Emigrazione ieri: Brasile

Emigrazione all’estero: Brasile

Il cibo ha sempre svolto un ruolo fondamentale nella vita quotidiana degli italiani, siano quelli in Patria che gli emigrati.

A cura di Gianni Pezzano

Nella storia di oggi dal Brasile, un piatto ha un ruolo centrale nell’aiutare una famiglia nel corso di diverse generazioni a mantenere la loro identità di italiani e discendenti di italiani, particolarmente in un paese che per anni era ostile agli immigrati di qualsiasi genere.

Tutti in Italia sanno che i tortelli di zucca sono un piatto tradizionale del mantovano e la passione dei componenti della famiglia verso questo piatto dimostra come emigrati sono capaci di mantenere le loro tradizioni a dispetto di chi vuole che diventino semplicemente “nuovi cittadini” di un paese dove tutti dovrebbero essere uguali.

Infatti, sarebbe sbagliato considerare questa storia un semplice momento per ricordare il passato, oppure una storia senza senso nel mondo d’oggi. Nel suo racconto della vita del bisnonno e il nonno, l’autore ci fa vedere uno scenario che molti vorrebbero vedere qui in Italia e molti altri paesi verso gli immigrati che ora compongono il tema centrale della loro politica nazionale.

C’è una grande differenza tra l’integrazione, cioè entrare in un paese per formare una nuova comunità al suo interno, e l’assimilazione che in effetti è l’annientamento dell’identità personale e la storia stessa dimostra il fallimento di questo modo di accogliere gli immigrati. Eppure questo era il Brasile che il nonno ha dovuto affrontare, non potendo parlare la lingua di famiglia per strada e dando  ai figli nomi portoghesi per evitare problemi nel futuro.

Il semplice fatto che l’autore sia in grado di scrivere questa storia in italiano dimostra chiaramente che questi tentativi di assimilazione, una parola per descrivere il pregiudizio e la discriminazione ufficiale, è destinata a fallire.

Inoltre, l’autore ci presenta il primo esempio di una frase che è entrata a fare parte del vocabolario nazionale sin dei primi emigrati che partirono per gli Stati Uniti. “Fare l’America” che non vuol dire semplicemente “diventare americano” come disse una celebre canzone di Renato Carosone degli anni 50, ma vuol dire anche fare la fortuna, cioè diventare ricco.

Sappiamo altrettanto benissimo che non tutti gli emigrati sono diventati ricchi, ma anche che questo non vuol dire automaticamente non aver avuto successo all’estero perché i soldi non sono l’unico modo per misurare il successo di individui. Come sicuramente vedremo in altre storie nel futuro.

Mentre leggiamo queste parole, pensiamo al racconto e la forza di carattere che ha permesso a generazioni di mantenere vivi i loro contatti con il Bel Paese.

Invitiamo tutti a inviarci le loro storie personali a: [email protected]

Turtèi in valìs

Di Guilherme Balista

Se chiedi a mio nonno, José Balista, italo-brasiliano nato nella zona rurale di São José do Rio Preto (San Paolo del Brasile), qual è il suo piatto preferito, risponderà sicuramente tortelli di zucca. Interessante perché, pur se non è mai stato nella Mantova dei suoi antenati (preferisce i mezzi di trasporto terrestri a quelli aerei o marittimi), apprezza la tipica pasta ripiena che la famiglia ancora fa artigianalmente nei momenti di comunione, popolarizzata tra di noi come “tortèa” (termine portoghesato del dialettale mantovano “turtèi”).

Il signor José è nato nel 1950, un periodo in cui il Brasile aveva recentemente subito un’intensa campagna di nazionalizzazione, conseguenza delle misure adottate durante il Nuovo Stato (1937-1946) dal presidente Getúlio Vargas per ridurre l’influenza delle comunità straniere nel paese e forzare la loro assimilazione nella popolazione brasiliana. Come la maggior parte degli italiani immigrati in Brasile, i miei familiari comunicavano in dialetto (nel nostro caso, dialetto basso mantovano) e parlavano poco l’italiano (quando parlavano, erano limitati all’italiano popolare). L’impresa del governo brasiliano portò alla creazione di uno stigma del parlare dialettale e i genitori italiani spesso sceglievano di non trasmettere la lingua ai figli per evitare che fossero discriminati a scuola e per strada. Pertanto, grande parte degli italo-brasiliani è stata registrata con varianti dei nomi dati dai genitori in portoghese (Giuseppe: José) e alfabetizzati nella lingua locale.

Nonostante la persecuzione, non risultò la perdita dell’identità italiana nelle comunità, che continuò a manifestarsi in diversi modi attraverso l’eredità familiare. Poco dopo, l’ideale di nazionalizzazione cadde in disuso e quando nacque mio padre nel 1970, mia nonna lo registrò come William, un nome diffuso all’epoca. Lui, da bambino, studiò in una scuola cattolica (Istituto Comboniano San Giuda Taddeo, a São José do Rio Preto) e ha avuto come insegnante un prete lecchese di nome Angelo dell’Oro, il quale ha spiegato che il suo nome era straniero e c’era una variante in portoghese: Guilherme (Guglielmo). È cresciuto, ha tenuto per sé quello che gli fu insegnato e quando ebbe il suo primo figlio, mi ha dato il nome.

Ho visto fin da piccolo preparare la tortèa dalla nonna (che curiosamente ha origine nell’arcipelago di Madera, in Portogallo, ma imparò la ricetta per rendere felice mio nonno) e dalla mamma. Da bambino pensavo che fosse comune mangiare questa meravigliosa pasta in Brasile, ma una volta parlando con i compagni di classe, non sapevano cosa fosse e ho dovuto spiegare. Anche se sentivo spesso da mio nonno e padre, con cui ho imparato a parlare e scrivere italiano al tavolo di casa, che la nostra famiglia è venuta dall’Italia, è stato allora che mi sono reso conto che non siamo una comune famiglia brasiliana. Sono cresciuto con i tortelli di zucca.

I nostri nonni Gerolamo Ercolano Ballista e Maria Luigia Frego erano contadini e vivevano a Nuvolato, frazione di Quistello (MN), con i loro tre figli (Iside, dal primo matrimonio di Gerolamo – con Maria Gavioli -, Cesira e Antonio). Portarono la ricetta nel bagaglio quando emigrarono in Brasile nel 1888 a bordo della nave Vincenzo Florio, con il sogno di avere una miglior qualità di vita e fare l’America.

Piatto della tradizione mantovana per eccellenza, i tortelli di zucca appartengono alla cucina di famiglia dove i segreti della sfoglia e le giuste dosi del ripieno si tramandano di generazione in generazione. La sua origine è incerta, ma le prime notizie che si hanno risalgono al Cinquecento, alla corte dei Gonzaga, a Mantova. Qui i Signori coltivavano la nobile arte della cucina e dell’accoglienza, radunando alla loro corte i migliori cuochi dell’epoca.

Una volta, chiacchierando con Stefano Scansani, quando ancora era capo redattore della Gazzetta di Mantova, parlavamo del suo libro “Metafisica del Tortello” e della differenza come il piatto è servito in certe zone. La tradizione per noi è come nel basso mantovano (Quistello si trova Oltrepò), e si gusta con il un sugo di pomodoro, che esalta il contrasto tra il dolce della zucca e l’aspro del pomodoro. In certe zone vuole che i tortelli siano conditi solo con burro fuso e parmigiano, magari con l’aggiunta di qualche foglia di salvia, che permette di assaporare la dolcezza del ripieno. Sono fatti con pasta sfoglia all’uovo e ripieni di zucca cotta, generalmente con amaretti, mostarda, grana grattugiato e noce moscata. Con il tempo e popolarità, diffusi in diverse zone d’Italia, anche se, come spesso succede in questi casi, la ricetta ha subito delle modifiche e delle varianti a seconda del luogo in cui è stata adottata.

Il piatto tipico del giorno di festa contadina, in quanto la zucca era diffusa ovunque e costava poco, quindi una ricetta economica e nutriente, che è sopravvissuta al tempo e ha la stessa origine della famiglia che l’ha portata nella sua valigia in America. È ancora in grado di riunirci attorno al tavolo, sia in Brasile che in Italia, rinnovando i vincoli da una generazione all’altra, fino ai giorni nostri. La vecchia tradizione è il padre servire i tortelli iniziando dal figlio minore, proseguendo con la mamma, l’intera famiglia e gli amici.

Guilherme Balista, italo-brasiliano, oriundo di una famiglia d’immigrati di Quistello (MN), è nato il 20 settembre 1991 a São José do Rio Preto (San Paolo del Brasile) e trascritto a Predaia (TN). È pastore battista, professore, teologo e traduttore italiano/portoghese con giuramento presso il Tribunale di Mantova. Ha studiato cinema e TV al Progetto LabCom e si è laureato in teologia presso il Seminario Teologico del Centro Apologetico Cristiano di Ricerche. Oltre all’italiano, parla portoghese e spagnolo.

Migration yesterday: Brazil

Food has always played an important part in the daily lives of Italians, whether they are in Italy or have migrated.

by Gianni Pezzano

In today’ story a dish has a central role in helping a family over a number of generations to maintain their identity as Italians and descendents of Italians, especially in a country which for years was hostile towards migrants of any type.

Everybody in Italy knows that tortelli di zucca (pumpkin ravioli) is a traditional dish from the area of Mantua and the passion of the members of the family for this dish shows how migrants are able to maintain their traditions in spite of those who want them to become “new citizens” of a country where everybody should be the same.

In fact, it would be wrong to consider this story a simple memory of the past, or a story that has no meaning in today’s world. In his story on the lives of his great grandfather and grandfather the author lets us see a scenario that many in Italy and many other countries would like to see towards the migrants who now form the central theme of their national politics.

There is a great difference between integration, in other words coming into a country to form a new community within it, and assimilation, a word that describes official prejudice and discrimination and which in effect is the annihilation of personal identity, and the story itself shows the failure of this manner of welcoming migrants. And yet this was the Brazil that his grandparents had to face, to be unable to speak their language in the streets and to have to give their children Portuguese names to avoid problems in the future.

The simple fact that the author was able to write this story in Italian shows clearly that these attempts at assimilation are destined to fail.

In addition, the author gives us the first example of a phrase that has been part of Italy’s national vocabulary since the day the first migrants left for the United States. “Fare l’America” (to make America) does not mean simply “becoming American” as Renato Carosone’s  famous 1950s song “Tu vuò fà l’americano”  featured in the Sophia Loren and Clark Gable film “It started in Naples” says but it also means to make your fortune, in other words to become rich.

We also know just as well that not all migrants became rich but this too does not automatically mean being successful overseas because money is not the only way to judge the success of individuals, as we will surely see in other stories in the future.

As we read these words, let us consider the story and the strength of character that allowed generations to keep alive their contacts with Italy.

Send your personal story to: gi[email protected]

 

Turtèi in valìs (Tortelli in the suitcase)
by Guilherme Balista

If you ask my grandfather José Balista, an Italo-Brazilian born in the rural area of São José do Rio Preto (San Paolo, Brazil), to name his favourite dish he will surely answer Tortelli di zucca (pumpkin tortelli). This is interesting because he has never been to the Mantua of his forebears (he prefers land transport to airplanes and ships), he appreciates typical stuffed pasta which the family still makes by hand in the moments together and which we call “tortèa” (a Portuguese version of the “turtèi” from the dialect of Mantua).

Mr José was born in 1950, a period in which Brazil had recently suffered an intense campaign of nationalization as a result of the measures adopted during President Getúlio Vargas’ Estado Novo (New State) regime from 1937-1946 in order to reduce the influence of foreign communities in the country and to force their assimilation into the Brazilian population.  Like the greater part of Italian migrants in Brazil my relatives spoke to each other in dialect (in our house it was the dialect of Lower Mantua) and spoke little Italian (when they spoke it they were limited to working class Italian). The Brazilian government’s feat was to make speaking dialect a disgrace and Italian parents often chose not to pass on the language to their children to avoid their being discriminated at school and on the street. Therefore, a large part of Italo-Brazilians were registered with variations in Portuguese of the names their parents gave them (Giuseppe: José) and were educated in the local tongue.

Despite the persecution, there was no loss of Italian identity in the community which continued to show itself in different ways through family inheritance. A little later, the ideal of nationalization fell into disuse and when my father was born in 1970 my grandmother registered him a birth as William, a common name at the time.  As a child he studied at a Catholic school (Istituto Comboniano San Giuda Taddeo at São José do Rio Preto) where he had a priest from Lecce in Italy, Angelo Dell’Oro, who explained to him that his name was foreign and that there was a Portuguese version: Guilherme. He grew up keeping what he had been taught to himself and, when he had his first child, he gave me the name.

Since I was very young I have seen the tortèa being made by my grandmother (who curiously had her origins from the archipelago of Madera in Portugal but learnt the recipe to make my grandfather happy) and my mother. As a child I thought that eating this wonderful pasta was normal in Brazil but once while I talked with my classmates they did not know what it was and I had to explain what they were. Even though I had often heard my grandfather and father, who taught me to speak and write Italian at the family table, that our family came from Italy, it was then that I understood that we were not a normal Brazilian family. I grew up on tortelli di zucca.

Our great grandparents Gerolamo Ercolano Ballista and Maria Luigia Frego were farm folk and lived in Nuvolato, a hamlet of the town of Quistello (Mantua) with their three children (Iside from Gerolamo’s first marriage with Maria Gavioli, Cesira and Antonio). They brought the recipe with them in the suitcase when they migrated to Brazil in 1988 aboard the ship Vincenzo Florio, with the dream of a better quality of life and “fa l’Amercia” (to make their fortune).

The traditional dish of Mantua par excellence, the tortelli di zucca belong to our family kitchen where the secret of the pasta dough and the right doses of the filling are passed down from generation to generation. Its origins are uncertain but the first news of them goes back to the 16th century at the court of the Mantua’s ruling Gonzaga family. Then the Lords cultivated the noble art of cooking and hospitality and brought to their court the best chefs of the period.

One time, as I chatted with Stefano Scansani who was then the editor in chief of the Gazzetta di Mantova, the city’s newspaper, we spoke about his book “Metafisica del Tortello” (The Metaphysics of tortelli) and the differences between how the dish was served in certain areas. Our tradition is like that of Lower Mantua (Quistello is in the area of Oltrepò) where it is eaten with tomato sauce which exalts the sweetness of the pumpkin and the sour of the tomatoes. In some areas the tortelli are served with melted butter and parmesan cheese, maybe with sage leaves added, which allows the sweetness of the filling to be tasted. They are made of egg pasta and filled with cooked pumpkin, generally with amaretti biscuits, mostarda (preserved fruit which are part of the tradition of the area), grated Grana cheese and nutmeg. Over time and due to their popularity, they have spread to different areas of Italy even though, as often happens, the recipes has been modified and there are variations according to the place which adopted them.

It is the typical dish for peasants on days of celebration since pumpkins were everywhere and cheap, therefore the recipe is economical and nutritional and it has survived over time and has the same origins as the family that brought it to America in its suitcase. It is still able to gather us around the table, in Brazil as well as in Italy and it renews the bonds from one generation to another, up to the present day. The old tradition is father serving the tortelli, beginning with the youngest child, followed by mother, the entire family and friends.

Guilherme Balista, Italo-Brazilian, a descendent of a family of migrants from Quistello(Mantua). He was born on September 20th, 1991 at São José do Rio Preto (San Paolo, Brazil) and registered at Predaia(Trento). He is a Baptist pastor, teacher, theologian and Italian-Portuguese translator registered at the Mantua Law Court. He studied cinema and TV at Progetto LabCom and has a degree in Theology at the Seminario Teologico del Centro Apologetico Cristiano di Ricerche (Theological Seminary of the Christian Apologetic Research Centre). In addition to Italian, he speaks Portuguese and Spanish.

Emigração ontem: Brasil

A comida sempre desempenhou um papel fundamental na vida cotidiana dos italianos, tanto aqueles na Pátria que os emigrantes.

 

Na história de hoje do Brasil, um prato desempenha um papel central em ajudar uma família ao longo de diversas gerações a manter a sua identidade de italianos e descendentes de italianos, particularmente em um país que durante anos foi hostil aos imigrantes de qualquer gênero.

Todos na Itália sabem que os tortelli de abóbora são um prato tradicional do mantovano e a paixão dos componentes da família por este prato demonstra como os emigrantes são capazes de manter as suas tradições apesar de quem querque tornem-se simplesmente “novos cidadãos” de um país onde todos deveriam ser iguais.

Na verdade, seria errado considerar essa história um simples momento para lembrar o passado, ou mesmo uma história sem sentido no mundo de hoje.No seu relato da vida do bisavô e seu avô, o autor nos mostra um cenário que muitos gostariam de ver aqui na Itália e em muitos outros países em relação aos imigrantes que agora compoem o tema central de sua política nacional.

Há uma grande diferença entre a integração, isto é, entrar num país para formar uma nova comunidade ao seu interior, e a assimilação que é de fato a aniquilação da identidade pessoal e a história mesma demonstra o fracasso deste modo de acolher os imigrantes. No entanto, este era o Brasil que o avô teve que enfrentar, não podendo falar a língua da família nas ruas e dandoaos filhos nomes portugueses para evitar problemas no futuro.

O simples fato de o autor ser capaz de escrever essa história em italiano demonstra claramente que essas tentativas de assimilação, uma palavra para descrever o preconceito e a discriminação oficial, é destinada a fracassar.

Além disso, o autor nos apresenta o primeiro exemplo de uma frase que tornou-se parte do vocabulário nacional desde os primeiros emigrantes que partiram para os Estados Unidos.“Fazer a América”, que não significa simplesmente “tornar-se americano”, como disse uma célebre canção de Renato Carosone dos anos 50, mas quer dizer também fazer a fortuna, isto é, tornar-se rico.

Sabemos entretanto muito bem que nem todos os emigrantes tornaram-se ricos, mas também que isso não quer dizer automaticamente que não tenha tido sucesso no exterior, porque o dinheiro não é a única maneira de medir o sucesso dos indivíduos. Como seguramente veremos em outras histórias no futuro.

Enquanto lemos essas palavras, pensamos no relato e na força de caráter que permitiua gerações de manterem vivos os seus contatos com o Belo País.

 

Convidamos todos a nos enviar suas histórias pessoais para: [email protected]

 

Turtèi in valìs

Di Guilherme Balista

Se você perguntar ao meu avô, José Balista, ítalo-brasileiro nascido na zona rural de São José do Rio Preto (São Paulo), qual é seu prato favorito, certamente responderá tortelli de abóbora. Interessante porque, embora nunca tenha estado na Mântua dos seus antepassados (prefere os meios de transporte terrestres àqueles aéreos ou marítimos), aprecia a típica massa recheada que a família ainda faz artesanalmente nos momentos de comunhão, popularizada entre nós como “tortèa” (termo aportuguesado do dialetal mantovano “turtèi”).

O senhor José nasceu em 1950, um período em que o Brasil havia recentemente passado por uma intensa campanha de nacionalização, consequência das medidas tomadas pelo Estado Novo (1937-1946) do presidente Getúlio Vargas para reduzir a influência das comunidades estrangeiras no país e forçar sua assimilação na população brasileira. Como a maior parte dos italianos imigrados no Brasil, os meus familiares se comunicavam em dialeto (no nosso caso, dialeto baixo mantovano) e falavam pouco o italiano (quando falavam, eram limitados ao italiano popular). O empenho do governo brasileiro levou à criação de um estigma do falar dialetal e os pais italianos muitas vezes escolhiam não transmitir a língua aos filhos para evitar que fossem discriminados na escola e na rua. Portanto, grande parte dos ítalo-brasileiros foi registrada com variantes dos nomes dados pelos pais em português (Giuseppe: José) e alfabetizados no idioma local.

Apesar da perseguição, não resultou a perda da identidade italiana nas comunidades, que continuou a manifestar-se de diferentes maneiras através da herança familiar. Pouco depois, o ideal de nacionalização cai em desuso e quando nasce meu pai em 1970, minha avó o registra como William, um nome comum na época. Ele, de criança, estudou em uma escola católica (Instituto Comboniano São Judas Tadeu, em São José do Rio Preto) e teve como professor um padre lecchese de nome Angelo dell’Oro, o qual explicou que o seu nome era estrangeiro e havia uma variante em português: Guilherme (Guglielmo). Cresceu, guardou para si aquilo lhe foi ensinado e quando teve seu primeiro filho, me deu o nome.

Desde pequeno vi minha avó preparar a tortèa (que curiosamente tem origem no arquipélago da Madeira, em Portugal, mas aprendeu a receita para fazer feliz meu avô) e a minha mãe. De criança eu achava que fosse comum comer essa maravilhosa massa no Brasil, mas uma vez falando com os colegas de classe, não sabiam o que fosse e eu tive que explicar. Embora se ouvisse muitas vezes do meu avô e pai, com quem aprendi a falar e escrever italiano na mesa de casa, que nossa família veio da Itália, foi então que percebi que não somos uma família brasileira comum. Cresci com os tortelli de abóbora.

Nossos avós Gerolamo Ercolano Ballista e Maria Luigia Frego eram camponeses e viviam em Nuvolato, fração de Quistello (MN), com seus três filhos (Iside, do primeiro casamento de Gerolamo – com Maria Gavioli -, Cesira e Antonio). Levaram a receita na bagagem quando emigraram para o Brasil em 1888 a bordo do navio Vincenzo Florio, com o sonho de ter uma melhor qualidade de vida e fazer a América.

Prato da tradição mantovana por excelência, os tortelli de abóbora pertencem à cozinha da família onde os segredos da massa e as doses certas do recheio são transmitidas de geração em geração. Sua origem é incerta, mas as primeiras notícias que se há datam do século XVI, na corte dos Gonzaga, em Mântua. Aqui os Senhores cultivavam a nobre arte de cozinhar e da hospitalidade, reunindo à sua corte os melhores cozinheiros da época.

Uma vez, conversando com Stefano Scansani, quando ainda era editor-chefe da Gazzetta di Mantova, falávamos sobre seu livro “Metafisica del Tortello” e da diferença como o prato é servido em certas regiões. A tradição para nós é como no baixo mantovano (Quistello se encontra Oltrepò), e é provado com o molho de tomate, que exalta o contraste entre o doce da abóbora e o azedo do tomate. Em certas regiões é necessário que os tortelli sejam temperados apenas com manteiga derretida e parmesão, talvez com a adição de alguma folha de sálvia, que permite saborear a doçura do recheio. São feitos com massa folhada ao ovo e recheados com abóbora cozida, geralmente com amêndoas, mostarda, grana ralado e noz-moscada. Com o tempo e popularidade, difundidos em diversas regiões da Itália, embora, como muitas vezes acontece nesses casos, a receita sofreu mudanças e variações dependendo do local em que foi adotada.

O prato típico do dia de festa camponês, como a abóbora era espalhada por toda parte e custava pouco, então uma receita econômica e nutritiva, que sobreviveu ao tempo e tem a mesma origem da família que a levou em sua mala na América. É ainda capaz de nos reunir em torno da mesa, tanto no Brasil como na Itália, renovando os laços de uma geração para a outra, até os dias de hoje. A antiga tradição é o pai servir os tortelli a partir do filho mais novo, continuando com a mãe, toda a família e os amigos.

Guilherme Balista, ítalo-brasileiro, oriundo de uma família de imigrantes de Quistello (MN), nasceu em 20 de setembro de 1991 em São José do Rio Preto (São Paulo) e transcrito em Predaia (TN). É pastor batista, professor, teólogo e tradutor italiano/português com juramento pelo Tribunal de Mântua. Estudou cinema e TV pelo Progetto LabCom e formou-se em teologia pelo Seminário Teológico do Centro Apologético Cristão de Pesquisas. Além do português, fala italiano e espanhol.

Migranti, risorsa o svantaggio?

In questi giorni sulla querelle nave Aquarius nazioni europee come Francia, Germania e Malta intimano al nostro Paese di accogliere le persone in difficoltà, guardandosi bene dal fare altrettanto, chiudendo a chiave i propri confini senza porsi nessun tipo di problema umano!

Di Giuseppe Cossari
Pres. Patronato a Melbourne ( Australia)

La mia Famiglia, è noto a tutti quelli che mi conoscono, è una Famiglia di emigrati ed io stesso sono un migrante, arrivai in Australia all’età di otto anni, un po’ impaurito e un po’ curioso e stupito di arrivare in questo grandissimo Continente che, se non ricordo male è quattro volte più grande di tutta l’Europa! Inizialmente non capivo per quale motivo i miei genitori fecero affrontare a me e ai miei fratelli, un viaggio così lungo ed estenuante ma, dopo qualche anno quando la coscienza di bimbo si trasformava in coscienza di ragazzo e in seguito di un adulto, capii il grande regalo che essi avevano fatto a tutti noi… ci stavano regalando un futuro migliore! L’Australia, devo dire che è un Paese con una storia importantissima riguardo all’accoglienza dei migranti che sono la base del popolo Australiano, se solo pensate che i cittadini di Melbourne provengono da più di 193 paesi del mondo, e gli Stati riconosciuti nel mondo sono 208 se non ricordo male, posso dire con estrema onestà che l’Australia dovrebbe essere presa come esempio di multiculturalità da tutte le Nazioni del Pianeta! Una multiculturalità che vive senza particolari problemi, basti ricordare che per esempio la mia città, Melbourne, è ed è stata più volte in vetta o nelle prime dieci città più vivibili al mondo per molti anni. Ora, la domanda che dobbiamo farci dopo quanto sopra scritto, è: “Qual è il metodo che ha fatto sì che tutta questa multiculturalità portasse e porti ancora oggi prosperità, un buon sistema economico/finanziario e una continua crescita in questo grande Paese?”. Ça va san dir: “ Regole ferree, rigidità nel gestire i flussi migratori, rispetto della legge e conoscenza della lingua!” Le regole ferree e la non negoziazione delle leggi vigenti, sono la base per far funzionare un sistema multiculturale, sì perché, se non ci fosse questo tipo di rigidità sul rispetto della legge e delle regole che muovono questa Nazione, tutte queste culture presenti sul territorio Australiano, sarebbero in continuo contrasto tra loro creando probabilmente il caos! Anche una buona e corretta gestione dei flussi migratori è parte integrante del buon funzionamento per un’integrazione rapida e proficua.

Com’è risaputo il Dipartimento d’Immigrazione Australiano ha regole ferme e non trattabili, tra l’altro qui a giocare un ruolo fondamentale è la gestione dei visti che, oltre a tracciare e disciplinare i flussi migratori, sono anche fonte di entrate economiche per lo Stato, che poi vengono utilizzati per il welfare e le politiche sociali. Detto questo è chiaro che chi ha ottenuto il benestare dal Governo Australiano per varcare i confini, ne acquisisce tutti i relativi diritti/doveri. Questo controllo dei flussi fa si che ogni persona che entra in Australia sia in grado di essere autosufficiente, riesca a trovare un lavoro, un alloggio e possa così entrare, di fatto, e rapidamente, nel tessuto sociale Australiano. Detto tutto ciò, seguo con stupore le critiche che tutta l’Europa e l’opposizione hanno fatto e stanno facendo al Governo per la decisione del Ministro degli Interni Italiano, Matteo Salvini, di chiudere i porti alle navi delle ONG. È evidente che quello che sta succedendo era inevitabile dopo dieci anni di flussi incontrollati creati da Governi complici e schiavi di un Unione Europea che, proprio in queste ore sta dimostrando quello che è: un gruppo di Nazioni che continua a curare i propri interessi nazionali senza avere un briciolo di unità e umanità, se non solo quella economica-finanziaria. Nazioni maggioritarie come Francia, Germania e Commissione Europea che intimano alla Nostra Nazione di accogliere le persone in difficoltà, guardandosi bene di fare altrettanto, chiudendo a chiave i propri confini senza porsi nessun tipo di problema umano! Aggiungo al mio pensiero che, a torto o ragione, noto che per la prima volta in Italia un Leader politico sta mantenendo quanto detto in campagna elettorale, in effetti, Matteo Salvini in ogni comizio e trasmissione televisiva, promise la chiusura delle frontiere e il blocco degli sbarchi sul territorio Italiano per poter ritrattare con l’Unione Europea gli accordi presi in materia d’immigrazione. Chiudo chiedendo alla Cancelliere tedesca Angela Dorothea Merkel, che ha dichiarato e ammesso pubblicamente sul problema immigrazione: “ Italia lasciata sola!”, di far seguire a quest’affermazione dei fatti, per far sì che la Nostra Nazione possa contare su di una solidarietà reale e non di facciata.

Emigrazione ieri: Brasile – Migration yesterday: Brazil

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Emigrazione ieri: Brasile

Molti in Italia non si rendono conto che anche dopo generazioni, persino in chi non parla più l’italiano oppure un dialetto, nasce la voglia e la volontà di voler scoprire le proprie origini.
Di Gianni Pezzano

Per la prima volta abbiamo una storia dal Sud America, precisamente dal Brasile. In un certo senso e come dice l’autore, visto l’anno (circa quattro decenni prima che il Sud Tirolo diventasse italiano in seguito alla Grande Guerra), si tratta di emigrazione austriaca, ma leggendo la storia non c’è dubbio che questa emigrazione appartiene a tutte e tre le nazioni, Italia, Austria e il Brasile.

La storia è importante per vari motivi. Il primo perché si tratta di una zona dove spesso non ci si pensa quando trattiamo l’emigrazione e dal nord del paese invece del sud che molti pensano sia l’unica fonte principale delle ondate d’emigrazione italiana.

Il secondo motivo è nelle immagini che l’autore ha fornito per illustrare, in tutti i sensi, la Storia della propria famiglia. Per di più, di immagini e documenti che risalgono a oltre 140 anni fa. In questo da una lezione importante a molti di custodire i documenti dei nonni e i bisnonni perché sono parte essenziale della loro storia personale e anche per poter eventualmente permettere alle future generazioni di poter rintracciare le origini .

Ma il terzo motivo è indubbiamente quello che colpisce di più mentre leggiamo questa storia/Storia. Il grande amore dell’autore per la sua famiglia e l’orgoglio altrettanto grande per le proprie origini dopo qualche generazione. Questa è una lezione importante perché molti in Italia non si rendono conto che anche dopo generazioni, persino in chi non parla più l’italiano oppure un dialetto, nasce la voglia e la volontà di voler scoprire le proprie origini.

Infine, abbiamo deciso di mantenere l’italiano dell’autore con pochi cambi perché fornisce un buon esempio della lingua italiana parlata all’estero. Questi cambiamenti sono inevitabili all’estero e documentare queste variazioni della nostra lingua nazionale dovrebbe fare parte del nostro progetto di raccogliere queste storie dell’emigrazione italiana.

Senza dubbio questa storia ci fornisce un esempio importante del potere del richiamo delle origini e dell’orgoglio verso la propria famiglia.

Ora aspettiamo le prossime storie e speriamo che questo esempio darà una spinta importante, sia in Brasile e i paesi sudamericani, sia in tutti gli altri paesi dove si trovano emigrati italiani e i loro discendenti.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

Baratter Family – Vallarsa (Südtirol)

By Gustavo Baratieri (Baratter), Iribaiaras, Brazil

Dal Brasile vi scrive un discendente di tirolesi della Vallarsa. Si, è cosi che manteniamo le nostre radici in Brasile. “Semotirolès” – è da un chiacchere fra la mia nonna ed il mio bisnonno Barater che viene questa testimonianza antica della mia famiglia ed è con orgoglio che la porto avanti. Lo “Slambròt” era il dialeto che parlavano “i vèciBarater” nel loro arrivo in Brasile. Slambrot, per chi non è familiarizzato è una sorta di tedesco, odierno “cimbro”. Anche con orgoglio dico: siamo vallarseri, della frazione di Albarè/Albaredo– non perchè nati ad Albaredo –ma perchè il nostro sangue ed il sudore  dei nostri antenati ci rimonta a quello posto per almeno quattrocento anni prima della emigrazione della famiglia in Brasile. Ed è stato li che hanno imparato il lavoro con legno – mezzo di sopravvivenza in Brasile. Mai saprò come spiegare l’emozione che ho vissuto quando sono stato nella Vallarsa per la prima volta nell’anno 2013. Questo sarebbe il Desiderio ed i sogni dei miei antenati che non hanno mai avuto l’opportunità di conoscerla. Una voglia di piangere senza controllo, come se io avessi vissuto li per una vita e sapevo ogni difficoltà degli altri tempi. Nella seconda volta sono andato per capire come era la loro vita ed ho scoperto anche il posto dove vivevano, dove lavoravano – e che forse per coloro che sono nati in nel Terriotorio, a volte non valutano quanto merita.

I Baratter, prima del 1667, erano conosciuti come quegli D’Albarè. Tanti altricognomi della valle sono oriundi di nomi di località. Solamente nel 1667 che Thomas figlio di Zua D’Albarè riceve il cognome Baratter per la prima volta quando abitavano alle Porte (Trambileno). E nella mia linea genealogica la prima volta viene nel 1671 con la nascita di Antonio figlio di Thomas Barater D’Albarè e Margarita Thomeson. La frazione di Albaredo, già in quello tempo faceva parte della communità di Vallarsa – ma della Parrochia di Lizzana. Questo è il primo mappa che fa menzione ad Albarè.

(WarmundYgl, Carta del Tirolo, 1604-1605).

E’ molto  importante dire che se oggi parliamo di Vallarsa come parte del territorio del Trentino in Italia, in quel tempo i miei antenati parlavano diSudtirolo/Tirolo italiano e di Austria. Cioè, si tratta di un’emigrazione austriaca. Quegli che emigrarono in Brasile erano austriachi e tirolesi – e tantissimi sono i tirolesi trentini, sopratutto di madrelingua italiana.

Negli ultimi anni della loro vita nella Vallarsa, sono vissuti nel “MasodellaCasetta, sotto Albaredo”, frazione di Sich di Vallarsa e le rovine della casa del mio Giosuè sono ancora presenti. Ho trovato la casa con l’aiuto di un boscaiolo, l’amico Saverio Zendri. I miei antenati sono emigrati nel 1876. Giosuè Cristano Colombano (figlio di Luigi Alessio Barater e Teresa Rumer Sannicolò, della Parrocchia di Terragnolo), si è sposato con Edvige Luigia Gasperini (figlia di Gasparo Gasperini e Lucia Matassoni) nell’anno 1852, nella chiesa di Albaredo. Emigrarono assieme ai suoi 7 figli. Giacinto, uno di loro, fu morto nel mare.

Pochi sono gli emigrati dellaVallarsa in Brasile.Quindi, il dialeto tedesco che era già praticamente scomparso nella própria Vallarsa, non è portato avanti. Ne ho visto alcune famiglie della Vallarsa in Brasile (Barater/Baratieri, Dalzocchio, Martini,Angheben, Stoffela, Nave, Pezzatto). La maggioranza dei vallarserie anche dei Baratter emigrati all’estero si sono spostati in Francia, Germania e Stati Uniti.

Nel sud del Brasile, dove viviamo adesso(dove si trova la zona industriale) e anche la zona più fredda di Brasile, tantissime persone già hanno sentitoparlare sulla valle di Terragnolo e sullaVallagarina, ma nessuno della Vallarsa. Nel loro arrivo in Brasile sono vissuti in un posto chiamato “Linea Leopoldina” che adesso si chiama “Vale dos Vinhedos” situato nel comune di Bento Gonçalves – Rio Grande do Sul (questo comune è gemellato con Trambileno, Terragnolo e Rovereto).

Lista del Bastimento Salier. Uscita: Bremen, nel 25/11/1876. Destino: Rio de Janeiro, Brasile.

 

Traduzione: Francesco Barater, nato in Vallarsa, Tirolo, Austria.

 

Francesco Antonio Barater, nato in Vallarsa – 13/06/1856, figlio di Giosuè Cristano Colombano Barater e di Edvige Luigia Gasperini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Casa di Giosuè Barater in Brasile. (In questa casa, adesso, c’è una vinicola – della famiglia Titton). Bento Gonçalves, Linha Leopoldina, Rio Grande do Sul, Brasile.

Gustavo Barater – Le rovine della Casa di Giosuè Barater (Emigrato in Brasile nel 1876). MasodellaCasetta – Sich di Vallarsa (sottoAlbaredo).

 

Le rovine della Casa di Giosué Cristano Colombano Barater, a Sich di Vallarsa.

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Migration yesterday: Brazil

This is an important lesson for many in Italy who do not understand that even after generations, even by those who no longer speak Italian or a dialect, the desire and the will are born in many to retrace their roots.
By Gianni Pezzano

For the first time we have a story from South America, precisely from Brazil. In one sense and as the author states, considering the year (about three decades before the south Tyrol became a part of Italy after the World War 1) we are dealing with Austrian migration. But reading the story there is no doubt that this migration belongs to all three nations, Italy, Austria and Brazil.

This story is important for a number of reasons. The first, because it involves an area in Italy which we often do not think about when we talk about Italian migration; it is in the north of the country instead of the south which many think is the only main source of the waves of Italian migration.

The second reason is in the images which the author supplied to illustrate, in every way, the History of his family. Furthermore, the images and documents go back over 140 years. In this he gives an important lesson to many to keep their parents’ and grandparents’ documents because they are an essential part of their personal history and also in order to allow future generations to retrace their origins.

But the third reason is undoubtedly the one that strikes us most as we read this story/History; the author’s great love for his family and the pride in his origins, which is just as great even after some generations. This is an important lesson for many in Italy who do not understand that even after generations, even by those who no longer speak Italian or a dialect, the desire and the will are born in many to retrace their roots.

Finally, in translating original Italian we have tried to maintain the flavour of the language used by the author because he gives us a good example of the Italian language spoken overseas. These changes are inevitable overseas and recording the variations of Italy’s national language should be a part of our project to gather these stories of Italian migration.

Without a doubt this story gives us an important example of the power to the call of our origins and our pride for our families.

We now await the next stories and we hope that this example will give an important boost in Brazil and the South American countries, as well as all the other countries where there are Italian migrants and their descendants.

Send your stories to: [email protected]

 

Baratter Family – Vallarsa (Südtirol)

By Gustavo Baratieri (Baratter), Iribaiaras, Brazil

A descendent of the Tyrolese from the Vallarsa is writing you from Brazil. Yes, it is in this way that we maintain our roots in Brazil. “Semotirolès” (We are Tyrolese), this expression is from a chat between my grandmother and my great grandfather Baratter which shows my family’s ancient testimony and we carry it on with pride. The “Slambròt” was the dialect spoken by the “i vèciBarater” (the old Barraters) when they came to Brazil. For those who do not know it, Slambrot was a sort of German, today’s “cimbro” (High Bavarian). And it is also with pride that I say: we are vallarsesi (from the Vallarsa) and from the hamlet of Albarè/Albaredo – not because we were born in Albaredo – but because our blood and the sweat of our forebears go back to that place for at least four hundred years before the family’s migration to Brazil. And it was here that we learned to work with wood – the means of survival in Brazil. I will never know how to explain the emotion I experienced when I was in the Vallarsa for the first time in 2013. That would have been the Desire and the dreams of my ancestors who never had the chance to know it. A longing to cry uncontrollably, as if I had lived there for a lifetime and I knew all the difficulties of the other times. The second time I went to understand what their life was like and I even discovered the place where they lived, where they worked – and that maybe for those who were born in the area, sometimes they do not give it the worth it deserves.

The Barraters, before 1667 they were known as those of Albarè. Many other nicknames from the area come from names of places. Only in 1667 Thomas son of Zua D’Albarè received the surname Baratter for the first time when they lived at the Porte (Trambileno). And in my genealogical line the first time came in 1671 with the birth of Antonio son of Thomas Barater D’Albarè e Margarita Thomeson. Then the hamlet of Albaredo was already a part of the Vallarsa community – but of the Parish of Lizzana. This is the first map which makes mention of Albarè.

(WarmundYgl, Map of Tyrol, 1604-1605).

It is very important to say that if today we speak of Vallarsa as part of the Trentino in Italy, at that time my ancestors spoke of South/Italian Tyrol and of Austria. That is, it was Austrian migration. Those who migrated to Brazil were Austrians and Tyrolese – and very many are Tyrolese from Trento, above all whose mother tongue was Italian.

In the final years of their lives in Vallarsa they lived in “MasodellaCasetta, sotto Albaredo”, a hamlet of Sich di Vallarsa and the remains of the house of my Giosuè are still there. My ancestors migrated in 1876. Giosuè Cristano Colombano (son of Luigi Alessio Barater and Teresa Rumer Sannicolò, of the Parish of Terragnolo), who married Edvige Luigia Gasperini (daughter of Gasparo Gasperini and Lucia Matassoni) in the year 1852, in the church of Albaredo. They migrated together with their 7 children. One of them, Giacinto, died in the sea.

Few are the migrants of Vallarsa in Brazil. Therefore the German dialect which had already practically disappeared in their Vallarsa was not carried on. I saw some families from Vallarsa in Brazil (Barater/Baratieri, Dalzocchio, Martini,Angheben, Stoffela, Nave, Pezzatto). The majority of those from Vallarsa even some Baratter migrants overseas moved to France, Germany and the United States.

In the south of Brazil where we now live (where there is an industrial area) and also the coldest area of Brazil, many people have heard talk of the Terragnolo Valley and the Vallagarina, but nobody of Vallarsa. When they came to Brazil they lived in a place called “Linea Leopoldina” which is now called “Vale dos Vinhedos” (the Valley of the Vineyards) located in the Council area of Bento Gonçalves – Rio Grande do Sul (this Council is a sister cirty of Trambileno, Terragnolo and Rovereto in Italy).

 

List of the ship Salier. Issued: Bremen, 25/11/1876. Destination: Rio de Janeiro, Brazil.

 

Translation: Francesco Barater, born in Vallarsa, Tyrol, Austria.

 

Francesco AntonioBarater, born in Vallarsa – 13/06/1856, son of Giosuè Cristano Colombano Barater and of Edvige Luigia Gasperini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

House of Giosuè Barater in Brazil. (In this house, now, wine is now produced – of the Titton family). Bento Gonçalves, Linha Leopoldina, Rio Grande do Sul, Brazil.

 

Gustavo Barater – The reamins of the House of Giosuè Barater (Emigrated to Brazil in 1876). MasodellaCasetta – Sich di Vallarsa (sottoAlbaredo).

 

The remains of the house of Giosué Cristano Colombano Barater, at Sich di Vallarsa.

Le differenze che meno ti aspetti – The differences you least expect

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Le differenze che meno ti aspetti

Per molti emigrati italiani sin dall’inizio, la scoperta di altre versioni del Cristianesimo nei nuovi paesi di residenza è stata una sorpresa non indifferente
Di Gianni Pezzano

Il cattolicesimo ha sempre avuto un effetto enorme sulla vita degli italiani. L’esistenza secolare dello Stato papale e la conseguente formazione del Vaticano significava che le decisioni dei Papi fossero il punto focale della popolazione da tempo immemorabile. Malgrado la presenza di piccole ma importanti minoranze religiose come gli ebrei e i valdesi in alcune zone del paese, per gli italiani esistevano soltanto i riti e le regole di una religione, quelle della Chiesa Cattolica.

Perciò, per molti emigrati italiani sin dall’inizio, la scoperta di altre versioni del Cristianesimo nei nuovi paesi di residenza è stata una sorpresa non indifferente. Peggio ancora, l’attrito secolare tra cattolici e quasi tutte le altre fedi cristiane ha creato difficoltà per gli italiani in molti paesi.

Quindi anche questo è un aspetto della vita da includere quando consideriamo le storie degli emigrati italiani in giro per il mondo che chiediamo in questo sito per mettere online e per raccogliere una Storia veritiera delle esperienze dei nostri parenti e amici in tutti i continenti.

Inviate le vostre storie a: [email protected],it

Il libro inatteso

Il ragazzo che ero tanti anni fa in Australia non immaginava che esistessero altre religioni al di fuori di quella cattolica. Come tutti i nostri parenti e amici, per la mia famiglia la messa della domenica era un rito fondamentale della vita e la grandi feste non passavano senza la messa. Allora quando vedevo i programmi televisivi di domenica mattina che parlavano di Gesù e il suo messaggio era naturale pensare che fossero della nostra stessa religione.

Una mattina il predicatore ha offerto di regalare un libro su Cristo ai telespettatori. Bastava fare un numero telefonico e il libro sarebbe arrivato in pochi giorni. Naturalmente sembrava un regalo perfetto per mia madre religiosissima e quando, come promesso, il libro è arrivato dopo pochi giorni non vedevo l’ora di darglielo. Però la sua reazione non è stata quella prevista.

Nel vedere il libro ha chiesto immediatamente da dove era venuto. Alla mia spiegazione ha risposto solo che non ne era sicura e che doveva farlo vedere alla signora Campagnolo, l’unica insegnante italiana della mia scuola (cattolica…). Non ho più visto il libro e l’unico riferimento è arrivato una settimana dopo quando mamma mi ha detto semplicemente che il libro non era cattolico.

Per il ragazzo che ero, non ancora adolescente la delusione era grande ma la confusione lo era ancora di più. Come poteva un libro che parlava di Gesù essere “cattivo”? Presumibilmente era lo stesso Gesù dei Vangeli e le prediche in chiesa ogni domenica mattina.

Qualche anno dopo a scuola quando ho studiato Martino Lutero, la Riforma e poi le guerre di religione in Europa, compresa la Guerra Civile inglese del ‘600, ho cominciato a capire il ruolo della religione in ogni aspetto della Storia.

Peggio ancora ho scoperto che il “Cracker Night” (la notte dei fuochi d’artificio) amata da noi giovani in Australia, ufficialmente “Guy Fawkes Day”, era la commemorazione dell’esecuzione di Guy Fawkes e altri cattolici inglesi nel 1606 per aver progettato un attentato al Palazzo di Westminster, che allora era la sede del parlamento, per costringere il ritorno del cattolicesimo come la religione di stato. Guy Fawkes Day fa ancora parte dei riti tradizionali degli inglesi oggigiorno e si chiama anche “Bonfire Night” (la notte dei Falò).

Altre chiese e scuole

In breve, nei paesi di origini anglo-sassoni i cattolici non erano affatto benvisti dalle autorità. Ancora peggio gli italiani che erano il simbolo del Papa, il sovrano di una religione per loro eretica. Per noi figli di italiani, le scoperte durante le nostre lezioni spiegavano fin troppo bene perché andavamo in certe chiese e non entravamo mai in altre.

Infatti, in Australia e indubbiamente in altri paesi come il Canada, gli Stati Uniti e, naturalmente,  l’Inghilterra stessa, noi ragazzi italiani spesso andavamo in scuole cattoliche che, benché più che buone accademicamente, non erano le scuole che aprivano le porte delle sedi di potere del paese.

Senza dubbio, le scuole più prestigiose, influenti e costose in questi paesi erano quelle protestanti e, fino a non tanti tanni fa, per un cattolico andarci era un atto temerario. Un esempio dimostra il trattamento riservato a questi studenti. Queste scuole erano quasi sempre collegi, nel senso che spesso gli studenti vi alloggiavano, e che fornivano anche il pranzo nella mensa. Quando i cattolici cominciavano ad andarci regolarmente alcune delle mense davano a loro la possibilità di mangiare pesce il venerdì di Quaresima, con una scelta di carne per gli altri. In alcuni casi, i ragazzi protestanti intenzionalmente andavano in mensa in anticipo per scegliere, e quindi esaurire, tutto il pesce per costringere i cattolici a limitare il loro pranzo ai contorni.

Negli Stati Uniti la presenza del Ku Klux Klan ha reso la situazione per gli italiani ancora più pericolosa perché, nella sua “logica” di odio, il Papa era un monarca straniero e di conseguenza i cattolici erano sospetti perché sudditi di una potenza straniera.

Il risultato di tutto questo in alcune zone degli Stati Uniti è stato che tra le vittime dei famosi linciaggi degli ex schiavi in seguito alla Guerra di Secessione americana, il Ku Klux Klan ha linciato anche italiani e ebrei, questi ultimi considerati da loro come il “popolo deicida”.

Non solo il passato

Le conseguenze di tutto questo per i nuovi immigrati in questi paesi sono state di affrontare situazioni famigliari inattese quando hanno deciso di emigrare.

Sappiamo tutti il detto famoso “mogli e buoi dai paesi tuoi”. Per la prima generazione nata nei nuovi paesi questo detto, insieme all’aspetto della religione,  hanno dato un significato nuovo agli inevitabili scontri tra genitori e figli quando i fidanzati portati a casa non erano italiani.

Bisogna anche ricordare che questa diffidenza in tutti i nuovi paesi di residenza, senza eccezioni, si aggrava dal fatto che gli immigrati rappresentano non solo tutte le nazionalità, ma anche tutte le religioni.

Questi problemi possono sembrare banali ma sono aspetti che hanno creato e continuano a creare problemi all’interno di famiglie in tutto il mondo. Iniziano dalla cerimonia di matrimonio: in quale chiesa, tempio, sinagoga, moschea, ecc.? La risposta dovrebbe essere facile, per entrambi in rispetto di entrambe le religioni, ma poi il pensiero dei genitori degli sposi si sposta su altri problemi. I nostri nipotini saranno battezzati o no? A quali scuole andranno? Nel caso di religioni come il Giudaismo e l’Islam con il divieto di carne di maiale ci sono anche i problemi dei piatti da preparare e le altre usanze che regolano la vita di ogni fedele.

Mondo moderno?

Questi sono aspetti pratici che gli emigrati italiani affrontano nel  mondo ogni giorno. Nella prima generazione nata all’estero la maggioranza dei figli di solito si sposa con connazionali ma, con il passare degli anni, i componenti non italiani entrano nelle famiglie, con cambi di cognomi, alcuni che spariscono e altri che durano.

Con l’arrivo dei nuovi componenti arrivano anche i cambi delle tradizioni e usanze delle famiglie che sempre di più vanno verso un’identità nuova, non solo italiana e che comprende anche origini non solo italiane.

In realtà, il nostro è ancora un mondo dove si continua a combattere guerre di religioni che, almeno in teoria, non dovrebbero esistere in un mondo moderno. Basta pensare che, malgrado una forte presenza cattolica nel paese, John Fitzgerald Kennedy sia stato l’unico Presidente negli oltre due secoli degli Stati Uniti d’America a far capire che la religione svolge ancora un ruolo importante nella vita e la politica di quel paese. E non è l’unico.

È un aspetto che abbiamo l’obbligo di studiare e capire quando consideriamo la Storia e le storie degli emigrati italiani e i loro discendenti. Ora spetta ai lettori farci sapere le loro esperienze.

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The differences you least expect

For many Italian migrants the discovery of other versions of Christianity in the new countries of residence was a not discovery that meant nothing
By Gianni Pezzano

Italy has always been a country hugely influenced by Catholicism. The centuries old existence of the Papal State and the subsequent formation of the Vatican meant that the decisions of the Popes were a focus of the population’s attention for time immemorial. Despite the presence of small but important religious minorities such as the Jews and the Waldensians, for Italians there were only the rites and rules of one religion, the Catholic Church.

For this reason, for many Italian migrants the discovery of other versions of Christianity in the new countries of residence was a not discovery that meant nothing. Worse still, the centuries of friction between the Catholic Church and nearly all the other Christian faiths created problems for Italians in many countries.

Therefore, this too is an aspect of the lives of Italians to be included when we consider the stories of Italian migrants around the world that we request in order to put them online and when we bring together a truthful history of the experiences of our relatives and friends in all the continents.

Send your stories to: [email protected],it

The unexpected book

The young boy that I that I was in Australia so many years ago did not imagine that there were other religions outside the Catholic faith. Like all our relatives and friends, for my family Sunday Mass was an essential part of our lives and the great Feasts did not pass without Mass. So, when I saw the Sunday morning television programmes which spoke of Jesus and his message it was natural to think that they were of the same religion.

One morning a preacher offered to give a book on Christ to those watching. You only needed to dial a telephone number and a book would come a few days later. Naturally it seemed a perfect gift for my very religious mother and when the book came as promised a few days later I could not wait to give it to her. However, the reaction was not the one I expected.

When she saw the book she asked me where it came from. When I explained she said only that she was not sure and wanted to let Mrs Campagnolo, the only Italian teacher at my (Catholic…) school to look at it. I never saw the book again and when I asked my mother she said simply the book was not Catholic.

As a young boy who had not yet reached adolescence it was a big disappointment but the confusion was even greater. How could a book about Jesus be “bad”? Presumably it was the same Jesus of the Gospels and the sermons in church every Sunday morning.

A few years later when I studied Martin Luther, the Reformation and Religion in Europe at school, including the English Civil War of the 17th century, I began to understand the role religion played in every aspect of History.

Worse still, I discovered that the “Cracker (fireworks) night” in November we young Australians loved so much, officially Guy Fawkes Night, was the commemoration of the execution of Guy Fawkes and other English Catholics in 1606 for having planned the Gunpowder Plot, an attempted bombing of Westminster Palace which was then the English Parliament, in order to force the return of Catholicism as the country’s State religion. Guy Fawkes Night is still a part of the traditional rights for the English today where it is also known as Bonfire Night.

Other churches and schools

In short, in Anglo-Saxon countries Catholics were not considered at all well by the authorities. Even worse, Italians were the symbol of the Pope, the sovereign of a religion that they considered “heretical”. For us children of Italian migrants, the discovery of our lessons explained all too well why we went to certain churches and never entered the others.

In fact, in Australia and undoubtedly in other countries such as Canada, the United States and naturally England, we young Italians often went to Catholic schools which, even they though more than good academically, were not the schools which opened the doors to the country’s seats of power.

Without a doubt, the most prestigious, influential and also the most expensive schools in these countries were Protestant and, until not so many years ago, for a Catholic to attend one was a daring act.  One example shows the treatment reserved for these students. These schools were almost all colleges in the sense that the students lived there and they also supplied lunch in the dining hall. When the Catholics began to go there regularly some of the kitchens gave them the possibility to eat fish on Fridays during Lent with the choice of meat for the others. In some cases, the Protestant boys intentionally went to the hall early to choose, and therefore use up, all the fish in order to force the Catholics to eat only the side dishes as lunch.

In the United States the presence of the Ku Klux Klan made the situation for Italians even more dangerous because, according to its “logic” of hate, the Pope was a foreign monarch and subsequently Catholics were suspect because they were subjects of a foreign power.

The result of all this in some areas of the United States was that some of the victims amongst the famous lynchings of ex slaves after the American Civil War, the Ku Klux Klan also lynched Italians and Jews, the latter because they were considered “God Killers”.

Not only the past

The consequence of all this for new migrants in these countries was dealing with family situations that were not expected when they decided to migrate.

We all know the famous Italian saying “mogli e buoi dai paesi tuoi” (Wives and cattle from your home towns). For the first generation in the new countries this saying together with the religious aspect gave a new meaning to the inevitable meeting between parents and children when the boyfriends or girlfriends were not Italian.

We must also remember that this diffidence in all the countries of residence is made even worse by the fact that migrants do not represent only all nationalities but also all religions.

These problems can seem banal but they are aspects that have caused problems within families around the world and they still do so. They begin with the marriage ceremony: in which church, temple, synagogue, mosque, etc? The answer seems simple; in both out of respect for both religions. And then the thoughts of the parents of the bride and groom turn to other problems. Will our grandchildren be baptized or not? Which school will they go to? In the case of religions such as Judaism and Islam with the prohibition of pork, there are also problems of the dishes to prepare and the other habits which regulate the life of every member of a faith.

Modern World?

These are some of the practical aspects Italian migrants have to deal with around the world every day. For the first generation born overseas the majority of children usually marry fellow compatriots but, with the passage of time, new non Italian members enter the families, with changes of surnames, some of which disappear and others continue. With the new members also come changes in family traditions and habits which head towards a new identity that is not only Italian but which also includes origins that are not only Italian.

In reality, our world is one where wars of religion are still fought: wars which, at least theoretically, should not exist in a modern world. We need only think that, despite a strong Catholic presence, John Fitzgerald Kennedy was the only Catholic President in the more than two hundred years of the United States in order to understand that religion still plays an important role in the life and politics of that country. And it is not the only one.

It is an aspect that we have a duty to study and to understand when we consider the History and the stories of Italian migrants and their descendants. It is now up to our readers to let us know their experiences.

Emigrazione oggi Australia – Migration Today

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Emigrazione oggi: Australia

Mentre i lettori, ovunque siano, leggono il racconto della loro connazionale Daniela nella Terra Australis speriamo che accolgano il nostro appello di scrivere le proprie storie per condividere con i lettori e per contribuire a far sapere in Italia, e non solo , che l’emigrazione non è semplicemente una parola, ma un percorso personale che ha segnato la Storia d’Italia e delle comunità italiane in tutto il mondo.
Di Gianni Pezzano

Quando abbiamo iniziato la nostra ricerca per storie personali dell’emigrazione italiana sapevamo che c’erano tanti temi, come dimostriamo negli articoli tra una storia e l’altra. Quel che distingue questo racconto è il coraggio di chi scrive a rivelare i propri sentimenti e dubbi prima della partenza dal Bel Paese e dopo l’arrivo nel continente nuovo con tutti i dubbi e le incertezze di trovarsi a imparare di nuovo come svolgere la vita quotidiana.

Questa non storia non è “banale” come scrive l’autrice alla fine. È la storia di una coppia che prende la decisione di trasferirsi dall’altra parte del mondo per rifare la vita in Australia. In questo caso non lasciano casa i genitori ma i figli e i nipoti.

La storia spiega benissimo il prezzo individuale del trasloco radicale della migrazione dove la nuova lingua spesso presenta una barriera difficile e le nuove usanze, almeno all’inizio, sembrano non solo strane ma anche illogiche.

La decisione di cambiare paese per fare una vita nuova sembra facile quando se ne parla al bar in Italia dopo la partenza di un altro parente o amico, ma chi rimane quasi mai capisce che quella decisione costringe l’emigrato a ripensare la propria vita in modi inattesi e non raramente traumatici, l’aggettivo che l’autrice utilizza dei primi giorni sotto la Croce del Sud.

Mentre i lettori, ovunque siano, leggono il racconto della loro connazionale nella Terra Australis speriamo che accolgano il nostro appello di scrivere le proprie storie per condividere con i lettori e per contribuire a far sapere in Italia, e non solo , che l’emigrazione non è semplicemente una parola, ma un percorso personale che ha segnato la Storia d’Italia e delle comunità italiane in tutto il mondo.

Queste storie sono da scrivere e da leggere, ma soprattutto da ricordare perché sono lezioni di vita che bisogna ricordare per sempre.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

La Mia Australia
Di Daniela Williamson, New South Wales, Australia

Mi chiamo Daniela ed ho cinquantatré anni, di cui quarantanove, vissuti nel Bel Paese. Sono nata nel lontano 1965 in una cittadina della Puglia, Galatina in provincia di Lecce. Sono cresciuta in una meravigliosa famiglia, costituita da quattro figli, di cui ero l’ultima  nata, babbo e mamma, che sono stati genitori severi ma amorevoli. Galatina era allora una piccola cittadina del Salento, nella quale ho vissuto però ad intermittenza, per via del lavoro del mio papà.

Babbo era militare dell’Aeronautica Italiana e grazie al suo lavoro, abbiamo girato parecchio, vivendo per alcuni periodi in giro per il mondo. Il ricordo più bello di quel periodo è legato alla splendida Africa, che porto nel cuore. In Africa ho frequentato alcuni anni delle elementari, imparando alla perfezione il  Francese. Credo che sia anche per questo nostro girovagare per il mondo già da allora, che non ho mai avuto delle vere e proprie radici, con le quali rimanere ancorata al Paese in  cui sono nata e al quale sono legata da un invisibile e resistente filo, chiamato amore.

Quando nel 2014, a causa della crisi, che attanaglia  l’Italia da molti anni, il rischio di perdere il lavoro e di finire in mezzo ad una strada è diventato pressante ed angosciante, la decisione di trasferirsi in Australia, ci è sembrata la migliore. Premetto che il mio compagno, oggi mio marito, è nato e cresciuto in Australia, ma vissuto per ventuno anni in Italia, quindi, spesso molto più italiano di me, soprattutto nel rispetto delle tradizioni, in particolare quelle della nostra meravigliosa cucina.

Sono consapevole del fatto, che altra cosa era emigrare cinquant’anni fa, con tutte le difficoltà legate ad un viaggio di un mese in nave e al dolore del distacco, che all’epoca era di certo piu’ vissuto e sentito, poiché anche comunicare con il proprio Paese e con i propri cari, diveniva un’impresa titanica. Il dolore del distacco però, è rimasto invariato, la distanza è la stessa e la paura dell’ignoto diventa tangibile, quasi soffocante, nel momento in cui si prende posto in aereo e si comprende che “ti porterà letteralmente dall’altra parte del mondo”.  Ecco, ricordo perfettamente la sensazione provata e non posso dare altra definizione a quest’ultima: si chiama panico. Si, ero in preda al panico! Non era paura di volare, ho viaggiato in aereo tante volte e anzi, ho sempre amato il senso di libertà che provo, quando l’aereo si alza in volo, staccandosi dalla pista.

Quella non era paura del volo aereo, ma terrore del domani, del futuro, di ciò che non conoscevo e a cui stavo andando incontro, gettandomi senza paracadute da altezza infinita. Piccola premessa, dovuta: non parlavo Inglese e non pretendo certo di affermare che oggi invece lo parlo. Ma attualmente sono in grado di cavarmela in una conversazione più o meno elementare.

Quando partii dall’Italia, oltre ad uno stentato “Good morning, how are you?”, non sapevo dire altro. Ricordo che scherzavo sulla possibilità di venire a visitare l’Australia e immaginavo e sognavo come sarebbe stato, perché pensavo “John prima o poi deciderà di  tornare a visitare il suo Paese e sua sorella ed io sarò con lui”. Così, scherzando, dissi un pomeriggio alla mia adorata mamma “ma se io andassi a vivere in Australia con John, tu cosa diresti?” E lei con la sua dolce saggezza di ottantottenne che aveva vissuto la guerra e tanta vita, non sempre facile, ma felice, mi rispose: “Chi è la tua casa?”.  Ricordo che la guardai con tenerezza e mi premurai di correggere la sua domanda in “dov’è la tua casa?”,  rimproverandola affettuosamente per l’errore commesso.

Lei mi guardò con gli occhi pieni di amore e mi disse, “No figlia mia, non dov’è la tua casa, ma chi è la tua casa, perché la casa è la dove è il nostro  cuore, tu seguirai il tuo compagno, dovunque decidiate di vivere, li sarà la tua casa”. La lezione importante che mi diede la mia mamma, mi è servita a  mollare gli ormeggi e a partire per questo lontano Paese sette mesi dopo che l’ultimo suo sorriso, ha riempito il mio cuore e la mia vita di amore e gioia.

Il 2014 è stato l’anno che ha impresso con maggiore  forza e con dolore nella mia vita, la tragedia di importanti perdite, ma che ha segnato per me anche l’inizio di una nuova pagina.

Nello stesso periodo, l’azienda per cui lavoravo, annunciava I primi esuberi di personale, tra i quali era presente anche il mio nominativo e l’attività del mio compagno, segnava il meno in percentuale di proventi, ciò significava, che eravamo allegramente vicini al precipizio, nel quale, saremmo piombati se non avessimo preso delle decisioni immediate.

Poche discussioni, un programma sul pc per imparare il minimo indispensabile di Inglese, scatoloni riempiti di poche cose, le più care, un anonimo container, in cui il poco che abbiamo raccolto e’ stato stipato in due valigie. Eccoci pronti per partire, con il passaporto, in cui spicca il mio volto sorridente, che quella lontana mattina, sorridente non era affatto. Non ero pronta e la notte che precedette la partenza, piansi a lungo, mi sentivo soffocare, ebbi diverse crisi di panico, tanto che John, mio marito, pensò che il giorno successivo, sarebbe partito solo. Perché è quello che nella mia mente, pensavo e ripensavo, “lui parte prima di me e poi lo raggiungo”, ma sapevamo entrambi, che se non fossi partita con lui, forse non sarei mai salita su un aereo che mi avrebbe portato qui in Australia.

E invece, la mattina seguente, ho salutato le persone che più amo al mondo, con gli occhi gonfi di pianto e il cuore che mi scoppiava in petto. Una fitta dolorosissima mi  tormentava il cuore, ma il 16 Ottobre, in una mattinata grigia e nebbiosa, dalla splendida Perugia, città in cui ho vissuto per ventiquattro anni, abbracciai stretto, stretto al cuore mia figlia e lasciai dietro di me tutte le certezze di mezza vita, per andare incontro al non so che, chiamato Australia.

Arrivammo a Sydney ventisei ore dopo e il mio cuore doleva ancora terribilmente. Ad attenderci la grande città dagli alti grattacieli e le bellissime baie. Vidi in lontananza il famoso teatro “Opera House” e attraversammo l’altrettanto famoso “Harbour Bridge” e rimasi estasiata dal blue del cielo  Australiano.

Ho sempre pensato fosse una sciocchezza e invece è proprio vero, il blue del cielo in Australia e’ più intenso, così come anche la luce  e il sole, più “pericoloso” se così lo si vuol definire e mi ostinavo a non comprendere il perché venissi invitata ad indossare il cappello e a spalmarmi di crème protezione totale, io che sono nata al Sud d’Italia e che con il sole ci sono sempre andata a braccetto. Alla prima scottatura, compresi bene che essere  una lucertola al sole, qui è concesso davvero solo alle lucertole.

Il Nuovo Galles del Sud e più precisamente Newcastle, è stata finora la nostra dimora, abbiamo traslocato per  ben due volte e non sappiamo ancora se quella attuale, sara’ la nostra dimora per sempre. Non ho più paura del cambiamento, perché l’Australia mi ha reso realmente indipendente, forte e temeraria, ma adesso ho ben chiaro in quale parte di questo immenso Paese mi piacerebbe vivere.

Traumatico l’arrivo a causa anche del fuso orario. Mi addormentai a tavola, mentre tutto intorno a me, le persone conversavano amabilmente in un perfetto Inglese. Io mi sentivo sorda e incapace di comprendere, tanto da provare uno strano senso di nausea. Fui salvata da quel supplizio, solo dal calare della  notte. I giorni che seguirono, furono caratterizzati da lacrime e smarrimento. Non volevo uscire e non lo facevo comunque, a meno che non fossi costretta e naturalmente accompagnata da qualcuno. Avevo paura di tutto e di tutti. Era completamente,  interamente, compiutamente, totalmente, globalmente, complessivamente DIVERSO.

Così strano, così maledettamente lontano da ciò che conoscevo. Al supermercato, diventava un tormento fare la spesa e riportavo a casa sacchetti pieni di “butter, milk, garlic, bread and cheese” e per acquistarli dovevo dare fondo a tutte le mie scarsissime conoscenze della lingua Inglese. Alla cassa il sorriso delle ragazze, mi terrorizzava, perché sapevo che di li a poco una di  loro avrebbe esordito affabilmente, con un “How are you  going” (Come stai), che alle mie orecchie suonava più o meno così: “aiugoi?” Incomprensibile e difficoltoso da elaborare per una risposta eloquente, cosi’ indossavo il mio sorriso più bello e pronunciavo la formula magica “Please forgive me, I don’t speak English” (Ti prego perdonami, non parlo l’inglese), che si è trasformata dopo alcuni mesi,  nella frase più creativa e meno umiliante “I don’t speak English, but I’m learning” (Non parlo l’inglese, però sto imparando). Sapete come mi sentivo? Un’ebete, inutile, stupida donna di quasi cinquant’anni, che aveva sfidato se stessa e il mondo, per venire a vivere nell’altro emisfero,  impreparata a tutto ciò che mi avrebbe schiacciato, riducendomi in poltiglia.

Ho preso la patente a diciannove anni, guidavo da trent’anni quando qui in Australia decisi di cimentarmi nella guida della mia Hyundai rigorosamente bianca e fu una catastrofe!! Qui si guida sul lato sinistro e il guidatore siede a destra. Scioccante la mia prima prova, per non parlare della coraggiosa decisione di andare a prendere il mio compagno al lavoro, in un serata di pioggia battente e vento.

Le strade mi apparivano troppo grandi, non sapevo dove incanalarmi per svoltare e una volta sbagliata la direzione, decisi di fare audacemente un’inversione a U (meritavo il ritiro della patente) e ovviamente cominciai a guidare nella corsia sbagliata, ma me ne resi conto solo quando cominciai a vedere le auto giungere in senso contrario, che  lampeggiavano nervosamente e mi resi conto che nella corsia sbagliata c’ero io! Riuscii non so per quale miracolo a raggiungere la destinazione, guidando nella corsia esatta e scesi dall’auto in preda a terrore. Gettai le chiavi ed affermai con gelida fermezza “io non guiderò mai più”.

E il contatto con la fauna di questo bellissimo Paese, vogliamo parlarne? Adoro gli animali e sono sempre stata curiosa, tanto da spingermi a “toccare” qualsiasi essere  animale, fuorché’ gli scarafaggi, per i quali provo un’avversione, mista a ribrezzo. Qui I famosi cockroaches, sono di dimensioni più grandi  di quelle che ricordo di aver visto in Italia e comunque a me fanno obiettivamente senso in ogni dove. Credevo non avrei mai digerito la presenza di una nutrita e vasta famiglia di insetti, di norma più grandi di quelli Italiani, mi era stato detto che sono dovunque e che ci si deve convivere. Non so se la mia sia solo fortuna, ma a casa nostra, di scarafaggi, ne ho trovati un paio in quasi quattro anni ed ho imparato ad  “accompagnarli” alla finestra, per una sorta di “rispetto” della natura. Ho imparato che le formiche vanno scansate, mai passarci sopra quando sono in processione, perché si arrabbiano moltissimo,  lo so, vi fa sorridere, ma io adesso sto attenta a dove metto I piedi.

Ho imparato da uno splendido uomo di origine Aborigena, ad ascoltare il canto dei Kookaburras e ad interpretarlo, anche in base alle ore del giorno: oggi so precisamente quando comincerà a piovere, anche se splende il sole. Amo la cultura di questo popolo antico e speciale, che questa terra la abita da almeno 40.000 anni e recenti studi, parlano di tracce risalenti addirittura a 60.000 anni fa. Sono affascinata dal loro rapporto con Madre Terra e adoro letteralmente la loro arte nella pittura, da cui  traggo spesso ispirazione per I miei quadri.

Ho avuto un incontro ravvicinato con un Pitone Diamante e sono rimasta a guardare questo animale sinuoso e affascinante, magneticamente attratta e pronta a sfiorarlo, se solo John me lo avesse permesso.

Ho seguito i delfini nuotare molto  vicini alla riva, ascoltato il vento dalla cima del Faro di  Seal Rocks, dove il 31 Ottobre 2017, davanti ad una celebrante e all’immenso oceano, ho sposato il mio compagno, con mia figlia Daria e una delle mie migliori amiche in video chiamata dall’Italia e l’altra mia amica che reggeva il telefono durante la cerimonia. Lei è stata testimone al nostro matrimonio, ma solo per caso si è trovata qui in quella data: avevamo deciso di sposarci soli, pochi fronzoli, con la benedizione dei nostri cari: il cielo, l’oceano ed una meravigliosa Sea Eagle ferma con le ali spiegate sopra le nostre teste, come a sancire questo stupendo vincolo d’amore.  A piedi nudi, solo noi, la terra e il vento e le nostre promesse, pronunciate in Inglese e in Italiano, per rispetto ad entrambi I nostri Paesi.

 

Ho il vantaggio di avere al mio fianco un uomo che conosce molto bene la sua terra e mi sta insegnando quotidianamente, ad averne rispetto, temendola, ma non provando scioccamente paura. John mi invita ad avere grande accortezza di non azzardare, se non si conosce l’oceano o un insetto o un luogo mai visitato. Non mi avventuro mai da sola, la dove, non sono certa non ci siano pericoli e seguo sempre le  indicazioni di chi questo Paese lo ha vissuto e amato, prima di me.

Ho adorato l’oceano da subito. E’ differente, lo è davvero. Diversa la temperatura, diverso il profumo che si sprigiona intorno quando si è nei pressi di una spiaggia. Mi terrorizzano le onde imponenti, ma mi affascinano, soprattutto quello spruzzo che sembra spray, che si crea sulle onde quando incalzano, avanzando verso la spiaggia. Ho imparato a fare uno pseudo surf con la pancia, si il meno famoso, ma divertente boogie board (planca) Una cinquantatreenne che si diverte come una bambina? Eccomi, sono io, perché qui a nessuno importa se sguazzi nell’acqua a mo’ di paperella, nonostante I molti surfisti provetti dal fisico non sempre scultoreo, ma che hanno una confidenza con quelle onde, che invidio profondamente.

Ma e’ da bambini che vengono abituati ad assecondare le onde e a cavalcarle e con mio grande spavento, da nonna, vedere bimbetti con la tavola da surf, lanciarsi in mezzo ai cavalloni, mi fa sempre un po’ rabbrividire. Qui non sfoggi il costumino nuovo firmato e se non sei una velina tutta curve e oleata di abbronzante, a nessuno importa della tua pancetta o della tua cellulite, la libertà sta anche in questo, nessun giudizio su come sei esteriormente.

Apro a tal proposito una parentesi divertente sull’abbigliamento qui in Australia. Spesso mi sono sorpresa  a fissare qualcuno, diciamo non proprio ben vestito. Classico, da Italiana, abituata a com’ero ad abbinare perfettamente I colori, facendo attenzione anche al colore delle scarpe e della borsa, mi sono ritrovata in molte occasioni a sorridere, pensando che  molti Australiani, la mattina, “si cospargono di colla, lanciandosi nell’armadio e ciò che gli rimane appiccicato addosso è il loro abbigliamento del giorno”(prendo in prestito questa battuta di un comico italiano, ma calza a pennello), senza preoccuparsi dei colori o della stagione in cui indossano quella mise.

Ti ritrovi quindi in una giornata piovosa, con le caloche e l’impermeabile, accanto a qualcuno che calza infradito e veste bermuda e maniche corte e ti domandi: ma sono atermici o sono io che esagero? Vero è che nella zona in cui viviamo, l’inverno non si può definire tale, per me che ero abituata alle temperature sotto lo zero, qui le temperature si aggirano intorno ai sei gradi in pieno inverno, quindi niente sciarpe, cappelli e guanti. Comunque definisco questo loro “cattivo gusto” nel vestire, originario anch’esso dai parenti più prossimi, gli anglosassoni, che anch’essi, non sempre spiccano per buon gusto, libertà, si, proprio grande, fantastica, invidiabile libertà mentale, non sei perché appari, ma  sei te stesso e basta.

Il dolore del distacco non l’ho mai superato e piango spesso per la distanza dai miei nipoti, da mia figlia e da amici storici. Tutti loro mi hanno sostenuto in questo difficile e accidentato percorso di cambiamento radicale.

Anche il mio corpo ha subito un cambiamento notevole e me ne rendo conto ogni qualvolta provo ad indossare quei bellissimi jeans taglia 42 che indossavo in Italia e che qui non mi vanno più. L’alimentazione dei primi mesi è stata un disastro, attratta com’ero da fish and chips, meat pie (patatine e pesce fritto e le tortine di carne) e le famose ciambelle di Homer Simpson, appetitose, fritte e cariche di grassi insaturi e zucchero, i doughnuts. Dieci chili, sissignore, dieci maledetti chili in più, che mi hanno fatto comprendere che forse, la dieta mediterranea, è davvero la migliore al mondo.

Ho conosciuto alcune persone, giunte dall’Italia, quando ancora questo Paese era davvero giovane e acerbo. Molti di essi, hanno fatto fortuna, lavorando sodo e sfruttando la mancanza di tante risorse, oggi ormai presenti sulla quasi totalità del territorio Australiano. Sono arrivata tardi, avrei potuto aprire un piccolo ristorante Italiano e sfruttare la mia naturale abilità in fatto di cucina.

 

Oggi qui in Australia I ristoranti Italiani sono tantissimi. Alcuni di questi, hanno modificato la tradizione culinaria Italiana,  fatta di semplicità e ingredienti nobili, lasciandomi spesso un po’ di amaro in bocca: ho interpretato come un affronto al nostro Paese le modifiche indegne apportate a piatti di cui andiamo fieri.

 

Ho compreso con il passare del tempo, che tutto ciò è stato  necessario per alcuni ristoratori, per non imporsi con gusti tanto diversi da quelli a cui in Australia si è abituati. Modifiche che talvolta fanno si che la pasta con il pesce, diventi una pappa con la panna, che le lasagne diventino grattacieli di pasta secca e condita con l’improbabile, piuttosto che con il meraviglioso ragù di carne. Ho capito a mie spese, lavorando in un ristorante italiano, che alcuni connazionali, che vivono qui ormai da oltre cinquant’anni, apprezzano la pasta accompagnata dall’insalata,  che questa non viene servita come contorno a scelta di in secondo piatto, ma messa in quantità industriale a riempimento della pietanza, spesso insieme alle patatine fritte. Insomma, ho rinunciato ad imporre la mia cucina “real Italian taste” (vero gusto italiano), fatta di deliziosi  minestroni di verdure fresche, legumi, pasta al dente e tortellini e tagliatelle rigorosamente fatti a mano.

Ho lasciato un lavoro, che amavo, ma che non era più sicuro, tant’è che il licenziamento è poi arrivato. L’ azienda per cui ho lavorato per vent’anni, ha reso il meno doloroso possibile questo taglio del personale, offrendo una soluzione a chi accettava  il licenziamento e massacrando però, chi è rimasto,  con turni assurdi e nessuna cura delle risorse umane, cosa per cui la mia azienda, in passato si è sempre distinta. Ma in Italia, ahimè, questa è diventata la norma e non l’eccezione che conferma la regola e la questione è, se vuoi lavorare, stai zitto e ingoi bocconi amari e cerchi di andare avanti come meglio si può. Triste realtà davvero.

 

A proposito di regole, ogni qualvolta torno in Madre  Patria, mi rendo conto che le regole per noi Italiani, sono un po’ “elastiche” e che non sempre siamo contenti di rispettarle. Esempio banale: in Australia ho imparato a rispettare i limiti di velocità  e le regole stradali e non solo quelle. Quando torno a Perugia, diventa impossibile non arrabbiarmi, perché quando rispetto I limiti, c’è sempre il solito furbo, che si sente più forte di me guidando un’auto nuova fiammante e rombante e mi insulta,  sorpassandomi  laddove, c’è il divieto di sorpasso e il limite è di sessanta km orari, sfrecciandomi accanto a 100  all’ora e indicandomi, con il dito medio, a volermi dire “vai a quel paese. Ma in Italia è vero che siamo  tutti “ Nuvolari”, lo ero anch’io.

Qui non lavoro, per ovvi motivi, legati principalmente alla mia poca dimestichezza con la lingua Inglese, ma la mia esperienza nella ristorazione, mi rende fiera di me stessa. Cucino molto bene, così almeno dicono sia in Italia, che qui e avere di tanto  in tanto amici a cena e vederli soddisfatti, mi rende felice. Certo, se trovassi un piccolo lavoro, un part-time, sarei contenta e non mi arrendo, cerco ancora e prima o poi, salterà fuori qualcosa anche per me.

Ho imparato a riempire il vuoto con tante cose che prima non avevo più il tempo di fare. Preparo il pane con il mio lievito madre, da me creato, preparo conserve e marmellate, dolci e manicaretti vari. Ho ripreso a dipingere, trasmetto in streaming per  una radio Italiana e racconto dell’Australia, accompagnata da buona musica. Leggo favole per bambini sempre per lo stesso circuito radiofonico, amo l’uomo che ho sposato e sono felice di averlo seguito fin qui.

Questa è una terra dura e spesso, se non la  si affronta con forza ma rispetto, essa è capace di distruggerti.

Oggi guido senza difficoltà anche su lunghe percorrenze, frequento con buon profitto la scuola per imparare l’Inglese, vado una volta all’anno in Italia, dai miei cari ed ho ottenuto, non senza difficoltà e spendendo anche una discreta cifra, il visto  permanente e sono orgogliosa di non avere mollato ogni volta che la paura mi faceva traballare. La mia serenità è legata anche alla speranza che prima o poi I nostri figli ci raggiungeranno, intanto, cerco di conoscere il più possibile di questa enorme isola  ai confini del mondo, per trasmettere tutto il bello che in essa ho trovato.

La mia terra mi manca, ho nostalgia di tante cose che hanno rappresentato fasi importanti della mia vita. Si, la nostalgia di cui sono bravi a cantare i brasiliani, assale anche noi italiani. Difficile spiegare cos’è quella stretta alla gola, quella tristezza  e la solitudine che talvolta si prova.  L’Australia è immensa e proprio questa sua “grandezza” mi spaventa un po’. Tante persone con cui parlo, mi dicono di essere destinate a rientrare in Italia prima o poi, io non so se sarà così anche per me e questo mi fa sentire maggiormente il peso della  distanza, poiché penso a come sarà il futuro e al fatto che qui sono completamente sola. Ad eccezione di mio marito, ho solo due cugini che vivono rispettivamente a Sydney e a Melbourne, sui quali so di poter contare se ne avessi bisogno, ma sono una testarda,  “vecchia” signora Italiana e difficilmente sono disposta a chiedere aiuto, nel timore di arrecare disturbo. Si sa, la vita è dura per tutti e I tempi sono ristretti, non sarei mai disposta a “rubare” tempo prezioso ad altri per I miei bisogni.

Certo, saltuariamente penso “se mi accadesse qualcosa e mio marito non è  con me, a chi mi rivolgo”? Piccola nota, ovvia forse, ma è una sensazione di smarrimento quella che mi assale, quando devo affrontare difficoltà che non posso condividere con altri.

Questo è lo scotto da pagare e mettere sul piatto della bilancia I pro e I contro, spesso non e’ facile. Le opportunità di una vita migliore in Australia sono numerose, in Italia ancora lottiamo con la corruzione, con la cattiva politica, con la disoccupazione, con la mala sanità e con tanti altri problemi, che affliggono la nostra amata Terra ed hanno fatto nuovamente “scatenare” questa differente ondata di migrazione dal nostro Paese, con la speranza di potersi creare un futuro, che in Italia oggi, appare buio e confuso.

Qual è il volto dei nuovi migranti italiani? Quello di uomini e donne, giovani e meno giovani, che lavorano sodo per ritagliarsi uno spazio in questo posto così lontano da tutto e tutti, che spesso vengono tacciati di codardia, perché hanno mollato, per  cercare una soluzione piu’ facile.

Ma siete davvero sicuri che sia così tanto facile mollare tutto e vivere a centinaia di migliaia di chilometri di distanza? Pensate davvero sia facile adattarsi al fuso orario, che ti impedisce di parlare con le persone  care che sono rimaste in Italia, alle quali spesso, si dedicano, lunghi, malinconici messaggi vocali in Whatsapp e con i quali si condividono foto su Facebook, per non sentirsi troppo lontani, troppo soli, troppo tristi.

E sapete quanti di noi, sacrificano  l’amore per la propria famiglia, per le proprie tradizioni, lasciandosi dietro le spalle, genitori preoccupati, fidanzati/e, amici e certezze, per affrontare difficoltà che agli occhi di chi non lo vive sulla propria pelle, appaiono una dorata, comoda e fantastica  vacanza, nella terra dei canguri e dei boomerang?

No, non potete saperlo e non e’ un’accusa la mia, ma un grido forte, che vorrei giungesse a chi nulla sa di come viviamo l’ Australia noi nuovi migranti.

E poi ci arrabbiamo quando qualcuno ci domanda, forse ingenuamente o forse sarcasticamente “Ma tu ce li hai i canguri in giardino”? L’Australia non è solo la terra dei canguri, è una terra dura, di forti contraddizioni, di contrasti e storia che non conosciamo  abbastanza per esprimere pensieri.

 

L’Australia non è l’Eldorado, qui non ti regala niente nessuno, devi lavorare sodo per crearti un futuro, devi rimboccarti le maniche, armarti di grande forza e grande energia. Si, perché l’Australia richiede un dispendio di energie non indifferente. Qui arrivare non è facile! Per darti il visto, ti esaminano dalla testa ai piedi, ti chiedono sponsor e devi dimostrare di poterti mantenere, di essere autosufficiente economicamente, per non gravare sull’economia del Paese.

E no signori, emigrare in Australia, non e’ una passeggiata. Ci risparmiamo il mese di viaggio in nave, ma ci sciroppiamo ventiquattro o molte piu’ ore di viaggio aereo In Economy Class, non abbiamo la valigia di cartone, ma quella comoda con le rotelle, che fa molto fashion, ma in quella valigia, sono chiusi ricordi e lacrime e spesso speranze tradite proprio dal Paese in cui sei nato.

E si, noi, nuova generazione di emigranti italiani, ci risparmiamo anche tutta la spiacevole fase del disprezzo regalatoci a iosa, quando ci chiamavano “Wogs” ovvero  “Western Oriental Gentlmen” (Gentiluomini orientali astuti) che sembra elegante come definizione e invece era usato in forma dispregiativa, in  tono razzista e ancora c’è chi ci addita, come fastidiosi “extracomunitari”, perche’ c’e’ ancora una piccola parte di Australia bigotta e ottusa,  non sono tanti, ma vi garantisco che ci sono.

Ricordiamo comunque che l’Australia è il Paese più giovane al mondo in fatto di colonizzazione e molte delle abitudini culturali di questo popolo, sono riconducibili agli anglossassoni, ma sono luoghi comuni che TUTTI gli Australiani sono ubriaconi e mangiano solo “fish and chips”, c’è tanta, tantissima brava gente, libera mentalmente, nei costumi e nei modi di fare, cosa che apprezzo e amo di loro: in parole più semplici, si fanno i fatti loro, ma se hai bisogno di una mano, non ti negano aiuto.

In Australia, arrivarono dall’Inghilterra nel 1786  uomini liberi e galeotti e poi rifugiati della seconda guerra mondiale. In realta’, l’Australiano “puro” se cosi’ lo si vuol definire, non sono certa esista, è piuttosto una miscelanza di tante popolazioni, qui approdate, ecco perché il malcelato razzismo di  alcuni, non ha motivo di esistere, perché come tutti noi, i loro avi, sono sbarcati su questa isola, prendendone possesso, invadendo le terre fino ad allora popolate solo dagli Indigeni d’Australia, ma non essendo nativi del luogo.

Comunque, salvo che per la semplificazione del viaggio, le difficoltà sono  triplicate e oggi, ti chiedono se sei in grado di sbrigartela da solo, devi dimostrare di saper parlare almeno un po’ di inglese. Non è una critica, lo trovo giusto, maquanto e’ difficile per chi, come me, per esempio, ha parlato Italiano e Francese per cinquanta lunghi anni e si ritrova sui banchi di scuola, come una povera ignorante, a studiare quella lingua dalle regole ed eccezioni, spesso a me incomprensibili.

Io che padroneggio con la mia lingua, senza alcuna difficoltà, che ho amato e studiato lungamente la lingua e la letteratura Italiana, mi ritrovo a sentirmi un’emerita idiota,un’incapace. Perché la mia mente è piena di tante, troppe cose e farci entrare anche le regole dellagrammatica Inglese è faticoso! Non mi sto piangendo addosso, né creando alibi per il mio sciocco rifiuto ad imparare l’Inglese, quando la mente era ancora una spugna e ad assorbiva tutto. Purtroppo sono una perfezionista e parlare un Inglese approssimativo,  proprio non mi piace e questo e’ il motivo, per cui spesso, mi blocco, cercando l’espressione corretta, nella pronuncia piu’ pura possibile.

Questo mi rende però meno “attiva” di tante mie compagne di classe, le quali si lanciano nell’avventura linguistica, senza preoccuparsi di sbagliare. Sono meno propensa a fare esercizio, parlando Inglese con mio marito. Volete sapere perche’? Trascorro intere giornate da sola, parlando magari con i vicini di casa o con le “amiche” nei negozi dove ormai, faccio spesa come consuetudine (in Inglese).

 

Quando rientra mio marito, ho bisogno di raccontare, di parlare, di esprimere e cercare il giusto verbo, la giusta coniugazione o la giusta espressione, diventa deprimente! E poi per dirla tutta, non voglio che John dimentichi l’italiano, che ha duramente studiato ed imparato alla perfezione in 21 lunghi anni in Italia. Già mi fa sorridere spesso, la mancanza delle doppie consonanti in parole semplici, la mancata distinzione di maschile e femminile o la confusione tra i vocaboli come foglia e foglio. Insomma, non voglio che lui smetta di parlare magistralmente la lingua italiana, come ha fatto fino a quattro anni fa.

Mi sento libera, mi sento forte e pronta ad affrontare  rocambolesche avventure, consapevole che la nostalgia per il mio Paese, forse non smetterà mai di rattristarmi, che la distanza da tutto il resto del mondo e’ tanta, che  l’Inglese e’ difficile, che  il caldo qui è vero caldo, che e’ vero, qui  esistono animali velenosi e pericolosi, ma nel contempo, sono consapevole che qui, ho visto rossi tramonti che non  hanno pari, meravigliosi come quelli Africani, che la  libertà di movimento, pur rispettando le  regole, qui è possibile, che i pregiudizi, sono molto meno radicati e sono consapevole, che essere Italiana è bello, che non dimenticare chi sono e da dove sono venuta, è importante tanto quanto decidere dove sto andando.

La mia storia è banale al confronto di tante storie importanti di connazionali che qui sono arrivati, compiendo imprese notevoli, da conservare nella memoria. Nel mio piccolo mi è piaciuto raccontarvi un po’ di me e della mia Italia e della “mia Australia”, senza pretendere di essere un faro nella notte per nessuno, lasciando solo a briglia sciolta i pensieri e le sensazioni.

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Migration Today: Australia

As the readers, wherever they are, read the story of their fellow countrywoman in the Southern Land we hope they too respond to our appeal to write their personal stories to share with the readers and to contribute to telling Italy, and not only, that migration is not simply a word but a personal path which marked the Italy’s history and that of the Italian communities around the world.

By Gianni Pezzano

When we began our search for personal stories of Italian migration we knew there were many themes, as we show in the articles between one story and another. What distinguishes this story is the courage of the author in revealing her feelings and doubts before leaving Italy and after arrival in the new continent with all the doubts and uncertainty of finding herself having to learn once more how to live her day to day life.

This story is not “banal” as the author writes at the end. It is the story of a couple who make the decision to move to another part of the world to start a new life in Australia. In this case they do not leave their parents at home but their children and grandchildren

The story explains very well the individual price of the radical move that is migration where the new language is a difficult barrier and the new habits, at least at the beginning, seems not only strange but also illogical.

The decision to change countries in order to make a new life seems simple when people at the bar talk about it after the departure of another relative or friend, but those left behind almost never understand that the decision forces the migrant to rethink his or her life in ways that are unexpected and not rarely traumatic, the adjective the author uses of her first days under the Southern Cross.

As the readers, wherever they are, read the story of their fellow countrywoman in the Southern Land we hope they too respond to our appeal to write their personal stories to share with the readers and to contribute to telling Italy, and not only, that migration is not simply a word but a personal path which marked the Italy’s history and that of the Italian communities around the world.

These stories should be written and read and, above all, remembered because they are lessons of life that must always be remembered.

Send your stories to: [email protected]

 

My Australia

By Daniela Williamson, New South Wales, Australia

My name is Daniela and I am fifty three years of age, of which forty nine lived in Italy. I was born in the long ago 1965 in a small town in Apulia, Galatina in the province of Lecce. I grew up in a marvellous family made up of four children, I was the youngest, Dad and Mum who were strict but loving parents. At the time Galatina was a small town in the area of Salento in which we lived intermittently due to my father’s job.

Dad was an airman in Italy’s Aeronautica Militare (Air Force) and, thanks to his job, we travelled a lot, living some periods around the world. The most beautiful memory was the period tied to wonderful Africa which I carry in my heart. In Africa I went to school for a few years and learnt French perfectly.  I believe that also because of this wandering around the world even then I never had real roots with which I would be anchored to the Italy where I was born and to which I am tied with an invisible strong thread called love.

Due to the crisis that has gripped Italy for many years, the risk of losing our jobs and ending up on the street became pressing and agonizing, the decision in 2014 to move to Australian seemed the best one. I begin by saying that my partner, now my husband, was born and raised in Australia, but had lived in Italy for twenty one years and therefore was often more Italian than me, especially concerning traditions, particularly those tied to our wonderful cuisine.

I am aware that it was one thing to migrate fifty years ago, with all the problems tied to a month long trip on a ship and the pain of the separation which was certainly felt and experienced more, since communicating with your country and your close ones was a titanic task. However, the pain of the separation is unchanged and the fear of the unknown becomes tangible, almost suffocating the moment you take your seat on the plane that “will take you literally to another part of the world”. So I remember perfectly the latter feeling and I can define it only one way; it is called panic. Yes, I was panicking! I am not scared of flying, I have travelled often on planes and I have always loved the feeling of freedom when the plane takes to the air as it rises from the runway.

That was no fear of flying, it was terror of tomorrow, of the future, of what I did not know and what I was about to come up against, of jumping out from an infinite height without a parachute. A small explanation is due; I did not speak English and I certainly do not pretend to state that today I speak it. But at the present time I am able to make do in a more or less basic conversation.

When I left Italy, apart from a struggling “Good morning, how are you?” I did not know how to say anything. I remember when I joked about the possibility of visiting Australia and I imagined and dreamed how it would be because I thought “Sooner or later John will decide to go back to his country and his sister and I will be with him”. So, one afternoon I jokingly said to my beloved mother “And if I went to live with John in Australia, what would you say?” And she, with the sweet wisdom of her eighty odd years, having lived in war and with her many experiences of life, not all of which were easy, but she was happy, asked “Who is your home?”. I remembering looking at her tenderly and I rushed to correct her question into “Where is your home?” as I reproached her affectionately for the mistake.

She looked at me with eyes full of love “No, my daughter, not where is your home, but who is your home because home is where the heart is, you will follow your partner, wherever you decide to live, there will be your home”. The important lesson my mother gave me help to let go the moorings and to set sail for this far away country seven months after her last smile filled my heart with love and joy.

2014 was the year that stamped my life with the greatest force and pain, the tragedy of important losses and it also marked the start of a new page for me.

At that time, after a fall in takings the company for which I worked announced its first redundancies and amongst them were my name and my partner’s activity, which meant that we were cheerfully close to the edge of the cliff over which we would have fallen if we had not made immediate decisions.

With few discussions, a programme on the pc to learn the minimum indispensable English, boxes filled with few things, the ones closest to our hearts, an anonymous container in which the few things we had gathered were stored in two suitcases. So, we were ready to leave with the passport in which my smiling face stood out, but on that long ago morning my face was not at all smiling. I was not ready and the night before the departure I cried a lot, I felt I was suffocating, I had a number of panic attacks, so much so that my husband John thought that he would leave on his own. Because that was what was on my mind, I thought and thought again, “He will leave before me and then I will join him”, but we both knew that if I had not left with him that I may never have taken a plane that would have brought me here to Australia.

Instead, the morning after I said goodbye to the people I most love in the world with my eyes swollen by the tears and my heart exploding in my chest. A very painful pang tormented my heart but on the very grey and foggy morning of October 16th in the wonderful city of Perugia in which I had lived for twenty four years I hugged my daughter tight against my heart and left behind all the certainties of middle age to meet that I don’t know what called Australia.

We arrived in Sydney twenty six hours later and my heart still hurt terribly. The great city with its high skyscrapers and beautiful bays was wanting for us. I saw the famous “Opera House” in the distance and we travelled the just as famous “Harbour Bridge” and I was entranced by the blue of the Australian sky.

I had always thought it was nonsense and instead it really is true, the blue of the sky over Australia is more intense, just like the light and the sun, more “dangerous” if you want to define it that way and I insisted on not understanding why I was always invited to wear a hat and to slap on total protection sun screen, me who was born in the south if Italy and who had always gone arm in arm with the sun. After the first sunburns I understood full well that here being a lizard under the sun is truly only for the lizards.

New South Wales, or more precisely Newcastle, has been our home up till now, we moved twice and we still now do not know if this will be our home forever. I am not scared of change because Australia made me truly independent, strong and daring but I now have a clear idea of which part of this immense country I would like to live.

The arrival was traumatic due to the jet lag. I fell asleep at the table while the others around me spoke amicably in perfect English. I felt deaf and unable to understand, so much that I felt a strange sense of nausea. I was saved from that torture only by night fall. The days that followed were characterized by tears and loss. I did not want to go out and I did not do so anyway, unless I was forced and naturally accompanied by someone. I was scared of everything and everybody. It was all completely, entirely, fully, totally, globally, on the whole DIFFERENT.

It was so strange, so damned far from everything I knew. At the supermarket, shopping became a torment and I brought home bags full of “butter, milk, garlic, bread and cheese” and in order to buy them I had to deal with all my very scarce knowledge of the English language. The smile of the girls at the cash registers terrorized me because I knew that in a moment one of them would have started affably with a “How are you going?” which to my ears sounded like “aiugoi?” It was incomprehensible and difficult to elaborate an eloquent reply and so I put on my best smile and pronounced the magical formula “Please forgive me I don’t speak English” which after a few months became the more creative and less humiliating “I don’t speak English but I am learning”.

Do you know what I felt? A stupid useless woman of nearly fifty years of age who had challenged herself and the world to come and live in another hemisphere who was unprepared for everything that would have crushed me and reduced me into pulp.

I got my driver’s license at nineteen and had driven for thirty years. When I decided here in Australia to try my hand at driving the rigorously white Hyundai, it was a disaster! Here you drive on the left hand side and the driver sits on the right. My first try was shocking, without mentioning the brave decision to pick up my partner from work on an evening of heavy rain and wind.

The roads seemed too big to me I did not know where to go to turn and when I went in the wrong direction I decided to boldly make a U turn (I deserved to have my license taken away) and obviously I began to drive in the wrong lane and I only realized it when I began to see the cars approaching from the opposite direction flashing their headlights nervously that I understood that the one in the wrong lane was me! I managed to reach the destination by I don’t know what miracle, driving in the exact lane and I got out of the car in the brace of a panic attack. I threw away the keys and said with icy firmness “I will never drive again”

And do we want to talk about the contact with the fauna of this very beautiful country? I adore animals and I have always been curious, so much to push me to “touch” any animal, except for cockroaches for which I have an aversion mixed with disgust. Here the famous cockroaches are much bigger that those I remember seeing in Italy and anyway they truly repulse me anywhere. I thought I would never accept the presence of a well fed and vast family of insects, usually bigger than those in Italy, they had told me they are everywhere and that you have to live with them. I do not know if my case was only luck, but in our home I only found a couple of cockroaches in nearly four years and I learnt to “accompany them” to the window, out of a sort of respect for nature. I learnt that ants are to be avoided and to never pass over them when they are in a procession as they get really angry. I know, it makes you smile, but now I am very careful where I put my feet.

I learnt how to listen to the song of the Kookaburras and to interpret them, even according to the time of day, from a splendid man of Aboriginal origin. Today I know exactly when it is going to rain, even when the sun is shining. I love the culture of this ancient and special people who have lived in this land for 40,000 years and recent studies have shown traces going back even to 60,000 years ago. I am fascinated by their relationship with Mother Earth and I literally adore their art of painting from which I draw inspiration for my paintings.

I had a close encounter with a Diamondback Python and I was left looking at this sinuous fascinating animal to which I was magnetically attracted and was ready to touch it if John had only let me.

I followed the dolphins swimming very close to the shore, I listened to the wind from the top of the Seal Rocks lighthouse where, on October 31st, 2017, in front of a celebrant and the immense ocean I married my partner, with my daughter Daria and one of my best friends on video call from Italy and my other friend holding the telephone during the ceremony. She was a witness to our wedding but it was only a coincidence that she was there on the day. We had decided to marry on our own, with few frills and with the blessing of our close ones. The sky, the ocean and the wonderful Sea Eagle with wings spread over our heads as though blessing this stupendous bond of love.

Barefoot, only us, the earth and the wind and our promises, pronounced in English and Italian out of respect for both our countries.

I had the advantage of having beside me a man who knows his land very well and teaches me every day how to respect it, fearful but not foolishly afraid of it. John invites me not to take risks if we don’t know the ocean or the insect or a place that had never been visited. I never go out on my own to where I am not sure there are any dangers and I always follow the directions of those who experienced and loved this Country before me.

I adored the ocean from the first. It is different, it really is. The temperature is different, as the aroma released when it is near a beach is different. The imposing waves frighten me, but they fascinate me, above all that spurt that looks like a spray created when the waves press as they advance towards the beach. I have learnt to pseudo surf on my stomach, yes the less famous but more enjoyable boogie board. A fifty three year old who enjoys herself like a child? Yes, that is me, because here nobody cares if you flap around in the water like a duck, despite the many experienced surfers whose bodies are not always sculpted but who have a confidence with those waves that I envy deeply.

They grow used to waves and to ride them at a very young age but, with my fear as a grandmother, seeing very young children with surfboards throwing themselves into the middle of the breakers always makes me shiver. Here you do not show off new swimsuits with famous brands and if you are not a television model full of curves and covered in sunscreen, nobody cares about your tummy or your cellulite and this too is freedom, no judgment based on how you look externally.

On this subject I want to open an entertaining parenthesis on dressing in Australia. I often surprise myself by staring at someone who is, shall we say, not very well dressed. This is a classic, as an Italian, used as I was to perfectly matching colours, being careful also of the colours of the shoes and the bag, I often find myself smiling and I think about the many Australians who, in the morning “coat themselves with glue, throw themselves into the wardrobe and whatever stays attached is their clothing for the day” (I borrow this from an Italian comedian, but it suits the occasion perfectly), without worrying about colours or the season in which they wear the ensemble.

Thus, on a rainy day when you are wearing rubber shoes and a raincoat, you find yourself next to someone wearing thongs (editor’s note: in Australia and flip-flops in some countries) with Bermuda shorts and a short sleeve shirt and you ask yourself: Don’t they feel the temperature or am I the one exaggerating? It is true for me who am used to temperature below zero that where we live winter cannot be defined as such. Here the temperature is about six degrees in full winter therefore no scarves, hats and gloves. Anyway, I define their “bad taste” in dressing as freedom and this too originated from their close relatives, the Anglo-Saxons who also do not always stand out for good taste. Yes, the really great, fantastic, enviable mental freedom that you are not what you appear, but you are just yourself.

I have never overcome the pain of the separation and I often cry over the distance from my grandchildren, from my daughter and my historic friends. All of them supported me in this difficult and uneven path of radical change.

Even my body had undertaken a notable change and I understand this whenever I try to put on those beautiful size 42 jeans that I wore in Italy and that no longer fit me. The diet of the first months was a disaster, attracted as I was by the fish and chips, meat pies and the doughnuts made famous by Homer Simpson, tasty, fried and full of saturated fats and sugar. Ten kilos, yes sir, ten damned kilos that made me understand that maybe the Mediterranean diet is really the best in the world.

I have met some people who came from Italy when the country really was still young and immature. Many of them had made their fortune by working hard and exploiting the lack of resources, today they are spread over nearly all of Australia. I came late, I could have opened a small Italian restaurant and exploited my natural talent in the kitchen. Today there are many Italian restaurants in Australia. Some of these have modified the traditional Italian cuisine made of simplicity and noble ingredients and they often left me with a bitter taste in my mouth. With the modifications unworthy of the dishes we are proud of I took this as an offense to our country.

Over time I understood that this was necessary for some restaurateurs in order not to impose on the tastes which were so different from those to which Australia had become accustomed. Modifications which at times make pasta with seafood become a mush with cream or that lasagna becomes towers of dry pasta with improbable sauces instead of the wonderful meat sauce from Bologna. Working in an Italian restaurant I learnt at my expense that some of my countrymen who live here for more than fifty years now appreciate their pasta accompanied with a salad which is not served as an accompaniment of choice for a main course but available in industrial quantities to fill the plate, often accompanied with chips. In short, I gave up imposing my “real Italian taste” made up of delicious minestrone of fresh vegetables, legumes and al dente pasta, as well as tortellini and tagliatelle that are strictly home made.

I left a job I loved but which was no longer secure, such that dismissal then came. The company in which I worked for twenty years made this cut in staff as painless as possible by offering a solution to those who accepted the dismissal and, on the other hand, massacring those who stayed with ridiculous work shifts and no care for the human resources, something which had distinguished my company in the past. But in Italy alas, this has become the norm and not the exception which proves the rule and, if you want to work, you keep quiet and swallow the bitter pill and try to carry on with your life as well as you can. Really a sad reality.

In regards to rules, every time I return to the Home Country I understand that for we Italians rules are a little “elastic” and we are not always happy to respect them. One banal example: in Australia I learned to respect the speed limits and road rules, and not only these. When I go back to Perugia it is impossible for me not to get angry because when I respect the limits there is always the “smart guy” who feels stronger than me because he drives a shiny new powerful car and he insults me as he overtakes me in an area where overtaking is banned and the limit is sixty km per hour by flying by at 100 km per hour and showing me his middle finger, as though to say “go and get f…”. But it is true that in Italy we are all racing car champions like Nuvolari, I used to be too.

For obvious reason related mainly to my low mastery of English I do not work here but my experience in restaurants made me proud of myself.  I cook very well, so they tell me in both here and in Italy and of having many friends for dinner and seeing them satisfied makes me happy. Sure, if I found a small part time job I would be happy and I have not given up. I still search and sooner or later something will pop up even for me.

I have learned to fill in the void with many things that I had no time to do before. I make bread with the mother yeast I made. I make jams and marmalades, as well as sweets and various delicacies. I have taken up painting again and broadcast in streaming for an Italian radio station and tell them about Australia, accompanied by good music. I read fairy tales to children, always via the same radio circuit.

I love the man I married and I am happy I followed him here. This is a hard land and often, if you do not deal with it with force but with respect, it can destroy you.

Now I drive without difficulty and also for long differences, I attend school to learn English and with good results. I go to Italy once a year to visit my close ones and I have obtained, not without difficulty and after spending a discrete sum, my permanent resident visa and I am proud I did not give up every time fear made me teeter. My peace of mind is tied to the hope that sooner or later our children will join us. In the meantime I try to get to know this huge island at the end of the world as much as possible in order to pass on all the beauty I found in it.

I miss my land; I have nostalgia for many things which represent important stages in my life. Yes, the same nostalgia so many Brazilians are good at singing about also assails we Italians. It is hard to explain the tightening of the throat, the sadness and the loneliness that we feel at times. Australia is immense and its very “immenseness” frightens me a little. Some people with whom I speak tell me they are destined to go back to Italy sooner or later and I do not know if this will happen to me and makes me feel even more the weight of the distance. I think about how the future will be and the fact that I am all alone here. With the exception of my husband, I only have two cousins here who live in Sydney and Melbourne respectively. I know I can count on them if needed but I am an “old” hard headed Italian woman and I am hardly willing to ask for help in the fear of causing trouble. You know, life is tight for everybody and I am never willing to “steal” the precious time of others for my needs.

Certainly I think at times “And if something happened and my husband is not with me, who do I ask?” One small note which may be obvious, but it is a feeling if loss that strikes me when I deal with a difficulty that I cannot share with others.

This is the price to pay and to put on the scales of “For” and “Against” which is often not easy. There are many chances for a better life in Australia. In Italy we are still fighting corruption, bad politics, unemployment, bad health services, and all the other plagues that scourge our beloved Land and which “set off” this different wave of migration away from our country in the hope of creating a future which, in Italy today, seems dark and confused.

What is the face if the new Italian migrants? It is that of the men and women, young and not so young, who work hard to make space in this place so far from everyone and everything and who are often labelled as cowards because they gave up to look for an easier solution.

But are we really sure that it is so easy to give up everything and live tens of thousands of kilometres away? Do you really think that it is so easy to adapt to the time difference which prevents you from talking to the persons dear to you who are still in Italy who often leave long sad vocal messages on WhatsApp and which whom we share photos on Facebook so we do not feel so far away, too lonely and too sad?

And do you know how many of us sacrifice the love of our families, for our traditions to leave behind worried parents, fiancés and fiancées, friends and certainty to deal with deal with problems which, in the eyes of those who have not experienced this in person, seems like a golden, comfortable and fantastic holiday in the land of kangaroos and boomerangs?

No, you cannot know and mine is not an accusation, but a strong cry which I would like to reach all those who know nothing of how we new migrants in Australia live.

And then we get angry when someone asks us, maybe naively or maybe sarcastically “But are there kangaroos in your garden?” Australia is not only the land of kangaroos, it is a hard land, of strong contradictions and contrasts, as wells as a history that we do not know enough to form a thought.

Australia is not El Dorado, here nobody gives you anything. You must work hard to create a future for yourself, you must roll up your sleeves and arm yourself with great strength and great energy. Yes, because Australia requires a great amount of energy. Coming here is not easy! In order to give you a visa, they examine you from head to toe, they ask for sponsors and you must show you can take care of yourself and be self sufficient economically in order to not be a burden on the country’s economy.

No sir, migrating to Australia is not a stroll. We are saved the month long voyage on a ship, but we have to put up with twenty four and many more long hours of an airplane trip in Economy class. We do not have a cardboard suitcase, but a very fashionable comfortable trolley with wheels in which contain memories and tears, and often hopes that were betrayed by our country, the very same one in which you were born.

And yes, we the new generation of Italian migrants, we are also spared all the unpleasant phase of the contempt when they called us “Wogs”, in other words “Wily Oriental gentlemen” which seems an elegant definition but instead was used in a derogatory way with a racist tone and there are still those who use it, like the annoying “extracomunitari”  (editor’s note: literally “non European Union citizens” and is the expression used in Italy in the same way) because there is still a small part of the population in Australia that is bigoted and obtuse. They are not many but I guarantee you they exist.

However, let us remember that Australia is the world’s youngest country in the matter of colonialism and many of the habits of its population can be attributed to the Anglo-Saxons, but there are more stereotypes that ALL Australians are drunkards and eat only “fish and chips”. There are a lot, a real lot of good people, who are mentally free in their customs and manners which I appreciate and love in them. In simpler words, they mind their own business but if you need a hand they do not deny you help.

In 1786 free men and convicts came to Australia from England and then refugees after the Second World War. In reality, I am not sure “pure” Australians, if you want to define them as such, exist. Rather they are a mix of many populations who came here and this is why there is the barely hidden racism of some. It has no reason to exist because, like all of us, their forefathers were not natives of the place but landed on this island and took possession of it, invading the land that up till then was populated only by the Australian Aborigines.

In any case, with the exception of the easier voyage, the troubles have tripled and today they ask you if you are able to handle it on your own, you must show you know how to speak at least a little English. This is not a criticism, I believe it is right, but is it hard for someone like me for example, who has spoken Italian and French for over fifty long years to find herself at a school desk like a poor ignorant person studying that language with rules and exceptions which for me are often incomprehensible.

Me who had mastered my own language with no difficulty, who studied long and hard Italian language and literature and now I find myself feeling like an idiot or incompetent. Because my mind is full of many, too many things and letting something new come in, even rules of grammar, is hard. I am not crying for myself and I am not looking for an excuse for my foolish refusal to learn English, when my mind is still a sponge and absorbs everything. Unfortunately I am a perfectionist and I really do not like talking English approximately and for this reason I often stop in order to find the right expression and the purest pronunciation possible.

However, this makes me less “active” than my classmates who throw themselves into the linguistic adventure without worrying about making mistakes. I am less inclined to do exercises by speaking in English with my husband. Do you want to know why? I spend the whole day alone, maybe talking with neighbours or with the “friends” from the stores where I now normally go shopping (in English).

When my husband comes home I need to tell, to talk, to express and trying to find the right verb, the right conjunctive to the right expression becomes depressing! And then to tell the truth, I do not want John to forget Italian which he studied hard for 21 long years in Italy. I already often find myself smiling, the lack of double consonants in simple words, the lack of distinction between male and female words, or the confusion between vowels such as “foglio” and “figlio”.  In short, I do not want him to stop talking the Italian language masterfully as he did up to four years ago.

I feel free, I feel strong and ready to deal with daring adventures, aware that the nostalgia for my country may never stop making me feel sad and that the distance from the rest of the world is great, that English is hard, the heat here is very hot and that there are poisonous and dangerous animal here. But at the same time I am aware that here I have seen red sunsets that have no equal, as wonderful as those in Africa, that the freedom of movement is possible here, even respecting the rules. The prejudices are less rooted here and I am aware that being Italian is beautiful and that not forgetting who I am and from where I come is just as important as deciding where I am going.

My story is banal compared to any important stories of countrymen what have come here and made remarkable achievement to be kept in the memory. In my small way I liked telling you a little about me, my Italy and “my Australia” without pretending to be a guiding light in anyone’s night but only giving my thoughts and feelings free rein.

La nostra barriera invisibile – Our invisible barrier

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La nostra barriera invisibile

Nella nostra ricerca per le storie degli italiani all’estero e quindi anche della Storia d’Italia e dei molti paese di residenza, dobbiamo tenere conto che quel che ci definisce come italiani, cioè la nostra lingua italiana,   spesso crea incomprensioni ed equivoci, sia all’interno delle comunità italiane all’estero che tra queste e il Bel Paese.
di Gianni Pezzano

Chiunque in Italia sia andato all’estero avrà ricordi di incontrare oriundi all’estero per poi continuare il viaggio con il pensiero che c’era qualcosa nelle conversazioni che era fuggito, di solito in parte e a volte in tutto.

Ovviamente l’italiano degli italiani all’estero è soggetto a molte influenze sia prima di partire che dopo l’arrivo nel nuovo paese. Queste influenze poi creano le moltissime versioni della lingua italiana che si trovano in ogni comunità italiana in ogni paese.

Nessuna collezione di storie dei nostri parenti e amici all’estero potrebbe essere completa senza trattare questo fenomeno di “barriera invisibile” che abbiamo tutti incontrato nella nostra vita, sia in famiglia nei nostri paesi di residenza quando comunichiamo con parenti e amici in Italia, sia quando andiamo a trovarli in Patria.

Falsi amici, naturali e creati

Chi ha studiato una lingua conosce benissimo il fenomeno chiamato “falsi amici”, ossia quelle parole nelle due lingue con origini comuni che poi, nel corso dei secoli, cambiano significato da una lingua all’altra.

Per esempio, la lingua inglese ha influenze da moltissime culture, comprese quella latina da millenni e quella italiana recentemente, come anche dal tedesco, il greco (particolarmente nelle scienze) e persino dall’arabo (che spiega perché la parola “zucchero” è cosi simile in molte lingue).

Quindi un anglofono che parla di “library” non vuole comprare libri, ma vuole andare in biblioteca. Una parola che spesso crea problemi quando tradotta in inglese è la parola italiana “simpatico” e lo stesso con “sympathique” in francese e parole simili in altre lingue. Spesso viene tradotta in una frase piuttosto che in una parola.

Questo fenomeno viene poi amplificato da immigrati di molti paesi in Italia che, per via dell’educazione, soprattutto nelle ondate di immigrazione dall’inizio del 900 fino agli anni 70 quando la grande maggioranza degli emigrati italiani, in particolar modo i maschi, non hanno completato la scuola e quasi sempre la lingua parlata da loro non era nemmeno l’italiano, ma i dialetti dei paesi di nascita in Italia.

Allora, quando pensiamo agli emigrati italiani dalle zone rurali, non solo meridionali ma anche dal Veneto e il Friuli che per molti decenni erano considerati i “meridionali del nord”, dobbiamo tenere sempre in mente che non avevano il vocabolario per il loro nuovo ambiente all’estero. Di conseguenza, prendevano parole dalle varie lingue locali e inventavano le parole nuove che creavano incomprensioni con parenti e amici nel Bel Paese.

Non è raro in un paese anglosassone, come l’Australia, il paese di nascita di chi scrive, sentire dire da un immigrato italiano che lavora in “fattoria” e indubbiamente era questo quel che scriveva ai parenti in Italia. Ma quella “fattoria” non è la parola descritta dall’Accademia della Crusca, bensì la loro versione di   “factory”, la parola inglese per lo stabilimento dove questi lavorava.

Allora l’italo-australiano, genitori e figli, parlano di “parkare” (parcheggiare), “fenza” (recinto di qualsiasi genere) e “scioppo” da shop in inglese. Parole che non esistono nella lingua italiana e questo non si limita soltanto a queste parole.

Ricordo benissimo una sera a casa quando ho risposta a una telefonata trovando mia zia in una delle sue rare telefonate. Mia madre non poteva rispondere immediatamente allora ho parlato con zia mentre lei finiva il suo compito. Zia mi ha chiesto “e cosa fa mamma?”, ho risposto automaticamente “sta facendo una checca”, mi sono reso conto dello sbaglio nel sentire le risate di mamma e il silenzio molto eloquente di mia zia. Non credo d’essere l’unico a fare uno sbaglio del genere…(!)

Vale la pena citare il caso dei primi anni dei casinò nella varie città australiane. Inevitabilmente molti clienti fissi erano italiani e, altrettanto inevitabilmente, quando venivano parenti dall’Italia in visita arrivava l’invito di dare una serata ai tavoli di gioco. Purtroppo la lingua inglese non ha accenti e quindi gli ospiti interpretavano la parola per un altro tipo di divertimento…

Oggi

Sarebbe facile dire che equivoci del genere non succedono più tra le nuove leve di emigrati italiani, ma basta dare un’occhiata alle pagine del social media dedicate a questi giovani per capire che anche loro stanno creando un linguaggio italo-inglese nuovo.

Stamattina nella pagine Facebook degli italiani di Adelaide in Australia un utente ha fatto un appello per sapere come pagare il suo “rego” mentre lui si trovava in un altro stato. Un italiano nel Bel Paese non capirebbe quella parola “rego” perché è essenzialmente australiana e vuol dire “registration” cioè il bollo della macchina(che è statale in Australia). Ci è voluto poco per questa parola per entrare nel nuovo vocabolario dei giovani emigrati italiani in quel paese.

Per spiegare a chi non è mai stato nella “terra dei canguri”, come molti italiani ancora   considerano il paese più urbanizzato nel mondo, gli australiani hanno l’usanza di abbreviare parole e quindi “registration-rego”, “barbecue-barbie” e una parola del genere è entrata persino nel vocabolario internazionale, l’onnipresente “selfie”.

Storie e racconti, studi e ricerche

Perciò aspettiamo che alcune della storie dai nostri lettori comprenderanno anche equivoci del genere e sarà davvero interessante non solo sapere le moltissime variazioni della lingua italiana causate non solo dall’inglese (Australia, Stati Uniti, Canada e Inghilterra), ma dal francese, lo spagnolo (soprattutto in Sud America), il portoghese e tutte le altre lingue dei paesi dove si trovano comunità italiana.

Abbiamo l’obbligo di registrare e catalogare queste parole e variazioni ma, soprattutto, abbiamo l’onere di scrivere come questa barriera invisibile create da queste fusioni e invenzioni di parole hanno avuto effetto sui rapporti tra italiani, in Italia e all’estero.

La nostra richiesta per le storie non è il gesto semplice di cercare il modo di riempire pagine del sito, ma l’inizio di un progetto serio che intendiamo estendere a autorità accademiche, ecc., per studiare tutti gli aspetti dell’emigrazione italiana che ha cambiato molti paesi, a partire dal Bel Paese stesso.

Per questo motivi non ci stanchiamo di chiedere ai lettori di inviare le loro storie personali su questo e gli altri temi che abbiamo trattato e tratteremo in questi articoli, perché non sono semplicemente episodi buffi, tragici o divertenti.

Sono un mezzo importante per capire chi siamo e di poter mostrare che il fenomeno dell’emigrazione/immigrazione è molto più complesso di quel che si pensa, particolarmente in Italia.

In realtà sono degni di studi seri a partire dagli accademici, storici, sociologi, ecc., ma per poterlo fare dobbiamo avere il materiale primo e questo può   venire solo da chi ha avuto esperienze dirette dei molti temi legato all’emigrazione italiana. Cioè, deve venire da noi tutti…

Lettori sono invitati a inviare le loro storie a: [email protected]

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Our invisible barrier

In our search for stories of Italian migration around the world and therefore also for the history of Italy and the many countries of residence, we must take into account what defines us as Italians, in other words our language of Italian, which has often created misunderstandings, both within Italian communities themselves and also between the Italians overseas and Italy.
by Gianni Pezzano

Anyone in Italy who had travelled overseas has memories of meeting Italians migrants abroad and then continuing their trip with the thought that there was something that they did not quite understand in the conversation, sometimes in part and sometimes in full.

Obviously the Italian language spoken by Italians overseas is subject to many influences, before they leave and after they reach the new country. These influences then create the different versions of Italian that are found in Italian communities in each country.

No collection of stories about our relatives and friends overseas can be complete without treating this phenomenon of an “invisible barrier” that we have all struck in the course of our lives, both in our countries of residence when we communicate with relatives and friends in Italy and when we go to visit them there.

False friends, natural and created

Whoever has studied a language knows well the phenomenon called “false friends”, those words in both languages with common roots which, over time, have changed meanings from language to another.

For example, English has been influenced by many cultures, including Latin over millennia and Italian recently, as well as German, Greek (especially in the sciences) and even Arabic (which explains why the word “sugar” is similar in so many languages).

Therefore when an English speaker talks about a “library” he does not mean a bookshop (libreria in Italian). One word which often creates problems when translated into English is the Italian “simpatico”, as well as “sympathique” in French and similar words in other languages. Often it can only be translated only with a phrase rather than one word.

This phenomenon is then amplified by migrants from all over Italy due to their education, above all in the waves of migrants from the beginning of the twentieth century up to the 1970s, when the great majority of Italian migrants, especially the males, had not completed school and the language they spoke was not even Italian but the dialects of their hometowns in Italy.

Thus, when we speak about Italians migrants from agricultural areas, and they were not only from the South of Italy but also from the Veneto and the Friuli regions which were considered the “southerners of the north”, we must always bear in mind that they did not possess a personal vocabulary for their new environment abroad. Subsequently, they took words from the various local languages and invented the new words that created misunderstandings with relatives and friends in Italy.

It is not rare in English speaking countries such as Australia, the birthplace of the writer, hearing an Italian migrant say they work in a “fattoria” and undoubtedly this was the word that was then put into letters to relatives in Italy. But this “fattoria” was not the word defined by Italy’s Accademia della Crusca, which oversees the Italian language, in another word a farm, but their version of the English “factory” where he or she worked.

So Italo-Australians, parents and children, in their version of Italian speak of “parkare” (parking in English), “fenza” (any type of fence) and “scioppo” (shop). They are all words that do not exist in Italian and the matter is not limited only to these words.

I remember well an evening at home when I answered the telephone and found Aunt Maria from Italy in one of her rare telephone calls. My mother could not answer immediately and so I spoke with my aunt as she finished her job. My aunt asked “What is mother doing?” and I answered automatically “sta facendo una checca” (“she is making a cake” In modern Italian “checca” is often a derogatory word used in relation to homosexuals…). I do not think I am the only person to make such a mistake…(!)

It is worth mentioning a case from the early years of casinos in a number of Australian cities. Inevitably many regular clients were Italians and just as inevitably when relatives from Italy came to Australia on holiday there would be the invitation to an evening at the gaming tables. Unfortunately English does not have accents so the guests interpreted the word for another form of “entertainment” as the English “casino” is the Italian word for brothel, rather than the Italian “casinò”…

Today

It would be easy to say that such misunderstandings do not happen with the new Italian migrants, but we need only to take a look at the pages of the social media dedicated to these young people to understand that they too are creating a new Italo-English language.

This morning in the Facebook page of the Italians in Adelaide, Australia, a user appealed for information on how to pay his “rego” since he was in another state. An Italian in Italy would not understand the word “rego” because it is essentially Australian and means the car’s registration renewal(which is a state tax in Australia).   It did not take long for this word to enter the new vocabulary of young Italian migrants in that country.

A word of explanation for those who have never been to the “land of kangaroos”, as many Italians still consider the most urbanized country in the world. Australians have the habit of abbreviating words and therefore “registration-rego” and “barbecue-barbie” and one such word has even entered the international vocabulary, the ever-present “selfie”.

Stories and tales, studies and research

This is the reason we expect that some of the stories from our readers will also include such misunderstandings and it will be truly interesting not only to know the multitudinous variations of Italian caused not only by English (Australia, United States, Canada and England) but also French, Spanish (above all in South America), Portuguese and all the other countries where there are Italian communities.

We have the duty to record and catalogue these words and variations, but above all we also have the obligation to write how the invincible barrier created by this fusion and invention of words affected the relationships between Italians, in Italy and abroad.

Our request for the stories is not a simple gesture as a way of filling the pages of the site but the beginning of a serious project that we intend extending to academic authorities, etc, in order to study all the facets of Italian migration which changed many countries, beginning with Italy itself.

For these reasons we do not tire of asking readers to send in their personal stories on this and the other themes that we have dealt with and we will treat in future articles because they are not simply funny, tragic or enjoyable episodes.

They are an important means to understanding who we are and to show that the phenomenon of emigration/immigration is much more complex that is usually thought, especially in Italy.

They are truly worthy of study beginning with academics, historians, sociologists, etc, but in order to do so we must have the raw material and this can come only from those who have direct experience of the many themes tied to Italian migration. That is, it must come from all of us…

Readers are invited to send their stories to: [email protected]

Il dilemma del migrante – The plight of the immigrant

Choose language: IT | EN

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Il dilemma del migrante

Nel corso degli anni ho sentito spesso dire “Go back to where you come from!” (“Torna da dove vieni!”). Come fai a spiegare a chi ti tormenta che il tuo paese di nascita è anche il loro?
Di Gianni Pezzano

Mentre leggiamo la terza storia da quando abbiamo chiesto ai nostri lettori di inviare le storie personali troviamo una storia che riflette la lotta interna di molti immigrati riguardo i loro paesi del cuore, quello di nascita e quello di residenza.

Però quel che potrebbe sorprendere chi non ha esperienza diretta dell’emigrazione, è che la lotta personale non esiste solo nei genitori ma, come dimostra la scrittrice di oggi, anche in molti figli di immigrati. Non è facile spiegare questa situazione ai   coetanei a scuola e a lavoro e, non raramente, nemmeno ai genitori che credono che se nasci in un paese appartieni a quel paese. Non è affatto facile e un dettaglio in questa storia ci fa intravvedere il motivo importante di sentirsi stranieri nel proprio paese.

Parole chiave

Mentre leggiamo bisogna notare certe parole che appaiono nel testo. Sono pesanti come macigni perché rivelano la lotta interna di chi si sente straniero sia nel paese di nascita che nel paese dei genitori. La stessa lotta che sente anche il padre nel corso della sua vita.

Parole come “spaesata”, “attrazione”, “straniera”, “desiderio”, “capire”, “appartiene” e “tra”, non rivolte solo a chi agisce con lei e gli altri come lei, ma sono riferite anche a se stessa mentre, per molti anni, cerca di capire perché non si sente a suo agio. Poi, appare la parola “Wog”, cioè quella più utilizzata dagli australiani verso i figli di immigrati, particolarmente mediterranei, e capisci che ci sono anche fattori esterni che amplificano il senso di isolamento che questi giovani possono sentire verso i compagni di scuola e in molti casi, anche dagli insegnanti e poi anche nel mondo di lavoro.

Nel corso degli anni ho sentito spesso dire “Go back to where you come from!” (“Torna da dove vieni!”). Come fai a spiegare a chi ti tormenta che il tuo paese di nascita è anche il loro? Da esperienza diretta, posso dire che è quasi impossibile e con ogni insuccesso di spiegare la barriera tra te e gli altri, a volte anche i genitori, diventa ancora più grande..

La storia è ambientata in Australia e la Sicilia, ma dalle reazioni agli articoli del passato, e negli innumerevoli scambi sul social media con altri figli di emigrati italiani, le emozioni descritte dalle parole chiave sono sparse ovunque ci siano immigrati. E non solo italiani…

Nell’ultima frase altre due parole segnano la forza delle emozioni sentite, “benedizione” e “maledizione”.

Il dilemma del migrante
da Lorena Millo, Adelaide, Australia

Per molto tempo non sapevo se mi sentivo italiana o australiana, spaesata in qualche parte tra i due.

Sono nata ad Adelaide nel 1960, figlia di genitori italiani. I miei si sono incontrati in Australia dopo esserci emigrati nel 1957.

Mio padre era uno di sette fratelli, ma era l’unico folle o coraggioso abbastanza da cercare una vita migliore, però l’attrazione della famiglia e della casa si sarebbe dimostrata troppo forte.

Allora le comunicazioni erano così diverse, non c’erano telefoni, social media o Skype, soltanto lunghe pause in attesa di lettere con notizie da casa.

Nel 1966 il richiama della casa era troppo per mio padre e abbiamo fatto il primo di due viaggi in Sicilia.

Mi ricordo l’inizio della scuola in Sicilia e di sentirmi un pesce fuori d’acqua, uno straniero che non capiva la lingua o le usanze però, come la maggioranza dei bambini, dopo poco tempo mi sono abituata.

Dopo 12 mesi mio padre ha deciso che non era stata la decisione giusta e ci siamo trasferiti di nuovo ad Adelaide a rifarci la vita daccapo.

Di nuovo, mi sono trovata un pesce fuori d’acqua, dovendo fare amici nuovi, abituarmi al nuovo quartiere, la nuova scuola. Negli anni 60 l’immigrazione era ancora molto nuova and alla vita scolastica non mancavano le sfide. Mi ricordo le difficoltà da giovanissima per le prese in giro mentre mangiavo i miei sandwiches di mortadella e di essere chiamata Wog. Una parola che ancora oggi trovo molto disgustosa.

I miei genitori hanno lavorato sodo per rifare le loro vite, entrambi i genitori hanno trovato lavori nuovi, comprando una casa nuova che nel corso degli anni è diventata una casa bellissima. Circondati da amici cari, la vita era buona. Malgrado questo, quel desiderio di casa e della famiglia è tornato di nuovo.

Nel 1972, dopo 5 anni, siamo tornati di nuovo in Sicilia, lasciando i nostri amici e la vita che conoscevamo. Sentivo triste, ma un capitolo nuovo ci aspettava.

Era meraviglioso trovarci in mezzo così tanti parenti, qualcosa che davvero ci mancava molto in Australia. Mia sorella ed io abbiamo avuto istruzione privata per prepararci per i nostri rispettivi esami di scuola in attesa della scuola normale. Con entrambe di noi che abbiamo superato gli esami con successo, ci siamo sistemate e abbiamo goduto una lunga estate meravigliosa. Godevo la mia vita nuova, gli amici nuovi e cominciavo a trovare il mio posto, ma tra poco stava per cambiare.

Mio padre sentiva che non poteva più resistere alla vita in Italia, le cose semplicemente non andavano come in Australia dove la vita sembrava molto più semplice. Allora, dopo 12 mesi, siamo tornati ad Adelaide.

Di nuovo ho avuto difficoltà a trovare il mio posto, persa in quella zona tra i due paesi. Era solo quando ho finito il liceo che io ho capito che quel qualche parte voleva dire che non ero italiana o australiana, ma una miscela meravigliosa di entrambi, italo-australiana.

Come mio padre, anch’io ho lottato con questa costante attrazione tra i due paesi perché mi sentivo legata a entrambi i paesi e lo sarò sempre.

Il dilemma del migrante è difficile non solo per i genitori, ma anche per la prima generazione di australiani di genitori immigrati. Conosci entrambi i mondi e ti senti che appartieni a entrambi. È, allo stesso tempo, una benedizione e una maledizione.

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The plight of the immigrant

Over the years I have often heard directed at me “Go back to where you come from!” How do you explain to those tormenting you that your country of birth is also theirs?
By Gianni Pezzano

As we read the third story since we asked our readers to send in their personal stories we find story that reflects the internal struggle of many migrants towards the two countries of their hearts, the country of birth and the country of residence.

Yet what could surprise those with no direct experience of migration is that this inner struggle exists not only within the parents but, as today’s author shows, also within many children of migrants.

Key words

As we read we must note certain words which appear in the text. They are as heavy as boulders because they reveal the inner struggle of those who feel like strangers in both their countries of birth and their parent’s country; the same inner struggle that the father also feels during his life.

Words such as “displaced”, “attraction”, “foreigner”, “desire”, “understand” and “between” are aimed not only at those who interact with her and others like her, but are also referred to herself as, for many years, she seeks to understand why she does not feel at ease. Then the word “Wog” appears, in other words the word most used by Australians towards the children of migrants, especially from the Mediterranean, and we understand that there are also external factors why magnify the sense of isolation that these young people feel towards their school mates, in many case also their teachers, and then in the workplace.

Over the years I have often heard directed at me “Go back to where you come from!” How do you explain to those tormenting you that your country of birth is also theirs? From direct experience I can say it is almost impossible and with every failure to explain the barrier between you and the others, sometimes even to your parents, it becomes even bigger.

The story is set in Australia and Sicily but from reactions to past articles and from innumerable exchanges on the social media with other children of Italian migrants, the emotions described by the key words are spread everywhere there are migrants. And not only Italian…

In the final sentence two other words mark the strength of the emotions felt, “blessing” and “curse”.

 

The plight of the immigrant
By Lorena Millo, Adelaide, Australia

For a long time I did not know if I felt Italian or Australian, displaced somewhere in between.

I was born in Adelaide in 1961 to Italian parents.   My parents met in Australian but both immigrated to Australia in 1957.

My father was one of 7 children but the only one crazy or brave enough to seek a better life, however the pull of the family and home would prove to be too strong.

In those days communication was so different, no telephones, no social media, no Skype, just long periods of waiting for letters with news from home.

In 1966 the call of home was too great for my father and we made the first of 2 trips back to Sicily.

I remember starting my school life in Sicily feeling so out of place, a foreigner not understanding the language or customs but like most children, soon adapted.

After 12 months, my father decided that it had not been the right decision and we moved back to Adelaide to rebuild our lives from scratch.

Once again, I remember feeling out of place, having to make new friends, get use to a new neighbourhood, new school. Immigration in the 60s was still quite fresh and school life was not without its challenges. I remember at that early age struggling with the teasing as I ate my mortadella sandwiches and being called a Wog, a term that today I still find very distasteful.

My parents worked hard to rebuild our lives, both my parents finding new jobs, buying a new house which over the next few years they restored into a beautiful home. Surrounded by many dear friends, life was good.   Despite this, that longing for family and home yet again came calling.

After 5 years, in 1972 we set sail again for Sicily, leaving our friends behind and the life we knew. It felt sad but a new chapter was waiting for us.

It was wonderful to be amongst so much family, something we truly missed in Australia.

My sister and I were privately tutored to prepare us for our respective school level exams in preparation for mainstream school. With both of us successfully passing the exams, we settled in and enjoyed a long wonderful summer. I was enjoying my new life, new friends, family and beginning to find my place but that was soon to change.

My father felt that he could no longer cope with life in Italy, things just didn’t work like they did in Australia, and life seemed so much easier back there.   So after 12 months we returned to Adelaide.

Yet again I struggled to find my place, lost in that somewhere in between.   It wasn’t until I finished High school that I understood that, that somewhere in between meant that I was neither Italian nor Australian but a wonderful blend of both, Italo – Australian.

Like my father, I too have struggled with this constant pull between the two countries because I feel very connected to both countries and always will.

The plight of the immigrant is hard not just for the parents but also for the 1st generation Australians of immigrant parents. You know both worlds and feel you belong in both.   It is both a blessing and curse.

Tradizione: l’immutabile che cambia sempre – Unchanging traditions that always change

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Tradizione: l’immutabile che cambia sempre

Per gli italiani all’estero le tradizioni sono ancora più importanti perché sono la nostra ciambella di salvataggio per tenere a un’immagine che, come tutto nella vita, è destinata a cambiare, come è già successo e continuerà a succedere dappertutto, compreso nel Bel Paese.
Di Gianni Pezzano

Quando parliamo della nostra identità da italiani spesso la definiamo dalle nostre origini geografiche, dalla nostra lingua e molto spesso anche dalle nostre tradizioni e usanze. Utilizziamo questi fattori per formare un ritratto di quel che sarebbe “l’italiano tipo”, ma se utilizziamo le tradizioni come il metro della nostra identità ci troviamo in una situazioni complicata perché molto spesso non sono così solide come pensiamo.

Per gli italiani all’estero le tradizioni sono ancora più importanti perché sono la nostra ciambella di salvataggio per tenere a un’immagine che, come tutto nella vita, è destinata a cambiare, come è già successo e continuerà a succedere dappertutto, compreso nel Bel Paese.

Le occasioni più tristi

Quando è morto mio nonno materno nel 1968 la notizia è arrivata via telegramma alle 9 di sera. Dopo le urla di mia madre e la tristezza di mio zio, suo fratello, è iniziato il giro di telefonate per avvisare amici, parenti e compagni di lavoro che i programmi stabiliti per i prossimi giorni erano mutati.

Per mio fratello ed io la sorpresa più grande è stato il giorno dopo con l’arrivo di amici di famiglia con pacchi e cibi per il nostro pranzo e anche la cena e si è ripetuto fino al giorno dopo il funerale. Alla mia domanda di perché, mamma mi ha detto semplicemente, “È la nostra tradizione”.

Nel mio viaggio in Italia nel 1980 è morto il patrigno di mia zia di Adelaide e sono andato al suo paese per dare le condoglianze alla madre che erano vissuti ad Adelaide per qualche anno. Ho avuto una sorpresa enorme nel vedere quel vecchio caro uomo disteso sul letto come fosse addormentato, con le tende chiuse e, la sorpresa più grande, tutti gli specchi della casa coperti. Di nuovo alla mia domanda a nonna al ritorno al nostro paese la risposta di nonna è stata la stessa di mamma 12 anni prima “È la nostra tradizione”.

Mi ricordo questi episodi ogni volta che leggo gli annunci funebri di italiani in Australia sui siti dei quotidiani del paese. “No lutto” è la frase che ora appare in quasi gli annunci. Pochi ora fanno il lutto stretto e certamente i giorni per portare cibi agli amici sono spariti quasi del tutto. Benché solo pochi anni fa sono stato a un funerale dove la presenza delle tradizionali “preficheche hanno urlato all’entrata della bara ha dimostrato che c’è ancora chi tiene alle vecchie usanze.

Ora la tradizione italo-australiana, almeno ad Adelaide, ha avuto un altro cambio molto inatteso. Non è raro ora che alla fine della messa di suffragio che amici e parenti fanno un’eulogia del defunta o la defunta di turno secondo la tradizione anglosassone. Alcuni sono semplici, ma a volte la sguardo infastidito del prete tradisce il fatto che i contributi sono troppi lunghi e a volte anche inappropriati.

Infatti, mia madre odiava così tanto questa “tradizione nuova” che quando è arrivata all’ultima fase della sua malattia il suo diktat era perentorio, “NESSUNA EULOGIA!!!”. Ho il sospetto che sia l’ultima ad avere quel pensiero.

Le occasioni più felici

Negli anni 60 e 70 era facilissimo capire i candidati italiani alle parrocchie durante le prime   comunioni e le cresime. I vestiti di figli degli immigrati italiani erano i più elaborati e quasi tutti mostravano orgogliosamente le medagliette in oro inviate da nonni in Italia per le occasioni. Difatti, molto spesso succede ancora oggi, ma non ai livelli di quegli anni della prima generazione.

Ma i cambi di tradizione tra gli italo-australiani ora si notano di più nell’altra occasione felice importante, il matrimonio e non solo per via dell’arrivo degli addii al celibato prima e al nubilato poi dove gli italiani cercano di superare le esagerazioni degli australiani che copiano.

Nei primi anni, i matrimoni erano versioni nuove del detto famoso “donne e buoi dei paesi tuoi” nelle quali gli sposi erano figli di paesani, o al massimo di corregionali. Ora i matrimoni sono sempre più spesso tra varie nazionalità e quindi, a loro turno, hanno l’effetto di introdurre nuove tradizioni in entrambi le famiglie.

Poi, ci sono differenze di tradizioni italiane tra città e città in Australia con l’uso di maestri di cerimonie, l’introduzione di streaming con parenti in Italia al posto degli auguri via telegramma di una volta e ora i cambi continuano a un passo nuovo con coppie che cercano d copiare quel che avevano visto in uno dei nuovi programmi reality, che fanno il giro del mondo e che sono copiati anche in Italia.

Questi cambi di tradizione sono evidenti in altre occasioni e particolarmente a Natale con l’introduzione di piatti nuovi australiani e non al tavolo. Benché una volta i dolci dei tavoli natalizi italiani fossero strettamente fatti in caso ora arrivano non solo i panettoni e pandori dall’Italia ora venduti nei supermercati del paese, ma anche il pudding di tradizione anglosassone, come la pavlova e gli altri dolci di origini australiane fanno parte della vita dei nostri parenti e amici in quel paese e che, indubbiamente è ripetuto in ogni paesi di residenza di emigrati italiani.

Poi, dobbiamo anche riconoscere che per quanto siano grandi i cambi nelle tradizioni italo-australiane, in molti casi i cambi in Australia a causa degli immigrati, a partire da noi italiani sono stati ancora più grandi.

Anche le religioni

Le nostre tradizioni comprendono anche la religione, ma in un periodo di famiglie sempre più laiche, per non dire non credenti, non ha più quell’aspetto di una volta in Australia. Certamente ci sono le feste religiose italiane ma i volti degli organizzatori e chi lavoro nelle tende a preparare i cibi che ne sono una parte essenziale dimostra chiaramente che le nuove generazioni non ci tengono quanto i loro nonni.

E in questo aspetto spesso facciamo anche lo sbaglio di pensare che italiani siano tutti cattolici perché esistono non solo altri gruppi cristiani, come i Valdesi, molte denominazioni protestanti e anche gruppi ortodossi. Ma un caso recente ha messo in risalto la grandi comunità ebraica nel paese che risale a prima della nascita di Cristo due millenni fa.

La controversia sui “Carciofi alla Giudea”, un piatto classico della cucina romana-ebraica, contestata dalle autorità ebraiche a Gerusalemme come non conforme alle loro regole alimentari, ci dimostra un’altra grande tradizione italiana. Non spetta a noi decidere chi abbia ragione, ma il caso ci fa capire benissimo come le nostre tradizioni siano più varie ed estese di quel che spesso crediamo.

Ricordare e conservare

Altri casi, come l’introduzione di Halloween in Italia e che molti giovanissimi considerano una loro tradizione, fanno capire che le tradizioni non sono eterni e immutabili. Senza dimenticare che anche i muovi immigrati nel paese ne avranno un ruolo inevitabile, come hanno sempre fatto gli immigrati in ogni paese, a partire dai nostri emigrati nel corso dei secoli.

In ogni caso, dobbiamo ricordare e conservare i ricordi di queste tradizioni del passato perché sono parte integrale del nostro passato e quindi della nostra Storia.

Perciò chiediamo ai nostri lettori anche le loro storie e racconti dei cambi delle loro tradizioni personali così il nostro passato non sarà dimenticato.

Invia storie a: [email protected]

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Unchanging traditions that always change

For Italians overseas traditions are even more important because they are our lifesaver for holding onto an image which, like everything in life, is destined to change, as has already happened and will continue to happen everywhere, including in Italy.
By Gianni pezzano

When we talk about our identity as Italians we often define it by our geographic origins, by our language and very often also by our traditions and habits. We use these factors to form a portrait of the “typical Italian” but if we use traditions as the measure of judgment for our identity we find ourselves in a complicated situation because, very often, they are not as solid as we believe.

For Italians overseas traditions are even more important because they are our lifesaver for holding onto an image which, like everything in life, is destined to change, as has already happened and will continue to happen everywhere, including in Italy.

The saddest occasions

When my maternal grandfather died in 1968 the news came via telegram at nine in the evening. After my mother’s screams and the sadness of my uncle (her brother) the round of telephone calls began to advise friends, relatives and workmates that the scheduled activities for the next few days had changed,

The biggest surprise for my brother and I came the next day with the arrival of family friends with packages and food for our lunch and even dinner and this continued until the day after the funeral Why I asked why my mother answered simply “It’s our tradition”.

During my trip to Italy in 1980 my Adelaide aunt’s stepfather passed away and I went to her hometown to give her mother my condolences as they had lived in Adelaide for a few years. I had a big surprise when I saw the dear old man laid out on the bed as though he were asleep, with the curtains closed and, this was the biggest surprise, all the mirrors in the house were covered. Once again, when I asked my grandmother as we returned home her answer was the same as my mother’s 12 years before, “It’s our tradition”.

I remember these episodes every time I read death notices on the websites of Australian newspapers. “No lutto” is the phrase which now appears in nearly every announcement. Almost nobody today carries out the “lutto stretto” (strict mourning) and certainly the days of friends bringing food have almost totally disappeared. Even though only a few years ago the presence of traditional “prefiche” (paid criers) who screamed at the entry of the coffin into the church showed that there are still those who hold to the old traditions.

Now the Italo-Australian tradition, at least in Adelaide, has taken another unexpected twist. Now it is not rare at the end of the funeral mass for relatives and friends to deliver a eulogy of the deceased according to Anglo-Saxon tradition. Some are simple, but at times the annoyed looks from the priest betray the fact that the contributions are too long or sometimes inappropriate.

In fact, my mother hated this “new tradition” so much that when she reached the final phase of her illness his order was final “NO EULOGY!” I suspect she was not the last to have such a thought.

The happiest occasions

In the 60s and 70s it was very easy to identify at the parishes Italian recipients for the first Communion and Confirmation. The children of Italian migrants were the most elaborately dressed and nearly all of them proudly displayed the gold medals sent by grandparents in Italy for the occasion. In fact, this often happens today still, but not at the levels of the years of the first generation.

But the changes of tradition amongst the Italo-Australians are seen even more in the other important happy occasions, weddings, and not only due to the arrival of the Buck’s Nights first and then Hen’s Nights later where the Italians try to outdo the Australians they are copy.

During the early years the weddings were new versions of the Italian saying “donne e buoi dei paesi tuoi” (“Women and cattle from your town”) in which bride and groom were usually children of people from the same town, or at worst from the same Italian region. Now the weddings are increasingly between different nationalities and therefore, in their turn, they have the effect of introducing new traditions into both families.

Then, there are different Italian traditions from one Australian city to another with the use of masters of ceremony and the use of live streaming with relatives in Italy instead of the best wishes via telegram that was once common. Now the changes continue at a new pace with couples who try to copy what they see on the new reality TV programmes that are shown around the world and which are copied in Italy as well.

These changes of tradition are evident in other occasions and especially at Christmas with the introduction of new dishes, Australian and others, to the table.   While once the sweets at the Christmas table of Italians were strictly homemade, now there are not only the Italian pandoro and panettone which are now sold in Australian supermarkets, but now the traditional Anglo-Saxon puddings, the pavlova and other Australian sweets are part of the lives of our relatives and friends in that country and which is undoubtedly repeated in the other countries where Italian migrants live.

In addition, we also have to recognize that as great as the changes are to Italo-Australian traditions, in many cases the changes to Australia due to migrants, beginning with we Italians, were even bigger.

Also religion

Our traditions also include religion, but in a period in which most families are unseeingly secular, if not downright unbelievers, this is not as important as it once was. Certainly there are still Italian religious feasts but the faces of the organizers and those who work in the tents preparing the food that are a part of them clearly show that the new generations do not hold on to them as much as their grandparents.

In this aspect we often make the mistake of thinking all Italians are Catholics, because there are also other Christian groups such as the Waldensians, Protestants denominations and also Orthodox communities. A recent case also highlighted the country’s great Jewish community, which goes back to before the birth of Christ two millennia ago.

The controversy over the “Judean style Artichokes”, a classic dish of Roman-Hebrew cuisine, now contested by Hebrew authorities in Jerusalem who consider that it does not conform to dietary restrictions, shows us another great Italian tradition. It is not up to us to decide who is right, but the case shows us that our traditions are more varied and wider than we often believe.

Remembering and recording

Other cases, such as the introduction of Halloween to Italy which many young Italians consider one of their traditions, makes us understand that traditions are not eternal and unchanging. Without forgetting that the new immigrants into Italy will also play an inevitable role in these changes, just as migrants have always done in every country, beginning with our own emigrants over the centuries.

In any case, we must remember and record these traditions from the Past because they are an essential part of our Past and therefore of our History.

For this reason we ask our readers to also send their stories of the changes to their personal traditions so our Past will not be forgotten.

Send stories to: [email protected]

Stranieri in terre straniere – Strangers in strange lands

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Stranieri in terre straniere

Ciascuno di noi ha avuto battaglie che durano per tutta la vita e per me la prima era quella del nome. A scuola quando mettevo il mio nome su compiti, esami, ecc., inevitabilmente insegnanti cercavano di farmi anglicizzare il Giovanni in John, ma rifiutavo
Di Gianni Pezzano

Ricordo benissimo il giorno che ho comprato quel libro. Avevo quindici anni e, come consuetudine durante le vacanze di scuola, accompagnavo mio padre in cantiere. Ho deciso di fare un giro di una zona di Adelaide a me sconosciuta, non avevo ancora fatto duecento metri quando ho trovato due dollari per terra. Alla via principale ho trovato un piccolo centro commerciale con un libreria ben fornita dove ho visto un titolo che ha attirato la mia attenzione. Così ho comprato il romanzo dello scienziato e grande autore di fantascienza Robert Heinlein, “Stranger in a strange land” (Straniero in terra straniera). Saprò poi che il libro era controverso, oltre ad aver vinto il premio più grande della fantascienza circa dieci anni prima. Però c’era qualcosa in quel titolo che mi ha attirato e allora non potevo indentificarlo.

Pensando a quel giorno credo che sia stato un simbolo della mia vita, non solo fino a quel giorno, ma anche per quel che è successo nei decenni da allora e che mi porta a scrivere queste parole. Ho anche il sospetto che quel che sto per scrivere provocherà sensazioni in molti lettori e spero che li spingerà a inviare le proprie storie per descriverle.

Etichette

Giovanni (anagrafe), Gianni (il mio preferito), Gio, John, Johnny e persino Jamie e “Jonkie”.   Tanti nomi per una persona.

Ciascuno di noi ha avuto battaglie che durano per tutta la vita e per me la prima era quella del nome. A scuola quando mettevo il mio nome su compiti, esami, ecc., inevitabilmente gli insegnanti cercavano di farmi anglicizzare il Giovanni in John, ma rifiutavo. Cercavo di spiegare che quello era il mio nome e non John. Non osavo dire a loro e gli altri nel corso dei decenni che a casa di solito mi chiamano Gianni che è infatti come preferisco essere chiamato. Due nomi che molti australiani trovavano difficili da pronunciare e molti anche ora.

Per questo motivo uno dei miei soprannomi a scuola era “Gio”, senza scordare poi gli epiteti non molto belli riservati a noi figli di italiani e non solo nella mia scuola da allora…

Poi, inevitabilmente qualcuno ha iniziato a utilizzare John o Johnny e, per evitare scontri inutili, li ho accettati silenziosamente. In un posto di lavoro sono arrivati Jamie e “Jonkie” perché così avevano percepito il   mio nome.

Altre battaglie

Ho pensato a questo e molto altro mentre guardavo il film “Contromano” di Antonio Albanese. Nel suo modo personale, l’attore/regista descrive il dilemma non solo di chi viene in Italia a fare una vita nuova, ma soprattutto di ognuno di noi.

Nelle mie prime lezioni di italiano in Australia l’insegnante spesso utilizzava la frase che mi sono ripetuto nella mente in una scena del film, “Un posto per tutto e tutto nel suo posto”. Questa è la logica del personaggio di Albanese nel film ma, come scoprirà poi questo nel corso della storia, il detto vale per oggetti e non per persone.

Queste battaglie poi sono anche di altri tipi; di religione, persino per cattolici in certi ambienti protestanti, di lingua, di filosofia e anche di sport come succedeva per gli europei in Australia che volevano seguire il calcio invece degli sport “australiani” come il cricket, il rugby e il football australiano. Nel caso del calcio poi, basti pensare che c’erano scuole che sono arrivate al punto di non permettere agli alunni non australiani di portare palloni di calcio a scuola per giocarci durante la pausa pranzo.

Però, il tempo ci insegna che queste battaglie sono una fase importante nella ricerca della identità e che non si limita solo ai figli di immigrati.

Le nuove leve

L’Italia sta passando un periodo di emigrazione italiana nuova e sarebbe facile trovare pagine Facebook dedicate a coloro che vanno all’estero per fare una vita nuova. Per molti di queste nuove leve è perché non riescono a trovare un lavoro adatto nel Bel Paese, oppure per via della situazione politica instabile degli ultimi anni. Non esistono le esigenze estreme del disastro bellico, ma i motivi personali sono forti lo stesso.

In ogni caso, una lettura dei post e degli scambi sulle pagine rivela che molti di loro, come noi figli di immigrati italiani all’estero, sono in cerca della propria identità che non riescono a trovare nel paese natio.

Per questo motivo dobbiamo ancora capire quanti rimarranno nel paese nuovo per il resto della vita, o torneranno in Italia dopo aver scoperto che non trovavano nemmeno in quel paese la risposta che cercano, oppure, come fanno alcuni, provano ancora altri paesi per trovare una soluzione che potrebbe non esistere, se non dentro di loro.

Il rullo dei tamburi

Questi sono pensieri ben lontani da quei giovani ai primi anni di scuola che non capiscono il disagio che sentono a scuola e con gli scambi con gli altri. Sanno solo che non sono accettati dai loro insegnanti e i loro coetanei e non riescono a capire in fondo la fonte del disagio. Man mano che cresciamo affrontiamo il dilemma, ma se all’epoca qualcuno ci avesse detto che ci vogliono anni per capirlo saremmo stati mortificati.

Ognuno deve trovare la propria soluzione e molto spesso arriva nel modo più inatteso.

Nel mio caso, il primo indizio dell’identità è venuto durante il primo viaggio in Italia a sedici anni. Purtroppo, fu l’inizio di scontri in famiglia perché i miei genitori non volevano assolutamente sentire che il loro figlio pensava di andare in Italia.

Non ho mai detto a loro, e ora non potrò più farlo, che in uno dei viaggi nel corso degli anni il rullo di tamburi mi ha fatto capire profondamente che l’Australia non era il mio posto. Ero andato a Faenza per vedere il suo Palio e il momento in cui ho sentito il rullo dei tamburi dei rioni per la sfilata ho sentito una risposta dentro di me che ho riconosciuto, il ritmo di quei musicisti e ne sentiva la mancanza.

Straniero in terra straniera

Ora sono a Faenza a battere parole che vorrei potessero essere inviate a me stesso tutti quegli anni fa. Potevo venire prima in Italia, ma il momento giusto era dopo aver compiuto un impegno tanto di amore quanto doloroso con i miei genitori.

A luglio saranno otto anni da quando ho fatto il passo di venire in Italia e l’ho fatto con l’intenzione di far conoscere non soltanto la mia storia, ma anche quelle dei miei moltissimi coetanei in tutti i paesi. Abbiamo storie da raccontare, molte belle, altre tristi e tutti all’insegna di quell’identità personale che viene descritta nel titolo di un libro di fantascienza. Tutt’oggi quel libro è ancora uno dei miei preferiti in assoluto.

Per quanto amiamo sia il nostro paese che il nostro paese di residenza, in un modo o l’altro saremo sempre stranieri in terra straniera perché non apparteniamo solo ad un paese, ma a due.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

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Strangers in strange lands

Each one of us has battles that last all their lives and for me the first was my name. At school inevitably when I put my name on my homework or tests, etc teachers tried to anglicize my name from Giovanni to John, but I refused.
By Gianni Pezzano

I remember well the day I bought the book. I was fifteen and, as usual during school holidays, I was with my father at his worksite. I decided to take a walk in a part of Adelaide I did not know and after less than two hundred metres I found two dollars on the ground. On the main road I came upon a small shopping centre with a well supplied bookshop where I saw a title which drew my attention. So I bought “Stranger in a strange land” by scientist and famed science fiction writer Robert Heinlein. I found out later that the book was controversial and had won the famous Hugo award for best science fiction novel ten years before. However, there was something in that title that drew my attention that I could not identify at the time.

Thinking back on that day I think it was a symbol of what my life, not only up to that day, but also for that that followed in the decades after and which brings me to write these words. I also suspect that what I am about to write will raise emotions in many readers and I hope that in will encourage them to send their own stories describing them.

Labels

Giovanni (birth), Gianni (my preference), Gio, John, Johnny and even Jamie and “Jonkie”.   So many names for one person.

Each one of us has battles that last all their lives and for me the first was my name. At school inevitably when I put my name on my homework or tests, etc teachers tried to anglicize my name from Giovanni to John, but I refused. I tried to explain to them that my name was Giovanni not John. I did not dare tell them and the others over the years that at home I am usually called Gianni which is how I prefer to be called. They are two names which many Australians find hard to pronounce and many still do.

This is why one of my nicknames at school was “Gio”, without forgetting the not so pleasant epithets reserves for us children of Italian migrants and this was not limited only to my school…

Then, inevitably, some began to use John and Johnny and, in order to avoid useless arguments, I accepted them quietly. In one work place they even called me Jamie and “Jonkie” because that was how they heard my name.

Othe battles

I thought of this and much more as I watched the film “Contromano” (English title “Back home”) by Antonio Albanese. In his personal style the Italian actor/director describes the dilemma not only of those migrants who come to Italy for a new life, but above all of all of us.

During my first Italian lessons in Australia the teacher often used a phrase that I repeated in my head in a scene from the film “Un posto per tutto e tutto nel suo posto” (“A place for everything and everything in its place”). This was the reasoning of the character played by Albanese in the film but, as he went on to discover in the story, the saying applies to objects and not to people.

These battles are then also of other types; of religion, even for us Catholics in certain protestant environments, of language, philosophy and even sport as happened to European migrants in Australian who wanted to follow football (soccer) instead of Australian sports such as cricket, rugby and Australian rules football. In the case of soccer, we just have to think that some schools even reached the point of banning non Australian students from bringing soccer balls to school to play with during lunch breaks.

However, time teaches us that these battles are important stages in the search for personal identity and is not limited only to children of migrants.

The new recruits

Italy is going through a period of migration and it is easy to find on Facebook pages dedicated to those who go overseas in search of a new life. For many of these new recruits it is because they cannot find suitable work in Italy or due to the unstable political situation in country in recent years. These are no drastic needs such as the post war disaster but the personal reasons are strong just the same.

In any case, reading the posts and exchanges on the pages shows that many of them, just like us children of Italian migrants overseas, are seeking the personal identity they cannot find in their country of birth.

For this reason we are yet to understand how many of them will stay in the new country for the rest of their lives, or will go back to Italy after having discovered that they cannot find in that country the answers they are looking for. Or, as some do, they try other countries in order to find the answers that may not exist, except inside themselves.

The roll of drums

These thoughts are far from those of young children in their first years at school who do not understand the discomfort they feel at school and in their exchanges with others. They only know that they are not accepted by their teachers and their peers and cannot fully understand the source of the discomfort. As we grow older we face up to the dilemma but if someone at the time had told us that it would take years to understand we would have been mortified.

Each one of us has to find our own solutions and often they some unexpectedly.

In my case the first indication of identity came during the first trip to Italy at sixteen. Sadly, this was the beginning of arguments at home because my parents did not absolutely want to know that their son thought of going back to Italy.

I did not tell them, and I cannot do so now, that during one of the trips to Italy the roll of drums made me feel deeply that Australia was not my place. I had gone to Faenza to see the Palio and the moment I heard the roll of the drums for the parade of the teams I felt a response inside of me that recognized the rhythm of the musicians that had been missing before then.

Strangers in a strange land

Now I am in Faenza writing words that I wish could be sent to the younger me all those years ago. I could have come to Italy earlier but the moment was not right because I had commitment that was as much about love as it was about pain towards my parents.

In July it will be eight years since I came to Italy and I came with the intention to make not only my story known but also those of my many, many peers in every country. We have stories to tell, many beautiful, others sad and all in search of our personal identity which is described in the title of that science fiction novel. Today it is still one of my all time favourite novels.

As much as we love both our countries of birth and our countries of residence, in one way or another we are always strangers in strange lands because we do not belong to one country but to two.

Send your stories to: [email protected]

Quella lingua che ci unisce e ci separa – The language that unites us and keeps us separate

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Quella lingua che ci unisce e ci separa

Anni fa ad Adelaide un incontro inatteso. “Un piacere conoscerla, Mister Hawke” e lui, il primo ministro: “Chiamami Bob”. In Italia un incontro del genere con il Presidente del  Consiglio dei Ministri sarebbe impossibile e il motivo si trova proprio nella nostra lingua
Di Gianni Pezzano

Oltre al nostro paese di origine, quel che ci definisce come italiani è la lingua italiana ed è proprio quella lingua che non solo ci unisce, ma crea anche divisioni che spesso segnano il modo con cui vediamo gli altri.

Queste divisioni linguistiche non esistono solo tra gli italiani all’estero di varie generazioni e i loro parenti e amici in patria, ma anche in Italia stessa nelle nostre interazioni quotidiane e sono cosi tante che spesso non ce ne rendiamo conto.

Quell’incontro inatteso
Anni fa nel corso delle mie attività in seno alla comunità italiana di Adelaide in Australia sono stato invitato a un rinfresco alla casa del Ministro federale dell’Immigrazione dell’epoca che era della stessa città.

Eravamo in tanti da varie comunità non australiane e mentre facevo il giro di quelli che conoscevo, non ho notato che l’assistente del ministro chiedeva a piccoli gruppi di invitati di seguirlo in un’altra stanza. Dopo una mezz’oretta è toccato a me e un altro e quando siamo entrati in quella stanza ci siamo trovati con l’ultimo uomo che aspettavamo di vedere quella sera, il Primo Ministro in Australia, Robert Hawke.

Quando mi sono ripreso dalla sorpresa ho teso la mano e gli ho detto, nella versione inglese, “Un piacere conoscerla, Mister Hawke”, lui immediatamente ha risposto con un gran sorriso, “Chiamami Bob” e siamo rimasti a parlare per una ventina di minuti dello scopo dell’incontro. A dire il vero sono uscito da quella stanza in uno stato tra il confuso e lo sbalordito.

In Italia un incontro del genere con il Presidente del  Consiglio dei Ministri sarebbe impossibile e il motivo si trova proprio nella nostra lingua, e l’episodio con il Primo Ministro australiano non è altro che una dimostrazione che questa barriera tra politici e cittadini non dovrebbe esistere.

La Casta
Con il titolo del loro libro “La Casta” i giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo hanno messo in evidenza i privilegi delle categoria più criticata della nostra società, i politici.

Molte di queste critiche vengono dai privilegi e benefici non accessibili ai loro elettori, ma dobbiamo capire che la barriera tra politici e cittadini in Italia non è stata creata da un libro di questi giornalisti, ma esisteva già da molte generazioni e viene da come interagiamo con loro ed è contenuto appunto nella nostra lingua.

Naturalmente la lingua inglese moderna parte già con un grande vantaggio, i loro antichi thee e ye, cioè le loro versioni dei nostri tu e voi sono spariti quasi due secoli fa. Infatti, c’è un esempio affascinante di questo nel bel film del “La legge del signore” del 1956 con Gary Cooper ambientato nella Guerra di Secessione americana, nel quale i protagonisti quaccheri utilizzano ancora queste forme antiche e i loro vicini ci scherzano sopra.  

Però noi italiani fin troppi spesso dobbiamo capire che un motivo per cui non esiste un rapporto più diretto con quelli che in effetti sono i nostri rappresentanti, viene da come parliamo e scriviamo con loro.

Queste differenze di lingua spiegano benissimo perché gli anglofoni hanno un rapporto molto più stretto con i loro parlamentari. Questo viene poi accentuato dalla loro tradizione di girare i loro elettorati per parlare con i cittadini. Infatti questa usanza si chiama “door knocking”, letteralmente bussando sulle porte, perché è esattamente quel che fanno. In un’Italia della quota preferenziale non esiste un incentivo per i nostri politici al fine di incontrare gli elettori in un modo così diretto e personale.

Allora noi italiani non eravamo contenti di farlo solo con i potenti e ora intere categorie usano titoli che non esistono in altre lingue e quindi creano nuove classi basate sulle professioni

Vita quotidiana
Tra un articolo e il prossimo mi trovo regolarmente a fare traduzioni dall’italiano all’inglese e quell’episodio ad Adelaide mi viene spesso in mente.

Già di per sé, come succede in molte lingue, le forme del formale e informale creano divisioni tra interlocutori. Naturalmente esistono le gentilezze attese con persone sconosciute e l’ho incontrato anche quando ho studiato il francese, ma noi italiani l’abbiamo portato a un livello ancora più radicale.

Quando mi arrivano le traduzioni che si riferiscono all’avvocato tal dei tali, l’ingegner Caio Rossi e l’architetto Sempronio di Latino penso anche alle nostre interazioni con loro e vedo come l’uso di questo titoli creano barriere tra persone, che determinano come le vediamo.

Sappiamo benissimo che la nostra Storia è basata secolo dopo secolo su scontri tra i potenti e che la popolazione “bassa” era soggetta alle volontà e le esigenze delle Signorie e le moltissime invasioni straniere, che hanno fatto sì che quelle varie categorie della popolazione erano ben separate e il nostro modo di incontrare i potenti di vario genere erano dettate da regole ben precise.

Democrazia si o no?
Ci vantiamo della nostra democrazia che è alla base del nostro sistema parlamentare, è un sistema di governo che si basa su un principio preciso, che ogni cittadino ha gli stessi obblighi, gli stessi diritti e, almeno in teoria, la possibilità che siamo noi a decidere il nostro destino personale.

Però, questo nostro modo di affrontare i politici e coloro che hanno un ruolo fondamentale nelle fasi importante della nostra vita e che viene mostrato nelle forme con cui interagiamo con loro dimostra che, come scrisse George Orwell nel suo libro epocale “La Fattoria degli Animali”, “gli animali sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” e quindi non abbiamo una vera società di pari…

Allora la domanda viene spontanea, e se la nostra crisi della Democrazia con la continua diminuzione del numero di votanti e la spaccatura nella popolazione esposta ai risultati del voto del 4 marzo non sia dovuta al fatto che non ci consideriamo davvero in una società equa?

In ogni caso, non dobbiamo dare la colpa sempre e ovunque solo alla “casta”, i “politicanti” e come vogliamo chiamare i quasi mille parlamentari nella due Camere a Roma. Anche noi cittadini dobbiamo assumere la nostra responsabilità perché ci siamo rassegnati che il nostro ruolo consista soltanto nel mettere un segno su un foglio di carta in una cabina elettorale ogni tanto.

Se vogliamo davvero che i parlamentari ci rappresentino noi dobbiamo anche svolgere il nostro vero ruolo. Non solo dobbiamo dire  loro quel che vogliamo, ma abbiamo l’obbligo anche di informarci di quel che davvero succede nel nostro nome nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama e capire le proposte di legge e il senso vero dei dibattiti finti che vediamo nei salotti televisivi.

Per assicurarci che la nostra Democrazia funzioni come vogliamo dobbiamo iniziare dall’abbattere quelle barriere tra noi e i nostri rappresentanti e questo inizia con il nostro tesoro più importante, la nostra lingua. Non succederà oggi, ma deve succedere perché la Democrazia dovrebbe essere una sistema di governo tra pari e la nostra lingua non ci permette di trattare i politici in questo modo.

Siamo capaci di capire che cambiare i pregiudizi nascosti nella nostra lingua è soltanto una parte del problema e di conseguenza trovare una soluzione ai problemi che affliggono la nostra politica da troppo tempo e che coinvolge tutti e non solo i soliti potenti?

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The language that unites us and keeps us separate

Years ago in Adelaide an unexpected meeting. ” Pleased to meet you Mr. Hawke ” and him, the prime minister: “Call me Bob”. In Italy such a meeting with its Prime Minister would be impossible and the reason is found in our language
By Gianni Pezzano

In addition to our country of origin, what defines us as Italians is our language and it is this very language that not only unites us, but also creates divisions that often mark how we see others.

These linguistic differences do not exist only between Italians overseas of various generations and their relatives and friends in Italy, but also in Italy itself with our daily interactions and are so many that often we do not notice them

That unexpected meeting
Years ago during my activities in the Italian community in Adelaide, Australia I was invited for drinks at the house of the then federal Minister for Immigration who lived in the same city.

There were many of us from various ethnic communities and as I made the rounds of those I knew I did not notice that the Minister’s personal assistant asked small groups to follow him into another room. After about a half hour it was my turn with another and when we entered the room we found ourselves with the last man we expected to see that evening, then Australian Prime Minister Robert Hawke.

When I got over the surprise I extended my hand and said “Pleased to meet you Mr. Hawke” and he immediately answered with a big smile “Call me Bob” and we then spoke for about twenty minutes about the reason for the meeting. To tell the truth I walked out of that room in a state of confusion and surprise.

In Italy such a meeting with its Prime Minister would be impossible and the reason is found in our language and the episode with Australia’s Prime Minister is only a demonstration of this barrier between politicians and citizens that should not exist.

The Caste
With the title of their book “La Casta” (The Caste) journalists Gian Antonio Stella and Sergio Rizzo highlighted the privileges of the most criticized category in our society, the politicians.

Much of this criticism comes from the privileges and benefits that are not available for their voters, but we must understand that the barrier between politicians and citizens in Italy was not created by the journalists’ book, but it had already existed for many generations and came from how we interact with them and is contained in our language.

Naturally modern English already has a big advantage, their ancient ye and thee disappeared two centuries ago. IN fact, there is a fascinating example of this in the great 1956 film “Friendly Persuasion” with Gary Cooper set in the American Civil War in which the lead roles, a Quaker family, still used this ancient form and their neighbours joke about it.

However we Italians all too often we must understand that one reason that there is no closer relationship with those that are in effect our representatives comes from how we speak and them and write to them.

These differences in language explain very well why English speakers have a closer relationship with their parliamentarians. This then is accentuated with their tradition of “door knocking”. In an Italy where a percentage of parliamentarians are voted preferentially there is no incentive for our politicians to meet their voters in such a direct and personal fashion.

Then we Italians were not happy to do this only with the powerful and now whole categories use titles that do not exist in other languages and therefore create new classes based on professions.

Daily life
Between one article and the next I regularly find myself translating from Italian to English and the episode in Adelaide often comes to mind.

Already on its own and as happens also in other languages, the formal and informal forms create divisions between people. Naturally there are the expected courtesies with people we do not know and I found this when I studies French as well, but we Italians have brought this to an even more radical level.

When I get translation that refer to people such as  “Lawyer Marco Rossi”, “Engineer Pietro Ferrari” and “Architect Antonio Romano” I also think of our interactions with them and I see how the use of these titles create barriers between people and determine how we see them.

We know very well how our history was based on centuries of struggle between the powerful and that the “lower” levels of the population were subject to the whims and needs of the reigning families and the many foreign invaders which ensured that the various categories of the population were well separated and that our way of meeting the powerful of various types were dictated by very precise rules.

Democracy yes or no?
We boast about our Democracy which is the basis of our parliamentary system. It is a system of government with a precise principle, that every citizen has the same obligations, the same rights and, at least in theory, the same possibility that we are the ones who decide our personal fates.

However, our way of meeting politicians and those who have an essential role in important stages of our lives and which is shown in the form of language in which we interact with them shows that, as George Orwell wrote in his great book “Animal Farm”, “all animals are equal, but some animals are more equal than others” and therefore we no longer have a true society of equals.

So the questions springs naturally, what if the crisis in our Democracy with the continual reduction of the number of those who vote and the split in our population revealed in the election of March 4th is not due to the fact that we really do not consider ours a fair society?

In any case, we must not always and in every case blame only the “caste” or the “blowhards” as we want to call out nearly a thousand parliamentarians in the two Chambers in Rome. Even we citizens must take part of the blame because we have accepted that our only role is to put a sign on a piece of paper in a polling booth every so often.

If we truly want our parliamentarians to represent us we must also carry out our true role. Not only must we tell them what we want, we also have to be informed of what really happens in the two Chambers of the Italian Parliament and understand the proposed laws and the true sense of what we see of the fake debates we see on the TV shows.

In order to ensure that our Democracy truly works we must begin to knock down the barriers between us and our representatives and this begins with our greatest treasure, our language. It will not happen today, but it must happen because Democracy must be a system of government between equals and our language does not allow us because to treat politicians in this way.

Are we able to understand that changing the prejudices hidden in our language is only one part of the problems and as a consequence find a solution to solve the problems that affect our politics for too long which affect everyone and not only the usual powerful people?

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