Le Immagini Ingannevoli – The Misleading Images

di emigrazione e di matrimoni

Le Immagini Ingannevoli

Recentemente un articolo apparso sul prestigioso quotidiano americano The Washington Post ha dato inizio a un dibattito acceso su un film che molti non avrebbero mai immaginato come politico, “Il Re Leone” della Disney.

Di Gianni Pezzano

Un accademico olandese ha accusato il film d’avere un messaggio politico particolare ed è stato aiutato dal fatto che per molti anni la società americana, a partire dal suo donatore Walt Disney, ha sempre avuto tendenze politiche particolari. Però dobbiamo considerare due fattori per mettere questo dibattito nel suo contesto giusto. Il primo è che il film sotto accusa risale al 1994 e, considerando che nei 25 anni da allora nessuno si è mai accorto di messaggi politici nel film, dovrebbe fare pensare che se davvero ci fosse un tale messaggio sarebbe stato, come minimo, un fallimento enorme.

Il secondo fattore da considerare fa parte di quello che noi italiani abbiamo sempre saputo, risalendo persino dall’epoca dei Romani. L’Arte è sempre stata un’arma politica dei potenti e anche se il film porta con sé questo messaggio, non sarebbe una sorpresa perché i cartoni animati, per la loro natura, sono sempre stati un mezzo per prendere in giro molti aspetti della nostra società e non solo i potenti.

Archi, colonne e statue

Chiunque abbia studiato la Storia antica, e non solo l’epoca romana, sa che l’Arte, in molte forme compresa l’architettura, ha sempre svolto un ruolo fondamentale per i potenti. Basta pensare alle piramidi in Egitto per capire che questo luoghi trasmettevano messaggi sulla potenza dei faraoni che li avevano commissionati.

Questa tendenza ha poi assunto un ruolo particolare con i Romani che hanno capito benissimo la potenza comunicativa di luoghi pubblici e dell’Arte per fare capire alla gente, dagli schiavi alle plebe e ai potenti, che l’Imperatore era l’apice dell’Impero.

Nel trattare questo tema dobbiamo ricordarci un aspetto particolare dell’Arte dell’epoca che è stata riscoperta soltanto poco tempo fa. I palazzi e le statue di allora non erano bianchi come il marmo come vediamo oggigiorno, bensì erano dipinti in colori smaglianti  per fare sembrare veri i personaggi rappresentati nelle opere.

Allora le statue di Augusto, Giulio Cesare e gli altri personaggi sembravano vere ma i vestiti che indossavano trasmettevano messaggi di potere che il popolo non poteva non percepire. Lo stesso vale per opere come gli archi che vediamo nei grandi centri urbani romani, a partire da Roma stessa. La famosa Colonna di Traiano è bella ora, ma come doveva essere dipinta all’epoca con le spade e altri pezzi di metallo placcati d’oro? Naturalmente l’oro è sparito con le invasioni e i saccheggi dei secoli e i colori sono svaniti con il sole e le piogge, ma vedendo questa opere oggi sentiamo ancora l’eco potente di quell’epoca che ha avuto un ruolo fondamentale nella Storia dell’Europa.

Firenze e oltre

Naturalmente i potenti nei secoli che sono seguiti hanno continuato a utilizzare l’Arte per motivi politici, ma tre generazioni speciali nella nostra penisola hanno dato una stampo unico all’Arte come mezzo di messaggi politici. Ovviamente parliamo del Rinascimento.

Sappiamo tutti che i Medici di Firenze erano mecenati importantissimi e che hanno incoraggiato le carriere di innumerevoli artisti italiani. Basta vedere i loro edifici e Firenze per capire che per generazioni l’Arte ha dato loro un’aura magica con le immagini create dagli artisti. Però, il luogo che più che di ogni altro dimostra il messaggio politico dell‘Arte non è il capoluogo toscano, ma rimane sempre Roma.

Chiunque va a visitare la capitale d’Italia vede naturalmente San Pietro e le altre basiliche, i palazzi dei potenti e dei papi del passato e il messaggio che vediamo non è religioso, anzi, spesso va contro il messaggio del Vangelo.

Tutte le chiese più importanti sono veri luoghi di potere dei papi che hanno pagato i grandi architetti e artisti per costruirli. Girando per le arcate, le facciate e gli interni di questi palazzi stupendi, l’occhio viene attirato volta dopo volta non solo dalle immagini sacre, ma spesso ancora di più dagli stemmi dei papi che volevano che il mondo vedesse il loro potere.

Infatti, l’Arte cambia quando cambiano i tempi e un caso particolare a Roma ci fa vedere che anche le grandi opere d’Arte sono state soggette alle rivoluzioni di qualsiasi genere. Questo è il caso della Cappella Sistina di Michelangelo Buonarroti.

Braghettone

Daniele Ricciarelli da Volterra era amico di Michelangelo, ma pochi in Italia lo conoscono con quel nome perché ha dovuto fare modifiche a quel capolavoro di Buonarroti, un’opera che sin dall’inizio aveva suscitato scandalo per certe sue immagini.

In seguito al celebre Consiglio di Trento tenutosi tra il 1545 e il 1563 in risposta alla Riforma Protestante è stato deciso di modificare le figure nude nell’opera di Buonarroti. Erano considerate non conformi con le decisioni del consiglio e potevano persino dare ragione alle accuse luterane verso il clero romano.

Allora Daniele Ricciarelli ebbe  l’incarico di dipingere braghe sui nudi e per quel motivo lui oggi è ricordato non per le proprie opere ma come il Braghettone di questo lavoro. Il colmo era che aveva assistito Michelangelo nel lavoro originale, e per fortuna il grande fiorentino era già morto quando arrivò  l’ordine di censura.

Allegramente due altri artisti, Marcello Venusti e Giulio Giovio, avevano dipinto copie della Cappella che sono diventate poi la base per poter ripristinare, dove possibile, le figure alterata da Ricciarelli e così oggi la Cappella è quasi identica al disegno originale di Michelangelo.

Altri paesi

Le lezioni italiane sono state studiate dai potenti di tutto il continente e molti re e regine hanno utilizzato l’Arte per aumentare il loro potere. Un esempio di questo è la Regina Elisabetta I d’Inghilterra che era molto attenta all’immagine che dava al mondo, e i ritratti di lei dimostrano chiaramente questo suo desiderio di trasmettere il potere d’Inghilterra al mondo.

Dal lato opposto l’Arte in un’altra forma, i primi fumetti politici, hanno avuto un ruolo devastante nella caduta della famiglia reale francese durante della Rivoluzione Francese del 1789. La Regina Maria Antonietta, per molti soggetti “l’Austriaca”, fu il soggetto di disegni scandalosi, persino pornografici, che l’accusavano non solo di sprecare i soldi del regno, ma di comportamenti immorali indegni di una regina. Questa campagna denigratoria verso la regina sarà poi copiata in Russia nei primi decenni del ‘900 avendo come   soggetto la Zarina Alessandra e il suo rapporto controverso con il monaco Rasputin.

Cartoni animati

Perciò accuse d’uso di cartoni animati per motivi politici più o meno occulti non sono affatto nuove. Infatti, molti personaggi celebri come Topolino, Paperino, Bugs Bunny e altri sono stati utilizzati nella propaganda americana anti-nazista nel corso della seconda guerra mondiale, alcuni dei quali persino hanno vinto Oscar.

Ma all’epoca il pubblico di questi messaggi non erano i bambini. Infatti, i cartoni animati citati sopra non erano stati disegnati per adulti e venivano proiettati come anteprima dei film principali, quindi gli adulti capivano benissimo i messaggi trasmessi.

Ma se guardiamo bene i cartoni animati moderni molti di loro, e in modo particolare “I Simpsons” e “South Park”, intenzionalmente fanno luce su temi controversi moderni.

E anche questo è il ruolo dell’Arte, non solo nel regalarci belle immagini, ma nel dare un altro punto di visto sul nostro mondo, un mondo che cambia continuamente e l’Arte ci da sempre un metro per poterlo giudicare.

Quindi non dobbiamo meravigliarci se ogni tanto sentiamo accuse di “uso politico” dell’Arte, in qualsiasi forma. Gli artisti e i loro mecenati l‘hanno sempre fatto e lo faranno sempre. E noi tutti dobbiamo ricordare questo quando apprezziamo una grande opera d’arte, perché la storia che si cerca di raccontare non sempre è quella che immaginiamo.

 

 

di emigrazione e di matrimoni

The Misleading Images

Recently an article in the prestigious Washington Post started a lively debate on a film that many would never consider political, Disney’s “The Lion King”.

By Gianni Pezzano

A Dutch academic accused the film of having a particular political message and it was helped by the fact that the American company, starting with its founder Walt Disney, had always been accused of particular political leanings. However, we must consider two factors when putting this debate in its proper context. The first because the accused film goes back to 1994 and considering that in the 25 years since then nobody had ever noticed political messages in the film should make us think that if there was truly such a message that it would be, at least, an enormous failure.

The second factor to consider is one that we Italians have always known, going back even to Roman times. Art has always been a political weapon for the powerful and even if the film had this message it would not be a surprise because cartoons, by their very nature, have always been a means of making fun of our society and not only the powerful.

Arches, columns and statues

Whoever has studied ancient history, and not only Roman times, knows that Art, in many forms including architecture, has always played a fundamental role for the powerful. We only have to think of the temples and the pyramids in Egypt to understand that these places transmitted messages of the power of the pharaohs that had commissioned them.

This trend then took a specific role with the Romans who understood very well the power of public places and Art to make people, from the slaves to the commoners and the powerful, understand that the Emperor was the pinnacle of the Empire.

In dealing with this theme we must remember a specific aspect of the Art of the time that was rediscovered only a short time ago. The buildings and the statues of the time were not white from the marble as we see them today but rather they were painted in bright colours to make the persons portrayed in the works seem real.

So the statues of Augustus, Julius Caesar and the other people seemed real but the clothes they wore transmitted messages of power that the people could not fail to perceive. The same is true for works such as the arches that we see in the great Roman urban centres, starting with Rome. The famous Trajan’s Column is beautiful now but what must it have been like when painted at the time when the swords and other metal pieces were covered with gold? Naturally the gold disappeared with the invasions and the sackings and the colours have disappeared under the sun and the rain but looking at this work today we still hear the echo of the time that played a fundamental role in Europe’s history.

Florence and beyond

Naturally the powerful over the centuries that followed continued to use Art for political reasons but three special generations in our peninsula gave a unique stamp to Art as a means of political messages. Obviously we are talking about the Renaissance.

We all know that the Medici of Florence were very important patrons of the Arts and that they encouraged the careers of innumerable Italian artists. We only have to look at their buildings to understand that for generations Art gave them a magical aura with the images created by the artists. However, the place that more than any other shows the political message of Art is not the Tuscan capital but will always be Rome.

Whoever visits Italy’s capital naturally sees Saint Peter’s and the other basilicas, the palaces of the powerful and the popes of the past and the message we see is not religious, rather, it is often goes against the message of the Gospels.

All the most important churches are places of power for the popes who paid the great architects and artists to build them. Walking around the arcades, the facades and the interiors of these stupendous buildings the eye is drawn time after time not only by the holy images but often even more by the coats of arms of the popes who wanted the world to see their power.

In fact, Art changes as the times change and a specific case in Rome makes us see that even great works of art are subject to revolutions of any type. This is the case of the Sistine Chapel by Michelangelo Buonarroti.

Braghettone

Daniele Ricciarelli da Volturno was a friend of Michelangelo but few in Italy know him by that name because he had to make changes to Buonarroti’s masterpiece, a work of art that from the beginning caused scandal due to some of its images.

Following the famous Council of Trent held between 1545 and 1563 in reply to the Protestant Reformation it was decided to change the nude figures in Buonarroti’s work. They were not considered in conformity with the decisions of the Council and that they could even have justified some of Lutheran accusations towards Rome’s clergy.

So Daniele Ricciarelli was given the task of painting braghe (britches) on the nudes and for that reason today he is not remember for his works but as the Braghettone (Big Britches) of this task. To cap it all off, he had assisted Michelangelo in the original work and luckily the great Florentine painter was already dead when the order was made.

Happily, two other artists, Marcello Venusti and Giulio Giovio, had already painted copies of the Chapel and these then became the basis to being able to restore, where possible, the figures altered by Ricciarelli and so today the Chapel we see is almost identical to Michelangelo’s original design.

Other countries

The Italian lessons were studied by all the continent’s powerful people and many kings and queens used Art to augment their power. An example of this is Queen Elizabeth I of England who was very careful with her image and the portraits clearly show her desire to transmit England’s power to the world. 

On the other hand, Art in another form, the first political cartoons, played a devastating role in the fall of the French royal family during the French Revolution in 1789. Queen Marie Antoinette, for many subjects the Autrichienne (Austrian Woman), was the subject of scandalous, even pornographic, drawings that accused her not only of wasting the kingdom’s money but also of immoral behaviour unworthy of a queen. This derogatory campaign against the Queen was then copied in Russia in the first decades of the 20th century when the subject was Tsarina Alexandra and her controversial relationship with the monk Rasputin.

Cartoons

Therefore, the accusations of the use of cartoons for more or less occult political reason are not at all new. In fact, many famous characters such as Mickey Mouse, Donald Duck, Bugs Bunny and others were used in American anti-Nazi propaganda during the Second World War and some even won Oscars.

But at the time the audience for these cartoons were not children. In fact, the cartoons mentioned above had been drawn for adults and they were screened before the main features of films and the adults understood very well the messages they transmitted.

But if we look closely at modern cartoons many of them, and especially “The Simpsons” and “South Park”, intentionally put the spotlight on modern controversial themes.

And this too is the role of Art, not only to give us beautiful images but also to give us another point of view on our world, a world that changes continually and Art has always been a yardstick to be able to judge it.

And therefore we must not be surprised if every so often we hear accusations of “political use” of Art, in any form. The artists and their patrons have always done so and will always do so. And we all must remember this when we appreciate a great work of art because the story it is trying to tell is not always what we imagine.

L’Italia ha dimenticato le nostre comunità all’estero

I tanti italiani all’estero sono una ricchezza perché tanto hanno da darci e non solo in termini di tornaconto economico. Ma ormai di loro non si parla più, impegnati come sono i nostri politici a scannarsi, anche su argomenti assolutamente marginali nell’agenda di un Paese apparentemente normale. 

di Mario Innocenzi

”Prima gli italiani”, ammettiamolo, come slogan, da un punto di vista delle strategie della comunicazione, non è granché, anche perché riecheggia, con troppa facilità, altre frasi ad effetto spesso usate in politica. Ma, nonostante ciò, queste tre parole hanno fatto la fortuna della Lega e del suo leader perché, in fondo, hanno tradotto in un messaggio politico le tante insicurezze degli italiani, ai quali è stato raccontato un Paese che forse non c’è. Una Italia in preda a bande di criminali che la attraversano, dalle città alle contrade, razziando, uccidendo, violentando.

Davanti alla Paura, con la ”P” maiuscola, ”Prima gli italiani” ha lo stesso impatto che, nel ventennio fascista, avevano le immagini di Gino Boccasile, incutendo nella gente il timore che il peggio è sull’uscio di casa. E che il ”nemico” non è italiano. Anche se, negli anni, ”Prima gli italiani” ha dovuto inserire un messaggio subliminale rispetto a quello evidente. Cioè, ”Prima gli italiani”, anche di quelli che italiani già sono, ma hanno una pelle di colore diverso, magari nomi esotici, magari pregano un Dio che non è il nostro.

Ma non è questo ciò su cui credo sia opportuna una riflessione. Perché a furia di occuparsi degli italiani, consentendo loro forme di difesa che lasciano troppo spazio alla discrezionalità ed alla percezione personale del ”pericolo”, ci siamo (si sono, parlo del Governo) dimenticati di chi ha la nostra stessa nazionalità, ma vive lontano dal Paese, per scelta, per motivi di lavoro o soltanto perché fa parte delle tante nostre comunità all’estero.

Nel dibattito politico contemporaneo i nostri fratelli che vivono lontani dai confini italiani sono letteralmente evaporati, forse perché, come accade purtroppo sempre, di loro ci si occupa solo in periodo elettorale. 

Intendiamoci: può darsi che il nostro Governo si stia occupando delle comunità italiane all’estero, ma, se lo fa, ha deciso di non farlo sapere a nessuno. E questo appare abbastanza improbabile, visto il modo compulsivo con cui alcuni nostri governanti fanno uso dei social, che sono diventati il mezzo di comunicazione principe, ben più importante dell’ufficialità e delle sedi istituzionali preposte. 

Così, nei post dei nostri reggitori della cosa pubblica, tra insulti e bacioni, tra minacce e condivisioni di messaggi che augurano agli avversari (meglio se avversarie) dolori e violenze indicibili, meglio se sessuali, non trovano più posto parole che oggi appaiono fuori moda: solidarietà, convivenza civile, condivisione, comprensione. Parole che le nostre comunità all’estero ascolterebbero volentieri, magari accompagnate da atti concreti per colmare i vuoti ed accorciare le distanze.

I tanti italiani all’estero (anche quelli che hanno preso la nazionalità ereditandola dai genitori, dai nonni o da avi nemmeno conosciuti) sono una ricchezza perché tanto hanno da darci e non solo in termini di tornaconto economico. Ma ormai di loro non si parla più, impegnati come sono i nostri politici a scannarsi, anche su argomenti assolutamente marginali nell’agenda  di un Paese apparentemente normale. 

Ma ormai l’Italia è tutto fuorché un Paese normale, e piuttosto che pensare ad affrontare le problematiche quotidiane, che spesso riguardano la sopravvivenza, si appassiona ad un finto matrimonio di una finta diva che si dice innamorata di un finto uomo per un amore che è solo finzione. 

I connazionali all’estero guardano con sconcerto alle cose di casa nostra ed è difficile dare loro torto, se solo si dà un’occhiata al contenuto dei quotidiani, dove – solo per parlare di cose di questi giorni – un presidente di Regione, non vedendo accolte le sue richieste, etichetta il governo (meglio, una parte del governo) di cialtroneria. 

Ma forse il mio è un discorso ipotetico, anzi assurdo perché c’è da chiedersi chi, italiano all’estero, vedendo quel che siamo capaci di fare, sia talmente pazzo da volere venire da noi.   

L’Ultima Lezione di Camilleri – Camilleri’s Last Lesson

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L’Ultima Lezione di Camilleri

Conosciuto in tutto il mondo Andrea Camilleri ci ha lasciato, ma la sua eredità culturale resterà viva nel mondo

Di Gianni Pezzano

La notizia era attesa da tempo, ma vedere l’annuncio della scomparsa dell’autore e del grande personaggio Andrea Camilleri ha portato tanta tristezza lo stesso ed ha colpito il paese in modo particolare perché il suo Commissario Montalbano fa parte della vita degli italiani da decenni.

Però, nel giorno stesso della sua scomparsa il maestro siciliano ha dato al paese un’ultima lezione importantissima, perché non solo abbiamo saputo i numeri delle vendite dei suoi libri e le fiction ispirate su essi, ma soprattutto come si è sparsa la notizia della sua morte nel mondo, all’unisono con l’Italia,  che dimostra come Camilleri fosse conosciuto internazionalmente.

Oggi Andrea Camilleri, con la moltitudine di articoli pubblicati sulla sua scomparsa in tutto il mondo,  ha contraddetto,  pur senza esser più tra noi,  quel politico che disse che “di Cultura non si mangia” e non abbiamo dubbi che avrebbe avuto moltissimo piacere nel fare una smentita del genere.

Cifre

Le cifre della vendite dei suoi libri hanno fatto il giro del web e sono davvero impressionanti.

Quando parliamo delle vendite delle opere dell’autore siciliano dobbiamo tenere in mente che sono divise in due parti, la prima quelle dei libri e nella seconda la vendita internazionale delle fiction.

Partiamo dei i libri. Camilleri ha scritto oltre cento romanzi che comprendono anche libri che non raccontano le avventure del Commissario Montalbano e i suoi colleghi a Vigata. Questi libri hanno venduto solo in Italia ben oltre 30 milioni di copie, ma all’estero questi libri, in particolare la serie di Montalbano, incassano una  cifra che supera i 65 milioni in 120 lingue compreso il cinese.

Inoltre, le serie televisive sono state vendute in oltre 30 paesi e quindi anche queste hanno dato un grande contributo all’economia italiana.

Reazione

A rinforzare il successo mondiale dei suoi libri basti pensare che siti autorevoli in giro per il mondo, compreso il New York Times e la BBC, hanno dato la notizia oggi entro pochissimo tempo e non dopo qualche giorno come spesso accade con la scomparsa di italiani famosi.

Sicuramente molti di questi paesi coglieranno l’occasione di ripresentare le puntate di Montalbano nel prossimo futuro, per rendere onore al creatore del personaggio. E questo è più che giusto per un autore che ha ottenuto il suo grande successo a un’età in cui molti non pensano che al pensionamento invece di continuare a lavorare. Infatti, Camilleri ha dimostrato anche che i concetti del tempo e del pensionamento cambiano da persona a persona e il suo successo ne è indubbiamente la prova.

Però, le cifre sono solo l’anteprima della lezione che l’autore siciliano ci ha dato oggi, perché dimostrano non solo che di Cultura si può vivere, e benissimo anche, ma in particolare ci ha fatto ricordare quel che troppo spesso ignoriamo, in entrambi i sensi della parola.

Lezione

Non abbiamo dubbio che Camilleri avrebbe potuto “mangiare con la Cultura”, come disse il ministro del passato, solo dalle vendite italiane, ma è andato ben oltre i confini nazionali, un’impresa che pochi autori italiani riescono a ottenere.

Dobbiamo chiederci, perché?

La risposta è fin troppo facile e ovvia, ma molti dei nostri addetti al lavoro culturale non riescono a percepirla. I libri di Camilleri sono stati tradotti nelle altre lingue così il pubblico internazionale iniziando dal mercato più grande del mondo, quello di lingua inglese, ha letto i libri nella propria lingua. E qui dobbiamo riconoscere il lavoro dei traduttori che non hanno avuto un compito affatto facile con le sezioni in dialetto siciliano. E questi sforzi sono stati ripagati in pieno con il successo.

E non dobbiamo dimenticare che queste vendite internazionali, calcolabili  in cifre di decine di milioni, sono di conseguenza fonti importanti di denaro per il nostro paese.

Nel passato altri autori hanno avuto successo internazionale. Umberto Eco, Roberto Saviano e anche Giorgio Faletti, ma le opere di Camilleri sono una prova importante che l’industria editoriale italiana non può crescere pensando solo al mercato interno.

Però, il nostro paese ha una potenziale base di lettori per i nostri libri in altre lingue, prima ancora di vendere agli stranieri. Parliamo degli oltre 85 milioni di discendenti di emigrati italiani, che hanno poca conoscenza della nostra lingua e quindi non comprerebbero mai romanzi e altri libri in italiano.

Incentivo

Sappiamo dalle nostre visite regolari alle pagine degli italiani all’estero in tutti i continenti, che esiste grande curiosità delle loro origini e la Storia del nostro paese, ma questi nostri parenti e amici non possono farlo perché non esistono i libri adatti nelle loro lingue.

Cercare di vendere i nostri libri all’estero, come ha fatto benissimo Camilleri, non solo ci da un potenziale mercato enormemente più grande del solo mercato italiano, ma potrebbe anche, con il tempo e la giusta promozione, incoraggiare i nipoti e i pronipoti dei nostri emigrati a imparare finalmente la lingua che li definisce come italiani.

Questo avrebbe due effetti. Il primo ovviamente è di aumentare la vendita dei nostri libri in altre lingue, ma il secondo sarebbe proprio di fare crescere il mercato in lingua italiana all’estero per i nostro libri. Con i benefici naturali per i nostri editori.

Vizio

Ma qui purtroppo, abbiamo il vizio di voler fare le promozione solo in italiano e spesso solo agli addetti ai lavori in Italia, a partire dagli Stati Generali della Lingua Italiana che hanno avuto pochissime presenze, considerando il tema di promuovere la nostra lingua, con gli addetti ai lavori all’estero e, ancora più assurda, con l’assenza di quel settore italiano che ha più bisogno di aiuto a espandersi, l’editoria.

Visto il successo di Andrea Camilleri all’estero dobbiamo chiederci, come mai altri autori italiani non sono venduti all’estero agli stessi livelli di Camilleri?

Sarebbe facile capire che i responsabili delle nostre case editrici hanno paura di rischiare, ma chiediamo a questi responsabili timidi, che effetto ha avuto questo rifiuto di guardare all’estero regolarmente?

Basta guardare la crisi della nostra editoria per avere la risposta.

Futuro

Quindi dobbiamo dimenticare quell’ elemento di “di Cultura non si mangia” perché Camilleri è la prova che non è affatto vero, e puntare regolarmente a promuovere i nostri autori all’estero, in edizioni in altre lingue per rilanciare un’industria fondamentale per la nostra Cultura, quella letteratura che non solo ha prodotto “La Divina Commedia” e “I Promessi Sposi”, ma ha anche dato al mondo ben sei Premi Nobel per la Letteratura.

Si, abbiamo una grandissima Cultura, ma che senso ha se solo noi lo sappiamo? Promuovere nel modo giusto la nostra Cultura all’estero, iniziando col fare conoscere i nostri autori ai mercati internazionali , può farci solo bene.

Tale promozione avrebbe anche un altro effetto, e i telegiornali di oggi ce l’hanno dimostrato benissimo, il successo dei libri di Camilleri ha portato moltissimi turisti sui luoghi dei suoi libri, portando soldi e lavoro alla regione Sicilia.

Quante altri regioni d’Italia potrebbero avere lo stesso successo come meta di turisti internazionali, se finalmente promuovessimo i nostri migliori autori nello stesso  modo di Camilleri?

L’ Italia avrebbe molto da guadagnare se ci impegnassimo, ma se non facciamo niente vedremo la nostra editoria diventare sempre più piccola e questo è un male per  tutto il paese.

 

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Camilleri’s Last Lesson

Famed around the world, Andrea Camilleri has left us but his cultural legacy will be kept alive in the world

By Gianni Pezzano

The news had been expected for some time but seeing the announcement of the passing of the author and great character Andrea Camilleri brought a lot of sadness and struck the country in a special way because his Commissario Montalbano has been a part of the life of Italians for decades.

However, on the same day that he died the Sicilian master gave the country a very important final lesson because not only did we find out the numbers of the sales of his books and the television series inspired by them but especially because the manner with which the news spread around the world at the same time as Italy showed how much Camilleri was known internationally.

Even though he is no longer with us, with the multitude of articles published on his death around the world Andrea Camilleri today contradicted the politician who said that “you do not eat with Culture” and we have no doubt that he would have been very pleased with making such a denial.

Numbers

The numbers of the sales of his books are doing the rounds of the web and they are truly impressive

When we talk about the sales of the Sicilian author’s works we must bear in mind that they are divided into two parts, the first those of the books and the second the international sales of the television series.

Let us start with the books. Camilleri wrote more than 100 hundred novels that also include the books that narrate the adventures of Commissario Montalbano and his colleagues in Vigata. These books sold well over 30million copies only in Italy but overseas these books, and especially the Montalbano books, cashed in a figure that exceeds 65 million copies in 120 languages that includes Chinese.

Furthermore, the television series have been sold to more than 30 countries and therefore these too have given a big contribution to Italy’s economy.

Reaction

To reinforce the success of his books we only have to think that authoritative sites around the world, including the New York Times and the BBC, reported today’s news in a very brief time and not after a few days as often happens with the passing of famous Italians.

Many of these countries will surely take the opportunity to rebroadcast the episodes of Montalbano in the near future to honour the memory of the character’s creator. And this is more than just for an author who achieved great success at an age in which many only think about retiring rather than continue working. In fact, Camilleri also showed that the concepts of time and retiring change from person to person and his success undoubtedly proves this.

However, the numbers are only a taste of the lesson that the Sicilian author gave us today because they show that not only can you eat with Culture, and very well, but in particular he reminded us of what we often ignore or do not know.

Lesson

We have no doubt that Camilleri could have, as the former minister said, “eaten with Culture” only with the Italian sales but he went well beyond Italy’s borders, a deed that few Italian authors manage to achieve.

We must ask, why?

The answer is all too obvious and easy but many of our experts in cultural matters cannot perceive this. Camilleri’s books were translated into other languages so that the international public reads the books in their languages, starting with the biggest market in the world, that of the English language. And here we must recognize the work of the translators who did not have at all an easy task with the sections in Sicilian dialect and these efforts were fully rewarded with the success.

And we must not forget that these international sales, calculated in tens of millions, are subsequently important sources of money for our country.

In the past other authors have had international success. Umberto Eco, Roberto Saviano and Giorgio Faletti but Camilleri’s works are important proof that Italy’s publishing industry cannot grow simply thinking only of the internal market.

However, our country has a potential base of readers of our books in other languages, even before selling to foreigners. We are talking about the more than 85 million descendants of Italian migrants who have little knowledge of our language and therefore would never understand novels and other books in Italian.

Incentive

We know from our regular visits to the social media pages of Italians overseas in all the continents that there is great curiosity about their origins and the history of our country but these our relatives and friends overseas cannot do so because there are no suitable books in their languages.

Trying to sell our books overseas, as Camilleri did very well, not only gives us a potential market that is immensely bigger than only the Italian market but over time, and with the proper promotion, it could also encourage the grandchildren and great grandchildren of Italian migrants to finally learn the language that defines them as Italians.

This would have two effects. The first is obviously to increase the sales of our books in other languages but the second would be to expand the overseas market for our books in Italian, with natural benefits for our publishers.

Bad habit

And here we have the bad habit of wanting to carry out promotions only in Italian and often only with the experts in Italy, starting with the Estates General of the Italian Language which, considering the theme of promoting our language, have had little attendance from overseas experts and, even more absurdly, without the presence of the very sector of Italian industry that needs most help to expand, publishing.

Given Andrea Camilleri’s success overseas we must ask, why is it that other Italian authors have not sold overseas at the same levels as Camilleri?

It would be easy to understand that those responsible in our publishing houses are scared of the risk but we ask these timid managers, what effect has this refusal to look regularly overseas had?

We only have to look at the crisis in our publishing industry to have an answer.

Future

Therefore, we must forget that element of “you do not eat with Culture” because Camilleri proved that this is not at all true and aim regularly at promoting our authors overseas, in editions in other languages, to revive an industry that is essential for our Culture, the very literature that not only produced “The Divine Comedy” and “The Betrothed” but also gave the world six Nobel Prize winners for Literature.

Yes, we have a very great Culture, but what sense does it have if only we know it? Promoting our Culture properly overseas starting with making our authors known on the international market can only do us good.

Such promotion would also have another effect, and today’s news services showed us this very well, the success of Camilleri’s books brings large numbers of tourists to the places in his books, bringing money and work to the region of Sicily.

How many other regions in Italy would have the same success as a destination for international tourists if we finally promoted our best authors in the same way as Camilleri?

Italy would have much to gain if we committed ourselves but if we do nothing we will see our publishing industry become smaller and smaller and this is bad for the whole country.

Il vero orgoglio italiano – True Italian Pride

di emigrazione e di matrimoni

Il vero orgoglio italiano

Chissà quante persone si rendono conto di come sarebbe questo mondo senza invenzioni ed idee italiane. Queste invenzioni hanno creato il mondo in cui viviamo e in un modo che pochi conoscono.

Di Gianni Pezzano

L’orgoglio cieco è pericoloso, ci fa perdere di vista i veri eroi del nostro passato, non solo culturale ma in tutti i campi. Con l’annuncio di un altro sito UNESCO del Patrimonio Mondiale, il riconoscimento della colline del Prosecco nel Veneto, eravamo già il paese con più siti e senza dubbio ne arriveranno molti altri nel futuro.  Abbiamo una prova concreta della grandezza della nostra Cultura, ma i motivi d’orgoglio non sono solo la  Cultura, ma in tutti i campi, senza eccezioni.

Tristemente abbiamo il vizio di pensare che i nostri motivi d’orgoglio si limitano alla penisola con forma di stivale e quindi non ci rendiamo conto che i nostri connazionali all’estero hanno dato anche loro altri motivi da aggiungere al nostro orgoglio d’essere italiani,  ed è ora che noi tutti cominciamo a renderci conto che il nostro contributo al mondo non consiste con quale opera lirica, qualche grande artista (e ne abbiamo molti artisti, altro che qualche…) ma si  estende a persone all’estero di genitori e nonni italiani che ci fanno onore ogni giorno e non sono riconosciuti, sia nel loro paese di nascita e/o residenza, che nel loro paese d’origine, Italia.

Altrettanto tristemente, come tutti i popoli, senza eccezioni, abbiamo figure epocali che sono tutt’altro che “eroi”, ma  che molti figli e nipoti d’italiani all’estero vedono come figure da imitare e non si rendono conto che questi sono eroi fasulli,  che creano problemi per noi quando andiamo all’estero.

Vita migliore

Chissà quante persone si rendono conto di come sarebbe questo mondo senza invenzioni ed idee italiane. Queste invenzioni hanno creato il mondo in cui viviamo e in un modo che pochi conoscono.

Il caso più eclatante e anche triste di un’invenzione italiana è quella di Antonio Meucci. La sua invenzione, il telefono, ha rivoluzionato la comunicazione per sempre ed ha aiutato noi emigrati e discendenti d’italiani a tenerci in contatto facilmente con i nostri parenti lontani. Purtroppo, il caso è triste perché è stato  il centro di una controversia che vide Alexander Graham Bell come ‘l’inventore ufficiale’. Per fortuna, e a vantaggio della comunità italiana negli Stati Uniti, il secolo dopo è arrivato il riconoscimento ufficiale, anche se troppi tardi che per l’inventore.

Allo stesso modo due altri italiani ci hanno fornito mezzi essenziali per molti aspetti della nostra vita. Il primo è naturalmente Guglielmo Marconi con la radio che ci accompagna in  qualche modo ogni giorno. Il secondo è Evaristo Torricelli che ha inventato il barometro senza il quale le previsioni del tempo, fondamentali per molti di noi, non sarebbero state  possibili.

Eroi veri

Qualcuno sarà sorpreso, ma vorrei aggiungere una categoria particolare di emigrati italiani che dovremmo considerare veri eroi. Sappiamo tutti, iniziando da Michelangelo, Giotto e Bernini, che l’Italia ha fornito moltissimi scultori importanti, ma quanti pensano che l’Italia è anche il paese di una grande industria di lavorazione di pietre, e non solo il marmo dell’arte?

Ho capito questo quando era a scuola ad Adelaide in Australia e abbiamo visitato il Parlamento dello Stato del South Australia. Abbiamo scoperto  che tutta la facciata del bel palazzo era stato fatto da scalpellini italiani.

Nel corso degli anni ho saputo che questo non è successo solo ad Adelaide ma in moltissimi paesi dove ci sono italiani e persino a Washington DC negli Stati Uniti ci sono monumenti dove il lavoro di questi operai sconosciuti ha avuto un ruolo determinante.

Non abbiamo dubbi che molti lettori all’estero potrebbero fornire esempi di questi contributi nei loro paesi di nascita e/o residenza. Infatti, invitiamo loro a farci sapere dettagli per mettere alla luce questi bellissimi lavori dei nostri connazionali nel corso dei secoli della nostra emigrazione.

Guardare questi esempi dei nostri contributi in giro per il mondo diventa sempre più difficile, perché molti discendenti di italiani “ammirano” alcuni nostri connazionali che certamente non hanno portato onore al nostra patrimonio culturale e storico

Eroi fasulli

Da quando abbiamo cominciato a controllare le pagine degli italiani all’estero abbiamo notato la tendenza di molti di utilizzare immagini di personaggi italiani che non sono affatto esempi da seguire. E questo commento non si riferisce solo alle pagine degli italo-americani, ma anche ad altri paesi.

Non vogliamo nominare i personaggi veri utilizzati in questi post sui social. Volgliamo solo far notare che nessuno di loro ha fatto una bella fine, chi in galera, chi assassinato nelle faide tra cosche, chi semplicemente sparito. Ma con i loro reati e i loro delitti dobbiamo chiederci perché italiani e discendenti di italiani li ammirano, quando la grande maggioranza delle loro vittime erano altri italiani?

È interessante che i mafiosi più in voga siano quelli del cinema e la televisione e in particolare la famiglia Corleone del libro “Il Padrino” di Mario Puzo e poi dei film di Francis Ford Coppola. I nostri amici all’estero utilizzano frasi del film, ma hanno davvero capito che questi protagonisti non erano “eroi veri” bensì anti-eroi che muoiono soli e abbandonati?

Vito Corleone vide il suo primogenito ed erede Santino (Sonny) assassinato in una faida e lui stesso morì isolato dal mondo da lui creato. Michael Corleone che prese il suo posto morirà solo, dopo aver ucciso il fratello e cognato, per poi assistere alla morte violenta della figlia amata. Sono personaggi da ammirare loro? Basta leggere attentamente il libro e guardare bene il film per capire che non sono uomini liberi, ma uomini che vivono ogni giorno con la paura della morte o di essere traditi. E le cronache dei giornali di tutto il mondo ci dicono ogni giorno che questo è il vero destino dei “Boss” e non “l’onore” falso e la “gloria” fantomatica che i film ci fanno credere.

Vero orgoglio

Il vero orgoglio italiano non viene da un film di criminali, o da idee vaghe,  ma dal comprendere che il nostro contributo al mondo in tutti i campi è molto più grande di quel che spesso immaginiamo.

Il nostro orgoglio d’essere italiani deve venire dai  Premi Nobel che portano nomi italiani. Da quanti film italiani hanno vinto riconoscimenti in tutti i festival del cinema a partire dagli Oscar negli USA. Il nostro onore viene dal sentire le nostre canzoni cantate in tutte le lingue del mondo e vedere Hollywood copiare i nostri grandissimi film come fa regolarmente.

Il nostro vero onore è capire che il nostro contributo in giro per il mondo ha cambiato volto a moltissimi paesi con i nostri artigiani, architetti, prodotti e idee. La nostra gloria viene dal veder scienziati italiani in tutti i programmi scientifici più importanti del mondo e nel vedere un italiano, Luca Parmitano, a capo della Stazione Spaziale Internazionale.

Perché dobbiamo “ammirare” eroi fasulli quando il nostro paese e le nostre comunità italiane in tutti i continenti hanno fornito eroi e contributi importantissimi che sono motivi di vero Orgoglio Italiano?

Se volete segnalare contributi importanti da italiani in giro per il mondo, o anche contribuire un articolo scriveteci a: gianni.pezzano@thedailycases.com

di emigrazione e di matrimoni

True Italian Pride

Who knows how many people understand that world this would have been without Italian inventions and ideas?

By Gianni Pezzano

Blind pride is dangerous because it makes us lose sight of the true heroes from the past, not only of Culture but in all fields. With the announcement of another UNESCO World Heritage Site for Italy with the recognition of the hills of Prosecco wine in the Veneto and undoubtedly many more in the future, we have real proof of the greatness of our Culture but the reasons for pride are much more than just Culture but in all fields and with no exceptions.

Sadly we have the bad habit of thinking that our reasons for pride are limited to the peninsula shaped like a boot and therefore we do not realize that our countrymen and women overseas have also given their reasons for adding to our pride of being Italians and it is about time that we all began to understand that our contribution to the world does not consist of a few operas, some great artists (and we have many artists and not just a few…) but extends to people overseas with Italian parents or grandparents who honour us every day and are not recognized in both their country of birth and/or residence and in their country of origin, Italy.

Just as sadly, just like all populations without exceptions, we have important figures who are anything but “heroes” that many children and grandchildren of Italians overseas see as figures to be imitated and they do not understand that these are fake heroes who make problems for us when we go overseas.

Better life

Who knows how many people understand that world this would have been without Italian inventions and ideas? These inventions have created the world in which we live and in ways many do not know.

The most striking and even saddest case of an Italian invention is that of Antonio Meucci. His invention, the telephone, revolutionized communication forever and helped us migrants to keep in touch with our relatives far away. Unfortunately this case is sad because it was at the centre of a controversy that involved Alexander Graham Bell who was named the inventor. Luckily, and to the credit of the Italian community in the United States, more than a century later the official recognition arrived even if it was too late for the inventor.

In the same way two other Italians gave us essential means for many aspects of our daily lives. The first is naturally Guglielmo Marconi with radio that accompanies us every day in some way. The second is Evaristo Torricelli who invented the barometer without which today’s weather forecasts, which are essential for many of us, would not be possible.

True Heroes

Some readers will be surprised but I would like to add a specific category of Italian migrants that we should consider as real heroes. We all know that, starting with Michelangelo, Giotto and Bernini, Italy has given us many important sculptors but how many also think of Italy as the country with a great stonework industry and not only in marble for art?

I understood this when I was at school in Adelaide in Australia and we visited Parliament House of the State of South Australia. We were surprised to learn that all the facade of that beautiful building was the work of Italian stonemasons.

Over the years I learnt that this had not happened only in Adelaide but in many countries where there are Italians and even in Washington DC in the United States there are monuments in which these unknown workers played a decisive role.

We have no doubt that many readers overseas could supply examples of these contributions in their countries of birth and/or residence. In fact, we invite them to let us know the details to highlight these beautiful works by our countrymen over the centuries of our migration.

Looking at these examples of our contributions around the world is becoming more and more difficult because many descendants of Italians “admire” some of our countrymen who have certainly not honoured our Cultural and historic heritage.

Fake heroes

Since we began checking the social media pages of Italians overseas we have noticed the trend of many to use images of Italians who are not at all examples to follow. And this comment refers not only to the Italian American pages but also in other countries.

We do not want to name these true people used in the posts on the social media. We only want to point out that none of them made a good end, some finished in jail, some were murdered in gang wars and others simply disappeared. But with their crimes and murders we must wonder, why do Italians and descendants of Italians admire them when the great majority of their victims were other Italians?

It is interesting that the most fashionable mafiosi are those of the movies and TV and especially the Corleone family from the book “The Godfather” by Mario Puzo and then the films by Francis Ford Coppola. Our friends overseas use phrases from the film but have they truly understood that these protagonists were not “real heroes” but rather anti-heroes who die alone and abandoned?

Vito Corleone saw his eldest son and heir Santino (Sonny) murdered in a gang war and he himself died isolated from the world he created. Michael Corleone who took his place died alone after having murdered his brother and brother in law and witnessing the violent death of his beloved daughter. Are these characters to be admired? We only have to read the book carefully and watch the films closely to understand that they are not free men but men who live every day with the fear of death or being betrayed. And the newspapers around the world tell us every day that this is the real fate of the “Bosses” and not the false “honour” and the unreal “glory” that the films make us believe.

True pride

True Italian pride does not come from films about criminals or vague ideas but from understanding that our contribution to the world in all fields is much greater than what we often imagine.

Our pride of being Italians must come from understanding how many Nobel Prizes have Italian names. From how many Italian films have been awarded in all the film festivals, starting with the Oscars. Our honour comes from hearing our songs sung in all the world’s other languages and from seeing Hollywood copying our great films as it does regularly.

Our true honour comes from understanding that our contribution around the world has changed many countries with our craftsmen, architects, products and ideas. Our glory comes from seeing Italian scientists in all the world’s most important scientific programmes and from seeing Luca Parmitano as the commander of the International Space Station.

Why must we “admire” fake heroes when our country and our Italian communities in all the continents have given us heroes and fundamental contributions which are real reason for Italian Pride?

If you want to point out important contributions from Italians around the world or also to contribute an article, write to us at: gianni.pezzano@thedailycases.com

I vecchi migranti e le loro radici. E i nuovi?

I vecchi migranti amano profondamente l’Italia nonostante abbiano dovuto lasciarla. Ma i nuovi migranti hanno questo attaccamento così forte alle proprie radici?

di Paolo Buralli Manfredi,  Segretario D.N.A.

Il decimo anniversario dell’Associazione Filadelfia è trascorso in armonia ed amicizia tra gli Associati ed il Comitato Direttivo diretto dal  Presidente Bruno Serratore.

Sono diverse le associazioni tra la Comunità Italiana in Australia che si occupano di mantenere e promuovere le radici culturali delle regioni italiane per non dimenticare mai la loro terra natia, l’Italia, cui questi uomini e donne sono legati da più di sessant’anni da un cordone ombelicale impossibile da tagliare!

L’esempio dell’Associazione Filadelfia ne è la prova e questi concittadini che anno dopo anno, per dieci anni, continuano a promuovere e mantenere la loro Cultura d’origine, mostra che, i vecchi migranti amano profondamente l’Italia nonostante abbiano dovuto lasciarla.

Durante la serata oltre alla cena a base di piatti e prodotti tipici calabresi, gli associati hanno usato costumi caratteristici della Regione Calabria e naturalmente hanno danzato con musiche Calabresi!

La serata si è conclusa con l’assegnazione dei Certificati agli associati, consegnati da Giuseppe Cossari, Cavaliere della Repubblica Italiana,  Giudice di Pace Australiano, Responsabile del Comitato Tricolore in Australia e Direttore del Patronato AMIL, persona che si impegna da più di trent’anni nella comunità Italiana per migliorare la permanenza in Australia di tutti i residenti all’estero siano essi in transito o permanenti.

Il sottotitolo di questo articolo dedicato ai vecchi migranti è “ E i nuovi?” appunto, i nuovi migranti hanno questo attaccamento così forte alle proprie radici? Amano la loro Nazione? Vogliono tornare o cercano di restare in Australia per crearsi una nuova vita in questa grande isola?

Purtroppo credo che le nuove migrazioni abbiano un attaccamento diverso dalle vecchie e l’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione, Facebook in primis hanno evidentemente accorciato le distanze a livello virtuale/comunicativo ma le hanno allontanate a livello fisico, questo lo abbiamo  riscontrato nell’ultima festa della Repubblica che ha contato una riduzione di presenze importante. Giuseppe Cossari, memoria storica ci ha raccontato di feste della Repubblica dove era difficile persino spostarsi da una bancarella all’altra per quanta gente c’era!

I giovani di oggi migrano con obiettivi diversi da quelli di una volta, migrano avendo in dote lauree, dottorati, qualifiche tecniche, insomma, un emigrazione come si dice oggi molto qualificata ma, noi che li vediamo arrivare e li osserviamo da vicino, crediamo che in fondo il Paese Italia sia cambiato e abbia cambiato le menti dei giovani negli ultimi trent’anni.

Forse i Valori che ci hanno contraddistinto in tempi passati, uno per tutti il senso di comunità, dove il vicino di casa sapeva se il suo dirimpettaio o quello della porta accanto era malato o aveva qualche problema, e quindi tutta la comunità si assumeva la responsabilità di aiutarli, è finito, purtroppo!

Va detto inoltre che i vecchi emigravano per bisogno ma senza rabbia e rancore, lo dimostra che, ancora oggi dopo molti anni l’attaccamento alla Patria è ancora forte e vivo, mentre, i giovani di oggi emigrano lasciando un Paese, l’Italia, con rabbia e rancore, parlano di un paese che è stato solo capace di succhiarli senza dargli nulla in cambio, un paese privo di meritocrazia, legalità e giustizia sociale!

Oggi riscontriamo che migranti che approdano in terra Australiana hanno quasi un senso di rigetto a parlare di origini e di Italia, ma d’altronde se la prima cosa che ti arriva quando ti iscrivi all’AIRE sono cartelle esattoriali di dieci anni prima non sono neanche da biasimare!

Detto questo, credo che se i trend non cambieranno, la cultura italiana e la perdita delle radici saranno inevitabili, a meno che lo Stato Italiano si renda conto di questo e incominci ad investire seriamente sulle strutture all’estero e finanziare progetti volti alla divulgazione e mantenimento della Cultura Italiana, creando un interlocuzione con i paesi ospitanti per creare effettivamente un meccanismo di interscambio culturale ma, soprattutto, volto a creare le condizioni per poter riportare i propri migranti nella loro terra natia!!!!!

Il Debito d’Italia ai suoi Emigrati – Italy’s Debt to her migrants

di emigrazione e di matrimoni

Il Debito d’Italia ai suoi Emigrati

La prima generazione di emigrati spesso faceva due o anche tre lavori non solo per pagare le spese quotidiane, ma soprattutto perché una bella parte degli stipendi veniva inviata a casa ai genitori e i fratelli e sorelle in Italia

Di Gianni Pezzano

L’ultimo articolo degli italiani all’estero (https://thedailycases.com/nascere-italiano-all-estero-being-born-italian-overseas/) ha avuto molti commenti e reazioni da tutto il mondo, però uno mi ha sbalordito, non perché era l’unico commento negativo, ma perché lo scambio con il lettore ha dimostrato proprio quel che cerchiamo di dire, che Italia capisce pochissimo delle realtà all’estero e, peggio ancora, quasi tutti hanno dimenticato il debito che il paese ha verso i suoi emigrati, come anche verso i loro discendenti.

Non nomino il lettore e nemmeno il suo paese di residenza, diciamo soltanto che è un recente emigrato italiano non molto giovane. Da esperienza in Italia possiamo solo dire che il suo atteggiamento verso i nostri parenti e amici all’estero non è raro in Italia e quello scambio ci ha fatto capire come sia ora di mettere nero su bianco cosa sia il debito d’Italia.

Risposta

La mattina dopo l’uscita dell’articolo c’era un commento molto succinto sull’articolo sul social Fb, “Tu non sei italiano”, ma nessuna parola sul contenuto. Ero curioso di sapere il perché di quel parere e la sua risposta mi ha lasciato di stucco.

Bah, ho conosciuto tanti finti italiani che erano per niente solidali e non conoscevano nulla della nostra terra parlavano ma non sapevano convinti che è come gli raccontava il papà o il nonno

Già il “finti italiani” mi ha colpito, ma il resto della frase non ha fatto altro che confermare che il lettore non ha capito il senso dell’articolo, come di tutti gli articoli della nostra rubrica sugli “Italiani all’estero”. Infatti, non abbiamo mai trattato i nostri parenti e amici come “santi”, ma come esseri umani che hanno dovuto emigrare e per molte ragioni. Abbiamo sempre riconosciuto che tra i milioni di emigrati era inevitabile che alcuni di loro si sarebbero comportati in quel modo.

Il lettore ha giudicato gli emigrati italiani e i loro discendenti in quel lontano continente secondo le misure di chi non conosce la loro Storia che poi, come abbiamo sempre ritenuto, è anche la Storia d’Italia. Una Storia che ha segnato un passaggio essenziale per lo sviluppo d’Italia da un paese in rovine a essere ora una delle superpotenze economiche mondiali. E in gran parte grazie al contributo non solo degli emigrati italiani negli anni immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, ma anche dei loro figli e nipoti e in molti casi anche dei loro pronipoti oggi.

Debito

L’emigrato italiano dell’immediato dopo guerra spesso non partiva per sua spontanea volontà. Molti di loro erano costretti a emigrare certamente dalle circostanze del paese all’epoca, ma anche dalle pressioni più o meno aperte anche delle autorità locali che non sapevano come gestire il grande numero di giovani disoccupati. Furono stabiliti accordi con altri paesi per lavoro in altri continenti e molti sono partiti per le pressioni. Sin dall’inizio questo ha creato tra molti d loro, compresi i miei genitori, un rapporto di amore/odio verso il loro paese di nascita.

Bisogna anche ricordare che la maggioranza di quella generazione, sia del sud del paese che dal nord, era di origini contadine e che avevano avuto poca scuola perché iniziarono il lavoro nei campi giovanissimi e nella maggioranza dei casi non parlavano che il loro dialetto. Inoltre, erano stati anche soldati durante la guerra ed anche per questo quel “finti italiani” è un’offesa per chi ha svolto il proprio dovere verso il paese.

Nei nuovi paesi di residenza non esistevano i servizi di assistenza tra italiani come ci sono oggi in molte di queste communità. Anzi, non avevano il tempo nemmeno di imparare la nuova lingua perché dovevano fare molto lavoro e non solo per permettersi di comprare la casa nel nuovo paese ed è questo la prima parte del debito d’Italia.

Quella generazione di emigrati spesso faceva due o anche tre lavori non solo per pagare le spese quotidiane, ma soprattutto perché una bella parte degli stipendi veniva inviata a casa ai genitori e i fratelli e sorelle in Italia. Ricordiamoci anche che molti dei nostri emigrati si sono trovati poi a lavorare con soldati che avevano combattuto durante la guerra e questo certamentamente non ha aiutato l’integrazione nel paese…

Oggigiorno si parla del “Boom Economico” degli inizi degli anni 60 che ha lanciato l’Italia verso il G8, ma pochi oggi ricordano che per oltre quindici anni i soldi inviati in Italia dai suoi emigrati erano tra le prime cinque fonti di valuta estera del paese e quindi una motore essenziale per il rilancio economico del paese, quando i parenti in Italia hanno cominciato a comprare i frigoriferi, le auto ed eventualmente il televisore, ecc., ecc.

E non solo. Questi soldi alle famiglie in Italia hanno permesso a fratelli e sorelle di poter non solo andare a scuola ma per molti di poter continuare l’università per diventare medici, avvocati, insegnanti, ingegneri e così via.

Non sappiamo se esistono le statistiche, ma sarebbe interessante sapere quanti dei professionisti laureatisi negli anni 50, 60 e 70 in Italia hanno potuto farlo grazie ai contributi degli zii all’estero.

Ma il contributo dei nostri parenti e amici all’estero non si limita solo ai soldi inviati alle famiglie in Italia. Con il tempo molti hanno cominciato ad aprire imprese che importavano prodotti italiani nei loro nuovi paesi di residenza. Non parliamo solo di prodotti alimentari, come dice il luogo comune, dai nostri innumerevoli pizzerie, ristoranti e pasticcerie, ma anche delle piastrelle, auto, lampadari, macchinari industriali, prodotti per produrre vestiti e molto di più per capire che i figli e nipoti di quella generazione tutt’oggi ancora svolgono un ruolo importante in queste esportazioni.

Scuola

È facile poi criticare i figli di non sapere la lingua del paese d’origine, ma per almeno i primi due decenni dopo la guerra non era possibile farlo perché pochissime scuole all’epoca davano l’italiano come materia scolastica. Al massimo potevi studiare il francese. E poi, come abbiamo descritto nell’ultimo articolo, la lingua in casa non era l’italiano ma il dialetto.

Infatti, molti di questi genitori “analfabeti”, ma per niente stupidi, hanno investito i loro soldi nell’educazione dei figli per farli diventare professionisti e per questo i loro figli non hanno mai avuto il tempo di studiare la nostra lingua.

Dobbiamo anche ricordare che per gli emigrati oltreoceano le distanze e i costi non permettevano a molti di poter tornare facilmente ai loro paesi di nascita ed alcuni non sono mai più tornati. Allora è naturale che per loro l’Italia che immaginavano sia quella che avevano lasciato e non il paese moderno che hanno aiutato a trasformare con il frutto dei loro lavori. Poi, quando tornano finalmente non è insolito che vengonon derisi d’essere partiti perché “se fossero rimasti sarebbero divenati ricchi” come molti hanno sentito dire. Una beffa vera per loro.

I loro figli magari ci vanno in Italia per vacanze da tanto in tanto, vedono le bellezze del paese e non capiscono le differenze tra la realtà e i ricordi dei loro genitori/nonni. Ma questo non è colpa loro perché fino a non pochi anni fa non esistevano le trasmissioni RAI nel mondo (e solo in italiano…) e nemmeno l’internet, ecc., che ora ci permette di seguire notizie estere in tempo reale e non dopo settimane come succedeva nel passato.

Potremmo continuare per pagine di parlare di queste cose, ma crediamo di avere fatto capire al lettore in quel paese lontano che il suo giudizio non faceva altro che confermare quel che abbiamo sempre sostenuto nelle nostre rubriche.

L’Italia oggi ha dimenticato il suo debito verso i suoi emigrati e, peggio ancora, non ha mai capito i loro sforzi e sacrifici, le discriminazioni e in alcune casi, le persecuzioni che hanno dovuto subire per poter fare non solo la loro vita nuova all’estero, ma anche per poter contribuire alle loro famiglie rimaste a casa, e quindi anche all’Italia, per uscire dalle rovine della guerra.

Il nostro lettore ci ha dato lo spunto per fare ricordare agli italiani in Italia che se i nostri parenti e amici non fossero partiti, con le buone o con le cattive, dopo la guerra, il paese sarebbe molto diverso e certamente molto più povero di quel che è.

E come potrà l’ Italia ripagare questo debito? Non sarebbe poi così caro, aiutare i discendenti degli emigrati a conoscere la loro Cultura, che è la nostra e aiutarli a trovare le loro radici. Un prezzo che si paghrebbe da solo in poco tempo. Ma per farlo bisogna agire e non solo parlare degli italiani all’estero.

Se avete qualche storia da raccontare di queste esperienze dei genitori o nonni o anche personali, inviatele a: gianni.pezzano@thedailycases.com

 

di emigrazione e di matrimoni

Italy’s Debt to her migrants

That generation of migrants often held two or even three jobs not only to pay their living expenses but above all because a good part of the wages was sent home to the parents and the brothers and sisters in Italy.

By Gianni Pezzano

The latest article about Italians overseas (https://thedailycases.com/nascere-italiano-all-estero-being-born-italian-overseas/) had many comments and reactions from all the world, however one astounded us, not because it was the only negative comment but because the exchange with the reader showed exactly what we are trying to say, that Italy understands very little about the realities overseas and, worse still, almost everybody has forgotten the country’s debt to her migrants, as well as to their descendants.

We will not name the reader and not even his country of residence, we will only say that he is a recent migrant and not very young. From past experience we can only say that his attitude towards our relatives and friends overseas is not rare in Italy and that exchange made us understand that it is time to write down what Italy’s debt is.

Reply

The morning after the article’s release there was a very brief comment on the social media, “You are not Italian” but not one word on the content. I was curious to know the reason for that opinion and his answer left me stunned.

Well, I have met many fake Italians who were not at all sympathetic and they knew nothing about our land they spoke but knew nothing convinced that it is like their father or grandfather told them”

That “fake Italians” struck me but the rest of the phrase only confirmed that the reader did not understand the sense of the article nor of all the articles in our “Italians overseas” section. In fact, we have never treated our relatives and friends overseas as “saints” but as human beings who had to migrate for many reasons. We have always recognized that amongst the millions of migrants it was inevitable that some of them would behave badly.

The reader had judged Italian migrants and their descendants in that far away continent according to the yardstick of someone who does not know their history which is, as we have always believed, also Italy’s history. A history marked by a fundamental passage for Italy’s development from a country in ruins to one that is now a world economic superpower. And largely thanks to the contribution not only of the Italian migrants immediately after World War Two but also to their children and grandchildren and in many cases today to their great grandchildren.

Debt

Italian migrants of the immediate post war period often did not leave of their own free will. Many of them were forced to migrate, certainly by the country’s circumstances at the time but also by more or less open pressure from the local authorities who did not know how to manage the great numbers of unemployed. Agreements were signed with other countries for them to work in other continents and many left due to pressure. From the beginning this created amongst many of them, including my parents, a love/hate relationship with their country of birth.

We also have to remember that the majority of that generation, from both the north and the south, were from farming backgrounds and they had little schooling because they began working in the fields at a very young age and in the majority of cases they spoke only their dialect. Furthermore, they had also been soldiers during the war and for this reason too that “fake Italians” was offensive to those who performed their duty to their country.

There were no welfare services amongst Italians in the new countries of residence as there are today in many of these communities. Indeed, they did not even have the time to learn the new language because they had to work hard and not only to be able to buy their own homes and this is the first part of Italy’s debt.

That generation of migrants often held two or even three jobs not only to pay their living expenses but above all because a good part of the wages was sent home to the parents and the brothers and sisters in Italy. Let us also remember that many of our migrants then found themselves working alongside soldiers they had fought against in the war and this certainly did not help their integration in the country…

Today we often talk about the “Economic Boom” of the early 1960s that launched Italy towards the G8 but few today remember that for more than fifteen years the money sent to Italy by her migrants were one of the country’s top five sources of foreign currency and therefore an essential engine for the country’s economic revival when the relatives in Italy began to buy refrigerators, cars and eventually televisions, etc, etc, etc…

And not just this. The money sent to the families in Italy allowed brothers and sisters to not only be able to go to school but for many to be able to continue onto university to become doctors, lawyers, engineers and so forth.

We do not know if there are statistics but it would be interesting to know how many professionals who graduated in Italy in the 1950s, 60s and 70s were able to do so because of the contributions from their uncles and aunts overseas.

But the contribution from our relatives and friends overseas was not limited to only sending money to their families in Italy. Over time many began to open up their own businesses that imported Italian products to their new countries of residence. We are not talking only about the clichés of our innumerable pizzerias, restaurants and pastry shops but also of tiles, cars, lighting, industrial machines, products for producing clothes and much more which makes us understand that the sons and grandchildren of that generation today still carry out an important role in these exports.

School

And then it is easy to criticize the children who do not know the language of the country of origin but for at least the first two decades after the war it was not possible to do so because few schools at the time taught Italian as a subject. At the most you could study French. And then, as we described in the last article, the language spoken at home was not Italian but dialect.

In fact, many of these “illiterate” but not at all stupid parents invested their money in their children’s education to make them professionals and for this reason their children never had the time to study our language.

We must also remember that for the migrants in other continents the distances and the costs did not allow them to return easily to their country of birth and some never went back. So it is natural for them to imagine Italy as it was when they left and not the modern country that they helped to transform with the fruit of their labour. And then, when they finally did go back it was not unusual for them to be derided for having left because “if they had stayed they too would have become rich” as many were told. This was a real slap in the face for them.

Their children may then go to Italy on holiday from time to time, they see the country’s marvels and they do not understand the differences between the reality and their parents/grandparents’ memories. But this is not their fault because up to a few years ago there were no programmes from RAI (and only in Italian…) and not even the internet that now allows us to follow overseas news in real time and not after weeks as happened in the past.

We could go on for pages speaking of these things but we think that we have made the reader in that far away country understand that his judgment had only confirmed what we have always stated in our articles.

Today’s Italy has forgotten its debt to her migrants and, worse still, has never understood their efforts and sacrifices, the discrimination and in some cases persecution that they had to endure to not only make a new life overseas but also to contribute to the families they left behind and therefore also to Italy being able to rise from the ruins of the war.

Our reader gave us the spark for making Italians in Italy remember that if our relatives and friends had not left by hook or by crook after the war that the country would have been very different and certainly much poorer that what it is.

And how will Italy be able to pay this debt? It would not be very expensive, by helping the descendants to know their Culture, which is also our Culture, and to help them find their roots. This is a price that would pay itself in only a short time. But to do so we must act and not simply talk about the Italian overseas.

If you have any stories to tell about these experiences of your parents or grandparents, or even your own, send them to: gianni.pezzano@thedailycases.com

Nascere Italiano all’estero – Being born Italian overseas

di emigrazione e di matrimoni

Nascere Italiano all’estero 

Cosa vuol dire nascere italiano all’estero?

di Gianni Pezzano

A volte una domanda sembra fin troppo semplice, ma più leggo i post di italiani all’estero più mi rendo conto che per milioni di persone in tutti i continenti questa domanda è fondamentale per definire l’identità personale.

Questa rubrica è dedicata agli italiani all’estero e per questo motivo vado sempre più spesso nelle pagine dedicate alle nostre comunità in molti paesi. Questa ricerca è affascinante, ma non raramente mi trovo perplesso, perché il senso di cosa vuol dire essere “italiano” all’estero cambia davvero da persona a persona.

Allora vorrei fare qualche riflessione da figlio di emigrati italiani nato in un altro paese, nel mio caso in Australia, su cosa vuol dire essere figlio di due mondi, che in effetti è il senso di nascere italiano all’estero.

Ma partiamo spiegando di chi non parliamo in questo articolo.

Nati in Italia

Ovviamente chi nasce in Italia e emigra all’estero è davvero un “italiano all’estero”. Non importa se emigri per trovare lavoro, per raggiungere il marito partito prima per nuovo paese, oppure sei minorenne viaggiando con i genitori per iniziare una vita nuova lontano dal tuo paese di nascita.

In questi casi le esperienze sono quelle di integrarsi al meglio nel nuovo paese, di imparare la nuova lingua e i metodi di lavoro che quasi sempre cambiano da paese a paese. Senza dimenticare poi di mantenere i contatti con i parenti rimasti a casa, un fattore spesso ignorato (in entrambi i sensi della parola) quando si parla dei nostri emigrati, perché fino a non tanto tempo fa questo non era affatto facile.

Questi sono fattori che milioni di emigrati italiani hanno dovuto affrontare, ma quel che molti in Italia non hanno mai capito è che anche chi nasce all’estero ha problemi legati all’emigrazione, non solo dai genitori, ma anche dai nonni o bisnonni.

Nascere all’estero

È facile dire e pensare che se nasci in un altro paese che appartieni a quel paese, ma non è necessariamente l’unico caso. Nel senso legale questo è vero nei paesi di ius soli, come l’Australia e gli Stati Uniti, nascere in quel paese vuol dire nascere con la cittadinanza del paese e in molti casi, nei quali i genitori siano ancora cittadini italiani, nasci con la doppia cittadinanza.

Se sei della prima generazione nata all’estero, cioè i tuoi genitori sono emigrati italiani, questo vuol dire che abiti in una casa dove la lingua è quasi sempre l’italiano, le tradizioni sono per la maggior parte ancora italiane e i tuoi parenti e anche amici sono per la maggioranza italiani.

Ma quando inizi a scuola cominci a capire davvero che la tua famiglia non è come la maggioranza degli altri.

Per noi primi figli nati in Australia nell’immediato dopo guerra, abbiamo scoperto al prima giorno di scuola che non parlavamo la lingua dei mostri coetanei australiani.  Riguardo questo aspetto dobbiamo ricordarci che gli emigrati italiani fino agli anni sessanta non parlavano l’italiano ma il loro dialetto, e di conseguenza i loro figli spesso non capivano che non parlavano la nostra lingua, e molti di questi ragazzi hanno capito questo solo al primo viaggio in Italia.

Questa fattore di lingua già ti mette in disparte dai tuoi coetanei a scuola. I primi giorni sono sempre difficili, magari hai più attenzione (e a volte meno per le stesso motivo) dagli insegnati che devono affrontare questa mancanza linguistica. Magari i tuoi coetanei sono figli di chi non vede di buon occhio i nuovi arrivati nel paese, e allora cominciano le battute e i commenti che ti seguono per tutta la tua vita in un modo o in un altro. Senza dimenticare per la mia generazione che i padri dei nostri coetanei avevano combattuto contro soldati italiani durante la guerra.

Nel corso degli anni nella case italiane la lingua in casa è cambiata, non più solo l’italiano, ma italiano con i genitori e inglese tra i figli. Questo succede poi nei raduni con parenti, paesani e amici italiani. Così i figli parlano tra di loro l’inglese (o lo spagnolo, portoghese, ecc., in altri paesi) e con ogni figlio che nasce in famiglia il livello d’italiano del figlio calava, perché imparavano a parlare l’inglese con i fratelli e non solo l’italiano dai genitori.

Conosco poche famiglie in Australia che hanno deciso di non parlare più l’italiano in casa per poter integrarsi, o nei casi estremi assimilarsi ai i nuovi concittadini. Questo poi diventava un problema per i nipoti e i pronipoti degli emigrati perché quando arriva la voglia naturale di molti di volere sapere le proprie origini si rendono conto che quel poco che sanno dell’italiano non è poi tanto “italiano”, ma spesso variazioni di parole e frasi che più che italiano è un dialetto, spesso molto stretto di paesini isolati dove i figli lavoravano nei campi da giovani invece di andare a scuola. Questo poi non è il caso non solo nel sud, come dicono i luoghi comuni, ma anche nel nord dove zone ora ricche come il Veneto e il Friuli erano povere e considerate “il Sud del Nord”.

Nipoti e pronipoti

Per i nipoti e pronipoti degli emigrati i ricordi dei nonni italiani sono vaghi e approssimativi. I loro legami con  le loro origini sono spesso la cucina, magari qualche tradizione come il maiale, fare il vino, magari il ragù della domenica. Ma ormai queste tradizioni non sono più quelle di una volta, ma le variazioni naturali di chi vive all’estero.

Ormai a questo punto i legami con i parenti in Italia sono spesso tenui e certamente la barriera della lingua si sente, particolarmente nei casi dove parenti e nonni avevano imposto di non parlare più l’italiano in casa.

Quindi per i discendenti degli emigrati essere “italiani” vuol dire quel che fanno in casa e poichè non sono stati mai in Italia nella maggioranza dei casi, le loro idee del paese d’origine della famiglia sono antiche e non tengono conto dei cambiamenti enormi nel Bel Paese negli ultimi decenni.

Litigi e origini

Inoltre, e probabilmente la causa principale per i litigi frequenti che vediamo sulle pagine degli italo-americani, non capiscono la varietà enorme di tradizioni in Italia, dalle ricette principale, agli ingredienti che cambiano da famiglia a famiglia e non solo da regione a regione. Per loro “italiano” è quel che fanno loro e quel degli altri “non è italiano”.

Questo è un aspetto che dobbiamo capire e considerare perché fa parte del sapere come meglio affrontare e promuovere la nostra Cultura, in tutti i suoi aspetti, all’estero. I nipoti e i pronipoti dei nostri emigrati sono fieri delle loro origini e vorrebbero conoscere le loro radici, magari i parenti in Italia, se ce ne sono ancora, ma non sanno come fare le ricerche e certamente non hanno i mezzi linguistici per poterlo fare nel miglior modo possibile.

Considerando che i discendenti di emigrati italiani in giro per il mondo è oltre 85 milioni (e probabilmente molto di più) ,  l’Italia ha la possibilità di accogliere ogni anni milioni di italiani all’estero che vogliono riscoprire le loro origini.

Ma per poterlo fare dobbiamo capire chi sono davvero i nostri parenti e amici all’estero e non basarci più su luoghi comuni ma su realtà che non capiamo fino in fondo.

Perciò dobbiamo seriamente stabilire un progetto per capire la Storia degli italiani all’estero, perché è molto più ricca e variegata di quel che molti pensano. E dobbiamo farlo perché i genitori, nonni e bisnonni di queste generazioni hanno anche contribuito a cambiare l’Italia e dunque la loro Storia è anche la nostra Storia.

Come paese abbiamo un debito enorme verso loro che non è mai stato riconosciuto in pieno, a partire dai nostri governanti.

Se vuoi raccontare la tua storia da italiano all’estero invia la tua storia a: gianni.pezzano@thedailycases.com

 

di emigrazione e di matrimoni

Being born Italian overseas

What does being born Italian overseas mean?

by Gianni Pezzano

At times a question seems all too simple but the more I read posts from Italians overseas the more I understand that for millions around the world this question in essential for defining their personal identity.

This section is dedicated to Italians overseas and for this reason I read more and more often the social media pages dedicated to our communities in many countries. This research is fascinating but often I am perplexed because the sense of what it means to be “Italian” overseas truly changes from person to person.

So, as the son of Italian migrants born overseas, in my case in Australia, I would like to make some reflections on what it means to be the son or daughter of two worlds, which is the effect of being born Italian overseas.

But let’s start with who we are not talking about.

Born in Italy

Obviously those born in Italy and who migrate overseas are “Italians overseas”. It does not matter if they migrate to look for work, to reach the husband who migrated first for the new country or if they are a children travelling with their parents to start a new life far away from their country of birth.

In these cases the experiences are those of integrating in the best way possible in the new country and to learn a new language and work methods that change from country to country. Without forgetting maintaining contact with the relatives who stayed behind, a factor that is often ignored when we talk about our migrants because up to not long ago this was not at all as easy.

These are the factors that millions of Italians had to deal with but what many in Italy have never understood is that even those born overseas have problems tied to migration, not only that of their parents but also grandparents and great grandparents.

Being born overseas

It is easy to say and think that if you are born in another country that you belong to that country but this is not necessarily the case. In the legal sense this is true in those countries with citizenship laws based on place of birth such as Australia and the United States where being born in that country means being born with the country’s citizenship and in many cases, those when the parents are still Italian citizens, you are born a dual citizen.

If you are one of the first generation born overseas, that is your parents are Italian migrants, this means that you live in a home where the language is almost always Italian, the traditions are mainly still Italian and your relatives and friends are for the great part Italians.

But when you start school you begin to really understand that your family is not like most of the others.

So we first children born in Australia in the years after World War Two discovered on our first day at school that we did not speak the language of our Australian peers. Concerning this matter we must remember that the up to the early sixties Italian migrants mainly did not speak Italian but their dialects and subsequently their children often did not understand they did not speak our language and many of these young people found out only in their first trip to Italy.

This matter of language already set us apart from our peers at school. The first days at school are always difficult and maybe the teacher who had to deal with this linguistic gap paid you more attention (and at times less for the same reason). Maybe your peers are children of those who have little regard for the new arrivals in the country and so the jokes and the comments you will hear for all your life begin. Without forgetting that for my generation the fathers of our peers had fought against Italian soldiers during the war.

Over the years the language spoke in Italian homes changed, no longer only Italian but Italian with the parents and English between the children. This then also happened in the get-togethers with relatives, people from the same towns and Italian friends. So the children talked to each other in English (or Spanish, Portuguese, etc…in other countries) and with the birth of each new child the level of Italian in the family declined because they learnt to speak English from their brothers and sisters and not Italian from the parents.

I know few families in Australia that decided to no longer speak Italian at home in order to integrate and in some extreme cases, to assimilate, with their new countrymen. This then became a problem for the migrants’ grandchildren and great grandchildren because when the natural desire came to know their origins they understood that the little they knew of Italian was not very “Italian” but often variations of words and phrases that were dialects more than Italian, often of isolated small towns where the sons worked in the fields from childhood instead of going to school. And this was not the case only in the country’s southern regions as the clichés state but also in the north where areas that are now rich, such as the Veneto and the Friuli, were poor and considered the “south of the north”.

Grandchildren and great grandchildren

For the grandchildren and great grandchildren of migrants the memories of the Italian grandparents are vague and approximate. Their ties to their origins are often the cuisine and some traditions such as the pig, making wine and maybe the Sunday pasta sauce. But by now these traditions are no longer those of long ago but natural variations for those who live overseas.

At this point the ties with Italy are often weak and the language barrier is certainly felt, especially in the cases where the parents and grandparents had decided to no longer speak Italian at home.

Therefore for the descendants of migrants being “Italian” means what they do at home and because in the majority of cases they have never been to Italy their ideas of the family’s country of origin are ancient and they do not realize the enormous changes in Italy over the decades.

Arguments and origins

Furthermore, and probably the main cause of the frequent arguments we see on the Italian-American pages, they do not understand the enormous variety of traditions in Italy, of the main recipes, of the ingredients that change from family to family and not only from region to region. For them “Italian” is what they do at home and what the others do is “not Italian”.

This is an aspect that we must understand and bear in mind because it is part of knowing how to best promote our Culture in all its aspects overseas. Our migrants’ grandchildren and great grandchildren are proud of their origins and would like to know their roots, maybe their relatives in Italy if there are any, but they do not know how to do the research and they certainly do not have the linguistic skills to do so in the best was possible.

Bearing in mind that there are more than 85 million descendants of Italian migrants around the world (and probably many more) Italy has the potential to welcome millions of Italians overseas every year who want to discover their origins.

But in order to do so we must understand who our relatives and friends really are and not base our ideas on clichés more than on realities that we do not understand in depth.

For this reason we must seriously consider establishing a project to understand the history of Italians overseas because it is much richer and much more varied than many think. And we must do this because the parents, grandparents and great grandparents of these generations contributed to changing Italy and therefore their history is also our history.

As a country we owe them a huge debt that has never been fully recognized, starting with our governments.

If you want to tell your story as an Italian overseas send your story to: gianni.pezzano@thedailycases.com

“Canta che ti passa!”: l’eredità musicale della Grande Guerra- “Sing and it will pass!”: the Great War’s musical heritage

di emigrazione e di matrimoni

“Canta che ti passa!”: l’eredità musicale della Grande Guerra

Cantando nell’immobilità delle trincee, principale teatro della guerra di logoramento fisico e psicologico, era possibile imparare un po’ di italiano.

di Giulia Dettori
Introduzione di Gianni Pezzano

Per molti la Storia è qualcosa del passato e per quel motivo non ci rendiamo conto che la Storia ci circonda e che spesso sentiamo tracce di quel passato che ha formato il mondo in cui viviamo.

Questo è il caso non solo dei palazzi storici e i cimiteri dove riposano le vittime di guerre atroci che riempiono innumerevoli volumi di Storia. Anche molte canzoni fecero parte del primo conflitto mondiale, la guerra che doveva porre fine a tutte le guerre, e chi le scrisse sperava che sarebbe stata davvero l’ultima guerra.

Purtroppo questo non è successo e le prove di questo fallimento si trovano anche nei testi di canzoni che ancora oggi sentiamo spesso alla televisione e al cinema.

Perciò, mentre leggiamo l’articolo di Giulia teniamo ben in mente che il passato non è mai sparito del tutto e, peggio ancora, rischiamo fin troppo spesso di ripetere errori orribili e di aggiungere altri morti alle vittime del passato.

La canzoni sono davvero belle, ma se non le ascoltiamo bene e capiamo le loro parole e i loro preavvisi rischiamo di dover scrivere nel futuro altre canzoni poichè non siamo stati capaci di capire il messaggio che contengono.

“Canta che ti passa!”: l’eredità musicale della Grande Guerra

Di Giulia Dettori

Oggi i libri di storia ignorano ancora o trattano parzialmente la straordinaria presenza della musica nell’ambito del primo conflitto mondiale, un aspetto consolidato dall’ampia serie di canzoni popolari ideate fra il 1915 e il 1918.

Si tratta di un repertorio notevole sia dal punto di vista quantitativo che contenutistico, inoltre poteva avere molte finalità ma costituiva in ogni caso il principale sostegno psicologico per i giovanissimi soldati coinvolti (parte dei quali addirittura classe 1896).

“Canta che ti passa!”, il detto nato in quel periodo, fu l’espressione che riassumeva meglio l’obiettivo degli inni nei campi di battaglia, in cui la convivenza obbligata fra tanti italiani era resa meno pesante dal fatto che la guerra fosse un “mal comune”, durante il quale i processi di socializzazione vennero favoriti dal linguaggio universale per eccellenza: la musica.

La lingua italiana grazie alla musica

Per le generazioni provenienti da tutta Italia e divise da usi, costumi e soprattutto linguaggi diversi (i vari dialetti), la pratica musicale non aveva solo un intento terapeutico: cantando nell’immobilità delle trincee, principale teatro della guerra di logoramento fisico e psicologico, era possibile imparare un po’ di italiano.

L’assidua condivisione della musica, infatti, fu centrale per la creazione di una cultura interclassista, volta alla lotta contro l’analfabetismo e alla formazione di un esercito in cui i soldati potessero comunicare facilmente con i propri colleghi.

 Nei testi delle canzoni, oltre tutto, si mescolano i repertori locali – basti pensare alle napoletane ‘O primmo reggimento e ‘O surdato ‘nnamurato (1915), quest’ultima resa nuovamente celebre nel 1971 dall’interpretazione di Anna Magnani nel film La Sciantosa – e una certa cultura dominante, articolata in canti di esaltazione guerresca, di evasione o di marcia, cui se ne aggiunsero altri legati alla libera espressione dei sentimenti diffusi in guerra come il dolore, la rassegnazione, la rabbia e la protesta (l’antimilitarmismo di O Gorizia tu sei maledetta fu denunciato per vilipendio delle forze armate ancora nel 1964, al “Festival dei Due Mondi” di Spoleto).

La musica per la storia

Le melodie degli Alpini sono un autentico manifesto dell’umanità sul fronte occidentale, e ricostruiscono gli avvenimenti più significativi nella storia della prima guerra mondiale: solo per fare qualche esempio, Tapum e Monte Cannito raccontano la fase della guerra di posizione, mentre La canzone del Piave e La Canzone del Grappa parlano della resistenza dopo Caporetto.
Il conflitto, dunque, ispirò i testi per delle musiche capaci di rendere immortale la partecipazione italiana alla grande guerra, e di ricordarla ancora oggi in tutto il mondo ai pronipoti dei giovani soldati presenti sul fronte.

di emigrazione e di matrimoni

 “Sing and it will pass!”: the Great War’s musical heritage

By singing in the immobility of the trenches, the main theatre of the war of physical and psychological attrition, it was possible to learn a little Italian

by Giulia Dettori
Introduction by Gianni Pezzano

For many of us history is something that belongs to the past and for that reason we do not understand that history surrounds us and that we often hear traces of the past that shaped the world in which we live.

This is the case not only of the historic buildings and cemeteries where the victims of the atrocious wars that fill innumerable volumes of history lie. Many songs were also part of the First World War, the war that should have ended all wars, and those who wrote them all hoped that it would truly have been the final war.

Unfortunately this did not happen and the proof of this failure is in the lyrics of the songs that we still hear today on the television and in the cinema.

Therefore, as we read Giulia’s article let us bear well in mind that the past has never totally disappeared and, worse still, we risk all too often to repeat horrible mistakes and to add other dead to the victims of the past.

The songs are truly beautiful but if we do not listen to them well and understand their words and their warnings we risk having to write other songs to teach future generations that we were not able to understand the message they contain.

Sing and it will pass!”: the Great War’s musical heritage

By Giulia Dettori

History books today still ignore or deal partly with the extraordinary presence of music in the context of the First World War, an aspect that was consolidated in the wide range of popular songs written between 1915 and 1918.

There is a noteworthy repertoire in both quantity and content. It could also have had other purposes but in any case music made up the main psychological support for the very young soldiers involved in that war, some of whom were born as late as 1896.

 “Canta che ti passa!” (Sing and it will pass), which was the saying that was created at the time, was the expression that best summarizes the aim of these hymns on the battlefields in which the forced cohabitation between many Italians was made less heavy by the fact that the war was the “common malady” during which the processes of socialization were favoured by the universal language par excellence, music.

The Italian language thanks to music

For the generations that came from all of Italy and divided by habits, customs and particularly different languages (the various dialects) the practice of music not only had a therapeutic intent but by singing in the immobility of the trenches, the main theatre of the war of physical and psychological attrition, it was possible to learn a little Italian.

In fact, the assiduous sharing of music was central part of the creation of an interclass culture and was aimed at the struggle against illiteracy and the training of an army in which the soldiers could communicate easily with their colleagues.

Local regional repertoires were mixed, above all in the lyrics of the songs and we only have to think of the Neapolitan ‘O primmo reggimento (The First Regiment) and ‘O surdato ‘nnamurato (The Soldier in love, both 1915), the latter made famous by Anna Magnani’s interpretation in the TV film La Sciantose (The Singer), as well as a certain dominant culture expressed in the songs that exalted war, evasion or marching to which were added others tied to free expression of widespread emotions in war such as pain, resignation, anger and protest (the anti-militarism of O Gorizia tu sei maledetta [Oh Gorizia, you are damned] was denounced for contempt of the armed forces as recently as 1964 at Spoleto’s “Festival dei Due Mondi”).

Music for History

The melodies of the Alpini (Italy’s Alpine troops) are an authentic manifesto of the humanity on the western front and they reconstruct the most important events of the history of the First World War. To give only a few examples, Tapum and Monte Cannito describe the phase of positioning of the troops, while La canzone del Piave (Song of the Piave River) and La Canzone del Grappa (The Song of the Mount Grappa) speak of the resistance after the disastrous defeat at Caporetto.

Therefore the conflict inspired the music’s lyrics which made Italy’s participation in the Great War immortal and also around the world today this music still reminds the great grandchildren of those young soldiers that they were on the front.

Il libro Proibito: Il Testimone Scomodo – The Forbidden Book: The Troublesome Witness

di emigrazione e di matrimoni

Il libro Proibito: Il Testimone Scomodo

Dieci anni fa doveva uscire il mio libro The Troublesome Witness (Il Testimone Scomodo). Il libro doveva essere la prima biografia in lingua inglese del grande giornalista italiano Indro Montanelli.

di Gianni Pezzano

Dieci anni fa doveva uscire il mio libro The Troublesome Witness (Il Testimone Scomodo). Il libro doveva essere la prima biografia in lingua inglese del grande giornalista italiano Indro Montanelli, un libro che contiene una selezione dei migliori articoli dei suoi sette decenni di carriera e cronache che farebbero meravigliare il mondo, ma questo ancora non è successo.

Infatti, a quasi diciotto anni dalla sua morte Indro Montanelli è ancora sconosciuto al grande pubblico anglosassone, e in modo specifico agli italiani all’estero che con le sue opere avrebbero capito meglio le glorie del nostra passato e la nostra Cultura.

Purtroppo la Fondazione Montanelli e i suoi eredi hanno deciso di bloccare il libro per motivi a me incomprensibili. Peggio ancora, non mi hanno mai dato l’opportunità di poter trovare una risoluzione amichevole a questo stallo, anzi, hanno rifiutato ogni tentativo di comunicazione e hanno fatto persino minacce di azioni legali, malgrado il fatto che io non abbia mai commesso atti illeciti nei loro riguardi e abbia più volte cercato di parlare in modo conciliante con loro.

Cultura

Ho svolto per decenni attività per la promozione della nostra Cultura in Australia e nel corso di quegli anni ho capito che dobbiamo utilizzare mezzi e messaggi preparati specificatamente per promuoverla al grande pubblico internazionale, a partire dagli italiani all’estero, che conosce poco o niente della nostra Cultura, Storia e politica. Ho scritto il libro con questo concetto ben in mente.

Inoltre, da laureato in Storia Moderna, ho trovato il personaggio Indro Montanelli d’enorme interesse per due motivi particolari. Il primo di tutti è che lui è stato davvero il“testimone di un secolo” come venne descritto alla sua morte nel 2001 all’età di 92 anni e una carriera di ben 70anni. Il secondo motivo, e di importanza fondamentale, era la sua capacità straordinaria di mettere in poche parole concetti complicati e di spiegare in modo chiarissimo e inequivocabile quel che aveva visto, esprimendo   pareri chiari su incidenti di importanza anche mondiale, che lo rendono un personaggio chiave come rampa di lancio per promuovere la nostra Cultura e Storia.

Perciò spieghiamo chi era Indro Montanelli.

Carriera incredibile

Senza dubbio Indro Montanelli era e rimane ancora oggi il nostro giornalista più importante e per molti versi anche il più controverso. Fu ufficiale dell’esercito italiano in Eritrea durante la guerra coloniale (che all’epoca descrisse in un libro di successo), fu esiliato dopo la cronaca controversa di una “battaglia” nella Guerra Civile in Spagna che coinvolse soldati italiani e finì per questo in esilio come castigo e per un periodo sospeso come giornalista, fece il corrispondente di guerra durante la seconda guerra mondiale in Polonia (dove incontrò Hitler), vide l’invasione sovietica dei paesi baltici, vide l’invasione tedesca della Norvegia e in modo particolare e spettacolare vide le due guerre tra la piccola Finlandia e l’Unione Sovietica nel 1940 e vide la guerra italiana nei Balcani. Fu  arrestato e condannato a morte dai tedeschi prima di fuggire in Svizzera per un periodo. Al ritorno in Italia fu testimone di quel che Ferruccio Parri descrisse come la “macelleria messicana” in Piazzale Loreto nell’aprile del 1945.

Dopo la guerra continuò a fare il corrispondente internazionale per il celebre “ Il Corriere della Sera” di Milano in conflitti in giro per il mondo dove fu testimone alla fine dell’occupazione americana del Giappone, la guerra in Corea, la divisione del subcontinente in India e Pakistan, l’inizio delle guerre d’indipendenza del Vietnam  e dell’ Algeria e la creazione dello stato di Israele. Finì la carriera internazionale nel 1956 con la Battaglia di Budapest che porse fine alla rivolta degli ungheresi contro la strapotenza sovietica, e le cronache di quella battaglia non solo sono capolavori ma furono anche la causa di molte controversie in Italia. Tutti questi episodi sono descritti con i suoi articoli nel libro.

Al ritorno in Italia seguì la politica italiana, creò un giornale nuovo “Il Giornale” dopo il suo abbandono dal Corriere della sera, fu gambizzato dalle Brigate Rosse, cedette il giornale a Silvio Berlusconi per poi litigare con lui e lasciare il giornale dopo l’entrata in politica del magnate nel 1994.

Tornò al Corriere della Sera per diventare di nuovo il suo opinionista più importante e curava la rubrica “La Stanza di Montanelli” nella quale rispondeva alle domande dei lettori. Continuò in questi ruoli fino alla sua morte per cancro il 22 luglio, 2001.

Come disse con stupore il mio ora ex editore australiano all’epoca, come fa il pubblico internazionale a non conoscere un uomo del genere? Infatti, proprio questo fu il motivo che mi ha spinto a scrivere il libro. Infatti, come si fa?

Editori in Australia e Italia

Quindi mi sono avvicinato all’editore australiano e tramite lui ho avuto il permesso della Rizzoli Libri in Italia, l’editore storico di Montanelli, a fare le ricerche su di lui. Tramite la Rizzoli ho avuto la collaborazione anche del Corriere della Sera che mi ha dato accesso al suo archivio storico per scegliere i migliori articoli.   Alla fine ho consegnato il manoscritto per l’approvazione dell’editore italiano e il suo consulente Franco Grassi non solo l’approvò per l’estero, ma persino ne consigliò un’edizione italiana.

Il libro non è una semplice antologia e non racconta solo la vita del Montanelli giornalista presentando i migliori articoli di ogni fase della sua carriera. Il volume narra anche la Storia d’Italia nelle fasi più importanti del ventesimo secolo, e lo fa con l’ordine cronologico della vita stessa del grande Indro.

Purtroppo non ero al corrente dell’errore dell’editore australiano nelle trattative per i diritti degli articoli, tradotti, lo ripeto, nella mia madrelingua, l’inglese, ben consapevole delle difficoltà con l’italiano degli anglosassoni e degli stessi italiani di seconda e oltre generazione. L’editore a mia insaputa non fece accordi legali con gli eredi come consigliato dalla responsabile della Rizzoli. Quando nel 2009 annunciò finalmente l’uscita del libro la risposta dell’Italia dagli eredi fu prima un rinvio, poi seguito dall’ordine di non pubblicare il libro.

Purtroppo a pagare il prezzo dell’errore dell’editore australiano non è stato lui, ma io che dopo tanto lavoro, ancora oggi ho scritto un libro che non posso pubblicare.

Battaglia importante

Questa battaglia è importante perché libri del genere sono fondamentali per far conoscere la nostra Storia e la nostra Cultura al mondo, a partire dai nostri parenti e amici all’estero che nel loro percorso scolastico non hanno mai avuto il modo di poterlo fare, soprattutto nella lingua dei loro paesi di residenza.

Indro Montanelli è certamente un personaggio controverso, ma chi meglio di lui può spiegare al pubblico internazionale l’Italia del ‘900? Chi meglio di lui ha conosciuto i potenti e le figure centrali nel corso di un secolo che non solo ha visto due guerre mondiali, ma ha anche visto milioni di italiani costretti a emigrare?

La risposta è semplice, nessuno.

Lottare

Il libro è stato scritto anche nella speranza di dare poter dare luce anche ad altri nostri autori e giornalisti nel corso del tempo. Il mondo anglosassone e le varie generazioni di italiani all’estero, conoscono davvero poco dei nostri grandi del giornalismo e della letteratura italiana. Eppure l’Italia è stata culla di civiltà e di cultura.

Da autore, e ora giornalista,   mi sento discriminato perché non appartengo al gotha della cultura italiana, ma sono semplicemente il figlio di emigrati italiani, laureato in Storia Moderna e quindi più che capace di scrivere un libro del genere come testimonia Franco Grassi, il consulente italiano che ha approvato il manoscritto. E soprattutto porto nel mio cuore il grande amore per la cultura insita nel mio Dna, e trovo davvero ingiusto il blocco al libro da me scritto con un No senza alcuna spiegazione. Gli eredi hanno sempre rifiutato anche solo 5 minuti di incontro con me, un atteggiamento inspiegabile dagli eredi di un uomo che ha sempre difeso la Libertà di Stampa.

Gli sbagli che fecero bloccare il libro non furono i miei, ma a pagarne il prezzo sono io. E lo stesso Indro Montanelli che scrisse “la memoria degli italiani per i loro autori è scritta sull’acqua”. Ma quello che dovrebbe far riflettere di più è che un grande autore come Montanelli , che nel 2001 fu dichiarato “Eroe della Stampa Mondiale” per il suo lavoro per la libertà di stampa nel mondo, sia così poco conosciuto all’estero, nel senso vero e proprio della parola ‘conoscenza’. Per conoscerlo bisogna leggerlo, ma lasciare le sue opere solo in italiano non è la soluzione per raggiungere la conoscenza internazionale della sua grande opera.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Forbidden Book: The Troublesome Witness

Ten years ago my book “The Troublesome Witness” should have been released. The book was to be the first English biography of the great Italian journalist Indro Montanelli.

by Gianni Pezzano

Ten years ago my book “The Troublesome Witness” should have been released. The book was to be the first English biography of the great Italian journalist Indro Montanelli, a book that contains a selection of his best articles over a seven decade career and reporting that would have amazed the world but this is still to happen.

In fact, nearly eighteen years after his death Indro Montanelli is still unknown to the great English language public and more specifically to the Italians overseas who with his works would have understood better the wonders of our past and our Culture.

Unfortunately the Montanelli Foundation and his heirs decided to block the book for reasons I have never understood. Worse still, they have never even given me the chance to be able to find an amicable solution to this impasse, rather, they have refused every attempt to communicate with them and they have even threatened legal action, despite the fact I have never committed an illegal act in their regards and that I have repeatedly tried to speak in a conciliatory way with them

Culture

I carried out decades of activity for the promotion of our Culture in Australia and over those years I understood that we must use means and messages specifically prepared for promoting Culture internationally, starting with the Italians overseas who know little or nothing about our Culture History or politics. I wrote the book with this well in mind.

Furthermore as a university graduate in Modern History, I found Indro Montanelli of enormous interest for two specific reasons. The first is that he was truly the “witness to a century” as he was described in 2001 after his death 92 and a seventy year career. The second highly essential reason was his extraordinary capacity to write complicated concepts in a few words and to explain clearly and unambiguously what he had seen and to express clear opinions on important incidents, even of worldwide interest. The two points make Montanelli a key person as a launching ramp for promoting our Culture and History.

Therefore let us explain who was Indro Montanelli.

Incredible career

Undoubtedly Indro Montanelli was and still is our most important journalist and for many reasons also the most controversial. He was an officer of Italy’s army during the colonial war (which at the time he described in a bestselling book), he was exiled after a controversial report after a “battle” in the Spanish Civil War involving Italian soldiers for which he was exiled for a time and for a period suspended as a journalist as punishment. He was a war correspondent during the Second World War in Poland (where he met Hitler), he saw the Soviet invasion of the Baltic States, he was present at the German invasion of Norway and in an especially spectacular way he witnessed the two wars between tiny Finland and the Soviet Union in 1940 and Italy’s war in the Balkans. He was arrested by the Germans and sentenced to death before fleeing to Switzerland. On his return to Italy he witnessed the incident in Milan’s Piazzale Loreto described by Ferruccio Parri as the “Mexican butcher shop” when the former dictator and his followers were displayed after their execution in April 1945.

After the war he continued as a international correspondent for Milan’s famous Il Corriere della Sera during which he witnessed the end of the American occupation of Japan, the Korean War, the division of the sub-continent into India and Pakistan, the beginning of the wars on Independence in Vietnam and Algeria, and the creation of the state of Israel. He ended his international career in 1956 with the Battle of Budapest that strangled the revolt of the Hungarians against the Soviet supremacy and the reports of that battle are not only masterpieces but were also the cause of much controversy in Italy. All these incidents are described in his articles in the book.

On his return to Italy he followed Italian politics, he created a new newspaper Il Giornale” (literally “The Newspaper) after leaving Il Corriere della Sera, he was kneecapped by the Red Brigade terrorists, he sold the newspaper to Silvio Berlusconi to then argue with him and leave the newspaper after the tycoon entered politics in 1994.

He returned to Il Corriere della Sera to become its most important opinion writer and he wrote the daily La Stanza di Montanelli (literally “Montanelli’s Room) section in which he answered readers’ questions. He continued in these roles until his death by cancer on July, 22nd, 2001.

As my stunned now ex Australia n publisher said at the time, how can the international public not know a man such as this? Indeed, this was the very reason that led me to write the book. Indeed, how can he not be known?

Publishers in Australia and Italy

So I approached an Australian publisher and through him we obtained the permission of Rizzoli Libri in Italy, Montanelli’s historic publisher, to carry out the research on him Through Rizzoli I also obtained the collaboration of Il Corriere della Sera which gave me access to its historic archives to choose his best articles. In the end I delivered the manuscript for their approval and their consultant Franco Grassi not only approved it for overseas release he even recommended an Italian edition.

The book is not simply an anthology and it does not tell only Montanelli’s life as a journalist by presenting the best articles from every stage of his career. The book also narrates Italy’s history in the most important stages of the twentieth century and it does so chronologically in line with the great Indro’s life.

Unfortunately I was not aware of my Australian publisher’s mistake in the negotiations for the rights to the articles that I had translated into my mother tongue English, I repeat, because I was well aware of the problems of English language speakers, including even Italians of second and later generations overseas, with Italian. Unknown to me the publisher had not signed an agreement with the heirs as advised by Rizzoli publisher’s director. When he finally announced in 2009 the release of the book the answer from Italy was first to ask for a delay and then to order that the book not be published.

Sadly the person paying the price for the Australian publisher’s mistake was not he but me who, after a lot of work, I still find myself with a book I wrote and cannot publish.

Important Battle

This battle is important because books such as this one are essential to make our History and Culture known to the world, starting with our relatives and friends overseas who during their schooling never had the manner to do so, above all in the languages of their countries of residence.

Indro Montanelli is certainly a controversial person but who better that he can explain Italy of the 20th century to the international public? Who better than he who met the powerful and central figures of international politics during the century and who saw not only two world wars but also saw millions of Italians forced to migrate?

The answer is simple, nobody.

Fight

The book was also written in the hope of over time putting other Italian writers and journalists under the spotlight. The English speaking world and the various generations of Italians overseas truly know little of the great exponents of Italian journalism and literature and yet Italy was the cradle of Civilization and Culture.

As an author and now a journalist I feel discriminated because I do not belong to the elite of Italian Culture but am simply the son of Italian migrants with a degree in Modern History and therefore more than capable of writing such a book as stated by Franco Grassi, the consultant who approved the manuscript. And above all I carry in my heart and DNA a great love for our Culture and I truly find it unjust that the book I wrote was blocked with a refusal that has never explained. The heirs have always refused me even a few minutes minutes of discussion, an unexplainable attitude by the heirs of a man who always defended Freedom of the Press.

The mistake that led to the blocking of the book was not mine but I am the one paying the price. The same Indro Montanelli also wrote that “Italy’s memory for its authors is written on water” And what should make us think even more is that a great author such as Montanelli, who in 2001 was declared a “Hero of the World’s Press” for his work for Freedom of the Press, is so little known overseas, in the true sense of the word “known”. To be known he must be read but to leave his works only in Italian is not the answer to achieving international knowledge of his great work.

La Tortura dell’Anima – The Torture of the Soul

di emigrazione e di matrimoni

La Tortura dell’Anima

Per nascita e quindi per legge Sara Gama, capitano delle Azzurre, è italiana a tutti gli effetti. Il razzismo non ha un ruolo in una società moderna, è l’antitesi del concetto che siamo tutti nati con gli stessi diritti e doveri

Di Gianni Pezzano

Per la terza volta mi sono trovato a subire due ore di tortura durante una partita di calcio. La partita tra le nazionali della mia anima, l’Italia e l’Australia, nel mondiale femminile in Francia ha suscitato i ricordi delle altre due volte, nei giochi olimpici di Sydney del 2000 vinta dagli Azzurri con un gol di Pirlo e poi il quarto di finale nei mondiali del 2006 in Germania con la vittoria italiana su rigore di Totti che ha portato alla conquista del nostro quarto titolo mondiale.

Però, la partita di domenica aveva un aspetto particolare e non solo perché ora abito in Italia.

In Australia il calcio è ancora considerato da molti il wogball, lo sport dei non australiani che non è degno d’essere giocato da “uomini veri” che praticano il football australiano, oppure una delle due versioni del rugby, l’Union e il League. Era lo sport che molti utilizzavano per giustificare le discriminazioni che abbiamo subito.

Come sempre durante queste partite mi sono trovato a festeggiare e disperarmi allo stesso tempo: al vantaggio delle Matildas australiane, poi al pareggio e al gol vittoria della Azzurre. Non so mai per chi tifare in queste partite e alla fine mi trovato stremato emozionalmente.

A partita finita volevo mettere in parole i miei sentimenti e pensieri, ma davanti al pc ho capito che non ero pronto per farlo e la notte mi ha fatto capire il perché. Quel che devo raccontare non è l’esito della partita, ma quel che molti all’estero non hanno visto e che non ci fa onore, anzi…

Bigotti

Come ormai è consuetudine nei tornei sportivi internazionali la FIGC, la Federazione Italiana Giuoco Calcio ha rilasciato sulla stampa e ai social media, la foto di gruppo ufficiale delle giocatrici che rappresentano il paese al torneo francese. I volti sorridenti delle ragazze sono belli da vedere, ma in pochi minuti una parte del paese si è fatta sentire perché offesa da un dettaglio della foto.

Abbiamo letto frasi come “perché è in mezzo lei?”, “ma quella non è italiana”, “come fa a essere italiana?” oppure, peggio ancora, “quella non mi rappresenta”. A rendere questa campagna denigratoria ancora peggiore sono state le accuse che la federazione voleva “fare politica” contro il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini della Lega.

Ma cosa c’era in quella foto che ha attirato i commenti della parte ‘bigotta’ del paese?

La risposta è semplice, è la bella ragazza in mezzo nella prima fila che ha la pelle scura, i capelli ricci e, per molti dei critici ancora più allarmante, è soprattutto la “capitana” della nostra nazionale.

La Capitana

E chi è Sara Gama, l’azzurra che porta il numero 3 e anche la fascia da leader delle Azzurre?

La trentenne è nata e cresciuta a Trieste, da padre congolese e madre italiana. Attualmente gioca per la Juventus della quale è anche capitano della squadra che ha vinto gli ultimi scudetti e una Coppa Italia. Dal 2008 gioca per la Nazionale per la quale ha giocato ben oltre cento partite segnando cinque reti. Bisogna far notare che la tradizione italiana è che il capitano della nazionale è sempre colui o colei che ha giocato più partite.

In parole povere, per nascita e quindi per legge Sara Gama è italiana a tutti gli effetti.

Il nuovo volto

Quindi la domanda da fare ai critici è: come fa una ragazza nata e cresciuta in Italia che, cittadina del paese, ci rappresenta nei tornei sportivi internazionali più importanti a NON essere italiana?

Tristemente chi scrive le offese sui social media non pensa a questo, ma nega quel che deve essere ovvio a tutti ormai, il volto d’Italia sta cambiando e succede da tempo.

Per essere nato e cresciuto in Australia da genitori italiani, posso testimoniare che questi comportamenti non succedono solo nel Bel Paese. Purtroppo, i pregiudizi di alcuni non si limitano solo ai pensieri, ma si esprimano sempre sui social media e, come vediamo nei giornali e i telegiornali anche in pubblico, mezzi pubblici, ai bar e persino nei campi sportivi.

Infatti, troppe volte negli ultimi anni giocatori stranieri negli stadi italiani sono stati soggetti di cori vergognosi da parte di tifosi avversari per il motivo sciocco del colore della pelle.

Senza colore o passaporto

Noi che abbiamo vissuto all’estero abbiamo sentito innumerevoli volte la battuta che italiano  è sinonimo di Mafia, anche se la stragrande maggioranza di noi non ha mai commesso un atto criminale. Ma questo non cambia il fatto che il ‘bigotto’ straniero ci vede cosi.

Il giudizio che gli stranieri hanno fatto di noi non si basa sui nostri atti personali ma sulle nostre origini, sul nostro passaporto e anche sul colore della nostra pelle, perché in alcune paesi non siamo considerati “bianchi”.

I bigotti, cioè i razzisti, giudicano la persona dal colore della pelle, dall’accento, dalle origini e dal passaporto.

Ma chi utilizza la “razza” per disprezzare e odiare il vicino non vuol capire che la Bellezza e la Stupidità, il Genio e la Criminalità non hanno colore di pelle, non hanno origini specifiche e certamente non hanno una lingua o un passaporto che identifica una persona in una di queste quattro categorie.

Si deve giudicare l’individuo solo sul comportamento sociale, sulle proprie capacità e i propri talenti, sulle proprie imprese, i propri reati e nei propri delitti. E questo non succede con il razzismo.

Anima

Chi crede nel Cristianesimo crede nell’anima e altri credono nel Karma che premia o castiga il comportamento individuale. Ma nel razzismo, che vediamo sta tornando alla ribalta in troppi paesi, quasi sempre come volto del “nazionalismo” cieco vediamo che sta tornando di moda grazie a certi politici in molti paesi, compreso il nostro, il metro per giudicare le persone è proprio quello degli aspetti che nessuno di noi potrà mai controllare perché non decidiamo il colore della nostra pelle, dove nasciamo e con quale passaporto.

Allora perché disprezzare, criticare, inveire contro il volto nuovo e nei casi estremi aggredire e persino uccidere persone perché sono diverse da noi?

Sì, la partita di domenica per me è stata l’ennesima battaglia tra le due parti della mia anima, ma nei giorni prima e dopo la partita la mia anima si è sentita ancora più torturata perché i commenti feroci contro la nostra rappresentante in Azzurro erano quelli che ho sentito contro di me troppe volte e resi ancora peggiori perché non erano in inglese ma in italiano.

Il razzismo non ha un ruolo in una società moderna, è l’antitesi del concetto che siamo tutti nati con gli stessi diritti e doveri. Ma il razzista crede che pelle, passaporto e origine decidono quali diritti possiamo godere e quali non. Questo non può far parte di una Democrazia moderna, in nessun paese, a partire dal nostro.

Perciò, se davvero vogliamo vedere una società equa dove tutti abbiano gli stessi diritti e doveri, è ora che prendiamo posizione contro un Nemico della nostra Costituzione, il razzismo.

Il nostro calcio ha finalmente cominciato a capire che bisogna agire contro i cori razzisti, ma non basta, è la battaglia di tutti noi che crediamo nei valori di quel che molti chiamano la “Costituzione più bella del mondo”. Il razzismo non ha ruolo nel nostro paese perché il momento che l’accettiamo contro una sola persona apriamo la porta ai pregiudizi e le discriminazioni.

Basta vedere i monumenti in giro per tutto il paese per ricordare l’esito di pregiudizi come questi.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Torture of the Soul

By birth and therefore by law Sara Gama, the captain of our national female team, is Italian in all respects. Racism has no role in a modern society, it is the antithesis of the concept that we are all born with the same rights and duties.

By Gianni pezzano

For the third time I found myself suffering two hours of torture during a football match, The game between my soul’s two national teams, Australia and Italy in the women’s World Cup in France raised memories of the other two times, in the 2000 Sydney Olympics won by Italy with a goal by Pirlo and then the quarter final of the 2006 FIFA World Cup in Germany won by Italy with Totti’s penalty that led to our fourth World title.

However, Sunday’s game has a particular aspect and not only because I now live in Italy.

In Australia football (soccer) is still considered by many as wogball, the sport of non-Australians that is not worthy of being played by “true men” who play Australian rules football or one of the two versions of rugby, Union or League. It was the sport that many used to justify the discrimination we suffered.

As always during these games I found myself celebrating and despairing at the same time, when the Australian Matildas took the lead, then after the draw and winning goal by Italy’s Azzurre. I never know who to support in these games and at the end I was exhausted emotionally.

At game’s end I wanted to put my emotions and thoughts into words but when I was sitting at the PC I understood I was not ready to do so and the night made me understand why. What I had to tell was not the outcome of the game but what many overseas did not see and that does us no credit, rather…

Bigots

As is now the habit during international sporting competitions the FIGC, Italy’s Football Federation, released to the press and social media the official group photo of the players who represent the country in the tournament in France. The smiling faces of the young ladies are beautiful to see but in a few minutes a part of the country made itself heard because it felt offended by a detail in the photo.

We read phrases like “why her in the middle?”, “but she is not Italian”, “how can she be Italian?”, or worse still “that one does not represent me”. What made this derogatory campaign even worse were the accusations that the Federation was “playing politics” with the target Italy’s Interior Minister Matteo Salvini of the Lega.

What was in that photo that drew these comments from the bigoted part of the country?

The answer is simple, it was the beautiful young lady in the middle of the front row who has dark skin and curly hair and, for many critics even more alarmingly, is above all the captain of our national team.

The Captain

And who is Sara Gama, the Italian player who wears the number 3 and also the armband of the team’s leader?

The thirty year old was born and raised in Trieste of Congolese father and Italian mother. She currently plays for Juventus of which she is also the captain of the team that won the last two Italian national titles and an Italian Cup. She has been playing for the Italian national team since 2008 with which she has played more well over 100 games and scored five goals. It is worth noting that the Italian tradition is that the captain of the national team is always the player with the most games.

Put simply, by birth and therefore by law Sara Gama is Italian in all respects.

The new face

Therefore the question we must ask the critics is how can someone born and raised in Italy and then born an Italian citizen and who represents us in the most important international sporting competitions NOT be Italian?

Sadly those who write the offensive comments on the social media do not think of this but deny what must be obvious to everyone by now, Italy’s face is changing and this has been happening for some time.

As someone born and raised in Australia of Italian migrant parents I can testify that this behaviour does not happen only in Italy. Unfortunately, the prejudice of some is not limited only to thoughts but is always expressed on the social media and, as we are seeing, in the newspapers and TV news, in public, on public transport, in the bars and even in the sporting stadiums.

In fact, too many times in recent years foreign players in Italian stadiums have been subjected to shameful chants from opposing fans for the stupid reason of the colour of their skin.

Without colour or passport

Those of us who have lived overseas have heard countless times the crack that Italian is synonymous with Mafia, even if the vast majority of us have never committed a criminal act. But this does not change the fact that the foreign bigot sees us like this.

The judgments that foreigners have made of us is not based on our personal actions but on our origins, on our passport and also on the colour of our skin because in some countries we are not considered “white”.

The bigots, or rather the racists, judge a person on the colour of the skin, on the accent, on the origins and on the passport.

But those who use “race” to scorn and hate the neighbour do not want to understand that Beauty and Stupidity, Genius and Criminality do not have a skin colour, they have no specific origins and they certainly do not have a language or a passport that identifies a person as belonging to one of these categories,

Individuals must be judged purely on their social behaviour, on their personal skills and talents, on their deeds, their crimes and on their murders. And this does not happen with racism.

Soul

Those who believe in Christianity believe in the soul and others believe in Karma which rewards or punishes individual behaviour. But in the racism that is returning to the limelight in too many countries, almost always with the face of blind “nationalism”, we see coming back into fashion, thanks to certain politicians in many countries including our own, that the yardstick for judging people are those very aspects that none of us will ever be able to control because we do not decide the colour of our skin, where we are born and with which passport.

So why despise, criticize, revile the new face and in the extreme cases assault and even kill people because they are different from us?

Racism has no role in a modern society, it is the antithesis of the concept that we are all born with the same rights and duties. But the racist believes that skin, passport and origins decide which rights we can enjoy and which not. This cannot be part of a modern Democracy in any country, starting with ours.

Therefore, if we truly want to see a fair society we must all have the same rights and duties and it is time that we make a stand against our Constitution’s Enemy, racism.

Our football has finally begun to understand that we must act against the racist chants but it is not enough, it is the battle of all of us who believe in the values of what many call the “world’s most beautiful Constitution”. Racism has no role in our country because the moment we accept it against one single person we open the doors to prejudice and discrimination.

We only have to see the monuments around the country to remember the outcome of prejudices such as these.

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