Salvamamme: Open Fiber a sostegno delle famiglie fragili con assistenza per 150 neonati

Incontro dell’AD dell’azienda, Elisabetta Ripa, con neomamme e volontari nella sede di Via Ramazzini

L’AD dell’Azienda Open Fiber, Elisabetta Ripa, e il suo management, insieme a Pierluigi Sassi, presidente Associazione Impresa Sant’Annibale, hanno voluto incontrare operatori, volontari e le mamme dell’Associazione Salvamamme per  trascorrere un pomeriggio di consegne speciali di pacchi dono con alimenti, vestiario caldo per le famiglie e soprattutto il necessario per i piccoli neo arrivati venuti alla luce durante il lockdown o che si aprono al mondo in questi giorni difficili, con mamma e papà ancora fragili e impotenti di fronte alla crisi.

Entro la fine di ottobre saranno sostenuti più di 150 neonati e tanti altri saranno aiutati grazie all’azienda che è venuta in aiuto al Salvamamme che per mesi a causa del covid ha fatto l’impossibile con la consegna di pacchi a domicilio ed ora aveva bisogno di nuove energie e sostegno concreto. 

Tanti nuclei familiari a causa dell’epidemia hanno perso il lavoro o chiuso un’attività e non riescono ad affrontare le spese indispensabili per il nuovo nato, e tante mamme molto spesso non sono riuscite a seguire una sana nutrizione negli ultimi mesi della gravidanza, rischiando danni per sé stesse e per il bebè.

“Aver aiutato tante famiglie in un momento così delicato ci ha donato grande gioia e soddisfazione. Sono orgogliosa di guidare un’azienda fatta di persone che hanno dimostrato di avere a cuore i più deboli sostenendoli con gesti concreti” – dichiara soddisfatta Elisabetta Ripa, Amministratore delegato della compagnia di telecomunicazioni.

Con il suo intervento l’azienda ha permesso, non solo un aiuto concreto ai bimbi, ma anche l’avvio di un laboratorio di sartoria e del marchio Gruccix a cura dell’Impresa Sant’Annibale, storico partner di Salvamamme, che vuole formare persone fragili ed in grosse difficoltà economiche, creando così un paracadute per chi si è trovato, e tuttora si trova, a vivere una scoraggiante realtà. 

“Grazie ad Open Fiber che ci sta fornendo gli strumenti indispensabili per far crescere neonati belli e sani – commenta Grazia Passeri, presidente del Salvamamme – per incidere positivamente nel prossimo futuro occorre restituire prima di tutto speranza e dare il segno di una solidarietà concreta”.

Emergenza Covid19. La Cisl Medici Lazio evidenzia: tamponi a raffica ma poi non ci sono i tracciamenti

‘Si continua a rincorrere il Covid: ispezioni preventive se ne fanno o si agisce solo tardivamente dichiarando zona rossa e chiudendo RSA?’ la riflessione in un comunicato di Luciano Cifaldi, primario oncologo, Segretario Cisl Medici Lazio

‘Quello che sta accadendo è la prova provata che non si sta investendo nella medicina territoriale e neanche nei dipartimenti di prevenzione cioè quelli che si occupano di igiene pubblica’ – dichiara in un comunicato Luciano Cifaldi, segretario generale della Cisl Medici Lazio .

‘Vorremmo che qualcuno ci spiegasse a cosa serve fare migliaia di tamponi se poi non si riescono a fare i tracciamenti. A questo punto a cosa serve sapere che c’è il tampone positivo e magari saperlo anche a diversi giorni di distanza dal prelievo. I vari cluster nella nostra regione stanno a significare che si continua a rincorrere il Covid: ispezioni preventive se ne fanno o si agisce solo tardivamente dichiarando zona rossa e chiudendo RSA?’

‘Il mancato potenziamento della medicina del territorio – prosegue la nota della Cisl Medici Lazio – comporta che i pronto soccorso continuano a riempirsi e gli ospedali vengono riconvertiti in strutture Covid. Intanto si riducono e vengono sospese le attività quotidiane di elezione e le liste di attesa si allungano. Le altre malattie, quelle cardiovascolari, quelle tumorali non vanno certo in vacanza e continuano a colpire le persone che però vedono ristretta la possibilità di un adeguato accesso alle cure in termini di tempistica. Visto che la situazione è eccezionale allora sono necessari approcci eccezionali’.

‘Occorre trasformare i rapporti di lavoro degli operatori della sanità da determinati ad indeterminati, attingere dalle graduatorie esistenti per colmare i vuoti in organico, trasformare il rapporto degli specialisti ambulatoriali in tempo pieno a 38 ore. Non è più tempo di eroismi e neppure di eroi. Il personale nella sanità sta lavorando in condizione di grave stress e di autentico pericolo per la propria salute e per quella dei propri familiari. Eh si perché medici ed infermieri hanno una propria vita al di fuori del lavoro anche se questo può sembrare strano in tempi di lockdown’.

Covid19: le competenze fanno le differenze

Chi decide la vita degli Italiani? E’ polemica sul Comitato Tecnico Scientifico nominato dal Governo: non c’è il virologo

Di Paolo Buralli Manfredi

Negli ultimi giorni sono riapparsi i ben noti DPCM, comunicati come al solito a sera inoltrata. Ma come nasce un DPCM e soprattutto chi delinea le regole che vengono introdotte nei DPCM?

Nei quotidiani nazionali più di una volta abbiamo visto la fotografia del grande tavolo ovale dove il Presidente del Consiglio siede insieme al ‘famoso’ Comitato Tecnico Scientifico che, dopo avere elaborato le strategie per limitare il virus in base alle singole specifiche competenze, mostra al Presidente Conte come si dovrà procedere nello scrivere le regole del DPCM.

È chiaro dunque che la differenza tra un DPCM vincente ed uno perdente la fa la competenza di coloro che scrivono le regole dello stesso, e dunque è doveroso capire come un Governo dovrebbe scegliere gli esperti che dovranno durante la pandemia decidere quali linee bisognerà adottare per contenerla e quindi, abbiamo cercato di capire quale strumento bisognerebbe usare, oltre al Curriculum Vitae ovviamente, per capire a quali scienziati andrebbero affidate le vite di una nazione e del suo popolo.

Cercando nella pubblicazione di riviste scientifiche abbiamo trovato che per comodità e velocità di ricerca, lo strumento più utilizzato per capire quanto vale uno scienziato a livello internazionale è la classifica scientifica dove vengono riportati i punteggi dall’alto verso il basso, punteggi che vengono assegnati agli scienziati in base alle ricerche svolte dagli stessi ed alle pubblicazioni che riportano il loro primo o ultimo nome come selezione principale, o nome all’interno delle stesse accettate come secondo parametro; altro metro di misura che determina i punteggi è in quale rivista scientifica, più o meno accreditata, è stata accettata la pubblicazione del lavoro scientifico effettuato. Tale punteggio ha come sigla H- Index.

V’è da dire anche che un altro criterio di valutazione essenziale che determina la reputazione degli scienziati, i cui nomi sono pubblicati all’interno della classifica a punti, è quello che, per essere considerato uno scienziato che può effettivamente essere preso in considerazione per le sue ricerche scientifiche, deve almeno avere un punteggio (H- Index) superiore a 50.

Detto questo siamo andati a vedere quale punteggio è assegnato a coloro che vengono interpellati negli show televisivi e soprattutto quelli che sono nel CTS, che determinano in base alle loro scelte la vita degli Italiani e la loro sicurezza ed ahinoi, purtroppo, sia nel primo che nel secondo caso le classifiche degli scienziati interpellati dai media e scelti nel comitato tecnico scientifico non rientrano nei parametri precedentemente spiegati. Tra coloro che spesso appaiono nei nostri talk show sull’argomento covid19, solo uno scienziato tocca quota 51 punti, il Professor Galli, a scuola direbbero appena sufficiente, mentre gli altri non raggiungono quota 50 e molti non sono neanche menzionati nella classifica. Quindi la comunicazione sui media è estremamente carente di quella professionalità richiesta dal difficile momento.

Ci si domanda altresì se le privazioni delle libertà individuali e le regole che il CTS impone ai cittadini Italiani, siano davvero corrette o necessarie per salvare vite umane, visto che chi le emette non ha i requisiti minimi richiesti dalla scienza per essere considerato un esperto in materia di virus letali. Eh sì perché tra gli esperti del CTS, pur con specifiche componenti scientifiche certificate, non esiste un virologo.

Se siamo sotto assedio da parte di un virus, quali sono gli scienziati nel CTS, selezionati dal Governo, che sono virologi e che hanno un punteggio nella classifica degli scienziati almeno superiore a 50?

In realtà nessuno poiché gli esperti nominati operano in altri campi medici e sono:

Massimo Antonelli, Direttore del Dipartimento emergenze, anestesiologia e rianimazione del Policlinico Universitario “A. Gemelli”; H index 77.

Roberto Bernabei, Direttore del Dipartimento Scienze dell’invecchiamento, neurologiche, ortopediche e della testa – collo del Policlinico Universitario “A. Gemelli”; H-Index: 89

Fabio Ciciliano, dirigente medico della Polizia di Stato, esperto di medicina delle catastrofi – con compiti di segreteria del Comitato;

Ranieri Guerra, rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità;

Francesco Maraglino, Direttore dell’Ufficio prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale del Ministero della salute

Luca Richeldi, Presidente della Società italiana di pneumologia; h-index: 54;

Perché mai gli Italiani dovrebbero sottostare a regole dettate dal CTS o dagli scienziati interpellati dai media se, sia nel CTS che per gli scienziati che vanno in TV,  non ci sono virologi o ricercatori sui virus  che toccano almeno quota 50 nella classifica mondiale della scienza?

La selezione effettuata dal Governo per costituire il CTS e gestire l’emergenza Covid19, stando ai curriculum ed alle specifiche di ogni professionista nominato, non ha rispettato i criteri che tengono in considerazione il valore scientifico mondiale dato ad ogni scienziato dall’unica classifica che determina l’attendibilità degli stessi. Certo è che in elenco non ci sono virologi quotati a livello internazionale che superino quota 50 in termini di h-index e questo oltre ad essere una realtà di fatto, è abbastanza inquietante.

Le ricette della discordia – The Recipes of Disagreement

di emigrazione e di matrimoni

Le ricette della discordia

Chiunque abbia viaggiato fuori dal nostro paese sa che i piatti che trova spesso non sono quelli che ci aspetteremmo dalla cucina italiana.

Siamo un popolo che litiga su qualsiasi soggetto come il calcio, programmi televisivi e la politica, ma c’è un soggetto che ci fa litigare più di qualsiasi altro, la cucina. Ci mettiamo a litigare sugli ingredienti, le spezie da utilizzare e le ricette precise. Siamo tutti d’accordo solo su una cosa, che la nostra cucina è la migliore del mondo e per questo motivo l’abbiamo esportata in tutto il mondo. Ma è davvero così?

Chiunque abbia viaggiato fuori dal nostro paese sa che i piatti che trova spesso non sono quelli che ci aspetteremmo dalla cucina italiana. Troviamo pasta scotta, quantità di salse in un piatto che in Italia basterebbero per una famiglia intera e ingredienti che non si trovano in Italia.

Queste scoperte ci fanno apprezzare due aspetti fondamentali della nostra cucina che spesso sottovalutiamo. Il primo è ovviamente la qualità dei nostri ingredienti. La bistecca a Firenze è straordinaria non solo per la cottura, ma soprattutto per l’animale specifico dal quale prendiamo la carne e lo stesso vale per un piatto soltanto apparentemente semplice, la pizza margherita in tutta la sua gloria con la mozzarella che nessuno fuori del nostro paese è riuscito a replicare. Il secondo aspetto della nostra cucina è la diversità incredibile di modi di cucinare piatti  che cambia non solo da regione a regione, ma da paesino a paesino.

Basterebbe vedere cosa troviamo se mettessimo a cucinare una salsa che si chiama “ragù”. Utilizzo la parola “salsa” con cautela perché non ho dubbi che molti considerano il loro ragù molto di più di una semplice salsa…

Sarebbe facile per uno straniero pensare che questa parola descriva una salsa specifica, ma sappiamo che non è così. Ovviamente il più famoso nel mondo è quello “bolognese” fatto con carne macinata, però, se mettiamo insieme emiliani e romagnoli sarebbe facile iniziare un dibattito acceso su come farlo, dalla miscela di carne, se mettere o no mortadella o carne di salsiccia, quali spezie e persino se utilizzare vino rosso o vino bianco per sfumarlo. Senza dimenticare la ricetta registrata alla Camera di Commercio di Bologna che dice di aggiungere il latte durante la cottura che sconvolgerebbe molta gente in Italia, così come all’estero. Poi, se andiamo in altre regioni d’Italia vediamo ragù con pezzi di carne intera, non solo bovina e/o suina, ma anche pollo e altre carni.

Tutte queste ricette per il ragù hanno in comune tempi di cottura lunghissimi. Infatti Eduardo de Filippo utilizza proprio questa cottura lunghissima della tradizione napoletana, nel suo caso una notte intera, come parte integrale della sua celebre commedia teatrale “Sabato, domenica e lunedì”.

Poi, per confondere la situazione ancora di più, i nomi e tipi di pasta e piatti cambiano con la stessa regolarità man mano che viaggiamo per il paese. La semplice “zeppola” ha mille forme e tipi, dolci e salati, con e senza acciughe e variazioni personali.

Tutto questo crea una cucina italiana ricchissima di tradizioni e di gusti, perciò sarà mai possibile esportare una cucina solamente italiana all’estero?

Purtroppo, malgrado la buona volontà dei nostri ristoratori in giro per il mondo e quei turisti italiani che sognano di poter mangiare i loro piatti preferiti in locali italiani all’estero, la risposta deve essere per forza che non è sempre possibile.

In quei casi dove è possibile trovare ingredienti, come carni, pesci e formaggi simili ai nostri, i loro gusti sono diversi per la natura dei prodotti, dei pascoli, l’acqua e anche le razze di animali. Per i formaggi il discorso diventa ancora più complicato. Nel caso della mozzarella soprannominata abbiamo avuto le prove da tentativi americani di replicare la produzione delle mozzarelle di bufala campane con l’esito non hanno lo stesso gusto del prodotto italiano. Un risultato non sorprendente e per questo motivo ogni giorno aerei trasportano mozzarelle campane in altri paesi per clienti che possono permettersi il lusso di acquistarle. E qui si aggiunge l’altro aspetto che cambia alcune modalità della nostra cucina all’estero.

Regole di igiene e prodotti alimentari cambiano da paese a paese e dunque il prodotto che viene esportato in altri paesi deve essere necessariamente diverso dal prodotto italiano originale. Questo ovviamente ha un effetto importante sui formaggi, ma ha effetto anche in altri prodotti come gli insaccati.

Per questi motivi tanti ristoratori devono considerare ingredienti locali che si adattano bene a ricette italiane e creano fusioni culinarie buonissime, ma che non possiamo certamente definire interamente italiane.

Poi, una considerazione fondamentale è quello dei gusti dei clienti. Noi italiani siamo cresciuti nelle nostre tradizioni di come si mangia, delle combinazioni di ingredienti e anche come vengono presentati e mangiati i piatti. I clienti all’estero, la stragrande maggioranza dei clienti dei locali italiani all’estero, non hanno le stesse tradizioni e quindi i ristoratori devono modificare di nuovo le loro ricette. Per dare un esempio specifico di prodotto italiano modificato per l’estero, la ricetta della Nutella cambia da paese a paese in base ai gusti dei clienti in ciascun paese.

Questi cambiamenti alla cucina vanno dai tempi di cottura della pasta, spesso scotta per i gusti italiani, all’esclusione di prodotti suini in Israele e paesi musulmani, come anche le quantità di salse e le porzioni da servire. Chi va nei paesi anglosassoni scopre che i clienti hanno la scelta tra due misure di primi, l’entrée più piccolo per chi vuole fare più di una portata e il primo piatto “intero” per chi vuole mangiare solo pasta oppure una porzione più grande. Un’usanza che devo ammettere non è necessariamente sbagliata.

Per questi motivi sarebbe difficile istituire una certificazione DOC per la cucina italiana all’estero come il governo giapponese intende fare con la loro cucina, soprattutto sushi e sashimi. Per gli stessi motivi turisti italiani che intendono mangiare in locali italiani durante un viaggio devono capire che non possono aspettarsi gli stessi piatti che mangerebbero a casa.

Come la nostra Cultura, la cucina è una gloria del nostro paese, ma sarebbe sbagliato pensare che sia possibile esportarla all’estero in un modo identico al prodotto italiano. Però questo non cambia l’importanza economica e culturale della crescita dei ristoranti italiani all’estero.

L’esportazione di prodotti alimentari italiani all’estero dà un contributo importantissimo alla nostra economia e crea un grandissimo numero di posti di lavoro. Poi, dobbiamo essere fieri che i migliori cuochi del mondo prendono ispirazione dalle nostre ricette e prodotti. Infatti, non è proprio un caso che molti di loro lavorano in Italia all’inizio della loro carriera per imparare meglio l’Arte della cucina.

Siamo realisti nelle nostre aspettative quando andiamo all’estero. I nostri piatti cambiano da locale a locale e persino da famiglia a famiglia in Italia. Allora, come possiamo mai aspettare e pretendere che non cambino all’estero?

 

di emigrazione e di matrimoni

The Recipes of Disagreement

Whoever travels outside our country knows that the dishes they find are often not those we expect from Italian cooking

We are a people who argue about any subject such as football, TV shows and politics but there is one subject that makes us argue more than any other, cooking. We start arguing over ingredients, which spices to use and the exact recipes. We agree on only one thing, that our cuisine is the best in the world and for this reason we have exported it to the whole world. But is this truly so?

Whoever travels outside our country knows that the dishes they find are often not those we expect from Italian cooking. We find overcooked pastas, quantities of sauce in the dish that would be enough for a whole family in Italy and ingredients that are not found in Italy.

These discoveries make us appreciate two fundamental aspects of our cuisine that we often underestimate. The first is obviously the quality of our ingredients. The bistecca (large T-bone steak) in Florence is extraordinary not only for the cooking but above all for the specific animal from which we obtain the cut of meat and this applies also to a dish that is only apparently simple, the Margherita pizza in all its glory with mozzarella that nobody outside Italy has managed to replicate. The second aspect of our cuisine is the incredible diversity of methods of cooking dishes that change not only from region to region but also from small town to small town.

It would be enough to see what we find if we were to cook a sauce called ragù. I use the word “sauce” with caution because I have no doubt that many consider their ragù much more than a simple sauce…

It would be easy for a foreigner to think that this word describes a specific sauce but we know that this is not so. Obviously the most famous ragù in the world is the sauce known overseas as “Bolognaise sauce” made of mince meat but if we put together people from Emilia and from the Romagna it would be easy to start a fiery argument about how to make it, from the mix of meat, to whether or not to use mortadella or sausage meat, which spices and even if you use red or white wine to add to it. Without forgetting the recipe registered at Bologna’s Chamber of Commerce that says to add milk during the cooking which would horrify many people in Italy, let alone people overseas. And then, if we go to other regions in Italy we see ragù made with whole pieces of meat, not only beef and/or pork but even chicken and other meats.

All these recipes for ragù have one thing in common, long cooking times. In fact, Eduardo de Filippo used the very long cooking time of the Neapolitan tradition, in his case a whole night, as an integral part of his famous stage play “Sabato, domenica e lunedì”. (Saturday, Sunday and Monday).

And then, to confuse things even more, the names and the types of pasta and dishes change regularly as we travel around the country. The simple “zeppola” has a thousand forms and types, sweet and savoury, with and without anchovies and personal variations.

All this creates an Italian cuisine that is rich in traditions and taste, therefore how will it ever be possible to export purely Italian cuisine overseas?

Unfortunately, despite the good will of our restaurateurs around the world and those Italian tourists who dream of being able to eat their favourite dishes in Italian premises overseas the reply must necessarily be that this is not always possible.

In those cases in which it is possible to find ingredients, such as meats, fish and cheese similar to ours, the taste is different due to the nature of the products, the pastures, the water and even the type of animal. For cheese the discussion becomes even more complicated. In the case of mozzarella mentioned above we have proof from the attempts in America to replicate the production of buffalo milk mozzarella from the Campania region that the outcome does not have the same taste as the Italian product. This is not a surprising result and for this reason planes transport mozzarella from Campania overseas for the customers who can afford the luxury.  And here we add the other aspect that changes some aspects of our cuisine overseas.

Hygiene regulations and food products change from country to country and therefore the product that is exported to other countries must necessarily be different from the original Italian product. This obviously has a major effect on the cheeses but this also has an effect on other products such as smallgoods such as prosciutto and salami.

For these reasons many restaurateurs must consider local ingredients that are well suited to Italian cooking and create very good culinary fusions but which we certainly cannot define as entirely Italian.

Then an essential consideration is that of the tastes of their customers. We Italians are brought up with our traditions of how to eat, the combinations of ingredients and also how the dishes are presented and eaten. Customers overseas, the vast majority of the customers of Italian premises overseas, do not have the same traditions and therefore the restaurateurs must again modify their recipes. To give a specific example of an Italian product modified for the overseas market, the recipe of Nutella changes from country to country according to the tastes of the customers of each country.

These changes to the cooking go from the cooking times of the pasta, often overcooked for Italian tastes, to the exclusion of pork products in Israel and Moslem countries, as well as the amount of sauce and the portions to be served. Those who go to Anglo-Saxon countries discover that the customer has two sizes of first course, the smaller entrée for those who want more than one course to the “main course” for those who want to eat only pasta or a bigger serve. This is a custom that I must admit is not necessarily wrong.

For these reasons it would be hard to institute a DOC certification for Italian cooking overseas as the Japanese government intends doing with their cuisine, especially sushi and sashimi. For the same reasons Italian tourists who intend eating in Italian restaurants during a trip must understand that they cannot expect the same dishes that they would eat at home.

Like our Culture the cuisine is one of our glories but it would be wrong to think that it is possible to export it overseas in a way that is identical to the Italian product. However, this does not change the economical and cultural importance of the growth of Italian restaurants overseas.

The export of Italian food products overseas gives a very important contribution to our economy and creates a huge number of jobs. And then we must be proud that the world’s best chefs take their inspiration from our recipes and products. In fact, it is not at all a coincidence that many of them work in Italy at the start of their careers to better learn the Art of cooking.

Let us be realistic in our expectations when we go overseas. Our dishes change from place to place and from family to family here in Italy. So, how can we ever expect and demand that they do not change overseas?

Pericoli nelle modifiche al Codice della Strada. Intervengono gli esperti

SOC.I.TRA.S.,  A.G.C. e  LIDU onlus inviano documento alla IX Commissione Trasporti della Camera

 La SOC.I.TRA.S. , la A.G.C. e la LIDU onlus con il concorso di esperti ingegneri del traffico hanno inviato alla IX Commissione Trasporti della Camera dei Deputati le Osservazioni sulle recenti modifiche al Codice della Strada

L’inaspettato inserimento di una importante riforma del Codice della Strada nella Legge n. 120/2020 di conversione del Decreto Semplificazioni (DL n.76/2020), approvato alla Camera pochi giorni fa, induce a delle riflessioni che attengono sia agli aspetti istituzionali che a quelli di contenuto.

Molte perplessità affiorano leggendo il testo approvato, tant’è che un gruppo di professionisti lungamente maturati in campo accademico, o in posizioni dirigenziali nell’applicazione delle norme del Codice della Strada e membri di Associazioni che da molti decenni si occupano dei problemi legati alla mobilità e alla sicurezza stradale, quali l’AIIT, la SOC.I.TRA.S. e l’A.G.C.(la prima fondata nel 1957, la seconda nel 1984, la terza rinnovata nel 2015 come diretta emanazione storica della grande tradizione del Corpo del Genio Civile costituito sin dalla nascita dello stato unitario), ha sentito il bisogno di diffondere i propri rilievi allo scopo di promuovere le iniziative necessarie a correggere un dannoso e preoccupante stato di cose.

Troppo pericolose e lacunose appaiono le nuove norme del Codice della Strada

Si condivide pienamente la nota inviata dal Presidente della Repubblica al Capo di Governo ed ai Presidenti della Camera e del Senato in occasione della promulgazione della legge 120/2020 di conversione del Decreto Legge “Semplificazioni”. Il Presidente Mattarella ha giustamente evidenziato “la grave anomalia”, rispetto al principio di organicità delle norme, dell’inserimento effettuato dal Parlamento, all’interno di un articolo della legge di conversione, di alcune modifiche al Codice della strada che risultano “palesemente eterogenee rispetto alle finalità e all’oggetto del decreto legge originario”. Trattasi, in particolare, del comma 5 ter che è stato inserito dal Senato nell’art. 49 del decreto che modifica 15 articoli del Codice della strada che, come dimostrato dai primi giorni di applicazione, produce anche una maggiore insicurezza nella circolazione.

In particolare ha già destato  forti preoccupazioni la definizione di “corsia ciclabile”, che può essere ricavata anche sulle carreggiate con una larghezza non sufficiente. In tali casi l’inclusione della corsia ciclabile comporta necessariamente una riduzione delle larghezze delle corsie di marcia che potrebbero non più contenere con sicurezza i veicoli che vi circolano e che, quindi, saranno costretti ad invadere parte delle corsie ciclabili con grave pregiudizio per la sicurezza. Inoltre ora è prevista anche la “corsia ciclabile per doppio senso ciclabile” che consente la circolazione contromano senza un adeguato cordolo separatore (non può essere sufficiente una striscia di vernice bianca  larga 12 cm, a difendere i ciclisti dagli urti frontali contro altri veicoli che marciano anche a soli 30 Km/h).

E’ anche molto pericolosa  la percorrenza in promiscuo delle bici sulle corsie riservate ai bus, in quanto l’esposizione al rischio dei ciclisti è ben 50 volte superiore a quella dei conducenti di autovetture.

Sembra, inoltre, assolutamente inaccettabile che sia stata abrogata la possibilità di fare ricorso al MIT(art. 37, comma 3) contro i provvedimenti o le ordinanze che dispongono o autorizzano la collocazione della segnaletica stradale. Attraverso tali ricorsi, infatti, il MIT ha potuto far modificare ordinanze o segnaletica non conforme alle indicazioni contenute nel Codice della strada o che potevano essere causa di insicurezza stradale.

Elemento di grave confusione progettuale è, poi, quello di aver inserito la denominazione di “Strada ciclabile” tra i vari tipi territoriali di strade (art. 2), che nulla ha a che vedere con i modi di trasporto che possono circolarvi. Infatti i tipi territoriali di strade urbane individuano essenzialmente la loro funzione urbanistica e di traffico, relativa in particolare al sostegno o meno dei traffici di attraversamento della città, di scorrimento interno, di servizio per le attrezzature a livello urbano o di quartiere e direttamente a servizio degli edifici.

Chi sale su un monopattino, soprattutto i “meno giovani”, può non avere alcun tipo di esperienza e confidenza con il mezzo, e facendo fatica a mantenere l’equilibrio una volta saliti, può avvenire la caduta con conseguente trauma cranico.  Fondamentale, quindi,  l’obbligatorietà del casco  per i conducenti di monopattini elettrici per tutte le età e del patentino per l’utilizzo del monopattino e delle bici con motore, perché una caduta con impatto della testa alla velocità di 20 km/h  genera perdita di coscienza ed amnesia, mentre a già 25Km/h  produce fratture del cranio e lesioni cerebrali.  Naturalmente le conseguenze sono ancor più dannose in caso di investimento, dove oltre al trauma cranico possono verificarsi peculiari tipologie di fratture degli arti e di lesioni addominali e toraciche, a seconda delle diverse modalità di impatto: urto (laterale o frontale), tamponamento, proiezione e caduta al suolo, arrotamento con passaggio delle ruote sul corpo.

Per garantire al meglio la sicurezza stradale e ridurre i tempi di attesa di tutti gli utenti (pedoni e conducenti di veicoli), le intersezioni della viabilità principale debbono essere regolate da impianti semaforici completamente attuati dal traffico. Anche gli attraversamenti pedonali, situati in corrispondenza di forti attrattori di pedoni, debbono essere dotati dello stesso tipo di regolazione. Inoltre, l’utilizzo condiviso dei veicoli  (car-sharing)deve essere notevolmente incrementato per consentire la progressiva riduzione del traffico veicolare privato e della relativa sosta, purché sia consentito agli utenti l’uso dei veicoli di car-sharing con un unico sistema di prenotazione (app), anche in presenza di sistemi gestiti da società diverse.

Fondamentale miglioramento del Codice della strada per la sicurezza degli utenti riguarda, inoltre, il rispetto che i conducenti di tutti i tipi di veicoli devono avere nei confronti dei pedoni, tenuto conto specialmente del continuo invecchiamento della popolazione e del relativo incremento degli invalidi. Al riguardo si può pure prevedere l’aumento del numero degli attraversamenti pedonali,anche riducendo, almeno sulle strade locali, la distanza dell’obbligo del loro utilizzo a 50 m, rispetto agli attuali 100 m.

La pavimentazione stradale, nelle attuali condizioni (buche, toppe e chiusini sconnessi), presenta un pericolo per tutti i veicoli con particolare riguardo a quelli a 2 ruote, per i quali è ovviamente più difficoltoso il mantenimento dell’equilibrio. E’ quindi indispensabile che le varie Amministrazioni competenti effettuino unamanutenzione stradale tempestivae,soprattutto, programmata e preventiva. Ciò comporterà, oltre che una maggiore sicurezza stradale anche un risparmio economico nel medio-lungo periodo, evitando il palliativo di segnali di limiti di velocità con valori estremamente bassi e di impossibile rispetto.

Il primo investimento da effettuare nel settore dei trasporti è quello di soddisfare l’indispensabilenecessità di potenziamento del trasporto pubblico locale, le cui  risorse devono servire per fornire tutta le città italiane con maggiori infrastrutture e mezzi.  Né si è parzialmente sopperito prevedendo nel Codice della strada -come in altri Paesi europei-  la precedenza generalizzata ai mezzi pubblici di superficie, a vantaggio pure di tutte quelle situazioni nelle quali non è conveniente prevedere la corsia riservata per l’esiguo numero di mezzi in circolazione.

Fondamentale infine è l’osservare che,  in termini di organizzazione del traffico urbano, nulla finora è stato effettuato per avviare l’unico intervento generale atto a favorire concretamente lo sviluppo della mobilità dolce (pedoni e ciclisti). Esso consiste nell’attuazione diffusa sulle strade locali dell’intera città, sia delleZone 30 (zone con limite di velocità pari a 30 Km/h), che delle Isole Ambientali (zone 30 nelle quali viene evitato il traffico di attraversamento per i veicoli motorizzati e, quindi, con possibilità di dare in sicurezza e nel rispetto delle regole l’indispensabile  priorità d’uso della mobilità dolce). La diffusione di questo  intervento deve riguardare tutta la viabilità locale, che è la categoria di strade prevalentemente esistente nelle città ( a Roma -ad esempio-  la viabilità locale rappresenta l’ 85 % della rete stradale urbana).   La normativa tecnica delle Isole Ambientali è stata già messa a punto, dall’AIIT-Lazio con la collaborazione dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma, dell’INU-Lazio e del Coordinamento Roma Ciclabile, alla fine di ottobre 2018 ed immediatamente proposta ai responsabili di settore del MIT e del Ministero dell’Ambiente, nonché segnalata -in particolare- al Presidente Conte ed ai Ministri coinvolti  nella lettera aperta del 3 maggio u.s., insieme agli altri interventi necessari per l’emergenza della pandemia COVID 19, senza purtroppo  ottenerne alcun cenno di ricezione. In termini legislativi è anche da sottolineare che le Zone 30 sono già previste nel Codice della strada e che  le Isole Ambientali, pur già inserite  fin dal 1995  nelle Direttive per la redazione dei Piani Urbani del Traffico, vanno ora ufficializzate nell’art.3 del Codice per la loro denominazione ed agli artt. 190 e 191 per quanto attiene -in particolare- i miglioramentidella sicurezza degli spostamenti dei pedoni e le conseguenti limitazioni ai comportamenti  dei conducenti  di  veicoli  nei  confronti dei pedoni.   

Ing. Dario Callini, esperto di trasporto pubblico, già Direttore dell’ATAC, Socio onorario AIIT (Associazione Italiana per l’lngegneria del Traffico e dei Trasporti).

Dott. Federico Cempella, Presidente dell’A.G.C. (Associazione del Genio Civile), già Direttore della Direzione Generale del Coordinamento Territoriale del Ministero dei Lavori Pubblici, ora MIT.

Ing. Pasquale Cialdini, già Capo dell’Ispettorato Generale “Circolazione e Sicurezza Stradale” del Ministero dei Lavori Pubblici e Direttore generale della Direzione “Sicurezza delle infrastrutture” del MIT, segretario e socio fondatore dell’AGC.

Prof. Andrea Costanzo, Presidente della SOC.I.TRA.S. (Società Italiana di Traumatologia della Strada) e Presidente della Commissione Mobilità, Prevenzione, Vita della LIDU (Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo – della Federation Internationale des Ligues des Droits de l’Homme) , Socio onorario AIIT.

Ing. Paolo De Angelis, Presidente della Commissione Sicurezza Stradale dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma, Socio onorario AIIT, già Coordinatore dell’Area Professionale Tecnica dell’ACI.

Ing. Ignazio Morici, esperto in pianificazione del traffico, Socio onorario AIIT, già docente al Corso di Specializzazione in Ingegneria del Traffico nella Facoltà di Ingegneria a Roma, La Sapienza.

Prof. Claudio Podestà, Professore ordinario di Tecnica ed Economia dei Trasporti del Politecnico di Milano,Socio onorario AIIT, già Direttore Generale di INTERMETRO.

Ing. Lucio Quaglia, Presidente onorario nazionale dell’AIIT, già docente al Corso di Specializzazione in Ingegneria del Traffico nella Facoltà  di Ingegneria a Roma, La Sapienza, esperto in pianificazione del traffico urbano.

La sottile logica della violenza – Intervista ad una donna come tante

Un’insidia silenziosa che non si manifesta da principio con atti fisici violenti, ma che giorno dopo giorno riduce in schiavitù la donna incapace anche di una semplice opinione autonoma dal partner. E’ su questo humus che si alimenta ed esplode la violenza fisica contro colei che tenta di ribellarsi

di Anna Maria Antoniazza

Erano in casa tutti i giorni, guardavano la tv, portavano i figli a scuola. Dicevano di amarsi. Sposati da anni, l’adolescenza insieme, i sogni più o meno realizzati. Lui dirigente, lei funzionaria. Una famiglia tradizionale. Nessun genitore uno o due. Un padre e una madre, esattamente secondo i dettami biblici. Peccato che dietro quell’apparenza ingannevole, lei era solo un vaso di cristallo tenuto sull’angolo di un baratro pronto a cadere. Perché il marito consapevole della dipendenza che danno le abitudini aveva trasformato la sua vita in un incubo silenzioso. Lei non poteva fare ciò che voleva: doveva fare quello che voleva lui. Comprare quello che voleva lui, cucinare quello che voleva lui, stare zitta e non manifestare un dissenso verso le sue posizioni, soprattutto in pubblico. Perché tutto ciò avrebbe leso la sua credibilità di padre di famiglia. Lei non veniva malmenata: il suo corpo non portava lividi o cicatrici. Non veniva picchiata, non era vittima di strani giochi carnali. Anzi fare l’amore con il marito era addirittura un atto tranquillo e vissuto con serenità. Era la quotidianità però a devastare la sua libertà: di esprimersi, di vivere, di manifestare ciò che lei viveva dentro. In quel clima di orrore domestico, vestito di normalità scorreva il tempo della sua vita. Tra figli amati che a breve se ne sarebbero andati chi all’università chi all’estero. In una casa che per quanto bella nascondeva un terrore interiore indecifrabile e violento. Perché l’orco era un simpatico signore borghese, che nessuno si sarebbe mai immaginato. Non era un delinquente, non portava tatuaggi in viso, non aveva modi da bullo. Comandava con il solo potere della parola, del richiamo, spesso inflitto con lo sguardo e l’assenza di attenzioni. Perché è anche questa la strada che si percorre per uccidere chi dici di amare. Per svilirlo, per annientarlo.

La donna rimane silenziosa ad accudire il grande patrimonio della sua vita che sono i figli, finché ci sono, finché condividono l’ambiente domestico. Sono il suo campo energetico, la sua piccola caverna dove rifugiarsi per donare quella parte del cuore ancora non pietrificata dalle pesanti logiche matrimoniali.

Questa donna, che potresti essere tu, potrebbe essere la tua vicina di casa, tua figlia un domani, magari è stata tua madre stessa è molto più comune di quanto non si immagini: perché è proprio nella sudditanza psicologica che si annida il primo vero grande pregiudizio verso la condizione femminile. E’ lì che nasce la legittimazione di un ruolo confinato e dipendente, mai libero e felice, sempre succube e vigliaccamente vestito di normalità. In realtà è solo una ferita aperta dentro la Persona e nella società.

E’ da contesti come questo che poi nascono le terribili violenze domestiche, quelle che dalla parola sfociano nelle sberle, nei calci, negli omicidi. E’ nei contesti di apparenza borghese che si annidano i vermi della discriminazione, dell’abbattimento del ruolo femminile a semplice angelo del focolare, che deve stare in silenzio, anche quando soffre e nessuno la ascolta.

E quanto sono bravi questi mariti a fingere un ruolo che non gli è mai appartenuto, di grandi compagni di vita e padri impeccabili quando in realtà una volta chiusa la porta di casa sono in grado solo di generare l’inferno.

Chi dorme in Democrazia inevitabilmente si risveglierà in Dittatura

Le dittature hanno sempre un denominatore unico: la paura

Di Giuseppe Cossari e Paolo Buralli Manfredi – CTIM Australia

Il titolo ben anticipa questo articolo ed è la sintesi migliore che ho trovato per spiegare cosa succederà se gli Italiani e gran parte dei popoli del mondo, come menziona il nostro inno Nazionale, non si desteranno da quel torpore che ormai li avvolge e li rende assopiti, quasi addormentati, inermi e succubi di una narrazione che ormai ha imprigionato le loro menti.

Il virus che ha colpito a fine dicembre del 2019 e che sta ancora vivendo, grazie ad una narrazione surreale, che vede milioni di contagiati, non malati, e che conta a livello numerico meno morti di molte altre patologie che affliggono l’umanità, ci sta portando verso una sorta di dittatura senza che nessuno se ne renda pienamente conto.

Nell’ultimo DPCM si è addirittura sfiorata la possibilità che le forze dell’ordine potessero entrare in casa senza mandato fornito dalla Magistratura, un po’ in stile dittatura comunista o fascista ed il Ministro Speranza si è spinto oltre, sino a consigliare i cittadini a diventare delatori e spie al servizio del Governo.

È bene conoscere i nostri diritti e doveri ed è di poche ore fa la risposta all’osservatorio della legalità costituzionale Rodotà che aveva fatto un esposto al Segretario del Consiglio d’Europa riguardo la violazione non dichiarate dal Governo Italiano secondo la convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: la mancata dichiarazione della sospensione dei diritti fondamentali previsti dalla convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, comporta la piena vigenza dei diritti della stessa anche durante l’emergenza medesima; il che significa che la convenzione è pienamente vigente ed il Segretario del Consiglio Europeo ha anche aggiunto che quindi, la Corte di Strasburgo può essere interpellata se questi diritti vengono violati.

LEGGI: Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo

V’è da dire che ormai è più di sette mesi che questo Governo continua a mantenere uno stato d’Emergenza senza alcun motivo visto che tutti gli altri Stati Europei che contano molti più contagiati del nostro lo hanno interrotto mesi fa, il che ci fa purtroppo pensare che questa volontà di continuare a perpetuare lo stupro della nostra Costituzione senza dei reali motivi, abbia come fine solo il mantenimento al Governo di quei partiti che hanno la consapevolezza di non avere più l’appoggio della popolazione e che sono ben consapevoli che se il Parlamento riprendesse la sua normale attività, questa incerottata maggioranza avrebbe le ore contate.

Rincresce far notare che in tutto questa surreale situazione, correva l’anno 2018 e 2019 quando autorevoli quotidiani nazionali pubblicavano come ogni anno i numeri degli influenzati e dei contagiati, oltre 8 milioni più di quelli che stanno insistentemente propinandoci ora per mantenere un potere paragonabile quasi ad una dittatura, la mancanza di attività istituzionale del Quirinale che non ha mai espresso accuse dure per quanto successo nel caso Palamara, bisogna ricordare che il Presidente della Repubblica è il comandante in capo della Magistratura ed è preoccupante anche che lo stesso, guardiano della nostra Costituzione, non si esprima su come il Governo continui a violare la Costituzione tramite le proroghe infinite ed ingiustificate di uno stato d’emergenza inesistente, se paragonato al numero di contagiati ed ai morti per influenza degli anni precedenti.

Aosta, medico opera una paziente in condizioni gravi durante la quarantena Covid: a processo

In aprile confinato a casa in quarantena, si era recato in sala operatoria per salvare una donna di 60 anni da un’aneurisma all’arteria splenica. Condizioni così gravi da richiedere l’intervento dell’unico chirurgo in grado di operarla. Ma il PM ne chiede la condanna

 di Luciano Cifaldi, primario oncologo, segretario generale della Cisl Medici Lazio

Già solo il termine “condizioni gravi” della paziente potrebbe giustificare il comportamento del Collega che ha deciso di uscire dalla quarantena per tentare di salvare una vita umana, cosa poi avvenuta con pieno successo.

Si dirà che se si deroga alle regole diventa facile costruirsi una propria etica comportamentale a fisarmonica, da usare a piacimento adattandola per le proprie esigenze.

Ma il punto non è solo questo. Si potrà obiettare che il comportamento del Collega chirurgo ha messo a repentaglio la salute degli operatori di sala operatoria. In parte potrebbe essere vero, almeno in teoria, ma questo ci porterebbe a dovere entrare nel merito di positività spacciate o confuse per malattia, di quarantene rese obbligatorie forse in maniera eccessiva. Non sono la persona più titolata a parlare di contagi ed epidemie. Ritengo tuttavia che sia sotto gli occhi di ognuno di noi l’eccessiva fibrillazione che si avverte sulla stampa, e soprattutto in televisione, dove le opinioni di esperti e tuttologi non solo divergono ma troppo spesso sono in piena contraddizione con quanto già dagli stessi dichiarato appena poco tempo prima. Una grande paura sta dilagando dentro di noi ed influenza, ed influenzerà ancor più, i nostri comportamenti quotidiani che non necessariamente diverranno più virtuosi.

Stiamo perdendo la consapevolezza di ciò che siamo, della forza del nostro popolo e rischiamo di essere travolti da un mix di paura ed egoismo.

La magistratura deciderà sul caso di Aosta. Ma spero che terrà conto non solo che il Collega ha salvato una vita, ma che per noi medici, salvo eccezioni di cui giustamente si occupano i media e che attengono a ben altri e più gravi comportamenti, la deontologia ed il sin troppo citato giuramento di Ippocrate assumono un valore sempre più importante col passare degli anni. Molte volte mi sono trovato a ripensare al mio percorso professionale e le confesso che, a fronte di qualche delusione, mi sono chiesto chi mai “me lo ha fatto fare a fare il medico”. Eppure in piena serenità le dico che rifarei la scelta di svolgere questa splendida professione e sono sicuro che, se ci fosse un sondaggio in tal senso, la stragrande maggioranza di noi ripeterebbe la stessa scelta di vita.

Al Collega di Aosta, lui si vero Eroe, ed uso una attribuzione che io stesso ho sempre pubblicamente rifiutato quando ho ricevuto ospitalità sui media, non serve la mia solidarietà o quella di quanti hanno apprezzato il gesto.

A me basta sapere che rifarebbe ciò che ha fatto per rendere pubblica la mia ammirazione nei suoi confronti.

Ci ha lasciato Jole Santelli, prima donna presidente della difficile regione Calabria

Aveva 51 anni e tanta voglia di lottare per il suo territorio. La Santelli resterà nella memoria di ognuno di noi ad emblema della forza e del coraggio delle donne

Questa volta scrivo in prima persona, accomunata nel destino e nei percorsi di cura ad una grande donna calabrese: la presidente della Regione Calabria Jole Santelli, mancata la scorsa notte per un malore causato dalla sua più grave patologia: il cancro. Ho letto commenti di altre donne che sostenevano che non avrebbe dovuto candidarsi sapendo ciò che rischiava. E devo constatare con disappunto che sono sempre alcune donne che non sanno costruire sentimenti di solidarietà con le altre donne.

E’ proprio questo il limite del nostro genere, siamo forti e determinate ma sempre pronte a lanciare frecciatine anche verso chi non c’è più. Jole Santelli è stata una donna forte, ha amato la sua Calabria più della sua vita. Questo non è un punto a suo svantaggio, ma un grande valore. Le sue scelte politiche possono essere discutibili, ma resta il valore del suo impegno. Appena fu eletta ho esultato: la prima volta in Calabria per una donna! Un risultato davvero storico.

La sua grave malattia, che ha colpito me come tante altre donne, una ogni otto, non le ha impedito di continuare a correre, a lottare con passione per la sua regione. Se n’è andata come meritano le persone buone e sincere, nel sonno. E mi auguro non abbia sofferto, lei guerriera e innamorata della sua terra. Non si è risparmiata in impegno, ed a torto o ragione ha lottato sino all’ultimo suo respiro. Solo per questo chi farfuglia sciocchezze su quello che sapeva dover fare o no sapendo di avere il cancro, dovrebbe tacere. Che tipo di vita vivere è una scelta personale, guai a chi si permette di sindacare tali scelte. La scelta di Jole Santelli è stata lottare fino alla fine, e la Calabria le è grata. Evviva le donne!!!

Il Diritto più importante e anche il più a rischio – The most important Right and also the one most at risk

di emigrazione e di matrimoni

Il Diritto più importante e anche il più a rischio

Nel praticare il diritto di libertà d’espressione, dobbiamo ricordarci sempre che opinione non è “verità”.

Abitiamo in un mondo che pretende sempre di più i diritti, ma che spesso ignora i doveri e ancora più spesso dimentica che il concetto di diritti umani è, in termini storici, abbastanza giovane.

Pretendiamo questi diritti, ma proprio nel pretendere rischiamo di minacciare uno dei diritti universali più importanti, il diritto d’espressione, che insieme al primo, cioè che i diritti di tutti sono eguali e inalienabili, contribuisce a stabilire le fondamenta della Democrazia. Nel pretendere questo diritto dimentichiamo che non è assoluto ma vincolato e quindi ha dei limiti che garantiscono la sua efficacia.

Allora guardiamo questo diritto perché il dibattito pubblico, a partire dalla politica, dipende dal capire bene che il diritto all’espressione e all’opinione non è sempre quel che pensiamo.

Data Storica?

“Dio creò il mondo alle 9 del mattino del 23 ottobre, 4004AC”, oggigiorno rideremmo a una dichiarazione del genere, però nel ‘600 il Vescovo anglicano James Ussher fece questa dichiarazione dopo una meticolosa ricerca delle genealogie della Bibbia per darci una data precisa.

Purtroppo per lui, proprio in quegli anni è iniziato il periodo storico che porterà alla Dichiarazione dei Diritti Universali, l’Illuminismo. Questo periodo non era basato sulla Filosofia effimera ma sul concetto solido che lo sviluppo non era possibile senza certezze dimostrabili e in molti casi queste certezze potevano venire solo dalla Scienza in tutte le sue forme.

Il mondo del Vescovo aveva ancora in mente i castighi di uomini che oggi chiamiamo scienziati come Copernico e Galileo Galilei, che avevano messo in dubbio le parole della Bibbia perché le loro ricerche avevano cominciato a dare le prime prove concrete e, ancora più importante, verificabili, che il nostro mondo non era il centro dell’universo come una volta si pensava.

Infatti, subito dopo la dichiarazione di Ussher le prime scoperte di ossa enormi in varie parti del mondo cominciarono a smentire la precisione della sua dichiarazione e oggi nessuno può negare che la data del 4004aC non sia affatto credibile, anche se ci sono ancora persone che ci credono ciecamente.

Enciclopedia

Non fu un caso che gli stessi uomini, come Diderot, Cartesio e Voltaire, le cui opere formano la base della Dichiarazione dei Diritti Umani, crearono la prima Enciclopedia in Francia nel 1768 proprio per dare al mondo un mezzo per poter imparare, e quindi realizzare il potenziale degli esseri umani che credevano fossero uguale per tutti.

Tristemente, proprio questo aspetto sta diventando sempre più debole nel mondo d’oggi perché molti tendono a credere che “le opinioni “ siano eguali a fatti stabiliti dopo serie ricerche e prove.

In Italia abbiamo il detto che “La matematica non è opinione”, e questo vale per tutte le altre scienze. Il motivo è di una semplicità estrema che molti non vogliono più riconoscere. La matematica è concreta e dimostrabile, come anche le altre scienze vere e serie.

Nel parlare della concretezza delle prove troppi non vogliono ricordare che la scienza parte dall’ipotesi, cioè una teoria basata su ricerche ed osservazioni. Per l’ipotesi, l’equivalente scientifica dell’opinione dell’uomo qualunque, non ha alcuna validità fino alla fine delle prove rigorose e controllate e, ancora più importanti, verificabili e ripetibili, che stabiliranno la veridicità della teoria.  Nel momento in cui altri possono ripetere le prove con gli stessi risultati, quella ipotesi iniziale diventa un fatto scientifico.

Quando leggiamo i commenti sui giornali, nei salotti televisivi e sempre di più sui social, ci vuol poco per constatare che molti hanno dimenticato che la Scienza non è un’opinione ma qualcosa di solido che è facilmente controllabile.

Ne abbiamo le prove in questo periodo di Covid-19 quando filmati YouTube anonimi, meme creati ad arte, e le opinioni di personaggi pubblici e influencer sono diventati, nella mente di una parte non indifferente della popolazione, più importanti e credibili dei pareri di scienziati. Vediamo il prezzo di questo atteggiamento ogni giorni nei giornali e i TG con i numeri dei nuovi contagiati e i defunti di tutto il mondo.

Purtroppo, questo atteggiamento di credere a cose non dimostrabili si estende non solo a fatti scientifici, ma ora ad ogni aspetto del dibattito pubblico con conseguenze che temiamo non abbiamo ancora capito per la nostra società civile.

Personaggi misteriosi e politici

Oggi l’esempio più eclatante di questo fenomeno di credere in cose non dimostrabili si può assumere con un lettera, “Q”.

Questo personaggio, che nessuno è ancora riuscito a identificare, è il centro del movimento QAnon che sta destabilizzando il dibattito pubblico internazionale, in modo particolare nei paesi anglofoni. Le sue “teorie” e dichiarazioni di complotti internazionali che coinvolgono uno “stato profondo” misterioso, accuse di atti orrendi da parte di politici e personaggi importanti del mondo dello spettacolo, e persino una nuova forma di antisemitismo, hanno portato ad atti violenti contro i suoi “bersagli”.

Ma il fatto più strano del suo seguito è che nessuna delle sue dichiarazioni è stata confermata. Anzi, molti di questi complotti sono stati chiaramente dimostrati come falsi, eppure i suoi seguaci continuano a diffondere le sue idee e “teorie” sotto la pretesa del “diritto d’espressione e opinione”.

Allo stesso modo politici, e in questi casi in molti paesi in tutti i continenti, e non solo anglofoni, cercano di smentire notizie per loro scomode con l’accusa di “fake news”, cioè notizie false, per cercare di mandare avanti i loro programmi politici.

In modo particolare cercano di screditare il mezzo più importante della diffusione di informazioni, la stampa, con l’effetto che indeboliscono uno dei pilastri della Democrazia. Eppure pochi riconoscono il vero pericolo di questi atteggiamenti.

Limiti ed Effetti

L’effetto di tutto questo è precisamente l’indebolimento del concetto della libertà d’espressione e d’opinione perché troppi dimenticano che questo diritto ha sempre avuto limiti. Nel pretendere il diritto in modo assoluto chiudono gli occhi alla seconda parte del diritto, contenuto persino nella Dichiarazione dei Diritti Umani del 1789, “Purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge”. Basta pensare che le moderne leggi di diffamazione e le leggi contro l’istigazione all’odio razziale non sarebbero possibili se non ci fossero questi limiti.

Nel praticare il diritto di libertà d’espressione, dobbiamo ricordarci sempre che opinione non è “verità”. Diffondere opinioni che si può dimostrare essere false e ingannevoli non fa parte dello spirito che portò alla Dichiarazione dei Diritti Umani del 1789, che voleva mettere fine a un sistema dove la maggior parte della popolazione era soggetta ai desideri e anche i vizi di una piccola minoranza che si credeva “superiore” per appartenenza a famiglie aristocratiche.

Il paradosso della Rivoluzione tecnologica dell’internet, il mezzo più importante per la diffusione di questi concetti pericolosi, è che senza la scienza l’internet non sarebbe stato possibile, ma è proprio l’internet che diffonde quei concetti che mettono a rischio i progressi della scienza nei due secoli e mezzo dall’uscita dell’Enciclopedia che doveva essere la prova che la scienza poteva dare all’Uomo un mondo migliore.

L’effetto di tutto questo è l’indebolimento non solo della scienza, ma anche e soprattutto dell’altro concetto fondamentale uscito dall’Illuminismo come mezzo per dare al mondo un futuro migliore, la Democrazia moderna.

Chi diffonde complotti e notizie false per screditare avversari per poi difendersi con il diritto all’espressione, non fa altro che indebolire quel diritto e rischiare che nel futuro non valga niente perché avremo dimenticato la differenza tra verità e falsità.

E la responsabilità di tutto questo non è solo da parte di certi politici, ma anche di quei cittadini che, per qualsiasi motivo, sono pronti a sacrificare uno dei diritti più importanti perché non vogliono riconoscere che le loro idee, anzi, i loro pregiudizi, non hanno alcuna base solida. Basta pensare al concetto che pensavamo sparito alla fine dell’ultimo conflitto mondiale, la purezza della razza, che di nuovo fa parte del dibattito di una parte della popolazione che rifiuta di riconoscere che abbiamo tutti gli stessi diritti, senza eccezioni.

I nostri diritti universali sono importanti, ma siamo proprio noi che li mettiamo a rischio con il nostro comportamento ed è ora che cominciamo a capire che mettiamo più a rischio proprio quello che pretendiamo ogni giorno, senza capire che ha dei limiti che dobbiamo rispettare per assicurare che la nostra vita continuerà ad essere libera, il diritto d’espressione e d’opinione, perché senza  questo diritto non sarebbe possibile nemmeno il primo diritto fondamentale: “Tutti gli essere umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti”…

 

di emigrazione e di matrimoni

The most important Right and also the one most at risk

In exercising the right of freedom of expression and opinion we must always remember that opinion is not “truth”.

We live in a world that demands more and more its rights but that often ignores the duties and even more often forgets that the concept is quite young in historical terms.

We demand these rights but it is in demanding them that we risk threatening one of the most important human rights, the right of freedom of speech which, together with the first, that the rights of every person are equal and inalienable, forms one of the bases of Democracy. In demanding this right we forget that it is not absolute but restricted and therefore has limits that guarantee its effectiveness.

So, let us look at this right because public debate, starting with politics, depends on understanding well that freedom of speech and opinion is not always what we think.

Historic date?

 “God created the world at 9 in the morning on October 23, 4004BC”, today we would laugh at such a statement, however Anglican Bishop James Ussher made this declaration in the 17th after meticulous research of the genealogies in the Bible to give a precise date.

Unfortunately for him in those very years a historical period began that would lead to the Universal Declaration of Human Rights, the Enlightenment. This period was not based on ephemeral Philosophy but on the solid concept that development was not possible without demonstrable certainties and in many cases these certainties could come only from Science in all its forms. 

The Bishop’s world still had in mind the punishment of men such as Copernicus and Galileo who today we would call scientists who had put into doubt the words of the Bible because their research had begun to give the first concrete, and even more important, verifiable proof that our world was not the centre of the Universe as once was thought.

In fact, soon after Ussher’s declaration the first discoveries of big bones in various parts of the world began to put into doubt the precision of his declaration and today nobody can deny that the date of 4004BC is not at all credible, even if there are people today who still believe it blindly.

Encyclopaedia

It is no coincidence that the men whose works formed the basis for the Declaration of Human Rights, such as Diderot, Descartes and Voltaire,  created the first Encyclopaedia in France in 1768 precisely to give the world a means to be able to learn and therefore realize the potential of human beings that they believed was the same for everyone.

Sadly, this very concept is becoming weaker and weaker in today’s world because many tend to believe that “opinions” are the same as facts established after serious research and testing.

In Italy we have the saying that “Mathematics is not an opinion” and this is true for all the other sciences. The reason is of an extreme simplicity that many no longer want to recognize. Mathematics is solid and demonstrable, as are the other true and serious sciences.

When talking about concreteness of proof too many do not want to remember that science starts with a hypothesis that is a theory based on research and observation. The hypothesis, the scientific equivalent of the opinion for a normal person, has no validity until the end of rigorous and controlled and, even more importantly, verifiable and repeatable tests which will establish the veracity of the theory. In the moment that others can repeat the tests with the same results that initial hypothesis becomes a scientific fact.

When we read comments in the newspapers, TV talk shows and increasingly on the social media it takes little to realize that many have forgotten that science is not an opinion but something concrete that can easily be checked.

We have the proof in this period of Covid-19 when anonymous YouTube videos, artfully created memes and the opinions of public figures and influencers have become more important and credible than scientists in the mind of a considerable part of the population. We see the price of this attitude every day in the newspapers and TV news services when we see the numbers of the newly infected and the dead around the world.

Unfortunately, this attitude of believing in things that cannot be demonstrated extends not only to scientific facts but not to every aspect of public debate with consequences that we have not yet understood for our civil society.

Mysterious characters and politicians

The most striking example of this phenomenon of believing in things that cannot be demonstrated can be summarized with a letter, “Q”.

This person, who nobody has yet managed to identify, is the centre of the QAnon movement that is destabilizing the international public debate, particularly in English speaking countries. His “theories” and declarations of international conspiracies that involve a mysterious “deep state”, accusations of horrendous acts by politicians and prominent show business people and even a new form of anti-Semitism have led to violent acts against his “targets”.

But the strangest fact about his following is that none of his declarations have been confirmed. Indeed, many of these conspiracies have been clearly shown to be false, yet his followers continue to spread his ideas and “theories” under the pretext of “freedom of expression and opinion”.

In the same way politicians, and in these cases in many countries in all the continents and not only English speaking countries, try to discredit news that is troublesome for them with the accusation of “fake news” to try and advance their political agendas.

In particular, they try to discredit the most important means of disseminating information, the Press, with the effect of weakening of the most important support structures of Democracy. And yet few recognize the true danger of these attitudes.

Limits and Effects

The most important effect of all this is the weakening of the concept of freedom of expression and opinion because too many forget that this right has always had limits. In demanding the right in an absolute way they turn a blind eye to the second part of the right contained even in the Declaration of the Rights of Man” of 1789, “Provided that the their manifestation does not disturb the public order established by the Law”. We only have to think that modern defamation laws and laws against the incitement of racial hatred would not be possible if there were not these limits.

In exercising the right of freedom of expression and opinion we must always remember that opinion is not “truth”. Spreading opinions that are demonstrably false and deceptive is not part of the spirit that led to the Declaration of the Human Rights that wanted to put an end to a system where the majority of the population was subject to the desires and also the vices of a small minority who believed they were “superior” because they were born into aristocratic families.

The paradox of the technological Revolution of the internet, the most important means of the spread of these dangerous concepts, is that without science the internet would not have been possible but it is the internet itself that is spreading those concepts that put at risk the progress of science during the two and a half centuries since the publication of the Encyclopaedia that should have been the proof that of science would give Man a better world.

The effect of all this is the weakening not only of science but also and above all the other essential concept that came out of the Enlightenment as a means of giving the world a better future, modern Democracy.

People who spread conspiracies and news that are demonstrably false to discredit rivals to then defend themselves with freedom of expression does nothing but weaken that right and risks that it will be worth nothing in the future because we will have forgotten the difference between truth and falsehood.

And the responsibility for all this lies not only with certain politicians but also with those citizens who, for whatever reason, are ready to sacrifice one of the most important rights because they do not want to recognize that their ideas, indeed, their prejudices, have no solid foundation. We only have to think of the concept that we thought had disappeared at the end of the last World war, racial purity, that once again is part of the debate of a part of the population that refuses to recognize that we all have the same rights, without exception.

Our human rights are important but we are the ones who put them at risk with our behaviour and it is time we began to understand that we put most at risk precisely the right that we demand every day without understanding that it has limits that we must respect to ensure that our lives continue to be free, the right of freedom of expression and opinion, because without this right even the first right would be impossible, “All human beings are born free and equal in dignity and rights”….

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