futuro d’Italia dipenderà moltissimo dalla nostra capacità di attirare turisti internazionali e non solo perché i soldi che porterebbero nel paese servono per conservare quel che rischiamo di perdere per mancanza di fondi. 

È ora che l’Italia programmi bene il suo futuro, partendo anche dal fare crescere notevolmente il numero di turisti internazionali, non tanto ai tre grandi centri tradizionali, Roma, Firenze e Venezia, ma in città importanti che meritano un numero di turisti molto più grande perché il loro contributo al nostro passato fu molto più grande di quel che molti all’estero sanno.

Infine, che posto meglio che i Pali per far capire ai discendenti dei nostri emigrati all’estero la vera ricchezza della nostra, e quindi la loro Cultura, di vedere queste città al loro meglio, di guardare la bravura dei fantini, di sentire il rullo dei tamburi e di vedere volare in alto le bandiere di ragazzi che mantengono in vita tradizioni e capacità che sono solamente italiane.

 

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The Drums and the Flags

In a normal year many Italian cities would have been heard for months the sound of drums and clarions and would have seen other groups training with sticks and flags in small squares and courtyards.

We all know that the Covid-19 emergency has changed life drastically around the world in every way. In Italy the emergency has meant many events were cancelled for this year that have lasted for at least decades, and in one famous case for centuries, and marked the life of many cities, specifically the medieval cities.

Therefore, we want to look at what these events mean, not only for the economy and the quality of life of these cities, but especially how they can be a major launching pad for the future by attracting tourists from around the world to see an aspect of our country that few know overseas.

(Translator’s note: words such as rioni and contrade all mean quarters/suburbs of cities and I have kept these in the article to show how customs change from city to city in Italy)

In a normal year many Italian cities would have been heard for months the sound of drums and clarions and would have seen other groups training with sticks and flags in small squares and courtyards. This training is the most evident part of the season that should have already started in Italy. Siena, Faenza, Ascoli, Foligno, Città di Castello and Sulmona, to name only a few, are cities which usually host some type of Palio, sadly it will not be possible to see these truly beautiful events this year.

Naturally the most and famous and undoubtedly the most exciting is the Palio di Siena, for both its perfect medieval setting and for the rivalry between the contrade where those who do not take part in an edition do their best to oppose their historic rivals. The rites and controversies of Siena’s Palio reflect the city’s medieval rivalries.

Each Palio is the occasion to show the world the history of cities that have written chapters of Italy’s history. Faenza, for example, a city that is little known overseas but has had citizens that can even be found in the Dante’s Divine Comedy, is not the only city where the rioni put on show the coats of arms of their aristocratic families in the processions that proudly march towards every appointment of the city’s Palio del Niballo.

Not all the Palios are horse races and in some cases not even these animals are involved, like in Alba where donkeys are the protagonists. They go from simple races such as at Siena, to quintane (quintaines), jousts, competitions with rings as targets and so forth. And then there is also the Palio delle Quattro Repubbliche Marinare (of the four Maritime Republics) which obviously involves boats.

But the Palio is not only a historic sport’s event. Each Palio is in a context that not only lets us glimpse the past but it gives us the opportunity, indeed the incentive, to not lose traditions and techniques that we would risk disappearing without them. These traditions start with those connected to the costumes.

The contrade, the rioni and the other districts that take part try to put on show the history and the details that make every Italian city unique. In order to provide these costumes for the historical parades there have to be a number of teams that work for all the year to recreate clothes, armour and the weapons of the past.

In the case of the costumes the work starts with the study of paintings and portraits from the period to take up the colours and the designs which then continues through the historical archives for the documents and the stories that describe which materials were used and how.  And then comes the most demanding part, putting everything together and to bring back to life fashions and styles that had not been seen for centuries. This is also true for the weapons and the recreation of ancient styles of fighting and arts such as falconry which characterized the lives of the rich and the powerful during that period.

The preparation of the costumes keeps alive centuries old methods and techniques of design and processing of the materials. In the cities that care most for their past the costumes are made by hand, in every detail a masterpiece of ancient textile crafts. Just like the shoes which are faithful reproductions of the original models.

In the mean time those directly involved get ready. The horsemen to get to know and train their horses and the animals for the efforts needed to endure the competitions.  Each type of competition uses different techniques and animals but the horsemen often participate in a number of Palios and it is no coincidence that if we checked the names of the horsemen of each one we would find the same names repeated in event after event. Only the best are chosen and their services are much sought after and their remuneration is not only in the form of the winner’s trophies.

But the horsemen and their animals are not the only elements in competition during the season of the Palios. The sbandieratori (flag throwers) are also in competition and this is no less fierce than that between the horsemen. The public cheers every good move by their favourites just as it mocks every mistake by their rival rioni and contrade. The sbandieratori’s trophies have places of honour in the headquarters of the districts almost on a par with that of their horsemen. And the competition between the people in costume is not to be underestimated and the prize for the best Lady of the Palio is coveted everywhere.

These historical re-enactments show us a face of the generations that gave glory to our country. The memories and the praise of our medieval period and the Renaissance let us remember a large part of what made our Culture unique and very rich. Therefore, these events are not to be kept simply to continue ancient rivalries in an almost harmless form but because they could play an equally important role for the promotion of our country.

With the exception of Siena, the Palios are little known overseas, however, they have the potential to attract tourists which would then see not only the competitions. When they come to watch these events tourists would have the opportunity to see and enjoy areas that usually have limited numbers of tourists when compared to Rome, Florence and Venice which are without doubt the Italian cities best known overseas and therefore most visited by tourists.

Those who go to see Palios in Faenza, Ferrara, Alba, San Sepolcro, Teramo and all the other cities with medieval festivals would see museums, art galleries and fortresses, they would get to know new dishes and regional products, they would taste wines that often do not leave the areas and they would understand that Italy’s cultural treasures are not limited only to the three great centres names but are spread throughout the country. Those who do the rounds of the headquarters of the rioni and the contrade would see medieval feasts and exhibitions which present to today’s world the life of times gone by. The life that gave birth to these beautiful cities and extraordinary works of art and also ferocious wars that made not only Italy’s’ history but in many cases also the world’s.

These tourists would see historic city centres at their best, when the piazze become the best settings for the work of the rioni for the historical parades and the Palios themselves. Those who go to the Piazza del Campo in Siena for the Palio would immediately understand a part of the reality of the city’s past. Those who go to see the exhibitions of the flags in Piazza del Popolo in Faenza on the evenings of the weekend before the Palio would see the true beauty of a Piazza that is little known outside the area.

Sadly every Palio has its critics, for example those who cannot stand the confusion of the days of the event and those who doubt the veracity of certain competitions but basically few can deny that the Palios have had a considerable impact on the cities.

Yes, the Palios can do much more to attract new tourists to Italy and it is time they are promoted overseas as they deserve. But let us not forget that they are not the only things in our country that deserve tourists. Let us start by looking closely at what we have because Italy’s future will depend very much on our capacity to attract international tourists and not only because the money they would bring are needed for preserving that we risk losing due to lack of funds.

It is time for Italy to programme its future well, also starting by significantly increasing the number of international tourists, not so much to the three great traditional centres, Rome, Florence and Venice, but in major cities that deserve a much bigger share of tourists because their contribution to our past was much greater that what many people overseas know.

Finally, what better place than the Palios to make the descendants of our migrants overseas understand the true wealth of our and therefore their Culture, than seeing these cities at their best, to see the skills of the horsemen, to hear the roll of the drums and to see the flags flying high from the hands of young people who keep alive traditions and skills that are purely Italian.

Dove lo Stato non arriva – Where the State does not reach

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Dove lo Stato non arriva

Troppo spesso chi va all’estero non si rende conto che lo Stato Italiano finisce al confine con pochissimi poteri in altri paesi

Non desideriamo entrare in tema di un caso recente che ha suscitato molto clamore nel paese, ma vogliamo trattare un tema che, nel corso di molti anni, è sempre stato attuale in Italia perché più volte nostri concittadini sono stati ostaggi in paesi stranieri.

 Per questo motivo desideriamo fare qualche riflessione sui poteri di qualsiasi governo democratico quando i suoi cittadini sono in pericolo all’estero e in modo particolare capire che esistono limiti a quel che i moderni governi democratici possono fare, e che dobbiamo ricordare ogni volta che leggiamo di casi non solo come il caso recente ma come molte altre volte nel passato.

 È strano come il detto italiano “Paese che vai usanza che trovi” in inglese si dica “When in Rome do as the Romans do”, cioè quando sei a Roma fai come i Romani. Ed è ancor più strano vedere come spesso molti italiani in viaggio all’estero pensino di poter fare come se fossero a Roma. Troppo spesso chi va all’estero non si rende conto che lo Stato Italiano finisce al confine con pochissimi poteri in altri paesi.

 Nel corso degli anni abbiamo avuto molti casi di cittadini italiani coinvolti in situazioni difficili e pericolose come qualche anno fa due nostri concittadini furono uccisi in Libia. Non dimentichiamo poi il caso dei Marò in India coinvolti in una vicenda che, purtroppo come spesso accade in casi del genere, si è trasformato in un conflitto politico in Italia quando casi del genere dovrebbero essere apartitici, oppure il caso tragico e mortale di Giulio Regeni in Egitto che si è trovato in mezzo a una lotta tra poteri politici locali, occulti e non.

 Inevitabilmente nel corso di interviste sui giornali e nei programmi televisivi sentiamo l’accusa delle famiglie rimaste in Italia, come anche da politici in cerca di alzare il profilo, che dicono che “lo Stato è assente”. Frasi del genere sono naturali per chi ha paura per i propri cari, però chi guarda questi programmi e chi fa le interviste e dunque, almeno in teoria, è neutrale, dovrebbe farsi un’altra domanda riguardo lo “Stato”. Cosa può fare lo Stato oltre i confini con i limiti della legge internazionale e la sovranità nazionale dei paesi coinvolti? Aggiungo poi la frase che è di rigore in queste situazioni, almeno apertamente?

 Pretendiamo che chi viene in Italia sia soggetto alla legge italiana e rispetti le nostre istituzioni ed è giusto. Proprio per questo motivo nessuno Stato può comportarsi in modo opposto. La sovranità nazionale impone questo rispetto verso altri paesi e come paese abbiamo l’obbligo di rispettare questo concetto che è alla base del diritto internazionale.

 È peggio ancora in paesi in subbuglio come la Libia o l’Egitto e altri paesi africani dove esistono non solo le forze di fazioni politiche in lotta tra di loro per essere riconosciute come governo nazionale legittimo, gruppi di fanatici religiosi, e anche bande criminali che sfruttano il caos per motivi di puro guadagno. Questo è il motivo per cui i vari Ministeri degli Affari Esteri nei paesi avanzati rilasciano avvisi ai cittadini per avvertirli dei seri pericoli a cui vanno incontro nelle zone di conflitto. Disgraziatamente, come abbiamo visto, ci sono quei cittadini che non danno retta a questi avvisi.

 Mentre assistevamo a questi drammi, pochi si saranno ricordati di un caso di ostaggi che mise in ginocchio diplomaticamente il paese più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America.

Nel 1979, in seguito della Rivoluzione Sciita in Iran, un gruppo di studenti universitari decise di fare un gesto contro quel che loro consideravano il “Grande Satana” prendendo in ostaggio oltre 60 persone tra diplomatici, guardie e altri membri dell’ambasciata americana a Teheran. Il dramma durò due anni e vide anche un tentativo disastroso di salvataggio degli ostaggi da parte delle Forze Speciali americane, che finì nel deserto iraniano con un incidente d’atterraggio che uccise alcuni soldati.

 Questa vicenda dimostrò chiaramente i limiti imposti al potere di un singolo stato. Gli Stati Uniti risposero a un atto illegittimo con un altro atto illegittimo e le scene degli ostaggi fecero il giro del mondo e tutto diventò ancora peggio dopo il rilascio delle immagini degli elicotteri distrutti nel deserto del tentativo fallito. Non solo quell’incidente costò al Presidente Jimmy Carter un secondo mandato, ma segnò un passo importante del comportamento di paesi avanzati in drammi del genere.

 Nel caso di ostaggi, che cadano in mani di governi instabili, gruppi terroristici, oppure bande criminali, i governi nazionali non possono permettersi di agire in modo aperto, ma tramite i servizi segreti e i loro contatti nei paesi coinvolti. Come abbiamo visto e capito in queste ultime settimane, per la loro natura questi contatti sono discreti e coperti da altissimi livelli di segretezza. Perciò spesso sembra che i governi non facciano niente.

 Dopo il disastro in Iran i governi nazionali esitano nell’inviare truppe speciali, sia per motivi logistici, sia per il pericolo vero di rischiare di più la vita degli ostaggi, senza dimenticare gli effetti diplomatici se tali tentativi dovessero fallire. Naturalmente ci sono anche le voci di riscatti pagati per la liberazione di vari ostaggi nel corso degli anni. Raramente queste voci sono confermate e per un motivo molto semplice, la conferma di pagamento non fa altro che incoraggiare altre bande criminali a compiere sequestri di cittadini di paesi che hanno pagato in passato.

 Per quanto sia emotivo e senza entrare nei dettagli delle accuse, il caso dei Marò italiani in India non è mai stato un caso di imbrogli diplomatici. Per motivi di sovranità nazionale e per il rispetto delle istituzioni di un paese sovrano, nel momento in cui i due militari si sono trovati imputati sono stati condannati a subire le procedure del sistema giudiziario indiano. La situazione fu peggiore per loro, perché si trovavano in uno stato indiano durante una campagna elettorale dove il partito di maggioranza era ultranazionalista e voleva sfruttare le circostanze.

 In questi casi le trattative diplomatiche sono particolarmente delicate perché devono rispettare tutti i livelli dello stato di diritto. Per quanto fosse doloroso per noi italiani vedere i malumori e i problemi creati a nostri militari dall’incidente in alto mare, lo Stato italiano era costretto a riconoscere e rispettare gli obblighi delle leggi in vigore. Per fortuna i due paesi hanno accettato un arbitrato internazionale e speriamo tutti che il caso si possa chiudere al più presto e nel migliore dei modi.

 Per la loro natura questi casi hanno sempre un profilo altissimo nei giornali e nei notiziari televisivi, purtroppo ci sono politici sempre pronti a utilizzarli per promuovere i propri programmi politici. Però, dovrebbero essere situazioni da considerare e trattare in modo nazionale e unito perché in fondo toccano temi delicati con potenziali conseguenze inattese. Per esempio, se non rispettiamo le leggi locali come facciamo a pretendere che cittadini stranieri rispettino le nostre quando sono in Italia?

 Lo Stato, e con questo intendo tutti gli Stati sovrani e non soltanto la nostra Italia, non ha poteri illimitati e oltre i confini questi poteri diminuiscono ancora di più. I governi nazionali sono tenuti a rispettare le leggi internazionali come i loro cittadini sono tenuti a rispettare le leggi nazionali. Qualsiasi atto contro queste leggi non fa altro che indebolirle e umiliare il paese che le infrange.

 La prossima volta che vediamo un caso del genere e sentiamo la frase “lo Stato è assente” pensiamo un momento prima di rispondere. In realtà, all’estero lo Stato può fare poco legittimamente e ricordiamocelo quando decidiamo di andare in posti di alto pericolo perché nessuno possa diventare il prossimo caso internazionale.

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Where the State does not reach

Too often those who travel overseas do not realize that the Italian State ends at its border and has very few powers in other countries.

We have not want to enter into the subject of the recent case that caused a lot of hype in Italy but we want to deal with an issue that in recent years has always been current in Italy because a number of times our fellow citizens have been hostages in foreign countries.

 For this reason we wish to reflect on the powers of any democratic government when its citizens are in danger overseas and especially to understand that there are limits to what modern democratic governments can do, and that we must remember every time we read of cases not only like the recent case but like many other times in the past.

 It is strange for Italians to know that English language speakers use the saying “When in Rome do as the Romans do”. And it is even stranger that often many Italians travelling overseas think they can act as if they were in Rome. All too often those who travel overseas do not realize that the Italian State ends at its border and has very few powers in other countries.

 Over the years we have seen many cases of Italian citizens involved in difficult and dangerous situations such as the two Italian citizens killed in Libya a few years ago. Nor do we forget the case of the two Italian Marines involved in a matter that, sadly as often happens in such cases, became a political battle in Italy when cases such as these should be non-partisan, nor the tragic case of Giulio Regeni in Egypt who found himself in the middle of a struggle between local political powers, hidden and otherwise.

 Inevitably during the interviews in the newspapers and TV programmes we hear the accusations of the families in Italy, as well as those by politicians looking to raise their profiles, who say that “the State is absent”. Phrases such as these is natural from those who are scared for their loved ones, however, those who watch these television programmes and those who do the interviews and therefore are neutral, at least theoretically, should ask themselves another question about the “State”. What can the State do beyond its borders with the limits of international law and national sovereignty of the countries involved? I will add another phrase that is de rigeur in these situations, at least openly?

 We demand that those who come to Italy be subject to Italian law and respect our institutions and this is proper. And it is for this very reason that no State can behave in the opposite way. National sovereignty requires this respect towards other countries and as a country we have an obligation to respect this concept which is the foundation of international law.

 The situation is even  worse in countries in turmoil such as Libya and Egypt and other African countries where there are not only the forces of the political factions fighting to be recognized as the legitimate national government, groups of religious fanatics and also criminal gangs that exploit the chaos for reasons of pure profit. This is the reason that the various Foreign Ministries in the advanced countries issue warnings to their citizens to advise them of serious dangers they could find in areas of conflict. Unfortunately, as we have seen, there are citizens who do not heed this advice.

 As we watch these dramas, few will remember a case of hostages that brought the world’s most powerful country, the United States, to its knees diplomatically.

 Following the 1979 Shiite Revolution in Iran, a group of university students decided to make a gesture against what they considered the “Great Satan” by taking more than 60 hostages in the American embassy in Teheran, including diplomats, guards and other staff. The drama lasted two years and also saw a disastrous attempt to save the hostages by America’s Special Forces which ended in the Iranian desert with a landing accident that killed some soldiers.

 The matter clearly showed the limits imposed by the powers of a single state. The United States answered an illegitimate act with another illegitimate act and the scenes of the hostages went around the world and everything became even worse after the release of the photos of the helicopters destroyed in the desert by the failed mission. This incident not only cost President Jimmy Carter a second term but it also marked a major step in the behaviour of advanced countries in dramas such as these.

 In the case of hostages that fall into the hands of unstable governments, terrorist groups, or criminal gangs, the national governments cannot allow themselves to act openly but through the secret services and their contacts in the countries involved. As we saw and understood during these recent weeks, by their very nature these contact are discrete and covered by very high levels of secrecy. Therefore it often seems the governments are doing nothing.

 Since the disaster in Iran national governments have hesitated to send Special Forces, both for logistics reasons and for the real danger of risking even more the lives of the hostages, without forgetting the diplomatic effects should these attempts fail. Naturally over the years there have also been rumours of ransoms paid for the liberation of various hostages. These rumours are rarely confirmed and for a very simple reason, the confirmation of a payment only encourages other criminal gangs to kidnap citizens of countries that paid in the past.

 As emotional as it was and without entering into the details of the accusations, the case of the Italian Marines in India was never a case of diplomatic tangles. For reasons of national sovereignty and for respect for institutions of a sovereign country, the moment the two Italian soldiers were indicted they were condemned to undergoing the procedures of the Indian legal system. The situation was worse for them because they were in an Indian state during an election campaign where the majority party was ultranationalist and wanted to take advantage of the situation.

 In these cases the diplomatic negotiations are particularly delicate because they must respect all the levels of the rule of law. As much as it was painful for us Italians to see the unrest and the problems created for our soldiers after the incident on the high seas, the Italian State was required to recognize and respect the obligations of the laws in force. Luckily, the two countries accepted international arbitration and we all hope that case will close soon and in the best way possible.

 By their very nature these cases always have a very high profile in the newspapers and TV news services, unfortunately there are always politicians ready to use them to promote their own political agendas. However, these cases should be considered and dealt with in a national and united way because basically they touch upon delicate issues with unexpected potential consequences. For example, if we do not respect local laws how can we expect foreign citizens to respect our laws when they are in Italy?

 The State, and by this I mean all the sovereign States and not only our Italy, do not have unlimited powers and they decrease even more beyond their borders. National governments are required to respect international law, just as their citizens are required to respect national laws. Any act against these laws only weakens and humiliates the country that breaks them.

 The next time we see a case such as this and we hear the phrase “the State is absent” let us think for a moment before answering. In reality, the State can do little overseas legitimately and let us remember this when we decide to go to places of high risk so that nobody can become the next international case.

Gli altri campi di battaglia – Other Fields of Battle

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Gli altri campi di battaglia

I tifosi di solito non si rendono conto che il campo di calcio è diventato il nuovo campo di battaglia di lotte interne che spesso durano da secoli, non solo in Italia, ma anche in tutta Europa

Mentre aspettiamo il ritorno del campionato di calcio di Serie A in Italia facciamo due riflessioni sulle tifoserie. Il calcio è senza dubbio lo sport più popolare non solo in Italia ma anche nel mondo e quindi le tifoserie hanno un ruolo importante nello sport, sia come spettacolo che come appoggio.

Purtroppo, le tifoserie hanno anche creato problemi per le grandi società ed è giusto che diamo un’occhiata anche a questi aspetti che non raramente si trovano non solo nelle pagine sportive dei giornali, ma anche nelle pagine politiche e persino quelle di cronaca nera.

Un giorno Marco, un amico perugino, mi disse che quando era giovane il padre gli proibiva di seguire il suo Perugia nella trasferta di Arezzo. “Troppe baruffe in quella partita”, era la spiegazione del padre al figlio tifoso. “Guelfi contro Ghibellini?” gli ho chiesto tra il serio e il faceto. “Certo,” mi ha detto Marco con un sorriso prima di dire orgogliosamente, “E noi perugini eravamo Guelfi!”.

Penso spesso a quelle parole quando si parla del tifo calcistico perché i tifosi di solito non si rendono conto che il campo di calcio è diventato il nuovo campo di battaglia di lotte interne che spesso durano da secoli, non solo in Italia, ma anche in tutta Europa.

Nel suo libro “La Tribù del calcio”, il celebre antropologo Desmond Morris descrive le tifoserie di vari paesi. In questo libro Morris dimostra come le tifoserie si comportano come tribù primitive dove gli allenatori sono gli sciamani, i calciatori sono i guerrieri e i cori dei tifosi sono come canti di battaglia delle tribù.

Eppure, quando parliamo di tifo calcistico ci vengono in mente i colori delle squadre e non pensiamo alle lotte, in tutti i sensi, e che i vari derby come Juventus-Torino, Roma-Lazio, Inter-Milan per ricordare i più celebri, riflettono le differenze nelle città. Il caso classico è a Roma dove fino a poco tempo fa le tifoserie erano divise da idee politiche, oltre che dall’antagonismo sportivo.

Nel vedere le cronache degli scontri tra tifoserie spesso non ci rendiamo conto che queste contese sportive, non sono solo un luogo per prendere in giro e beffare i tifosi dell’altra squadra, ma presentano anche l’opportunità di esprimere dissenso politico, o sociale.

Il calcio spagnolo ci fornisce un esempio classico della contrapposizione tra Storia e sport dove il fulcro della situazione è il Real Madrid, non solo la squadra più famosa e titolata del paese, ma anche il simbolo della Castiglia che domina il paese ed era la squadra del Caudillo durante la dittatura franchista.

In questo paese due tifoserie vedono le partite con il Real Madrid come l’opportunità di esprimere le loro ambizioni di indipendenza. Ci vuole poco per capire che queste squadre sono il Barcellona per la Catalogna e l’Athletic Bilbao per i Baschi. Durante la dittatura queste tifoserie non potevano nemmeno parlare le proprie lingue, ma solo la lingua nazionale, il castigliano di Madrid. Per chi si sia mai chiesto perché l’Athletic ha un nome inglese, il motivo è semplice. Questo era l’unico modo di giocare senza utilizzare una parola spagnola, dunque evitando il divieto franchista della lingua basca.

Con la richiesta sempre più insistente di questi due gruppi di avere stati indipendenti, il campo di calcio è diventato il teatro delle espressioni sempre più entusiaste delle proprie origini. Ora le partite non solo incitano i giocatori, ma con il ritorno della democrazia i tifosi hanno finalmente l’opportunità di sventolare apertamente le loro bandiere e di mostrare tutto il loro orgoglio delle loro origini.

C’è stata una dimostrazione divertente di queste ambizioni nazionalistiche catalane durante Argillà, la manifestazione della ceramica a Faenza in settembre due anni fa, dove quasi tutti gli espositori spagnoli hanno cancellato la parola “Spagna” dalle tende, rimpiazzandola a mano con “Catalunya”.

Ma le tracce più sorprendenti di rivalità storiche si trovano nel paese di nascita del “fair play”, il Regno Unito.

I più importanti derby scozzesi Celtic-Rangers a Glasgow e Hearts-Hibernian a Edimburgo sono partite tra tifoserie cattoliche e protestanti, e riflettono le guerre secolari tra l’Inghilterra e la Scozia. Infatti, la rivalità tra le due società di Glasgow sono cosí intense che ci sono stati morti nel passato. Una volta l’inglese Paul Gascoigne, l’ex giocatore della Lazio, si trovò implicato in una controversia dopo aver segnato per il Rangers protestante contro il Celtic cattolico. Gascoigne festeggiò la rete facendo il gesto del pifferaio, un gesto apertamente protestante e di gran significato storico destinato a infuriare i tifosi rivali cattolici. Il giorno dopo fu costretto a chiederne scusa.

Ma queste differenze religiose non esistono solo in Scozia. In Inghilterra il Manchester United e il Liverpool hanno in comune non solo il rosso delle casacche, ma anche la religione cattolica. Invece il blu dei loro rivali cittadini il Manchester City e l’Everton riflette il loro protestantesimo. Queste rivalità sportive di base storica si riflettono in altri paesi, come tra i francofoni Valloni contri i Fiamminghi che parlano l’olandese in Belgio, oppure il sud cattolico della Germania, rappresentato dal Bayern Monaco, contro il nord Protestante.   

Naturalmente la Storia fornisce altre rivalità, come le partite in campo Europeo tra squadre greche e le squadre del paese che per secoli ne era il padrone, in tutti i sensi, la Turchia. Come non ci vuole molto per capire che partite tra paesi che facevano parte dell’ex Jugoslavia, come le cattoliche Croazia e Slovenia, l’ortodossa Serbia, il Kosovo musulmano siano ad alto rischio di violenza.

In alcuni paesi, l’Italia compresa, le tifoserie sono state coinvolte in vicende non legate solo al passato remoto del paese, bensì a fenomeni anche attuali di politica ed altre facce della nostra società. Per questi motivi alcuni gruppi di tifosi di grandi società italiane, che non nominiamo, si sono allineati con forze politiche, sia all’estrema destra dello spettro politico che quella di sinistra. Proprio questo è il motivo per cui gli incidenti di razzismo negli stadi sono visti con un occhio particolare sia dalle società stesse, alcune delle quali hanno subito punizioni dalle autorità sportive, sia dalle forze dell’ordine.

Tristemente, alcune tifoserie hanno attirato l’attenzione delle forze dell’ordine anche per altri motivi, come la vendita di stupefacenti, con gli ovvi legami con la criminalità organizzata, bagarinaggio di biglietti e alcuni capi dei gruppi hanno minacciato le loro società per avere un ruolo attivo minacciando azioni che potevano nuocere all’immagine delle società. Infatti, non tanto tempo fa una delle società, la Juventus, ha denunciato i responsabili tra i tifosi alla Questura e ne sono seguiti arresti. Siamo in attesa dell’esito di questi processi. Perciò possiamo veramente dire che i campi di calcio sono veri campi di battaglia, sportive, politiche e, come negli ultimi casi citati, anche criminali.

Allo stesso tempo possiamo anche dire che il calcio non è l’unico sport a scaldare gli animi dei tifosi e sappiamo che avvenimenti sportivi come le Olimpiadi siano luoghi di orgoglio nazionale, soprattutto in periodi di tensioni internazionali come la Guerra Fredda. Ma il calcio ha un ruolo particolarmente significativo perché è senza dubbio lo sport più esteso, il più amato e con maggiore possibilità di dare un palco internazionale per gli attivisti.

Però lo sport è anche capace di offrire il modo di porre fine a conflitti storici. Abbiamo visto come il famoso “ping pong diplomacy”, illustrato in modo divertente nel film “Forrest Gump”, aprì la porta alla visita del presidente americano Richard Nixon nella Cina di Mao e segnò l’inizio dei rapporti internazionali tra gli U.S.A. e la Cina.

Sarebbe bello vedere un mondo dove lo sport, e non solo il calcio, fosse soltanto un divertimento, o un modo sano di passare il tempo, ma sarebbe altrettanto ingenuo pensare che non succederà più, almeno a breve termine.

La prossima volta che sentiamo di scontri ad una partita di calcio non pensiamo soltanto che siano rivolti solo a fatti svolti sul campo, ma che i tifosi inconsciamente continuano lotte che hanno segnato secoli della nostra Storia. Questa realtà non giustifica la violenza dei tifosi, ma potrebbe essere proprio la Storia a fornire gli esempi per eliminarla. 

di emigrazione e di matrimoni

Other Fields of Battle

The fans usually do not realize that the football field has become a new field of battle for internal struggles that have often lasted for centuries, not only in Italy but in all of Europe.

As we await the return of Italy’s Serie A football championship let us reflect on the role of the fans. Football (soccer in some countries) is undoubtedly the most popular sport not only in Italy but also the world and therefore the fans have an important role to play in the sport, both as a spectacle and as support.

Unfortunately the fans have also created problems for the big clubs and it is right that we also take a look at issues that are often found not only in the sports pages of the newspapers but also in the political pages and even the crime pages.

One day Marco, a friend from Perugia, told me that his father forbade him from following his team Perugia in the away matches in Arezzo. “Too many scuffles in that match” was the explanation the father gave his fan son. “Guelphs against the Ghibellines?” I asked him a little seriously and a little facetiously. “Of course,” Marco told me with a smile before saying proudly, “And we of Perugia were Guelphs!”

I often think about these words when we talk about football fans because the fans usually do not realize that the football field has become a new field of battle for internal struggles that have often lasted for centuries, not only in Italy but in all of Europe.

In his book “The Football Tribe” famous anthropologist Desmond Morris described football fans in various countries. This book shows how the fans behave like primitive tribes in which the coaches are the shamans, the footballers are the warriors and the chants of the fans are the tribe’s battle songs.

And yet when we talk about football fans the colours of the teams come to mind and we do not think about the struggles, in every sense, and that the various derbies (games between teams from the same city) such as Juventus-Torino, Roma-Lazio and AC Milan-Inter Milan which are the most famous, reflect differences within the cities. The classic case is Rome where until recently the fans were divided by political ideas, as well as by sporting antagonism.

When we read the news of the clashes between the fans we do not realize that these sporting contests are places not only to make fun and mock the fans of the other team but also the opportunity to express political or social dissent.

Spanish football gives us a classic example of the contrast between history and sport in which the fulcrum is Real Madrid, not only the country’s most famous and successful team but also a symbol of Castile which dominates the country and was the team of the Caudillo during Franco’s dictatorship.

In that country two groups of fans see the games with Real Madrid as the chance to express their ambitions for independence. It takes little to understand that these teams are Barcelona for Catalonia and Athletic Bilbao for the Basques. During the dictatorship these fans could not even speak their languages but only the national language, the Castilian of Madrid. For those who ever asked themselves why Athletic has an English name, the reason is simple. This was the only way to play without using a Spanish word, therefore avoiding Francoist ban on the Basque language.

With the increasingly insistent requests by these two groups to have independent states the football field has become the stage for more and more enthusiastic expressions of their origins. Now the games not only encourage the players but with the return of democracy the fans finally have the opportunity to openly wave their flags and to show all their pride in their origins.

There was an enjoyable demonstration of Catalonia’s nationalistic ambitions during Argillà, the ceramics event in Faenza two years ago, when almost all the Spanish exhibitors cancelled the word “Spain” from their tents and replaced it with a hand written “Catalunya”.

But the most surprising traces of historical rivalries are found in the country of birth of “Fair Play”, the United Kingdom.

The most important Scottish derbies, Celtic-Rangers in Glasgow and Hearts-Hibernian in Edinburgh, are games between Catholic and Protestant fans that reflect the centuries of wars between England and Scotland. In fact, the rivalry between the two Glasgow clubs is so intense that fans have died in the past. One time, Englishman and former Lazio player Paul Gascoigne found himself involved in a controversy after having scored a goal for the Protestant Rangers against the Catholic Celtic. Gascoigne celebrated the goal by pretending to play a fife, a gesture that was openly Protestant and of great historical significance that was destined to infuriate the rival Catholic fans. A day later he was forced to apologize.

But these religious differences do not exist only in Scotland. In England Manchester United and Liverpool have in common not only the red of their shirts but also the Catholic religion. Instead, the blue shorts of their city rivals Manchester City and Everton reflects their Protestantism. These historically based football rivalries are reflected in other countries such as between the French speaking Walloons against the Dutch speaking Flemish in Belgium or the Catholic south of Germany, represented by Bayern Munich, against the Protestant north.

Naturally history provides other rivalries, such as games in European competitions between Greek teams and the teams from the country that for centuries was once its master, in every sense, Turkey. Just as it takes little to understand that games between countries that were once part of the former Yugoslavia, such as the Catholic Croatia and Slovenia, the Orthodox Serbia and Moslem Kosovo have a high risk of violence.

In some countries, including Italy, fans have been involved in matters tied only to the country’s remote past but to current political phenomena and other facets of our society. For these reasons some groups of fans of major Italian clubs, which we shall not name, have aligned themselves with political forces, both of the extreme right of the political spectrum and those of the left. This is precisely why racist incidents in the stadiums are seen with a particular eye by the clubs themselves, some of which have been punished by the sporting authorities, and by the Police.

Sadly, some groups of fans have drawn the attention of the Police for other reasons, such as drug peddling, with obvious links to organized crime, ticket scalping and some leaders of the fans have threatened their clubs in order to have an active role by threatening to harm the image of the clubs. In fact, not so long ago one of the clubs, Juventus, reported those responsible amongst the fans to the Police and arrests followed. We are still awaiting the outcome of these trials. Therefore we can truly say the football fields are real fields of sporting, political and also criminal battles, like the recent cases mentioned.

At the same time we can also say that football is not the only sport to warm the hearts of fans and we know that sporting events such as the Olympic Games are places of national pride, especially during periods of international tension such as the Cold War. But football plays an especially significant role because it is without doubt the most widespread and the most loved sport and with the greatest probability of giving an international stage for activists looking for occasions to put hot issues on display.

However, sport is also capable of offering a way of ending historic conflicts. We saw how the famous “ping pong diplomacy”, illustrated amusingly in the film “Forrest Gump”, opened the door to the visit by American President Richard Nixon to Mao’s China and marked the start of international relations between the U.S.A. and China.

It would be nice to see a world where sport, and not only football, were only fun or a healthy way of passing the time but it would be just as naive to think that it will not happen again, at least in the short term.

The next time we hear about clashes at a football game let us not think that they are only aimed at matters that happened on the field but that the fans unconsciously continue struggles that marked centuries of our history. This reality does not justify the fans’ violence but it could be history that provides the examples for eliminating the violence.

Il Treno Venuto da Lontano – The Train from Far Away

di emigrazione e di matrimoni

Il Treno Venuto da Lontano

In un periodo di spostamenti limitati a causa della situazione coronavirus cogliamo l’opportunità per ricordare un’epoca non molto lontana quando la distanza era davvero un tiranno e in cui viaggiare non era sempre comodo

In un periodo di spostamenti limitati a causa della situazione coronavirus cogliamo l’opportunità per ricordare un’epoca non molto lontana quando la distanza era davvero un tiranno e in cui viaggiare non era sempre comodo, anzi, era scomodo e difficile, ma lo facevamo volentieri per i nostri cari. Era un’epoca importante per l’Italia e tristemente molti di noi ora l’hanno dimenticata.

Pietro Fedele non era solo il Ministro della Pubblica Istruzione durante il Ventennio fascista, era anche un personaggio importante delle vita intellettuale italiana, ma aveva un debole, amava il suo paese Minturno/Scauri e  rifiutava di trasferirsi permanentemente a Roma per il suo lavoro. All’epoca però non era facile fare il pendolare con un paese a oltre 150 km da Roma, e il governo doveva trovare il modo di permettere al Ministro di dormire a casa ogni notte.

Naturalmente non esisteva negli anni ‘20 e  ‘30 l’autostrada del Sole che oggi lo porterebbe a casa facilmente, e le ‘auto blu’ dell’epoca non promettevano viaggi lunghi e comodi. La soluzione fu semplice, il governo ordinò che l’espresso Roma-Napoli della tarda sera facesse una fermata a Minturno/Scauri. Tale è la burocrazia italiana che, benché Fedele fosse morto nel 1943, nel 1980 quel treno si fermava ancora solo a Minturno/Scauri.

Nel 1980 ho deciso di prendere quel treno della notte per andare in Calabria per passare il Natale con la famiglia di mio padre. Pensavo che di notte avrei passato un viaggio quieto e comodo. Mi sbagliavo e di brutto.

Il momento che sono salito a bordo ho scoperto una realtà che allora non conoscevo e che oggi in un’epoca di Frecce Rosse e prenotazioni computerizzate tutti abbiamo dimenticato. Il treno non era pieno, era stracolmo ed ho dovuto passare la notte in corridoio seduto sulla mia valigia. Non ho potuto dormire e tutt’oggi non riesco a capire come alcuni altri passeggeri sono riusciti a farlo.   

Ho scoperto che quel treno non originava più da Roma come all’epoca di Fedele, ma con il passare dei decenni il numero del viaggio era stato assunto da un treno che iniziava il suo viaggio in Germania. Era diventato il treno degli emigrati calabresi e siciliani che tornavano alle loro famiglie per passare le feste.

In quella carrozza i tanti fumatori avevano reso l’aria come una nebbia fitta. Naturalmente i servizi erano in pessimo stato, ma non ero l’unico viaggiatore solitario a resistere a lungo per paura di perdere la valigia durante la pausa fisiologica. Alla fermata di Napoli i venditori ambulanti hanno fatto affari d’oro a vendere bevande e cibi ai passeggeri, particolarmente a coloro che erano partiti molte ore prime dalle varie città tedesche.    

Nel corso della notte ho sentito accenti e dialetti di tutto il meridione italiano. C’era chi raccontava della famiglia, chi di calcio e chi parlava soltanto per far passare il tempo visto che quella notte ci sembrava infinita. Diverse volte il treno si è fermato per motivi inspiegabili e alcuni se ne sono approfittati per allungare le gambe. A un certo punto le ultime carrozze son state staccate per passare al binario (unico) della costa Ionica, mentre noi abbiamo continuato il viaggio fino a Reggio Calabria dove ho dovuto aspettare due ore per prendere la coincidenza verso il paese di mio padre.

Ho parlato con alcuni dei miei compagni di viaggio che mi spiegavano che facevano quella rotta almeno tre volte all’anno. Molti di loro avevano lasciato la moglie e i figli ai loro paesi e inviavano i soldi a casa, non solo per le spese quotidiane, ma anche per costruire case nuove che sarebbe stato impossibile fare se fossero rimasti a casa. A sentire questo mi sono ricordato delle case in costruzione in Calabria che avevo visto nei miei viaggi precedenti e mi sono chiesto quante di queste erano di questi viaggiatori.

Mentre scendevo dal treno ho notato che tanti portavano più di una valigia ed era ovvio che contenevano regali natalizi dalla Germania per le famiglie. Noi che siamo scesi a Reggio Calabria eravamo fortunati, il nostro viaggio stava per finire, ma il treno doveva proseguire fino a Palermo con i suoi passeggeri siciliani. Eravamo stanchi e ci voleva poco per capire in che stato sarebbero arrivati i viaggiatori fino a capolinea.

Tre mesi dopo mi sono trovato in una situazione simile quando sono andato a fare visita ai parenti in Piemonte e ho condiviso la carrozza piena di ragazzi di leva che tornavano a casa per una licenza. Alcuni di questi ragazzi erano partiti da caserme nel sud del paese e ho condiviso con loro la seconda parte di un lungo viaggio. E come il primo treno, con la fine del servizio militare obbligatorio nemmeno questi viaggi esistono più in Italia.

Oggi siamo fortunati. Non solo perché le strade e le macchine moderne permettono viaggi veloci via autostrada per gli emigrati che ora hanno l’auto, un lusso difficile da ottenere all’epoca. Oppure, per chi ancora viaggia in treno, ci sono mezzi più comodi e veloci di una volta. Inoltre, la tecnologia moderna permette di limitare il numero di persone che viaggiano sugli intercity, gli espressi di una volta.

I viaggi lunghi ora esistono solo per coloro che sono emigrati in altri continenti. Nel caso dell’Australia il viaggio dura una ventina d’ore con la possibilità di fare soste durante il tragitto. Anche in questi casi la tecnologia ha portato miglioramenti enormi nei mezzi. Non dimenticherò mai il nostro primo viaggio in Italia nel 1972 con uno dei primi Boeing 747, il famoso Jumbo. Il viaggio in Italia è durato ben oltre le 20 ore con soste di rifornimento a Hong Kong, Bangkok, Bombay (Mumbai) e Bahrein prima di arrivare a Roma. Ora lo stesso viaggio si fa con una sola sosta.

Da tanto in tanto penso a quegli uomini sul treno. Mi domando quanti di loro hanno realizzato i sogni di fare una casa in Italia per poi tornare finalmente a vivere insieme alle loro famiglie. Mi domando anche quanti sono rimasti per sempre in Germania perché non si trovavano più a loro agio nel paese di nascita.

Ma per quanto sia stato difficile per chi è partito, mi domando anche dei sacrifici di chi è rimasto a casa. Una generazione nata e cresciuta senza la presenza di un padre. Mi domando dei sacrifici delle mogli che dovevano prendere decisioni da sole perché anche telefonare ai mariti regolarmente era costoso e non tutti avevano il telefono in casa, sia in Germania che in Italia. Infine, mi figuro le difficoltà dei figli di quegli uomini che sono cresciuti quasi come orfani e vedevano i compagni di scuola che avevano una vita famigliare normale.

Anche queste storie fanno parte della storia d’Italia. Senza la decisione di questi milioni di persone di lasciare il paese l’Italia che conosciamo non sarebbe stata possibile. Sarebbe un peccato che questi sacrifici fossero dimenticati del tutto.

di emigrazione e di matrimoni

The Train from Far Away

In a period of limited movement due to the coronavirus situation we take this opportunity to remember a time not so long ago when distance was truly a tyrant and travelling was not always comfortable

 

In a period of limited movement due to the coronavirus situation we take this opportunity to remember a time not so long ago when distance was truly a tyrant and travelling was not always comfortable, indeed, it was uncomfortable and difficult but we did so willingly for our loved ones. It was an important time for Italy and sadly many have now forgotten it.

Pietro Fedele was not only Italy’s Education Minister during the twenty year of Fascism, he was also an important person in Italy’s intellectual life who loved his town of Minturno/Scauri and refused to move permanently to Rome for his work. At the time however it was not easy to commute to a town more than 150km from Rome and the government had to find a way to allow the Minister to sleep at home every night.

 Naturally during the 1920s and ‘30s there was no highway which would have brought him home easily and the official cars at the time did not promise long comfortable trips. The solution was simple, the government ordered the late evening Rome-Naples express to stop at Minturno/Scauri. Such is Italy’s bureaucracy that, even though the Minister died in 1943, in 1980 the train still stopped only at Minturno/Scauri.

In 1980 I decided to take that night train to go to Calabria to spend Christmas with my father’s family. I thought that travelling at night the trip would have been peaceful and comfortable. I was wrong, badly wrong.

 The moment I climbed aboard I discovered a reality that I did not know at the time and that today in a period of high speed trains and computerized bookings we have all forgotten. The train was not full, it was overflowing and I had to spend the night in the corridor sitting on my suitcase. I was not able to sleep and today I still do not understand how some passengers could do so.

 I discovered that the train no longer originated in Rome as it did in Fedele’s time but over the decades the number of the train had been taken by a train that began its voyage in Germany. It had become the train of the migrants from Calabria and Sicily who went back to their families for the holidays.

 In that carriage the many smokers had made the air as thick as fog. Naturally the facilities were in a poor state and I was not the only solitary passenger to avoid taking a toilet break for fear of losing my suitcase. At the stop at Naples the vendors did great business selling drinks and food to the passengers, especially to those who had left many hours earlier from the various cities in Germany.

 During the night I heard accents and dialects from all Italy’s southern regions. There were those who spoke of their families, those who spoke of football, and those who spoke only to pass the time since the night seemed endless. A number of times the train stopped for unexplained reasons and some took advantage of this to stretch their legs. At one point the last carriages were unhitched to go onto to the (single) track along the Ionian coast, while we continued to trip to Reggio Calabria where I had to wait two hours for the connection to my father’s town.

I spoke with some of my travel companions who explained that they took that route at least three times a year. Many of them had left their wives and children in their hometowns and they sent money home, not only for the day to day expenses but also to build new homes that would have been impossible if they had stayed at home. On hearing this I remembered the houses under construction I had seen in Calabria during my previous trips and I wondered how many of these homes belonged to these travellers.

As I got off the train I noticed many who had more than one suitcase and it was obvious they contained Christmas gifts from Germany for the families. We who got off in Reggio Calabria were lucky, our journey was about to end but the train had to continue to Palermo with its Sicilian passengers. We were tired and it did not take much to understand the state of the passengers who would reach the end of the line.

 Three months later I found myself in a similar situation when I went to visit relatives in Piedmont and I shared a carriage with some young men on military service who were going home on leave. Some of them had left barracks in the country’s south and I shared the second part of their journey. And, like the first train, with the end of compulsory military service even these trips no longer exist in Italy.

 Today we are lucky. Not only because modern roads and cars allow fast journeys on the highways for the migrants who now have cars, a luxury that was difficult to achieve at the time. Or, for those who still travel by train, there are means that are more comfortable and faster than before. Furthermore, modern technology allows us to limit the number of people who travel on the intercity routes, the “espresso” trains of the time.

 Long trips now exist only for those who migrated to other continents. In the case of Australia the trip lasts about twenty hours with the possibility of stops. In these cases too technology has brought huge improvements to the means. I will never forget our first trip to Italy in 1972 in one of the first Boeing 747s, the famous Jumbo Jet. The trip to Italy lasted well over 20 hours with refuelling stops in Hong Kong, Bangkok, Bombay (Mumbai) and Bahrain. The same trip today has only one stop.

Every so often I think about those men on the train. I wonder how many of them fulfilled their dreams of building a home in Italy to then finally return home to live together with their families. I also wonder how many of them stayed in Germany forever because they no longer felt at home in their country of birth.

 But, as difficult as it was for those who left, I also wonder about the sacrifices of those who stayed at home. A generation was born and grew up without the presence of a father. I ask myself of the sacrifices of the wives who had to make decisions on their own because even telephoning their husbands regularly was costly and not everybody had a telephone at home, both in Germany and Italy. Finally, I imagine the hardships of those men’s children who grew up almost like orphans and saw their schoolmates who had normal family lives.

 These stories are also part of Italy’s history. Without the decision of these millions of people to leave the country the Italy we know today would not have been possible. It would be a pity if these sacrifices were to be forgotten completely.

Quel che vediamo e non sempre capiamo – What we see and do not always understand

di emigrazione e di matrimoni

Quel che vediamo e non sempre capiamo

Mi domando quanti dei nostri figli e nipoti capiranno nel futuro tutte le battute e critiche all’interno di molti film comici e satirici?

Lo sketch è leggendario e quando ero giovane lo conoscevo a memoria. In “Who’s on first?” la grande coppia comica americana, Bud Abbott e Lou Costello (Gianni e Pinotto in Italia) interpretava il manager di una squadra di baseball e un giovane fan che voleva sapere i nomi dei suoi beniamini. Purtroppo per il giovane tifoso i nomi non erano del tutto normali, infatti i primi tre giocatori si chiamano “Chi”, “Cosa”  e “Non lo so”. Naturalmente lo scambio è divertentissimo in inglese, ma molto meno in altre lingue.

In teoria lo sketch doveva essere facile da capire per i miei studenti di inglese e non era complicato, così avevo spiegato alcuni dettagli di baseball per evitare alcuni punti oscuri. Però la realtà era ben altra. Già a partire dal nome del giovane fan, Sebastian Dimwitty, cioè Sebastiano Mente Lenta, gli studenti si sono persi in scene che dovevano far ridere.

Mentre ne parlavo con gli studenti la settimana dopo mi sono ricordato delle mie prime esperienze con la commedia italiana e le mie prime difficoltà a capire le battute. Allora ho capito la loro reazione di confusione e anche il timore di non poter capire grande parte dello sketch. Dopo la lezione mi sono reso conto che queste incomprensioni non si limitano solo tra una lingua a un’altra, ma spesso tra generazione e generazione.

La commedia, peggio ancora la satira, che ne è la figlia naturale, ha una peculiarità particolare nel senso che spesso prende spunto da aspetti particolari di personaggi o situazioni che vengono esagerati o deformati per mostrare punti di vista che normalmente noi del pubblico non capiamo. Basta guardare gli sketch di Maurizio Crozza che interpreta in modo satirico personaggi della politica e dello spettacolo per capire questo meccanismo. Lui prende spunto da alcuni aspetti individuali del loro comportamento o linguaggio, per creare un “quadro” surreale dei suoi soggetti, affinché il pubblico conosca e capisca i soggetti così l’intrattenimento è assicurato. Ma cosa succede quando grande parte del pubblico non riesce a percepire le battute?

La reazione è quella di un pubblico che esce insoddisfatto dallo spettacolo.

Anni fa in Australia ho assistito alla proiezione del film “Ginger e Fred” di Federico Fellini. Quella sera noi italiani che conoscevamo i programmi televisivi italiani indicati nelle scene abbiamo capito immediatamente i riferimenti e chi erano i veri bersagli del film. Però, durante i discorsi dopo la proiezione ho sentito la confusione degli australiani che cercavano di capire alcune scene e tanti di loro facevano la stessa domanda “ma la televisione italiana è davvero cosi?”. La loro reazione alla nostra risposta affermativa mi ha confermato che era valsa davvero la pena d’essere andato al film quella sera.

Però mi domando quanti dei nostri figli e nipoti capiranno nel futuro tutte le battute e critiche all’interno non solo di questo film, ma in molti film comici e satirici?

Ci vuol poco per sapere la risposta. Basta accendere il televisore durante un film di Totò, oppure qualsiasi commedia o film importante degli anni ‘30, ‘40, ‘50 e ‘60 per sapere che già ora giovani e meno giovani reagiscono diversamente alle scene e battute.

Nel vedere i film italiani di quegli anni e poi paragonarli ai film di lingua inglese degli stessi anni ci rendiamo conto che la lingua italiana è cambiata molto di più dell’inglese nel corso degli ultimi sette decenni. Nel celebre sketch di Totò sul treno, il cambio di senso di alcune parole rende difficile per i giovani capire perché il parlamentare reagisce in modo indignato ad alcune battute di Totò e meno ancora perché lo sketch era considerato scandaloso all’epoca. Certo questo vuol dire anche che è difficile per il pubblico internazionale capire le scene, anche per film moderni, e questa è una lezione che i nostri produttori cinematografici devono imparare per poter trovare un pubblico più grande sul mercato internazionale.

Senza dimenticare che il senso di parole cambia nel corso del tempo così che il gioco di parole sul verbo “trombare” nello sketch di Totò vuol dire che la battuta non era sul gioco “trombetta” /“trombone” che già di per se è divertente, ma crea un doppio senso moltomeno innocente, per cui la scena era scandalosa alla sua uscita all’epoca.

E come cambiano le parole, cambiano anche i personaggi di ogni decennio e dunque i bersagli degli scherzi. Le nuove generazioni non capiscono riferimenti a politici o personaggi celebri e notori di quei decenni, come non capiranno i cambi di tradizioni e comportamenti che nel frattempo sono scomparsi dal paese.

Un esempio di questi cambi di usanze sarebbe senza dubbio “Divorzio all’italiana”  del regista Pietro Germi con Marcello Mastroianni. Chissà quanti giovani oggi vedendo quel film capiscono che davvero esisteva ancora il delitto d’onore quando il film fu girato?

Nel bene e nel male, alcuni temi e personaggi sono e saranno sempre attuali. Per questo motivo “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin non invecchierà mai e spiega perché esce ancora regolarmente nelle sale cinematografiche. Hitler, Mussolini e il tema delle dittature farà sempre parte della coscienza mondiale.

Purtroppo non possiamo dire altrettanto di altri temi e personaggi che consideriamo importanti. Nel film “Mars Attacks” del regista Tim Burton, una satira dei film di fantascienza, l’addetto stampa della Casa Bianca porta una ragazza in una stanza segreta per un appuntamento “romantico”. Lui chiama il luogo dell’incontro “la stanza di Kennedy”. Già oggi i giovani non capirebbero il riferimento alla vita privata frenetica di quel presidente americano morto oltre cinquant’anni fa.

Questi sono problemi legati particolarmente ai film comici e satirici. I film drammatici, soprattutto quelli che raccontano storie vere non affrontano gli stessi ostacoli perché i film già raccontano i dettagli necessari per il pubblico.

Naturalmente molti di questi film avranno un pubblico nel futuro e saranno ricordati, però il pubblico non li giudicherà più con i nostri metodi e metri di giudizio. Le future generazioni vedranno i film e gli sketch con gli occhi delle loro esperienze e i cambi naturali nella vita da oggi ad allora.

Questo già succede con moltissime opere d’arte quando i nostri critici d’arte discutono opere importanti e cercano di interpretare il significato dei simboli che i grandi artisti misero nelle loro opere. Per esempio, non sappiamo più con precisione il messaggio di certi animali in alcuni ritratti. Non sappiamo più il significato per la gente dell’epoca di certi simboli e oggetti al fianco dei soggetti dei ritratti.

Ma questo non ci impedisce di godere e cercare di capire queste opere, rimarranno sempre grandi opere perché loro non cambiano nel corso dei secoli, cambiano gli occhi e le menti di coloro che li guardano.La perdita di alcuni messaggi all’interno di opere d’arte, di grandi film e di sketch comici non riduce il senso di meraviglia nel vederli. 

Sarebbe davvero divertente portare nei nostri tempi questi grandissimi artisti, come anche gli attori comici e satirici per vedere le nostre reazioni alle loro opere. Non ho dubbi che alcuni sarebbero scandalizzati che non abbiamo capito tutto, ma ho meno dubbi che la maggior parte di loro si divertirebbe a sapere che ancora godiamo delle loro opere e che queste hanno ancora un senso per le nuove generazioni.

di emigrazione e di matrimoni

What we see and do not always understand

I wonder how many of our children and grandchildren in the future will understand all the jokes and criticism in many comedy and satirical films?

 

The sketch is legendary and when I was younger I knew it by heart. In “Who’s on first” the great American comedy duo Bud Abbott and Lou Costello interpret the manager of a baseball team and a young fan who wants to know the names of his idols. Unfortunately for the young fan the names are not at all normal, in fact the first three players are called “Who”, “What” and “I don’t know”. Naturally the exchange is hilarious in English but much less so in other languages.

Theoretically the sketch should have been easy for my English language students and it was not complicated but I explained some obscure details about baseball. However the reality was very different, starting with the name of the young fan, Sebastian Dimwitty, and the students got lost in scenes that should have made them laugh.  

A week later as I spoke to the students about this film I remembered my first experiences with Italian comedy and my first difficulties in understanding the jokes. So I understood their confused reaction and even their fear in not understanding most of the sketch. After the lesson I realized that these misunderstandings are not only between one language and another but between generation and generation.

Comedy, and worse still satire which is its natural offspring, has a specific peculiarity in the sense that it often takes its cue from particular aspects of people or situations that are exaggerated or deformed to show points of view that we of the audience do not understand. We only have to watch the sketches by Italian TV satirist Maurizio Crozza who satirically interprets people from politics and show business to understand this mechanism. He takes his cue from some individual aspects of their behaviour or language to create a surreal “portrait” of his subjects so that the audience recognizes and understands the subjects and in this way the enjoyment is guaranteed. But what happens when a large of the audience cannot perceive the jokes?

The reaction is that of an audience that leaves the show unsatisfied.

Years ago in Australia I attended the screening of the film “Ginger and Fred” by Federico Fellini. That evening we Italians who knew the Italian television programmes shown in the scenes understood immediately the references and who were the true targets of the film. However, during the discussion after the screening I heard the confusion from the Australians who tried to understand some scenes and many of them asked the same question “Is Italian television really like this?” Their reaction to our reply in the affirmative confirmed for me that it really was worth the effort to have gone to see the film that evening. 

But I wonder how many of our children and grandchildren in the future will understand all the jokes and criticism within not only this film but in many comedy and satirical films.

It takes little to know the answer. We only have to switch on the television during a film by Totò, or any comedy or major Italian film of the ‘30s, ‘40s, ‘50s and ‘60s to know that the younger and the less young people already react differently to scenes and jokes.

When we watch Italian films of those years and then compare them to English language films of the same years we realize that the Italian language has changed much more than English over the last seven decades. In Totò’s famous sketch on the train the change of meanings of some words makes it hard for young people to understand why the politician reacts indignantly to some of Totò’s jokes and even less why the sketch was considered scandalous at the time. Of course this also means it is hard for overseas audiences to understand the scenes, even for modern films and is a lesson our film producers must learn in order to find bigger audiences on the international market.

Without forgetting that the meaning of word change over time so that the play of words on the verb “trombare” in Totò’s sketch means that the jokes are not a play of words between “trombetta” (trumpet) and “”trombone” (trombone), which is funny on its own, but creates a much less innocent double meaning which made the scene scandalous at the time of its release.

And as words change, so people of every decade also change and therefore so do the targets of the jokes. The new generations do not understand references to politicians or famous and notorious people of those decades, just as they will not understand the changes in customs and behaviour that have disappeared in the country in the meantime. 

One example of these changes of customs would undoubtedly be the film “Divorzio all’italiana” (Divorce Italian style) with Marcello Mastroianni by the director Pietro Germi. Who knows how many young people today seeing this film understand that at the time the film was shot the “delitto d’onore” (honour killing) really existed?

For better or for worse some themes and people are and always will be current. For this reason Charlie Chaplin’s “Great Dictator” will never grow old and this explains why it is still screened regularly in cinemas. Hitler, Mussolini and the theme of dictatorships will always be part of the world’s conscience.

Unfortunately we cannot say the same for other themes and people that we consider important. In Tim Burton’s film “Mars Attacks”, a satire of science fiction films, the White House press agent takes a young woman for a “romantic interlude” into a secret room that he calls the “Kennedy Room”. Young people today would already not understand the reference to the frenetic private life of the American President who died more than fifty years ago.

These are problems related particularly to comedy and satirical films. Dramatic films, especially those that tell true stories, do not deal with the same obstacles because the films already provide the details that the audience needs.

Naturally many of these films will have an audience in the future and will be remembered, however, the audience will not judge them with our methods and yardsticks. Future generations will see the films and the sketches through the eyes of their experiences and the natural changes in life between now and then.

This already happens when our art critics discuss major works of art and they try to interpret the significance of symbols that the great artists put in their works. For example, we no longer know precisely the message of certain animals in some portraits. We no longer know the significance for people of the time of certain symbols and objects next to the subjects of the portraits.

But this should not prevent us from enjoying and trying to understand these works, they will always be great works because they do not change over the centuries, the eyes and the minds of those who look at them change. The loss of some messages within works of art, great films and comedy sketches does not reduce the sense of wonder at seeing them.

It would be really fun to bring these great artists into our time, as well as great comedy and satirical actors to see our reactions to their works. I have no doubt that some would be scandalized that we have not understood everything but I have fewer doubts that most of them would be pleased to know that we still enjoy their works and that they still have a meaning for the new generations.

Talenti per il Sud – Talents for the South

di emigrazione e di matrimoni

Talenti per il Sud

La sfida ambiziosa lanciata dal Ministro per il Sud e la coesione sociale, Giuseppe Provenzano, alle migliaia di competenze meridionali oggi presenti e radicate in tutto il mondo.

di Fabio Porta

Una “Rete di Talenti per il Sud” per aiutare l’Italia ad uscire dalla più grave crisi economica dal dopoguerra ad oggi: è la sfida ambiziosa lanciata dal Ministro per il Sud e la coesione sociale, Giuseppe Provenzano, alle migliaia di competenze meridionali oggi presenti e radicate in tutto il mondo.

In realtà si tratta di una sfida per l’Italia.   Il nostro Paese, infatti, nonostante possa contare su una collettività all’estero che non sembra abbia uguali nel mondo, per quantità e qualità della presenza, non ha mai saputo (o voluto?) valorizzare questo patrimonio ai fini della crescita e dello sviluppo di un’economia ormai in difficoltà cronica e strutturale.

Le stime più accreditate ci dicono che, soltanto negli ultimi quindici anni, dal nostro Mezzogiorno sarebbero emigrati all’estero oltre 600 mila giovani, dei quali 240 mila in possesso di una laurea.  Un trend in uscita dal Paese comparabile soltanto con l’ultima grande ondata migratoria del secolo scorso, quella della fine degli anni ’50.   Una perdita netta di competenze ed esperienze, innanzitutto per le regioni dell’Italia meridionale, dove i livelli di disoccupazione giovanile rimangono altissimi.   La ricerca di opportunità di studio e lavoro all’estero non è di per sé un male, anzi; una mobilità “virtuosa” potrebbe addirittura venire incentivata e sostenuta dal sistema formativo e della produzione, proprio con la finalità di costruire una “rete” di persone qualificate in grado di arricchire i loro territori di partenza.   Il “vizio” sta in un’Italia che non riesce a dare altrettante opportunità di rientro a questi giovani, come anche ad attrarre con la stessa intensità competenze ed esperienze da Paesi terzi, così come avviene negli altri paesi occidentali.

La recente pandemia, paradossalmente, potrebbe rivelarsi la prima vera e grande possibilità di valorizzazione sistemica e strategica di questo potenziale, ed è per questo che l’iniziativa del Ministro Provenzano va seguita e incoraggiata con convinzione.   Se negli anni ’60 le rimesse degli emigrati, soprattutto del Sud, rappresentarono uno dei fattori-chiave del boom economico, immettendo nella nostra economia risorse indispensabili alla crescita e allo sviluppo, nell’Italia del post-Covid19 le “rimesse di conoscenza” – così come il Ministro Provenzano le ha voluto ribattezzare – potrebbero costituire la versione 4.0 di questo straordinario strumento di ricostruzione socio-economica del Paese.

Come Presidente dell’Associazione di Amicizia Italia-Brasile ho ricevuto dal Ministro l’invito a farmi parte attiva di questo progetto; da meridionale e residente all’estero ho accolto l’appello a “costruire un’alleanza tra chi è al sud e chi è andato via” con entusiasmo, impegnandomi a divulgare l’iniziativa e a individuare “talenti” nel grande paese sudamericano.

In Brasile vive oggi una collettività di oltre trenta milioni di italo-discendenti; si tratta di una delle emigrazioni più antiche, oltre che più numerose, della storia italiana.   Una presenza radicata e ramificata in tutti i settori vitali del gigante continentale, dalla cultura allo sport, dall’economia alla politica.   Anche in Brasile negli ultimi decenni, l’emigrazione italiana è ripresa a crescere in maniera significativa.   Dalle regioni dell’Italia meridionali sono stati migliaia a scegliere questo Paese per ampliare il proprio orizzonte di opportunità: laureati, professionisti, manager, intellettuali.   Un patrimonio particolarmente visibile a San Paolo, la capitale economica del Paese, ma anche nelle altre capitali del sud come a Rio de Janeiro e nel nordest.   Una legione di nuovi immigrati oggi particolarmente attiva nel mondo delle camere di commercio italo-brasiliane come di quello delle grandi aziende italiane presenti in Brasile (TIM, Enel, Fiat, Pirelli…); ma anche una presenza diffusa tra piccole start-up e medie imprese, come nel mondo delle professioni, del volontariato e dell’università.

A queste risorse umane si rivolge oggi, per la prima volta, il governo italiano, con l’intuito di costruire una “piattaforma digitale che consenta di interrogare i ‘talenti’, individualmente o in via istituzionale, da parte di amministrazioni, imprese, cittadini impegnati in progetti di innovazione nel Mezzogiorno, con l’organizzazione di meeting periodici e workshop specifici.”

Un progetto inserito a pieno titolo nel “Piano Sud 2030”, il programma decennale di investimenti del valore di 123 miliardi su infrastrutture e nuove opportunità per i giovani, lanciato dal governo poche settimane prima dello scoppio della pandemia, che oggi si candida a divenire uno degli assi portanti della riorganizzazione del nostro sistema economico, sociale e culturale.   Un programma con vincoli precisi, come quello di destinare il 34% di ogni investimento pubblico al Sud, con priorità per le filiere dell’istruzione, dell’energia e delle infrastrutture.   In questo contesto la “Rete di Talenti” potrebbe “favorire il trasferimento di conoscenze e buone pratiche, sfruttando i vantaggi delle reti telematiche e digitali; la diffusione di una cultura delle politiche di innovazione e della nuova imprenditorialità tecnologica; il sostegno a giovani che vogliono restare o ritornare al Sud per dar vita a start-up o lavorare in hub di ricerca; l’ingresso di ‘talenti’ in partnership imprenditoriali innovative.”

Dopo anni di politiche miopi e prevalentemente assistenziali indirizzate alla grande comunità degli italiani nel mondo, l’approccio del Ministero del Sud potrebbe segnare un punto di svolta, “complice” probabilmente il consigliere politico del Ministro Eugenio Marino, da anni grande esperto e studioso di tutto ciò che si muove nel mondo della vecchia e nuova mobilità degli italiani all’estero.  

Mezzogiorno e italiani nel mondo: due risorse uniche e straordinarie per il rilancio dell’economia italiana nel post-Covid19; anche questa un’alleanza che potrebbe rivelarsi decisiva nell’offrire al Sistema-Italia un mix esplosivo di opportunità e potenzialità mai sfruttate fino in fondo da un Paese che nel passato ha considerato, forse con troppa indulgenza, il Sud e gli emigrati come un capitolo di spesa assistenziale e non un investimento intelligente e decisivo per la crescita e lo sviluppo.

Una sfida ambiziosa e decisiva, quindi, che interpella direttamente i tanti soggetti – istituzionali e non – che a vario titolo hanno responsabilità e impegni nel vastissimo mondo dell’Italia nel mondo.   Un progetto il cui significato va al di là delle intenzioni di chi lo ha coraggiosamente presentato; un’iniziativa che merita quindi tutto il nostro sostegno insieme all’augurio di un successo che oltre ad aiutare l’Italia che verrà potrebbe rimettere in un circuito virtuoso risorse che il Mezzogiorno e quindi tutto il Paese rischierebbero di perdere per sempre.   Un rischio che non possiamo, che non dobbiamo correre.  

Fabio Porta, nato a Caltagirone, laureato in Sociologia all’Università “La Sapienza” di Roma. Segretario Nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica negli anni ’80, inizia a lavorare nel sindacato come ricercatore e poi cooperante in Brasile nell’ambito di un progetto del Ministero degli Affari Esteri. Nel 2000 assume la presidenza del patronato Ital-Uil in Brasile e dal 2008 al 2018 è parlamentare per la Circoscrizione Estero-Sudamerica. Membro della Commissione Affari Esteri e Presidente del Comitato italiani nel mondo della Camera dei Deputati. Attualmente è tornato a ricoprire la carica di Presidente dell’Ital-Uil Brasile; Presidente dell’Associazione di Amicizia Italia-Brasile; Garante del Comitato 11 ottobre di iniziativa per gli italiani nel mondo; Vice Presidente dell’ICPE (Istituto per la cooperazione con i Paesi Esteri) e di FOCUS Europe.

Fonte: “Vision and Global Trends”

 https://www.vision-gt.eu/

di emigrazione e di matrimoni

Talents for the South

The ambitious challenge launched by Giuseppe Provenzano, Italy’s Minister for the South and social cohesion to the thousands of skilled people from the south who today are present and spread around the world.

by Fabio Porta

A “Network of Talents for the South” to help Italy come out of the most serious economic crisis since the post-war period. This is the ambitious challenge launched by Giuseppe Provenzano, Italy’s Minister for the South and social cohesion to the thousands of skilled people from the south who today are present and spread around the world.

In reality this is a challenge for Italy. In fact, despite counting on an overseas collective that seems to have no equal in the world in terms of the number and quality of people, our country has never known (or wanted?) how to take advantage to this patrimony for the purposes of the growth and development of an economy that is now in chronic and structural difficulty.

The most reliable estimates tell us that only over the last fifteen years 600 thousand young people have migrated from our south, of which 240 thousand have university degrees. This trend of departures is comparable only to the last great wave of migration last century, that at the end of the 1950s. This is a nett loss of skills and experience, firstly for the regions of Italy’s south where the levels of youth unemployment remain very high. The search for the opportunity to study and work overseas is not in itself a bad think, indeed, “virtuous” mobility could even be encouraged and supported by the training and productive system for the very purpose of building a “network” of qualified people capable of enriching their territories of departure. The “fault” is in Italy that cannot give as many opportunities to come back from third countries, as happens in other western countries.

Paradoxically, the recent pandemic could reveal itself to be the first true and great possibility to systematically and strategically exploit this potential and for this reason Minister Provenzano’s initiative must be followed and encouraged with conviction. If during the 1960s the remittances of money by migrants, especially from the South, represented a key factor in the economic boom, by bringing into our economy resources indispensable for growth and development, in post-Covid 19 Italy the “remittances of knowledge”, as Minister Provenzano wanted to baptize them, could constitute version 4.0 of this extraordinary tool for socio-economic reconstruction of the Country.   

As President of the “Associazione di Amicizia Italia-Brasile” (Italy-Brazil Friendship Association) the Minister invited me to play an active part in the project. As a man from the south and resident overseas I welcomed the appeal to “build an alliance between who is in the south and who went away” enthusiastically, committing myself to spreading the initiative and to identify “talents” in the great South American country.

Today a collective of more than thirty million people of Italian descent live in Brazil, this is one of the oldest, as well as most numerous, migrations in Italian history. This presence is rooted and spread out in all the vital sectors of the continent’s giant, from culture to sport, from the economy to politics. In recent decades even Italian migration to Brazil has again started to grow significantly. Thousands of people, university graduates, professionals, managers and intellectuals from Italy’s southern regions have chosen this country to widen their horizons of opportunity. This patrimony is especially visible not only in San Paolo, the country’s economic capital, but also in other capitals of the south such as Rio de Janeiro and in the northeast. A legion of new migrants that today is especially active in the world of the Italian-Brazilian chambers of commerce in Brazil, as well as great Italian companies present in Brazil (TIM, Enel, Fiat, Pirelli…) and also a wide presence between small start-ups and medium sized businesses, such as in the world of professionals, volunteer organizations and universities.

Today, for the first time the Italian government has addressed these human resources with the idea of building a “digital platform which allows ‘talents’ to be queried, individually or on an institutional basis, by administrations, companies, citizens committed to projects of innovation in the South with the organization of regular meetings and specific workshops”.

This project is totally included “Piano Sud 2030” (2030 South Plan), a ten year programme of investments worth 123 billion Euros in infrastructure and new opportunities for young people launched by the government a few weeks before the outbreak of the pandemic which today is in the running to becoming one of the cornerstones of the reorganization of our economic, social and cultural system. This is a programme with precise constraints, such as that of directing 34% of public investment to the South, with priority for the chains of education, energy and infrastructure. In this context the “Network of Talents” could favour the “transfer of knowledge and good practice, exploiting the advantages of IT and digital networks, the diffusion of a culture of innovation policies and new technological entrepreneurship, the support of young people who want to stay or return to the South to give life to a start-up or to work in a research hub and the entry of “talents” into innovative entrepreneurial partnerships”.

After years of short-sighted and mainly welfare policies addressed to the great communities of Italians overseas, the Ministry for the South’s approach could signal a turning point, probably aided by the Minister’s political advisor Eugenio Marino, a great expert and student of everything that moves in the world of new and old mobility on Italians overseas.

Italy’s South and Italians overseas, two unique and extraordinary resources to revive Italy’s economy after Covid 19. This alliance could also reveal itself to be decisive in offering the Italy-System an explosive mix of opportunity and potential that was never fully exploited by a country that in the past considered, maybe too indulgently, the South and the migrants as a category of welfare expenses and not as an intelligent and decisive investment for growth and development.

Therefore, this is an ambitious and decisive challenge that directly involves many subjects, institutional and non-institutional, which in various capacities have responsibilities and commitments in the vast reality of Italy around the world. A project whose meaning goes beyond the intentions of those who courageously presented it, a project that therefore deserves all our support, together with the wish for success that, in addition to helping Italy that will come, could put resources into a virtuous circuit that the South and therefore all the country would risk losing forever. A risk that we cannot and must not take.

Fabio Porta, born in Caltagirone, with a degree in Sociology from Rome’s “La Sapienza” University. National Secretary of the Movimento Studenti di Azione Cattolica (Students’ Movement of  Catholic Action) during the 1980s, began to work in the trade union as a researcher and then in Brazil as a collaborator in a project by the Ministry of Foreign Affairs. In 2000 he became president of the Patronato Ital-Uil in Brazil and from 2008 to 2018 as a parliamentarian representing the Overseas Electorate of South America.  A member of the Foreign Affairs Commission and President of the Committee for Italians in the world of the Chamber of Deputies. Currently he has returned as President of Ital-Uil in Brazil; President of the Italy-Brazil Friendship Association: Guarantor of the 11 October, Committee of initiatives for Italians in the world, Vice-President of the ICPE (Institute of the Cooperation with Foreign countries) and of FOCUS Europe.

By “Vision and Global Trends”

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Delitti e Salotti – Murders and Talk Shows

di emigrazione e di matrimoni

Delitti e Salotti

Basta accendere il televisore per vedere programmi che ogni giorno trattano temi tragici, ma in un modo che spesso rischia di creare l’impressione di colpevolezza di qualcuno al di fuori del tribunale

 

“Paese che vai usanza che trovi” è un’espressione che rispecchia realtà profonde soprattutto quando ti trasferisci permanentemente da un paese a un altro. Passa il tempo e ti rendi conto che le differenze a volte sono più profonde e sottili di quel che pensavi. In particolare queste differenze si vedono nel modo in cui reati e delitti vengono trattati in televisione e nei giornali.

A dire il vero, queste differenze sono tra due diritti fondamentali per qualsiasi paese civilizzato, che spesso in Italia si trovano in conflitto tra di loro. Il primo è la libertà di stampa e del pubblico di essere informato, e il secondo il diritto di un imputato a un processo equo, non sempre possibile in un sistema dove i processi spesso si fanno in televisione e nei giornali prima ancora dell’inizio formale di un processo penale. Il giornalista ha il ruolo di informare il pubblico, però questo ruolo deve anche considerare la responsabilità di non mettere a rischio indagini e processi.

Basta accendere il televisore per vedere programmi che ogni giorno trattano temi tragici, ma in un modo che spesso rischia di creare l’impressione di colpevolezza di qualcuno al di fuori del tribunale. Analizzare presunte prove in uno studio televisivo o nei giornali quando le prove spesso non sono ancora state confermate in aula, non fa altro che creare le condizioni per proteste in decisioni legali diverse dalle aspettative create da programmi televisivi e articoli superficiali.

Se partiamo dalle indagini preliminari la fuga inopportuna di notizie potrebbe avere conseguenze negative per le persone indagate, perché spesso le indagini sono di routine e non necessariamente vengono seguite da imputazioni formali. Purtroppo in Italia un documento formale e tecnicamente di trasparenza come un avviso di garanzia, spesso viene trattato come una condanna dalla stampa, invece che una formalità giuridica.

Nei paesi anglosassoni le indagini sono coperte dal segreto assoluto e la fuga di nomi di indagati potrebbe essere motivo per non proseguire con le indagini, oppure per non proseguire in tribunale perché le indagini e le prove sono state inquinate. In questi paesi i nomi dei presunti colpevoli escono solo dopo l’imputazione formale per un reato, e nei casi più seri solo dopo la prima udienza davanti a un giudice che convalida l’arresto dopo aver dichiarato che le prove a carico dell’indagato sono sufficienti per meritare un processo penale.

Per questo motivo all’estero la prescrizione sparisce al momento dell’imputazione formale di un indagato. L’imputazione deve avere un risultato definitivo di colpevolezza o di innocenza, perché una dichiarazione della fine di un processo per avere superato i limiti di prescrizione non è una prova definitiva dello stato di colpevolezza vera dell’imputato. Anzi, la fine di un processo per prescrizione non è altro che una sconfitta del sistema giuridico del paese, un fallimento che non dovremmo mai permettere.

Questo trattamento dell’indagato non è una forma di rispetto per la persona sotto inchiesta, è rispetto per il concetto che la colpevolezza o l’innocenza di una persona si stabilisce in tribunale, dopo un processo regolare e non con una procedura mediatica come troppo spesso vediamo in televisione in Italia.

Ci vuole poco per ricordare casi in Italia dove personaggi sono diventati famosi per essere stati coinvolti in processi di alto profilo. Puntate intere di salotti televisivi sono state dedicate alle analisi di processi e indagini. Questi programmi somigliano a processi sommari senza le garanzie legali di un tribunale formale, e le esigenze tecniche per dimostrare se le prove fornite dal pubblico ministero siano state confermate con il giusto rigore scientifico.

Spesso gli ospiti di queste puntate non sono esperti di diritto penale, oppure tecnici scientifici capaci di valutare e giudicare prove puramente scientifiche, bensì personaggi capaci di creare scompiglio e “spettacolo” con il pubblico. Molti di questi personaggi sono diventati famosi proprio e solo perché aiutano programmi ad aumentare lo share televisivo. In questo modo i salotti televisivi sono diventati de facto aule di tribunale dove il futuro dell’imputato è deciso dal pubblico linciaiolo, che reagisce a seconda di come il caso è presentato e commentato dagli ospiti e non dal pubblico ministero e dall’avvocato difensore.   

Nessuno può mettere in dubbio che ci sono stati sbagli in processi legali e che la stampa ha avuto un ruolo importantissimo nel rivelare questi sbagli, non solo in Italia, ma in moltissimi paesi, anche in quelli con sistemi legali esigenti. Però c’è una differenza enorme tra fornire informazione e diventare il mezzo per giudicare le indagini e le prove per decidere poi se l’indagato sia colpevole o innocente.

Infatti, proprio per questo motivo in molti paesi prove rese pubbliche prima d’essere presentate formalmente e confermate in tribunale, sono dichiarate automaticamente inammissibili e infatti nei casi più seri i giornalisti rischiano imputazioni per oltraggio alla Corte. Questo vale anche nei casi di confessioni, perché il fatto che un imputato abbia confessato un reato non vuol dire che sia il colpevole. In Inghilterra Timothy Evans fu giustiziato dopo aver confessato d’aver ucciso tre donne, solo anni dopo con la scoperta di altri corpi si capì che il vero responsabile era John Christie, un caso raccontato nel film “10 Rillington Place” (L’assassinio di 10 Rillington Place in Italia) intitolato al luogo dei delitti.

Questo spiega l’altro motivo principale di assicurare che i processi finiscano regolarmente con prove confermate e non inquinate. Le indagini e il processo devono garantire che il vero colpevole venga arrestato e condannato, e non un innocente.

Lo stesso vale per le analisi troppo approfondite degli imputati di un processo in corso. Di nuovo nel sistema anglosassone i precedenti degli imputati non sono presentabili dal pubblico ministero e nemmeno il giudice del processo li conosce, per garantire la sua imparzialità. L’imputato dovrebbe essere giudicato e condannato dalle prove concrete per quel reato specifico e non in base a incidenti di venti o trent’anni prima. I meno giovani si ricorderanno che questo è successo in Italia nel passato e in particolare nel processo del “Mostro di Firenze” dove, per l’ennesima volta purtroppo, la Giustizia non fu aiutata da comportamenti sommari da una certa parte della stampa durante tutta la vicenda.

La Giustizia è fondamentale per noi tutti ed è alla base di tutto il nostro sistema di governo. Però, non dobbiamo dimenticare che è delicata e che dobbiamo trattarla con rispetto. Comportamenti troppi leggeri da parte di chi indaga e da chi riporta le notizie in modo superficiale non fanno altro che creare un clima di sfiducia nella Giustizia del nostro Paese.

La prossima volta che vediamo salotti televisivi e leggiamo articoli di processi sensazionali chiediamoci se quel che vediamo e leggiamo sia veramente quello che sarà presentato in tribunale. Chiediamoci soprattutto se davvero la presenza di chi sa presentare la sua causa al pubblico televisivo, invece di fornire le prove a un giudice in un tribunale, sia il miglior modo per decidere la colpevolezza o l’innocenza di qualcuno.

Infine, chiediamoci se noi dovessimo essere processati vorremmo trovarci in quella situazione? Non ho dubbi su come noi tutti risponderemmo a questa domanda…

di emigrazione e di matrimoni

Murders and Talk Shows

We only have to switch on the television to see programmes that every day deal with tragic themes but in a manner that often risks creating the impression of someone’s guilt outside the courts

“When in Rome do as the Romans do” is an expression that reflects a profound reality, especially when you move permanently from one country to another. Time passes and you realize that at times the differences are much deeper and much subtler than what you thought. These differences are seen especially in the way in which crimes and murders are treated on the television and the newspapers.

To tell the truth, these differences are between two essential rights for any civilized country that are often in conflict in Italy. The first is the freedom of the press and the public to be informed and the second the right of an accused person to a fair trial which is not always possible in a system where trials are often held on the television and in the newspapers even before the formal start of a criminal trial. Journalists have the role of informing the public but this role must also consider the responsibility of putting at risk investigations and trials.

We only have to switch on the television to see programmes that every day deal with tragic themes but in a manner that often risks creating the impression of someone’s guilt outside the courts. Analyzing alleged evidence in a television studio or in the newspapers that often has not been confirmed in the courtroom only creates the condition for protests against legal decisions that are different from the expectations created by superficial television programmes and newspaper articles.

If we start from the preliminary investigations the inopportune leak of news could have negative consequences for people under investigation because investigations are often routine and are not necessarily followed by a formal indictment. Unfortunately in Italy a formal and technically transparent document such as an “avviso di garanzia” (notice of investigation which advises people they are being investigated by the police) is often treated as a conviction in the press rather than a legal formality.

In Anglo Saxon countries investigations are covered by absolute secrecy and the leak of names of people under investigation could be the reason not to continue with the investigations or for not continuing onto the court because the investigations and the evidences have been tainted. In these countries the names are released only after formal indictment for a crime and in the most serious cases only after the first sitting in front of a judge who validates the arrest after having declared that the evidence against the suspect is enough to warrant a criminal trial.

For this reason in other countries the statute of limitations no longer applies after the suspect is formally charged. The charge must have a definitive result of guilt or innocence because a declaration at the end of a trial for having exceeded the limits of the statute of limitation is not a definitive proof of the state of guilt of the defendant. Indeed, the end of a trial for having exceeded the statutes of limitation of the crime is nothing more than a defeat of a country’s judicial system, a failure that we should never allow.

This treatment of the accused is not respect for the person under investigation, it is respect for the concept that guilt or innocence of a person is established only in court after a regular trial and not by a procedure in the media as we see all too often in Italy.

It takes little to remember people who became famous because they were involved in high profile trials. Whole episodes of television talk shows have been dedicated to the analysis of trials and investigations. These programs resemble summary trials without the legal guarantees of a formal trial and the technical necessities to show that proof supplied by the prosecutor has been confirmed with the proper scientific rigor.

Often the guests of these episodes are not experts in criminal law or scientific technicians capable of evaluating and judging purely scientific evidence but people capable of creating uproar and “putting on a show” for the audience. Many of these people have become famous precisely and only because they help programmes to increase their share of the television audience. In this way television talk shows have become de facto courtrooms where the future of the defendant is decided by lynching audiences that react according to how the case is presented and commented on by the guests and not by the prosecutor and the defence attorney.

Nobody can doubt there have been mistakes in legal trials and that the press has had a very important role in revealing these mistakes, not only in Italy but in many countries, even in those with demanding legal systems. However, there is a huge difference between providing information and becoming the means of judging the investigations and the evidence to then decide if the defendant is guilty or innocent.

In fact, this is the very reason why in many countries any evidence made public before it has been formally presented and confirmed in the court is automatically declared inadmissible and in the more serious cases journalists risk being held in contempt of court.  This is also true of confessions because the fact a defendant has confessed to a crime does not mean that he or she is guilty. In England Timothy Evans was executed after having confessed to killing three women, only years later after other bodies were discovered did it become clear that the true person responsible was John Christies in the case told in the film “10 Rillington Place”, named after the scene of the crimes.

This explains another main reason to ensure that trials end regularly with evidence that has confirmed and not been tainted. The investigations and the trial must guarantee that the real culprit is arrested and sentenced and not an innocent person.

This is also true for too detailed analysis of the defendant of an ongoing trial. Again in the Anglo-Saxon system in order to guarantee impartiality the defendant’s precedents cannot be presented by the prosecution and not even the trial judge knows them. The defendant must be judged and convicted by concrete evidence for that specific crime and not according to incidents twenty or thirty years before. The older readers will remember that this happened in Italy in the past and especially in the trial of the “Monster of Florence” when, for the umpteenth time unfortunately, Justice was not helped by summary behaviour by a certain part of the press during the entire affair.

Justice is essential for all of us and it is the foundation of our system of government. However, we must not forget that it is delicate and that we must treat it with respect. Frivolous behaviour by the investigators and those who report the news superficially does nothing but create a climate of distrust in our country’s Justice.

The next time we watch television talk shows and we read the reports of sensational trials we must ask ourselves if what we are watch and read is really what will be presented in court. We must ask ourselves above all if the presence of someone who knows how to present his case to the television audience instead of providing the evidence to a judge in court really is the best way for deciding someone’s guilt or innocence.

And finally let us ask ourselves, if we were to be tried would we want to find ourselves in that situation? I have no doubt how all of us would answer this question…

La Mossa Tattica – The Smart Move

di emigrazione e di matrimoni

La Mossa Tattica

Nei paesi con immigrazione inevitabilmente eventuali arresti diventano notizie di primordine per il solo fatto d’avere immigrati come protagonisti

Per noi amici del bar italiano della città in Australia era tutta colpa del film I Guappi con Franco Nero e Fabio Testi e la scena iniziale di un paese che non si muove presto la mattina per paura di svegliare ‘O Guappo che comandava su tutti. Zazà si vedeva al posto del capo al quale tutti si riferivano. Non capiva che quel rispetto era basato su paura e forza che erano sempre minacciate dai rivali, e quel rispetto aveva un prezzo molto alto che spesso finiva in quel luogo dove siamo tutti uguali.

Inoltre, Zazà voleva fare i soldi, purtroppo gli mancava la voglia di lavorare che avrebbe garantito uno stipendio. Era giovane, bello e furbo, ma la sua furbizia era pericolosa perché non aveva intelligenza pari ai suoi sogni.

 Zazà e il suo amico Ciccio cercavano sempre quella mossa tattica che avrebbe portato i soldi senza dover sudare dalla fatica, le hanno provate tutte per trovarla. Disgraziatamente le loro avventure finivano sempre allo stesso modo, con le risate di noi amici.

 Una sera al bar ho trovato Zazà e Ciccio che facevano il giro dei tavoli scegliendo solo quelli dove c’erano le ragazze carine. Tra una battuta e un tentativo di rimorchiare vendevano anche biglietti della lotteria, e ho notato che i biglietti erano falsi. Ho chiesto a un nostro amico in comune per cosa erano i biglietti e mi ha detto che erano per una scuola. Non volevo dire niente, almeno non subito, ma alla vendita di biglietti a una ragazza che conoscevo sapevo che dovevo intervenire. Non potevo farlo pubblicamente, dovevo farlo lo stesso.

 Un’oretta dopo sono andato al club italiano vicino, dove andavano a giocare a briscola, e al primo cambio di coppie li ho portati fuori per fare due chiacchiere. Al mio tentativo di persuaderli a restituire i soldi hanno rifiutato, dicendo che i biglietti erano veri. Alla mia insistenza Zazà finalmente ha ammesso “E allora? Se sono così sceme da comprare biglietti falsi, meglio i soldi in tasca nostra che nel loro portafoglio”. “Avete venduto biglietti ad Anna, vero?” gli ho detto. “Mbeh? Anche lei è scema,” ha risposto Zazà con un tono ironico. “Sai dove lavora?” gli ho chiesto immediatamente. “Che ce ne f….?” ha risposto Ciccio con il primo segno di impazienza. “All’ufficio del Procuratore Generale. Secondo voi, cosa succederebbe se dovesse mostrare quei biglietti a qualcuno nell’ufficio?”

 Finalmente hanno capito il messaggio e sono tornati immediatamente al bar per restituire i soldi con la scusa che volevano solo i numeri di telefono delle ragazze. Era solo un caso fra tanti.

Un’altra volta Zazà ha deciso di vendere oro rubato e nemmeno qui si è mostrato furbo. Non lo vendeva lontano da dove era conosciuto, ma al solito bar alle ragazze che cercava di rimorchiare. Come quasi sempre, anche qui gli è finita male. Peggio ancora, eravamo presenti per vedere l’esito.

 In quegli anni ci andava una ragazza greca con il soprannome Bubù. Una sera Zazà e lei si sono messi a parlare della prossima partita tra la squadra italiana della città e quella greca, per motivi di orgoglio nazionale una partita sentita dalle rispettive tifoserie. Allora gli italiani erano in testa alla classifica e i greci a rischio retrocessione. Alla battuta di lui che gli italiani avrebbero vinto “cento a uno” lei si è offesa, rispondendo con un dollaro, “Accettata, cento a uno”. Lui ha preso subito i soldi, anche se pochi in fondo per lui erano soldi sicuri. Naturalmente hanno vinto i greci.

 Il giorno dopo la partita quando si è presentato all’appuntamento con lei, avendo dimenticato la scommessa è stato colto da sorpresa quando lei gli ha chiesto subito “Dove sono i miei soldi?”. “Quali soldi?” le ha risposto. “Quelli della scommessa,” ha spiegato lei.  Zazà non sapeva come rispondere.

 Sfortunatamente per lui noi amici eravamo al tavolo accanto e ci divertivamo al suo sconforto. Non ridevamo apertamente, ma non dubito che i nostri visi tradissero il nostro stato d’animo. Peggio ancora quando lei ha detto alla fine con calma, “Allora, se non paghi la scommessa, non ti pago l’oro”. Ovviamente l’appuntamento era per pagare l’oro che lei aveva fatto controllare prima di comprarlo. Il valore dell’oro era molto superiore al valore della scommessa e lo sapevamo tutti.

 Lui non riusciva a nascondere il suo stupore e ancora di più il suo fastidio ad aver sottovalutato una ragazza che di solito era timidissima. Siamo rimasti a guardare come il pubblico di una farsa napoletana, non potevamo ridere, ma ci divertivamo ancora di più.

 La contesa è durata due settimane e in quel periodo abbiamo visto Zazà diventare sempre più cupo. Non voleva ammettere d’aver perso la scommessa, ma non voleva nemmeno perdere la vendita. Alla fine un amico comune ha fatto da negoziatore tra di loro. Zazà è stato costretto a pagare la scommessa, ma con un gesto che abbiamo capito benissimo lei ha rifiutato di comprare l’oro. Sarebbe quasi superfluo dire che quella è stata la fine della sua avventura dell’oro rubato.

 Nel corso degli anni Zazà e Ciccio non sono stati gli unici italiani che ho conosciuto che volevano fare soldi senza dover lavorare. C’è stata la truffa dei “marinai” italiani che vendevano argenteria che risultava placcata sottilmente. Come anche i soliti tentativi di truffare assicurazioni per incidenti sul luogo di lavoro, oppure in seguito a banali incidenti stradali. Ho visto persino un amico di Zazà inscenare il furto e l’incendio della propria macchina per motivi di assicurazione. Molti casi sono finiti male, ma nel corso degli anni alcuni ci sono riusciti a fare qualche soldo, però mai ai livelli che pensavano di poter fare.

 Per quanto le sventure di Zazà possono far ridere, in fondo si tratta di comportamento criminale, anche se maldestro. Purtroppo, questi casi non fanno altro che perpetuare i luoghi comuni che accompagnano gli italiani all’estero. Nei paesi con immigrazione inevitabilmente eventuali arresti diventano notizie di primordine per il solo fatto d’avere immigrati come protagonisti. Infatti, lo vediamo ogni giorno in Italia nei giornali e i notiziari televisivi e dimentichiamo che i criminali sono una piccola minoranza della loro nazionalità. Di conseguenza tutti gli immigrati di determinati paesi vengono timbrati come criminali, proprio come fanno all’estero con noi italiani.

 L’Italia è un paese meraviglioso e solo negli ultimi decenni ha visto nascere Vittorio Gassman, Umberto Eco, Rita Levi Montalcini, Sophia Loren e Gino Strada che sono solo una piccola parte dei personaggi che hanno portato molto onore al nostro paese. Però, allo stesso tempo sono nati nel nostro paese Totò Riina, Tano Badalamenti, Giovanni Brusca e altri che hanno commesso orrori inimmaginabili nelle loro carriere criminali, che hanno lasciato un segno terribile sulla nostra immagine internazionale più grande dei loro numeri.

 Quando andiamo all’estero dà fastidio a noi italiani quando siamo trattati come facessimo parte del secondo gruppo invece che del primo. È un fastidio che lascia l’amaro in bocca perché non facciamo parte di quella minoranza criminale.

 Allora, se questi luoghi comuni ci fanno sentire male perché lo facciamo agli altri?

di emigrazione e di matrimoni

The Smart Move

In countries of immigration any arrests become high profile news for the simple fact of having migrants as protagonists.

For the friends in the Italian bar in the city in Australia it was all the fault of the film I Guappi (Blood Brothers in English) with Franco Nero and Fabio Testi and the opening scene of the town where nobody moved early in the morning for fear of waking ‘O Guappo (the town’s Boss). He did not understand that this respect was based on fear and strength that were always under threat from rivals and that the respect had a very high price that often ended in the place where we are all equal.

Furthermore Zazà wanted to make money, unfortunately he lacked the desire to work which would have guaranteed him a wage. He was young, handsome and sly but his slyness was dangerous because his intelligence was not on a par with his dreams.

Zazà and his friend Ciccio were always looking for that smart move that would have brought them money without having to sweat for it and they tried everything to find it. Regrettably their adventures always ended the same way, with the laughter of us friends.

One evening I found Zazà and Ciccio doing the rounds of the bar’s tables choosing only those with attractive girls. Between a joke and an attempt to pick them up they also sold lottery tickets and I noticed that the tickets were fake. I asked a mutual friend what the tickets were for and he told me they were for a school. I did not want to say anything, at least not immediately but on the sale of tickets to a girl I knew I knew I had to intervene. I could not do it publicly, but I had to do it in any case.   

About an hour later I went to an Italian club nearby where they usually went to play cards and at the first change of pairs I took them outside for a chat. At my first try at persuading them to give back the money they refused saying that the tickets were real. When I insisted Zazà finally admitted “So what? If they are so stupid as to buy fake tickets better the money in our pockets than in their purse”. “You sold Anna tickets, didn’t you?” I answered. “Well, she’s stupid too”, Zazà said ironically. “Do you know where she works?” I asked him immediately. “What do we care?” asked Ciccio with the first signs of impatience. “At the Attorney General’s office, what do you think would happen if she showed those tickets to someone in the office?”

They finally understood the message and returned immediately to the bar to give back the money with the excuse they only wanted the girls’ telephone numbers. This was only one of many examples.

Another time Zazà decided to sell stolen gold and here too he showed he wasn’t smart. He did not sell it far from where he was known but at the usual bar to the girls he tried to pick up. As almost always, this too ended badly. Worse still, we were there to see the outcome.

In those years a young Greek girl nicknamed Bubù used to go the bar. One evening Zazà and she started to talk about the upcoming football game between the city’s Italian team and the local Greek team which, for reasons of national pride, was a game that was much felt amongst the respective fans. At the time the Italian team was at the top of the ladder and the Greek team risked demotion. At his crack that the Italians would have won “one hundred to one” she felt offended and answered with a dollar. “Done, one hundred to one” He took the money straight away even if the sum was small, basically because he was certain of the money. Of course the Greeks won.

The day after the game he kept his appointment with her, he had forgotten the bet and was taken by surprise when she quickly asked, “Where’s my money?” “What money?” he answered. “The money of the bet,” she explained. Zazà did not know what to say.

Unfortunately for him we friends were seated at the next table and we enjoyed his discomfort. We did not laugh openly but I have no doubt our expressions betrayed our mood. It became even worse when she finally said in a calm voice “So, if you don’t pay the bet, I won’t pay you for the gold” Obviously the appointment was to pay the gold she had checked before buying. The value of the gold was much higher than the value of the bet and we all knew this.

He could not hide his amazement and even more his annoyance at having underestimated a girl who was usually very shy. We were left watching like an audience at a Neapolitan farce, we could not laugh but we enjoyed ourselves even more.

The dispute lasted two weeks and during the time we saw Zazà become more and more sullen. He did not want to admit having lost the bet but he did not want to lose the sale either. In the end a mutual friend negotiated between them. Zazà was forced to pay the bet but with a gesture that we understood perfectly she refused to buy the gold. It would be almost unnecessary to say that this was the end of his adventure with the stolen gold.

Over the years Zazà and Ciccio were not the only Italians I met who wanted to make money without working. There was the scam of the Italian “sailors” who sold silverware which ended up being thinly plated. There were also the usual attempts at defrauding insurance companies with workplace accidents or following trivial traffic accidents. I even saw one of Zazà’s friends make up the theft and arson of his own car for insurance purposes. Many cases ended badly but over the years some managed to make some money but never at the level they thought they could achieve,

As much as Zazà’s misadventures can make people laugh, this was after all criminal behaviour, even if clumsy. Unfortunately, these cases only perpetuate the clichés that accompany Italians overseas. In countries of immigration any arrests become high profile news for the simple fact of having migrants as protagonists. In fact, we see this every day in Italy in the newspapers and TV news and we forget that the criminals are a small minority of their nationalities. Subsequently all migrants from certain countries are branded as criminals, just as was done overseas with we Italians.

Italy is a wonderful country where only in recent decades Vittorio Gassman, Umberto Eco, Rita Levi Montalcini, Sophia Loren and Gina Strada were born and these are only a small sample of people who have brought honour to our country. However, at the same time Totò Riina, Tano Badalamenti, Giovanni Brusca and others were born in our country who committed unimaginable horrors during their criminal careers which left a terrible mark on our image around the world which is larger than their numbers.

When we go overseas it annoys us Italians when we are treated as if we were part of the second group instead of the first. It is an annoyance that leaves a bitter tease because we are not part of the criminal minority.

So, if these clichés make us feel bad, why do we do it to the others?

“I sogni muoiono all’alba” – “Dreams die at dawn”

di emigrazione e di matrimoni

I sogni muoiono all’alba

Durante la Battaglia di Budapest del 1956 in cui l’Unione Sovietica soppresse la rivolta dei comunisti ungheresi a forza di cannonate e carri armati, Di Vittorio fu costretto a ritirare e smentire un annuncio stampa che appoggiava la classe operaia ungherese contro la repressione sovietica.

Iniziamo l’articolo con le scuse per aver “rubato” il titolo di una commedia teatrale e poi un film che descrive perfettamente il dolore di momenti decisivi alla vita. Vogliamo fare qualche riflessione di un fallimento storico come descritto nell’articolo precedente in cui abbiamo parlato della nostra tendenza di chiedere “E se…” quando pensiamo al passato.

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L’Italia che non poteva mai essere – The Italy that could never be

Nel caso dell’articolo precedente la domanda si riferiva ai “Ragazzi di via Panisperna” che cambiarono la scienza ma non poterono fare niente per migliorare l’Italia. Però, la sera che abbiamo consegnato il manoscritto al redattore abbiamo visto una fiction televisiva che ha dimostrato benissimo un momento tragico e vero, che segnò il destino negativo di un partito politico italiano che lo seguirà fino al suo scioglimento qualche decennio dopo.

In questo caso non vogliamo parlare di “E se…” perché i fatti dell’incidente sono chiari, ma di come un partito politico italiano che ha segnato una parte importante della Storia d’Italia, per esigenze politiche legate alla Guerra Fredda e anche al passato di uno dei suoi protagonisti storici, creò un danno enorme per il suo patrimonio politico e storico.

Utopia e totalitarismi

Quando Marx scrisse le sue teorie politiche, che diventeranno poi la base del comunismo/socialismo, lui sognava un’utopia imperfetta perché, in parole povere, lui vedeva l’essere umano come una specie di “creatura divina” con buone intenzioni, e non faceva i conti con la capacità umana di sviare qualsiasi cosa secondo i bisogni e la volontà di individui spietati.

Questa tendenza è descritta brillantemente da George Orwell nel suo capolavoro “La Fattoria degli animali” dove fa capire benissimo come ideali bellissimi spariscono nella presenza di repressioni e morti. In questo modo oggigiorno la filosofia politica di Marx non è identificata con società ordinate dove tutti hanno gli stessi diritti e possibilità nella vita, bensì con stati totalitari guidati da uomini come Stalin e Mao che hanno represso le loro popolazioni sotto la maschera del “comunismo”.

La notte del 1° maggio, in occasione della Festa del Lavoro in Italia, la RAI ha trasmesso una fiction della vita del grande sindacalista e politico italiano Giuseppe Di Vittorio. In una scena brillante vediamo lo scontro tra queste due facce del comunismo, ovvero tra l’idealismo e la crudeltà della Realpolitik.

Durante la Battaglia di Budapest del 1956 in cui l’Unione Sovietica soppresse la rivolta dei comunisti ungheresi a forza di cannonate e carri armati, Di Vittorio fu costretto a ritirare e smentire un annuncio stampa che appoggiava la classe operaia ungherese contro la repressione sovietica. A costringere il sindacalista e politico alla smentita fu Palmiro Togliatti, il capo indiscusso del PCI (Partito Comunista Italiano) che aveva avuto una relazione mai del tutto spiegata e ancora avvolta in molti misteri con l’URSS e in modo particolare con il dittatore Stalin.

Togliatti disse senza esitazione che la rivolta era dalla “borghesia” e gli “aristocratici” contro la “rivoluzione” e che il partito aveva l’obbligo di appoggiare le azioni delle forze sovietiche con i “reazionisti”.

Chi conosce la storia di quei giorni tragici in Ungheria sa che quel che stava succedendo a Budapest era esattamente quel che Di Vittorio aveva descritto, e che a rivoltarsi contro il giogo sovietico erano proprio giovani comunisti che volevano la loro versione degli ideali e non una dettata da Mosca.

Inoltre, c’erano due testimoni italiani molto importanti in quella battaglia, uno dei quali vide i suoi sogni morire all’alba del 4 novembre 1956.

I testimoni eccellenti

Quando scoppiò la rivolta ungherese alla fine dell’ottobre 1956 il grande giornalista italiano Indro Montanelli si trovava in una battuta di caccia in Romania e decise di vedere personalmente gli sviluppi. Dopo alcune difficoltà poté andarci con un politico socialista italiano e il suo addetto stampa. Il politico aveva un nome importante, Matteo Matteotti, il figlio del politico socialista Giacomo Matteotti ucciso dagli squadristi fascisti nel 1926, la cui morte portò all’istituzione della dittatura di Mussolini.

Nelle sue cronache stupende di quei giorni, che furono anche le sue ultime da corrispondente internazionale, Montanelli descrisse come trovarono una città in festa, “ubriaca di libertà” che la gente pensava d’aver ottenuto. Il giornalista fa particolare riferimento al ruolo non solo dei giovani comunisti, ma anche del coinvolgimento della classe operaia, smentendo quel che l’URSS e di conseguenza il PCI in Italia diceva della rivolta, come dimostrato nella scena della fiction.

Nei suoi ricordi Montanelli e come descritto nella sua commedia teatrale “I sogni muoiono all’alba”, diventata poi un film con lo stesso nome, Matteotti (mai nominato ma il riferimento è inconfondibile) era convinto d’aver visto la vittoria del proletariato e del comunismo nei primi giorni di gioia. Tragicamente, non solo per lui ma per tutti, questi sogni erano destinati a morire, insieme a moltissimi sognatori.

All’alba del 4 novembre 1956 la città di Budapest si svegliò con il rumore delle cannonate delle forze armate sovietiche. La battaglia durò diversi giorni e Montanelli e Matteotti videro il coraggio tragico dei magiari.

Le prima cronache di Montanelli uscirono nel Corriere della Sera solo 12 giorni dopo l’inizio della battaglia e immediatamente suscitarono le critiche del PCI che l’accusavano di mentire. Il grande giornalista non ritirò una parola e infatti anni dopo il PCI dovette ammettere i propri sbagli che seguiranno il partito per tutto il resto del suo percorso storico, e che spesso vengono ricordati ancora oggi dagli avversari dei suoi discendenti. Tale che il PCI non ripeté lo sbaglio nel 1968 quando l’URSS soppresse la Primavera di Praga, criticando aspramente la mano pesante dei sovietici, ma ormai il danno era fatto per il partito.

I sogni morti e l’onestà

Benché Montanelli abbia scritto spesso di quel periodo, non siamo riusciti a trovare traccia di commenti di Matteotti riguardo quel che dovevano essere giorni angosciosi per chi credeva nei sogni di Marx e si trovava a dover affrontare gli orrori dei successori di Stalin che schiacciarono impietosamente la rivolta ungherese.

Per il politico socialista i sogni della presunta “utopia” sovietica sono morti con le cannonate di quella mattina. Però, alcuni membri del PCI, uno in particolare, Palmiro Togliatti, dovevano sapere che il 25 febbraio di quell’anno in un discorso al 20° Congresso del Partito Comunista dell’URSS il Segretario Nikita Krusciov denunciò gli eccessi del periodo staliniano, liberando migliaia di prigionieri politici e in effetti iniziando la strada verso la rivolta magiara.

Per questo motivo l’atteggiamento dei ranghi alti del PCI era particolarmente ipocrita perché, benché la maggior parte degli iscritti ancora credevano negli ideali descritti da Marx, i suoi capi senza dubbio sapevano che la realtà sovietica era ben lontana dai sogni. Può darsi che fu proprio per questo motivo che Togliatti ed altri criticavano così aspramente le cronache epocali di Montanelli e le sue conclusioni da testimone oculare agli episodi di quelle giornate drammatiche.

I sogni sono tali, non sono veri, anche se possono dare speranza per il futuro. Però, da essere umani, dobbiamo avere l’onestà di affrontare il dolore e la verità dei sogni traditi, oppure della propaganda ingannevole di altri nostalgici di totalitarismi, che vedono solo “il male fatto” da certi regimi e rifiutano di riconoscere il male fatto in nome di altri totalitarismi.

Le opere di Marx hanno permesso a innumerevoli persone in tutto il mondo di sognare un mondo migliore, ma questi sogni si sono schiantati contro il muro della politica dura e cruda di chi vedeva solo il potere che poteva controllare, e in questo modo hanno ucciso i sogni di chi ci credeva davvero.

Per gli stessi motivi dobbiamo essere altrettanto duri contro chi difende qualsiasi forma di totalitarismo perché il male fatto alla gente non è rosso o nero e il sangue delle loro vittime ha lo stesso colore. Quindi non dobbiamo scegliere quali dittature difendere semplicemente per motivi politici, dimenticando il dovere di onestà politica del nostro passato senza la quale la democrazia non ha futuro.

di emigrazione e di matrimoni

Dreams die at dawn

During the 1956 Battle of Budapest in which the Soviet Union crushed the revolt of Hungary’s communists with cannon fire and tanks Di Vittorio was forced to withdraw and deny a press release supporting the Hungarian working class against the Soviet repression.

We start the article with an apology for having “stolen” the title of a play and then a film which describes perfectly the pain of decisive moments in our lives. We want to make some reflections on the historical failure as described in the previous article in which we spoke about our tendency to ask “What if…” when we think about the past.

L’Italia che non poteva mai essere – The Italy that could never be

In the case of the previous article the question concerned the “Young men of via Panisperna” who changed science but could do nothing to improve Italy. However, the evening we sent the manuscript to the editor we saw a TV programme that showed very well a tragic and true moment which marked the negative fate of an Italian political party and would follow it to its dissolution decades later.

In this case we are not talking about a “What if…” because the facts of the incident are clear but of how an Italian political party which marked an important part of Italy’s history, due to political needs linked to the Cold War, and also to the past of one of its historic protagonists, caused enormous damage to its political/historical heritage.

Utopia and totalitarianism

When Marx wrote his political theories, which then became the basis for communism/socialism, he dreamed of an imperfect Utopia because he basically saw human beings as a kind of “divine creatures” with good intentions and he did not take into account the human capacity to divert anything depending on the needs and desires of ruthless individuals.

This tendency is described brilliantly by George Orwell in his masterpiece “Animal Farm” in which he makes us understand perfectly how wonderful ideals vanish in the presence of repression and deaths. In this way today Marx’s political philosophy is not identified with orderly societies where everybody has the same rights and possibilities in life but rather with totalitarian states led by men such as Stalin and Mao who repressed their populations under the guise of “communism”.

On the night of May 1st, on the occasion of Italy’s Labour Day holiday RAI broadcast a TV programme on the life of the great Italian trade unionist and politician Giuseppe Di Vittorio. In a brilliant scene we see the clash between these two faces of communism, in other words between the idealism and the cruelty of Realpolitik.

During the 1956 Battle of Budapest in which the Soviet Union crushed the revolt of Hungary’s communists with cannon fire and tanks Di Vittorio was forced to withdraw and deny a press release supporting the Hungarian working class against the Soviet repression. The person forcing the trade unionist/politician to the denial was Palmiro Togliatti, the undisputed leader of the PCI (Italian Communist Party) who had had a relationship with the USSR and especially with its dictator Joseph Stalin that was never fully explained relationship and is still shrouded in many mysteries.

Togliatti unhesitatingly said that the revolt was by the “bourgeoisie” and the “aristocrats” against the “revolution” and that the party had the duty to support the action of the Soviet forces against the “reactionaries”.

Those who know the history of those tragic days in Hungary know that what was happening in Budapest was exactly what Di Vittorio had described and that those revolting against the Russian yoke were young communists who wanted their own form of the ideals and not one dictated by Moscow.

Furthermore, there were two very important Italian witnesses to that battle, one of whom saw his dreams die at dawn on November 4th, 1956.

The excellent witnesses

When the revolt in Hungary erupted at the end of October 1956 the great Italian journalist Indro Montanelli, who was on a hunting trip in Rumania, decided to see the developments in person. After some difficulty he was able to go there with an Italian socialist politician and his press agent. The politician had an important name, Matteo Matteotti, the son of socialist politician Giacomo Matteotti who had been killed by Fascist militants in 1926 which led to the institution of the dictatorship by Mussolini.

In his stupendous reports on those days, which were also his last as a foreign correspondent, Montanelli described how they found the city in celebrations and “drunk on the freedom” that the people thought they had achieved. The journalist made specific reference to the role not only of the young communists but also to the involvement of the working class, putting the lie to what the USSR said of the revolt and subsequently taken up by the PCI in Italy, as shown in the scene in the TV programme.

In Montanelli’s recollections and as he described in his stage play “I sogni muoiono all’alba” (Dreams die at dawn) which then became a film of the same name, Matteotti (never named but the reference is unmistakable) was convinced he had seen the victory of the proletariat and communism in those first days of joy. Tragically, not only for him but for everyone, these dreams were destined to die, together with many dreamers.

At dawn on November 4th, 1956 the city of Budapest awoke to the sound of cannon fire by the Soviet armed forces. The battle lasted a number of days and Montanelli and Matteotti saw the tragic bravery of the Hungarians.

Montanelli’s first reports were published in Milan’s famous Il Corriere della Sera newspaper only 12 days after the start of the battle and immediately aroused criticism from the PCI that accused him of lying. The great journalists did not withdraw a single word and in fact years later the PCI had to admit its errors that would follow the party for the rest of its history and they are often still remembered today by the political opponents of its descendants. So much so that the PCI did not repeat the mistake in 1968 when the USSR crushed the Prague Spring, bitterly criticizing the heavy hand of the Soviets but by then damage to the party had been done.

The dead dreams and honesty

Although Montanelli often spoke about that period, we were not able to find any traces of Matteotti’s comments concerning what must have been distressing days for those who believed in Marx’s dreams and found themselves having to face the horrors by Stalin’s successors who mercilessly crushed the Hungarian revolt.

For the socialist politician the dreams of the alleged Soviet “utopia” died with the cannon fire that morning. However, some members of the PCI and one in particular, Palmiro Togliatti, must have known that on February 25th of that year in a historical speech on the 20th Congress of the Communist Party of the USSR Secretary Nikita Khrushchev denounced the excesses of the Stalinist period, freeing political prisoners and effectively starting the road to the Hungarian revolt.

For this reason the attitude of the high ranking members of the PCI was especially hypocritical because, although the great majority of the rank and file still believed in the ideals described by Marx, its leaders undoubtedly knew that the reality of the Soviet Union was very different from the dreams. This may be the very reason that Togliatti and others criticized so bitterly Montanelli’s momentous reports and his conclusions as an eyewitness to the episodes of those dramatic days.

Dreams are just that, they are not real, even if they can give hope for the future. However, as human beings, we must have the honesty to deal with the pain and the truth of betrayed dreams, or those of the deceitful propaganda of those who are nostalgic for other totalitarian states, who only see the “evil things done” by certain regimes and refuse to recognize the evil done in the name of other totalitarian states.

Marx’s works allowed countless people around the world to dream of a better world but these dreams crashed against the wall of the hard and brutal politics of those who only saw the power they could wield and in this way they killed the dreams of those who truly believed in them.

For these same reasons we must be just as tough against those who defend any form of totalitarianism because the evil done to people is not red or black and the blood of their victims has the same colour. Therefore we must not select which dictatorships to be defend simply for political reasons and forget the obligation of historical honesty of our past without which democracy has no future.

L’Italia che non poteva mai essere – The Italy that could never be

di emigrazione e di matrimoni

L’Italia che non poteva mai essere

Erano ragazzi, erano davvero ragazzi e sono riconosciuti nella Storia, la Scienza, le fiction, la letteratura e anche al cinema come i “Ragazzi di via Panisperna”.

“E se…” sono probabilmente le due parole più utilizzate quando parliamo del passato, e in modo particolare della Storia. Ciascuno di noi le ha utilizzate per esprimere rimpianti per sbagli, ricordando momenti chiave della vita per poi tornare a trattare i problemi d’oggigiorno.

La più celebre “E se …” della Storia è probabilmente: “E se Napoleone non avesse invaso la Russia?” e come tutte le altre volte che utilizziamo la frase ci troviamo a non sapere mai la risposta giusta, semplicemente perché non esiste.

Nella Storia d’Italia ci sono molti momenti di “E se…” cominciando dagli Etruschi e i Greci, però, c’è un grande “E se…” del nostro passato che poteva davvero segnare una grande svolta nella qualità della nostra vita, e al centro della domanda non c’è un Papa, un Cesare, un re straniero, un Capitan di ventura, oppure un dittatore, bensì un gruppo di ragazzi. Dalla foto in testa all’articolo sembrano apparentemente normali ma in un modo o l’altro hanno contribuito a cambiare il mondo, ma non potevano fare niente per cambiare l’Italia perché le loro circostanze non hanno permesso di farlo.

Nel fare qualche riflessione sulla loro vita e perché non potevano aiutare a cambiare per il meglio il loro paese di nascita, cominciamo anche a capire che in fondo, quella domanda iniziale non è altro che il riconoscimento di fallimenti del passato e non tentativi per risolvere le loro conseguenze.

Via Panisperna

Erano ragazzi, erano davvero ragazzi e sono riconosciuti nella Storia, la Scienza, le fiction, la letteratura e anche al cinema come i “Ragazzi di via Panisperna”. In ordine della foto principale, da sinistra a destra, sono Oscar D’Agostino, il “chimico” del gruppo, Emilio Segrè, Premio Nobel della Fisica nel 1959, Edoardo Amaldi che contribuì all’eventuale formazione del CERN (Centro Europeo di Ricerche Nucleari e l’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea), Franco Rasetti che abbandonerà la fisica per ottenere successo nella paleontologia e la botanica ed infine Enrico Fermi, il loro docente all’Istituto di Fisica dell’Università di Roma a via Panisperna della stessa città. Le foto superiore a destra è Bruno Pontecorvo che fuggì dall’Italia per la sua ideologia per trasferirsi in Unione Sovietica ed aiutare altri fisici ad ottenere Premi Nobel, ed infine Ettore Majorana, un matematico brillante con una vita turbolenta che sparì nel 1938 e che diventò soggetto a molte voci e indagini della polizia, giornalisti e tutti coloro che volevano sapere che fine abbia fatto il ragazzo più misterioso del gruppo.

Ovviamente il  più celebre, e per molti il più controverso, era Enrico Fermi che contribuì al celebre Project Manhattan, che portò alle bombe nucleari che devastarono le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, ponendo fine alla seconda guerra mondiale. Però, in un modo o l’altro ciascuno di questi ragazzi straordinari diedero contributi fondamentali a molti aspetti della fisica e specificamente al nucleare.

Sarebbe facile dire “E se…” chiedendoci come sarebbe l’Italia oggigiorno tecnologicamente se avessero potuto lavorare in pace, purtroppo questo non è stato possibile. Infatti, se guardiamo certi aspetti del loro mondo capiremmo che il loro “E se…” sarebbe stato ancora più tragico.

I due dittatori

L’aspetto più facile da capire del destino dei “Ragazzi” è stato la presenza di due dittature: quella di Mussolini in Italia e quella di Hitler in Germania. Segrè era ebreo, come anche la moglie di Enrico Fermi ed entrambi i fisici dovettero fuggire le conseguenze delle orrende leggi razziali. La fede di Bruno Pontecorvo non era religiosa bensì politica e quindi anche lui dovette fuggire dalle repressioni che probabilmente l’avrebbero portato ai campi di concentramento. Nel caso di Pontecorvo, ovviamente sentiva la mancanza del paese natio perché dopo la morte nel 1993 le sue ceneri furono divise in due per essere sepolte in quel che era l’URSS, ora la Russia, ed in Italia.

Inoltre, e peggio ancora, se fossero rimasti in Italia, Fermi e Pontecorvo non avrebbero avuto vita facile perché Hitler aveva ordinato ai suoi scienziati di cercare di costruire una bomba atomica. Non sapremo quanto erano vicini ma non c’è alcun dubbio che Fermi e Pontecorvo avrebbero avuto pressioni a contribuire a questo progetto capeggiato del fisico tedesco Werner Heisenberg.

In questo caso, la guerra poteva benissimo finire in ben altro modo e il mondo sarebbe stato davvero molto diverso da quel che conosciamo e certamente non nel meglio.

Queste erano le condizioni che resero impossibile che questi scienziati straordinari potessero rimanere in Italia per aiutare il loro paese a diventare un esempio tecnologico per il mondo. Però, le loro ricerche e scoperte portarono alle paure della Guerra Fredda.

Mistero

Fermi diventerà poi una figura controversa negli Stati Uniti, sia perché ebbe un ruolo fondamentale nella creazione del nucleare e la bomba atomica, sia perché si ribellò al progetto di costruzione dell’ancora più potente bomba all’idrogeno, anche se alla fine decise di far parte del progetto nella speranza di poter mostrare che una bomba del genere non era possibile. La Storia dimostra che in questo si sbagliava.

In un articolo breve non è possibile entrare nel merito delle vite degli altri componenti di questo gruppo unico. Con un’eccezione, ciascuno di loro ha potuto fare lavori importanti nei propri campi e sono diventati motivi d’orgoglio per tutto il paese.

L’eccezione è il matematico Ettore Majorana che diventò il centro di una tempesta di misteri e voci che non è mai sparita del tutto. Fermi considerava il ragazzo siciliano alla pari con geni del passato come Galileo e Newton, eppure il suo nome, anche se ben noto nel mondo scientifico, non ha la risonanza col pubblico internazionale che il suo lavoro merita.

Il 25 marzo 1938 il giovane professore di fisica teorica dell’Università di Napoli salì a bordo di una nave per poi sparire per sempre. Nel corso dei decenni da allora questo capitolo misterioso è stato al centro di innumerevoli congetture, alcune per motivi sulla vita privata, alcune in base a teorie improbabili o con poca sostanza, che hanno riempito libri, pagine di riviste ed sono stati anche il tema di documentari e film.

In ogni caso, questi misteri e controversie non fanno niente per togliere a Majorana e gli altri “Ragazzi” la gloria delle loro imprese. Come gruppo e come individui hanno davvero cambiato il mondo e regolarmente le loro ricerche sono le origini di scoperte moderne.

Patrimonio

Però, non dobbiamo cedere alla tentazione di “E se…”. La vita non è fatta di “se” e “ma”. La vita è fatta di episodi, banali ed importanti, di decisioni, e a volte dal caso e ancora più spesso da coincidenze che nessuno poteva mai programmare, come una manciata di ragazzi brillanti che si incontrano a Roma per gli studi, che svolgono ricerche e fanno scoperte che cambiarono per sempre le nostre concezioni dell’Universo e svelarono il potere contenuto in un semplice atomo.

Ma nel capire che chiedere “E se…” non ha alcun senso dobbiamo anche e soprattutto renderci conto che la Storia è molto più grande di qualsiasi individuo. Ha le sue regole e una di queste è che nessun individuo o gruppo di individui è immune agli effetti dello sviluppo storico intorno a sè, e che anche loro devono piegarsi alle forze che guidano il destino di ciascuno di noi, non importa quanto bravo o potente.

I Ragazzi di Via Panisperna sono un capitolo fondamentale della Storia d’Italia e anche la Storia del mondo ed è uno di cui, come italiani, dobbiamo essere fieri perché erano la continuazione del lavoro dei nostri grandi scienziati nel corso della Storia, che in ogni senso sono alla pari dei nostri grandi autori e artisti e molto spesso sono dimenticati quando parliamo del nostro Patrimonio Culturale nazionale.

di emigrazione e di matrimoni

The Italy that could never be

They were young men, they really were young men and they are recognized in history, science, TV series, literature and also in the movies as the Ragazzi di via Panisperna (Young men of via Panisperna).

“What if…” are probably the two words we use most when we talk about the past and especially history.  All of us have used them to express regret for mistakes when we remember key moments in our lives and then we return to dealing with today’s problems.

The most famous “What if…” in history is; “What if Napoleon had not invaded Russia?” and like all the other times we use the phrase we find ourselves never knowing the right answer simply because it does not exist.

There are many “What if…” moments in Italy’s history, starting from the Etruscans and the Greeks. However there is a great “What if…” in our past that could have marked a great turning point in the quality of our lives and at the centre of the question is not a Pope, a Caesar, a foreign King, a mercenary or a dictator but rather a group of young men. From the photo at the head of the article, they appear to be normal but in one way or another they contributed to changing the world but they could do nothing to change Italy because their circumstances did not allow them do so.

As we reflect on their lives and because they could not help their country to change for the better let us also start to understand that basically the initial question is only the recognition of past failures and not an attempt to solve their consequences.

Via Panisperna

They were young men, they really were young men and they are recognized in history, science, TV series, literature and also in the movies as the Ragazzi di via Panisperna (Young men of via Panisperna). In order of the main photo, from left to right, they are Oscar D’Agostino, the group’s “chemist”, Emilio Segrè winner of the 1959 Nobel Prize for Physics, Edoardo Amaldi who contributed to the formation of the CERN (Europe’s Nuclear Research Centre) and the European Space Agency, Franco Rasetto who would abandon physics to achieve success in palaeontology and botany and finally Enrico Fermi, their lecturer at Rome University’s Institute of Physics in via Panisperna in the heart of the city. The top photo on the right is Bruno Pontecorvo who fled Italy due to his ideology to eventually move to the Soviet Union and help other physicists win Nobel Prizes and finally Ettore Majorana, a brilliant mathematician with a troubled life who disappeared in 1938 and became the subject of many rumours and investigations by the Police, journalists and all those who wanted to know what happened to the most mysterious member of the group.  

Obviously the most famous member, and for many also the most controversial, was Enrico Fermi who contributed to the famous Manhattan Project that led to the nuclear bombs that devastated the Japanese cities of Hiroshima and Nagasaki which brought World War Two to an end. However, in one way or another each of these young men gave major contributions to many aspects of Physics and especially nuclear power.

It would be easy to ask “What if…” to wonder how Italy would be today technologically if they could have worked in peace, unfortunately this was not possible. Indeed, if we look at certain aspects of their world we would understand that their “What if…” would have been even more tragic.

The two dictators

The easiest aspect of the destiny of the “Young men” to understand was the presence of two dictatorships, that of Mussolini in Italy and Hitler’s Germany. Segrè was a Jew, as was

Enrico Fermi’s wife and both physicists had to flee the consequences of the horrendous Racial Laws in Italy. On the other hand, Bruno Pontecorvo’s belief was not religious but political and he had to flee the repression that would probably have taken him to the concentration camps. In Pontecorvo’s case he obviously missed his country of birth because after his death in 1993 his ashes were divided into two to be buried in what was the USSR, now Russia, and in Italy.

Furthermore and worse still, if they had stayed in Italy Fermi and Pontecorvo would not have had an easy life because Hitler had ordered his scientists to try to build an Atomic bomb. We will never know how close they came but there is no doubt that Fermi and Pontecorvo would have been pressured to contribute to this project led by the German physicist Werner Heisenberg.

In this case the war could very well have ended very differently and the world would truly have been quite different from the one we know and certainly not for the better.

These were the conditions which made it impossible for these scientists to stay in Italy to help their country to become a technological example for the world. However, their research and discoveries eventually led to the fears of the Cold War.

Mystery

Fermi then became a controversial figure in the United States, both because he played an essential role in the creation of nuclear power and the Atomic bomb and also because he rebelled against the project to build the even more powerful Hydrogen bomb, even if in the end he decided to take part in the project in the hope of showing that such a bomb was impossible. History shows that he was wrong in this.

In a short article it is not possible to enter into the merits of the lives of the other members of this unique group. With one exception, each one of them was able to carry out major work in their fields and became the source of pride for all the country.

The exception was the mathematician Ettore Majorana who became the centre of a storm of mystery and rumours that never completely disappeared. Fermi considered the young man from Sicily on a par with geniuses from the past such as Galileo and Newton and yet, although well known in the world of science, his name does not have resonance with the international public that his work deserves.

On March 25, 1938 the young Professor of Theoretical Physics of Naples University boarded a ship and then disappeared forever. Over the decades since then this mysterious episode has been the focus of countless conjectures, some for reasons of his private life, some based on improbable theories, or ones with little substance, that have filled books, pages of magazines and was also the subject of documentaries and films.

In any case, these mysteries and controversies did nothing to take away from Majorana and the other “Young men” the glory of their deeds. As a group and individuals they truly changed the world and regularly their research has been the origin of modern discoveries.

Heritage

However, we must not give in to the temptation of the “What if…” Life is not made of “ifs” and “buts”. Life is full of trivial and important episodes, decisions, and at times of chance and even more often by coincidences that nobody could ever plan, such as a handful of brilliant young men who meet in Rome for their studies who carry out research and make discoveries that changed forever our conception of the Universe and revealed the power contained in a simple atom.

But in understanding that asking “What if…” has no sense, we must also and above all understand that history is much bigger than any individual. It has its rules and one of these is that no individual or group of individuals is immune to the effects to the development of history around them and that they too must bow down to the forces that guide the destiny of each one of us, no matter how good or powerful.

The Young men of via Panisperna were an essential chapter in Italy’s history and also of world history and it is one that we as Italians must be proud because they were the continuation of the work of our great scientists over the course of history that in every sense is equal to our great authors and artists and very often they are forgotten when we talk about our national Cultural Heritage.

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