Il Diritto e il Dovere – The Right and the Duty

di emigrazione e di matrimoni

Il Diritto e il Dovere

Non   votando il cittadino decide di non contribuire alla decisione di chi governerà il paese

Di Gianni Pezzano

In un periodo nel quale la parola elezioni in Italia ha un senso quasi permanente con ministri che sembrano in modalità campagna elettorale eterna, dobbiamo fare qualche pensiero a quel che è l’essenza stessa del nostro modo di governare, votare.

La Democrazia, in qualsiasi forma, si basa sul concetto che i cittadini abbiano una voce nella decisione di chi governerà il paese per un periodo di tempo. Ogni paese ha la propria versione di Democrazia, e quella italiana fu scritta con un pensiero particolare, di evitare il più possibile il ritorno di una dittatura nel paese. Questo era il compito della nostra Costituzione e la decisione della popolazione italiana nel referendum del 2 giugno 1946 fu che questo modo doveva essere nella forma di una Repubblica.

La Costituzione italiana scritta dall’Assemblea Costituente del 1946 stabilì che votare sia un diritto importante per tutti i cittadini italiani maggiorenni e infatti questo portò al diritto costituzionale di di voto anche   alle donne. Ma dobbiamo ricordarci che questo diritto non è stato un “regalo” dei potenti, ma un diritto acquisito con il sangue di quelli che hanno lottato per la caduta della dittatura.

Ruolo fondamentale

La Costituzione italiana nacque da un periodo particolare della nostra Storia, nacque da un paese in rovine e diviso da oltre vent’anni di dittatura e centinaia di migliaia di morti. La democrazia precedente aveva permesso l’ascesa della dittatura dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e gli uomini e donne che fecero parte dell’Assemblea Costituente erano ben coscienti di questo fallimento.

Perciò la Costituzione da loro redatta mise ben in mostra i diritti e doveri di ciascun cittadino e quello più importante cioè il voto.

Purtroppo oggigiorno la diminuzione di presenze alle urne alle elezione europee due settimane fa, ha confermato che molti italiani hanno perso il senso dell’importanza di questo diritto.

Nel fare queste considerazioni non vogliamo limitarci solo all’Italia, ma desideriamo estendere il pensiero a tutte le democrazie perché ognuna sta attraversando un periodo di delusione verso la propria forma di governo, che ha garantito loro non solo successo economico nel caso della maggioranza dei paesi più grandi, come il nostro, ma anche una libertà personale impossibile nelle altre forme di governo.

Alle urne

Nel corso dei decenni a partire dal 1946 e le moltitudini di governi, politici e tecnici, abbiamo visto i cittadini italiani perdere fiducia nel sistema di governo. La risposta di molti è stata di abbandonare l’urna elettorale con la mentalità del “tanto non cambia niente”.

Però è proprio questa mentalità che mette in pericolo qualsiasi Democrazia moderna. Se, come nel caso delle elezioni presidenziali americane del 2016 nelle quali solo la metà circa dei cittadini ha votato, come fa il vincitore a dire che in realtà possa “rappresentare” il paese?

Questo non è un giudizio sull’operato del Presidente Donald Trump che sarà fatta solo nel futuro dalla Storia, ma una domanda seria perché è la base stessa del processo democratico. Infatti, la presenza italiana alle urne due settimane fa non è stata molto sopra la percentuale americana del 2016.

È facile per un qualsiasi cittadino criticare i politici e infatti il diritto d’opinione ed espressione è altrettanto fondamentale per una Democrazia efficace, ma basta criticare ed esprimere la critica in modo ufficiale non votando?

La risposta deve essere senza dubbio negativa.

Nel non votare il cittadino decide di non contribuire alla decisione di chi governerà il paese. Nel non votare il cittadino da più potere politico a gruppi e gruppetti minori che potrebbero anche avere ragione su alcune vicende, ma senz’altro non esprimono le idee e i pareri della maggioranza del paese.

Senza il voto della maggioranza dei cittadini l’esito di qualsiasi elezione non sarà mai fedele del tutto alle opinioni e idee del paese in generale, bensì i governi da queste elezioni indirizzeranno sempre le loro decisioni in base al loro elettorato che li ha votati.

In questi casi il cittadino che non ha votato deve davvero capire che la situazione che lui non gradisce non sono state determinate dai politici, ma dalla sua decisione di non votare invece di decidere direttamente chi sarebbe stato il suo candidato preferito.

Questo è il senso della frase in testa a questo articolo. Chi vota decide sempre il governo ma la croce di quella decisione sarà portata anche da chi NON ha votato.

Ma come si fa ad assicurare che il maggior numero di cittadini possibile voterà?

Obbligatorio

Nel caso italiano e di molti altri paesi il voto è libero e la decisione di non votare è rispettata. Ma davvero questa è il miglior modo di dar voce alla maggioranza?

In Australia esiste da 95 anni l’obbligo del voto e chi non si presenta all’urna elettorale rischia di dover pagare una multa. Questa decisione ha assicurato che le presenze siano alte ai seggi, anche se c’è sempre stato chi ha presentato scheda bianca o nulla (spesso con commenti ironici verso politici in generale). Naturalmente nessuno saprà mai chi siano questi cittadini, ma almeno i cittadini non possono dire che una minoranza rumorosa abbia deciso l’elezione.

Attualmente una ventina di paesi hanno il voto obbligatorio, tra questi ci sono la Grecia, il Belgio e l’Argentina.

Non sappiamo se questa sia una risposta ma come paese dobbiamo seriamente pensare a come far capire ai cittadini non votanti che devono far sentire le loro voci nella procedure che decidono i nostri governi per il prossimo futuro.

Politici

Ma non dobbiamo esentare i politici dal dibattito sulla bassa presenza di elettori alle urne.

Fin troppo spesso i nostri governanti hanno guardato soprattutto i loro sostenitori e dimenticano che chi siede ai banchi del governo in Parlamento non rappresenta solo minoranze, ma tutto il paese. Nel rappresentare gli interessi di gruppi particolari danno sempre l’impressione ai cittadini di non voler fare il bene per il paese in generale.

Inoltre, sentiamo la lamentela di non voler “votare il meno peggio”. Questa frase rivela il fatto che i programmi elettorali dei nostri partiti e candidati non sono veri e propri programmi governativi, ma spot da presentare in salotti televisivi e da urlare a quei sempre meno comizi elettorali che vediamo nel paese, per persuadere i loro elettori a continuare a votarli, ma quasi mai cercano di attirare chi non li ha votati nel passato. Per questo vediamo relativamente pochi cambiamenti nei voti a livello nazionale in paragone ad altri paesi.

Allora spetta anche e soprattutto ai politici incentivare i cittadini a votare perché, in fondo il voto del più povero conta quanto il voto del più ricco o più potente, ma nella maggioranza dei casi, le decisioni dei politici colpiscono i più deboli.

Quindi da paese dobbiamo capire che votare non è solo un Diritto ma anche un Dovere perché dobbiamo essere noi tutti a decidere chi ci governa e non solo i gruppi e gruppetti rumorosi.

 

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The Right and the Duty

By not voting the citizen decides not to contribute to deciding who will govern the country

By Gianni Pezzano

In a period in Italy in which the word election has an almost permanent sense with ministers in eternal campaign mode, we must think about what is the very essence of our way of government, voting.

Democracy, in any form, is based on the concept that the citizens have a voice in deciding who will govern the country for a period of time. Every country has its own form of Democracy and the Italian form was designed with a specific thought in mind, to avoid as much as possible the return of a dictatorship to the country. This was the basic role of our Constitution and the decision of Italy’s population in the referendum of June 2nd, 1946 was that this had to be in the form of a Republic.

Italy’s Constitution written by the 1946 Constituent Assembly established that voting was an important right for all of Italy’s adult citizens and in fact this was also the Italian Constitution that extended the right to voting to women. But we must also remember that this right was not a “gift” by the powerful but a right bought with the blood of those who fought for the fall of the dictatorship.

Fundamental role

Italy’s Constitution was born in a particular period in our history; it was born in a country in ruins and divided by more than twenty years of dictatorship and hundreds of thousands of dead. The previous Democracy had allowed the ride of the dictatorship after the assassination of Giacomo Matteotti and the men and women who took part in the Constituent Assembly were well aware of this failure.

Thus, the Constitution written by them put well on display the rights and duties of each citizen and the most important of these was the right to vote.

Unfortunately, today the decreasing attendance at the polling booths at the European elections two weeks ago confirmed that many Italians have lost the sense of importance of this right.

In making these consideration we do not want to limit ourselves only to Italy but we wish to extend the thoughts to all Democracies because each one is passing through a period of disappointment towards its form of government that guaranteed not only economic success in the case of the majority of the countries with the biggest economies, such as ours, but also personal freedom that is impossible in other forms of government.

At the ballot box

Over the decades and the many governments, political and technical, since 1946 we have seen Italian citizens lose confidence in the system of government. The answer of many has been to abandon the ballot box with the state of mind that “in any case nothing will change”.

However, it is this very state of mind that puts any modern Democracy in peril. If, as we saw in the case of the American presidential elections in 2016 in which only about half the citizens voted, how can the winner say that in reality he or she “represents” the country?

This is not a judgment on the work of President Donald Trump which will be made only in the future by history, but a serious question because it is the very basis of the democratic process. In fact, the Italian attendance at the ballot box two weeks ago was not much higher than the American percentage in 2016.

It is easy for any citizen to criticize politicians and in fact the right to freedom of opinion and expression are just as essential for an effective Democracy, but is it enough to express the criticism officially by not voting?

The answer must without doubt be in the negative.

By not voting the citizen decides not to contribute to deciding who will govern the country. By not voting the citizen gives more political power to small and minor groups that could be right on some matters but they certainly do not express the ideas and opinions of the majority of the country.

Without the votes of the majority of citizens the outcome of any election will never be faithful to all the ideas and opinions of the country in general, rather, the governments of these election will always address their decisions according to the electoral base that elected them.

In these cases the citizens who did not vote must truly understand that the situation that they do not like was not created by politicians but by their decision not to vote instead of deciding directly who would have been their preferred candidate.

This is the sense of the phrase written in the head of this article. Who votes always decides the government but the cross of that decision will always be borne also by those who did NOT vote.

But how do we ensure that the greatest number of citizens possible will vote?

Compulsory

Is the case of Italy and many other countries voting is free and the decision not to vote is respected. But is this really the best way to give voice to the majority?

There has been compulsory voting in Australia for 95 years and those who do not go to the polling booth risks having to pay a fine. This decision has ensured that the attendance is high at the polling stations, even if there have always been those who present a blank or informal ballot paper (often with ironic comments on politicians in general). Naturally no one will ever know who these citizens are but at least the citizens cannot say that a noisy minority decided the election.

At the present time about twenty countries have compulsory voting, including Greece, Belgium and Argentina.

We do not know if this is the answer but as a country we must seriously think about how to make nonvoting citizens understand that they must make their voices heard in the procedure that decides our government for the near future.

Politicians

But we must not exempt politicians from the debate on the low attendance at the ballot box by electors.

All too often those who govern us have looked after their supporters above all and forget that those who sit at the government benches in parliament do not represent only minorities but all the country. By representing specific interest groups they always give citizens the impression of not wanting to do good for the country in general.

Furthermore, we hear the complaint of not wanting to “vote the least worst”. This phrase reveals the fact the electoral programmes/agendas of our parties and candidates are not true programmes for governing but advertising spots to be presented in television salons and to be yelled at the increasingly fewer campaign meetings that we see to persuade their electors to continue voting for them but they almost never try to attract those who did not vote for them in the past. For this reason we see relatively few changes in votes nationally compared to other countries.

So it is also and above all up to politicians to give encourage citizens to vote because, essentially the vote of a poor person counts just as much as the vote of the richest or most powerful but in the majority of cases the decisions of the politicians damage the weakest.

Therefore, as a country we must understand that voting is not only a Right but also a Duty because we must all decide who governs us and not only noisy minorities.

Quella Razza Vile – That Vile Race

di emigrazione e di matrimoni

Quella Razza Vile

È facile parlare di quel che gli italiani all’estero hanno fatto, ma pochi in Italia sanno che queste imprese non sono state affatto facili, soprattutto perché per molti altri all’estero, noi italiani siamo sempre stati “la razza vile”.

Di Gianni Pezzano

L’immagine in testa a questo articolo appare regolarmente sulle pagine degli italo-americani sul social media. È l’annuncio per un bando per lavori civili in quel paese e dice esplicitamente che la società vincitrice doveva formalmente firmare un impegno di non impiegare mano d’opera italiana nel corso dei lavori.

Purtroppo non è stato un caso isolato. Peggio ancora, come molti hanno imparato in seguito alle scuse formali della Città di New Orleans per il linciaggio di undici connazionali nel 1891, le discriminazioni che subivamo come nazionalità non si limitavano solo a qualche parola di sdegno da persona ignorante. E non tanto raramente le discriminazioni potevano anche arrivare da persone o istituzioni inaspettate.

Allora cosa vuol dire subire discriminazioni per un emigrato italiano e i suoi figli, anzi per qualsiasi immigrato di qualunque paese?

Facciamo una carrellata di incidenti che testimoniano quel che italiani, adulti e bambini hanno subito all’estero e nemmeno in anni tanto lontani.

Scuola

And you mark that wog bastard even closer, he’s scoring too much” ( “E tu marca più stretto quel bastardo di wog, ha già segnato troppo”).

Quel wog bastard ero io e le parole furono pronunciate a metà tempo, durante una partita di pallacanestro tra la mia scuola e la squadra di coetanei di un prestigioso collegio privato e protestante di Adelaide in Australia negli anni 70. Furono pronunciate dall’allenatore avversario dopo che avevo segnato un bel numero di punti. L’allenatore non era nemmeno un genitore qualsiasi che prestava servizio alla scuola, ma un uomo che all’epoca era anche uno sportivo a livello internazionale, che regolarmente rappresentava l’Australia sui campi di gioco in giro per il mondo.

Sarebbe facile parlare di “ignoranti” isolati. Tristemente per me e molti, troppi altri figli di migranti italiani della generazione nata dopo la seconda guerra mondiale, le battute e i commenti che sentivamo erano incessanti. Sentivamo le battutacce sui soldati italiani, di carri armati italiani con sei marce, la prima e cinque retromarce, sentivamo barzellette dove un italiano era sempre l’antagonista.

Se rispondevamo ai commenti, a volte anche con i pugni, il commento del bulli di turno era spesso “Tornate da dove venite!”. Cosa potevamo dire in risposta essendo anche noi nati in quel paese? Quel commento di tornare “da dove siete venuti” lo vedi a volte ancora oggi sui social media se una persona con un nome italiano scrive qualcosa che altri considerano critico del nostro paese di nascita.

Solo anni dopo abbiamo capito che i ragazzini non potevano sapere niente dei soldati o carri armati italiani, e che le frasi e i commenti erano state pronunciate dei genitori e gli altri adulti in casa. Infatti, in molti casi, i padri avevano proprio combattuto contro soldati italiani in una guerra dove l’Italia aveva dichiarato guerra agli altri e mai viceversa.

Le scuole poi, anche quelle cattoliche per le famiglie che se le potevano permettere, aggiungevano la loro discriminazione, perché giudicavano le capacità degli studenti per la pronuncia sbagliata o non della lingua inglese, e allora gli studenti italiani erano spesso limitati alle materie che gli insegnanti consideravano appropriate per le loro “capacità limitate”. Non tenevano conto che questo era perché parlavamo l’italiano in casa e non indicava minimamente il nostro vero livello d’intelligenza o di capacità.

Nel caso delle studentesse italiane, i pregiudizi si tramutavano in consigli a cercare lavori come commesse e parrucchiere perché i più adatti alle ragazze italiane.

Per fortuna molti figli di migranti italiani hanno dato torto a queste discriminazioni con lauree e altre qualifiche, diventando professionisti in molti campi specializzati.

Neri non bianchi

Ma le cose non erano migliori per i nostri genitori. Per via degli stessi pregiudizi verso le loro figlie,   le madri italiani in moltissimi casi potevano solo fare i lavori più umili. Lavoravano come domestiche in ospedali, ecc., lavanderie, magari a cucire per riparare vestiti e così via, smentendo poi i loro detrattori nel dare ai loro figli la forza di finire gli studi per accedere ai lavori non permessi a loro e ai padri.

Nel caso dei padri, le discriminazioni non si limitavano solo ai luoghi di lavoro, ma anche in quei posti dove si recavano dopo lavoro, ai pub per fare una birra rilassante prima di tornare a casa.

Come ha descritto un nostro lettore l’anno scorso, c’erano i pub in Australia che non permettevano agli italiani, anzi i wogs e i dagos, ecc. di bere con “uomini veri”. Come negli Stati Uniti noi non eravamo “bianchi” ai loro occhi e non era raro che l’italiano fosse “invitato” a fare la sua birra all’altro pub dove andavano gli aborigeni, naturalmente questa non era la parola che utilizzavano ma altre molto più offensive non degne d’essere ripetute.

Cinema, televisione e realtà

Poi, in tutti i campi della nostra esistenza la nostra immagine non era aiutata dai programmi televisivi e nei film gialli e polizieschi inevitabilmente l’antagonista era chiaramente italiano. Allora, come succede fin troppo spesso, per molta gente in ogni paese “italiano” era sinonimo di “mafia”.

Purtroppo a peggiorare questo è il fatto che la base di questa opinione non era poi tanto falsa, come abbiamo visto negli Stati Uniti con i gangster italiani. A peggiorare l’immagine degli italiani, in modo particolare nella prima metà del ‘900, era la presenza massiccia di italiani tra gli anarchici che hanno seminato terrore, attentati e assassini in molti paesi.

Tristemente l’Italia ha anche fornito munizioni per i nostri detrattori, perché nei decenni dal 1946 la successione di governi nel Bel Paese ha dato argomenti a chi vuole trovare motivi per discriminare contro di noi. I costanti cambi di governo erano la “prova” che non siamo capaci di fare le cose per bene. Lasciamo stare il fatto che molti emigrati italiani e i loro discendenti hanno trovato successo all’estero.

Peggio ancora, il terrorismo italiano degli Anni di Piombo, i decenni di terrorismo domestico con i suoi attentati, moltissimi morti e i suoi troppi misteri che non sono mai stati svelati, a partire da Piazza Fontana nel 1969, hanno solo confermato certi pregiudizi, senza dimenticare che le attività delle cosche criminali, compresi gli attentati e innumerevoli morti, sono ancora una vergogna per noi italiani onesti che siamo tutti macchiati dai loro delitti.

È facile parlare di quel che gli italiani all’estero hanno fatto, ma pochi in Italia sanno che queste imprese non sono state affatto facili, soprattutto perché per molti altri all’estero noi italiani siamo sempre stati “la razza vile”. Abbiamo dovuto lottare contro pregiudizi e discriminazioni per avere una vita nuova e questo ci da ancora più onore.

Però dobbiamo anche capire che ovunque ci siano immigrati, senza eccezioni, ci sono pregiudizi e discriminazioni contro l’immigrato di turno. Proprio a causa della nostra Storia ed esperienze, dovremmo essere i primi a lottare contro le ingiustizie.

Impariamo dalla nostra Storia e non ripetiamo gli errori altrui.

Come sempre invitiamo i nostri lettori a inviare le proprie storie personali a: gianni.pezzano@thedailycases.com

 

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That Vile Race

It is easy talking about what Italians overseas have done but few in Italy know that these deeds were not at all easy, especially because for many overseas we Italians have always been the “vile race”.

By Gianni Pezzano

The image at the head of this article appears regularly on the Italian-American pages of the social media. It is an advertisement for a tender for civil works in that country stating that the winning company must formally commit to not hiring Italian labour for the work.

Unfortunately it was not an isolated case. Worse still, as many learned following the City of New Orleans’s formal apology for the lynching of 11 Italians in 1891, the discrimination we suffered as a nationality was not limited only to words of disdain by ignorant people. And not very rarely the discrimination could even have come from people or institutions that you least expect.

So what does it mean for an Italian migrant and his or her children, or rather any migrant, to suffer discrimination, no matter in which country?

Let’s take a look at some incidents that testify what Italians, adults and children, suffered overseas and not even so long ago.

School

“And you mark that wog bastard even closer, he’s scoring too much. “

I was that wog bastard and the words were pronounced at half time of a basketball game between my school and a team from a prestigious private, and Protestant, college in Adelaide, Australia in the 1970s. They were spoken by the opposing coach after I had scored a good number of points. The coach was not just any parent helping the school but a man who at the time was an international sportsman who regularly represented Australia on the playing fields around the world.

It would be easy to say that we are talking about isolated “ignorant” people. Sadly for me and many, too many other children of Italian migrants of the generation born after the Second World War the jokes and comments we heard were unceasing. We heard the bad jokes about Italian soldiers, of Italian tanks with six gears, first and five reverse gears and we heard stories in which an Italian was always the antagonist.

If we answered the comments, sometimes with fists, the comment of the bully at that moment was often “Go back to where you come from!” What could we say in reply because we too were born in that country? I still see that comment of “go back to where you come from!” at times in comments on the social media if a person with an Italian name writes something others consider critical of our country of birth.

We only understood years later that the boys at school could know nothing about Italian soldiers or tanks and they had heard the comments at home pronounced by the parents and other adults. In fact, in many cases the father had actually fought against Italian soldiers in a war in which Italy had declared war on the others and not vice versa.

The schools, even the Catholic ones for those families that could afford them, then added their discrimination because they judged students by their right or wrong pronunciation of English and so the Italian students were often limited to the subjects that the teachers considered appropriate for our “limited skills”. They did not take into account that this was because we spoke Italian at home and this did not in the least indicate our true level of intelligence or skill.

On the case of Italian schoolgirls, the prejudice meant they were advised to look for work as shop assistants or hairdressers because they were the most suitable for Italian girls.

Luckily many children of Italian migrants proved these discriminations wrong with degrees and other qualifications and became professionals in many specialized fields.

Black not white

But things were no better for our parents. Due to the same prejudices towards their children Italian mothers in many cases could find only the humblest jobs. They worked as cleaning ladies in hospitals etc, laundry women, maybe seamstresses repairing clothes, etc. and then they belied their detractors by giving their children the strength to access the jobs they and their fathers were not allowed.

In the case of the fathers the discrimination was not limited only to work places but also in those places they frequented after work, in the pubs for a relaxing beer before going back home.

As one of our readers described last year there were pubs in Australia that did not allow Italians, rather wogs and dagoes, to drink with “real men”. As in the United States we were not “white” in their eyes and it was not rare for an Italian to be “invited” to have his beer in another pub where the Aborigines went, naturally this was not the word they used but others what were much more offensive and not worthy of being repeated.

Cinema, television and reality

And then, in all the fields of our existence, our image was not helped by television programmes, and films with crime stories in which the antagonist was inevitably Italian. So, as all too often happens, for many people “Italian” is synonymous with “mafia”,

Unfortunately this was made worse by the fact that the basis for this was not so false, as we saw in the United States with the Italian gangsters. Ruining even more the image of Italians, especially in the first half of the 20th century, was the heavy presence of Italians amongst the anarchists who spread terror with their bombings and assassinations in many countries.

Sadly Italy also supplied ammunition for our detractors because in the decades since 1946 the succession of governments in the country gave arguments for those looking for reasons for discriminating against us. The continual changes of government were the “proof” that we cannot do things well.

Worse still, the Italian terrorism of the so-called Anni di Piombo (Years of Lead), the decades of domestic terrorism with bombings, many, many dead and their many mysteries that have not yet been revealed, starting with the Piazza Fontana bombing in 1969, only confirmed certain prejudices, without forgetting that the activities of the Italian criminal organizations are still a disgrace for we honest Italians who are all stained by their crimes and murders.

It is easy talking about what Italians overseas have done but few in Italy know that these deeds were not at all easy, especially because for many overseas we Italians have always been the “vile race”. We have had to fight the prejudice and discrimination in order to make a new life and this gives us even more honour.

However, we must also understand that wherever there are migrants, without exception, there are prejudice and discrimination against the migrants. Precisely because of our history and experience we should be the first to fight against injustice.

Let us learn from our history and not repeat the mistakes of others.

As always we invite readers to send in their personal stories to: gianni.pezzano@thedailycases.com

Il rito democratico – The rite of Democracy

di emigrazione e di matrimoni

di emigrazione e di matrimoni

Il rito democratico

Il nostro sistema elettorale ci da un risultato che riflette la volontà degli elettori, come pretende qualsiasi moderno sistema democratico nel mondo.

Di Gianni Pezzano

L’ Europa ha appena vissuto un weekend di elezioni per il parlamento europeo ed è giusto che facciamo qualche pensiero di cosa vuol dire questo rito, che è l’essenza fondamentale della Democrazia, in qualsiasi sua forma.

I cittadini si presentano al seggio elettorale e fanno il loro segno per esprimere il loro consenso con il programma presentato da uno dei partiti o gruppi indicati sulla scheda elettorale. Però, di tanto in tanto qualcuno mette in dubbio la legittimità della procedura e vale la pena capire cosa succede nel seggio alla chiusura del voto.

Pochi sanno che i maggiori partiti inviano i loro rappresentati allo spoglio e dopo aver partecipato al rito in questo ruolo,   vogliamo descrivere ai lettori la procedura seguita in un’urna elettorale in Italia. Ma dobbiamo anche dire che, dopo avere assistito a vari spogli anche in Australia, la procedura seguita cambia poco da paese a paese, in particolare tra le democrazie avanzate e moderne.

I sigilli

Nel caso italiano il primo atto compiuto dal presidente al momento della chiusura del seggio è di applicare un sigillo all’urna contenente i voti degli elettori, per assicurare il pieno rispetto dei tempi. Durante tutto il corso di questa procedura le persone presenti, sia da parte del Ministero dell’Interno   che i rappresentanti di lista, non possono uscire dalla stanza del seggio fino alla fine dello spoglio per garantire chiarezza e trasparenza del conteggio dei voti.

Dopo il controllo dei numeri degli elettori presentatisi, nel corso del giorno le schede elettorali in eccesso e non utilizzate sono contate per assicurare che non ne manchino e infine queste schede sono rinchiuse in una busta che è sigillata e i sigilli sono firmati da tutti i presenti, compresi i rappresentanti di lista. Questa busta è poi consegnata al responsabile del palazzo dove di solito ci sono più urne e sezioni elettorali.

Da quel momento le uniche schede elettorali presenti nella sezione sono quelle contenute nello scatolone sigillato. Così non c’è più il sospetto di una sostituzione di schede nel corso dello spoglio.

Il conteggio

Il prossimo passo nel rito è di aprire lo scatolone per il conto delle schede elettorali. Nel caso del seggio dove eravamo presenti, le schede sono state separate in base al partito votato dal cittadino individuale e il primo scarto di schede vuote o nulle viene effettuato.

Il secondo passo è costituito dal conto totale delle schede per assicurare che il numero delle schede corrisponda al conteggio del numero di cittadini presentatisi in seggio nel corso della giornata di voto. Nel seggio in cui ci trovavamo i due numeri erano identici al primo conto. Però a volte capita una piccola differenza e questo deve essere risolta prima di procedere alla fase più importane della procedure, la verifica del voto, la distribuzione delle preferenze e lo scarto di eventuali altre schede invalide.

Il conto è semplice ed efficace. Il presidente del seggio, affiancato dai rappresentati di lista, legge a voce alta ogni scheda e ciascuna è registrata in due registri appositi. Questo controllo conferma la visione al momento dell’apertura delle schede, ma in alcuni casi le schede vengono contestate perché incomplete o scorrette, e queste vengono messe da parte per una decisione finale dopo la fine del conto dei voti regolari.

Bisogna fare notare che il concetto principale del controllo delle schede è di rispettare l’intenzione del cittadino. Piccoli sbagli non cancellano la validità del voto se la scheda dimostra una chiara intenzione di voto per partito e/o canditi individuali. In questo momenti il presidente non decide da solo, ma in consultazione e collaborazione con gli altri, compresi i rappresentanti di lista.

A questo punto è uscito il primo numero di voti per ciascun partito/gruppo, cioè gruppi e singole preferenze.

Di seguito le schede contestate sono controllate per determinare la validità o meno di ciascuna. Nel seggio in cui ci trovavamo alcune schede contestate sono state poi giudicate valide e assegnate ai rispettivi partiti/gruppi e le altre sono state messe in una busta sigillata dopo essere state documentate nel registro e contate come “bianche o nulle”.

Il passo finale è il controllo dei conteggi dei registri per assicurare che siano identici, come anche conforme con il conto finale per garantire che il numero totale delle schede, siano valide che invalide, sia uguale al numero totale dei cittadini che hanno votato.

Mentre i responsabili del seggio hanno regolato la documentazione dello spoglio i rappresentanti di lista hanno avvisato i loro uffici dei risultati di quel seggio. In questi casi i rappresentanti spesso hanno moduli da riempire e inviare con un’app dal cellulare oppure da portare a mano nei rispettivi uffici, così i partiti hanno un’idea precisa del proprio andamento elettorale come anche quello dei diretti avversari.

Considerazioni

Nell’osservare queste azioni, sia degli addetti ai lavori che dei rappresentati di lista, si capisce che in termini generali è difficilissimo svolgere brogli elettorali dallo spoglio ed il motivo è legato a due fattori.

Il primo è la lettura a voce alta di ciascun voto e la registrazione in due registri appositi che sono poi firmati da tutti gli addetti ministeriali ai lavori e i rappresentanti di lista. Visto che sono tutti atti ufficiali le conseguenze personali di qualsiasi atto illecito sarebbe pesante. Però non è l’unico controllo del rito.

La presenza dei rappresentanti della lista non vuol dire solo la presenza di osservatori al rito, vuol dire anche che i partiti sono informati in tempo reale dell’esito del voto, e quindi qualsiasi variazione tra la pubblicazione ufficiale del risultato e gli archivi dei partiti sarebbe palese nell’immediato.

Naturalmente e in ogni caso le schede sono soggette ad ulteriori controlli nei giorni dopo il voto e qualsiasi contestazione si svolge sempre alla presenza dei rappresentanti delle liste e quindi di partiti e gruppi rappresentati sulla scheda elettorale.

Per questi motivi è difficile immaginare qualsiasi manipolazione nazionale del voto per ottenere un risultato falso, perché bisognerebbe avere la partecipazione di così tanta gente da renderlo praticamente impossibile. Ed è la prova che alla fine il nostro sistema elettorale ci da un risultato che riflette la volontà degli elettori, come pretende qualsiasi moderno sistema democratico nel mondo.

Il rito della democrazia è essenziale perché è la garanzia non solo dei nostri diritti costituzionali ma è anche il migliore modo di rendere omaggio al sacrificio di chi ha pagato il prezzo più alto in difesa di questi diritti nel corso degli anni. Certo, la Democrazia ha difetti e lo sentiamo ogni giorno ai bar e sui social, però, come disse Churchill, le alternative sono molto, ma molto peggio.

 

di emigrazione e di matrimoni

The rite of Democracy

Our electoral system gives us a result that reflects the will of the electors as demanded by any modern democratic system in the world.

By Gianni Pezzano

Europe had just experienced a weekend of elections for the European Parliament and it is proper that we ponder the meaning of the rite that is the very essence of Democracy in any form.

The citizens go to the polling booths to express their approval with the programme presented by one of the parties or groups indicated on the ballot paper. However, from time to time someone puts in doubt the legitimacy of the procedure and it is worth the effort understanding what happens in the polling booth at the close of voting.

Few know that the main parties send their representatives for the counting and after having participated in this role we want to describe to our readers the procedure followed in a polling booth in Italy. But we must also say that, after having witnessed a number of elections in Australia as well, the procedure followed changes little from country to country, especially amongst the modern advanced democracies.

The seals

In the Italian case the first act carried out by the president of the polling booth at the close of voting is to apply a seal to the ballot box with the ballot papers to ensure full respect of the times. During this whole procedure the people present, whether the electoral officials or the representatives of the political parties or groups cannot leave the polling booth until the end of the count to guarantee clarity and transparency of the counting of the votes.

After a check of the number of voters who attended during the day the excess unused ballot papers are counted to ensure that none are missing and finally these papers are enclosed in a bag which is sealed and signed by all those present, including the party/group representatives. This bag is then handed to the person responsible for the building in which there are usually more than one polling station.

From that moment the only ballot papers in the station are those contained in the sealed ballot box. In this way there is no longer any suspicion of substitution of ballot papers during the count.

The count

The first step in the rite is to open the ballot box to count the votes. In the case of the section where we were the papers were separated into parties according to the vote expressed by the individual citizens and the first removal of blank or invalid votes were carried out then.

The second step was the count of total count of the ballot papers to ensure that the number of papers corresponded to the number of citizens who came to the station over the day. In the section in which we were present the numbers were identical at the first count. However, at times a small difference may occur and this must be resolved before proceeding to the most important phase of the procedure, the verification of the vote, the distribution of preferences and the removal of any other invalid papers.

The count is simple and effective. The president of the section, flanked by the representatives of the parties/groups, reads each paper aloud and each is recorded in two specific registers. This check confirms the vision at the time of the opening of the ballot papers but in some cases they are contested because they are incomplete or incorrect and these are set aside for a final decision after the counting of the valid votes.

We must point out that the main concept of the check of the ballot papers is respect for the intention of the citizen. Small mistakes do not invalidate the vote if the paper shows a clear intention to vote for a party and/or individual candidates. In these moments the president does not decide alone but in consultation and collaboration with the others, including the party/group representatives.

At this point the first number of votes has been determined for each party/group and the individual preferences.

Subsequently the contested ballot papers are examined to determine the validity or not of each. In the section where we were some were judged valid and assigned to the respective parties/groups and the others were placed in a sealed bag after having been documented in the registers and counted as “blank or invalid”.

The final phase was the check of the counts in the registers to ensure they were identical and that they also conformed to the final count to ensure that the total number of ballot papers, whether valid or invalid, was the same as the total number of citizens who had voted.

While the officials of the section finalized the documentation of the count the representatives of the parties/groups advised their offices of the section’s results. In these cases the representatives often have forms to fill in and send via mobile phone App or to take by hand to the respective offices so that the party has a precise idea of its electoral performance and those of the direct rivals.

Considerations

Watching these actions, whether by the electoral officials or the representatives of the parties/groups we can understand that it is extremely hard to carry out electoral fraud on the count and the reason is tied to two factors.

The first is the reading aloud of each vote and the recording of each in the two specific registers which are then signed by the electoral officials and the party/group representatives. Since these are official documents the personal consequences for any illicit act would be severe. However this is not only check of the rite.

The presence of the representatives of the parties/groups not only means the presence of observers for the rite, it also means that the parties are informed in real time of the outcome of the vote and therefore any variation between the publication of the official results and the archives of the parties would be revealed immediately.

Naturally and in any case the ballot papers are subject to further checks in the days following the votes and any contestation is always carried out in the presence of representatives of the candidates and therefore of the parties and groups represented on the ballot paper.

For these reasons it is hard to imagine any national manipulation of the vote to obtain a false result because it would need the participation of such a large number of people as to make it practically impossible. And this is the proof that in the end our electoral system gives us a result that reflects the will of the electors as demanded by any modern democratic system in the world.

The rite of Democracy is essential because it guarantees not only our constitutional rights but it is also the best way to pay homage to all those who paid the ultimate price in defence of these rights over the years. Certainly Democracy has its faults and we hear then everyday at the bar and on the social media, however, as Churchill said the alternatives are much, much worse.

Cultura contro Cultura – Culture versus Culture

di emigrazione e di matrimoni

di emigrazione e di matrimoni

Cultura contro Cultura

L’emigrato porta con se la propria Cultura e questa può diventare motivo di scontro tra l’emigrato e gli autoctoni nei nuovi paesi di residenza.

Di Gianni Pezzano

Nel trattare il tema della Cultura e gli emigrati dobbiamo capire che ci sono aspetti che non sono legati strettamente alla Cultura. Infatti, l’emigrato porta con se la propria Cultura e questa può diventare motivo di scontro tra l’emigrato e gli autoctoni nei nuovi paesi di residenza.

L’incontro tra Culture ha l’effetto di cambiare entrambe, ma ha anche l’effetto di creare conflitti, particolarmente tra quelli che rifiutano di capire che qualsiasi Cultura, senza eccezione, cambia in base al suo contesto. Inoltre, dobbiamo riconoscere che la parola “Cultura” non comprende solo la letteratura, l’arte, la musica e cosi via, ma anche le nostre tradizioni e persino la nostra religione che per molti è un asse centrale della vita.

Per capire che tipo di conflitto potrebbe incontrare un emigrato/emigrato guardiamo da vicino i tipi di problemi che i nostri parenti e amici all’estero hanno incontrato nei secoli della nostra emigrazione in tutti i continenti.

Religione

Uno degli aspetti più importanti della nostra Cultura e le nostre tradizioni deve, proprio per la sua natura, comprendere la religione della maggioranza della nostra popolazione, il Cattolicesimo.

I nostri parenti e amici che abitano nei paesi anglosassoni di maggioranza protestante, hanno avuto modo di vedere che i cattolici non sempre sono visti di buon occhio dai loro nuovi vicini di casa. Negli Stati Uniti, un paese che ha alle sue radici le guerre e le stragi della Riforma e la Contro-Riforma e infatti, la notoria Ku Klux Klan non solo perseguitava gli ex schiavi e i loro discendenti ma tra le sue vittime ci furono anche membri di altre religioni, gli Ebrei, perché “Deicidi” e i “Papisti” perché “inchinano la testa a un sovrano straniero”, cioè sono seguaci del Papa e il risultato fu il linciaggio di ebrei e cattolici, compresi italiani.

Non è insolito in questi paesi che i collegi più importanti e prestigiosi siano quelli protestanti invece di quelli cattolici, e i primi figli di emigrati italiani in questi atenei spesso hanno sentito sulla propria pelle le persecuzioni religiose che non sono mai sparite del tutto in alcuni paesi.

Una faccia particolare delle differenze tra religioni si trova anche all’interno del Cattolicesimo stesso, perché molti sacerdoti irlandesi avevano poca tolleranza per le tradizioni italiane e particolarmente per i santi e le Madonne dei paesi di origine. Comunità italiane in molti paesi hanno avuto difficoltà nel poter celebrare messe nella nostra lingua, come anche per festeggiare i santi patroni e le Madonne dei moltissimi paesi rappresentati all’estero.

Queste differenze religiose non si limitano solo ai paesi anglosassoni, ma anche nei Balcani le differenze tra gli Ortodossi e Cattolici sono ancora motivi di conflitto, e i nostri amici e parenti in questi paesi potrebbero scoprire di trovarsi in conflitti religiosi del tutto inattesi quando riflettono in quale paese emigrare.

Benché questi casi siano molto meno ora rispetto a tempo fa, i loro effetti devono essere considerati quando approfondiamo la Storia dell’Emigrazione Italiana.

Famiglia

Gli emigrati e i loro figli all’estero abitano in due mondi. A casa parlano la lingua italiana e seguono le tradizioni d’origine, e fuori, a lavoro e a scuola, i nostri parenti e amici vivono le tradizioni  del paese di residenza, le sue leggi e pregiudizi che spesso non sono favorevoli all’entrata di nuovi residenti nel paese.

Un esempio molto comune di questa insofferenza degli autoctoni verso gli immigrati si trova quando la famiglia emigrata si trova per strada. È del tutto naturale per i figli di emigrati parlare con i genitori nella loro lingua e questo si estende ovunque siano, sia in casa che in giro per la città e il paese.

Chi scrive si è spesso trovato a parlare con genitori, parenti e amici per strada in italiano in Australia, per essere rimproverato con la frase “siete in Australia, parlate l’inglese”. Non ho il minimo dubbio che ogni comunità italiana, anzi emigrata, in tutti i paesi ha avuto esperienze del genere.

Sarebbe facile dire che devono parlare la lingua locale in pubblico, ma è davvero così strano che vogliamo parlare la nostra lingua pubblicamente? Senza considerare come fa l’interlocutore non italiano a capire se chi parla l’altra lingua comprenda anche turisti o gente d’affari dall’estero che non prlano la lingua locale e quindi diano una pessima impressione del paese di residenza?

Se passiamo poi alle nostre tradizioni, molte di loro non sono del tutto “lecite” nei nuovi paesi di residenza. Un esempio di questo potrebbe benissimo essere quello della tradizione della macellazione del maiale, con i salumi, prosciutti e anche il sanguinaccio che sono illeciti in quei paesi dove la macellazione in case private è proibita per  legge, come anche la produzione di vini e, peggio ancora spiriti come la grappa che è un tradizione importante per i veneti e i friulani.

Dobbiamo aggiungere poi le discriminazioni nelle scuole nei paesi di residenza contro l’insegnamento della nostra lingua in particolare e della nostra Cultura in generale, che ha l’effetto che i figli, nipoti e i pronipoti dei nostri emigrati sanno poco o niente della lingua che li definisce, la nostra Storia (in ogni suo aspetto) e delle loro origini.

Incontri di Culture

Quel che tutti questi aspetti hanno in comune è l’incoscienza di molti verso gli immigrati che hanno il diritto alle loro tradizioni, naturalmente entro i limiti della legge locale, ma anche nel rifiuto di conoscere che ogni Cultura, senza eccezioni, è un essere vivente che cambia in base a chi contribuisce al suo sviluppo e questo sviluppo diventa molti più acuto quando una Cultura incontra un’altra.

L’effetto di questi incontri è che entrambe le Culture cambiano e nel caso di paesi nuovi, e l’abbiamo visto in modo particolare nei paesi del cosiddetto “Nuovo Mondo”, con  la nascita di nuove Culture che incorporano aspetti di molte altre.

Pretendere che una Cultura sia immutabile è sperare nell’impossibile perché le uniche Culture che non cambiano sono quelle morte.

Una grande Cultura è quella che riconosce che si sono sempre cose nuove da imparare e basta vedere l’influenza dei pittori olandesi nell’arte in Italia nel secolo immediatamente dopo la gloria del nostro Rinascimento, per capire che la nostra Cultura ha sempre assorbito le lezioni di altre Culture, sin dai tempi dei Greci antichi.

Allora, quando guardiamo la Storia dell’Emigrazione Italiana vediamo che gli emigrati/immigrati sono sempre stati e saranno sempre agenti di cambi culturali, sia di ogni aspetto della nostra Cultura, come anche nei paesi di residenza.

Gli scontri tra Culture che molti temono non sono nuovi, infatti, sono sempre stati con noi e il risultato lo vediamo in molti paesi, compreso il nostro.

Quindi, quel che dobbiamo ricordare è che la paura dell’ignoto rappresentato dagli emigrati non deve impedirci a rendere la nostra Cultura più grande e questo vale in ogni paese dove ci sono immigrati, senza eccezioni.

 

di emigrazione e di matrimoni

Culture versus Culture

Migrants bring their own Cultures and this can become a reason for conflict between migrants and natives of the new countries of residence

By Gianni Pezzano

When dealing with Culture and migrants we must understand that there are aspects that are not tied strictly to Culture. In fact, migrants bring their own Cultures and this can become a reason for conflict between migrants and natives of the new countries of residence.

The meeting of Cultures has the effect of changing both but it also has the effect of creating conflict, especially between those who refuse to understand that any Culture, without exception, changes according to its context. Furthermore, we must recognize that the word “Culture” does not include only literature, art, music and so forth but also our traditions and even our religion which for many is the central core of their lives.

In order to understand what type of conflict a migrant may find let us look closely at the problems our relatives and friends overseas have encountered over the centuries of our migration to all the continents.

Religion

One of the most important aspects of our Culture and our traditions must, by its very nature, include the religion of the majority of our population, Catholicism.

Our relatives and friends who live in Anglo-Saxon countries with protestant majorities have seen that Catholics are not always favourably viewed by their new neighbours. In the United States, a country that has its roots in the wars and massacres of the Reformation and the Counter Reformation, the notorious Ku Klux Klan not only persecuted ex-slaves and their descendants but their victims also included members of other religions, the Jews because they were “God Killers” and the “Papists” because “they bow their heads to a foreign king”, in other words followers of the Pope and the result was the lynching of Jews and Catholics, including Italians.

It is not unusual in these countries that the most important and prestigious schools are protestant rather than catholic and the first children of Italian migrants in these institutions often suffered the religious persecutions that never completely disappeared in some countries.

A specific face of the differences between religions is also found within Catholicism itself because many Irish priests had little tolerance for Italian traditions and especially the saints and the Madonnas of the towns of origin. Italian communities in many countries had difficulty in being able to celebrate Mass in our language and also for celebrating the patron saints and the Madonnas of the many towns represented overseas.

These religious differences are not limited only to Anglo-Saxon countries but also in the Balkans where the differences between the Orthodox and the Catholics are still reason for conflicts and our relatives and friends overseas could find themselves in religious conflicts that they never expected when they considered which country to migrate to.

Although these cases are much less now compared to years ago their effects must be considered when we study in depth the History of Italian Migration.

Family

Migrants and their children overseas live in two worlds. At home they speak Italian and they follow the traditions of the country of origin and outside the home, at work and at school, our relatives and friends overseas experience the traditions of the country of residence, its laws and prejudices which often are not favourable to the introduction of new residents into the country.

A very common example of this intolerance of the natives towards the migrants is when the migrant family finds itself in public. It is totally natural for the migrant children to speak their language with their parents and this extends to wherever they are, at home or around the city or country.

In Australia I often found myself talking in Italian with my parents, relatives and friends in public to then be admonished with the comment “You’re in Australia, speak in English”. I have no doubt that every Italian community, or rather every migrant community, in every country has had similar experiences.

It would be easy to say that they must speak the local language in public but is it truly so strange that we want to speak our language in public? Without considering how does the non-Italian interlocutor understand if the people speaking the other language also include tourists or businessmen or women from overseas who do not speak the local language and therefore gives a bad impression of the country of residence?

If we then pass onto our traditions, many of them are not truly “legal” in the new countries of residence. One example of this could well be the tradition of butchering the pig with its sausages, salami prosciutto and also sanguinaccio (black/blood sausage) that is illegal in those countries where butchering in private homes is forbidden by law, as is also the production of wines and, worse still, spirits such as grappa which is an important tradition for migrants from the Veneto and the Friuli.

We must the add the discrimination in the schools of the countries of residence against the teaching of our language in particular and our Culture in general that has the effect that the children, grandchildren and great grandchildren of our migrants know little or nothing of the language that defines them, our history and their origins.

Meetings of Cultures

What all these aspects have in common is the thoughtlessness of many towards migrants who have the right to their traditions, naturally within local laws, but also the refusal of many to recognize that every Culture, without exception, is a living entity that changes according to who contributes to its development and this development becomes more acute when it meets another Culture.

The effects of these encounters is that both the Cultures change and in the case of new countries, with the birth of new Cultures which incorporate aspects of many others that we have seen particularly in the so-called “New World”.

To expect that a Culture never changes is wishing for the impossible because the only Cultures that do not change are the dead ones.

A great Culture is one that recognizes that there is always something new to learn and we only have to see the influence of Dutch painters in Italian art in the century immediately after the glory of our Renaissance to understand that our Culture has always absorbed the lessons from other Cultures since the times of the ancient Greeks.

So when we look at the history of migration we see that migrants have always been and always will be agents of cultural change, in every aspect of our Culture, and also in the countries of residence.

The clashes of Cultures that many fear are not new, in fact they have always been with us and we see the results in many countries, including our own,

So, what we must remember is that the fear of the unknown represented by the migrants must not prevent us from making our Culture greater and this applies to every country where there are migrants, without exceptions.

Meno rappresentanti per gli Italiani all’estero!

Riceviamo dall’Australia e pubblichiamo l’atto di accusa di  D.N.A.: ‘ringraziamo tutti i rappresentanti eletti del PD che in più di dieci anni non hanno prodotto un bel niente!’

Di Giuseppe Cossari e Paolo Buralli Manfredi 

È evidente che la scelta della diminuzione dei parlamentari all’estero da 12 a 8 ci fa comprendere quanto siano considerati i quattro milioni di italiani residenti all’estero visto che 4 parlamentari in più non avrebbero di certo mandato in rovina il Governo Italiano!

Quindi la riduzione dei parlamentari eletti all’estero, e il divieto di richiedere il reddito di cittadinanza per quegli Italiani residenti permanenti o temporanei all’estero che rientrano in Patria, ci da un quadro preciso di come vengono considerati coloro che, di fatto, consumano prodotti Italiani e  si fanno apprezzare in tutte le nazioni mantenendo alta l’onorabilità del Bel Paese in tutto il mondo!

Da un lato però, un ringraziamento va dato anche a tutti quei Rappresentanti eletti da noi che per anni non hanno combinato nulla, qui in Australia i Signori del PD che per più di dieci anni hanno blaterato parole vuote senza produrre un bel niente a favore della popolazione Italiana residente in questo Paese e che si sono solo presentati agli elettori con le solite vecchie idee i tre mesi prima di ogni tornata elettorale, per poi sparire nuovamente nel nulla e appisolarsi sulle poltroncine del COMITES , CGE o altri inutili enti creati per parcheggiare persone altrettanto inutili!

In tutti questi anni di attività politiche e di sostegno alla comunità italiana qui in Australia ho sempre pensato che i nostri rappresentanti avrebbero dovuto lavorare su diversi punti che potessero davvero essere utili a Noi residenti all’estero, punti che ho più volte presentato a loro, ma purtroppo nessuno di questi punti fu mai preso in considerazione ed ancora oggi, sento ripetere pensieri e cose che sentivo quindici o venti anni fa, il che significa, come al solito, che nulla cambia e nulla cambierà se chi ha la forza di far cambiare le cose sino a che, i cittadini residenti o temporanei in Australia aventi diritto al voto,  si decideranno  a cambiare rotta e finalmente destinare il proprio consenso elettorale al Centro Destra cambiando, finalmente, i  rappresentanti attuali del PD che nulla hanno fatto negli ultimi dieci anni confermando, che  forse,  ridurre i Rappresentanti all’estero è cosa buona e giusta!

Dico questo perché, per esempio: qui in Australia ci hanno criticato, dicendo che i nostri pomodori in scatola costano poco per lo sfruttamento delle persone che li raccolgono, ovviamente Nessun rappresentante eletto del PD aprì bocca, lo Stato australiano riformò l’accantonamento pensionistico dei lavoratori temporanei che, dopo la modifica al ritorno nel proprio paese, se dovessero richiedere i soldi versati per la superannuation (forma pensionistica Australiana), lasceranno in Australia il 65% del versato, ovviamente Nessun rappresentante eletto del PD aprì bocca, negli ultimi mesi ci sono rumor che tutti hanno sentito chiaramente e che altrettanto chiaramente dicono: “ nei prossimi anni saranno favoriti i Working Holiday Visa che proverranno da Francia, Germania, Inghilterra in primis ed altri paesi, senza indicazione dall’Italia” e come al solito Nessun rappresentante eletto del PD sia ha interessato ad oggi! chiedere una chiarificazione a riguardo, è questo ciò che intendo col dire che da più di dieci anni questi “rappresentanti, nulla hanno fatto per noi Italiani all’estero e vi assicuro che potrei andare avanti per giorni con esempi del genere!

Dante e la delusione – Dante and disappointment

di emigrazione e di matrimoni

di emigrazione e di matrimoni

Dante e la delusione

Nella sua Commedia Dante Alighieri ha descritto l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso e in quei tre Canti affascinanti vediamo discorsi su ogni aspetto della nostra vita e incontriamo personaggi storici e leggendari (in entrambi i sensi della parola) che ci fanno pensare al senso della vita

Di Gianni Pezzano

La Cultura fa parte del nostro patrimonio personale che abbiamo trattato nell’ultimo articolo (https://thedailycases.com/qual-e-il-nostro-patrimonio-personale-what-is-our-personal-heritage/) ma a volte non ci rendiamo conto che la Cultura non è qualcosa che esiste   da sola. Dobbiamo prima curarla, promuoverla, poi dimostrare che la amiamo e fin troppo spesso questo amore culturale ci viene a mancare.

Tristemente, un caso dimostra che il nostro amore verso un personaggio fondamentale della nostra Cultura, l’uomo che più di ogni altro ha portato a quel che ora è la nostra lingua nazionale, non è all’altezza di un personaggio che non è solo un pilastro della Cultura italiana, ma anche europea e mondiale.

Nella sua Commedia Dante Alighieri ha descritto l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso e in quei tre Canti affascinanti vediamo discorsi su ogni aspetto della nostra vita e incontriamo personaggi storici e leggendari (in entrambi i sensi della parola) che ci fanno pensare al senso della vita.

Ma la sua morte ha dimostrato che l’Italia non ha mai superato le barriere create dai litigi e guerre tra Guelfi e Ghibellini che hanno portato Dante all’esilio che lo ha visto morire lontano dalla sua amata Firenze. E la prova è come è visto da chi oggigiorno va a Ravenna per rendere omaggio al Sommo Poeta.

Tre volte

La prima volta che sono andato a Ravenna ero deciso a vedere la tomba dell’autore che ha dato il suo nome a una fase della mia vita. Infatti, le mie prime lezioni della lingua italiana ad Adelaide in Australia furono con la Società Dante Alighieri.

Al mio ritorno dal primo viaggio in Italia con la famiglia, con la mia testa piena degli splendori che avevo visto in tutta la penisola in quasi tre mesi, ho deciso di leggere l’opera che avevo spesso sentito nominare ma solo come la frase “Dante’s Inferno” che si utilizzava in inglese per descrivere una situazione terribile. Allora mi sono recato alla biblioteca della scuola, di nuovo cattolica. Ho avuto una sorpresa a leggere il foglietto di quei pochi che l’avevano prestato prima di me, l’ultima volta più di due anni prima.

Naturalmente la versione era in inglese, ma sono rimasto incantato dall’opera. Infatti anni dopo, quando il mio livello d’italiano era migliorato, mia nonna è venuta in visita in Australia e prima di partire per il viaggio mi ha chiesto cosa volevo come regalo dall’Italia, e le ho risposto una copia della Commedia. L’ho letta immediatamente con più piacere della prima volta.

Perciò quel giorno a Ravenna, dopo aver visitato San Vitale e il Mausoleo di Galla Placidia sono andato in cerca della tomba dell’autore fiorentino. Non immaginavo la delusione che mi attendeva.

Ho chiesto ai locali dove andare, allora la segnaletica non era chiara come oggi, e alla fine ho avuto l’orrore di scoprire che il piccolo quasi anonimo mausoleo che avevo passato tre volte era proprio la tomba di Dante. Ero commosso dal trovarmi davanti a lui, ma ero scandalizzato che quel luogo non fosse adatto per il ruolo che ha avuto nella Storia e la Cultura del nostro paese.

La Romagna e Firenze

Nel mio ritorno a Faenza dove alloggiavo durante quel viaggio ho saputo un pò della Storia dell’attrito tra Firenze e Ravenna per quel motivo. Ho saputo dai miei amici faentini del suo disprezzo verso la regione dove sarebbe morto e gli epiteti che diede ad alcuni luoghi, compresa una descrizione non lusinghiera dei faentini stessi.

Ho saputo anche che ancora oggi Firenze dona alla città romagnola l’olio per la lampada votiva della tomba. Ma questo non è che un gesto che nasconde la verità dietro la cerimonia.

Mi sono ricordato di questo la settimana scorsa quando ho portato parenti americani a visitare la città che ha ben otto siti UNESCO Patrimonio dell’Umanità e anche loro volevano vedere la tomba. Poi ho avuto anche un altro pensiero mentre loro aspettavano in fila per poterla vedere nei pochi minuti permessi ai visitatori.

È la stagione delle gite scolastiche e quindi la fila era lunga e questo mi ha dato qualche motivo per considerare e mi sono chiesto, ma questi giovani che avranno sentito nominare Dante per tutta la vita e che tra un paio di anni dovranno studiarlo a scuola, cosa avranno pensato nel vedere una tomba così anonima e modesta?

Quando dovranno prendere la sua opera più importante per leggere le sua parole e penseranno a quella tomba si chiederanno “Ma se è così importante perché non ha tomba più degna del suo lavoro?”

Anche i miei parenti americani sono rimasti sorpresi dal luogo e ho dovuto spiegare la voglia di Firenze di riportarlo alla sua città di nascita e che i romagnoli sono altrettanto decisi che non succederà mai.

Soluzione?

Ma davvero dimostriamo vero onore al nostro autore più importante, al creatore di quel che diventerà la nostra lingua in una sepoltura così indegna, perché due città italiane non sono capaci di risolvere un problema che due volte ha rischiato guerre tra di loro e per secoli ha visto i ravennati nascondere le sue spoglie per prevenirne il furto da parte dei fiorentini?

Sappiamo tutti che in Italia si continuano a combattere i conflitti che portarono all’esilio del Sommo Poeta, ma dobbiamo finalmente mettere questi pensieri da parte perché abbiamo anche l’obbligo di mostrare al mondo il nostro orgoglio per una persona che ha dato un contributo enorme a creare il patrimonio culturale più grande del mondo, e questo certamente non lo facciamo con colui che è senza dubbio il nostro autore più importante.

Osiamo dire altrettanto anche di quegli autori italiani che hanno ottenuto il riconoscimento più importante per la letteratura mondiale, il Nobel per la Letteratura. Quanti giovani d’oggi riconoscerebbero tutti i seguenti nomi: Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale e Dario Fo? Temiamo pochi.

Dare una sepoltura degna della fama e le opere di Dante Alighieri sarebbe una mossa importante per dimostrare che riconosciamo l’importanza del ruolo della Cultura nella qualità della nostra vita e della grandezza del paese.

Ma chi avrà il coraggio di trovare finalmente una soluzione a quel che possiamo soltanto chiamare una delusione per noi tutti, italiani e non?

 

di emigrazione e di matrimoni

Dante and disappointment

In his “Divine Comedy” Dante Alighieri describes the Inferno (Hell), Purgatory and Paradise (Heaven) and in those three fascinating Canti we see discussions on every aspect of our lives and we meet historical and legendary (in both senses of the word) characters who make us think about the meaning of life.

By Gianni Pezzano

Culture is part of our personal heritage that we discussed in the last article (https://thedailycases.com/qual-e-il-nostro-patrimonio-personale-what-is-our-personal-heritage/), but at times we do not understand that Culture is not something that exists on its own. We must first look after it, promote it and then show that we love in and all too often we lack this love for culture.

Sadly one case shows us that our love for a fundamental person in our Culture and the man who more than any other brought us what we now call our national language, is not equal to the person who is not only a pillar of Italian Culture but also European and international Culture.

In his “Divine Comedy” Dante Alighieri describes the Inferno (Hell), Purgatory and Paradise (Heaven) and in those three fascinating Canti we see discussions on every aspect of our lives and we meet historical and legendary (in both senses of the word) characters who make us think about the meaning of life.

But his death has shown that Italy has not overcome the barriers created by the quarrels and partisan conflicts that led Dante to the exile that saw him die far from his beloved Florence. And the proof can be seen today by those who go to Ravenna to pay homage to the Great Poet.

Three times

The first time I went to Ravenna I was determined to see the tomb of the author who had given his name to a stage if my life. In fact, my first lessons in Italian in Adelaide in Australia were with the Dante Alighieri Society.

For some of us children of Italian migrants Saturday was the day for Italian lessons, in my case in the classroom of a prestigious Catholic college. Indeed, this was the very reason that for many years the children of Italians did not learn our language. In Australia there is no school on Saturdays but sport or free time. Therefore, having to choose between sport or free time and having a lesson in a language that did not help you to pass the year, the choice for many was one of the first two and very few made the last choice.

On my return from the first trip to Italy with the family and with my head full of the wonders I had seen in the peninsula over almost three months, I decided to read the work that I had so often heard mentioned only as “Dante’s Inferno” that was used in English to describe a horrifying situation. So I went to my school’s library and once again the school was Catholic. I was surprised when I read the small sheet with the names of those few who had borrowed before me and the last time was more than three years before.

Naturally this was in English but I was enchanted by the work. In fact, a few years later when my grandmother came to visit us in Australia she asked me before leaving what gift I wanted from Italy and I asked her for a copy of “The Divine Comedy”. I read it immediately and with more pleasure than the first time.

Therefore that day in Ravenna, after having visited the Basilica of San Vitale and Galla Placidia’s Mausoleum I went looking for the Florentine author’s tomb. I never imagined the disappointment awaiting me.

I asked locals where to go as at the time there were no clear signs as there are today and in the end I was horrified to discover that the small almost anonymous building I had passed three times was truly Dante’s tomb. I was moved at finding myself in front of him but I was also shocked that the place was not suitable for the role he had played in our country’s history and Culture.

The Romagna and Florence

On my return to Faenza where I was staying during that trip I found out a little about the history of the friction between Florence and Ravenna for that very reason. My friends in Faenza told me of his disdain for the region where he would die and the derogatory comments he made about some places, including an unflattering description of the people of Faenza.

I found out that today Florence still gives the city in the Romagna the oil for the tomb’s votive lamp but this is only a gesture that hides the truth behind the ceremony.

I remembered last week when I took American relatives to the city that is the location of eight UNESCO World Heritage sites and they too wanted to see the tomb. And then I also had another thought as they waited in line to be able to see it for the few short minutes allowed the visitors.

This is the season of the school trips and therefore the queue was long and this gave me something to think about and I wondered what these youngsters who have heard Dante mentioned all their lives and who they will have to study in a couple of years must have thought when they saw such an anonymous and modest tomb.

When they finally hold his most important work to read his words will they think about that tomb and wonder “If he is so important why does he not have a tomb worthy of his work?”

My American relatives were also surprised by the place and I explained to them Florence’s desire to bring him back to his city of birth and that the people of Romagna are just as determined that this will never happen.

Solution?

Do we really show true honour to our most important author, to the creator of what would become our language in such an unworthy burial because two cities are unable to resolve a problem that twice risked the outbreak of war and for centuries saw the people of Ravenna hide his remains to prevent their theft by the Florentines?

We know that in Italy they still continue to fight the conflicts that led to the Great Poet’s exile but we must finally put aside these partisan thoughts because we also have a duty to show the world our pride for a person who gave such a large contribution to the world’s largest cultural heritage and we certainly do not do that with the man who is undoubtedly our most important author.

We also dare say just as much about those Italian authors who were awarded the most important recognition in world literature, the Nobel Prize for Literature. How many of today’s young people would recognize all the following names: Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale and Dario Fo? Few we fear.

Giving a sepulchre that is worthy of Dante Alighieri’s fame and work would be an important step to showing that we recognize the importance of Culture in our quality of life and the greatness of the country.

But who will find the courage to finally find a solution to what we can only call a disappointment for us all, Italians and non-Italians?

Qual è il nostro patrimonio personale? – What is our personal heritage?

di emigrazione e di matrimoni

di emigrazione e di matrimoni

Qual è il nostro patrimonio personale?

Partiamo dal punto di riferimento più facile e quindi il più riconoscibile; il nostro rapporto con l’Italia, il paese d’origine dei nostri genitori, nonni o bisnonni.

Di Gianni Pezzano

Nel corso di tutti gli articoli abbiamo parlato spesso del “patrimonio personale” dei figli e discendenti degli emigrati italiani in giro per il mondo, ma cosa vogliamo dire?

La risposta non è per tanto semplice come potrebbe sembrare. In fondo, la risposta vuol dire anche come vediamo non solo le nostre origini, ma anche la nostra identità, perché quello stesso patrimonio ne è una parte fondamentale.

Però, avvisiamo sin dall’inizio che non esiste una risposta che va bene per tutti. A secondo se siamo immigrati, figli di immigrati, oppure della terza generazione e oltre il nostro punto di riferimento cambia. Come cambia anche secondo il paese in cui viviamo, l’atteggiamento verso gli immigrati, le scuole che frequentiamo e cosi via.

Inoltre, la nostra identità viene da più di una fonte che a volte sono collegate tra di loro e questo rende la ricerca per il nostro patrimonio personale personale e unica.

Italia

Partiamo dal punto di riferimento più facile e quindi il più riconoscibile; il nostro rapporto con l’Italia, il paese d’origine dei nostri genitori, nonni o bisnonni.

Per la prima generazione nata all’estero spesso vuol dire parlare l’italiano in casa, magari aver uno stretto giro di parenti e amici che non solo sono italiani, possono anche essere paesani e allora già da giovani il nostro atteggiamento verso l’Italia è specificatamente verso una regione o un paese o paesino.

Di conseguenza, questa identità “italiana” si basa su aspetti dei paesi dei genitori che poi cambiano da famiglia a famiglia con le infinite variazioni di tradizioni e usanze che ora vediamo sulle pagine dei social quando la gente dice “questa è italiano perché è quel che facciamo in casa”. A complicare le cose è che hanno ragione e torto allo stesso tempo.

La capacità di parlare l’italiano dipende anche dal fatto che i figli nei loro paesi di residenza abbiano o meno la possibilità di studiare la lingua a scuola o alle classi di gruppi italiani come la Società Dante Alighieri. Ma sappiamo anche che in alcune famiglie, i genitori e/o i nonni hanno deciso di non parlare la lingua più in casa per aiutare i figli a integrarsi o, peggio ancora, assimilarsi nel paese nuovo.

Poi, inevitabilmente la famiglie italiane all’estero cambiano per via dell’entrata di componenti non-italiani nel nucleo famigliare. Ma questo vuol dire semplicemente un mutamento dell’identità personale dell’individuo e non la negazione della sua parte italiana.

Paese di residenza

A rendere l’identità personale più o meno difficile poi è l’atteggiamento del paese di residenza verso gli immigrati.

Se il governo segue una politica di “integrazione”, come i maggiori paesi di immigrazione, gli immigrati hanno la possibilità di mantenere tradizioni, (nel caso italiano, come fare il maiale, il vino, ecc.), la religione e così via. Come anche gli immigrati hanno più libertà di parlare le loro lingue per strada, qualcosa che spesso, purtroppo, mette in disagio chi ha già poca tolleranza dei nuovi residenti nel paese.

In quei paesi dove il governo cerca di “assimilare” i nuovi immigrati, questo vuol dire perdere grande parte della loro identità . Questo è successo per esempio in Brasile durante un periodo di dittatura quando gli immigrati avevano probito con la legge il dare nomi italiani ai loro figli. Naturalmente, in questi paesi, lezioni dell’italiano, mantenere certe tradizioni, anche religiose crea difficoltà per le generazioni nel futuro poter ritrovare le loro identità personale.

Infatti, l’assimilazione vuol dire la distruzione dell’identità italiana, greca, ecc., dell’immigrante. A lungo termine questa assimilazione rende il nuovo paese di residenza più povero. Basta vedere in giro per il mondo in paesi come gli Stati Uniti, Australia e altri i quartieri “italiani”, “francesi”, “cinesi” e altri per capire che i nuovi immigrati possono arricchire la vita del nuovo paese.

Bisogna riconoscere che molti paesi hanno avuto i loro periodi di “integrazione” e di “assimilazione”, ma alla fine la politica di integrazione ha dato molti più benefici dei periodi di assimilazione.

Cultura

Naturalmente la Cultura dominante di qualsiasi paese è quella locale, anche se nessuna Cultura, senza eccezioni, è priva di influenze straniere. A scuola, questo vuol dire che, inclusi i figli e i nipotini degli emigrati italiani, sanno poco o niente della Cultura italiana, come anche la lingua, che dovrebbe far parte del loro patrimonio personale.

Basta vedere le domande di “cultura generale italiana” su alcune pagine americane per capire che molti di loro conoscono poco o niente della Storia, musica, cinema e le arti d’Italia, malgrado il fatto che l’Italia abbia il patrimonio culturale più grande del mondo.

Il problema è che lo sappiamo noi in Italia ma non lo sanno gli altri. Perciò, molti italiani sono scandalizzati, chi più, chi meno quando incontrano i parenti dall’estero che conoscono poco dei loro paesini e sanno qualcosa solo dei grandi luoghi turistici come Roma, Venezia e Firenze e poco altro.

Ho visto più volte lo stupore di parenti e amici dall’estero nello scoprire città d’arte che fuori l’Italia sono nominate solo raramente. Città come Mantova, Urbino, Ravenna e Ferrara, per nominarne soltanto quattro, non appaiono quasi mai nella letteratura all’estero, tanto meno nelle guide turistiche più popolari per i turisti stranieri che sono quelle che i discendenti degli emigrati italiani leggono prima di partire alla scoperta delle loro origini.

Come risolvere

Presentare le barriere come abbiamo fatto sopra non è che l’introduzione alla domanda più difficile, come potremo aiutare i figlie e discendenti a trovare il loro patrimonio personale e quindi poter finalmente capire la parte italiana della loro identità?

La risposta non è facile, ma deve partire dal capire che i servizi indirizzati a loro non possono essere solo in italiano, ma nelle lingue che parlano all’estero. Inoltre, come paese dobbiamo riconoscere che dobbiamo finalmente istituire un programma realistico per incoraggiare questi discendenti a imparare la nostra lingua e la nostra Cultura.

Infine, dobbiamo finalmente promuovere ogni aspetto della nostra Cultura in un modo tale che sia più facile da capire e quindi da imparare.  

Questo sono solo i primi passi, ma i passi seguenti devono venire da collaborazioni più coordinate tra l’Italia e i gruppi italiani all’estero. I Comites e il CGIE non deve solo cercare di presentare proposte, ma devono creare sempre di più canali che permetteranno ai nostri parenti e amici all’estero di poter accedere al Bel Paese.

Perciò, l’Italia, sia lo Stato nazionale che le regioni, deve rivedere il suo ruolo per incoraggiare gli italiani all’estero a ritrovare il loro patrimonio personale.

Allo stesso tempo gli italiani all’estero devono anche capire che devono cambiare il loro atteggiamento verso il paese d’origine perché, nella stragrande maggioranza dei casi, non capiscono che vagamente, la vera grandezza del Patrimonio Culturale italiano, che è anche il loro.

Dobbiamo tutti, in Italia e all’estero, lavorare insieme per colmare queste lacune che impediscono la creazione di una rete internazionale molto più grande di italianità. Spetta a tutti noi farlo e non dobbiamo più aspettare gli “altri” per farlo.

Non abbiamo niente da perdere, anzi possiamo solo guadagnare dalla creazione di una rete del genere.

 

di emigrazione e di matrimoni

What is our personal heritage?

Let us start from the easiest and therefore most recognizable point of reference, our relationship with Italy, the country origin of our parents, grandparents or great grandparents

By Gianni Pezzano

During all the articles we have often spoken about the “personal heritage” of the children and descendants of migrants around the world but what do we mean?

The answer is not as simple as it may seem. Basically the answer also means how we see not only our origins but also our identity because said heritage is a fundamental part of it.

However, we warn you from the start that there is no answer that is good for everyone. Our point of reference changes depending on whether we are migrants, the children of migrants or the third or more generation. Just as it changes according to the country in which we live, its attitude towards migrants, the schools we went to, etc.

Furthermore, our identity comes from more than one source, which at times are tied together, and this makes the search for our personal heritage purely personal and unique.

Italy

Let us start from the easiest and therefore most recognizable point of reference, our relationship with Italy, the country origin of our parents, grandparents or great grandparents.

For the first generation born overseas this often means speaking Italian at home, maybe with a tight circle of relatives and friends who are not only Italian but may also be from the same town and therefore from when we are young our attitude towards Italy is specifically towards a region a city or a town.

Subsequently this “Italian” identity is based on aspects of our parents’ towns that then changes from family to family with the infinite variations of traditions and habits that we now see on the social media pages when people say “this is Italian because it is what we do at home”. What makes things complicated is that they are right and wrong at the same time.

The capacity to speak Italian also depends on if the children in their countries of residence have the possibility to study the language at school or at classes by Italian groups such as the Dante Alighieri Society. But we also know that in some families the parents and/or the grandparents took the decision to no longer speak the language at home to help the children integrate or, worse still assimilate, in the new country.

And then inevitably the Italian families overseas change due to the entry of new non-Italian components into the family unit. But this simply means a change in the individual personal identity and not the negation of its Italian part.

Country of residence

What then made the personal identity more or less difficult is the attitude of the country of residence towards migrants.

If the government follows a policy of “integration”, as did the major countries of migration, the immigrants have the possibility to maintain traditions (in the Italian case, killing the pig, wine, etc), religion and so forth. Just as the migrants have more freedom to speak their language in the street, something that sadly often makes people who already have little tolerance for the new residents in the country feel uncomfortable.

In those countries where the government seeks to “assimilate” new migrants, this means losing a large part of their identity. For example, this happened in Brazil during one of its dictatorships when migrants were forbidden by law to give their children Italian names. Naturally, in these countries Italian language classes, maintaining certain traditions, even religious, can cause problems for future generations to be able to look for their personal identity.

In fact, assimilation means the destruction of the migrant’s Italian, Greek, etc identity. In the long term assimilation makes the country of residence poorer. We only have to look at countries around the world such as the United States, Australia and others to see “Italian”, “French”, Chinese” and other suburbs to understand that new migrants can enrich the life of the new countries.

We have to recognize that many countries have had periods of “integration” and of “assimilation” but in the end the politics of integration has given more benefits than the periods of assimilation.

Culture

Naturally the dominant Culture of any country is the local one, even if no Culture is absent from foreign influences, without exception. At school this means that the children and grandchildren of Italian migrants know little or nothing of Italian Culture and the language which should be part of our personal heritage.

We only have to look at the questions on “general Italian Culture” on some American pages to understand that many of them know little or nothing of Italian history, music, cinema and art, despite that fact that Italy has the world largest cultural heritage.

The problem is that we in Italy know it but the others do not. Therefore, many Italians are more or less shocked when they meet their relatives from overseas who know little about their small towns and know something only about the great tourist centres such as Rome, Venice and Florence and little else.

I have seen a number of times the surprise of relatives and friends from overseas when they discover the Cities of Art that are rarely mentioned overseas. Cities like Mantua, Urbino, Ravenna and Ferrara, to name only four, almost never appear in the literature overseas, let alone in the more popular tourist guides which are the ones that the descendants of Italian migrants read before leaving to discover their origins.

How to solve this

Presenting the barriers as we did above is only the introduction to the hardest question. How can we help the children and descendants to find their personal heritage and therefore to finally be able to understand the Italian part of their identity?

The answer is not easy but must start from understanding that the services directed at them cannot be only in Italian but in the languages they speak overseas. In addition, as a country we must recognize that we must finally institute a realistic programme to encourage these descendants to learn our language and Culture.

In conclusion we must finally promote every aspect of our Culture in such a way that it is easier to understand and therefore to learn.

These are only the first steps but the following steps must come from a more coordinated collaboration between Italy and Italian groups overseas. The Comites and CGIE (overseas Italian community representative bodies) must develop more channels that will allow our relatives and friends overseas to be able to access Italy.

Therefore Italy, the national State and the regions, must review its role in encouraging Italians overseas to rediscover their personal heritage.

At the same time the Italians overseas must also change their attitude towards their country of origin because in the overwhelming majority of cases they only vaguely understand the greatness of Italy’s Cultural Heritage, a greatness which is also theirs.

All of us, in Italy and overseas, must work together to bridge this gap that prevents the creation of a much bigger international network of Italianness. It is up to all of us to do this and we must not wait for the “others” to do it.

We have nothing to lose, rather we can only gain from the creation of such a network.

C’era una volta – Once upon a time

di emigrazione e di matrimoni

di emigrazione e di matrimoni

C’era una volta

C’era una volta un dittatore che voleva un Impero e per pochi anni lo ebbe, ma quel dittatore lasciò il paese in rovina, moltissimi, troppi morti in due continenti e stranieri a controllare il destino del popolo che si fidava dell “uomo forte”.

Di Gianni Pezzano

Sembra strano intitolare una riflessione storica con una frase che di solito si utilizza per iniziare una fiaba, però, recentemente molti politici, e non solo in Italia, hanno cercato nel passato un disegno politico per il futuro.

Questo comportamento dimostra che la nostra memoria è selettiva e troppi, molti intenzionalmente per motivi di politica moderna, cercano di scegliere i ricordi da evocare e fare finta che altre lezioni, molte più dolorose e sanguinose, non abbiano niente a che fare con il mondo d’oggi.

La selettività della memoria storica inizia con una parola quasi nuova il “sovranismo” che nasconde un’altra parola dai ricordi terribili, il “nazionalismo” che fu l’origine di due guerre mondiali. Infatti faceva persino parte del nome di un partito politico in Germania che diede vita a una dittatura che ha segnato la Storia del mondo, partendo dall’Europa.

Metro di giudizio

Ma come si giudica un periodo storico? Come si giudica il lavoro di un qualsiasi politico, sia eletto democraticamente oppure il capo di una dittatura?

Sono due domande importanti perché sentiamo sempre più spesso che il dittatore in soggetto abbia fatto “anche cose buone”. La frase potrebbe anche essere vera, ma giudicare solo alcune cose isolate e non nel contesto totale del periodo, non ci fa capire se davvero un periodo storico possa e debba essere utilizzato per preparare un programma politico per il futuro del paese.

Inizi

C’era una volta un dittatore che iniziò, come molte altri dittatori compreso Hitler, ottenendo il potere in modo democratico secondo la costituzione nazionale del paese.

Nel 1922 l’Italia soffriva ancora gli effetti della Grande Guerra e le sensazioni che i “poteri forti” avessero offeso il paese nelle conferenze internazionali, che cercavano di evitare future guerre del genere. Queste conferenze furono un fallimento e la guerra che scoppiò nel 1939 fu davvero mondiale e molto più sanguinosa di quella che doveva essere la “Guerra che pone fine alle guerre”.

Tralasciamo come il dittatore, che eventualmente formò la dittatura, prese il potere. Non nominiamo alcune delle “cose buone” che sono elencate regolarmente da chi sogna il ritorno di quell’epoca, non solo perché l’elenco è manipolato, ma perché l’unico giudizio, lo stato del paese alla fine del periodo di potere, è l’unico mezzo oggettivo per giudicare non solo l’operato di quella ventina di anni, che fu segnata anche da molti morti politici in tutta la penisola, ma di qualsiasi capo di governo.

Ne ricordiamo soltanto uno di questi morti perché la conseguenza di quell’episodio fu di aprire la porta alla dittatura.

Vittime

L’assassinio di Giacomo Matteotti fu senza dubbio un atto politico e ora sappiamo legato alle sue domande riguardo una serie di episodi che i giornali d’oggigiorno chiamerebbero “scandali e reati finanziari”.

Non guardiamo le azioni che vengono comprese tra le “cose buone” come le bonifiche di paludi, ecc., per creare città come la moderna Latina, che nacque con un nome legato alla dittatura.

Basta girare certe zone del paese per vedere le lapidi di vittime di coloro che facevano “cose buone”.

Basta vedere le strade e piazze nominate in memoria di don Giovanni Minzoni nell’Emilia Romagna per capire che le opposizioni alla dittatura non erano solo da parte della sinistra, ma anche azioni di preti. Persino don Camillo, delle serie fortunata di libri di un noto oppositore Giovanni Guareschi, certamente non era di sinistra. Come non lo erano due politici che faranno poi la Storia del paese, Giulio Andreotti e Alcide de Gasperi, che doveva nascondersi nel Vaticano per evitare gli uomini del dittatore che volevano fargli pagare la sua opposizione al regime.

Non dimentichiamo la decisione del dittatore di togliere la cittadinanza, il lavoro e la dignità di una parte importante del paese, gli ebrei che abitano in Italia dal tempo dell’Impero romano. Non per “ordini tedeschi” come dicono gli apologisti, ma per la propria volontà di mostrare che era “deciso” quanto Hitler verso la “razza infame”.

Quattro volte

Ricordiamoci che in quella ventina di anni il dittatore dichiarò quattro volte guerra ad altri. La prima volta con la guerra coloniale che creò un impero effimero che doveva sfidare gli altri grandi imperi, che già allora avevano cominciato a dubitare sul valore di quelle terre in altri continenti.

Le seconda volta con la partecipazione alla Guerra Civile spagnola al fianco del futuro alleato nella guerra futura, la Germania.

La terza volta nel 1940 quando il dittatore dichiarò guerra perché, secondo lui il paese aveva bisogno di “qualche migliaia di morti per sedere al tavolo della pace”.

La quarta volta fu nel 1941, insieme a Hitler, agli Stati Uniti, che non erano una minaccia diretta perché il Congresso americano aveva autorizzato il Presidente Franklin Delano Roosevelt a fare guerra solo al Giappone, che aveva attaccato Pearl Harbor qualche giorno prima. In questo modo i due dittatori decisero la propria sorte.

Risultato

Ed è il risultato di queste ultime due dichiarazioni che deve essere considerate quando giudichiamo l’operato della ventina di anni di dittatura nel nostro paese che alcuni “nostalgici” evocano regolarmente oggigiorno: lo stato del paese nel 1945.

Il 25 luglio 1943 quando il Gran Consiglio votò la fine della dittatura l’Italia era già stata invasa dagli alleati. Soldati e civili italiani morivano già a causa della guerra che doveva avere solo “qualche migliaia di morti”. Oltre duecentomila soldati italiani erano partiti per la guerra nell’Unione Sovietica e solo poche migliaia ne fecero ritorno.

Nell’aprile 1945 quando morì il dittatore, vestito in una divisa tedesca mentre fuggiva in Svizzera, l’Italia non controllava più le terre all’estero, nemmeno quelle che deteneva prima della Grande Guerra.

Nell’aprile 1945 il paese che il dittatore lasciò alla Storia era devastato e con tante centinaia di migliaia di morti italiani. La penisola non era più controllata da italiani ma da forze armate straniere.

A causa di queste condizioni nel paese nei due decenni seguenti milioni di italiani furono costretti a emigrare e infatti furono i loro soldi inviati alle famiglie in Patria ad aiutare il paese distrutto dal dittatore a uscire dalle rovine e diventare una delle superpotenze economiche del mondo.

Giudizio

C’era una volta un dittatore che voleva un Impero e per pochi anni lo ebbe, ma quel dittatore lasciò il paese in rovina, moltissimi, troppi morti in due continenti e stranieri a controllare il destino del popolo che si fidava dell “uomo forte”.

Pensando a come lasciò il paese e lo stato della popolazione come possiamo considerare quelle “cose buone” come la testimonianza e il giudizio di vent’anni di dittatura?

Eppure oggi c’è chi   sogna il suo ritorno e dobbiamo farci soltanto una domanda, Perché?

Come disse un esponente di spicco della dittatura, editore e giornalista Leo Longanesi che una volta credeva nel “uomo forte”, “Dobbiamo vivere in una dittatura per apprezzare la Democrazia”.

Questa è la lezione che dobbiamo ricordare e non le “cose buone”…

 

di emigrazione e di matrimoni

Once upon a time

Once upon a time there was a dictator who wanted an Empire and for a few years he had it but that dictator left the country in ruins, with too many dead in two continents and foreigners controlling the fate of the people who believed in the “strong man”.

By Gianni Pezzano

It seems strange entitling a reflection on history with a phrase that is normally used to start a fairy tale, however, recently many politicians, and not just in Italy, have looked to the past for a political agenda for the future.

This behaviour shows how our memory is selective and too many people, many of them for reasons of modern politics, try to choose the memories to evoke and they pretend that the other lessons, many of which were much more painful and bloodier, have nothing to do with today’s world.

The historical selectivity begins with a word that is almost new, “sovreignism”, that hides a word with horrible memories, the “nationalism” that was the origin of two world wars. In fact, it even formed part of the name of a political party in Germany that gave life to a dictatorship that stamped world’s history, starting in Europe.

The yardstick

How do we judge a historical period? How do we judge the work of any politician, whether elected democratically or the head of a dictatorship?

These are two important questions because all too often we hear that the dictator in question had “also done some good things”. The phrase may well be true, but judging only some isolated things and not in the total context of the period does not let us understand if the historical period truly can and should be used to prepare a political agenda for the country’s future.

Beginnings

There was once a dictator who began, as did many other dictators including Hitler, by achieving power democratically according to the country’s constitution.

In 1922 Italy was still suffering the effects of the Great War and the feeling that the “strong powers” had insulted the country during the international conferences that were trying to avoid future wars. These conferences failed and the war that started in 1939 was truly a world war and much bloodier than the one that should have been the “War to end all wars”,

Let us overlook how the dictator how the dictator who will eventually founded the dictatorship took power. We will not name some of the “good things” that are regularly listed by those who dream of the return of that period, not only because the list has been manipulated, but also because the only judgment, the state of the country at the end of the period of power, is the only objective means for judging not only the work of those twenty years that were also marked by many political deaths, but for the work of any head of government.

We remember only one of these deaths because the consequence of the incident was to open the door to the dictatorship.

Victims

The murder of opposition politician Giacomo Matteotti was undoubtedly a political act and we now know it was linked to his questions about a series of episodes that today’s newspaper would call “financial scandals and crimes”.

Let us not look at the actions that are included in the “good things” such as draining the marshes, etc, to create cities such as the modern Latina which was founded with a name tied to the dictatorship.

We only have to walk around certain areas of the country to see the tombstones and plaques for the victims of those who did “good things”.

We only have to see the streets and piazzas in the region of Emilia-Romagna named in memory of Catholic priest don Giovanni Minzoni to understand that the opposition to the dictatorship was not only by the left but also by priests. Even don Camillo of the famous series of books by a noted opponent Giovanni Guareschi who was certainly not from the left. As were not two politicians who went on to make history in the country, future Prime Ministers Giulia Andreotti and Alcide de Gasperi who had to hide in the Vatican to avoid the dictator’s men who wanted to make him pay for his opposition to the regime.

Let us not forget the dictator’s decision to take away the citizenship, work and dignity of an important part of the country, the Jews who have lived in Italy since Roman times. Not because of “German orders” as the apologists say, but by his   desire to show that he was just as “determined” as Hitler regarding the “wicked race”.

Four times

Let us remember that during those twenty years the dictator declared war four times. The first was the Colonial War that created the short lived empire that was supposed to challenge the other great empires that were already beginning to doubt the value of those lands in other continents.

The second time was with the participation in the Spanish Civil War alongside its future ally in the war to come, Germany.

The third time was in 1940 when the dictator declared war because, according to him, the country needs “a few thousand dead to sit at the peace table”.

The fourth time was in 1942 together with Hitler on the United States which was not a direct threat because America’s Congress had authorized President Franklin Delano Roosevelt to make war only with Japan that had attacked Pearl Harbor a few days before. In this way the two dictators sealed their own Fate.

Result

And it is the result of the final two declarations that must be considered when we judge the work of about twenty years of dictatorship in our country that some “nostalgics” regularly evoke today: the state of the country in 1945.

On July 25th, 1943 when the Grand Council voted to end the dictatorship Italy had already been invaded by the Allies. Italian soldiers and civilians were already dying due to a war which should only have had “a few thousand dead”. More than two hundred thousand Italian soldiers had left for the war in the Soviet Union and only a few thousand returned.

In April 1945 when the dictator died dressed in a German uniform as he fled to Switzerland, Italy no longer controlled its territories overseas, not even those she held before the Great War.

In April 1945 the country that the dictator left to history was devastated and with many hundreds of thousands of dead. The peninsula was no longer controlled by Italians but by foreign armies.

Due to these conditions in the country, in the following two decades millions of Italians were forced to migrate and in fact the money they sent to their families at home helped the country devastated by the dictator to come out of the ruins and to become one of the world’s economic superpowers.

Judgment

Once upon a time there was a dictator who wanted an Empire and for a few years he had it but that dictator left the country in ruins, with too many dead in two continents and foreigners controlling the fate of the people who believed in the “strong man”.

Considering how he left the country and the state of the population, how can we consider those “good things” as the testimony and judgment on twenty years of dictatorship?

And yet today there are those who dream of his return and we must only ask one question: Why?

Publisher and journalist Leo Longanesi a leading member of the dictatorship who once believed in the “strong man” said, “We must experience a dictatorship to appreciate Democracy”.

This is the lesson that we must remember, not the “good things”…

Il Destino più Crudele – The Cruellest Fate

di emigrazione e di matrimoni

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Il Destino più Crudele

Il weekend appena passato al Circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola è stato il luogo del ‘Historic Minardi Day’ il sabato e la domenica e la commemorazione del 25° anniversario della morte del campione brasiliano Ayrton Senna il primo maggio

Di Gianni Pezzano

Il weekend appena passato al Circuito Enzo e Dino Ferrari di Imola è stato il luogo del ‘Historic Minardi Day’ il sabato e la domenica e la commemorazione del 25° anniversario della morte del campione brasiliano Ayrton Senna il primo maggio, e del pilota austriaco Roland Ratzenberger il giorno prima, entrambi organizzati da Gian Carlo Minardi insieme a Formula Imola. Queste due manifestazioni ci hanno dato molti momenti importanti, ma soprattutto ci hanno dato molto su cui pensare di quanto il Destino possa essere crudele.

L’Historic Minardi Day, ideato proprio dal manager di Faenza, è arrivato alla sua quarta edizione e ha messo in mostra oltre cinquant’anni di auto e di Storia di Motorsport e non solo della F1. Infatti, a dare un contributo in più a questi pensieri è stata la presenza di un gruppo particolare che rappresenta una fetta non indifferente della Storia della Formula 1, che ci ha fornito l’ispirazione principale per questo articolo.

Per mettere questi pensieri nel contesto giusto vorrei raccontare un incidente in un altro continente che è stato rievocato dal gruppo e da vedere i molti monoposto.

Melbourne

In uno dei primi gran premi d’Australia a Melbourne alla fine degli anni 90 mi trovavo ai box del Team Minardi quando ho visto arrivare Michael Schumacher per salutare Gian Carlo Minardi. Appena arrivato al box tutti gli appassionati, particolarmente i più giovani, sono corsi dal pilota tedesco per chiedergli l’autografo.

Dopo qualche secondo ho notato tre uomini di una certa età a pochi metri da questo gruppo che guardavano la scena, che si scambiavano sorrisi divertiti. Nessuno dei giovani ha riconosciuto che vicino a loro c’erano Jackie Stewart, Niki Lauda e Jack Brabham, cioè tre dei piloti più importanti dello sport che tra di loro hanno vinto 9 mondiali da piloti. Nel caso di Brabham, fu l’unico nella Storia dello Sport a vincere il campionato piloti e costruttori in una monoposto disegnata da lui stesso.

A stimolare ancora di più i miei pensieri era la presenza dei F1 Grand Prix Drivers Club (F1-GPDC, il club degli ex piloti di F1) che ha deciso di tenere la sua Assemblea Generale a Imola per poter partecipare alla commemorazione dei due piloti deceduti nel 1994.

Ho deciso di non nominare questi partecipanti, non per mancanza di rispetto verso loro, anzi meritano più rispetto possibile non solo per la carriera agonistica, ma ancora di più per le loro attività dopo il ritiro dal volante, ma per dimostrare quel che ho capito tra l’incidente di Melbourne e la commemorazione del Primo Maggio a Imola.

Camion

Naturalmente le monoposto di Senna e Ratzenberger erano sotto i riflettori per tutti i giorni imolesi. Ci sono state esibizioni di opere d’arte dedicate soprattutto al campione brasiliano e persino la presentazione di tre libri dedicati al compianto Senna. C’erano ovunque manifesti con il volto di Ayrton e tifosi con le sue magliette, molti dei quali sventolavano anche la bandiera del Brasile e non tutti questi erano i suoi connazionali.

Però a mettere la ciliegina sulla torta la mattina di mercoledì è stato l’arrivo del camion giallo che è diventato il punto di vendita dei souvenir e il merchandising dedicati al pilota di San Paolo.

Quel che mi ha più colpito era che le magliette, le immagini, i caschi e gli altri oggetti che i tifosi compravano in grandi quantità, erano gli stessi che vedevo in vendita ai circuiti nel corso degli anni della sua carriera.

Ed è stato in quel momento che ho capito quanto sia crudele il Destino, non solo verso Senna e Ratzenberger, ma anche verso gli altri piloti che hanno corso sui circuiti più importanti del mondo.

Volto giovane

Il volto di Senna che abbiamo visto in questi giorni era sempre quello del giovane pilota deceduto all’età di 34 anni e possiamo fare lo stesso discorso per un altro grande pilota morto in pista a una giovane età, lo scozzese Jim Clark.

Di Senna e Clark oggi non si parla solo delle loro vittorie e la scomparsa tragica, ma si specula anche su cosa avrebbero potuto ancora fare se non fosse stato per il Destino. Di quanti altri mondiali e quanti altri gran premi vinti e nel caso di Senna, della promessa da mantenere con Gian Carlo Minardi di correre per almeno un anno per la sua squadra, per dare il salto di qualità che lui e il team strameritavano.

E allo stesso momento è arrivata la realizzazione che il Destino è stato crudele anche con gli altri piloti perché alla fine della carriera vanno a fare altro, c’è chi non torna più in pista, chi fa altre categorie, chi rimane da dirigente, chi ha ruoli nel progettare auto e chi fa il manager per i giovani piloti.

Poi, l’età fa sentire gli effetti degli sforzi nell’abitacolo, degli incidenti inevitabili nel corso della carriera, senza dimenticare l’inesorabile declino fisico naturale di ciascuno di noi che spesso vuol dire che chi non ci vede dopo tanto tempo, spesso non ci riconosce più.

Ed è anche questo che ho notato a Melbourne, i giovani che non conoscevano la Storia dei tre grandi piloti e i più anziani presenti quel giorno che non hanno riconosciuto gli idoli della loro gioventù.

Casi particolari

Però, vorrei rompere la premessa dell’inizio dell’articolo di non nominare piloti del passato del F1-GPDC, perché troppi non sanno che ci sono state anche donne che hanno corso in F1. La prima fu l’italiana Maria Teresa de Filippis che fu anche Presidente del F1-GPDC e un’altra italiana, Lella Lombardi, fu l’unica donna ad ottenere punti nel campionato. Le altre donne a correre furono la scozzese Susie Wolff e un’altra italiana, Giovanna Amati.

Allora, per quanto sia giusto e doveroso ricordare i grandi campioni scomparsi, dobbiamo anche ricordare chi ha finito la carriera agonistica per prendere altre strade, in tutti e sensi, e che ora il pubblico stenta a ricordare e riconoscere. Hanno continuato a contribuire alla sport che tanto hanno amato e amano ancora ed è giusto che anche loro siano ricordati.

Per questo motivo dobbiamo chiederci se davvero il Destino più crudele sia di morire da giovane ed essere ricordato come l’eterno ragazzo che non cambierà mai più, come Senna e Clark prima di lui, oppure di finire la carriera ed essere dimenticato dal pubblico e diventare semplicemente una nota negli albi d’oro dei circuiti del mondo, e isolati paragrafi nel libri della Storia di Motorsport.

Abbiamo sentito dire tantissime volte ne corso degli anni che il Motorsport è pericoloso, ma bisogna sempre tenere in mente che, come il Destino, è anche molto crudele, sia in gara che dopo la carriera.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Cruellest Fate

In the weekend just passed Imola’s Enzo and Dino Ferrari Circuit was the stage for the Historic Minardi Day on Saturday and Sunday and the commemoration of the 25th anniversary of the deaths of Ayrton Senna on May 1st

by Gianni Pezzano

In the weekend just passed Imola’s Enzo and Dino Ferrari Circuit was the stage for the Historic Minardi Day on Saturday and Sunday and the commemoration of the 25th anniversary of the deaths of Ayrton Senna on May 1st and Austria’s Roland Ratzenberger the day before, both organized by Gian Carlo Minardi together with Formula Imola. These two events gave us many major moments but above all they gave us much to consider about how cruel Fate can be.

The Historic Minardi Day, created by the same manager from Faenza, was in its fourth edition and put on display more than fifty years of the cars and history of Motorsport, and not just F1. In fact, what gave an extra contribution to the considerations was the presence of a specific group that represents a not inconsiderable contribution to the history of Formula 1 and they provided the main inspiration for this article.

In order to put these thoughts in their proper context I would like to explain an incident in another continent that this group and seeing the many cars made me remember.

Melbourne

During one of the first Australian grands prix in Melbourne at the end of the 1990s I was at the pits of the Minardi Team when I saw Michael Schumacher come to greet Gian Carlo Minardi. As soon as he arrived all the fans, and especially the youngest, ran to the German driver to ask for an autograph.

After a few seconds I noticed three men of a certain age a few metres away from this group watching the scene and swapping amused smiles. None of the young people recognized that nearby there were Jackie Stewart, Niki Lauda and Jack Brabham, three of the sport’s most important drivers who between them won nine world driver’s championships. In the case of Brabham, he was the only person in the history of the sport to win the driver’s and constructor’s championship in a car he had designed.

Stimulating even more my considerations was the presence in Imola of the F1 Grand Prix Drivers Club (F1-GPDC) that decided to hold its General Meeting in Imola to be able to participate in the commemoration of the drivers who were died in 1994.

I have decided not to name these participants, not due to lack of respect for them, in fact they deserve as much respect as possible not only for their competitive careers and more even for their activities after retiring from the wheel, but to demonstrate what I understood between the incident in Melbourne and the commemoration on May 1st in Imola.

Truck

Naturally Senna and Ratzenberger’s cars were under the spotlights for all the days in Imola. There were exhibitions of works of art dedicated above all to the Brazilian champion and even the presentation of three books dedicated to the late Senna. There were posters everywhere with Senna’s face and fans with his t-shirts, many of whom even waved the Brazilian flag and not all of these where his countrymen and women.

However, what put the icing on the cake on Wednesday morning was the arrival of the truck that became the point of sale of the souvenirs and merchandising dedicated to the driver from Sao Paolo.

What struck me most was that the t-shirts, the images, the helmets and the other objects that the fans bought in large quantities were the same I saw on sale at the circuits over the years of his career.

And it was in that moment that I understood how cruel Fate can be, not only towards Senna and Ratzenberger, but also towards the other drivers who raced on the world’s most important circuits.

Young face

Senna’s face that we saw over those days was always that of the young driver who died at 34 and we can say the same thing about another great driver who died on the track at a young age, Scotland’s Jim Clark.

When we talk about Senna and Clark today we talk not only about their victories and tragic ends but we also speculate what they would still have done had it not been for Fate. Of how many other world championships and grands prix won and, in the case of Senna, keeping the promise made to Minardi to race for him for at least a season to give him and the team the leap in quality they so richly deserved.

And at the same time I realized that Fate was cruel towards the other drivers as well because at the end of their careers they went on to do something else. Some never returned to the track, some went on to other categories, some stayed on as administrators, some took the role of developing cars and some became managers for young drivers.

Then the years makes them feel the effects of their efforts in the cockpit, of the inevitable accidents during the career, without forgetting the inexorable natural physical decline that for each of us often means that those who do not see us for some time often no longer recognize us.

And this too I noticed in Melbourne, the young people did not know the history of the three great drivers and the older people present that day no longer recognized the idols of their youth.

Specific cases

However, I want to break the premise I made at the beginning of the article of not naming other past F1 drivers of the F1-GPDC because too many do not know that women also raced in F1. The first was Italy’s Maria Teresa de Filippis who was also President of the F1-GPDC and another Italian woman, Lella Lombardi, who was the only woman to score points in the championship. The other women who raced were Scotland’s Susie Wolff and another Italian, Giovanna Amati.

So, as much as it is right and dutiful to remember the great champions who have gone, we must also remember those who finished their competitive careers to take other roads, in every sense, and who the public now struggles to remember and recognize. They continued to contribute to the sport that they loved so much and still love and it is proper that they too are remembered.

For this reason we must wonder if it is truly crueller to die young and be remembered as the eternal young man who will never change again, just like Senna and Clark before him, or to finish the career to be forgotten by the public and to simply become a note in the winner’s lists of the world’s circuits and isolated paragraphs in the history books of Motorsport.

Over the years we have heard many times that Motorsport is dangerous but we must always bear in mind that, just like Fate, it is also very cruel, both in the races and after the career

Perché nessun Ministro, Onorevole, Senatore o Deputato, dovrebbe dimettersi

Negli ultimi anni la giustizia spesso ha indagato centinaia di persone senza arrivare ad una vera condanna per le accuse per cui gli avvisi di garanzia erano partiti.

Di Giuseppe Cossari e Paolo Buralli Manfredi

Negli ultimi anni la giustizia spesso ha indagato centinaia di persone senza arrivare ad una vera condanna per le accuse per cui gli avvisi di garanzia erano partiti. Abbiamo assistito a distruzioni mediatiche, a vite totalmente rovinate pubblicamente in nome di un avviso di garanzia, inventato per poter rovinare la reputazione a chiunque in un momento specifico, in un tempo prestabilito.Ma …Cos’è un avviso di garanzia?

Informazione di garanzia:

L’informazione di garanzia (detta anche avviso di garanzia in gergo giornalistico) è un istituto previsto dal codice di procedura penale italiano che prevede come destinatari la persona sottoposta alle indagini preliminari (indagato) e la persona offesa dal reato. L’informazione di garanzia contiene indicazione delle norme di legge che si assumono violate, della data e del luogo del fatto e con invito a esercitare la facoltà di nominare un difensore di fiducia. Presupposto è il compimento da parte del PM di un atto garantito cioè un atto a cui il difensore dell’indagato ha diritto o l’obbligo di assistere.( fonte Wikipedia)

Nella sostanza l’avviso di garanzia dovrebbe tutelare l’indagato e dare modo allo stesso di potersi difendere al meglio, una forma che fu introdotta come garanzia per l’indagato ma, in realtà, diventata la forma di distruzione mediatica di chiunque! Ora, è chiaro che se non esiste nessuna forma di assunzione di colpa da parte del giudicante, ogni Giudice può indagare una persona anche con un minimo di presunzione di reato senza un’alta percentuale di certezza del reato stesso!

E qui che nasce l’affermazione iniziale: sino a che non ci sarà una riforma vera ed efficiente della Giustiza, nessun Ministro, Onorevole, Senatore o Deputato,  dovrebbe dimettersi dal ruolo che ricopre sino al termine di   tutti i gradi di giudizio.

Chiudo facendo riflettere tutti gli attori sulla rovina di una reputazione di un essere umano a partire dai Giudici, Giornalisti, Politici eccetera, con una storiella trovata sui social:

Un giorno un vecchio accusó il suo vicino di nefandezze, tutti giudicarono malamente il ragazzo, sino a quando lo stesso si scocció delle malelingue e portó il vecchio in tribunale. Il Giudice preso atto dei fatti condannò il vecchio per diffamazione e disse al vecchio che avrebbe letto la sentenza il giorno dopo ma, prima di sgomberare l’aula, chiese al vecchio di scrivere tutte le ingiurie fatte al giovane su un foglio poi, disse al vecchio di strapparlo a pezzettini e  spargerlo nell’aria mentre tornava a casa  e di  ritornare il giorno dopo per la lettura della sentenza. Il giorno dopo il vecchio si recò in tribunale per ascoltare la sentenza ma, il Giudice,  prima di leggerla chiese al vecchio di rifare la strada, trovare tutti i pezzi del foglio con le ingiurie, incollarlo,  e riportarlo indietro.

Il vecchio rispose al Giudice che era impossibile fare quanto richiesto, allora il Giudice rispose: “vedi è facile rovinare la reputazione di una persona ma, una volta accertata l’integrità della stessa è impossibile restituire la dignità e la reputazione tolta, quindi, è bene che tu sia sicuro  quando parli di qualcuno malamente perchè le tue parole resteranno sempre sparse nel vento e non potranno mai ritornare da dove sono venute!!!”

Giuseppe Cossari e Paolo Buralli Manfredi (DNA)sono italo australiani impegnati in politica nella città di Melbourne e svolgono un lavoro di supporto per la comunità italiana in quel Paese

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