Abbiamo dimenticato i pericoli che comporta viaggiare – We have forgotten the dangers of travelling

di emigrazione e di matrimoni

Abbiamo dimenticato i pericoli che comporta viaggiare

I nostri politici e in modo particolare i nostri scienziati e responsabili della salute, a partire dall’OMS, devono già cominciare anche a pensare al futuro per assicurare che altri virus e malattie non ci colgano impreparati come in queste settimane

Mentre cerchiamo di fare una vita fatta di restrizioni nazionali, molti in Italia riportano alla memoria un’opera importante per dimostrare che l’Italia era già stata colpita da terribili malattie nel passato. “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni è giustamente considerato uno dei capolavori della nostra Cultura e descrive la peste del 1630, però un’altra opera di secoli prima è molto più rilevante per i molti milioni chiusi in casa in cerca di un modo di passare il tempo.

“Il Decameron” di Giovanni Boccaccio racconta come un gruppo di dieci giovani uomini e donne passarono i giorni in quarantena durante la peste che colpì Firenze nel 1348. Come gli italiani odierni quei giovani cercavano di dimenticare gli orrori e rischi che correvano con la malattia, ma i loro racconti narrano il passato, e come noi oggi essi non pensavano a un futuro che sembra ancor lontano.

Però, mentre cerchiamo di far passare il tempo chiusi in casa dobbiamo cominciare e capire che questa crisi internazionale, più ancora delle altre terribili malattie degli ultimi decenni, farà cambiare un aspetto della vita che era diventato usuale.

Infatti, nel godere i privilegi dei viaggi internazionali sia per motivi di lavoro che per motivi di vacanze e di famiglia, abbiamo dimenticato una verità profonda e stiamo pagando ora il prezzo per questa leggerezza.

Viaggiare ci fa correre dei pericoli e nella nostra superbia delle capacità dei nostri sistemi nazionali di salute, non ci siamo resi conto che esistono e esisteranno ancora pericoli per cui non siamo preparati.

Abbiamo dimenticato il pericolo vero del vaiolo, ora sparito dal mondo grazie ad un vaccino, come abbiamo dimenticato che la morte precoce del grande campione ciclistico Fausto Coppi fu provocata dalla malaria, grazie a una apparentemente innocua puntura di una zanzara.

Inoltre, in queste settimane di timori e voci, vediamo anche un lato oscuro degli esseri umani che cercano un capro espiatorio per questa crisi mondiale e in molti hanno stabilito, malgrado il fatto che gli scienziati abbiano dimostrato che l’origine del virus sia naturale, che ci sono “responsabili” per le nostre paure e la crisi economica che affliggerà il mondo non per settimane o mesi, ma probabilmente per anni.

Certificato

Molti di noi ricordano vagamente che per poter viaggiare all’estero bisognava avere vaccinazioni per malattie secondo le destinazioni. In ogni caso, un vaccino era in particolare per una malattia che era il terrore di tutti, il vaiolo.

La neonata Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) decise di istituire una campagna sistematica e mondiale contro questa malattia fatale. Quindi, insieme al passaporto il passeggero internazionale doveva avere anche un certificato che mostrava le vaccinazioni necessarie per poter aver accesso in determinati paesi.

Il risultato è stato che nel corso di meno di quarant’anni la malattia tanto temuta ora esiste solo in alcuni depositi isolati in contenitori sicurissimi, tenuti con la massima cautela nel caso dovesse tornare nel futuro in forma mutata.

E così in tutto il mondo si è abbassata la guardia. Le meraviglie scientifiche e mediche erano il nostro scudo insuperabile per proteggerci da altre insidie. Però, abbiamo visto altre malattie causate dall’uomo e altre, come il COVID-19, il risultato di mutazioni naturali. Purtroppo, già in passato abbiamo scoperto che non siamo poi così tanto sicuri come pensavamo.

Il celebre morbo denominato “Mucca Pazza” degli anni ‘80 che contaminò la carne bovina non era una malattia naturale, ma il risultato dei cibi che esseri umani davano ai bovini. Già questo fece molta paura ma gli unici limiti alla nostra vita quotidiana erano quelli di non poter mangiare la carne bovina per il periodo necessario per eliminare la contaminazione.

Poi, abbiamo anche visto la “SARS” e “A/H1N1” che hanno seminato morte e terrore nel mondo però, senza bisogno delle restrizioni e le misure che ora vediamo per prevenire la diffusione del coronavirus in moltissimi paesi, avanzati e non.

Quel che fa più paura dell’attuale coronavirus è che ha messo a nudo i difetti di sistemi di salute nazionali, non solo in Italia ma in quasi ogni paese del mondo, persino ì più “avanzati”. L’unica misura efficace, in mancanza di una cura che chissà quando verrà, è di bloccare il più possibile i movimenti di intere popolazioni con gli effetti che vediamo non solo alla televisione e nei giornali, ma dalla mancanza di attività nella nostra vita quotidiana.

A rendere peggiore questa situazione è stato il fatto che il primo paese colpito è stato una dittatura che non solo ha utilizzato metodi impensabili nei paesi occidentali, ma per paura di dimostrare debolezza e problemi del sistema di salute del paese agli occhi del mondo, ha cercato di nascondere i dettagli dell’evoluzione della malattia il più segreti possibile. Però, quel che nessuno sapeva era che, in base alle ultime ricerche degli scienziati, il virus era già arrivato all’estero, compresa l’Italia probabilmente già a ottobre. Quindi troppo tardi per prendere le misure necessarie per prevenire la diffusione.

Futuro

Dunque, i nostri politici e in modo particolare i nostri scienziati e responsabili della salute, a partire dall’OMS, devono già cominciare anche a pensare al futuro per assicurare che altri virus e malattie non ci colgano impreparati come in queste settimane.

Ricordando che i virus mutano dobbiamo capire che non si tratta di un se, ma di un quando. Quindi la prima mossa che abbiamo il dovere di fare è di ricordare che viaggiare comporta pericoli e, benché non possiamo fare vaccini di malattie ancora sconosciute, allora dobbiamo rinforzare il modo di rintracciare coloro che si trovavano in zone colpite, come anche di assicurare che i nostri sistemi nazionali di salute siano pronti per affrontare queste emergenze in modo efficace e a livello internazionale.

Il rintracciare eventuali viaggiatori potrebbe comportare cedere un certo livello della nostra privacy alla burocrazia internazionale, ma sapere chi e quando individui e gruppi siano andati in un determinato paese potrebbe essere la chiave essenziale per garantire la minore diffusione possibile di eventuali malattie.

Questo non vuol dire limitare i viaggi, ormai l’economia del mondo è legata in ogni senso al trasporto internazionale, sia di persone, per qualsiasi motivo, che di prodotti, e porre limiti ai viaggi non farebbe altro che indebolire ancora di più un’economia mondiale già in grandissima difficoltà.

Questa quindi è la nostra sfida del mondo, di ricordare i possibili pericoli di viaggiare ma, allo stesso tempo di assicurare che potremo ancora farlo nel futuro. Non sarà facile ma la guerra vinta con il vaiolo dimostra che siamo capaci di farlo.

Ma c’è un altro aspetto che dobbiamo affrontare, quello in noi stessi e non sarà affatto facile.

Capri espiatori

Noi esseri umani abbiamo un bisogno viscerale di trovare capri espiatori per quel che ci colpisce. Non faremo nomi dei capri espiatori del passato che hanno sofferto per il bisogno di punire chi si pensava avesse prodotto il male. Ma in questo periodo molti, anzi troppi, hanno trovato un bersaglio preciso e tristemente fin troppo facile da indentificare, i Cinesi.

Il risultato è che la stampa internazionale riporta notizie di aggressioni ad asiatici in generale, pensando che siano tutti cinesi, per sfogare la loro rabbia verso il paese che ha cercato di nascondere il coronavirus. Si parla anche dei soliti complotti, di intrighi internazionali, di fughe di materiale da laboratori, di armi biologiche e altre teorie del genere, che non tengono conto che, come riportato sopra, il consenso scientifico internazionale è che l’origine del virus sia naturale.

Nel cercare “colpevoli” aggiungiamo male al male. Dare colpe non risolve la situazione e rischia anche di creare problemi per il futuro difficili da eliminare del tutto nel breve termine.

Dobbiamo ricordare che anche i cinesi sono stati vittime del virus e ora cercano di assistere gli altri paesi in questo periodo di crisi, compresa l’Italia. E ricordiamo anche che le comunità cinesi esistono da moltissimo tempo in quasi tutti i paesi del mondo e che loro non hanno alcuna colpa in quel che è successo in questi mesi.

E ricordiamoci anche che questa volta la malattia nuova è apparsa in Cina, ma nessuno sa in quale paese uscirà il prossimo contagio e quindi non  facciamoci condizionare da comportamenti irrazionali non solo perché sono inutili, ma perché non sono degni di paesi che si considerano “civilizzati”…

 

di emigrazione e di matrimoni

We have forgotten the dangers of travelling

Our politicians and especially our scientists and those responsible for health, starting with the WHO must also already start thinking for the future in order to ensure that other viruses and diseases do not catch us unprepared as in these weeks

While we try to carry on with our lives within the national limits many people in Italy have mentioned a major work to show that Italy had already been hit by a terrible disease in the past. “I Promessi Sposi” (The Betrothed) by Alessandro Manzoni is rightly considered one of our Culture’s masterpieces and describes the plague of 1630, however, another work from centuries before is much more relevant for the many millions who are trying to pass the time at home.

“The Decameron” by Giovanni Boccaccio tells how a group of ten young men and women spent the days of quarantine during the plague that struck Florence in 1348. Like the Italians today they were trying to forget the horrors and risks they ran with the disease but their stories deal with the past and like us today they did not think about a future that seems even more distant.

However, while we try to pass the time in our homes we must start thinking and understanding that this international crisis, even more than the terrible diseases of recent decades, will change one aspect of our lives that had become the norm.

In fact, in enjoying the privileges of international travel, whether for business, for holidays or family reasons, we have forgotten a profound truth and we are now paying the price for this carelessness.

Travelling has risks and in our pride in the capacity of our national health systems we have not realized that there are and there will again be other dangers for which we are not prepared.

We have forgotten the real danger of smallpox, now gone from this world, just as we have forgotten the premature death of the great Italian cycling champion Fausto Coppi by malaria caused by an apparently harmless sting from a mosquito.

Furthermore, during these weeks of fears and rumours we also see the dark side of human beings who try to look for scapegoats for this international crisis and we have decided, despite the fact that the scientists have shown that the origin of the virus is natural, that there are “culprits” for our fears and the economic crisis that will hit the word not for weeks or months but probably for years.

Certificate

Many of us vaguely remember that in order to be able to travel overseas we had to have inoculations for diseases depending on the destinations. In any case, one specific inoculation was for a disease that terrified everybody, smallpox.

The newly founded World Health Organization (WHO) decided to set up a systematic worldwide campaign against this fatal disease. Therefore, together with the passport, the international traveller also had to have a certificate to show the inoculations needed to have access to specific countries.

The result was that in less than forty years the disease that was so feared now exists only in some isolated storage facilities in very secure containers held under the highest security in case the disease should return in the future in a mutated form.

And so the whole world relaxed. The scientific and medical wonders were an impassable shield to protect us from other pitfalls; however, we saw other diseases, one made by man and the others, just like COVID-1, the result of natural mutations and unfortunately, we discovered that we were not that safe.

The famous “Mad Cow” disease of the 1980s that contaminated beef was not a natural mutation but the result of the feed human beings gave cattle. That already frightened us but the only limits in our daily lives were those of not being able to eat beef for the period necessary to eliminate the contagion.

And then we had “SARS” and “A/H1N1” that spread death and terror around the world, however, without the need for restrictions and the measures we now see to prevent the spread of the coronavirus in many advanced and non-advanced countries.

What frightens us about the current coronavirus is that it has exposed the defects of the national health systems not only in Italy but in almost every country in the world, even the most “advanced”. The only effective measure, in the absence of a cure that will take who knows how long, is to block the movement of entire populations as much as possible with the results we see not only on television and in the newspapers but by the absence of activity in our daily lives.

Making this situation worse was the fact that the first country hit was a dictatorship that not only used methods that are unthinkable for western countries but, out of fear of showing weakness and problems in the country’s health system to the world, tried to keep the details of the disease secret from the world. However, what nobody knew was that, according to the latest scientific research, the virus had already reached overseas, including Italy, as early as October. Therefore too late to take the measures needed to stop the spread.

Future

Therefore our politicians and especially our scientists and those responsible for health, starting with the WHO must also already start thinking for the future in order to ensure that other viruses and diseases do not catch us unprepared as in these weeks.

Remembering that the viruses mutate we must understand that this is not if but when. Therefore, the first move we have to make is to remember that travelling has risks and, although we cannot give inoculations for diseases that are still unknown, we must then reinforce the method of tracing those who were in the zones affected, and also to ensure that our national health systems are ready to deal with these emergencies effectively and internationally.

Tracing any travellers could involve giving up a certain level of our privacy to the international bureaucracy but knowing who and when individuals and groups went to a specific country could be the essential key to guaranteeing the least spread possible of any disease.

This does not mean limiting travelling, the world’s economy is now tied in every way to international transport, whether of people for any reason or of products and setting limits would only weaken even more a world economy that is already in great difficulty.

This therefore is our challenge for the world, to remember the possible dangers of travelling and, at the same time, to ensure that we will continue to do so in the future. It will not be easy but the war won against smallpox shows we are able to do so.

But there is another issue that we must face, the one within ourselves, and it will not be at all easy.

Scapegoats

We human beings have an innate need to find scapegoats for what affects us. We will not name the scapegoats of the past who suffered because of the need to punish those who we think have hurt us. But during this period, many of us, indeed too many, have found a specific and sadly an all too easy to identify target, the Chinese.

The result is that the world’s press reports news of assaults on Asians in general thinking that they are Chinese in order to vent their rage at the country that tried to hide the virus.

There are also rumours of the usual conspiracies, of international intrigue, of leaks of material from biological weapons laboratories and other such theories but they do not take into account that, as stated above, international scientific consensus is that the origin of the virus is natural.

In looking for the “culprits” we add wrong to wrong. Blaming does not solve the situation and also risks causing problems for the future that will be hard to eliminate completely in the short term.

We must remember that the Chinese too have been victims of the virus and they are now trying to help the other countries in this period of crisis, including Italy. And let us also remember that Chinese communities have been in almost all the world’s countries for a long time and that they have no blame for what has happened in these months.

And let us also remember that this time the new disease appeared in China but nobody knows in which country the next contagion will appear and therefore let us not be conditioned by irrational behaviour not only because it is useless but because it is not worthy of countries that consider themselves “civilized”.

Le ‘malelingue’ che infangano l’Italia – Those who speak badly about Italy

di emigrazione e di matrimoni

Le ‘malelingue’ che infangano l’Italia

Tante le calunnie sui social sul modus operandi italiano contro il coronavirus, ma la prestigiosa rivista medica britannica “The Lancet”, la più autorevole del mondo, classifica il nostro paese tra i primi dieci del mondo

Le restrizioni a causa dell’attuale crisi del coronavirus hanno assicurato che molta gente in giro per il mondo passa sempre più tempo sui social, non solo per sapere gli ultimi sviluppi e soprattutto nella speranza di vedere notizie di una cura ancora lontana, ma specialmente per poter fare quattro chiacchiere per poter passare il tempo.

Non siamo stati da meno e infatti all’inizio del periodo di isolamento i social erano un modo di scambiare pareri con amici in più continenti. Purtroppo, quasi dal primo giorno ci siamo accorti che le notizie che giravano sull’Italia in questo periodo non erano precise, anzi, riportavano notizie che non erano veritiere, particolarmente verso la categoria che è indubbiamente quella più lodata nel paese oggigiorno, i medici e gli infermieri che hanno in cura i malati vittime del virus, a rischio della propria salute. Tragicamente molti di loro hanno sacrificato le loro vite per cercare di salvare le vittime del male moderno che ci affligge.

Quindi, i giorni al pc e tablet da allora non sono trascorsi a vuoto, ma, insieme ad altri che abbiamo visto sui social degli italiani nel mondo, a smentire menzogne che fanno molto male non solo all’immagine internazionale del nostro paese, ma soprattutto alle donne e uomini nelle corsie che curano i nostri malati.

Calunnie

L’immagine in testa all’articolo non è che una delle ultime di moltissime immagini e post che girano in molte pagine dei social degli italiani all’estero.

“I was told that Italy has stopped treating the elderly. Please can anyone tell me if this is true!” Per chi non capisce l’inglese, “Mi hanno detto che l’Italia ha smesso di curare gli anziani. Per favore, qualcuno mi può dire se questo è vero!”.

Non abbiamo dubbi della reazione dei nostri lettori in Italia. Il solo suggerimento che avremmo abbandonato i nostri anziani in questo periodo è una calunnia verso il nostro amore per i nostri anziani, è una calunnia verso i medici, infermieri e tutti gli altri che lavorano moltissime ore in condizioni orrende per salvare  più gente possibile.

Non riusciamo a capire come qualcuno dei nostri parenti e amici all’estero possano credere non solo che sia vero, ma che nessuno in Italia si sarebbe ribellato a un solo caso del genere, a partire dalla stampa.

Purtroppo questa calunnia è stata accompagnata anche da un’altra ancora peggiore.

“I medici in Italia rispediscono gli anziani a casa per morire”

Questa è la frase che più ci ha colpito, soprattutto perché contiene due aspetti che coloro che la diffondono non pensano minimamente. Il primo è che assolutamente non è vero. Ma il secondo è che mette in dubbio il senso dell’onore e del dovere del personale medico del paese. Quelli che diffondono queste frasi pensano davvero che  medici e infermieri spedirebbero i malati del virus a casa per morire e quindi assicurare la più larga diffusione del virus ai parenti, e quindi peggiorare ancora di più una situazione drammatica e tragica già di suo?

Nell’affrontare questo tema possiamo fare commenti che offenderebbero i nostri lettori, ma il semplice fatto che queste notizie e “pareri” siano condivise rivela il livello d’ignoranza all’estero della vera natura del virus, e il motivo perché il paese è chiuso in casa da settimane.

La realtà del virus

C’è in giro per il mondo il parere che il virus “è soltanto un’influenza”. Questo è naturale e all’inizio, in mancanza di informazioni precise dalla Cina, anche noi in Italia abbiamo pensato in questo modo. Ma non più e le statistiche dei morti spiegano il perché.

Come sentiamo ogni sera in Italia alle 18 alla televisione, il 10% di coloro colpiti dal virus hanno bisogno di cure intensive con ventilatori fino anche a tre settimane. Questo è il motivo per cui gli ospedali in Italia si trovano in grandissima difficoltà. Non perché eravamo senza mezzi, anzi l’Italia è il terzo paese del mondo per posti in cura intensiva ma nemmeno questo è stato abbastanza per riuscire a dare un ventilatore a tutti i malati del virus.

Molti all’estero cercano di dare la colpa al “sistema nazionale socializzato”, senza sapere che la prestigiosa rivista medica britannica “The Lancet”, la più autorevole del mondo, classifica il nostro paese tra i primi dieci del mondo. Purtroppo queste critiche spesso sono viziate da idee politiche piuttosto che dalla realtà italiana e dalla crisi. Questo non è altro che una forma di sciacallaggio di una situazione disastrosa.

A causa di questo utilizzo estremo delle cure intensive i nostri medici si trovano a fare scelte doverose, a compiere quel che gli inglesi chiamano “disaster triage”, cioè dover gestire le attrezzature in modo di assicurare che i mezzi siano utilizzati per aiutare  più malati possibile.

I medici devono prendere decisioni drastiche e dolorosissime per chi si ha dedicato la vita a salvare la vita degli altri, ma, in ogni caso e senza eccezione, le cure di coloro che non possono accedere ai ventilatori è assicurata fino all’ultimo sforzo del personale medico.

Non vorremmo mai trovarci a dover fare scelte del genere e il fatto che oltre 5.000 di questi medici e infermieri siano stati infettati dal virus, e molti dottori e infermieri morti di conseguenza, è la prova che non si tirano indietro dal fare il loro dovere.

Purtroppo i loro sforzi sono resi vani non solo da queste malelingue, ma dal comportamento che non capiamo da parte di altri paesi.

Perché?

Quel che più ci colpisce è perché le popolazioni degli altri paesi non hanno imparato dai nostri sbagli iniziali e perché non hanno agito in modo appropriato?

Continuiamo a veder i commenti di moltissimi in tutti i paesi che accusano la stampa di esagerare il pericolo e che il virus non è un vero problema. Abbiamo visto i governi del mondo ritardare di dare direttive alle loro popolazioni nel prendere le decisioni necessarie per ridurre la diffusione del virus per limitare le vittime.  Il tutto poi utile a ridurre il rischio che le unità di cure intensive non subiscano le stesse condizioni che vediamo in Italia. Purtroppo, per molti all’estero è già troppo tardi.

Tragicamente temiamo che molti impareranno troppo tardi questa lezione dell’Italia. In questo caso, capiranno perché le unità italiane sono state costrette a prendere decisioni difficilissime, ma sempre senza rinunciare a dare tutte le altre cure possibili a chi non ha trovato posto in terapia intensiva.

Nel frattempo possiamo solo fare un appello ai nostri parenti e amici all’estero di non ripetere le accuse infamanti e offensive perché la realtà è ben altra.

Infatti, gli sforzi dei nostri medici e infermieri stanno scrivendo una delle pagine più dolorose della nostra Storia, ma allo stesso tempo anche una delle più gloriose grazie propri ai loro sforzi.

Speriamo di non vedere più frasi del genere, ma sappiamo anche che ci sono incoscienti dappertutto e speriamo che la realtà li potrà far tacere al più presto possibile.

di emigrazione e di matrimoni

Those who speak badly about Italy

The restrictions caused by the current coronavirus crisis have ensured that many people around the world spend more and more time on the social media, not only to know the latest developments in the hope of seeing news of a cure that is still far away but especially to be able to chat away to pass the time.

We have not done less and in fact at the start of the period of isolation the social media was a way of exchanging opinions with people in other continents. Unfortunately, from almost the first day we noticed news doing the rounds about Italy in this period was not correct, rather they gave news that was not true, especially towards the category that has undoubtedly been the most praised in the country today, the doctors and nurses treating those infected by the virus at the risk of their own health. Tragically, many of them have sacrificed their lives to try and save the victims of the modern ill that afflicts us.

Therefore, the days spent on the pc and tablet since then have not been of leisure but, together with many others we have seen on the social media pages of Italians around the world, denying the lies that have caused much harm not only to our country’s international reputation but especially to the women and men in the wards who treat our sick.

Lies

The image at the head of the article is only one of the latest of many images and posts doing the rounds of many of the social media pages of Italians overseas.

“I was told that Italy has stopped treating the elderly. Please can anyone tell me if this is true!”

We have no doubt of the reaction of our readers in Italy. The mere suggestion that we would abandon our elderly in this period is a lie towards our love for our elderly and it is slander against the doctors, nurses and all the others who work very long hours in horrendous conditions to saves the live of the most people possible.

We cannot understand how some of our relatives and friends overseas can believe not only that it is true but that nobody in Italy would have rebelled at even one such case, starting with the press.

Unfortunately this slander was accompanied by one that was even worse. “The doctors in Italy send the elderly home to die”.

This was the phrase that struck us most, especially because it has two aspects that those who spread it do not consider in the least. The first is that it is absolutely not true. But the second is that it puts into doubt the honour and service of the country’s medical personnel. Do those who defend these phrases really believe that the doctors and nurses would send sick people with the virus home to die and therefore ensure that the virus spreads even more amongst the relatives and therefore make a situation that is already dramatic and tragic as it is even worse?

In addressing this issue we can make comments that could offend our readers but the simple fact that this news and “opinions” are being shared reveals the level of ignorance abroad of the true nature of the virus that is the reason why the country has been locked down for weeks.

The reality of the virus

There is an opinion around the world that the virus is “only a flu”. This is natural and at the start, due to lack of information from China, we in Italy also thought in this way. But we no longer do and the statistics of the deaths explain why.

Every evening at 6pm we in Italy hear on the television, 10% of those hit by the virus require intensive care with respirators for up to three weeks. This is the reason that the hospitals in Italy are having great difficulty. Not because we did not have means, indeed Italy is the third ranked country for intensive care spaces in the world and not even this was enough to give every person with the virus a ventilator.

Many people overseas have tried to place the blame on the “socialized national health system” without knowing that according to the prestigious British medical magazine “The Lancet”, the most authoritative in the world, classified our country in the top ten places. Unfortunately, these mistaken ideas are often marred by political considerations rather than by the reality of Italy and the crisis. This is only nothing more than slander of a disastrous situation.

Due to the extreme use of intensive care our treating medical personnel find themselves having to make dutiful choices, to carry out what is called “disaster triage”, that is to have to manage the equipment in order to ensure that the means are used to help as many sick people as possible.

The doctors have to make decisions that are drastic and very painful for those who dedicated their lives to saving others but, in any case and without exception, the treatment of those who cannot have access to the ventilators is ensured to the last effort of the medical staff.

We never want to find ourselves having to make decisions like that and the fact more than 5,000 of these doctors and nurses have been infected with the virus, and many doctors and nurses have died as a consequence, is the proof that they have not shied away from their duty.

Unfortunately their efforts have been made vane not only by these rumours but by the behaviour that we do not understand in other countries.

Why?

What strikes us most is why have the populations of other countries not learnt from our initial mistakes and why have they not acted more appropriately?

We continue to see comments by many in all the countries accusing the press of exaggerating the danger and that the virus is not a real problem. We have seen how governments delay the instructions to their populations to make the decisions needed to reduce the spread of the virus in order to limit the number of victims and for this purpose to reduce the risk that the intensive care wards do not suffer the same conditions that we see in Italy. Unfortunately, for many overseas it is already too late.

Tragically we fear that many will learn the lessons here in Italy too late. In this case, they will understand why the Italian teams have been forced to make difficult decisions but always without renouncing all the treatments possible to those who not found a place in intensive care.

In the mean time we can only appeal to our relatives and friends overseas to not repeat defamatory and offensive accusations because the truth is quite different.

In fact, the efforts of our doctors and nurses are writing one of the most painful pages of our history but at the same time also one of the most glorious thanks to their very efforts.

We hope not to see such phrases any more but we also know that there are irresponsible people everywhere and we hope that the others will be able to silence them as quickly as possible.

Italia, il Paese che Ami e che Odi – Italy, the Country that you Love and You Hate

di emigrazione e di matrimoni

Italia, il Paese che Ami e che Odi

Sarebbe quasi superfluo dire che chi emigra lo fa per cercare lavoro che manca al paese di nascita ed è sempre la risposta che i genitori danno ai figli se e quando chiedono perché sono partiti per un altro paese o continente

Il nostro prima viaggio in Italia coincideva con la celebre gara sonora Canzonissima. Stranamente per noi venuti dall’estero due delle canzoni, l’eventuale vincitore “Erba di casa mia” di Massimo Ranieri e il quinto classificato “Paese” di Nicola Di Bari (che presentiamo al lettore sotto) potevano benissimo descrivere i sentimenti degli emigrati pensando al loro paese, sia come nazione che come il paesino d’origine. Purtroppo, come da giovane potevo intravedere nei rapporti tra gli adulti in quel viaggio indimenticabile, la verità di quelle emozioni sono molto complesse e spesso il rapporto non è solo d’amore ma anche di odio.

Ho pensato a questo in questi giorni durante gli scambi sui social con italiani e discendenti italiani in molti paesi mentre seguivamo gli sviluppi della malattia tremenda che ora sta colpendo l’Italia e che piano piano sta infliggendo gli stessi risultati in altri paesi.

In uno di questi scambi un’interlocutrice americana ha espresso sdegno verso il paese d’origine dei genitori e i conflitti tra parenti in una visita in Italia. Mi sono reso conto, per l’ennesima volta quanti discendenti di emigrati in giro per il mondo ancora pensano che l’Italia, e in modo particolare i paesini d’origine, siano ancora quelli che i genitori, nonni e bisnonni hanno lasciato decenni fa e in alcuni casi anche un secolo fa.

Chi parte e chi rimane

Sarebbe quasi superfluo dire che chi emigra lo fa per cercare lavoro che manca al paese di nascita ed è sempre la risposta che i genitori danno ai figli se e quando chiedono perché sono partiti per un altro paese o continente. Certo, per la grande maggioranza dei casi proprio questo  è il motivo, però per una percentuale di loro, una percentuale che ora non sapremo mai, le motivazioni per la partenza non erano così nette e chiare. E le percezioni che danno i loro figli, nipoti e pronipoti sono viziate dai motivi della partenza.

Prima di tutto, chi è partito prima dell’era moderna dell’internet e comunicazioni moderne, non ha visto i cambiamenti enormi in Italia e nei paesi d’origine di decine di milioni di emigrati. Paesi e città distrutti dalla guerra sono diventati importanti centri non solo industriali, ma anche turistici.  Ho visto questo nelle reazioni dei miei genitori quando non hanno riconosciuto molti aspetti dei loro paesi. Nel caso di mia madre e i suoi tre viaggi in Italia a Scauri (LT) la tristezza più grande era di notare come stava sparendo il dialetto locale, che ormai pochi parlano nel paese. 

Allo stesso modo chi rimane in Italia non vede o capisce i cambiamenti nei fratelli e sorelle a causa delle condizioni nei loro nuovi paesi d’origine, e questo spesso crea difficoltà nei rapporti tra di loro. Però, questi rapporti difficili non sempre sono nati dopo l’emigrazione e non raramente sono stati i motivi della partenza.

C’era chi partiva per motivi politici, non solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma anche durante e prima del Ventennio fascista, e in modo particolare tra gli anarchici che non trovavano più posto in Italia o volevano spargere la loro ideologia nel mondo. A volte l’emigrazione era obbligatoria per chi non trovava lavoro proprio per la sua ideologia politica…

Nei casi di paesini, e non solo limitati al sud come dicono i luoghi comuni, pettegolezzi e difficili rapporti personali e anche matrimoni difficili potevano creare condizioni tali che la persona al centro di queste vicende si trovava costretta a dover fuggire dalle malelingue e insinuazioni. Questi problemi poi non si limitavano solo a rapporti personali, ma anche a fallimenti di imprese o litigi e/o scandali tra soci.

Naturalmente, c’era chi emigrava perché coinvolto in vicende di malavita e non voleva essere arrestato, oppure, voleva estendere il potere delle cosche all’estero e basta vedere le cronache anche oggigiorno per capire che in questo alcune cosche hanno avuto grandissimo “successo”.

E senza dubbio molti di questi hanno cambiato i cognomi all’estero, e non solo negli Stati Uniti, proprio per nascondere le loro tracce da chi li cercava.

Risultati

Possiamo andare avanti in questo modo per pagine ancora, ma già con questo capiamo che le motivazioni dell’emigrazione non sempre sono aperte e in tutti questi casi, l’atteggiamento che l’emigrato trasmette ai figli e i nipoti  è decisivo sul come i discendenti vedono il Bel Paese.

E tutti questi casi hanno un aspetto in comune, oltre l’emigrazione. I genitori e/o i nonni non dicono mai ai figli il motivo vero della loro partenza dal paese di nascita. A volte, come il mio caso, i figli al massimo intravedono qualcosa che non capiscono, ma in alcuni casi abbiamo letto storie di discendenti raccontare che i loro nonni avevano ordinato ai loro figli di non tornare mai ai loro paesi e paesini. E alcune volte negli scambi sui social tra discendenti di emigrati italiani abbiamo letto consigli a chi aveva difficoltà a rintracciare la famiglia in Italia, e che non sempre trovi quel che pensavi quando vuoi trovare la famiglia in Italia.

Per questi motivi le riunioni tra rami di famiglia possono causare attrito tra parenti. A volte la rabbia che ha motivato la partenza non è dissipata del tutto. A volte l’accoglienza non è calorosa come i figli e i nipoti immaginavano prima di tornare in Patria. A volte, e tristemente non è così raro, l’emigrato al ritorno a casa trova che la proprietà è stata venduta senza il suo permesso o con firme false, e i fondi divisi tra i parenti rimasti in casa.

Questi risultati hanno reso i rapporti tra parenti all’estero e parenti rimasti in Italia difficili, e i figli, nipoti e pronipoti colgono gli effetti di queste circostanze e di conseguenza sono  accolti in base a queste circostanze terribili. 

Futuro

Non vogliamo dire che quel che abbiamo scritto sia la normalità, infatti, semmai l’opposto è vero. Però, abbiamo due obblighi verso i discendenti degli emigrati che si trovano in tali circostanze.

Il primo è di cercare di fare capire  loro che non sempre sanno quel che è accaduto ai loro nonni o genitori. In quei casi in cui i nonni e genitori decisero di non insegnare l’italiano ai figli, ma genitori e nonni si parlavano in italiano, il motivo poteva benissimo essere di tenere nascosto ai figli quel che era accaduto. Purtroppo, decenni dopo i nipoti o pronipoti poi cercano di rintracciare le loro origini e trovano barriere, oppure reazioni ostili da parte di parenti, ormai distanti in tutti i sensi.

Di conseguenza il secondo obbligo che abbiamo verso i discendenti degli emigrati è, prima di tutto aiutare loro a trovare i loro parenti, ma anche fornire a loro consigli e assistenza nel caso di scoperte inattese e difficili.

Si, ci sono stati problemi del passato, ma non per questo loro non hanno il diritto di sapere le loro origini e di imparare a riconoscere il loro patrimonio culturale personale.

Non esiste una risposta semplice e universale alle miriadi di rapporti difficili tra famiglie e a volte tra l’Italia e le sue comunità sparse per il mondo. Però, questo non vuol dire che dobbiamo lasciare soli quelli che sentono il richiamo del loro passato (Il Richiamo della Storia – The Call of History) che ciascuno di noi sente prima o poi nella vita e tanti non riescono a riconoscere, tantomeno rispondere nel modo giusto.

Questi discendenti di emigrati italiani hanno perso una parte del loro passato a causa di circostanze fuori del loro controllo, spesso prima della loro nascita, allora diamo a loro un futuro in cui possono imparare chi sono e il patrimonio culturale che dovrebbe far parte della loro vita.

Aiutiamo loro a conoscere l’Italia d’oggigiorno e a capire che l’Italia che i genitori, nonni e bisnonni hanno lasciato, non esiste più.

Se volete condividere le vostre esperienze di queste circostanze inviate le vostre storie a : [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

Italy, the Country that you Love and You Hate

It would almost be superfluous to say that those who migrated did so to look for the work that was lacking in the town of country of birth and it is always the answer that the parents give the children if and when they ask why they left for another country or continent.

Translator’s note: in Italian the word “paese” can mean both “country” and “town” in English and this difference can at times cause confusion for people who do not know Italian well.

Our first trip to Italy coincided with the famous Canzonissima song contest. Strangely for us from overseas two of the songs, the eventual winner “Erba di casa mia” (The grass of my home) by Massimo Ranieri and the fifth placed “Paese” (“Town” in English in this case) by Nicola Di Bari that we present below could describe very well the feelings of migrants when they think about their country and their towns of origin. Unfortunately, just as I as a young man glimpsed the feelings between the adults during that unforgettable trip, the truth of those emotions are more complex and often the relationships are not only of love but also of hate.

I have thought about this in recent days during the discussions with Italians and descendants of Italian migrants in many countries as we followed the developments of the terrible disease that is now affecting Italy and this is slowly also inflicting the same results on other countries

During one of these discussions an American interlocutor expressed disdain for her parents’ town of origin and the arguments between relatives during a visit to Italy. I understood once more how many descendants of migrants around the world still think that Italy, and especially the towns of origin, are still those that the parents, grandparents and great grandparents left decades ago and in some cases even a century or more ago.

 

Those who left and those who stayed

It would almost be superfluous to say that those who migrated did so to look for the work that was lacking in the town of country of birth and it is always the answer that the parents give the children if and when they ask why they left for another country or continent. Of course, for the vast majority of cases this was the reason, however, for a percentage of them, a percentage that we will now never know, the reasons for the departure were not always so clear-cut and transparent. And the perceptions they give the children, grandchildren and great grandchildren are determined by the reasons for the departure.

Firstly, those who left, especially before the era of the modern internet and communications, the migrants did not see the enormous changes in Italy and in the towns of origin of millions of migrants. Towns and cities that had been devastated by war became major centres not only of industry but also of tourism. I saw this in the reactions of my parents when they did not recognize many aspects of their hometowns. In my mother’s case, during her three trips to Scauri(LT) the greatest sadness came when she noticed that the local dialect was disappearing and is now spoken by a few people in the town.

In the same way those who stay in Italy do not see and understand the changes in their brothers and sisters due to the conditions in their new countries of residence and this often causes difficulties in the relations between them. However, these difficult relationships did not always come after migration and it was not rare that they were the reason for the departure.

There were those who left for political reasons, not only after the end of the Second World War but also during the 20 years of the fascist dictatorship and especially amongst the anarchists who no longer had a place in Italy and wanted to spread their ideologue around the world. At times the migration was the only choice for the very reason of their political ideas…

And the cases of small towns, and this is not limited only to the south of the country as the clichés say, gossiping, difficult personal relationship and even unhappy marriages created conditions that were such that the person at the centre of the matter was forced to flee from gossip and insinuation. And these problems were not limited to personal relationships but also to bankruptcies and/or arguments and/or scandals between business partners.

Naturally there were those who migrated because they were involved in crime and did not want to be arrested or wanted to extend the power of the gangs overseas and we only have to see the news in today’s papers to understand that some of these gangs have had great “success”.

And undoubtedly many of these people changed their surnames overseas, and not only in the United States, precisely to hide their tracks from those who were looking for them.

 

Results

We can go on for pages in this way but this already lets us understand that the reasons for migrating are not always above board and in these cases the attitude that the migrant passes on to the children and grandchildren is decisive for how the descendants see Italy.

In addition to migration all these cases have one thing in common. The parents and/or grandparents never tell the children the real reason for leaving their country of birth.  Sometimes, as in my family’s case, the children at most glimpse something they do not understand. In some cases we have read stories from descendants who tell that their grandparents had ordered their children to never go back to their hometowns. And in some cases during discussions on the social media between descendants of Italian migrants we have read advice to those who had difficulty tracing their families in Italy that you do not always find what you think when you look for your family in Italy.

For these reasons reunions of the various branches of the family can lead to friction between relatives. Sometimes the anger that caused the departure had never completely dissipated. Sometimes the welcome is not as warm as the children and grandchildren imagined before returning to the home country. Sometimes, and sadly this is not rare, the migrant returns home to find that property had been sold without his or her permission or with false signatures and the money divided amongst those who stayed at home.

These results have made the relations between relatives overseas and relatives who stayed at home difficult and the children, grandchildren and great grandchildren feel the effects of these situations and subsequently and how they are welcomed are based on these terrible circumstances.

Future

We do not want to say that what we have written is the norm, if anything the opposite is true. However, we have two obligations towards the descendants of migrants who find themselves in these circumstances.

The first is to try and make them understand that they do not always know what happened to their grandparents or parents. In the cases in which the grandparents and parents decided not to teach the children Italian the reason could very well have been to hide what happened in Italy from the children. Unfortunately, decades later the grandchildren or great grandchildren start to trace their origins and they found barriers or hostile reactions from relatives who were distant in every way.

Subsequently the second obligation that we have towards the descendants of migrants is first of all to help them find their relatives and also to give them advice and support in the case of unexpected and difficult discoveries.

Yes, there were problems in the past but this does mean that they do not have the right to know their origins and to learn their personal cultural heritage.

There is no simple and universal answer to the myriads of difficult relations in families and sometimes between Italy and its communities around the world. However, this does not mean that we must leave alone those who feel the call of their past ( Il Richiamo della Storia – The Call of History ) that each one of us feels at some point in our lives and many cannot identify, much less answer in the right way.

These descendants of Italian migrants lost a part of their part due to circumstances beyond their control and often before they were born, so we must give them a future in which they can learn who they are and the cultural heritage that should be part of their lives.

Let us help them to know today’s Italy and to understand that the Italy that their parents, grandparents and their great grandparents left no longer exists.

If you wish to share you experience of these matters send your stories to: [email protected]

Gli Sciacalli odierni – Today’s jackals and profiteers

di emigrazione e di matrimoni

Gli Sciacalli odierni

Ogni periodo ha le sue prove dure e l’Italia, come altri paesi, si trova a dover lottare contro un male che non guarda in faccia a nessuno, e in modo particolare tra quelli di una certa età e con condizioni pre-esistenti che rendono la malattia ancora più pericolosa

Uno dei detti più celebri di Giulio Andreotti era “A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina”. Come tutti i detti del compianto Primo Ministro c’è un tocco di triste amarezza e ancora di più di verità, e per questo facciamo bene a tenere ben in mente questo detto durante questo periodo difficile sotto il segno del coronavirus.

Ogni periodo ha le sue prove dure e l’Italia, come altri paesi, si trova a dover lottare contro un male che non guarda in faccia a nessuno, e in modo particolare tra quelli di una certa età e con condizioni pre-esistenti che rendono la malattia ancora più pericolosa. E proprio perché si tratta di questa categoria di vittime vulnerabili, i soliti sciacalli stanno uscendo per cercare di sfruttare l’occasione.

Purtroppo, questi sciacalli moderni sono assistiti dalla tecnologia moderna che rende ancora più difficili identificare chi abbia buone intenzioni e chi cerchi di trarre vantaggi, di molti tipi, dalla tristezza alla disperazione altrui.

Offerte ingannevoli

Quasi dal primo giorno sono uscite le offerte di assistere gli anziani e chi si trovano in difficoltà per rendere la loro vita più facile. Viste le istruzioni di dover restare a casa, offrono di venire a domicilio per fare i dovuti controlli. Inevitabilmente le intenzioni di questi “angeli” è ben diversa perché cercano di entrare in casa con l’intenzione di fare truffe, se non compiere furti alla loro vittime.

Ad assistere questi delinquenti nel loro intento è la tecnologia moderna, e in modo particolare i social, che aiuta a tenere i colpevoli anonimi, anche se sembrano  fornire identità sicura, ma spesso si tratta solo di una percezione che anche i più giovani non riescono a capire.

Inoltre, tramite i social possono arrivare richieste che rispondono ai nostri bisogni di sapere che ci siano cure e rimedi per il virus che sta colpendo il mondo.

È così cominciano ad arrivare richieste di amicizie, oppure messaggi come quello in testa all’articolo, che vogliono far credere d’avere una medicina o una terapia capace di guarire i malati di Covid 19.

I venditori farlocchi del passato con i loro carri e spettacoli sono diventati i corrispondenti informatici che compiono i loro inganni tramite il computer, tablet o cellulare, a chi vuole solo poter avere una vita tranquilla senza il pericolo della malattia, oppure nella speranza di poter trovare una cura che la medicina moderna non ha ancora avuto il tempo di trovare.

A coloro che sentono le tentazioni di rispondere a questi ciarlatani chiediamo di avere la pazienza di aspettare un momento e chiedersi come mai queste “cure” non siano state annunciate dalla stampa, oppure offerte alle società farmaceutiche multinazionali e/o governi che pagherebbero moltissimi soldi per aver accesso alla scoperta. Senza dimenticare poi che queste cure non sono passate per i controlli della autorità nazionali dei paesi colpiti e quindi non solo non abbiamo la certezza che siano efficaci, ma, peggio ancora, non siano addirittura nocive alla salute. Basti pensare che un noto predicatore religioso negli Stati Uniti è stato deferito dalle autorità mediche per aver pubblicizzato una “medicina” a base di argento che non ha mai subito alcun controllo e che non ha alcun effetto benevolo sul virus.

Questa è una parte del lavoro degli sciacalli moderni, che non si limitano solo ad offrire medicine misteriose.

Informazioni false

Nel mondo d’oggi l’informazione vale quanto le azioni della borsa o i soldi in banca. Per questo motivo negli ultimi anni abbiamo visto l’esplosione di siti e pagine dei social di presunte “agenzie di stampa”, oppure di siti farlocchi che danno notizie che sembrano vere per ottenere l’effetto di aumentare i “mi piace” e i contatti, per avere accesso ai soldi della pubblicità.

Questi siti non sono amministrati da giornalisti, non sono registrati con gli organi nazionali competenti, non rispondono alle autorità responsabili e agiscono solo per cercare di attirare la maggiore attenzione possibile e quindi  poter aumentare gli introiti della pubblicità.

Questi siti utilizzano titoloni chiamati “click bait”, cioè acchiappaclick, perché attirano l’occhio degli utenti che cercano la conferma dei propri pregiudizi, oppure per sfruttare l’ignoranza, nel senso di non sapere, degli utenti che non sa riconoscere notizie vere, che poi si rivelano montature, manipolazioni oppure bugie intenzionali.

Negli ultimi anni il pubblico si sente deluso dalla stampa tradizionale e si è diretto a pagine che sembrano dire “quel che gli altri non dicono”. Purtroppo, queste notizie sono ingannevoli.

Inoltre, questi operatori in malafede non sono soggetti alle leggi, la deontologia e i controlli che i giornali e i giornalisti devono rispettare per poter praticare il loro mestiere. Il giornalista che sbaglia ha l’obbligo di correggere uno sbaglio, e paga un conto salato con la giustizia se lo fa, come anche un cittadino che si sente tirato in ballo in modo scorretto ha il diritto di poter pubblicare la propria risposta nella testata, un diritto che non esiste in questi siti e le pagine false.

Tristemente, anche in questo, ci sono esempi di sciacallaggio da parte di personaggi che dovrebbero ‘conoscere’, ma cercano di promuovere i loro programmi.

Altre intenzioni

Proprio perché i social sono un mezzo potente, come abbiamo visto durante la campagna presidenziale negli Stati Uniti nel 2016, i partiti politici ufficiali si dirigono sempre di più a operatori informatici per spargere il loro messaggio politico e il programma che intendono presentare agli elettori. Purtroppo, non solo in Italia ma anche in molti paesi, l’operato non è poi così trasparente.

Molti partiti politici hanno utilizzato questi siti e pagine più per smentire i loro oppositori, spesso con notizie manipolate, che per promuovere i loro programmi. Le controversie della campagna presidenziale degli Stati Uniti era proprio in questo senso, screditando l’avversario con immagini manipolate e allusioni vaghe di scorrettezze senza fornire prove.

Uno può dire che questo sia, parafrasando il generale prussiano von Clausewitz, la continuazione della politica vecchia con altri mezzi, e potrebbe essere così, ma altri gruppi hanno reso il gioco politico molto pericoloso, gruppi come quelli che utilizzano i social per negare fatti storici importanti come la Shoah, per promuovere politiche estreme che non hanno più posto nel mondo moderno ma che si vorrebbe far tornare alla ribalta.

La crisi del coronavirus ha messo in risalto tutti questi aspetti perchè in molti siti le discussioni diventano politiche divisive invece di solidarietà e di onestà di comportamento e intenzioni, che son l’unica via di uscita da questa strada triste il più presto possibile.

Nel cadere nel tranello di diffonditori di truffe, menzogne e giochi politici sporchi rendiamo ancora più difficile il lavoro dei professionisti medici/scientifici e tutti gli altri che lavorano incessantemente per curare i nostri malati e per trovare una cura per evitare altre diffusioni del virus nel futuro.

Inoltre, nel cadere in questi tranelli rendiamo più difficile riportare il paese di nuovo a una società civile dove questi comportamenti scorretti non dovrebbero avere posto.

Così, la prossima volta che vediamo messaggi vaghi e misteriosi, notizie sensazionali, dubbiose e senza fonti non premiamo il pulsante per condividerli, ma prendiamo il tempo per controllare se siano vere e, se necessario, segnalare i siti falsi agli amministratori.

Certo, ci sarà sempre gente in malafede e perciò, come disse Andreotti, dobbiamo “pensare male” fino a prova contraria, ma se diffondiamo falsità e cure inesistenti diventiamo noi gli sciacalli d’oggigiorno di cui gli altri non devono fidarsi.

Come dice l’immagine in testa all’articolo, “Meglio essere l’ultimo tra i leoni che il primo tra gli sciacalli”.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

Today’s jackals and profiteers

Every era has its trials and Italy, just like other countries, is now finding itself having to fight an ill that looks nobody in the face, especially those of a certain age and with pre-existing condition which makes the disease even more dangerous

Former Italian Prime Minister Giulio Andreotti was famous for his sayings and one of the best known was “A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina” (Thinking bad of others is a sin but often you are right). Like all the late politician’s sayings there is a touch of bitterness and even more of truth and it is for this reason that we would do well to bear this saying in mind during this difficult period under the sign of the coronavirus.

Every era has its trials and Italy, just like other countries, is now finding itself having to fight an ill that looks nobody in the face, especially those of a certain age and with pre-existing condition which makes the disease even more dangerous. And it is because it involves vulnerable victims that the usual profiteers are coming out to try and exploit the occasion.

Unfortunately these modern jackals and profiteers are helped by modern technology which makes it even harder to identify those with good intentions and those who try to draw advantages, of many types, from the sadness and desperation of others.

Deceptive offers

From almost the first day offers began to appear for assistance to the elderly and those who are in difficulty to make their lives easier. In view of the instructions to stay at home they offer to come to homes to carry out the necessary tests. Inevitably the intentions of these “angels” are very different because they try to enter the home with the intention of scamming, if not stealing from their victims.

Modern technology is helping these delinquents in their intent and especially the social media which helps to keep the offenders anonymous, even if they seem to provide secure identity, but this is often only a perception that even the younger people cannot understand.

Furthermore, messages with requests that can answer our needs to know that there are cures and remedies for the virus that is affecting the world come through the social media.

And it is in this way that we receive requests for friendship or messages such as the one at the head of the article from those who want to make people believe they have a medicine or a treatment that can cure those suffering from Covid 19.

The snake oil salesmen of the past with their wagons and shows have become the IT correspondents who carry out their deceptions through the computer, tablet or mobile phone to those who only want to have a peaceful life free from the danger of the disease, or in the hope of being able to find a cure that modern medicine has not yet had the time to find.

We ask those who feel the temptation to answer these charlatans to have the patience to wait for a moment and ask themselves how come these “cures” have not been announced by the Press or been offered to the multinational pharmaceutical companies and/or governments  which would pay a lot of money to have access to the discovery. Without forgetting that these cures have not undergone the controls of the national authorities of the countries hit by the virus and therefore not only do we have no certainty that they are effective or, worse still, they are not outright harmful to health. We only have to think that a famous television preacher in the United States who was ordered by the medical authorities to desist after having advertised a “medicine” based on silver that had never been subjected to controls and that has no benevolent effect on the virus.

This is part of the work of the modern profiteers who do not limit themselves only to offering mysterious medicines.

False information

In today’s world information is worth as much as shares in the stock exchange or money in the bank. For this reason, we have seen in recent years an explosion of sites and social media pages of alleged “press agencies” or of false sites that report seemingly real news to achieve the effect of increasing the “likes” and contacts in order to have access to the money from advertising.

These sites are not managed by journalists, they are not registered with the competent national bodies, they do not answer to the responsible authorities and they act only to try and attract the greatest attention possible and therefore increase their income from advertising.

The headlines used by these sites are called “click bait” because they draw the eye of users who are looking for confirmation of their prejudices or to exploit the ignorance of the users who cannot recognize real news but they are then revealed as fabrications, manipulation or deliberate lies.

In recent years the public had felt disappointed in the traditional Press and has moved on to sites that seem to say “what the others do not say”. Unfortunately, this news is misleading.

In addition, these operators in bad faith are not subject to the laws, codes of behaviour and the checks that the newspapers and journalists must respect in order to be able to practice their profession. The journalist who makes a mistake has the obligation to correct the mistake, and may a heavy price according to the law if he does so, just as a citizen who feels wronged has the right to be able to publish his reply in the newspaper, a right that does not exist in these false sites and pages.

Sadly, there are also examples of profiteering on the part of people who should “know” but who try to promote their agendas.

Other intentions

Precisely because the social media is a powerful means, as we saw during the 2016 presidential campaign in the United States, the official political parties are increasingly turning to IT operators to spread the political message and agenda they intend presenting to their electors. Unfortunately, not only in Italy but also in many countries, the work is not so transparent.

Many political parties have used these sites and pages more to belie their opponents, often with manipulated news, than to promote their agendas. The controversies of the American presidential campaign were in this very direction, by discrediting the opponent with manipulated images and vague allusions of improper behaviour without providing proof.

One can say that this is, paraphrasing Prussian general von Clausewitz, the continuation of the old politics by other means, and this could be so, but other groups have made this political game very dangerous, like groups that use the social media to deny major historical facts such as the Holocaust and to promote extremist politics that no longer have a place in the modern world but which they would like to see return under the spotlight.

The coronavirus crisis had highlighted these issues because in many sites the discussion become politically divisive instead of being of solidarity and honest behaviour and intentions which are the only way to get out of this sad road as quickly as possible.

By falling into the trap of the spreaders of scams, lies and dirty politics we make the work of medical-scientific professionals and all the others who are working unceasingly to cure our sick and to find a cure to avoid spreading the virus further in the future even harder.

Furthermore, by falling for these traps we make it even harder to bring the country back to a civil society where this improper behaviour should not have a place.

So, the next time we see vague and mysterious messages and sensational dubious news without sources let us not press the button to share them until we have taken the time to check to see they are true and, if necessary, report the false sites to the administrators.

Of course there will always be people of bad faith and therefore, as Andreotti said, we must “think badly” until proven otherwise but is we spread the false news and nonexistent cures we ourselves become today’s jackals and profiteers that others must not trust.

As the image above the article states, “Better to be the last amongst the lions than the first amongst the jackals”.

Send your stories to: [email protected]

Il Richiamo della Storia – The Call of History

di emigrazione e di matrimoni

Il Richiamo della Storia

Per anni sbagliavo a pensare che dovevo appartenere a solo un paese, sono figlio di due paesi, allora quando qualcuno mi chiede del mio accento in italiano rispondo che sono italo-australiano

Amo il mio paese di nascita, l’Australia, però, sin dal primo giorno di scuola, mi ci sentivo come un pesce fuor d’acqua. Pensavo d’essere l’unico figlio di immigrati a sentire questa sensazione e ogni tentativo di parlare con i miei genitori dei miei disagi finiva con la frase “sei nato in Australia, questa è il tuo paese”.

Solo anni dopo ho capito di non essere l’unico a sentirsi uno straniero nel mio paese di nascita e così ho cominciato a prendere una strada che poi mi ha portato a vivere in Italia dove mi trovo tutt’ora. Però ho impegnato diversi viaggi in Italia per capire del tutto quale strada prendere, ed è tutto iniziato con il primo viaggio che mi ha dato i primi sentori di quel richiamo che sentivo dentro di me e che non riuscivo a spiegare nemmeno a me.

Ora posso dire che il sedicenne partito per trovare i parenti nei paesini dei genitori è cambiato con la scoperta che le origini e le radici erano molto più profonde di quel poco che avevo studiato a scuola dell’Italia. Inoltre, quelle stesse scoperte mi hanno anche fatto capire che ci sono legami tra il mio paese di nascita e di origine che non sognavo e che avrebbero cambiato il mio atteggiamento a quel riguardo.

Così, vorrei spiegare a coloro che ora sentono quelle stesse sensazioni di non disperarsi e di tenere la mente ben aperta perché il loro patrimonio storico e culturale non è limitato solo ai piatti che la mamma e nonna preparano, oppure le tradizioni della famiglia.

La Via Appia e Cicerone

Già prima di arrivare alla prima tappa italiana, il paese di mia madre Scauri(LT), la vista dello stupendo golfo e ancora più imponente castello (allora ancora carcere militare) di Gaeta mi ha fatto intravedere una profonda Storia che non conoscevo.

Arrivare alla casa di nonna e sapere poi che la strada si chiamava via Appia che conoscevo dagli studi ma mai immaginavo di vedere, mi ha fatto chiedere se davanti a quella casa ci fosse stato uno dei gladiatori di Spartaco crocifissi da Marco Licinio Crasso in rappresaglia per la rivolta contro il potere di Roma del 71aC. Poi, qualche giorno, la prima visita a Formia ha rinforzato queste impressioni quando ho visto la tomba di Cicerone nella città dove fu assassinato.

Ma una sorpresa legata all’Australia mi aspettava proprio a Minturno, il comune di Scauri.

I Cimiteri

Un giorno mio zio Domenico ci ha portati al cimitero militare del Commonwealth britannico a Minturno e molte tombe mi hanno stupito. Nel vedere il simbolo del sole levante fatto da baionette dell’esercito australiano su molti lapidi mi sono ricordato delle innumerevoli volte che compagni di scuola australiani non solo hanno fatto battutacce  riguardo i soldati italiani, ma soprattutto quelle volte che mi hanno chiesto per chi avrei combattuto nel caso di una guerra tra l’Italia e l’Australia.

Quelle tombe erano la prova che quella domanda crudele non era un’ipotesi, ma era successo davvero non molti anni prima. Con il passare degli anni ho capito poi che le domande dei miei coetanei australiani non erano altro che ripetizioni di quel che loro avevano sentito dai genitori a casa. Inoltre, ho saputo solo molti anni dopo che due miei zii paterni erano stati fatti prigionieri di guerra proprio dagli australiani nella celebre Battaglia di El-Alamein.

Di seguito siamo andati a Bianco(RC), il paese di papà, per scoprire un’altra realtà italiana che non potevo immaginare. Nell’assaggiare alla casa di zia Grazia il vino storico del suo paese per la prima volta, il Greco di Bianco, che risale all’epoca della Magna Grecia, ho trovato altri legami storici inimmaginabili per chi ha fatto la scuola all’estero.

Sia a Scauri che a Bianco le prime visite sono state ai cimiteri del paese in memoria dei nonni, quelli paterni che non ho mai conosciuto e quello materno che aveva visitato l’Australia qualche anno prima e che ricordo ogni volta con il gioco con di carte “Scopa” che lui mi ha insegnato in quella visita, che era deceduto solo tre anni dopo il nostro incontro.

Quei cimiteri paesani sono stati la prova dei nostri legami in Italia, le origini della mia famiglia e il tocco personale del nostro patrimonio storico e culturale. Il giro della penisola in quei mesi non ha fatto altro che rinforzare la consapevolezza che stavo scoprendo quel che sentivo dentro di me e che ancora non riuscivo ad indentificare.

Canzoni

Inoltre, la scoperta della musica moderna italiana sconosciuta in Australia mi ha fatto una grandissima impressione. Due brani in particolare, che il lettore può ascoltare nei due filmati sopra e sotto hanno aperto per la prima volta la mia mente alla musica che ora amo. Il primo brano è la stupenda “Pensieri e parole” del grande Lucio Battisti e il secondo, “Il viaggio di un poeta” de “I Dik Dik” poteva essere l’inno di quel che sentivo e solo anni dopo ho capito che era anche la mia storia.

Difatti, alla fine del viaggio non volevo ritornare in Australia, volevo rimanere in Italia per scoprire quel che sentivo. Ma ci sono voluti anni per capire che quel che sentivo era il richiamo della Storia delle mie radici e della Cultura che mi appartiene.

Però, da figlio di emigranti mi sono anche reso conto che la mia Storia non era solo quella italiana, ma anche quella australiana ed altrettanto le Culture dei due paesi.

Per anni sbagliavo a pensare che dovevo appartenere a solo un paese, sono figlio di due paesi, allora quando qualcuno mi chiede del mio accento in italiano rispondo che sono italo-australiano. Come il poeta del secondo brano ho trovato la pace dentro di me solo accettando che sono il risultato di due mondi, anche se sarò sempre uno “straniero” per molti in ciascun paese.

Identità

Sì, abito in Italia, però per alcuni non sono del tutto italiano, come per alcuni in Australia non sono del tutto australiano. Entrambi hanno ragione e torto perché porto i due paesi nel cuore e sono il risultato di quel che mi hanno dato. Sono fiero di questa mia identità e mi dispiace solo d’aver impegnato troppo tempo per riconoscerlo.

Questa è la mia risposta a tutte le battutacce del passato e del dolore di sentirmi isolato, ma è la mia risposta e potrebbe non andare bene per altri. Ogni figlio e discendente di emigrati devono trovare la propria risposta.

Nel leggere le pagine dei social degli italiani all’estero di molti paesi vedo molti che cercano la propria identità, anche di quinta, sesta e oltre generazione ed è una realtà che dobbiamo riconoscere ed aiutare.

Ciascuno di loro deve trovare la soluzione personale che mette in pace la propria parte italiana e la parte del paese di nascita. Quel che va bene per uno, spesso non va bene per l’altro e nessuno deve criticare altre scelte, perché ciascuno di noi ha le proprie esperienze personali, anche se condividiamo i temi.

Ed è fondamentale per ciascuno fare il viaggio al paese di origine per rispondere al richiamo della famiglia, della Storia e della Cultura che sente, e molti non riescono a capire. Ciascuno tornerà cambiato perché è una fase che ci forma.

Ed è importante che raccontiamo queste storie per fare capire a chi cerca la propria identità che non deve aver paura o sentirsi solo perché ci siamo passati tutti, senza eccezione, in qualche parte della nostra vita che ci aiuta a trovarci.

Perciò, invitiamo i nostri lettori all’estero a inviarci le vostre storie personali da condividere con i nostri parenti e amici in tutto il mondo, anche e soprattutto per capire che queste esperienze sono alla base di una realtà vera che spesso è sottovalutata, la realtà delle comunità italiane nel mondo che fanno parte della Storia e la Cultura del nostro comune paese d’origine, l’Italia.

Inviate le vostre storie a: [email protected]

 

di emigrazione e di matrimoni

The Call of History

For years I was wrong to think that I had to belong only to one country. I am the child of two countries and so when someone asks about my accent in Italian I answer that I am Italo-Australian

I love my country of birth Australia, however, from the first day of school I felt like a fish out of water there. I thought I was the only child of migrants who felt that sensation and every attempt to speak with my parents about my unease ended with the phrase, “You were born in Australia, this is your country”.

I understood only years later that I was not the only one to feel like a foreigner in my country of birth and so I began to take the path that would then take me to live in Italy where I am now. However, it took me a number of trips to Italy to understand fully which road to take and it all began with my first trip which gave me the first whiffs of the call that I felt inside me and that I could not explain, not even to myself.

Now I can say that the sixteen year old who left to visit the relatives in his parents’ home towns changed with the discovery that his origins and roots were much deeper than the little he had studied at school in Australia. Furthermore, those same discoveries also made me understand that there are ties between my countries of birth and of origin that I had never imagined and would change my attitude in that regard.

So I would like to explain to those who now feel the same sensations to not give in to despair and to keep their mind open because their historical and cultural heritage is not limited only to the dishes mamma and nonna (grandmother) prepared or the family’s traditions.

The Appian Way and Cicero

Right from our arrival on the first stage of the trip to Italy, my mother’s home town in Scauri (LT) the view of the wonderful gulf and even more imposing castle of Gaeta (which at the time was still a military prison) gave me a glimpse of a deep history I did not know.

Arriving at my nonna’s (grandmother’s) house and then finding out that the road was called the Via Appia (Appian Way), which I knew from my studies but never imagined I would see, made me wonder if in front of the house there had been one of the Spartacus’ gladiators crucified by Marcus Licinius Crassus in reprisal for their revolt against the might of Rome in 71BC. And then, a few days later on our first visit to Formia reinforced this impression when I saw the tomb of Cicero in the city where he was assassinated.

But a surprise linked to Australia was waiting for me in Minturno, Scauri’s local council area.

 

The Cemeteries

One day my uncle Domenico took us to Minturno’s British Commonwealth war cemetery and many of the tombs astounded me. On seeing the rising sun badge made of bayonets of the Australian Army on many headstones I remembered the innumerable times Australian schoolmates not only made bad jokes about Italian soldiers but especially the times they asked we for which country I would have fought if Australian and Italy went to war.

Those graves were the proof that the cruel question was not just a hypothesis but it had really happened not many years earlier. With the passage of time I understood that my Australian schoolmates were only repeating questions that they had heard from their parents at home. In addition, I learned only many years later that two of my father’s brothers had been captured by Australian soldiers in the famous Battle of El Alamein. 

After that we went to Bianco (RC), my father’s hometown, where we discovered another reality of Italy that I could not imagine. In my aunt Grazia’s home when I tasted the town’s historic wine, Greco di Bianco which dates back to the period of the Magna Grecia (Greater Greece, the South of Italy during the Hellenic period), I discovered other historical links that were unimaginable for those who went to school overseas.

The first visits in both Scauri and Bianco were to the towns’ cemeteries in memory of my grandparents, the paternal grandparents who I never met and my maternal grandfather who had visited Australian and who had passed away only three years after we met. I remember him every time I play Scopa (an Italian card game) that he had taught me during that visit.

Those town cemeteries were the proof of our links to Italy, the family’s origins and the personal touch of our personal historical and cultural heritage. The trip around the peninsula in those months only strengthened the awareness that I was discovering what I felt inside me and that I still could not identify.

Songs

In addition, the discovery of modern Italian music that was unknown in Australia made a huge impression on me. Two songs in particular, which the reader can listen to in the film clips above and below, opened my mind to the music that I now love. The first song is the stupendous “Pensieri e Parole” (Thoughts and Words) by the great Italian singer songwriter Lucio Battisti and the second, “Il viaggio di un poeta” (A poet’s journey) by the group I Dik Dik, could have been a hymn to what I felt and only years later I understood that it was also my story. 

 

In fact, at the end of the trip I did not want to go back to Australia. I wanted to stay in Italy to discover what I felt but it took years to understand that what I felt was the call of the history of my roots and the Culture that belongs to me.

However, as the child of migrants I also understood that my history was not only Italian but also Australia’s history and the same applies to the Cultures of the two countries.

For years I was wrong to think that I had to belong only to one country. I am the child of two countries and so when someone asks about my accent in Italian I answer that I am Italo-Australian. Just like the poet of the second song, I found inner peace only by accepting that I am the result of two worlds, even if I will always be a “foreigner” for many in both countries.

Identity

Yes, I live in Italy, however, for some I will never be fully Italian, just as for some in Australia I am not fully Australian. Both are right and wrong because I carry both countries in my heart and I am the result of what they have given me. I am proud of my identity and I am only sorry that it took too long to recognize this.

This is my answer to the bad jokes of the past and the pain of feeling alone but it is my answer and it may not be good for others. Every child and descendant of migrants must find their own answer.

When I read the social media pages of Italians overseas in many countries I see many who are looking for their own identity, even after five, six and more generations and it is a reality that we must recognize and help.

Each one of them must find the personal solution that puts his or her Italian side at peace with the side of their country of birth. What is good for one is often not good for another and nobody must criticize other choices because each one of us has his or her own personal experiences, even if we have issues in common.

And it is essential that each one of us takes a trip to the country of origin to answer the call of the family, history and Culture he or she feels and that many cannot understand. Each one will go back a changed person because it is a phase that shapes us.

And it is important that we tell these stories to let those who are looking for their identity understand that they must not be scared or feel alone because we have all, without exception, gone through these phases in some part of our lives that helped us find ourselves.

Therefore we invite our readers overseas to send us their personal stories to share with our relatives and friends all over the world, also and above all to understand that these experiences are the foundation of a real identity that is often underestimated, the reality of the Italian communities worldwide that are part of the history and Culture of our common country of origin, Italy.

Send your stories to: [email protected]

La coreografia della guerra – The Choreography of War

di emigrazione e di matrimoni

La coreografia della guerra

In un periodo in cui si insegna che il colonialismo sia finito come un esito della seconda guerra mondiale le cronache internazionali ci dicono regolarmente che gli effetti del colonialismo si sentono ancora, e in nessun posto più dei confini tra l’India e il Pakistan che una volta facevano parte di una singola colonia britannica

Nel suo famoso libro sulla guerra, il generale prussiano Carl von Clausewitz scrisse una delle frasi più celebri sul peggior male che colpisce il nostro pianeta, “la guerra non è nulla più che il proseguimento della politica con altri mezzi”. Ma non sempre si fa la guerra con le armi, a volte la guerra si combatte anche con la coreografia.

In un periodo in cui si insegna che il colonialismo sia finito come un esito della seconda guerra mondiale le cronache internazionali ci dicono regolarmente che gli effetti del colonialismo si sentono ancora, e in nessun posto più dei confini tra l’India e il Pakistan che una volta facevano parte di una singola colonia britannica. Questa settimana la strage di musulmani a Nuova Delhi ci fa capire che questi due paesi sono eternamente sull’orlo di una guerra dopo le tre combattute in seguito alla divisione del 1947.

Come vedremo nel filmato sotto un punto specifico del confine è il luogo dove la guerra è combattuta due volte al giorno, all’issare e all’ammainare delle bandiere, ma non per onorare i rispettivi paesi, bensì per mostrare al nemico la risolutezza dei propri soldati. Vale bene la pena tenere questa cerimonia quando leggiamo le cronache dal sub-continente e gli sbagli dei colonialisti occidentali che volevano imporre i loro concetti ai loro sudditi. E, allo stesso tempo, riconosciamo gli errori di tutti le potenze coloniali, senza eccezioni, che non hanno lasciato i loro ex-territori in condizioni buone, bensì deboli e quindi soggette ad altre potenze altrettanto spietate.

L’avviso di Gandhi

Immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale le autorità britanniche avevano capito che l’epoca del colonialismo era finito, almeno ufficialmente. Per questo motivo decisero di dare indipendenza alle loro colonie, non solo per mantenere il loro Commonwealth, ma anche per evitare guerre di liberazione che già minacciavano potenze come la Francia, il Belgio e l’Olanda.
 
Senza dubbio il gioiello della corona dell’ex impero britannico era il sub-continente indiano che da anni creava problemi sotto la guida del Mahatma Gandhi, che era il paladino di una separazione senza violenza, ma solo fino a un certo punto tra i suoi seguaci. Per questo motivo Gandhi aveva consigliato ai britannici di non separare il sub continente tra indù e musulmani perché avrebbe creato la violenza che i britannici temevano.
 
Purtroppo non gli diedero ascolto e nel 1947 la colonia fu divisa in India di  maggioranza indù come la riconosciamo ora e in Pakistan di maggioranza musulmana che era diviso tra due zone al nord est e al nord ovest dell’India. Villaggi interi nei due paesi furono cacciati via per andare dai loro corregionali nell’altro paese e tra uno e due milioni di profughi morirono nell’esodo forzato.
 
Peggio ancora, la divisione geografica del sub continente fu fatta male e lasciò dispute di alcune zone confinanti, in particolare del Punjab che fu diviso tra i due nuovi paesi. Queste dispute portarono a tre guerre nei trent’anni dopo la divisione e il risultato fu la creazione di un altro paese, il Bangladesh, dalla parte orientale del Pakistan dopo la vittoria indiana nella terza guerra nel 1971.
 
Le tensioni tra i due paesi non sono mai sparite. Basta guardare l’elenco dei maggiori importatori d’armi per vedere l’India al quarto posto e il Pakistan al decimo posto. Certamente una parte del motivo è nella presenza dell’Afghanistan al confine e i suoi problemi legati al fondamentalismo islamico, come anche le tensioni tra l’India e la Cina, ma il maggior motivo per mantenere forze armate enormi è proprio il timore che prima o poi scoppierà un altro conflitto tra di loro.

La battaglia quotidiana

Infatti, un campo di battaglia unico esiste già tra i due paesi e si trova a Wagah sul loro confine nel Punjab, dove ogni sera la cerimonia della chiusura del cancello tra i due paesi diventa una guerra a colpi di coreografia. Una cerimonia che è diventata la dimostrazione dell’orgoglio nazionale da parte dei soldati di entrambi i paesi. In questa cerimonia partecipano le unità che controllano il confine e vengono scelti i soldati più grandi possibili, altissimi e di aspetto imponente.

Nel corso degli anni questo spettacolo bellico ha attirato un pubblico enorme, indiano e pakistano, che accoglie le grida degli ordini degli ufficiali e sottoufficiali e ogni passo della marcia delle squadre di soldati con un tifo da calcio con boati, applausi e canti. Sotto c’è il link a uno dei vari filmati della cerimonia su YouTube e dimostra che ora anche le soldatesse fanno parte della sfida quotidiana.

Il filmato ci fa vedere il lato indiano, ma si vede chiaramente che anche il lato pakistano ha un grande pubblico ad applaudire i propri eroi. Però, c’è un dettaglio nel filmato che fa capire che il nazionalismo, anche se di due paesi nuovi in termini storici ma antichi per la la loro Storia e tradizioni, svolge un ruolo fondamentale nella cerimonia. La scritta “Jai Hind” alla fine, che soldati e poliziotti indiani scambiano ogni giorno nelle loro attività,  e che vediamo anche nei film di Bollywood, vuol dire “Ave India” e quindi un segno che il futuro tra i due paesi sarà sempre a rischio, sia da una parte che dall’altra.

Le superpotenze

Nel corso della Guerra Fredda sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica hanno cercato di utilizzare la situazione tra i due paesi per il proprio vantaggio e questi tentativi sono culminati nel 1980 con l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Questa invasione ha avuto un ruolo fondamentale nell’indebolimento dell’URSS che portò al suo collasso ed era anche, come sappiamo, il motivo della nascita dei gruppi come Al-Qaeda che sono al centro dei problemi del terrorismo islamico nel mondo d’oggi.
 
Un altro conflitto armato tra le due potenze militari asiatiche avrebbe effetti enormi, e non solo economici, a un mondo già colpito duramente dalle ondate di profughi che vediamo nei notiziari e nei giornali ogni giorno.
 
Per quanto possa essere spettacolare guardare la cerimonia di Wagah, ci fa vedere una realtà che pochi conoscono. Malgrado la crescita enorme dell’economia indiana degli ultimi due decenni troppi ancora considerano il paese povero. La presenza di zone ancora povere all’interno del paese non deve trarre in inganno, l’India è diventata una grande potenza economica. Un segno di questa crescita è stata la scoperta sorprendente, soprattutto dagli americani, che tra gli attori più pagati nel mondo tre dei primi dieci sono attori di Bollywood, un chiaro segnale della forza della loro industria cinematografica che sta facendo molta strada nel mercato internazionale.

Quo vadis?

Ma come l’India e Pakistan sono potenzialmente il campo di una nuova guerra, la comunità internazionale deve tenere conto che non è l’unico conflitto potenziale. La guerra non ufficiale tra la Russia e l’Ucraina dimostra chiaramente che l’Europa è sempre a rischio di conflitti. Come esiste da tempo tensione in Cina per via della minoranza Uighur di religione musulmana che cerca libertà di culto.
 
Questi focolai internazionali non nascono da un momento ad altro, sono problemi che vanno avanti da decenni, se non addirittura da secoli, che fin troppo spesso la comunità internazionale non è riuscita a risolvere del tutto. Con l’eccezione dell’Oceania che si trova in una situazione politica insolita, non esiste continente che non abbia problemi e che non corra rischi di qualche livello. Le Americhe hanno problemi a causa dei problemi politici endemici e della potenza dei narcotrafficanti in paesi vuol dire che paesi come il Messico e la Colombia hanno motivi per temere instabilità politica di conseguenza.
 
Sono tutti problemi da tenere d’occhio, non per interesse di cronaca, ma soprattutto perché non sono lontani dal nostro paese. Infatti, avrebbero effetti su di noi in Europa e non solo perché colpirebbero immediatamente i nostri scambi commerciali con questi paesi. Conflitti del genere sono l’origine dei barconi che vediamo ogni giorno alla televisione e nei giornali. La faccia della gente che chiede asilo è la prova che i cosiddetti paesi moderni continuano a fallire nei tentativi di creare un mondo senza guerra. 
 
Per quanto possa essere “pittoresco” guardare la coreografia di Wagah tra India e Pakistan, quella cerimonia dimostra che il mondo ha ancora molto da fare in termini di politica internazionale e che dobbiamo cercare di risolvere queste situazioni con la politica e non con gli “altri mezzi” di von Clausewitz. 

di emigrazione e di matrimoni

The Choreography of War

In a period in which we teach that Colonialism ended as a result of the outcome of the Second World War international news reports regularly tell us that the effects of Colonialism are still felt today and nowhere more that the border between India and Pakistan which were once part of a single British colony.

In his famous book on war the Prussian general Carl von Clausewitz wrote one of the most famous phrases on the worst evil that strikes our planet, “War is nothing more than the continuation of politics with other means”. But war is not always fought with weapons, sometimes war is also fought with choreography.

In a period in which we teach that Colonialism ended as a result of the outcome of the Second World War international news reports regularly tell us that the effects of Colonialism are still felt today and nowhere more that the border between India and Pakistan which were once part of a single British colony. The massacre this week of Moslems in New Delhi makes us understand that these two countries are eternally on the verge of war after the three they fought following the division in 1947.

As we will see in the film clip below, one specific point on the border is the place where a war is fought twice a day, at the raising and lowering of the flags, not in honour of the two countries but instead to show the enemy the resoluteness of their soldiers. It is well worth bearing this ceremony in mind when we read the news reports from the sub-continent and the mistakes by westerns colonialists who wanted to impose their ideas on their subjects. And at the same time let us recognize that the mistakes of all the colonial powers which, without exception, did not leave their former territories in good condition but weak and therefore subject to other just as ruthless powers.

Gandhi’s warning

Immediately after the Second World War the British authorities understood that the age of Colonialism had ended, at least officially. For this reason they decided to give independence to their colonies, not only to maintain the Commonwealth but also to avoid wars of liberation that already threatened powers such as France, Belgium and Holland.

Undoubtedly the jewel of the British Empire’s crown was the Indian sub-continent which for years had caused problems under the leadership of Mahatma Gandhi who was the paladin of a separation without violence, but only to a certain point amongst his followers. For this reason Gandhi warned the British to not separate the sub-continent between the Hindus and the Moslems because it would have created the violence the British feared. 

Unfortunately they did not listen to him and in 1947 the colony was divided into India with a Hindu majority as we know it today and Pakistan with a Moslem majority that was divided into two areas to the north-west and north-east of India. Whole villages in the two countries were driven out to go to their fellow worshippers in the other country and between one and two million refugees died in the forced exodus.

Worse still, the geographic division of the sub-continent was carried out badly and left disputes over border areas, especially in the Punjab that was divided between the two countries. These disputes led to three wars in the thirty years after the division and the result was the creation of another country, Bangladesh, from the eastern part of Pakistan after India’s victory in the third war on 1971.

The tensions between the two countries never disappeared. We only have to look at the list of the biggest importers of weapons to see India in fourth place and Pakistan in tenth. Of course one part of the reason is the presence of Afghanistan and the problems linked to Moslem fundamentalism, as well as the tensions between India and China, but the main reason for keeping huge military forces is precisely that sooner or later another war will break out between them.

The daily battle

In fact, a unique battlefield already exists between the two countries and it is located at Wagah on the border in the Punjab where every evening the closing of the gate between the two countries becomes a war fought with choreography. This is a ceremony that had become a demonstration of national pride by the soldiers of both countries. The biggest, tallest and most imposing soldiers possible from the units that control the border take part in the ceremony.

During the decades the warlike spectacle has attracted a huge audience, Indian and Pakistani, which welcomes the orders of the officers and NCOs and every step of the marches of the teams of soldiers with football crowd like cheers, applause and chants. Below is the link to one of the film clips of the ceremony on YouTube and it shows that now even female soldiers take part in the daily provocation.

The film clip shows us the Indian side but we can clearly see that the Pakistani side also has a big audience applauding its heroes. However, there is a detail in the clip that lets us understand that nationalism pays an essential role in the ceremony, even if the two nations are new in historical terms but ancient in terms of history and tradition. The message “Jai Hind” at the end of the clip, which soldiers and police in India exchange during their daily activity, as we also see in Bollywood films, means “Hail India”  and is therefore a sign that the future between the two countries is always at risk, from both one side and the other.

The superpowers

During the Cold War both the United States and the Soviet Union tried to use the situation between the two countries to their advantage and these attempts culminated in the Soviet invasion of Afghanistan in 1980. This invasion played an essential role in the weakening of the USSR which brought about its collapse and, as we know, was also a reason for the birth of groups such as Al-Qaeda which were at the centre of today’s problems of Islamic terrorism.

Another armed conflict between the two Asian military powers would have enormous effects, and not only economically, on a world already badly hit by the waves of refugees that we see on the TV news and the newspapers every day.

As spectacular as the Wagah ceremony is to watch, the ceremony lets us see a reality that few know. Despite the huge growth of India’s economy over the last twenty years too many still consider the country poor. The presence of areas in the country that are still poor must not mislead us. India has become an economic power. A sign of this growth is the surprising discovery, especially for Americans, that some of the world’s highest paid actors come from Bollywood, a clear sign of the strength of their movie industry that is making inroads on the international market.

Quo vadis?

But just as India and Pakistan are potentially the field for a new war, the international community must bear in mind that it is not the only potential conflict. The unofficial war between Russia and Ukraine clearly shows that Europe is always at risk of conflicts. And for some time there has been tension in China due to the Moslem minority of the Uyghur’s
which seeks religious freedom.

These international hotspots are not created from one moment to another; they are problems that have been going on for decades, if not for centuries, which all too often the international community has failed to resolve fully. With the exception of Australia which has an unusual political situation, there is no continent that does not have problems and that does not run risks at some level. The Americas have problems due to endemic political problems and the power of the drug cartels in countries means the countries such as Mexico and Colombia have reason to fear political instability as a consequence.

These are all problems that must be watched, not for reasons of news interest but especially because they are not far from our country. Indeed, they would have effects on us in Europe and not only because they would hit our trade with these countries. Conflicts such as these are the origins of the boatloads of people we see every day on the television and the newspapers. The faces of the people who ask for asylum are the proof that the so-called modern countries continue to fail in their attempts to create a world without war.
 As “picturesque” as it may be to watch the choreography at Wagah between India and Pakistan that ceremony shows that the world still has a long way to go in terms of international politics and that we must try to resolve these situation with politics and not von Clausewitz’s “other means”.

L’Italia e l’Aquila solitaria australiana- Italy and the Australian Lone Eagle

di emigrazione e di matrimoni

L’Italia e l’Aquila solitaria australiana

Bert Hinkler nacque a Bundaberg, Queensland il 2 dicembre, 1892 e, come rivela il suo nome, il padre era un immigrato tedesco in quel continente lontano

C’è un pezzo d’Australia nella zona di Pratomagno dell’Appennino Toscana tra le province di Arezzo e Firenze. Il macigno viene da Bundaberg nello stato di Queensland ed era il punto centrale di una cerimonio commovente che ha legato insieme l’Italia e l’Australia con un legame dissolubile.

Ho saputo di questa cerimonia un giorno qualche settimana fa quando Franco Scarpini di Arezzo mi ha inviato un filmato realizzato da lui del retroscena della cerimonia. Essendo nato e cresciuto in Australia conoscevo bene il personaggio al centro di questa vicenda triste, ma fino a quel giorno non sapevo che il suo destino crudele l’avrebbe portato a essere seppellito al Cimitero degli Allori a Firenze con tutti gli onori degni di un pioniere dell’aviazione e un soldato pluridecorato della Grande Guerra.

In questo modo il luogo ha un significato importante non solo per l’Italia, ma anche per l’Australia.

Infatti, Monte Verna vicino al monumento aveva già un significato importante per l’Italia come testimonia la grande croce sulla vetta. Questo fu il luogo dove il Santo ricevette le stimmate sulle mani, piedi e le costole.

Ma chi era questa “Aquila solitaria” onorata in Toscana?

Terra Australis

Non c’è dubbio che l’Australia è una terra enorme, con la sua piccola popolazione piccola in relazione al territorio e, quindi, avrebbe avuto molti benefici dall’invenzione dell’aereo dai fratelli Wright negli Stati Uniti nel 1903, solo due anni dopo la fondazione della Federazione Australiana.

Bert Hinkler nacque a Bundaberg, Queensland il 2 dicembre, 1892 e, come rivela il suo nome, il padre era un immigrato tedesco in quel continente lontano. Sin da giovane si è interessato all’aviazione  che l’avrebbe portato a vincere importanti premi e riconoscimenti in molti paesi, non solo in Europa e l’Australia, ma persino negli Stati Uniti.  Cominciò costruendo alianti e poi come meccanico per un aviatore americano Arthur Burr Stone durante un viaggio in Australia e la Nuova Zelanda.

Nel  1913 Hinkler decise di trasferirsi in Inghilterra trovare la propria strada in quel nuovo ramo di tecnologia. Lo scoppio della Grande Guerra gli diede questa opportunità. Si arruolò nel nuovo ramo di Aviazione della Marina Militare britannica e dopo poco tempo si trovò prima come mitragliere su uno dei primi arei militari, vincendo riconoscimenti per i suoi miglioramenti al meccanismo primitivo, per poi diventare pilota per conto proprio. Nel luglio del 1918 andò in Italia per la prima volta con il suo stormo per partecipare in battaglie contro gli austriaci dove fu disgustato dal dover mitragliare soldati per terra con il suo aereo.

Pioniere di rotte

Dopo la guerra si mise a lavorare con società importanti d’aviazione lavorando sullo sviluppo degli aerei e come pilota e poi partecipando a gara e voli a lunga distanza, tra paesi e da continenti a continenti. Nel febbraio del 1928 divenne famoso con il suo primo volo solitario tra l’Inghilterra e la sua nativa Australia, ottenendo anche una grande somma di denaro da parte del governo australiano che ha assicurato il suo futuro da aviatore e ottenendo anche il grado di Squadron Leader (maggiore) onorario della Royal Australian Air Force, la neonata Aeronautica Militare australiana.

Fece parte di squadre in competizioni internazionali di velocità vincendo gare in squadre e individualmente in molti paesi. Nel corso di quegli anni nel suo aereo de Havilland Puss Moth CF-APK volò in molti paesi come gli Stati Uniti, Canada, Brasile, i Caraibi, Venezuela, Guyana e una parte dell’Oceano Pacifico.

Poi decise di tentare di fare il nuovo primato per il viaggio in solitaria più veloce tra Gran Bretagna e l’Australia. La sua rotta lo portò a sorvolare l’Italia. 

Destino crudele

Il 7 gennaio 1933 partì dall’aeroporto di Heathrow vicino a Londra in Inghilterra. Sorvolò la Francia da dove partì per l’Italia. Dopo di quella tappa nessuno lo vide più vivo. Le ricerche iniziarono immediatamente, ma solo una persona sapeva la sua rotta e questo impedì le ricerche. La notizia della sua scomparsa fece il giro del mondo e in modo particolare in Australia e l’Inghilterra.

Le ricerche non ebbero successo immediatamente e si temeva che non  sarebbe stato più ritrovato. Poi, il 27 giugno seguente i resti dell’aereo furono ritrovati sul versante settentrionale degli Appennini a Pratomagno tra Firenze e Arezzo.

Ancora più tragicamente non morì sul colpo ma sopravvisse all‘impatto. Il suo corpo fu ritrovato a distanza dei resti dell’aereo che voleva dire che aveva cercato di trovare rifugio, ma fu vittima del freddo e si teme anche che i lupi locali ebbero un ruolo nella sua morte.

Alla scoperta Benito Mussolini ordinò che fosse interrato con tutti gli onori militari dovuti a un eroe di guerra e pioniere aviatore. La cerimonia ebbe grande risalto in tutto il mondo e non solo in Italia e Australia.

La zona del ritrovamento si chiamava il “Prato delle Vacche” per ovvi motivi e quindi aveva pochi alberi. Negli anni 80 una faggeta fu piantata proprio in quel luogo. Sembrava che il ricordo di Hinkler fosse destinato a essere dimenticato  nella zona, ma il ricordo di San Francesco diede l’opportunità di poter ricordare in un modo più degno l’aviatore australiano.

La croce e il macigno

Nel 2013 si decise di restaurare la croce dedicata a San Francesco alla vetta di Monte Verna. In quell’occasione l’ingegnere Alessandro Ercolani esperto in aeronautica pensò che fosse il momento di rintracciare la strada di Bert Hinkler in quella notte tragica e parlò con Franco Scarpini e altri della zona.

L’archivio delle foto dell’epoca doveva rendere il lavoro semplice, ma la faggeta degli anni 80 rese questo molto difficile. L’unico indizio era il colore diverso di quegli alberi, però, incredibilmente la forma della faggeta, quasi come il Regno Unito, attirò le attenzioni e fu proprio qui che cominciarono a trovare le tracce dell’aviatore deceduto.

A questo punto erano coinvolte anche le autorità australiane, alcune delle quali visitarono la zona.  Durante una di queste visite uno di loro si ricordò che alcuni alberi dell’epoca erano stati marcati. Questa fu la svolta che portò prima ad individuare il luogo dello schianto e poi il luogo dove fu ritrovato il povero Hinkler.

Di seguito si decise, insieme alle autorità australiane, non solo di fare un monumento a Hinkler ma anche di realizzare una pista, in forma di aquila, in sua memoria. Tristemente nel frattempo l’ingegnere Ercolani non c’era più per poter vedere la fine gloriosa del progetto da lui avviato.

Le autorità australiane diedero un macigno vulcanico di una tonnellata e mezzo da Bundaberg, il paese di nascita di Hinkler, che sarebbe diventato il monumento dopo il lavoro di artigiani della zona. Così, un pezzo d’Australia sarebbe rimasto in Italia per ricordare “l’Aquila solitaria” australiana.

Il 2 agosto 2015 autorità italiane e australiane, compresa una massiccia delegazione di alti ufficiali della RAAF, l’Aeronautica Militare australiana, hanno inaugurato il monumento fatto da un pezzo del luogo di nascita di Hinkler al luogo dove finì tragicamente la sua vita.

Non possiamo immaginare un modo più appropriato per legare insieme due paesi. Il riconoscimento di bravura deve essere internazionale e senza politica e così è stato nel caso di Bert Hinkler.

Anche noi del giornale desideriamo rendere onore a questo eroe internazionale, come anche fare i complimenti a coloro che si sono impegnati per realizzare questo monumento unico all’Aquila solitaria. Ci sono molti legami tra i nostri due paesi, compresi i moltissimi italiani e i loro discendenti che ora abitano nella Terra Australis e ci auguriamo che iniziative del genere saranno frequenti, e non solo con l’Australia.

di emigrazione e di matrimoni

Italy and the Australian Lone Eagle

Bert Hinkler was born in Bundaberg in Queensland on December 2nd, 1892 and, as his name reveals, his father was a German migrant to that faraway continent

There is a piece of Australia in the Pratomagna area of the Tuscan Apennines between the provinces of Florence and Arezzo. The boulder came from Bundaberg in the state of Queensland and was the central feature of a moving ceremony that tied together Italy and Australia in a lasting way.

I found out about this ceremony a few weeks ago when Franco Scarpini of Arezzo sent me a film he produced of its background. Having been born and raised in Australia I knew of the person at the centre of this sad story well but until that day I did not know that his cruel fate had brought him to being buried in Florence’s Allori Cemetery with all the honours due to a pioneer aviator and decorated soldier of the Great War.

In this way the place has great importance not only for Italy but also for Australia. In fact, Mount Verna near to the monument already had a significant meaning for Italy as witnessed by the big Cross at its peak. This was the place where Saint Francis of Assisi, Italy’s patron Saint, received the stigmata on his hands, feet and chest.

But who was this “Lone Eagle” honoured in Tuscany?

Terra Australis

There is no doubt Australia is a huge land with a small population in relation to the area and therefore would have had many benefits from the invention of the airplane by the Wright Brothers in the United States in 1903, only two years after the foundation of the Federation of Australia.

Bert Hinkler was born in Bundaberg in Queensland on December 2nd, 1892 and, as his name reveals, his father was a German migrant to that faraway continent. From an early age he was interested in aviation which would take him to winning many major awards and prizes in many countries, not only Europe and Australia. He began by building gliders and then as a mechanic for American aviator Arthur Barr Stone during a trip in Australia and New Zealand. 

In 1913 Hinkler decided to move to England to find his road in that new branch of technology. The outbreak of the Great War gave him this opportunity. He enrolled in the new Aviation branch of the Royal Navy and shortly after he was a gunner on one of the first military airplanes, winning awards for his improvements of the primitive mechanism and then he became a pilot. In July 1918 he went to Italy for the first time with his squadron to take part in battles against the Austrians during which he was disgusted at having to strafe soldiers on the ground with his plane.

Pioneer of routes

After the war he went to work for major aviation companies on the development of the airplanes and as a pilot and then participated in races and long distance flights between countries and from continent to continent. In February 1928 he became famous with the first solo flight between England and his native Australia, also obtaining a large sum of money from the Australian government which ensured his future as an aviator and also received the honorary rank of Squadron Leader in the still new Royal Australian Air Force.

He took part in international team speed competitions winning races in many countries, as part of a team or individually. During those years he flew his de Havilland Puss Moth airplane CF-APK in many countries such as the United States, Canada, Brazil, the West Indies, Venezuela, Guyana and a part of the Pacific Ocean.

He then decided to make an attempt at a new record for the fastest flight between Great Britain and Australia. His course to him to fly over Italy.

Cruel destiny

On July 7th, 1933 he took off from Heathrow near London, England. He flew over France from where we left for Italy. After that leg of the journey nobody saw him alive again. The search began immediately but only one person knew his route and this slowed the search. The news of his disappearance spread around the world, especially in Australia and England.

The search had no immediate success and it was feared that he would never be found. Then, on June 27th the wreck of his plane was found on the northern side of the Apennines at Pratomagno between Florence and Arezzo.

Even more tragically, the crash did not kill him and he survived the impact. His body was found a distance away from the plane’s wreckage which meant he was seeking shelter but he fell victim to the cold and it is feared that local wolves may also have played a role in his death.

At the discovery Benito Mussolini ordered that he buried with full military honours worthy of a war hero and pioneer aviator. The ceremony had great prominence and not only in Italy and Australia.

The area where he was found was called “Prato delle Vacche” (the cow meadow) for obvious reasons and therefore had few trees. In the 1980s a beech wood was planted in that very place. It seemed that Hinkler was destined to be forgotten in the area but the memory of Saint Francis gave the opportunity to be able to remember the Australian aviator in a worthier way.

The cross and the boulder

In 2013 it was decided to restore the cross at the peak of Mount Verna. On that occasion Alessandro Ercolani, an engineer expert in aeronautics, thought it would be the occasion to retrace Bert Hinkler’s path on that tragic night and spoke with Franco Scarpini and others from the area.

The archive of photos from the time should have made their work simple but the beech wood from the 1980s made this difficult. The only clue was the different colours of the trees, however and incredibly, the shape of the beech wood, almost like the United Kingdom, drew their attention and this was precisely where they began to find the traces of the deceased aviator.

At this point Australian authorities were also involved, some of which visited the area. During one of these visits one of them remembered that some of the trees at the time had been marked. This was the turning point for identifying the place of the crash and then the place where the poor Hinkler was found.

Subsequently, together with the Australian authorities, it was decided to not only build a monument to Hinkler but also to create a trekking path in the form of an eagle in his memory. Sadly, Alessandro Ercolani had passed away in the mean time and could not see the glorious outcome of the project he had begun.

The Australian authorities donated a tonne and a half volcanic boulder from Hinkler’s birthplace Bundaberg that became the monument after the work of craftsmen from the area. So in this way a piece of Australia was left in Italy to remember the Australian “Lone Eagle”.

On August 2nd, 2015 Italian and Australian authorities, including a large delegation of high ranking officers of the Royal Australian Air Force, inaugurated the monument made from a piece from Hinkler’s birthplace at the place where his life ended tragically. We cannot think of a more appropriate way to tie the two countries together. The recognition of skills must be international and without politics and this was in the case of Bert Hinkler.

We of the newspaper also wish to honour this international hero, just as we wish to congratulate those who were involved in creating this unique monument to the Lone Eagle. There are many ties between the two countries, including the many Italians and their descendants who now live in the Terra Australis and we hope that initiatives such as this will become regular, and not only with Australia.

L’Osservatore Cinico e Scomodo- Italy’s Cynical and Thorny Observer

di emigrazione e di matrimoni

L’Osservatore Cinico e Scomodo

Tra tutti gli aforismi di Longanesi, un detto in particolare colpisce l’occhio: “Il popolo italiano è sempre in buona fede”

Per poter scrivere la Storia di qualsiasi periodo storico e qualsiasi paese bisogna avere fonti dall’epoca da chi ha potuto vedere da vicino gli avvenimenti che hanno formato i paesi che vediamo oggi. Purtroppo, queste persone non sono ben viste perché hanno il coraggio, e a volte l’incoscienza” di rivelare verità che altri vorrebbero nascondere e sono proprio questi motivi che sono importanti per i futuri storici per capire episodi che spesso non sono chiari.

L’Italia ha avuto molti di questi osservatori. Nel caso del Rinascimento un autore in particolare ha creato scandalo per secoli, al punto che il suo nome è diventato “Old Nick”, un soprannome per il Diavolo. “Il Principe” di Niccolò Machiavelli fu il primo libro vero di politica perché, per la prima volta, un autore ha avuto la freddezza e il coraggio di descrivere i veri giochi di potere di chi, in monarchie e tirannie, cercava di ottenere e mantenere il potere.

In Italia del ‘900 l’osservatore scomodo era ancora più cinico dello statista fiorentino e ha lasciato libri e soprattutto aforismi che descrivono il periodo più controverso della Storia recente del nostro paese. Quest’uomo era uno scrittore, giornalista e anche il fondatore di una delle case editrici più importanti del paese. Quindi lui conosceva benissimo il potere delle parole ed i suoi detti ci danno una chiave essenziale per capire non solo la dittatura di Benito Mussolini, ma le sue osservazioni sono ancora valide oggi e sarebbe bene tenerle in mente quando cerchiamo di capire i giochi bizantini della politica italiana.

Dalla Marcia alla guerra

Leo Longanesi aveva solo 17 anni quando ha partecipato alla celebre Marcia su Roma che segnò l’inizio del Ventennio fascista il 28 ottobre 1922. Anni dopo descrisse le sensazioni del giovane deluso dalla monarchia costituzionale che era la forma di democrazia utilizzata in Italia e che aveva portato il paese in una guerra disastrosa e, come molti altri,  pensava d’aver trovato un uomo capace di dare “ordine” al paese.

Nel suo libro “In piedi e seduti” uscito nel 1968, anni dopo la sua morte, e che è la fonte di alcune delle citazioni, vediamo il cambio di sentimenti dal giovane idealista all’uomo cinico che 2 anni dopo si trovò a dover fuggire dai fascisti verso gli alleati, per evitare punizioni per le sue attività dissidenti all’interno del regime mussoliniano, troviamo questa frase: “Di tutte le marce che rallegrarono la nostra  penisola, da quella di Quarto in poi, la marcia su Roma è la più gaia, la più numerosa, la più riuscita. Nessuno triste incidente la rattrista, tutto si svolge in perfetto ordine fascista”.

Nel 1926 sarà proprio Leo Longanesi a coniare il celebre e anche più notorio detto del fascismo, “Mussolini ha sempre ragione!” che non fu altro che il vero inizio del culto di personalità basato sull’uomo nato a Predappio non molto distante dal paese natio di Longanesi.

Alcuni dei suoi aforismi risalgono al 1938 e dimostrano le sue delusioni verso il regime che aveva combattuto due guerre controverse in Abissinia e nella Guerra Civile spagnola, che spinse l’Italia verso la Germania di Hitler dopo le critiche dei paesi occidentali al nuovo impero italiano. Con “Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica” si capisce benissimo il cinismo verso le cerimonie, detti e saluti al duce che sono stati poi spesso presi in giro nei decenni dopo la guerra. Possiamo dire altrettanto delle frasi “Sono un conservatore in un paese in cui non c’è niente da conservare!” e “Bisogna trovare il fratello del Milite Ignoto”. L’ultima frase potrebbe essere benissimo una critica diretta ad Achille Starace, “l’architetto” di molte di queste espressioni spesso militaresche. E si capisce ancora di più perché Longanesi dovette fuggire l’ira di coloro che ancora credevano nel Duce e vedevano lui come un disfattista.

Starace sarà ucciso lo stesso giorno di Mussolini  ed appeso insieme a lui, Clara Petacci e le altre vittime a Piazzale Loreto, a Milano il 25 aprile 1945 in quel che il grande giornalista Indro Montanelli, amico di Longanesi e testimone della scena orrenda, descrisse come “la macelleria messicana”. Tragicamente quel piazzale non era nuovo a scene del genere.

Infatti, in quel luogo il 10 agosto precedente militanti fascisti milanesi avevano fucilato 15 partigiani e antifascisti in represaglia per un attentato a soldati tedeschi nella città. Profeticamente il commento di Mussolini alla notizia dell’eccidio fu “Il sangue di Piazzale Loreto lo pagheremo molto caro”.

All’epoca Longanesi si trovava già con gli alleati e prima ancora della prima strage milanese aveva smentito il suo detto da giovane con il laconico “Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia” con un altrettanto aspro commento su come vedeva il cambio nel regime dei sogni iniziali alla realtà orrenda “Non c’è posto per la fantasia, ch’è la figlia prediletta della libertà” per descrivere l’atteggiamento della dittatura a chi non seguiva la linea ufficiale del Duce. Senza dimenticare una previsione che si è avverata nel corso dei decenni dalla fine della guerra: “Quando potremo raccontare la verità non ce la ricorderemo più”

Dalla democrazia alla moda

Da uomo intelligente Leo Longanesi, come molti altri, avrebbe capito che non sarebbe stato facile per l’Italia poter riprendere la strada democratica. Questo, almeno pubblicamente, è stata la motivazione dell’amnistia dell’allora Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti verso tutti i reati di guerra da entrambi le parti. Ma la motivazione era indubbiamente legata alla realpolitik  invece dei sogni di un “futuro libero” per il Bel Paese.

Ci volle poco per l’occhio critico di Longanesi per trovare le radici dei futuri problemi della nuova Repubblica, che ancora oggi affliggono il paese. Frasi come “La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una scritta: ho famiglia” che si riferisce alla scusa eterna degli italiani di giustificare il loro comportamento per il bene della propria famiglia e dimostra che lui aveva visto bene i problemi in arrivo. Incredibilmente, e come ulteriore prova, questa scusa è stata utilizzata proprio in questi giorni da un notissimo politico italiano e chissà quanto Longanesi avrebbe riso in risposta.

Longanesi sfornava regolarmente commenti aspri, e anche divertenti, per descrivere il comportamento dei suoi connazionali. “I difetti degli altri assomigliano sempre ai nostri”, “Alla Storia non si chiede né il numero dei morti né il costo delle grandi imprese!”, “Distratta, indolente, prudente, la nostra borghesia ama i suoi figli viziati e ribelli”  ed infine (solo per questo paragrafo…), parlando di un politico (di tanti)  che aveva abbracciato la nuova democrazia: “Quando era fascista abusava di verbi al tempo futuro; ora democratico, si serve del condizionale”, che dimostrano tutto il cinismo che il giovane che aveva partecipato alla Marcia su Roma non avrebbe mai sognato.

Però, tra tutti i suoi aforismi, che sono facilmente reperibili online con una ricerca semplice, un detto in particolare colpisce l’occhio: “Il popolo italiano è sempre in buona fede”

Chiunque segue le vicende quotidiane in Italia, non solo di politica, ma anche degli affari e in ambiti che Longanesi non avrebbe immaginato, come i social media oggigiorno, sentiamo varie versioni di questa frase da gente che cerca di “scusarsi” oppure di giustificare le proprie azioni. Peggio ancora, spesso nella speranza di non dovere subire le conseguenze di queste azioni.

Però, il suo cinismo è ancora più profondo quando poi vediamo altri aforismi che dicono verità che nessuno può negare in buona fede sugli italiani: “Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere a casa”, “Non bisogna mai appoggiarsi ai princìpi, perché poi si piegano” , come anche la verità di quel che detta la vita di molti italiani, “C’è una sola moda, la giovinezza”, come vediamo con il boom moderno di chirurgia estetica e di trattamenti per mantenere l’aspetto giovane.

Ed è questo ultimo aspetto che ci fa capire perché Leo Longanesi sia ancora oggi un osservatore cinico e scomodo, che non ha paura di dire la verità di quel che visse e che vide in un periodo storico importante per il nostro paese. E chi vuole davvero conoscere la Storia del proprio paese farebbe bene a cercare l’osservatore cinico e scomodo di turno perché sono la migliore fonte per gli storici per spiegare il nostro passato.

 

di emigrazione e di matrimoni

 Italy’s Cynical and Thorny Observer

Amongst all Longanesi’s aphorisms, one saying in particular strikes the eye: “The Italian people are always in good faith”.

In order to write the history of any period in any country we must have sources from the period from those who could see up close the events that shaped the countries that we see today. Unfortunately, these people are not always considered in a good light because they have the courage, and at times the “thoughtlessness”, to reveal truths that others would like to hide and these are the very reasons they are important for future historians to read events that are often not clear.

Italy has had many such observers. In the case of the Renaissance one author in particular caused scandal for decades to the point that his name became “Old Nick”, a nick name for the Devil. “Il Principe” (The Prince) by Niccolò Machiavelli was the first true book of politics because, for the first time, an author had the courage to describe true power games by those who, in monarchies and tyrannies, tried to achieve and maintain power.

In 20th century Italy the thorny observer was even more cynical than the statesman from Florence and he left books and especially aphorisms that describe the most controversial period of Italy’s recent history. This man was a writer, journalist and also the founder of one of the country’s major publishing houses. Therefore he knew very well not only Benito Mussolini’s dictatorship but his observations are even more valid today and we would do well to bear them in mind when we try to understand the intricate games of today’s politics in Italy.

From the march to war

 Leo Longanesi was only 17 when he took part in the famous March on Rome on 28th October, 1922 that marked the start of the twenty years of the fascist era. Years later he described the emotions of the young man who was disappointed with the constitutional monarchy, the form of democracy that governed Italy and had brought the country into a disastrous war and, like many others, he thought he had found a man who could give “order” back to the country.

In his book “In piedi e seduti” (Standing up and sitting down) released in 1968, years after his death and which is the source of many of the quotations, we see the change of emotions from the disappointed idealist to the cynical man who 21 years later had to flee the fascists to the Allies to avoid punishment for his dissident activities within Mussolini’s regime. He wrote “Of all the marches that cheered up our peninsula, from the one in Quarto onwards, the march on Rome was the merriest, the most numerous, the most successful. There was no glum incident to sadden it; everything took place in perfect fascist order”.

In 1926 Leo Longanesi was the very person who coined the famous and even more notorious fascist saying, “Mussolini ha sempre ragione!” (Mussolini is always right!) that was only the true start of the personality cult based in the man born in Predappio not very far from Longanesi’s birthplace.

Some of his aphorisms go back to 1938 and they show his disappointment towards the regime that had fought two controversial wars in Abyssinia and the Spanish Civil that pushed Italy towards Hitler’s Germany after the criticism of the western countries of the new Italian Empire. With (in translation) “Fanfares, flags, parades. A stupid person is a stupid person. Two stupid people are two stupid people. Ten thousand people are a historical force” we can understand very well his cynicism towards the ceremonies, sayings and “salutes to the Duce” that have often been derided in the decades since the war. And we can same the same about the phrases “I am a conservative in a country that has nothing to conserve” and “We must find the Unknown Soldier’s brother”. The final phrase could very well be a direct criticism of Achille Starace, the “architect” of many of these often militaristic expressions. And we also understand even more why Longanesi had to flee the ire of those who still believed in the Duce and saw him as a defeatist.

Starace would be killed the same day as Mussolini and hung together with him, Clara Petacci and the other victims in Milan’s Piazzale Loreto on April 25, 1945 in what the great Italian journalist, Longanesi’s friend and eye witness to the horrible scene, described as a “Mexican butcher shop”. Tragically that piazzale was not new to such scenes.

In fact, in that place the previous August 10th Milan’s fascist militants had executed 15 partisans and antifascists in reprisal for an attack on German soldiers in the city. Prophetically Mussolini’s comment on hearing the news of the massacre was “We will pay very dearly for the blood of Piazzale Loreto”.

At the time Longanesi was already with the Allies and even before the first massacre in Milan had already disproved his saying as a young man with a laconic “Only under a dictatorship can I believe in Democracy” together was a just as bitter comment on how he saw the change in the regime from the initial dreams to the horrible truth “There is no place for imagination, which is the favourite daughter of freedom” to describe the dictatorship’s attitude to those who did not follow the Duce’s official line. Without forgetting a prediction that became true over the decades since the end of the war: “When we will finally be able to tell the truth we will no longer remember it”.

From Democracy to fashion

As an intelligent man Leo Longanesi, together with many others, would have understood that it would not be easy for Italy to return to the path of democracy. This was the reason, at least publicly, for the amnesty by then Justice Minister Palmiro Togliatti for all war crimes for both sides. But the reason was undoubtedly tied to Realpolitik instead of the dreams of a “free future” for Italy.

It took little for Longanesi’s critical eye to see the roots of the future problems for the new Republic that still afflict the country today. Phrases such as “Our flag should bear a motto: I have a family” that refers to Italians’ eternal excuse to justify their behaviour for the good of their family which shows that he had seen the problems to come correctly. Incredibly, and as further proof, this excuse was used only a few days ago by a very famous Italian politician and who knows how much Longanesi would have laughed in reply.

Longanesi regularly churned out bitter and also entertaining comments to describe the behaviour of his countrymen. “The defects of others always resemble our own”, “History never asks neither the number of dead nor the cost of great deeds”, “Distracted, indolent, prudent. Our Bourgeoisie loves its spoiled and rebellious children” and finally (only for this paragraph), to describe a politician (one of many) who had embraced the new democracy: “When he was a fascist he abused verbs with the future tense: and now he is democratic, he uses the conditional tense” which shows all the cynicism that the young man who had taken part in the March on Rome would never have imagined.

However, amongst all his aphorisms, which can be found easily with a simple search online, one saying in particular strikes the eye: “The Italian people are always in good faith”.

Whoever follows day to day matters in Italy, not only in politics but also in business and those settings that Longanesi would never have imagined, such as today’s social media, we hear different versions of this phrase from people who try to “apologize” or to justify their actions. Worse still, often in the hope of not having to suffer the consequences of their actions.

However, his cynicism is even more profound when we then see other aphorisms which tell the truth that nobody in good faith can deny of the Italians: “When their conscience’s doorbell rings they pretend they are not at home”, “We must never rely on our principles because they then bend”, just like the truth of what dictates the lives of many Italians, “There’s only one fashion, Youth”, as we see with today’s boom in plastic surgery and treatments to keep a youthful look.

And it is this final aspect that makes us understand that Leo Longanesi is still today a cynical and thorny observer. He was not scared to tell the truth about what he experienced and saw in a major historical period for Italy. And those who truly want to know the history of their country would do well to look for their version of the cynical and thorny observer because they are the best sources for historians to explain our past.

Hunters, dalla banalità alle macchiette- Hunters, from banality to caricatures

di emigrazione e di matrimoni

Hunters, dalla banalità alle macchiette

In questi giorni la Pay-TV di Amazon Prime ha rilasciato una serie televisiva che da una nuova interpretazione a un tema delicato e orribile e invece lascia perplessi perché il messaggio può essere interpretato in modo sbagliato con potenziali effetti pericolosi.

La fantastoria è un legittimo ramo della letteratura, il cinema e la televisione, però, quando tratta certi temi dolenti, rischia di aprire porte che sarebbe meglio lasciare chiuse, oppure di trivializzare il ruolo di certi personaggi del passato che vorremmo dimenticare, ma abbiamo il dovere di ricordarli, non per onorarli, anche se meritano l’oblio assoluto, bensì per assicurare che non ripetiamo gli errori del passato perché pensiamo siano capitoli chiusi.

In questi giorni la Pay-TV di Amazon Prime ha rilasciato una serie televisiva che da una nuova interpretazione a un tema delicato e orribile e invece lascia perplessi perché il messaggio può essere interpretato in modo sbagliato con potenziali effetti pericolosi.

Inoltre, annunci non solo di questa settimana ma anche degli ultimi anni hanno messo in risalto il pericolo del ritorno di una faccia del passato che molti di avremmo voluto fosse sparita per sempre e ora ci troviamo con la sua ombra che vorrebbe darsi un nuovo posto nel mondo.

Per insegnare davvero la Storia l’onestà deve essere un’arma potente e se cerchiamo di offuscare o di esagerare quel che diciamo rischiamo per rendere certi episodi più vulnerabili a coloro che cercano di negare uno degli episodi più tragici della Storia di noi esseri umani.

La caccia

Ho impegnato un giorno per capire perché la nuova serie dell’Amazon Prime “Hunters” (Cacciatori) mi ha turbato. In fondo il tema di cercare i nazisti responsabili per la Shoah non è nuovo, ma il modo con cui i produttori l’hanno realizzato potrebbe avere effetti inattesi e anche pericolosi nel mondo d’oggi.

Qualsiasi film o programma con Al Pacino è d’interesse e nel suo primo programma televisivo in più quasi 50 anni è davvero bravissimo nel suo ruolo di Meyer Offerman, il capo della banda di cacciatori. Però “Hunters” tratta maldestramente il fattore principale della trama, la Shoah che vide la morte atroce di quasi dieci milioni di persone, sei milioni dei quali ebrei da quasi tutti i paesi europei coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, Italia inclusa.

Devo ammettere che il programma ci fa capire benissimo un dettaglio di quell’orrore  della macchina di morte dei lager di sterminio. In quelle scene capiamo in modo inequivocabile quel che Prima Levi visse sulla propria pelle e che diede il titolo al suo capolavoro basato sulle proprie esperienze nel lager “Se questo è un uomo”. I boia dei lager, uomini e donne, sin dal primo momento dell’arrivo delle vittime cancellarono l’identità personale delle loro vittime, con i numeri tatuati sul braccio, con la separazione delle famiglie e infine, dopo la morte, con lo sfruttamento dei loro resti e delle cose di loro possesso per motivi puramente economici come facciamo con qualsiasi animale. Così, le vittime diventarono quel che Hitler definiva “Untermenschen” (Sub-umani) e diventò più facile poterli sterminare e utilizzare i loro resti e possessedimenti per fornire soldi per la macchina da guerra tedesca.

Purtroppo, questo aspetto positivo dal programma è stato rovinato dal trattamento dei responsabili degli stermini. In quasi ogni scena sono stati interpretati come “macchiette”, oppure in modo farsesco, come per prendere in giro chi ebbe le mani e anime macchiate da sangue. Difatti, questi “personaggi” non erano macchiette o figure buffe, erano uomini e donne banali che compierono atti atroci su milioni di esseri umani, ebrei, dissidenti politici, omosessuali, cristiani dissidenti e le altre categorie timbrate da pezzetti di stoffa colorati per poter capire il “reato” che li condannò alla morte.

Uomini piccoli

Come scrisse Hannah Arendt durante il processo ad Adolf Eichmann , uno dei maggiori responsabili di quel che definirono in modo ascetico “la Soluzione Finale”. Era un uomo banale che nessuno avrebbe notato nella vita. Persino Heinrich Himmler, il vero progettista della “Soluzione” per realizzare il sogno di di sterminio di Hitler, era un allenatore di polli fallito prima di seguire la strada politica del Fuhrer.

Ed è questo aspetto del programma che mi ha dato un vero senso di disagio. Nell’esagerare le azioni dei responsabili degli orrori, nell’inventare crimini all’umanità come in una scene terribile della serie, nel farli sembrare macchiette e/o personaggi goffi, rendiamo il lavoro più facile per coloro che da decenni cercano di negare la verità storica della Shoah.

Ogni giorno sui social vediamo pagine e post di chi ha “nostalgia” per gli ingegneri della morte che seminarono morte in tutta l’Europa. Vediamo partiti politici in Italia e molti paesi, europei e non, che più o meno apertamente non solo negano la Shoah, ma sempre più spesso richiamano il ritorno del Nazismo e i suoi programmi più estremi. Infatti, come vediamo sotto, nel 2017 a Charlottesville, VA negli Stati Uniti gruppi di supremisti bianchi sventolavano la bandiere neonaziste e mostravano “orgogliosamente” tatuaggi con simboli nazisti e persino sfilavano gridando due detti dell’epoca hitleriana: “Sangue e terra” e “Gli ebrei non ci rimpiazzeranno”.

Poi, la mattina dopo aver finito di vedere la serie televisiva una notizia dall’Australia ha dimostrato che questi pensieri non sono chimere, ma una verità che i servizi di sicurezza di molti paesi occidentali gridano da tempo.

 

Avviso

Lunedi mattina Mike Burgess, il Capo dell’ A.S.I.O., l’Organizzazione di Sicurezza ed Intelligenza dell’Australia, nel suo rapporto annuale ha messo in risalto il pericolo dei “pazzi della destra estrema” che l’organizzazione considera la minaccia terroristica più grande al paese, insieme alle minacce terroristiche dei fondamentalisti islamici.

Questi si radunano regolarmente per esercitare con le armi, sono sempre più coinvolti in proteste contro immigrati e le altre “razze” e quel che loro considerano un “pericolo alla razza bianca”. Questo si vede regolarmente sui social, non solo sulle loro pagine ma anche nei loro interventi su dibattitti politici sulle pagine dei giornali principali e anche di politici, ecc., che considerano “traditori alla patria”.

Un esempio di questo atteggiamento si è trovato in seguito alla strage della moschea a Christchurch in Nuova Zelanda quasi un anno fa, compiuto da un suprematista bianco australiano che l’ha trasmessa dal vivo sui social. Le sue azioni non solo sono state festeggiate dagli estremisti di destra e i suprematisti bianchi, ma ora dicono apertamente che le sue sono azioni da ripetere contro le “altre razze”. Non è stato un caso che Mike Burgess riferisse specificamente a questo caso nel suo rapporto.

Dopo aver letto i commenti di Burgess ho fatto una ricerca di avvisi simili in altri paesi e ho trovato commenti quasi identici negli anni recenti dai servizi di sicurezza di tutti i paesi economicamente avanzati come gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Norvegia e persino al Germania.

Questi non sono pericoli teoretici perché in molti paesi abbiamo visto altre stragi da allora da chi cercava di emulare l’assassino di Christchurch.

Perciò dobbiamo stare attenti come presentiamo la Storia prima per non dare a questi estremisti le opportunità di negare gli orrori che considerano azioni politiche e poi perché una parte della soluzione deve essere l’educazione in modo chiaro e diretto.

La Storia e K.I.S.S.

 Fin troppo spesso la Storia è vista come una serie noiosa di date e luoghi invece di un modo per imparare il nostro passato e per capire come si è formato il mondo d’oggi e programmi e libri come “Hunters” con le loro interpretazioni semplicistiche dei responsabili degli orrori diminuisce l’impatto di queste azioni.

Allora, nell’insegnare la Storia dobbiamo tenere ben in mente un concetto che molti addetti dell’informatica conoscono, il principio K.I.S.S. L’acronimo di Keep It Simple Stupid ( “Mantienilo semplice, stupido”) ci spiega che se insegniamo in modo semplice e diretto un fatto storico sarà più semplice capire come anche i motivi e le eventuali conseguenze di questi episodi.

Quasi tutti vogliono una vita tranquilla, ma questo non è possibile con gli estremismi politici e anche religiosi, di qualsiasi genere. Quindi abbiamo l’obbligo di bloccare ogni tentativo di coloro che vorrebbero ripercorrere di nuovo strade che hanno già portato a tragedie.

Purtroppo, anche riconoscendo le buone intenzioni dei produttori, produzioni come “Hunters” rendono questo lavoro ancora più difficile e quindi rendono più facile il lavoro per i fomentatori d’odio.

Certo, dobbiamo parlare di quel che è successo nel passato, ma in modo chiaro e soprattutto onesto e non in modo leggero. La Storia si serve con l’onestà e l’unico modo vero per ricordare le vittime della Shoah è di assicurare che non succederanno più.

E noi abbiamo la responsabilità di assicurare che sarà così. Con onestà storica.

 

di emigrazione e di matrimoni

Hunters, from banality to caricatures

In the last few days Amazon Prime’s Pay-TV released a TV series that is a new interpretation of a delicate and horrifying issue and instead it left me perplexed because the message can be interpreted in the wrong way with potential dangerous effects.

Historical fiction is a legitimate branch of literature, cinema and television, however, when it deals with certain painful issues it risks opening doors that are better left closed or to trivialize the role of certain people of the past that we would like to forget but we have an obligation to remember, not to honour them, even if they deserve to be forgotten, rather to ensure that we do not repeat mistakes from the past because we think these chapters are closed.

In the last few days Amazon Prime’s Pay-TV released a TV series that is a new interpretation of a delicate and horrifying issue and instead it left me perplexed because the message can be interpreted in the wrong way with potential dangerous effects.

Furthermore, announcements not only this week but also in recent years have put into the spotlight the return of a face from the past many of us wished had disappeared forever and now we find ourselves with its shadow that would like to find a new place in the world.

We must have a powerful weapon in order to teach history, honesty, and if we try to hide or to exaggerate what we say we risk making certain chapters more vulnerable to those who try to deny one of the most tragic chapters of human history.

The hunt

It took me a day to understand whey Amazon Prime’s new Pay-TV series “Hunters” troubled me. The basic theme to looking for the Nazis responsible for the Holocaust is not new but the way with which the producers created it could have unexpected and even dangerous consequences for today’s world.

Any film or programme with Al Pacino is interesting and in his first TV programme in almost 50 years he is truly excellent in the role of Meyer Hofferman, the head of the band of hunters. However, “Hunters” deals clumsily with the main aspect of the storyline, the Holocaust that saw the horrible death of almost ten million people, almost six million of them Jews from almost all the Europe countries involved in World War Two, including Italy.

I must admit that the programme let us understand very well one detail of the horror of the killing machine that was the extermination camps. In those scenes we understand unequivocally what Primo Levi experienced personally and that gave the title of his masterpiece “Se questo è un uomo” (If this is a man). The executioners of the camps, men and women, from the first moment of arrival of the victims cancelled their personal identity with the numbers tattooed on their arms, with the separation of the families and finally, after their death, with the exploitation of their remains and possessions for purely economic reasons as we do with any animal. So the victims became what Hitler defined as “Untermenschen” (Sub-humans) and it became easier to be able to exterminate them and to use their remains and possession to supply money to the German war machine.

Unfortunately this aspect of the programme was ruined by its treatment of those responsible for the massacres. In almost every scene they were interpreted as “caricatures” or in a farcical way as though to mock those whose hands and souls were stained with blood. In fact these “characters” were not caricatures or funny figures, they were banal men and women who carried out horrifying acts on millions of human beings, Jews, political dissidents, homosexuals, dissident Christians and the other categories branded by the small pieces of coloured cloth to understand the “crime” that condemned them to death.

Small men

As Hannah Arendt wrote during the trial of Adolf Eichmann, one of the main people responsible for what they defined in an ascetic way the “Final Solution”. He was a banal man that nobody would have noticed in life. Even Heinrich Himmler, the true architect of the “Solution” to make Hitler’s dream of the extermination come true, was a bankrupt chicken farmer before taking the Fuhrer’s political road.

And this was the aspect of the programme that made me a true sense of unease. In exaggerating the actions of those responsible for the horrors, in inventing crimes of humanity like one terrible scene in the series, in making them seem caricatures and/or funny characters, we make the work easier for those who, for decades, have been trying to deny the historical truth of the Holocaust.

Every day in the social media we see pages and posts of those who feel “nostalgia” for the engineers of death who sowed death in all of Europe. We see political parties in Italy and many countries, European and non-European, that more or less openly not only deny the Holocaust but more and more often call for the return of Nazism and its more extreme plans. In fact, as we see below, in 2017 in Charlottesville, VA in the United States groups of white supremacists waved the Nazi flag and “proudly” showed tattoos with Nazi symbols and even paraded chanting mottos from Hitler’s years: “Blood and Land” and “Jews will not replace us”.

And then, the morning after I finished watching the television series, news from Australia showed that these thoughts are not illusions but a truth that the security services of many western countries have been yelling for some time.

 

Warned

On Monday morning Mike Burgess, chief of A.S.I.O., the Australian Security and Intelligence Organization, highlighted in his annual report the danger of the “rightwing lunatics” that the organization considers the country’s greatest threat, together with the terrorist threat from Islamic fundamentalists.

These groups gather regularly to train with weapons, are always involved in protests against migrant and other “races” and what they consider a “danger to the white race”. We see this regularly on the social media, not only on their pages but also in their interventions on political debates on the pages of the main newspapers and also politicians, etc., who they consider “traitors to the country”.

One example of this behaviour followed the massacre of the mosque in Christchurch in New Zealand almost a year ago by an Australian white supremacist who broadcast it live on the social media. His actions were not only celebrated by the rightwing extremists and the white supremacists but now they openly speak of repeating his actions against the “other races”. It was no coincidence that Mike Burgess specifically referred to this incident in his report.

After having read Burgess’ comments I searched for similar warnings in other countries and I found almost identical comments in recent years by security services in all the economically advanced countries such as the United States, Great Britain, Norway and even Germany.

These are not theoretical dangers because in many countries since then we have seen other massacres who tried to emulate the Christchurch murderer.

Therefore we have to be careful how we present history, firstly in order not to give these extremists the opportunity to deny horrors they consider political actions and secondly because a part of the solution must be educating clearly and directly.

History and K.I.S.S.

All too often history is seen as a boring sequence of dates and places instead of a way of learning our past and to understand how today’s world was formed and programmes and books such as “Hunters” with their simplistic interpretations of those responsible for the horrors diminishes the impact of these actions.

So, when teaching history we must bear well in mind a concept known by many experts of IT, the K.I.S.S. principle. Keep It Simple Stupid explains that if we teach a historically fact simply and directly it will be easier to also understand the motives and the subsequent consequences of these chapters.

Almost everybody wants a peaceful life but this is not possible with political and almost religious extremists, of almost any type. Therefore we have an obligation to block any attempts by those who would like to take the road that has already led to tragedies once again.

Unfortunately, even recognizing the producers’ good intentions productions such as “Hunters” make this job even harder and therefore make work even easier for the hate mongers.

Of course, we must talk about what happened in the past but clearly an especially honestly and not lightly. History is served with honesty and the only true way to remember the victims of the Holocaust is to ensure that it will not happen again in the future.

And we have the responsibility of ensuring this will be so. With historical honesty.

Gli occhi dello sconosciuto- The stranger’s eyes

di emigrazione e di matrimoni

Gli occhi dello sconosciuto

C’è sempre qualcosa di sconfortante nell’essere osservato da uno sconosciuto, non sai cosa pensa e non sai cosa dirgli. Ma c’è qualcosa ancora di più triste quando gli occhi dello sconosciuto sono nel viso di tuo padre. 

Durante l’ultima parte della malattia di mamma nessuno di noi capiva in fondo quel che davvero soffriva papà. Pensavamo che fosse uno dei suoi soliti acciacchi, soprattutto le infezioni che lo colpivano regolarmente.

Infatti, quando mamma è andata all’ospedale per l’ultima volta papà ci si trovava già e l’hanno messa in una corsia allo stesso piano dove si trovava lui. Ogni mattina gli infermieri ci dicevano che lui sfidava i suoi problemi fisici per andare da solo, dopo mezzanotte, per stare con lei. 

Con il decesso di mamma lui è migliorato fisicamente e cosí abbiamo capito che una parte dei suoi problemi erano dovuti al vederla soffrire. Nel concentrarsi su di lei non ci rendevamo conto del tormento di papà, ma lentamente ci siamo accorti che avevamo sottovalutato anche la condizione tremenda che l’aveva colpito. 

La prima volta che preparavo la cena per mio fratello e lui, papà è entrato in cucina, ha dato uno sguardo al tavolo preparato per tre e mi ha chiesto, “Dove sono gli altri?”. La mia risposta è stata con un’altra domanda, “Mamma non c’è più, non ti ricordi?. “Ah, si, è vero”. Qualche giorno dopo la stessa scena s’è ripetuta allo stesso modo, e di nuovo due giorni dopo, ma con una domanda in più, “Dove sono, a Grazía?”  Con quella domanda mi sono reso conto che non stava più con noi, almeno non sempre.

Grazía era la tenuta della sua famiglia in Calabria e intorno al tavolo lui aspettava di vedere dieci altre persone, i genitori insieme ai fratelli e le sorelle. Da quell’istante mi sono trovato costretto ad affrontare una realtà crudele, la demenza. Mi domando quale dei suoi fratelli vedeva ai fornelli a preparare cena, ma una cosa era certa, non vedeva suo figlio.

Nel corso delle mie attività comunitarie avevo svolto ruoli nel direttivo in un gruppo di assistenza sociale per la comunità italiana nella nostra città di Adelaide in Australia. Quando questo gruppo ha cominciato a organizzare incontri per sostenere i badanti degli anziani non sognavo affatto che nel futuro sarei stato io uno dei badanti. Come non immaginavo che avrei finalmente capito cosa voleva dire una frase che sentivo ripetere costantemente dai badanti e dagli assistenti sociali, “Finché non colpirà un tuo caro, non saprai cosa vuol dire”. Parole di una verità profonda.

Parlavamo in italiano in casa e non in dialetto, come di consueto nelle famiglie italiane in Australia perché papà veniva dalla Calabria e mamma dal Lazio. Ma nei tre anni della malattia di papà, la lingua usata da lui cambiava.

Nel corso di quel periodo si svegliava abbastanza conscio di quel che lo circondava, mi trattava come al solito e mi parlava delle cose quotidiane. Purtroppo, con il passare della giornata la sua mente soffriva e il mondo che vedeva attorno cambiava. Entro sera era confuso, non parlava in modo coerente e spesso ripeteva le stesse cose. Quando la notte andavo a controllarlo prima che andassi a letto mi guardava con il suo bel sorriso e mi diceva, “Hello Doctor”, oppure “Hello Nurse”. Di nuovo non ero più suo figlio, ma il medico o l’infermiere dell’ospedale che lo curava.

Quel periodo era ancora più difficile per mio fratello. Quando andava al lavoro papà era ancora a letto e non lo vedeva nello stato buono, invece lo vedeva la sera quando era al peggio. Tristemente questo era la causa di tantissimi litigi tra di noi che cercavamo di nascondere a papà, non sempre con successo purtroppo. Erano litigi che facevano male a tutti, ma ora ho scoperto che erano un attrito naturale per un periodo del genere. Sapevo che mandare papà in una casa di cura sarebbe stata la sua condanna a morte, ma non riuscivo a spiegarlo.

Almeno prima della fine mio fratello ha potuto capire che gli stadi della malattia di papà non erano sempre uguali. Era disoccupato negli ultimi mesi di vita di papà e ha potuto vedere i cambi nel corso della giornata e i motivi dei miei rifiuti di trasferire papà in una casa di cura.

Quando la polmonite che poi lo avrebbe portato via, lo ha colpito potevamo stare  insieme a lui all’ospedale ed eravamo presenti per i suoi ultimi respiri. La sera prima sapevo che papà non c’era più perchè la sua ultima parola era in dialetto e per l’unica volta nella mia vita mi ha chiamato “fijjio”.

Era la fine di un periodo difficile per noi tutti. Tra la scoperta del tumore di mamma e le ultime malattie di papà sono passati sette anni, gli ultimi quattro dei quali sempre dentro e fuori ospedali, cliniche per controlli e cure. Come era difficile anche il periodo dopo nel cercare di riprendere una vita nuova.

Con il passar degli anni sono riuscito a colmare le differenze con mio fratello e ci siamo avvicinati ancora di più agli zii che ci hanno aiutato immensamente. Sono fasi della vita e difficili da raccontrare e spiegare. Inevitabilmente le parole non trasmettono tutto il dolore e l’angoscia dei momenti più difficili. Come le parole non si riesce a trasmettere i cambiamenti che avvengono dentro di te.

Ma bisogna cercare di mettere queste esperienze in parole per far capire a chi sta affrontando ora gli stessi problemi. Era già difficile affrontare la situazione con l’aiuto di mio fratello per avere il tempo di rilassarmi e riprendermi quando necessario, come anche gli zii pronti a ogni assistenza. Non posso immaginare come sarebbe stato affrontare questa situazione da solo.

La vita ci insegna molto e periodi del genere ci forniscono alcune delle lezioni più crudeli, ma sono esperienze che ci formano. Non puoi uscire da prove simili senza trovarti cambiato. Ma soprattutto sono periodi che danno sensazioni importanti come quando vedi gli occhi e il sorriso dei genitori nella malattia e capisci non soltanto che ti amano, ma che sei riuscito a poter esperimere nel modo più importante il tuo amore per loro.

di emigrazione e di matrimoni

The stranger’s eyes

There is always something uncomfortable when you are being watched by a stranger, you do not know what to think and do not know what to say. But there is something even more uncomfortable when the stranger’s eyes are in your father’s face.

During the final phase of mamma’s sickness none of us quite understood what papà was truly going through. We thought it was one of his usual ailments, especially the infections that struck him regularly.

In fact, when mamma went to the hospital for the last time papà was already there and they put her in a ward on the same floor where he was. Every morning the nurses told us that he overcame his physical problems to go alone, after midnight, to be with her.

After mamma passed away he improved physically and so we understood that a part of his problems was due to his seeing her suffer. But on focusing on her we did not understood papà’s torment and slowly we realized we had also underestimated the terrible condition that had struck him.

The first time I prepared dinner for him and my brother papà he walked into the kitchen, he took a look at the table that had been set for three and asked “Where are the others?” I answered with another question, “Mamma is not here anymore, don’t you remember?”, “Oh yes, that’s true” A few days later the same scene was repeated in the same way and then once more, but with another question, “Where are they at Grazìa?” With that question I knew he was no longer, at least not always.

Grazìa was the name of his family’s farm in Calabria and he expected to see ten other people around the table, his parents and his brothers and sisters. From that moment I found myself forced to deal with a cruel reality, dementia. I wonder which brother he saw at the stove getting dinner ready but I am certain of one thing, he did not see his son.

During my community work I had held a number of positions in the committee of a welfare group for the Italian community in our city of Adelaide in Australia. When this group began to organize meetings to support the carers of aged people I never dreamed that one day I would be one of those carers. Just as I did not imagine that I would finally understand a phrase I had heard spoken repeatedly by the carers and welfare workers, “Until it hits one of your relatives you will never know what it means” These words express a profound truth.

We spoke Italian at home and not in dialect as is usual for Italian families in Australia because papà came from Calabria and mamma from Lazio. But in the three years of Papa’s sickness the language he used changed.

During that period he woke up fairly aware of where he was, he treated me as he usually did and he spoke to me about every day things. Unfortunately, as the day went by his mind suffered and the world he saw around him changed. By the evening he was confused, he did not speak coherently and often repeated the same things. When night came and I checked on him before going to bed he would look at me with his nice smile and say, “Hello doctor” or “Hello nurse”. Once again I was no longer his son but the hospital doctor or nurse who treated him.

That period was even harder for my brother. When he went to work papà was still in bed and he did not see him in his good state. Instead he saw him in the evening, when he was at his worst. Sadly this was the cause of many arguments between us that we tried to hide from papà, not always successfully unfortunately. These arguments hurt everyone, but I now know that this is normal for such periods. I knew that putting papà into a nursing home would have been a death sentence for him but I could not explain why.

At least before the end my brother understood that the stages of papà’s condition were not always the same. He was out of work during papà’s final months and saw the changes as the day went by and the reasons for my refusal of putting papà into a home.

When the pneumonia that took him away struck we were together with him in the hospital and we were present for his last breaths. The previous evening I knew that papà was no longer with us because his final word was in dialect and for the only time in my life he called me “fijjio”.

It was the end of a difficult period for us all. Ten years passed between the discovery of mamma’s tumour and papà’s last disease, the final four always in and out of hospitals and clinics for checkups and treatment. Just like the period after was also hard as I tried to resume a new life.

With the passing of the years I have overcome the differences with my brother and we have come closer to the uncle and aunt who had helped us immensely. These are hard stages of life to tell and explain. Inevitably words do not pass on all the pain and anguish of the hardest moments. Just as words cannot convey the changes inside you.

But we must try to put these experiences into words to make it clear to those who are dealing with these problems now. It was already hard dealing with the situation with the help of my brother to have the time to relax and recover when necessary, just as were the uncle and aunt were always ready to help. I cannot imagine what it would have been like dealing with this situation on my own.

Life teaches us a lot and periods like these give us some of the cruellest lessons but these experiences shape us. You cannot come out the trials like these without being changed. But above all they are periods that give important emotions like when you see your parents’ eyes and smiles during their sickness and you understand not only that they love you  but that you managed to express your love for them in the most important way.

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