Russia e Turchia, apologia della guerra

Saranno queste due Nazioni ad innescare il quarto conflitto bellico, forse nucleare, a livello mondiale?

di Paolo Buralli Manfredi e Giuseppe Cossari, Melbourne – Australia

L’inizio delle guerre mondiali che si sono succedute a distanza di venticinque anni, l’una dall’altra sono nate per motivi diversi ma allo stesso tempo possiamo dire che, in confronto a quello che sta succedendo oggi in Medio Oriente, quei motivi possono essere considerati banali.

Ed in effetti la prima guerra mondiale scoppia con l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 Giugno del 1914. Per la seconda guerra mondiale invece, il fattore scatenante fu il 1° settembre del 1939 dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania.

Come dicevamo, se esaminiamo oggi la situazione globale, possiamo tranquillamente dire che la terza guerra mondiale è cominciata da parecchi anni, una guerra diversa da quelle storiche perché è una guerra globale frammentata in centinaia di micro guerre nelle varie Nazioni del mondo ma, forse, e naturalmente non c’è lo auguriamo, con il pasticcio medio – orientale si potrebbe arrivare alla quarta guerra mondiale globale vecchio stile ma con la possibilità del supporto dell’arma nucleare.

Ed in effetti la nostra preoccupazione è rivolta alla situazione attuale in Medio Oriente e precisamente in tutta quell’area che avrebbe dovuta essere unita e si sarebbe dovuta chiamare Penisola Arabica.

Purtroppo però, quell’area è stata volutamente tenuta divisa dall’Occidente; un Occidente che ha tratto da questa divisione enormi vantaggi e che ha sempre contribuito ad alimentare quei conflitti che esistono da più di sessant’anni, evitando accuratamente di aiutare quei Paesi in guerra a cercare una reale strada per trovare una pace duratura per i loro popoli.

Oggi però in quell’area si stanno giocando le sorti del nostro Pianeta perché, in campo, ormai senza troppo mimetizzarsi dietro le varie diplomazie, stanno giocando la più pericolosa partita a scacchi dei nostri tempi le forze capitanate dagli USA, la NATO e l’Alleanza Atlantica, contro, Russia e Siria, ed indirettamente Cina, Iran, Venezuela, Cuba e Corea del Nord.

E come al solito proviamo a riflettere e a far riflettere sulla situazione attuale e per fare questo, dobbiamo cercare di vedere lo stato delle cose a livello mondiale e non locale, partendo dalle esercitazioni NATO che si stanno svolgendo attualmente in Europa.

Nel gennaio 2020, la NATO ha dato il via alla più grande esercitazione militare degli ultimi venticinque anni dal nome Defender Europe 2020.

L’esercitazione si svolge nel Mediterraneo e su tutto l’arco balcanico arrivando sino ai confini russi, tant’è vero che, il Ministro degli Esteri russo il 17 gennaio dichiara: “Le esercitazioni militari della NATO sul fianco orientale ricordano sempre più dei preparativi mirati per un conflitto bellico su larga scala”.

Poi, a distanza di qualche settimana, Sergey Lacrov continua nelle sue preoccupate esternazioni ma, questa volta molto irritato, dichiara:”La Russia reagirà all’esercizio militare degli Stati Uniti ed i suoi alleati dal nome Defender Europe 2020 prevista per marzo, ma lo farà in modo da escludere rischi inutili.” E continua… “non possiamo ignorare queste esercitazioni che destano per noi grande preoccupazione”.

Da non sottovalutare anche il rapporto del Consiglio Atlantico pubblicato il 26 febbraio 2016 che tratta la rapidità di reazione dell’alleanza NATO nel combattere e vincere un’eventuale guerra con la Russia. Il rapporto è focalizzato sulle relazioni con gli Stati baltici da cui il nome “Alleanza a rischio”.

Il Rapporto spiega che la Russia, appoggiando i separatisti in Ucraina, ha di fatto bloccato e completamente distrutto l’insediamento post bellico europeo infrangendo così ogni possibilità di partenariato con la NATO e prosegue evidenziando le pressioni che il Cremlino impone su quegli Stati baltici che hanno una maggioranza di persone che parlano la lingua russa.

Washington poi sembra che prepari il campo per il prossimo futuro dichiarando: “Qualsiasi mossa militare di Putin sugli Stati baltici innescherebbe una guerra, potenzialmente su scala mondiale e nucleare “.

Queste dichiarazioni, al contrario di quanto Washington vorrebbe far apparire, sono il preludio di un rafforzamento NATO/Usa in tutti gli Stati baltici che, va ricordato, negli ultimi anni hanno triplicato se non quadruplicato gli investimenti in armamenti acquistandoli proprio dagli Usa, parliamo della Lituania, Lettonia, Polonia e di tutti quei Paesi ex Sovietici che collaborano con la NATO e che hanno aderito all’Unione Europea.

In questo contesto dunque, va menzionato anche l’ultimo acquisto da parte degli Usa delle basi portuali greche che vanno a completare un disegno perfetto per il totale controllo dell’area Mediterranea, strategica in ogni conflitto bellico.

Quanto scritto qui sopra, se osservato in un’ampia prospettiva, ci fa comprendere che la NATO a guida Usa, sta cercando di ampliare la sua presenza in Europa e soprattutto lavora per il rafforzamento su tutto il fianco orientale dando l’idea di una strategia di accerchiamento nei confronti della Russia ed un tentativo di capovolgimento di comando negli Stati del Sud America, tattiche tra l’altro sempre utilizzate dall’Intelligence in tempi passati per avere il totale controllo di Stati che altrimenti, non seguirebbero le direttive americane come per esempio Brasile, Bolivia, Cile etc.

Detto questo torniamo in Medio Oriente, dove è ormai chiaro che la Turchia, ricordiamo a tutti è un Paese appartenente alla NATO, di fatto ha invaso la Siria e sta fornendo materiale bellico e supporto aereo ai jihadisti che combattono contro l’esercito regolare Siriano mentre, gli israeliani, bombardano direttamente e spregiudicatamente Damasco senza nessuna condanna da parte di qualsiasi ente internazionale.

Va ovviamente ricordato anche che, l’esercito Siriano ha come alleato l’esercito Russo, il che mette proprio in un confronto diretto la Russia e l’America via NATO quindi, siamo arrivati ad un punto che potrebbe far scaturire una guerra mondiale probabilmente nucleare da un momento all’altro e se la cosa succedesse tra marzo e luglio, la NATO, con l’esercitazione in corso, sarebbe perfettamente posizionata per un attacco rapido “proprio come menzionato nel rapporto” contro la Russia; preoccupazione, appunto, espressa dal Ministro degli Esteri Russo.

La Russia dal canto suo ovviamente si sta muovendo in parallelo, è notizia di qualche settimana fa che i Russi investiranno nella Repubblica Cubana qualcosa come uno/due miliardi di euro per rinnovare le infrastrutture di trasporto cubane, ma anche, notizia dichiarata pubblicamente mandando un messaggio chiaro agli Usa, per ammodernare  tutto il comparto strategico militare cubano il che ci riporta al 1962 e precisamente in quei giorni dove dei missili a testata nucleare avrebbero dovuto sbarcare nell’isola grande, come viene chiamata Cuba nei Caraibi, e dove si è rischiato il primo conflitto nucleare.

Va ricordato che Cuba dista solo 90 miglia marine dagli Usa, da qui le ulteriori sanzioni imposte al Governo cubano da parte degli Stati Uniti, e il ritorno di una tensione altissima tra i due Stati con le conseguenze che ne derivano, tipo l’espulsione dei medici cubani dalla Bolivia, dal Brasile e probabilmente a seguire in altri Stati a trazione Usa, le minacce alla Spagna da parte di Washington per far cessare ogni tipo di partenariato e  commercio con l’Isola caraibica.

Ovviamente, preoccupante è anche il totale silenzio del Presidente Putin e del suo alleato strategico il Presidente della Cina Xi Jinping, che ci auguriamo non sia il silenzio/calma prima della tempesta.

Chiudiamo questa prima parte del nostro pensiero geopolitico sperando che il peggio non si manifesti e gli uomini, che hanno potere in questo pianeta, riescano a trovare soluzioni intelligenti senza passare per conflitti che potrebbero mettere fine a questo mondo per come lo conosciamo.

Hunters, dalla banalità alle macchiette- Hunters, from banality to caricatures

di emigrazione e di matrimoni

Hunters, dalla banalità alle macchiette

In questi giorni la Pay-TV di Amazon Prime ha rilasciato una serie televisiva che da una nuova interpretazione a un tema delicato e orribile e invece lascia perplessi perché il messaggio può essere interpretato in modo sbagliato con potenziali effetti pericolosi.

La fantastoria è un legittimo ramo della letteratura, il cinema e la televisione, però, quando tratta certi temi dolenti, rischia di aprire porte che sarebbe meglio lasciare chiuse, oppure di trivializzare il ruolo di certi personaggi del passato che vorremmo dimenticare, ma abbiamo il dovere di ricordarli, non per onorarli, anche se meritano l’oblio assoluto, bensì per assicurare che non ripetiamo gli errori del passato perché pensiamo siano capitoli chiusi.

In questi giorni la Pay-TV di Amazon Prime ha rilasciato una serie televisiva che da una nuova interpretazione a un tema delicato e orribile e invece lascia perplessi perché il messaggio può essere interpretato in modo sbagliato con potenziali effetti pericolosi.

Inoltre, annunci non solo di questa settimana ma anche degli ultimi anni hanno messo in risalto il pericolo del ritorno di una faccia del passato che molti di avremmo voluto fosse sparita per sempre e ora ci troviamo con la sua ombra che vorrebbe darsi un nuovo posto nel mondo.

Per insegnare davvero la Storia l’onestà deve essere un’arma potente e se cerchiamo di offuscare o di esagerare quel che diciamo rischiamo per rendere certi episodi più vulnerabili a coloro che cercano di negare uno degli episodi più tragici della Storia di noi esseri umani.

La caccia

Ho impegnato un giorno per capire perché la nuova serie dell’Amazon Prime “Hunters” (Cacciatori) mi ha turbato. In fondo il tema di cercare i nazisti responsabili per la Shoah non è nuovo, ma il modo con cui i produttori l’hanno realizzato potrebbe avere effetti inattesi e anche pericolosi nel mondo d’oggi.

Qualsiasi film o programma con Al Pacino è d’interesse e nel suo primo programma televisivo in più quasi 50 anni è davvero bravissimo nel suo ruolo di Meyer Offerman, il capo della banda di cacciatori. Però “Hunters” tratta maldestramente il fattore principale della trama, la Shoah che vide la morte atroce di quasi dieci milioni di persone, sei milioni dei quali ebrei da quasi tutti i paesi europei coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, Italia inclusa.

Devo ammettere che il programma ci fa capire benissimo un dettaglio di quell’orrore  della macchina di morte dei lager di sterminio. In quelle scene capiamo in modo inequivocabile quel che Prima Levi visse sulla propria pelle e che diede il titolo al suo capolavoro basato sulle proprie esperienze nel lager “Se questo è un uomo”. I boia dei lager, uomini e donne, sin dal primo momento dell’arrivo delle vittime cancellarono l’identità personale delle loro vittime, con i numeri tatuati sul braccio, con la separazione delle famiglie e infine, dopo la morte, con lo sfruttamento dei loro resti e delle cose di loro possesso per motivi puramente economici come facciamo con qualsiasi animale. Così, le vittime diventarono quel che Hitler definiva “Untermenschen” (Sub-umani) e diventò più facile poterli sterminare e utilizzare i loro resti e possessedimenti per fornire soldi per la macchina da guerra tedesca.

Purtroppo, questo aspetto positivo dal programma è stato rovinato dal trattamento dei responsabili degli stermini. In quasi ogni scena sono stati interpretati come “macchiette”, oppure in modo farsesco, come per prendere in giro chi ebbe le mani e anime macchiate da sangue. Difatti, questi “personaggi” non erano macchiette o figure buffe, erano uomini e donne banali che compierono atti atroci su milioni di esseri umani, ebrei, dissidenti politici, omosessuali, cristiani dissidenti e le altre categorie timbrate da pezzetti di stoffa colorati per poter capire il “reato” che li condannò alla morte.

Uomini piccoli

Come scrisse Hannah Arendt durante il processo ad Adolf Eichmann , uno dei maggiori responsabili di quel che definirono in modo ascetico “la Soluzione Finale”. Era un uomo banale che nessuno avrebbe notato nella vita. Persino Heinrich Himmler, il vero progettista della “Soluzione” per realizzare il sogno di di sterminio di Hitler, era un allenatore di polli fallito prima di seguire la strada politica del Fuhrer.

Ed è questo aspetto del programma che mi ha dato un vero senso di disagio. Nell’esagerare le azioni dei responsabili degli orrori, nell’inventare crimini all’umanità come in una scene terribile della serie, nel farli sembrare macchiette e/o personaggi goffi, rendiamo il lavoro più facile per coloro che da decenni cercano di negare la verità storica della Shoah.

Ogni giorno sui social vediamo pagine e post di chi ha “nostalgia” per gli ingegneri della morte che seminarono morte in tutta l’Europa. Vediamo partiti politici in Italia e molti paesi, europei e non, che più o meno apertamente non solo negano la Shoah, ma sempre più spesso richiamano il ritorno del Nazismo e i suoi programmi più estremi. Infatti, come vediamo sotto, nel 2017 a Charlottesville, VA negli Stati Uniti gruppi di supremisti bianchi sventolavano la bandiere neonaziste e mostravano “orgogliosamente” tatuaggi con simboli nazisti e persino sfilavano gridando due detti dell’epoca hitleriana: “Sangue e terra” e “Gli ebrei non ci rimpiazzeranno”.

Poi, la mattina dopo aver finito di vedere la serie televisiva una notizia dall’Australia ha dimostrato che questi pensieri non sono chimere, ma una verità che i servizi di sicurezza di molti paesi occidentali gridano da tempo.

 

Avviso

Lunedi mattina Mike Burgess, il Capo dell’ A.S.I.O., l’Organizzazione di Sicurezza ed Intelligenza dell’Australia, nel suo rapporto annuale ha messo in risalto il pericolo dei “pazzi della destra estrema” che l’organizzazione considera la minaccia terroristica più grande al paese, insieme alle minacce terroristiche dei fondamentalisti islamici.

Questi si radunano regolarmente per esercitare con le armi, sono sempre più coinvolti in proteste contro immigrati e le altre “razze” e quel che loro considerano un “pericolo alla razza bianca”. Questo si vede regolarmente sui social, non solo sulle loro pagine ma anche nei loro interventi su dibattitti politici sulle pagine dei giornali principali e anche di politici, ecc., che considerano “traditori alla patria”.

Un esempio di questo atteggiamento si è trovato in seguito alla strage della moschea a Christchurch in Nuova Zelanda quasi un anno fa, compiuto da un suprematista bianco australiano che l’ha trasmessa dal vivo sui social. Le sue azioni non solo sono state festeggiate dagli estremisti di destra e i suprematisti bianchi, ma ora dicono apertamente che le sue sono azioni da ripetere contro le “altre razze”. Non è stato un caso che Mike Burgess riferisse specificamente a questo caso nel suo rapporto.

Dopo aver letto i commenti di Burgess ho fatto una ricerca di avvisi simili in altri paesi e ho trovato commenti quasi identici negli anni recenti dai servizi di sicurezza di tutti i paesi economicamente avanzati come gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Norvegia e persino al Germania.

Questi non sono pericoli teoretici perché in molti paesi abbiamo visto altre stragi da allora da chi cercava di emulare l’assassino di Christchurch.

Perciò dobbiamo stare attenti come presentiamo la Storia prima per non dare a questi estremisti le opportunità di negare gli orrori che considerano azioni politiche e poi perché una parte della soluzione deve essere l’educazione in modo chiaro e diretto.

La Storia e K.I.S.S.

 Fin troppo spesso la Storia è vista come una serie noiosa di date e luoghi invece di un modo per imparare il nostro passato e per capire come si è formato il mondo d’oggi e programmi e libri come “Hunters” con le loro interpretazioni semplicistiche dei responsabili degli orrori diminuisce l’impatto di queste azioni.

Allora, nell’insegnare la Storia dobbiamo tenere ben in mente un concetto che molti addetti dell’informatica conoscono, il principio K.I.S.S. L’acronimo di Keep It Simple Stupid ( “Mantienilo semplice, stupido”) ci spiega che se insegniamo in modo semplice e diretto un fatto storico sarà più semplice capire come anche i motivi e le eventuali conseguenze di questi episodi.

Quasi tutti vogliono una vita tranquilla, ma questo non è possibile con gli estremismi politici e anche religiosi, di qualsiasi genere. Quindi abbiamo l’obbligo di bloccare ogni tentativo di coloro che vorrebbero ripercorrere di nuovo strade che hanno già portato a tragedie.

Purtroppo, anche riconoscendo le buone intenzioni dei produttori, produzioni come “Hunters” rendono questo lavoro ancora più difficile e quindi rendono più facile il lavoro per i fomentatori d’odio.

Certo, dobbiamo parlare di quel che è successo nel passato, ma in modo chiaro e soprattutto onesto e non in modo leggero. La Storia si serve con l’onestà e l’unico modo vero per ricordare le vittime della Shoah è di assicurare che non succederanno più.

E noi abbiamo la responsabilità di assicurare che sarà così. Con onestà storica.

 

di emigrazione e di matrimoni

Hunters, from banality to caricatures

In the last few days Amazon Prime’s Pay-TV released a TV series that is a new interpretation of a delicate and horrifying issue and instead it left me perplexed because the message can be interpreted in the wrong way with potential dangerous effects.

Historical fiction is a legitimate branch of literature, cinema and television, however, when it deals with certain painful issues it risks opening doors that are better left closed or to trivialize the role of certain people of the past that we would like to forget but we have an obligation to remember, not to honour them, even if they deserve to be forgotten, rather to ensure that we do not repeat mistakes from the past because we think these chapters are closed.

In the last few days Amazon Prime’s Pay-TV released a TV series that is a new interpretation of a delicate and horrifying issue and instead it left me perplexed because the message can be interpreted in the wrong way with potential dangerous effects.

Furthermore, announcements not only this week but also in recent years have put into the spotlight the return of a face from the past many of us wished had disappeared forever and now we find ourselves with its shadow that would like to find a new place in the world.

We must have a powerful weapon in order to teach history, honesty, and if we try to hide or to exaggerate what we say we risk making certain chapters more vulnerable to those who try to deny one of the most tragic chapters of human history.

The hunt

It took me a day to understand whey Amazon Prime’s new Pay-TV series “Hunters” troubled me. The basic theme to looking for the Nazis responsible for the Holocaust is not new but the way with which the producers created it could have unexpected and even dangerous consequences for today’s world.

Any film or programme with Al Pacino is interesting and in his first TV programme in almost 50 years he is truly excellent in the role of Meyer Hofferman, the head of the band of hunters. However, “Hunters” deals clumsily with the main aspect of the storyline, the Holocaust that saw the horrible death of almost ten million people, almost six million of them Jews from almost all the Europe countries involved in World War Two, including Italy.

I must admit that the programme let us understand very well one detail of the horror of the killing machine that was the extermination camps. In those scenes we understand unequivocally what Primo Levi experienced personally and that gave the title of his masterpiece “Se questo è un uomo” (If this is a man). The executioners of the camps, men and women, from the first moment of arrival of the victims cancelled their personal identity with the numbers tattooed on their arms, with the separation of the families and finally, after their death, with the exploitation of their remains and possessions for purely economic reasons as we do with any animal. So the victims became what Hitler defined as “Untermenschen” (Sub-humans) and it became easier to be able to exterminate them and to use their remains and possession to supply money to the German war machine.

Unfortunately this aspect of the programme was ruined by its treatment of those responsible for the massacres. In almost every scene they were interpreted as “caricatures” or in a farcical way as though to mock those whose hands and souls were stained with blood. In fact these “characters” were not caricatures or funny figures, they were banal men and women who carried out horrifying acts on millions of human beings, Jews, political dissidents, homosexuals, dissident Christians and the other categories branded by the small pieces of coloured cloth to understand the “crime” that condemned them to death.

Small men

As Hannah Arendt wrote during the trial of Adolf Eichmann, one of the main people responsible for what they defined in an ascetic way the “Final Solution”. He was a banal man that nobody would have noticed in life. Even Heinrich Himmler, the true architect of the “Solution” to make Hitler’s dream of the extermination come true, was a bankrupt chicken farmer before taking the Fuhrer’s political road.

And this was the aspect of the programme that made me a true sense of unease. In exaggerating the actions of those responsible for the horrors, in inventing crimes of humanity like one terrible scene in the series, in making them seem caricatures and/or funny characters, we make the work easier for those who, for decades, have been trying to deny the historical truth of the Holocaust.

Every day in the social media we see pages and posts of those who feel “nostalgia” for the engineers of death who sowed death in all of Europe. We see political parties in Italy and many countries, European and non-European, that more or less openly not only deny the Holocaust but more and more often call for the return of Nazism and its more extreme plans. In fact, as we see below, in 2017 in Charlottesville, VA in the United States groups of white supremacists waved the Nazi flag and “proudly” showed tattoos with Nazi symbols and even paraded chanting mottos from Hitler’s years: “Blood and Land” and “Jews will not replace us”.

And then, the morning after I finished watching the television series, news from Australia showed that these thoughts are not illusions but a truth that the security services of many western countries have been yelling for some time.

 

Warned

On Monday morning Mike Burgess, chief of A.S.I.O., the Australian Security and Intelligence Organization, highlighted in his annual report the danger of the “rightwing lunatics” that the organization considers the country’s greatest threat, together with the terrorist threat from Islamic fundamentalists.

These groups gather regularly to train with weapons, are always involved in protests against migrant and other “races” and what they consider a “danger to the white race”. We see this regularly on the social media, not only on their pages but also in their interventions on political debates on the pages of the main newspapers and also politicians, etc., who they consider “traitors to the country”.

One example of this behaviour followed the massacre of the mosque in Christchurch in New Zealand almost a year ago by an Australian white supremacist who broadcast it live on the social media. His actions were not only celebrated by the rightwing extremists and the white supremacists but now they openly speak of repeating his actions against the “other races”. It was no coincidence that Mike Burgess specifically referred to this incident in his report.

After having read Burgess’ comments I searched for similar warnings in other countries and I found almost identical comments in recent years by security services in all the economically advanced countries such as the United States, Great Britain, Norway and even Germany.

These are not theoretical dangers because in many countries since then we have seen other massacres who tried to emulate the Christchurch murderer.

Therefore we have to be careful how we present history, firstly in order not to give these extremists the opportunity to deny horrors they consider political actions and secondly because a part of the solution must be educating clearly and directly.

History and K.I.S.S.

All too often history is seen as a boring sequence of dates and places instead of a way of learning our past and to understand how today’s world was formed and programmes and books such as “Hunters” with their simplistic interpretations of those responsible for the horrors diminishes the impact of these actions.

So, when teaching history we must bear well in mind a concept known by many experts of IT, the K.I.S.S. principle. Keep It Simple Stupid explains that if we teach a historically fact simply and directly it will be easier to also understand the motives and the subsequent consequences of these chapters.

Almost everybody wants a peaceful life but this is not possible with political and almost religious extremists, of almost any type. Therefore we have an obligation to block any attempts by those who would like to take the road that has already led to tragedies once again.

Unfortunately, even recognizing the producers’ good intentions productions such as “Hunters” make this job even harder and therefore make work even easier for the hate mongers.

Of course, we must talk about what happened in the past but clearly an especially honestly and not lightly. History is served with honesty and the only true way to remember the victims of the Holocaust is to ensure that it will not happen again in the future.

And we have the responsibility of ensuring this will be so. With historical honesty.

Gli occhi dello sconosciuto- The stranger’s eyes

di emigrazione e di matrimoni

Gli occhi dello sconosciuto

C’è sempre qualcosa di sconfortante nell’essere osservato da uno sconosciuto, non sai cosa pensa e non sai cosa dirgli. Ma c’è qualcosa ancora di più triste quando gli occhi dello sconosciuto sono nel viso di tuo padre. 

Durante l’ultima parte della malattia di mamma nessuno di noi capiva in fondo quel che davvero soffriva papà. Pensavamo che fosse uno dei suoi soliti acciacchi, soprattutto le infezioni che lo colpivano regolarmente.

Infatti, quando mamma è andata all’ospedale per l’ultima volta papà ci si trovava già e l’hanno messa in una corsia allo stesso piano dove si trovava lui. Ogni mattina gli infermieri ci dicevano che lui sfidava i suoi problemi fisici per andare da solo, dopo mezzanotte, per stare con lei. 

Con il decesso di mamma lui è migliorato fisicamente e cosí abbiamo capito che una parte dei suoi problemi erano dovuti al vederla soffrire. Nel concentrarsi su di lei non ci rendevamo conto del tormento di papà, ma lentamente ci siamo accorti che avevamo sottovalutato anche la condizione tremenda che l’aveva colpito. 

La prima volta che preparavo la cena per mio fratello e lui, papà è entrato in cucina, ha dato uno sguardo al tavolo preparato per tre e mi ha chiesto, “Dove sono gli altri?”. La mia risposta è stata con un’altra domanda, “Mamma non c’è più, non ti ricordi?. “Ah, si, è vero”. Qualche giorno dopo la stessa scena s’è ripetuta allo stesso modo, e di nuovo due giorni dopo, ma con una domanda in più, “Dove sono, a Grazía?”  Con quella domanda mi sono reso conto che non stava più con noi, almeno non sempre.

Grazía era la tenuta della sua famiglia in Calabria e intorno al tavolo lui aspettava di vedere dieci altre persone, i genitori insieme ai fratelli e le sorelle. Da quell’istante mi sono trovato costretto ad affrontare una realtà crudele, la demenza. Mi domando quale dei suoi fratelli vedeva ai fornelli a preparare cena, ma una cosa era certa, non vedeva suo figlio.

Nel corso delle mie attività comunitarie avevo svolto ruoli nel direttivo in un gruppo di assistenza sociale per la comunità italiana nella nostra città di Adelaide in Australia. Quando questo gruppo ha cominciato a organizzare incontri per sostenere i badanti degli anziani non sognavo affatto che nel futuro sarei stato io uno dei badanti. Come non immaginavo che avrei finalmente capito cosa voleva dire una frase che sentivo ripetere costantemente dai badanti e dagli assistenti sociali, “Finché non colpirà un tuo caro, non saprai cosa vuol dire”. Parole di una verità profonda.

Parlavamo in italiano in casa e non in dialetto, come di consueto nelle famiglie italiane in Australia perché papà veniva dalla Calabria e mamma dal Lazio. Ma nei tre anni della malattia di papà, la lingua usata da lui cambiava.

Nel corso di quel periodo si svegliava abbastanza conscio di quel che lo circondava, mi trattava come al solito e mi parlava delle cose quotidiane. Purtroppo, con il passare della giornata la sua mente soffriva e il mondo che vedeva attorno cambiava. Entro sera era confuso, non parlava in modo coerente e spesso ripeteva le stesse cose. Quando la notte andavo a controllarlo prima che andassi a letto mi guardava con il suo bel sorriso e mi diceva, “Hello Doctor”, oppure “Hello Nurse”. Di nuovo non ero più suo figlio, ma il medico o l’infermiere dell’ospedale che lo curava.

Quel periodo era ancora più difficile per mio fratello. Quando andava al lavoro papà era ancora a letto e non lo vedeva nello stato buono, invece lo vedeva la sera quando era al peggio. Tristemente questo era la causa di tantissimi litigi tra di noi che cercavamo di nascondere a papà, non sempre con successo purtroppo. Erano litigi che facevano male a tutti, ma ora ho scoperto che erano un attrito naturale per un periodo del genere. Sapevo che mandare papà in una casa di cura sarebbe stata la sua condanna a morte, ma non riuscivo a spiegarlo.

Almeno prima della fine mio fratello ha potuto capire che gli stadi della malattia di papà non erano sempre uguali. Era disoccupato negli ultimi mesi di vita di papà e ha potuto vedere i cambi nel corso della giornata e i motivi dei miei rifiuti di trasferire papà in una casa di cura.

Quando la polmonite che poi lo avrebbe portato via, lo ha colpito potevamo stare  insieme a lui all’ospedale ed eravamo presenti per i suoi ultimi respiri. La sera prima sapevo che papà non c’era più perchè la sua ultima parola era in dialetto e per l’unica volta nella mia vita mi ha chiamato “fijjio”.

Era la fine di un periodo difficile per noi tutti. Tra la scoperta del tumore di mamma e le ultime malattie di papà sono passati sette anni, gli ultimi quattro dei quali sempre dentro e fuori ospedali, cliniche per controlli e cure. Come era difficile anche il periodo dopo nel cercare di riprendere una vita nuova.

Con il passar degli anni sono riuscito a colmare le differenze con mio fratello e ci siamo avvicinati ancora di più agli zii che ci hanno aiutato immensamente. Sono fasi della vita e difficili da raccontrare e spiegare. Inevitabilmente le parole non trasmettono tutto il dolore e l’angoscia dei momenti più difficili. Come le parole non si riesce a trasmettere i cambiamenti che avvengono dentro di te.

Ma bisogna cercare di mettere queste esperienze in parole per far capire a chi sta affrontando ora gli stessi problemi. Era già difficile affrontare la situazione con l’aiuto di mio fratello per avere il tempo di rilassarmi e riprendermi quando necessario, come anche gli zii pronti a ogni assistenza. Non posso immaginare come sarebbe stato affrontare questa situazione da solo.

La vita ci insegna molto e periodi del genere ci forniscono alcune delle lezioni più crudeli, ma sono esperienze che ci formano. Non puoi uscire da prove simili senza trovarti cambiato. Ma soprattutto sono periodi che danno sensazioni importanti come quando vedi gli occhi e il sorriso dei genitori nella malattia e capisci non soltanto che ti amano, ma che sei riuscito a poter esperimere nel modo più importante il tuo amore per loro.

di emigrazione e di matrimoni

The stranger’s eyes

There is always something uncomfortable when you are being watched by a stranger, you do not know what to think and do not know what to say. But there is something even more uncomfortable when the stranger’s eyes are in your father’s face.

During the final phase of mamma’s sickness none of us quite understood what papà was truly going through. We thought it was one of his usual ailments, especially the infections that struck him regularly.

In fact, when mamma went to the hospital for the last time papà was already there and they put her in a ward on the same floor where he was. Every morning the nurses told us that he overcame his physical problems to go alone, after midnight, to be with her.

After mamma passed away he improved physically and so we understood that a part of his problems was due to his seeing her suffer. But on focusing on her we did not understood papà’s torment and slowly we realized we had also underestimated the terrible condition that had struck him.

The first time I prepared dinner for him and my brother papà he walked into the kitchen, he took a look at the table that had been set for three and asked “Where are the others?” I answered with another question, “Mamma is not here anymore, don’t you remember?”, “Oh yes, that’s true” A few days later the same scene was repeated in the same way and then once more, but with another question, “Where are they at Grazìa?” With that question I knew he was no longer, at least not always.

Grazìa was the name of his family’s farm in Calabria and he expected to see ten other people around the table, his parents and his brothers and sisters. From that moment I found myself forced to deal with a cruel reality, dementia. I wonder which brother he saw at the stove getting dinner ready but I am certain of one thing, he did not see his son.

During my community work I had held a number of positions in the committee of a welfare group for the Italian community in our city of Adelaide in Australia. When this group began to organize meetings to support the carers of aged people I never dreamed that one day I would be one of those carers. Just as I did not imagine that I would finally understand a phrase I had heard spoken repeatedly by the carers and welfare workers, “Until it hits one of your relatives you will never know what it means” These words express a profound truth.

We spoke Italian at home and not in dialect as is usual for Italian families in Australia because papà came from Calabria and mamma from Lazio. But in the three years of Papa’s sickness the language he used changed.

During that period he woke up fairly aware of where he was, he treated me as he usually did and he spoke to me about every day things. Unfortunately, as the day went by his mind suffered and the world he saw around him changed. By the evening he was confused, he did not speak coherently and often repeated the same things. When night came and I checked on him before going to bed he would look at me with his nice smile and say, “Hello doctor” or “Hello nurse”. Once again I was no longer his son but the hospital doctor or nurse who treated him.

That period was even harder for my brother. When he went to work papà was still in bed and he did not see him in his good state. Instead he saw him in the evening, when he was at his worst. Sadly this was the cause of many arguments between us that we tried to hide from papà, not always successfully unfortunately. These arguments hurt everyone, but I now know that this is normal for such periods. I knew that putting papà into a nursing home would have been a death sentence for him but I could not explain why.

At least before the end my brother understood that the stages of papà’s condition were not always the same. He was out of work during papà’s final months and saw the changes as the day went by and the reasons for my refusal of putting papà into a home.

When the pneumonia that took him away struck we were together with him in the hospital and we were present for his last breaths. The previous evening I knew that papà was no longer with us because his final word was in dialect and for the only time in my life he called me “fijjio”.

It was the end of a difficult period for us all. Ten years passed between the discovery of mamma’s tumour and papà’s last disease, the final four always in and out of hospitals and clinics for checkups and treatment. Just like the period after was also hard as I tried to resume a new life.

With the passing of the years I have overcome the differences with my brother and we have come closer to the uncle and aunt who had helped us immensely. These are hard stages of life to tell and explain. Inevitably words do not pass on all the pain and anguish of the hardest moments. Just as words cannot convey the changes inside you.

But we must try to put these experiences into words to make it clear to those who are dealing with these problems now. It was already hard dealing with the situation with the help of my brother to have the time to relax and recover when necessary, just as were the uncle and aunt were always ready to help. I cannot imagine what it would have been like dealing with this situation on my own.

Life teaches us a lot and periods like these give us some of the cruellest lessons but these experiences shape us. You cannot come out the trials like these without being changed. But above all they are periods that give important emotions like when you see your parents’ eyes and smiles during their sickness and you understand not only that they love you  but that you managed to express your love for them in the most important way.

Ucai e Prap Triveneto avviano il progetto Exodus per riportare a casa i detenuti africani

Ricondurre in Africa le persone detenute nelle carceri italiane che vogliano far ritorno nelle comunità di origine, dopo un’adeguata formazione in ottemperanza dell’art. 27 della nostra Costituzione

C’è un solo modo per ‘togliere il disturbo’ e continuare la propria vita onestamente anche quando si è commesso un errore tale da finire agli arresti in Italia. L’unico modo è tornare nel proprio paese, lasciato con tanto dolore, sapendo di avere la possibilità di lavorare perché si è stati adeguatamente formati nel percorso di pena per reato commesso nel paese ospitante. In questo caso l’Italia. Ne è convinto Otto Bitjoca, presidente di Ucai, Unione delle comunità Africane in Italia, che sta portando avanti da tempo un progetto tanto ambizioso quanto cartesiano, in sinergia con il Provveditorato della Amministrazione Penitenziaria del Triveneto e l’organizzazione Diritti in Movimento Toscana. Se ne è parlato durante il convegno di pochi giorni fa a Padova presso la Sala Anziani di Palazzo Moroni, dove è stato firmato il primo documento di avvio. Il progetto Exodus si sviluppa fondando su due pilastri essenziali. Il primo è l’articolo 27 della nostra Costituzione che evidenzia: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Il secondo pilastro di Exodus, ancora più essenziale, sta nel fatto che ogni Africano emigrato in Italia ha un grande desiderio di tornare a casa, dalla quale non sarebbe mai partito se avesse avuto un lavoro ed una vita dignitosa. A questo si deve aggiungere un dato reale, che in realtà viene sottaciuto spesso per motivi politici: nelle nostre carceri la presenza africana si attesta al 17% di quella straniera, e per la maggioranza dei casi si tratta di persone che hanno commesso reati di lieve entità, solo per sopravvivere. La maggior parte di loro sono reclusi perché, in attesa di giudizio e senza residenza, non potrebbero andare altrove. Un costo enorme per l’amministrazione pubblica che il progetto di Bitjoca potrebbe diminuire notevolmente.

In questa ottica il sistema penitenziario italiano potrebbe contribuire a favorire il percorso di rimpatrio sfruttando meglio l’esperienza della detenzione con l’acquisizione di capacità professionali dei detenuti, necessarie a svolgere attività nei settori strategici dell’agricoltura, nell’artigianato e in tutti i lavori che richiedano competenze di base. Tali professionalità sarebbero poi volano della vocazione agricola e artigianale dei Paesi africani coinvolti e consentire obiettivi miglioramenti della vita in quelle società. Da questo punto di vista lo stesso Otto Bitjoca, presidente di Ucai ed economista che ormai da più di 40 anni vive a Milano, si farebbe carico degli interscambi con una serie di Paesi Africani che anelano alla crescita economica e riconoscono la necessità di un know how dall’occidente. Quale migliore occasione se non i propri ‘figli’ che tornano a casa con una formazione fondamentale per lo sviluppo economico dei loro territori?

Un progetto Exodus che a conti fatti è davvero la via maestra per aiutare in senso costruttivo il Continente Africano, rispettandone la dignità ed incentivandone lo sviluppo economico. Un progetto non semplice per chi interpreta l’Africa e la diaspora dei suoi popoli verso l’Europa come un ‘Business’ da gestire, e attraverso il quale lucrare guadagni senza risolvere il vero problema in diritti umani: il popolo Africano ha il sacrosanto diritto di costruire paese per paese la sua democrazia, e per farlo ha bisogno di rendersi indipendente dagli antichi colonizzatori in termini di economia, lavoro e capacità di sviluppo.

Tra le autorità che fino ad oggi hanno aderito con entusiasmo e lungimiranza all’idea di Ucai, oltre al Provveditorato per il Triveneto, anche Enrico Sbriglia, provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, Armando Reho, direttore dell’Ufficio Detenuti e Trattamento, e lo psichiatra Mario Iannucci insieme alla collega Gemma Brandi, coordinatrice di Diritti in Movimento Toscana e membro del tavolo istituito dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a tutela dei fragili il 9 gennaio scorso.

Tra le attività formative che si vorrebbero ‘esportare’ in Africa perché utili a quei territori, sono state evidenziate quelle per la realizzazione di call center governativi, imprese cooperative per la panificazione e produzione di prodotti da forno, per la trasformazione di semilavorati industriali e soprattutto per attività di carpenteria in ambito edilizio: muratori, piastrellisti, idraulici ed elettricisti, particolarmente carenti in quei Paesi.

Tra gli Istituti di pena coinvolti che dovranno realizzare classi omogenee di formazione professionale figurano per ora la Casa di Reclusione di Padova, la Casa Reclusione femminile di Venezia e le sezioni di Reclusione degli istituti di Verona, Treviso e Udine. Per ottenere l’indispensabile collaborazione, nel progetto saranno coinvolte le regioni del Triveneto e la Cassa delle Ammende

La musica della “Human Rights Orchestra”: i “Musicisti senza frontiere” per i diritti umani degli emarginati dalla società

Questa straordinaria compagine orchestrale nasce da un’iniziativa dell’Associazione culturale Eleuthera, che utilizza la musica come riscatto sociale ed educativo.

Quando si parla di musica risulta ancora difficile pensare a una risorsa spendibile socialmente nel nostro paese, in cui la stessa classe politica è ferma a una concezione di quest’arte ludica e superficiale. Un’ennesima conferma di ciò risulta essere la sempre poca pubblicità riservata alla “Human Rights Orchestra”, costituita da musicisti provenienti dalle maggiori orchestre di Vienna, Berlino, Amsterdam, Londra e Milano e diretta dal M° Alessio Allegrini (noto soprattutto per essere anche il Primo Corno Solista dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia). Questa straordinaria compagine orchestrale nasce da un’iniziativa dell’Associazione culturale Eleuthera, che utilizza la musica come riscatto sociale ed educativo.

Presidente di Eleuthera è sempre il M° Allegrini, il cui impegno civile e sociale lo vede presente in vari Stati del mondo a sostegno di progetti che investono sull’educazione musicale come strumento per costruire una società migliore, soprattutto più attenta e sensibile ai diritti umani dei deboli, degli sfruttati e degli emarginati, insomma, dei tanti “ultimi” troppo spesso non visibili o ignorati sul nostro pianeta.

Il progetto dei “Musicisti senza frontiere”

Sopra: Alessio Allegrini.

 

Allegrini ha iniziato le sue collaborazioni più significative in questo campo contribuendo per anni, come solista e Maestro preparatore, all’Orchestra Juvenil “Simón Bolívar”  del Venezuela, diretta dal M° Gustavo Dudamel e fondata da Jose Antonio Abreu. Com’è noto, questa dimensione orchestrale ha consentito a più di 250 mila ragazzi provenienti da famiglie povere o emarginate di avere accesso alla musica e ad una valida educazione musicale, ergendosi a modello di riferimento per chiunque volesse realizzare un’attività simile.
Sicuramente ispirandosi anche a una realtà del genere, nel 2009 Allegrini ha dato vita, insieme ad altre sette associazioni attive in Giappone, Venezuela, Palestina, Francia, Slovacchia e Svizzera, a un movimento libero e autogestito denominato “Musicisti senza frontiere”, il cui scopo è appunto quello di promuovere e sostenere in musica la conquista e la difesa dei diritti umani previsti dalla Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite.
A tal proposito, poco dopo la nascita del suo progetto, il Maestro dichiarò al quotidiano La Repubblica: «La nostra orchestra nasce per diffondere la cultura dei diritti umani e nasce a Roma perché questa città rappresenta la sintesi perfetta tra esperienze lontane solo geograficamente: ciò che Antonio Abreu fa a Caracas per i diritti umani è simile a ciò che Ramzi Aburedwan fa insegnando la musica ai bambini palestinesi dei territori occupati. Si trattava di far dialogare queste esperienze».
Nel comitato d’onore del movimento inoltre ci sono, tra gli altri, Daniel Barenboim e Martha Argerich. 
Così è nata la “Human Rights Orchestra”, un gruppo di musicisti provenienti da diverse aree del mondo e fortemente convinti dell’estrema portata pedagogica e rieducativa della musica.

I programmi e le iniziative di Eleuthera

Oltre a presentare programmi che includono anche opere commissionate appositamente per le performances e relative sempre al tema dei diritti umani, l’orchestra devolve il ricavato dei biglietti dei concerti – cui contribuiscono solisti del calibro di Isabelle Faust, Ilya Gringolts ed Hélène Grimaud – ad associazioni locali e internazionali (ad oggi circa 18 in 13 paesi), che supportano persone emarginate.
Nello stesso ambito di Eleuthera è nata anche la “Human Rights Band”, formata da clarinetto, basso, accordion, pianoforte, percussioni e due voci; i suoi programmi prevedono musiche rappresentative di diverse religioni, etnie, nazionalità e paesi.
Fra le tante attività musicali di supporto a donne, uomini e giovani nei campi profughi e nelle carceri minorili, segnaliamo i corsi di musica per i bambini rifugiati presso il campo di Thessaloniki (GRC), i vari workshops negli SPRAR di Roma, Civitavecchia, Sora e Bologna e il progetto di insegnamento annuale agli studenti delle scuole secondarie Last Land, promosso a Lucerna (e in partnership con il celebre Lucerna Festival) per commemorare il terribile genocidio in Ruanda.
A livello mondiale è particolarmente degna di nota la collaborazione con Ramzi Aburedwan, giovane musicista palestinese presidente dell’Associazione culturale franco-palestinese “Al Kamandjati” (“Il Violinista”) e operante in Palestina con l’obiettivo di far nascere scuole di musica nei territori occupati e nei campi profughi.
In Giappone, invece, nell’ambito di un progetto umanistico ideato insieme al sociologo e professore di diritti umani Shizuo Matsumoto, Allegrini ha fondato e diretto, presso la Symphony Hall di Osaka, una nuova orchestra formata da ragazzi e ragazze giapponesi e un Club di 88 cornisti, al fine di creare nuove possibilità di scambio tra la cultura giapponese e quella italiana.
Non potevano mancare infine, fra i partners a supporto dei progetti umanitari, Emergency e l’Unicef, associazioni imprescindibili nel campo dei diritti umani.

Sperando che delle iniziative così straordinarie nei loro intenti possano continuare le varie attività musicali con estremo profitto, noi della Lidu onlus ci auguriamo di vederne nascere e prosperare molte altre in futuro, soprattutto nelle tante realtà bisognose del nostro pianeta. 

Aleppo, la città liberata

Otto anni di guerra, migliaia di morti tra cui molti bambini.

di Paolo Buralli Manfredi e Joe Cossari, Melbourne – Australia

In tutti questi anni la città di Aleppo è stata per il mondo intero una delle città simbolo della guerra in Siria, migliaia di ore si sono consumate nei talk show per spiegare quanto il dittatore Bashad al-Assad fosse crudele con la propria popolazione e quanto l’esercito siriano, abbia ucciso senza pietà donne e bambini in una guerra che veniva combattuta contro l’esercito del califfato, conosciuto in tutto il mondo col nome di ISIS.

Il mainstream ci ha raccontato allo sfinimento le sofferenze dei civili di Aleppo, ci hanno martellato con immagini di distruzione, ci hanno fatto vedere bimbi dopo i bombardamenti sporchi di calcinacci, insanguinati ed impauriti.

Ci hanno raccontato dell’attacco col gas a Duma in Siria il 7 Dicembre 2018 che il “ Dittatore Bahsad al-Assad“ avrebbe ordinato contro la sua stessa popolazione, immagini che hanno fatto il giro del mondo coi famosi caschi bianchi che erano impegnati nel salvataggio dei civili, nella sostanza ci hanno direzionato, comunicazionalmente, in una precisa direzione per convincerci che esiste una parte buona, “ l’Occidente, le forze NATO” ed una parte orribile, Bashad al-Assad e i suoi alleati Russi. Ma è evidente che nelle guerre non esistono buoni né cattivi ma solo morte e desolazione da una parte e dall’altra.

Come sempre cerchiamo solo di far riflettere le persone e quindi ci chiediamo: cosa non ci hanno raccontato con la stessa forza e persuasione?

Non ci hanno raccontato che, l’accusa ad Bashad al-Assad sull’utilizzo di armi chimiche probabilmente era una menzogna, perché,  in seguito a quell’attacco Wikileaks veniva in possesso di emails uscite direttamente dai  vertici dell’OPAC (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), dove un alto funzionario chiede ad un suo sottoposto di modificare e cancellare i dati tecnici sulle rilevazione dei gas presenti in quell’attacco, dati tecnici, che escludono l’uso del gas sotto accusa, mettendo in forte discussione l’intera organizzazione dell’OPAC e scagionando Bashad al-Assad.

Una notizia del genere avrebbe dovuto essere gridata al mondo intero, visto che già in passato si utilizzò una menzogna identica per attaccare l’Iraq, tutti voi ricorderete la fialetta mostrata da Collin Powell come prova dell’utilizzo da parte di Saddam Hussein di armi chimiche, che diede il via alla guerra all’Iraq ancora oggi non  terminata, anni dopo ci dissero che quella fu tutta una messa in scena priva di verità, e ancora oggi nessuno è stato in grado di dire con certezza cosa conteneva quella fialetta e forse neanche Collin Powell ne aveva e ne ha la minima idea.

Perché l’intervista della dirigente RAI e Giornalista Monica Maggioni concordata con Bashad al-Assad, che doveva essere messa in onda in una data ben precisa sul canale RAI News 24, oltre ad essere stata ritardata è finita su Raiplay, ovviamente con meno utenza?

A questa domanda noi non riusciamo a trovare una risposta ragionevole, unico pensiero è quello che la RAI, avrebbe potuto subire delle pressioni internazionali per non pubblicarla nei tempi concordati, limitandone la visione ad un pubblico meno numeroso, con lo spostamento da RAI NEW 24 a Raiplay.

Di seguito l’intervista

 

Ovviamente ci sarebbero altre cento domande da fare a questo sistema d’informazione che, dà l’idea, a volte, di non avere libertà di movimento, ed oggi a quattro giorni dalla liberazione dal califfato (ISIS) da parte dell’esercito Siriano ad Aleppo, siamo rammaricati del fatto che non ci siano testate giornalistiche che abbiano avuto la forza  di pubblicare e trasmettere i festeggiamenti di Aleppo, festeggiamenti di un popolo stremato che gioisce sperando di tornare ad una vita migliore dopo quasi 8 anni di guerra, e soprattutto ci si rammarica per aver visto immagini che trasmettevano  la sofferenza dei bambini, utilizzate dalle televisioni per emozionare i telespettatori, mentre oggi quelle stesse televisioni non hanno trasmesso le immagini di quegli stessi bimbi che gioiscono per la fine di un assedio che ha rovinato la loro infanzia per sempre.

Una riflessione sul Coronavirus

Cosa sono i laboratori BSL4? E quali sono le strane coincidenze accadute prima dello scoppio del problema Coronavirus?

di Paolo Buralli Manfredi e Joe Cossari – Melbourne (Australia)

I laboratori BLS, sono dei laboratori che trattano e studiano virus letali per gli esseri umani, questi laboratori vengono classificati su quattro livelli dal meno pericolosi ai più pericolosi, BSL1, BSL2, BSL3, BSL4, (Bio Sefity Level)

Il laboratorio da dove  è scaturita l’epidemia di Coronavirus si trova a Wuhan una città cinese che conta più di undici milioni di abitanti, ed il laboratorio in questione venne costruito nel 2014 con un progetto Franco-Cinese che prevedeva anche l’accesso di funzionari e ricercatori legati a doppio filo all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanita’) ma, la cosa che è veramente particolare è il tipo di laboratorio,  perché il laboratorio di Wuhan è classificato come BLS4, cioè un laboratorio che maneggia virus altamente letali per l’uomo.

Normalmente questi laboratori vengono costruiti su piccole isole o addirittura su piattaforme create ad hoc in mezzo al mare o comunque in mezzo al nulla, proprio per evitare che l’errore umano possa scatenare pandemie con possibili milioni di morti. Altra particolarità di tutta questa storia è che, un Coronavirus depotenziato fu depositato e brevettato nel 2015 negli Stati Uniti da una società inglese partecipata a maggioranza dallo Stato Inglese, con la possibilità di utilizzo dello stesso a partire dal 2018.

Singolare anche la simulazione che, la Fondazione Bill & Melinda Gates in collaborazione con il World Economics Forum che il 18 Ottobre 2019, qualche settimana prima del primo caso da Coronavirus, simula una possibile pandemia che parte dal Brasile e si diffonde in tutto il mondo  prevedendo una mortalità di circa  sessanta milioni di persone, evento chiamato “ Event 201” a Global Pandemic Exercise .

 Sempre a ridosso del primo caso, proprio a Wuhan arrivarono trecento soldati americani per partecipare al Military War Games, precisamente il 15 Ottobre altra data vicina al primo caso conclamato di Coronavirus.

Ovviamente le domande nascono spontanee, perché i mezzi di informazione classici non hanno analizzato la sequenza dei fatti, non hanno informato delle stranezze che abbiamo scritto qui sopra, ma si sono limitati solo ad accusare lo Stato cinese di aver creato una possibile pandemia?

Perché tutte le notizie sul Coronavirus date alle popolazioni, sono solo superficiali e non approfondite?

Ecco come sempre la nostra attenzione va all’informazione che come al solito sembra seguire strade predeterminate e soprattutto unificate, globalizzate come quasi fossero dettate e uguali per tutti.

Chiudiamo non traendo conclusioni personali ma cercando di far riflettere tutti su questi eventi e sul fatto che, a volte se non sempre, bisognerebbe impegnarsi a cercare risposte differenti a quelle che i giornali e le televisioni ‘blasonate’ ci propinano, creando in noi una visione unica ed indiscutibile, che ci allinea su una opinione al limite con la manipolazione.

Parli come badi!- Language as a tool and weapon for identity

di emigrazione e di matrimoni

Parli come badi!

Potrai capire una lingua davvero bene solo quando ti trovi ad utilizzarla nella vita quotidiana e non solo negli esercizi grammaticali in classe

Nel cercare la propria identità i figli e i discendenti di emigrati italiani devono capire che la lingua italiana è importante per poter non solo definirsi, ma anche per poter davvero capire le proprie origini e il proprio patrimonio culturale personale. Però, dobbiamo anche capire che poter parlare e quindi capire l’italiano, come per qualsiasi lingua, non è semplice come potrebbe sembrare a molti. Ed è un tema che dobbiamo tenere ben in mente quando parliamo di indirizzare la promozione verso i nostri parenti a amici e parenti all’estero.

Quando ero giovane in Australia c’era un cinema che proiettava film italiani e ci andavamo come famiglia, di solito per vedere i film comici perché ai miei genitori non piacevano gli strappalacrime con Amadeo Nazzari e Yvonne Sanson come Catene e I figli di nessuno che spesso proiettavano. Naturalmente tanti dei film che vedevamo in quegli anni ‘60 erano di Totò. Pensavo allora di capire questi film, però mi sbagliavo.

Ricordo particolarmente Totò, Peppino e i giovani d’oggi perché molte delle scene tra i due grandissimi comici non avevano bisogno di un grande sforzo per essere capite da noi figli nati in Australia, erano scene dove i gesti e le mosse dei protagonisti si spiegavano da sole. Anni dopo, durante uno dei miei primi viaggi in Italia, e soprattutto dopo gli studi in italiano, ho avuto il piacere di rivedere quel film e ho potuto ridere come mai prima alle battute. Ma mi sono anche reso conto che il ragazzo che ero non avrebbe potuto mai capire battute come “Parli come badi sa!” perché per poterlo fare bisogna capire bene l’italiano.

È una lezione importante per chi impara una lingua, e potrai capire una lingua davvero bene solo quando ti trovi ad utilizzarla nella vita quotidiana e non solo negli esercizi grammaticali in classe. Ho avuto un esempio di questo un giorno in macchina mentre ascoltavo un’intervista radio con un complesso inglese in tournée in Italia. Era ovvio che l’intervistatrice aveva una conoscenza buona dell’inglese, ma il suo vocabolario limitato non le permetteva di capire molti dei riferimenti dei cantanti e dunque non era in grado di poter cogliere spunti dalle loro risposte. Ne è uscita un’intervista con domande e risposte che spesso non corrispondevano.

La padronanza di una lingua non potrebbe mai essere semplicemente la conoscenza accademica, spesso sterile perché è il frutto di studi di libri e testi più o meno vecchi e non sempre attuali. In articoli e libri la scelta precisa di parole non è mai casuale perché gli autori intendono trasmettere un messaggio ai lettori e la padronanza vera di una lingua permette di cogliere ironie, sottigliezze e giochi di parole e non solo scritte, ma anche nei discorsi. Questo vale anche con molti personaggi che hanno grandi capacità di utilizzare parole e frasi come armi. Due di questi erano Giulio Andreotti in italiano e Winston Churchill in inglese che sapevano trasmettere messaggi politici senza il “politichese” e alcuni di questi son entrati nei linguaggi delle rispettive lingue.

C’è un personaggio particolare dove spesso vediamo lo sconforto del conduttore di turno quando si rende conto troppo tardi che l’intervista, o lo spettacolo, prende direzioni inattese. Roberto Benigni ha la capacità e l’intelligenza di cogliere parole e frasi del suo interlocutore e di saper cambiare direzione a metà spettacolo in un modo che nessuno poteva immaginare. Tristemente non molti all’estero in grado di poter apprezzare del tutto queste sue capacità.

Ma questa padronanza di lingue ha anche conseguenze importanti per tutti gli aspetti della vita e del lavoro. Studiare altre lingue fa capire le differenze tra culture che non sempre sono evidenti. Chiunque ha visto film asiatici ha sicuramente notato scene non sempre comprensibili all’osservatore occidentale, come aspetti di comportamento personale, come anche di tradizioni, superstizioni e particolarità che cambiano da cultura a cultura.

La padronanza di altre lingue diventa ancora più importante in scambi commerciali, dove chi traduce o fa l’interprete deve assicurare che il messaggio sia fedele all’originale e, come a volte capita, assicurare di utilizzare le forme precise per non rischiare di offendere clienti stranieri.

Sarebbe banale dire che interpreti e traduttori devono conoscere alla perfezione le altre lingue, ma le sottigliezze non sono da sottovalutare. Per chi deve tradurre testi, sia d’affari che di letteratura e di altri generi, il traduttore deve essere capace di saper scegliere il verbo e le parole giuste per ogni occasione. Chi ha studiato lingue conosce fin troppo bene i cosiddetti “falsi amici”, quelle parole che si assomigliano, ma che hanno significati diversi. Però questi sono solo una parte del lavoro. Bisogna tradurre le frasi e non solo le parole e sarebbe facile tradurre espressioni senza cogliere il senso originale, e questo succede soltanto con una conoscenza veramente pratica della lingua.

Per gli interpreti, specialmente quelli simultanei, il lavoro diventa ancora più difficile perché devono fare il lavoro senza accesso immediato a dizionari. Devono tenere un vocabolario personale impressionante in due lingue e  sapere utilizzare questa memoria nel modo più efficace e veloce. Inoltre, devono sapere interpretare, in tutti i sensi, espressioni e toni di voce che non sempre corrispondono da lingua a lingua, come anche sapere come trasmettere il senso completo di ogni scambio.

Bisogna ricordare che lingue sono allo stesso tempo armi e arnesi. Armi perché nelle mani di chi sa utilizzare magistralmente una lingua le parole possono essere utilizzate per trasmettere messaggi di minaccia, di pace, oppure di accordo e di conciliazione. Sono arnesi perché il mezzo che utilizziamo per far sapere cosa vogliamo, cosa sentiamo e per dar direzioni in tutti gli ambiti della vita quotidiana. Un luogo di lavoro, come in una famiglia e scuola, non sono niente senza gli scambi di messaggi che facciamo ogni giorno. Naturalmente non tutti i messaggi sono verbali, ma i gesti hanno limiti in quel che possono trasmettere.

Tutti abbiamo avuto esperienze di quel che succede quando non badiamo a quel che diciamo, anche per un secondo. Basta una parola sbagliata per mutare un messaggio innocuo in un messaggio offensivo. Queste sottigliezze capitano poi in tutti i campi. Un’espressione che va bene a casa spesso non è adatta a un luogo di lavoro dove il vocabolario è specializzato e parole normali hanno significati diversi.

Per mantenere la padronanza chi parla un’altra lingua deve tenersi aggiornato perché ogni lingua è vivente ed è in costante evoluzione. Un esempio specifico di parola che ha cambiato senso in italiano è “picconata”. Per un periodo negli anni 90 questa parola ha preso il significato di critiche severe in seguito ai discorsi spesso aspri e critici di Francesco Cossiga nell’ultima parte del suo mandato da Presidente della Repubblica. Poco tempo dopo quella parola è tornata alla sua normalità e ora nessuno la utilizza più in quel modo.

Allora, non sottovalutiamo la capacità che la padronanza delle lingue ci può dare, è una chiave importante nel mondo moderno dove siamo in contatto costante con gente di altri paesi. Ma, allo stesso tempo, questa padronanza non sarà mai possibile se non partiamo da quella padronanza linguistica più importante, la lingua italiana. E purtroppo in questo le scuole non fanno un buon servizio al paese.

di emigrazione e di matrimoni

Language as a tool and weapon for identity

You will only be able to speak a language truly well when you find yourself using it in everyday life and not only in grammar classes at school

When searching for their personal identity the children and descendants of Italian migrants must understand that the Italian language is important not only for defining themselves but also to finally be able to understand their origins and personal cultural heritage. However, we must also understand that being able to speak and therefore understand Italian, just like any language, is not as simple as it seems to many people. And this is an issue that we must keep well in mind when addressing promotions towards or relatives and friends overseas.

When I was a young boy on Australia there was a cinema that showed Italian films. We usually went there as a family to watch comedies because my parents did not like the “tearjerkers” with Amadeo Nazzari and Yvonne Sanson such a Catene and I figli di nessuno that they often showed. Naturally, many of the films we saw in the 1960s were by the great Italian comedian Totò. At the time I thought I understood them but I was wrong.

In particular I remember Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi (Totò, (Aldo) Fabrizi and young people today) because the two of the great comedians did not need much effort to be understood by we children in Australia and there were scenes in which the movements and the gestures of the protagonists were self explanatory. Years later during one of my first trips to Italy, especially after having studied Italian, I had the pleasure of seeing the film once more and I laughed at the jokes as I never had before. And I also understood that the young boy that I was could never have understood jokes such as “Parli come bada sa!” (untranslatable) because to do so you have to know Italian well.

An important lesson for those who learn a language is that you will only be able to speak a language truly well when you find yourself using it in everyday life and not only in grammar classes at school. I had an example of this while I listened to an interview of an English pop group on tour in Italy. It was obvious that the interviewer had a good level of English but her vocabulary was limited and this did not allow her to understand many of the references by the singers and therefore she was not able to pick up some of the points in their answers. The outcome was an interview with answers and questions that often did not correspond. 

Mastery of a language can never be simply often sterile academic knowledge because it is the result of studying old and not so old books and texts that are not always up to date. The choice of words in articles and books is never casual because the authors intend transmitting a message to the readers and true command of a language allows readers to grasp irony, subtlety and plays of words, not only written but also in speech. This is also true for many for many public figures who have great skill in using words and phrases like weapons. Two of these were Giulio Andreotti in Italian and Winston Churchill in English who knew how to transmit political messages without using political jargon and some of these have become part of their respective languages.

There is one person who we often see creating discomfort for his presenters when they understand too late that the interview or the show has taken an unexpected turn. Roberto Benigni has the skill and the intelligence to use his interlocutors’ words and phrases words and to change direction in the middle of a show in a way that nobody could have expected. Sadly not many people overseas are unable to appreciate his word skills.

But mastery of languages also has major consequences for all the aspects of our lives and work. Studying other languages also lets us understand the differences between cultures that are not always evident. Whoever has seem Asian films has surely noticed that scenes that are not always comprehensible to Western viewers, such as aspects of personal behaviour, as well as traditions, superstitions and peculiarities that change from culture to culture.

The command of other languages becomes even more important in commercial exchanges in which the person who translates or acts as the interpreter has to ensure that message is faithful to the original and to ensure the use of the precise forms in order not to risk offending foreign clients.

It would be trivial to say that interpreters and translators must know other languages perfectly but the subtle points must not be underestimated. For those who translate texts, whether business, literature or other sorts, the translator must be able to know how to choose the right verbs and words for every occasion. Anyone how has studied languages knows all too well the so-called “false friends”, the words that are similar but have different meanings. However, this is only part of the work. The phrases must be translated and not only the words and it would be easy to translate expressions without picking up the original meaning and this can only happen with true practical knowledge of the language.

For interpreters, especially simultaneous interpreters, the work becomes even harder because they must work without immediate access to dictionaries. They must have an impressive personal vocabulary in the two languages and know how to use their memory quickly and effectively. Furthermore, they must know how to interpret in every way expressions and tones of voices that do not always correspond from one language to another, as well as knowing how to transmit the complete meaning of every exchange.

We must also remember that languages are also at the same time weapons and tools, Weapons because, in the hands of those who know how to use a language masterfully words can be used to transmit threatening, peaceful messages or messages of agreement and conciliation. They are tools because the means that we use to let people know what we want what we feel and to give directions in all settings of our daily lives. A workplace, just like a family or a school, is nothing without the exchanges of messages we make every day. Of course not all messages are verbal but gestures have limits to what they can transmit.

We have all experienced what happens when we do not take care of what we say, even for a second. It takes only one wrong word to change a harmless message into an offensive message. This subtlety happens in all fields. An expression that is often ok at home is not suitable for a workplace where the vocabulary is specialized and normal words have different meanings.

In order to maintain command those who speak another language must keep up to date because every language is a living creature an is in constant evolution. One specific example of a word that changed meaning in Italian is “picconata”. During the 1990s the word took the meaning of severe criticism following the often bitter speeches by Francesco Cossiga during the final part of his term as Italy’s President. A short time later that word once again took on its normal meaning and now nobody uses it in that way anymore.

So, let us not underestimate the skill that command of a language can give is. It is a major key to the modern world in which we are in constant contact with people in other countries. But, at the same time, this command will never be possible of we do not start from the most important linguistic mastery, that of our mother tongue. And unfortunately the schools are not doing the country a good service.

Prima che sia troppo tardi 2 – Before is too late 2

di emigrazione e di matrimoni

Prima che sia troppo tardi 2

Le cose cambiano in fretta, il cielo di notte non è più lo stesso

Quando la nostra specie ha cominciato a erudirsi ha guardato al cielo per capire le stagioni, per orientarsi, per seguire il ciclo vitale della natura e le maree. Presto non sarà più possibile o almeno diventerà molto più complesso. Sarà difficile sondare lo spazio e capire cosa succede al di là dell’atmosfera terrestre. Le cose cambiano in fretta, il cielo di notte non è più lo stesso, niente di che potremmo pensare, vero? Nel corso della storia, solo stati lanciati circa 8.000 satelliti, di cui circa 2.000 attualmente attivi. Ma gli astronomi hanno avvertito che il numero di satelliti inviati in orbita è cresciuto negli ultimi mesi in maniera esponenziale e rischia di “tagliarci fuori dal cosmo”. La previsione è arrivata un giorno dopo che SpaceX, (Elon Musk), ha lanciato 60 satelliti contemporaneamente nell’ambito di un progetto per inviarne fino a 42.000 nello spazio nei prossimi anni. Questi satelliti si sono rivelati molto più riflettenti di quanto chiunque, anche gli ingegneri di SpaceX, si aspettassero. Ora altre aziende si stanno preparando a colonizzare l’orbita bassa della terra con i loro satelliti. Il risultato? Non lo sappiamo, ma non ci si può aspettare nulla di buono e questo si rivela essere un grosso problema per astronomi e scienziati.

Inoltre, i satelliti disgregati, o quello che ne rimane, sono già un grosso problema, soprattutto nell’orbita bassa, dove la rete Starlink di SpaceX è in fase di dispiegamento. L’Agenzia spaziale europea ha stimato a gennaio che ci sono quasi un milione di pezzi di spazzatura spaziale più grandi di un centimetro (circa tre ottavi di pollice) che circondano il pianeta. Ma che diritto ha un singolo paese, o una singola azienda, di inquinare lo spazio sopra di noi? Come tante volte in passato, ancora una volta gli esseri umani o meglio alcuni esseri umani, stanno procedendo senza regole, senza rispetto, senza etica. Ancora una volta, le leggi che stiamo cercando di far rispettare nel mondo “civilizzato” non sono per le frontiere, non sono per un’élite dominante. Vogliamo ripiegare? Dovremmo arrenderci? O è qualcosa di più di una semplice obsoleta mappa del cielo che stiamo perdendo? Come sta accadendo con internet che si è trasformato in un sistema di controllo di massa e con la digitalizzazione e la frammentazione del nostro mondo, scopriremo presto che tutto questo “vivere e speculare tecnologico” ha un conto salato da pagare. Stiamo perdendo il futuro, stiamo perdendo la dignità e la capacità di reagire e di lottare per ciò che è giusto, etico, rispettoso. I diritti umani non possono essere venduti per profitto o perderemo l’essenza stessa, lo spirito, la ragione che ci mantengono vivi.

di emigrazione e di matrimoni

Before is too late 2

Things are changing fast, the sky at night does not look the same anymore

When our species began to erudite itself it looked to the sky to understand the seasons, to orient itself, to follow the life cycle of nature and the tides. Soon it will no longer be possible or at least it will become much more complex. It will be difficult to probe space and understand what happens beyond the Earth’s atmosphere. Things are changing fast, the sky at night does not look the same anymore, no big deal, right? Throughout history, only about 8,000 satellites have ever been sent to space, and there are about 2,000 currently active satellites. But astronomers have warned that the exponential number of satellites being sent into orbit lay the risk “of cutting us off from the cosmos”. The prediction came a day after SpaceX, (Elon Musk), launched 60 satellites at once as part of a project to send up to 42,000 into space in the coming years. These satellites have turned out to be far more reflective than anyone, even SpaceX engineers, expected. Now other companies are getting ready to colonize the low orbit space with their satellites. The result? We do not really know, but nothing good can be expected and this turns out to be a big problem for astronomer and scientists.

Plus, broken-down satellites, or what’s left of them, are already a big problem, particularly in low-Earth orbit, where SpaceX’s Starlink network is being deployed. The European Space Agency estimated in January that there are nearly a million pieces of space junk larger than 1 centimetre (about three-eighths of an inch) circling the planet. But what right does a single country, or a single company, has to pollute the space above us? As many times before once again humans or at list apart of them, are proceeding with no regulation, with no respect, with no ethics. Once again, the laws that we are trying so hard to enforce in the “civilized” world are not for the frontiers, are not for the dominating elite. Shall we just fold down? Should we just give up? Or is more than just a obsolete map in the sky in the sky we are losing? Like we are experiencing with the internet abuse and mass surveillance, with the digitalization and fragmentation of our world we will soon discover that all this is coming with a great price tag, we are loosing the future, we are loosing the dignity and capability to react and to fight for what is equal, ethic, considerate. Human rights can not be sold for profit or we will lose the very essence, spirit, reason for being alive.

Troppi anniversari, la Storia che dobbiamo affrontare- Too many anniversaries: the past that must be dealt with

di emigrazione e di matrimoni

Troppi anniversari, la Storia che dobbiamo affrontare

Per scrivere la Storia del paese bisogna avere la documentazione e le prove dell’accaduto

L’Italia ha impegnato decenni per riconoscere che il periodo dopo l’8 settembre 1943 con il cambio di alleanze dal Patto d’Acciaio con i nazisti agli Alleati, fino a circa un anno dopo la fine ufficiale della seconda guerra mondiale fu a tutti gli effetti una guerra civile, e in più di un senso il paese è rimasto in uno stato di guerra civile fino ai nostri giorni.

Per capirlo basta leggere i giornali di questa settimana con il riferimento alle foibe nei territori che erano una volta italiana per poi vedere la notizia di una fase nuova nella procedura giudiziaria della Strage di Bologna nel 1980, e poi nei giornali il ricordo del 40° anniversario dell’assassinio a Roma di Giovanni Bachelet, il vice presidente del Consiglio Supremo della Magistratura nello stesso anno.

Regolarmente i notiziari ci fanno ricordare anniversari di morti e di stragi, ma inevitabilmente leggiamo poi il commento che i responsabili non sono stati identificati o che i processi sono ancora in corso oppure che si aspettano ancora sviluppi, anche dopo quaranta, cinquanta e più anni come sappiamo sulla bomba di Piazza Fontana a Milano nel 1969.

Tragicamente per il paese e soprattutto per i parenti delle vittime il paese non ha ancora trovato il coraggio di affrontare questi episodi epocali per la nostra Storia. Peggio ancora, politici oggigiorno, di ogni parte dello spettro politico, continuano a utilizzarli non per motivi storici ma per fare battaglia politica attuale, e non per poter finalmente scoprire le moltissime verità che le nostre autorità nascondono da decenni.

La Storia deve essere affrontata e riconosciuta anche perché dobbiamo sapere quel che è successo veramente e non vivere con dubbi atroci, con l’odio che ne è la conseguenza naturale.

Onestà storica non è una frase. È una soluzione e una medicina per aiutarci a superare le barriere create da odio politico, e il nostro paese dimostra continuamente cecità verso il suo passato per il timore di riconoscere le proprie colpe e questa settimana è iniziata con un esempio classico di questo fenomeno.

Orrori

Non c’è dubbio che le foibe nei territori che una volta erano italiani e ora appartengono alla Slovenia e la Croazia furono orrori, come anche la fuga di milioni di italiani prima in Italia e poi in giro per il mondo.

Questa settimana è iniziato con il Giorno del Ricordo per quegli eccidi e ogni anno i poveri morti di quel periodo sono utilizzati per motivi di politica attuale invece di riconoscere finalmente che in quel periodo le colpe erano di tutti, senza eccezioni. Infatti, questa settimana il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha criticato quelli che negavano gli eccidi di quei territori.

L’idea del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi di istituire il giorno ufficiale era giusta e doverosa, ma il giorno non ha fatto altro che dare opportunità a coloro che vogliono negare quel che è successo, come anche a coloro che rifiutano di riconoscere altre stragi che diedero origine al massacro dei nostri connazionali.

Se davvero vogliamo onorare il ricordo dei nostri defunti dobbiamo trovare il coraggio di affrontare TUTTA la nostra Storia di quel periodo e riconoscere anche le nostre colpe. Il prezzo di questo rifiuto sarà di rivedere ripetute anno dopo anno le stesse accuse e le stesse smentite, e di dimenticare che i monumenti alla memoria rappresentano persone vere e non sono bandiere da sventolare per cercare di screditare oppositori politici, che all’epoca non erano nemmeno nati.

E come le foibe un altro periodo della Storia d’Italia è coperto da un velo di silenzio e vergogna che dobbiamo strappare perché i segreti nascosti ancora oggi turbano l’anima del Bel Paese.

L’altra guerra civile

Il ricordo questa settimana di Giovanni Bachelet e i regolari riferimenti ad altri assassini e ai troppi misteri e dubbi su episodi come Piazza Fontana e la Strage di Bologna sono descritti da una frase quasi poetica, “gli anni di piombo”. Però, come dimostra la ormai celebre foto in testa all’articolo, quella frase nasconde pochissimo il fatto che le strade italiane erano spesso luoghi per veri combattimenti tra le forze dell’ordine e gli oppositori, molti dei quali venuti dalle proteste studentesche del 1968.

L’unica cosa che sappiamo con sicurezza di quel periodo è che ne sappiamo davvero pochissimo. I moltissimi processi hanno fornito prove solo di occultamenti di documenti da parte delle autorità italiane e di fughe all’estero di responsabili di morti e stragi. Ogni anno escono nuovi “dettagli e rivelazioni” che di solito non ci dicono niente di nuovo, e non ci fanno capire se i registi veri di questo periodo erano a Roma, Washington o Mosca, oppure, come dicono alcuni, persino a Palermo tra le cosche della Mafia.

A tutti gli effetti, l’Italia degli anni del terrorismo era il campo di battaglia de facto della Guerra Fredda, in un certo senso ancora di più del Medioriente, il Vietnam o la Corea che videro guerre vere.

All’epoca si utilizzava spesso la frase “la strategia della tensione” senza mai capire del tutto quale fosse la strategia e con quali conseguenze, tranne nascondere i veri motivi. Come le foibe, è ora che il paese finalmente sappia chi erano i veri responsabili di questa violenza e dei morti.

Di nuovo, per molti politici oggi non conviene svelare questi segreti perché conviene avere  il “mostro” di turno da utilizzare contro il nemico politico di turno, perché è molto più semplice fare questo gioco invece di cercare un futuro nuovo per il paese senza le ombre dolorose del passato.

Infine c’è il caso più incredibile che rende l’Italia unica nel mondo per i misteri legati alla politica e alla Guerra Fredda. Un mistero che vide molti morti e che fu coperto a livello internazionale in un modo atroce.

Il “mistero” più grande

Ustica è un nome che ormai è sinonimo di segretezza e depistaggio. Quella bellissima isola dovrebbe essere riconosciuta come luogo di vacanze estive e invece diventò il luogo di un intrigo internazionale che dovrebbe appartenere al cinema invece che alla Storia.

In breve, il 27 giugno 1980 fu la notte della Strage di Ustica con la caduta del volo IH870 dell’Itavia dove morirono tutte le 81 persone a bordo, e ancora oggi non sappiamo il vero motivo e i veri responsabili per la caduta dell’aereo.

Sin dalla prima notte il caso è avvolto da segretezza. Il sistema nazionale radar dell’Aeronautica era ufficialmente in tilt e quindi non esiste nessuna prova ufficiale da parte italiana di quel che accadde nei nostri cieli. Ci vollero anni per ritrovare i resti dell’aereo dal fondo del mare e le indagini sono contestate da tutti, soprattutto se l’aereo fu abbattuto da un missile, come dimostrano le ricerche scientifiche oppure da una bomba a bordo come sostengono alcuni.

Fu il caso che portò alle accuse di alto tradimento a generali dell’Aeronautica Militare e il caso che coinvolge le forze armate e i servizi segreti non solo d’Italia ma persino della Francia e gli Stati Uniti, e ancora oggi restano dubbi del ruolo di aerei militari di entrambi i nostri alleati.

Libri sono stati scritti su questa storia surreale ma non esiste ancora il riconoscimento ufficiale di quel che è successo davvero in quella notte maledetta.

Mancanza di coraggio

Come per gli altri casi, e non solo quelli nominati in questo articolo, il filo rosso è quello dei misteri, la segretezza e i depistaggi che lasciano troppi dubbi. E questo dubbi non fanno altro che creare altro dolore per i parenti delle vittime, come anche avvelenare sempre di più il dibattito politico del paese.

Infatti, quel che è sempre mancato in questi decenni in Italia è stato un politico con il coraggio di aprire finalmente gli scaffali dei ministeri e di svelare una volta per sempre quel che alcuni sanno sin dai primi giorni e che hanno sempre negato.

Certo, all’inizio le esigenze non erano solamente italiane, anzi, erano della Guerra Fredda tra le superpotenze che utilizzavano altri paesi per i loro giochi strategici, ma quella scusa è sparita la notte del 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino e infine il 26 dicembre 1991 con la dissoluzione dell’URSS. Ma questa ormai è soltanto una scusa e non un motivo per non sapere finalmente la verità.

La Storia è implacabile, ma per scrivere la Storia del paese bisogna avere la documentazione e le prove dell’accaduto, e in troppi casi proprio queste mancano e con la mancanza della Storia vera il paese rimane nel dubbio e il nostro clima politico continuerà a subirne le conseguenze. Bisogna finalmente sapere cosa è successo nel nostro paese in tutti questi decenni.

Potremmo scrivere un libro su questo tema, ma finiamo con una domanda scomoda, esiste in Italia un capo politico con il coraggio di aprire finalmente il vaso di Pandora che contiene i misteri d’Italia?

di emigrazione e di matrimoni

Too many anniversaries: the past that must be dealt with

To write history we need the documentation and the proof of what happened

Italy took decades to recognize that the period following September 8, 1943 with the change of Alliances from the Pact of Steel with the Nazis to the Allies until about a year after the official end of World War Two was in all effects a civil war and in more than one sense the country has remained in a state of civil war until the present day.

To understand this we only have to read this week’s newspapers to see the reference to the foibe, the massacres of Italians in the former Italian territories now in Croatia and Slovenia, and then to see the news of the new phase of the judicial procedure for the bombing of the Bologna railway station in 1980 and finally the articles on the 40th anniversary of the assassination in Rome of Giovanni Bachelet, the former vice president of the country’s Supreme Council of the Magistracy that same year.

The news regularly makes us remember the anniversaries of deaths and massacres where we inevitably read the comment that those responsible were never identified or that the trials are still continuing or that more developments were expected, even after forty, fifty or more years, as we know from the bombing of the bank of Piazza Fontana in Milan in 1969.

Tragically for the country, and especially the victims’ families, the country has not yet found the courage to deal with these major episodes in our past. Worse still, politicians today, on all sides of the political spectrum, continue to use them not for historical purposes but for fighting modern political battles and not to finally discover the many truths that our authorities have been hiding for decades.

The past must be dealt with and recognized also because we must know what really happened and not live with horrible doubts and the hatred that is their natural consequence.

Historical honesty is not a phrase. It is a solution and a medicine to help us overcome the barriers created by political hatred and our country is continually displays blindness towards its past out of fear of recognizing its guilt and this week started with a classic example of this phenomenon.

Horrors

There is no doubt that the foibe in the once Italian territories that are now part of Slovenia and Croatia were horrors, as well as the flight of millions of Italians first into Italy and then around the world.

This week began with the Day of Memory for those massacres and every year the poor souls of that period are used for modern political reasons instead of finally recognizing that during that period the fault belonged to everybody, without exception. In fact, this week Italian President Sergio Mattarella publicly criticized those who denied the massacres in those territories.

The idea of former Italian President Carlo Azeglio Ciampi to institute the official day of memory was right and dutiful but the day has done nothing but give an opportunity to those who want to deny what happened, as well as to those who refuse to recognize the slaughters that gave rise to the massacres of our compatriots.

If we truly want to honour the memory of our dead we must find the courage to with ALL our past in that period and to also recognize our guilt. The price of this refusal will be to see the same accusations and the same denials made year after year and to forget that the monuments in their memory represent real people and not flags to be waved to try and discredit political opponents who were not even born at the time.

And like the foibe another period in our past is covered by a veil of silence and shame that we must rip aside because the secrets that are still hidden today unsettle the country’s soul.

The other civil war

This week’s remembrance of Giovanni Bachelet and the regular references to other assassinations and too many mysteries on episodes such as Piazza Fontana and the Bologna bombing are described in an almost poetic phrase “gli anni di piombo” (the years of lead). However, as the now famous photo at the head of this article shows, that phrase barely hides the fact that Italy’s streets were often fields of battle between the police and the opponents, many of whom came from the 1968 student protests.

The only thing we know for sure about that period was that we truly know very little. The many trials have only given proof of the concealment of documents by Italian authorities and of escapes overseas by those responsible for deaths and massacres. Every year there are new “details and revelations” but they usually say nothing new and they do not let us understand if the true directors of this period were in Rome, Washington or Moscow, or even, as some say, in Palermo amongst the Mafia gangs.

To all intents and purposes during the years of terrorism Italy was the de facto battlefield of the Cold War and in a certain sense even more than the Middle East, Vietnam and Korea which saw real wars.

The phrase “la strategia della tensione” (the strategy of tension) was used at the time without ever fully understanding what the strategy was and with what consequences except to hide the real masterminds of the crimes. Just like the foibe, it is time that the country finally knew who was really responsible for the violence and deaths.

Once again, for many politicians today it is not convenient revealing these secrets because it is better to have a “monster” to use against political foes because it is much easier to play that game instead of looking for a new future for the country without the painful shadows of the past.

Finally there is the most incredible case that makes Italy unique in the world for the mysteries tied to politics and the Cold War. This mystery saw many deaths and was covered internationally in a dreadful way.

The biggest “mystery”

Ustica is a name that is now synonymous with secrecy and red herrings. That beautiful island should be known as a place for summer holidays and instead it has become the place of international intrigue that should belong in the movies and not to history.

In short, June 27, 1980 was the night of the Ustica massacre when Itavia flight IH870 fell killing all the 81 people aboard and today we still do not know the real reason and the ral culprits for the plane crash.

The case has been wrapped in secrecy since the first night. The Air Force’s military radar system was officially out of order and therefore there is no official record on the Italian side of what happened in Italy’s skies. It took years to recover the pieces of the plane form the sea floor and the investigations are disputed by everybody, especially whether the place was shot down by a missile, as scientific research shows, or by a bomb planted on board as some maintain.

It was the case that led charges of high treason to generals of the Aeronautica Militare (Italy’s Air Force) and the case that involves the armed forces and secret services of not only Italy but also of France and the United States and there are still doubts about the role of military aircraft of both our allies.

Books have been written about this surreal story but there is still no official recognition of what really happened on that cursed night.

Lack of courage

Like the other cases, and not only those mentioned in this article, the common thread of these mysteries is the secrecy and red herrings that leave too many doubts. And these doubts only create more pain for the victims’ families, just like they also poison the country’s political debates more and more.

In fact, what has always been lacking in these decades in Italy has been a politician with the courage to finally open the shelves of the Ministries and to reveal once and for all what some people have known from the start and have always denied.

Of course, at the beginning the needs were not only purely Italian, indeed they were those of the Cold War between the superpowers that used other countries for their strategic games but that excuse disappeared on the night of November 9, 1989 with the fall of the Berlin Wall and finally on December 26, 1991 with the dissolution of the Soviet Union. This is now only an excuse and not a reason for not finally knowing the truth.

History is implacable but to write history we need the documentation and the proof of what happened and in too many cases this is precisely what is missing and with this lack of true history the country remains in doubt and our political climate will continue to suffer the consequences. We need to finally know what happened in our country during all those decades.

We could write a book on this subject but we will end with an uncomfortable question: is there a political leader in Italy with the courage to finally open the Pandora’s Box that contains Italy’s mysteries?

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