Ucai e Prap Triveneto avviano il progetto Exodus per riportare a casa i detenuti africani

Ricondurre in Africa le persone detenute nelle carceri italiane che vogliano far ritorno nelle comunità di origine, dopo un’adeguata formazione in ottemperanza dell’art. 27 della nostra Costituzione

C’è un solo modo per ‘togliere il disturbo’ e continuare la propria vita onestamente anche quando si è commesso un errore tale da finire agli arresti in Italia. L’unico modo è tornare nel proprio paese, lasciato con tanto dolore, sapendo di avere la possibilità di lavorare perché si è stati adeguatamente formati nel percorso di pena per reato commesso nel paese ospitante. In questo caso l’Italia. Ne è convinto Otto Bitjoca, presidente di Ucai, Unione delle comunità Africane in Italia, che sta portando avanti da tempo un progetto tanto ambizioso quanto cartesiano, in sinergia con il Provveditorato della Amministrazione Penitenziaria del Triveneto e l’organizzazione Diritti in Movimento Toscana. Se ne è parlato durante il convegno di pochi giorni fa a Padova presso la Sala Anziani di Palazzo Moroni, dove è stato firmato il primo documento di avvio. Il progetto Exodus si sviluppa fondando su due pilastri essenziali. Il primo è l’articolo 27 della nostra Costituzione che evidenzia: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Il secondo pilastro di Exodus, ancora più essenziale, sta nel fatto che ogni Africano emigrato in Italia ha un grande desiderio di tornare a casa, dalla quale non sarebbe mai partito se avesse avuto un lavoro ed una vita dignitosa. A questo si deve aggiungere un dato reale, che in realtà viene sottaciuto spesso per motivi politici: nelle nostre carceri la presenza africana si attesta al 17% di quella straniera, e per la maggioranza dei casi si tratta di persone che hanno commesso reati di lieve entità, solo per sopravvivere. La maggior parte di loro sono reclusi perché, in attesa di giudizio e senza residenza, non potrebbero andare altrove. Un costo enorme per l’amministrazione pubblica che il progetto di Bitjoca potrebbe diminuire notevolmente.

In questa ottica il sistema penitenziario italiano potrebbe contribuire a favorire il percorso di rimpatrio sfruttando meglio l’esperienza della detenzione con l’acquisizione di capacità professionali dei detenuti, necessarie a svolgere attività nei settori strategici dell’agricoltura, nell’artigianato e in tutti i lavori che richiedano competenze di base. Tali professionalità sarebbero poi volano della vocazione agricola e artigianale dei Paesi africani coinvolti e consentire obiettivi miglioramenti della vita in quelle società. Da questo punto di vista lo stesso Otto Bitjoca, presidente di Ucai ed economista che ormai da più di 40 anni vive a Milano, si farebbe carico degli interscambi con una serie di Paesi Africani che anelano alla crescita economica e riconoscono la necessità di un know how dall’occidente. Quale migliore occasione se non i propri ‘figli’ che tornano a casa con una formazione fondamentale per lo sviluppo economico dei loro territori?

Un progetto Exodus che a conti fatti è davvero la via maestra per aiutare in senso costruttivo il Continente Africano, rispettandone la dignità ed incentivandone lo sviluppo economico. Un progetto non semplice per chi interpreta l’Africa e la diaspora dei suoi popoli verso l’Europa come un ‘Business’ da gestire, e attraverso il quale lucrare guadagni senza risolvere il vero problema in diritti umani: il popolo Africano ha il sacrosanto diritto di costruire paese per paese la sua democrazia, e per farlo ha bisogno di rendersi indipendente dagli antichi colonizzatori in termini di economia, lavoro e capacità di sviluppo.

Tra le autorità che fino ad oggi hanno aderito con entusiasmo e lungimiranza all’idea di Ucai, oltre al Provveditorato per il Triveneto, anche Enrico Sbriglia, provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, Armando Reho, direttore dell’Ufficio Detenuti e Trattamento, e lo psichiatra Mario Iannucci insieme alla collega Gemma Brandi, coordinatrice di Diritti in Movimento Toscana e membro del tavolo istituito dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a tutela dei fragili il 9 gennaio scorso.

Tra le attività formative che si vorrebbero ‘esportare’ in Africa perché utili a quei territori, sono state evidenziate quelle per la realizzazione di call center governativi, imprese cooperative per la panificazione e produzione di prodotti da forno, per la trasformazione di semilavorati industriali e soprattutto per attività di carpenteria in ambito edilizio: muratori, piastrellisti, idraulici ed elettricisti, particolarmente carenti in quei Paesi.

Tra gli Istituti di pena coinvolti che dovranno realizzare classi omogenee di formazione professionale figurano per ora la Casa di Reclusione di Padova, la Casa Reclusione femminile di Venezia e le sezioni di Reclusione degli istituti di Verona, Treviso e Udine. Per ottenere l’indispensabile collaborazione, nel progetto saranno coinvolte le regioni del Triveneto e la Cassa delle Ammende

La musica della “Human Rights Orchestra”: i “Musicisti senza frontiere” per i diritti umani degli emarginati dalla società

Questa straordinaria compagine orchestrale nasce da un’iniziativa dell’Associazione culturale Eleuthera, che utilizza la musica come riscatto sociale ed educativo.

Quando si parla di musica risulta ancora difficile pensare a una risorsa spendibile socialmente nel nostro paese, in cui la stessa classe politica è ferma a una concezione di quest’arte ludica e superficiale. Un’ennesima conferma di ciò risulta essere la sempre poca pubblicità riservata alla “Human Rights Orchestra”, costituita da musicisti provenienti dalle maggiori orchestre di Vienna, Berlino, Amsterdam, Londra e Milano e diretta dal M° Alessio Allegrini (noto soprattutto per essere anche il Primo Corno Solista dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia). Questa straordinaria compagine orchestrale nasce da un’iniziativa dell’Associazione culturale Eleuthera, che utilizza la musica come riscatto sociale ed educativo.

Presidente di Eleuthera è sempre il M° Allegrini, il cui impegno civile e sociale lo vede presente in vari Stati del mondo a sostegno di progetti che investono sull’educazione musicale come strumento per costruire una società migliore, soprattutto più attenta e sensibile ai diritti umani dei deboli, degli sfruttati e degli emarginati, insomma, dei tanti “ultimi” troppo spesso non visibili o ignorati sul nostro pianeta.

Il progetto dei “Musicisti senza frontiere”

Sopra: Alessio Allegrini.

 

Allegrini ha iniziato le sue collaborazioni più significative in questo campo contribuendo per anni, come solista e Maestro preparatore, all’Orchestra Juvenil “Simón Bolívar”  del Venezuela, diretta dal M° Gustavo Dudamel e fondata da Jose Antonio Abreu. Com’è noto, questa dimensione orchestrale ha consentito a più di 250 mila ragazzi provenienti da famiglie povere o emarginate di avere accesso alla musica e ad una valida educazione musicale, ergendosi a modello di riferimento per chiunque volesse realizzare un’attività simile.
Sicuramente ispirandosi anche a una realtà del genere, nel 2009 Allegrini ha dato vita, insieme ad altre sette associazioni attive in Giappone, Venezuela, Palestina, Francia, Slovacchia e Svizzera, a un movimento libero e autogestito denominato “Musicisti senza frontiere”, il cui scopo è appunto quello di promuovere e sostenere in musica la conquista e la difesa dei diritti umani previsti dalla Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite.
A tal proposito, poco dopo la nascita del suo progetto, il Maestro dichiarò al quotidiano La Repubblica: «La nostra orchestra nasce per diffondere la cultura dei diritti umani e nasce a Roma perché questa città rappresenta la sintesi perfetta tra esperienze lontane solo geograficamente: ciò che Antonio Abreu fa a Caracas per i diritti umani è simile a ciò che Ramzi Aburedwan fa insegnando la musica ai bambini palestinesi dei territori occupati. Si trattava di far dialogare queste esperienze».
Nel comitato d’onore del movimento inoltre ci sono, tra gli altri, Daniel Barenboim e Martha Argerich. 
Così è nata la “Human Rights Orchestra”, un gruppo di musicisti provenienti da diverse aree del mondo e fortemente convinti dell’estrema portata pedagogica e rieducativa della musica.

I programmi e le iniziative di Eleuthera

Oltre a presentare programmi che includono anche opere commissionate appositamente per le performances e relative sempre al tema dei diritti umani, l’orchestra devolve il ricavato dei biglietti dei concerti – cui contribuiscono solisti del calibro di Isabelle Faust, Ilya Gringolts ed Hélène Grimaud – ad associazioni locali e internazionali (ad oggi circa 18 in 13 paesi), che supportano persone emarginate.
Nello stesso ambito di Eleuthera è nata anche la “Human Rights Band”, formata da clarinetto, basso, accordion, pianoforte, percussioni e due voci; i suoi programmi prevedono musiche rappresentative di diverse religioni, etnie, nazionalità e paesi.
Fra le tante attività musicali di supporto a donne, uomini e giovani nei campi profughi e nelle carceri minorili, segnaliamo i corsi di musica per i bambini rifugiati presso il campo di Thessaloniki (GRC), i vari workshops negli SPRAR di Roma, Civitavecchia, Sora e Bologna e il progetto di insegnamento annuale agli studenti delle scuole secondarie Last Land, promosso a Lucerna (e in partnership con il celebre Lucerna Festival) per commemorare il terribile genocidio in Ruanda.
A livello mondiale è particolarmente degna di nota la collaborazione con Ramzi Aburedwan, giovane musicista palestinese presidente dell’Associazione culturale franco-palestinese “Al Kamandjati” (“Il Violinista”) e operante in Palestina con l’obiettivo di far nascere scuole di musica nei territori occupati e nei campi profughi.
In Giappone, invece, nell’ambito di un progetto umanistico ideato insieme al sociologo e professore di diritti umani Shizuo Matsumoto, Allegrini ha fondato e diretto, presso la Symphony Hall di Osaka, una nuova orchestra formata da ragazzi e ragazze giapponesi e un Club di 88 cornisti, al fine di creare nuove possibilità di scambio tra la cultura giapponese e quella italiana.
Non potevano mancare infine, fra i partners a supporto dei progetti umanitari, Emergency e l’Unicef, associazioni imprescindibili nel campo dei diritti umani.

Sperando che delle iniziative così straordinarie nei loro intenti possano continuare le varie attività musicali con estremo profitto, noi della Lidu onlus ci auguriamo di vederne nascere e prosperare molte altre in futuro, soprattutto nelle tante realtà bisognose del nostro pianeta. 

Aleppo, la città liberata

Otto anni di guerra, migliaia di morti tra cui molti bambini.

di Paolo Buralli Manfredi e Joe Cossari, Melbourne – Australia

In tutti questi anni la città di Aleppo è stata per il mondo intero una delle città simbolo della guerra in Siria, migliaia di ore si sono consumate nei talk show per spiegare quanto il dittatore Bashad al-Assad fosse crudele con la propria popolazione e quanto l’esercito siriano, abbia ucciso senza pietà donne e bambini in una guerra che veniva combattuta contro l’esercito del califfato, conosciuto in tutto il mondo col nome di ISIS.

Il mainstream ci ha raccontato allo sfinimento le sofferenze dei civili di Aleppo, ci hanno martellato con immagini di distruzione, ci hanno fatto vedere bimbi dopo i bombardamenti sporchi di calcinacci, insanguinati ed impauriti.

Ci hanno raccontato dell’attacco col gas a Duma in Siria il 7 Dicembre 2018 che il “ Dittatore Bahsad al-Assad“ avrebbe ordinato contro la sua stessa popolazione, immagini che hanno fatto il giro del mondo coi famosi caschi bianchi che erano impegnati nel salvataggio dei civili, nella sostanza ci hanno direzionato, comunicazionalmente, in una precisa direzione per convincerci che esiste una parte buona, “ l’Occidente, le forze NATO” ed una parte orribile, Bashad al-Assad e i suoi alleati Russi. Ma è evidente che nelle guerre non esistono buoni né cattivi ma solo morte e desolazione da una parte e dall’altra.

Come sempre cerchiamo solo di far riflettere le persone e quindi ci chiediamo: cosa non ci hanno raccontato con la stessa forza e persuasione?

Non ci hanno raccontato che, l’accusa ad Bashad al-Assad sull’utilizzo di armi chimiche probabilmente era una menzogna, perché,  in seguito a quell’attacco Wikileaks veniva in possesso di emails uscite direttamente dai  vertici dell’OPAC (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), dove un alto funzionario chiede ad un suo sottoposto di modificare e cancellare i dati tecnici sulle rilevazione dei gas presenti in quell’attacco, dati tecnici, che escludono l’uso del gas sotto accusa, mettendo in forte discussione l’intera organizzazione dell’OPAC e scagionando Bashad al-Assad.

Una notizia del genere avrebbe dovuto essere gridata al mondo intero, visto che già in passato si utilizzò una menzogna identica per attaccare l’Iraq, tutti voi ricorderete la fialetta mostrata da Collin Powell come prova dell’utilizzo da parte di Saddam Hussein di armi chimiche, che diede il via alla guerra all’Iraq ancora oggi non  terminata, anni dopo ci dissero che quella fu tutta una messa in scena priva di verità, e ancora oggi nessuno è stato in grado di dire con certezza cosa conteneva quella fialetta e forse neanche Collin Powell ne aveva e ne ha la minima idea.

Perché l’intervista della dirigente RAI e Giornalista Monica Maggioni concordata con Bashad al-Assad, che doveva essere messa in onda in una data ben precisa sul canale RAI News 24, oltre ad essere stata ritardata è finita su Raiplay, ovviamente con meno utenza?

A questa domanda noi non riusciamo a trovare una risposta ragionevole, unico pensiero è quello che la RAI, avrebbe potuto subire delle pressioni internazionali per non pubblicarla nei tempi concordati, limitandone la visione ad un pubblico meno numeroso, con lo spostamento da RAI NEW 24 a Raiplay.

Di seguito l’intervista

 

Ovviamente ci sarebbero altre cento domande da fare a questo sistema d’informazione che, dà l’idea, a volte, di non avere libertà di movimento, ed oggi a quattro giorni dalla liberazione dal califfato (ISIS) da parte dell’esercito Siriano ad Aleppo, siamo rammaricati del fatto che non ci siano testate giornalistiche che abbiano avuto la forza  di pubblicare e trasmettere i festeggiamenti di Aleppo, festeggiamenti di un popolo stremato che gioisce sperando di tornare ad una vita migliore dopo quasi 8 anni di guerra, e soprattutto ci si rammarica per aver visto immagini che trasmettevano  la sofferenza dei bambini, utilizzate dalle televisioni per emozionare i telespettatori, mentre oggi quelle stesse televisioni non hanno trasmesso le immagini di quegli stessi bimbi che gioiscono per la fine di un assedio che ha rovinato la loro infanzia per sempre.

Una riflessione sul Coronavirus

Cosa sono i laboratori BSL4? E quali sono le strane coincidenze accadute prima dello scoppio del problema Coronavirus?

di Paolo Buralli Manfredi e Joe Cossari – Melbourne (Australia)

I laboratori BLS, sono dei laboratori che trattano e studiano virus letali per gli esseri umani, questi laboratori vengono classificati su quattro livelli dal meno pericolosi ai più pericolosi, BSL1, BSL2, BSL3, BSL4, (Bio Sefity Level)

Il laboratorio da dove  è scaturita l’epidemia di Coronavirus si trova a Wuhan una città cinese che conta più di undici milioni di abitanti, ed il laboratorio in questione venne costruito nel 2014 con un progetto Franco-Cinese che prevedeva anche l’accesso di funzionari e ricercatori legati a doppio filo all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanita’) ma, la cosa che è veramente particolare è il tipo di laboratorio,  perché il laboratorio di Wuhan è classificato come BLS4, cioè un laboratorio che maneggia virus altamente letali per l’uomo.

Normalmente questi laboratori vengono costruiti su piccole isole o addirittura su piattaforme create ad hoc in mezzo al mare o comunque in mezzo al nulla, proprio per evitare che l’errore umano possa scatenare pandemie con possibili milioni di morti. Altra particolarità di tutta questa storia è che, un Coronavirus depotenziato fu depositato e brevettato nel 2015 negli Stati Uniti da una società inglese partecipata a maggioranza dallo Stato Inglese, con la possibilità di utilizzo dello stesso a partire dal 2018.

Singolare anche la simulazione che, la Fondazione Bill & Melinda Gates in collaborazione con il World Economics Forum che il 18 Ottobre 2019, qualche settimana prima del primo caso da Coronavirus, simula una possibile pandemia che parte dal Brasile e si diffonde in tutto il mondo  prevedendo una mortalità di circa  sessanta milioni di persone, evento chiamato “ Event 201” a Global Pandemic Exercise .

 Sempre a ridosso del primo caso, proprio a Wuhan arrivarono trecento soldati americani per partecipare al Military War Games, precisamente il 15 Ottobre altra data vicina al primo caso conclamato di Coronavirus.

Ovviamente le domande nascono spontanee, perché i mezzi di informazione classici non hanno analizzato la sequenza dei fatti, non hanno informato delle stranezze che abbiamo scritto qui sopra, ma si sono limitati solo ad accusare lo Stato cinese di aver creato una possibile pandemia?

Perché tutte le notizie sul Coronavirus date alle popolazioni, sono solo superficiali e non approfondite?

Ecco come sempre la nostra attenzione va all’informazione che come al solito sembra seguire strade predeterminate e soprattutto unificate, globalizzate come quasi fossero dettate e uguali per tutti.

Chiudiamo non traendo conclusioni personali ma cercando di far riflettere tutti su questi eventi e sul fatto che, a volte se non sempre, bisognerebbe impegnarsi a cercare risposte differenti a quelle che i giornali e le televisioni ‘blasonate’ ci propinano, creando in noi una visione unica ed indiscutibile, che ci allinea su una opinione al limite con la manipolazione.

Parli come badi!- Language as a tool and weapon for identity

di emigrazione e di matrimoni

Parli come badi!

Potrai capire una lingua davvero bene solo quando ti trovi ad utilizzarla nella vita quotidiana e non solo negli esercizi grammaticali in classe

Nel cercare la propria identità i figli e i discendenti di emigrati italiani devono capire che la lingua italiana è importante per poter non solo definirsi, ma anche per poter davvero capire le proprie origini e il proprio patrimonio culturale personale. Però, dobbiamo anche capire che poter parlare e quindi capire l’italiano, come per qualsiasi lingua, non è semplice come potrebbe sembrare a molti. Ed è un tema che dobbiamo tenere ben in mente quando parliamo di indirizzare la promozione verso i nostri parenti a amici e parenti all’estero.

Quando ero giovane in Australia c’era un cinema che proiettava film italiani e ci andavamo come famiglia, di solito per vedere i film comici perché ai miei genitori non piacevano gli strappalacrime con Amadeo Nazzari e Yvonne Sanson come Catene e I figli di nessuno che spesso proiettavano. Naturalmente tanti dei film che vedevamo in quegli anni ‘60 erano di Totò. Pensavo allora di capire questi film, però mi sbagliavo.

Ricordo particolarmente Totò, Peppino e i giovani d’oggi perché molte delle scene tra i due grandissimi comici non avevano bisogno di un grande sforzo per essere capite da noi figli nati in Australia, erano scene dove i gesti e le mosse dei protagonisti si spiegavano da sole. Anni dopo, durante uno dei miei primi viaggi in Italia, e soprattutto dopo gli studi in italiano, ho avuto il piacere di rivedere quel film e ho potuto ridere come mai prima alle battute. Ma mi sono anche reso conto che il ragazzo che ero non avrebbe potuto mai capire battute come “Parli come badi sa!” perché per poterlo fare bisogna capire bene l’italiano.

È una lezione importante per chi impara una lingua, e potrai capire una lingua davvero bene solo quando ti trovi ad utilizzarla nella vita quotidiana e non solo negli esercizi grammaticali in classe. Ho avuto un esempio di questo un giorno in macchina mentre ascoltavo un’intervista radio con un complesso inglese in tournée in Italia. Era ovvio che l’intervistatrice aveva una conoscenza buona dell’inglese, ma il suo vocabolario limitato non le permetteva di capire molti dei riferimenti dei cantanti e dunque non era in grado di poter cogliere spunti dalle loro risposte. Ne è uscita un’intervista con domande e risposte che spesso non corrispondevano.

La padronanza di una lingua non potrebbe mai essere semplicemente la conoscenza accademica, spesso sterile perché è il frutto di studi di libri e testi più o meno vecchi e non sempre attuali. In articoli e libri la scelta precisa di parole non è mai casuale perché gli autori intendono trasmettere un messaggio ai lettori e la padronanza vera di una lingua permette di cogliere ironie, sottigliezze e giochi di parole e non solo scritte, ma anche nei discorsi. Questo vale anche con molti personaggi che hanno grandi capacità di utilizzare parole e frasi come armi. Due di questi erano Giulio Andreotti in italiano e Winston Churchill in inglese che sapevano trasmettere messaggi politici senza il “politichese” e alcuni di questi son entrati nei linguaggi delle rispettive lingue.

C’è un personaggio particolare dove spesso vediamo lo sconforto del conduttore di turno quando si rende conto troppo tardi che l’intervista, o lo spettacolo, prende direzioni inattese. Roberto Benigni ha la capacità e l’intelligenza di cogliere parole e frasi del suo interlocutore e di saper cambiare direzione a metà spettacolo in un modo che nessuno poteva immaginare. Tristemente non molti all’estero in grado di poter apprezzare del tutto queste sue capacità.

Ma questa padronanza di lingue ha anche conseguenze importanti per tutti gli aspetti della vita e del lavoro. Studiare altre lingue fa capire le differenze tra culture che non sempre sono evidenti. Chiunque ha visto film asiatici ha sicuramente notato scene non sempre comprensibili all’osservatore occidentale, come aspetti di comportamento personale, come anche di tradizioni, superstizioni e particolarità che cambiano da cultura a cultura.

La padronanza di altre lingue diventa ancora più importante in scambi commerciali, dove chi traduce o fa l’interprete deve assicurare che il messaggio sia fedele all’originale e, come a volte capita, assicurare di utilizzare le forme precise per non rischiare di offendere clienti stranieri.

Sarebbe banale dire che interpreti e traduttori devono conoscere alla perfezione le altre lingue, ma le sottigliezze non sono da sottovalutare. Per chi deve tradurre testi, sia d’affari che di letteratura e di altri generi, il traduttore deve essere capace di saper scegliere il verbo e le parole giuste per ogni occasione. Chi ha studiato lingue conosce fin troppo bene i cosiddetti “falsi amici”, quelle parole che si assomigliano, ma che hanno significati diversi. Però questi sono solo una parte del lavoro. Bisogna tradurre le frasi e non solo le parole e sarebbe facile tradurre espressioni senza cogliere il senso originale, e questo succede soltanto con una conoscenza veramente pratica della lingua.

Per gli interpreti, specialmente quelli simultanei, il lavoro diventa ancora più difficile perché devono fare il lavoro senza accesso immediato a dizionari. Devono tenere un vocabolario personale impressionante in due lingue e  sapere utilizzare questa memoria nel modo più efficace e veloce. Inoltre, devono sapere interpretare, in tutti i sensi, espressioni e toni di voce che non sempre corrispondono da lingua a lingua, come anche sapere come trasmettere il senso completo di ogni scambio.

Bisogna ricordare che lingue sono allo stesso tempo armi e arnesi. Armi perché nelle mani di chi sa utilizzare magistralmente una lingua le parole possono essere utilizzate per trasmettere messaggi di minaccia, di pace, oppure di accordo e di conciliazione. Sono arnesi perché il mezzo che utilizziamo per far sapere cosa vogliamo, cosa sentiamo e per dar direzioni in tutti gli ambiti della vita quotidiana. Un luogo di lavoro, come in una famiglia e scuola, non sono niente senza gli scambi di messaggi che facciamo ogni giorno. Naturalmente non tutti i messaggi sono verbali, ma i gesti hanno limiti in quel che possono trasmettere.

Tutti abbiamo avuto esperienze di quel che succede quando non badiamo a quel che diciamo, anche per un secondo. Basta una parola sbagliata per mutare un messaggio innocuo in un messaggio offensivo. Queste sottigliezze capitano poi in tutti i campi. Un’espressione che va bene a casa spesso non è adatta a un luogo di lavoro dove il vocabolario è specializzato e parole normali hanno significati diversi.

Per mantenere la padronanza chi parla un’altra lingua deve tenersi aggiornato perché ogni lingua è vivente ed è in costante evoluzione. Un esempio specifico di parola che ha cambiato senso in italiano è “picconata”. Per un periodo negli anni 90 questa parola ha preso il significato di critiche severe in seguito ai discorsi spesso aspri e critici di Francesco Cossiga nell’ultima parte del suo mandato da Presidente della Repubblica. Poco tempo dopo quella parola è tornata alla sua normalità e ora nessuno la utilizza più in quel modo.

Allora, non sottovalutiamo la capacità che la padronanza delle lingue ci può dare, è una chiave importante nel mondo moderno dove siamo in contatto costante con gente di altri paesi. Ma, allo stesso tempo, questa padronanza non sarà mai possibile se non partiamo da quella padronanza linguistica più importante, la lingua italiana. E purtroppo in questo le scuole non fanno un buon servizio al paese.

di emigrazione e di matrimoni

Language as a tool and weapon for identity

You will only be able to speak a language truly well when you find yourself using it in everyday life and not only in grammar classes at school

When searching for their personal identity the children and descendants of Italian migrants must understand that the Italian language is important not only for defining themselves but also to finally be able to understand their origins and personal cultural heritage. However, we must also understand that being able to speak and therefore understand Italian, just like any language, is not as simple as it seems to many people. And this is an issue that we must keep well in mind when addressing promotions towards or relatives and friends overseas.

When I was a young boy on Australia there was a cinema that showed Italian films. We usually went there as a family to watch comedies because my parents did not like the “tearjerkers” with Amadeo Nazzari and Yvonne Sanson such a Catene and I figli di nessuno that they often showed. Naturally, many of the films we saw in the 1960s were by the great Italian comedian Totò. At the time I thought I understood them but I was wrong.

In particular I remember Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi (Totò, (Aldo) Fabrizi and young people today) because the two of the great comedians did not need much effort to be understood by we children in Australia and there were scenes in which the movements and the gestures of the protagonists were self explanatory. Years later during one of my first trips to Italy, especially after having studied Italian, I had the pleasure of seeing the film once more and I laughed at the jokes as I never had before. And I also understood that the young boy that I was could never have understood jokes such as “Parli come bada sa!” (untranslatable) because to do so you have to know Italian well.

An important lesson for those who learn a language is that you will only be able to speak a language truly well when you find yourself using it in everyday life and not only in grammar classes at school. I had an example of this while I listened to an interview of an English pop group on tour in Italy. It was obvious that the interviewer had a good level of English but her vocabulary was limited and this did not allow her to understand many of the references by the singers and therefore she was not able to pick up some of the points in their answers. The outcome was an interview with answers and questions that often did not correspond. 

Mastery of a language can never be simply often sterile academic knowledge because it is the result of studying old and not so old books and texts that are not always up to date. The choice of words in articles and books is never casual because the authors intend transmitting a message to the readers and true command of a language allows readers to grasp irony, subtlety and plays of words, not only written but also in speech. This is also true for many for many public figures who have great skill in using words and phrases like weapons. Two of these were Giulio Andreotti in Italian and Winston Churchill in English who knew how to transmit political messages without using political jargon and some of these have become part of their respective languages.

There is one person who we often see creating discomfort for his presenters when they understand too late that the interview or the show has taken an unexpected turn. Roberto Benigni has the skill and the intelligence to use his interlocutors’ words and phrases words and to change direction in the middle of a show in a way that nobody could have expected. Sadly not many people overseas are unable to appreciate his word skills.

But mastery of languages also has major consequences for all the aspects of our lives and work. Studying other languages also lets us understand the differences between cultures that are not always evident. Whoever has seem Asian films has surely noticed that scenes that are not always comprehensible to Western viewers, such as aspects of personal behaviour, as well as traditions, superstitions and peculiarities that change from culture to culture.

The command of other languages becomes even more important in commercial exchanges in which the person who translates or acts as the interpreter has to ensure that message is faithful to the original and to ensure the use of the precise forms in order not to risk offending foreign clients.

It would be trivial to say that interpreters and translators must know other languages perfectly but the subtle points must not be underestimated. For those who translate texts, whether business, literature or other sorts, the translator must be able to know how to choose the right verbs and words for every occasion. Anyone how has studied languages knows all too well the so-called “false friends”, the words that are similar but have different meanings. However, this is only part of the work. The phrases must be translated and not only the words and it would be easy to translate expressions without picking up the original meaning and this can only happen with true practical knowledge of the language.

For interpreters, especially simultaneous interpreters, the work becomes even harder because they must work without immediate access to dictionaries. They must have an impressive personal vocabulary in the two languages and know how to use their memory quickly and effectively. Furthermore, they must know how to interpret in every way expressions and tones of voices that do not always correspond from one language to another, as well as knowing how to transmit the complete meaning of every exchange.

We must also remember that languages are also at the same time weapons and tools, Weapons because, in the hands of those who know how to use a language masterfully words can be used to transmit threatening, peaceful messages or messages of agreement and conciliation. They are tools because the means that we use to let people know what we want what we feel and to give directions in all settings of our daily lives. A workplace, just like a family or a school, is nothing without the exchanges of messages we make every day. Of course not all messages are verbal but gestures have limits to what they can transmit.

We have all experienced what happens when we do not take care of what we say, even for a second. It takes only one wrong word to change a harmless message into an offensive message. This subtlety happens in all fields. An expression that is often ok at home is not suitable for a workplace where the vocabulary is specialized and normal words have different meanings.

In order to maintain command those who speak another language must keep up to date because every language is a living creature an is in constant evolution. One specific example of a word that changed meaning in Italian is “picconata”. During the 1990s the word took the meaning of severe criticism following the often bitter speeches by Francesco Cossiga during the final part of his term as Italy’s President. A short time later that word once again took on its normal meaning and now nobody uses it in that way anymore.

So, let us not underestimate the skill that command of a language can give is. It is a major key to the modern world in which we are in constant contact with people in other countries. But, at the same time, this command will never be possible of we do not start from the most important linguistic mastery, that of our mother tongue. And unfortunately the schools are not doing the country a good service.

Prima che sia troppo tardi 2 – Before is too late 2

di emigrazione e di matrimoni

Prima che sia troppo tardi 2

Le cose cambiano in fretta, il cielo di notte non è più lo stesso

Quando la nostra specie ha cominciato a erudirsi ha guardato al cielo per capire le stagioni, per orientarsi, per seguire il ciclo vitale della natura e le maree. Presto non sarà più possibile o almeno diventerà molto più complesso. Sarà difficile sondare lo spazio e capire cosa succede al di là dell’atmosfera terrestre. Le cose cambiano in fretta, il cielo di notte non è più lo stesso, niente di che potremmo pensare, vero? Nel corso della storia, solo stati lanciati circa 8.000 satelliti, di cui circa 2.000 attualmente attivi. Ma gli astronomi hanno avvertito che il numero di satelliti inviati in orbita è cresciuto negli ultimi mesi in maniera esponenziale e rischia di “tagliarci fuori dal cosmo”. La previsione è arrivata un giorno dopo che SpaceX, (Elon Musk), ha lanciato 60 satelliti contemporaneamente nell’ambito di un progetto per inviarne fino a 42.000 nello spazio nei prossimi anni. Questi satelliti si sono rivelati molto più riflettenti di quanto chiunque, anche gli ingegneri di SpaceX, si aspettassero. Ora altre aziende si stanno preparando a colonizzare l’orbita bassa della terra con i loro satelliti. Il risultato? Non lo sappiamo, ma non ci si può aspettare nulla di buono e questo si rivela essere un grosso problema per astronomi e scienziati.

Inoltre, i satelliti disgregati, o quello che ne rimane, sono già un grosso problema, soprattutto nell’orbita bassa, dove la rete Starlink di SpaceX è in fase di dispiegamento. L’Agenzia spaziale europea ha stimato a gennaio che ci sono quasi un milione di pezzi di spazzatura spaziale più grandi di un centimetro (circa tre ottavi di pollice) che circondano il pianeta. Ma che diritto ha un singolo paese, o una singola azienda, di inquinare lo spazio sopra di noi? Come tante volte in passato, ancora una volta gli esseri umani o meglio alcuni esseri umani, stanno procedendo senza regole, senza rispetto, senza etica. Ancora una volta, le leggi che stiamo cercando di far rispettare nel mondo “civilizzato” non sono per le frontiere, non sono per un’élite dominante. Vogliamo ripiegare? Dovremmo arrenderci? O è qualcosa di più di una semplice obsoleta mappa del cielo che stiamo perdendo? Come sta accadendo con internet che si è trasformato in un sistema di controllo di massa e con la digitalizzazione e la frammentazione del nostro mondo, scopriremo presto che tutto questo “vivere e speculare tecnologico” ha un conto salato da pagare. Stiamo perdendo il futuro, stiamo perdendo la dignità e la capacità di reagire e di lottare per ciò che è giusto, etico, rispettoso. I diritti umani non possono essere venduti per profitto o perderemo l’essenza stessa, lo spirito, la ragione che ci mantengono vivi.

di emigrazione e di matrimoni

Before is too late 2

Things are changing fast, the sky at night does not look the same anymore

When our species began to erudite itself it looked to the sky to understand the seasons, to orient itself, to follow the life cycle of nature and the tides. Soon it will no longer be possible or at least it will become much more complex. It will be difficult to probe space and understand what happens beyond the Earth’s atmosphere. Things are changing fast, the sky at night does not look the same anymore, no big deal, right? Throughout history, only about 8,000 satellites have ever been sent to space, and there are about 2,000 currently active satellites. But astronomers have warned that the exponential number of satellites being sent into orbit lay the risk “of cutting us off from the cosmos”. The prediction came a day after SpaceX, (Elon Musk), launched 60 satellites at once as part of a project to send up to 42,000 into space in the coming years. These satellites have turned out to be far more reflective than anyone, even SpaceX engineers, expected. Now other companies are getting ready to colonize the low orbit space with their satellites. The result? We do not really know, but nothing good can be expected and this turns out to be a big problem for astronomer and scientists.

Plus, broken-down satellites, or what’s left of them, are already a big problem, particularly in low-Earth orbit, where SpaceX’s Starlink network is being deployed. The European Space Agency estimated in January that there are nearly a million pieces of space junk larger than 1 centimetre (about three-eighths of an inch) circling the planet. But what right does a single country, or a single company, has to pollute the space above us? As many times before once again humans or at list apart of them, are proceeding with no regulation, with no respect, with no ethics. Once again, the laws that we are trying so hard to enforce in the “civilized” world are not for the frontiers, are not for the dominating elite. Shall we just fold down? Should we just give up? Or is more than just a obsolete map in the sky in the sky we are losing? Like we are experiencing with the internet abuse and mass surveillance, with the digitalization and fragmentation of our world we will soon discover that all this is coming with a great price tag, we are loosing the future, we are loosing the dignity and capability to react and to fight for what is equal, ethic, considerate. Human rights can not be sold for profit or we will lose the very essence, spirit, reason for being alive.

Troppi anniversari, la Storia che dobbiamo affrontare- Too many anniversaries: the past that must be dealt with

di emigrazione e di matrimoni

Troppi anniversari, la Storia che dobbiamo affrontare

Per scrivere la Storia del paese bisogna avere la documentazione e le prove dell’accaduto

L’Italia ha impegnato decenni per riconoscere che il periodo dopo l’8 settembre 1943 con il cambio di alleanze dal Patto d’Acciaio con i nazisti agli Alleati, fino a circa un anno dopo la fine ufficiale della seconda guerra mondiale fu a tutti gli effetti una guerra civile, e in più di un senso il paese è rimasto in uno stato di guerra civile fino ai nostri giorni.

Per capirlo basta leggere i giornali di questa settimana con il riferimento alle foibe nei territori che erano una volta italiana per poi vedere la notizia di una fase nuova nella procedura giudiziaria della Strage di Bologna nel 1980, e poi nei giornali il ricordo del 40° anniversario dell’assassinio a Roma di Giovanni Bachelet, il vice presidente del Consiglio Supremo della Magistratura nello stesso anno.

Regolarmente i notiziari ci fanno ricordare anniversari di morti e di stragi, ma inevitabilmente leggiamo poi il commento che i responsabili non sono stati identificati o che i processi sono ancora in corso oppure che si aspettano ancora sviluppi, anche dopo quaranta, cinquanta e più anni come sappiamo sulla bomba di Piazza Fontana a Milano nel 1969.

Tragicamente per il paese e soprattutto per i parenti delle vittime il paese non ha ancora trovato il coraggio di affrontare questi episodi epocali per la nostra Storia. Peggio ancora, politici oggigiorno, di ogni parte dello spettro politico, continuano a utilizzarli non per motivi storici ma per fare battaglia politica attuale, e non per poter finalmente scoprire le moltissime verità che le nostre autorità nascondono da decenni.

La Storia deve essere affrontata e riconosciuta anche perché dobbiamo sapere quel che è successo veramente e non vivere con dubbi atroci, con l’odio che ne è la conseguenza naturale.

Onestà storica non è una frase. È una soluzione e una medicina per aiutarci a superare le barriere create da odio politico, e il nostro paese dimostra continuamente cecità verso il suo passato per il timore di riconoscere le proprie colpe e questa settimana è iniziata con un esempio classico di questo fenomeno.

Orrori

Non c’è dubbio che le foibe nei territori che una volta erano italiani e ora appartengono alla Slovenia e la Croazia furono orrori, come anche la fuga di milioni di italiani prima in Italia e poi in giro per il mondo.

Questa settimana è iniziato con il Giorno del Ricordo per quegli eccidi e ogni anno i poveri morti di quel periodo sono utilizzati per motivi di politica attuale invece di riconoscere finalmente che in quel periodo le colpe erano di tutti, senza eccezioni. Infatti, questa settimana il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha criticato quelli che negavano gli eccidi di quei territori.

L’idea del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi di istituire il giorno ufficiale era giusta e doverosa, ma il giorno non ha fatto altro che dare opportunità a coloro che vogliono negare quel che è successo, come anche a coloro che rifiutano di riconoscere altre stragi che diedero origine al massacro dei nostri connazionali.

Se davvero vogliamo onorare il ricordo dei nostri defunti dobbiamo trovare il coraggio di affrontare TUTTA la nostra Storia di quel periodo e riconoscere anche le nostre colpe. Il prezzo di questo rifiuto sarà di rivedere ripetute anno dopo anno le stesse accuse e le stesse smentite, e di dimenticare che i monumenti alla memoria rappresentano persone vere e non sono bandiere da sventolare per cercare di screditare oppositori politici, che all’epoca non erano nemmeno nati.

E come le foibe un altro periodo della Storia d’Italia è coperto da un velo di silenzio e vergogna che dobbiamo strappare perché i segreti nascosti ancora oggi turbano l’anima del Bel Paese.

L’altra guerra civile

Il ricordo questa settimana di Giovanni Bachelet e i regolari riferimenti ad altri assassini e ai troppi misteri e dubbi su episodi come Piazza Fontana e la Strage di Bologna sono descritti da una frase quasi poetica, “gli anni di piombo”. Però, come dimostra la ormai celebre foto in testa all’articolo, quella frase nasconde pochissimo il fatto che le strade italiane erano spesso luoghi per veri combattimenti tra le forze dell’ordine e gli oppositori, molti dei quali venuti dalle proteste studentesche del 1968.

L’unica cosa che sappiamo con sicurezza di quel periodo è che ne sappiamo davvero pochissimo. I moltissimi processi hanno fornito prove solo di occultamenti di documenti da parte delle autorità italiane e di fughe all’estero di responsabili di morti e stragi. Ogni anno escono nuovi “dettagli e rivelazioni” che di solito non ci dicono niente di nuovo, e non ci fanno capire se i registi veri di questo periodo erano a Roma, Washington o Mosca, oppure, come dicono alcuni, persino a Palermo tra le cosche della Mafia.

A tutti gli effetti, l’Italia degli anni del terrorismo era il campo di battaglia de facto della Guerra Fredda, in un certo senso ancora di più del Medioriente, il Vietnam o la Corea che videro guerre vere.

All’epoca si utilizzava spesso la frase “la strategia della tensione” senza mai capire del tutto quale fosse la strategia e con quali conseguenze, tranne nascondere i veri motivi. Come le foibe, è ora che il paese finalmente sappia chi erano i veri responsabili di questa violenza e dei morti.

Di nuovo, per molti politici oggi non conviene svelare questi segreti perché conviene avere  il “mostro” di turno da utilizzare contro il nemico politico di turno, perché è molto più semplice fare questo gioco invece di cercare un futuro nuovo per il paese senza le ombre dolorose del passato.

Infine c’è il caso più incredibile che rende l’Italia unica nel mondo per i misteri legati alla politica e alla Guerra Fredda. Un mistero che vide molti morti e che fu coperto a livello internazionale in un modo atroce.

Il “mistero” più grande

Ustica è un nome che ormai è sinonimo di segretezza e depistaggio. Quella bellissima isola dovrebbe essere riconosciuta come luogo di vacanze estive e invece diventò il luogo di un intrigo internazionale che dovrebbe appartenere al cinema invece che alla Storia.

In breve, il 27 giugno 1980 fu la notte della Strage di Ustica con la caduta del volo IH870 dell’Itavia dove morirono tutte le 81 persone a bordo, e ancora oggi non sappiamo il vero motivo e i veri responsabili per la caduta dell’aereo.

Sin dalla prima notte il caso è avvolto da segretezza. Il sistema nazionale radar dell’Aeronautica era ufficialmente in tilt e quindi non esiste nessuna prova ufficiale da parte italiana di quel che accadde nei nostri cieli. Ci vollero anni per ritrovare i resti dell’aereo dal fondo del mare e le indagini sono contestate da tutti, soprattutto se l’aereo fu abbattuto da un missile, come dimostrano le ricerche scientifiche oppure da una bomba a bordo come sostengono alcuni.

Fu il caso che portò alle accuse di alto tradimento a generali dell’Aeronautica Militare e il caso che coinvolge le forze armate e i servizi segreti non solo d’Italia ma persino della Francia e gli Stati Uniti, e ancora oggi restano dubbi del ruolo di aerei militari di entrambi i nostri alleati.

Libri sono stati scritti su questa storia surreale ma non esiste ancora il riconoscimento ufficiale di quel che è successo davvero in quella notte maledetta.

Mancanza di coraggio

Come per gli altri casi, e non solo quelli nominati in questo articolo, il filo rosso è quello dei misteri, la segretezza e i depistaggi che lasciano troppi dubbi. E questo dubbi non fanno altro che creare altro dolore per i parenti delle vittime, come anche avvelenare sempre di più il dibattito politico del paese.

Infatti, quel che è sempre mancato in questi decenni in Italia è stato un politico con il coraggio di aprire finalmente gli scaffali dei ministeri e di svelare una volta per sempre quel che alcuni sanno sin dai primi giorni e che hanno sempre negato.

Certo, all’inizio le esigenze non erano solamente italiane, anzi, erano della Guerra Fredda tra le superpotenze che utilizzavano altri paesi per i loro giochi strategici, ma quella scusa è sparita la notte del 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino e infine il 26 dicembre 1991 con la dissoluzione dell’URSS. Ma questa ormai è soltanto una scusa e non un motivo per non sapere finalmente la verità.

La Storia è implacabile, ma per scrivere la Storia del paese bisogna avere la documentazione e le prove dell’accaduto, e in troppi casi proprio queste mancano e con la mancanza della Storia vera il paese rimane nel dubbio e il nostro clima politico continuerà a subirne le conseguenze. Bisogna finalmente sapere cosa è successo nel nostro paese in tutti questi decenni.

Potremmo scrivere un libro su questo tema, ma finiamo con una domanda scomoda, esiste in Italia un capo politico con il coraggio di aprire finalmente il vaso di Pandora che contiene i misteri d’Italia?

di emigrazione e di matrimoni

Too many anniversaries: the past that must be dealt with

To write history we need the documentation and the proof of what happened

Italy took decades to recognize that the period following September 8, 1943 with the change of Alliances from the Pact of Steel with the Nazis to the Allies until about a year after the official end of World War Two was in all effects a civil war and in more than one sense the country has remained in a state of civil war until the present day.

To understand this we only have to read this week’s newspapers to see the reference to the foibe, the massacres of Italians in the former Italian territories now in Croatia and Slovenia, and then to see the news of the new phase of the judicial procedure for the bombing of the Bologna railway station in 1980 and finally the articles on the 40th anniversary of the assassination in Rome of Giovanni Bachelet, the former vice president of the country’s Supreme Council of the Magistracy that same year.

The news regularly makes us remember the anniversaries of deaths and massacres where we inevitably read the comment that those responsible were never identified or that the trials are still continuing or that more developments were expected, even after forty, fifty or more years, as we know from the bombing of the bank of Piazza Fontana in Milan in 1969.

Tragically for the country, and especially the victims’ families, the country has not yet found the courage to deal with these major episodes in our past. Worse still, politicians today, on all sides of the political spectrum, continue to use them not for historical purposes but for fighting modern political battles and not to finally discover the many truths that our authorities have been hiding for decades.

The past must be dealt with and recognized also because we must know what really happened and not live with horrible doubts and the hatred that is their natural consequence.

Historical honesty is not a phrase. It is a solution and a medicine to help us overcome the barriers created by political hatred and our country is continually displays blindness towards its past out of fear of recognizing its guilt and this week started with a classic example of this phenomenon.

Horrors

There is no doubt that the foibe in the once Italian territories that are now part of Slovenia and Croatia were horrors, as well as the flight of millions of Italians first into Italy and then around the world.

This week began with the Day of Memory for those massacres and every year the poor souls of that period are used for modern political reasons instead of finally recognizing that during that period the fault belonged to everybody, without exception. In fact, this week Italian President Sergio Mattarella publicly criticized those who denied the massacres in those territories.

The idea of former Italian President Carlo Azeglio Ciampi to institute the official day of memory was right and dutiful but the day has done nothing but give an opportunity to those who want to deny what happened, as well as to those who refuse to recognize the slaughters that gave rise to the massacres of our compatriots.

If we truly want to honour the memory of our dead we must find the courage to with ALL our past in that period and to also recognize our guilt. The price of this refusal will be to see the same accusations and the same denials made year after year and to forget that the monuments in their memory represent real people and not flags to be waved to try and discredit political opponents who were not even born at the time.

And like the foibe another period in our past is covered by a veil of silence and shame that we must rip aside because the secrets that are still hidden today unsettle the country’s soul.

The other civil war

This week’s remembrance of Giovanni Bachelet and the regular references to other assassinations and too many mysteries on episodes such as Piazza Fontana and the Bologna bombing are described in an almost poetic phrase “gli anni di piombo” (the years of lead). However, as the now famous photo at the head of this article shows, that phrase barely hides the fact that Italy’s streets were often fields of battle between the police and the opponents, many of whom came from the 1968 student protests.

The only thing we know for sure about that period was that we truly know very little. The many trials have only given proof of the concealment of documents by Italian authorities and of escapes overseas by those responsible for deaths and massacres. Every year there are new “details and revelations” but they usually say nothing new and they do not let us understand if the true directors of this period were in Rome, Washington or Moscow, or even, as some say, in Palermo amongst the Mafia gangs.

To all intents and purposes during the years of terrorism Italy was the de facto battlefield of the Cold War and in a certain sense even more than the Middle East, Vietnam and Korea which saw real wars.

The phrase “la strategia della tensione” (the strategy of tension) was used at the time without ever fully understanding what the strategy was and with what consequences except to hide the real masterminds of the crimes. Just like the foibe, it is time that the country finally knew who was really responsible for the violence and deaths.

Once again, for many politicians today it is not convenient revealing these secrets because it is better to have a “monster” to use against political foes because it is much easier to play that game instead of looking for a new future for the country without the painful shadows of the past.

Finally there is the most incredible case that makes Italy unique in the world for the mysteries tied to politics and the Cold War. This mystery saw many deaths and was covered internationally in a dreadful way.

The biggest “mystery”

Ustica is a name that is now synonymous with secrecy and red herrings. That beautiful island should be known as a place for summer holidays and instead it has become the place of international intrigue that should belong in the movies and not to history.

In short, June 27, 1980 was the night of the Ustica massacre when Itavia flight IH870 fell killing all the 81 people aboard and today we still do not know the real reason and the ral culprits for the plane crash.

The case has been wrapped in secrecy since the first night. The Air Force’s military radar system was officially out of order and therefore there is no official record on the Italian side of what happened in Italy’s skies. It took years to recover the pieces of the plane form the sea floor and the investigations are disputed by everybody, especially whether the place was shot down by a missile, as scientific research shows, or by a bomb planted on board as some maintain.

It was the case that led charges of high treason to generals of the Aeronautica Militare (Italy’s Air Force) and the case that involves the armed forces and secret services of not only Italy but also of France and the United States and there are still doubts about the role of military aircraft of both our allies.

Books have been written about this surreal story but there is still no official recognition of what really happened on that cursed night.

Lack of courage

Like the other cases, and not only those mentioned in this article, the common thread of these mysteries is the secrecy and red herrings that leave too many doubts. And these doubts only create more pain for the victims’ families, just like they also poison the country’s political debates more and more.

In fact, what has always been lacking in these decades in Italy has been a politician with the courage to finally open the shelves of the Ministries and to reveal once and for all what some people have known from the start and have always denied.

Of course, at the beginning the needs were not only purely Italian, indeed they were those of the Cold War between the superpowers that used other countries for their strategic games but that excuse disappeared on the night of November 9, 1989 with the fall of the Berlin Wall and finally on December 26, 1991 with the dissolution of the Soviet Union. This is now only an excuse and not a reason for not finally knowing the truth.

History is implacable but to write history we need the documentation and the proof of what happened and in too many cases this is precisely what is missing and with this lack of true history the country remains in doubt and our political climate will continue to suffer the consequences. We need to finally know what happened in our country during all those decades.

We could write a book on this subject but we will end with an uncomfortable question: is there a political leader in Italy with the courage to finally open the Pandora’s Box that contains Italy’s mysteries?

SanRemo il nostro palco da proiettare all’estero- SanRemo to be shown around the world

di emigrazione e di matrimoni

SanRemo il nostro palco da proiettare all’estero

Si parla molto di promuovere la nostra Cultura nel mondo, allora dobbiamo chiederci cosa può fare il Festival nella città dei fiori per fare conoscere i nostri cantanti e le loro canzoni al grande pubblico internazionale e di seguito verso molti altri aspetti della nostra Cultura poco conosciuti in giro per il mondo

Ora che il Festival della Musica Canzone di San Remo ha festeggiato il suo 70° anniversario  con un grandissimo successo sul mercato televisivo italiano, sono iniziate le inevitabili analisi dei risultati della gara e delle controversie che da sempre sono il segno della competizione canora più importante del paese, e vogliamo fare qualche considerazione non sulla gara stessa ma su cosa possiamo realizzare per attirare un pubblico internazionale più grande e non solo tra i discendenti degli emigrati italiani in tutti i continenti.

Non intendiamo far commenti sui vincitori e i non vincitori, come delle solite controversie, però vogliamo fare alcune considerazioni su aspetti del Festival che di solito non vengono considerati.

Si parla molto di promuovere la nostra Cultura nel mondo, allora dobbiamo chiederci cosa può fare il Festival nella città dei fiori per fare conoscere i nostri cantanti e le loro canzoni al grande pubblico internazionale e di seguito verso molti altri aspetti della nostra Cultura poco conosciuti in giro per il mondo.

Nel corso di questi sette decenni SanRemo ha dato  molti successi musicali al mondo, ovviamente il primo di tutti è “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno ma anche molte altre canzoni, non sempre quelle vincenti, sono state presentate in tutte le lingue del mondo. Un esempio poco ricordato oggi è “Il Ragazzo della via Gluck” di Adriano Celentano che fu il successo internazionale enorme in inglese cantata da Verdelle Smith con il titolo “Tar and cement” che presentiamo sotto nelle sue due versioni.

 

Nel fare queste considerazioni faremo quel che alcuni puristi linguistici italiani potrebbero considerare un’eresia,  promuovere la nostra Cultura non solo in italiano ma anche e soprattutto in altre lingue. Nel limitare le promozioni all’italiano non facciamo altro che limitare il potenziale pubblico internazionale per la nostra Cultura, a partire proprio dai discendenti degli emigrati italiani che, in oltre 90 milioni, sono già una volta e mezzo la popolazione attuale d’Italia, e quindi un mercato potenziale non indifferente, ma oltre la prima generazione nata all’estero pochi di questi conoscono la nostra lingua e quindi dobbiamo incoraggiare loro a impararla.

Facce sconosciute

Abbiamo guardato le cinque serate con gli occhi di chi non conosce l’Italia e, senza nulla togliere alla bravura dei presentatori Amadeus e Fiorello che hanno attirato un pubblico italiano  grandissimo, ci siamo fatti una domanda scomoda: quanti all’estero hanno capito più di tanto gli scambi tra i personaggi sullo schermo e quanti hanno potuto capire il testo delle canzoni presentate, sia in gara che da parte degli ospiti?

Temiamo che pochi siano stati in grado di capire per bene lo spettacolo trasmesso da Rai Italia nel mondo. Allora ne segue una domanda altrettanto scomoda per gli organizzatori: come fa il pubblico internazionale a poter capire di più chi erano i cantanti in gara, gli ospiti e i retroscena dello spettacolo?

Andando al sito ufficiale del Festival di SanRemo la risposta semplice alla seconda domanda è la stessa della risposta alla prima domanda, poco o niente.

Visto l’investimento enorme in soldi e tempo da parte dei vari direttori RAI, a partire dal direttore artistico/presentatore, Amadeus, sarebbe davvero così difficile aggiungere pagine al sito ufficiale con biografie e storie in altre lingue, partendo da quelle senza dubbio più importanti per gli oriundi, l’inglese, lo spagnolo e il portoghese? Questo vale anche a fornire il testo delle canzoni, sia in italiano che in traduzione per chi ha difficoltà a capire le canzoni.

Molti dei cantanti in gara erano sconosciuti al pubblico internazionale come altri cantanti, per esempio gli ospiti, i Ricchi e Poveri che ormai sono poco conosciuti, soprattutto con il complesso originale, e questo vale persino per il pubblico italiano più giovane. Allora informare il pubblico dei partecipanti assume un ruolo essenziale per promuovere le loro opere.

Certamente sarebbe impossibile fornire sottotitoli a un programma trasmesso dal vivo, però sarebbe facilissimo mettere al fondo dello schermo nella lingua di ciascun paese un avviso che le informazioni sullo spettacolo e gli artisti sono a disposizione del pubblico internazionale.

Il costo sarebbe davvero relativamente basso, ma con il potenziale di aumentare il pubblico internazionale e quindi aumentare anche il potenziale di pubblicità della gara e di seguito anche la vendibilità internazionale delle opere dei partecipanti, non vale la pena farne il tentativo?

Nel vendere il nostro prodotto culturale al mondo abbiamo l’obbligo di fare capire al nostro pubblico potenziale, che è letteralmente mondiale, i vantaggi di finalmente imparare la nostra lingua per poter capire la vera grandezza della nostra Cultura.

Paradossalmente, è stato proprio un ospite non italiano al Festival, il cantante anglo/libanese Mika che ama la nostra patria, a dire che per capire la bellezza dei nostri cantautori bisogna poterli  capire in italiano. Non a caso, uno dei suoi brani è stato lo stupendo “Amore che viene, l’amore che va” del nostro cantautore più importante Fabrizio de André, tragicamente sconosciuto al pubblico mondiale.

E nel parlare di Mika dobbiamo affrontare un aspetto del Festival che non è nuovo ma per chi scrive crea vera perplessità per l’efficacia di San Remo per vendere la nostra musica all’estero.

 

Ospiti internazionali?

È facile capire che l’idea di invitare ospiti stranieri alla manifestazione sarebbe quella di attirare un pubblico più grande e possibilmente potrebbe essere utile per una parte del pubblico italiano, ma questi ospiti sono davvero in grado di attirare un pubblico internazionale oltre i nostri oriundi in tutti i continenti?

Visto che le loro apparizioni sono brevi, e in mezzo a un programma enorme che il potenziale pubblico internazionale non riesce a capire del tutto, dubitiamo che il ritorno economico della loro partecipazione sia alla pari della loro parcella.

Nel corso della manifestazione, e in onore dell’anniversario, molti brani del passato sono stati presentati dai partecipanti con il presupposto che il pubblico li conoscesse. Per il pubblico in Italia questo è certamente il caso, ma per il pubblico internazionale molti di questi brani erano nuovi. Non sarebbe stato utile mettere sul sito ufficiale anche i filmati delle versioni originali con informazioni di questi cantanti?

Infatti, Tony Renis ha fatto proprio questo commento  riguardo il suo successo mondiale “Quando, quando, quando”. In riconoscimento di questi successi internazionali della nostra musica, sarebbe utile per il Festival, e di conseguenza la RAI stessa, preparare e diffondere una lista delle versioni straniere di canzoni presentate al Festival nel corso degli ultimi settant’anni.

A dir il vero, abbiamo il forte sospetto che anche molti non italiani sarebbero meravigliati di quanti successi mondiali fossero originariamente italiani.  Se ne parla sul palco del Teatro Ariston ogni anno, e l’abbiamo sentito più volte in questi giorni, ma dobbiamo farlo capire a chi spesso pensa solo alla lirica e magari a Luciano Pavarotti e Andrea Bocelli, come anche Frank Sinatra,  quando pensano ai cantanti italiani e non pensano ai grandi personaggi musicali che forniamo non dal primo anno del Festival nel 1951 ma persino da secoli.

Interventi e oltre

Inoltre, quest’anno alcuni degli ospiti hanno dato contributi importanti su temi d’interesse internazionale. Vedendo i commenti sui social non abbiamo dubbi che gli interventi della giornalista Rula Jebreal sulla violenza alle donne, Tiziano Ferro sull’omosessualità ed la giornalista Emma D’Aquino sulla libertà di stampa abbiano toccato tasti dolenti per la società internazionale.

Per questo motivo sarebbe più che utile mettere questi interventi a disposizione in molte lingue e non solo in italiano, partendo dal sito ufficiale del Festival.

Sarebbe banale trattare il Festival di SanRemo come una manifestazione semplice, in verità il Festival è un volto importante del nostro paese e quindi abbiamo l’obbligo di fare vedere questa faccia al mondo in modo che venga apprezzato al massimo, anche nelle sue controversie perché quel che succede sul palco fa parte, in ogni suo aspetto, della nostra Cultura, nel bene e nel male.

Se vogliamo veramente promuovere la nostra Cultura, la nostra lingua e le mete sconosciute nel paese, dobbiamo assicurare che il mondo intero capisca quel che abbiamo da offrire e non solo la nostra popolazione e una parte degli oriundi.

In fondo il costo non sarebbe molto alto, ma l’effetto di investire nelle traduzioni e le informazioni sarebbe più che ripagato nel futuro, non solo dalle vendite di dischi dei cantanti in gara e da chi compra la nostra musica (come libri, film, ecc.) nel mondo, ma anche dai turisti che sarebbero attirati dal paese che ha prodotto il Patrimonio Culturale più grande del mondo, un Patrimonio fin troppo spesso ignorato e non solo all’estero…

È veramente ora che lo facciamo, e in modo sistematico ed efficace, a partire dal render il Festival della Canzone Italiana di SanRemo comprensibile a chi non conosce la nostra lingua.

di emigrazione e di matrimoni

SanRemo to be shown around the world

There is a lot of talk about promoting our Culture around the world and so we must ask ourselves what the Festival can do to make our singers and their songs known to the international market and consequently towards other aspects of our Culture that are little known around the world.

Now that the Festival of Italian Song at San Remo has celebrated its 70th anniversary with huge success on the Italian television market the inevitable analyses have begun on the results of the competition and the controversies that have always been the hallmark of the country’s most important song festival we want to make some considerations not on the competition itself but in what we can do to attract a bigger international audience and not only from the descendants of Italian migrants in all the continents.

We have no intention of making comments on the winners and losers, as well as the usual controversies, however, we want to ponder on aspects of the Festival that are not usually considered.

There is a lot of talk about promoting our Culture around the world and so we must ask ourselves what the Festival can do to make our singers and their songs known to the international market and consequently towards other aspects of our Culture that are little known around the world.

Over these seven decades the San Remo Festival has provided many international hits, obviously the first was “Nel blu dipinto di blu” (“Volare”) by Domenico Modugno but also many other songs, not always winners, were also presented in other languages around the world.  One example that few remember today was “Il Ragazzo della via Gluck” by Adriano Celentano which was a huge worldwide hit in English sung by Verdelle Smith with the title “Tar and cement” which we present below in both versions.

 

As we make these considerations we will do something that some Italian linguistic purists would consider heretical, to promote our Culture not only in Italian but also and above all in other languages. By limiting the promotions to Italian we only limit the potential international market for our Culture, starting with the descendants of Italian migrants who number more than 90 million, already one and a half times Italy’s current population, and therefore a not indifferent market, but beyond the first generation born overseas few know our language and we must therefore encourage them to learn it.

Unknown faces

We watched the five evenings with the eyes of someone who does not know Italy and, taking nothing away from the shill of the presenters Amadeus and Fiorello who drew a huge Italian audience, we asked ourselves an uncomfortable question: how many viewers overseas understood the exchanges between the people on the stage and how many were able to understand the lyrics of the songs presented, whether in the competition or sung by the guests?

We fear that few were able to understand the show broadcast by RAI Italia around the world. So another just as uncomfortable question follows for the organizers: how can the international audience find out more about the singers in the competition, the guests and the background to the show?

After going to the San Remo Song Festival official website the simple answer to the second question is the same as the reply to the first, little or nothing.

Given the huge investment in time and money by RAI’s various directors, starting with artistic director/presenter Amadeus, would it truly be so hard to add pages to the official website with biographies and stories in other languages, starting with those that are undoubtedly the most important for Italians overseas, English, Spanish and Portuguese? This is just as true for supplying the lyrics of the songs in both Italian and translation for those who have difficulty understanding the songs.

Many of the singers in the competition were unknown to the international audience, just like other artists, for example the guest group “I Ricchi e i Poveri” are now little known, especially in the original line-up, and this is just as true for the younger Italian audience. So informing the public about the participants assumes a fundamental role for promoting their work.

Of course it would be impossible to supply subtitles for a programme broadcast live, however, it would be very easy to put at the bottom of the screen in the language of each country announcement that the information on the show and the artists are available for the international audience.

The cost would truly be relatively small but the potential for increasing the international audience and therefore for also increasing the advertising potential of the competition, and subsequently the saleability of the competitors’ works, is it not worth trying? 

In making the effort to sell our cultural products around the world we have an obligation to make our international audience, that is literally worldwide, understand the advantages of finally learning our language in order to understand the true greatness of our Culture.

Paradoxically, it was precisely one of the non-Italian guests, Anglo-Lebanese singer Mika who loves our country, who said that in order to understand the beauty of our cantautori (singer songwriters) you need to be able to understand them in Italian. It was no coincidence that one of the songs he presented in the evening was the stupendous “Amore che viene, l’amore che va” (“Love that comes, Love that goes”) by our greatest cantautore Fabrizio de André who, tragically, is unknown to the international audience.

And in talking about Mika we must deal with an aspect of the Festival that is not new but which caused real perplexity for me about the effectiveness of San Remo for selling our music overseas.

 

International guests?

It is easy to understand that the idea of inviting foreign guests to the event would be to attract a bigger audience, and this could possibly be useful for a part of the Italian audience, but are these guests truly able to attract an international audience beyond the Italians in all the continents?

Given that their appearances are brief, and in the middle of a big programme that the potential international audience does not fully understand, we doubt that the economic return of their participation is on a par with their fee.

During the event and in honour of the anniversary many songs from the past were performed by the participants on the assumption that the audience knew them. This was certainly the case for the Italian audience but many of the songs were new for the international audience. Would it not be useful to also put the clips of the original versions with the information on these singers on the official website?

In fact, Tony Renis made this very comment concerning his international hit “Quando, quando, quando”. In recognizing our music’s international hits it would be useful for RAI to prepare and distribute a list of the foreign versions of the songs presented at the Festival over the last seventy years.

Frankly, we have a strong suspicion that even many Italians would also be amazed by how many international hits were originally Italian. This is mentioned every year at the Ariston Theatre and we heard it a number of times during these days but we must make this clear to those who often think only about Opera and maybe Luciano Pavarotti and Andrea Bocelli, or even Frank Sinatra, when they think about Italian singers and do not think of the great musical figures that we have supplied not since the first year of the Festival in 1951 but even for centuries.

Speeches and beyond

Furthermore, some of the guests this year gave major contributions on themes of international interest. See the comments on the social media we have no doubts that the speeches by journalist Rula Jebreal on violence to women, guest singer Tiziano Ferro on homosexuality and journalist Emma D’Aquino on freedom of the Press touched painful chords for society around the world.

For this reason it would be more than useful to make these speeches available in many languages and not only in Italian, starting from the Festival’s official website.

It would be trivial treating the San Remo Song Festival as a simple event, in truth the Festival is a very important face of our country and therefore we have an obligation to show this face to the world so that it is appreciated to the fullest, even its controversies, because in every way what happens on the stage is part of our Culture, for better and for worse.

If we truly want to promote our Culture, our language and the destinations in the country we must ensure that the whole world understands what we have to offer and not only our population and part of the Italians overseas.

Basically the cost would not be high but the effect of investing in the translations and the information would be more than reimbursed in the future, not only by the sales of the records of the competing singers and by those who buy our music (just like books, films, etc.) but also by the tourists who would be drawn to the country that produced the world greatest Cultural Heritage, a Heritage that all too often is ignored and not only overseas…

And it is truly time that we did so, systematically and effectively, starting with making the Festival of Italian Song at San Remo understood by those who do not now our language.

Quale Dio?- Which God?

di emigrazione e di matrimoni

Quale Dio?

La soluzione ai conflitti tra religioni è la stessa di quella contro il razzismo: l’educazione. La paura, il disprezzo nascono dall’ignoranza, in entrambi i sensi della parola, e quindi del timore dell’ignoto

Come quasi tutte le famiglie di emigrati italiani del dopo guerra, andavamo a messa tutte le domeniche. Da giovane non sapevo di altre religioni, tranne che degli ebrei ricordati nei vangeli e la mia idea di religione era quella delle prediche del prete la domenica. Andavo a una scuola di suore e naturalmente il cattolicesimo aveva un ruolo importante.

Una domenica mentre aspettavo il pranzo ho visto un programma televisivo che parlava della Bibbia e il presentatore offriva un volume gratuito a chiunque avesse chiamato. Ho deciso di fare una sorpresa a mia madre e allora ho chiamato il numero e dopo due settimane il pacco è arrivato.

Nel vedere il volume mia madre mi ha chiesto come avevo fatto a ordinarlo. Dopo aver sentito la mia spiegazione lei ha deciso di parlarne con una mia insegnante. Non ho più rivisto il libro, mia madre mi ha detto semplicemente che non era cattolico.

Era la mia prima esperienza del conflitto tra cattolici e protestanti che si vive nei paesi anglosassoni. In seguito, studiando la storia a scuola ho scoperto Martin Lutero e la sua Riforma, insieme alla Controriforma della chiesa Cattolica. È un conflitto che non è svanito del tutto e che decide molto di quel che succede in quei paesi.

Come gli Stati Uniti d’America, l’Australia era un paese di maggioranza protestante e le istituzioni e le scuole riflettevano questo predominio. I collegi privati più importanti e prestigiosi erano protestanti. Con gli studi ho scoperto che il sovrano d’Inghilterra per legge non poteva sposare una cattolica e questo divieto è stata rimosso solo pochi anni fa. Una sorpresa è stata la scoperta che “Guy Fawkes Day”, la festa dei fuochi d’artificio a Novembre, amata dai giovani, festeggiava l’esecuzione di ribelli cattolici che volevano riportare la loro religione come religione di stato per il Regno Unito. Nel corso di questi studi ho scoperto l’acronimo WASP, White Anglo Saxon Protestants (protestanti bianchi e anglosassoni) che descrive la classe dirigente del paese.

Senza dimenticare poi le lotte sanguinose in Irlanda del Nord tra la maggioranza protestante pro britannica e la minoranza cattolica che voleva unirsi alla Repubblica Irlandese e la sua maggioranza cattolica. Non c’era dubbio che in quegli anni circoli e individui irlandesi in tutto il mondo appoggiavano moralmente e finanziariamente i “loro soldati” in Ulster, su entrambi i lati.

Negli Stati Uniti i cattolici non hanno avuto vita facile e ci sono due esempi classici per dimostrarlo. Il primo nella forma incappucciata del Ku Klux Klan che diffidava dei cattolici perché “inchinavano la testa a un sovrano straniero”, ovviamente il Papa, e le vittime di questo gruppo non furono soltanto di colore, ma anche cattolici ed ebrei. Il secondo esempio è il semplice fatto che in oltre due secoli di storia soltanto un Presidente, John Fitzgerald Kennedy è stato cattolico.

Ma la lotta tra cristiani non si limita tra cattolici e protestanti.

Alla fine della Guerra Fredda abbiamo visto altre lotte tra cristianesimi, soprattutto nell’ex Jugoslavia tra i Serbi ortodossi e i Croati cattolici, con una partecipazione tragica dei musulmani della Bosnia. Ricordiamo tutti le stragi nel Kosovo e a Srebrenica dove soldati cristiani hanno ucciso civili musulmani. Anche in questi casi le comunità all’estero, sia da parte croata che da parte serba, hanno dato appoggio ai combattenti, nella forma non soltanto morale, ma anche in armi, soldi e con combattenti.

Potrei continuare ancora con altri esempi, ma questi casi servono a dimostrare un fatto che troppi si dimenticano, che la lotta tra religioni porta al terrorismo e non si limita al solo Islam come una parte della stampa mondiale e politici in molti paesi vogliono farci credere.

Come ci sono divisioni all’interno del mondo cristiano, ci sono divisioni all’interno del mondo musulmano e non semplicemente tra sciiti e sunniti. Le differenze tra cristianesimi ha creato guerre e lotte secolari, perché ci meravigliamo allora delle lotte tra musulmani e pensiamo che il problema sia soltanto nella loro religione?

Le notizie delle stragi all’estero non fanno niente per aiutare gli immigrati musulmani a integrarsi nei loro nuovi paesi. Peggio ancora la parte reazionaria delle popolazioni di queste paesi peggiorano l’odio tra religioni non soltanto etichettando tutti i musulmani come terroristi, ma nel proporre soluzioni controproducenti come proibire la costruzione di moschee, scuole, o modi di vestire.

Abbiamo visto jihadisti da tanti paesi andare a combattere per la loro religione, come gli oriundi irlandesi durante “The Troubles” (i Disordini, come si chiamavano i decenni di lotta armata in Irlanda del Nord che molti ora temono torneranno) e questo vuol dire che non si sentono accettati dai loro coetanei, che si sentono minacciati. In Inghilterra, Australia, e in altri paesi la presenza di questi jihadisti ha aperto un dibattito all’interno delle comunità musulmane moderate. Questo è l’inizio del processo per capire cosa ha creato questa legione straniera musulmana che sì, ammazza cristiani, ma ancora molto di più uccide altri musulmani di sette diverse.

Senza giustificare la violenza, dobbiamo anche renderci conto che il razzismo verso i giovani musulmani nei paesi occidentali non fa altro che rinfocolare l’odio di questi verso i loro paesi di nascita.

La soluzione ai conflitti tra religioni è la stessa di quella contro il razzismo: l’educazione. La paura, il disprezzo nascono dall’ignoranza, in entrambi i sensi della parola, e quindi del timore dell’ignoto. Ricordo mia madre che dopo la morte dello zio si era vestita di nero con il velo, come per le usanze italiane di allora. Un giorno mentre tornavamo da messa siamo stati bersagliati da battute di cattivo gusto da alcuni ragazzi australiani. Che differenza c’era tra com’era vestita mia madre a come sono vestite tante musulmane? In tutta onestà, nessuna.

Non dobbiamo subire le pressioni di tenere separate le religioni, le nazionalità e le differenze di colore. Questa non è una soluzione e infatti il risultato sarebbe peggio di quel che abbiamo visto fino ad ora. Lasciamo costruire la moschee, impariamo a capire cosa dicono le religioni, accettiamo le differenze e così riusciremo a trovare il modo di vivere insieme.

Le scuole di tutto il mondo e non solo in Italia dovrebbero spiegare e insegnare in cosa credono le varie fedi. In questo modo eliminiamo l’ignoranza e prepariamo il terreno per un futuro, speriamo non troppo lontano, dove nazionalità e religioni diverse possono convivere in pace. Per il bene di tutti.

di emigrazione e di matrimoni

Which God?

The solution to these struggles between religions is the same as the solution to racism, education. Fear and contempt arise from ignorance and therefore from fear of the unknown

Like almost all the post-war Italian migrant families we went to Mass nearly every Sunday. As a young boy I did not know any other religions, except for the Hebrews remembered in the Gospels and my idea of religion was that of the priest’s Sunday sermons. I went to the school run by nuns and naturally Catholicism played a major role.

One Sunday as I waited for lunch I saw a TV programme that spoke about the Bible and the presenter offered a free book for whoever called. I decided to surprise my mother and so I called the number and two weeks later the package arrived.

When she saw the book my mother asked me how I ordered it. After having heard my explanation she decided to talk about it with my teacher. I never saw the book again, my mother simply said the book was not Catholic.

It was my first experience of the conflict between Catholics and Protestants in the Anglo-Saxon countries. Subsequently, when I studied history at school I discovered Martin Luther and his Reformation, together with the Counter Reformation by the Catholic Church. It is a conflict that has never fully disappeared and that decides much of what happens in those countries.

Like the United States Australia was a country with a Protestant majority and the institutions and schools reflected this domination. The major important and prestigious private schools were Protestant. In my studies I discovered that the King or Queen of England could not marry a Catholic and this restriction was only removed a few short years ago. Another surprise was discovering that “Guy Fawkes Day”, the fireworks night in November loved by young people, celebrated the execution of Catholics rebels who wanted to bring back their religion as the official religion of the United Kingdom. During these studies I discovered the acronym WASP, White Anglo Saxon Protestants, which described the country’s ruling class.

Without forgetting the bloody battles in Northern Ireland between the pro-British Protestant majority and the Catholic minority that wanted to join the Irish Republic and its Catholic majority. There was no doubt in those years that Irish clubs and individuals around the world supported morally and financially “their soldiers” in Ulster, on both sides.

Catholics did not have an easy life in the United States and there are two classic examples that show this. The first is in the hooded form of the Ku Klux Klan that distrusted the Catholics because they “bowed their heads to a foreign monarch”, obviously the Pope, and the victims of this group were not only coloured but also Catholics and Jews. The second example is the simple fact that in more than two centuries of history only one President was Catholic, John Fitzgerald Kennedy.

But the struggle between Christians is not limited to Catholics and Protestants.

After the end of the Cold War we saw other battles between Christian groups, especially in the former Yugoslavia between the Orthodox Serbs and the Catholic Croatians with the tragic participation of the Moslems in Bosnia. We remember the massacres Kosovo and Srebrenica where Christian soldiers killed Moslem civilians. Even these cases the overseas communities, both Croatian and Serbian, supported the combatants, not only morally but also with arms, money and soldiers.

I could continue with other examples but these cases serve to show a fact that too many have forgotten, that the struggles between religions brings terrorism and is not limited only to Islam, as a part of the world’s press and politicians in many countries want to make us believe.

Just as there are internal divisions in the Christian world, there are divisions within the Moslem world and not only between the Sunni and Shiites. The differences between the forms of Christianity created centuries of wars and struggles, so why are we surprised by the struggles between Moslems and think that this happens only in their religion?

The reports in the news of massacres overseas do nothing to help Moslem migrants to integrate in their new countries. Worse still, the reactionary part of the populations of these countries worsen the hatred between religions by not lonely labelling all Moslems as terrorist and by proposing counterproductive solutions such as banning the construction of mosques, schools or ways of dressing.

We have seen jihadists from many countries go to fight for their religion, just like the foreign born Irish during the “Troubles” (the name for the decades of armed struggle in Northern Island that many now fear may return) and this means they do not feel accepted by their peers who feel threatened by them. In England, Australia and the other countries the presence of these jihadists has opened a debate within the moderate Moslem communities. This is the beginning of the process of understanding what created this Moslem foreign legion that, yes, kills Christians but still much more kills other Moslems of different sects.

Without justifying the violence, we must also understand that racism towards young Moslems in Western countries only feeds the hatred of these young people towards their countries of birth.

The solution to these struggles between religions is the same as the solution to racism, education. Fear and contempt arise from ignorance and therefore from fear of the unknown. I remember my mother who after the death of her favourite uncle dressed in black with a veil, as was the Italian tradition of the time. One day as we returned home from Mass we were targeted by ugly jokes by some young Australian children. What difference was there between how my other dressed and how many young Moslem women dress? In all honesty, none.

We must not be pressured to keeping religions, nationalities and differences of skin colour separate. This is not a solution and in fact the result would be worse than what we have seen up till now. Let us build the mosques, let us learn what the other religions say, let us accept the differences and in this way we will find the way to live together.

Schools all over the world and not only in Italy should explain and teach what the various faiths believe. In this way we will eliminate ignorance and prepare the ground for a future, let us hope not far away, where different nationalities and religions can live together in peace. For the sake of all.

Pericolo Coronavirus: qual è il punto della situazione

Analisi sullo stato attuale del flagello di Wuhan

di Francesco De Blasi

Oltre un mese è già trascorso da quando la nuova malattia ha iniziato la sua veloce ed incessante avanzata. Nell’arco di questo breve tempo, troppe e confusionarie sono state le ipotesi elaborate. Astenendoci da fantasie e complottismi vari, in questo articolo, cercheremo di fare il punto della situazione su quella che potrebbe rivelarsi la peggiore epidemia delle ultime generazioni.

31 Dicembre 2019: città di Wuhan, provincia dell’Hubei, Cina. Viene notificato un focolaio di polmonite ad eziologia non nota.

Il primo campanello d’allarme. Una forma virale di polmonite sconosciuta comincia a propagarsi nella cittadina orientale. Vista la natura aliena della patologia, ed il numero crescente di contagiati, gli interessati vengono interpellati sugli spostamenti effettuati nei giorni antecedenti ai malori. Tutti, nessuno escluso, riferiscono o di aver frequentato un luogo ben specifico, oppure di essere stati a contatto con persone che hanno “bazzicato” il medesimo.

Il luogo in questione? Il Wuhan South China Seafood City Market.  A parte il governo Cinese ed i complottisti, nessuno è sorpreso. Le condizioni igienico-sanitarie sfoggiate da tali mercati, sia ittici che non, sono degne dell’incipit del migliore film di zombie. Animali ammassati in gabbie, feci, sporcizia, e carcasse appese in bella vista per le strade del mercato. Dovranno passare solo pochi giorni, perchè gli scienziati abbiano conferma del più grande dei loro timori.

9 Gennaio 2020: grazie ai risultati delle prime analisi, ormai non vi è più alcun dubbio.

Il China CDC, ovvero il Centro per il controllo delle malattie della Cina, riferisce di aver accertato un nuovo membro della famiglia Coronavirus, il 2019-nCoV. In quel di Wuhan scatta l’allarme, ma troppo tardi. I casi che vengono registrati si moltiplicano in maniera esponenziale. Il virus dilaga prima tra centinaia di residenti, ma ben presto, i contagiati raggiungono le migliaia. La paura cresce, ed il virus si manifesta in tutta la sua violenta epidemicità.

Ma non è la prima volta che l’umanità deve far fronte alla ben conosciuta famiglia Coronaviridae, di cui rammentiamo l’esistenza di altri 7 ceppi in grado di contagiare l’uomo. Inoltre, negli anni, altre piaghe oltre i Coronavirus hanno colpito i nostri fragili sistemi immunitari. Tra queste, si annoverano la febbre suina del 2009 (A/H1N1) che causò in quel momento ben mezzo milione di morti in tutto il mondo, o la ancor più famosa SARS  del 2003 (Severe Acute Respiratory Syndrome), che prende il nome appunto dai sintomi ad essa legati, e che ha avuto un tasso di mortalità di oltre il 10 % dei casi. Devastante.

Prendendo atto che l’attuale 2019- nCoV ha all’effettivo un tasso di mortalità inferiore rispetto ad altri ceppi, cosa lo rende più pericoloso dei suoi simili? Ad oggi, probabilmente, la cattiva gestione che c’è stata nell’affrontare il problema legato alla sua alta trasmissibilità.

Il 2019-nCoV, ha una trasmissibilità degna delle migliori malattie virali. Basta un contatto, anche se minimo con un contagiato, ed ecco che subito il virus prende il suo posto all’interno del malcapitato ed inconsapevole anfitrione. Il fatto che ad inizio focolaio non ci sia stata una trasparenza comportamentale da parte di chi ha gestito in primis l’emergenza, ha fatto sì che il virus si propagasse a macchia d’olio. 

Sin dai primi giorni, le notizie trapelate dall’oriente sono state distorte, mozzate, e parrebbe addirittura insabbiate. Complice la rete di divulgazione mediatica Cinese, famosa per la sua bieca omertà nei confronti della libera e corretta informazione. Questo comportamento, ha portato i più fantasiosi a spingersi su congetture complottistiche che spaziano da esperimenti militari in laboratori segreti cinesi, sino ad attacchi filo-terroristici di qualche “competitor”, invidioso della crescita economica del paese, che nonostante i cali degli ultimi tempi, ricordiamo essere la seconda potenza al mondo.

7 Febbraio 2020: Tralasciando le ipotesi da telefilm di controspionaggio,

l’unica certezza è che ad oggi, i numeri effettivi della tragedia restano un mistero ancora da svelare, o quantomeno, questo è ciò che ha lasciato intendere il governo Cinese. Fortunatamente, altri si sono adoperati affinchè il resto del mondo sapesse cosa stia realmente accadendo nel paese dell’anatra alla pechinese. Tramite i portali medico-scientifici che si occupano di monitorare le varie epidemie, ecco a voi i dati effettivi in data 7 Febbraio, ore 13:45.

 

Casi confermati di 2019-nCoV:    31.503

Casi confermati in Europa:           29

Casi confermati in Italia:               3

Decessi da 2019-nCoV:                  638

Qual è infine la situazione in Italia?

Per ora, nulla di allarmante. Dei tre casi confermati, uno è un nostro connazionale, rientrato “d’urgenza” assieme agli altri Italiani che si trovavano in Cina, e risultato positivo al test durante il periodo di quarantena allo Spallanzani di Roma.  Due invece, sono gli ormai famosi turisti cinesi che per giorni hanno girovagato tra le vie della caput mundi, e che da giorni, sono ricoverati anch’essi all’ospedale Lazzaro Spallanzani, ormai “centro di culto” della questione in essere. Gli ultimi aggiornamenti vogliono un peggioramento dello stato di salute della coppia, e questo non può che smentire le voci che volevano il virus come un pericolo solo per anziani e debilitati. Lo stesso medico cinese che lanciò il primo allarme, Li Wenliang, è morto ieri all’età di 34 anni. Una triste ed inconfutabile conferma del reale pericolo che questo Coronavirus presenta.

Intanto, nella tragedia, l’Italia mostra le sue menti più brillanti. Sono nostri difatti i ricercatori che primi al mondo, hanno isolato il ceppo del 2019-nCoV. Solo 48 ore dopo il ricovero dei due turisti cinesi, i virologi dello Spallanzani sono riusciti in quello che nessuno, né in Cina e tantomeno nel resto dei paesi della UE aventi casi di contagio, era riuscito a compiere. Se tutto dovesse procedere per il verso giusto, e nella speranza che il virus non muti nei prossimi giorni, nel giro di due o tre settimane finalmente si potrà avere un vaccino, per la grande gioia di contagiati e case farmaceutiche. Così ci è stato detto. Sempre, e com’è in questi casi, col giusto e lecito beneficio del dubbio.

Vi terremo aggiornati.

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