Dante e la delusione – Dante and disappointment

di emigrazione e di matrimoni

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Dante e la delusione

Nella sua Commedia Dante Alighieri ha descritto l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso e in quei tre Canti affascinanti vediamo discorsi su ogni aspetto della nostra vita e incontriamo personaggi storici e leggendari (in entrambi i sensi della parola) che ci fanno pensare al senso della vita

Di Gianni Pezzano

La Cultura fa parte del nostro patrimonio personale che abbiamo trattato nell’ultimo articolo (https://thedailycases.com/qual-e-il-nostro-patrimonio-personale-what-is-our-personal-heritage/) ma a volte non ci rendiamo conto che la Cultura non è qualcosa che esiste   da sola. Dobbiamo prima curarla, promuoverla, poi dimostrare che la amiamo e fin troppo spesso questo amore culturale ci viene a mancare.

Tristemente, un caso dimostra che il nostro amore verso un personaggio fondamentale della nostra Cultura, l’uomo che più di ogni altro ha portato a quel che ora è la nostra lingua nazionale, non è all’altezza di un personaggio che non è solo un pilastro della Cultura italiana, ma anche europea e mondiale.

Nella sua Commedia Dante Alighieri ha descritto l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso e in quei tre Canti affascinanti vediamo discorsi su ogni aspetto della nostra vita e incontriamo personaggi storici e leggendari (in entrambi i sensi della parola) che ci fanno pensare al senso della vita.

Ma la sua morte ha dimostrato che l’Italia non ha mai superato le barriere create dai litigi e guerre tra Guelfi e Ghibellini che hanno portato Dante all’esilio che lo ha visto morire lontano dalla sua amata Firenze. E la prova è come è visto da chi oggigiorno va a Ravenna per rendere omaggio al Sommo Poeta.

Tre volte

La prima volta che sono andato a Ravenna ero deciso a vedere la tomba dell’autore che ha dato il suo nome a una fase della mia vita. Infatti, le mie prime lezioni della lingua italiana ad Adelaide in Australia furono con la Società Dante Alighieri.

Al mio ritorno dal primo viaggio in Italia con la famiglia, con la mia testa piena degli splendori che avevo visto in tutta la penisola in quasi tre mesi, ho deciso di leggere l’opera che avevo spesso sentito nominare ma solo come la frase “Dante’s Inferno” che si utilizzava in inglese per descrivere una situazione terribile. Allora mi sono recato alla biblioteca della scuola, di nuovo cattolica. Ho avuto una sorpresa a leggere il foglietto di quei pochi che l’avevano prestato prima di me, l’ultima volta più di due anni prima.

Naturalmente la versione era in inglese, ma sono rimasto incantato dall’opera. Infatti anni dopo, quando il mio livello d’italiano era migliorato, mia nonna è venuta in visita in Australia e prima di partire per il viaggio mi ha chiesto cosa volevo come regalo dall’Italia, e le ho risposto una copia della Commedia. L’ho letta immediatamente con più piacere della prima volta.

Perciò quel giorno a Ravenna, dopo aver visitato San Vitale e il Mausoleo di Galla Placidia sono andato in cerca della tomba dell’autore fiorentino. Non immaginavo la delusione che mi attendeva.

Ho chiesto ai locali dove andare, allora la segnaletica non era chiara come oggi, e alla fine ho avuto l’orrore di scoprire che il piccolo quasi anonimo mausoleo che avevo passato tre volte era proprio la tomba di Dante. Ero commosso dal trovarmi davanti a lui, ma ero scandalizzato che quel luogo non fosse adatto per il ruolo che ha avuto nella Storia e la Cultura del nostro paese.

La Romagna e Firenze

Nel mio ritorno a Faenza dove alloggiavo durante quel viaggio ho saputo un pò della Storia dell’attrito tra Firenze e Ravenna per quel motivo. Ho saputo dai miei amici faentini del suo disprezzo verso la regione dove sarebbe morto e gli epiteti che diede ad alcuni luoghi, compresa una descrizione non lusinghiera dei faentini stessi.

Ho saputo anche che ancora oggi Firenze dona alla città romagnola l’olio per la lampada votiva della tomba. Ma questo non è che un gesto che nasconde la verità dietro la cerimonia.

Mi sono ricordato di questo la settimana scorsa quando ho portato parenti americani a visitare la città che ha ben otto siti UNESCO Patrimonio dell’Umanità e anche loro volevano vedere la tomba. Poi ho avuto anche un altro pensiero mentre loro aspettavano in fila per poterla vedere nei pochi minuti permessi ai visitatori.

È la stagione delle gite scolastiche e quindi la fila era lunga e questo mi ha dato qualche motivo per considerare e mi sono chiesto, ma questi giovani che avranno sentito nominare Dante per tutta la vita e che tra un paio di anni dovranno studiarlo a scuola, cosa avranno pensato nel vedere una tomba così anonima e modesta?

Quando dovranno prendere la sua opera più importante per leggere le sua parole e penseranno a quella tomba si chiederanno “Ma se è così importante perché non ha tomba più degna del suo lavoro?”

Anche i miei parenti americani sono rimasti sorpresi dal luogo e ho dovuto spiegare la voglia di Firenze di riportarlo alla sua città di nascita e che i romagnoli sono altrettanto decisi che non succederà mai.

Soluzione?

Ma davvero dimostriamo vero onore al nostro autore più importante, al creatore di quel che diventerà la nostra lingua in una sepoltura così indegna, perché due città italiane non sono capaci di risolvere un problema che due volte ha rischiato guerre tra di loro e per secoli ha visto i ravennati nascondere le sue spoglie per prevenirne il furto da parte dei fiorentini?

Sappiamo tutti che in Italia si continuano a combattere i conflitti che portarono all’esilio del Sommo Poeta, ma dobbiamo finalmente mettere questi pensieri da parte perché abbiamo anche l’obbligo di mostrare al mondo il nostro orgoglio per una persona che ha dato un contributo enorme a creare il patrimonio culturale più grande del mondo, e questo certamente non lo facciamo con colui che è senza dubbio il nostro autore più importante.

Osiamo dire altrettanto anche di quegli autori italiani che hanno ottenuto il riconoscimento più importante per la letteratura mondiale, il Nobel per la Letteratura. Quanti giovani d’oggi riconoscerebbero tutti i seguenti nomi: Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale e Dario Fo? Temiamo pochi.

Dare una sepoltura degna della fama e le opere di Dante Alighieri sarebbe una mossa importante per dimostrare che riconosciamo l’importanza del ruolo della Cultura nella qualità della nostra vita e della grandezza del paese.

Ma chi avrà il coraggio di trovare finalmente una soluzione a quel che possiamo soltanto chiamare una delusione per noi tutti, italiani e non?

 

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Dante and disappointment

In his “Divine Comedy” Dante Alighieri describes the Inferno (Hell), Purgatory and Paradise (Heaven) and in those three fascinating Canti we see discussions on every aspect of our lives and we meet historical and legendary (in both senses of the word) characters who make us think about the meaning of life.

By Gianni Pezzano

Culture is part of our personal heritage that we discussed in the last article (https://thedailycases.com/qual-e-il-nostro-patrimonio-personale-what-is-our-personal-heritage/), but at times we do not understand that Culture is not something that exists on its own. We must first look after it, promote it and then show that we love in and all too often we lack this love for culture.

Sadly one case shows us that our love for a fundamental person in our Culture and the man who more than any other brought us what we now call our national language, is not equal to the person who is not only a pillar of Italian Culture but also European and international Culture.

In his “Divine Comedy” Dante Alighieri describes the Inferno (Hell), Purgatory and Paradise (Heaven) and in those three fascinating Canti we see discussions on every aspect of our lives and we meet historical and legendary (in both senses of the word) characters who make us think about the meaning of life.

But his death has shown that Italy has not overcome the barriers created by the quarrels and partisan conflicts that led Dante to the exile that saw him die far from his beloved Florence. And the proof can be seen today by those who go to Ravenna to pay homage to the Great Poet.

Three times

The first time I went to Ravenna I was determined to see the tomb of the author who had given his name to a stage if my life. In fact, my first lessons in Italian in Adelaide in Australia were with the Dante Alighieri Society.

For some of us children of Italian migrants Saturday was the day for Italian lessons, in my case in the classroom of a prestigious Catholic college. Indeed, this was the very reason that for many years the children of Italians did not learn our language. In Australia there is no school on Saturdays but sport or free time. Therefore, having to choose between sport or free time and having a lesson in a language that did not help you to pass the year, the choice for many was one of the first two and very few made the last choice.

On my return from the first trip to Italy with the family and with my head full of the wonders I had seen in the peninsula over almost three months, I decided to read the work that I had so often heard mentioned only as “Dante’s Inferno” that was used in English to describe a horrifying situation. So I went to my school’s library and once again the school was Catholic. I was surprised when I read the small sheet with the names of those few who had borrowed before me and the last time was more than three years before.

Naturally this was in English but I was enchanted by the work. In fact, a few years later when my grandmother came to visit us in Australia she asked me before leaving what gift I wanted from Italy and I asked her for a copy of “The Divine Comedy”. I read it immediately and with more pleasure than the first time.

Therefore that day in Ravenna, after having visited the Basilica of San Vitale and Galla Placidia’s Mausoleum I went looking for the Florentine author’s tomb. I never imagined the disappointment awaiting me.

I asked locals where to go as at the time there were no clear signs as there are today and in the end I was horrified to discover that the small almost anonymous building I had passed three times was truly Dante’s tomb. I was moved at finding myself in front of him but I was also shocked that the place was not suitable for the role he had played in our country’s history and Culture.

The Romagna and Florence

On my return to Faenza where I was staying during that trip I found out a little about the history of the friction between Florence and Ravenna for that very reason. My friends in Faenza told me of his disdain for the region where he would die and the derogatory comments he made about some places, including an unflattering description of the people of Faenza.

I found out that today Florence still gives the city in the Romagna the oil for the tomb’s votive lamp but this is only a gesture that hides the truth behind the ceremony.

I remembered last week when I took American relatives to the city that is the location of eight UNESCO World Heritage sites and they too wanted to see the tomb. And then I also had another thought as they waited in line to be able to see it for the few short minutes allowed the visitors.

This is the season of the school trips and therefore the queue was long and this gave me something to think about and I wondered what these youngsters who have heard Dante mentioned all their lives and who they will have to study in a couple of years must have thought when they saw such an anonymous and modest tomb.

When they finally hold his most important work to read his words will they think about that tomb and wonder “If he is so important why does he not have a tomb worthy of his work?”

My American relatives were also surprised by the place and I explained to them Florence’s desire to bring him back to his city of birth and that the people of Romagna are just as determined that this will never happen.

Solution?

Do we really show true honour to our most important author, to the creator of what would become our language in such an unworthy burial because two cities are unable to resolve a problem that twice risked the outbreak of war and for centuries saw the people of Ravenna hide his remains to prevent their theft by the Florentines?

We know that in Italy they still continue to fight the conflicts that led to the Great Poet’s exile but we must finally put aside these partisan thoughts because we also have a duty to show the world our pride for a person who gave such a large contribution to the world’s largest cultural heritage and we certainly do not do that with the man who is undoubtedly our most important author.

We also dare say just as much about those Italian authors who were awarded the most important recognition in world literature, the Nobel Prize for Literature. How many of today’s young people would recognize all the following names: Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale and Dario Fo? Few we fear.

Giving a sepulchre that is worthy of Dante Alighieri’s fame and work would be an important step to showing that we recognize the importance of Culture in our quality of life and the greatness of the country.

But who will find the courage to finally find a solution to what we can only call a disappointment for us all, Italians and non-Italians?

Qual è il nostro patrimonio personale? – What is our personal heritage?

di emigrazione e di matrimoni

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Qual è il nostro patrimonio personale?

Partiamo dal punto di riferimento più facile e quindi il più riconoscibile; il nostro rapporto con l’Italia, il paese d’origine dei nostri genitori, nonni o bisnonni.

Di Gianni Pezzano

Nel corso di tutti gli articoli abbiamo parlato spesso del “patrimonio personale” dei figli e discendenti degli emigrati italiani in giro per il mondo, ma cosa vogliamo dire?

La risposta non è per tanto semplice come potrebbe sembrare. In fondo, la risposta vuol dire anche come vediamo non solo le nostre origini, ma anche la nostra identità, perché quello stesso patrimonio ne è una parte fondamentale.

Però, avvisiamo sin dall’inizio che non esiste una risposta che va bene per tutti. A secondo se siamo immigrati, figli di immigrati, oppure della terza generazione e oltre il nostro punto di riferimento cambia. Come cambia anche secondo il paese in cui viviamo, l’atteggiamento verso gli immigrati, le scuole che frequentiamo e cosi via.

Inoltre, la nostra identità viene da più di una fonte che a volte sono collegate tra di loro e questo rende la ricerca per il nostro patrimonio personale personale e unica.

Italia

Partiamo dal punto di riferimento più facile e quindi il più riconoscibile; il nostro rapporto con l’Italia, il paese d’origine dei nostri genitori, nonni o bisnonni.

Per la prima generazione nata all’estero spesso vuol dire parlare l’italiano in casa, magari aver uno stretto giro di parenti e amici che non solo sono italiani, possono anche essere paesani e allora già da giovani il nostro atteggiamento verso l’Italia è specificatamente verso una regione o un paese o paesino.

Di conseguenza, questa identità “italiana” si basa su aspetti dei paesi dei genitori che poi cambiano da famiglia a famiglia con le infinite variazioni di tradizioni e usanze che ora vediamo sulle pagine dei social quando la gente dice “questa è italiano perché è quel che facciamo in casa”. A complicare le cose è che hanno ragione e torto allo stesso tempo.

La capacità di parlare l’italiano dipende anche dal fatto che i figli nei loro paesi di residenza abbiano o meno la possibilità di studiare la lingua a scuola o alle classi di gruppi italiani come la Società Dante Alighieri. Ma sappiamo anche che in alcune famiglie, i genitori e/o i nonni hanno deciso di non parlare la lingua più in casa per aiutare i figli a integrarsi o, peggio ancora, assimilarsi nel paese nuovo.

Poi, inevitabilmente la famiglie italiane all’estero cambiano per via dell’entrata di componenti non-italiani nel nucleo famigliare. Ma questo vuol dire semplicemente un mutamento dell’identità personale dell’individuo e non la negazione della sua parte italiana.

Paese di residenza

A rendere l’identità personale più o meno difficile poi è l’atteggiamento del paese di residenza verso gli immigrati.

Se il governo segue una politica di “integrazione”, come i maggiori paesi di immigrazione, gli immigrati hanno la possibilità di mantenere tradizioni, (nel caso italiano, come fare il maiale, il vino, ecc.), la religione e così via. Come anche gli immigrati hanno più libertà di parlare le loro lingue per strada, qualcosa che spesso, purtroppo, mette in disagio chi ha già poca tolleranza dei nuovi residenti nel paese.

In quei paesi dove il governo cerca di “assimilare” i nuovi immigrati, questo vuol dire perdere grande parte della loro identità . Questo è successo per esempio in Brasile durante un periodo di dittatura quando gli immigrati avevano probito con la legge il dare nomi italiani ai loro figli. Naturalmente, in questi paesi, lezioni dell’italiano, mantenere certe tradizioni, anche religiose crea difficoltà per le generazioni nel futuro poter ritrovare le loro identità personale.

Infatti, l’assimilazione vuol dire la distruzione dell’identità italiana, greca, ecc., dell’immigrante. A lungo termine questa assimilazione rende il nuovo paese di residenza più povero. Basta vedere in giro per il mondo in paesi come gli Stati Uniti, Australia e altri i quartieri “italiani”, “francesi”, “cinesi” e altri per capire che i nuovi immigrati possono arricchire la vita del nuovo paese.

Bisogna riconoscere che molti paesi hanno avuto i loro periodi di “integrazione” e di “assimilazione”, ma alla fine la politica di integrazione ha dato molti più benefici dei periodi di assimilazione.

Cultura

Naturalmente la Cultura dominante di qualsiasi paese è quella locale, anche se nessuna Cultura, senza eccezioni, è priva di influenze straniere. A scuola, questo vuol dire che, inclusi i figli e i nipotini degli emigrati italiani, sanno poco o niente della Cultura italiana, come anche la lingua, che dovrebbe far parte del loro patrimonio personale.

Basta vedere le domande di “cultura generale italiana” su alcune pagine americane per capire che molti di loro conoscono poco o niente della Storia, musica, cinema e le arti d’Italia, malgrado il fatto che l’Italia abbia il patrimonio culturale più grande del mondo.

Il problema è che lo sappiamo noi in Italia ma non lo sanno gli altri. Perciò, molti italiani sono scandalizzati, chi più, chi meno quando incontrano i parenti dall’estero che conoscono poco dei loro paesini e sanno qualcosa solo dei grandi luoghi turistici come Roma, Venezia e Firenze e poco altro.

Ho visto più volte lo stupore di parenti e amici dall’estero nello scoprire città d’arte che fuori l’Italia sono nominate solo raramente. Città come Mantova, Urbino, Ravenna e Ferrara, per nominarne soltanto quattro, non appaiono quasi mai nella letteratura all’estero, tanto meno nelle guide turistiche più popolari per i turisti stranieri che sono quelle che i discendenti degli emigrati italiani leggono prima di partire alla scoperta delle loro origini.

Come risolvere

Presentare le barriere come abbiamo fatto sopra non è che l’introduzione alla domanda più difficile, come potremo aiutare i figlie e discendenti a trovare il loro patrimonio personale e quindi poter finalmente capire la parte italiana della loro identità?

La risposta non è facile, ma deve partire dal capire che i servizi indirizzati a loro non possono essere solo in italiano, ma nelle lingue che parlano all’estero. Inoltre, come paese dobbiamo riconoscere che dobbiamo finalmente istituire un programma realistico per incoraggiare questi discendenti a imparare la nostra lingua e la nostra Cultura.

Infine, dobbiamo finalmente promuovere ogni aspetto della nostra Cultura in un modo tale che sia più facile da capire e quindi da imparare.  

Questo sono solo i primi passi, ma i passi seguenti devono venire da collaborazioni più coordinate tra l’Italia e i gruppi italiani all’estero. I Comites e il CGIE non deve solo cercare di presentare proposte, ma devono creare sempre di più canali che permetteranno ai nostri parenti e amici all’estero di poter accedere al Bel Paese.

Perciò, l’Italia, sia lo Stato nazionale che le regioni, deve rivedere il suo ruolo per incoraggiare gli italiani all’estero a ritrovare il loro patrimonio personale.

Allo stesso tempo gli italiani all’estero devono anche capire che devono cambiare il loro atteggiamento verso il paese d’origine perché, nella stragrande maggioranza dei casi, non capiscono che vagamente, la vera grandezza del Patrimonio Culturale italiano, che è anche il loro.

Dobbiamo tutti, in Italia e all’estero, lavorare insieme per colmare queste lacune che impediscono la creazione di una rete internazionale molto più grande di italianità. Spetta a tutti noi farlo e non dobbiamo più aspettare gli “altri” per farlo.

Non abbiamo niente da perdere, anzi possiamo solo guadagnare dalla creazione di una rete del genere.

 

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What is our personal heritage?

Let us start from the easiest and therefore most recognizable point of reference, our relationship with Italy, the country origin of our parents, grandparents or great grandparents

By Gianni Pezzano

During all the articles we have often spoken about the “personal heritage” of the children and descendants of migrants around the world but what do we mean?

The answer is not as simple as it may seem. Basically the answer also means how we see not only our origins but also our identity because said heritage is a fundamental part of it.

However, we warn you from the start that there is no answer that is good for everyone. Our point of reference changes depending on whether we are migrants, the children of migrants or the third or more generation. Just as it changes according to the country in which we live, its attitude towards migrants, the schools we went to, etc.

Furthermore, our identity comes from more than one source, which at times are tied together, and this makes the search for our personal heritage purely personal and unique.

Italy

Let us start from the easiest and therefore most recognizable point of reference, our relationship with Italy, the country origin of our parents, grandparents or great grandparents.

For the first generation born overseas this often means speaking Italian at home, maybe with a tight circle of relatives and friends who are not only Italian but may also be from the same town and therefore from when we are young our attitude towards Italy is specifically towards a region a city or a town.

Subsequently this “Italian” identity is based on aspects of our parents’ towns that then changes from family to family with the infinite variations of traditions and habits that we now see on the social media pages when people say “this is Italian because it is what we do at home”. What makes things complicated is that they are right and wrong at the same time.

The capacity to speak Italian also depends on if the children in their countries of residence have the possibility to study the language at school or at classes by Italian groups such as the Dante Alighieri Society. But we also know that in some families the parents and/or the grandparents took the decision to no longer speak the language at home to help the children integrate or, worse still assimilate, in the new country.

And then inevitably the Italian families overseas change due to the entry of new non-Italian components into the family unit. But this simply means a change in the individual personal identity and not the negation of its Italian part.

Country of residence

What then made the personal identity more or less difficult is the attitude of the country of residence towards migrants.

If the government follows a policy of “integration”, as did the major countries of migration, the immigrants have the possibility to maintain traditions (in the Italian case, killing the pig, wine, etc), religion and so forth. Just as the migrants have more freedom to speak their language in the street, something that sadly often makes people who already have little tolerance for the new residents in the country feel uncomfortable.

In those countries where the government seeks to “assimilate” new migrants, this means losing a large part of their identity. For example, this happened in Brazil during one of its dictatorships when migrants were forbidden by law to give their children Italian names. Naturally, in these countries Italian language classes, maintaining certain traditions, even religious, can cause problems for future generations to be able to look for their personal identity.

In fact, assimilation means the destruction of the migrant’s Italian, Greek, etc identity. In the long term assimilation makes the country of residence poorer. We only have to look at countries around the world such as the United States, Australia and others to see “Italian”, “French”, Chinese” and other suburbs to understand that new migrants can enrich the life of the new countries.

We have to recognize that many countries have had periods of “integration” and of “assimilation” but in the end the politics of integration has given more benefits than the periods of assimilation.

Culture

Naturally the dominant Culture of any country is the local one, even if no Culture is absent from foreign influences, without exception. At school this means that the children and grandchildren of Italian migrants know little or nothing of Italian Culture and the language which should be part of our personal heritage.

We only have to look at the questions on “general Italian Culture” on some American pages to understand that many of them know little or nothing of Italian history, music, cinema and art, despite that fact that Italy has the world largest cultural heritage.

The problem is that we in Italy know it but the others do not. Therefore, many Italians are more or less shocked when they meet their relatives from overseas who know little about their small towns and know something only about the great tourist centres such as Rome, Venice and Florence and little else.

I have seen a number of times the surprise of relatives and friends from overseas when they discover the Cities of Art that are rarely mentioned overseas. Cities like Mantua, Urbino, Ravenna and Ferrara, to name only four, almost never appear in the literature overseas, let alone in the more popular tourist guides which are the ones that the descendants of Italian migrants read before leaving to discover their origins.

How to solve this

Presenting the barriers as we did above is only the introduction to the hardest question. How can we help the children and descendants to find their personal heritage and therefore to finally be able to understand the Italian part of their identity?

The answer is not easy but must start from understanding that the services directed at them cannot be only in Italian but in the languages they speak overseas. In addition, as a country we must recognize that we must finally institute a realistic programme to encourage these descendants to learn our language and Culture.

In conclusion we must finally promote every aspect of our Culture in such a way that it is easier to understand and therefore to learn.

These are only the first steps but the following steps must come from a more coordinated collaboration between Italy and Italian groups overseas. The Comites and CGIE (overseas Italian community representative bodies) must develop more channels that will allow our relatives and friends overseas to be able to access Italy.

Therefore Italy, the national State and the regions, must review its role in encouraging Italians overseas to rediscover their personal heritage.

At the same time the Italians overseas must also change their attitude towards their country of origin because in the overwhelming majority of cases they only vaguely understand the greatness of Italy’s Cultural Heritage, a greatness which is also theirs.

All of us, in Italy and overseas, must work together to bridge this gap that prevents the creation of a much bigger international network of Italianness. It is up to all of us to do this and we must not wait for the “others” to do it.

We have nothing to lose, rather we can only gain from the creation of such a network.

C’era una volta – Once upon a time

di emigrazione e di matrimoni

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C’era una volta

C’era una volta un dittatore che voleva un Impero e per pochi anni lo ebbe, ma quel dittatore lasciò il paese in rovina, moltissimi, troppi morti in due continenti e stranieri a controllare il destino del popolo che si fidava dell “uomo forte”.

Di Gianni Pezzano

Sembra strano intitolare una riflessione storica con una frase che di solito si utilizza per iniziare una fiaba, però, recentemente molti politici, e non solo in Italia, hanno cercato nel passato un disegno politico per il futuro.

Questo comportamento dimostra che la nostra memoria è selettiva e troppi, molti intenzionalmente per motivi di politica moderna, cercano di scegliere i ricordi da evocare e fare finta che altre lezioni, molte più dolorose e sanguinose, non abbiano niente a che fare con il mondo d’oggi.

La selettività della memoria storica inizia con una parola quasi nuova il “sovranismo” che nasconde un’altra parola dai ricordi terribili, il “nazionalismo” che fu l’origine di due guerre mondiali. Infatti faceva persino parte del nome di un partito politico in Germania che diede vita a una dittatura che ha segnato la Storia del mondo, partendo dall’Europa.

Metro di giudizio

Ma come si giudica un periodo storico? Come si giudica il lavoro di un qualsiasi politico, sia eletto democraticamente oppure il capo di una dittatura?

Sono due domande importanti perché sentiamo sempre più spesso che il dittatore in soggetto abbia fatto “anche cose buone”. La frase potrebbe anche essere vera, ma giudicare solo alcune cose isolate e non nel contesto totale del periodo, non ci fa capire se davvero un periodo storico possa e debba essere utilizzato per preparare un programma politico per il futuro del paese.

Inizi

C’era una volta un dittatore che iniziò, come molte altri dittatori compreso Hitler, ottenendo il potere in modo democratico secondo la costituzione nazionale del paese.

Nel 1922 l’Italia soffriva ancora gli effetti della Grande Guerra e le sensazioni che i “poteri forti” avessero offeso il paese nelle conferenze internazionali, che cercavano di evitare future guerre del genere. Queste conferenze furono un fallimento e la guerra che scoppiò nel 1939 fu davvero mondiale e molto più sanguinosa di quella che doveva essere la “Guerra che pone fine alle guerre”.

Tralasciamo come il dittatore, che eventualmente formò la dittatura, prese il potere. Non nominiamo alcune delle “cose buone” che sono elencate regolarmente da chi sogna il ritorno di quell’epoca, non solo perché l’elenco è manipolato, ma perché l’unico giudizio, lo stato del paese alla fine del periodo di potere, è l’unico mezzo oggettivo per giudicare non solo l’operato di quella ventina di anni, che fu segnata anche da molti morti politici in tutta la penisola, ma di qualsiasi capo di governo.

Ne ricordiamo soltanto uno di questi morti perché la conseguenza di quell’episodio fu di aprire la porta alla dittatura.

Vittime

L’assassinio di Giacomo Matteotti fu senza dubbio un atto politico e ora sappiamo legato alle sue domande riguardo una serie di episodi che i giornali d’oggigiorno chiamerebbero “scandali e reati finanziari”.

Non guardiamo le azioni che vengono comprese tra le “cose buone” come le bonifiche di paludi, ecc., per creare città come la moderna Latina, che nacque con un nome legato alla dittatura.

Basta girare certe zone del paese per vedere le lapidi di vittime di coloro che facevano “cose buone”.

Basta vedere le strade e piazze nominate in memoria di don Giovanni Minzoni nell’Emilia Romagna per capire che le opposizioni alla dittatura non erano solo da parte della sinistra, ma anche azioni di preti. Persino don Camillo, delle serie fortunata di libri di un noto oppositore Giovanni Guareschi, certamente non era di sinistra. Come non lo erano due politici che faranno poi la Storia del paese, Giulio Andreotti e Alcide de Gasperi, che doveva nascondersi nel Vaticano per evitare gli uomini del dittatore che volevano fargli pagare la sua opposizione al regime.

Non dimentichiamo la decisione del dittatore di togliere la cittadinanza, il lavoro e la dignità di una parte importante del paese, gli ebrei che abitano in Italia dal tempo dell’Impero romano. Non per “ordini tedeschi” come dicono gli apologisti, ma per la propria volontà di mostrare che era “deciso” quanto Hitler verso la “razza infame”.

Quattro volte

Ricordiamoci che in quella ventina di anni il dittatore dichiarò quattro volte guerra ad altri. La prima volta con la guerra coloniale che creò un impero effimero che doveva sfidare gli altri grandi imperi, che già allora avevano cominciato a dubitare sul valore di quelle terre in altri continenti.

Le seconda volta con la partecipazione alla Guerra Civile spagnola al fianco del futuro alleato nella guerra futura, la Germania.

La terza volta nel 1940 quando il dittatore dichiarò guerra perché, secondo lui il paese aveva bisogno di “qualche migliaia di morti per sedere al tavolo della pace”.

La quarta volta fu nel 1941, insieme a Hitler, agli Stati Uniti, che non erano una minaccia diretta perché il Congresso americano aveva autorizzato il Presidente Franklin Delano Roosevelt a fare guerra solo al Giappone, che aveva attaccato Pearl Harbor qualche giorno prima. In questo modo i due dittatori decisero la propria sorte.

Risultato

Ed è il risultato di queste ultime due dichiarazioni che deve essere considerate quando giudichiamo l’operato della ventina di anni di dittatura nel nostro paese che alcuni “nostalgici” evocano regolarmente oggigiorno: lo stato del paese nel 1945.

Il 25 luglio 1943 quando il Gran Consiglio votò la fine della dittatura l’Italia era già stata invasa dagli alleati. Soldati e civili italiani morivano già a causa della guerra che doveva avere solo “qualche migliaia di morti”. Oltre duecentomila soldati italiani erano partiti per la guerra nell’Unione Sovietica e solo poche migliaia ne fecero ritorno.

Nell’aprile 1945 quando morì il dittatore, vestito in una divisa tedesca mentre fuggiva in Svizzera, l’Italia non controllava più le terre all’estero, nemmeno quelle che deteneva prima della Grande Guerra.

Nell’aprile 1945 il paese che il dittatore lasciò alla Storia era devastato e con tante centinaia di migliaia di morti italiani. La penisola non era più controllata da italiani ma da forze armate straniere.

A causa di queste condizioni nel paese nei due decenni seguenti milioni di italiani furono costretti a emigrare e infatti furono i loro soldi inviati alle famiglie in Patria ad aiutare il paese distrutto dal dittatore a uscire dalle rovine e diventare una delle superpotenze economiche del mondo.

Giudizio

C’era una volta un dittatore che voleva un Impero e per pochi anni lo ebbe, ma quel dittatore lasciò il paese in rovina, moltissimi, troppi morti in due continenti e stranieri a controllare il destino del popolo che si fidava dell “uomo forte”.

Pensando a come lasciò il paese e lo stato della popolazione come possiamo considerare quelle “cose buone” come la testimonianza e il giudizio di vent’anni di dittatura?

Eppure oggi c’è chi   sogna il suo ritorno e dobbiamo farci soltanto una domanda, Perché?

Come disse un esponente di spicco della dittatura, editore e giornalista Leo Longanesi che una volta credeva nel “uomo forte”, “Dobbiamo vivere in una dittatura per apprezzare la Democrazia”.

Questa è la lezione che dobbiamo ricordare e non le “cose buone”…

 

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Once upon a time

Once upon a time there was a dictator who wanted an Empire and for a few years he had it but that dictator left the country in ruins, with too many dead in two continents and foreigners controlling the fate of the people who believed in the “strong man”.

By Gianni Pezzano

It seems strange entitling a reflection on history with a phrase that is normally used to start a fairy tale, however, recently many politicians, and not just in Italy, have looked to the past for a political agenda for the future.

This behaviour shows how our memory is selective and too many people, many of them for reasons of modern politics, try to choose the memories to evoke and they pretend that the other lessons, many of which were much more painful and bloodier, have nothing to do with today’s world.

The historical selectivity begins with a word that is almost new, “sovreignism”, that hides a word with horrible memories, the “nationalism” that was the origin of two world wars. In fact, it even formed part of the name of a political party in Germany that gave life to a dictatorship that stamped world’s history, starting in Europe.

The yardstick

How do we judge a historical period? How do we judge the work of any politician, whether elected democratically or the head of a dictatorship?

These are two important questions because all too often we hear that the dictator in question had “also done some good things”. The phrase may well be true, but judging only some isolated things and not in the total context of the period does not let us understand if the historical period truly can and should be used to prepare a political agenda for the country’s future.

Beginnings

There was once a dictator who began, as did many other dictators including Hitler, by achieving power democratically according to the country’s constitution.

In 1922 Italy was still suffering the effects of the Great War and the feeling that the “strong powers” had insulted the country during the international conferences that were trying to avoid future wars. These conferences failed and the war that started in 1939 was truly a world war and much bloodier than the one that should have been the “War to end all wars”,

Let us overlook how the dictator how the dictator who will eventually founded the dictatorship took power. We will not name some of the “good things” that are regularly listed by those who dream of the return of that period, not only because the list has been manipulated, but also because the only judgment, the state of the country at the end of the period of power, is the only objective means for judging not only the work of those twenty years that were also marked by many political deaths, but for the work of any head of government.

We remember only one of these deaths because the consequence of the incident was to open the door to the dictatorship.

Victims

The murder of opposition politician Giacomo Matteotti was undoubtedly a political act and we now know it was linked to his questions about a series of episodes that today’s newspaper would call “financial scandals and crimes”.

Let us not look at the actions that are included in the “good things” such as draining the marshes, etc, to create cities such as the modern Latina which was founded with a name tied to the dictatorship.

We only have to walk around certain areas of the country to see the tombstones and plaques for the victims of those who did “good things”.

We only have to see the streets and piazzas in the region of Emilia-Romagna named in memory of Catholic priest don Giovanni Minzoni to understand that the opposition to the dictatorship was not only by the left but also by priests. Even don Camillo of the famous series of books by a noted opponent Giovanni Guareschi who was certainly not from the left. As were not two politicians who went on to make history in the country, future Prime Ministers Giulia Andreotti and Alcide de Gasperi who had to hide in the Vatican to avoid the dictator’s men who wanted to make him pay for his opposition to the regime.

Let us not forget the dictator’s decision to take away the citizenship, work and dignity of an important part of the country, the Jews who have lived in Italy since Roman times. Not because of “German orders” as the apologists say, but by his   desire to show that he was just as “determined” as Hitler regarding the “wicked race”.

Four times

Let us remember that during those twenty years the dictator declared war four times. The first was the Colonial War that created the short lived empire that was supposed to challenge the other great empires that were already beginning to doubt the value of those lands in other continents.

The second time was with the participation in the Spanish Civil War alongside its future ally in the war to come, Germany.

The third time was in 1940 when the dictator declared war because, according to him, the country needs “a few thousand dead to sit at the peace table”.

The fourth time was in 1942 together with Hitler on the United States which was not a direct threat because America’s Congress had authorized President Franklin Delano Roosevelt to make war only with Japan that had attacked Pearl Harbor a few days before. In this way the two dictators sealed their own Fate.

Result

And it is the result of the final two declarations that must be considered when we judge the work of about twenty years of dictatorship in our country that some “nostalgics” regularly evoke today: the state of the country in 1945.

On July 25th, 1943 when the Grand Council voted to end the dictatorship Italy had already been invaded by the Allies. Italian soldiers and civilians were already dying due to a war which should only have had “a few thousand dead”. More than two hundred thousand Italian soldiers had left for the war in the Soviet Union and only a few thousand returned.

In April 1945 when the dictator died dressed in a German uniform as he fled to Switzerland, Italy no longer controlled its territories overseas, not even those she held before the Great War.

In April 1945 the country that the dictator left to history was devastated and with many hundreds of thousands of dead. The peninsula was no longer controlled by Italians but by foreign armies.

Due to these conditions in the country, in the following two decades millions of Italians were forced to migrate and in fact the money they sent to their families at home helped the country devastated by the dictator to come out of the ruins and to become one of the world’s economic superpowers.

Judgment

Once upon a time there was a dictator who wanted an Empire and for a few years he had it but that dictator left the country in ruins, with too many dead in two continents and foreigners controlling the fate of the people who believed in the “strong man”.

Considering how he left the country and the state of the population, how can we consider those “good things” as the testimony and judgment on twenty years of dictatorship?

And yet today there are those who dream of his return and we must only ask one question: Why?

Publisher and journalist Leo Longanesi a leading member of the dictatorship who once believed in the “strong man” said, “We must experience a dictatorship to appreciate Democracy”.

This is the lesson that we must remember, not the “good things”…

Il Destino più Crudele – The Cruellest Fate

di emigrazione e di matrimoni

di emigrazione e di matrimoni

Il Destino più Crudele

Il weekend appena passato al Circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola è stato il luogo del ‘Historic Minardi Day’ il sabato e la domenica e la commemorazione del 25° anniversario della morte del campione brasiliano Ayrton Senna il primo maggio

Di Gianni Pezzano

Il weekend appena passato al Circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola è stato il luogo del ‘Historic Minardi Day’ il sabato e la domenica e la commemorazione del 25° anniversario della morte del campione brasiliano Ayrton Senna il primo maggio, e del pilota austriaco Roland Ratzenberger il giorno prima, entrambi organizzati da Gian Carlo Minardi insieme a Formula Imola. Queste due manifestazioni ci hanno dato molti momenti importanti, ma soprattutto ci hanno dato molto su cui pensare di quanto il Destino possa essere crudele.

L’Historic Minardi Day, ideato proprio dal manager di Faenza, è arrivato alla sua quarta edizione e ha messo in mostra oltre cinquant’anni di auto e di Storia di Motorsport e non solo della F1. Infatti, a dare un contributo in più a questi pensieri è stata la presenza di un gruppo particolare che rappresenta una fetta non indifferente della Storia della Formula 1, che ci ha fornito l’ispirazione principale per questo articolo.

Per mettere questi pensieri nel contesto giusto vorrei raccontare un incidente in un altro continente che è stato rievocato dal gruppo e da vedere i molti monoposto.

Melbourne

In uno dei primi gran premi d’Australia a Melbourne alla fine degli anni 90 mi trovavo ai box del Team Minardi quando ho visto arrivare Michael Schumacher per salutare Gian Carlo Minardi. Appena arrivato al box tutti gli appassionati, particolarmente i più giovani, sono corsi dal pilota tedesco per chiedergli l’autografo.

Dopo qualche secondo ho notato tre uomini di una certa età a pochi metri da questo gruppo che guardavano la scena, che si scambiavano sorrisi divertiti. Nessuno dei giovani ha riconosciuto che vicino a loro c’erano Jackie Stewart, Niki Lauda e Jack Brabham, cioè tre dei piloti più importanti dello sport che tra di loro hanno vinto 9 mondiali da piloti. Nel caso di Brabham, fu l’unico nella Storia dello Sport a vincere il campionato piloti e costruttori in una monoposto disegnata da lui stesso.

A stimolare ancora di più i miei pensieri era la presenza dei F1 Grand Prix Drivers Club (F1-GPDC, il club degli ex piloti di F1) che ha deciso di tenere la sua Assemblea Generale a Imola per poter partecipare alla commemorazione dei due piloti deceduti nel 1994.

Ho deciso di non nominare questi partecipanti, non per mancanza di rispetto verso loro, anzi meritano più rispetto possibile non solo per la carriera agonistica, ma ancora di più per le loro attività dopo il ritiro dal volante, ma per dimostrare quel che ho capito tra l’incidente di Melbourne e la commemorazione del Primo Maggio a Imola.

Camion

Naturalmente le monoposto di Senna e Ratzenberger erano sotto i riflettori per tutti i giorni imolesi. Ci sono state esibizioni di opere d’arte dedicate soprattutto al campione brasiliano e persino la presentazione di tre libri dedicati al compianto Senna. C’erano ovunque manifesti con il volto di Ayrton e tifosi con le sue magliette, molti dei quali sventolavano anche la bandiera del Brasile e non tutti questi erano i suoi connazionali.

Però a mettere la ciliegina sulla torta la mattina di mercoledì è stato l’arrivo del camion giallo che è diventato il punto di vendita dei souvenir e il merchandising dedicati al pilota di San Paolo.

Quel che mi ha più colpito era che le magliette, le immagini, i caschi e gli altri oggetti che i tifosi compravano in grandi quantità, erano gli stessi che vedevo in vendita ai circuiti nel corso degli anni della sua carriera.

Ed è stato in quel momento che ho capito quanto sia crudele il Destino, non solo verso Senna e Ratzenberger, ma anche verso gli altri piloti che hanno corso sui circuiti più importanti del mondo.

Volto giovane

Il volto di Senna che abbiamo visto in questi giorni era sempre quello del giovane pilota deceduto all’età di 34 anni e possiamo fare lo stesso discorso per un altro grande pilota morto in pista a una giovane età, lo scozzese Jim Clark.

Di Senna e Clark oggi non si parla solo delle loro vittorie e la scomparsa tragica, ma si specula anche su cosa avrebbero potuto ancora fare se non fosse stato per il Destino. Di quanti altri mondiali e quanti altri gran premi vinti e nel caso di Senna, della promessa da mantenere con Gian Carlo Minardi di correre per almeno un anno per la sua squadra, per dare il salto di qualità che lui e il team strameritavano.

E allo stesso momento è arrivata la realizzazione che il Destino è stato crudele anche con gli altri piloti perché alla fine della carriera vanno a fare altro, c’è chi non torna più in pista, chi fa altre categorie, chi rimane da dirigente, chi ha ruoli nel progettare auto e chi fa il manager per i giovani piloti.

Poi, l’età fa sentire gli effetti degli sforzi nell’abitacolo, degli incidenti inevitabili nel corso della carriera, senza dimenticare l’inesorabile declino fisico naturale di ciascuno di noi che spesso vuol dire che chi non ci vede dopo tanto tempo, spesso non ci riconosce più.

Ed è anche questo che ho notato a Melbourne, i giovani che non conoscevano la Storia dei tre grandi piloti e i più anziani presenti quel giorno che non hanno riconosciuto gli idoli della loro gioventù.

Casi particolari

Però, vorrei rompere la premessa dell’inizio dell’articolo di non nominare piloti del passato del F1-GPDC, perché troppi non sanno che ci sono state anche donne che hanno corso in F1. La prima fu l’italiana Maria Teresa de Filippis che fu anche Presidente del F1-GPDC e un’altra italiana, Lella Lombardi, fu l’unica donna ad ottenere punti nel campionato. Le altre donne a correre furono la scozzese Susie Wolff e un’altra italiana, Giovanna Amati.

Allora, per quanto sia giusto e doveroso ricordare i grandi campioni scomparsi, dobbiamo anche ricordare chi ha finito la carriera agonistica per prendere altre strade, in tutti e sensi, e che ora il pubblico stenta a ricordare e riconoscere. Hanno continuato a contribuire alla sport che tanto hanno amato e amano ancora ed è giusto che anche loro siano ricordati.

Per questo motivo dobbiamo chiederci se davvero il Destino più crudele sia di morire da giovane ed essere ricordato come l’eterno ragazzo che non cambierà mai più, come Senna e Clark prima di lui, oppure di finire la carriera ed essere dimenticato dal pubblico e diventare semplicemente una nota negli albi d’oro dei circuiti del mondo, e isolati paragrafi nel libri della Storia di Motorsport.

Abbiamo sentito dire tantissime volte ne corso degli anni che il Motorsport è pericoloso, ma bisogna sempre tenere in mente che, come il Destino, è anche molto crudele, sia in gara che dopo la carriera.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Cruellest Fate

In the weekend just passed Imola’s Enzo and Dino Ferrari Circuit was the stage for the Historic Minardi Day on Saturday and Sunday and the commemoration of the 25th anniversary of the deaths of Ayrton Senna on May 1st

by Gianni Pezzano

In the weekend just passed Imola’s Enzo and Dino Ferrari Circuit was the stage for the Historic Minardi Day on Saturday and Sunday and the commemoration of the 25th anniversary of the deaths of Ayrton Senna on May 1st and Austria’s Roland Ratzenberger the day before, both organized by Gian Carlo Minardi together with Formula Imola. These two events gave us many major moments but above all they gave us much to consider about how cruel Fate can be.

The Historic Minardi Day, created by the same manager from Faenza, was in its fourth edition and put on display more than fifty years of the cars and history of Motorsport, and not just F1. In fact, what gave an extra contribution to the considerations was the presence of a specific group that represents a not inconsiderable contribution to the history of Formula 1 and they provided the main inspiration for this article.

In order to put these thoughts in their proper context I would like to explain an incident in another continent that this group and seeing the many cars made me remember.

Melbourne

During one of the first Australian grands prix in Melbourne at the end of the 1990s I was at the pits of the Minardi Team when I saw Michael Schumacher come to greet Gian Carlo Minardi. As soon as he arrived all the fans, and especially the youngest, ran to the German driver to ask for an autograph.

After a few seconds I noticed three men of a certain age a few metres away from this group watching the scene and swapping amused smiles. None of the young people recognized that nearby there were Jackie Stewart, Niki Lauda and Jack Brabham, three of the sport’s most important drivers who between them won nine world driver’s championships. In the case of Brabham, he was the only person in the history of the sport to win the driver’s and constructor’s championship in a car he had designed.

Stimulating even more my considerations was the presence in Imola of the F1 Grand Prix Drivers Club (F1-GPDC) that decided to hold its General Meeting in Imola to be able to participate in the commemoration of the drivers who were died in 1994.

I have decided not to name these participants, not due to lack of respect for them, in fact they deserve as much respect as possible not only for their competitive careers and more even for their activities after retiring from the wheel, but to demonstrate what I understood between the incident in Melbourne and the commemoration on May 1st in Imola.

Truck

Naturally Senna and Ratzenberger’s cars were under the spotlights for all the days in Imola. There were exhibitions of works of art dedicated above all to the Brazilian champion and even the presentation of three books dedicated to the late Senna. There were posters everywhere with Senna’s face and fans with his t-shirts, many of whom even waved the Brazilian flag and not all of these where his countrymen and women.

However, what put the icing on the cake on Wednesday morning was the arrival of the truck that became the point of sale of the souvenirs and merchandising dedicated to the driver from Sao Paolo.

What struck me most was that the t-shirts, the images, the helmets and the other objects that the fans bought in large quantities were the same I saw on sale at the circuits over the years of his career.

And it was in that moment that I understood how cruel Fate can be, not only towards Senna and Ratzenberger, but also towards the other drivers who raced on the world’s most important circuits.

Young face

Senna’s face that we saw over those days was always that of the young driver who died at 34 and we can say the same thing about another great driver who died on the track at a young age, Scotland’s Jim Clark.

When we talk about Senna and Clark today we talk not only about their victories and tragic ends but we also speculate what they would still have done had it not been for Fate. Of how many other world championships and grands prix won and, in the case of Senna, keeping the promise made to Minardi to race for him for at least a season to give him and the team the leap in quality they so richly deserved.

And at the same time I realized that Fate was cruel towards the other drivers as well because at the end of their careers they went on to do something else. Some never returned to the track, some went on to other categories, some stayed on as administrators, some took the role of developing cars and some became managers for young drivers.

Then the years makes them feel the effects of their efforts in the cockpit, of the inevitable accidents during the career, without forgetting the inexorable natural physical decline that for each of us often means that those who do not see us for some time often no longer recognize us.

And this too I noticed in Melbourne, the young people did not know the history of the three great drivers and the older people present that day no longer recognized the idols of their youth.

Specific cases

However, I want to break the premise I made at the beginning of the article of not naming other past F1 drivers of the F1-GPDC because too many do not know that women also raced in F1. The first was Italy’s Maria Teresa de Filippis who was also President of the F1-GPDC and another Italian woman, Lella Lombardi, who was the only woman to score points in the championship. The other women who raced were Scotland’s Susie Wolff and another Italian, Giovanna Amati.

So, as much as it is right and dutiful to remember the great champions who have gone, we must also remember those who finished their competitive careers to take other roads, in every sense, and who the public now struggles to remember and recognize. They continued to contribute to the sport that they loved so much and still love and it is proper that they too are remembered.

For this reason we must wonder if it is truly crueller to die young and be remembered as the eternal young man who will never change again, just like Senna and Clark before him, or to finish the career to be forgotten by the public and to simply become a note in the winner’s lists of the world’s circuits and isolated paragraphs in the history books of Motorsport.

Over the years we have heard many times that Motorsport is dangerous but we must always bear in mind that, just like Fate, it is also very cruel, both in the races and after the career

Perché nessun Ministro, Onorevole, Senatore o Deputato, dovrebbe dimettersi

Negli ultimi anni la giustizia spesso ha indagato centinaia di persone senza arrivare ad una vera condanna per le accuse per cui gli avvisi di garanzia erano partiti.

Di Giuseppe Cossari e Paolo Buralli Manfredi

Negli ultimi anni la giustizia spesso ha indagato centinaia di persone senza arrivare ad una vera condanna per le accuse per cui gli avvisi di garanzia erano partiti. Abbiamo assistito a distruzioni mediatiche, a vite totalmente rovinate pubblicamente in nome di un avviso di garanzia, inventato per poter rovinare la reputazione a chiunque in un momento specifico, in un tempo prestabilito.Ma …Cos’è un avviso di garanzia?

Informazione di garanzia:

L’informazione di garanzia (detta anche avviso di garanzia in gergo giornalistico) è un istituto previsto dal codice di procedura penale italiano che prevede come destinatari la persona sottoposta alle indagini preliminari (indagato) e la persona offesa dal reato. L’informazione di garanzia contiene indicazione delle norme di legge che si assumono violate, della data e del luogo del fatto e con invito a esercitare la facoltà di nominare un difensore di fiducia. Presupposto è il compimento da parte del PM di un atto garantito cioè un atto a cui il difensore dell’indagato ha diritto o l’obbligo di assistere.( fonte Wikipedia)

Nella sostanza l’avviso di garanzia dovrebbe tutelare l’indagato e dare modo allo stesso di potersi difendere al meglio, una forma che fu introdotta come garanzia per l’indagato ma, in realtà, diventata la forma di distruzione mediatica di chiunque! Ora, è chiaro che se non esiste nessuna forma di assunzione di colpa da parte del giudicante, ogni Giudice può indagare una persona anche con un minimo di presunzione di reato senza un’alta percentuale di certezza del reato stesso!

E qui che nasce l’affermazione iniziale: sino a che non ci sarà una riforma vera ed efficiente della Giustiza, nessun Ministro, Onorevole, Senatore o Deputato,  dovrebbe dimettersi dal ruolo che ricopre sino al termine di   tutti i gradi di giudizio.

Chiudo facendo riflettere tutti gli attori sulla rovina di una reputazione di un essere umano a partire dai Giudici, Giornalisti, Politici eccetera, con una storiella trovata sui social:

Un giorno un vecchio accusó il suo vicino di nefandezze, tutti giudicarono malamente il ragazzo, sino a quando lo stesso si scocció delle malelingue e portó il vecchio in tribunale. Il Giudice preso atto dei fatti condannò il vecchio per diffamazione e disse al vecchio che avrebbe letto la sentenza il giorno dopo ma, prima di sgomberare l’aula, chiese al vecchio di scrivere tutte le ingiurie fatte al giovane su un foglio poi, disse al vecchio di strapparlo a pezzettini e  spargerlo nell’aria mentre tornava a casa  e di  ritornare il giorno dopo per la lettura della sentenza. Il giorno dopo il vecchio si recò in tribunale per ascoltare la sentenza ma, il Giudice,  prima di leggerla chiese al vecchio di rifare la strada, trovare tutti i pezzi del foglio con le ingiurie, incollarlo,  e riportarlo indietro.

Il vecchio rispose al Giudice che era impossibile fare quanto richiesto, allora il Giudice rispose: “vedi è facile rovinare la reputazione di una persona ma, una volta accertata l’integrità della stessa è impossibile restituire la dignità e la reputazione tolta, quindi, è bene che tu sia sicuro  quando parli di qualcuno malamente perchè le tue parole resteranno sempre sparse nel vento e non potranno mai ritornare da dove sono venute!!!”

Giuseppe Cossari e Paolo Buralli Manfredi (DNA)sono italo australiani impegnati in politica nella città di Melbourne e svolgono un lavoro di supporto per la comunità italiana in quel Paese

Il Progetto che dobbiamo fare – The Project we must carry out

di emigrazione e di matrimoni

di emigrazione e di matrimoni

Il Progetto che dobbiamo fare

Non basta dire che siamo fieri di quel che i nostri parenti e amici all’estero hanno fatto e continuano a fare. Abbiamo l’obbligo di far conoscere il più possibile quel che hanno fatto, quel che hanno subito e quel che continuano a fare.

Di Gianni Pezzano

Prima ancora di cominciare a scrivere i miei articoli quasi cinque anni fa ho capito che, come italiani e discendenti di italiani, sappiamo poco o niente delle esperienze dei nostri parenti e amici in altri paesi. Conosciamo le nostre esperienze personali, sappiamo che altri hanno avuto esperienze simili, ma non sappiamo le differenze non solo tra città e città, ma persino da paese e paese e da continente a continente.

C’erano tanti motivi per la decisione di scrivere questi articoli ma in fondo il motivo era, ed è ancora, l’intenzione che questi articoli sarebbero la rampa di lancio di un progetto che, come comunità italiana internazionale, avremmo dovuto iniziare molti anni fa.

Purtroppo due volte, quando eravamo sull’orlo di fare i primi passi solidi verso un progetto serio, le solite beghe politiche hanno vanificato la buona volontà di chi voleva realizzare un progetto tanto ambizioso quanto necessario.

Ora che condivido gli articoli sulle pagine del social di comunità italiane di molti paesi, oltre cinquanta nell’ultima condivisione, ho visto conferme di quel che sospettavo da anni, che le realtà delle nostre comunità italiane in tutti i continenti sono davvero infinite. Vediamo le differenze di lingua, di tradizioni e di atteggiamento, tutto sotto la bandiera d’essere “italiani”, ma quel che vediamo è complesso e per capirlo fino in fondo dobbiamo, finalmente, documentarle tutte in modo sistematico e internazionale.

Storia

Sappiamo tutti che la Storia dell’Emigrazione Italiana ha coinvolto milioni dei nostri connazionali che hanno deciso di lasciare il loro paese per fare una vita nuova all’estero, chi in Europa e chi in altri continenti.

Ma per capire la vera grandezza di questa realtà oggigiorno dobbiamo tenere in mente le cifre fornite qualche anno fa al primo Stati Generali della lingua italiana a Firenze dove l’allora Sottosegretario degli Affari Esteri Mario Giro ha fornita due cifre importanti secondo il suo Ministero. La prima, che i cittadini italiani all’estero sono circa cinque milioni, la seconda che i discendenti degli emigrati italiani in tutto il mondo sono circa ottantacinque milioni. Cioè, in totale circa una volta e mezzo la popolazione d’Italia oggi.

Per quanto sia grande, e per via di cambi inevitabili di cognomi a causa di matrimoni con non-italiani nel corso di due secoli di emigrazioni importanti, la cifra dei discendenti di emigrati è in ogni probabilità conservatrice e non sapremo mai il vero numero.

Però, nel fare il gioco dei numeri, per quanto siano grandi, dimentichiamo che parliamo di oltre novanta milioni di individui, ciascuno con le proprie esperienze e la propria storia. Questa cifra nasconde i migliaia e migliaia di circoli in tutto il mondo che rappresentano vere e proprie “colonie” di molti paesini e città di tutte le regioni d’Italia, perché sappiamo che non era insolito che gruppi interi dallo stesso paese partissero per l’estero.

Infatti, parliamo di circa due secoli d‘Emigrazione Italiana che iniziò prima ancora della nascita del paese che ora chiamiamo Italia.

Basti pensare che sulla nave di Capitano Cook quando scoprì la baia che sarebbe diventata la città di Sydney in Australia c’era James Matra, figlio di emigrati italiani nato a New York, allora una delle colonie britanniche che sarebbero poi diventate la base principale dei moderni Stati Uniti d’America. Oggi uno dei quartieri di quella metropoli australiana si chiama Matraville in suo onore.

Per oltre due secoli i nostri parenti e amici sono partiti per altri paesi e continenti. All’inizio verso le colonie dei grandi imperi europei, il britannico, il francese, il portoghese e lo spagnolo. Poi, con il cambio delle colonie in paesi indipendenti sono arrivati in paesi che erano democrazie, come c’erano monarchie e dittature.

Mi domando e dobbiamo tutti chiederci seriamente, cosa sappiamo davvero di quel che i nostri parenti e amici hanno subito davvero nei loro paesi di residenza? Temo la risposta sia, troppo poco.

Molti in Italia avrebbero avuto una sorpresa nell’apprendere la notizia recente delle scuse ufficiali della città di New Orleans del linciaggio di 11 connazionali in quella città nel 1891. Ma non erano gli unici a subire quella morte atroce. Almeno una cinquantina di italiani ne furono vittime in quel paese. Ci sono state stragi di italiani anche in altri paesi come la Francia, il Belgio e in molti paesi delle Americhe.

In molti casi, per via della documentazione rudimentale dell’epoca e per le circostanze locali, i parenti rimasti in Italia non hanno mai saputo di queste tragedie perché i loro figli, fratelli e sorelle partiti per la nuova “vita” all’estero sono semplicemente “spariti”.

Ovviamente questi son i casi più estremi ma, tristemente, pochi dei nostri connazionali e i loro figli possono dire di non aver sofferto qualche forma di discriminazione a causa delle loro origini. Naturalmente un motivo è l’eterno luogo comune dove “italiano” vuol dire “mafia”, ma non è l’unico. Il semplice fatto di parlare l’italiano per strada in un altro paese ha portato, come minimo, a derisione di moltissimi nostri connazionali. Nel caso dei nostri connazionali in Brasile, in uno dei suoi periodi di dittatura militare, la legge impediva loro di dare nomi italiani ai figli bensì le versioni in lingua portoghese.

Tradizioni e usanze

Poi, nel corso dei decenni e poi secoli, gli italiani all’estero sono cambiati. Hanno modificato quelle originariamente italiane, hanno creato tradizioni e usanze nuove e il loro linguaggio, la loro versione della lingua italiana, è cambiata secondo la lingua locale e l’istruzione degli italiani in quei luoghi.

Ora che le comunicazioni internazionali sono facili, veloci e costano poco, abbiamo dimenticato che fino a pochi anni fa tenere contatto con i parenti in Italia, e anche con le notizie di ogni tipo, era difficile e allora gli abitanti delle nostre comunità all’estero, soprattutto in altri continenti, non sapevano e spesso non potevano capire i grandissimi cambiamenti nel loro paese d’origine che una volta doveva esportare i suoi cittadini e ora non solo è tra le più grandi potenze economiche del mondo ma deve persino importare gente per svolgere certi lavori che molti italiani non vogliono più fare.

Progetto

Per poter capire le esperienze dei nostri parenti e amici all’estero, per capire come si sono sviluppate le nostre comunità in tutti i continenti e per capire come meglio insegnare ai discendenti dei nostri emigrati le loro origini e la grandezza del loro patrimonio linguistico e culturale, dobbiamo cominciare a capire la Storia dei nostri emigrati.

Abbiamo fatto il primo piccolo passo in questo giornale nel chiedere ai nostri lettori di inviare le loro storie. Però questo non è altro che una goccia in un oceano enorme.

Come comunità internazionale, a partire dall’Italia stessa, dobbiamo finalmente sviluppare un progetto che coinvolga tutte le comunità in tutto il mondo. Abbiamo l’obbligo di incoraggiare individui e gruppi a documentare le storie. Dobbiamo incoraggiare la gente a preservare i documenti dei   genitori, i nonni e i bisnonni. Dobbiamo incoraggiare studenti a sviluppare i loro studi verso la Storia della nostra Emigrazione.

Questo è un Progetto che dobbiamo fare per un motivo molto semplice. La Storia dell’Emigrazione Italiana è davvero la Storia di una parte fondamentale della Storia d’Italia.

Non basta dire che siamo fieri di quel che i nostri parenti e amici all’estero hanno fatto e continuano a fare. Abbiamo l’obbligo di far conoscere il più possibile quel che hanno fatto, quel che hanno subito e quel che continuano a fare.

Gli emigrati italiani hanno davvero contribuito a creare l’Italia d’oggigiorno ed è ora che questo contributo sia conosciuto e riconosciuto, particolarmente in Italia.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

The Project we must carry out

It is not enough to say we are proud of what our relatives and friends overseas did and continue to do. We have a duty to know as much as possible about what they did, what they suffered and what they continue to do.

By Gianni Pezzano

Even before starting to write my articles nearly five years ago I understood that, as Italians and descendants of Italians, we know little or nothing of the experiences of our relatives and friends in other countries. We know our own personal experiences, we know that others have had similar experiences, but we do not know the differences not only from city to city, but even from country to country and from continent to continent.

There were many reasons for the decision to write these articles but deep down the reason was and still is the intention that these articles would be the launch pad for a project that, as an international Italian community, should have begun many years ago.

Sadly, twice we were on the verge of taking the first steps towards a serious project but the usual political arguments thwarted the good will of those who wanted to create a project that is as serious as it is ambitious.

Now that I share these articles on the social media pages of Italian communities in many countries, more than fifty in the last share, I have seen confirmation of what I suspected for years, that the realities of our Italian communities in all the continents are truly infinite. We see the differences of language, traditions and attitude, all under the flag of being “Italians”, but what we see is complicated and in order to understand it fully we must, at last, document them all systematically and internationally.

History

We all know that the History of Italian Migration involved millions of our countrymen who decided to leave their country to start a new life, some in Europe and others in other continents.

But to understand the true size of this reality today we must bear in mind the numbers supplied a few years ago at the first Estates General of the Italian Language in Florence where Mario Giro, the then Deputy Minister for Foreign Affairs, supplied two important figures. The first, that there were about five million Italian citizens around the world and the second that the descendants of Italian migrants around the world numbered about eighty five million. In other words, a total of one and half times Italy’s population today.

Large as it is, and due to the inevitable changes of surnames caused by marriages with non-Italians over two centuries of migration, the figure of the descendants of migrants is probably conservative and we will never know the real number.

However, when we play with numbers, no matter how large they are, we forget that we are talking more than ninety million individuals with their own experiences and their own stories. This figure hides the thousands upon thousands of Italian clubs around the world which represent true “colonies” of many towns and cities from all of Italy’s regions because we know that it was not unusual for whole groups from the same town to leave for overseas.

In fact, we are talking of about two centuries of Italian Migration that began even before the birth of the country we now call Italy.

We only have to think that on the ship Captain Cook sailed when he discovered the bay that would become the city of Sydney in Australia there was James Matra, the son of Italian migrants born in New York that was then one of the British colonies that would form the foundation of the modern United States of America. Today one of the suburbs of the Australian metropolis is called Matraville in his honour.

For more than two centuries our relatives and friends have been leaving for other countries and continents. In the beginning they went to the colonies of the great European Empires, the British, French, Portuguese and Spanish. And then, with the change from colonies to independent countries they went to countries that were democracies, just as there were monarchies and dictatorships.

I ask myself, and we all must seriously ask ourselves; what do we truly know of what our relatives and friends suffered in their countries of residence? I fear the answer is, too little.

Many in Italy would have been surprised when they learnt the recent news of the official apology by the City of New Orleans for the lynching of 11 eleven Italians in that city in 1891. But they were not the only ones to suffer that horrible death. At least fifty Italians were victims were victims of those impromptu gallows in that country. There were massacres of Italians also in other countries such as France, Belgium and in many countries in the Americas.

In many cases, due to the rudimentary documentation of the time and the local circumstances, the relatives in Italy never knew of these tragedies because their sons and daughters, their brothers and sisters who left for the new “life” overseas simply “disappeared”.

Obviously these are the extreme cases but sadly few of our countrymen and women and their children can say they never suffered some form of discrimination due to their origins. Naturally one reason is the eternal cliché that “Italian” means “Mafia” but it is not the only one. The simple fact of speaking Italian in the street of another country draws at least scorn to many of our fellow Italians. In the case of our countrymen and women in Brazil, during one of its periods of military dictatorship the law prevented them from giving Italian names to their children but rather the Portuguese versions.

Traditions and customs

Subsequently, over the decades and then centuries the Italians overseas changed. They changed what was originally Italian, they created new traditions and customs and their language, their version of Italian, changed according to the local language and the education of the Italians in those places.

Now that international communications are easy, fast and cost little we have forgotten that until a few years ago keeping in touch with relatives in Italy, and also with news of every type, was difficult and so the inhabitants of our communities overseas, especially in other continents, did not know and often did not understand the great changes in their country of origin that once exported its citizens and now is not only one of the world’s great economic powers but it even imports people to carry out certain jobs that many Italians no longer want to do.

Project

In order to understand the experiences of our relatives and friends overseas, in order to understand how our communities in all the continents developed and in order to understand how to best teach the descendants of our migrants their origins and the greatness of our linguistic and cultural heritage, we must begin to understand the History of our migrants.

We have taken the first small step on this site when we ask our readers to send in their stories. However, this is but a drop in an enormous ocean.

As an international community, starting with Italy herself, we must finally develop a project that involves all the communities around the world. We have a duty to encourage individuals and groups to document the stories. We must encourage people to keep their parents’, grandparents’ and great grandparents’ documents. We must encourage students to develop their studies towards the History of our Migration.

We must do this Project for one very simple reason. The History of Italian Migration is truly the History of an essential part of Italy’s History.

It is not enough to say we are proud of what our relatives and friends overseas did and continue to do. We have a duty to know as much as possible about what they did, what they suffered and what they continue to do.

Italian migrants truly contributed to making today’s Italy and it is time that this contribution is known and recognized, especially in Italy.

I Pilastri della Famiglia – The Pillars of the Family

di emigrazione e di matrimoni

di emigrazione e di matrimoni

I Pilastri della Famiglia

In molti modi i veri pilastri delle famiglie italiane erano e sono le madri.

Di Gianni Pezzano

Quando abbiamo parlato della famiglia degli emigrati italiani nell’ultimo articolo (https://thedailycases.com/le-famiglie-infrante-the-splintered-families/) abbiamo lasciato a parte un dettaglio particolare delle nostre famiglie che è spesso dimenticato quando si parla della Storia dell’Emigrazione Italiana.

Il maschio che partì per trovare un lavoro all’estero è quasi sempre il punto di riferimento delle ricerche, però, non erano i maschi che tenevano insieme le famiglie nelle terre nuove e che tramandavano ai figli e poi i nipotini le tradizioni e anche la lingua che permette loro di identificarsi come italiani.

In molti modi i veri pilastri delle famiglie italiane erano e sono le madri, non solo nelle cucine e negli orti per preparare i pranzi, le cene e i prodotti di famiglia che tutti conosciamo, ma erano anche quelle che seguivano di più gli studi dei figli, che insegnavano ai figli la basi della religione e che erano la prima persona che i figli cercavano dopo gli inevitabili scontri a scuola non solo con i coetanei, ma spesso anche con insegnanti a causa delle loro origini.

Rito e Spezie

Uno dei ricordi più forti della mia gioventù erano gli aromi del rito annuale del maiale. Non nel senso dell’odore della carne e le budella che mio fratello odiava, ma nel senso della fase finale di tutta la procedura, la preparazione delle salsicce.

Lei preparava attentamente le spezie che venivano seccate, secondo le tradizioni del suo paese nel Sud Pontino. Il pepe, peperoncino, i semi di coriandolo e finocchio venivano macinati e aggiunti insieme al sale. Poi, la sera metteva un campione della miscela di carne macinata e spezie in padella per friggere per assicurare il gusto giusto e di solito ci volevano tre o quattro piccole padellate per ottenere la   miscela giusta. Quegli aromi riempivano la casa e il gusto particolare delle salsicce era l’accompagnamento perfetto per i broccoli, per preparare sughi e poi con pane fresco quando seccati e messe sotto sugna per conservarle per le occasioni e le visite speciali.

Abbiamo avuto la fortuna sempre di aver avuto case con terreno sufficiente per far orti che producevano verdure fresche e adatte anche da mettere sott’olio e/o aceto, come i carciofi, le melanzane e i peperoni, che inevitabilmente riempivano i nostri panini per il pranzo a scuola.

Purtroppo, quella stagione non c’è più in casa nostra, però i ricordi rimangono forti e mi accompagneranno fino al giorno che raggiungerò di nuovo i miei genitori.

Quello era solo un modo con il quale noi figli di emigrati italiani abbiamo imparato che siamo diversi dai nostri coetanei in Australia. Però, non dobbiamo cadere nel tranello eterno di farci identificare solo dal nostro cibo come fanno molti.

Dante Alighieri

Nel mio caso voleva dire andare il sabato mattina (in Australia non ci sono lezioni di sabato) in una classe per lezioni della lingua italiana organizzate dalla Società Dante Alighieri. Nei giri in centro con mamma era lei che comprava i fumetti di Topolino che erano le mie prime letture vere in italiano.

Come nelle altre famiglie italiane dell’ondata post seconda guerra mondiale, era mia madre e le moglie dei nostri amici e pochi paesani che organizzavano le feste dopo le prime comunioni e cresime. Erano loro spesso che preparavano i vestiti speciali per le figlie e portavo noi maschi ai negozi per i vestiti giusti per le occasioni.

Sabato sera, e non raramente la domenica, c’erano le cene e i pranzi con compari e paesani e i loro figli. La tavole piene dei prodotti di casa e i profumi dei dolci fatti in casa. Alla fine dei pasti i maschi andavano in salotto per parlare di lavoro, calcio o altri soggetti, magari anche per partite di scopa, briscola o tresette. Le mogli rimanevano in cucina dopo aver lavato i piatti tutte insieme per parlare degli ultimi sviluppi in casa, notizie dall’Italia, oppure in molti casi, modi per poter avvicinare il figlio di una con la figlia di un’altra nella speranza di unire le famiglie.

Scuola

I padri erano sempre impegnati a lavoro. Nel caso di mio padre e zio che lavoravano insieme per anni ha voluto dire che andavano via per fare lavori in compagna per una settimana o due alla volta, perché pagava di più e allora mia madre e zia (zio e zia vivevano con noi allora) tenevano a bada casa e figli. Perciò erano le madri che tenevano le famigli unite.

Quando c’erano problemi a scuola erano le madri che sapevano tutto e andavano agli insegnanti per sapere dei problemi, oppure per capire i motivi di qualche brutto voto. Erano le madri che ci portavano dai medici per le visite e controlli quando eravamo malati, ed erano quasi sempre le madri che capivano se i figli avessero problemi che nascondevano ai genitori.

Ma in un caso particolare, erano i padri che decidevano per la famiglia e le madri, almeno pubblicamente, dovevano far finta d’essere d’accordo col marito, ma certamente nella stanza da letto dicevano le loro opinioni sull’accaduto.

Le figlie

Inevitabilmente, per tutte le famiglie, i figli arrivano al punto di cercano la libertà personale. Per i figli delle ondate post belliche, le famiglie erano nella stragrande maggioranza di origine rurale, spesso provenienti da piccoli villaggi e paesi e quindi con un atteggiamento particolare verso le figlie. Dobbiamo specificare che in questo caso non c’erano differenze regionali tra le regioni meridionali e quelle del Veneto e il Friuli.

Di solito i figli avevano una libertà che non era permesso alle loro sorelle. I maschi uscivano in gruppi per fare quel che potevano, le figlie dovevano rimanere in casa e quelle poche volte che potevano uscire erano ben controllate, e non era insolito vedere madri accompagnare le coppiette nei loro appuntamenti.

A decidere questo non era quasi mai la madre, ma il padre. Solo anni dopo abbiamo capito che l’atteggiamento del padre dipendeva dal proprio passato, ma da giovani non potevamo capire che anche i nostri genitori e zii una volta erano stati giovani in cerca degli stessi divertimenti. Ed erano le madri che tenevano la pace in casa.

Ma con il tempo questo è cambiato, qualche circolo italiano cominciava a organizzare serate per i giovani e questi erano considerati luoghi “sicuri” dove lasciare le figlie per qualche ora. Poi, le ragazze hanno capito che se uscivano in gruppo di cugine i genitori, anzi i padri, pensavano che sarebbero state meno propense a seguire i loro istinti naturali.

Cosi son iniziati i primi veri passi dei figli nel loro nuovo paese di nascita ed è stata la fine di quel periodo dove le famiglie vivevano davvero in due mondi. In casa con la lingua e le tradizioni dei genitori, e a scuola e poi lavoro dove si interagivano sempre di più con non italiani e magari eventualmente sposavano non il figlio del compare o il paesano, ma qualcuno con un cognome strano alle orecchie italiane.

A sorvegliare questi cambi di tradizioni e usanze all’interno delle famiglie erano quasi sempre le madri che più dei padri capivano da vicino che i loro figli dovevano fare parte del loro paese di nascita, a tutti gli effetti. Poi le madri sono diventate le nonne che hanno passato ai nipotini alcuni degli aspetti del loro passato, e quindi sono state le nonne ad assicurare che i loro discendenti avrebbero matenuto parte della loro identità italiana nel nuovo paese di residenza.

Queste poche parole dimostrano che in tutti i sensi i pilastri del cambiamento da famiglia italiana a famiglia italo-australiana, italo-brasiliana, italo-americana, ecc sono le donne. Per questo motivo dobbiamo tenere vivi questi ricordi degli sforzi dei milioni di madri e donne italiane in giro per il mondo e quindi ripetiamo il nostro appello ai lettori di inviare le loro storie per assicurare che i loro ricordo duri il più possibile.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

The Pillars of the Family

In many ways the true pillars of Italian families were, and still are, the mothers

By Gianni Pezzano

When we spoke of the family of Italian migrants in the last article (https://thedailycases.com/le-famiglie-infrante-the-splintered-families/) we left aside a specific detail of our families that is often forgotten when we talk about the history of Italian migration.

The men who left to find work overseas are almost always the point of reference of the research, however, the men were not the ones who kept the families together in the new lands and who passed on to the children and grandchildren the traditions and also the language that allowed them to identify themselves as Italians.

In many ways the true pillars of Italian families were, and still are, the mothers. Not only in the kitchens and in the gardens to prepare the lunches and dinners and the family’s products that we all know but they were also the ones who most closely followed the children’s studies, who taught the children the basics of religion and who were the first person the children looked for after the inevitable clashes at school not only with the other students but often also with the teachers due to their origins.

Rite and spices

One of the strongest memories of my childhood was the aromas of the annual ritual of the pig. Not in the sense of the smells of the meat and the innards that my brother hated but in the sense of the final phase of all the procedure, the preparation of the sausages.

She carefully prepared the spices that were dried according to the traditions of her town in the south of the Lazio region. The pepper, chilli and the coriander and fennel seeds were ground and added together with the salt. Then in the evening a sample of the mix of minced meat and spices was thrown into a pan to be fried to ensure the right flavour and it usually needed two or three small pans full to achieve the right mix. These aromas filled the house and the special flavour of the sausages were the perfect accompaniment for broccoli, to prepare sauces and then with fresh bread when dried and put into dripping to preserve them for special occasions and visits.

We were lucky that we always had houses with enough room for a garden that produced fresh vegetables that were suitable for preserving in oil and/or vinegar, such as the artichokes, eggplants, and capsicums (peppers) that inevitably filled our sandwiches for school lunches.

Sadly that season has ended in our home, however, the memories are still strong and will accompany me until the day I will be together with my parents once more.

That was only one way that we children of Italian migrants learnt that we are different from our peers in Australia. But we must not fall into the trap of identifying ourselves only by our food as many do.

Dante Alighieri

In my house this meant going to lessons of Italian organized by the Dante Alighieri Society on Saturday mornings. In our trips into the city centre with Mamma she was the one who bought the Topolino (Italian name for Mickey Mouse) comics that were my first real readings in Italian.

Just like the other Italian families of the post Second World War migration, my mother and the wives of our friends and the few paesani, people from the same towns, were the ones who organized the celebrations for the First Communions and Confirmations. Often they made the special dresses for the daughters and took the sons to the shops to buy the right outfits for the occasions.

Saturday evenings and often on Sundays there were the dinners and lunches with the compari (the sponsors on the occasions) and the paesani with their children. At the end of the meals the men went into the lounge to talk about work, football or other subjects and maybe to play card games. The wives stayed in the kitchen after having washed the dishes together to talk about the latest developments, news from Italy or, in many cases, ways to bring the son of one closer to the daughter of another in the hope of uniting the families.

School

The fathers were always busy at work. In the case of my father and uncle who worked together for years this meant they went to work in the countryside for a week or two at a time because it paid more and so my mother and aunt (my uncle and aunt lived with us then) looked after the house and children. And so the women kept the family together.

When there were problems at school the mothers were the ones who knew everything and went to the teachers about problems, or to understand the reasons for a bad grade. The mothers were the ones who took us to the doctor for the checkups when we were sick and almost always the mothers knew if the children had problems that they hid from their parents.

But in one specific case, the fathers decided for the family and the mothers, at least in public, had to pretend they agreed with the husbands, but in the bedroom they surely stated their opinions on what happened.

The daughters

Inevitably and in all families, the children reach the point they look for more personal freedom. For the children of the post war waves of migration the majority of families came from rural backgrounds, often from small villages and towns and therefore there was a particular attitude towards the daughters. We must explain that in this case there were no regional differences between the southern regions of Italy and the Veneto and the Friuli.

Usually the sons had a degree of freedom that was not allowed for the daughters. Although the sons went out in groups to do what they could, the daughters had to stay at home and the few times they could go out they were well controlled and it was not unusual to see mothers accompanying young couples on their dates.

It was almost never the mothers who decided this, but the fathers. Only years later we understood that the attitude of the father depended on their own past but when we were young we could not understand that our parents and uncles and aunts had also been young once and looked for the same entertainment. And the mothers were the ones who kept the peace at home.

But over the years this changed, some Italian clubs began organizing evenings for the young people and these were considered “safe” places where they could leave the daughters for a few hours. And then the girls understood that if they went out as a group of female cousins the parents, or rather the fathers, thought they would be less likely to follow their natural instincts.

In this way the children began their first true steps in their country of birth and it was the end of the period in which the families lived in two worlds. At home with the language and traditions of the parents and at school and then at work where they interacted more and more with non Italians and maybe eventually married not the son of the compare or paesano, but with someone with a surname that sounded strange to Italian ears.

Watching over these changes of traditions and habits within the families were almost always the mothers who understood much more than the fathers that their children had to be part of their country of birth, in every way. And then the mothers became the grandmothers who passed on to their grandchildren some of the aspects of their past and therefore were the ones who ensured that their descendants will keep part of their Italian identity in their country of residence.

These few stories show that in every way the pillars of the change of Italian families into Italo-Australian, Italo-Brazilian, Italian-American, etc, families are the women. For this reason we must keep alive these memories of the efforts of millions of Italian mothers and grandmothers around the world and therefore we repeat our appeal to readers to send in their stories to ensure that they live for as long as possible.

Send your stories to: [email protected]

Le famiglie infrante – The splintered families

di emigrazione e di matrimoni

Le famiglie infrante

Per molti figli di emigrati italiani in altri continenti i nonni erano quelle persone lontane che regolarmente inviavano pacchi regali per le grandi feste, e che sentivamo alla cornetta del telefono per fare gli auguri fugaci e ringraziare loro per i regali.

Di Gianni Pezzano

Quando si parla degli italiani all’estero si nota una parola che si ripete ogni giorno, e anche sulla grande maggioranza dei post sulle pagine dei social dedicate alle moltissime comunità italiane all’estero.

Quella parola è Famiglia.

Il paradosso è che, benché la famiglia sia al centro della vita di ciascuno di noi, la decisione di emigrare ha un effetto immediato e quasi sempre irreversibile, di frantumare le famiglie nel corso del tempo. L’effetto di questo è di separare genitori dai figli e fratelli e sorelle tra di loro, tristemente spesso per sempre. Alla fine, spesso in una sola generazione, la famiglia diventa molte famiglie in più paesi che perdono contatto tra di loro.

Inoltre, chi paga il prezzo più alto non sono solo gli emigrati stessi ma anche i loro figli e discendenti, che crescono senza nonni e zii e così hanno poca idea del loro passato e delle loro origini.

Nel trattare il tema dei cambiamenti dei rapporti tra le famiglie dobbiamo guardare soprattutto l’emigrazione oltreoceano dove le distanze, in modo particolare nei primi decenni, voleva dire che i rapporti tra parenti erano molti più difficili da mantenere. Questo vale per le Americhe e l’Australia che erano e sono tutt’ora le mete più comuni dell’emigrazione italiana.

Partire

La decisione di partire è sempre difficile e nessuno sa quale sarà l’effetto di lasciare i cari per un altro continente. Nel caso dei miei genitori l’effetto immediato nel lasciare i loro paesi in Italia per andare in Australia, è stato che dal giorno della loro partenza i miei nonni non hanno più visto i loro figli tutti insieme.

Mio padre fu il primo a partire per l’Australia per raggiungere il cognato Filippo partito un paio d’anni prima, e poi fu raggiunto da suo fratello Rocco qualche anno dopo. Zio Filippo tornò in Italia dopo pochi anni per tornare insieme alla moglie e i figli. Dopo la sua partenza mio padre non ha più rivisto i genitori e non è mai stato presente ai loro funerali e quelli dei fratelli e sorelle.

Nel caso di mia madre, lei partì con il fratello Gerardo per raggiungere il fratello Giuseppe che si trovava già in Australia. Lasciarono al paese non solo i genitori, ma anche due sorelle, Virginia che andrà anche lei in Australia tre anni dopo e la più giovane, Maria. I miei genitori si conobbero proprio in casa di zio Giuseppe dove abitava anche lui.

Quando i nonni materni sono venuti in Australia nel 1966 zia Maria è rimasta in Italia per gli studi. Ricordo benissimo il giorno del loro ritorno in Italia e le lacrime di mia madre. Avevo 10 anni e solo anni dopo ho capito fino in fondo cosa sentiva mia madre.

Non abbiamo più visto nonno. Due anni dopo una brutta malattia l’ha portato via e la sua tomba è stata la prima tappa del nostro viaggio in Italia nel 1972. Abbiamo visto nonna altre volte, poi è arrivato il giorno che anche lei se n’è andata.

Nipotini

Per molti figli di emigrati italiani in altri continenti i nonni erano quelle persone lontane che regolarmente inviavano pacchi regali per le grandi feste, e che sentivamo alla cornetta del telefono per fare gli auguri fugaci e ringraziare loro per i regali.

Nel mio caso ho avuto l’opportunità di conoscere nonna in tre occasioni, una per quasi un anno durante un lungo soggiorno in Italia e lei mi ha dato tanta voglia di voler sapere più delle mie radici. Mi dispiace sempre di più di non aver potuto conoscere i miei nonni paterni e sento il vuoto della consapevolezza della mancanza di una Storia famigliare molto particolare.

Naturalmente la tecnologia ha reso i contatti tra parenti molto più facili, ma la grande distanza rende ancora i rapporti tra parenti in altri continenti più tenui di quelli in Italia con parenti in paesi europei.

Per le emigrate italiane la distanza quasi sempre vuol dire non avere la madre presente alla nascita dei figli/nipotini. Per i nipotini vuol dire non avere i nonni che trasmettono tradizioni e racconti del loro passato.

Per mia madre emigrare voleva dire lasciare la sorella tredicenne e vederla solo quasi vent’anni dopo quando era già madre di due figli, e non aver potuto essere al suo matrimonio, come lei non c’era stata ai matrimoni dei fratelli e sorelle in Australia. E non ho dubbi che molti altri si trovavano in situazioni simili.

Questi sono i prezzi dell’emigrazione che non si possono valutare in soldi, ma in emozioni e nella mancanza di una legame profondo con le origini e il passato famigliare.

Quando finalmente incontriamo le persone che abbiamo conosciuto tramite le telefonate i rapporti non sono profondi come quando cresciamo insieme. Fratelli e sorelle non condividono le esperienze, particolarmente quelle più crudeli, come la malattia che ha portato via mia cugina diciannovenne Marina, e sento ancora il grido di dolore di mia madre alla telefonata con le notizia terribile come anche il suo dolore per non aver potuto stare vicino alla sorella durante quei brevi mesi di disperazione.

Effetti

Alla fine gli effetti di queste grandi distanze tra l’Italia e gli altri continenti sono che, piano piano le famiglie si separano e perdono contatto, particolarmente quando muoiono gli emigrati. Si perde contatto con i parenti lontani e magari anche la documentazione dei nonni è persa e diventa sempre più difficile per future generazioni rintracciare l’albero genealogico e i propri patrimoni personali, come ora capita sempre più spesso all’estero e non solo negli Stati Uniti.

Naturalmente a rendere questa situazione ancora più ardua è l’incapacità dei discendenti di parlare la lingua dei nonni e i bisnonni. Poi, l’inevitabile cambio di pronuncia e gli effetti del tempo alla memoria creano versioni approssimative della Storia famigliare originale.

Nel caso dell’emigrazione dopo la seconda guerra mondiale con i passaporti e visti, rintracciare le famiglie è abbastanza facile, ma per le generazioni precedenti e specialmente quelli prima del 1924 e l’introduzione dei passaporti, i mezzi per poter identificare precisamente nomi e luoghi d’origine in Italia rendono molto più difficile fare le ricerche.

Ma alla fine l’effetto è lo stesso, una famiglia diventa poi un numero di rami in paesi diversi con nessun o poco contatto tra di loro, e quando finalmente si conoscono le realtà del raggiungimento sono spesso deludenti perché i punti in comune sono pochi se non inesistenti.

Anche per questo dobbiamo tenere vivi i contatti tra i rami e far conoscere le storie dei nostri emigrati all’estero e uno dei modi è di conoscere le realtà che hanno infranto le famiglie.

Perciò invitiamo i nostri lettori a inviarci le proprie esperienze e storie per fare capire in Italia e anche in tutti gli altri paesi che la Storia della nostra emigrazione è veramente molto più vasta e variegata di quel che i luoghi comuni fanno capire.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

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The splintered families

For many children of Italian migrants overseas the grandparents were the people far away who regularly sent packages of gifts for the holidays and feasts and who we heard on the phone to give them our fleeting greetings to thank them for their gifts.

By Gianni Pezzano

When we talk about Italians overseas we note a word repeated every day and also on the great majority of posts on the social media pages dedicated to the great many Italian communities overseas.

That word is Family

The paradox is that, even though the family is at the centre of life for each one of us, the decision to migrate has the immediate and nearly always irreversible effect of splintering the family over time. The effect is to separate parents from their children and brothers and sisters from each other, sadly often for always. In the end, often in a single generation, the family becomes many families in more than one country that lose contact with each other.

Furthermore, the ones who pay the highest price are not only the migrants themselves but also their children and descendants who grow up without grandparents, uncles and aunts and so have little idea of their past and origins.

When dealing with the theme of the changes in relationships between families we must look particularly at the migration to other continents where the distances, especially in the early decades, meant that the relations between relatives were much harder to maintain. This is true for the Americas and Australia that were and are still today the most common destinations for Italian migration.

Leaving

The decision to leave is never easy and nobody knows what will be the effect of leaving behind the loved ones for another continent. In the case of my parents the immediate effect of leaving their towns in Italy to go to Australia was that from the day they left my grandparents never again saw their children all together.

My father was the first to leave for Australia to join his brother in law Filippo who had left a couple of years before and then he was joined by his brother Rocco a couple of years later. Uncle Filippo returned to Italy after a few short years to go back to his wife and children. After his departure my father never saw his parents again and was never at their funerals or those of his brothers and sisters.

In the case of my mother, she left with her brother Gerardo to join their brother Giuseppe who was already to Australia. They left behind not only their parents but also two sisters, Virginia who also went to Australia three years later and Maria, the youngest member of the family. My parents met in Uncle Giuseppe’s house where he also lived.

When my maternal grandparents went to Australia in 1966 Aunt Maria stayed behind to study. I remember very well the day of their return to Italy and my mother’s tears. I was ten and only years later I understood fully what my mother felt.

We never saw nonno (grandfather) again. A terrible disease took him away two years later and his tomb was the first place we visited in our trip to Italy in 1972. We saw nonna (grandmother) other times and then came the day that she too left us.

Grandchildren

For many children of Italian migrants overseas the grandparents were the people far away who regularly sent packages of gifts for the holidays and feasts and who we heard on the phone to give them our fleeting greetings to thank them for their gifts.

In my case I had the chance to know nonna on three occasions, one for nearly a year during a long stay in Italy and she gave me a desire to know more about my roots. I am sad that I never got the chance to meet my paternal grandparents and I feel the gap in my knowledge of a very particular family situation.

Naturally technology has made contacts between relatives much easier but the great distances makes relations between relatives weaker than those in Italy with relatives in European countries.

For Italian women who migrate the distance almost always means not having the mother present at the birth of the children/grandchildren. For the grandchildren it means not having the grandparents to pass on traditions and stories of their past.

For my mother migrating meant leaving behind a thirteen year old sister and to see her only nearly twenty years later when she was already a mother with two children. My mother was not at her wedding, as she was not at the weddings of her brothers and sisters in Australia. And I have no doubts many others found themselves in similar situations.

These are the prices of migration that cannot be estimated in money, but in emotions and the loss of deep links with the family’s origins and past.

When we finally meet the people we knew from the telephone calls the relations are not as close as when we grow up together. Brothers and sisters do not share experiences, especially the cruellest, such as the sickness that took away my nineteen year old cousin Marina and I can still hear my mother’s cry of pain during the telephone call of the terrible news at not having been with to her sister during her few short months of desperation.

Effects

In the end the effects of these great distances between Italy and the other continents are that very slowly the families separate and lose touch, especially when the migrants pass away. They lose touch with the relatives far away and maybe also the grandparents’ documentation is lost and it becomes harder for future generations to trace their family trees and their personal heritage, as is happening increasingly often overseas and not only in the United States.

Naturally this situation is made even harder by the incapacity of the descendants to speak the language of their grandparents and great grandparents. Then the inevitable change of pronunciation and the effects of time on the memory create approximate versions of the original family history.

In the case of migration after the Second World War with passports and visas tracing the family is fairly easy but for the previous generations and especially those before 1924 and the introduction of passports, the means of identifying exactly names and places of origin in Italy make the research much harder.

But in the end the final effect is the same, a family becomes a number of branches in various countries with little or no contact between them and when they finally meet the reality of the getting back together are often disappointing because the points in common are few or nonexistent.

For these reasons too we must keep the contacts between the branches open and make known the stories of migrants overseas and one of the means is to know the realities that splintered families.

Therefore, we invite our readers to send us their own experiences and stories to let Italy and also all the other countries know that the History of our migration is truly must wider and varied than what the clichés often let us understand.

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Le fabbriche delle delusioni – The disappointment factories

di emigrazione e di matrimoni

Le fabbriche delle delusioni

Nessuno scrive un libro per motivi banali. Ogni autore ci mette una parte della propria identità e anima. Ogni libro rappresenta uno sforzo non indifferente per esprimere un messaggio che sia valido per lettori nuovi.

Di Gianni Pezzano

Molti hanno sognato di scrivere un libro, di mettere parole su una pagina per descrivere un mondo che non esiste, o per esprimere emozioni e messaggi importanti, o anche nella speranza di avere un successo mondiale e in quel modo avere il futuro assicurato.

Ma la realtà è ben diversa da quel che molti pensano e per questo motivo chi cerca editori per il proprio libro deve stare attento a non cadere in tranelli che sembrano passi verso il futuro sperato, e invece sono solo un modo per ingannare e deludere chi crede nel proprio lavoro.

Realtà

Il mondo dell’editoria è crudele, e non solo in Italia. Il potenziale mercato per un libro è letteralmente mondiale, e per questo motivo molti editori non cercano autori nuovi con prodotti innovativi, come fanno le altre industrie importanti, ma cercano nomi già conosciuti e quindi facili da vendere con una spesa minore.

Questo è il caso anche per una filiale dell’editoria che è ancora più selettiva per i suoi clienti, il mondo degli agenti letterari che, almeno in teoria, si interessano di far pubblicare i libri di chi è ai primi passi in questo mondo, e invece preferiscono ancora di più chi ha già avuto successo, magari in altri campi e dunque molto ‘vendibile’.

Queste circostanze rendono la vita ancora più difficile per l’autore nuovo e/o sconosciuto.

Tra i grandi editori sono pochi quelli che accettano i manoscritti direttamente dagli autori e alle loro condizioni per la presentazione di una proposta precisano che accettano i manoscritti solo da agenti letterari.

I motivi sono due e il primo è la propria comodità. Nello specificare solo agenti effettivamente pretendono che siano gli agenti ad assicurare che i manoscritti siano già stati finalizzati e un livello più alto di quel che molti autori sono in grado di fare da soli. In effetti questo vuol dire che l’editore deve spendere meno per preparare il libro per l’eventuale pubblicazione.

Il secondo motivo, purtroppo per l’aspirante autore, è che questo rapporto consolidato tra agente ed editore vuol dire che non conviene cercare autori nuovi che si devono pubblicizzare, oppure su temi o soggetti nuovi che comportano un rischio per l’editore.

Crudeltà

Quel che rende questo mondo ancora più crudele è che editori e agenti pretendono che gli autori facciano solo una presentazione alla volta che vuol dire che il tempo necessario per trovare agente/editori è lungo. A meno che l’autore non faccia di nascosto multiple presentazioni nella speranza che qualcuno accolga la domanda.

Peggio ancora, nella stragrande maggioranza dei casi editori e agenti non rispondono alle presentazioni. Dicono soltanto che “se non rispondiamo entro 3/4/5/6 mesi vuol dire che non siamo interessati e allora potrai provare con altri”. Allora l’autore si trova nel purgatorio di incertezza tra speranza e dubbio che finisce   poi in delusione.

Inoltre, nei casi di risposta il messaggio è succinto al massimo, senza parole di incoraggiamento oppure suggerimenti per migliorare il manoscritto e quindi presentabile per altri.

Poi, dulcis in fundo, a rendere la procedura ancora più crudele e deludente ci sono gli editori che offrono un servizio che “aiuta il nuovo autore a mettere il proprio libro sul mercato”.

Di tutte le crudeltà del mondo editoriale, questa è probabilmente la peggiore perché vuol dire che l’autore paga per la delusione di vedere il libro sparire in poco tempo,   con la complicazione che l’uscita vuol dire sicuramente che il libro non uscirà mai con un editore serio. Anche se il libro è più che valido.

Nome beffa

Questi editori si offrono di aiutare nuovi autori a uscire, previo pagamento di parte delle spese della prima edizione. In cambio il libro avrà una presentazione, magari un’intervista in un programma televisivo, aiuto a presentare il libro nel paese/città dell’autore e cosi via. Nel leggere il contratto inviato ai possibili autori, questo sembra promettente ma la pratica è ben lontana da quel che succede dopo la firma.

Questa parte del mondo editoriale ha un nome bruttissimo nel mondo anglosassone, si chiama vanity press, cioè la stampa della vanità. E chissà quanti libri validi sono spariti nella voragine di questi editori.

Quel che il contratto non dice è che la presentazione del libro non è individuale, ma insieme a tre, quattro, cinque o più autori, magari in una libreria piccola che pochi conoscono. Il programma televisivo dove appare l’intervista non è nazionale, ma un programma di un canale minore che quasi nessuno vede perché è tra quelli su cui si passa velocemente con il telecomando quando si è in cerca di qualcosa di nuovo da vedere.

È facile immaginare la delusione degli autori quando si rendono conto che il contratto era solo un modo per poter fare soldi da parte di   un editore che non è interessato a scoprire autori nuovi.

Infine, arriva la beffa una volta che il contratto scade,   quando l’autore cerca un editore serio per il libro e tra le condizioni legge che il libro deve essere “inedito”. Lasciamo stare che il libro è semplicemente sparito dalla circolazione e che quasi nessuno l’ha comprato perché bisogna cercarlo appositamente e come fai a sapere che esiste se non è pubblicizzato nei media e giornali importanti?

Delusioni

Nessuno scrive un libro per motivi banali. Ogni autore ci mette una parte della propria identità e anima. Ogni libro rappresenta uno sforzo non indifferente per esprimere un messaggio che sia valido per lettori nuovi.

Sarebbe interessante sapere quanti di questi libri escono ogni anno non solo in Italia ma anche negli altri paesi in giro per il mondo. Chissà quanti autori poi, dopo la delusione del primo libro, hanno deciso di non scrivere più perché non hanno fiducia in un sistema dove al centro non c’è il manoscritto ma il guadagno facile di pseudo editori .

Poi, il peggiore dei casi, chissà quanti di questi libri siano stati davvero validi e non saranno mai letti dal grande pubblico proprio perché l’autore non sapeva più come fare per mettere in mostra la propria capacità.

Naturalmente ci sono quelli che vogliono semplicemente mettere il loro libro su uno scaffale per mostrare ai parenti, amici e nuovi conoscenti che hanno scritto un libro. Ma quanti scrivono per motivi di semplice vanità, come indica il nome di questi editori in inglese?

Il prezzo vero delle delusioni

Ci sono quelli che scrivono perché hanno davvero idee nuove da proporre, altri scrivono perché hanno capito che ci sono vuoti nell’editoria moderna che non copre certi soggetti e vorrebbero farli conoscere al grande pubblico. E ci sono anche autori nuovi che hanno scritto storie veramente originali, che meritano di essere incoraggiati a sviluppare i loro talenti per scrivere libri importanti.

Invece non scrivono più perché la delusione è stata grande e dolorosa e questo è il prezzo vero di questo tipo di editoria.

Sappiamo che il mondo degli editori è in crisi e non solo in Italia, ma sappiamo anche che i libri giusti vendono ancora in quantità grandi con la giusta promozione, allora dobbiamo porre una domanda agli editori e agli agenti letterari.

Ma davvero devono rendere la vita così difficile a futuri autori importanti per poter finalmente esporre i loro talenti?

Gli editori si lamentano della mancanza di vendite, ma potrebbe anche essere che nella ricerca del “successo sicuro” non riescono più a vedere potenziali successi futuri perché si concentrano solo su personaggi famosi e influencer che oggi sono famosi ma domani non ci saranno più.

Questa è una sfida da affrontare e risolvere perché l’editoria non è solo una parte importante del nostro mondo industriale, ma è ancora molto più importante per migliorare la nostra Cultura e la qualità della nostra vita con libri veri e divertenti e/o informativi che ora si perdono in queste fabbriche delle delusioni.

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Il vizio della Cultura italiana – Italian Culture’s Bad Habit

di emigrazione e di matrimoni

Il vizio della Cultura italiana

Abbiamo davvero il patrimonio culturale più grande del mondo, ma dimentichiamo che ogni Cultura si considera tale e quindi, come paese, non ci rendiamo conto che all’estero quasi nessuno sa delle ricchezze contenute nel nostro stivale.

Di Gianni Pezzano

In queste settimane RAI in Italia, e non dubitiamo RAI World all’estero, ha trasmesso la serie di documentari presentata da Alberto Angela, “La penisola dei tesori”. L’archeologo/presentatore ha dato al pubblico nazionale e internazionale una visione di alcuni dei luoghi che rendono l’Italia un forziere della Cultura mondiale.

Per chi scrive rivedere luoghi già visitati come San Vitale a Ravenna, il Palazzo Ducale di Urbino e lo straordinario Palazzo del Te a Mantova ha dato la voglia di rivederli e anche gli altri luoghi presentati da Angela. Vivere nel cuore della Romagna offre la possibilità unica di poter vedere decine di luoghi UNESCO, ma poi viene in mente che questo programma non fa altro che rinforzare ulteriormente un’impressione che abbiamo da anni, che come paese, l’Italia ha un vizio che ci impedisce di realizzare in pieno il nostro potenziale culturale e conseguentemente anche turistico.

Abbiamo davvero il patrimonio culturale più grande del mondo, ma dimentichiamo che ogni Cultura si considera tale e quindi, come paese, non ci rendiamo conto che all’estero quasi nessuno sa delle ricchezze contenute nel nostro stivale.

Come paese abbiamo il vizio di pensare che tutti nel mondo sappiano la grandezza della nostra Cultura e quindi non ci rendiamo conto che tra il grande pubblico la realtà all’estero non è affatto cosi.

Scuole all’estero

Nel mio percorso scolastico in Australia in scuole cattoliche e facendo quel che in Italia verrebbe considerato il liceo classico, ho studiato solo due libri non inglesi in “letteratura”, entrambi in lingua inglese. Questi non erano italiani ma francesi, “Il Rosso e il Nero” di Stendhal e “Lo Straniero” di Camus. Ma il paradosso è che uno dei libri inglesi che abbiamo studiato fu ispirato da un classico della letteratura italiana.

Geoffrey Chaucer fu l’ambasciatore del re inglese alla corte milanese dove scoprì le opere di Dante, Petrarca e particolarmente Boccaccio. Infatti, il “Decamerone” di Boccaccio lo colpì così tanto che decise di scrivere “I Racconti di Canterbury”.

Noi figli di italiani non abbiamo mai saputo di questo legame con il nostro patrimonio culturale, così come abbiamo studiato poco la Storia d’Italia tranne qualche riferimento fugace al Risorgimento e il ruolo del Papa quando abbiamo studiato la Riforma e la Controriforma.

Non ho dubbi che se chiedessimo ai nostri parenti e amici che hanno frequentato scuole all’estero, sentiremmo la stessa storia con leggere variazioni.

Cultura in generale

In un mondo ora connesso eternamente con i social dimentichiamo che fino a non tanti anni fa era quasi impossibile per chi abita all’estero poter seguire la musica, il cinema e le altre forme di cultura italiana. Fino agli anni ‘90 gli emigrati italiani e i loro figli e discendenti non potevano vedere i programmi televisivi ora disponibili con RAI World.

Quei film italiani che arrivavano all’estero erano per un pubblico che conosceva poco o niente della “Alta Cultura” italiana, e ricordo che i due cinema italiani ad Adelaide proiettavano i film di Totò e Peppino, Amadeo Nazzari e Yvonne Sanson e di Franco e Ciccio, e spesso noi figli capivamo poco di quel che faceva ridere o piangere così tanto i nostri genitori. Alla fine arrivavano alcuni altri film di artisti come Gianni Morandi, Mal dei Primitives e attori del genere, ma per molti di noi giovani c’era poca voglia di vedere film che ci facevano diventare preda facile per i nostri connazionali che cercavano di prenderci in giro per qualsiasi motivo legato alle nostre origini.

Anche qui c’era un paradosso che abbiamo scoperto solo anni dopo, molti dei successi che ascoltavamo alla radio in Australia e altre paesi erano cover locali di grandi successi italiani, come la “Tar e cement” di Verdelle Smith, numero uno nel mondo, che era la versione inglese di “Il Ragazzo della Via Gluck” di Adriano Celentano.

Scoperta

Per alcuni di noi che abbiamo deciso di frequentare l’università è finalmente arrivato il momento di conoscere un’altra Cultura italiana, partendo dal cinema d’autore di registi come Bertolucci, Pasolini, Fellini e Wertmuller.

Per altri la scoperta della ricchezza della nostra Cultura è arrivata con il primo viaggio in Italia quando non solo abbiamo scoperto cantanti straordinari e film nuovi, ma anche luoghi come, naturalmente Roma, Pompei e Firenze, che ci hanno fatto capire che il nostro passato era molto più ricco di quel che pensavamo.

Un altro problema nella promozione della Cultura italiana all’estero era ed è tutt’ora la diffidenza dei burocrati esteri verso la nostra Cultura. Nelle scuole anglosassoni il francese in particolare era considerato la lingua da studiare, e in questo l’Alliance Française è stata molto più efficace della nostra Società Dante Alighieri.

Ma era troppo tardi per moltissimi dei figli e poi i nipoti degli emigrati italiani, conoscevano si e no il dialetto e poco della lingua italiana moderna. La grande maggioranza di loro non ha le capacità di poter capire e quindi di apprezzare davvero il nostro cinema, letteratura e musica, e conoscono poco o niente della nostra Storia.

Ma questo non è colpa loro ma delle circostanze nei loro paesi di residenza. Però, non manca la volontà in molti di volerlo imparare. Alcuni sin da giovani e altri anche quando vanno in pensione e hanno finalmente il tempo di poterlo fare.

Realtà

Questa è la realtà e basta fare una visita sulle pagine dei social degli italiani all’estero per capirlo. E questa è la realtà che chi in Italia vuole promuovere la nostra Cultura all’estero non capisce fino in fondo.

Ho sentito addetti ai lavori parlare di promuovere di più la lirica. Ma che senso ha se il pubblico internazionale non capisce le parole delle opere?

Dobbiamo capire che per promuovere la nostra Cultura non può partire dalla lingua italiana, ma nelle lingue dei paesi di residenza dei nostri parenti e amici all’estero. Dobbiamo dare a loro il modo di poter iniziare la strada che li porterà a imparare la nostra lingua e   poter finalmente accedere a tutti i livelli della nostra grandissima Cultura.

Non ho dubbi che molti in Italia leggendo queste parole penseranno che sia ridicolo non iniziare con la nostra lingua, ma risponderei con una domanda semplice: se il pubblico internazionale non capisce Gianni Morandi o Adriano Celentano che hanno un linguaggio pulito e semplice, come fanno a capire Fabrizio de André considerato il poeta dei cantautori e come potremmo pretendere che capisse qualsiasi opera lirica?

Questo discorso è altrettanto valido per i nostri comici, spettacoli teatrali, documentari e qualsiasi mezzo di informazione.

I nostri responsabili per la Cultura devono cominciare a capire le dure realtà all’estero per trovare il modo di incoraggiare i figli, nipoti e pronipoti dei nostri emigrati a imparare la nostra Cultura e la nostra lingua.

Molti di loro vogliono davvero imparare le loro origini e quindi, come paese, dobbiamo fornire a loro i mezzi di poterlo fare.

Qualche politico direbbe sicuramente che queste sono spese inutili e che il paese ha altre priorità. Ma con oltre 90 milioni di italiani all’estero tra emigrati italiani e i loro discendenti, abbiamo un potenziale mercato enorme per turisti che verrebbero qui per imparare di più delle loro radici, come anche del loro patrimonio culturale personale.

Ma per farlo dobbiamo togliere il vizio di pensare “tutti sanno quel che abbiamo”, non è vero e non è mai stato. Allo stesso tempo dobbiamo anche capire che il potenziale guadagno nel futuro è molto più grande delle spese iniziali per mettere in azione programmi mirati per insegnare al mondo la grandezza della nostra Cultura.

Partendo dagli italiani all’estero.

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