La Francia dichiara zona rossa per coronavirus tutto il Grand est del Paese

La regione della Francia che include Alsazia, Lorena e Champagne Ardenne è stata dichiarata zona a rischio

Niente scuola per una quarantena di 14 giorni in Alsazia, Lorena e Champagne Ardenne. La notizia è di oggi e fa seguito ad una emergenza conseguente alla ormai pandemia, dichiarata oggi dall’Oms, da coronavirus che sta mettendo in ginocchio il mondo intero.

Già il 5 di marzo in Francia un deputato repubblicano del Parlamento era risultato positivo al Coronavirus e le sue condizioni si erano ben presto aggravate. Jean Luc Reitzer, 68 anni, è ricoverato in terapia intensiva a Mulhouse, uno dei principali focolai del Paese. Lo ha confermato la presidenza dell’Assemblea nazionale. A Mulhouse, Capitale dell’Alsazia, c’è uno dei focolai più gravi del Paese: tutto sarebbe partito all’interno di una comunità evangelica locale.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato che l’epidemia di Covid-19 è ormai una “pandemia”. Inoltre, il direttore generale dell’OMS ha espresso profonda preoccupazione per i “livelli allarmanti di inazione” della comunità internazionale di fronte ai “livelli allarmanti di diffusione”.

In Francia, l’ultimo bollettino mostra 33 decessi e 1.784 casi confermati. Inoltre, 86 persone sono ricoverate in terapia intensiva.

Cisl Medici Lazio: coronavirus è emergenza anche per operatori sanitari

La richiesta all’Assessore alla Sanità della Regione Lazio della Cisl Medici per scongiurare inutili rischi di contagio al personale medico ed infermieristico

di Vanessa Seffer

Un momento di grave emergenza anche per la Regione Lazio quello determinato dal propagarsi del Covid-19, per il quale le istituzioni devono oltremodo vigilare anche a tutela di chi, con grande abnegazione, svolge la propria professione sanitaria. Infatti senza le opportune misure di prevenzione chi curerà i malati se il personale sanitario non fosse protetto adeguatamente?

“Allo scopo di limitare il rischio di possibile contagio tra paziente ed operatori sanitari e personale amministrativo di front office, la Cisl Medici Lazio chiede all’Assessore alla Sanità della Regione Lazio, dott. Alessio D’Amato,  di valutare la possibilità di sospendere temporaneamente le prestazioni ambulatoriali specialistiche ritenute non urgenti sia a livello ospedaliero che territoriale”.

Così in un comunicato Luciano Cifaldi, segretario generale della Cisl Medici Lazio e Benedetto Magliozzi, segretario generale della Cisl Medici Roma Capitale/Rieti.

“La non ubiquitaria presenza di adeguate zone filtro e la aumentata esigenza di garantire le adeguate forniture di DPI agli operatori potrebbe suggerire di valutare anche la possibilità di non consentire altresì l’ingresso in ospedale fino ad almeno 30 minuti prima dell’orario di appuntamento per la prestazione e ciò allo scopo di ridurre i contatti fonte di potenziale contagio evitando promiscui affollamenti nelle sale di attesa di persone che seppure asintomatiche potrebbero essere in fase di incubazione.  

Se ha un senso sospendere le attività scolastiche, congressuali, ludiche, dei cinema e dei teatri allora potrebbe avere un senso valutare la possibilità di rinviare le visite ambulatoriali differibili evitando di mantenere le persone a stretto contatto in ambienti spesso angusti.

Tutto ciò premesso continueremo a svolgere in pieno la nostra attività lavorativa” concludono i due sindacalisti della Cisl Medici.

L’Italia e l’Aquila solitaria australiana- Italy and the Australian Lone Eagle

di emigrazione e di matrimoni

L’Italia e l’Aquila solitaria australiana

Bert Hinkler nacque a Bundaberg, Queensland il 2 dicembre, 1892 e, come rivela il suo nome, il padre era un immigrato tedesco in quel continente lontano

C’è un pezzo d’Australia nella zona di Pratomagno dell’Appennino Toscana tra le province di Arezzo e Firenze. Il macigno viene da Bundaberg nello stato di Queensland ed era il punto centrale di una cerimonio commovente che ha legato insieme l’Italia e l’Australia con un legame dissolubile.

Ho saputo di questa cerimonia un giorno qualche settimana fa quando Franco Scarpini di Arezzo mi ha inviato un filmato realizzato da lui del retroscena della cerimonia. Essendo nato e cresciuto in Australia conoscevo bene il personaggio al centro di questa vicenda triste, ma fino a quel giorno non sapevo che il suo destino crudele l’avrebbe portato a essere seppellito al Cimitero degli Allori a Firenze con tutti gli onori degni di un pioniere dell’aviazione e un soldato pluridecorato della Grande Guerra.

In questo modo il luogo ha un significato importante non solo per l’Italia, ma anche per l’Australia.

Infatti, Monte Verna vicino al monumento aveva già un significato importante per l’Italia come testimonia la grande croce sulla vetta. Questo fu il luogo dove il Santo ricevette le stimmate sulle mani, piedi e le costole.

Ma chi era questa “Aquila solitaria” onorata in Toscana?

Terra Australis

Non c’è dubbio che l’Australia è una terra enorme, con la sua piccola popolazione piccola in relazione al territorio e, quindi, avrebbe avuto molti benefici dall’invenzione dell’aereo dai fratelli Wright negli Stati Uniti nel 1903, solo due anni dopo la fondazione della Federazione Australiana.

Bert Hinkler nacque a Bundaberg, Queensland il 2 dicembre, 1892 e, come rivela il suo nome, il padre era un immigrato tedesco in quel continente lontano. Sin da giovane si è interessato all’aviazione  che l’avrebbe portato a vincere importanti premi e riconoscimenti in molti paesi, non solo in Europa e l’Australia, ma persino negli Stati Uniti.  Cominciò costruendo alianti e poi come meccanico per un aviatore americano Arthur Burr Stone durante un viaggio in Australia e la Nuova Zelanda.

Nel  1913 Hinkler decise di trasferirsi in Inghilterra trovare la propria strada in quel nuovo ramo di tecnologia. Lo scoppio della Grande Guerra gli diede questa opportunità. Si arruolò nel nuovo ramo di Aviazione della Marina Militare britannica e dopo poco tempo si trovò prima come mitragliere su uno dei primi arei militari, vincendo riconoscimenti per i suoi miglioramenti al meccanismo primitivo, per poi diventare pilota per conto proprio. Nel luglio del 1918 andò in Italia per la prima volta con il suo stormo per partecipare in battaglie contro gli austriaci dove fu disgustato dal dover mitragliare soldati per terra con il suo aereo.

Pioniere di rotte

Dopo la guerra si mise a lavorare con società importanti d’aviazione lavorando sullo sviluppo degli aerei e come pilota e poi partecipando a gara e voli a lunga distanza, tra paesi e da continenti a continenti. Nel febbraio del 1928 divenne famoso con il suo primo volo solitario tra l’Inghilterra e la sua nativa Australia, ottenendo anche una grande somma di denaro da parte del governo australiano che ha assicurato il suo futuro da aviatore e ottenendo anche il grado di Squadron Leader (maggiore) onorario della Royal Australian Air Force, la neonata Aeronautica Militare australiana.

Fece parte di squadre in competizioni internazionali di velocità vincendo gare in squadre e individualmente in molti paesi. Nel corso di quegli anni nel suo aereo de Havilland Puss Moth CF-APK volò in molti paesi come gli Stati Uniti, Canada, Brasile, i Caraibi, Venezuela, Guyana e una parte dell’Oceano Pacifico.

Poi decise di tentare di fare il nuovo primato per il viaggio in solitaria più veloce tra Gran Bretagna e l’Australia. La sua rotta lo portò a sorvolare l’Italia. 

Destino crudele

Il 7 gennaio 1933 partì dall’aeroporto di Heathrow vicino a Londra in Inghilterra. Sorvolò la Francia da dove partì per l’Italia. Dopo di quella tappa nessuno lo vide più vivo. Le ricerche iniziarono immediatamente, ma solo una persona sapeva la sua rotta e questo impedì le ricerche. La notizia della sua scomparsa fece il giro del mondo e in modo particolare in Australia e l’Inghilterra.

Le ricerche non ebbero successo immediatamente e si temeva che non  sarebbe stato più ritrovato. Poi, il 27 giugno seguente i resti dell’aereo furono ritrovati sul versante settentrionale degli Appennini a Pratomagno tra Firenze e Arezzo.

Ancora più tragicamente non morì sul colpo ma sopravvisse all‘impatto. Il suo corpo fu ritrovato a distanza dei resti dell’aereo che voleva dire che aveva cercato di trovare rifugio, ma fu vittima del freddo e si teme anche che i lupi locali ebbero un ruolo nella sua morte.

Alla scoperta Benito Mussolini ordinò che fosse interrato con tutti gli onori militari dovuti a un eroe di guerra e pioniere aviatore. La cerimonia ebbe grande risalto in tutto il mondo e non solo in Italia e Australia.

La zona del ritrovamento si chiamava il “Prato delle Vacche” per ovvi motivi e quindi aveva pochi alberi. Negli anni 80 una faggeta fu piantata proprio in quel luogo. Sembrava che il ricordo di Hinkler fosse destinato a essere dimenticato  nella zona, ma il ricordo di San Francesco diede l’opportunità di poter ricordare in un modo più degno l’aviatore australiano.

La croce e il macigno

Nel 2013 si decise di restaurare la croce dedicata a San Francesco alla vetta di Monte Verna. In quell’occasione l’ingegnere Alessandro Ercolani esperto in aeronautica pensò che fosse il momento di rintracciare la strada di Bert Hinkler in quella notte tragica e parlò con Franco Scarpini e altri della zona.

L’archivio delle foto dell’epoca doveva rendere il lavoro semplice, ma la faggeta degli anni 80 rese questo molto difficile. L’unico indizio era il colore diverso di quegli alberi, però, incredibilmente la forma della faggeta, quasi come il Regno Unito, attirò le attenzioni e fu proprio qui che cominciarono a trovare le tracce dell’aviatore deceduto.

A questo punto erano coinvolte anche le autorità australiane, alcune delle quali visitarono la zona.  Durante una di queste visite uno di loro si ricordò che alcuni alberi dell’epoca erano stati marcati. Questa fu la svolta che portò prima ad individuare il luogo dello schianto e poi il luogo dove fu ritrovato il povero Hinkler.

Di seguito si decise, insieme alle autorità australiane, non solo di fare un monumento a Hinkler ma anche di realizzare una pista, in forma di aquila, in sua memoria. Tristemente nel frattempo l’ingegnere Ercolani non c’era più per poter vedere la fine gloriosa del progetto da lui avviato.

Le autorità australiane diedero un macigno vulcanico di una tonnellata e mezzo da Bundaberg, il paese di nascita di Hinkler, che sarebbe diventato il monumento dopo il lavoro di artigiani della zona. Così, un pezzo d’Australia sarebbe rimasto in Italia per ricordare “l’Aquila solitaria” australiana.

Il 2 agosto 2015 autorità italiane e australiane, compresa una massiccia delegazione di alti ufficiali della RAAF, l’Aeronautica Militare australiana, hanno inaugurato il monumento fatto da un pezzo del luogo di nascita di Hinkler al luogo dove finì tragicamente la sua vita.

Non possiamo immaginare un modo più appropriato per legare insieme due paesi. Il riconoscimento di bravura deve essere internazionale e senza politica e così è stato nel caso di Bert Hinkler.

Anche noi del giornale desideriamo rendere onore a questo eroe internazionale, come anche fare i complimenti a coloro che si sono impegnati per realizzare questo monumento unico all’Aquila solitaria. Ci sono molti legami tra i nostri due paesi, compresi i moltissimi italiani e i loro discendenti che ora abitano nella Terra Australis e ci auguriamo che iniziative del genere saranno frequenti, e non solo con l’Australia.

di emigrazione e di matrimoni

Italy and the Australian Lone Eagle

Bert Hinkler was born in Bundaberg in Queensland on December 2nd, 1892 and, as his name reveals, his father was a German migrant to that faraway continent

There is a piece of Australia in the Pratomagna area of the Tuscan Apennines between the provinces of Florence and Arezzo. The boulder came from Bundaberg in the state of Queensland and was the central feature of a moving ceremony that tied together Italy and Australia in a lasting way.

I found out about this ceremony a few weeks ago when Franco Scarpini of Arezzo sent me a film he produced of its background. Having been born and raised in Australia I knew of the person at the centre of this sad story well but until that day I did not know that his cruel fate had brought him to being buried in Florence’s Allori Cemetery with all the honours due to a pioneer aviator and decorated soldier of the Great War.

In this way the place has great importance not only for Italy but also for Australia. In fact, Mount Verna near to the monument already had a significant meaning for Italy as witnessed by the big Cross at its peak. This was the place where Saint Francis of Assisi, Italy’s patron Saint, received the stigmata on his hands, feet and chest.

But who was this “Lone Eagle” honoured in Tuscany?

Terra Australis

There is no doubt Australia is a huge land with a small population in relation to the area and therefore would have had many benefits from the invention of the airplane by the Wright Brothers in the United States in 1903, only two years after the foundation of the Federation of Australia.

Bert Hinkler was born in Bundaberg in Queensland on December 2nd, 1892 and, as his name reveals, his father was a German migrant to that faraway continent. From an early age he was interested in aviation which would take him to winning many major awards and prizes in many countries, not only Europe and Australia. He began by building gliders and then as a mechanic for American aviator Arthur Barr Stone during a trip in Australia and New Zealand. 

In 1913 Hinkler decided to move to England to find his road in that new branch of technology. The outbreak of the Great War gave him this opportunity. He enrolled in the new Aviation branch of the Royal Navy and shortly after he was a gunner on one of the first military airplanes, winning awards for his improvements of the primitive mechanism and then he became a pilot. In July 1918 he went to Italy for the first time with his squadron to take part in battles against the Austrians during which he was disgusted at having to strafe soldiers on the ground with his plane.

Pioneer of routes

After the war he went to work for major aviation companies on the development of the airplanes and as a pilot and then participated in races and long distance flights between countries and from continent to continent. In February 1928 he became famous with the first solo flight between England and his native Australia, also obtaining a large sum of money from the Australian government which ensured his future as an aviator and also received the honorary rank of Squadron Leader in the still new Royal Australian Air Force.

He took part in international team speed competitions winning races in many countries, as part of a team or individually. During those years he flew his de Havilland Puss Moth airplane CF-APK in many countries such as the United States, Canada, Brazil, the West Indies, Venezuela, Guyana and a part of the Pacific Ocean.

He then decided to make an attempt at a new record for the fastest flight between Great Britain and Australia. His course to him to fly over Italy.

Cruel destiny

On July 7th, 1933 he took off from Heathrow near London, England. He flew over France from where we left for Italy. After that leg of the journey nobody saw him alive again. The search began immediately but only one person knew his route and this slowed the search. The news of his disappearance spread around the world, especially in Australia and England.

The search had no immediate success and it was feared that he would never be found. Then, on June 27th the wreck of his plane was found on the northern side of the Apennines at Pratomagno between Florence and Arezzo.

Even more tragically, the crash did not kill him and he survived the impact. His body was found a distance away from the plane’s wreckage which meant he was seeking shelter but he fell victim to the cold and it is feared that local wolves may also have played a role in his death.

At the discovery Benito Mussolini ordered that he buried with full military honours worthy of a war hero and pioneer aviator. The ceremony had great prominence and not only in Italy and Australia.

The area where he was found was called “Prato delle Vacche” (the cow meadow) for obvious reasons and therefore had few trees. In the 1980s a beech wood was planted in that very place. It seemed that Hinkler was destined to be forgotten in the area but the memory of Saint Francis gave the opportunity to be able to remember the Australian aviator in a worthier way.

The cross and the boulder

In 2013 it was decided to restore the cross at the peak of Mount Verna. On that occasion Alessandro Ercolani, an engineer expert in aeronautics, thought it would be the occasion to retrace Bert Hinkler’s path on that tragic night and spoke with Franco Scarpini and others from the area.

The archive of photos from the time should have made their work simple but the beech wood from the 1980s made this difficult. The only clue was the different colours of the trees, however and incredibly, the shape of the beech wood, almost like the United Kingdom, drew their attention and this was precisely where they began to find the traces of the deceased aviator.

At this point Australian authorities were also involved, some of which visited the area. During one of these visits one of them remembered that some of the trees at the time had been marked. This was the turning point for identifying the place of the crash and then the place where the poor Hinkler was found.

Subsequently, together with the Australian authorities, it was decided to not only build a monument to Hinkler but also to create a trekking path in the form of an eagle in his memory. Sadly, Alessandro Ercolani had passed away in the mean time and could not see the glorious outcome of the project he had begun.

The Australian authorities donated a tonne and a half volcanic boulder from Hinkler’s birthplace Bundaberg that became the monument after the work of craftsmen from the area. So in this way a piece of Australia was left in Italy to remember the Australian “Lone Eagle”.

On August 2nd, 2015 Italian and Australian authorities, including a large delegation of high ranking officers of the Royal Australian Air Force, inaugurated the monument made from a piece from Hinkler’s birthplace at the place where his life ended tragically. We cannot think of a more appropriate way to tie the two countries together. The recognition of skills must be international and without politics and this was in the case of Bert Hinkler.

We of the newspaper also wish to honour this international hero, just as we wish to congratulate those who were involved in creating this unique monument to the Lone Eagle. There are many ties between the two countries, including the many Italians and their descendants who now live in the Terra Australis and we hope that initiatives such as this will become regular, and not only with Australia.

Napoli, muore 15enne tentando di rapinare un poliziotto e i parenti devastano il Pronto Soccorso

Da oltre un anno la Cisl Medici Lazio si è vistosamente impegnata sul tema delle aggressioni al personale medico con la sua campagna di sensibilizzazione sul fenomeno, non ha mai smesso di denunciare, rischiando di essere ossessiva.

di Vanessa Seffer

Aveva adocchiato il costoso orologio di un uomo ma non aveva capito che era un poliziotto in borghese e gli ha puntato contro l’arma, ma questi estraendo a sua volta la pistola lo ha colpito al torace e alla testa la scorsa notte a Napoli. Era un ragazzo di appena 15 anni che subito trasportato da un’ambulanza al Pronto Soccorso dell’Ospedale Vecchio Pellegrini, è deceduto per la gravità delle ferite riportate. I parenti e gli amici del ragazzo, appresa la notizia del decesso, hanno come da copione devastato i locali, gli arredi e i macchinari dell’ospedale della Pignasecca, costringendo i medici a sospendere l’attività, terrorizzando i presenti e non permettendo lo svolgimento delle attività assistenziali di emergenza in sicurezza per gli altri pazienti e alle ore 7.30 di questa mattina hanno dichiarato la sospensione del servizio di Pronto Soccorso, inviando otto dei pazienti lì in quel momento, con l’ausilio del servizio 118, in altri ospedali della città.

Nel frattempo sono già iniziate le operazioni di ripristino dei locali per riprendere quanto prima l’attività, tenuto conto dell’importanza che ricopre questo presidio all’interno della rete ospedaliera cittadina.

La nostra vicinanza va indubbiamente espressa al personale medico, infermieristico e sociosanitario che si è trovato senza alcuna protezione dinanzi alla furia di un certo numero di persone probabilmente disposte a tutto. Vivere continuamente minacciati, mentre si svolge la propria attività è un disagio insopportabile, specialmente se il lavoro che devi svolgere, per cui hai studiato una vita e che hai sognato di fare è di salvare delle vite e in questo periodo più che mai, con la paura che serpeggia nella testa di tutti e che rischia di prendere il sopravvento, che ha il sapore di un’isteria dilagante e incontrollata di una parte di popolazione che non sa darsi risposte certe in merito ad un virus di cui i media danno notizie discordanti, per cui si sentono solo pareri contraddittori, provenienti da personaggi litigiosi piuttosto che autorevoli.

Questo incenerisce il giusto significato sociale che i medici devono poter recuperare. Da oltre un anno la Cisl Medici Lazio si è vistosamente impegnata sul tema delle aggressioni con la sua campagna di sensibilizzazione sul fenomeno, non ha mai smesso di denunciare, rischiando di essere ossessiva. Il governo aveva risposto dando ampia soddisfazione, facendo uno sforzo importante. Si era detto “manca poco” “Decreto urgente” approvazione della legge in materia di aggressioni agli operatori della sanità praticamente domani, “tolleranza zero”, “certezza della pena”, “procedibilità d’ufficio”. Poi è arrivato il Coronavirus ed ha rubato il palcoscenico a queste storie terribili che tanto trovano sempre il modo di tornare in prima fila, ma hanno dato l’opportunità a chi non ne aveva, di essere primo attore in una fiction.

Russia e Turchia, apologia della guerra

Saranno queste due Nazioni ad innescare il quarto conflitto bellico, forse nucleare, a livello mondiale?

di Paolo Buralli Manfredi e Giuseppe Cossari, Melbourne – Australia

L’inizio delle guerre mondiali che si sono succedute a distanza di venticinque anni, l’una dall’altra sono nate per motivi diversi ma allo stesso tempo possiamo dire che, in confronto a quello che sta succedendo oggi in Medio Oriente, quei motivi possono essere considerati banali.

Ed in effetti la prima guerra mondiale scoppia con l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 Giugno del 1914. Per la seconda guerra mondiale invece, il fattore scatenante fu il 1° settembre del 1939 dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania.

Come dicevamo, se esaminiamo oggi la situazione globale, possiamo tranquillamente dire che la terza guerra mondiale è cominciata da parecchi anni, una guerra diversa da quelle storiche perché è una guerra globale frammentata in centinaia di micro guerre nelle varie Nazioni del mondo ma, forse, e naturalmente non c’è lo auguriamo, con il pasticcio medio – orientale si potrebbe arrivare alla quarta guerra mondiale globale vecchio stile ma con la possibilità del supporto dell’arma nucleare.

Ed in effetti la nostra preoccupazione è rivolta alla situazione attuale in Medio Oriente e precisamente in tutta quell’area che avrebbe dovuta essere unita e si sarebbe dovuta chiamare Penisola Arabica.

Purtroppo però, quell’area è stata volutamente tenuta divisa dall’Occidente; un Occidente che ha tratto da questa divisione enormi vantaggi e che ha sempre contribuito ad alimentare quei conflitti che esistono da più di sessant’anni, evitando accuratamente di aiutare quei Paesi in guerra a cercare una reale strada per trovare una pace duratura per i loro popoli.

Oggi però in quell’area si stanno giocando le sorti del nostro Pianeta perché, in campo, ormai senza troppo mimetizzarsi dietro le varie diplomazie, stanno giocando la più pericolosa partita a scacchi dei nostri tempi le forze capitanate dagli USA, la NATO e l’Alleanza Atlantica, contro, Russia e Siria, ed indirettamente Cina, Iran, Venezuela, Cuba e Corea del Nord.

E come al solito proviamo a riflettere e a far riflettere sulla situazione attuale e per fare questo, dobbiamo cercare di vedere lo stato delle cose a livello mondiale e non locale, partendo dalle esercitazioni NATO che si stanno svolgendo attualmente in Europa.

Nel gennaio 2020, la NATO ha dato il via alla più grande esercitazione militare degli ultimi venticinque anni dal nome Defender Europe 2020.

L’esercitazione si svolge nel Mediterraneo e su tutto l’arco balcanico arrivando sino ai confini russi, tant’è vero che, il Ministro degli Esteri russo il 17 gennaio dichiara: “Le esercitazioni militari della NATO sul fianco orientale ricordano sempre più dei preparativi mirati per un conflitto bellico su larga scala”.

Poi, a distanza di qualche settimana, Sergey Lacrov continua nelle sue preoccupate esternazioni ma, questa volta molto irritato, dichiara:”La Russia reagirà all’esercizio militare degli Stati Uniti ed i suoi alleati dal nome Defender Europe 2020 prevista per marzo, ma lo farà in modo da escludere rischi inutili.” E continua… “non possiamo ignorare queste esercitazioni che destano per noi grande preoccupazione”.

Da non sottovalutare anche il rapporto del Consiglio Atlantico pubblicato il 26 febbraio 2016 che tratta la rapidità di reazione dell’alleanza NATO nel combattere e vincere un’eventuale guerra con la Russia. Il rapporto è focalizzato sulle relazioni con gli Stati baltici da cui il nome “Alleanza a rischio”.

Il Rapporto spiega che la Russia, appoggiando i separatisti in Ucraina, ha di fatto bloccato e completamente distrutto l’insediamento post bellico europeo infrangendo così ogni possibilità di partenariato con la NATO e prosegue evidenziando le pressioni che il Cremlino impone su quegli Stati baltici che hanno una maggioranza di persone che parlano la lingua russa.

Washington poi sembra che prepari il campo per il prossimo futuro dichiarando: “Qualsiasi mossa militare di Putin sugli Stati baltici innescherebbe una guerra, potenzialmente su scala mondiale e nucleare “.

Queste dichiarazioni, al contrario di quanto Washington vorrebbe far apparire, sono il preludio di un rafforzamento NATO/Usa in tutti gli Stati baltici che, va ricordato, negli ultimi anni hanno triplicato se non quadruplicato gli investimenti in armamenti acquistandoli proprio dagli Usa, parliamo della Lituania, Lettonia, Polonia e di tutti quei Paesi ex Sovietici che collaborano con la NATO e che hanno aderito all’Unione Europea.

In questo contesto dunque, va menzionato anche l’ultimo acquisto da parte degli Usa delle basi portuali greche che vanno a completare un disegno perfetto per il totale controllo dell’area Mediterranea, strategica in ogni conflitto bellico.

Quanto scritto qui sopra, se osservato in un’ampia prospettiva, ci fa comprendere che la NATO a guida Usa, sta cercando di ampliare la sua presenza in Europa e soprattutto lavora per il rafforzamento su tutto il fianco orientale dando l’idea di una strategia di accerchiamento nei confronti della Russia ed un tentativo di capovolgimento di comando negli Stati del Sud America, tattiche tra l’altro sempre utilizzate dall’Intelligence in tempi passati per avere il totale controllo di Stati che altrimenti, non seguirebbero le direttive americane come per esempio Brasile, Bolivia, Cile etc.

Detto questo torniamo in Medio Oriente, dove è ormai chiaro che la Turchia, ricordiamo a tutti è un Paese appartenente alla NATO, di fatto ha invaso la Siria e sta fornendo materiale bellico e supporto aereo ai jihadisti che combattono contro l’esercito regolare Siriano mentre, gli israeliani, bombardano direttamente e spregiudicatamente Damasco senza nessuna condanna da parte di qualsiasi ente internazionale.

Va ovviamente ricordato anche che, l’esercito Siriano ha come alleato l’esercito Russo, il che mette proprio in un confronto diretto la Russia e l’America via NATO quindi, siamo arrivati ad un punto che potrebbe far scaturire una guerra mondiale probabilmente nucleare da un momento all’altro e se la cosa succedesse tra marzo e luglio, la NATO, con l’esercitazione in corso, sarebbe perfettamente posizionata per un attacco rapido “proprio come menzionato nel rapporto” contro la Russia; preoccupazione, appunto, espressa dal Ministro degli Esteri Russo.

La Russia dal canto suo ovviamente si sta muovendo in parallelo, è notizia di qualche settimana fa che i Russi investiranno nella Repubblica Cubana qualcosa come uno/due miliardi di euro per rinnovare le infrastrutture di trasporto cubane, ma anche, notizia dichiarata pubblicamente mandando un messaggio chiaro agli Usa, per ammodernare  tutto il comparto strategico militare cubano il che ci riporta al 1962 e precisamente in quei giorni dove dei missili a testata nucleare avrebbero dovuto sbarcare nell’isola grande, come viene chiamata Cuba nei Caraibi, e dove si è rischiato il primo conflitto nucleare.

Va ricordato che Cuba dista solo 90 miglia marine dagli Usa, da qui le ulteriori sanzioni imposte al Governo cubano da parte degli Stati Uniti, e il ritorno di una tensione altissima tra i due Stati con le conseguenze che ne derivano, tipo l’espulsione dei medici cubani dalla Bolivia, dal Brasile e probabilmente a seguire in altri Stati a trazione Usa, le minacce alla Spagna da parte di Washington per far cessare ogni tipo di partenariato e  commercio con l’Isola caraibica.

Ovviamente, preoccupante è anche il totale silenzio del Presidente Putin e del suo alleato strategico il Presidente della Cina Xi Jinping, che ci auguriamo non sia il silenzio/calma prima della tempesta.

Chiudiamo questa prima parte del nostro pensiero geopolitico sperando che il peggio non si manifesti e gli uomini, che hanno potere in questo pianeta, riescano a trovare soluzioni intelligenti senza passare per conflitti che potrebbero mettere fine a questo mondo per come lo conosciamo.

Hunters, dalla banalità alle macchiette- Hunters, from banality to caricatures

di emigrazione e di matrimoni

Hunters, dalla banalità alle macchiette

In questi giorni la Pay-TV di Amazon Prime ha rilasciato una serie televisiva che da una nuova interpretazione a un tema delicato e orribile e invece lascia perplessi perché il messaggio può essere interpretato in modo sbagliato con potenziali effetti pericolosi.

La fantastoria è un legittimo ramo della letteratura, il cinema e la televisione, però, quando tratta certi temi dolenti, rischia di aprire porte che sarebbe meglio lasciare chiuse, oppure di trivializzare il ruolo di certi personaggi del passato che vorremmo dimenticare, ma abbiamo il dovere di ricordarli, non per onorarli, anche se meritano l’oblio assoluto, bensì per assicurare che non ripetiamo gli errori del passato perché pensiamo siano capitoli chiusi.

In questi giorni la Pay-TV di Amazon Prime ha rilasciato una serie televisiva che da una nuova interpretazione a un tema delicato e orribile e invece lascia perplessi perché il messaggio può essere interpretato in modo sbagliato con potenziali effetti pericolosi.

Inoltre, annunci non solo di questa settimana ma anche degli ultimi anni hanno messo in risalto il pericolo del ritorno di una faccia del passato che molti di avremmo voluto fosse sparita per sempre e ora ci troviamo con la sua ombra che vorrebbe darsi un nuovo posto nel mondo.

Per insegnare davvero la Storia l’onestà deve essere un’arma potente e se cerchiamo di offuscare o di esagerare quel che diciamo rischiamo per rendere certi episodi più vulnerabili a coloro che cercano di negare uno degli episodi più tragici della Storia di noi esseri umani.

La caccia

Ho impegnato un giorno per capire perché la nuova serie dell’Amazon Prime “Hunters” (Cacciatori) mi ha turbato. In fondo il tema di cercare i nazisti responsabili per la Shoah non è nuovo, ma il modo con cui i produttori l’hanno realizzato potrebbe avere effetti inattesi e anche pericolosi nel mondo d’oggi.

Qualsiasi film o programma con Al Pacino è d’interesse e nel suo primo programma televisivo in più quasi 50 anni è davvero bravissimo nel suo ruolo di Meyer Offerman, il capo della banda di cacciatori. Però “Hunters” tratta maldestramente il fattore principale della trama, la Shoah che vide la morte atroce di quasi dieci milioni di persone, sei milioni dei quali ebrei da quasi tutti i paesi europei coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, Italia inclusa.

Devo ammettere che il programma ci fa capire benissimo un dettaglio di quell’orrore  della macchina di morte dei lager di sterminio. In quelle scene capiamo in modo inequivocabile quel che Prima Levi visse sulla propria pelle e che diede il titolo al suo capolavoro basato sulle proprie esperienze nel lager “Se questo è un uomo”. I boia dei lager, uomini e donne, sin dal primo momento dell’arrivo delle vittime cancellarono l’identità personale delle loro vittime, con i numeri tatuati sul braccio, con la separazione delle famiglie e infine, dopo la morte, con lo sfruttamento dei loro resti e delle cose di loro possesso per motivi puramente economici come facciamo con qualsiasi animale. Così, le vittime diventarono quel che Hitler definiva “Untermenschen” (Sub-umani) e diventò più facile poterli sterminare e utilizzare i loro resti e possessedimenti per fornire soldi per la macchina da guerra tedesca.

Purtroppo, questo aspetto positivo dal programma è stato rovinato dal trattamento dei responsabili degli stermini. In quasi ogni scena sono stati interpretati come “macchiette”, oppure in modo farsesco, come per prendere in giro chi ebbe le mani e anime macchiate da sangue. Difatti, questi “personaggi” non erano macchiette o figure buffe, erano uomini e donne banali che compierono atti atroci su milioni di esseri umani, ebrei, dissidenti politici, omosessuali, cristiani dissidenti e le altre categorie timbrate da pezzetti di stoffa colorati per poter capire il “reato” che li condannò alla morte.

Uomini piccoli

Come scrisse Hannah Arendt durante il processo ad Adolf Eichmann , uno dei maggiori responsabili di quel che definirono in modo ascetico “la Soluzione Finale”. Era un uomo banale che nessuno avrebbe notato nella vita. Persino Heinrich Himmler, il vero progettista della “Soluzione” per realizzare il sogno di di sterminio di Hitler, era un allenatore di polli fallito prima di seguire la strada politica del Fuhrer.

Ed è questo aspetto del programma che mi ha dato un vero senso di disagio. Nell’esagerare le azioni dei responsabili degli orrori, nell’inventare crimini all’umanità come in una scene terribile della serie, nel farli sembrare macchiette e/o personaggi goffi, rendiamo il lavoro più facile per coloro che da decenni cercano di negare la verità storica della Shoah.

Ogni giorno sui social vediamo pagine e post di chi ha “nostalgia” per gli ingegneri della morte che seminarono morte in tutta l’Europa. Vediamo partiti politici in Italia e molti paesi, europei e non, che più o meno apertamente non solo negano la Shoah, ma sempre più spesso richiamano il ritorno del Nazismo e i suoi programmi più estremi. Infatti, come vediamo sotto, nel 2017 a Charlottesville, VA negli Stati Uniti gruppi di supremisti bianchi sventolavano la bandiere neonaziste e mostravano “orgogliosamente” tatuaggi con simboli nazisti e persino sfilavano gridando due detti dell’epoca hitleriana: “Sangue e terra” e “Gli ebrei non ci rimpiazzeranno”.

Poi, la mattina dopo aver finito di vedere la serie televisiva una notizia dall’Australia ha dimostrato che questi pensieri non sono chimere, ma una verità che i servizi di sicurezza di molti paesi occidentali gridano da tempo.

 

Avviso

Lunedi mattina Mike Burgess, il Capo dell’ A.S.I.O., l’Organizzazione di Sicurezza ed Intelligenza dell’Australia, nel suo rapporto annuale ha messo in risalto il pericolo dei “pazzi della destra estrema” che l’organizzazione considera la minaccia terroristica più grande al paese, insieme alle minacce terroristiche dei fondamentalisti islamici.

Questi si radunano regolarmente per esercitare con le armi, sono sempre più coinvolti in proteste contro immigrati e le altre “razze” e quel che loro considerano un “pericolo alla razza bianca”. Questo si vede regolarmente sui social, non solo sulle loro pagine ma anche nei loro interventi su dibattitti politici sulle pagine dei giornali principali e anche di politici, ecc., che considerano “traditori alla patria”.

Un esempio di questo atteggiamento si è trovato in seguito alla strage della moschea a Christchurch in Nuova Zelanda quasi un anno fa, compiuto da un suprematista bianco australiano che l’ha trasmessa dal vivo sui social. Le sue azioni non solo sono state festeggiate dagli estremisti di destra e i suprematisti bianchi, ma ora dicono apertamente che le sue sono azioni da ripetere contro le “altre razze”. Non è stato un caso che Mike Burgess riferisse specificamente a questo caso nel suo rapporto.

Dopo aver letto i commenti di Burgess ho fatto una ricerca di avvisi simili in altri paesi e ho trovato commenti quasi identici negli anni recenti dai servizi di sicurezza di tutti i paesi economicamente avanzati come gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Norvegia e persino al Germania.

Questi non sono pericoli teoretici perché in molti paesi abbiamo visto altre stragi da allora da chi cercava di emulare l’assassino di Christchurch.

Perciò dobbiamo stare attenti come presentiamo la Storia prima per non dare a questi estremisti le opportunità di negare gli orrori che considerano azioni politiche e poi perché una parte della soluzione deve essere l’educazione in modo chiaro e diretto.

La Storia e K.I.S.S.

 Fin troppo spesso la Storia è vista come una serie noiosa di date e luoghi invece di un modo per imparare il nostro passato e per capire come si è formato il mondo d’oggi e programmi e libri come “Hunters” con le loro interpretazioni semplicistiche dei responsabili degli orrori diminuisce l’impatto di queste azioni.

Allora, nell’insegnare la Storia dobbiamo tenere ben in mente un concetto che molti addetti dell’informatica conoscono, il principio K.I.S.S. L’acronimo di Keep It Simple Stupid ( “Mantienilo semplice, stupido”) ci spiega che se insegniamo in modo semplice e diretto un fatto storico sarà più semplice capire come anche i motivi e le eventuali conseguenze di questi episodi.

Quasi tutti vogliono una vita tranquilla, ma questo non è possibile con gli estremismi politici e anche religiosi, di qualsiasi genere. Quindi abbiamo l’obbligo di bloccare ogni tentativo di coloro che vorrebbero ripercorrere di nuovo strade che hanno già portato a tragedie.

Purtroppo, anche riconoscendo le buone intenzioni dei produttori, produzioni come “Hunters” rendono questo lavoro ancora più difficile e quindi rendono più facile il lavoro per i fomentatori d’odio.

Certo, dobbiamo parlare di quel che è successo nel passato, ma in modo chiaro e soprattutto onesto e non in modo leggero. La Storia si serve con l’onestà e l’unico modo vero per ricordare le vittime della Shoah è di assicurare che non succederanno più.

E noi abbiamo la responsabilità di assicurare che sarà così. Con onestà storica.

 

di emigrazione e di matrimoni

Hunters, from banality to caricatures

In the last few days Amazon Prime’s Pay-TV released a TV series that is a new interpretation of a delicate and horrifying issue and instead it left me perplexed because the message can be interpreted in the wrong way with potential dangerous effects.

Historical fiction is a legitimate branch of literature, cinema and television, however, when it deals with certain painful issues it risks opening doors that are better left closed or to trivialize the role of certain people of the past that we would like to forget but we have an obligation to remember, not to honour them, even if they deserve to be forgotten, rather to ensure that we do not repeat mistakes from the past because we think these chapters are closed.

In the last few days Amazon Prime’s Pay-TV released a TV series that is a new interpretation of a delicate and horrifying issue and instead it left me perplexed because the message can be interpreted in the wrong way with potential dangerous effects.

Furthermore, announcements not only this week but also in recent years have put into the spotlight the return of a face from the past many of us wished had disappeared forever and now we find ourselves with its shadow that would like to find a new place in the world.

We must have a powerful weapon in order to teach history, honesty, and if we try to hide or to exaggerate what we say we risk making certain chapters more vulnerable to those who try to deny one of the most tragic chapters of human history.

The hunt

It took me a day to understand whey Amazon Prime’s new Pay-TV series “Hunters” troubled me. The basic theme to looking for the Nazis responsible for the Holocaust is not new but the way with which the producers created it could have unexpected and even dangerous consequences for today’s world.

Any film or programme with Al Pacino is interesting and in his first TV programme in almost 50 years he is truly excellent in the role of Meyer Hofferman, the head of the band of hunters. However, “Hunters” deals clumsily with the main aspect of the storyline, the Holocaust that saw the horrible death of almost ten million people, almost six million of them Jews from almost all the Europe countries involved in World War Two, including Italy.

I must admit that the programme let us understand very well one detail of the horror of the killing machine that was the extermination camps. In those scenes we understand unequivocally what Primo Levi experienced personally and that gave the title of his masterpiece “Se questo è un uomo” (If this is a man). The executioners of the camps, men and women, from the first moment of arrival of the victims cancelled their personal identity with the numbers tattooed on their arms, with the separation of the families and finally, after their death, with the exploitation of their remains and possessions for purely economic reasons as we do with any animal. So the victims became what Hitler defined as “Untermenschen” (Sub-humans) and it became easier to be able to exterminate them and to use their remains and possession to supply money to the German war machine.

Unfortunately this aspect of the programme was ruined by its treatment of those responsible for the massacres. In almost every scene they were interpreted as “caricatures” or in a farcical way as though to mock those whose hands and souls were stained with blood. In fact these “characters” were not caricatures or funny figures, they were banal men and women who carried out horrifying acts on millions of human beings, Jews, political dissidents, homosexuals, dissident Christians and the other categories branded by the small pieces of coloured cloth to understand the “crime” that condemned them to death.

Small men

As Hannah Arendt wrote during the trial of Adolf Eichmann, one of the main people responsible for what they defined in an ascetic way the “Final Solution”. He was a banal man that nobody would have noticed in life. Even Heinrich Himmler, the true architect of the “Solution” to make Hitler’s dream of the extermination come true, was a bankrupt chicken farmer before taking the Fuhrer’s political road.

And this was the aspect of the programme that made me a true sense of unease. In exaggerating the actions of those responsible for the horrors, in inventing crimes of humanity like one terrible scene in the series, in making them seem caricatures and/or funny characters, we make the work easier for those who, for decades, have been trying to deny the historical truth of the Holocaust.

Every day in the social media we see pages and posts of those who feel “nostalgia” for the engineers of death who sowed death in all of Europe. We see political parties in Italy and many countries, European and non-European, that more or less openly not only deny the Holocaust but more and more often call for the return of Nazism and its more extreme plans. In fact, as we see below, in 2017 in Charlottesville, VA in the United States groups of white supremacists waved the Nazi flag and “proudly” showed tattoos with Nazi symbols and even paraded chanting mottos from Hitler’s years: “Blood and Land” and “Jews will not replace us”.

And then, the morning after I finished watching the television series, news from Australia showed that these thoughts are not illusions but a truth that the security services of many western countries have been yelling for some time.

 

Warned

On Monday morning Mike Burgess, chief of A.S.I.O., the Australian Security and Intelligence Organization, highlighted in his annual report the danger of the “rightwing lunatics” that the organization considers the country’s greatest threat, together with the terrorist threat from Islamic fundamentalists.

These groups gather regularly to train with weapons, are always involved in protests against migrant and other “races” and what they consider a “danger to the white race”. We see this regularly on the social media, not only on their pages but also in their interventions on political debates on the pages of the main newspapers and also politicians, etc., who they consider “traitors to the country”.

One example of this behaviour followed the massacre of the mosque in Christchurch in New Zealand almost a year ago by an Australian white supremacist who broadcast it live on the social media. His actions were not only celebrated by the rightwing extremists and the white supremacists but now they openly speak of repeating his actions against the “other races”. It was no coincidence that Mike Burgess specifically referred to this incident in his report.

After having read Burgess’ comments I searched for similar warnings in other countries and I found almost identical comments in recent years by security services in all the economically advanced countries such as the United States, Great Britain, Norway and even Germany.

These are not theoretical dangers because in many countries since then we have seen other massacres who tried to emulate the Christchurch murderer.

Therefore we have to be careful how we present history, firstly in order not to give these extremists the opportunity to deny horrors they consider political actions and secondly because a part of the solution must be educating clearly and directly.

History and K.I.S.S.

All too often history is seen as a boring sequence of dates and places instead of a way of learning our past and to understand how today’s world was formed and programmes and books such as “Hunters” with their simplistic interpretations of those responsible for the horrors diminishes the impact of these actions.

So, when teaching history we must bear well in mind a concept known by many experts of IT, the K.I.S.S. principle. Keep It Simple Stupid explains that if we teach a historically fact simply and directly it will be easier to also understand the motives and the subsequent consequences of these chapters.

Almost everybody wants a peaceful life but this is not possible with political and almost religious extremists, of almost any type. Therefore we have an obligation to block any attempts by those who would like to take the road that has already led to tragedies once again.

Unfortunately, even recognizing the producers’ good intentions productions such as “Hunters” make this job even harder and therefore make work even easier for the hate mongers.

Of course, we must talk about what happened in the past but clearly an especially honestly and not lightly. History is served with honesty and the only true way to remember the victims of the Holocaust is to ensure that it will not happen again in the future.

And we have the responsibility of ensuring this will be so. With historical honesty.

Gli occhi dello sconosciuto- The stranger’s eyes

di emigrazione e di matrimoni

Gli occhi dello sconosciuto

C’è sempre qualcosa di sconfortante nell’essere osservato da uno sconosciuto, non sai cosa pensa e non sai cosa dirgli. Ma c’è qualcosa ancora di più triste quando gli occhi dello sconosciuto sono nel viso di tuo padre. 

Durante l’ultima parte della malattia di mamma nessuno di noi capiva in fondo quel che davvero soffriva papà. Pensavamo che fosse uno dei suoi soliti acciacchi, soprattutto le infezioni che lo colpivano regolarmente.

Infatti, quando mamma è andata all’ospedale per l’ultima volta papà ci si trovava già e l’hanno messa in una corsia allo stesso piano dove si trovava lui. Ogni mattina gli infermieri ci dicevano che lui sfidava i suoi problemi fisici per andare da solo, dopo mezzanotte, per stare con lei. 

Con il decesso di mamma lui è migliorato fisicamente e cosí abbiamo capito che una parte dei suoi problemi erano dovuti al vederla soffrire. Nel concentrarsi su di lei non ci rendevamo conto del tormento di papà, ma lentamente ci siamo accorti che avevamo sottovalutato anche la condizione tremenda che l’aveva colpito. 

La prima volta che preparavo la cena per mio fratello e lui, papà è entrato in cucina, ha dato uno sguardo al tavolo preparato per tre e mi ha chiesto, “Dove sono gli altri?”. La mia risposta è stata con un’altra domanda, “Mamma non c’è più, non ti ricordi?. “Ah, si, è vero”. Qualche giorno dopo la stessa scena s’è ripetuta allo stesso modo, e di nuovo due giorni dopo, ma con una domanda in più, “Dove sono, a Grazía?”  Con quella domanda mi sono reso conto che non stava più con noi, almeno non sempre.

Grazía era la tenuta della sua famiglia in Calabria e intorno al tavolo lui aspettava di vedere dieci altre persone, i genitori insieme ai fratelli e le sorelle. Da quell’istante mi sono trovato costretto ad affrontare una realtà crudele, la demenza. Mi domando quale dei suoi fratelli vedeva ai fornelli a preparare cena, ma una cosa era certa, non vedeva suo figlio.

Nel corso delle mie attività comunitarie avevo svolto ruoli nel direttivo in un gruppo di assistenza sociale per la comunità italiana nella nostra città di Adelaide in Australia. Quando questo gruppo ha cominciato a organizzare incontri per sostenere i badanti degli anziani non sognavo affatto che nel futuro sarei stato io uno dei badanti. Come non immaginavo che avrei finalmente capito cosa voleva dire una frase che sentivo ripetere costantemente dai badanti e dagli assistenti sociali, “Finché non colpirà un tuo caro, non saprai cosa vuol dire”. Parole di una verità profonda.

Parlavamo in italiano in casa e non in dialetto, come di consueto nelle famiglie italiane in Australia perché papà veniva dalla Calabria e mamma dal Lazio. Ma nei tre anni della malattia di papà, la lingua usata da lui cambiava.

Nel corso di quel periodo si svegliava abbastanza conscio di quel che lo circondava, mi trattava come al solito e mi parlava delle cose quotidiane. Purtroppo, con il passare della giornata la sua mente soffriva e il mondo che vedeva attorno cambiava. Entro sera era confuso, non parlava in modo coerente e spesso ripeteva le stesse cose. Quando la notte andavo a controllarlo prima che andassi a letto mi guardava con il suo bel sorriso e mi diceva, “Hello Doctor”, oppure “Hello Nurse”. Di nuovo non ero più suo figlio, ma il medico o l’infermiere dell’ospedale che lo curava.

Quel periodo era ancora più difficile per mio fratello. Quando andava al lavoro papà era ancora a letto e non lo vedeva nello stato buono, invece lo vedeva la sera quando era al peggio. Tristemente questo era la causa di tantissimi litigi tra di noi che cercavamo di nascondere a papà, non sempre con successo purtroppo. Erano litigi che facevano male a tutti, ma ora ho scoperto che erano un attrito naturale per un periodo del genere. Sapevo che mandare papà in una casa di cura sarebbe stata la sua condanna a morte, ma non riuscivo a spiegarlo.

Almeno prima della fine mio fratello ha potuto capire che gli stadi della malattia di papà non erano sempre uguali. Era disoccupato negli ultimi mesi di vita di papà e ha potuto vedere i cambi nel corso della giornata e i motivi dei miei rifiuti di trasferire papà in una casa di cura.

Quando la polmonite che poi lo avrebbe portato via, lo ha colpito potevamo stare  insieme a lui all’ospedale ed eravamo presenti per i suoi ultimi respiri. La sera prima sapevo che papà non c’era più perchè la sua ultima parola era in dialetto e per l’unica volta nella mia vita mi ha chiamato “fijjio”.

Era la fine di un periodo difficile per noi tutti. Tra la scoperta del tumore di mamma e le ultime malattie di papà sono passati sette anni, gli ultimi quattro dei quali sempre dentro e fuori ospedali, cliniche per controlli e cure. Come era difficile anche il periodo dopo nel cercare di riprendere una vita nuova.

Con il passar degli anni sono riuscito a colmare le differenze con mio fratello e ci siamo avvicinati ancora di più agli zii che ci hanno aiutato immensamente. Sono fasi della vita e difficili da raccontrare e spiegare. Inevitabilmente le parole non trasmettono tutto il dolore e l’angoscia dei momenti più difficili. Come le parole non si riesce a trasmettere i cambiamenti che avvengono dentro di te.

Ma bisogna cercare di mettere queste esperienze in parole per far capire a chi sta affrontando ora gli stessi problemi. Era già difficile affrontare la situazione con l’aiuto di mio fratello per avere il tempo di rilassarmi e riprendermi quando necessario, come anche gli zii pronti a ogni assistenza. Non posso immaginare come sarebbe stato affrontare questa situazione da solo.

La vita ci insegna molto e periodi del genere ci forniscono alcune delle lezioni più crudeli, ma sono esperienze che ci formano. Non puoi uscire da prove simili senza trovarti cambiato. Ma soprattutto sono periodi che danno sensazioni importanti come quando vedi gli occhi e il sorriso dei genitori nella malattia e capisci non soltanto che ti amano, ma che sei riuscito a poter esperimere nel modo più importante il tuo amore per loro.

di emigrazione e di matrimoni

The stranger’s eyes

There is always something uncomfortable when you are being watched by a stranger, you do not know what to think and do not know what to say. But there is something even more uncomfortable when the stranger’s eyes are in your father’s face.

During the final phase of mamma’s sickness none of us quite understood what papà was truly going through. We thought it was one of his usual ailments, especially the infections that struck him regularly.

In fact, when mamma went to the hospital for the last time papà was already there and they put her in a ward on the same floor where he was. Every morning the nurses told us that he overcame his physical problems to go alone, after midnight, to be with her.

After mamma passed away he improved physically and so we understood that a part of his problems was due to his seeing her suffer. But on focusing on her we did not understood papà’s torment and slowly we realized we had also underestimated the terrible condition that had struck him.

The first time I prepared dinner for him and my brother papà he walked into the kitchen, he took a look at the table that had been set for three and asked “Where are the others?” I answered with another question, “Mamma is not here anymore, don’t you remember?”, “Oh yes, that’s true” A few days later the same scene was repeated in the same way and then once more, but with another question, “Where are they at Grazìa?” With that question I knew he was no longer, at least not always.

Grazìa was the name of his family’s farm in Calabria and he expected to see ten other people around the table, his parents and his brothers and sisters. From that moment I found myself forced to deal with a cruel reality, dementia. I wonder which brother he saw at the stove getting dinner ready but I am certain of one thing, he did not see his son.

During my community work I had held a number of positions in the committee of a welfare group for the Italian community in our city of Adelaide in Australia. When this group began to organize meetings to support the carers of aged people I never dreamed that one day I would be one of those carers. Just as I did not imagine that I would finally understand a phrase I had heard spoken repeatedly by the carers and welfare workers, “Until it hits one of your relatives you will never know what it means” These words express a profound truth.

We spoke Italian at home and not in dialect as is usual for Italian families in Australia because papà came from Calabria and mamma from Lazio. But in the three years of Papa’s sickness the language he used changed.

During that period he woke up fairly aware of where he was, he treated me as he usually did and he spoke to me about every day things. Unfortunately, as the day went by his mind suffered and the world he saw around him changed. By the evening he was confused, he did not speak coherently and often repeated the same things. When night came and I checked on him before going to bed he would look at me with his nice smile and say, “Hello doctor” or “Hello nurse”. Once again I was no longer his son but the hospital doctor or nurse who treated him.

That period was even harder for my brother. When he went to work papà was still in bed and he did not see him in his good state. Instead he saw him in the evening, when he was at his worst. Sadly this was the cause of many arguments between us that we tried to hide from papà, not always successfully unfortunately. These arguments hurt everyone, but I now know that this is normal for such periods. I knew that putting papà into a nursing home would have been a death sentence for him but I could not explain why.

At least before the end my brother understood that the stages of papà’s condition were not always the same. He was out of work during papà’s final months and saw the changes as the day went by and the reasons for my refusal of putting papà into a home.

When the pneumonia that took him away struck we were together with him in the hospital and we were present for his last breaths. The previous evening I knew that papà was no longer with us because his final word was in dialect and for the only time in my life he called me “fijjio”.

It was the end of a difficult period for us all. Ten years passed between the discovery of mamma’s tumour and papà’s last disease, the final four always in and out of hospitals and clinics for checkups and treatment. Just like the period after was also hard as I tried to resume a new life.

With the passing of the years I have overcome the differences with my brother and we have come closer to the uncle and aunt who had helped us immensely. These are hard stages of life to tell and explain. Inevitably words do not pass on all the pain and anguish of the hardest moments. Just as words cannot convey the changes inside you.

But we must try to put these experiences into words to make it clear to those who are dealing with these problems now. It was already hard dealing with the situation with the help of my brother to have the time to relax and recover when necessary, just as were the uncle and aunt were always ready to help. I cannot imagine what it would have been like dealing with this situation on my own.

Life teaches us a lot and periods like these give us some of the cruellest lessons but these experiences shape us. You cannot come out the trials like these without being changed. But above all they are periods that give important emotions like when you see your parents’ eyes and smiles during their sickness and you understand not only that they love you  but that you managed to express your love for them in the most important way.

Ucai e Prap Triveneto avviano il progetto Exodus per riportare a casa i detenuti africani

Ricondurre in Africa le persone detenute nelle carceri italiane che vogliano far ritorno nelle comunità di origine, dopo un’adeguata formazione in ottemperanza dell’art. 27 della nostra Costituzione

C’è un solo modo per ‘togliere il disturbo’ e continuare la propria vita onestamente anche quando si è commesso un errore tale da finire agli arresti in Italia. L’unico modo è tornare nel proprio paese, lasciato con tanto dolore, sapendo di avere la possibilità di lavorare perché si è stati adeguatamente formati nel percorso di pena per reato commesso nel paese ospitante. In questo caso l’Italia. Ne è convinto Otto Bitjoca, presidente di Ucai, Unione delle comunità Africane in Italia, che sta portando avanti da tempo un progetto tanto ambizioso quanto cartesiano, in sinergia con il Provveditorato della Amministrazione Penitenziaria del Triveneto e l’organizzazione Diritti in Movimento Toscana. Se ne è parlato durante il convegno di pochi giorni fa a Padova presso la Sala Anziani di Palazzo Moroni, dove è stato firmato il primo documento di avvio. Il progetto Exodus si sviluppa fondando su due pilastri essenziali. Il primo è l’articolo 27 della nostra Costituzione che evidenzia: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Il secondo pilastro di Exodus, ancora più essenziale, sta nel fatto che ogni Africano emigrato in Italia ha un grande desiderio di tornare a casa, dalla quale non sarebbe mai partito se avesse avuto un lavoro ed una vita dignitosa. A questo si deve aggiungere un dato reale, che in realtà viene sottaciuto spesso per motivi politici: nelle nostre carceri la presenza africana si attesta al 17% di quella straniera, e per la maggioranza dei casi si tratta di persone che hanno commesso reati di lieve entità, solo per sopravvivere. La maggior parte di loro sono reclusi perché, in attesa di giudizio e senza residenza, non potrebbero andare altrove. Un costo enorme per l’amministrazione pubblica che il progetto di Bitjoca potrebbe diminuire notevolmente.

In questa ottica il sistema penitenziario italiano potrebbe contribuire a favorire il percorso di rimpatrio sfruttando meglio l’esperienza della detenzione con l’acquisizione di capacità professionali dei detenuti, necessarie a svolgere attività nei settori strategici dell’agricoltura, nell’artigianato e in tutti i lavori che richiedano competenze di base. Tali professionalità sarebbero poi volano della vocazione agricola e artigianale dei Paesi africani coinvolti e consentire obiettivi miglioramenti della vita in quelle società. Da questo punto di vista lo stesso Otto Bitjoca, presidente di Ucai ed economista che ormai da più di 40 anni vive a Milano, si farebbe carico degli interscambi con una serie di Paesi Africani che anelano alla crescita economica e riconoscono la necessità di un know how dall’occidente. Quale migliore occasione se non i propri ‘figli’ che tornano a casa con una formazione fondamentale per lo sviluppo economico dei loro territori?

Un progetto Exodus che a conti fatti è davvero la via maestra per aiutare in senso costruttivo il Continente Africano, rispettandone la dignità ed incentivandone lo sviluppo economico. Un progetto non semplice per chi interpreta l’Africa e la diaspora dei suoi popoli verso l’Europa come un ‘Business’ da gestire, e attraverso il quale lucrare guadagni senza risolvere il vero problema in diritti umani: il popolo Africano ha il sacrosanto diritto di costruire paese per paese la sua democrazia, e per farlo ha bisogno di rendersi indipendente dagli antichi colonizzatori in termini di economia, lavoro e capacità di sviluppo.

Tra le autorità che fino ad oggi hanno aderito con entusiasmo e lungimiranza all’idea di Ucai, oltre al Provveditorato per il Triveneto, anche Enrico Sbriglia, provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, Armando Reho, direttore dell’Ufficio Detenuti e Trattamento, e lo psichiatra Mario Iannucci insieme alla collega Gemma Brandi, coordinatrice di Diritti in Movimento Toscana e membro del tavolo istituito dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a tutela dei fragili il 9 gennaio scorso.

Tra le attività formative che si vorrebbero ‘esportare’ in Africa perché utili a quei territori, sono state evidenziate quelle per la realizzazione di call center governativi, imprese cooperative per la panificazione e produzione di prodotti da forno, per la trasformazione di semilavorati industriali e soprattutto per attività di carpenteria in ambito edilizio: muratori, piastrellisti, idraulici ed elettricisti, particolarmente carenti in quei Paesi.

Tra gli Istituti di pena coinvolti che dovranno realizzare classi omogenee di formazione professionale figurano per ora la Casa di Reclusione di Padova, la Casa Reclusione femminile di Venezia e le sezioni di Reclusione degli istituti di Verona, Treviso e Udine. Per ottenere l’indispensabile collaborazione, nel progetto saranno coinvolte le regioni del Triveneto e la Cassa delle Ammende

La musica della “Human Rights Orchestra”: i “Musicisti senza frontiere” per i diritti umani degli emarginati dalla società

Questa straordinaria compagine orchestrale nasce da un’iniziativa dell’Associazione culturale Eleuthera, che utilizza la musica come riscatto sociale ed educativo.

Quando si parla di musica risulta ancora difficile pensare a una risorsa spendibile socialmente nel nostro paese, in cui la stessa classe politica è ferma a una concezione di quest’arte ludica e superficiale. Un’ennesima conferma di ciò risulta essere la sempre poca pubblicità riservata alla “Human Rights Orchestra”, costituita da musicisti provenienti dalle maggiori orchestre di Vienna, Berlino, Amsterdam, Londra e Milano e diretta dal M° Alessio Allegrini (noto soprattutto per essere anche il Primo Corno Solista dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia). Questa straordinaria compagine orchestrale nasce da un’iniziativa dell’Associazione culturale Eleuthera, che utilizza la musica come riscatto sociale ed educativo.

Presidente di Eleuthera è sempre il M° Allegrini, il cui impegno civile e sociale lo vede presente in vari Stati del mondo a sostegno di progetti che investono sull’educazione musicale come strumento per costruire una società migliore, soprattutto più attenta e sensibile ai diritti umani dei deboli, degli sfruttati e degli emarginati, insomma, dei tanti “ultimi” troppo spesso non visibili o ignorati sul nostro pianeta.

Il progetto dei “Musicisti senza frontiere”

Sopra: Alessio Allegrini.

 

Allegrini ha iniziato le sue collaborazioni più significative in questo campo contribuendo per anni, come solista e Maestro preparatore, all’Orchestra Juvenil “Simón Bolívar”  del Venezuela, diretta dal M° Gustavo Dudamel e fondata da Jose Antonio Abreu. Com’è noto, questa dimensione orchestrale ha consentito a più di 250 mila ragazzi provenienti da famiglie povere o emarginate di avere accesso alla musica e ad una valida educazione musicale, ergendosi a modello di riferimento per chiunque volesse realizzare un’attività simile.
Sicuramente ispirandosi anche a una realtà del genere, nel 2009 Allegrini ha dato vita, insieme ad altre sette associazioni attive in Giappone, Venezuela, Palestina, Francia, Slovacchia e Svizzera, a un movimento libero e autogestito denominato “Musicisti senza frontiere”, il cui scopo è appunto quello di promuovere e sostenere in musica la conquista e la difesa dei diritti umani previsti dalla Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite.
A tal proposito, poco dopo la nascita del suo progetto, il Maestro dichiarò al quotidiano La Repubblica: «La nostra orchestra nasce per diffondere la cultura dei diritti umani e nasce a Roma perché questa città rappresenta la sintesi perfetta tra esperienze lontane solo geograficamente: ciò che Antonio Abreu fa a Caracas per i diritti umani è simile a ciò che Ramzi Aburedwan fa insegnando la musica ai bambini palestinesi dei territori occupati. Si trattava di far dialogare queste esperienze».
Nel comitato d’onore del movimento inoltre ci sono, tra gli altri, Daniel Barenboim e Martha Argerich. 
Così è nata la “Human Rights Orchestra”, un gruppo di musicisti provenienti da diverse aree del mondo e fortemente convinti dell’estrema portata pedagogica e rieducativa della musica.

I programmi e le iniziative di Eleuthera

Oltre a presentare programmi che includono anche opere commissionate appositamente per le performances e relative sempre al tema dei diritti umani, l’orchestra devolve il ricavato dei biglietti dei concerti – cui contribuiscono solisti del calibro di Isabelle Faust, Ilya Gringolts ed Hélène Grimaud – ad associazioni locali e internazionali (ad oggi circa 18 in 13 paesi), che supportano persone emarginate.
Nello stesso ambito di Eleuthera è nata anche la “Human Rights Band”, formata da clarinetto, basso, accordion, pianoforte, percussioni e due voci; i suoi programmi prevedono musiche rappresentative di diverse religioni, etnie, nazionalità e paesi.
Fra le tante attività musicali di supporto a donne, uomini e giovani nei campi profughi e nelle carceri minorili, segnaliamo i corsi di musica per i bambini rifugiati presso il campo di Thessaloniki (GRC), i vari workshops negli SPRAR di Roma, Civitavecchia, Sora e Bologna e il progetto di insegnamento annuale agli studenti delle scuole secondarie Last Land, promosso a Lucerna (e in partnership con il celebre Lucerna Festival) per commemorare il terribile genocidio in Ruanda.
A livello mondiale è particolarmente degna di nota la collaborazione con Ramzi Aburedwan, giovane musicista palestinese presidente dell’Associazione culturale franco-palestinese “Al Kamandjati” (“Il Violinista”) e operante in Palestina con l’obiettivo di far nascere scuole di musica nei territori occupati e nei campi profughi.
In Giappone, invece, nell’ambito di un progetto umanistico ideato insieme al sociologo e professore di diritti umani Shizuo Matsumoto, Allegrini ha fondato e diretto, presso la Symphony Hall di Osaka, una nuova orchestra formata da ragazzi e ragazze giapponesi e un Club di 88 cornisti, al fine di creare nuove possibilità di scambio tra la cultura giapponese e quella italiana.
Non potevano mancare infine, fra i partners a supporto dei progetti umanitari, Emergency e l’Unicef, associazioni imprescindibili nel campo dei diritti umani.

Sperando che delle iniziative così straordinarie nei loro intenti possano continuare le varie attività musicali con estremo profitto, noi della Lidu onlus ci auguriamo di vederne nascere e prosperare molte altre in futuro, soprattutto nelle tante realtà bisognose del nostro pianeta. 

Aleppo, la città liberata

Otto anni di guerra, migliaia di morti tra cui molti bambini.

di Paolo Buralli Manfredi e Joe Cossari, Melbourne – Australia

In tutti questi anni la città di Aleppo è stata per il mondo intero una delle città simbolo della guerra in Siria, migliaia di ore si sono consumate nei talk show per spiegare quanto il dittatore Bashad al-Assad fosse crudele con la propria popolazione e quanto l’esercito siriano, abbia ucciso senza pietà donne e bambini in una guerra che veniva combattuta contro l’esercito del califfato, conosciuto in tutto il mondo col nome di ISIS.

Il mainstream ci ha raccontato allo sfinimento le sofferenze dei civili di Aleppo, ci hanno martellato con immagini di distruzione, ci hanno fatto vedere bimbi dopo i bombardamenti sporchi di calcinacci, insanguinati ed impauriti.

Ci hanno raccontato dell’attacco col gas a Duma in Siria il 7 Dicembre 2018 che il “ Dittatore Bahsad al-Assad“ avrebbe ordinato contro la sua stessa popolazione, immagini che hanno fatto il giro del mondo coi famosi caschi bianchi che erano impegnati nel salvataggio dei civili, nella sostanza ci hanno direzionato, comunicazionalmente, in una precisa direzione per convincerci che esiste una parte buona, “ l’Occidente, le forze NATO” ed una parte orribile, Bashad al-Assad e i suoi alleati Russi. Ma è evidente che nelle guerre non esistono buoni né cattivi ma solo morte e desolazione da una parte e dall’altra.

Come sempre cerchiamo solo di far riflettere le persone e quindi ci chiediamo: cosa non ci hanno raccontato con la stessa forza e persuasione?

Non ci hanno raccontato che, l’accusa ad Bashad al-Assad sull’utilizzo di armi chimiche probabilmente era una menzogna, perché,  in seguito a quell’attacco Wikileaks veniva in possesso di emails uscite direttamente dai  vertici dell’OPAC (Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche), dove un alto funzionario chiede ad un suo sottoposto di modificare e cancellare i dati tecnici sulle rilevazione dei gas presenti in quell’attacco, dati tecnici, che escludono l’uso del gas sotto accusa, mettendo in forte discussione l’intera organizzazione dell’OPAC e scagionando Bashad al-Assad.

Una notizia del genere avrebbe dovuto essere gridata al mondo intero, visto che già in passato si utilizzò una menzogna identica per attaccare l’Iraq, tutti voi ricorderete la fialetta mostrata da Collin Powell come prova dell’utilizzo da parte di Saddam Hussein di armi chimiche, che diede il via alla guerra all’Iraq ancora oggi non  terminata, anni dopo ci dissero che quella fu tutta una messa in scena priva di verità, e ancora oggi nessuno è stato in grado di dire con certezza cosa conteneva quella fialetta e forse neanche Collin Powell ne aveva e ne ha la minima idea.

Perché l’intervista della dirigente RAI e Giornalista Monica Maggioni concordata con Bashad al-Assad, che doveva essere messa in onda in una data ben precisa sul canale RAI News 24, oltre ad essere stata ritardata è finita su Raiplay, ovviamente con meno utenza?

A questa domanda noi non riusciamo a trovare una risposta ragionevole, unico pensiero è quello che la RAI, avrebbe potuto subire delle pressioni internazionali per non pubblicarla nei tempi concordati, limitandone la visione ad un pubblico meno numeroso, con lo spostamento da RAI NEW 24 a Raiplay.

Di seguito l’intervista

 

Ovviamente ci sarebbero altre cento domande da fare a questo sistema d’informazione che, dà l’idea, a volte, di non avere libertà di movimento, ed oggi a quattro giorni dalla liberazione dal califfato (ISIS) da parte dell’esercito Siriano ad Aleppo, siamo rammaricati del fatto che non ci siano testate giornalistiche che abbiano avuto la forza  di pubblicare e trasmettere i festeggiamenti di Aleppo, festeggiamenti di un popolo stremato che gioisce sperando di tornare ad una vita migliore dopo quasi 8 anni di guerra, e soprattutto ci si rammarica per aver visto immagini che trasmettevano  la sofferenza dei bambini, utilizzate dalle televisioni per emozionare i telespettatori, mentre oggi quelle stesse televisioni non hanno trasmesso le immagini di quegli stessi bimbi che gioiscono per la fine di un assedio che ha rovinato la loro infanzia per sempre.

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