I Tamburi e le Bandiere – The Drums and the Flags

di emigrazione e di matrimoni

I Tamburi e le Bandiere

In un anno normale da mesi ormai ogni sera in tante città italiane si sarebbero sentiti gruppi di tamburi e chiarini e in piazzette e cortili si sarebbero visto altri gruppi allenarsi con bastoni e bandiere

Sappiamo tutti che l’emergenza Covid-19 ha cambiato drasticamente la vita in tutto in mondo, in ogni suo aspetto. In Italia l’emergenza ha voluto dire cancellare per quest’anno moltissime manifestazioni che durano almeno da decenni, e in un caso celebre da secoli, e che hanno segnato la vita di molte città, in modo particolare le città medioevali.

Perciò, vogliamo vedere cosa vogliono dire queste manifestazioni, non solo per l’economia e la qualità di vita di queste città, ma specialmente come possono offrire una rampa di lancio importante per il futuro attirando turisti da tutto il mondo per vedere un aspetto del nostro paese che pochi conoscono all’estero.

In un anno normale da mesi ormai ogni sera in tante città italiane si sarebbero sentiti gruppi di tamburi e chiarini e in piazzette e cortili si sarebbero visto altri gruppi allenarsi con bastoni e bandiere. Questi allenamenti sono la parte più evidente della stagione che doveva essere già iniziata in Italia. Siena, Faenza, Ascoli, Foligno, Città di Castello e Sulmona, per ricordarne soltanto alcune, sono città che di solito ospitano Pali di qualche genere, purtroppo quest’anno non sarà possibile vedere queste manifestazioni davvero bellissime.

Naturalmente il più famoso e indubbiamente il più appassionante è il Palio di Siena, sia per una cornice medioevale perfetta per l’occasione che per la rivalità tra contrade dove chi non partecipa in un’edizione fa la sua parte ad opporsi al rivale storico. I riti e le contestazioni al Palio senese riflettono le rivalità medioevali nella città.

Ogni Palio è l’occasione per mettere in mostra nel mondo la Storia di città cha hanno scritto capitoli della Storia d’Italia. Faenza, per esempio, una città non molto conosciuta all’estero ma che ha i suoi concittadini persino nella Divina Commedia, non è l’unica città dove i rioni mettono in mostra gli stemmi delle loro famiglie aristocratiche nei cortei che marciano fieramente verso ogni appuntamento del Palio del Niballo della città.

Non tutti i Pali sono corse di cavalli ed in alcuni casi non sono coinvolti nemmeno questi, come ad Alba dove gli animali protagonisti sono asini. Si va dalla corsa semplice come quella di Siena, a Quintane, Giostre, gare con anelli e così via. Ogni gara ha le sue caratteristiche e ognuno ha la sua preferita. E poi c’è anche il Palio delle Quattro Repubbliche Marinare che ovviamente coinvolge scafi.

Ma il Palio non è soltanto una gara di sport storico. Ogni Palio è un contesto che non solo ci permette di rivedere il passato, ma ci dà l’opportunità, anzi l’incentivo, di non perdere tradizioni e tecniche che senza i Pali rischierebbero di sparire. Queste tradizioni iniziano con quelle legate ai costumi.

Le contrade, i rioni e gli altri quartieri che ne fanno parte cercano di mettere in mostra la Storia e i dettagli che rendono ogni città italiana unica. Per poter fornire questi costumi per le sfilate storiche bisogna avere varie squadre che lavorano per tutto l’anno per ricreare i vestiti, le armature e le armi di una volta.

Nel caso dei costumi si parte dallo studio dei quadri e ritratti d’epoca per riprendere colori e disegni, si continua poi tramite gli archivi storici per documenti e racconti che descrivono quali materiali venivano utilizzati e come. Poi arriva la parte più impegnativa, quella di mettere insieme il tutto e di far tornare alla luce mode e stili che non si vedevano da secoli. Lo stesso discorso vale per le armi e le ricreazioni di vecchi stili di combattimento e di arti come la falconeria che caratterizzavano la vita dei ricchi e potenti di quel periodo.

La preparazione dei costumi mantiene in vita metodi e tecniche secolari di disegno e lavorazioni dei materiali. Nelle città che più tengono al loro passato i costumi sono tutti fatti a mano, in ogni dettaglio un capolavoro degli antichi mestieri tessili. Come anche le scarpe, riproduzioni fedeli dei modelli originali. 

Nel frattempo i diretti interessati si preparano. I fantini a conoscere, ad allenare i loro cavalli e animali per gli sforzi necessari a sostenere le gare. Ogni tipo di gara utilizza tecniche e animali diversi, ma i fantini spesso partecipano a più Pali e non è un caso che un controllo dei nomi dei fantini di ogni Palio troverebbe gli stessi nomi ripetersi di gara in gara. Soltanto i migliori vengono scelti e i loro servizi sono molto ricercati e la loro retribuzione non è soltanto nella forma dei trofei vinti.

Ma i fantini e i loro animali non sono gli unici elementi in competizione durante la stagione dei Pali. Anche gli sbandieratori sono in gara e la competizione tra di loro non è meno agguerrita di quella tra i fantini. Il pubblico festeggia ogni mossa buona dei suoi beniamini come prende in giro ogni sbaglio dei rioni e contrade avversari. I trofei degli sbandieratori hanno luoghi d’onore nelle sedi rionali quasi alla pari di quelli dei loro fantini. E le gare tra i ragazzi in costume non è da sottovalutare, e il premio per la miglior Dama del Palio è ambito ovunque.

Queste rievocazioni storiche dimostrano una faccia delle generazioni che hanno dato gloria al nostro paese. I ricordi e le lodi al nostro Medioevo e Rinascimento ci fanno ricordare una grande parte di quel che rende la nostra Cultura unica e ricchissima. Perciò questi eventi non sono da mantenere semplicemente per continuare in forma quasi innocua rivalità antiche, ma perché potrebbero svolgere un ruolo altrettanto importante per la promozione del nostro paese.

Con l’eccezione di Siena i Pali sono poco conosciuti all’estero, però hanno il potenziale di attirare turisti che poi non vedrebbero solo le gare agonistiche. Nell’andare ad assistere a queste gare i turisti avrebbero l’opportunità di vedere e godere zone che di solito hanno un numero limitato di turisti quando paragonati a Roma, Firenze e Venezia che sono, senza alcun dubbio, le città italiane più conosciute all’estero e dunque più visitate dai turisti.

Chi va a vedere Pali a Faenza, Ferrara, Alba, San Sepolcro, Teramo e tutte le altre città con feste medioevali, vedrebbe musei, gallerie e rocche, conoscerebbe nuovi piatti e prodotti regionali, ne assaggerebbe vini che spesso non escono dalle zone e capirebbe che i tesori culturali italiani non sono limitati ai tre grandi centri nominati, ma si trovano sparsi per tutto il paese. Chi fa il giro delle sedi dei rioni e delle contrade vedrebbe feste medioevali e mostre che presentano al mondo moderno la vita di una volta. La vita che ha dato luce a queste città bellissime, a opere d’arte straordinarie e anche a guerre feroci che hanno fatto la Storia non solo d’Italia, ma in molti casi anche del mondo.

Questi turisti vedrebbero i centri storici dei Pali al loro meglio, dove le piazze diventano le migliori cornici per i lavori dei rioni per le sfilate storiche e i Pali stessi. Chi va a Piazza del Campo a Siena per il Palio capirebbe all’istante una parte della realtà del passato della città. Chi va a vedere la gara della bandiera in Piazza del Popolo a Faenza le notti del weekend prima del Palio del Niballo, vedrebbe la vera bellezza di una Piazza poco conosciuta fuori della zona.

Purtroppo, ogni Palio ha i suoi critici, per esempio c’è chi non sopporta la confusione dei giorni di gara, chi mette in dubbio la veracità di certe gare, ma in fondo pochi possono negare che i Pali abbiano un impatto notevole sulle città.

Si, i Pali possono far molto per attirare nuovi turisti al Bel Paese ed è ora che siano promossi all’estero come meriterebbero. Ma non dimentichiamoci che non sono l’unica cosa nel nostro paese degna dei turisti. Cominciamo a guardare bene quel che abbiamo perché il futuro d’Italia dipenderà moltissimo dalla nostra capacità di attirare turisti internazionali e non solo perché i soldi che porterebbero nel paese servono per conservare quel che rischiamo di perdere per mancanza di fondi. 

È ora che l’Italia programmi bene il suo futuro, partendo anche dal fare crescere notevolmente il numero di turisti internazionali, non tanto ai tre grandi centri tradizionali, Roma, Firenze e Venezia, ma in città importanti che meritano un numero di turisti molto più grande perché il loro contributo al nostro passato fu molto più grande di quel che molti all’estero sanno.

Infine, che posto meglio che i Pali per far capire ai discendenti dei nostri emigrati all’estero la vera ricchezza della nostra, e quindi la loro Cultura, di vedere queste città al loro meglio, di guardare la bravura dei fantini, di sentire il rullo dei tamburi e di vedere volare in alto le bandiere di ragazzi che mantengono in vita tradizioni e capacità che sono solamente italiane.

 

di emigrazione e di matrimoni

The Drums and the Flags

In a normal year many Italian cities would have been heard for months the sound of drums and clarions and would have seen other groups training with sticks and flags in small squares and courtyards.

We all know that the Covid-19 emergency has changed life drastically around the world in every way. In Italy the emergency has meant many events were cancelled for this year that have lasted for at least decades, and in one famous case for centuries, and marked the life of many cities, specifically the medieval cities.

Therefore, we want to look at what these events mean, not only for the economy and the quality of life of these cities, but especially how they can be a major launching pad for the future by attracting tourists from around the world to see an aspect of our country that few know overseas.

(Translator’s note: words such as rioni and contrade all mean quarters/suburbs of cities and I have kept these in the article to show how customs change from city to city in Italy)

In a normal year many Italian cities would have been heard for months the sound of drums and clarions and would have seen other groups training with sticks and flags in small squares and courtyards. This training is the most evident part of the season that should have already started in Italy. Siena, Faenza, Ascoli, Foligno, Città di Castello and Sulmona, to name only a few, are cities which usually host some type of Palio, sadly it will not be possible to see these truly beautiful events this year.

Naturally the most and famous and undoubtedly the most exciting is the Palio di Siena, for both its perfect medieval setting and for the rivalry between the contrade where those who do not take part in an edition do their best to oppose their historic rivals. The rites and controversies of Siena’s Palio reflect the city’s medieval rivalries.

Each Palio is the occasion to show the world the history of cities that have written chapters of Italy’s history. Faenza, for example, a city that is little known overseas but has had citizens that can even be found in the Dante’s Divine Comedy, is not the only city where the rioni put on show the coats of arms of their aristocratic families in the processions that proudly march towards every appointment of the city’s Palio del Niballo.

Not all the Palios are horse races and in some cases not even these animals are involved, like in Alba where donkeys are the protagonists. They go from simple races such as at Siena, to quintane (quintaines), jousts, competitions with rings as targets and so forth. And then there is also the Palio delle Quattro Repubbliche Marinare (of the four Maritime Republics) which obviously involves boats.

But the Palio is not only a historic sport’s event. Each Palio is in a context that not only lets us glimpse the past but it gives us the opportunity, indeed the incentive, to not lose traditions and techniques that we would risk disappearing without them. These traditions start with those connected to the costumes.

The contrade, the rioni and the other districts that take part try to put on show the history and the details that make every Italian city unique. In order to provide these costumes for the historical parades there have to be a number of teams that work for all the year to recreate clothes, armour and the weapons of the past.

In the case of the costumes the work starts with the study of paintings and portraits from the period to take up the colours and the designs which then continues through the historical archives for the documents and the stories that describe which materials were used and how.  And then comes the most demanding part, putting everything together and to bring back to life fashions and styles that had not been seen for centuries. This is also true for the weapons and the recreation of ancient styles of fighting and arts such as falconry which characterized the lives of the rich and the powerful during that period.

The preparation of the costumes keeps alive centuries old methods and techniques of design and processing of the materials. In the cities that care most for their past the costumes are made by hand, in every detail a masterpiece of ancient textile crafts. Just like the shoes which are faithful reproductions of the original models.

In the mean time those directly involved get ready. The horsemen to get to know and train their horses and the animals for the efforts needed to endure the competitions.  Each type of competition uses different techniques and animals but the horsemen often participate in a number of Palios and it is no coincidence that if we checked the names of the horsemen of each one we would find the same names repeated in event after event. Only the best are chosen and their services are much sought after and their remuneration is not only in the form of the winner’s trophies.

But the horsemen and their animals are not the only elements in competition during the season of the Palios. The sbandieratori (flag throwers) are also in competition and this is no less fierce than that between the horsemen. The public cheers every good move by their favourites just as it mocks every mistake by their rival rioni and contrade. The sbandieratori’s trophies have places of honour in the headquarters of the districts almost on a par with that of their horsemen. And the competition between the people in costume is not to be underestimated and the prize for the best Lady of the Palio is coveted everywhere.

These historical re-enactments show us a face of the generations that gave glory to our country. The memories and the praise of our medieval period and the Renaissance let us remember a large part of what made our Culture unique and very rich. Therefore, these events are not to be kept simply to continue ancient rivalries in an almost harmless form but because they could play an equally important role for the promotion of our country.

With the exception of Siena, the Palios are little known overseas, however, they have the potential to attract tourists which would then see not only the competitions. When they come to watch these events tourists would have the opportunity to see and enjoy areas that usually have limited numbers of tourists when compared to Rome, Florence and Venice which are without doubt the Italian cities best known overseas and therefore most visited by tourists.

Those who go to see Palios in Faenza, Ferrara, Alba, San Sepolcro, Teramo and all the other cities with medieval festivals would see museums, art galleries and fortresses, they would get to know new dishes and regional products, they would taste wines that often do not leave the areas and they would understand that Italy’s cultural treasures are not limited only to the three great centres names but are spread throughout the country. Those who do the rounds of the headquarters of the rioni and the contrade would see medieval feasts and exhibitions which present to today’s world the life of times gone by. The life that gave birth to these beautiful cities and extraordinary works of art and also ferocious wars that made not only Italy’s’ history but in many cases also the world’s.

These tourists would see historic city centres at their best, when the piazze become the best settings for the work of the rioni for the historical parades and the Palios themselves. Those who go to the Piazza del Campo in Siena for the Palio would immediately understand a part of the reality of the city’s past. Those who go to see the exhibitions of the flags in Piazza del Popolo in Faenza on the evenings of the weekend before the Palio would see the true beauty of a Piazza that is little known outside the area.

Sadly every Palio has its critics, for example those who cannot stand the confusion of the days of the event and those who doubt the veracity of certain competitions but basically few can deny that the Palios have had a considerable impact on the cities.

Yes, the Palios can do much more to attract new tourists to Italy and it is time they are promoted overseas as they deserve. But let us not forget that they are not the only things in our country that deserve tourists. Let us start by looking closely at what we have because Italy’s future will depend very much on our capacity to attract international tourists and not only because the money they would bring are needed for preserving that we risk losing due to lack of funds.

It is time for Italy to programme its future well, also starting by significantly increasing the number of international tourists, not so much to the three great traditional centres, Rome, Florence and Venice, but in major cities that deserve a much bigger share of tourists because their contribution to our past was much greater that what many people overseas know.

Finally, what better place than the Palios to make the descendants of our migrants overseas understand the true wealth of our and therefore their Culture, than seeing these cities at their best, to see the skills of the horsemen, to hear the roll of the drums and to see the flags flying high from the hands of young people who keep alive traditions and skills that are purely Italian.

A Crotone ‘Libere Donne’ dona la mascherina ecologica alle famiglie in bisogno.

Intervista a Caterina Villirillo presidente dell’associazione Libere Donne che in lockdown ha affiancato la popolazione più fragile: ‘ci sono famiglie che non possono sostenere il costo della mascherina ma devono rispettarne l’obbligo’

di Benedetta Parretta

Un impegno capillare quello dell’associazione di Crotone ‘Libere donne’, presieduta da Caterina Villirillo, che in periodo di lockdown ha messo in campo tante risorse umane per aiutare le famiglie in difficoltà con raccolta di alimenti e consigli pratici, oltre alla missione di ascolto che da sempre caratterizza il lavoro di questa associazione molto presente sul territorio.

Come nasce l’idea di fare le mascherine in stoffa?

Questa idea nasce dal buon riscontro che i commercianti hanno dato, dopo l’iniziativa della “presina” per la festa della mamma, ci hanno regalato delle stoffe e ci siamo resi conto che ormai dobbiamo convivere con il pericolo di questo virus.

Una famiglia già in difficoltà non avrebbe potuto comprarle e cambiarle spesso, allora, avendo i laboratori delle donne vittime di violenza, ho deciso di far cucire alle volontarie le mascherine “gratis” per tutti coloro che ne hanno bisogno. Mascherine ecologiche che basta bollire ogni giorno e sono disinfettate. ’Libere Donne’ non si è fermata durante il lockdown, anzi ha lavorato di più. Non solo abbiamo continuato a dare sostegno psicologico, e non solo per le donne vittime di violenza, ma abbiamo dovuto interagire per lo stress della quarantena con tutti, giovani e anziani, gente depressa e con una situazione economica un po’ disastrata.

Che tipo di sostegno l’associazione Libere Donne ha dato in periodo di lockdown per emergenza coronavirus? Quali le attività a favore dei più fragili economicamente?

Molte le attività di affiancamento alle famiglie più bisognose dalla raccolta alimentare, la Spesa Sospesa presso i supermercati, per aiutare le famiglie che avevano una vera necessità, e cioè nulla da mangiare. Ma anche la raccolta di beni di prima necessità per i più piccoli, per i quali ci siamo inventate un baratto delle presine, fatte da noi, per la festa della mamma. Per non parlare della raccolta dei vestiti usati, consegnati alle famiglie che ne facevano richiesta. Abbiamo affiancato gente che è arrivata da territori lontani e distanti nella provincia di Crotone.

Abbiamo cercato di aiutare la gente nella compilazione della domandina per i buoni spesa, con molte difficoltà perché difficile la modulistica e la gente non aveva un computer e non sapeva mandare una mail. Abbiamo lavorato h24, stiamo aiutando la gente informandola anche sugli eventuali incassi di borse di studio cercando di facilitare tutto senza fare assembramento.

Tutto nasce per amore, per tendere la mano a tutti quei fratelli che il virus ha lasciato soli, ma noi non l’abbiamo fatto, abbiamo abbracciato tutti con il nostro operato sul territorio.

L’era della disumanità

Un pezzo di carne da esibire per ogni occasione

di Paolo Buralli Manfredi – Melbourne (Australia)

La disumanità di questa misera umanità da molti anni a questa parte ha raggiunto livelli di non ritorno, la desertificazione morale ed intellettuale di un mondo che ormai basa tutte le sue azioni in favore di due precise divinità, il denaro ed il potere, non potrà più essere arginata da quella diga che era la saggezza dei vecchi di epoche passate, che ci hanno ormai lasciato nelle mani delle nuove generazioni che sono state cresciute a pane, tecnica, tecnologia, social network, che comunicano con non più di 160 caratteri e che credono agli slogan perché mal sopportano il ragionamento e le argomentazioni che ormai non van più di moda.

Ed anche la politica, dunque, ben se adattata a questa limitata umanità accettando il fatto che tutti sono uguali a tutti, che uno vale uno e che non conta quanto colto sei o di quale capacità e competenze disponi, l’importante è saper sventolar bene il tuo pezzo di carne, per attrarre quei poveri affamati chiamati popolo, che ormai si accontenta delle carni altrui per soffocare quell’eterna sofferenza che li accompagna ormai da molti anni, quella sofferenza che lacera le loro ferite, chiamate, disoccupazione, disuguaglianza sociale, diritti umani calpestati e tante altre cose che una società che si definisce Democratica non dovrebbe permetterne l’esistenza.

E allora eccoli i pezzi di carne esibiti da una parte e dall’altra per racimolare qualche povero ignaro, convinto che quei pezzi di carne lo riporteranno al benessere perduto, e dunque, telecamere puntate contro il terrorista che rientra dal Brasile, telecamere puntate contro la rasta che sbarca orgogliosa d’aver infranto le leggi per una buona causa, telecamere puntate contro quei poveri uomini di colore, utilizzati dalla bracciante che, anzichè combattere i Caporali, fornisce agli stessi altra carne da macello ma legalmente sfruttabile, telecamere puntate sui poveri bimbi della guerra che servono agli uni ed agli altri per dimostrare le atrocità degli uni e degli altri, dimenticati un attimo dopo dallo spot del nuovo prodotto di bellezza o dalla birra all’ultimo malto.

Venghino signori venghino, c’è un pezzo di carne per ognuno di voi, e le telecamere tornano in aeroporto a riprendere la Cristiana tornata Musulmana per poi spostarsi sul bianco poliziotto che soffoca l’afro-americano e quel pezzo di carne diventa lo sfogo di anni di compressione, di repressione, di negazione del sogno americano, che apre i cancelli degli store dove tutti possono accedere ai prodotti costosi irraggiungibili, dal maxi schermo dalla marca prestigiosa , al prodotto tecnologico sognato, al vestito all’ultima moda, alla scarpa di lusso, perché grazie a Mr Floyd tutto è gratis e si può rubare al bianco schiavista,  ce n’è  per tutti i gusti, solo poche regole sono imposte ai consumatori delle carni: il divieto di alzare la testa, di liberarsi delle catene dell’ignoranza, di pensare autonomamente, di acculturarsi, di chiedere il resoconto delle tasse versate, di chiedere un equo salario, di chiedere che sia mantenuta la frase scritta nei tribunali, “La legge è uguale per tutti”, di uscire dalla povertà, di vedere ogni punto della Costituzione rispettato, insomma di non disturbare il pupazzo di turno messo dal potente di turno.

Forse un giorno i mangiatori di carne saranno illuminati dalla provvidenza e quando questo giorno arriverà i mangiatori di carne diventeranno vegetariani e allora forse, i manipolatori del mondo saranno presi alla sprovvista e gli uomini non potranno più essere alimentati con la carne di altri poveri uomini e allora, come già capitato nella storia, potremo assistere ad un nuovo Rinascimento che scuoterà le menti di tutta l’Umanità.

Non so quando succederà ma so che succederà!

Per paura del virus si muore d’infarto

Per timore del contagio da covid19 i pazienti con patologie cardiovascolari sono rimasti a casa rischiando morte o disabilità. Carlo Palermo, segretario nazionale Anaao esprime allarme chiedendo un rilancio della sanità pubblica per arginare future pandemie e i molteplici fattori di rischio salute della popolazione

 

I primi a lanciare l’allarme sono stati i cardiologi. In tutto il paese da quando c’è il Covid si è registrato un drastico calo di accessi al Pronto Soccorso per infarto fino al 50%, e per ischemia o emorragia cerebrale fino al 70%, pur essendo consapevoli che il tempismo nella cura di queste patologie è determinante. Per paura del virus si resta a casa aumentando così le probabilità di morte o disabilità. Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte in Italia. Anche per questo gli ospedali si sono affrettati ad adottare percorsi sicuri per gli ingressi dei pazienti noCovid ben distinti dai pazienti Covid, per loro e per pazienti con altre patologie urgenti, che se non trattate vanno a complicarsi inevitabilmente.

“Sull’onda della ripresa si è deciso di tenere conto strategicamente delle famose tre T: tampone, trattamento e tracciamento, ma si parla anche di territorio per l’individuazione di eventuali nuovi casi che potranno esserci – spiega Carlo Palermo, segretario nazionale Anaao – Per le patologie tempodipendenti come infarto e ictus, nel periodo Covid è stato segnalato un incremento della mortalità, perchè all’inizio dell’epidemia l’apparato ospedaliero era rivolto al contenimento del virus, con il grande impegno per il trasporto dei pazienti da parte del 118. La paura ha determinato che i cittadini non si sono più rivolti all’ospedale, così i Pronto Soccorso si sono svuotati di quei casi che necessitavano di un intervento immediato per paura di essere contagiati. In questo contesto sono arrivate notizie che si vedevano meno infarti”.

Nel periodo iniziale dell’epidemia, mentre tutti eravamo a casa, è stato consigliato specialmente agli anziani e alle persone più fragili, a coloro che già avevano in atto delle patologie, di restare irremovibilmente a casa. Ricordiamo che anche le visite ambulatoriali erano sospese ed era consigliato non intasare lo studio del medico di famiglia che però rispondeva proponendo triage telefonico, come da invito della protezione civile. Così è stata usanza comune quella di autogestire e forse autodiagnosticare qualche malessere. Alcune patologie, come infarto o ictus, necessitano di tempestività negli interventi, specie perchè le terapie o la chirurgia siano efficaci.

“Andare in ospedale entro un arco temporale in cui la patologia è gestibile, salva la vita – ha continuato il segretario Anaao, il principale sindacato dei medici ospedalieri italiani – ma andare dopo sei o sette ore o non andare per niente tenendosi il dolore al petto con condizioni cliniche peggiorate, aumenta la probabilità della mortalità. C’è stato un lavoro della società italiana di cardiologia che ha dimostrato come in questi pochi mesi la mortalità è passata dal 4% al 14%. Un ritardo o una riduzione degli interventi di angioplastica determina questo, la causa è la paura. Ma vale anche per altre patologie che necessitano di altre emergenze chirurgiche. Un paziente con una necessità chirurgica che non vuole sottoporsi adesso ad intervento perchè ha paura potrebbe pagare in termini di buon esito delle cure, le possibilità di buona riuscita in seguito si riducono.

Un incremento di dieci punti di mortalità ordinaria. Se i casi di infarto e di ictus sono circa duecentomila all’anno, se si immagina una mortalità incrementale di questo tipo in un anno sono ventimila casi in più. Poi c’è l’incremento di mortalità per tutto il resto delle patologie. Ci sono tutte le altre grandi cause, la prima le malattie cardiovascolari, siamo al 37%, ma da non trascurare i tumori circa al 30% delle cause di mortalità. In questo caso i malati che seguono terapie sono circa un milione e 200mila e di questi circa 300mila, quindi un quarto del totale, sono coloro che fanno chemio e radioterapia, che devono fare regolari controlli”.

Poi ci sono 410mila persone che attendono interventi chirurgici, perchè in questo periodo di emergenza coronavirus non si sono avvicinati agli ospedali. “410mila interventi corrispondono al 10% degli interventi che si fanno in un anno – dice fermamente Carlo Palermo – che sono più di 4 milioni, siamo intorno al 10% e per recuperarli si tratta del 10% del lavoro in più in un anno o in sei mesi il 20% , quindi almeno sei mesi di lavoro extra, tutto questo in una situazione critica della sanità che già ci è nota, un sistema sanitario tirato al parossismo sotto il profilo dell’efficientamento e del produrre prestazioni, tirato al massimo, che ha 45 mila posti letto in meno, una carenza di settemila medici negli ultimi dieci anni. Se poi ci mettiamo la dirigenza sanitaria portata avanti da fisici, chimici, biologi e quindi aggiungendo questi che sono altri duemila in meno, arriviamo a novemila persone che mancano nel nostro SSN; meno 36mila infermieri e operatori sanitari e una carenza di posti letto che ci mette in coda rispetto alla media europea poiché parte da 3,2 per mille il numero dei nostri posti letto in Italia, in Germania siamo all’8 per mille, in Austria siamo a 7 per mille e la media europea è 5 per mille. La nostra è una risposta estremamente ridotta, la stessa Commissione Europea sulla sanità nella previsione dei Fondi europei, i famosi 170 miliardi, ha raccomandato un intervento particolare perchè la resilienza e la capacità di risposta del sistema va migliorato. L’Italia (in emergenza covid19- ndr) si è salvata grazie allo sforzo straordinario di tutti gli operatori che hanno retto per quanto possibile in condizioni difficili”.

Pensiamo soltanto che siamo entrati in una pandemia che non potevamo, forse, prevedere, con solo cinquemila posti in terapia intensiva in tutto il paese. Del tutto impreparati quindi ad affrontare una evenienza del genere, sebbene avessimo già avuto delle “prove generali” con altre epidemie alcuni anni prima e oggi con la globalizzazione e con la generosità che ci contraddistingue, fatta di accoglienza e di aperture, dovevamo immaginare che le emergenze sanitarie ci avrebbero investito, e “investire” che è una parola che ha più significati, deve essere il nocciolo della questione, non tagliare.

“Ne avevo parlato proprio il 24 febbraio, lo ricordo bene, e rilevavo proprio questo problema – ci racconta il segretario Carlo Palermo – Avevamo un tasso per centomila di posti letto in Italia estremamente basso, ma soprattutto estremamente variegato. Il tasso medio europeo era 8,9 per 100mila abitanti. Per avere un’idea il Belgio ne ha 15 per centomila, la Germania 28 per centomila. La Calabria, pur dichiarando un tasso di 7 per centomila, in realtà quelli operativi dove c’è il personale, sono 5 per centomila. Per cui una situazione pesante, infatti dissi allora, menomale che l’epicentro è scoppiato dove le strutture sono più solide rispetto al sud dove rapidamente saremmo andati alla saturazione dei posti letto di terapia intensiva se ci fosse stata un’epidemia con la stessa virulenza che ha colpito il nord”.

Ma l’OMS ci ha avvisato che dobbiamo abituarci ad avere ciclicamente delle pandemie, quindi sarà bene attrezzarci e abituarci da questo momento a convivere con l’idea che i virus sono con noi e ci resteranno.

Non ci sarà più nord o sud del mondo o del Paese. “Il rischio è molto alto – conferma il segretario – e sarà necessario fare degli investimenti. Un primo incremento del Fondo Sanitario Nazionale c’è stato, ma ho l’impressione che non sia sufficiente. Bene invece l’investimento per l’incremento dei posti letto per la terapia intensiva che verranno portati al 14,5 per centomila, quindi un bel salto che aiuterà a smaltire l’arretrato di interventi chirurgici accumulato, che si rendono necessari per il post operatorio. Non abbiamo un numero adeguato di medici. Mancano anestesisti, medici dell’emergenza-urgenza, pneumologi, infettivologi. Le unità di infettivologia sono state massacrate nell’ultimo decennio e ora ne stiamo pagando il prezzo. C’è bisogno di un investimento in personale specializzato. C’è bisogno anche di ortopedici, di quei 410mila interventi, circa 150mila sono interventi di ortopedia”.

Il nostro è un Paese che sta invecchiando, nascite molto al di sotto della media, a causa della mancanza del lavoro i giovani stentano a mettere su famiglia. La popolazione italiana è prevalentemente adulta. Le figure dell’ortopedico, del geriatra, dei medici che seguono la popolazione anziana contano molto. “Serve un’iniezione di risorse che diano risposte al settore sanitario – conclude il segretario Carlo Palermo – che poi il Servizio Sanitario Nazionale deve gestire in modo adeguato. I finanziamenti sono importantissimi. Non avrei tante ritrosie per il Mes finalizzandolo al SSN per le spese dirette e indirette legate al Covid, come dice la Comunità Europea, anche perchè abbiamo bisogno di un ammodernamento delle strutture. Quando è sopraggiunta l’epidemia abbiamo dovuto correre ai ripari per tracciare i percorsi separati, Covid e noCovid, costruire le tende fuori dagli ospedali per il pretriage, la mortalità piano piano si è ridotta. Ma in termini di personale è costato moltissimo, fra medici e infermieri sono mancate oltre 220 persone. Non va dimenticato.

‘Ether, il quinto elemento’: spiritualità e accoglienza dei pontificati contemporanei con il vaticanista Mimmo Muolo

Nel nuovo appuntamento di Ether con la cultura, Isabel Russinova incontra il giornalista e scrittore Mimmo Muolo che chiarisce il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo

di Macrì Martinelli Carraresi

Il nuovo appuntamento di ‘Ether, il quinto elemento’ parla di spiritualità e del cammino cristiano promosso dai pontificati contemporanei con Mimmo Muolo, vaticanista, scrittore e vice capo della redazione romana di Avvenire.  Muolo, che ha accompagnato parte del pontificato di Giovanni Paolo II e dall’inizio quello di Papa Benedetto, come al momento di Papa Francesco, ha all’attivo diverse pubblicazioni di successo. Il suo ultimo libro “I soldi della chiesa”, che ha da poco ricevuto il premio “Cardinale Michele Giordano”, investiga tra i luoghi comuni che spesso circolano intorno agli interessi economici della Chiesa. Il sottotitolo del volume infatti recita “ricchezze favolose e povertà evangelica” e risponde a molte domande come ad esempio: da dove arrivano le risorse della Chiesa?  Come vengono impiegate? Che differenza c’è tra Stato Vaticano e Santa Sede?  Tra gli altri volumi di successo di Mimmo Muolo ricordiamo anche “Generazione Giovanni Paolo II” che racconta la storia della giornata mondiale della gioventù, creata e fortemente voluta da Papa Giovanni Paolo II, ritenuto da molti uno dei più importanti momenti del suo storico pontificato. Con Isabel Russinova ideatrice dell’innovativo format su Zoom dedicato ad arte, ambiente e cultura, come di consueto Tiziana Primozich e Macrì Martinelli Carraresi del webmagazine DailyCases. I particolari della puntata nel filmato

Il 1 giugno 1926 nasceva la bionda più famosa del cinema mondiale: Norma Jean Baker in arte Marilyn Monroe.

A lei va il nostro ricordo di appassionati di cinema, ma anche di generazioni che hanno sognato ad occhi aperti l’entrata sulle scene di questa donna capace di stravolgere non solo l’esistenza di uomini potenti e di star blasonate, ma anche di semplici ammiratori che faceva sognare ad occhi aperti. Tanto bella quanto sfortunata, un battito di ali è durata la sua esistenza, quanto basta per trasformarsi in un’icona planetaria.

di Andrea Cavazzini

Norma Jean Mortenson Baker, probabilmente se avesse fatto la segretaria in uno studio legale o la commessa in un grande magazzino sarebbe stata un’americana qualsiasi e non poteva certo immaginare un destino del genere. Si sarebbe divisa tra famiglia, figli e lavoro riscattando forse (vista la sua inquietudine) un’esistenza difficile, tra una madre affetta da seri problemi psicologici ed un padre che non aveva mai conosciuto.

Probabilmente neanche lei avrebbe immaginato che quello pseudonimo, Marilyn Monroe avrebbe cambiato la sua vita e segnato il suo tempo, grazie anche alle tante rappresentazioni realizzate da numerosi artisti, uno su tutti  Andy Warhol. Il mito di Marylin a distanza di quasi 60 anni dalla morte, continua ad affascinare, incuriosire, confermandosi una delle principali icone della cultura pop contemporanea

Icona incontrastata di Hollywood senza tempo per eccellenza, Marilyn Monroe morì improvvisamente il 4 agosto 1962, nella sua casa di Brentwood, a Los Angeles. Mori a soli 36 anni a causa, di una dose eccessiva di barbiturici.

Condusse una vita segnata da successi, ma anche da drammi, scandali ed eccessi. Tanti eventi che hanno alimentato il suo mito e gettato ombre sulle circostanze della sua morte, che alimentano ancora oggi le teorie della cospirazione a distanza di quasi sessant’anni.

Le sue frequentazioni eccellenti con il clan Kennedy, con Sinatra, le sue storie con Joe di Maggio, Yves Montand che fece andare su tutte le furie Simone Signoret. Marilyn era una donna magnifica, avrebbe potuto avere gli uomini più belli, ma sposava solo uomini che avevano quasi il doppio della sua età, continuava a cercare in questi uomini la figura di quel padre che non aveva mai conosciuto. Lo stesso accadde anche con Arthur Miller drammaturgo newyorkese e di sinistra inviso al potere in pieno maccartismo, perché si rifiutò di fare i nomi degli artisti comunisti e dal quale lei imparò molto. Ma non durò a lungo.

Eppure fin ragazza aveva un obiettivo: diventare una star, a qualunque costo. Audacia e determinazione non le mancavano per guadagnarsi da vivere agli inizi della sua carriera. Rapido cambio di look, capelli biondi, qualche fotografia, (posò anche nuda sollevando un’ondata di sdegno nell’America puritana di quel periodo) la giovane Norma ventenne con un divorzio già alle spalle iniziò la sua carriera di modella grazie ad un fotografo dell’esercito americano che la scoprì in un’azienda della Difesa, dove si eseguivano test per i paracaduti, presso la quale era impiegata.

Pur non avendo alcuna istruzione era comunque volenterosa di apprendere e passava le ore davanti allo specchio per creare quell’immagine che la rese un’icona planetaria, lavorando in maniera maniacale sull’immagine e sull’aspetto.

Fu la bionda più famosa della storia di Hollywood etichettata spesso come la bionda senza cervello, ma certamente non stupida e anche impegnata nella difesa dei diritti civili. In un periodo dove i neri erano ancora oggetto di ostracismo da parte del mondo dello spettacolo, si schierò a difesa di Ella Fritzgerald che adorava, per perorare una serie di sue esibizioni al Mokambo, uno dei piu noti jazz club di Hollywood che si rifiutava di ingaggiare artisti di colore.

Marilyn è stata una donna in grado di passare dalle risate alle lacrime, come una funambola, sul bordo del precipizio. Ad oggi non ha lasciato eredi, ed è ciò che la rende intoccabile. Una bellezza multipla, naturale, senza filtri, fragile e luminosa e tutti noi la ricordiamo ancora in quegli splendidi fotogrammi di “Quando la moglie è in vacanza”, uno dei capolavori di Billy Wilder, dove in quelle pose in un misto tra seduzione e ingenuità, il vestito bianco di Marilyn si solleva su una grata al passaggio della metropolitana. Bye bye Marilyn, io continuerò a sognarti!

A due anni dalla scomparsa del giudice Carlo Caruso: per arrivare all’alba non c’è altra vita che la morte

La Consolidal Lazio e Roma patrocinano e diffondono la seconda edizione del Premio di poesia e narrativa “Carlo Caruso: il giudice, l’uomo, il poeta” promossa dalla Associazione culturale e sportiva Carlo Caruso a.p.s., per ricordare un grande uomo di giustizia e di grande umanità: al centro della sua vita rieducare i minori autori di reati

 “Per arrivare all’alba non c’è altra vita che la morte ed io continuerò a vivere attraverso le mie parole” (Khalil Gibran). Se vivere per sempre significa dare un senso alla propria vita, diventando esempio “di carne”, impostando le decisioni essenziali del proprio percorso sulla correttezza verso gli altri, su scelte di campo a fianco dei più deboli, sull’amore universale, infinito dove solo nell’insieme si acquisisce quella consapevolezza che rende il nostro esserci nell’universo cosmico ed eterno, se non si tradiscono i principi etici, tanto enunciati, ma difficilmente agiti, se non si è mai barato per ottenere quello che professionalmente si meritava preferendo perdere pur di non sporcarsi le mani, se oltre alla competenza, alla generosità, al rispetto delle regole, si riesce a ridare speranza anche a chi non ha voce, tanto da farsi soprannominare dai monelli banditi “giudice papà”, allora si resta per sempre: “le idee come gli esempi non muoiono mai” come ci ha insegnato Giovanni Falcone.

Sono passati due anni, ma tu sei qui; si lui è qui perché Carlo Caruso era una persona speciale!

Era il 2 giugno del 2018, a Roma erano finite da poche ore le celebrazioni per la festa della Repubblica italiana, il sole splendeva, poi improvvisamente il buio, il dolore straziante, incredulo, inaccettabile, improvviso, l’esistenza di Carlo si era recisa!

Lo sgomento per la sua morte improvvisa, così fulminea, ha lasciato basiti, ammutoliti, increduli, non solo i suoi familiari, la sua amata compagna, il figlio, ma i tanti che lo avevano frequentato, dalle persone più umili, al suo maestro di sitar indiano, ai suoi colleghi magistrati, al Personale di Polizia Penitenziaria e dei Servizi minorili della Giustizia, a chi aveva premiato le sue poesie in vernacolo romanesco, ai giovani detenuti che erano riusciti a riaprire le loro finestre alla vita, perché li aveva ascoltati, non solo giudicati, perché gli aveva indicato che nonostante i loro sbagli, le loro vite certamente sfortunate perché privi di quei porti sicuri di bolbyana memoria, potevano “rinascere moralmente e socialmente”, il credere in loro nel dare loro fiducia, nell’indicare loro la strada, questo ha fatto e fa la differenza per essere autenticamente un giudice minorile, come sei stato tu!

Non è il ruolo a dare significato e contenuti allo stesso, ma sono le persone a renderlo tale!

E poi il lutto, la cerimonia funebre, la chiesa stracolma, l’ultimo saluto!

La parola lutto deriva dal latino “lugere”, piangere e sta a significare tutte le situazioni in cui una persona manifesta il proprio dolore, in questo caso per la improvvisa e lacerante perdita di una persona cara, ma accanto al lutto c’è il cordoglio.

Anche la parola cordoglio deriva dal latino “cor”, “dolere”, significa dolore del cuore. Certamente sono due lati della stessa medaglia, ma il cordoglio è una forma di dolore più personale, più intima, a volte nascosta per condividere qualcosa di esclusivo con la persona che si è persa, poi improvvisamente questo dolore diventa una risorsa di amore e di testimonianza, in nome di quell’amore universale che lo ha accompagnato sempre nella sua vita! Cosi la professoressa Lucia Branca in Caruso, ha deciso di fondare una associazione in ricordo del suo amato Carlo!

Il Premio di poesia e narrativa di questa seconda edizione è dedicato a tutti i minori e giovani-adulti sottoposti a limitazioni della propria libertà, a quei famosi monelli banditi che in tanti hanno scritto lettere di commozione alla notizia della sua morte, manifestazioni d’affetto e di riconoscenza che li avrebbero accompagnati nel loro futuro cammino, in quella scommessa condivisa che ce la potevano fare! Il Premio ha questo intrinseco significato: fare esprimere emozioni, i segreti nascosti di tanti dolori manifestati, ma troppo spesso ignorati dalla stessa società, i sensi di inadeguatezza, di sconforto di chi vede il sole filtrare a quadrati nella stanza detentiva, di chi sa come significa essere riconosciuti solo come cattivi, di chi ha paura di svelare il proprio bisogno di amore, di non essere solo etichettato, di chi ha bisogno che qualcuno creda in lui, lui che a differenza dei tanti altri giovani non aveva la rete a proteggerlo quando è caduto dal quel difficile trapezio della sua fragilità ed isolamento sociale ed educativo! Dare spazio e visibilità a questi ragazzi significa continuare a risvegliare quel sorriso che tu riuscivi a dare, e così tu continui ad esserci, in loro, in noi, nell’amore che nasce dal dolore, come dicevi tu!

È anche cercare di richiamare questa nostra società alla necessità di girare l’angolo: disattenzioni, negazione di quell’umanesimo che ha fatto grande la nostra storia di popolo, individualismo sfrenato, ognuno protagonista per e di se stesso, il Thanatos che prevale sul Cosmos, le relazioni virtuali, la globalizzazione sfrenata, il successo a qualunque costo… forse ora con il coronavirus dovremmo averlo capito finalmente che vitale è una riconversione della nostra coscienza socio-economica e culturale, individuale e collettiva, che deve rendere prioritaria l’etica della solidarietà e del mutuo aiuto, dobbiamo re-imparare a spiritualizzare il nostro vivere!

Solo così saremmo veramente liberi, anche se il costo è di pagarne un caro prezzo, ma Carlo con la sua ricerca della bellezza, dell’arte, della poesia, del lavoro senza pausa, ci ha indicato la strada, ci ha insegnato con la sua vita, ricca culturalmente e intrisa di grande umanità, che solo la vera libertà rende liberi, e tu sei stato, sei e sarai per questo il nostro mentore!

Ed è per questi motivi che la Consolidal sezione regionale Lazio e sezione di Roma hanno deciso di patrocinare e diffondere la seconda edizione del Premio di poesia e narrativa “Carlo Caruso: il giudice, l’uomo, il poeta” promossa dalla neo Associazione culturale e sportiva Carlo Caruso a.p.s. “per premiare le opere e valorizzare i giovani autori in vinculis che sapranno esprimersi in modo chiaro, mettendo a nudo i propri sentimenti, le proprie aspirazioni e il loro sogni, in un momento particolarmente difficile della loro giovane vita”

 

a cura di:

Serenella Pesarin (sociologa, psicologa-psicoterapeuta, esperta nel settore penale e minorile,
presidente “Consolidal sezione di Roma”)

 

Antonio Basta (presidente “Consolidal sezione regionale Lazio”)

 

Massimo Martelli (pedagogista)

Consolidal Sezione Locale di Roma- Circonvallazione Gianicolense n. 408 – 00152 ROMA

La protesta dei giovani futuri avvocati in emergenza covid19

In fibrillazione i 20mila aspiranti avvocati che dopo la prova scritta di dicembre per l’accesso alla professione, a causa del covid19 ad oggi non hanno l’esito dell’esame e nessuna notizia sull’eventuale prova orale da affrontare

Di Macrì Martinelli Carraresi

Il destino di ventimila aspiranti avvocati e magistrati italiani è sospeso e minacciato dal caos scaturito dall’emergenza Covid-19 che in questo caso sta colpendo la categoria dei giovani giuristi. Le lentezze che accompagnano la correzione delle loro prove scritte, effettuate a dicembre, blocca l’accesso a quelle orali mettendo a rischio lo stesso ingresso alla professione. Per ora un’ipotesi che potrebbe portare ad una soluzione,  mettendo d’accordo anche la commissione, sarebbe quella di permettere agli idonei degli scritti 2019 ad accedere direttamente alla prova orale 2020 senza dover rifare nuovamente lo scritto.

La situazione di stallo è stata da più parti denunciata e si sono  levate azioni di protesta da parte di giovani praticanti, tra le quali  la lettera aperta al direttore del Corriere della Sera di  Giulia Brugnerotto , aspirante magistrato  che, dopo aver spiegato passo passo le ragioni della protesta della sua categoria così penalizzata, suggerisce anche alcune proposte riformatrici, che stanno aprendo un tavolo di discussione che potrebbe portare all’avvio di  una riforma dell’esame di abilitazione  per gli avvocati  la cui disciplina, ricordiamolo,  risale ad una legge del 1934.

La lettera di Giulia si conclude così ”che le cose siano così , non vuol dire che debbano andare così”.

Qui di seguito la lettera di Giulia Brugnerotto al Corriere della Sera

 Egr. sig. Direttore,

mi permetto di scriverLe per sottoporLe una serie di problematiche, fino adesso sconosciute o comunque non oggetto di meritevole trattazione.

Mi chiamo Giulia, sono una praticante Avvocato e aspirante Magistrato. Nel dicembre 2019 ho sostenuto l’esame di avvocato e, come altri 20mila praticanti, sono in fremente attesa dell’esito della prova scritta al fine di potermi preparare, in caso di esito positivo, alla prova orale.

Le scrivo con la speranza che il Suo giornale possa dare finalmente voce ad una categoria che non è mai stata sufficientemente ascoltata e tutelata: noi giovani, più in particolare i giovani giuristi.

Sebbene l’art. 3 Cost. disponga che “tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali,” io, nelle vesti di aspirante giurista, come penso molti altri, non ci credo più molto.

L’inaspettata sopravvenienza del Covid -19 ha comportato gravose conseguenze in tutti i campi, nessuno escluso. Tuttavia, occorre precisare che le categorie già benestanti ne stanno uscendo quasi illese, mentre quelle ab origine in difficoltà sono costrette a sopportare condizioni sempre più degradanti.

Una lettera non basterebbe per elencare tutte le categorie precarie e le relative problematiche, ecco perché mi limito ad indicarne solo una: la categoria dei giovani giuristi, più in particolare gli aspiranti avvocati caduti nel dimenticatoio.

Lungi dall’evitare immediate critiche, sono perfettamente consapevole del fatto che vi è un’epidemia in corso e che i problemi sono altri e anche più gravi, ma questo, a mio avviso, non giustifica le evidenti disparità di trattamento.

Invero se i diversi decreti emanati hanno cercato di garantire una tutela – seppur minimale- alle maggior parti delle categorie professionali, è evidente come alcune siano state completamente dimenticate. Difatti ancora oggi, i 20mila praticanti avvocato che hanno sostenuto lo scritto di abilitazione, sembrano essere dimenticati nel nulla, vivendo così in una ingiusta situazione di limbo ed incertezza.

A partire dall’emanazione del Decreto cd. Cura Italia, l’Onorevole Manfredi, in qualità di Ministro dell’Università e della ricerca, ha stabilito che ai fini dell’abilitazione all’esercizio di specifiche professioni quali ad esempio architetto, assistente sociale, geometra,ingegnere,dottore commercialista, esperto contabile etc., in ordine alla prima sessione d’esame fissata nell’anno 2020, sia sufficiente sostenere un’unica prova orale secondo le modalità “a distanza”.

Tuttavia, tra queste specifiche professioni non è inclusa quella degli aspiranti avvocati.

Sul punto non si comprende quale sia la ragione che abbia indotto l’esecutivo a non parificare – circa le modalità di svolgimento dell’esame di Stato – la professione forense a tutte quelle interessate dal suddetto provvedimento, preferendo invece optare per una correzione da remoto delle prove scritte espletate nel dicembre 2019.

Non vi è chi non veda come vi sia un’evidente disparità di trattamento del tutto ingiustificata in ordine ad una professione di pari dignità rispetto a quelle sopra richiamate.

Mi chiedo quindi, assieme a tanti colleghi:qual è la differenza fra la professione di dottore commercialista e avvocato? Forse il Ministro a cui si deve dar conto.

Non da ultimo, la situazione viene ulteriormente aggravata con l’emanazione del Decreto cd. di Rilancio – che di rilancio per noi giovani ha poco o nulla- dove viene presa una scelta che si sarebbe potuta prendere ben due mesi fa: riprendere la correzione degli elaborati scritti dell’esame di avvocatura 2019 con modalità telematica, investendo le sottocommissioni di poteri discrezionali

e oneri, previsione solo volta ad alimentare l’incertezza dell’azione dei commissari; il tutto senza nemmeno prevedere un termine entro cui dover concludere le correzioni.

Da ciò derivano numerose e impattanti conseguenze a catena:

l’ulteriore prolungamento dei tempi di correzione con forte ritardo nella pubblicazione degli esiti (in tempi normali in genere è a giugno) comporterà la necessità per la maggior parte degli aspiranti avvocati – non ancora sottoposti ad esame orale – di dover sostenere in via cautelativa lo scritto previsto a dicembre 2020. Questo ha come conseguenza il dover affrontare nuovamente dei costi per l’iscrizione all’esame, l’acquisto di nuovi codici, il viaggio e l’eventuale alloggio per sostenere un esame che si sarebbe potuto evitare. Un peso importante per chi ha in media 27 anni, studia da anni e grava ancora sull’economia menage familiare, con la prospettiva – ancora troppo lontana – di dispiegare le proprie ali nel mondo professionale . Pensate quanto sia ancor più grave tutto questo quando riguarda i giovani che hanno sostenuto l’esame scritto nel dicembre 2018 e non hanno potuto sostenere il loro esame orale telematicamente, nonostante questa sia stata la modalità favorita da tutti gli atenei universitari nazionali, che hanno predisposto lezioni, esami di profitto ed esami di laurea, tutto attraverso un pc.

Ad aggravare il tutto si è aggiunta la mancanza di tutela non solo giuridica, ma anche economica.

Invero, nonostante il Decreto Rilancio si sia prodigato a tutelare tutte quelle categorie che nel decreto Cura Italia erano state escluse (i cd. invisibili), si è dimostrato – ancora una volta – totalmente incurante delle sorti dei giovani giuristi siano essi praticanti avvocato o tirocinanti presso gli uffici giudiziari.

Difatti, per i praticanti avvocati, per i quali (come noto da ormai troppi anni) non è previsto alcun obbligo di retribuzione dal momento che non sono classificati come lavoratori, non è stata prevista alcuna indennità.

Invero, nell’arco dei 18 mesi di tirocinio, per la maggior parte dei praticanti, la normalità è non ricevere alcun trattamento economico. Ricevere un rimborso spese è un privilegio e questo può accadere solo a fronte di un dominus compassionevole e riconoscente.

Per i tirocinanti presso gli uffici giudiziari lo Stato invece prevede una borsa di studio, assegnata solo mesi dopo lo svolgimento del tirocinio e neanche a tutti i tirocinanti (la borsa è infatti vinta solo da chi ha un reddito minimale ed entro le risorse stanziate dallo Stato). Peccato che, a seguito dell’emergenza COVID-19, solo pochi giorni dopo dall’uscita del bando, i termini per il deposito della richiesta di borsa di studio siano stati sospesi e lo siano tuttora. Nel 2020, infatti, appare impossibile richiedere questo piccolo riconoscimento in via telematica.

Stiamo parlando di “laureati eccellenti”, tutti laureati con un voto dal 105 in su, incaricati di affiancare i Magistrati affidatari in tutta l’attività giurisdizionale, dallo studio dei fascicoli, all’affiancamento in aula, fino alla redazione delle bozze della sentenza, per un periodo di 18 mesi dalla laurea

Occorre rammentare, soprattutto alle istituzioni, che anche i praticanti svolgono attività lavorativa, intesa come lo svolgimento di un’attività intellettuale, e, in quanto tali, dovrebbero essere ricompresi nella categoria dei lavoratori che, ai sensi dell’art.36 Cost. hanno diritto ad una retribuzione che deve essere, oltre che proporzionata al proprio lavoro, anche sufficiente “ad assicurare a sé alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” .

Nonostante ciò, non si giustificano le ragioni per le quali la maggior parte dei praticanti/tirocinanti non sia meritevole di alcun compenso o comunque sia sottopagato rispetto alla attività quotidiana che compie, costringendo le famiglie, quando vi siano le possibilità, a mantenerli anche oltre la fine degli studi.

A fronte di tale situazione mi pongo diverse domande:perché per perseguire la strada di avvocato, magistrato o notaio bisogna affrontare e far affrontare così tanti sacrifici? Tale percorso è davvero sostenibile solo da chi nasce in condizioni agiate ? Perché chi sceglie un certo percorso deve inevitabilmente rinunciare o rimandare la propria vita privata?

Sono risposte che non ho, che non trovo.

Da ultimo, ciliegina sulla torta: il nuovo Decreto Rilancio non solo ha aggravato un problema già esistente, ma ha altresì disposto una serie di concorsi in campo giudiziario del tutto inaccessibili alla categoria giovanile in virtù degli alternativi titoli esperenziali richiesti quali:

-aver svolto almeno 5 anni di servizio nell’amministrazione giudiziaria;

-aver svolto per almeno 5 anni funzioni di magistrato onorario;

-essere stato iscritto per almeno 5 anni consecutivi all’albo professionale degli avvocati;

-aver svolto per almeno 5 anni scolastici interi attività di docente di materie giuridiche.

Queste condizioni del tutto inique scoraggerebbero chiunque a intraprendere il percorso di studi di giurisprudenza. Ma non passi il messaggio sbagliato: voglio ancora credere che qualcosa possa cambiare e vedere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel. Voglio urlare a me stessa e a tutti i miei colleghi – come ha sostenuto uno dei Magistrati che per tutti noi costituiscono un modello- che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così.

Giulia Brugnerotto

Dove lo Stato non arriva – Where the State does not reach

di emigrazione e di matrimoni

Dove lo Stato non arriva

Troppo spesso chi va all’estero non si rende conto che lo Stato Italiano finisce al confine con pochissimi poteri in altri paesi

Non desideriamo entrare in tema di un caso recente che ha suscitato molto clamore nel paese, ma vogliamo trattare un tema che, nel corso di molti anni, è sempre stato attuale in Italia perché più volte nostri concittadini sono stati ostaggi in paesi stranieri.

 Per questo motivo desideriamo fare qualche riflessione sui poteri di qualsiasi governo democratico quando i suoi cittadini sono in pericolo all’estero e in modo particolare capire che esistono limiti a quel che i moderni governi democratici possono fare, e che dobbiamo ricordare ogni volta che leggiamo di casi non solo come il caso recente ma come molte altre volte nel passato.

 È strano come il detto italiano “Paese che vai usanza che trovi” in inglese si dica “When in Rome do as the Romans do”, cioè quando sei a Roma fai come i Romani. Ed è ancor più strano vedere come spesso molti italiani in viaggio all’estero pensino di poter fare come se fossero a Roma. Troppo spesso chi va all’estero non si rende conto che lo Stato Italiano finisce al confine con pochissimi poteri in altri paesi.

 Nel corso degli anni abbiamo avuto molti casi di cittadini italiani coinvolti in situazioni difficili e pericolose come qualche anno fa due nostri concittadini furono uccisi in Libia. Non dimentichiamo poi il caso dei Marò in India coinvolti in una vicenda che, purtroppo come spesso accade in casi del genere, si è trasformato in un conflitto politico in Italia quando casi del genere dovrebbero essere apartitici, oppure il caso tragico e mortale di Giulio Regeni in Egitto che si è trovato in mezzo a una lotta tra poteri politici locali, occulti e non.

 Inevitabilmente nel corso di interviste sui giornali e nei programmi televisivi sentiamo l’accusa delle famiglie rimaste in Italia, come anche da politici in cerca di alzare il profilo, che dicono che “lo Stato è assente”. Frasi del genere sono naturali per chi ha paura per i propri cari, però chi guarda questi programmi e chi fa le interviste e dunque, almeno in teoria, è neutrale, dovrebbe farsi un’altra domanda riguardo lo “Stato”. Cosa può fare lo Stato oltre i confini con i limiti della legge internazionale e la sovranità nazionale dei paesi coinvolti? Aggiungo poi la frase che è di rigore in queste situazioni, almeno apertamente?

 Pretendiamo che chi viene in Italia sia soggetto alla legge italiana e rispetti le nostre istituzioni ed è giusto. Proprio per questo motivo nessuno Stato può comportarsi in modo opposto. La sovranità nazionale impone questo rispetto verso altri paesi e come paese abbiamo l’obbligo di rispettare questo concetto che è alla base del diritto internazionale.

 È peggio ancora in paesi in subbuglio come la Libia o l’Egitto e altri paesi africani dove esistono non solo le forze di fazioni politiche in lotta tra di loro per essere riconosciute come governo nazionale legittimo, gruppi di fanatici religiosi, e anche bande criminali che sfruttano il caos per motivi di puro guadagno. Questo è il motivo per cui i vari Ministeri degli Affari Esteri nei paesi avanzati rilasciano avvisi ai cittadini per avvertirli dei seri pericoli a cui vanno incontro nelle zone di conflitto. Disgraziatamente, come abbiamo visto, ci sono quei cittadini che non danno retta a questi avvisi.

 Mentre assistevamo a questi drammi, pochi si saranno ricordati di un caso di ostaggi che mise in ginocchio diplomaticamente il paese più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America.

Nel 1979, in seguito della Rivoluzione Sciita in Iran, un gruppo di studenti universitari decise di fare un gesto contro quel che loro consideravano il “Grande Satana” prendendo in ostaggio oltre 60 persone tra diplomatici, guardie e altri membri dell’ambasciata americana a Teheran. Il dramma durò due anni e vide anche un tentativo disastroso di salvataggio degli ostaggi da parte delle Forze Speciali americane, che finì nel deserto iraniano con un incidente d’atterraggio che uccise alcuni soldati.

 Questa vicenda dimostrò chiaramente i limiti imposti al potere di un singolo stato. Gli Stati Uniti risposero a un atto illegittimo con un altro atto illegittimo e le scene degli ostaggi fecero il giro del mondo e tutto diventò ancora peggio dopo il rilascio delle immagini degli elicotteri distrutti nel deserto del tentativo fallito. Non solo quell’incidente costò al Presidente Jimmy Carter un secondo mandato, ma segnò un passo importante del comportamento di paesi avanzati in drammi del genere.

 Nel caso di ostaggi, che cadano in mani di governi instabili, gruppi terroristici, oppure bande criminali, i governi nazionali non possono permettersi di agire in modo aperto, ma tramite i servizi segreti e i loro contatti nei paesi coinvolti. Come abbiamo visto e capito in queste ultime settimane, per la loro natura questi contatti sono discreti e coperti da altissimi livelli di segretezza. Perciò spesso sembra che i governi non facciano niente.

 Dopo il disastro in Iran i governi nazionali esitano nell’inviare truppe speciali, sia per motivi logistici, sia per il pericolo vero di rischiare di più la vita degli ostaggi, senza dimenticare gli effetti diplomatici se tali tentativi dovessero fallire. Naturalmente ci sono anche le voci di riscatti pagati per la liberazione di vari ostaggi nel corso degli anni. Raramente queste voci sono confermate e per un motivo molto semplice, la conferma di pagamento non fa altro che incoraggiare altre bande criminali a compiere sequestri di cittadini di paesi che hanno pagato in passato.

 Per quanto sia emotivo e senza entrare nei dettagli delle accuse, il caso dei Marò italiani in India non è mai stato un caso di imbrogli diplomatici. Per motivi di sovranità nazionale e per il rispetto delle istituzioni di un paese sovrano, nel momento in cui i due militari si sono trovati imputati sono stati condannati a subire le procedure del sistema giudiziario indiano. La situazione fu peggiore per loro, perché si trovavano in uno stato indiano durante una campagna elettorale dove il partito di maggioranza era ultranazionalista e voleva sfruttare le circostanze.

 In questi casi le trattative diplomatiche sono particolarmente delicate perché devono rispettare tutti i livelli dello stato di diritto. Per quanto fosse doloroso per noi italiani vedere i malumori e i problemi creati a nostri militari dall’incidente in alto mare, lo Stato italiano era costretto a riconoscere e rispettare gli obblighi delle leggi in vigore. Per fortuna i due paesi hanno accettato un arbitrato internazionale e speriamo tutti che il caso si possa chiudere al più presto e nel migliore dei modi.

 Per la loro natura questi casi hanno sempre un profilo altissimo nei giornali e nei notiziari televisivi, purtroppo ci sono politici sempre pronti a utilizzarli per promuovere i propri programmi politici. Però, dovrebbero essere situazioni da considerare e trattare in modo nazionale e unito perché in fondo toccano temi delicati con potenziali conseguenze inattese. Per esempio, se non rispettiamo le leggi locali come facciamo a pretendere che cittadini stranieri rispettino le nostre quando sono in Italia?

 Lo Stato, e con questo intendo tutti gli Stati sovrani e non soltanto la nostra Italia, non ha poteri illimitati e oltre i confini questi poteri diminuiscono ancora di più. I governi nazionali sono tenuti a rispettare le leggi internazionali come i loro cittadini sono tenuti a rispettare le leggi nazionali. Qualsiasi atto contro queste leggi non fa altro che indebolirle e umiliare il paese che le infrange.

 La prossima volta che vediamo un caso del genere e sentiamo la frase “lo Stato è assente” pensiamo un momento prima di rispondere. In realtà, all’estero lo Stato può fare poco legittimamente e ricordiamocelo quando decidiamo di andare in posti di alto pericolo perché nessuno possa diventare il prossimo caso internazionale.

di emigrazione e di matrimoni

Where the State does not reach

Too often those who travel overseas do not realize that the Italian State ends at its border and has very few powers in other countries.

We have not want to enter into the subject of the recent case that caused a lot of hype in Italy but we want to deal with an issue that in recent years has always been current in Italy because a number of times our fellow citizens have been hostages in foreign countries.

 For this reason we wish to reflect on the powers of any democratic government when its citizens are in danger overseas and especially to understand that there are limits to what modern democratic governments can do, and that we must remember every time we read of cases not only like the recent case but like many other times in the past.

 It is strange for Italians to know that English language speakers use the saying “When in Rome do as the Romans do”. And it is even stranger that often many Italians travelling overseas think they can act as if they were in Rome. All too often those who travel overseas do not realize that the Italian State ends at its border and has very few powers in other countries.

 Over the years we have seen many cases of Italian citizens involved in difficult and dangerous situations such as the two Italian citizens killed in Libya a few years ago. Nor do we forget the case of the two Italian Marines involved in a matter that, sadly as often happens in such cases, became a political battle in Italy when cases such as these should be non-partisan, nor the tragic case of Giulio Regeni in Egypt who found himself in the middle of a struggle between local political powers, hidden and otherwise.

 Inevitably during the interviews in the newspapers and TV programmes we hear the accusations of the families in Italy, as well as those by politicians looking to raise their profiles, who say that “the State is absent”. Phrases such as these is natural from those who are scared for their loved ones, however, those who watch these television programmes and those who do the interviews and therefore are neutral, at least theoretically, should ask themselves another question about the “State”. What can the State do beyond its borders with the limits of international law and national sovereignty of the countries involved? I will add another phrase that is de rigeur in these situations, at least openly?

 We demand that those who come to Italy be subject to Italian law and respect our institutions and this is proper. And it is for this very reason that no State can behave in the opposite way. National sovereignty requires this respect towards other countries and as a country we have an obligation to respect this concept which is the foundation of international law.

 The situation is even  worse in countries in turmoil such as Libya and Egypt and other African countries where there are not only the forces of the political factions fighting to be recognized as the legitimate national government, groups of religious fanatics and also criminal gangs that exploit the chaos for reasons of pure profit. This is the reason that the various Foreign Ministries in the advanced countries issue warnings to their citizens to advise them of serious dangers they could find in areas of conflict. Unfortunately, as we have seen, there are citizens who do not heed this advice.

 As we watch these dramas, few will remember a case of hostages that brought the world’s most powerful country, the United States, to its knees diplomatically.

 Following the 1979 Shiite Revolution in Iran, a group of university students decided to make a gesture against what they considered the “Great Satan” by taking more than 60 hostages in the American embassy in Teheran, including diplomats, guards and other staff. The drama lasted two years and also saw a disastrous attempt to save the hostages by America’s Special Forces which ended in the Iranian desert with a landing accident that killed some soldiers.

 The matter clearly showed the limits imposed by the powers of a single state. The United States answered an illegitimate act with another illegitimate act and the scenes of the hostages went around the world and everything became even worse after the release of the photos of the helicopters destroyed in the desert by the failed mission. This incident not only cost President Jimmy Carter a second term but it also marked a major step in the behaviour of advanced countries in dramas such as these.

 In the case of hostages that fall into the hands of unstable governments, terrorist groups, or criminal gangs, the national governments cannot allow themselves to act openly but through the secret services and their contacts in the countries involved. As we saw and understood during these recent weeks, by their very nature these contact are discrete and covered by very high levels of secrecy. Therefore it often seems the governments are doing nothing.

 Since the disaster in Iran national governments have hesitated to send Special Forces, both for logistics reasons and for the real danger of risking even more the lives of the hostages, without forgetting the diplomatic effects should these attempts fail. Naturally over the years there have also been rumours of ransoms paid for the liberation of various hostages. These rumours are rarely confirmed and for a very simple reason, the confirmation of a payment only encourages other criminal gangs to kidnap citizens of countries that paid in the past.

 As emotional as it was and without entering into the details of the accusations, the case of the Italian Marines in India was never a case of diplomatic tangles. For reasons of national sovereignty and for respect for institutions of a sovereign country, the moment the two Italian soldiers were indicted they were condemned to undergoing the procedures of the Indian legal system. The situation was worse for them because they were in an Indian state during an election campaign where the majority party was ultranationalist and wanted to take advantage of the situation.

 In these cases the diplomatic negotiations are particularly delicate because they must respect all the levels of the rule of law. As much as it was painful for us Italians to see the unrest and the problems created for our soldiers after the incident on the high seas, the Italian State was required to recognize and respect the obligations of the laws in force. Luckily, the two countries accepted international arbitration and we all hope that case will close soon and in the best way possible.

 By their very nature these cases always have a very high profile in the newspapers and TV news services, unfortunately there are always politicians ready to use them to promote their own political agendas. However, these cases should be considered and dealt with in a national and united way because basically they touch upon delicate issues with unexpected potential consequences. For example, if we do not respect local laws how can we expect foreign citizens to respect our laws when they are in Italy?

 The State, and by this I mean all the sovereign States and not only our Italy, do not have unlimited powers and they decrease even more beyond their borders. National governments are required to respect international law, just as their citizens are required to respect national laws. Any act against these laws only weakens and humiliates the country that breaks them.

 The next time we see a case such as this and we hear the phrase “the State is absent” let us think for a moment before answering. In reality, the State can do little overseas legitimately and let us remember this when we decide to go to places of high risk so that nobody can become the next international case.

Fine storia mai! Dalle tenebre alla luce sull’esempio ed il coraggio di Falcone e Borsellino verso un nuovo Umanesimo

Le cerimonie che ogni anno vengono celebrate, vitali per non dimenticare, non rendono quella verità che ancora oggi, dopo tanti anni, ci è celata. E se la verità è solo quella giudiziaria, restano zone troppe oscure, che inevitabilmente rompono quel patto di fiducia che lega ogni  cittadino alla Stato. Come credere che chi ci rappresenta operi solo per il bene comune?

di

Serenella Pesarin, Sociologa, Psicologa – Psicoterapeuta, esperta nel settore penale e minorile,
Presidente “Consolidal sezione di Roma”

Luigi Bulotta, avvocato, Segretario nazionale Consolidal e Vice presidente Sezione Consolidal di Roma

Sono trascorsi alcuni giorni dalla commemorazione della strage di Capaci dove Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e molti uomini della sua scorta persero tragicamente la loro vita! Una morte preannunciata dal 1989 nella villa estiva dove una bomba frettolosamente allestita per colpire Carla Del Ponte, oltre che Falcone, non esplose: da quel momento era chiaro che sarebbe sopraggiunta, non si sapeva quando e dove si sarebbe deciso, ma fu allora che il giudice Falcone non solito ad esternazioni, ebbe a dire che non era solo la mafia ad aver potuto decapitare in quegli anni, attraverso le varie stragi ed uccisioni, tutta una classe politica, ma che dietro c’erano menti intelligentissime e raffinatissime, e che lui era solo, come solo era stato lasciato Chinnici, Della Chiesa, Borsellino, Mattarella, e tanti altri servitori dello Stato che nonostante la consapevolezza del loro isolamento sino alla fine impiegarono ogni attimo della loro vita, non solo professionale, al servizio della giustizia e delle istituzioni!

Allora tutte queste cerimonie che ogni anno vengono celebrate, vitali per non dimenticare, non rendono quella verità che ancora oggi, dopo tanti anni, ci è celata e se la verità è solo quella  giudiziaria, di certo importante, ma solo giudiziaria, restano zone troppe oscure, che inevitabilmente rompono quel patto di fiducia che lega ogni  cittadino alla Stato, senza verità e senza fiducia. Come credere che chi ci rappresenta veramente operi solo per il bene comune?

Oggi vengono tutti celebrati come eroi, come esempi da imitare. E per fortuna che ci sono stati, sono importantissimi per le nuove generazioni, poiché non ci sarebbero modelli da mutuare, ma dobbiamo non essere anche noi ipocriti ed incoerenti. Dobbiamo cercare di non farci schiacciare dai luoghi comuni o peggio da quella retorica che, anniversario dopo anniversario, pur esaltando la figura e l’esempio di vita di Falcone, sostanzialmente viene usata per poi dimenticarla.

La storia di Giovanni Falcone è stata colma non solo di solitudine, ma fatta di tante sconfitte, di ripetuti tradimenti e non solo dentro la magistratura. Fu accusato di protagonismo, addirittura che l’attentato fallito all’Addaura se l’era prefabbricato lui, che stava farneticando perché costruiva paranoici teoremi di rapporti e trattative tra Stato e mafia, solo per apparire sui media; non fu eletto a Palermo, non fu eletto al CSM, tutto questo perché insieme a Paolo Borsellino avevano il coraggio di dire e lavorare per la verità, per far rispettare le leggi dello Stato, per sconfiggere la corruzione e la piaga della criminalità mafiosa, dei compromessi e delle loro infiltrazioni nei massimi sistemi statuali.

Ma dove è stato il rispetto del loro esempio da mutuare nel tempo quando tutto il sistema carcerario è stato lasciato, man mano negli anni, soprattutto nell’ultimo decennio, sempre di più alla deriva? Per non parlare dell’ultima riorganizzazione del Ministero della Giustizia, che ha devastato il DAP e ha minato alle fondamenta, pur lasciandone parte del nome, il Dipartimento Minorile. Tutto ciò, poi, per culminare,”causa Covid”, con l’uscita di 9000 detenuti ed oltre 400 mafiosi! Prima le rivolte, con la perdita di vite umane di detenuti e feriti tra gli agenti della polizia penitenziaria, con danni indescrivibili in molte strutture carcerarie, poi detenzioni domiciliari facilitate e, come detto dal cons. Sebastiano Ardita, l’effetto domino indiretto, l’uscita più massiccia di mafiosi dal carcere che si ricordi! E ancora, il caso Di Matteo, e le dimissioni di molti vertici del Ministero della Giustizia; e ancora le intercettazioni fatte a Palamara!

Già in una intervista di 14 anni or sono, il presidente emerito Cossiga denunciava quello che oggi si è rivelato, e spiegando che era stato un grande errore togliere l’immunità parlamentare dal nostro ordinamento, che andava reintrodotta, una norma che esiste in tutti i paesi democratici, proprio a salvaguardia della democrazia! 

Oggi si parla di riformare il CSM, che urge la separazione delle carriere in magistratura tra PM e giudici, ed ancora altro, ma ci chiediamo a che serve tutto ciò se le verità sono ancora secretate, se della agenda di Borsellino non si sa nulla, se sono spariti i documenti nella cassaforte di Riina, e se di Moro tutto è stato sepolto? Si parla di aiutare le aziende ed i piccoli commercianti e professionisti, ma aldilà degli enunciati, tutta la procedura  per ottenere il dovuto è così  complessa  tant’è  che i cassaintegrati hanno potuto vedere aiuti perché  sono stati gli imprenditori ad intervenire; si continua a diffondere una paura immotivata che sta ingenerando non il distanziamento fisico e le dovute e giuste precauzioni, ma il distanziamento sociale; che invece di appellarci alla responsabilità individuale, prevedendo percorsi e luoghi mirati per i giovani, i bambini, gli anziani, pensiamo non a promuovere cittadinanza attiva, ma un sistema repressivo antitetico a quanto normato sui diritti umani e promuovendo contrapposizioni  tra nord e sud, tra generazioni, tra povertà!  

E sullo sfondo la criminalità organizzata, attraverso l’usura, si riapproprierà di tante piccole attività, si rafforzerà sui territori, costruiranno nuova omertà, isoleranno dalla società civile, perché per fortuna esistono, coloro che seguono l’esempio di Falcone, non partecipando alle commemorazioni, ma praticando nel quotidiano l’eredità lasciategli.

Diceva Falcone che le persone muoiono ma le idee e gli esempi  no! Se veramente vogliamo girare l’angolo allora bisogna riscrivere le regole: poche, chiare, accessibili a tutti. Sburocratizzare, per esempio, senza attribuire la responsabilità ad una burocrazia che va messa in condizione di svolgere il proprio lavoro attraverso, non dilettanti allo sbaraglio circondati da mille leggi e leggine e vincoli sempre nuovi e spesso contraddittori tra loro, ma con tecnici competenti a garanzia di trasparenza e di legalità. Investiamo per favore nella cultura, in pratiche educative sin dall’infanzia, nella scuola, nelle università, nelle nuove tecnologie, nella ricerca, nel Welfare, nella medicina, nell’innovazione, per dare occupazione ai nostri giovani, per ridare significato alla legalità. Senza dimenticare la tutela e valorizzazione dell’ambiente che rappresenta un bene assoluto col quale noi tutti dobbiamo vivere in armonica simbiosi. Non possiamo fare a meno di riconoscere che il grido della terra che stiamo danneggiando, la nostra Casa comune, come l’ha definita Papa Francesco, è il nostro grido, che la cura della terra è la cura della vita. Si tratta di riconoscere le relazioni tra sistemi naturali e sistemi sociali, ristabilire il rapporto di equilibrio tra l’uomo e la terra, tra l’uomo e le sue società; ristabilire il rapporto di equità tra l’ecologia, l’economia e il suo sviluppo.

Ora che l’Europa sembrerebbe, finalmente, aver ritrovato, almeno crediamoci, quella solidarietà che è e deve essere principio fondante e motivazione valoriale unificante tra i vari paesi  europei, allora non perdiamo questa grande opportunità di rinascita sociale, civile ed economica.  Facciamo ciò che volevano i padri fondatori della nostra Europa, imbocchiamo quella strada indicataci da loro e da tutti coloro che hanno perso la loro vita per lasciarci il loro esempio da mutuare ogni attimo del nostro agire quotidiano, non solo sotto i riflettori e nelle passerelle televisive, ma insieme credere che i sogni di giustizia, di legalità, di solidarietà, di sviluppo di diritti umani, devono essere non solo professati e normati, ma ciò che conta, devono essere attuati.

Possiamo realizzarli ma solo se saremo insieme a lavorare per tornare ad essere una polis  di greca memoria, ricca di cultura e di nuovo umanesimo, di rispetto per la dignità di cui ogni persona è portatrice. E’ importante ritrovare quell’etica valoriale per troppi anni chiusa nei cassetti dei poteri forti e di chi finanziariamente ha governato tutti i processi economici globalizzati. Ora, paradossalmente, grazie a questa terribile pandemia, hanno svelato il loro vero volto proteso solo a creare nuove povertà, virtualità nelle relazioni, depauperamento spirituale, in nome di una facile scalata alla ricchezza, al successo, al potere facile per tutti,  ma in realtà riservata solo ai sempre più pochi detentori della ricchezza, che attraverso l’eclissi delle ideologie hanno ingenerato una crescente liquidità di senso e di significato, per disperdere quella coscienza collettiva unica capace di salvaguardare la libertà e la democrazia individuale e collettiva.

Ricordare allora Falcone, Moro, Borsellino e tutti coloro che hanno sacrificato e perso la vita per servire fedelmente lo Stato, significa far crescere nella società il senso del dovere e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre, infondendo coraggio, suscitando rigetto e indignazione, provocando volontà di giustizia e di legalità. Come ha affermato il Presidente Mattarella, giorni fa, in occasione della giornata della legalità: “I mafiosi non avevano previsto che l’esempio di Falcone e Borsellino sarebbe sopravvissuto”; allora, ricordiamo sempre questi esempi, riprendiamoci ognuno in mano la nostra vita, e camminiamo insieme per rifondare una nuova società basata sui valori e principi universali e fondiamo un neo umanesimo europeo!

Consolidal Sezione Locale di Roma

Circonvallazione Gianicolense, n. 408 – 00152 ROMA

 

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