Le famiglie infrante – The splintered families

di emigrazione e di matrimoni

Le famiglie infrante

Per molti figli di emigrati italiani in altri continenti i nonni erano quelle persone lontane che regolarmente inviavano pacchi regali per le grandi feste, e che sentivamo alla cornetta del telefono per fare gli auguri fugaci e ringraziare loro per i regali.

Di Gianni Pezzano

Quando si parla degli italiani all’estero si nota una parola che si ripete ogni giorno, e anche sulla grande maggioranza dei post sulle pagine dei social dedicate alle moltissime comunità italiane all’estero.

Quella parola è Famiglia.

Il paradosso è che, benché la famiglia sia al centro della vita di ciascuno di noi, la decisione di emigrare ha un effetto immediato e quasi sempre irreversibile, di frantumare le famiglie nel corso del tempo. L’effetto di questo è di separare genitori dai figli e fratelli e sorelle tra di loro, tristemente spesso per sempre. Alla fine, spesso in una sola generazione, la famiglia diventa molte famiglie in più paesi che perdono contatto tra di loro.

Inoltre, chi paga il prezzo più alto non sono solo gli emigrati stessi ma anche i loro figli e discendenti, che crescono senza nonni e zii e così hanno poca idea del loro passato e delle loro origini.

Nel trattare il tema dei cambiamenti dei rapporti tra le famiglie dobbiamo guardare soprattutto l’emigrazione oltreoceano dove le distanze, in modo particolare nei primi decenni, voleva dire che i rapporti tra parenti erano molti più difficili da mantenere. Questo vale per le Americhe e l’Australia che erano e sono tutt’ora le mete più comuni dell’emigrazione italiana.

Partire

La decisione di partire è sempre difficile e nessuno sa quale sarà l’effetto di lasciare i cari per un altro continente. Nel caso dei miei genitori l’effetto immediato nel lasciare i loro paesi in Italia per andare in Australia, è stato che dal giorno della loro partenza i miei nonni non hanno più visto i loro figli tutti insieme.

Mio padre fu il primo a partire per l’Australia per raggiungere il cognato Filippo partito un paio d’anni prima, e poi fu raggiunto da suo fratello Rocco qualche anno dopo. Zio Filippo tornò in Italia dopo pochi anni per tornare insieme alla moglie e i figli. Dopo la sua partenza mio padre non ha più rivisto i genitori e non è mai stato presente ai loro funerali e quelli dei fratelli e sorelle.

Nel caso di mia madre, lei partì con il fratello Gerardo per raggiungere il fratello Giuseppe che si trovava già in Australia. Lasciarono al paese non solo i genitori, ma anche due sorelle, Virginia che andrà anche lei in Australia tre anni dopo e la più giovane, Maria. I miei genitori si conobbero proprio in casa di zio Giuseppe dove abitava anche lui.

Quando i nonni materni sono venuti in Australia nel 1966 zia Maria è rimasta in Italia per gli studi. Ricordo benissimo il giorno del loro ritorno in Italia e le lacrime di mia madre. Avevo 10 anni e solo anni dopo ho capito fino in fondo cosa sentiva mia madre.

Non abbiamo più visto nonno. Due anni dopo una brutta malattia l’ha portato via e la sua tomba è stata la prima tappa del nostro viaggio in Italia nel 1972. Abbiamo visto nonna altre volte, poi è arrivato il giorno che anche lei se n’è andata.

Nipotini

Per molti figli di emigrati italiani in altri continenti i nonni erano quelle persone lontane che regolarmente inviavano pacchi regali per le grandi feste, e che sentivamo alla cornetta del telefono per fare gli auguri fugaci e ringraziare loro per i regali.

Nel mio caso ho avuto l’opportunità di conoscere nonna in tre occasioni, una per quasi un anno durante un lungo soggiorno in Italia e lei mi ha dato tanta voglia di voler sapere più delle mie radici. Mi dispiace sempre di più di non aver potuto conoscere i miei nonni paterni e sento il vuoto della consapevolezza della mancanza di una Storia famigliare molto particolare.

Naturalmente la tecnologia ha reso i contatti tra parenti molto più facili, ma la grande distanza rende ancora i rapporti tra parenti in altri continenti più tenui di quelli in Italia con parenti in paesi europei.

Per le emigrate italiane la distanza quasi sempre vuol dire non avere la madre presente alla nascita dei figli/nipotini. Per i nipotini vuol dire non avere i nonni che trasmettono tradizioni e racconti del loro passato.

Per mia madre emigrare voleva dire lasciare la sorella tredicenne e vederla solo quasi vent’anni dopo quando era già madre di due figli, e non aver potuto essere al suo matrimonio, come lei non c’era stata ai matrimoni dei fratelli e sorelle in Australia. E non ho dubbi che molti altri si trovavano in situazioni simili.

Questi sono i prezzi dell’emigrazione che non si possono valutare in soldi, ma in emozioni e nella mancanza di una legame profondo con le origini e il passato famigliare.

Quando finalmente incontriamo le persone che abbiamo conosciuto tramite le telefonate i rapporti non sono profondi come quando cresciamo insieme. Fratelli e sorelle non condividono le esperienze, particolarmente quelle più crudeli, come la malattia che ha portato via mia cugina diciannovenne Marina, e sento ancora il grido di dolore di mia madre alla telefonata con le notizia terribile come anche il suo dolore per non aver potuto stare vicino alla sorella durante quei brevi mesi di disperazione.

Effetti

Alla fine gli effetti di queste grandi distanze tra l’Italia e gli altri continenti sono che, piano piano le famiglie si separano e perdono contatto, particolarmente quando muoiono gli emigrati. Si perde contatto con i parenti lontani e magari anche la documentazione dei nonni è persa e diventa sempre più difficile per future generazioni rintracciare l’albero genealogico e i propri patrimoni personali, come ora capita sempre più spesso all’estero e non solo negli Stati Uniti.

Naturalmente a rendere questa situazione ancora più ardua è l’incapacità dei discendenti di parlare la lingua dei nonni e i bisnonni. Poi, l’inevitabile cambio di pronuncia e gli effetti del tempo alla memoria creano versioni approssimative della Storia famigliare originale.

Nel caso dell’emigrazione dopo la seconda guerra mondiale con i passaporti e visti, rintracciare le famiglie è abbastanza facile, ma per le generazioni precedenti e specialmente quelli prima del 1924 e l’introduzione dei passaporti, i mezzi per poter identificare precisamente nomi e luoghi d’origine in Italia rendono molto più difficile fare le ricerche.

Ma alla fine l’effetto è lo stesso, una famiglia diventa poi un numero di rami in paesi diversi con nessun o poco contatto tra di loro, e quando finalmente si conoscono le realtà del raggiungimento sono spesso deludenti perché i punti in comune sono pochi se non inesistenti.

Anche per questo dobbiamo tenere vivi i contatti tra i rami e far conoscere le storie dei nostri emigrati all’estero e uno dei modi è di conoscere le realtà che hanno infranto le famiglie.

Perciò invitiamo i nostri lettori a inviarci le proprie esperienze e storie per fare capire in Italia e anche in tutti gli altri paesi che la Storia della nostra emigrazione è veramente molto più vasta e variegata di quel che i luoghi comuni fanno capire.

Inviate le vostre storie a: gianni.pezzano@thedailycases.com

 

di emigrazione e di matrimoni

The splintered families

For many children of Italian migrants overseas the grandparents were the people far away who regularly sent packages of gifts for the holidays and feasts and who we heard on the phone to give them our fleeting greetings to thank them for their gifts.

By Gianni Pezzano

When we talk about Italians overseas we note a word repeated every day and also on the great majority of posts on the social media pages dedicated to the great many Italian communities overseas.

That word is Family

The paradox is that, even though the family is at the centre of life for each one of us, the decision to migrate has the immediate and nearly always irreversible effect of splintering the family over time. The effect is to separate parents from their children and brothers and sisters from each other, sadly often for always. In the end, often in a single generation, the family becomes many families in more than one country that lose contact with each other.

Furthermore, the ones who pay the highest price are not only the migrants themselves but also their children and descendants who grow up without grandparents, uncles and aunts and so have little idea of their past and origins.

When dealing with the theme of the changes in relationships between families we must look particularly at the migration to other continents where the distances, especially in the early decades, meant that the relations between relatives were much harder to maintain. This is true for the Americas and Australia that were and are still today the most common destinations for Italian migration.

Leaving

The decision to leave is never easy and nobody knows what will be the effect of leaving behind the loved ones for another continent. In the case of my parents the immediate effect of leaving their towns in Italy to go to Australia was that from the day they left my grandparents never again saw their children all together.

My father was the first to leave for Australia to join his brother in law Filippo who had left a couple of years before and then he was joined by his brother Rocco a couple of years later. Uncle Filippo returned to Italy after a few short years to go back to his wife and children. After his departure my father never saw his parents again and was never at their funerals or those of his brothers and sisters.

In the case of my mother, she left with her brother Gerardo to join their brother Giuseppe who was already to Australia. They left behind not only their parents but also two sisters, Virginia who also went to Australia three years later and Maria, the youngest member of the family. My parents met in Uncle Giuseppe’s house where he also lived.

When my maternal grandparents went to Australia in 1966 Aunt Maria stayed behind to study. I remember very well the day of their return to Italy and my mother’s tears. I was ten and only years later I understood fully what my mother felt.

We never saw nonno (grandfather) again. A terrible disease took him away two years later and his tomb was the first place we visited in our trip to Italy in 1972. We saw nonna (grandmother) other times and then came the day that she too left us.

Grandchildren

For many children of Italian migrants overseas the grandparents were the people far away who regularly sent packages of gifts for the holidays and feasts and who we heard on the phone to give them our fleeting greetings to thank them for their gifts.

In my case I had the chance to know nonna on three occasions, one for nearly a year during a long stay in Italy and she gave me a desire to know more about my roots. I am sad that I never got the chance to meet my paternal grandparents and I feel the gap in my knowledge of a very particular family situation.

Naturally technology has made contacts between relatives much easier but the great distances makes relations between relatives weaker than those in Italy with relatives in European countries.

For Italian women who migrate the distance almost always means not having the mother present at the birth of the children/grandchildren. For the grandchildren it means not having the grandparents to pass on traditions and stories of their past.

For my mother migrating meant leaving behind a thirteen year old sister and to see her only nearly twenty years later when she was already a mother with two children. My mother was not at her wedding, as she was not at the weddings of her brothers and sisters in Australia. And I have no doubts many others found themselves in similar situations.

These are the prices of migration that cannot be estimated in money, but in emotions and the loss of deep links with the family’s origins and past.

When we finally meet the people we knew from the telephone calls the relations are not as close as when we grow up together. Brothers and sisters do not share experiences, especially the cruellest, such as the sickness that took away my nineteen year old cousin Marina and I can still hear my mother’s cry of pain during the telephone call of the terrible news at not having been with to her sister during her few short months of desperation.

Effects

In the end the effects of these great distances between Italy and the other continents are that very slowly the families separate and lose touch, especially when the migrants pass away. They lose touch with the relatives far away and maybe also the grandparents’ documentation is lost and it becomes harder for future generations to trace their family trees and their personal heritage, as is happening increasingly often overseas and not only in the United States.

Naturally this situation is made even harder by the incapacity of the descendants to speak the language of their grandparents and great grandparents. Then the inevitable change of pronunciation and the effects of time on the memory create approximate versions of the original family history.

In the case of migration after the Second World War with passports and visas tracing the family is fairly easy but for the previous generations and especially those before 1924 and the introduction of passports, the means of identifying exactly names and places of origin in Italy make the research much harder.

But in the end the final effect is the same, a family becomes a number of branches in various countries with little or no contact between them and when they finally meet the reality of the getting back together are often disappointing because the points in common are few or nonexistent.

For these reasons too we must keep the contacts between the branches open and make known the stories of migrants overseas and one of the means is to know the realities that splintered families.

Therefore, we invite our readers to send us their own experiences and stories to let Italy and also all the other countries know that the History of our migration is truly must wider and varied than what the clichés often let us understand.

Send your stories to gianni.pezzano@thedailycases.com

Le fabbriche delle delusioni – The disappointment factories

di emigrazione e di matrimoni

Le fabbriche delle delusioni

Nessuno scrive un libro per motivi banali. Ogni autore ci mette una parte della propria identità e anima. Ogni libro rappresenta uno sforzo non indifferente per esprimere un messaggio che sia valido per lettori nuovi.

Di Gianni Pezzano

Molti hanno sognato di scrivere un libro, di mettere parole su una pagina per descrivere un mondo che non esiste, o per esprimere emozioni e messaggi importanti, o anche nella speranza di avere un successo mondiale e in quel modo avere il futuro assicurato.

Ma la realtà è ben diversa da quel che molti pensano e per questo motivo chi cerca editori per il proprio libro deve stare attento a non cadere in tranelli che sembrano passi verso il futuro sperato, e invece sono solo un modo per ingannare e deludere chi crede nel proprio lavoro.

Realtà

Il mondo dell’editoria è crudele, e non solo in Italia. Il potenziale mercato per un libro è letteralmente mondiale, e per questo motivo molti editori non cercano autori nuovi con prodotti innovativi, come fanno le altre industrie importanti, ma cercano nomi già conosciuti e quindi facili da vendere con una spesa minore.

Questo è il caso anche per una filiale dell’editoria che è ancora più selettiva per i suoi clienti, il mondo degli agenti letterari che, almeno in teoria, si interessano di far pubblicare i libri di chi è ai primi passi in questo mondo, e invece preferiscono ancora di più chi ha già avuto successo, magari in altri campi e dunque molto ‘vendibile’.

Queste circostanze rendono la vita ancora più difficile per l’autore nuovo e/o sconosciuto.

Tra i grandi editori sono pochi quelli che accettano i manoscritti direttamente dagli autori e alle loro condizioni per la presentazione di una proposta precisano che accettano i manoscritti solo da agenti letterari.

I motivi sono due e il primo è la propria comodità. Nello specificare solo agenti effettivamente pretendono che siano gli agenti ad assicurare che i manoscritti siano già stati finalizzati e un livello più alto di quel che molti autori sono in grado di fare da soli. In effetti questo vuol dire che l’editore deve spendere meno per preparare il libro per l’eventuale pubblicazione.

Il secondo motivo, purtroppo per l’aspirante autore, è che questo rapporto consolidato tra agente ed editore vuol dire che non conviene cercare autori nuovi che si devono pubblicizzare, oppure su temi o soggetti nuovi che comportano un rischio per l’editore.

Crudeltà

Quel che rende questo mondo ancora più crudele è che editori e agenti pretendono che gli autori facciano solo una presentazione alla volta che vuol dire che il tempo necessario per trovare agente/editori è lungo. A meno che l’autore non faccia di nascosto multiple presentazioni nella speranza che qualcuno accolga la domanda.

Peggio ancora, nella stragrande maggioranza dei casi editori e agenti non rispondono alle presentazioni. Dicono soltanto che “se non rispondiamo entro 3/4/5/6 mesi vuol dire che non siamo interessati e allora potrai provare con altri”. Allora l’autore si trova nel purgatorio di incertezza tra speranza e dubbio che finisce   poi in delusione.

Inoltre, nei casi di risposta il messaggio è succinto al massimo, senza parole di incoraggiamento oppure suggerimenti per migliorare il manoscritto e quindi presentabile per altri.

Poi, dulcis in fundo, a rendere la procedura ancora più crudele e deludente ci sono gli editori che offrono un servizio che “aiuta il nuovo autore a mettere il proprio libro sul mercato”.

Di tutte le crudeltà del mondo editoriale, questa è probabilmente la peggiore perché vuol dire che l’autore paga per la delusione di vedere il libro sparire in poco tempo,   con la complicazione che l’uscita vuol dire sicuramente che il libro non uscirà mai con un editore serio. Anche se il libro è più che valido.

Nome beffa

Questi editori si offrono di aiutare nuovi autori a uscire, previo pagamento di parte delle spese della prima edizione. In cambio il libro avrà una presentazione, magari un’intervista in un programma televisivo, aiuto a presentare il libro nel paese/città dell’autore e cosi via. Nel leggere il contratto inviato ai possibili autori, questo sembra promettente ma la pratica è ben lontana da quel che succede dopo la firma.

Questa parte del mondo editoriale ha un nome bruttissimo nel mondo anglosassone, si chiama vanity press, cioè la stampa della vanità. E chissà quanti libri validi sono spariti nella voragine di questi editori.

Quel che il contratto non dice è che la presentazione del libro non è individuale, ma insieme a tre, quattro, cinque o più autori, magari in una libreria piccola che pochi conoscono. Il programma televisivo dove appare l’intervista non è nazionale, ma un programma di un canale minore che quasi nessuno vede perché è tra quelli su cui si passa velocemente con il telecomando quando si è in cerca di qualcosa di nuovo da vedere.

È facile immaginare la delusione degli autori quando si rendono conto che il contratto era solo un modo per poter fare soldi da parte di   un editore che non è interessato a scoprire autori nuovi.

Infine, arriva la beffa una volta che il contratto scade,   quando l’autore cerca un editore serio per il libro e tra le condizioni legge che il libro deve essere “inedito”. Lasciamo stare che il libro è semplicemente sparito dalla circolazione e che quasi nessuno l’ha comprato perché bisogna cercarlo appositamente e come fai a sapere che esiste se non è pubblicizzato nei media e giornali importanti?

Delusioni

Nessuno scrive un libro per motivi banali. Ogni autore ci mette una parte della propria identità e anima. Ogni libro rappresenta uno sforzo non indifferente per esprimere un messaggio che sia valido per lettori nuovi.

Sarebbe interessante sapere quanti di questi libri escono ogni anno non solo in Italia ma anche negli altri paesi in giro per il mondo. Chissà quanti autori poi, dopo la delusione del primo libro, hanno deciso di non scrivere più perché non hanno fiducia in un sistema dove al centro non c’è il manoscritto ma il guadagno facile di pseudo editori .

Poi, il peggiore dei casi, chissà quanti di questi libri siano stati davvero validi e non saranno mai letti dal grande pubblico proprio perché l’autore non sapeva più come fare per mettere in mostra la propria capacità.

Naturalmente ci sono quelli che vogliono semplicemente mettere il loro libro su uno scaffale per mostrare ai parenti, amici e nuovi conoscenti che hanno scritto un libro. Ma quanti scrivono per motivi di semplice vanità, come indica il nome di questi editori in inglese?

Il prezzo vero delle delusioni

Ci sono quelli che scrivono perché hanno davvero idee nuove da proporre, altri scrivono perché hanno capito che ci sono vuoti nell’editoria moderna che non copre certi soggetti e vorrebbero farli conoscere al grande pubblico. E ci sono anche autori nuovi che hanno scritto storie veramente originali, che meritano di essere incoraggiati a sviluppare i loro talenti per scrivere libri importanti.

Invece non scrivono più perché la delusione è stata grande e dolorosa e questo è il prezzo vero di questo tipo di editoria.

Sappiamo che il mondo degli editori è in crisi e non solo in Italia, ma sappiamo anche che i libri giusti vendono ancora in quantità grandi con la giusta promozione, allora dobbiamo porre una domanda agli editori e agli agenti letterari.

Ma davvero devono rendere la vita così difficile a futuri autori importanti per poter finalmente esporre i loro talenti?

Gli editori si lamentano della mancanza di vendite, ma potrebbe anche essere che nella ricerca del “successo sicuro” non riescono più a vedere potenziali successi futuri perché si concentrano solo su personaggi famosi e influencer che oggi sono famosi ma domani non ci saranno più.

Questa è una sfida da affrontare e risolvere perché l’editoria non è solo una parte importante del nostro mondo industriale, ma è ancora molto più importante per migliorare la nostra Cultura e la qualità della nostra vita con libri veri e divertenti e/o informativi che ora si perdono in queste fabbriche delle delusioni.

Continue Reading

Il vizio della Cultura italiana – Italian Culture’s Bad Habit

di emigrazione e di matrimoni

Il vizio della Cultura italiana

Abbiamo davvero il patrimonio culturale più grande del mondo, ma dimentichiamo che ogni Cultura si considera tale e quindi, come paese, non ci rendiamo conto che all’estero quasi nessuno sa delle ricchezze contenute nel nostro stivale.

Di Gianni Pezzano

In queste settimane RAI in Italia, e non dubitiamo RAI World all’estero, ha trasmesso la serie di documentari presentata da Alberto Angela, “La penisola dei tesori”. L’archeologo/presentatore ha dato al pubblico nazionale e internazionale una visione di alcuni dei luoghi che rendono l’Italia un forziere della Cultura mondiale.

Per chi scrive rivedere luoghi già visitati come San Vitale a Ravenna, il Palazzo Ducale di Urbino e lo straordinario Palazzo del Te a Mantova ha dato la voglia di rivederli e anche gli altri luoghi presentati da Angela. Vivere nel cuore della Romagna offre la possibilità unica di poter vedere decine di luoghi UNESCO, ma poi viene in mente che questo programma non fa altro che rinforzare ulteriormente un’impressione che abbiamo da anni, che come paese, l’Italia ha un vizio che ci impedisce di realizzare in pieno il nostro potenziale culturale e conseguentemente anche turistico.

Abbiamo davvero il patrimonio culturale più grande del mondo, ma dimentichiamo che ogni Cultura si considera tale e quindi, come paese, non ci rendiamo conto che all’estero quasi nessuno sa delle ricchezze contenute nel nostro stivale.

Come paese abbiamo il vizio di pensare che tutti nel mondo sappiano la grandezza della nostra Cultura e quindi non ci rendiamo conto che tra il grande pubblico la realtà all’estero non è affatto cosi.

Scuole all’estero

Nel mio percorso scolastico in Australia in scuole cattoliche e facendo quel che in Italia verrebbe considerato il liceo classico, ho studiato solo due libri non inglesi in “letteratura”, entrambi in lingua inglese. Questi non erano italiani ma francesi, “Il Rosso e il Nero” di Stendhal e “Lo Straniero” di Camus. Ma il paradosso è che uno dei libri inglesi che abbiamo studiato fu ispirato da un classico della letteratura italiana.

Geoffrey Chaucer fu l’ambasciatore del re inglese alla corte milanese dove scoprì le opere di Dante, Petrarca e particolarmente Boccaccio. Infatti, il “Decamerone” di Boccaccio lo colpì così tanto che decise di scrivere “I Racconti di Canterbury”.

Noi figli di italiani non abbiamo mai saputo di questo legame con il nostro patrimonio culturale, così come abbiamo studiato poco la Storia d’Italia tranne qualche riferimento fugace al Risorgimento e il ruolo del Papa quando abbiamo studiato la Riforma e la Controriforma.

Non ho dubbi che se chiedessimo ai nostri parenti e amici che hanno frequentato scuole all’estero, sentiremmo la stessa storia con leggere variazioni.

Cultura in generale

In un mondo ora connesso eternamente con i social dimentichiamo che fino a non tanti anni fa era quasi impossibile per chi abita all’estero poter seguire la musica, il cinema e le altre forme di cultura italiana. Fino agli anni ‘90 gli emigrati italiani e i loro figli e discendenti non potevano vedere i programmi televisivi ora disponibili con RAI World.

Quei film italiani che arrivavano all’estero erano per un pubblico che conosceva poco o niente della “Alta Cultura” italiana, e ricordo che i due cinema italiani ad Adelaide proiettavano i film di Totò e Peppino, Amadeo Nazzari e Yvonne Sanson e di Franco e Ciccio, e spesso noi figli capivamo poco di quel che faceva ridere o piangere così tanto i nostri genitori. Alla fine arrivavano alcuni altri film di artisti come Gianni Morandi, Mal dei Primitives e attori del genere, ma per molti di noi giovani c’era poca voglia di vedere film che ci facevano diventare preda facile per i nostri connazionali che cercavano di prenderci in giro per qualsiasi motivo legato alle nostre origini.

Anche qui c’era un paradosso che abbiamo scoperto solo anni dopo, molti dei successi che ascoltavamo alla radio in Australia e altre paesi erano cover locali di grandi successi italiani, come la “Tar e cement” di Verdelle Smith, numero uno nel mondo, che era la versione inglese di “Il Ragazzo della Via Gluck” di Adriano Celentano.

Scoperta

Per alcuni di noi che abbiamo deciso di frequentare l’università è finalmente arrivato il momento di conoscere un’altra Cultura italiana, partendo dal cinema d’autore di registi come Bertolucci, Pasolini, Fellini e Wertmuller.

Per altri la scoperta della ricchezza della nostra Cultura è arrivata con il primo viaggio in Italia quando non solo abbiamo scoperto cantanti straordinari e film nuovi, ma anche luoghi come, naturalmente Roma, Pompei e Firenze, che ci hanno fatto capire che il nostro passato era molto più ricco di quel che pensavamo.

Un altro problema nella promozione della Cultura italiana all’estero era ed è tutt’ora la diffidenza dei burocrati esteri verso la nostra Cultura. Nelle scuole anglosassoni il francese in particolare era considerato la lingua da studiare, e in questo l’Alliance Française è stata molto più efficace della nostra Società Dante Alighieri.

Ma era troppo tardi per moltissimi dei figli e poi i nipoti degli emigrati italiani, conoscevano si e no il dialetto e poco della lingua italiana moderna. La grande maggioranza di loro non ha le capacità di poter capire e quindi di apprezzare davvero il nostro cinema, letteratura e musica, e conoscono poco o niente della nostra Storia.

Ma questo non è colpa loro ma delle circostanze nei loro paesi di residenza. Però, non manca la volontà in molti di volerlo imparare. Alcuni sin da giovani e altri anche quando vanno in pensione e hanno finalmente il tempo di poterlo fare.

Realtà

Questa è la realtà e basta fare una visita sulle pagine dei social degli italiani all’estero per capirlo. E questa è la realtà che chi in Italia vuole promuovere la nostra Cultura all’estero non capisce fino in fondo.

Ho sentito addetti ai lavori parlare di promuovere di più la lirica. Ma che senso ha se il pubblico internazionale non capisce le parole delle opere?

Dobbiamo capire che per promuovere la nostra Cultura non può partire dalla lingua italiana, ma nelle lingue dei paesi di residenza dei nostri parenti e amici all’estero. Dobbiamo dare a loro il modo di poter iniziare la strada che li porterà a imparare la nostra lingua e   poter finalmente accedere a tutti i livelli della nostra grandissima Cultura.

Non ho dubbi che molti in Italia leggendo queste parole penseranno che sia ridicolo non iniziare con la nostra lingua, ma risponderei con una domanda semplice: se il pubblico internazionale non capisce Gianni Morandi o Adriano Celentano che hanno un linguaggio pulito e semplice, come fanno a capire Fabrizio de André considerato il poeta dei cantautori e come potremmo pretendere che capisse qualsiasi opera lirica?

Questo discorso è altrettanto valido per i nostri comici, spettacoli teatrali, documentari e qualsiasi mezzo di informazione.

I nostri responsabili per la Cultura devono cominciare a capire le dure realtà all’estero per trovare il modo di incoraggiare i figli, nipoti e pronipoti dei nostri emigrati a imparare la nostra Cultura e la nostra lingua.

Molti di loro vogliono davvero imparare le loro origini e quindi, come paese, dobbiamo fornire a loro i mezzi di poterlo fare.

Qualche politico direbbe sicuramente che queste sono spese inutili e che il paese ha altre priorità. Ma con oltre 90 milioni di italiani all’estero tra emigrati italiani e i loro discendenti, abbiamo un potenziale mercato enorme per turisti che verrebbero qui per imparare di più delle loro radici, come anche del loro patrimonio culturale personale.

Ma per farlo dobbiamo togliere il vizio di pensare “tutti sanno quel che abbiamo”, non è vero e non è mai stato. Allo stesso tempo dobbiamo anche capire che il potenziale guadagno nel futuro è molto più grande delle spese iniziali per mettere in azione programmi mirati per insegnare al mondo la grandezza della nostra Cultura.

Partendo dagli italiani all’estero.

Continue Reading

Nissoli (FI): Sul Made in Italy c’è bisogno di maggiore sostegno ai produttori italiani per l’export

Conferenza “Le eccellenze della produzione artigianale italiana negli Stati Uniti e la tutela del Made in Italy”, organizzata nella Sala Stampa di Montecitorio dall’Associazione “Sapori Mediterranei”, presieduta da Giusy Malcangi

 “Il mercato USA apprezza molto il Made in Italy anche come espressione della nostra cultura e quindi il nostro artigianato che è sinonimo di alta qualità manifatturiera.

Tuttavia, dobbiamo fare di più per aiutare i produttori italiani perché spesso si insinua un concorrente sleale che mette sul mercato prodotti contraffatti oppure che evocano origine italiana.

Per contribuire a contrastare la contraffazione sono convinta che bisogna utilizzare gli strumenti legali del posto per bloccarne la vendita, in accordo a quanto previsto negli specifici ordinamenti. In tale ottica, la scorsa Legislatura, avevo proposto, in una mozione, poi, approvata dall’Aula di Montecitorio, di aprire un Ufficio anticontraffazione presso le nostre sedi diplomatiche per il contrasto a questo fenomeno che danneggia gravemente il Made in Italy e lì’Italia sia sul piano economico che su quello dell’immagine”.

Lo ha detto, ieri, l’on. Nissoli intervenendo alla Conferenza “Le eccellenze della produzione artigianale italiana negli Stati Uniti e la tutela del Made in Italy”, organizzata nella Sala Stampa di Montecitorio dall’Associazione “Sapori Mediterranei”, presieduta da Giusy Malcangi.

L’emigrazione vista con l’occhio sbagliato – Migration seen with the wrong eye

ellis island
di emigrazione e di matrimoni

L’emigrazione vista con l’occhio sbagliato

Le moderne leggi dell’emigrazione cominciarono ad apparire tra le due guerre e solo dopo la Secondo Guerra Mondiale sono entrati in vigore a livello internazionale i moderni visti di immigrati con le quote e prerequisiti, ecc., che ora rendono difficile emigrare nei paesi occidentali.

di Gianni Pezzano

Ci sono temi che sai, prima ancora di scrivere, che faranno arrabbiare qualche lettore, però non per questo dobbiamo evitarli. Il concetto centrale della rubrica “italiani nel mondo” è quello di incoraggiare la ricerca della Storia della nostra emigrazione in giro per il mondo. Purtroppo, ci sono aspetti di questo fenomeno che non sono chiari e per motivi di onestà intellettuale e correttezza abbiamo l’obbligo di analizzare ogni aspetto che ci riguarda.

Inoltre, abbiamo anche spesso il vizio di guardare il passato con l’occhio puramente moderno e non sempre ci accorgiamo che il passato è altrettanto complicato quanto il mondo moderno del quale spesso ci lamentiamo. Per questo dobbiamo capire bene le circostanze del passato e guardarlo con l’occhio dell’epoca.

Per quanto vogliamo credere che tutti i nostri connazionali siano partiti per farsi una nuova vita all’estero, e la stragrande maggioranza dei nostri connazionali ha fatto proprio così, dobbiamo riconoscere e analizzare che non era così per una percentuale che non sapremo mai quanto sia grande.

C’è una data che dobbiamo considerare nello studiare questo aspetto, e coincide più o meno con la fine della Grande Guerra, perché prima di allora non esistevano i passaporti come li conosciamo ora e questo rendeva più facile poter veramente iniziare una vita da capo per alcuni, che per un motivo o l’altro dovevano fuggire dal Bel Paese.

Ellis Island

Il simbolo della migrazione, non solo americana ma ora anche internazionale, è Ellis Island a New York.

Letteralmente milioni di immigrati sono passati per le sue porte per accedere agli Stati Uniti. Su questo luogo ci sono molte leggende e verità. Ma guardiamo da vicino un esempio di come poteva arrivare un nostro connazionale negli Stati Uniti nel 1901.

Questo filmato è tratto dal celebre film Il Padrino 2 del regista italo-americano Francis Ford Coppola che fa vedere il giovane Vito Andolini, che fuggiva da una faida in Sicilia dopo la morte della sua famiglia. Vediamo la reazione degli immigrati nel vedere la Statua della Libertà, ma nella seconda metà vediamo come si svolgevano all’epoca le procedure d’entrare in America.

E così il ragazzo siciliano è diventato Vito Corleone, uno dei due principali protagonisti dei primi due film della serie insieme al figlio Michael Corleone. Questa scena ci fa capire due cose molto importanti, quando cominciamo a considerare l’aspetto di entrata legale e illegale di immigrati nei paesi d’immigrazione nel passato.

Il primo è ovviamente la conferma delle molte storie che sentiamo su come i burocrati hanno cambiato i cognomi e anche i paesi d’origine di moltissimi immigrati, e ora per questo motivo i loro discendenti hanno problemi a rintracciare l’albero genealogico e le loro radici. Il secondo punto importante da notare è che non c’era un passaporto, perché all’epoca non esistevano, figuriamoci passaporti con microchip, impronte digitali, ecc., come quelli moderni. Se fosse stato così i burocrati non avrebbero potuto sbagliare a capire nomi e di conseguenza cambiarli.

Il giovane del film si è trovato con un’identità nuova per caso. Ma, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che questo rendeva molto più facile per emigrati all’epoca, entrare nel paesi per motivi meno nobili e a volte meno legali dei luoghi comuni che pensiamo quando trattiamo le grandi ondate dell’emigrazione nel mondo, italiana e non.

Motivi illeciti

Vito Andolini poi Corleone non era semplicemente un’invenzione letteraria. Le faide nel sud d’Italia non erano rare all’epoca e infatti succedono ancora oggi. Chi scrive ha conosciuto un nostro connazionale che emigrò in Australia dalla Calabria negli anni 80 proprio per quel motivo, e ogni tanto sentiamo ancora di casi legati a faide, anche se molto meno del passato.

La mancanza di documentazione sicura rendeva molto facile sia per le vittime che per gli assassini di queste faide fuggire dall’Italia. Chi per salvarsi la vita e chi per evitare le conseguenze legali o rappresaglie, iniziando cambiando facilmente nome e luogo d’origine.

Naturalmente, questa mancanza di documentazione sicura rendeva anche più facile per la nostra criminalità organizzata, a partire da quel che ora chiamiamo la “mafia siciliana”, diffondersi in tutti i continenti. Infatti, ancora oggi, in un periodo di documenti sicuri, vediamo casi come la strage del Duisburg in Germania nel 2010, come le nostre cosche continuano a espandersi nel mercato illecito internazionale, a partire dall’Nrangheta calabrese che ormai è il gruppo italiano più potente.

Però, nel riconoscere questo aspetto dell’emigrazione, ci sono anche quelli che sono fuggiti dall’Italia per evitare le conseguenze delle loro azioni in Patria. Chissà quanti emigrati, e ripeto non solo italiani, sono fuggiti da fallimenti delle società, da debiti e altri problemi che non sapevano più come affrontare o risolvere.

Sappiamo anche di casi di italiani, tedeschi, e altri paesi particolarmente da parte dell’Asse, che sono fuggiti all’estero, spesso anche con l’assistenza delle autorità dei nuovi paesi di residenza, perché utili per combattere la Guerra Fredda contro il nuovo nemico l’Unione Sovietica, per evitare i processi per stragi, e altri reati commessi prima, durante e a volte dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questi ultimi hanno ottenuto nuove identità dalle autorità locali e in ogni probabilità le loro nuove famiglie all’estero non sanno niente del vero passato del coniuge o padre.

Poi, dobbiamo considerare un gruppo di emigrati “non nobili” che non erano rari e che ancora oggi sentiamo dire in un modo o l’altro.

Vedove bianche

Prima del 1971 in Italia non esisteva il divorzio, tranne nei casi di personaggi celebri, oppure ricchi che si potevano permettere la spese per poter annullare il matrimonio tramite la Sacra Rota.

Quindi, per decenni per il marito la soluzione più pratica era di emigrare all’estero con il pretesto di chiamare la famiglia una volta stabilitosi nel nuovo paese. Molti mariti hanno fatto proprio così, ma altri sono arrivati al nuovo paese e sono semplicemente “spariti”.

Naturalmente questo era molto più facile nel periodo pre-passaporti, ma ci sono casi moderni di questo fenomeno. I mariti infelici potevano arrivare nel nuovo paese cambiare identità, prendere un divorzio locale, oppure fingersi scapolo e sposarsi con una ragazza locale. Non mancano nemmeno casi, particolarmente nell’emigrazione in Europa, di emigrati con famiglia in Italia che hanno famiglia anche nel nuovo paese.

In questi casi è stato inventato un soprannome molto crudele per le mogli rimaste a casa, le “vedove bianche”. Questo è particolarmente crudele perché non sempre i mariti sono spariti in quel modo, ma in alcuni casi sono morti o sono stati uccisi all’estero, particolarmente in Sud America, e le autorità locali non sapevano come rintracciare i parenti in Italia per mancanza dei dettagli anagrafici precisi.

Radici e legalità

Non vogliamo dire che questi casi siano stati la regola, anzi erano la minoranza, ma sono il motivo per cui non possiamo dire che tutti gli emigrati all’estero siano stati onesti nelle loro azioni e intenzioni. Senza dubbio, nel mondo d’oggi sarebbero considerarti clandestini, ma all’epoca questa categoria non è davvero esistita, a partire degli Stati Uniti.

Le moderne leggi dell’emigrazione cominciarono ad apparire tra le due guerre e solo dopo la Secondo Guerra Mondiale sono entrati in vigore a livello internazionale i moderni visti di immigrati con le quote e prerequisiti, ecc., che ora rendono difficile emigrare nei paesi occidentali.

Infatti, se guardiamo le statistiche della demografia della grande maggioranza degli emigrati italiani, fino agli anni 60 era composta principalmente da gente della campagna ed artigiani, spesso analfabeta e più spesso che parlava solo il dialetto. Per questo motivo hanno iniziato la vita nuova con i lavori più umili.

Anche per questo motivo le loro imprese all’estero sono ancora più importanti, non solo a livello imprenditoriale, ma per il fatto che i figli di moltissimi di loro sono diventati laureati e professionisti importanti.

Eppure, allo stesso tempo, dobbiamo anche riconoscere che se questi stessi immigrati chiedessero oggi un visto per emigrare negli stessi paesi, sicuramente sarebbero rifiutati in base ai regolamenti esigentissimi moderni.

Si, dobbiamo essere fieri dei nostri emigrati del passato e anche d’oggigiorno, ma dobbiamo essere onesti che non tutti erano “puliti” e che una percentuale iniziò la nuova vita come clandestini o peggio.

Anche questo fa parte della nostra Storia e negare questa realtà in effetti diminuisce la grandezza di quelli che sono emigrati in modo aperto e legale.

Vedendo il passato semplicemente con l’occhio moderno non possiamo capire che il nostro passato non è sempre quel che avremmo voluto..

Continue Reading

Un problema da risolvere – A problem to solve

di emigrazione e di matrimoni

Un problema da risolvere

Il tema dello ius soli è tornato alla ribalta nelle recenti settimane, sia per la vittoria del cantante Mahmood al Festival di Sanremo che per via di alcuni giocatori della Nazionale italiana di calcio. Il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha fatto capire che il tema non è in programma per il governo, ma uno sviluppo recente ci fa capire che l’attuale ius sanguinis ha dei problemi pratici che dobbiamo affrontare.

Per anni, quando l’Italia esportava i suoi cittadini in giro per il mondo una legge basata sul sangue era da considerare naturale, in vista di un possibile ritorno di una percentuale degli emigrati. Però, al di fuori delle considerazioni che hanno portato alla proposta l’anno scorso per lo ius soli, dobbiamo chiederci se davvero estendere la cittadinanza italiana ai discendenti di emigrati italiani di quinta, sesta e oltre generazione sia utile e praticabile.

Potrebbe sembrare una domanda crudele, ma una vicenda riportata dalla Polizia di Stato in Piemonte ci fa capire che la situazione della cittadinanza italiana è anche soggetta ad altre considerazioni non riferite ai legami con il paese d’origine dei bisnonni.

Operazione Super Santos e calcio

Il 26 marco u.s. la Polizia di Stato ha annunciato l’esito dell’Operazione Super Santos (https://bit.ly/2uOHRuZ) diretta verso agenzie gestite da brasiliani che davano, tra i loro servizi, anche quello di ottenere la cittadinanza italiana. Tutta la vicenda coinvolgeva un giro d’affari di oltre cinque milioni di Euro, come anche la falsificazione di documentazione per ottenere la cittadinanza italiana a chi non ne aveva diritto.

Non ce ne meravigliamo, benché la maggior parte delle agenzie che fanno queste pratiche siano oneste, perché dimostrare i legami ininterrotti tramite quattro, cinque e più generazioni non è facile.

Inoltre un caso sportivo del passato aveva già dimostrato che, come nel caso odierno, i passaporti non servivano per dimostrare legami con il Bel Paese, ma per ottenere permessi di lavoro in paesi dove i passaporti stranieri sono uno svantaggio.

Nel 2001 uno scandalo di passaporti falsi per giocatori di origini sudamericane ha scosso il calcio Europeo. Furono coinvolte anche l’Inter con Alvaro Recoba e la Lazio con Juan Sebastian Veron in Italia. Nel caso dell’Inter il giocatore Recoba e il dirigente interista Gabriele Oriali patteggiarono una pena di sei mesi, poi trasferitasi in multa di 21.420 Euro per i reati di concorso in falso e ricettazione.

Le cronache dell’epoca descrivevano ricerche ai cimiteri dei paesi dei giocatori per trovare omonimi da utilizzare come base per la documentazione, per dimostrare la linea di discendenza diretta che avrebbe dato diritto alla cittadinanza e quindi di poter giocare per i club europei importanti non come extracomunitari soggetti ai limiti imposti all’epoca.

Come descrive l’articolo della Polizia di Stato i possessori di cittadinanza italiana e dunque di passaporti italiani della recente operazione volevano poter emigrare negli Stati Uniti e Canada dove il passaporto italiano rende più facile l’immigrazione.

Effetti e origini

I due casi citati dimostrano non solo che la caccia a passaporti italiani dia la possibilità di comportamenti illeciti di agenzie meno oneste, ma anche le difficoltà pratiche di poter dimostrare il diritto alla cittadinanza oltre la terza generazione nata all’estero. Diremo di più, nei casi delle grandi comunità italiane nelle Americhe, molti dei nostri parenti e amici ci sono emigrati da prima del ‘900,  quando la documentazione era meno sicura e più facile a falsificare, rendendo il lavoro di verificare la veridicità della documentazione ancora più difficile, senza dimenticare che in molti casi la documentazione di uffici anagrafe di molti comuni, colpiti da guerre, ormai è irrimediabilmente incompleta.

Oltre il fattore del passaporto italiano, dobbiamo anche ricordarci che la cittadinanza italiana da anche il diritto di voto ai nostri connazionali all’estero, e soprattutto per questo motivo dobbiamo essere sicuri che gli aventi diritto abbiano davvero le carte in regola per esercitare questo diritto fondamentale, perché i loro rappresentanti alla Camera dei Deputati e il Senato decidono le leggi del paese.

Questo però non toglie la voglia naturale dei discendenti di poter trovare le loro radici e di capire da dove vengono, e quali siano i loro patrimoni famigliari e culturali personali.

Allora cosa fare?

Decisione.

Nella grande maggioranza dei casi la lingua parlata a casa dalla prima generazione all’estero era l’italiano e quindi i figli potevano capire qualcosa delle loro origini. Però, come vediamo spesso sulle pagine Facebook degli italiani all’’estero, particolarmente ma non solo negli Stati Uniti, nonni e/o genitori hanno deciso di non utilizzare più l’italiano in casa per potersi integrare nel nuovo paese di residenza. In alcuni casi questo ha portato anche al cambio di cognomi e persino nomi per non sembrare più “stranieri” nei loro nuovi paesi.

Questo non ha avuto sempre successo, ma ha avuto un effetto sulla nuove generazioni, quello di rendere ancora più difficile trovare le loro radici e origini, come leggiamo regolarmente in queste pagine Facebook.

Passaporto o no?

Alcuni decidono di ricercare la cittadinanza persa, alcuni di fare ricerche per le loro origini che sono spesso carissime e non sempre precise, considerando il grande numero di omonimi che spesso troviamo in tutte la penisola, grazie alle vecchia tradizione di dare i nomi dei nonni ai neonati, e quindi un nuovo livello di difficoltà per identificare i bisnonni veri invece dei loro cugini omonimi.

Certo, molti sono riusciti a trovare le origini, ma è davvero realizzabile e praticabile dare il diritto alla cittadinanza dopo un certo numero di generazioni,  considerando anche che spesso chi lo chiede, per via della condizioni di educazione nei loro paesi di residenza, conosce poco o niente della nostra lingua, Storia e Cultura?

Mentre battiamo questa parole immaginiamo già la delusione e anche rabbia di alcuni nel leggere questo paragrafo, ma non avere il diritto alla cittadinanza non nega il diritto di potere cercare la propria identità e il proprio passato.

Per questo motivo l’Italia dovrebbe assumersi l’impegno di aiutare i discendenti dei suoi emigrati a trovare questa identità, ma senza dover continuare a dare la cittadinanza in eterno.

Di origine italiana

Tutte le regioni hanno avuto numeri di emigrati. Nel caso delle regioni del sud ma anche il Veneto e il Friuli/Venezia Giulia, le ondate sono state enormi. Per questo motivo queste regioni sono soggette sempre più ad interesse dei discendenti dei loro corregionali partiti chissà quanti anni fa.

Perciò, potrebbe essere utile, non solo per i diretti interessati, ma anche per le regioni stesse, creare una categoria di turismo specifico, quella dei turisti “d’origine italiana”.

Le regioni e i comuni possono offrire servizi ai discendenti dei loro residenti nella ricerca delle loro origini e per conoscere queste zone.  Possiamo già immaginare le proteste di alcuni che le regioni e, peggio ancora, i comuni, non abbiano i mezzi di poterlo fare, ma quasi nessuno dei nostri parenti e amici all’estero pretenderebbero mai di avere servizi gratuiti, i benefici di un turismo del genere sono potenzialmente enormi per molti regioni e paesi, a partire dal sud d’Italia.

Queste amministrazioni possono aiutare a rintracciare nonni, bisnonni ,ecc. Allo stesso tempo possono offrire sconti ai musei e le mostre o per acquistare prodotti locali, ecc. ai nuovi turisti in cerca di identità e quindi promuovere i prodotti locali, di tutti i genere, culturali e commerciali, all’estero.

I vantaggi di un sistema del genere sono ovvi. Dando incentivi concreti a chi pensa di venire in Italia per motivi di famiglia diamo la possibilità a zone poche conosciute all’estero di trovare nuovi mezzi di promozione internazionale.

Tutto questo può essere offerto sia a chi ha la cittadinanza italiana come a chi non ne ha diritto. In fondo, sono tutti i figli d’Italia, anche se non hanno mai visto il Bel paese.

Però, a prescindere da questo, il parlamento italiano ha l’obbligo davvero di affrontare il tema della cittadinanza, non solo come “battaglia morale” da entrambe le parti, ma soprattutto a livello pratico perché il sistema attuale non fa altro che aiutare quelli che cercano di ingannare.

La cittadinanza non è un regalo, ma nemmeno possiamo dire a quelli che non ne hanno il diritto che non possono e non devono interagire con il loro paese d’origine. Anche questo è un diritto, ma non comporta il dovere di votare, ecc.

Troviamo una soluzione e non la rinviamo ancora per chissà quanto tempo.

Continue Reading

Memoria di un orrore a New Orleans – Memory of a horror in New Orleans

di emigrazione e di matrimoni

Memoria di un orrore a New Orleans

Il prossimo 12 aprile a New Orleans negli Stati Uniti, per la terza volta autorità americane chiederanno scusa per ingiustizie di anni fa verso nostri connazionali.

Di Gianni Pezzano

Nel primo caso nel 1977, Michael Dukakis, allora governatore dello stato di Massachusetts, riconobbe ufficialmente il processo farsa di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti che finì con la loro esecuzione sulla sedia elettrica nel 1927. Il secondo caso è stato il riconoscimento ufficiale nel 2002 da parte del Congresso americano di Antonio Meucci come inventore del telefono e non Alexander Graham Bell come si pensava fino ad allora.

Purtroppo la cerimonia del 12 aprile riconoscerà ufficialmente un orrore che non era uno sbaglio giudiziario bensì un delitto vero e proprio verso 11 nostri connazionali, tutti di origini siciliane, nel 1891. Poteva andare peggio perché altri 8 erano destinati al patibolo, ma riuscirono a nascondersi dalle decine di migliaia di persone che quel giorno volevano linciarli. Ma l’incidente  lasciò un altro segno che ancora oggi segna gli italiani ovunque siano.

Molti sanno delle difficoltà dei nostri emigrati all’estero, ma pochi in Italia si rendono conto che molti di loro hanno pagato il prezzo più alto per la loro decisione di trovare una vita nuova all’estero.

New Orleans 1890

Alla fine dell ‘800 New Orleans era una città con una grandissima comunità italiana. Era così grande che il vecchio quartiere francese era stato soprannominato “Little Palermo” (la piccola Palermo) e c’erano oltre tremila imprese italiane.

Purtroppo gli italiani non erano ben visti, gli abitanti del luogo consideravano la maggioranza siciliana “di colore” e li consideravano analfabeti e criminali. In un contesto che si è ripetuto fin troppo spesso, e non solo negli Stati Uniti e anche oggigiorno, malgrado una popolazione immigrata per la stragrande maggioranza pacifica e rispettosa delle leggi locali, qualsiasi reato commesso da immigrati finiva nelle prima pagine dei giornali per peggiorare l’immagine dei nuovi residenti della città.

Poi, un giorno un agguato e la morte di una persona scatenò l’inferno

Dagoes

La notte del 15 ottobre 1890 mentre tornava a casa alla fine della giornata lavorativa, David Hennessy, il Capo della polizia di New Orleans, fu vittima di un agguato ordito da un numero indeterminato di sconosciuti. Fu colpito più volte prima dell’arrivo del Capitano della Polizia William O’Connor.

Secondo la leggenda, contestata da alcuni, Hennessy ebbe il tempo di dire a O’Connor “The dagoes” (gli italiani) alla domanda di chi fossero gli aggressori.

Hennessy morì poche ore dopo in ospedale. Il funerale fu grandioso e poco tempo dopo il sindaco Joseph Shakespeare dichiarò ”Dobbiamo fare a questa gente una lezione che non dimenticherà mai”.

Sin dall’inizio i giornali cominciarono ad aizzare la rabbia della popolazione contro gli immigrati e persino il celebre, e lontano,  New York Times parlava del delitto come “the Italian assassination” (l’assassinio italiano”), in effetti dichiarando guerra ai nostro connazionali.

Nei mesi seguenti si cominciava a parlare di una segreta e fino ad allora sconosciuta organizzazione chiamata la “mafia”, e fu proprio questo incidente che mise alla luce per la prima volte nel paese la parola che ancora oggi ci segue ovunque andiamo.

In quei mesi la polizia in New Orleans arrestò oltre duecento italiani e alla fine diciannove di loro furono imputati per la morte di Hennessy.

Processo

Però, le prova a carico degli imputati non erano pari alla rabbia popolare alimentata dalla xenofobia e i giornali. La procedura giudiziaria non riuscì a fornire un verdetto contro i “criminali stranieri”.  Il 28 febbraio 1891 il verdetto di non colpevolezza creò scompiglio e rabbia tra coloro convinti della colpevolezza dei diciannove e il giorno dopo un giornale locale pubblicò un grido d’azione. Infatti, una vignetta di una rivista dell’epoca faceva intendere che fu la “mafia” a minacciare la giuria per scarcerare gli imputati.

Dopo settimane di proteste e titoloni dei giornali,  il 14 marzo 1891 durante una protesta John C. Wickliffe fece un appello contro gli italiani al pubblico, “Alien hands of oath bound assassins set the blot of blood upon your vaunted civilization” (“Mani aliene di assassini giurati hanno posato una macchia di sangue sulla civiltà di cui vi vantate”). La gente presente capì il messaggio e rispose “Yes! Yes! Hang the dagoes!” (“Si! Si! Impicchiamo i dagoes!”)

E cosi ebbe inizio il linciaggio più grande della Storia degli Stati Uniti.

Orrore

Secondo le cronache decine di migliaia di cittadini presero d’assalto il carcere. Alla testa delle file c’erano oltre trecento armati di fucili. Le guardie cercarono di sbarrare il cancello ma la folla cominciò a spingere e a martellarlo. Le guardie avvisarono gli italiani di cercare di nascondersi, ma tragicamente per la maggioranza il destino era segnato.

I primi catturati furono uccisi a fucilate e gli altri furono portati in mostra per le strade della città e infine impiccati su lampioni. Otto si salvarono nei loro nascondigli.

Il titolo più vergognoso fu del New York Times che dichiarò “Chief Hennessy Avenged” (“Capo Hennessy vendicato”).

La folla fu “soddisfatta” d’aver fatto “giustizia” contro gli assassini del loro defunto capo della polizia. Nessuno fu indagato per il linciaggio, la polizia non cercò nemmeno i colpevoli e, bisogna dirlo, visto che il processo finì con il verdetto di “non colpevolezza”, la polizia locale non fece più niente per cercare gli assassini del loro Capo defunto.

Non fu l’unico linciaggio di italiani negli Stati uniti, almeno una cinquantina morì in quel modo atroce.

Non fu nemmeno l’unico paese dove morirono immigrati italiani per mano di locali, basti pensare ad Aigues Mortes in Francia, casi in Belgio e anche in Sud America per capire che il sogno di molti italiani finì nel modo più crudele.

Consiglio comunale

Ora il consiglio comunale di New Orleans ha deciso di chiedere scusa per quel giorno infame.

Il 12 aprile prossimo al centro locale dell’associazione Italian Sons and Daughters of America  (Figli e Figlie Italiani d’America) il sindaco della città della Lousiana, LaToya Cottrell, presenterà “The Official Apology” (Le Scusa Ufficiali) per il tragico incidente del 1891, 138 anni dopo la morte dei nostri connazionali.

Bisogna ricordare sempre non solo che alcuni di loro furono dichiarati innocenti dell’assassinio di Hennessy, ma alcuni di loro non furono nemmeno imputati per il delitto.

Così si chiuderà quell’episodio, almeno ufficialmente, ma tutti dobbiamo pensare a quel che ha portato a quell’orrore.

Leggendo le cronache di quel periodo si vede la diffidenza dei locali verso gli immigrati nuovi, si vedono i giornali dell’epoca sottolineare i reati di una minoranza degli immigrati per fare incrementare l’odio verso gli “stranieri”. Vediamo politici che utilizzano il disagio e il disprezzo verso gli immigrati per scopi elettorali.

Per quel motivo dobbiamo chiederci, ma davvero qualcosa è cambiato da allora?

Tristemente leggendo le cronache dei giornali di oggi da molti paesi, leggendo i commenti di politici in giro per il mondo e molti episodi che identificano gli “immigrati” come fonte del male che affligge la “civiltà” come dichiarò Wilckliffe il 14 marzo del 1891, dobbiamo dire che non abbiamo imparato affatto la lezione.

Anzi e peggio ancora, oggi esiste un mezzo, i social media che, come abbiamo visto il giorno della strage alla Moschea di Christchurch in Nuova Zelanda due settimane fa, è ancora più efficace nel trasmettere i messaggi di odio e razzismo che non sono mai spariti. Non a caso, proprio in questi giorni Facebook ha deciso di eliminare le pagine che diffondono messaggi di odio razzista che “ispirano” assassini e attentati.

Diamo il benvenuto alle scuse del sindaco di New Orleans il 12 aprile prossimo. Ma quel messaggio non basta perché l’unico modo di togliere le macchie di sangue come quelle del 1891 è di eliminare il razzismo e l’odio e di insegnare ai nostri giovani, sin dalla scuola, che non si giudica una persona dalle origini e il colore della pelle, ma dal proprio comportamento.

Quello sarà il giorno che avremo veramente imparato il messaggio di tutti i linciaggi e non solo quello di New Orleans 138 anni fa.

Continue Reading

Rital (Wog), la lezione italo-belga – Rital (Wog), the Italo-Belgian lesson

di emigrazione e di matrimoni

Rital (Wog), la lezione italo-belga

Noi Italiani all’estero per gli altri eravamo stranieri, malgrado il fatto che siamo nati anche noi nello stesso paese

Di Gianni Pezzano

Tutti i figli di immigrati hanno sentito sulla propria pelle il disprezzo dei loro coetanei autoctoni. Questo disprezzo prende molte forme e il più comune è l’uso di parole spregiative. Per gli oriundi nati e cresciuti in paesi anglosassoni le parole utilizzate sono Wog, Dago, Spag, e così via.

Per molti di noi queste parole erano la causa di litigi e peggio a scuola e anche nelle altre attività della vita. Con il senno del poi è ovvio che il male veniva dal fatto che non avevamo ancora assorbito un fatto molto importante delle nostra vita.

Per gli altri eravamo stranieri, malgrado il fatto che siamo nati anche noi nello stesso paese.

Queste sono le lezioni importanti che non solo ci aiutano a capire le esperienze dei nostri parenti e amici all’estero, ma ora anche per aiutare a integrare gli immigrati e i loro figli che ora arrivano nel Bel Paese.

Con il passare del tempo noi oriundi abbiamo imparato a vivere più o meno in pace con la nostra identità e con queste parole. Ma un esempio dal Belgio ci da una lezione importante che molto spesso quel che una volta ci faceva male può anche aiutarci a crescere e a capire che la nostra identità è molto più chiara e ricca di quel che pensavamo da giovani.

Calcio

Nei primi anni della rivoluzione mediatica di Internet ho partecipato a un forum sul calcio italiano. In questo forum non solo c’erano tifosi di tutte le squadre, ma molti di loro, come me, erano di altri paesi.

Una sera, ore australiane, durante uno scambio con Toto Aire in Belgio gli ho chiesto come si identificava e anche se esistevano parole come Wog nel suo paese. MI ha risposto di si e mi ha spiegato che la parola Rital era capace di scatenare liti tra figli di italiani e i loro coetanei. Però, il senso della parola è cambiato, come poi è successo anche in Australia con Wog e mi ha suggerito di ascoltare una canzone in francese che era stata un grandissimo successo nel paese e in modo particolare tra gli italiani.

Così quella sera anni fa ho ascoltato “Je suis Rital et je le reste” del cantante italo-belga Claude Barzotti per la prima volta.

Per chi non conosce il francese:

 

A l’école quand j’étais petit           A scuola quando ero piccolo.

Je n’avais pas beaucoup d’amis     Non avevo molti amici

J’aurais voulu m’app’ler Dupont     Avrei voluto chiamarmi Dupont,

Avoir les yeux un peu plus clairs    Avere gli occhi un po più chiari,

Je rêvais d’être un enfant blond     Ho sognato d’essere un ragazzo biondo,

J’en voulais un peu à mon père     Ne volevo essere arrabbiato con mio padre,

C’est vrai, je suis un étranger        È vero, sono straniero.

On me l’a assez répété                Me l’hanno detto tante volte,

J’ai les cheveux couleur corbeau    Ho i capelli nero corvino,

Je viens du fond de l’Italie            Vengo dal fondo d’Italia,

Et j’ai l’accent de mon pays          E ho l’accento del mio paese,

Italien jusque dans la peau           Italiano fino alla pelle.

Je suis rital et je le reste               Sono Rital e lo rimango

Et dans le verbe et dans le geste   E nelle parole e nei gesti,

Vos saisons sont devenues miennes        Le vostre stagioni sono diventate le mie.

Ma musique est Italienne              La mia musica è italiana.

Je suis Rital dans mes colères       Sono Rital nella mia rabbia

Dans mes douceurs et mes prières Nelle mia gentilezza e nelle mie preghiere,

J’ai la mémoire de mon espèce     Ho la memoria della mia specie,

Je suis Rital et je le reste              Sono Rital e lo rimango

Arrivederci Roma …                    Arrivederci Roma …

J’aime les amants de Vérone                  Amo gli amanti di Verona,

Les spaghettis, le minestrone        Gli spaghetti e il minestrone,

Et les filles de Napoli                   E le figlie di Napoli,

Turin, Rome et ses tifosi              Torino, Rome e i loro tifosi,

Et la Jocond’ De Vinci                            E la Gioconda di Da Vinci,

Qui se trouve, hélas, à Paris                   Che si trova purtroppo a Parigi.

Mes yeux délavés par les pluies     I miei occhi sbiaditi dalle piogge,

De nos automn’s et l’ennui            Dai nostri autunni e la noia

Et par vos brumes silencieuses      E dalle silenziose nebbie,

J’avais bien l’humeur voyageuse    Avevo l’umore viaggiante,

Mais de raccourcis en détours       Ma le scorciatoie nelle deviazioni.

J’ai toujours fait l’aller-retour                   Sono sempre andato avanti e dietro.

Je suis rital et je le reste               Sono Rital e lo rimango

Et dans le verbe et dans le geste   E nelle parole e nei gesti,

Vos saisons sont devenues miennes        Le vostre stagioni sono diventate le mie.

Ma musique est Italienne              La mia musica è italiana,

Je suis Rital dans mes colères                Sono Rital nella mia rabbia

Dans mes douceurs et mes prières Nelle mia gentilezza e nelle mie preghiere

J’ai la mémoire de mon espèce     Ho la memoria della mia specie,

Je suis Rital et je le reste              Sono Rital e lo rimango

Arrivederci Roma …                    Arrivederci Roma …

C’est vrai je suis un étranger                   È vero, sono straniero,

On me l’a assez répété                Me l’hanno detto tante volte

J’ai les cheveux couleur corbeau    Ho i capelli nero corvino,

Mon nom à moi c’est Barzotti                 Il mio nome è Barzotti,

Et j’ai l’accent de mon pays          E ho l’accento del mio paese,

Italien jusque dans la peau           Italiano fino alla pelle.

Wog

 

Ascoltando quelle parole la prima volta mi sono identificato con il giovane Barzotti che voleva essere come gli altri. Mi ricordo lavare freneticamente le mie mani perché non erano bianche e la mia pelle non era come quella degli altri.

Toto mi ha detto che con questa canzone gli oriundi in Belgio hanno cominciato ad accettare le loro differenze, non solo con i coetanei in Belgio ma anche con i parenti in Italia perché, come sappiamo, chi nasce e cresce all’estero non può mai essere come chi nasce in Italia. Le capacità linguistiche, le scuole, le esperienze quotidiane e l’ambiente assicurano che siamo diversi.

Però, noi all’estero abbiamo accettato che siamo Rital,Wog/ o le altre parole perché siamo davvero diversi dagli altri. Per questo motivo accettiamo la parola dagli altri come noi, figli di immigrati, perché ci riconosciamo, ma non le accettiamo da chi non è come noi perché sappiamo che non l’utilizzano nel senso di appartenenza a un gruppo, ma per tenerci sempre lontani da quel che loro considerano la “normalità” del paese.

Agenti

Quando abbiamo accettato le parole per noi stessi abbiamo accettato un aspetto importante dell’emigrazione, anche se non ce ne siamo resi conto all’inizio.

L’immigrato e i suoi figli sono agenti di cambio nei nostri paesi di residenza. Con il nostro contributo abbiamo cambiato i nostri paesi di nascita. Non solo con il luogo comune del cibo, che poi nel caso di noi figli d’italiani vuol dire grandi introiti per il nostro paese di origine, ma anche con il nostro senso culturale, con i nostri concetti di architettura, design, arte e tutti gli altri aspetti della vita dove il “tocco italiano” si è sempre sentito, dalla musica fino a persino la stazione spaziale internazionale dove la nostra presenza ha avuto grande successo negli anni recenti.

Nel caso australiano il cambio del senso è arrivato da una generazione di comici di origini non solo italiane, ma anche greche, libanesi e dalle altre nazionalità timbrate come “Wogs” dagli anglosassoni.

Lo spettacolo Wogs out of work, cioè “Wogs disoccupati”, con i racconti delle esperienze molto spesso personali quasi altrettanto spesso imbarazzanti, noi figli di immigrati abbiamo capito che le nostre esperienze erano condivise da altri.

Molto spesso nascondevamo i nostri disagi e problemi a scuola e a lavoro. Ora sappiamo che queste esperienze hanno creato generazioni che mettono insieme aspetti delle nostre culture, dalla parte della nostra famiglia italiana e dal nostro paese di nascita.

Italo-???

Ora ci consideriamo italo-australiani, italo-belgi, italo-americano e cosi via. E cosi è giusto perché negare una o l’altra parte di noi vuol dire negare una parte profonda di noi stessi e perdere la nostra propria identità. In questo modo abbiamo aiutato a creare paesi con forti identità da tutte le loro comunità immigrate.

Ora queste esperienze dovrebbero aiutare il Bel Paese a trovare il miglior modo di integrare con gli immigrati che ora sono in Italia e che arriveranno nel corso degli anni.

Per documentare questi cambi e per aiutare il nostro paese d’origine, ripetiamo ai nostri lettori di inviare le loro esperienze personali per aiutare altri a superare le loro esperienze. Certo, ognuno deve trovare la propria soluzione, ma leggendo le nostre storie i nuovi immigrati e i loro figli capiranno che esiste un modo di esistere in mezzo a due e più culture e questo vuol anche dire, arricchire il loro nuovo paese di residenza.

Inviate le vostre storie a: gianni.pezzano@thedailycases.com

Continue Reading

L’emigrante/Expat perché si emigra? – The migrant/Expat Why do we migrate?

di emigrazione e di matrimoni

L’emigrante/Expat Perché si emigra?

Diamo voce a un giovane italiano che ha deciso di emigrare all’estero. Il suo racconto dovrebbe dare a tutti in Italia qualche motivo di pensare al nostro atteggiamento verso i giovani nel paese.

di Gianni Pezzano

Dopo la recente morte a Manchester in Inghilterra di Lala Kamara, una ragazza italiana di origini senegalesi cresciuta a Brescia abbiamo seguito le reazioni di alcuni dei nostri connazionali alla notizia del suo tragico destino.
Sulla pagina Radio Londra Italia di Facebook dedicata ai nostri connazionali in quella metropoli, che di solito tratta notizie di possibili lavori come anche di fissare appuntamenti per radunarsi, abbiamo visto la tristezza in faccia ala destino crudele di Lala. Non era difficile capire che alcuni pensavano che la sua morte poteva essere anche il loro destino.

Poi, negli scambi abbiamo notato un commento di Luca da Milano e ora residente a Birmingham in Inghilterra. Lui ha colto il nostro invito a spiegare il pensiero espresso nel post e ora   abbiamo molto piacere di girarlo ai nostri lettori.

Luca ha molto da dirci e l’unica cosa che vogliamo aggiungere è che i suoi pensieri dovrebbero far pensare molti in Italia, non solo i nostri politici, ma anche tutta noi che abitiamo nella penisola.

L’emigrante/Expat Perché si emigra?

di Luca Tieppo, Milano/Birmingham, Inghilterra

Perché un giovane di vent’anni decide di mollare tutte le sue certezze, i suoi punti di riferimento, i suoi affetti più cari e profondi per una vita di solitudine umana, e spesso anche affettiva, che può durare anni? Facile, direte: per trovare condizioni di lavoro e vita migliori! Ma ne siete così sicuri? Cosa c’è di “migliore” nel sapere per certo di dover lavare o, se ti va bene, portare i piatti perché non si hanno le competenze linguistiche per fare altro? O, a prescindere dal lavoro, sapere che dovrai dividere non solo un appartamento, ma un bagno, una cucina e la tua più profonda intimità con perfetti sconosciuti con cui spesso non condividi nulla, a partire dalla lingua? No, la semplice prospettiva del lavoro non può bastare; la motivazione dev’essere più profonda, anche perché puoi sempre decidere di andare a lavare o portare i piatti a 100km da casa, in un’altra provincia o regione dove non ti conosce nessuno, senza il problema del giudizio dei tuoi conoscenti. Spendi meno, hai meno problemi linguistici, culturale, umani e i piatti da lavare o portare sono uguali ovunque. Quindi deve esserci qualcosa di diverso che motiva qualcuno a partire, qualcosa che faccia sembrare i piatti lavati o portati all’estero meno “piatti” di quelli italiani.

Facile, direte: la meritocrazia! All’estero ti apprezzano per quello che vali, sono mediamente più onesti, ti danno più opportunità e puoi fare “carriera”. Mediamente vero, ma tutto questo ha un costo umano immenso; spesso si finisce per “sposare” il lavoro, che è e resta il peggior amante che esista: ti può mollare in ogni istante senza alcuna ragione legata a te o al tuo impegno. E non hai neppure la solita spalla dell’amico o amica su cui piangere: alla fine trovi più solidarietà se ti molla la donna! Quindi, di nuovo, il saldo sembra in rosso: molli tutto per lavori spesso modesti, in un ambiente ostile che poco capisci, conducendo un’esistenza solitaria e dovendo pure venderti agli occhi dei tuoi conoscenti come un fortunato e realizzato mortale. Per quanto mi riguarda, non mi convince. Non mi convince anche per chi viene a fare professioni più specialistiche, perché il prezzo da pagare in termini di solitudine, comprensione e interazione umana è identico.

Quindi, ancora, ci dev’essere dell’altro che è più motivante di tutto questo. Ma cosa? Io personalmente ritengo si rifugga la mentalità, l’incapacità di adattarsi ad una società nonnista e perbenista come quella italiana, in cui il tuo essere giovane, entusiasta, motivato anche un po’ folle, è visto come un problema, una perturbazione dello status quo, delle certezze acquisite a caro prezzo dalle generazioni precedenti, non come la ricchezza che invece oggettivamente è. O ti adatti ad aspettare un ipotetico “tuo turno”, che non è mai chiaro cosa sia, o per te non c’è posto; come non c’è posto per la tua mentalità, le tue passioni, i tuoi sogni. Ma a meno che tu, quando sarà il tuo turno, ti adatti al posto che il paese pensa per te, non ti aspettare di poter avere veramente libertà di scelta.

È questo percorso obbligato a cui devi sottostare, questa “italianità” perenne di fare e gestire le cose, diventa spesso una prigione dalla quale si vuole solo scappare per realizzare la propria libertà, il proprio essere. Io mi occupo di eventi culturali e vedo con tristezza come la mentalità del paese soffochi la libertà d’espressione, la possibilità di essere se stessi, neghi ad ogni espressione culturale pari dignità. Il paese non tollera (o, alla meglio, fa solo finta di tollerare) espressioni diverse dalle proprie e impone ai propri giovani di adattarsi, di non esprimersi, di non disturbare. Perché come ho aspettato io, devi aspettare tu; come ho ingoiato io, così devi fare tu. In un perenne nonnismo idiota che serve solo a reiterare i nostri peggiori difetti. Abbiamo soluzioni? Certo, tante e bellissime. Le vogliamo? Onestamente no, o almeno a me non pare proprio. Meglio potersi lamentare tutti che ammettere che il limite sia il nostro. O forse sì. A patto però di capire la vera profonda natura di questa diaspora generazionale e di metterci una pezza con un approccio mentale e culturale diverso, con uno spirito di accoglienza per chi cerca dimensioni alternative, con una tolleranza e curiosità che per ora sembrano smarrite.

Progetti sicuramente immensi, o meglio pie illusioni irrealizzabili che non responsabilizzano nessuno, nel solito mare costellato di buone intenzioni. Ma si può optare anche per la politica dei piccoli passi, quella che tiene conto che la cosa più importante per un giovane è la sua voglia di mettersi in gioco, di credere ancora in qualcosa. E quando quella si perde, si perde la fiducia nel proprio paese, nella società che ti ha formato e che ora pare rifiutarti. Basta, ad esempio, rispondere ad una email, dare un consiglio, far sentire quel giovane una risorsa, non un ingenuo senza diritti da sfruttare, e quella speranza non muore; al limite diventa scelta, invece che triste consapevolezza. Interrompiamo questo nonnismo generazionale, questa gratificazione per il nostro piccolo potere acquisito e forse potremo invertire la tendenza, Siamo un paese ormai vecchio, non solo anagraficamente, ma possiamo ancora scegliere. Non facciamo il solito scaricabarile decisionale, lasciando la scelta solo a Madre Natura.

Infine, estendiamo ai nostri lettori emigrati all’estero e anche i figli e discendenti di emigrati italiani in giro per il mondo lo stesso invito, di inviare le vostre storie perché le vostre voci e le vostre esperienze sono importanti. Fanno parte della nostra Storia e la nostra Cultura e quindi abbiamo l’obbligo di conservarli e di diffonderli così capiremo meglio perché i nostri parenti e amici sono emigrati e anche cosa hanno dovuto affrontare nei loro nuovi paesi di residenza.

Inviate le vostre storie a: gianni.pezzano@thedailycases.com Continue Reading

Quando in Calabria la Sanità era una eccellenza. L’esempio della clinica Teti

di emigrazione e di matrimoni

Quando in Calabria la Sanità era una eccellenza. L’esempio della clinica Teti.

Quando in Calabria la Sanità era una eccellenza nazionale: il prontuario prezzi della clinica Teti di Sant’Onofrio nel 1921.

 

Nei giorni in cui il governo nazionale italiano ha commissariato i servizi sanitari di Reggio Calabria a causa di infiltrazioni della ‘Ndrangheta, il gruppo criminale organizzato, ricordiamo che non è sempre stato così nella tormentata regione Calabria.

Un caso del passato ci mostra che le persone della regione sono in grado di svolgere servizi eccezionali, inclusa la salute. Quindi dobbiamo chiederci seriamente cosa noi, come paese, a cominciare dagli stessi Calabresi, dobbiamo fare per ripristinare dignità e servizi in quelle parti d’Italia dove gruppi organizzati come la ‘ndrangheta, la camorra e le altre organizzazioni criminali riescono ancora a dettare regole.

Nativo di Sant’Onofrio, il dottor Raffaele Teti, laureatosi in medicina e chirurgia all’Università di Roma, specializzatosi poi in chirurgia generale ed oculistica all’Università di Catania, fondò nel paese natale, allora provincia di Catanzaro, un ospedale destinato a diventare un polo sanitario di eccellenza a livello nazionale, la Clinica che porta il suo nome, aperta nel 1914 . In seguito lo stesso medico fonderà anche a Nicastro un’ analoga casa di cura. Fino al 1870 faceva funzione di ospedale a Monteleone Calabro (oggi detta Vibo Valentia, il centro più vicino) solo il Convento dei pp. Carmelitani, fondato nel XVI secolo. La novità per quanto riguarda la Calabria fu il polo per l’impiego, sia in senso diagnostico che in senso terapeutico, dei raggi X. Se si pensa l’importanza di questo fatto occorre sapere che, a titolo sperimentale, la radioterapia esiste solo dal 1896 e già solo venticinque anni dopo i primi esperimenti, la Rivista di Chirurgia fondata dal Teti, illustrava con un’interessante dissertazione l’efficacia di quella che oggi chiamiamo roentgenterapia mostrando le caratteristiche del gabinetto radio della Casa di salute Teti e dei suoi macchinari.

Una caratteristica non trascurabile è, come il Teti osserva, che la radioterapia sia uno “sviluppo” ulteriore delle tecniche di elettro-galvano-terapia con cui, inizialmente, venivano curate alcune patologie come la “sciatica”. In questo caso un pioniere, giacché anche oggi si preferisce curare la sciatalgia con i raggi X.

La Clinica Teti non era sempre operativa tutto l’anno; apprendiamo che, agli esordi, il dott. Teti, chiudeva per ben due mesi all’anno, allo scopo di recarsi a Roma e all’estero, specialmente in Svizzera, per approfondire meglio le sue conoscenze e per reperire infermieri in grado di aiutarlo con competenza in sala operatoria.

Soffermiamoci, per brevità, su questo prontuario dei prezzi che, si badi bene, è stato stampato solamente sette anni dopo l’apertura della clinica e su cui leggiamo le rette percepite a persona al giorno, a seconda della classe. 25, 20 e 16 lire. Era un prezzo abbordabile nel 1921, anno della pubblicazione?

Oggi, un ricovero presso una clinica privata non convenzionata, può costare dalle 250 alle 300 euro al giorno e nel 1921 non esisteva alcun tipo di convenzione. Ma oggi, generalmente, quasi tutte le case di cura private offrono prestazioni e ricoveri senza alcun tipo di costo in più rispetto a quanto richiesto dal servizio sanitario nazionale.

Nel 1921 il 52 % della popolazione italiana era impiegato nell’agricoltura in condizioni di subordinazione e di analfabetismo (in Calabria 61%) e guadagnava 60 centesimi l’ora (7,20 lire al giorno, 6 in Calabria).300 lire al mese (10 al giorno) era la paga di un operaio non specializzato. Un impiegato guadagnava 650 lire al mese ed un professore aveva uno stipendio di 850 lire.

Considerato che le rette di ricovero non comprendevano le prestazioni specialistiche (diagnostiche e terapeutiche) era una bella somma da sborsare.

Alcuni prezzi del 1921: un giornale quotidiano costava 50 centesimi, un pacchetto di sigarette nazionali, lire 1,70 ma le sigarette si potevano anche comprare a 10 centesimi l’una. Per un pranzo in ristorante occorrevano almeno 5 lire a persona.

Andando avanti balza subito agli occhi il costo dei servizi principali: quelli del gabinetto radiologico. Una radiografia costa da 80 a 200 lire e lo studio radioscopico del tubo digerente da 150 a 250 lire. Oggi, il progresso, ha permesso di abbassare notevolmente il costo di una radiografia. Una semplice lastra non costa più di 60 euro ma a quei tempi era una cosa eccezionale e, ancora oggi, una radiografia del tubo digerente viene a costare anche 180/190 euro, quindi più del doppio adesso, rispetto alla lastra. Il motivo è che l’esame diagnostico di esofago, stomaco e duodeno richiede più tempo rispetto a una normale radiografia ed un’esposizione più lunga ai raggi, dei cui rischi siamo più edotti.

Infine il tariffario comprende i costi delle analisi del sangue, delle urine e degli altri secreti (da notare “degli sputi per la tubercolosi”,oggi si dice meno poeticamente “espettorato”).

Infine ultima curiosità: benché la Casa di salute disponesse di un’ottima sala operatoria dove venivano eseguiti tutti i tipi di interventi : dermatologici (asportazione di foruncoli e “favi”e “flemoni” ossia cisti e tumori superficiali del collo e della nuca), tonsilliti, ascessi, mastoiditi, osteomieliti, appendiciti, emorroidi, fistole, idrocele, tumori vari, endometriti, ipertrofia della prostata, calcolosi epatica, renale e vescicale e peritonite tubercolare, i pazienti dell’epoca potevano chiedere, se lo desiderassero di…essere operati a casa, magari anche trasportati a casa propria per l’intervento, con un’automobile! Oggi chiunque si sentirebbe immensamente più tranquillo a farsi addormentare ed asportare un cancro in un ospedale attrezzato, figuriamoci se non si possiede nemmeno un mezzo proprio di trasporto.

Ma l’Italia usciva da poco da una guerra spaventosa…erano altri tempi!

Non deve sorprendere, infine, che l’assistenza sia “fatta da signorine diplomate infermiere presso il Policlinico di Roma”: è solo di recente (1971) che la professione di infermiere è aperta anche agli uomini e le scuole professionali sono capillarmente diffuse in tutto il territorio nazionale.

La clinica santonofrese era ancora in funzione negli anni cinquanta del secolo scorso, quando vi furono portati i feriti del disastro ferroviario di Pizzo, del novembre 1951, prova che ormai da anni svolgeva funzioni di un ospedale pubblico. La Casa di salute Teti cesserà di essere operativa nel 1962.

Fonte: Gruppo Facebook VIBO VALENTIA nella sua Storia, autore del testo italiano Germanico Austa

di emigrazione e di matrimoni

It wasn’t always like it is today

When health in Calbria was national Excellence: the price list of the Teti Clinic of Sant’onfrio in 1921.

In the days after Italy’s national government forced the closure of the company running Reggio Calabria’s health services due to infiltration by the ‘Ndrangheta, the local organized crime group, let us remember that is was not always so in the troubled region of Calabria.

One case from the past shows us that the people of the region are capable of performing outstanding services including health. So we must seriously ask ourselves what we as a country, beginning with the Calabresi themselves, must do to restore dignity and services in those parts of Italy where organized groups such as the ‘Ndrangheta, Camorra and the other criminal organizations still manage to dictate the rules.

Doctor calabrese and new technology

Born in the town of Sant’Onofrio in what is now the province of Vibo Valentia in Calabria, Doctor Raffaele Teti who graduated in medicine and surgery at Rome University and then specialized in general surgery and Ophthalmology at Catania University founded in his hometown, then in the province of Catanzaro, a hospital destined to become a health hub of excellence nationally.

The clinic that bore his name opened in 1914.Subsequently the doctor also established a similar health centre at Nicastro. Up to 1870 in Monteleone (the closest city and now called Vivo Valentia) only the Convent of the Carmelites founded in the 16th century operated as a hospital.

The novelty as far as Calabria was concerned was that it was the first place to use X-rays diagnostically and therapeutically. The understand the importance of this fact it must be remembered that experimentally X-ray therapy existed only since 1896 and only 25 years after the first experiments the magazine of surgery founded by Teti illustrated with an interesting presentation the efficiency of what is now called roentgen therapy that showed the use of the X-ray cabinet in Teti’s health centre and its equipment.

The characteristic that must not be neglected was how, as Teti observed, X-ray therapy was a further “development” of the technique of electrogalvanic therapy with which some diseases such as “sciatica” were initially cured. In this case he was a pioneer since today we still prefer curing sciatica with X-rays.

Study and prices

The Teti Clinic did not operate year round as we learnt that, in the beginning, Dr. Teti closed for a good two months a year to go to Rome and overseas, especially in Switzerland, to further his knowledge and to find staff who were able to help him competently in the operating theatre.

Let us pause briefly on the price list that was printed only seven years after the opening of the clinic in which we read the prices paid per person of 25, 20 and 16 lire per day depending on the class. Was it an affordable price in 1921, the year of publication?

Today admission into an unaffiliated private clinic can cost from 250 to 300 Euros per day and in 1921 there was no type of affiliation. But generally today nearly all the private clinics offer services and admission with no extra cost compared to what is asked by the National Health Service.

In 1921 52% of Italy’s population was employed in agriculture in conditions of subordination and illiteracy (61% in Calabria) and they earned 50 cents per hour (7.20 lire a day, 6 lire in Calabria). 300 lire (1° lira per day) was the monthly wage of a non specialized labourer.

An employee earned 650 lire a month and a teacher had a monthly wage of 850 lire.

Considering that the daily price of admission did not include the specialist diagnostic and therapeutic services it was a big sum to pay.

Some prices in 1921 were: a daily newspaper cost 50 cents, a packet of cigarettes cost 1.70 lire but cigarettes could be bought for 10 cents each. Lunch at a restaurant needed at least 5 lire per person.

As we read on the prices of the main services spring to mind: those of the X-rays. An X-ray cost 80 – 200 lire and the radioscopic study of the digestive track from 150 to 250 lire. Today progress has let us lower the prices of radiography significantly. A simplex-ray costs 60 Euros but in those days the price was exceptional and, again today, a radiography of the digestive tract can also cost 180/190 Euros, therefore more than double compared to the X-ray. The reason is that the diagnostic examination of the oesophagus, stomach and duodenum require more time than a normal X-ray and longer exposure to the rays with the risks of which we are more aware.

Finally, the price list includes the costs of the blood urine and other secretions. Note the “spits for tuberculosis”, which today are less poetically called “sputum”.

Home and nurses

Finally there is another curiosity. Although the clinic had an excellent operating theatre where many types of surgery were performed: dermatological, (removal of pimples and “favi” and “phlemmons”, in other words superficial cysts and tumours from the neck and nape) tonsillitis, abscesses, mastoiditis, osetomyelitis, appendicitis, haemorrhoids, fistulas, various tumours, endomitritis, prostrate hypertrophy, renal and bladder stones, tuberculosis peritonitis, the patients at the time could ask if they…. could have the surgery at home, possibly even transported home for the surgery by car!

Today anyone would feel immensely calmer to fall asleep and have a cancer removed in a fully equipped hospital, let alone even if they did not even have their own means of transport. But Italy had just come out of a frightening war… these were other times!

Finally, it must not surprise us that the assistance was “made young ladies nursing graduates of the Rome Polyclinic” and only recently in 1971 the profession was opened to young men as well and the professional schools are widely spread all over the country.

The Sant’Onofrio clinic was still functioning in the 1950s of the last century when the injured passengers of the November Pizzo rail disaster were brought there, which proves that the clinic operated as a public hospital for years. The Teti health clinic ceased operations in 1962.

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
redazione@thedailycases.com