Integra onlus: la Giornata Mondiale del Rifugiato 2020 apra una nuova fase nelle Politiche Migratorie

I migranti nei lunghi mesi del “lockdown” sono apparsi i più invisibili ed isolati, senza risorse materiali ed assistenza medica. 

Klodiana Cuka – Presidente Integra Onlus

Questo 2020 non sarà ricordato come un anno tra i tanti, ma rimarrà impresso nella nostra memoria con i ricordi tragici e terribili della pandemia da Covid-19, che ancora va mietendo migliaia di vittime in tutto il pianeta. In piu’ si va aprendo una spirale perversa di crisi economica e sociale generale che, come sempre, rischia di colpire in primis i soggetti piu’ poveri ed emarginati delle nostre società, come i migranti. Questi ultimi nei lunghi mesi del “lockdown” sono apparsi i più invisibili ed isolati, senza risorse materiali ed assistenza medica. Il responsabile del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano integrale del Vaticano, presentando il messaggio del Santo Padre proprio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, prevista per il 27 settembre prossimo, ha posto al centro della comune riflessione i 50 milioni di sfollati nel mondo. I “Cittadini sulla carta”, che sono stati costretti ad abbandonare “la loro casa e i luoghi familiari, vivono sradicati dal loro Stato di provenienza, tra connazionali che possono rifiutarli o emarginarli”. Ed in tempo di pandemia gli “sfollati interni corrono un maggior rischio di contrarre il virus, poichè vivono in situazioni di confinamento con accesso limitato all’acqua e in contesti dove l’attenzione sanitaria è molto precaria”, come denunciato in particolare dal servizio dei gesuiti per i rifugiati in 56 Paesi del mondo, dalla Siria al Venezuela e alla Repubblica Democratica del Congo: come Gesu’ Cristo, costretti a fuggire.

Accogliere, Proteggere, Promuovere e Integrare gli sfollati Interni, come ha sottolineato con commozione Papa Francesco. Ed ancora il suo solenne richiamo “A volte, lo slancio di servire gli altri ci impedisce di vedere le loro ricchezze, se vogliamo davvero promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto. La pandemia ci ha ricordato quanto sia essenziale la corresponsabilità e che solo con il contributo di tutti, anche di categorie spesso sottovalutate, è possibile affrontare la crisi. Dobbiamo trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità e di solidarieta'”. Certamente queste parole dovrebbero toccare i cuori di tutti gli uomini di buona volontà, ma in primo luogo quelli che hanno maggiori responsabilità nel governo della cosa pubblica, che spesso però appaiono i più distanti, cinici e retorici nel declamare solo a parole il” Bene Comune”. Questo è tanto piu’ visibile proprio nelle nostre politiche migratorie, che specie negli ultimi due governi giallo-verde e giallo-rosso sono apparse regressive e chiuse ai valori dell’accoglienza dei fratelli migranti. Noi soggetti attuatori abbiamo sofferto con loro l’incidenza dei due decreti sicurezza, che hanno costretto tante associazioni alla chiusura dei vari centri di accoglienza dei migranti (Sprar e Cas), piegati dalla insostenibilità della loro gestione, in mancanza del pagamento delle spettanze dovute dal Ministero dell’Interno. Ancora oggi si riparla
di pagamento dei debiti della PA., sanzionata dalla stessa Corte Europea, ma ancora una volta siamo alle promesse facili di una classe politica di passaggio, per di più aggravata dalla logica meramente burocratica che si nasconde dietro circolari, commi e cavilli, sfiancando i suoi interlocutori con la minaccia dei ricorsi legali, pagati poi dal contribuente. 

Ed allora si aspetta la tanto citata svolta, con la modifica stessa di tali politiche regressive, che cambino  i due decreti sicurezza restituendo alle politiche migratorie la loro essenziale funzione di accoglienza, ma anche di integrazione dei rifugiati nel tessuto culturale, sociale ed economico del Paese, restituendo loro piena dignita’, accanto a chi come Integra onlus si è spesa per oltre quindici anni al loro servizio, come testimoniato dai tanti progetti, iniziative e “Buone Prassi”, lasciate in tanti territori gestiti in questi anni.
Quindi va sostenuto l’appello lanciato da tutte le ong “Io accolgo”, con i suoi cinque punti:
-Reintrodurre la protezione umanitaria,
-Abrogare la norma riguardante la residenza dei richiedenti asilo;
-Ristabilire un sistema nazionale  di accoglienza, che promuova l’inclusione sociale di richiedenti asilo e titolari di protezione;
-Abrogare le norme riguardanti i divieti per le navi impegnate  nei salvataggi in mare;
-Annullare  gli accordi con la Libia.
Questi i punti da cui far ripartire il confronto politico-istituzionale, in Europa ed in Italia, affinchè si costruisca un fronte unitario ed umanitario forte e rappresentativo, capace di affrontare tutte le continue tragedie migratorie, affinchè non si debba ancora una volta contare le vittime innocenti, donne e bambini sopratutto, inghiottiti dal Mar Mediterraneo, come negli ultimi viaggi della speranza non solo dal teatro di guerra libico o  dalla vicina terra di Tunisia, ma anche dalla ripresa della vecchia rotta balcanica, per entrare nell’Unione Europea. Tutte misure compatibili e complementari con altre come rilanciato dall’ appello di 360 tra economisti, giuristi, virologi ed esperti dell’immigrazione, così come del gruppo Grei250, per sollecitare la regolarizzazione di tutti gli immigrati, non solo in agricoltura, ma anche in tutti gli altri settori economici del nostro Paese. Infatti  questi “Invisibili”, rischiano di essere uno dei maggiori fattori di rischio nella diffusione del coronavirus, nonchè un bacino di potenziale manovalanza per la stessa criminalità organizzata. Queste le tante domande che aspettano finalmente una risposta, che deve essere concreta e tempestiva, per il futuro dell’ Italia. 

Klodiana Cuka nasce a Durazzo il 13 Aprile 1972. Giunge in Italia nel 1992 e il 24 Aprile 2009, dopo 17 anni acquisisce la cittadinanza italiana. E’ laureata in Lingue e Letterature Straniere (russo e albanese) e Mediatrice linguistico culturale, specializzazione per le strutture penitenziarie, presso l’ONG CIES – Centro Informazione Educazione allo Sviluppo di Roma. Consegue nel 2006 il Dottorato di Ricerca Internazionale- Studi di Linguistica e Filologia Albanese presso l’Università della Calabria conseguito con il massimo dei voti. Socia in AISSE – Associazione Italiana Studi Sud Est Europeo. Sin dal primo momento del suo arrivo in Italia, Klodiana Cuka si spende per chi, come lei, ha lasciato il proprio paese e si trova ad affrontare tra tante difficoltà, la propria vita in una terra diversa dalla sua. Dal 1998, insegna italiano agli alunni immigrati nelle scuole del Salento a Poggiardo. Nel 2001 è Volontaria presso lo sportello per gli immigrati “Lecce Accoglie” del Comune di Lecce. Nel 2003 fonda Integra Onlus, associazione onlus di cui diventa Presidente. Integra fa dell’immigrazione, l’integrazione e delle politiche sociali una missione di vita. L’intento dell’Associazione è quello di migliorare la vita degli immigrati presenti sul territorio italiano e di realizzare una reale integrazione tra i popoli. Integra collabora in modo continuativo con UNAR, INMP e AICCRE con la quale ha sottoscritto anche un protocollo d’intesa sulle politiche migratorie. Integra si propone di organizzare e svolgere attività formative di varia natura finalizzate a realizzare una integrazione tra tutte le culture presenti sul territorio salentino, nonché a promuovere la tutela dei diritti civili.

Nell’ottobre 2010 Klodiana Cuka è tra i fondatori del Movimento Nazionale Nuovi Cittadini, nato per occuparsi dell’importanza sociale della persona, in quanto essere umano nella sua accezione più ampia, ed è stato fondato per risvegliare le coscienze assopite dell’opinione pubblica riguardo queste tematiche, del quale viene eletta Presidente. Diventa testimonial per il documentario di Maurizio Panici “Mediterraneo” che raccoglie testimonianze di accoglienza e integrazione per RaiCinema nel Salento. Dal 2011 è Membro del Consiglio Nazionale e della Direzione Nazionale dell’AICCRE – Associazione Italiana Consiglio Comuni Regioni d’Europa.

Il 10 giugno ‘Libere donne’ ha celebrato la “Giornata Mondiale per la distruzione delle armi”

L’Associazione ‘Libere donne’ ricorda nella giornata Mondiale, riconosciuta dall’Unesco, la necessità di distruggere le armi.

Di Benedetta Parretta

La celebrazione è stata indetta per la prima volta a Crotone dalla Nuova Scuola Pitagorica il 10 giugno 2017 nei giardini di Pitagora, presso il consorzio Jobel, grazie ad uno dei primi soci pitagorici Santo Vazzano, uomo di grande spessore e cultura che gestisce le attività del consorzio stesso.

L’evento è diventato un simbolo per rivendicare la battaglia alla violenza e contro le armi che ancora oggi alimentano il conflitto in Siria e in Yemen, come in altri posti del mondo, dove tanti, troppi innocenti hanno perso la vita. Il 10 giugno, come due anni fa, ‘Libere donne’ nella propria sede in Via Ducarne 35, dove la scuola pitagorica ha messo una targa sulle mura per dare un segno di vicinanza forte alla tragedia che ha colpito la famiglia Parretta, si è svolta la celebrazione contro ogni armamento in una sede che ha ricominciato ad essere frequentata dopo questo terribile lockdown.

“Non e’ stato uno schiaffo ad uccidere mio figlio, ma 4 colpi di pistola” afferma la presidente di ‘Libere Donne’ Caterina Villirillo, “a quest’ora era ancora vivo, lui come tutte quelle vittime di femminicidio che oggi riempiono i nostri social”, afferma con forza la Villirillo che lotta strenuamente contro il possesso e lo smercio di armi.

Infatti come si fa a scappare da un carnefice armato?

Una contraddizione che ha gli stessi esiti sia nei grandi conflitti come in singoli casi come quello purtroppo subìto da Caterina Villirillo, che vide la morte di un figlio per la mano armata di un pregiudicato.   Mentre la guerra nasce dalla cultura maschile, che inizia tutte le guerre con le armi, a Crotone un gruppo di donne coordinate da Caterina Villirillo, anch’essa socia pitagorica, hanno eseguito il rituale di distruggere delle armi di plastica con un’incudine per dire no alla violenza con le armi.

Nelle ore trascorse durante la cerimonia è stato letto l’Inno Mondiale scritto dal grande scrittore e filosofo calabrese di Soverato Salvatore Mongiardo che di recente ha rifondato la Scuola Pitagorica divenendone primo Scolarca, e seguendo il suo insegnamento è stato fatto accenno alla grande figura di Pitagora, che offriva come simbolo della fine della violenza il bue di pane e affermava “se non osi uccidere un animale, non ucciderai mai un uomo”.  Pitagora fu l’unico filosofo a dare più importanza alla dignità della donna riconoscendole un maggiore criterio di giustizia e di pietà religiosa.

Un accenno anche a Platone, Eraclito e Aristotele sul significato della cultura e la sua importanza. In un momento così difficile in cui si parla di cambiamento e di rinnovamento, il filoso Platone avrebbe detto: “Per il bene degli Stati sarebbe necessario che i filosofi fossero re o che i re fossero filosofi.

Le donne non hanno mai  partecipato a decisioni che conducono alla  guerra, esse sono state create da Dio per dare la vita, non per distruggerla. Nelle idee ed il pensiero della scuola pitagorica è molto diffuso il rispetto della figura femminile, Pitagora quasi la venera come simbolo che mette fine al male dell’uomo, e la vita offre a tutti la possibilità di diventare filosofi per attuare un cambiamento. Nel 2017 grazie alla scuola pitagorica si accese la fiaccola partita da Crotone per alimentare in ognuno di noi la speranza che si è spenta. Ieri Caterina Villirillo   presidente di ‘Libere donne’ e socia pitagorica, ha ridato olio a quella fiammella, lì dove la vita di Giuseppe Parretta, suo figlio, si è spenta a solo 18 anni a causa di una mano armata, dando così un segnale di speranza per un cambiamento sociale, culturale, ideologico e politico.

Morti per l’amianto: il tribunale di Roma condanna il Ministero della Difesa e la Cotral Spa a risarcire le famiglie delle vittime

Ezio Bonanni, Osservatorio Nazionale Amianto: “è nostra intenzione perseguire la via di una definizione bonaria e conciliativa, ma se si negasse il diritto al risarcimento danni proseguiremo con le azioni legali in tutte le competenti sedi”

Dopo anni di battaglie, all’interno e fuori le aule dei Tribunali, per i legali delle famiglie delle vittime dell’amianto sono arrivate due rilevanti sentenze, entrambe pronunciate dal Tribunale civile di Roma. Con la prima, il Giudice della II Sezione Civile, Alessandra Imposimato, ha condannato il Ministero della Difesa al risarcimento dei danni a favore dei familiari del Sottufficiale V.L. di Montopoli di Sabina, deceduto a 65 anni il 29 maggio del 2009 per mesotelioma pleurico (diagnosticatogli nel 2007), patologia asbesto correlata contratta a seguito del servizio prestato dal luglio del 1961 al settembre del 1987 con mansione di motorista all’interno di molte unità navali. I familiari, assistiti dall’Avv. Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Amianto, da 20 anni in prima linea nella difesa delle vittime dell’amianto, hanno ottenuto un risarcimento di circa 673 mila euro. Nella sentenza si legge come non vi sia alcun dubbio sul fatto che il Sig. V.L. sia deceduto a causa di mesotelioma e sul fatto che la patologia sia stata cagionata dall’inalazione di polveri e fibre di amianto durante il periodo di servizio prestato alle dipendenze della Marina. A riprova di ció, sempre nella sentenza, si fa riferimento al fenomeno epidemico di patologie asbesto correlate tra i Marinai, con 1101 casi di mesotelioma segnalati alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Padova, dove pendono diversi procedimenti penali a carico degli alti vertici della Marina Militare.

Con il secondo verdetto, il Giudice Chiara Serafini della XII Sezione Civile, ha condannato la Cotral S.p.A. al pagamento della somma di 294 mila euro a favore della vedova del Sig. V.C.  per i danni dalla stessa sofferti in conseguenza della morte del marito, deceduto il 22 luglio 2011 per un adenocarcinoma polmonare. V.C. dal 1981 al 1992 ha lavorato con mansione di manovale occupandosi principalmente della manutenzione delle scale mobili della metropolitana romana. Per dieci anni, poi, ha prestato servizio presso l’officina meccanica/deposito bus di Poggio Mirteto, sempre in esposizione a polveri e fibre di amianto, che ne hanno determinato il decesso, come accertato dallo stesso C.T.U. incaricato dal Tribunale.

“Con queste pronunce il Tribunale di Roma dispone l’applicazione dei principi di diritto più volte ribaditi dalla Suprema Corte di Cassazione” – afferma Bonanni  che sottolinea – “come associazione intendiamo ribadire che è nostra ferma intenzione perseguire la via di una definizione bonaria e conciliativa, e nel caso in cui sia il Ministero della Difesa che altre aziende pubbliche, come può essere la Cotral, dovessero proseguire nel negare il diritto al risarcimento danni, proseguiremo con le azioni legali in tutte le competenti sedi, prima di tutto in quelle civilistico risarcitorie”. “Proseguiamo la nostra attività di assistenza, prima di tutto medica e poi legale, in favore delle vittime dell’amianto e dei loro familiari, per la tutela di tutti i diritti – aggiunge il Presidente ONA – fermo restando che insistiamo affinchè ci siano finalmente le bonifiche per evitare che ci siano altre esposizioni e, purtroppo, altri casi di patologie asbesto correlate che, come abbiamo visto, hanno sempre un esito altamente lesivo, quanto non direttamente infausto”.

L’Osservatorio è operativo tramite il numero verde 800034294 e lo sportello telematico al link https://www.osservatorioamianto.com/

“Distanziamento Sociale” diventa un film

19 attori si “autoriprendono” sotto lockdown per dimostrare la voglia di tornare presto sul set

E’ disponibile sui social e sul web lo speciale ironico e divertente cortometraggio “Distanziamento Sociale” ideato dallo sceneggiatore e regista Francesco Malavenda con un cast di 19 interpreti di alto livello, Maurizio Mattioli, Francesco Testi, Stefano Masciarelli, Gigi Miseferi, Carmen Russo ed Enzo Paolo Turchi, Antonio Giuliani, Emy Bergamo, Alvaro Vitali, Carmine Faraco, Antonio Lo Cascio, Anna Rita Del Piano, Stefania Corona, Claudia Conte, Paola Lavini, Andrea Paris, Gegia, Franco Neri, Gianluca Fubelli.

Prendendo spunto da quello che hanno fatto le orchestre in fase di lockdown il film è stato realizzato con il coinvolgimento degli attori che hanno interpretato la propria parte “autoriprendendosi” o facendosi riprendere con il proprio telefono cellulare ed inviandola poi al regista.

La trama è leggera per regalare momenti “spensierati” allo spettatore e tocca diversi argomenti un pò stravolti dalla condizione di “reclusione forzata” si va dal calcio all’amore, dagli esercizi fisici all’arte culinaria, dal giardinaggio ai tradimenti, ma il fil rouge che lega il tutto è l’amicizia (vera) tra gli attori che hanno saputo recitare un copione “simulando” di avere di fronte chi dava la controbattuta.

“Ho voluto scrivere e realizzare questo film corto per dare un piccolo “segnale”, per far capire che “ci siamo anche noi”, quelli del cinema, non per far polemica, ma per dimostrare la voglia di tornare al più presto ad “aprire” un set!”, spiega Malavenda che tecnicamente si è avvalso della collaborazione “soltanto” di tre persone: Emiliano del Frate, montatore, Davide Granelli, dronista, e Tony De Simone per le musiche originali (Lebrel).

Non siamo eroi…ma non vogliamo essere martiri: mai più come prima!

La cruda e lucida analisi di Consolidal sul dramma realmente vissuto dagli operatori sanitari in emergenza Covid19,  a cura di Serenella Pesarin, Luigi Bulotta e Claudio Fellone:  “Mai più come prima! La solitudine e il dolore devono appartenere solo a questo recente passato! Ma questo dipenderà solo da noi tutti!”

Pioveva a dirotto su Roma, sembrava non voler smettere mai, era come se quella pioggia volesse spazzare via un dolore profondo che sgorgava dagli occhi pieni di lacrime di un’infermiera attiva in prima linea nei reparti di rianimazione destinati ai pazienti acuti affetti da Covid! Quella pioggia interrotta, simbolicamente rappresentava chi, anche a costo della propria vita, è rimasto accanto a tutte quelle persone che nel silenzio degli affetti, giungevano alla fine della propria biografia terrena. Lacrime che manifestavano il dolore vissuto di chi assisteva impotente a questo strazio, senza neanche poterli stringere tra le braccia e sussurrare loro che non erano soli.  Kierkegaard sosteneva che “l’unica cosa certa è la morte, ma è anche contemporaneamente la più insicura”, di “lei” non conosciamo nulla, è divenuta un tabù nella nostra moderna culturale occidentale.  E’ stata negata a favore di un delirio collettivo che esalta l’assenza di limiti, dove tutto è scontato ed eterno, dove la fine è solo virtuale. E da qui il non dare valore alla vita, illudersi che tutto è dato per sempre!

Non siamo rimasti indifferenti di fronte alle strazianti immagini di dolore delle bare che sfilavano sui camion militari, immagini che hanno scosso le coscienze degli italiani. Abbiamo assistito inermi ai lamenti dei parenti delle vittime, privati anche di poter donare ai loro cari un fiore, garantire loro una degna sepoltura, ritualmente considerata l’ultimo atto d’amore terreno. Tutti ci siamo profondamente commossi e sentiti profondamente feriti nell’anima nel pensare a chi se ne era andato.  Così come tutti siamo stati vicini a quelle persone che oggi sono appellati come “supereroi”: i medici, gli infermieri, i parasanitari, tutti coloro che sono stati accanto alle “vittime della pandemia”, senza però poterli toccare come si era soliti fare, ma indossando addirittura doppi guanti con una visiera che impediva lo sguardo. Loro da sempre abituati, quantomeno, a dare un sorriso, una carezza sono stati privati anche di questo. Medici, infermieri in prima linea riconvertiti dalla sera alla mattina in operatori sanitari destinati ai reparti Covid! Prima senza mascherine, guanti, esposti al rischio di contagio, poi avvolti in quella “tuta da palombaro” indossata ore ed ore, senza potersela mai togliere, con una remissione della propria dignità, dove anche ogni necessità vitale doveva e poteva essere soddisfatta solo là dentro.  Sono stati sottoposti a turni massacranti, spesso senza riposi, tentando disperatamente di fare uscire dal buio del tunnel, dalla deriva finale tutte quei pazienti, i cui oggetti personali venivano ammonticchiati in una stanza sempre più colma con il passare di giorni, che evocava scene di altra “crudele memoria”.

Quanti ritardi, quante informazioni non veicolate tempestivamente dall’Oriente. Tutto per troppo tempo nascosto. Riteniamo inoltre che sia il Governo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, fin dai primi momenti conosciuti hanno notevolmente sottovalutato la furia devastatrice del Covid, facendo perdere altro tempo prezioso, quel tempo che sarebbe servito per fare la differenza nel contrasto al virus, attrezzando i diversi presidi ospedalieri per gestire la pandemia e sottoponendo ai tamponi non solo chi aveva dei sintomi, ma soprattutto il personale che lottava in prima linea all’interno dei diversi ospedali e delle strutture residenziali assistenziali. Si sarebbe potuta rinforzare la medicina di base e il servizio di assistenza domiciliare e si sarebbero dovute isolare tempestivamente tutte le zone focolaio del Coronavirus. Non capiamo, infatti, perché alcune di queste, una volta individuate, sono state dichiarate rosse ed altre No! Non comprendiamo ancora come mai, ci sia stato il divieto di poter fare subito autopsie, perché questo avrebbe consentito di conoscere le cause devastanti del Covid e quantomeno si sarebbero potute individuare delle cure farmacologiche in grado di arginarle. Di certo tante persone si sarebbero potute salvare. Anche qui, tanti alibi: le autopsie vietate per evitare il contagio di chi le avrebbe eseguite e i tamponi non fatti perché non c’erano i reattivi. Viene il dubbio che forse, se si fossero fatti i tamponi il contagio di certo si sarebbe rilevato molto più esteso e nelle strutture sanitarie e assistenziali non ci sarebbe stato quasi più nessuno a lavorare in prima linea.  Ma conciliare la salute e la crisi economica e quindi, la mancanza di lavoro non è certamente una questione facilmente risolvibile. Perché anche il morire di fame, perdere il lavoro, aggiungere alle povertà tante altre povertà andava e va  evitato. Riteniamo che comunque la verità debba avere sempre il sopravvento, senza verità, anche se conoscerla a volte fa tanto male, si rompe il patto di fiducia da parte dei cittadini con lo Stato.

Ascoltare la narrazione di coloro che erano in prima linea, di chi ha calcato la scena con la ”propria carne” quel palcoscenico di dolore, lascia basiti! Dai loro racconti e dalle loro lacrime emerge un grido di dolore che ha bisogno di riconoscimento, di giusto rispetto, non a parole, ma con fatti concreti. Analizzando questa situazione ecco che il vaso di Pandora si scopre e vengono fuori tutti gli errori fatti negli anni, abbiamo pagato i tagli ingenti fatti alla sanità e non solo a questa, la scelta di una sfrenata ospedalizzazione per soddisfare le case farmaceutiche e le fabbriche che producono tecnologie e presidi sanitari. Le inchieste e le indagini fatte dalla magistratura sono state velocemente dimenticate e, troppo spesso non utilizzate per cambiare rotta, per fare nel futuro scelte diverse. Mai come ora però si sente il bisogno e la riscoperta di una medicina di prossimità, di un servizio socio – sanitario più vicino al territorio e alla comunità, di una “sanità amica”, a portata di mano, che riesca subito a intervenire, non facendo cosi, come  è successo, intasare i pronto soccorsi ospedalieri o a far restare per giorni e giorni nella propria abitazione senza alcun supporto clinico e sanitario, nonostante le ripetute e reiterate richieste di aiuto! Lo stesso è accaduto  in maniera analoga nelle strutture residenziali assistenziali. Sono necessari interventi mirati e subitanei atti a promuovere e realizzare una prevenzione primaria del danno. Una cura che interviene dopo che i sintomi sono ormai irreversibili è solo uno sterile accanimento terapeutico. Strapparsi poi le vesti, cospargersi il capo di cenere e recitare tanti mea culpa, cercando però sempre i capri espiatori negli altri, individuando sempre e comunque un nemico a cui attribuire ogni responsabilità, ci richiama alla morale e a molti di quegli insegnamenti di esopiana e pirandelliana memoria. Abbiamo sentito che saranno assunti finalmente medici, parasanitari, infermieri e tra questi tanti infermieri di famiglia e di comunità e tutti abbiamo gioito e applaudito, considerando che l’età media del personale sanitario si aggira sui 55 anni, e che  tutte le categorie professionali sono da troppo tempo sotto dimensionate rispetto ai bisogni.  Ascoltando le dirette testimonianze abbiamo scoperto che, anziché far scorrere le graduatorie o promuovere reclutamenti con procedure veloci, basti pensare che in Italia ci sono tra l’altro circa 40.000 infermieri disoccupati, molti nuovi professionisti sanitari, tra cui anche infermieri, saranno immessi nel circuito Sanitario Nazionale però solo con contratti di collaborazione. Ancora: nel DPCM per quanto riguarda i profili infermieristici ne sono stati previsti meno di 10.000, mentre gli addetti ai lavori ci dicono che nel Servizio Sanitario Nazionale ne servirebbero almeno 60.000 per compensare coloro che negli anni sono andati in pensione, sono deceduti prematuramente o hanno abbandonato la professione per altre occupazioni meno impegnative e di certo più redditizie. Tale la previsione, il cui criterio di inadeguatezza è omologo per tutti gli altri professionisti del settore, medici, parasanitari e altro, è allora insufficiente in un SSN che voglia dare il giusto peso a quella prevenzione primaria tanto declamata. Una politica sanitaria volta ad investire sulla prevenzione, sull’educazione alla salute, garantita sul territorio a partire dalle scuole, nel medio lungo termine, avrebbe ricadute positive anche sui costi sanitari oltre che sulla qualità della vita dei cittadini, perché sappiamo che la salute come dichiarato dall’OMS non è solo assenza di malattia.

Mai più come prima, ma tutto come prima! Anzi peggio di prima! Il Coronavirus avrebbe dovuto infrangere le vecchie logiche sistemiche ed assistenziali, troppo spesso governate solo dal bieco profitto, e non centrate sul bene comune e sul valore inestimabile di ogni persona umana.

Ancora una volta non “vince” la meritocrazia, l’esperienza, la competenza, la presa di coscienza degli errori fatti in modo da non ripeterli in futuro, ma tanto si dice e poco si fa in tal senso.  In questo modo  non si da nessuna certezza se i contratti sono solo di collaborazione perchè non potranno così sfatare il detto dei molti su queste nuove nostre giovani  generazioni, che secondo loro sono  composte, nella maggior parte da “bamboccioni”, da persone che non vogliono lasciare il nido materno, che scansano qualsiasi  responsabilità, a partire da quella genitoriale , che vogliono solo guadagnare per divertirsi e per dimostrare che hanno raggiunto il successo, ed è per questo che, secondo loro, non nascono più bambini! Ci rappresentano come un paese di vecchi e per vecchi e nulla si può fare! Quanta ipocrisia, quanta incoerenza! A questi medici, infermieri, operatori socio – sanitari, parasanitari, non è concesso alcun servizio di sostegno psicologico, necessario a causa del burnout subito, fatte eccezioni per alcune Asl. Ai “supereroi” è riconosciuta invece un’indennità di pochi euro, però solo a chi prestava e presta servizio nei reparti Covid. Nulla per tutti gli altri operatori sanitari, che senza avere i dispositivi di protezione individuale idonei, hanno lavorato e lavorano presso reparti definiti No Covid con pazienti asintomatici o ancora non diagnosticati. Non a caso è in questi reparti che si sono contagiati e si contagiano la maggior parte degli operatori sanitari e non solo loro. Per non parlare poi delle RSA, come la morte anche la vecchiaia è diventata un tabù nella nostra cultura occidentale. Per questo va chiusa, non si deve vedere, disturberebbe la nostra ricerca continua di eterna giovinezza e felicità e perché investire su chi non produce più?

 Ma che paese è diventato questo? Si sono spenti i riflettori sugli “eroi”, ma i medici e gli infermieri e tutti gli operatori parasanitari sono sempre lì a lavorare nei loro reparti.  All’improvviso non sono più supereroi, ma solo operatori della sanità che in fondo hanno fatto nient’altro che il loro dovere, che in fondo se dentro hanno ancora le ferite per aver abbandonato i figli, per essersi contagiati, per aver visto, impotenti, tanti loro pazienti salire sulla barca di Caronte, pazienza riusciranno lentamente a dimenticare questi momenti strazianti. Le lacrime continuano a sgorgare, le emozioni rimangono ancora profondamente vive. Dentro di loro rimane però il grande coraggio di rendere pubblico questo oceanico dolore, il coraggio di manifestarsi come persone, come cittadini, come chi cerca con le lacrime e le loro narrazioni di inondare di purezza quest’assurdo oblio di chi ha già scordato! La memoria fa la differenza sulla civiltà di un paese: è il termometro non della cronaca ma della storia umana!

 Come si fa a dare ingenti parcelle a una moltitudine di famosi esperti e consulenti, troppo spesso in contraddizione tra loro, che enunciano rimedi e direttive diverse tali da ingenerare così, non porti sicuri non solo per gli addetti ai lavori e di chi stava e sta ancora in prima linea, ma per tutta la popolazione che avvertiva di trovarsi in un mare aperto con salvagente formato dai tanti libri recentemente pubblicati? L’ansia, lo sconforto, l’inquietudine, la paura e la solitudine si sono abbattuti così ancora più significativamente, amplificando a livello introspettivo la pericolosità oggettiva e comunque reale del mortale nemico. In molte persone le conseguenze reattive psicologiche hanno forse, per questo, causato e continuano a causare comportamenti abnormi del rispetto delle regole necessarie, anche in questa seconda fase perché viene negata come risposta psicologica reattiva la pericolosità di questo virus ancora circolante e pronto a far riesplodere la pandemia. Questo sta avvenendo soprattutto in molti giovani, in molti adolescenti, in molti bambini. Anche perché tutti loro sono stati completamente dimenticati, sono diventati improvvisamente invisibili e fantasmi, evocati solo per dare rappresentazioni di famiglie da Mulino bianco, considerati solo per la didattica a distanza!  I giovani che hanno pagato più degli altri il lockdown e ne subiranno gli effetti se non si provvederà a costruire percorsi capaci di recuperare quel tempo perduto vitale nel loro processo evolutivo. Come si fa a chi ha operato e continua a operare nella sanità a non dare un segnale tangibile di dovuto riconoscimento, almeno economico, perché sembra che solo quello si può dare e comunque non potrà mai essere risarcitorio di quanto prestato. Ma se neanche simbolicamente si fa questo, allora diteci: è solo l’appellativo ridondante di supereroi che testimonia la nostra dovuta gratitudine?  E ancora perché non si è deciso di abbattere i numeri chiusi per entrare nelle facoltà di medicina o in quelle infermieristiche? Eppure sono state fatte discutere velocemente le tesi, aboliti gli esami abilitanti alla professione, immessi velocemente medici e infermieri, senza esperienza, anche loro buttati in prima linea. Oggi lo stipendio di base di un infermiere non turnista è sovrapponibile a quello di un operaio ed a volte inferiore. In altre nazioni anche dell’Unione Europea le professioni sanitarie sono riconosciute socialmente ed economicamente. Occorre riconoscere l’apporto di ogni professionista sanitario e socio – sanitario a partire dai medici e dagli infermieri sempre, non solo nelle emergenze. Solo così la loro dignità come persone e come professionisti sarà tutelata. E tutti, nessuno escluso, ne godrà i benefici.

Dopo le lacrime un appello: <<non siamo e non ci consideriamo  eroi,  ma non vogliamo essere martiri>> Mai più come prima! La solitudine e il dolore devono appartenere solo a questo recente passato!  Ma questo dipenderà solo da noi tutti!

Dott.ssa Serenella Pesarin, Sociologa, Psicologa, Psicoterapeuta, esperta nel settore penale e mino, Presidente “Consolidal sezione romana”

Dottor Luigi Bulotta, avvocato, Segretario Nazionale Consolidal, Vice Presidente “Consolidal sezione romana”

Dottor Claudio Fellone, Psicopedagogista, Infermiere, Professore a contratto presso Università “La Sapienza” di Roma  e USCS

Dott.ssa Milena Capuano, Medico e 1° Dirigente di Pediatria presso Ospedale di Orvieto, Socia Fondatrice “ Consolidal sezione romana

Dott.ssa Simona Montuoro, Psicologa, Psicoterapeuta, Segretario “Consolidal sezione romana”

Vigile del Fuoco deceduto per esposizione ad amianto: il tribunale di Trieste condanna il Ministero dell’Interno

Ezio Bonanni, Osservatorio Nazionale Amianto: “sentenza storica, la prima nella quale un vigile del fuoco viene riconosciuto vittima del dovere”

Il giudice del Tribunale di Trieste, Sez. Lavoro, Silvia Burelli, ha condannato il Ministero dell’Interno a corrispondere alla vedova e ai figli del sig. S.G., Vigile del Fuoco deceduto per mesotelioma da esposizione ad amianto, l’assegno vitalizio di 500 euro, uno speciale di 1.033 mensili e, a favore della vedova, la pensione privilegiata.

Per circa 34 anni l’uomo è stato in servizio nel corpo del Comando di Trieste e, così come altri suoi colleghi, ha indossato guanti e tute antincendio in amianto. E’ intervenuto negli eventi sismici del Belice, piuttosto che in quello del Friuli Venezia Giulia. Nel 2008, si è ammalato di mesotelioma perché era stato inconsapevolmente esposto a polveri e fibre di amianto. Dopo la sua morte, avvenuta tra atroci sofferenze nel gennaio del 2008, i familiari si sono rivolti all’avv. Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto che, affiancato dall’avv. Alberto Kostoris del Foro di Trieste, ha formalizzato la richiesta di risarcimento al Ministero che, inizialmente, ha negato che il Vigile del Fuoco potesse essere deceduto per esposizione alla fibra killer.

I due legali hanno immediatamente intrapreso l’azione giudiziaria presso il Tribunale di Trieste denunciando la condizione di rischio cui furono esposti i Vigili del Fuoco con prove schiaccianti, inducendo il Ministero a modificare – in corso di causa – il proprio atteggiamento, tanto che, prima della pronuncia della sentenza – ha riconosciuto la causa di servizio e la qualità di vittima del dovere e ha liquidato ai familiari la speciale elargizione di €228.000,00. Per ottenere piena giustizia, gli avvocati della famiglia hanno notificato anche il ricorso al TAR e la citazione al Tribunale civile per i danni diretti e quelli dei familiari.

“E’ una sentenza storica, la prima nella quale un vigile del fuoco viene riconosciuto vittima del dovere – commenta Ezio Bonanni, che da 20 anni si occupa della tutela delle vittime dell’amianto in Friuli Venezia Giulia e in tutta Italia, che sottolinea: “abbiamo dimostrato che anche i Vigili del Fuoco sono stati esposti ad amianto con l’utilizzo di guanti e tute, gli interventi nel corso degli incendi e degli eventi sismici e il contatto con macerie di materiali in amianto, senza informazione e formazione e strumenti di prevenzione, motivo per il quale è in corso un fenomeno epidemico di mesoteliomi e altre malattie asbesto correlate, nel personale della direzione ‘Dipartimento dei Vigili del Fuoco del soccorso pubblico e della difesa civile’ che fa capo al Ministero dell’Interno. E’ necessaria la sorveglianza sanitaria per tutti i vigili e l’attivazione della tutela dei loro diritti dal punto di vista previdenziale e risarcitorio”.

Nel VI Rapporto mesoteliomi edito da INAIL nell’ottobre 2018, si fa riferimento a 39 casi di mesotelioma tra i Vigili del Fuoco e assimilati nel settore della Pubblica Amministrazione e a pag. 225 si legge testualmente: “amianto in tessuto è stato utilizzato per il confezionamento delle tute antincendio e coperte spegni fiamma”. Per questo motivo l’ONA prosegue il suo impegno in Friuli Venezia Giulia, e in particolare nella città di Trieste dove è presente fin dal 2008, ed è operativo tramite lo sportello telematico e il numero verde 800034294.

https://www.osservatorioamianto.com/

Banca Apulia condannata al risarcimento del danno per vendita di azioni Veneto Banca

 Lidu internazionale: al via un tavolo di confronto per spingere verso la riforma della normativa a tutela dei cittadini

Emanata la prima sentenza in Italia di condanna di Banca Apulia al risarcimento del danno per la vendita di azioni Veneto Banca.

La sentenza arriva dal Tribunale di Brindisi ma è di forte impatto sul territorio abruzzese dato il notevole numero di cittadini coinvolti in questa triste vicenda di risparmio tradito.

Il 26 maggio 2020, infatti, il Giudice di prime cure dott.ssa Marra ha pronunziato quella che, a quanto consta, costituisce la prima sentenza in Italia con la quale non solo è stata dichiarata la risoluzione dei contratti di acquisto dei titoli Veneto Banca ma l’Istituto di credito che ha venduto detti titoli, nella fattispecie Banca Apulia (successivamente incorporata per fusione ad Intesa San Paolo s.p.a.) è stata condannata al risarcimento del danno in favore del risparmiatore di € 81.649,75, oltre interessi. Dopo le pronunzie favorevoli dell’Arbitro per le Controversie Finanziarie, è finalmente giunta una sentenza, come tale immediatamente esecutiva ed in base alla quale, quindi, dovranno essere restituite al risparmiatore le somme dallo stesso investite.

“Si tratta di una sentenza storica, destinata a fare giurisprudenza, la quale costituirà, indubbiamente, un precedente utile a tutto il popolo dei risparmiatori coinvolti nella vicenda Veneto Banca. Abbiamo, infatti, ottenuto il riconoscimento integrale della nostra linea difensiva” – afferma l’avv. Emilio Graziuso, il quale ha difeso nel processo civile il cittadino ingannato.

“Siamo impegnati da quasi venti anni nella tutela dei risparmiatori coinvolti nelle tristi vicende di risparmio tradito dallo scandalo della allora Banca 121 alla vendita di titoli Parmalat, Cirio, Cerruti, Argentina, Giacomelli, ed ora nelle controversie riguardanti i risparmiatori della Veneto Banca e della Banca Popolare di Bari in diverse regioni d’Italia, in particolare Abruzzo, Molise e Puglia” – conclude Graziuso.

Ma procediamo con ordine.

Nel periodo compreso tra il 10 giugno 2010 ed il 30 giugno 2013, il consumatore aveva acquistato presso l’allora Banca Apulia, della quale era cliente, azioni della Veneto Banca prospettati, a quanto sostenuto in giudizio dal risparmiatore, come titoli sicuri e senza rischio alcuno per il capitale.

Solo successivamente, a seguito delle note vicende di cronaca che hanno coinvolto la Veneto Banca, il risparmiatore si è reso conto della natura, dei rischi e della pericolosità dell’investimento posto in essere e che, pertanto, il valore delle azioni in suo possesso era pressoché azzerato.

Vani sono stati i tentativi di addivenire ad un componimento bonario della controversia e nel 2017, il risparmiatore ha promosso il processo conclusosi vittoriosamente con la sentenza del 26 maggio 2020, con la quale è stata riconosciuta la violazione da parte della Banca intermediaria della normativa di settore ed in particolare degli obblighi di informazione sulla stessa gravanti con conseguente diritto al risarcimento del danno di € 81.649,75, oltre interessi, per responsabilità da contatto sociale.

“Questo storico risultato – spiega Massimo Bomba, Presidente della LIDU Abruzzo e Molise – Lega Internazionale per i Diritti dell’Uomo – è motivo di grande soddisfazione per la nostra associazione che, nei giorni scorsi, aveva istituito anche un Osservatorio sui fenomeni dell’usura, estorsione e sovraindebitamento per tutelare i cittadini abruzzesi e molisani in difficoltà a causa della crisi economica causata dalla pandemia. Per la prima volta, oggi, grazie alla stretta collaborazione tra la LIDU Abruzzo-Molise e l’Associazione Nazionale “Dalla Parte dei Consumatori”, è stato riconosciuto in sede giudiziale il risarcimento integrale del danno patito al cittadino per la violazione degli obblighi informativi e per la responsabilità della Banca per la vendita delle azioni Veneto Banca”.

Grazie a questo risultato – continua il Presidente Bomba – potenzieremo il ruolo del nostro “Osservatorio LIDU” collaborando fin da subito con le Istituzioni, le associazioni per la tutela dei cittadini presenti sul territorio. Nei prossimi giorni, infatti, abbiamo fissato un tavolo di confronto con l’”Associazione Nazionale Dalla Parte dei Consumatori” per spingere verso una riforma della normativa che tuteli il cittadino e metta al centro l’uomo per evitare che queste vicende si possano trasformare in veri e propri drammi familiari”.

A Crotone ‘Libere Donne’ dona la mascherina ecologica alle famiglie in bisogno.

Intervista a Caterina Villirillo presidente dell’associazione Libere Donne che in lockdown ha affiancato la popolazione più fragile: ‘ci sono famiglie che non possono sostenere il costo della mascherina ma devono rispettarne l’obbligo’

di Benedetta Parretta

Un impegno capillare quello dell’associazione di Crotone ‘Libere donne’, presieduta da Caterina Villirillo, che in periodo di lockdown ha messo in campo tante risorse umane per aiutare le famiglie in difficoltà con raccolta di alimenti e consigli pratici, oltre alla missione di ascolto che da sempre caratterizza il lavoro di questa associazione molto presente sul territorio.

Come nasce l’idea di fare le mascherine in stoffa?

Questa idea nasce dal buon riscontro che i commercianti hanno dato, dopo l’iniziativa della “presina” per la festa della mamma, ci hanno regalato delle stoffe e ci siamo resi conto che ormai dobbiamo convivere con il pericolo di questo virus.

Una famiglia già in difficoltà non avrebbe potuto comprarle e cambiarle spesso, allora, avendo i laboratori delle donne vittime di violenza, ho deciso di far cucire alle volontarie le mascherine “gratis” per tutti coloro che ne hanno bisogno. Mascherine ecologiche che basta bollire ogni giorno e sono disinfettate. ’Libere Donne’ non si è fermata durante il lockdown, anzi ha lavorato di più. Non solo abbiamo continuato a dare sostegno psicologico, e non solo per le donne vittime di violenza, ma abbiamo dovuto interagire per lo stress della quarantena con tutti, giovani e anziani, gente depressa e con una situazione economica un po’ disastrata.

Che tipo di sostegno l’associazione Libere Donne ha dato in periodo di lockdown per emergenza coronavirus? Quali le attività a favore dei più fragili economicamente?

Molte le attività di affiancamento alle famiglie più bisognose dalla raccolta alimentare, la Spesa Sospesa presso i supermercati, per aiutare le famiglie che avevano una vera necessità, e cioè nulla da mangiare. Ma anche la raccolta di beni di prima necessità per i più piccoli, per i quali ci siamo inventate un baratto delle presine, fatte da noi, per la festa della mamma. Per non parlare della raccolta dei vestiti usati, consegnati alle famiglie che ne facevano richiesta. Abbiamo affiancato gente che è arrivata da territori lontani e distanti nella provincia di Crotone.

Abbiamo cercato di aiutare la gente nella compilazione della domandina per i buoni spesa, con molte difficoltà perché difficile la modulistica e la gente non aveva un computer e non sapeva mandare una mail. Abbiamo lavorato h24, stiamo aiutando la gente informandola anche sugli eventuali incassi di borse di studio cercando di facilitare tutto senza fare assembramento.

Tutto nasce per amore, per tendere la mano a tutti quei fratelli che il virus ha lasciato soli, ma noi non l’abbiamo fatto, abbiamo abbracciato tutti con il nostro operato sul territorio.

L’era della disumanità

Un pezzo di carne da esibire per ogni occasione

di Paolo Buralli Manfredi – Melbourne (Australia)

La disumanità di questa misera umanità da molti anni a questa parte ha raggiunto livelli di non ritorno, la desertificazione morale ed intellettuale di un mondo che ormai basa tutte le sue azioni in favore di due precise divinità, il denaro ed il potere, non potrà più essere arginata da quella diga che era la saggezza dei vecchi di epoche passate, che ci hanno ormai lasciato nelle mani delle nuove generazioni che sono state cresciute a pane, tecnica, tecnologia, social network, che comunicano con non più di 160 caratteri e che credono agli slogan perché mal sopportano il ragionamento e le argomentazioni che ormai non van più di moda.

Ed anche la politica, dunque, ben se adattata a questa limitata umanità accettando il fatto che tutti sono uguali a tutti, che uno vale uno e che non conta quanto colto sei o di quale capacità e competenze disponi, l’importante è saper sventolar bene il tuo pezzo di carne, per attrarre quei poveri affamati chiamati popolo, che ormai si accontenta delle carni altrui per soffocare quell’eterna sofferenza che li accompagna ormai da molti anni, quella sofferenza che lacera le loro ferite, chiamate, disoccupazione, disuguaglianza sociale, diritti umani calpestati e tante altre cose che una società che si definisce Democratica non dovrebbe permetterne l’esistenza.

E allora eccoli i pezzi di carne esibiti da una parte e dall’altra per racimolare qualche povero ignaro, convinto che quei pezzi di carne lo riporteranno al benessere perduto, e dunque, telecamere puntate contro il terrorista che rientra dal Brasile, telecamere puntate contro la rasta che sbarca orgogliosa d’aver infranto le leggi per una buona causa, telecamere puntate contro quei poveri uomini di colore, utilizzati dalla bracciante che, anzichè combattere i Caporali, fornisce agli stessi altra carne da macello ma legalmente sfruttabile, telecamere puntate sui poveri bimbi della guerra che servono agli uni ed agli altri per dimostrare le atrocità degli uni e degli altri, dimenticati un attimo dopo dallo spot del nuovo prodotto di bellezza o dalla birra all’ultimo malto.

Venghino signori venghino, c’è un pezzo di carne per ognuno di voi, e le telecamere tornano in aeroporto a riprendere la Cristiana tornata Musulmana per poi spostarsi sul bianco poliziotto che soffoca l’afro-americano e quel pezzo di carne diventa lo sfogo di anni di compressione, di repressione, di negazione del sogno americano, che apre i cancelli degli store dove tutti possono accedere ai prodotti costosi irraggiungibili, dal maxi schermo dalla marca prestigiosa , al prodotto tecnologico sognato, al vestito all’ultima moda, alla scarpa di lusso, perché grazie a Mr Floyd tutto è gratis e si può rubare al bianco schiavista,  ce n’è  per tutti i gusti, solo poche regole sono imposte ai consumatori delle carni: il divieto di alzare la testa, di liberarsi delle catene dell’ignoranza, di pensare autonomamente, di acculturarsi, di chiedere il resoconto delle tasse versate, di chiedere un equo salario, di chiedere che sia mantenuta la frase scritta nei tribunali, “La legge è uguale per tutti”, di uscire dalla povertà, di vedere ogni punto della Costituzione rispettato, insomma di non disturbare il pupazzo di turno messo dal potente di turno.

Forse un giorno i mangiatori di carne saranno illuminati dalla provvidenza e quando questo giorno arriverà i mangiatori di carne diventeranno vegetariani e allora forse, i manipolatori del mondo saranno presi alla sprovvista e gli uomini non potranno più essere alimentati con la carne di altri poveri uomini e allora, come già capitato nella storia, potremo assistere ad un nuovo Rinascimento che scuoterà le menti di tutta l’Umanità.

Non so quando succederà ma so che succederà!

A due anni dalla scomparsa del giudice Carlo Caruso: per arrivare all’alba non c’è altra vita che la morte

La Consolidal Lazio e Roma patrocinano e diffondono la seconda edizione del Premio di poesia e narrativa “Carlo Caruso: il giudice, l’uomo, il poeta” promossa dalla Associazione culturale e sportiva Carlo Caruso a.p.s., per ricordare un grande uomo di giustizia e di grande umanità: al centro della sua vita rieducare i minori autori di reati

 “Per arrivare all’alba non c’è altra vita che la morte ed io continuerò a vivere attraverso le mie parole” (Khalil Gibran). Se vivere per sempre significa dare un senso alla propria vita, diventando esempio “di carne”, impostando le decisioni essenziali del proprio percorso sulla correttezza verso gli altri, su scelte di campo a fianco dei più deboli, sull’amore universale, infinito dove solo nell’insieme si acquisisce quella consapevolezza che rende il nostro esserci nell’universo cosmico ed eterno, se non si tradiscono i principi etici, tanto enunciati, ma difficilmente agiti, se non si è mai barato per ottenere quello che professionalmente si meritava preferendo perdere pur di non sporcarsi le mani, se oltre alla competenza, alla generosità, al rispetto delle regole, si riesce a ridare speranza anche a chi non ha voce, tanto da farsi soprannominare dai monelli banditi “giudice papà”, allora si resta per sempre: “le idee come gli esempi non muoiono mai” come ci ha insegnato Giovanni Falcone.

Sono passati due anni, ma tu sei qui; si lui è qui perché Carlo Caruso era una persona speciale!

Era il 2 giugno del 2018, a Roma erano finite da poche ore le celebrazioni per la festa della Repubblica italiana, il sole splendeva, poi improvvisamente il buio, il dolore straziante, incredulo, inaccettabile, improvviso, l’esistenza di Carlo si era recisa!

Lo sgomento per la sua morte improvvisa, così fulminea, ha lasciato basiti, ammutoliti, increduli, non solo i suoi familiari, la sua amata compagna, il figlio, ma i tanti che lo avevano frequentato, dalle persone più umili, al suo maestro di sitar indiano, ai suoi colleghi magistrati, al Personale di Polizia Penitenziaria e dei Servizi minorili della Giustizia, a chi aveva premiato le sue poesie in vernacolo romanesco, ai giovani detenuti che erano riusciti a riaprire le loro finestre alla vita, perché li aveva ascoltati, non solo giudicati, perché gli aveva indicato che nonostante i loro sbagli, le loro vite certamente sfortunate perché privi di quei porti sicuri di bolbyana memoria, potevano “rinascere moralmente e socialmente”, il credere in loro nel dare loro fiducia, nell’indicare loro la strada, questo ha fatto e fa la differenza per essere autenticamente un giudice minorile, come sei stato tu!

Non è il ruolo a dare significato e contenuti allo stesso, ma sono le persone a renderlo tale!

E poi il lutto, la cerimonia funebre, la chiesa stracolma, l’ultimo saluto!

La parola lutto deriva dal latino “lugere”, piangere e sta a significare tutte le situazioni in cui una persona manifesta il proprio dolore, in questo caso per la improvvisa e lacerante perdita di una persona cara, ma accanto al lutto c’è il cordoglio.

Anche la parola cordoglio deriva dal latino “cor”, “dolere”, significa dolore del cuore. Certamente sono due lati della stessa medaglia, ma il cordoglio è una forma di dolore più personale, più intima, a volte nascosta per condividere qualcosa di esclusivo con la persona che si è persa, poi improvvisamente questo dolore diventa una risorsa di amore e di testimonianza, in nome di quell’amore universale che lo ha accompagnato sempre nella sua vita! Cosi la professoressa Lucia Branca in Caruso, ha deciso di fondare una associazione in ricordo del suo amato Carlo!

Il Premio di poesia e narrativa di questa seconda edizione è dedicato a tutti i minori e giovani-adulti sottoposti a limitazioni della propria libertà, a quei famosi monelli banditi che in tanti hanno scritto lettere di commozione alla notizia della sua morte, manifestazioni d’affetto e di riconoscenza che li avrebbero accompagnati nel loro futuro cammino, in quella scommessa condivisa che ce la potevano fare! Il Premio ha questo intrinseco significato: fare esprimere emozioni, i segreti nascosti di tanti dolori manifestati, ma troppo spesso ignorati dalla stessa società, i sensi di inadeguatezza, di sconforto di chi vede il sole filtrare a quadrati nella stanza detentiva, di chi sa come significa essere riconosciuti solo come cattivi, di chi ha paura di svelare il proprio bisogno di amore, di non essere solo etichettato, di chi ha bisogno che qualcuno creda in lui, lui che a differenza dei tanti altri giovani non aveva la rete a proteggerlo quando è caduto dal quel difficile trapezio della sua fragilità ed isolamento sociale ed educativo! Dare spazio e visibilità a questi ragazzi significa continuare a risvegliare quel sorriso che tu riuscivi a dare, e così tu continui ad esserci, in loro, in noi, nell’amore che nasce dal dolore, come dicevi tu!

È anche cercare di richiamare questa nostra società alla necessità di girare l’angolo: disattenzioni, negazione di quell’umanesimo che ha fatto grande la nostra storia di popolo, individualismo sfrenato, ognuno protagonista per e di se stesso, il Thanatos che prevale sul Cosmos, le relazioni virtuali, la globalizzazione sfrenata, il successo a qualunque costo… forse ora con il coronavirus dovremmo averlo capito finalmente che vitale è una riconversione della nostra coscienza socio-economica e culturale, individuale e collettiva, che deve rendere prioritaria l’etica della solidarietà e del mutuo aiuto, dobbiamo re-imparare a spiritualizzare il nostro vivere!

Solo così saremmo veramente liberi, anche se il costo è di pagarne un caro prezzo, ma Carlo con la sua ricerca della bellezza, dell’arte, della poesia, del lavoro senza pausa, ci ha indicato la strada, ci ha insegnato con la sua vita, ricca culturalmente e intrisa di grande umanità, che solo la vera libertà rende liberi, e tu sei stato, sei e sarai per questo il nostro mentore!

Ed è per questi motivi che la Consolidal sezione regionale Lazio e sezione di Roma hanno deciso di patrocinare e diffondere la seconda edizione del Premio di poesia e narrativa “Carlo Caruso: il giudice, l’uomo, il poeta” promossa dalla neo Associazione culturale e sportiva Carlo Caruso a.p.s. “per premiare le opere e valorizzare i giovani autori in vinculis che sapranno esprimersi in modo chiaro, mettendo a nudo i propri sentimenti, le proprie aspirazioni e il loro sogni, in un momento particolarmente difficile della loro giovane vita”

 

a cura di:

Serenella Pesarin (sociologa, psicologa-psicoterapeuta, esperta nel settore penale e minorile,
presidente “Consolidal sezione di Roma”)

 

Antonio Basta (presidente “Consolidal sezione regionale Lazio”)

 

Massimo Martelli (pedagogista)

Consolidal Sezione Locale di Roma- Circonvallazione Gianicolense n. 408 – 00152 ROMA

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