Il genio quasi sconosciuto – The almost unknown genius

di emigrazione e di matrimoni

Il genio quasi sconosciuto

“Che cos’è il genio? È la fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”. Queste parole pronunciate dal narratore descrivono uno dei personaggi chiave di un film cult italiano quasi sconosciuto all’estero.

Il film “Amici Miei” descrive le “zingarate” di cinque personaggi, apparentemente di successo ma ciascuno con motivi personali seri che costringono loro a fuggire dalla propria realtà quotidiana.

Questo film è considerato uno dei film comici italiani più importanti in assoluto.

Ma quelle parole descrivono perfettamente anche Mario Monicelli il regista del film che, benché fosse molto popolare nel Bel Paese, non ha mai ottenuto il riconoscimento internazionale che il suo lavoro avrebbe dovuto garantire.

Però, come molti, anzi troppi, registi, attori e cantanti italiani, malgrado il suo successo nazionale pochi all’estero conoscono il suo nome perché i film sono italiani in tutti i sensi, a partire dalla nostra lingua. Ne abbiamo avuto una prova nel cercare un paio di filmati per accompagnare questo articolo. Su YouTube erano quasi esclusivamente nella nostra lingua e non ci meravigliamo.

Per fortuna, la scena cult di “Amici miei” non ha bisogno di parole. Questa scena, un’avventura da ragazzini compiuta da adulti, fa ridere ma come tutti i suoi film, “Amici miei” mette insieme risate con lacrime, tragedia con felicità fino al punto che persino un funerale diventa la scena di una delle beffe dei suoi protagonisti.

Parole e azioni.

Il bello di fare le ricerche è sempre scoprire facce inedite di personaggi che ci fanno capire non solo i personaggi, ma anche la nostra vita. Non poteva essere altrimenti con un regista come Monicelli che ha descritto la vita d’Italia nel corso di secoli.

In un’intervista con l’autore e critico del cinema Alberto Pallotta nel 2002, Monicelli disse “Senza questi elementi, fame, morte, malattia e miseria noi non potremmo far ridere in Italia.”

Basta leggere alcuni dei titoli dei suoi successi per capire che Monicelli davvero utilizza questi elementi per dimostrare le lotte quotidiane non solo de “l’italiano medio”, ma anche dei potenti, dei ladri, degli avventurieri o presunti tali e di ogni categoria della nostra società, antica e moderna.

Chissà quanti lettori nel leggere i nomi dei seguenti film si rendevano conto fino a questo momento che tutti questi film famosi sono legati insieme dal filo comune di Monicelli. “La Grande Guerra” “I Soliti Ignoti”, “Il Marchese del Grillo”, “Il male oscuro”, “L’Armata Brancaleone”, “Brancaleone alle Crociate”, “I Compagni”, “Speriamo che sia femmina”, “Un Borghese piccolo piccolo”, “Guardie e ladri” “Totò e Carolina” e “Parenti serpenti”.

Vita e Morte

Chi avesse visto questi film capirebbe che gli elementi di fame, morte, malattia e povertà si trovano in tutti. I soldati codardi de “La Grande Guerra” interpretati da Vittorio Gassman e Alberto Sordi fanno ridere ma alla fine muoiono, in “L’Armata Brancaleone” una delle scene cult è ambientata in una città devastata dalla peste , ma l’esempio per eccellenza della presenza della Morte si trova in “Brancaleone alle Crociate” dove il presunto cavaliere valoroso si trova a parlare con la Morte, in risposta a una invocazione drammatica che doveva soltanto nascondere la sua incapacità di proteggere i pellegrini appena massacrati.

I film di Monicelli vanno dalle Crociate al mondo d’oggi, tutti legati dall’ironia e osservazioni della condizione umana che in fondo, malgrado le invenzioni moderne, è sempre legata ai temi così cari al regista romano.

Nel godere i suoi film vediamo aristocratici e Papi, cavalieri e soldati semplici, preti e predicatori, ladri e poliziotti, pugili e uomini d’affari, Carabinieri e ragazze sole e infine, i nostri parenti e amici che a volte ci fanno gioire a altre volte ci fanno disperare.

Come noi tutti, i suoi personaggi non sono “perfetti”, hanno i loro difetti e vizi e alcuni se ne vantano, come il Marchese del Grillo che non nasconde il suo lato oscuro di giocare con la vita degli altri. Non dovrebbero farci ridere, ma capiamo che è proprio la risata l’unica risposta possibile alla situazioni difficili.

Registi famosi e dimenticati

Benché alcuni registi italiani abbiano avuto riconoscimenti importanti internazionali non solo dalla critica ma anche dal pubblico, basta nominare Federico Fellini, Roberto Benigni, Dario Argento, Bernardo Bertolucci, Luchino Visconti, Lina Wertmuller, Sergio Leone e Franco Zeffirelli, Monicelli è tra quelli che hanno documentato in modo particolare la corsa della nostra Storia in modo molto più acuto dei primi ma in un modo così “italiano” che difficilmente i sottotitoli o i doppiaggi riescono a fare capire al pubblico internazionale tutte le sottigliezze della trama.

Dino Risi, Piero Germi e Luigi Magni ci hanno dato, come Monicelli, film e riconoscimenti importanti, ma le loro opere non portano “timbri” cinematografici come fanno i registi nominati sopra. Poi, tornando indietro ancora più nel tempo il cinema italiano ebbe un regista importante che ha scritto pagine intere della Storia del cinema italiano, e che oggigiorno è dimenticato del tutto, Alessandro Blasetti che ha dato lezioni importanti ai registi internazionali, a partire con il colossal dell’epoca “La Corona di Ferro” e film storici come “La Cena delle beffe” e “Ettore Fieramosca”. Purtroppo, Blasetti soffre ancora i legami importanti di un’epoca dove l’arte, in tutte le sue forme, era considerata la serva del potere.

Ironia e rubare

Senza dubbio Monicelli era il maestro dell’ironia che scorre in tutti i suoi film. Il suo occhio acuto ancora oggi fa vedere le idiosincrasie di ciascuno di noi nei momenti di difficoltà o di sorpresa. In questo lui era aiutato dalla capacità straordinaria di trovare gli attori perfetti per i ruoli chiave. Il Marchese del Grillo non poteva essere che Alberto Sordi e solo un grande attore del teatro come Vittorio Gassman poteva interpretare il presunto cavaliere Brancaleone (da Norcia) che non riesce mai a nascondere che in fondo era a suo turno un attore che interpretava goffamente un ruolo non proprio suo, anche quando sono gli altri a pagare il prezzo supremo per i suoi difetti.

In tutti i suoi film vediamo la battaglia contro i problemi della vita, a volte banali, ma a volte mondiali come le Crociate e la Grande Guerra che forniscono a quantità enormi di gente fame, morte, malattia e miseria da sempre i flagelli di noi essere umani.

Monicelli ci ha lasciato un patrimonio cinematografico straordinario, ricco e soprattutto, “italiano”. Basta vedere un suo film per capire un passato che fin troppi di noi hanno dimenticato, a partire proprio dal ricordo di lui, come per troppi altri artisti importanti.

E, alla fine, dobbiamo ricordare non solo un’altra sua citazione, ma anche un detto universale che si trova in quasi tutti le lingue, “ride bene chi ride ultimo”.

Monicelli disse “Chi ride, ruba alla Morte” e chi meglio di lui ha rubato così regolarmente alla Morte, persino utilizzandola per alcune delle scene?

Noi che vogliamo promuovere la Cultura Italiana all’estero dobbiamo iniziare proprio da gente come Monicelli perché ogni risata che ci fa fare nei suoi film e ogni lacrima che ne procede o segue, è furto dalla Morte, e proiettare i suoi film a un pubblico nuovo e internazionale è un modo per assicurare che sarà sempre ricordato e quindi potremo rubare eternamente alla Morte…

 

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The almost unknown genius

“What is genius? It is imagination, intuition, decision and speed of execution”. These words spoken by the narrator describe one of the main characters of an Italian cult film that is almost unknown overseas.

The film “Amici Miei” (My Friends) describes the “wanderings” of five apparently successful characters but each with serious personal problems that force them to escape their daily reality.

This film is considered one of Italy’s most important comedy films in absolute.

But these words also describe perfectly Mario Monicelli, the film’s director who, even though is very popular in Italy has never achieved the international recognition that his work should have ensured.

However, just like many, or rather too many, Italian directors, actors and singers, despite his national success few overseas know his name because the films are Italian, in every sense, beginning with the language. We had proof of this while trying to find a couple of film clips to accompany this article. On YouTube the clips were almost exclusively in our language and this does not surprise us.

Luckily, the cult scene from “Amici Miei” does not need words. This scene, a childish adventure carried out by adults, gives us a laugh, but like all his films “Amici Miei” puts together laughter with tears, tragedy with happiness, up to the point then even a funeral becomes a scene for one of the protagonists’ cruel jokes.

Words and actions

The good thing about researching is always discovering new faces of people that let us understand not only the characters but also our own lives.   It could not be otherwise with a director such as Monicelli who described life in Italy over the centuries.

In an interview with writer and movie critic Alberto Pallotta in 2002 Monicelli said “Without these elements, hunger, death, sickness and poverty we would not be able to make people in Italy laugh”.

We only have to read some of the titles of his successful films to understand that Monicelli really used these elements to show the struggles of our daily lives, not only of the “average Italian” but also the powerful, thieves, adventurers or presumed so and of every category of our society, ancient and modern.

Who knows how many readers on seeing the names of the following films did not fully understand until this moment that all these famous films are tied together by the common thread of Monicelli. “La Grande Guerra” (The Great War), “I Soliti Ignoti”   (Big Deal on Madonna Street), “Il Marchese del Grillo” (The Marquis of Grillo),, “Il male oscuro” (Dark Illness), “L’Armata Brancaleone” (Brancaleone’s Army), “Brancaleone alle Crociate” (Brancaleone at the Crusades), “I Compagni” (The Organizer), Speriamo che sia femmina” (Let’s hope it’s a girl), “Un Borghese piccolo piccolo” (An average little man), “Guardie e ladri” (Cops and robbers), Totò e Carolina” (Totò and Carolina) and “Parenti serpenti” (Dearest Relatives/Poisonous Relations).

Life and Death

Anyone who have seen these films would understand that the elements of hunger, death, sickness and poverty are in all of them. The cowardly soldiers in “La Grande Guerra” played by Vittorio Gassman and Alberto Sordi make us laugh but in the end they die, in “L’Armata Brancaleone” one of the cult scenes is set in a town devastated by the plague but the example par excellence is the presence of Death is in “Brancaleone alle Crociate” when the presumably valiant knight finds himself talking with the Grim   Reaper who answered his dramatic call that should only have hidden his incapacity to protect the pilgrims that had just been massacred.

(We apologize to English speaking readers that this scene is not subtitled but it is still worth seeing for the performance by Gassman who shows all his dismay at the Grim Reaper’s appearance in response to his call for death and the subsequent offers of various means of dying before they make a pact the he find a valorous death worthy of a knight)

Monicelli’s films cover the centuries from the Crusades to the modern world and they are all tied by the irony and observations of the human condition that deep down, despite our modern inventions, is always tied to the themes that are so dear for the director from Rome.

As we enjoy his films we see aristocrats and Popes, knights and simple soldiers, priests and preachers, thieves and policemen, boxers and businessmen, Carabineiri and lonely girls and finally our relatives and friends who at times make us happy and other times make us despair.

Just like all of us, his characters are not “perfect”, they have their faults and vices and some brag of them, like the Marquis of Grillo who does not hide his dark side of playing games with the lives of others. They should not make us laugh but we understand that laughter is the only answer possible to difficult situations.

Directors, famous and forgotten

Although some Italian directors have achieved important international recognition, not only fom the critics but also the public, we have only to name Federico Fellini, Roberto Benigni, Dario Argento, Bernardo Bertolucci, Luchino Visconti, Lina Wertmuller, Sergio Leone and Franco Zeffirelli, Monicelli is one of those who documented the course of our history in a more acute way than the former but in a manner that is so “Italian” that subtitles and dubbing have difficulty in being able to make the international public understand all the subtlety of the plots.

Just like Monicelli, Dino Risi, Piero Germi and Luigi Magni also gave us, important films and recognition but their works do not bear cinematic “stamps” like the directors listed above. Then, if we go back even further in time, Italian cinema had a major director who wrote whole pages of Italian cinema history and who today is entirely forgotten. This was Alessandro Blasetti who gave major lessons to international directors beginning with the epic “La Corona di Ferro” (The Iron Crown) and historical films such as “La Cena delle Beffe” (The Jester’s Supper) and “Ettore Fieramosca”. Sadly, Blasetti still suffers from his important links to an era in which Art, in all its forms, was considered the servant of Power.

Irony and theft

Monicelli was undoubtedly the master of the irony that flows through all his films. His sharp eye still today shows the idiosyncrasies of each one of us in moments of difficulty or surprise. In this he was helped in this extraordinary skill in finding the perfect actors for key roles. The Marquis of Grillo could only have been Alberto Sordi and only a great stage actor like Vittorio Gassman could have played a presumed knight, Brancaleone (of Norcia), who never manages to hide that deep down he in turn clumsily plays a role that is not his own, even when others pay the highest price for his faults.

In all his films we see the struggle against the problems in our daily lives, at times banal and at times worldwide such as the Crusades and the Great War that supply a huge quantity of hunger, death, sickness and poverty,

Monicelli left us an extraordinary cinematic heritage that is rich and above all “Italian”. You only have to see one of his films to understand the past that too many of us have forgotten, beginning with our memory of him, as with too many other important artists.

And in the end we must remember not only another of his quotations but a universal saying that can be found in almost every language, “He who laughs last laughs best”.

Monicelli said “Who laughs steals from Death” and who better than he robbed so often from Death, even using the Grim Reaper for some of his scenes?

We who want to promote Italian Culture around the world must start with people just like Monicelli because every laugh that his films give us and every tear that precedes or follows it, is a step towards stealing from the Grim Reaper and showing his films to a new international audience is a way of ensuring that he will always be remembered and therefore we will steal from Death forever…

Ricardo Merlo e la riforma del voto all’estero: si può candidare solo chi risiede oltre confine

Sul futuro del voto all’estero riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta di plauso all’operato del sottosegretario Ricardo Merlo a firma Paolo Buralli Manfredi, Segretario DNA (Destra Nazionale in Australia)

‘Notiamo con estremo piacere che, il Sottosegretario Riccardo Merlo con il Movimento MAIE,  hanno preso atto che la modifica della legge elettorale effettuata prima delle ultime elezioni politiche, in particolare all’ art.6 comma 2,  è un indecenza ed è di fatto stata una modifica che si potrebbe considerare tranquillamente illogica e anticostituzionale. L’On Tremaglia, fraterno amico del nostro Presidente Giuseppe Cossari, che introdusse il voto all’estero, aveva ben compreso l’importanza del candidato residente nella circoscrizione estera e per questo aveva inserito la clausola dei cinque anni, il senso del testo era: “ Si poteva candidare solo chi risiedeva nella Circoscrizione da almeno 5 anni”. L’inserimento era logico perché e’ evidente che per rappresentare gli Italiani residenti all’estero il Deputato o Senatore doveva conoscere il territorio, le comunità degli italiani residenti sul territorio, le leggi, gli usi e costumi nonché la cultura del paese di residenza, per lavorare e creare le condizioni favorevoli per i connazionali che rappresentava, condizioni migliorative che dovevano svilupparsi sia da parte italiana,  come anche da parte della circoscrizione estera dove era residente.

Per quanto sopra scritto noi di Destra Nazionale in Australia ( DNA ) condividiamo pienamente l’intento del Sottosegretario Riccardo Merlo e del Movimento MAIE che come noi conosce perfettamente le reali condizioni di Noi Italiani all’estero e dei reali problemi che andrebbero affrontati e risolti. Per questo appoggeremo ogni iniziativa che possa ripristinare un’ingiustizia che noi riteniamo persino personale, visto che, proprio nelle ultime elezioni politiche, al nostro Presidente Giuseppe Cossari con questa modifica e’ stata negata, a nostro parere in modo incostituzionale, la possibilità di candidarsi e battere i candidati del PD che, di fatto, con questa modifica hanno estromesso l’unico vero avversario che avevano nella circoscrizione estera AAOA. Chiudiamo ricordando che oltre al fatto che non si possano candidare all’estero i residenti in Italia, sicuramente andrebbe anche cancellato l’Art 6 Comma 2 inserito da Fiano che ha vietato le candidature a personaggi che avevano solo la colpa di essere stati candidati o aver ricoperto posizioni pubbliche nella circoscrizione estera nei cinque anni precedenti la data delle elezioni. Ricordiamo a tutti che ricoprire cariche importanti nella circoscrizione estera dovrebbe essere un vantaggio non uno svantaggio, perché conoscere le regole,  le leggi e quant’altro nel paese ospitante, potrebbe sicuramente essere d’aiuto per sostenere e rappresentare i propri connazionali residenti all’estero!’

Cosa vuole l’Italia? – What does Italy want?

di emigrazione e di matrimoni

Cosa vuole l’Italia?

È chiaro che gli italiani all’estero cercano un rapporto con l’Italia e ovviamente ci sono rapporti tra l’Italia e le moltissime comunità italiane all’estero. Ma dobbiamo chiederci dell’efficacia di questi rapporti per far crescere gli scambi tra i figli d’Italia all’estero e il loro paese d’origine

Nei nostri articoli sugli emigrati italiani all’estero e i loro figli e discendenti abbiamo trattato gli atteggiamenti verso l’Italia, il loro paese d’origine. Però, abbiamo parlato poco dell’atteggiamento del Bel Paese verso i suoi figli e nipotini, particolarmente oltreoceano. Infatti, dalle reazioni da vari paesi agli articoli e i commenti dei lettori è evidente che all’estero c’è voglia di un rapporto con l’Italia. Ma che rapporto esiste attualmente?

Il dizionario Treccani definisce la parola rapporto come “relazione, corrispondenza o connessione, per lo più reciproca, che intercorre tra due o più azioni, situazioni e condizioni, fatti e fenomeni”.

È chiaro che gli italiani all’estero cercano un rapporto con l’Italia e ovviamente ci sono rapporti tra l’Italia e le moltissime comunità italiane all’estero. Ma dobbiamo chiederci dell’efficacia di questi rapporti per far crescere gli scambi tra i figli d’Italia all’estero e il loro paese d’origine.

Lettrice in Brasile

In seguito a un articolo recente (https://thedailycases.com/la-lingua-perduta-the-lost-language/) Ana Maria Terra Seganfreddo dal Brasile ha scritto un commento sui social media che deve farci molto pensare.

La parte più importante e rilevante dice: “i giovani (ndr in Brasile) hanno poco interesse in identificarsi come italo brasiliani perché non sono visti con “Buon occhio” dagli italiani in Italia. Allora se vogliono ottenere il diritto della cittadinanza con i documenti necessari ritornano senza pensare in Italia come ‘un paese anche loro’. Da milioni che siamo in Brasile pochi dimostrano amore per l’Italia giusto perché i Consolati non li ricevono bene quando si presentano con i documenti che mostrano i diritti dello ius sanguinis! Mi dispiace, però, come amare un paese che non ti vuole dare il diritto che hai? Dov’è la gentilezza del paese dei tuoi antenati?”.

Queste parole ci fanno sentire l’emozione di Ana Maria e, non abbiamo dubbi, di molti italiani all’estero. Benché ci siano addetti ai consolati bravi e premurosi verso i nostri connazionali all’estero, abbiamo anche visto casi di addetti che hanno poca pazienza per chi non conosce bene la nostra lingua e la nostra Cultura, non per colpa loro ma perché le condizioni nel nuovo paese di residenza non hanno mai dato loro la possibilità di potere acquisirne le capacità.

Dobbiamo anche dire che questo atteggiamento negativo spesso si trova anche sui social media da parte di utenti che non conoscono la Storia dell’Emigrazione, che in fondo fa parte della Storia d’Italia.

Memoria inesistente

Negli scambi sui social media vediamo commenti come “perché gli italiani all’estero devono avere a che fare con l’Italia? In fondo sono scappati via”. Vediamo variazioni di questa frase che dimostrano due carenze storiche non indifferenti.

La prima, particolarmente riferita alle ondate di emigrazione dopo le due guerre mondiali, che molti italiani non sono “scappati” per loro spontanea volontà, ma perché non esistevano le condizioni per poter vivere in Italia. Infatti, in molte zone d’Italia, e non solo nel Sud perché dimentichiamo fin troppo spesso che una volta il Veneto era considerato il “Sud del Nord”, gli emigrati erano costretti a partire spesso da autorità locali. Allora dire che sono “fuggiti” è solo uno dei tanti luoghi comuni riguardo i nostri connazionali all’estero da smentire.

La seconda inesattezza storica da parte di molti in Italia è che gli italiani all’estero non contribuiscono più al Bel Paese e quindi sono un “peso” per la nostra economia. Questa è una dimenticanza enorme perché per decenni i soldi inviati dagli emigrati alle loro famiglie sono stati una della maggiori entrate di valute estere dell’economia italiana e considerati uno dei fattori essenziale che hanno creato il “Boom economico”, che ha portato al paese avanzato che conosciamo ora, una delle maggiori potenze economiche del mondo. Infatti, sarebbe interessante sapere quanti avvocati, ingegneri, architetti, medici e altri professionisti in Italia sono laureati grazie ai soldi inviati alle loro famiglie da parenti all’estero.

Senza dimenticare poi che le comunità italiane nel mondo sono ancora motori importanti per le vendite di prodotti, e non solo alimentari, delle nostre industrie e quindi ancora oggi svolgono un ruolo importante per la crescita d’Italia.

Poi, abbiamo avuto un episodio che dimostra un basso livello di riconoscimento di questi contributi da parte del sistema politico e burocratico italiano.

Rappresentanza vera o presenza puramente simbolica?

Con l’attuale proposta del numero di parlamentari tra la Camera dei Deputati e il Senato vedremo la riduzione anche dei parlamentari eletti dall’estero dall’attuale 18 a 12. In teoria questo è in linea con la riduzione generale dei parlamentari, ma non fa altro che aprire la via all’eventuale abolizione di questi parlamentari a Montecitorio e Palazzo Madama eletti da tutti i continenti.

Sin dall’inizio la rappresentanza delle comunità estere era irrisoria in considerazione dei numeri da rappresentare e anche le distanze geografiche che gli eletti dovevano coprire. Se la riforma andrà in porto il ruolo di questi parlamentari sarà ancora più difficile e ingrato.

Già diciotto voti, non sempre in accordo su obbiettivi in comune e sempre soggetti a ordini dei partiti che pensano più a tattiche di politica italiana che alle esigenze dei cittadini all’estero, in mezzo a quasi mille parlamentari volevano dire poche iniziative utili per le comunità estero. Figuriamoci con 12 parlamentari.

Senza dubbio qualcuno pensa già all’abolizione di questi seggi esteri e il leghista Roberto Calderoli che non ha mai nascosto la sua contrarietà a queste presenze, avendo votato contro la proposta originale, è certamente tra questi.

Viste le difficoltà del lavoro dei futuri parlamentari abbiamo l’obbligo di fare domande scomode e di chiedere se davvero la presenza minore di parlamentari dalle circoscrizioni estero sia meglio che potenziare le rete dei CGIE-Comites per dare a loro un ruolo più forte e con persone di specifiche competenze per far crescere gli scambi economici e ancora più importante, culturali, tra l’Italia e i suoi figli sparsi per il mondo. L’eventuale aumento degli scambi economici e culturali tra paesi pagherebbe le spese in più per creare una rete efficace e potente per gli interessi del paese, anzi, di tutti i paesi.

Ovviamente non tutti saranno d’accordo con questi commenti, ma dobbiamo chiederci se la presenza dei parlamentari a Roma, dei quali non dubitiamo la buona volontà e sforzi, ha davvero avuto l’effetto sperato da chi ha lottato per la legge sulla rappresentanza all’estero.

Poi, abbiamo un simbolo potente e triste della mancanza di volontà di molti in Italia di riconoscere il fenomeno che ha cambiato non solo l’Italia, ma tutti i paesi che hanno accolto i nostri parenti e amici.

Il museo che non c’è più

C’era una volta il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana a Roma, ma ora non c’è più e questo è il simbolo più potente e triste della mancanza di considerazione del sistema politico italiano. Aspettiamo di vedere i dettagli e gli sviluppi per la proposta di un nuovo museo a Genova, ma abbiamo il sospetto che sarà soggetto ai soliti rallentamenti e riduzioni causati da tagli fondi e mancanza d’interesse ai livelli alti delle nostre istituzioni nazionali.

Infine, se RAI World vuole dare un contributo fondamentale negli scambi tra l’Italia e i suoi figli e nipotini all’estero, è ora che vediamo programmi che facciano vedere in Italia e al mondo le imprese delle nostre comunità in giro per il mondo.

Non parliamo solo dei soliti noti che sono sempre presenti alle riunioni e le serate ai consolati e le ambasciate e non solo a chi ha avuto successo economico. Dobbiamo far conoscere gli scienziati, gli artisti, gli insegnanti e tutti coloro che hanno avuto e hanno ancora un ruolo attivo nel rendere grandi le nostre comunità perché la grandezza di una Cultura, partendo dalla nostra, non è semplicemente ‘fare soldi’, ma anche contribuire a rendere la nostra vita più ricca e interessante.

Ma per fare questo, l’Italia deve finalmente riconoscere che deve essere più attiva nel promuovere i rapporti con gli italiani all’estero e non solo perché non ha niente da perdere, ma perché ha solo tanto da guadagnare…

 

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What does Italy want?

It is clear that Italians overseas are looking for a relationship with Italy and obviously there are relations between Italy and the very many Italian communities overseas. But we must wonder about the effectiveness of these relations for increasing the exchanges between Italy’s children overseas and their country of origin.

In our articles on Italian migrants and their children and descendants we have dealt with their attitude towards Italy, their country of origin. However, we have spoken little about the attitude of Italy towards it children and grandchildren, especially those in other continents.  In fact, from the reactions from various countries and readers’ comments it is evident that there is the desire for a relationship with Italy. But what relationship exists now?

The dictionary defines the word relationship as “relation, correspondence or connection, mostly reciprocal, between two or more actions, situations, conditions, facts and phenomena”.

It is clear that Italians overseas are looking for a relationship with Italy and obviously there are relations between Italy and the very many Italian communities overseas. But we must wonder about the effectiveness of these relations for increasing the exchanges between Italy’s children overseas and their country of origin.

Reader in Brazil

Following a recent article (https://thedailycases.com/la-lingua-perduta-the-lost-language/) Ana Maria Segafredo from Brazil wrote a comment on the social media that must give us a lot to consider.

The most important and relevant part states: “young people (editor’s note, in Brazil) have little interest in identifying as Italo-Brazilians because they are not “well seen” by Italians in Italy. So, if they want to obtain their right to citizenship with the necessary documents they go back without thinking of Italy as “their country as well”. From the millions we are in Brazil few show love for Italy for the very reason that the Consulates do not receive them well when they present the documents that show their rights of ius sanguinis (Italian citizenship law based on birth)! I am sorry, but how can you love a country that does not want to give you a right you have? Where is the kindness of your forebears’ country?”

These words make you feel Ana Maria’s emotions and we have no doubt that of many Italians overseas. Although there are staff in the consulates who are good and considerate towards our fellow Italians overseas, we have also seen cases of staff with little patience for those who do not now our language and Culture well, not through their own fault but because conditions in the new country of residence did not give them the chance to be able to acquire the capacity.

We must also say that this negative attitude is often also found on the social media from users who do not know the history of Italian migration which essentially is also part of Italian history.

Non-existent memory

In the discussions on the social media we see comments such as “why do Italians overseas want to be involved with Italy? Basically they ran away”. We see variations of this final phrase that show two major holes in the users’ knowledge of Italian history.

The first hole refers especially to the waves of migration after the two world wars, that many Italians did not “run away” of their own free will but because there were not the conditions to be able to live in Italy. In fact, in many areas of Italy, and not only in the South because we forget all too often that the Veneto was considered the “South of the North”, the migrants were often forced to leave by the local authorities. So, hearing that they “ran away” is only one of the many clichés concerning our fellow countrymen and women overseas to be belied.

The second historical hole on the part of many in Italy is that Italians overseas no longer contribute to Italy and are therefore a “weight” on our economy. This is an enormous lack of memory because for decades the money sent back by migrants to their families was one of the Italian economy’s major sources of foreign income and considered one of the fundamental factors that created the “Economic Boom” that created the advanced country we know today with one of the most powerful economies in the world. In fact, it would be interesting to know how many lawyers, engineers, architects, doctors and other professionals graduated thanks to the money their relatives overseas sent to their families.

Without forgetting that the Italian communities overseas are still important engines for the sale of products, from our industries, and not only food, and therefore today they still carry out an important role in Italy’s growth.

And then we have seen an episode that shows the low level of recognition of these contributions on the part of the Italian political and bureaucratic system.

True representation or a purely symbolic presence?

With the current proposal to reduce the number of parliamentarians in the Italian Chamber of Deputies and the Senate we will also see the reduction of the parliamentarians overseas from the current 18 to 12. Theoretically this is in line with the general reduction of parliamentarians but this does nothing more than open the way for the eventual abolition of the parliamentarians elected in all the continents in both Houses

From the beginning the representation of the overseas communities was paltry in consideration of the numbers to be represented and also the geographic distances to be covered. If the reform is finalized the role of these parliamentarians will be even harder and thankless.

Eighteen votes, which were not always in agreement on common aims and always subject to orders from the parties that thought more of Italian political tactics than the needs of Italian communities overseas, amongst nearly a thousand parliamentarians means that there have been few initiatives that were useful for the overseas communities. We can only imagine with 12.

Undoubtedly some are already thinking of abolishing these seats and Roberto Calderoli of La Lega who never hid his opposition to these parliamentarians, having voted against the original proposal, is surely one of these.

Considering the difficulty of the work of future parliamentarians, we are obliged to ask some uncomfortable questions and to ask if the minor presence of the parliamentarians from the overseas electorates is better than upgrading the CGIE-Comites network to give them a stronger role and with people with specific skills to expand the economic and, even more importantly, cultural exchanges between Italy and her children spread around the world. The eventual increase of the economic and cultural exchanges between countries would pay for the extra expenses for creating an efficient and powerful network for the country’s interests, or rather for all the interest of all the countries.

Obviously not everybody will agree with these comments but we must ask if the presence of the parliamentarians in Rome, and we do not doubt their goodwill and efforts, truly had the effect that those who fought for the law on overseas representation hoped for.

Then we have a powerful and sad symbol of the lack of will of many in Italy to recognize the phenomenon that changed not only Italy, but all the countries that welcomed our relatives and friends.

The museum that no longer exists

There was once the National Museum of Italian Migration in Rome, but it no longer exists and this is the most powerful and saddest lack of consideration on the part of the Italian political system. We are waiting to see the details and developments for the proposed new museum in Genoa, but we suspect that it will be subject to the usually slowdowns and reductions due to the reduction of funds and the lack of interest at the high levels of our national institutions.

Finally, if RAI World wants to give a fundamental contribution to the exchanges between Italy and her children overseas, it is time we saw programmes that show us in Italy and the world the deeds of our communities around the world.

We are not talking about the usual famous people who are always present at the meetings and evenings at the Consulates and the Embassies and not only those who had financial success overseas. We must introduce the scientists, artists, teachers and all those who had and who still play an active role in making our communities great because the greatness of a Culture, beginning with our own, is not simply from “making money” but also in contributing to making our lives richer and more interesting.

But to do this Italy must finally recognize that she must be more active in promoting relations with Italians overseas and not only because she has nothing to lose but because she has a lot to gain…

La lingua perduta – The lost language

di emigrazione e di matrimoni

La lingua perduta

Non parlare la nostra lingua vuol dire perdere una parte della nostra identità ed è proprio quell’aspetto che ci definisce, la nostra lingua.

Quando si comincia a scrivere un articolo sappiamo che ci sarà sempre qualcuno che criticherà il tema o il contenuto. Questo è il destino di qualsiasi giornalista o autore, ma nel caso di questo articolo il rischio è di offendere chi si sentirà chiamato in causa perché descrive proprio la sua situazione personale.

Però, un breve scambio su Facebook durante il Festival della Musica Italiana di SanRemo mi ha fatto capire una situazione dell’emigrazione italiana che molti non possono immaginare e che ha il potenziale di rendere la vita più difficile per i figli e discendenti di emigrati, anche se per le migliori intenzioni.

Carmen

Nel corso del Festival ho messo sulla mia bacheca Facebook il filmato dello sketch di Virginia Raffaele basato sulla Carmen di Bizet. La mia intenzione era di offrire ai miei amici non italiani un esempio della bravura dell’attrice e comica che non utilizza l’italiano. Una risposta dagli Stati Uniti mi ha fatto molto pensare.

Nel suo ringraziamento per il filmato Michael J Denicola dagli Stati Uniti ha scritto “Vorrei parlare l’italiano o lo spagnolo, ma da piccolo crescendo il nonno permetteva che si parlasse solo l’inglese in casa”.

Anche se non mi ha sorpreso devo confessare che, essendo cresciuto in una casa dove la lingua era l’italiano in un paese anglosassone, la risposta mi ha rattristato perché non parlare la nostra lingua vuol dire perdere una parte della nostra identità e è proprio quell’aspetto che ci definisce, la nostra lingua.

Posso capire i motivi del nonno, magari era in una zona dove gli italiani non erano trattati bene,   sicuramente voleva assicurare che i figli si integrassero al meglio nel paese nuovo. Ma il commento di Michael fa capire che lui sente la mancanza della nostra lingua.

Ma cosa vuol dire davvero perdere la propria lingua? Vogliamo farci alcune riflessioni.

Capire a apprezzare

Non sapere parlare la nostra lingua vuol dire non capire i programmi, film e libri italiani che sono il nostro patrimonio personale. Non parlare la nostra lingua vuol dire che non riusciamo a capire manifestazioni come San Remo dove proprio la lingua è l’elemento essenziale della gara. Infatti, chi seguiva la gara sonora senza capire la nostra lingua non si sarebbe reso conto che una piccola parte della canzone non era in italiano ma in arabo, la lingua del padre di Mahmood, il cantante vincente.

Benché molti libri, film e canzoni italiani siano tradotti in altre lingue nessuna traduzione è fedele al 100% perché ci sono parole ed espressioni che non si traducono e sottigliezze importanti sono perse non solo dal lettore estero, ma spesso anche da parte del traduttore che non conosce tutti gli aspetti della nostra Cultura.

Vedo sulle pagine dei social domande da discendenti di emigrati italiani che chiedono cosa vuol dire una parola o frase e ci mettono approssimazioni perché non hanno l’orecchio che viene da sapere bene un’altra lingua, e quindi non è raro che non si riesce a trovare cosa sia davvero la parola o frase in soggetto.

Tutto questo, messo insieme alla voglia naturale che arriva a tutti prima o poi di voler sapere da dove veniamo rende ancora più difficile la ricerca della Storia della famiglia e i parenti.

Non sapere la nostra lingua vuol dire non aver i mezzi veramente per apprezzare la ricchezza e la grande diversità del nostro patrimonio culturale personale e quel nonno, come gli altri che hanno preso la stessa decisione di abbandonare il passato per cercare di dare un futuro migliore ai   figli e i discendenti, purtroppo, ha dato a loro una vita molto più povera a livello personale e culturale.

Assimilazione o integrazione?

Questo aspetto di negare la lingua e chissà quanti altri aspetti della nostra identità culturale ha un prezzo importante, non solo personale, ma anche economico.

Quando si parla dell’arrivo di immigrati in un paese, non importa quale paese sia, si parla in generale in due termini che, superficialmente, sembrano avere significati simili, ma che in realtà hanno effetti molto diversi come vediamo dal comportamento del nonno di Michael.

Il prima è il concetto di assimilazione. Quello di dimenticare le radici, di perdere per strada la lingua, le usanze e tradizioni e di adottare in toto la lingua, le usanze e le tradizioni del nuovo paese di residenza. Come abbiamo visto in una storia da un lettore in Brasile, questo voleva anche dire l’obbligo legale di dare ai figli solo le versioni portoghesi dei nomi e non quelle italiane (o di altre lingue).

Questo potrebbe anche dire abbandonare la religione per prendere quella locale e per questo motivo sarebbe interessante sapere perché, molti italiani negli Stati Uniti abbiano abbandonato il cattolicesimo per altre fedi cristiane. Questo non per critica verso le decisioni e coloro che ora seguono queste fedi, ma per sapere i motivi storici di queste decisioni e se fossero volontarie, oppure direttamente o indirettamente obbligate da condizioni locali.

Nel caso dell’assimilazione totale dell’immigrato questo vuol dire prima o poi perdere la parte italiana dell’identità personale con chissà che effetti a lungo termine, sia all’immigrato stesso che ai figli e discendenti quando vogliono conoscere le proprie origini,   come vogliono moltissimi.

Dall’altra parte l’integrazione vuol dire l’entrata nel paese dell’immigrato nella comunità locale con quelle usanze, tradizioni e comportamenti che rendono più ricca la comunità locale. L’esempio più ovvio è l’uscita di ristoranti con cucine nuove, come vediamo ora in Italia con ristoranti indiani, asiatici e di altre culture che sono la normalità in tutti i paesi più avanzati.

Ma questi sono effetti superficiali perché l’integrazione vuol dire soprattutto l’arrivo di molti modi nuovi di vedere il mondo, di idee diverse di architettura, arte e ogni aspetto della nostra vita. Così autori, architetti, artisti, attori, ecc, di origine immigrata danno vita a nuove versioni di mestieri vecchi che non erano possibili prima.

Educazione

L’assimilazione spiega perché molti figli e discendenti di emigrati conoscono poco o niente della nostra lingua e cultura quando finalmente vengono qui in vacanza e, come ora fanno molti, per conoscere le loro origini.

Come paese dobbiamo fornire a loro i mezzi per poter finalmente imparare la nostra lingua che, in fondo, è anche una dei mezzi principali che riflette la Storia delle loro famiglie.

Qualcuno, a partire da politici di rango di tutti i partiti, potrebbe obbiettare che sono soldi che il paese non può permettersi per questo “lusso”, ma la risposta è semplice. Se insegniamo davvero per bene la nostra lingua all’estero realizzeremo almeno due effetti importanti.

Il primo effetto sarebbe di aumentare il mercato dei nostri film, libri e musica, come anche il mercato internazionale dei nostri canali televisivi, iniziando da RAI World. Il secondo effetto sarebbe il grande aumento dei turisti in Italia in cerca delle loro origini.

Ci sarebbe poi un terzo effetto importante, che questi nuovi italofoni sarebbero anche i nuovi portavoce di quel che scoprono nei   loro viaggi nella nostra lingua e cultura.

Tutto questo avrebbe effetti importanti sulla nostra economia con l’aumento delle vendite e del turismo.

Ma come paese l’Italia deve capire che non è un progetto che si realizza da solo, ma con il contributo, in Italia e all’estero di tutti e quindi spetta a noi tutti dare il proprio contributo perché fin troppo spesso aspettiamo che siano gli “altri” a farlo, ma dimentichiamo che siamo tutti gli “altri” per qualcuno…

 

di emigrazione e di matrimoni

The lost language

Not speaking our language means losing part of our identity and it is that very aspect that defines us, our language.

When we start writing an article we already know there will always be someone who will criticize the theme or the contents. This is the fate of any journalist or author but in the case of this article the risk is of offending those who will feel called into question because it describes their own personal situation.

However, a short exchange on Facebook during the San Remo Italian Song Festival made me understand a situation of Italian migration that many cannot imagine that has the potential to make life harder for the children and descendants of migrants, even if for the best of intentions.

Carmen

During the Festival I posted on my Facebook page a film of the sketch by Virginia Raffaele based on Bizet’s Carmen. My intention was to offer my friends overseas an example of the actress/comic’s skills that did not use Italian. A reply from the United States gave me a lot to think about.

https://www.youtube.com/watch?v=Ds8BlrZrxtg

When he thanked me for the film clip Michael J Denicola from the United States wrote “I wish I could speak Italian or Spanish but as a young child growing up my grandfather would only let people speak English in the house”.

Even though this did not surprise me I must confess that, being brought up in a home where Italian was the language in an Anglo-Saxon country, the answer saddened me because not speaking our language means losing part of our identity and it is that very aspect that defines us, our language.

I can understand the grandfather’s reasons, maybe it was in an area where Italians were not treated well and he certainly wanted to ensure that the children integrated as well as possible in the new country. But Michael’s comment lets us understand he feels the loss of our language.

But what does it mean to lose your language? We want to make some considerations.

Understanding and appreciating

Not knowing how to speak our language means not understanding Italian programmes, films and books that are our personal cultural heritage. Not speaking our language means that we cannot understand events such as San Remo where exactly our language is the essential element of the competition. In fact, those who followed the song competition who do not understand our language would not have understood that a small part of the song was not in Italian but in Arabic, the language of the winner Mahmood’s father.

https://www.youtube.com/watch?v=KvJUrrMgyGs

Although many Italian books, films and songs are translated into other languages no translation is 100% faithful because there are words and expressions that cannot be translated and important subtleties are lost not only by readers and viewers but often also by the translator who does not know every aspect of our Culture.

On the social media pages I see questions from descendants of Italian migrants who ask the meaning of a word or phrase and they post approximations because they do not have the ear that comes from knowing another language well and therefore it is not rare that they do not find out the word or phrase in subject really is.

All this, together with the natural desire that comes to everybody sooner or later to want to know from where they come, makes it even harder to look for the family’s history or relatives.

Not knowing our language means not having the means to truly appreciate the richness and the great variety of our personal cultural heritage and that grandfather. like the others that took the same decision. to abandon the past to try to give their children and descendants a better future sadly gave them a much poorer life, personally and culturally.

Assimiliation or integration?

This aspect of denying our language and who knows how many other aspects of our cultural identity has an important cost, not only personal but also economic.

When we talk about the arrival of migrants into a country, it does not matter which country, we generally talk in two terms that superficially seem to have similar meanings but really have very different effects as we see in Michael’s grandfather’s behaviour.

The first is the concept of assimilation. That of forgetting the origins and to lose along the   way the language, habits and tradition and to adopt in full the language, habits and traditions of the new country of residence. As we saw in the story from a reader in Brazil, this also meant the legal obligation to give children only the Portuguese versions of names and not the Italian versions (or of other languages).

This could also mean abandoning a religion to take the local religion and for this reason it would be interesting to know why many Italians in the United States abandoned Catholicism for other Christian faiths. This is not a criticism of the decisions and those who now follow other faiths but to know the historical reason for these decisions and if they were voluntary or, directly or indirectly, obliged to by local conditions.

In the case of total assimilation of the migrant, this means sooner or later losing the Italian part of their personal identity with who knows what long term effects, both for the migrant and the children and the descendants when they want to know their origins as many do.

On the other hand, integration means entry of the migrant into the local community with the habits, traditions and behaviour that make the local community richer. The most obvious example is the opening of restaurants with new cuisines, as we now see in Italy with Indian, Asian and other restaurants that are normal in all the other advanced countries.

But these are superficial because integration means above all the arrival of many new ways to see the world, of different ideas in architecture, art, and every aspect of our lives. In this way authors architects, artists, actors, etc of migrant origin give life to new versions of old trades that were not possible previously.

Education

Assimilation explains why many children and descendants of migrants know little or nothing of our language and culture when they finally come here on holiday or, as many now do, to know their origins.

As a country we must supply them the means to finally learn our language that is after all one of the main means that reflect the history of our families.

Some, beginning with top ranked politicians of all the parties, could object that this costs money that the country cannot afford for this “luxury” but the answer is simple. If we truly tech our language well overseas it would have at least two important effects.

The first effect would be to expand the market for our films, books and music, as well as the market for our television channels, beginning with RAI World. The second effect would come from the great increase of tourists into Italy in search for their origins.

There would then be a third major effect; that these new Italian speakers would also be the new spokespersons of what they discover in their journeys into our language and culture.

All this would have major effects of our economy with the growth of sales and tourism.

But as a country Italy must understand that it is not a project that makes itself but only with the contribution, in Italy and overseas, of everybody and therefore it is up to all of us to give our personal contribution because all too often we expect the “others” to do it but we forget that we are all the “others” for someone…

Noto, Corrado Bonfanti invita le comunità siciliane in America a partecipare all’Infiorata

L’appello, del sindaco di Noto Corrado Bonfanti alle comunità siciliane in America per la 40esima edizione dell’Infiorata, a partecipare con la realizzazione di bozzetti su disegno che saranno valutati da una commissione creata per la circostanza. Importanti anche i suggerimenti per eventi collaterali nei tre giorni dell’evento con il coinvolgimento di artisti, ballerini e cantanti

Un luogo di fuga, quell’”amara terra” che non basta più, non dà da mangiare e non offre possibilità. La Sicilia, terra amata, desolata, calpestata, protagonista del grande esodo migratorio di fine Ottocento ed attualmente la regione con più emigrati all’estero. Valigia in mano ed in viaggio per il Nuovo Mondo dove dare il proprio contributo, un destino di molte famiglie scelto come tema della 40esima infiorata di Noto “Siciliani in America”(Canada e Usa), il 17,18 e 19 maggio. Un riconoscimento, attraverso 16 pannelli, a tutte le donne e agli uomini con le loro storie, la loro fantasia, talento, e ai grandi personaggi siciliani che hanno illuminato con la loro esistenza il progresso, la cultura, l’arte, la scienza, la politica e il costume in Usa e Canada. Una iniziativa nata con la collaborazione dell’on. Nissoli eletta in rappresentanza degli italiani del nord America.

Dare un benvenuto ed un ringraziamento a coloro che hanno continuato ad amare l’Isola, questo è il messaggio del sindaco Corrado Bonfanti che invita gli stessi a collaborare con: la presentazione di 16 bozzetti che raccontino storie, simboli e personaggi siciliani in America: storie di quotidianità o di chiara fama; la storia dei viaggi e degli arrivi; i simboli o gli eventi importanti per le comunità in America. Otto dei sedici bozzetti saranno scelti tra quelli realizzati dalle comunità in America, al fine di valorizzare il talento e la capacità dei creativi delle nostre comunità siciliane emigrate. Quelli prescelti saranno poi riprodotti a terra dagli stessi autori (se presenti a Noto) e trasformati infine dai maestri infioratori, quelli invece non utilizzati per l’evento, saranno valorizzati in una mostra dedicata. La conferenza stampa si terrà anche a New York alla fine di marzo a data ancora da stabilire.

Cosa cerchiamo? – What are we looking for?

di emigrazione e di matrimoni

Cosa cerchiamo?

Come succede spesso l’idea per un articolo cambia nel corso dei giorni con le informazioni che arrivano e gli scambi con altri sul social che ti fanno capire di nuovo che più si che no le idee non sono poi così fisse come pensiamo.

Inizio l’articolo con un ringraziamento ad Antonio Fassano del sito italianamericanexperience.com che ci ha dato il permesso di utilizzare un paio di suggerimenti su come diventare italo-americano che potrebbe anche aiutare lettori in altri paesi a trovare le proprie radici.   I suoi suggerimenti erano interessanti come anche la lettura dei suoi articoli e ascoltare il blog. Ho saputo del sito da un lettore negli Stati Uniti, Bob Panepinto, che mi aveva inviato un paio di suggerimenti dal sito per trovare le suoi radici.

Poi, un post su un sito americano ha dimostrato che se davvero vogliamo incoraggiare i nostri parenti e amici all’estero a trovare le proprie origini dobbiamo iniziare da una parola che molti evitano, ma è fondamentale per conoscere chi siamo e da dove veniamo

Domanda sciocca

Quando ho visto la domanda sullo schermo non ci volevo credere. “Come si chiama la pizza in italiano?”.

All’inizio volevo credere che fosse uno scherzo e invece l’andamento della discussione ha dimostrato che era seria e non una presa in giro. Sapevamo che per molti americani la pizza fosse una loro invenzione, ma non pensavo che questa idea appartenesse anche a qualcuno di origini italiana.

Nel leggere il blog di Antonio e la sua socia Dolores Alfieri si percepisce chiaramente il loro orgoglio per la Storia della propria famiglia e le loro tradizioni. Hanno lavorato molto per scoprire quei pezzi mancanti del loro passato che avrebbero riempito il vuoto che sentivano, lo stesso vuoto che chi scrive ha sentito per molti anni nella ricerca della propria identità.

Tristemente per alcuni questa ricerca non è poi così facile e a volte diventa impossibile capire davvero chi siamo fino in fondo. Ho il sospetto che l’utente della domanda improbabile si trova tra questi.

Suggerimento numero uno

Il primo suggerimento dal blog di Antonio è “SCEGLIERE di vivere come un Italo-Americano. E capire che ci vuole lavoro”. Con queste parole ha colpito in pieno il bersaglio della realtà degli italiani all’estero e che diventa ovvio nei nostri scambi con le comunità italiane all’estero

Chi nasce all’estero, oppure chi ci va giovanissimo e cresce in un altro paese non può essere “italiano”, almeno non nel senso classico della parola. Non importa se figlio di emigrati, oppure sia di quarta, e oltre generazioni di discendenza.

Già in Italia il dibattito dell’anno scorso sullo ius soli, la proposta di una nuova legge di cittadinanza italiana, ha svelato che nel Bel Paese il concetto di “italiano” cambia radicalmente da zona a zona e anche da politica a politica. Figuriamoci all’estero dove dobbiamo tener conto dell’entrata di non italiani nella famiglia e i conseguenti mutamenti di tradizioni e soprattutto i cambi di cognomi che spesso rendono difficile capire che una persona è di origine italiana.

Con il passare delle generazioni diventa sempre più difficile poter trovare il passato e non è raro che la nuova moda di fare la prova del DNA crei ulteriori difficoltà perché dimostra tracce millenarie degli esodi di popoli nel corso della Storia.

Suggerimento numero due

Anzi, questo in effetti è il terzo della serie, ma è il secondo dei suggerimenti di Antonio che vorrei mettere all’attenzione dei nostri lettori.

IMMERSIONE.   Fa che la Cultura italiana sia una parte della tua vita quotidiana”. E quindi arriviamo a quel che identifica quel che siamo davvero, quella qualità che ci rende italiani e diversi dagli altri.

Quel che davvero ci definisce “italiani” comprende una parte specifica della nostra Cultura, la lingua. Tutto il resta fa parte del nostro patrimonio culturale e, benché sia fondamentale per riconoscere le imprese che abbiamo compiuto come paese, non definisce il nostro essere.

Parlando con i nostri parenti e amici all’estero ci rendiamo conto presto dell’accento nuovo che non appartiene a nessuna parte della penisola italiana, e poi degli sbagli della lingua italiana a causa di parole d’origine dialettale, come anche parole e grammatica della lingua del paese di residenze e/o nascita dell’oriundo di turno.

La lingua che l’oriundo parla è quel che ci fa capire se è italo-americano, italo-australiano, italo-brasiliano, italo-argentino e così via. Ciascuno ha le proprie frasi e parole e, come vediamo spesso nei casi americani il linguaggio cambia radicalmente da città a città. Infatti, la lingua cambia cosi tanto in quel paese che abbiamo visto utenti dire che l’altro “non è più italiano”.

Questo ci fa capire che la strada per diventare “italiani” per gli oriundi inizia con l’educazione, una parola che a molti non piace, insegnando prima la lingua che ci definisce e poi la Storia che pochi conoscono.

Ma tutto questo non rende meno importante per ogni individuo come potersi identificare. Perciò dobbiamo porci una domanda seria che è quella che definisce davvero la nostra vita.

Domanda saggia

“Cosa cerchiamo davvero?”   Una domanda apparentemente semplice ma che impegna una vita per trovare la riposta definitiva. Eppoi ci sono quelli che non la trovano mai, come ci sono anche quelli che non accettano la risposta finale e di questi due casi non sappiamo quale sia il più triste.

La ricerca per l’identità fa parte della vita di ogni individuo. Sappiamo tutti i dolori dell’adolescenza che ci impone di fare scelte difficili perché molti di noi vogliamo “essere come gli altri”, invece di formare un’identità nuova e quindi personale.

Ed è questo ultimo fattore che rende così difficile per alcuni figli di immigrati avere un’identità davvero diversa degli altri perché le loro origini sono diverse e la loro famiglia parla un’altra lingua, ha tradizioni oppure una religione non condivise dai compagni di scuola o di lavoro.

I discendenti degli emigrati, a partire dai primi nati all’estero, si trovano a fare scelte difficili che i genitori spesso non capiscono fino in fondo.

Per esempio, se mantenere o non la versione italiana del nome, come ha fatto Antonio del sito e come ha fatto chi scrive, perché fa parte della propria identità e non la versione autoctona. Per esperienza personale è una scelta che porta difficoltà a scuola sia con insegnanti che altri alunni perché il nome non era “australiano” e dunque da cambiare.

Risposte

Alla fine, le risposte si trovano in Italia perché è la fonte delle nostre diversità e particolarmente il luogo d’origine della nostra famiglia, o di una parte della famiglia per molti. Però, come nota giustamente il blog e gli articoli del sito queste ricerche non sono poi così facili da eseguire.

L’Italia potrebbe svolgere un ruolo importante nell’aiutare gli italiani all’estero in queste ricerche, non solo per la parte burocratica della documentazione, ma per rendere più facile scoprire le meraviglie del paese d’origine, a partire dai paesini dei genitori, nonni o bisnonni.

Alcuni in Italia potrebbero dire che il paese non può permettersi una tale spesa, ma nessuno che viene in Italia per questi motivi pretende o pensa che siano servizi gratuiti.   Le autorità potrebbero fornire informazioni nella varie lingue delle nostre comunità estere per chi conosce poco o niente della nostra lingua.

Le Pro Loco comunali potrebbero anche dare buoni sconti da utilizzare nei musei e le gallerie d’arte locali ai figli e discendenti di emigrati locali per poter scoprire il loro patrimonio culturale personale e non solo il Colosseo a Roma o gli Uffizi a Firenze.

Dobbiamo ricordare che il potenziale mercato per servizi del genere non è piccolo ma di decine di milioni in giro per il mondo e destinato a crescere sempre. Infatti, il Bel Paese non ha niente da perdere e tutto da guadagnare a incoraggiare gli oriundi a trovare le proprie origini.

Allora perché molti in Italia, a partire dai nostri governanti, fanno finta che non esistano?

Invitiamo i nostri lettori a inviarci le proprie storie per cercare l’identità personale per incoraggiare tutti che sono figli d’Italia.

Inviate le vostre storie a: gianni.pezzano@thedailycases.com

 

di emigrazione e di matrimoni

What are we looking for?

As often happens, the idea for an article changes over time with new information and the exchanges on the social media that make you understand once more that more often than not ideas are not as set as we think.

I begin the article with a thank you to Antonio Fassano of the site italianamericanexpereince.com who gave us permission to use a couple of tips for becoming an Italian American that could also help readers in other countries to find their roots. His tips were interesting, as well as reading his articles and listening to his blog. I was told about the site by a reader in the United States, Bob Panepinto, who had sent me the hints from the site for finding his roots.

Then a post from an American site showed that if we truly want to encourage our relatives and friends overseas to find their roots we must begin with a word that many avoid but it is essential for knowing who we are and from where we come.

The silly question

When I saw the question on the screen I could not believe it, “What is the Italian word for pizza?”.

At first I thought it was a joke but the progress of the discussion showed that it was serious and not facetious. We know that many in the United States believe that pizza was invented there but I did not think that the idea belonged to someone of Italian origin.

Reading the blog by Antonio and his partner Dolores Alfieri you clearly perceive their pride in their family histories and traditions. They worked hard to discover the missing pieces from their past that would have filled a void they felt, the same void that I felt for many years in the search for my own identity.

Sadly for some the search is not so easy and sometimes it is impossible to truly understand fully from where we come. I suspect that the user of the improbable question is one of these.

Tip number one

The first tip from Antonio’s blog is CHOOSE to live as an Italian American. And understand it takes work. With these words Antonio hit the bull’s eye of the reality of Italians oversees and that has become obvious in our exchanges with Italian communities overseas.

Those who are born overseas, or who migrate very young and grow up in another country cannot be “Italian”, at least in the classical sense of the word.   It does not matter if you are the child of migrants, or if you are fourth and more generation descendants’ of migrants.

Italy had that debate last year on the ius soli, the proposed new Italian citizenship law, that revealed that the concept of “Italian” changes drastically from area to area and also from political belief to political belief.

Imagine then overseas where we have to take into account the introduction of non Italians into the families and the subsequent changes in traditions and above all the changes in surnames that often make it hard to understand if a person is of Italian origin.

With the passage of generations it becomes increasingly harder to find the past and it is not rare for the new fashion for DNA testing to create further difficulties because they show traces of millennia of migrations of people over history.

Tip number two

In fact, this is effectively the third of the series but the second of Antonio’s tips that I would like to the attention of our readers.

“IMMERSION. Make Italian culture an everyday part of your life”. And thus we reach what identifies us for what we truly are, the quality that makes us Italian and different from the others.

What identifies us as “Italians” is a specific part of our Culture, the language. All the rest is part of our cultural heritage and even though it is essential for recognizing the deeds we achieved as a country, it does not define our being.

When we talk with our relatives and friends overseas we quickly understand from the new accent that they do not come from any part of the Italian peninsula and then from their mistakes in Italian because of the use of words from a dialect and from some words and grammar from the language of the country of residence and/or birth of the oriundo (Italian from overseas) with whom we are talking.

The language that the oriundo speaks makes us understand if he or she is Italian American, Italo-Australian, Italo-Brazilian, Italo-Argentinean, and so forth and, as we often seen in the American cases the language changes radically from city to city. In fact, the language changes so much in that country we have seen users say that the other person is “no longer Italian”.

This lets us understand that the road to becoming “Italians” for the oriundi begins with education, a word that many do not like, first teaching the language that defines us and then the history that too few know.

But all this does not make it less important for the individual to identify himself or herself. Therefore, we must ask ourselves a serious question that is the one that truly defines our lives.

The wise question

“What are we truly looking for?”. This is apparently a simple question but one that takes a lifetime to answer. Then there are those who never find it, just as there are those who do not accept the final answer, we do not know which is the sadder of these two cases.

The search for identity is part of the life of every individual. We all know the pain of adolescence that makes choosing hard because many of us want “to be like the others”, rather than forming a new and therefore personal identity.

And it is this final factor that makes it so hard for some children of migrants to have an identity different from the others because their origins are different, their families speak another language and have traditions or a religion that are not shared by school or work mates.

The descendants of migrants, beginning with the first born overseas, find themselves having to make difficult choices that the parents often do not truly understand.

One example, whether or not to keep the original Italian version of the name, as Antonio from the site and I did, because it and not the native version is part of our identity. From personal experience, this is a choice that brings difficulties at school with both the teachers and the other students because the name was not “Australian” and therefore had to be changed.

Answers

In the end the answers are in Italy because it is the source of our diversity and specifically the place of origin of our family or for many a part of the family. However, as the blog and its articles from the site rightly say, this search is not so easy to carry out.

Italy could play a important role in helping Italians overseas in this search, not only the bureaucratic part of the documentation but in making it easier to discover the wonders of the country of origin, beginning with the towns of the parents, the grandparents and the great grandparents.

Some in Italy would say that the country cannot afford this expense but nobody who comes to Italy for these reasons expects or demands that these services be free. The authorities could supply information in the various languages of our communities overseas for those who know little or nothing of our language.

The local Pro Loco (Tourist Offices) could also give discount vouchers to be used in the local museums and art galleries to the children and descendants of local migrants in order to discover their personal cultural heritage and not only the Coliseum in Rome or the Uffizi Gallery in Florence.

We must remember that the potential market for this type of services is not small but tens of millions around the world and destined to always grow. In fact, Italy has nothing to lose and everything to gain in encouraging the oriundi to discover their origins.

So, why do so many in Italy, beginning with those who govern us, pretend they do not exist?

We invite our readers to send us their stories of looking for their personal identity to encourage all those who are the children of Italy.

Send your stories to: gianni.pezzano@thedailycases.com

Per celebrare il 10 febbraio, Giorno del Ricordo degli esuli istriani

I fatti di Pola,Fiume,l’Istria e la Dalmazia sono venuti alla luce pubblicamente solo da qualche anno, l’esistenza di noi esuli è stata finalmente riconosciuta con l’istituzione del giorno del ricordo del 10 di Febbraio. Per i miei genitori, sepolti in terra straniera, questo riconoscimento certamente è arrivato troppo tardi ma, d’altra parte, ciò non è importante perché non avrebbe portato loro alcun sollievo.

Di Mirella Tainer

Oh Fiume tu sei la più’ bella …oh Fiume tu sei la più’ forte…si mette a cantare improvvisamente, canta a pieni polmoni con un energia che pensavo non avesse piu’. Una delle tante del nostro repertorio…avrebbe potuto essere ugualmente “le mule de Fiume le peta l’ociada” oppure “ la mula de Parenzo” o ancora …“ogni sera di sotto al mio balcone”… Poi… anche noi,io, Ina mia sorella e Danilo suo fratello…uniamo le nostre voci alla sua…le piccoline entrano in camera, dove lui sta’ a letto da tanti giorni e cominciano a muoversi con grazia seguendo il ritmo, contente, sorridenti…si divertono, il bisnonno non tiene gli occhi chiusi come ultimamente, canta e sembra pieno di energia… …torneremo sul monte Maggiore…continua con la sua voce incredibilmente possente…come è bello passeggiar,lungo il mar,lungo il mar… ….non ce la faccio…le parole della canzone e le lacrime mi soffocano…piango, piango per lui, il mio bel mulo Fiuman, Dusan, che se ne sta’ andando e piango con lui per la nostra Fiume, Fiume, la citta’ dove siamo nati, e alla quale ora lui sta’ dando l’addio…letteralmente con il suo ultimo respiro… e piango per quello che ci è capitato, questa tragedia che fa’ sempre tanto ma tanto male… …non è il 10 di Febbraio è un giorno di Settembre del 2013…un altro giorno del ricordo per me. L’ho aggiunto agli altri nel mio cassetto della memoria… I fatti di Pola,Fiume,l’Istria e la Dalmazia sono venuti alla luce pubblicamente solo da qualche anno, l’esistenza di noi esuli è stata finalmente riconosciuta con l’istituzione del giorno del ricordo del 10 di Febbraio. Per i miei genitori, sepolti in terra straniera, questo riconoscimento certamente è arrivato troppo tardi ma, d’altra parte, ciò non è importante perché non avrebbe portato loro alcun sollievo.

Le loro radici, come quelle di tutti noi esuli, erano state sradicate…non si erano persi solo i beni materiali si era perso tutto il resto: quello che eravamo e quello che avremmo potuto essere, il nostro passato ed anche il nostro futuro, si’ il nostro futuro quello che avremmo avuto se non fosse avvenuta la tragedia dell’esodo. Il futuro nel nostro mondo,quello che avrebbe potuto essere, tra la nostra gente, in casa propria…e , se eventualmente avremmo voluto andarcene per avere un dopo altrove, l’avremmo deciso da noi stessi… …che importanza ha di chi è la colpa? Niente purtroppo può cambiare la nostra tragedia! E’ difficile,tanto, per un esule , esprimere quello che sente,questa sensazione di vuoto, di non appartenza non importa dove si va’! Questa consapevolezza di aver veramente perso tutto e non solo i beni materiali…e poi …pensieri e domande per ogni giorno e per ogni momento e non per un giorno solo tra tanti…dopo la mia generazione, chi ci sarà per raccontarci? Di me, che mi sento di Fiume dal momento del mio risveglio fino al momento di coricarmi! Di me che penso In “Fiuman”. E… i miei figli …con chi parleranno in “nostro dialeto” quando io non ci sarò piu’? Rimarra’ il giorno del ricordo,il 10 di Febbraio, a ricordare i fatti ma non il dolore, la rabbia, la sofferenza, l’impotenza… al pensiero di quello che avrebbe potuto essere e che non è stato…! Tristemente dobbiamo accontentarci del giorno dedicatoci! Che altro possiamo fare? E come dice Gino di Milwaukee: ma guarda cossa ne ga’ toca’! Viva il 10 Febbraio! Viva il Giorno del Ricordo!

Il parolaio magico – The magical wordsmith

di emigrazione e di matrimoni

Il parolaio magico

Mogol aveva avuto grande successo prima di conoscere Battisti. Prima ancora di compiere trent’anni ha vinto ben tre Festival di Sanremo con “Al di là” nel 1961 all’età di 26 anni, “Uno per tutte” nel 1963 e “Se piangi se ridi” nel 1965.

L’Italia è sempre stata riconosciuta per la sua musica e nel corso degli anni i nostri compositori e cantanti hanno avuto grandissimo successo internazionale. Però, con l’eccezione della lirica, la nostra musica di solito trova successo in traduzione, soprattutto in inglese e spagnolo. Per questo motivo i nostri parolieri non sono conosciuti dal grande pubblico internazionale.

Questo fenomeno colpisce anche e in modo particolare una categoria dei nostri cantanti, i cantautori, che si esprimono al meglio nella nostra lingua. Perciò gente come Fabrizio de André, Pino Daniele, Francesco de Gregori, Ivano Fossati, Francesco Guccini e Lucio Dalla non hanno mai avuto il riconoscimento internazionale che avrebbero meritato.

C’è un parolaio magico che da quasi sessant’anni ha avuto enorme successo in Italia con le sue parole, anche con canzoni che spesso sono state tradotte in altre lingue, ma non sempre con le stesse parole e quindi gli stessi messaggi, che abbiamo l’obbligo di fare conoscere ai nostri parenti e amici all’estero perché altrimenti non saprebbero mai quante delle canzoni italiane che loro conoscono siano state realizzate grazie a lui.

È ora che il mondo intero, iniziando dagli italiani all’estero, riconosca Giulio Rapetti, in arte Mogol.

Canto libero

Nel 1972 il sedicenne che ero nel mio primo viaggio in Italia ho sentito una canzone che   mi ha colpito profondamente perché le prima parole sembravano scritte per il figlio di emigrati italiani che si è sempre sentito un pesce fuor d’acqua nel suo paese di nascita.

“In un mondo che, non ci vuole più, il mio canto libero sei tu”. Quelle parole hanno espresso una solitudine che spesso nascondevo ai genitori. Non importa che in fondo si trattava di una canzone bellissima d’amore, ma l’emarginazione dei suoi protagonisti era identica a quel che sentivo ma non riuscivo mai ad esprimere.

https://www.youtube.com/watch?v=CXjAfzSldb4

Pochi giorni dopo ho sentito un’altra canzone che ancora oggi mi fa sentire emozioni forti ed era dello stesso cantante, Lucio Battisti. “Pensieri e parole” è una canzone complicata e impegnativa nel suo linguaggio e perciò, a causa del mio livello d’italiano di allora, ho impegnato anni per capire fino in fondo il suo messaggio.

Sono tornato in Australia con molti dischi nuovi, compresi alcuni di Battisti e man mano che me li potevo permettere, compravo tutti i suoi dischi e ci è voluto poco per capire che le parole che tanto mi colpivano in quelle canzoni non erano scritte da Battisti, bensì da Mogol.

Il sodalizio è andato avanti fino al 1980 quando hanno litigato perché Battisti voleva una percentuale più alta dei ricavi perché considerava che il loro successo fosse dovuto alla sua musica e la sua voce. Però, il semplice fatto che Battisti non ha potuto avere lo stesso livello di successo con le parole scritte da lui e altri mentre i suoi brani con Mogol continuavano a essere suonati, come lo sono ancora tutt’ora, dimostra che la magia di quel periodo era dovuto alle emozioni descritte dalle parole.

https://www.youtube.com/watch?v=iozxdmdq8uc

Sanremo

Mogol aveva avuto grande successo prima di conoscere Battisti. Prima ancora di compiere trent’anni ha vinto ben tre Festival di Sanremo con “Al di là” nel 1961 all’età di 26 anni, “Uno per tutte” nel 1963 e “Se piangi se ridi” nel 1965.

Mogol aveva già scritto per altri cantanti, come Mina, Bobby Solo, Tony Renis e Tony Dallara per nominarne alcuni, e anche per complessi storici come Équipe 84, i Dik Dik (per i quali ha tradotto in italiano (“Sognando California”) la classica “California Dreaming” del complesso americano i Mammas and the Papas, e i Rokes. In una carriera che non ha mai chiuso, Mogol ha scritto le parole per oltre 1.500 canzoni per una varietà enorme di artisti.

Benché il suo periodo d’oro è stato senza dubbio quello con Lucio Battisti per cui il binomio “Battisti-Mogol” ora fa parte della Storia della nostra musica e quindi della Cultura italiana, dopo la rottura Mogol ha continuato a lavorare e ad avere successi con molti altri cantanti come Riccardo Cocciante, Gianni Bella, Adriano Celentano, Mango e Gianni Morandi. Inoltre, nel caso di Morandi, entrambi fanno parte anche della Storia della Nazionale italiana di cantanti che nel corso dei decenni ha raccolti soldi per beneficenze importanti in Italia.

Debolezza

Ma per quanto sia bella la nostra lingua, particolarmente quando utilizzata per la musica, ha un punto debole che non possiamo nascondere e che dobbiamo affrontare.

Per capire la magia delle parole scritte da Mogol e i nostri grandissimi cantautori, dobbiamo capire l’italiano e non solo a un livello base. E malgrado i nostri oltre novanta milioni di emigrati e i loro discendenti in giro per il mondo il successo internazionale dei nostri cantanti non è dovuto alle nostre comunità italiane, bensì alle versioni in lingue straniere di questi brani che non sempre riflettono i messaggi contenuti nei brani originali.

Basta vedere i successi internazionali di Laura Pausini che sono basati sulle comunità di lingua spagnola in Sud America e negli Stati Uniti dove ha vinto numerosi premi nella categoria di musica latina.

Il risultato è che gente come Mogol non ha mai avuto il riconoscimento adeguato per le sue opere come ha fatto, per darne solo un esempio, l’americano Burt Bacharach che ha scritto successi per molti artisti.

Il successo di Mogol, anche internazionale delle versioni cover delle sue canzoni, l’ha spinto a creare il C.E.T. (Il Centro Europeo di Toscalano) in Umbria per lo sviluppo della cultura e della musica. Questo è un contributo importante che dovrebbe farci rendere conto che l’atteggiamento del paese verso la promozione della nostra cultura è davvero sbagliato.

Possiamo mangiare e bene anche

Nel 2010 in risposta a una domanda Giulio Tremonti, l’allora Tesoriere ha dichiarato, “Con la Cultura non si mangia”. Questa frase è diventata notoria, particolarmente perché pronunciata da un ministro importante del paese con il patrimonio culturale più importante del mondo.

Però, paesi come la Francia con il Louvre e ora anche la Russia con il suo stupendo Hermitage, hanno messo la Cultura, spesso con pezzi italiani importantissimi, al centro delle loro campagne pubblicitarie, campagne che hanno avuto grandissimo successo, come testimoniano le cifre dei visitatori in questi luoghi.

Il semplice fatto che Mogol, Laura Pausini e Paolo Conte (specialmente in Francia) e altri cantanti, che fanno certamente parte della nostra Cultura, abbiano successo dimostra che non solo con la   Cultura si mangia, ma si mangia anche bene.

Nel caso di Mogol, il successo non ha garantito il suo riconoscimento personale perché il pubblico mondiale conosce le versioni in altre lingue e quasi mai nelle versioni italiane dove le sue parole sono fondamentali.

Come paese dobbiamo capire che, come ha fatto persino Bollywood in India con il cinema, la Cultura deve essere promossa e in modo sistematico e mondiale e non solo a caso con successi individuali di artisti.

Ci lamentiamo che mancano i soldi per il restauro dei nostri musei e gallerie d’arte, ma facciamo finta di non capire che questi luoghi sono anche le   fabbriche di una grande industria capace di produrre i soldi necessari dai turisti mondiali che verrebbero nel paese   se solo facessimo conoscere veramente i nostri artisti e le loro opere.

Musica è solo un settore di questa industria che è ancora più potenziale che vera e faremmo un passo nella direzione giusta verso questa promozione se cominciassimo a far conoscere al modo il nostro parolaio magico, Mogol.

E dopo di lui c’è una lista lunga da fare perché nel corso degli anni abbiamo dimenticato troppi artisti importanti perché non abbiamo ancora capito che la nostra vera Gloria è la nostra Cultura.

 

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The magical wordsmith

Mogol already achieved great success before meeting Battisti. He had won three Sanremo Song Festivals before his thirtieth birthday with “Al di là” (Beyond) in 1961 at 26 years of age, “Uno per tutte” (One man for all the ladies) in1963 and “Se piangi se ridi” (If you cry, if you laugh) in 1965.

Italy has always been known for her music and over the years our composers and singers have had great international success. However, with the exception of Opera, our music usually finds success in translation, especially in English and Spanish. For this reason our lyricists are unknown to the wide international public.

This factor hits in particular fashion one category of our singers, the cantautori (singer-songwriters), who express themselves best in our language.   Therefore, people like Fabrizio de André, Pino Daniele, Francesco Daniele, Ivano Fossati, Francesco Guccini and Lucio Dalla have never had the international recognition they deserve.

There is a magical wordsmith who for nearly sixty years has had enormous success in Italy with his words, even with songs that were often translated into other languages but not always with the same words and therefore the same messages, that we have a duty to introduce to our relatives and friends overseas because otherwise they would never know how many Italian songs they know were originally produced thanks to him.

It is time that the whole world, beginning with the Italians around the world, to get to know Giulio Rapetti, aka Mogol.

Song of Freedom

Ii 1972 as a sixteen year old in my first trip to Italy I heard a song that struck me deeply because the first words seemed written for the son of Italian migrants who always felts like a fish out of water in his country of birth.

In un mondo che, non ci vuole più, il mio canto libero sei tu” (In a world that no longer wants us, my song of freedom is you). These words expressed the loneliness I often hid from my parents. It does not matter that deep down this was a beautiful song of love but the marginalization of its protagonists was identical to what I felt but I never managed to express.

https://www.youtube.com/watch?v=CXjAfzSldb4

A few days later I heard another song that still today makes me feel strong emotions and it was by the same singer, Lucio Battisti. “Pensieri e Parole” (Thoughts and words) is a complex song and demanding in its language and thus, due to the level of my Italian at the time, I took years to fully understand its message.

I went back to Australia with many new records, including some by Battisti and as I could afford them I bought his albums and it did not take much to understand that the words that struck me so much in those songs were not written by Battisti but by Mogol.

The partnership continued until 1980 when they argued because Battisti wanted a higher percentage of the income because he thought that their success was due to his voice and music. However, the simple fact that Battisti never achieved the same success with the words he and others wrote while his songs with Mogol continued to be played, as they still are today, shows that the magic of the period was due to the emotions described by the words.

https://www.youtube.com/watch?v=iozxdmdq8uc

Sanremo

Mogol already achieved great success before meeting Battisti. He had won three Sanremo Song Festivals before his thirtieth birthday with “Al di là” (Beyond) in 1961 at 26 years of age, “Uno per tutte” (One man for all the ladies) in1963 and “Se piangi se ridi” (If you cry, if you laugh) in 1965.

Mogol had already written not only for other singers such as Mina, Tony Reni and Tony Dallara to name only a few but also for historic Italian groups such Équipe 84, the Dik Dik, (for which he translated the Mammas and the Papas classic “California Dreaming” into Italian as “Sognando California”) and the Rokes. In a career that never finished he wrote the words for more than 1,500 songs for an enormous variety of artists.

Although undoubtedly his greatest period was that with Battisti for which the duo “Battisti-Mogol” is now part of our music history and therefore part of Italian Culture, after their break Mogol continued to work and to have hits with many other singers such as Riccardo Cocciante, Gianni Bella, Adriano Celentano, Mango and Gianni Morandi. Furthermore, in the case of Morandi both are part of the history of the Italian national football team of singers which over the decades has raised money for important charities in Italy.

Weakness

But for how musical our language is, especially when used for music, it was a weakness that we must not hide and that we must deal with.

In order to understand the words written by Mogol and our great cantautori we must understand Italian and not only at a basic level. And despite our more than ninety million migrants and their descendants around the world, the international success of our singers is not due to our Italian communities but rather in the versions in other languages of these songs that do not always reflect the messages contained in the original pieces.

We only have to look at the international success of singer Laura Pausini that are based on the Spanish language communities in South America and the United States where she has won many awards in the Latin music category. The result is that people like Mogol have never had the appropriate recognition for their work, as happened for the American Burt Bacharach who wrote hits for many artists, to give only one example.

Mogol’s success, even internationally with cover versions of his songs, pushed him to create the C.E.T. (Il Centro Europeo di Toscalano, the European Centre of Toscalano) in Umbria for the development of culture and music. This is an impotent contribution that should make us understand that the country’s attitude towards the promotion of our Culture is truly wrong.

We can eat and also well

Answering a question in 2010 then Italian Treasurer Giulio Tremonti declared “You don’t eat with Culture”. This phrase became notorious, especially because it was said by an important minister of the country with the world’s most important cultural heritage.

However, countries such as France with the Louvre and now Russia with its stupendous Heritage have made Culture, often with very important Italian pieces, the centre piece of advertising campaigns that have had great success as shown by the numbers of visitors to these places.

Now, the simple fact that Mogol, Laura Pausini and Paolo Conte (especially in France) and other singers, who are certainly part of our Culture, have been successful shows that not only that we can eat with Culture but we can also eat well.

In the case of Mogol the success did not guarantee his personal recognition because the international audience knows the versions in other languages and almost never the original Italian versions in which his words are essential.

As a country we must understand, as even Bollywood has done in India with the movies, that Culture must be promoted systematically and worldwide and not by accident with individual hits by artists.

We complain that we lack the funds to renovate our museums and art galleries but we pretend that we do not understand that these places are also the factories of a great industry that can produce the money needed from the international tourists that would come if only we let them really know our artists and their works.

Music is only one sector of this industry that is more potential than real and we would take an important step in the right direction towards this promotion if we began to introduce our most important wordsmith, Mogol, to the world.

And after him there is a long list to make because over the years we have forgotten too many important artists because we have not yet understood that our real Glory is our Culture.

Le Tribù Italiane – The Italian Tribes

di emigrazione e di matrimoni

Le Tribù Italiane

A tutti gli effetti noi italiani agiamo come una serie di tribù individuali invece di una grande comunità internazionale di decine di milioni di appartenenti.

Quando parliamo degli italiani, sia all’estero che nel Bel Paese, abbiamo il vizio di parlare di un gruppo omogeneo, però la verità non è proprio questa. Come gruppo agiamo più come una massa di individui invece di un gruppo forte dei nostri numeri e quindi spesso , fin troppo spesso, perdiamo battaglie semplicemente perché siamo più propensi a fare del male al nostro rivale italiano che al nostro oppositore in comune.

A tutti gli effetti noi italiani agiamo come una serie di tribù individuali invece di una grande comunità internazionale di decine di milioni di appartenenti.

Questa tendenza non è nuova, bensì risale sin dai tempi dell’Impero Romano ed è proseguita per ogni passo della nostre Storia fino ad oggi quando vediamo come le nostre comunità sono spaccate al loro interno, di solito per motivi di rivalità personali invece di differenze di obbiettivi ed idee.

Conosciamo gli Orazi e i Curiazi dell’epoca romana, i Guelfi e i Ghibellini del Medioevo e conosciamo le rivalità politiche moderne, ma non vediamo che questa tendenza nelle nostre attività comunitarie è un male che ha avuto l’effetto di indebolire i nostri sforzi all’estero, a partire dai nostri gruppi comunitari che, malgrado il grande numero dei nostri connazionali in tutti i paesi, non hanno mai avuto il livello di successo che i numeri della nostra popolazione avrebbe dovuto assicurare.

Dalla politica al calcio, dalla cucina alla musica, ci troviamo spaccati su temi e questo ci fa più male che bene perché, volta dopo volta, all’estero e in Italia non centriamo i nostri bersagli perché ci concentriamo più sugli altri italiani che su l’obbiettivo stesso.

Derby e Formula 1

Chi segue il calcio italiano conosce le rivalità all’interno di varie città che prendono il nome inglese per le sfide cittadine, i derby. Tra di questi ci sono due casi di sfide che nacquero da rotture di club calcistici. Il derby di Torino nacque dalla formazione di Torino Calcio dopo una rottura all’interno dalla Juventus e il derby di Milano tra il Milan e l’Inter nacque allo stesso modo con l’Inter creato dopo il Milan.

Queste spaccature non solo hanno reso ancora di più feroci le rivalità cittadine, ma si estendono fuori dal mondo del calcio italiano ed entrano poi nelle trattative dei nostri club con l’UEFA, la Federazione europea di calcio, quando in molti casi pensano alle esigenze del club invece dei bisogni del calcio italiano in generale.

Questa tendenza di favorire interessi particolari si vede ancora di più in un altro sport amato dagli italiani, la Formula 1. Il paese è cosi concentrato sui bolidi rossi della Ferrari che ogni tentativo di formare altre squadre italiane di successo è fallito, non tanto per i difetti o sbagli degli individui coinvolti, ma perché la Ferrari attira tutta l’attenzione del pubblico italiano e quindi sponsor,   italiani e non-italiani, non sono propensi ad appoggiare scuderie come il Team Minardi che ha lottato coraggiosamente per anni contro questo atteggiamento autolesionistico.

Invece, se guardiamo il caso dell’Inghilterra, vediamo un paese che è stato ed è ancora capace di mantenere più di una squadra alla volta in grado di lottare per il titolo mondiale . Questo era particolarmente evidente negli anni della rivalità enorme tra McLaren e Williams quando l’Italia aveva in effetti soltanto la Ferrari che per anni era incapace di rompere l’egemonia britannica.

Come per il caso del calcio, l’effetto della spaccatura italiana era di indebolire il potere delle nostre squadre, iniziando proprio dalla Ferrari stessa perché gli inglesi, lavorando in sintonia su temi comuni, potevano ottenere vittorie politiche importanti che poi sono diventate vittorie mondiali sui tracciati del Circo mondiale.

Ma possiamo anche guardare un caso di una comunità italiana all’estero che dimostra chiaramente come gli stessi difetti e modo di pensare hanno impedito alla comunità di ottenere traguardi importanti perché via di rivalità casalinghe.

Un caso all’estero

La comunità italiana di Adelaide in Australia che conosciamo bene per aver lavorato al suo interno per decenni, è senza dubbio la comunità non anglofona più grande della città, come gli italiani compongono il gruppo più grande di tutto il paese. Però quella comunità è divisa in oltre 150 gruppi e circoli di varie grandezze e da tutte le zone d’Italia.

La grande comunità calabrese della città non solo ha prodotto tre distinte “associazioni Calabria”, ma ha anche un numero di club legati a paesi individuali. Possiamo dire che anche la regione Campania ha i suoi problemi di frattura che, benché avesse solo un “Campania Club”, vede decine di gruppi appartenenti a vari paesi e paesini, come anche legati a vari Santi e Madonne.

Come dice la prassi italiana quasi universale, le rotture delle associazioni calabresi sono quasi tutte dovute a rivalità personali.

In un caso particolare, legato a un paese che non sarà nominato per motivi che saranno ovvi, la comunità cittadina non solo ha prodotto una società che rappresenta il santo patrono del paese ma esistono persino feste dei santi patroni di due delle frazioni del paese ed esistono famiglie che hanno avuto litigi perché componenti fanno parte di una festa religiosa invece di un’altra.

Queste divisioni su feste religiose non si limitano solo a questo paese in Calabria, ma anche a feste dedicate a santi individuali, fino al punto che in questa città d’Australia la comunità italiana celebra due feste di San Giuseppe e due di Santa Lucia.

Potrebbe sembrare banale, ma, come i casi del calcio e la Formula 1 in Italia, le rotture all’interno vogliono dire che questa comunità di ben oltre 100.000 persone non ha potuto mantenere un centro culturale, non ha una biblioteca, oppure un teatro/cinema dedicati alla Cultura italiana, però ha due stazioni radio in lingua italiana…

D’altronde, la locale comunità greca, molto più piccola in numero, ma unita per i traguardi comunitari, è riuscita a raccogliere i soldi per istituire e mantenere un liceo greco che porta il nome del santo patrono greco San Giorgi.

Tribù

Ci dispiace utilizzare la parola tribù in riferimento alle nostre comunità, e non solo quella ad Adelaide, ma leggendo sul social media i commenti e i discorsi delle varie comunità italiane in giro per il mondo la nostra incapacità di lavorare insieme non è l’eccezione, ma la regola.

Recentemente abbiamo scritto del dibattito italo-americano sulla parola “gravy” in riferimento al sugo della domenica e questo non è altro che un esempio di come pensiamo in termini individuali piuttosto che al livello comunitario perché difendono un’usanza di famiglia e una parola che non esiste nel vocabolario italiano. Non è una critica agli individui, ma alla nostra innata incapacità di capire la differenza tra interessi personali e il bene della comunità.

Naturalmente vediamo questa tendenza di tribalizzare anche nella politica italiana moderna e i raduni annuali dei leghisti a Pontida ci danno prove fotografiche molto colorate di questo fenomeno.

Però dobbiamo riconoscere che, la tribalizzazione che impedisce i programmi delle comunità italiane,   ovunque siano, fa un danno che non ci permette di ottenere i risultati che le nostre capacità e risorse dovrebbero darci e abbiamo l’obbligo di agire in merito per correggere questa tendenza.

Questo vale anche per la ricerca per la Storia dell’Emigrazione Italiana, perché la nostra comunità internazionale è cosi grande che non potremo mai farlo con mezzi e progetti isolati, ma solo se decidiamo di farlo in modo sistematico e coordinato come una singola comunità. Solo così potremo trovare i fondi per potere fare un progetto serio che è già in molto ritardo.

Per molti queste parole potrebbero sembrare utopistiche, ma prima o poi e come italiani dobbiamo capire che otterremo risultati concreti solo quando lavoreremo insieme .

Non frattempo vogliamo far ricordare a voi lettori che le vostre storie personali dell’emigrazione sono importanti proprio perché sono una prova essenziale dell’enorme varietà delle nostre comunità in tutto il mondo.

Inviate le vostre storie a: gianni.pezzano@thedailycases.com

 

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The Italian Tribes

In every way we Italians act like a series of tribes rather than a great international community of tens of millions of members.

When we talk about Italians, whether overseas or in Italy, we have the habit of talking about a homogeneous group, however, this is not quite the truth. As a group we act more as a mass of individuals instead of a group that is strong in its numbers and therefore often, all too often, we lose battles simply because we are more prone to damage our Italian rival than our common opponent.

In every way we Italians act like a series of tribes rather than a great international community of tens of millions of members.

This tendency is not new but goes back to the time of the Roman Empire and has followed us in every step of our history up to modern times when we see how our communities are divided internally, usually for reasons of personal rivalry instead of differences of aims or ideas.

We know the Horatii and the Curiatii of Roman times, the Guelphs and Ghibellines of the Medieval period and we know modern political rivalries but we do not see that this tendency in our community activities is a malady that has weakened our efforts overseas, starting with our community groups that, despite the great numbers of our fellow Italians in every country, never had the level of success that the numbers of our population should have ensured.

From politics to football, from the kitchen to music, we are divided on themes and this does us more harm than good because, time after time, overseas and in Italy, we do not achieve our aims because we concentrate more on the other Italians that on the target itself.

Derbies and Formula 1

Those who follow Italian football know the rivalry within a number of cities that takes the English name for intercity rivalry, the derbies. Amongst these there are two cases of rivalry that were born from division in football clubs.   The Turin derby was born from the formation of the Torino Football Club after a break within Juventus and the Milan derby between Milan and Inter was born in the same way with Inter formed after Milan.

These divisions not only made the intercity rivalries even more ferocious, but they extended outside the world of Italian football and then entered our clubs’ negotiations in UELA, the European football federation. When in many cases they think of the needs of the club instead of the needs of Italian football in general.

This tendency to favour specific interests is seen even more in another sport loved by Italians, Formula 1. The country concentrates so much on Ferrari’s red racing cars that every attempt to form other successful Italian teams has failed, not so much due to the faults or the mistakes of the individuals involved but because Ferrari attracts all the Italian public’s attention and therefore the sponsors, Italian and non-Italian, are not likely to support teams such as the Minardi Team that fought valiantly for years against this attitude of hurting ourselves

Yet if we look at the case of England we see a country that was and is still able to maintain more than one team at a time that can battle for the world championship. This was particularly evident in the years of the great rivalry between McLaren and Williams when Italy effectively had only Ferrari that for years was incapable of breaking the British domination.

As in the case of football, the effect of the Italian division was to weaken the power of our trams, beginning with Ferrari itself, because the English teams, by working together on common themes, could achieve political victories that became world championship wins on the Circus’ tracks.

We can also look at a case of an Italian community overseas that clearly shows the same faults and method of thinking blocked the community from achieving important results due to household rivalry.

A case overseas

The Italian community in Adelaide, Australia that we know well because we worked within it for decades is undoubtedly the biggest non English speaking community in the city, just as Italians make up the biggest group in all the country. However, this community is divided into more than 150 groups and clubs of various sizes and from all of Italy.

The city’s large Calabrese community not only produced three separate “Calabria Associations” but also a number of clubs tied to individual towns, We can say that the Campania region also has its problems of fracturing such that, although it has only one “Campania Club”, it has tens of groups tied to various small towns and also tied to a number of Saints and Madonnas.

As the almost universal Italian practice says, the division of the Calabrese associations are almost all due to personal rivalries.

In one particular case, tied to a town that will not be named for reasons that will be obvious, the town’s community not only produced a society that represents the town’s patron saint but there are even feasts of the patron saints of two of the towns hamlets and there are families that have had arguments because members take part in one religious feast instead of another.

The divisions of religious feasts are limited only to this town in Calabria but also to feasts dedicated to other individual saints, up to the point that in this Australian city the Italian community celebrates two feasts for Saint Joseph and to Saint Lucia.

It may seem banal but , as in the cases of football and Formula 1 in Italy, the internal divisions mean that this community of well over 100.000 people was not able to keep a cultural centre, it does not have a library, or a theatre/cinema dedicated to Italian Culture but it does have two Italian language radio stations…

On the other hand, the local Greek community which is much smaller in number but united in community aims managed to collect the money to set up and maintain a Greek High School that bears the name of Greece’s patron, Saint George.

Tribes

We dislike using the word tribe to describe our community, and not only that of Adelaide, but reading the comments and debate on the social media of the various Italian communities around the world our incapacity to work together not the exception but the rule.

We recently wrote an article about the Italian-American debate on the word “gravy” in reference to the Sunday sauce and this is only an example of how we think in individual terms rather than on a community level because members defend a family habit and a word that does not exist in the Italian dictionary. This is not a criticism of individuals but of our innate incapacity to understand the difference between personal interest and the good of the community.

Naturally we also see this tendency to tribalize in Italian politics and the annual gathering of the members of the Lega at Pontida give us colourful photographic proof of this phenomenon.

However, we must recognize that the tribalization that blocks the programmes of Italian communities wherever they are cause damage that does not let us achieve results that our skills and resources should give us and we have a duty to take action to correct this tendency.

This is also true for the research of the History of Italian Migration because our international community is so large that we will never be able to do it with isolated means and projects but only if we decide to do so in a systematic and coordinated way as a single community. Only in this way we will be able to find the funds to carry our serious projects that are already very late.

For many these words may seem utopian but sooner or later as Italians we must understand that we will achieve concrete results only when we work together.

In the meantime we want to remind our readers that your personal stories of migration are important for the very reason that they are fundamental proof of the enormous variety in our communities around the world.

Send your stories to: gianni.pezzano@thedailycases.com

La pagina bianca da riempire – The blank page to be filled

di emigrazione e di matrimoni

La pagina bianca da riempire

Dalle pagine bianche nascono libri e fumetti, poesie e sceneggiature, come anche i concetti che fanno nascere progetti importanti e questo è l’intento degli articoli di questa rubrica.

La pagina bianca sullo schermo è come l’inizio dell’anno, ci sono tante cose da considerare e proporre ma non sai fino all’ultimo momento quel che uscirà. La pagina bianca fa paura, come sanno tutti gli autori e giornalisti, però è un campo di battaglia nel quale mettiamo in gioco non solo le nostre idee e le nostre speranze, come anche i nostri timori.

Dalle pagine bianche nascono libri e fumetti, poesie e sceneggiature, come anche i concetti che fanno nascere progetti importanti e questo è l’intento degli articoli di questa rubrica.

Non scriviamo per guadagnare lo stipendio, o per sentire complimenti o critiche per le nostre parole. Scriviamo perché sappiamo da tempo che c’è una grande pagina bianca da riempire che coinvolge oltre novanta milioni di persone , una pagina che deve descrivere gioia e tristezza, gloria e sconfitte, successo e fallimenti, e di discriminazione e integrazione.

Questa pagina bianca è un libro che deve essere scritto perché fa parte del mondo moderno e descrive lo sviluppo di molti paesi in giro per il mondo, partendo da quel paese che diede nascita a milioni che sono partiti per fare una vita nuova all’estero, l’Italia.

Questa pagina bianca si chiama la Storia dell’Emigrazione Italiana.

Sappiamo si o no?

Sappiamo tutti che nel corso degli ultimi due e rotti secoli italiani sono emigrati per molti paesi. C’erano italiani negli Stati Uniti per la sua Guerra di Indipendenza, come sappiamo che c’era un italiano con il Capitano Cook nel suo viaggio che portò alla scoperta del continente che sarebbe diventato l’Australia.

Sappiamo che, secondo le cifre del nostro Ministero degli Affari Esteri che ci sono più di una volta e mezzo la popolazione attuale d’Italia sparse tra le molte comunità italiane in tutti i continenti.

Ma cosa sappiamo davvero dei motivi che hanno spinto gli emigrati a lasciare i loro paesi di nascita?

Cosa sappiamo davvero delle condizioni che hanno trovato nei loro paesi nuovi? Cosa sappiamo delle discriminazioni e le persecuzioni che molti, troppi di loro hanno subito nel corso dei secoli? Quanti in Italia o all’estero sanno degli emigrati italiani vittime di linciaggi e stragi in più paesi? Cosa sappiamo di come sono sviluppate queste comunità italiane?

La risposta a queste domande è la stessa , è breve ed è anche molto triste; ne sappiamo veramente poco.

Stereotipi e capitoli

L’italiano medio in Italia conosce come minimo qualcuno che è emigrato, magari è un fratello, cugino o zio, magari un compagno di scuola o conoscente, ma cosa sa l’italiano medio delle realtà delle loro vite all’estero?

Quando in Italia si parla degli italiani all’estero si parla in termini di stereotipi e magari di capitoli individuali, soprattutto quando, come nei casi di cantanti e attori d’origine italiana, diventano famosi.

Oggi quasi nessuno ricorda che tra le truppe alleate in Italia durante la guerra c’erano figli di italiani, e quanti sanno che in questi stessi paesi italiani furono internati perché cittadini nemici?   Infatti, in Australia un internato italiano Francesco Fantin, un socialista, fu ucciso da un altro internato italiano fedele al governo fascista. Tutto fa parte della nostra Storia.

In Italia si pensa agli italiani all’estero come i parenti “strani” che non parlano bene l’italiano e che mangiano versioni strane dei nostri piatti, ma non capiscono perché le nostre tradizioni e usanze sono cambiate all’estero.

Dall’altro canto gli italiani all’estero sanno poco o niente del paese d’origine dei genitori o nonni. Sanno qualche parola d’italiano, sanno di Roma e Firenze, Michelangelo e Leonardo, ma della nostra Storia e della nostra Cultura sanno pochissimo perché non sono materia di studio nelle scuole all’estero.

Magari conoscono la Ferrari e Fellini, Sofia Loren e Roberto Benigni perché hanno avuto successo internazionale ma di Mario Monicelli, Luigi Magni, Fabrizio de André e Fred Buscaglione non sanno niente perché le loro opere sono sconosciute fuori i confini del paese.

Per loro essere “italiani” vuol dire essere fedeli alle tradizioni di famiglia e non capiscono l’enorme varietà di tradizioni e usanze nel Bel Paese. Le tradizioni di famiglia sono fondamentali, e infatti dobbiamo riconoscere che anche queste ormai fanno parte d’essere “italiani”, ma l’Italia ha anche l’obbligo di far capire ai nostri parenti e amici esteri la vera grandezza del nostro patrimonio culturale di ogni genere.

Onestà storica

Ma nel riempire la pagina bianca della Storia dell’Emigrazione Italiana dobbiamo stare attenti a metterci tutte le nostre esperienze e non nascondere fatti che molti trovano imbarazzanti . Benché la stragrande maggioranza dei milioni di emigrati fosse partita per i motivi che conosciamo bene, c’era una percentuale che partì per motivi meno nobili.

È facile indicare la malavita che è il motivo perché per molti stranieri “italiani” vuol dire “mafia”. Non ce lo fanno mai dimenticare, anche perché in molti programmi TV e film esteri il “cattivo” è chiaramente italiano.

Però, ci sono anche stati quelli che hanno lasciato il paese per fuggire dal servizio militare, o per via di un matrimonio infelice in un paese che non aveva il divorzio, oppure perché la società in Italia era andata in fallimento e voleva fuggire i creditori e altri motivi simili.

Poi, c’è una categoria particolare di emigrati italiani che sono partiti per motivi ideologici, tanto che per i primi decenni del 900 per via dei loro attentati e assassinii gli anarchici italiani erano considerati alla pari dei moderni fanatici musulmani. Questo è un capitolo che ormai non si sente più nominare e che faceva parte del retroscena del celebre processo a Sacco e Vanzetti negli Stati Uniti, che finì con la loro condanna alla sedia elettrica nel 1927.

Progetto

Riempire la pagina bianca della nostra Storia è già in ritardo. Benché alcuni gruppi qua e la all’estero ne hanno scritto qualche parola, non esiste alcun progetto internazionale coordinato per raccogliere le testimonianze personali che devono essere la base solida di qualsiasi Storia seria di questo fenomeno importante. E questi tentativi spesso sono limitati a paesini individuali e zone d’Italia invece di un progetto che coinvolga tutto il paese.

Come paese e come comunità italiane internazionali, a partire da quei gruppi che fanno tentativi di documentare la nostra Storia, dobbiamo incoraggiare le università in Italia e in quelle università estere con cattedre di lingua italiano e le comunità italiane internazionali, a trovare i fondi per indirizzare le ricerche di laureandi di origine italiana in Storia e nella nostra lingua verso temi di emigrazione italiana.

Dobbiamo documentare e capire la Storia delle comunità, dobbiamo registrare le testimonianze di chi rimane, come dobbiamo catalogare i cambi di tradizioni in ogni paese e le moltissime variazioni della lingua italiana che ci sono in tutti i paesi. Basti pensare che in Brasile il Talian, una versione del dialetto veneto, è riconosciuto come una lingua ufficiale del paese e questo dovrebbe essere un motivo di orgoglio per tutti gli italiani in tutto il mondo e non solo in Brasile.

Questo sito ha preso la decisione di chiedere ai lettori di inviare le loro storie da emigrati italiani o da discendente di emigrati italiani e abbiamo avuto delle storie affascinanti, ma questo da solo non basta.

Questo sito e quei gruppi che cercano di riempire quella pagina bianca hanno bisogno dell’appoggio non solo di politici   italiani che hanno dimostrato di conoscere poco e apprezzare meno il ruolo degli italiani all’estero, ma soprattutto delle comunità stesse in ogni paese perché quella pagina bianca sarà la Nostra Storia, non solo degli italiani all’estero, ma anche e soprattutto perché fa parte della Storia d’Italia, perché troppi nel Bel Paese hanno dimenticato che senza l’emigrazione il paese sarebbe molto diverso e certamente molto più povero di quel che è.

Spetta a noi tutti a riempire quella pagina.

Inviate le vostre storie a: gianni.pezzano@thedailycases.com

 

di emigrazione e di matrimoni

The blank page to be filled

From blank pages have come books and comics, poems and screen plays, as well as the concepts from which important projects are born and that is the intention of the articles of this column.

The blank page on the screen is like the beginning of the New Year, there are many things to consider and to propose but you do not know until the last moment what will come out. As all authors and journalists know, the blank page scares you, however, it is a battlefield in which we put into play all our ideas and hopes, as well as our fears.

From blank pages have come books and comics, poems and screen plays, as well as the concepts from which important projects are born and that is the intention of the articles of this column.

We do not write to earn a wage or to be complimented or criticized for our words. We write because we have known for some time that there is a big blank page to be filled that involves more than ninety million people, a page that must be describe joy and sadness, glory and defeat, success and failure and discrimination and integration.

This blank page is a book that must be written because it is part of the modern world and describes the development of many countries around the world, beginning from the country that gave birth to all millions who left to make a new life overseas, Italy.

This blank page is called the History of Italian Migration.

Do we know or don’t we?

We all know that over two hundred or so years Italians migrated to many countries. There were Italians in the United States for its War of Independence, we know that there was an Italian with Captain Cook in his voyage that brought the discovery of the continent that would become Australia.

We know that according to the figures of the Italian Ministry of Foreign Affairs there are more than one and a half times Italy’s current population spread over the Italian communities in all the continents.

But what do we know about the reasons that pushed the migrants to leave their country of birth?

What do we really know about the conditions they found in their new countries? What do we know about the discrimination and persecution that many, too many of them suffered over the centuries? How many in Italy or overseas know about the Italian migrants who were victims of lynchings and massacres in a number of countries? What do we know about how these Italian communities developed?

The answer to these questions is the same, it is short and very sad, we know really little.

Stereotypes and chapters

The average Italian in Italy at the very least knows someone who migrated, maybe a brother, cousin or uncle, maybe a schoolmate or an acquaintance, but what does the average Italian know about the reality of their lives overseas?

When in Italy they talk about Italians overseas they talk in terms of stereotypes and maybe of single chapters, especially when, as in the cases of singers or actors of Italian origin, they become famous.

Today almost nobody remembers that amongst the Allied troops in Italy during the war there were sons of Italian migrants and how many know that in these same countries Italians were interned because they were enemy citizens? In fact, in Australia an Italian internee, Francesco Fantin, a socialist, was killed by another Italian internee faithful to the fascist government. All this is part of our history.

In Italy they think of the Italians overseas as the “strange” relations that do not speak Italian well who eat strange versions of our dishes but they do not understand why our traditions changed overseas.

On the other hand Italians overseas know little or nothing about the country of origin of their parents or grandparents. They know a few words of Italian, they know Rome and Florence, Michelangelo and Leonardo but they know very little of our history and Culture because they are not taught in schools overseas.

Maybe Ferrari and Fellini, Sofpha Loren and Roberto Benigni because they were successful internationally, but they know nothing of Mario Monicelli, Fabrizio de André and Fred Buscaglione because their work is unknown outside the country.

For them being “Italian” means being faithful to family traditions and they do not understand the enormous variety of traditions and habits in Italy.   Family traditions are essential but Italy also has a duty to make our relatives and friends overseas understand the true greatness of our cultural heritage, of every type.

Historical truthfulness

But in filling in the blank page of the History of Italian Migration we must be careful to put in all our experiences and not to hide facts that many find embarrassing. Although the great majority of the millions of migrants left for the reasons that we know well, there was a percentage that left for less noble reasons.

It is easy to point out the criminal element because for many foreigners “Italians” means “Mafia”. They never ever let us forget it, even because in many foreign TV programmes and films the “bad guy” is clearly Italian.

However, there were those who left the country to avoid military service, or to flee an unhappy marriage in a country that did not have divorce, or because their company in Italy had gone bankrupt and wanted to run away from creditors and other similar reasons.

Then there was another category of Italian migrants who left for ideological reasons, so much so that in the first three decades of the twentieth century due to their bombings and assassinations Italian anarchists were considered on a par with today’s Moslem fanatics. This is now chapter that we rarely hear mentioned anymore and that was the background of the famous Sacco and Vanzetti trial in the United States that ended with their execution of the electric chair in 1927.

Project

We are already late filling in the blank page of our History. Although some groups here and there overseas have written a few words there is no coordinated international project to gather the personal testimonies that must be the solid foundation of any serious history of this important phenomenon. And these attempts are often limited to individual towns and areas of Italy instead of a project that involves the whole country.

As a country and international Italian communities, beginning with those groups that have made attempts to document our History, we must encourage universities in Italy and in those foreign universities with faculties in the Italian language and Italian communities overseas to find the funds to direct the research of those students of Italian origin in History and our language towards themes of Italian migration.

We must document and understand the History of the communities, we must record the testimonies of those who are left. We must catalogue the changes of traditions in each country and the innumerable variations of the Italian language in all the countries. We only have to think that in Brazil Talian, a version of the Veneto dialect, is recognized as an official language of the country and this should be a source of pride for all Italians around the world and not only in Brazil.

This site made the decision to ask readers to send their stories as Italian migrants or as descendants of Italian migrants and we have had fascinating stories but this alone is not enough.

This site and those groups that try to fill in this blank page need the support not only of Italian politicians who have shown they know little and appreciate less the role of Italians overseas and especially of the very Italian communities in every country because that blank page will be Our History, not only of Italians overseas but also and particularly because it is part of Italy’s History because too many in Italy have forgotten that without migration the country would have been very different and much poorer than what it is.

It is up to us to fill in this page.

Send you stories to: gianni.pezzano@thedailycases.com

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