“Words4link – Scritture migranti per l’Integrazione”:aperte le iscrizioni ai laboratori

 A causa dell’emergenza sanitaria provocata dalla diffusione del virus COVID-19, anche il progetto Words4link si è dovuto adattare in maniera resiliente alla nuova situazione.

Vista l’incertezza sui tempi di riapertura delle attività abbiamo deciso trasformare gli appuntamenti che avrebbero dovuto essere dal vivo, in eventi online. Sfruttando le possibilità offerte dal mondo digitale, pur mantenendone le finalità, i contenuti e la gratuità.

In questi tempi in cui siamo invitati a sperimentare nuove strade per non fermare le attività culturali e la comunicazione fra noi, abbiamo pensato di offrire la possibilità di aggiornarsi e sperimentarsi in maniera virtuale sulla comunicazione e la scrittura a chi è interessata/o al tema di Words4link: la letteratura migrante.

Sono aperte quindi le iscrizioni per partecipare a “Diffondere le parole” il workshop tenuto da Nicole Romanelli, in cui la formatrice offrirà a autori/rici, giornalisti/e e poeti/e di origine sia migrante che italiana alcune competenze specifiche per promuovere il proprio lavoro e comunicare con la stampa e con i lettori/rici attraverso gli strumenti digitali e per costruire una strategia di personal branding.

Il workshop di autopromozione online si terrà in tre edizioni, tutte con lo stesso programma e ognuna composta da due incontri da tre ore: queste le date che si potranno scegliere

23 e 24 maggio – dalle 15 alle 18;

30 e 31 maggio – dalle 15 alle 18;

6 e 7 giugno – dalle 15 alle 18.

Il workshop è pensato per autori/rici, giornalisti/e e poeti/e di origine sia migrante sia italiana che sentono il desiderio di rafforzare le loro capacità di utilizzare la comunicazione digitale/video/social per interagire al meglio con lettori/rici e con la stampa. Un’occasione unica per prepararsi alle nuove modalità di fare cultura che il Covid-19 ci sta imponendo.

Aperte le iscrizioni anche per il primo dei tre laboratori che si terranno nei prossimi mesi, “Metamorfosi” di Giulia Caminito. Il laboratorio, sempre gratuito e sempre online, sarà strutturato in tre appuntamenti che si terranno il 10, il 17 e il 24 giugno dalle 17.30 alle 20.00 e sarà rivolto a persone, di origine sia migrante sia italiana, che desiderino approfondire la narrazione della metamorfosi e la migrazione dell’identità come strumento narrativo.

Ma come ci si iscrive?

Pur essendo tutte le attività ad accesso libero e gratuito, è necessario iscriversi utilizzando i moduli seguenti entro le scadenze che troverete indicate:

Workshop “Diffondere le parole”: https://forms.gle/EVSrSSMtcvNg9RLw8

Laboratorio “Metamorfosi”: https://forms.gle/CjbDXKRAWp7fDwvZ8

Ciascun workshop e laboratorio è aperto a un minimo di 10 e un massimo di 15 persone: una volta chiuse le iscrizioni, il comitato scientifico di progetto, in base alle richieste pervenute, selezionerà i/le partecipanti dando priorità alle richieste giunte per prime e tenendo conto delle culture/lingue di provenienza e della motivazione alla partecipazione.

Per le informazioni dettagliate e i programmi vi invitiamo a visitare la pagina dedicata “Laboratori e Workshop”, mentre per tutti gli aggiornamenti seguiteci sui nostri profili Facebook e Twitter

Il progetto Words4link è realizzato, oltre che da coop. Lai-momo e il Centro Studi e Ricerche IDOS, dall’Associazione Culturale Mediterraneo (ACM), con l’adesione della Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée (BJCEM) e delle associazioni Eks&Tra, Razzismo Brutta Storia e Le Réseau.

Presentato “Salvamamme: famiglie in emergenza” e “Sicurezza con amore” servizio mobile anticovid con secutity control 

Rafforzato il servizio di sostegno alle famiglie fragili. Il messaggio commovente di un papà alle Fiamme Oro Rugby della Polizia di Stato

Oggi, nello spazio antistante il Family Support centre di C.R.I. e Salvamamme è stato presentato il progetto “Salvamamme: famiglie in emergenza” finanziato dalla Regione Lazio. Il progetto prevede che, oltre alla distribuzione di generi di prima necessità, compresi prodotti per l’igiene e per l’infanzia, vengano reimmessi fondi nell’ambito della comunità regionale secondo il principio dell’economia circolare. I prodotti distribuiti saranno infatti acquistati da filiere regionali, grazie ad un accordo con Arsial (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio), e da filiere nazionali presenti nelle grandi distribuzioni. “Coniugare aiuti e sicurezza è la strada da seguire sia per continuare a sostenere chi ha bisogno sia per sensibilizzare tutti anche attraverso il volontariato ad avere comportamenti responsabili. Grazie ancora una volta a Salvamamme per l’esempio di solidarietà che rappresenta ormai da tempo e che vede questa realtà insieme alla Croce Rossa molto presente sul nostro territorio” ha dichiarato Federico Bonadonna, Direttore della Croce Rossa Italiana Roma e Area Metropolitana nel portare i suoi saluti ai presenti, seguito da Alessandra Sartore, Assessore al Bilancio, Demanio e Patrimonio Regione Lazio, che ha affermato: “sono stati 249 in totale le associazioni che hanno risposto all’avviso pubblico della Regione e siamo riusciti a soddisfare tutte le domande con un finanziamento complessivo di 4,57 mln di euro. Un contributo, per un massimo di 200 mila euro a progetto, per dare respiro agli enti del terzo settore che quotidianamente si occupano di assistenza alle persone, alla distribuzione di beni di prima necessità e di prodotti per l’infanzia per le famiglie più bisognose”. Antonio Rosati, Presidente Arsial (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio), ha poi dichiarato che si tratta di: “un’iniziativa a cui partecipiamo con gioia e con l’idea di supportare l’economia di prossimità che oggi più che mai diventa una strada da perseguire per una produzione ed un consumo più sostenibile. Insieme a Salvamamme creiamo una rete indispensabile perchè nessuno resti solo”, gli ha fatto eco Paolo Masini, referente del Progetto, che ha sottolineato: “i prodotti distribuiti saranno acquistati da Filiere regionali grazie ad un protocollo d’intesa con Arsial e da filiere normali presenti nelle grandi distribuzioni” mentre Marta Bonafoni, delegata dell’Assessore alle Politiche Sociali, Welfare ed Enti Locali ha rilevato che: “ancora una volta, l’alleanza tra società civile e regione si dimostra la carta vincente per combattere l’aumento delle disuguaglianze che questa pandemia ci ha fatto conoscere in tutta la sua durissima realtà. Salvamamme rappresenta in questo una grande risorsa ed una eccellenza per la nostra regione”.

Grande novità è stata la presentazione di “Salvamamme sicurezza con amore” un originale, articolato ed innovativo servizio mobile di distribuzione degli aiuti con “infection control”, nato dal cuore dell’Associazione e pensato con la finalità di garantire la consegna degli aiuti senza alcuna preoccupazione di ordine sanitario, “si tratta di un artigianale fortino “anti-covid” dove servire in sicurezza le nostre famiglie, un ufficio mobile pieno dei cuori di Salvamamme ad esprimere, al di là degli abbracci vietati, la nostra vicinanza ed il nostro affetto – spiega Grazia Passeri, Presidente di Salvamamme, che, relativamente al progetto “Famiglie in emergenza”, aggiunge – “noi vogliamo condividere con tante realtà vicine, pubbliche e private, il privilegio di poter acquistare alimenti, prodotti per l’igiene e altri mezzi di aiuto per tante persone. Per massima trasparenza pubblicherò ogni quindici giorni le fatture di quanto acquistato”. “Si tratta di un aiuto rivolto per vari mesi per mille utenti valutabile in circa duecento euro a persona e comprensivo di una logistica complessa e pesante che raggiungerà tutti i capoluoghi della Regione” – sottolinea – “come sempre cercheremo di implementare sia il numero dei destinatari che l’entità dei beni consegnati”. “In questo particolare momento per la nostra Nazione determinato dalla diffusione del Covid 19 ci siamo sentiti coinvolti in primis come poliziotti e poi come appartenenti alla società italiana, e quindi abbiamo aderito con grande entusiasmo al progetto dell’associazione per portare assistenza alle persone ed alle famiglie in grave difficoltà socio economica fedeli, come sempre, al mandato della nostra Amministrazione di vicinanza alla cittadinanza” ha affermato Massimo Maurotto, commissario coordinatore Fiamme Oro Rugby della Polizia di Stato, che da diversi anni sostiene i progetti di Salvamamme, che, affiancato da Massimiliano Bizzozero, responsabile dei progetti sociali, ha concluso il suo intervento con la lettura di un commovente messaggio di Roberto, un papà al quale avevano consegnato degli aiuti: “è incredibile questa Italia… Mi trovo a dover elogiare dei rappresentanti delle forze dell’ordine Polizia di Stato che, facendo ben oltre il loro lavoro, mi consegnano un pacco con ben di dio oltre le mie aspettative… Il tutto in una maniera veramente anonima. Sono imbarazzato dal comportamento di questa coppia di meravigliosi tutori dell’ordine…. Non ho niente da aggiungere, soltanto una stima ancor più forte nei confronti di questi tutori che si mettono a disposizione di noi che in questo momento siamo fortemente a disagio. Grazie! Che Dio vi renda merito di ciò che in questo momento stare facendo per me”.

Grazie al supporto di Prontotaxi 6645 e l’Associazione HP Bikers Team “Angeli in moto” anche in questa fase continuerà la consegna a domicilio per le persone non autosufficienti, per famiglie con bambini fragili e particolarmente a rischio di contagio, per le donne partorienti o che hanno appena avuto un bambino.

“Riparare il trauma infantile”, un libro utile per aiutare i bambini post Coronavirus

Il nuovo lavoro di Anna Rita Verardo per Giovanni Fioriti editori

Lo afferma un’indagine promossa da Save the Children, autorevole organizzazione internazionale di sostegno all’infanzia: in Italia, come nel mondo, 6 genitori su 10 pensano che i propri figli avranno delle difficoltà al ritorno a scuola dopo i giorni dell’epidemia da Coronavirus. Tutte le metriche relative a fragilità, difficoltà economiche e aumentato bisogno di sostegno per le famiglie sembrano ampiamente confermate. Come spiegare allora ai bambini quello che è successo e sta ancora accadendo? Come stare vicini ai propri figli, soprattutto se già segnati da patologie, disabilità o condizioni esistenziali particolari? E ancora, come intervenire sui problemi passati e presenti che i giorni del lockdown hanno certamente esacerbato?

Gli esperti italiani di psichiatria infatti lo confermano: le fasi due da Coronavirus vedranno aumentati i rischi di depressione e problemi psicologici. Un aumento di stress può andare ad impattare su precedenti stati di fragilità, alcuni di essi possono essere anche estremamente risalenti: e anzi, è sempre più diffusa la consapevolezza nell’opinione pubblica di come alcuni traumi siano profondamente radicati nella psiche di ognuno di noi e, per converso e magari come lato positivo, estremamente comuni nella popolazione adulta.

Risulta importante, dunque, fornire agli adulti gli strumenti utili per comprendere meglio il comportamento dei bambini e dei ragazzi in questa fase emergenziale, offrendo chiavi di lettura e modalità precise di intervento per rapportarsi a loro. Soprattutto ora, i genitori sono già in affanno tra smartworking, scuola online, disinfezione della casa, hanno bisogno di supporto, ancor di più se non possono usufruire dello smartworking e devono recarsi in ufficio e i loro figli sono già segnati da fragilità.

IL LIBRO  – “Riparare il trauma infantile” per Giovanni Fioriti editori è l’ultimo volume emerso dalla collaborazione fra Giada Laureti e Anna Rita Verardo: un libro che racchiude la spiegazione dei meccanismi alla base dell’elaborazione di esperienze disfunzionali in età evolutiva, la psicopatologia dello sviluppo e, infine, l’intervento clinico. Un libro completo e tanto più prezioso perché frutto di esperienze relazionali costruite negli anni e di un percorso compiuto in prima persona dalle due Autrici. Il tema è spinoso: si affronta la spiegazione dei meccanismi alla base dell’elaborazione di esperienze traumatiche in età evolutiva, con cenni di psicopatologia dello sviluppo senza trascurare le prospettive di intervento clinico. “I bambini sanno più di quello che pensiamo.

La cultura del segreto li lascia soli a trovare risposte a domande più grandi di loro”, spiega la dottoressa Verardo; in effetti vale per i bambini, vale per gli adulti e, soprattutto, vale per i bambini diventati adulti: quelli che siamo abituati a chiamare “traumi” possono condizionare la nostra vita e le nostre relazioni. In altre parole “i bambini imparano dagli adulti di riferimento: non solo dalle parole che diciamo ma da come ci comportiamo. Siamo noi i loro primi modelli. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dei bambini”, continua la psicologa. Importante allora, soprattutto per chi lo vive, è anche la possibilità di poter dare delle definizioni: il trauma è quell’esperienza che fa cambiare idea su di sé, su gli altri e sul mondo e questo libro offre la possibilità a noi tutti, terapeuti ma anche genitori ed educatori, di riconoscere il funzionamento del cervello del bambino.

In modo semplice, ma mai banale, gli adulti possono riconoscere le esperienze relazionali che, pur essendo molto comuni, a volte hanno un effetto determinante sulla traiettoria di sviluppo. L’essere stati amati predispone all’amare, viceversa l’essere stati trascurati emotivamente è la peggior forma di violenza che un bambino possa subire, e in effetti “la sensazione di pericolo aumenta se manca il contatto fisico. Le carezze e gli abbracci sono fondamentali per la sicurezza dei più piccoli. I genitori sono fonte di sicurezza per i più piccoli. La vicinanza ripristina lo stato di calma”. Viceversa l’avuto un genitore fragile, bisognoso o depresso può avere effetti addirittura peggiori di un evento critico.

L’AUTRICE –  dott.ssa Anna Rita Verardo Psicologa e psicoterapeuta, laureata presso l’Università La Sapienza di Roma. Specializzata in terapia cognitivo comportamentale e sistemico relazionale. Da sempre interessata alla ricaduta delle esperienze traumatiche di vita sullo sviluppo della personalità ha continuato la sua formazione nell’ambito della teoria dell’attaccamento, dei sistemi motivazionali e le basi teoriche della difficoltà a regolare le emozioni. È trainer certificato dell’associazione EMDR Europe sia per adulti che per bambini ed adolescenti ed è membro del comitato europeo per l’applicazione dell’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, una tecnica terapeutica sperimentale nota come “desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari”, utile per il trattamento da traumi e del disturbo post traumatico da stress) ai bambini ed agli adolescenti. Lavora a diversi progetti di ricerca che riguardano principalmente lo studio dei correlati neurobiologici dell’EMDR in collaborazione con l’Università di Tor Vergata e l ‘ Università La Sapienza di Roma.

Si dedica all’attività di ricerca dell’associazione EMDR Italia, nell’ambito della quale si ricordano le recenti pubblicazioni su riviste scientifiche come Plos One ed è responsabile della ricerca del direttivo dell’associazione EMDR Italia. È autrice di numerose pubblicazioni e di libri. Nel volume: Le principali teorie sul trauma sono integrate e spiegate in modo esaustivo. Si apprende come mettere il bambino in condizione di elaborare e dare significato agli eventi della sua vita. Si insegna a padroneggiare, passo dopo passo, l’integrazione nel lavoro clinico tra sistemi motivazionali ed EMDR nei bambini e nei genitori. Si affrontano i grandi temi dei traumi dell’attaccamento, dell’adozione, del lutto, dell’abuso e della vergogna nell’età evolutiva. Si forniscono schede di lavoro da utilizzare con i bambini e una cartella clinica completa e di facile utilizzo per i terapeuti.

I risultati del sondaggio della Lidu internazionale sull’impatto covid19 su famiglie italiane

La Lega Internazionale per i Diritti dell’Uomo (www.lidu-ilhr.it) pubblica i dati che emergono nella compilazione di un questionario su emergenza covid19, cui hanno partecipato 574 persone da tutto il territorio nazionale.

Di Michele Marzulli

Il questionario, diretto a tutti gli italiani in una fascia di età superiore ai 18 anni, è stato creato con lo scopo di comprendere l’impatto che la recente pandemia Covid-19 ha avuto sulle famiglie ITALIANE. L’indagine e stata promossa dalla L.I.D.U. – I.L.H.R. IT (Lega Internazionale per i Diritti dell’Uomo – International League for Human Rights). Il sondaggio ha visto la partecipazione di 574 persone su tutto il territorio italiano in modo spontaneo. L’esito della campionatura ha certamente subito l’influenza di un digital divide ancora molto pronunciato in Italia, ma gli esiti del sondaggio, se confrontati con i risultati di analoghi studi effettuati da altri soggetti nello stesso periodo temporale, rappresentano il sentiment degli italiani.

L’età media dei partecipanti è di cinquanta anni, con un’età minima di diciotto ed una massima di ottantadue. La situazione di tensione derivante dalla pandemia e dalla conseguente reclusione abitativa si manifesta in modo differenziato a seconda della composizione del nucleo familiare.

Indicativo il quesito posto sulla fiducia verso il futuro, per il quale l’effetto “famiglia” sembra proteggere maggiormente i singoli individui da una paura generalizzata verso il futuro. Le linee di tendenza mostrano, infatti, un ottimismo della maggior parte degli intervistati, ad esclusione del caso dei single, dove si nota l’unica linea di tendenza leggermente negativa. I nuclei famigliari maggiormente penalizzati risultano essere quelli composti da una persona, single senza figli o parenti a carico, che risultano maggiormente frustrati, persino rispetto alle famiglie mono genitoriali, ovvero single con figli a carico. Entrando più nel dettaglio, l’effetto “famiglia” risulta ancora con più evidenza nelle domande riferite al bisogno diretto di una assistenza, dove l’assistenza economica sarebbe utile al 26,83% degli intervistati (ed un 28,3% quando la domanda si riferisce ai figli o parenti a carico), mentre quella psicologica e quella di tipo sociale rappresentano una parte minoritaria delle esigenze crescenti (sotto il 10%). Interessante è il dato dei nuclei familiari composti da più di cinque soggetti, dove scompare praticamente l’esigenza di supporto di tipo psicologico ed è appena accennata la richiesta di un aiuto assistenziale di tipo sociale per i figli o parenti a carico (nella misura del 10%). Di particolare interesse è il sentiment della popolazione circa le limitazioni delle libertà personali. Dall’analisi comparata dei risultati, sia comparati nel loro totale, che segmentati in base alla profilazione psicologica (pessimista – medio – ottimista), i risultati mostrano come la popolazione italiana stia vivendo la situazione della compressione delle proprie libertà personali, risultando favorevole alla maggior parte delle limitazioni imposte.

Il risultato è sicuramente derivante dalla presa di coscienza della pericolosità del momento e delle incertezze circa natura ed esito della pandemia in corso (accentuata dal bombardamento mediatico che ha caratterizzato questo momento di reclusione). E’ da sottolineare, tuttavia, che la situazione fotografata mette in risalto una disponibilità (inaspettata) alla rinuncia (se pur momentanea) delle garanzie offerte dalla tutela dei diritti umani e fondamentali dell’uomo. Nel sondaggio si sondavano, infatti, in modo indiretto, i livelli di sopportazione delle principali tutele fondamentali dei diritti umani: libertà di movimento e circolazione, libertà di culto, libertà di espressione, libertà di lotta per le tutele nel lavoro.

Oltre 4 miliardi di persone sono state in lockdown, misura estrema per contenere la diffusione del virus COVID-19. Mai nella storia dell’Umanità è stata registrata una così diffusa restrizione di alcune libertà individuali e compressione di diritti civili, dettata dall’urgenza inderogabile di tutelare la salute pubblica, e soprattutto quella delle persone più vulnerabili.

Oltre a portare alla luce questa contrapposizione tra diritto alla salute ed altri diritti umani fondamentali (giova ricordare che i diritti umani sono sempre innati e indivisibili, ossia nessuno può essere trattato in maniera prioritaria rispetto agli altri) l’avvento della pandemia COVID-19 sta disvelando una serie di ingiustizie strutturali, innescando violazioni o omissioni nella tutela dei diritti umani, con particolare danno ad interessi sociali ed economici.

Milioni di persone hanno perso il proprio lavoro, a causa della diffusione di precariato e lavoro sommerso. Milioni rischiano la fame e troppi non hanno potuto e non possono avere accesso a cure adeguate a causa dell’indebolimento progressivo dei sistemi sanitari pubblici. Ovviamente questo aspetto della crisi, quello relativo agli impatti sui diritti umani, si fa sentire in maniera diversa a seconda delle situazioni.

In Paesi dove già esisteva una situazione di autoritarismo può essere occasione per intensificare ancor di più la morsa repressiva. Sono quei paesi dove lo stato di eccezione è la regola. In altri, quelli “democratici”, la contrazione temporanea di alcuni diritti fondamentali rischia, se non sottoposta a strettissime condizioni, ed a monitoraggio e verifica trasparente e pubblica, di approfondire faglie che già si stavano aprendo nelle nostre società. Insomma, il rischio da scongiurare è di trasformare in regola lo stato di eccezione. Basti pensare alle legislazioni già adottate e restrittive della libertà di manifestare e di associazione, in nome della lotta al terrorismo, o le campagne di criminalizzazione della solidarietà con i migranti e di delegittimazione dei movimenti sociali e della società civile.

Secondo il rapporto “People Power Under Attack 2019” dell’organizzazione CIVICUS almeno il 40% della popolazione mondiale vive in Paesi dove esistono livelli variabili di repressione, e solo il 3 per cento vive in paesi dove tutti i diritti fondamentali sono rispettati.

La Convenzione del Consiglio d’Europa sui diritti umani e la biomedicina (Convenzione di Oviedo), è il solo strumento giuridico internazionale vincolante in questo campo. Essa fornisce un quadro unico per la protezione dei diritti umani, anche in un contesto di gestione delle emergenze e delle crisi sanitarie, per guidare le decisioni e le pratiche sia in campo clinico sia nel settore della ricerca.

Anche in Europa lo scoppio della pandemia di COVID-19 sta influenzando la vita quotidiana delle persone nei suoi 27 Stati membri. Poichè il numero di persone infette nel territorio dell’UE ha iniziato a salire rapidamente a febbraio e marzo, i governi hanno messo in atto una serie di misure volte a contenere la diffusione del virus.

In termine di diritto internazionale, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, prevede la possibilità di invocare lo stato di emergenza e di derogare ad alcuni diritti in esso riconosciuti. Tale deroga pero dev’essere, temporanea, proporzionata, giustificata e comunicata immediatamente alle Nazioni Unite assieme a tutte le informazioni relative alle misure prese, ed ai tempi previsti per la loro reversibilità. Un obbligo al quale anche il nostro paese e tenuto, a maggior ragione ora che l’Italia e membro temporaneo del Consiglio ONU per i Diritti Umani.

Molte delle misure messe in essere in Europa, a causa di una situazione di emergenza eccezionale motivata dall’urgente necessita di salvaguardare la vita umana, stanno giustificando restrizioni o compressioni di altri diritti, come la libertà di movimento, di riunione e di manifestazione.

In Italia, le misure del governo per combattere la pandemia COVID-19 stanno producendo profonde implicazioni a livello dei diritti fondamentali di ciascuno. Le risposte del governo volte a fermare il virus, infatti, comportano importanti ripercussioni sui diritti degli individui presenti nella penisola, in particolare nei confronti dei soggetti più vulnerabili o a rischio, come gli anziani, i bambini, le persone con disabilita, i rifugiati politici e, più in generale, gli stranieri residenti e non residenti nel territorio italiano.

Per affrontare la pandemia in continua crescita, appare importante prendere quindi

attentamente in considerazione almeno cinque aspetti che andrebbero nel tempo tenuti sotto

osservazione per valutare l’impatto sui diritti fondamentali delle persone:

 

Vita familiare

le risposte del governo hanno avuto un ampio impatto sui diritti fondamentali, quali il diritto di movimento e di riunione, nonchè i diritti legati al lavoro, alla sanità e all’istruzione. Anche se tali misure sono state introdotte in momenti diversi e con intensità variabile, esse non dovrebbero portare a un isolamento sociale.

Gruppi vulnerabili

alcuni individui sono più vulnerabili di altri, ad esempio gli anziani e i bambini, le persone con patologie preesistenti, gli stranieri presenti sul territorio, i senzatetto, i carcerati e le persone negli istituti. Lo Stato dovrebbe proteggere la popolazione sul territorio, ma non isolare le persone nelle strutture quali le case di cura, le prigioni e i centri per i rifugiati. Bisognerebbe inoltre elaborare misure mirate per rispondere ai bisogni specifici di altri gruppi vulnerabili, ad esempio case-rifugio per le vittime della violenza domestica e informazioni accessibili sull’assistenza sanitaria a coloro che non possono essere raggiunti dalla comunicazione tradizionale.

Razzismo

la pandemia di COVID-19 ha provocato un aumento degli attacchi di stampo razzista e xenofobo in particolare nei confronti di persone ritenute di origini asiatiche (e degli extracomunitari in genere) e per questo sarebbe fondamentale monitorare attentamente gli episodi di razzismo e xenofobia per indagare e perseguire tali reati.

 Disinformazione e protezione dei dati

in quasi tutti i paesi dell’UE è presente disinformazione in merito alla pandemia. Molti raccolgono dati per contribuire a ridurre la diffusione del virus, ma i paesi dell’UE dovrebbero restare vigili e mettere in atto le garanzie di protezione dei dati nel proteggere la salute pubblica.

Il Lavoro

numerose persone vedono sospesa la loro possibilità lavorativa e questo produrrà nel medio periodo grandi situazioni di incertezze e disagio che potrebbero portare a tensioni sociali difficilmente contenibili in un momento di pandemia. Sarebbe opportuno la messa in campo di tutti i possibili strumenti di assistenza, soprattutto in virtù del fatto che la situazione è dipesa dall’emanazione di norme finalizzati alla salute pubblica.

Ai quali si sommano almeno altri cinque temi principali e particolarmente spinosi:

1) la crescente accettazione politica e sociale del razzismo;

2) l’inosservanza dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati;

3) le minacce ai diritti delle donne;

4) la repressione del dissenso;

5) l’erosione dell’indipendenza giudiziaria.

A questi andrebbero aggiunti poi: gli usi non regolamentati delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, che spesso producono violazioni in termini di privacy, uguaglianza e libertà di espressione e riunione; l’uso della decretazione d’urgenza causato dalla situazione emergenziale.

In Italia, da un punto di vista più generale, il filosofo Giorgio Agamben è molto critico circa l’idea diffusa di “stato d’emergenza”, che «manifesta ancora una volta la tendenza crescente a usare lo stato di eccezione come paradigma normale di governo». Secondo il filosofo, in particolare: ≪[i]l decreto-legge subito approvato dal governo “per ragioni di igiene e di sicurezza pubblica” si risolve infatti in una vera e propria militarizzazione “dei comuni e delle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un’area già interessata dal contagio di virus”. Una formula cosi vaga e indeterminata permetterà di estendere rapidamente lo stato di eccezione in tutte le regioni, poiché è quasi impossibile che

degli altri casi non si verifichino altrove […]. L’altro fattore, non meno inquietante, è lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo.»

Dal punto di vista costituzionale, si è espresso di recente Gaetano Silvestri, sostenendo che: ≪[…] è vero che la Costituzione italiana non contiene una norma specifica sullo stato di necessità, come alcune altre Carte europee, ma si tratta di una omissione voluta, perché non era ancora svanito il ricordo, nella mente dei Costituenti, dell’art. 48 della Costituzione di Weimar, che contribuì notevolmente ad aprire la strada all’affermazione del regime nazista. Alla contrazione autocratica del potere, nell’ipotesi di emergenza, si è preferita la puntuale previsione di specifici modi di applicazione di princìpi e regole costituzionali, quando alcuni beni collettivi (salute, sicurezza, pacifica convivenza) fossero gravemente minacciati. […]

Poiché ogni diritto, dovere o potere, pubblico e privato, si inserisce in un contesto di rapporti giuridicamente regolati e condizionati dalle diverse situazioni di fatto, la loro consistenza e la loro portata si definisce, volta per volta, dall’interazione tra la posizione singola, personale o istituzionale, ed il contesto medesimo, che varia a seconda delle circostanze, sempre nell’ambito di schemi normativi pre-disposti direttamente dalla Costituzione o dalla stessa specificamente previsti nelle loro linee generali. Lo stato di eccezione schmittiano – di questi tempi spesso evocato – presuppone invece uno spazio vuoto, deregolato e riempito dalla volontà del sovrano, inteso come potere pubblico liberato da ogni vincolo giuridico e capace di trasformare istantaneamente la propria forza in diritto. Tutto ciò non è ipotizzabile nell’Italia repubblicana e democratica, mentre sarebbe ben possibile sul piano dell’effettività storica se, anche sulla base di equivoci non chiariti, si accedesse all’idea di un salto extra-sistematico verso un ordinamento giuridico-costituzionale opposto a quello vigente e paradossalmente introdotto da quest’ultimo. […] Sarebbe quindi coerente e prudente non parlare più di “sospensione” delle garanzie costituzionali» Altri costituzionalisti, come Michele Anis, hanno addirittura parlato di ≪[…] eclissi delle libertà costituzionali≫.

E ancora più importante, la Corte Costituzionale, nella sua relazione annuale a firma della sua presidente Marta Cartabia, riafferma che: “[l] La nostra Costituzione non contempla un diritto speciale per lo stato di emergenza sul modello dell’art. 48 della Costituzione di Weimar o dell’art. 16 della Costituzione francese, dell’art. 116 della Costituzione spagnola o dell’art. 48 della Costituzione ungherese. Si tratta di una scelta consapevole. Nella Carta costituzionale non si rinvengono clausole di sospensione dei diritti fondamentali da attivarsi nei tempi eccezionali, né previsioni che in tempi di crisi consentano alterazioni nell’assetto dei poteri.”

Difficile sarà quindi trovare una panacea per questa pandemia, ma sicuramente i tempi che verranno saranno caratterizzati più dalle decisioni in tema di diritto che non dagli effetti del virus COVID-19. In questi termini desta un po’ di preoccupazione l’esito del sondaggio effettuato, in relazione proprio ai livelli di sopportazione della compressione delle libertà individuali delle famiglie italiane. Deve, infatti, far riflettere il dato che circa l’80% degli intervistati è risultato d’accordo alla limitazione di libertà di circolazione, mentre per il 47% sarebbe giusta una limitazione della libertà di sciopero, che il 25% circa degli intervistati riterrebbe giusta una limitazione della libertà di espressione, e che solo il 35% indica di soffrire nel non poter espletare le proprie libertà religiose.

Concludiamo, quindi, riportando le parole di Dunja Mijatović, Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, che condividiamo e che ben rappresentano la situazione in essere e quella in divenire: ≪Al momento, l’attenzione, le risorse e gli sforzi degli Stati sono giustamente dedicati alla repressione della pandemia di Covid-19 e alla protezione della salute e della vita di milioni di persone in Europa. Ma quando la pandemia sarà sotto controllo, gli Stati dovranno raddoppiare i loro sforzi per risolvere annose carenze in termini di giurisprudenza, prassi e narrativa, lesive della dignità umana e i diritti umani. […]. In tutto questo la pandemia “sta esacerbando problemi di vecchia data e sottolineando le debolezze del sistema europeo di protezione dei diritti umani».

www.lidu-ilhr.it

Covid-19: l’Ordine Costantiniano Charity dona un contributo al Comune di Gaeta per la realizzazione del centro diagnostico “Mons. Di Liegro”

S.A.R. Carlo di Borbone delle Due Sicilie: “abbiamo apprezzato il progetto di un Centro di Diagnostica specialistica per emergenza Covid-19 del Sindaco Cosmo Mitrano in accordo con la ASL di Latina”

L’Ordine Costantiniano Charity, Onlus dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, considerato uno dei più antichi ordini cavallereschi, ha fatto una donazione al Comune di Gaeta per la realizzazione del Centro di Diagnostica specialistica per l’emergenza Covid-19 presso l’ex ospedale “Mons. Di Liegro”.

“La raccolta fondi che ho deciso di lanciare per il contrasto alla diffusione del covid-19 nelle zone con meno risorse pone la diretta attenzione alle necessità espresse dai territori – spiega il Principe Carlo di Borbone, fondatore della Onlus, nata con la finalità di pubblica utilità e solidarietà sociale, ed in particolare di attività di beneficienza e assistenza ospedaliera, che sottolinea – “con la Fase 2 della pandemia la nostra attenzione, in questa circostanza, si è rivolta alla realizzazione di un ambizioso progetto che consentirà ad una vasta popolazione residente nel comprensorio della Città di Gaeta di beneficiare di una struttura utile ed innovativa. In particolare abbiamo apprezzato il progetto di istituire un Centro di Diagnostica specialistica sottopostoci dal Sindaco Cosmo Mitrano in accordo con la ASL di Latina, per la possibilità di tutelare maggiormente la salute di tutta la popolazione, garantendo una pronta prognosi di pazienti potenzialmente affetti da Covid-19 con macchinari di ultima generazione lasciando al contempo sul territorio un miglioramento complessivo delle infrastrutture rispetto alle esigenze dei cittadini”. “Questo contributo – conclude il Capo della Real Casa di Borbone delle Due Sicilie – consolida ulteriormente lo storico e vivo legame d’affetto tra la mia Famiglia e la città di Gaeta facendo nostre le sue ambizioni”.

“Intendo rivolgere un sentito ringraziamento al Principe Carlo di Borbone per il suo gesto e per il suo sostanziale contributo finalizzato alla raccolta fondi del costituendo centro diagnostico “Mons. Di Liegro” – si legge in una nota di ringraziamento del Sindaco di Gaeta, Cosimo Mitrano, che aggiunge – “un’attenzione che contraddistingue Sua Altezza Reale e che consolida inoltre quel profondo legame storico, culturale e affettivo che è sempre vivo e indissolubile tra la dinastia dei Borbone e la «Fedelissima» città di Gaeta”.

A ‘Ether, il quinto elemento’ Pino Roveredo racconta il suo impegno sociale a favore degli ‘invisibili’

Scrittore ma anche Garante dei diritti dei detenuti in Friuli Venezia Giulia, Pino Roveredo è ospite della 13ma puntata di ‘Ether, il quinto elemento’, format su piattaforma zoom di Isabel Russinova

Di Macrì Martinelli Carraresi

‘Ether, il quinto elemento’ è ormai una piacevole consuetudine con le sue due puntate a settimana, un format nato da un’idea di Isabel Russinova che accoglie nel suo salotto virtuale personaggi del mondo dell’arte e dell’impegno sociale. Con lei anche Tiziana Primozich e Macrì Martinelli Carraresi del web magazine DailyCases. Nel 13mo incontro è stata la volta di Pino Roveredo, scrittore e già vincitore del premio Campiello con ‘Mandami a dire’. Un passato difficile che gli ha regalato una sensibilità speciale tanto che oggi lui stesso, ex detenuto, è il Garante dei diritti delle persone private della libertà in Friuli Venezia Giulia. Molti gli spunti di riflessione sui temi sociali dei più fragili, degli ‘invisibili’, ai quali Roveredo dedica i suoi sforzi ogni giorno con progetti mirati al rispetto dell’art. 27 della Costituzione, che impone un percorso di rieducazione dei detenuti. Un piacevole ed utile confronto che si può vedere ed ascoltare nel filmato della puntata. Buona visione e non dimenticate di iscrivervi al canale youtube ‘Ether, il quinto elemento’!

Covid19 e ripartenza del Paese.Ma davvero cambierà qualcosa per le donne?

Riflessioni a margine di una ripartenza dell’Italia. Ripartiamo dalle donne e dai territori.

di Marta Ajò

Mercoledì 13 maggio, il Senato ha approvato la Mozione a favore delle donne ed esse, le”donne”, non possono che dichiarare la loro soddisfazione per questo impegno assunto dal Governo, che risponde ad un senso di responsabilità collettiva della politica ma che è anche un atto dovuto alla grave crisi economica legata all’occupazione femminile e alla disparità di genere.
Constatando però, e nello stesso tempo, che l’argomento “diritti delle donne”, finora disatteso o parzialmente riconosciuto, ha avuto bisogno di un’eccezionalità, aggravata dalle conseguenze della Fase 2 del COVID19.

Viene da chiedersi se prima di oggi le cose andassero così bene per loro.
Da quanto si sono battute, solo a volerlo vedere, si direbbe di no e le difficoltà che esse hanno incontrato lasciano sgomenti.
Un segnale di cambiamento in questi ultimi anni è arrivato dal movimento degli Stati Generali delle Donne e dal non facile percorso da essi tracciato. Esso rappresenta una realtà molto radicata a livello territoriale e da tempo è impegnato con proposte concrete per aprire un tavolo di confronto costruttivo. Un dialogo e una collaborazione aperta giacché un genere escluso non può che rifuggire da esclusioni al suo interno.
Che alcune delle firmatarie della Mozione approvata al Senato portino firme significative, come l’on Donatella Conzatti del Trentino ( prima firmataria) e le senatrici Assuntela Messina (che con gli SGD ha presentato e firmato il Patto delle donne per il clima e l’ambiente il 18 marzo 2019 al Parlamento europeo a Milano) e Cinzia Leone (che con gli SGD sta seguendo la buona pratica dell’allontanamento del maltrattante, presente nella loro aula virtuale del 23 aprile scorso), creano un’ulteriore speranza per una futura e più significativa collaborazione.

Dunque la Mozione del Governo è molto articolata sia nella premessa, come nel dispositivo.
In estrema sintesi, essa parte dalla constatazione di come le donne abbiano fornito il contributo maggiore durante le settimane di più grave emergenza sanitaria, risultando peraltro sottoposte a un forte sovraccarico di lavoro, soprattutto se madri con figli, e che la fase di ripresa delle attività, ormai avviata, presenta il forte rischio di produrre effetti asimmetrici soprattutto sul livello e sulla qualità occupazionale tra uomini e donne.
La Ministra Bonetti, ha sottolineato in più occasioni il proprio e convinto impegno ma è l’APPLICAZIONE di questa Mozione che dovrà segnare la demarcazione con i governi precedenti che fino ad oggi non hanno prodotto cambiamenti significativi. La Ministra ha affermato che la soluzione di una politica di genere non debba costituire il traguardo o la vittoria di uno ma vada nella direzione di una vittoria per tutti.
Ed è proprio sulla parola “tutti” che dovrebbe passare il rinnovamento.

Nella nebulosa politica di genere, dove l’istituzionalizzazione ha preso il sopravvento, una menzione a sé va di muovo attribuita agli Stati Generali delle Donne impegnati da diversi anni nella costruzione di una rete che sappia mettere in atto una diversa modalità politica. I bisogni di una sono i bisogni di tutti. Un passaggio che può rappresentare un punto di sintesi del dibattito di genere.
L’azione degli Stati Generali delle Donne prende il via dalla constatazione che, se è vero che durante le crisi economiche più recenti l’occupazione femminile aveva subito un rallentamento senza però subire una diminuzione drastica, nella congiuntura attuale i settori economici più colpiti, almeno nella prima fase, sono stati e continueranno ad essere il turismo, il commercio, la comunicazione, il terziario avanzato, i servizi in genere, tutti ad elevata, con una prevalente presenza femminile.
L’attuale Pandemia ha ulteriormente evidenziato le distorsioni, le iniquità e le discriminazioni presenti nel mondo del lavoro e nella nostra società, che incidono negativamente, non solo sulla vita delle persone, ma anche sulla qualità del nostro sistema produttivo e sulle prospettive di crescita del Paese. La Mozione del Governo sembra rappresentare il “Patto delle donne per il lavoro” che gli SGD hanno già presentato prima al Governo Renzi, poi al Governo Gentiloni e poi declinato in tutte le Regioni con la sottoscrizione da parte dei candidati e candidate alle Elezioni Regionali.
Inoltre e con questo spirito gli SGD hanno avviato dallo scorso 27 febbraio, una “Task force donne-emergenza” con aiuti e supporti concreti nei territori e con i seminari ogni giorno on line.

E’ legittimo domandarsi sul “dove erano le politiche” e sul cosa abbiano fatto fino ad ora. Perché il vero nodo di tutto, a monte e a valle, sta nel fatto che pur non mancando ideologicamente la volontà di raggiungere la parità di genere, è mancata un “opposizione donna” all’interno delle forze politiche per condizionarle a dibattere e decidere su questi temi. Questo tipo di battaglia richiederebbe un accordo di potere fra donne, che volendolo non sarebbe impossibile, che metta in crisi i vecchi schemi parlamentari, creando una permanente contestazione contro un concetto abusato di “secondaria importanza”, propositivo ad integrare soluzioni politiche più generali.

Un ministero delle Pari opportunità, posto in un cantuccio salvo per l’appunto un’emergenza difficilmente ignorabile, non può dare risultati nel tempo. Comitati di supporto ad “ora” neanche. Meglio sarebbe una sintesi di realtà territoriali, un filtro necessario per definire proposte realmente percorribili.
Un tavolo allargato permanente di consultazione, non tuttologo e possibilmente operante con gruppi di lavoro per competenze, di cui il Ministro o chi indicato da esso possa svolgerne il coordinamento. Insomma i modi di fare “Politica” le donne possono-devono saperlo trovare. O ora o mai più!

A suo tempo gli Stati Generali delle Donne, hanno individuato nel loro ” Patto per le Donne”elementi importanti su cui lavorare insieme. Su alcune di quelle proposte il Governo potrebbe trarre spunto per predisporre un “patto” condiviso con misure finalizzate al sostegno e all’incentivazione del lavoro, delle imprese femminile in modo tale da rendere compatibili e armonici i tempi della vita e del lavoro, al fine di consentire alle donne lavoratrici la possibilità di dedicarsi alla famiglia senza correre il rischio di perdere il lavoro, senza creare le riserve indiane fra le dipendenti e le autonome, e senza incorrere in atteggiamenti discriminatori e di riprendere al più presto le attività lavorative. A tal fine prevedere strumenti di programmazione di lungo periodo verso un cambiamento del sistema di produzione e consumo che è fallito. Un Piano per le donne che sia concreto per la riorganizzazione del sistema scolastico e di ogni servizio alla famiglia, il riordino e il potenziamento degli incentivi per sostenere l’ingresso o il rientro delle donne nel mondo del lavoro.

Un tempo, questo che viviamo, che sta subendo un mutamento profondo e che viene ridefinito rapidamente in cui le donne hanno una straordinaria responsabilità: agire non per inventare il nuovo ma per costruirlo, nel rispetto di quanto nel passato è stato parte della vita di ciascuno. Il grande cambiamento, quello si che possiamo definire epocale, sarà nel mondo del lavoro e della formazione scolastica. Un passaggio difficile da affrontare con la riconfigurazione di prassi che creino nuove possibilità e competenze per tutti piuttosto che con sistemi di tutela.
Buone prassi che dovrebbero contemplare una revisione complessiva delle politiche sociali, come prevede anche l’Europa.
“Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che definisce le priorità del Parlamento europeo per la 64a Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne, solo l’ultimo di una serie di atti che hanno al centro la questione della promozione dei diritti delle donne e della parità di genere; la posizione di lunga durata del Parlamento è quella di elaborare e perseguire una solida strategia della UE per la parità di genere, a partire dalla necessaria integrazione della dimensione di genere che costituisce in tutte le politiche, le misure e le azioni della UE, considerando che i diritti delle donne e la parità di genere non rappresentano soltanto diritti umani fondamentali, ma anche una condizione essenziale per l’avanzamento dello sviluppo sociale ed economico e la riduzione della povertà in un mondo prospero e sostenibile”

La ministra Bonetti, fin dall’inizio del suo mandato, ha dichiarato di avere a cuore queste questioni e si è mossa per impegnare il Governo ad attuare un piano per l’occupazione femminile, per far diventare l’Italia un Paese paritario e competitivo, con idee innovative per una vera parità di genere.
Ad essa va l’affidamento temporale da parte delle donne, pronte a dare tutto il sostegno necessario.
Il mondo “sommerso”delle “donne agenti” in questo Paese, forse è ancora sconosciuto. Per questo non sembra fondamentale sostituirle o farle rappresentare da task force che hanno l’aria di essere provvisorie o di diventare “carrozzoni” privi di ruote.
Non è solo l’ emergenza che spinge verso una nuova visione di questa componente sociale di genere ma anche il fallimento dell’indifferenza, della scarsa elaborazione, del pressapochismo che spesso impoverisce un Paese, la sua rappresentanza, la sua cultura producendo un tardivo sviluppo e disaffezione.

Gli Stati Generali delle donne sono un percorso delle donne, lento e silenzioso, nei diversi territori italiani dando voce alle donne. Gli Stati Generali delle donne sono un coordinamento permanente,un Forum che è diventato un interlocutore autorevole per le Istituzioni che operano nell’ambito delle politiche del lavoro, dell’economia, della finanza, del femminile, dei diritti, della cultura, della scuola,della formazione, della pace e del dialogo, del ben vivere, dello sviluppo. 

https://www.statigeneralidelledonne.com/

Il coronavirus e la discriminazione negata  

Occorre il coraggio di affermare con chiarezza che nell’emergenza covid19 abbiamo assistito ad un “anzianicidio”, che si aggiunge a quella violenza che da anni colpisce i più fragili. Femminicidio, infanticidio, tutte derive di una società che ha perso i valori, che nega i principi costituzionali, che ingenera discriminazioni sempre più crescenti, che negando la morte, non dà valore alla vita.

di Serenella Pesarin, Sociologa, Psicologa–Psicoterapeuta, esperta nel settore penale e minorile, Presidente “Consolidal sezione romana”

e Maria Teresa Marino, Esperta in progettazione sociale, Socio fondatore “Consolidal Nazionale”

Dobbiamo essere grati al dott. Bertolaso quando, giorni orsono, in una intervista televisiva, rilasciata durante l’inaugurazione del nuovo ospedale costruito nelle Marche per future emergenze covid 19, ha, tra le altre cose, detto ciò che a tutti noi è ormai noto, ma che la paura  e  la  vergogna  ci impediscono di dire. L’ex capo della protezione civile e ora consulente, per l’emergenza coronavirus, delle regioni Lombardia e Marche ha, con coraggio, affermato ”non dovrà più succedere quanto  accaduto in questa emergenza, che gli anziani  siano stati lasciati morire, non solo nelle RSA, ma anche negli ospedali che, di fronte ad una domanda esuberante rispetto alle postazioni e strumentazioni di cura disponibili, si sia dovuto scegliere chi curare!”

In sintesi questo il concetto espresso, e – come spesso accade –  chi timidamente ha cercato di comunicarlo all’opinione pubblica immediatamente è stato silenziato.

Serenella Pesarin, Sociologa, Psicologa–Psicoterapeuta, esperta nel settore penale e minorile, Presidente “Consolidal sezione romana”

Non risponde al vero che la pandemia colpisce molto di più gli anziani producendo in loro la morte. Sicuramente con l’avanzare dell’età subentrano delle comorbilità che rendono più fragili le persone che ne sono affette, ed è indubbio e umano che ognuno di noi, messo di fronte alla scelta se salvare sé stesso o i propri cari, non avrebbe esitazione alcuna. Tuttavia non è questo il tema che si vuole trattare. Il tema è piuttosto quello di evidenziare come “la nostra società, così detta civile e democratica, dove i diritti umani rappresentano il caposaldo, non accetti la propria responsabilità rispetto a quanto accaduto”.  Non accettare questa responsabilità significa negare la verità, e se la verità viene negata viene anche meno il principio di fiducia, e senza la fiducia nessun progresso comune può essere costruito.

Occorre il coraggio di affermarlo con chiarezza: è stato un “anzianicidio”, che si aggiunge a quella serpeggiante violenza che da anni imperversa sui più fragili, femminicidio, infanticidio, tutte derive di una società che ha perso i valori dei padri, che nega i principi costituzionali, che ingenera discriminazioni sempre più crescenti, che, negando la morte, non dà valore alla vita. Una deriva che alla cultura dell’agricoltore ha sostituito quella del cacciatore, dell’io che nega il noi, che insegue il denaro ad ogni costo, che offre agli adolescenti modelli dove le regole devono seguirle gli altri, dove la ricerca del capro espiatorio e l’improvvisazione dominano il palcoscenico del successo. Non più limiti, tutto è possibile e se tutto e possibile perché allora meravigliarci di quanto accaduto e di come tante cose siano state rimosse dalla coscienza collettiva?

Già nel 1980 Daniel Callahan preannunciava che, aumentando gli anziani e venendo sempre meno gli investimenti nella sanità, e non solo in quella ma in tutti i settori del welfare, si sarebbe dovuto prevedere “gioco- forza” un razionamento delle cure sanitarie in base all’età, presupponendo come soglia gli 80 anni (oggi l‘asticella si sposterebbe in avanti di qualche anno visto che l’aspettativa di vita si è alzata). Ciò, spiegava, non significa che la vita non ha valore, ma giunti in età avanzata la morte è prossima e non si può sfuggire, per cui “le tecnologie sanitarie avanzate devono servire –  considerati i costi e i tagli di investimento che ne impediscono un quantitativo idoneo rispetto alla popolazione –  solo per evitare morti premature”.

Certo le sue proposte, da un punto di vista logico e razionale, sono affermazioni di come le cose in assenza di risorse strumentali sufficienti per tutti, indipendentemente dall’età, dovrebbero essere. Tuttavia, tutto ciò fa venire i brividi. E noi questi brividi li abbiamo provati e li stiamo provando perché questo razionamento è avvenuto con il coronavirus e di fronte al numero dei decessi delle persone ultrasettantenni, nel profondo della nostra coscienza, non solo abbiamo provato un grande immenso ed indescrivibile  dolore, abbiamo visto la nostra memoria falcidiata, il loro morire senza una carezza, uno sguardo di chi amavano; ma abbiamo provato anche tanta  vergogna perché nulla abbiamo fatto in questi anni per impedire che le discriminazioni, non quelle normate, ma quelle reali ci cadessero addosso improvvisamente, come è accaduto.

Ci siamo svegliati all’improvviso dal torpore in cui eravamo immersi, e quella società liquida descritta dal sociologo Baumam ci è piovuta addosso facendoci scoprire la nostra vacuità. Facendoci apparire chiaro che la vita non è per sempre, che la osannata cultura globalizzata e dominata dai poteri finanziari lentamente, giorno dopo giorno, ha eroso con il consenso di tutti noi,  a volte in maniera inconsapevole, ma non meno colpevole, le fondamenta della nostra  storica cultura centrata sulla dignità della persona umana, sulla salvaguardia del suo primato, dove gli oggetti sono per l’uomo e non l’uomo per gli oggetti, dove la solidarietà e l’amore per il bene comune non sono slogan da declamare in ingannevoli enunciati, ma stili di comportamento senza i quali nessuna comunità può essere foriera di sviluppo e di speranza per le giovani generazioni. Che solo insieme si può vincere. Lo abbiamo sperimentato anche con questa terribile pandemia che senza gli affetti, l’abbraccio, il calore di una carezza, senza  l’altro  ognuno di noi diventa invisibile e senza meta.

La psicologa sociale americana Janet Belsky faceva notare come il ricorrere a tecniche sanitarie invasive capaci di farci sopravvivere, sia già razionato nel mondo occidentale. Nella sua città, ed anche sui bambini, ci rappresenta che chi nasce prima della soglia delle 25 settimane di gestazione non riceve alcuna terapia rianimatoria, se invece le settimane di gestazione superano le 26 i medici fanno di tutto per tenerli in vita.

Il problema, quindi, del razionamento delle cure sanitarie in base all’età, quando ricorrere a tecniche sanitarie invasive, è dunque un tema che riguarda gli estremi della vita: il suo inizio come la fine. Questa del razionamento delle cure sanitarie è una sfida sul terreno sociale che già era presente negli passati, ma oggi non può essere più sottaciuta.

E’ assurdo meravigliarsi di quanti anziani ci siano oggi. Era un dato perfettamente prevedibile. Oggi la corte del baby boom post bellico ha raggiunto quella età che viene definita dagli studiosi di settore degli anziani-giovani (dai 60 agli 80 anni), a cui grazie alla qualità della vita, ai progressi della medicina, al benessere sopravvenuto, si affiancano gli anziani-anziani (coloro che superano gli 80 anni).

Ormai l’età mediana della popolazione è in progressivo aumento e così l’aspettativa di vita. Sarà un mondo più vecchio e così sarà anche nei paesi in via di sviluppo. Ciò avrà come conseguenza non solo l’incremento del rischio malattie – che ovviamente cresce con l’avanzare dell’età – ma anche quella della crescita della povertà.

Questi dati e queste tendenze, pur se ben conosciute, sono state volutamente accantonate e ignorate. Da qui i tagli alla sanità, al welfare, alle politiche a sostegno delle famiglie, dei bambini, dei giovani. Preferendo il ritorno al neo assistenzialismo e alla ghettizzazione.

Le residenze per anziani, ad esempio, vanno riformulate e ripensate, la generatività che ci accompagna sempre nel percorso di vita e che sembra sbocciare con più forza in età avanzata, come scrive Erikson, viene “uccisa” nei luoghi chiusi. Il presente è un tempo prezioso e viverlo da anziani può, come ci dicono i cultori di questa materia, essere il periodo più felice della propria esistenza. A condizione però che i legami di attaccamento non vengano recisi, che le proprie passioni non vengano inibite, che non sia negato quel ruolo di esperienza e competenza di cui ogni anziano è portatore.

Maria Teresa Marino, Esperta in progettazione sociale, Socio fondatore “Consolidal Nazionale”

Occorre potenziare l’assistenza domiciliare utilizzando quel modello IARA che attraverso l’empatia, il coinvolgimento di tutte le figure familiari e delle risorse territoriali è in grado di garantire l’autonomia delle persone in età avanzata e di consentire l’accompagnamento pro- sociale e generativo nelle ultime fasi dell’esistenza mantenendoli nel loro abituale contesto abitativo.

Per i tanti anziani per i quali è venuta, per varie ragioni, meno la rete familiare di sostegno è necessario invece pensare spazi alternativi a quelli attualmente strutturati, quali le RSA. Soluzioni abitative di tipo familiare dove accanto al supporto assistenziale e alla presenza dei servizi necessari (mensa, lavanderia, ecc.) possa essere garantito un percorso centrato su una dimensione di vita autonoma, caratterizzata da un significativo scambio sociale e umano, attraverso occasioni di vita comune e di integrazione con il resto della comunità locale, offrendo anche spazi di scambio intergenerazionale per implementare quella trasmissione narrativa che può solidificare nelle nuove generazioni le radici della propria appartenenza culturale e storica.  

Nei giovani osserviamo tutti l’assenza di resilienza ma forse una delle cause non potrebbe risiedere nell’assenza delle radici essendo stato eclissato il padre? E rotto il patto valoriale tra le generazioni? 

E’ necessario tornare a focalizzare quelli che sono i sentimenti umani universali. Con l’aumentare degli anni  si è consapevoli nel profondo di ciascuno  che la vita è un cerchio e che si sta chiudendo ed allora le uniche cose di cui ci si  preoccupa sono le stesse che più importavano nei primi anni di vita: essere accolti, ascoltati, accompagnati ed amati.

Così, se durante la gran parte della nostra vita, ciò che occupa il primo posto per importanza è il senso di autoefficacia, quando si avvicina la fine il primato lo assume solo l’amore e il rispetto della dignità di cui ogni persona è portatore.

Forse grazie al coronavirus le nostre fragilità sono emerse, tutto è cambiato e cambierà ancora. E’stata una catastrofe ma le catastrofi rompono l’esistente, l’equilibrio in cui si era abituati a vivere, quello che, giusto o sbagliato, era il nostro equilibrio. E’ necessario ora ritrovarlo, ritrovarne uno nuovo.

Le catastrofi non ci dicono cosa avverrà in futuro, dipende da noi, da noi tutti, ma di certo l’avere  riscoperto il noi, le emozioni, il valore della vita, i limiti della stessa scienza, non potrà non spingerci verso un nuovo umanesimo dove insieme, forti anche della nostra cultura mediterranea, giudaica, cristiana  e dei valori dei nostri padri costituenti, in una Europa ripensata che basi il proprio agire sui principi dei fondatori, riusciremo a ricostruire una comunità autenticamente protesa solo al bene comune, dove l’odio, l’invidia sociale, l’intolleranza e la violenza appartengano ad un passato recente che vogliamo insieme definitivamente cassare. Occorre riscoprire l’anima!

Consolidal Sezione romana

Associazione nazionale di promozione sociale 

Confederazione di solidarietà, Tutela e promozione sociale in tema di famiglia, Formazione, Ambiente, Turismo, Cultura, Innovazione, Cooperazione, Immigrazione

Circonvallazione Gianicolense N°408 – 00152 Roma

Email: consolidalroma@libero.it

La legge è uguale per tutti?

Intervista all’avv. Daniele Vianello, penalista del foro di Venezia. Diritto alla difesa e processi mediatici

di Anna Maria Antoniazza

L’art. 24 della Costituzione italiana recita: “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.”

Con particolare riferimento al secondo e terzo capoverso, che distanza sociale esiste tra le disposizioni costituzionali e il regime attuale in cui gli avvocati penalisti svolgono la loro attività? In particolare, è davvero così inviolabile questo diritto? Ed e è così certo che gli “appositi istituti” assicurati ai “non abbienti” siano sufficienti?

Per poter rispondere al quesito postomi, occorre anzitutto una breve analisi dell’istituto.

Il diritto alla difesa, disciplinato dagli art. 24 Cost, art. 6 CEDU e art. 10 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, è un diritto inviolabile garantito in ogni stato e grado del procedimento (penale, civile, amministrativo, contabile, tributario e di volontaria giurisdizione) di cui beneficiano le parti e alcuni fra i soggetti del procedimento. In particolare, per quanto di nostro interesse, la difesa penale è quella forma di tutela che consente all’imputato di ottenere il riconoscimento della piena innocenza ovvero di essere condannato ad una sanzione non più grave di quella applicabile per legge.

Con riferimento al secondo e al terzo capoverso della norma da Lei portata all’attenzione, rileva come la Costituzione abbia individuato negli istituti della difesa d’ufficio (art. 97 c.p.p.) e del patrocinio a spese dello Stato gli strumenti di tutela dei “non abbienti”, a fronte della necessità della difesa tecnica.

Anzitutto, il Patrocinio a spese dello Stato è quell’istituto previsto dall’art. 98 c.p.p. introdotto nel nostro Ordinamento per la prima volta con la Legge 30 luglio 1990 n. 217 ed attualmente regolato dal TU in materia di Spese di Giustizia (D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115) dagli artt. 74 ss.

La finalità dell’istituto è quella di garantire il diritto di difesa ai soggetti – cittadini italiani, stranieri o apolidi residenti in Italia – a prescindere dal reddito, mettendo a disposizione la professionalità di avvocati abilitati al gratuito patrocinio iscritti in apposito Albo consultabile online nei siti dei Consigli dell’Ordine.

La tutela garantita dall’art. 98 c.p.p. si sostanzia nell’esonero del soggetto ammesso a determinate spese e nella sostituzione dello Stato in altre. Pertanto, il difensore che richieda la corresponsione delle spese all’assistito ammesso al gratuito patrocinio, porrebbe in essere un illecito disciplinare ai sensi dell’art. 29 del Codice Deontologico Forense.

Al fine di poter usufruire di tale tutela il soggetto richiedente ha l’onere di dimostrare all’autorità preposta di essere in possesso dei requisiti di cui all’art. 76 del TU in materia di Spese di Giustizia. Questo si concretizza nella presentazione presso la segreteria del magistrato avanti cui pende il procedimento, di un’istanza di ammissione autenticata dal difensore (qualora fosse già stato nominato) ove il richiedente, tra le altre, dimostri di essere titolare di un reddito imponibile, risultante dall’ultima dichiarazione, non superiore ad euro 11.493,82 che sarà calcolato, nel caso in cui l’istante convivesse con il coniuge o altri familiari, dalla somma dei redditi di tutti i conviventi. Invero, rileverà il solo reddito personale nel caso in cui oggetto di causa siano i diritti della personalità ovvero nei processi ove gli interessi del richiedente confliggano con quelli degli altri componenti del nucleo familiare con lui conviventi.

Dal 2009 con l’introduzione del comma 4ter dell’art. 76 DPR 115/2002 il beneficio al gratuito patrocinio è stato esteso alle persone offese dei reati ex artt. 572, 583bis, 609bis, 609quater, 609octies, 612bis, nonché ove commessi in danno di minori, dei reati di cui agli artt. 600, 600bis, 600ter, 600quinquies, 601, 602, 609quinquies, 609undecies.

Sono invece esclusi dal beneficio ex art 76 comma 4bis DPR 115/2002  “i soggetti già condannati con sentenza definitiva per i reati di cui agli articoli 416-bis del codice penale, 291-quater del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43, 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 80, e 74, comma 1, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, nonché per i reati commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo 416-bis ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, e per i reati commessi in violazione delle norme per la repressione dell’evasione in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto”.

Orbene, alla luce del quadro normativo qui sopra sinteticamente esposto, ritengo doveroso mettere in luce quelle che ritengo essere le criticità dell’istituto che quotidianamente il difensore abilitato al gratuito patrocinio si trova ad affrontare e che, conseguentemente, ritengo espongano a rischio il diritto di difesa.

Anzitutto, l’avvocato è rimesso alla più totale discrezionalità del giudice, sia per quanto riguarda il compenso economico a lui dovuto dallo Stato per l’attività svolta in difesa del soggetto ammesso al gratuito patrocinio – che risulta molto spesso iniquo e non conforme alle richieste e che viene generalmente elargito a distanza di 4-5 anni dal deposito dell’istanza di liquidazione – sia per quanto riguarda l’effettiva ammissione al beneficio di cui all’art. 79 c.p.p.

Infatti, sebbene il Giudice non abbia la possibilità di entrare nel merito dell’autocertificazione presentata dal richiedente per valutarne l’attendibilità, avendo solo la possibilità di verificare i redditi esposti e di pronunciarsi in base agli stessi, non mancano provvedimenti di rigetto basati su meri sospetti del giudicante circa la genuinità delle auto dichiarazioni, non supportati da successive indagini delegate all’autorità competente.

Emblematico il caso di un cittadino in stato di povertà assoluta al quale non è stato concesso il beneficio del patrocinio a spese dello Stato poiché  “vista l’oggettiva impossibilità di sopravvivenza da parte del richiedente e del proprio nucleo familiare alla luce di un reddito così esiguo, si presume che l’istante sia percettore di reddito non dichiarato ai fini fiscali in quanto provento di attività lavorativa svolta in nero o beneficiario di regalie o elargizioni di congiunti il cui ammontare consente il sostentamento”.

Ulteriore considerazione va fatta in merito all’esclusione dal beneficio del gratuito patrocinio per i soggetti di cui al comma 4bis dell’art. 76 DPR 115/2002, come precedentemente specificato.

Per detti soggetti il reddito “si presume superiore ai limiti previsti” per l’ammissione al beneficio. La ratio della norma è quella di non concedere un’assistenza economica ai soggetti condannati per reati che si presumono lucrativi per il soggetto ritenuto responsabile degli stessi.

Orbene, si ritiene che prevedere una limitazione al gratuito patrocinio per detti soggetti non sulla base delle condizioni di reddito ma sulle risultanze del casellario giudiziario, si risolva in una totale violazione, non solo dell’inviolabile diritto di difesa ma, ancor prima, del fondamentale diritto di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost.

Invero, seppur la Corte Costituzionale con la Sent. 139/2010 abbia riformato parzialmente il comma 4bis prevedendo non più una presunzione assoluta bensì relativa di superiorità del reddito rispetto ai limiti previsti, lasciando quindi la possibilità al richiedente di dimostrare di essere in possesso dei requisiti richiesti, ritengo che detta modifica normativa non si concretizzi in una reale interruzione della violazione degli artt. 3 e 24 comma 2 e 3 Cost.

Infatti, affidare al richiedente l’onere di superare la disposizione di cui all’art. 74bis con concretizza molto spesso in una vera e propria probatio diabolica poiché la valutazione è rimessa alla discrezionalità del giudice che, come sopra sottolineato, più volte si affida ai suoi unici sospetti.

Molto spesso, a colmare le lacune della giustizia è lo stesso Professionista che, se nelle possibilità, offre la sua assistenza pro bono.

In che modo una violazione del diritto alla difesa rappresenta una prima forma di privazione della propria liberta? Il diritto penale e di procedura penale hanno una realtà multidimensionale tra sospettati, imputati, arrestati e fermati, carceri e commissariati. Il primo incontro con l’avvocato è spesso tardivo e in condizioni di compressa riservatezza, soprattutto in casi di reati gravi come gli omicidi.

Una delle violazioni del diritto di difesa più reiterate è rappresentata dalle distorsioni attuate dai cosiddetti “processi mediatici”, soprattutto nei casi di omicidio: sono il primo ostacolo all’attuazione di un pieno diritto alla difesa e, dunque, alla libertà personale.

Troppo spesso, infatti, accade che, proprio nei casi più delicati quali quelli di omicidio, violenza domestica o maltrattamenti, le indagini intraprese e svolte quotidianamente da chi cerca di “far luce” sulla realtà dei fatti in nome dell’espressione del diritto di cronaca, la cui funzione è quella di diffondere informazioni di pubblico interesse alla collettività, parallelamente a quelle ufficiali condotte dalla P.G. elide di fatto, e nel modo più aggressivo possibile, i diritti fondamentali che, invece, tutti gli ordinamenti di diritto positivo pongono al centro delle tutele più stringenti e che, mediante il processo penale, si cerca di assicurare a qualsiasi soggetto.

I processi mediatici, purtroppo, spingendo su un comune senso di giustizia e sottolineando l’odiosità di certi delitti, trasmettono notizie in un quadro frammentato della realtà: a volte ciò accade perché spesso coloro che dedicano ore giornaliere a trasmettere fatti di cronaca nera di attualità non sono in possesso di molte notizie che, invece, cercano a tutti i costi di reperire anche attraverso deduzioni e supposizioni, a volte perché determinate informazioni di maggior rilievo sono secretate dalla Magistratura Inquirente per ragioni di opportunità e garanzia del corretto andamento delle indagini.

In queste situazioni, si attua la peggior distorsione di un sistema giuridico liberal-garantista che, attraverso le norme codificate, cerca di raggiungere la verità pura, accertando i fatti mediante prove nel contraddittorio delle parti, secondo schemi e regole ben definite, in modo da evitare le distorsioni che si realizzavano nei secoli che hanno preceduto la codificazione.

Troppo spesso, dunque, accade che ancor prima dell’apertura di un vero e proprio processo penale, e quindi, in assenza di un soggetto imputato nei confronti del quale siano state formalizzate delle accuse da parte dell’autorità giudiziaria, la collettività e l’opinione pubblica abbia già abbastanza elementi per avere una propria idea di chi sia o meno il colpevole di quel delitto, opinione basata su notizie dai parziali o, a volta, assenti riscontri, su fatti storici trapelati in un certo modo che, invece, mai entreranno a far parte di un vero e proprio processo penale perché irrilevanti ovvero non utilizzabili.

Quando un processo diventa mediatico e si rivela il nome di un sospettato rectius indagato, automaticamente si cancella tutto ciò che è il processo penale, ogni termine si svuota del proprio significato e si attende solo la giusta condanna che quel soggetto merita e che tarderà certamente ad arrivare “visti i tempi della giustizia italiana” lasciando l’ormai colpevole a piede libero subito o poco dopo. Al momento in cui, dunque, si rivela un sospettato, l’idea collettiva è del tutto opposta rispetto alla realtà dei fatti e allo scopo del processo. L’indagato dovrebbe godere di determinate garanzie e tutele in quanto costituzionalmente “ancora” innocente e dovrebbe meritare, in qualità di imputato, l’accertamento della sua innocenza dinanzi a Giudici imparziali che conoscono i fatti attraverso le prove processuali formatesi nel contraddittorio delle parti ed in cui ha visto attuarsi il proprio diritto di difesa liberamente. La realtà dei fatti è che il diritto di difesa come limitazione alla libertà personale viene compromesso da subito nei processi mediatici destinati, comunque, a svolgersi dinanzi a Giudici che, in quanto esseri umani, si sono già formati una idea personale come il resto della collettività che brama GIUSTIZIA per le vittime di crimini odiosi.

Tali soggetti, che beneficiano della presunzione di innocenza, sono in realtà, ingiustamente, considerati già colpevoli.

Quello descritto è tra i casi peggiori in cui la violazione del diritto alla difesa rappresenta una prima forma di privazione della libertà personale perché la situazione di partenza non potrà mai più essere ristabilita.

Quando i diritti umani sono quelli dei braccianti agricoli (stranieri ma soprattutto italiani)

Coronavirus a parte, la regolarizzazione dei braccianti agricoli stranieri è sicuramente il tema “caldo” del momento in ambito politico, al punto tale da aver scatenato innumerevoli dissapori su una questione che pone innanzitutto i diritti umani al centro delle polemiche.


Come sappiamo la proposta di una temporanea sanatoria (di 6 mesi rinnovabili per altri 6) da concedere agli stranieri – circa 600.000 persone impiegate nei campi a 3 euro l’ora – è arrivata dal Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova, talmente impegnata in prima linea per la causa da prendere in considerazione di lasciare l’attuale maggioranza qualora il provvedimento non dovesse passare.
La Ministra ha per altro sottolineato che non si tratta di una proposta finalizzata a una propaganda politica – i migranti sino a prova contraria non votano – ma del riconoscimento di alcuni imprescindibili diritti dei lavoratori in generale.

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse
07-10-2019 Roma
La Ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova ospite di “Povera Patria”

Le categorie e i numeri della regolarizzazione

Del resto, nel settore agricolo gli stranieri impiegati non sono neppure la maggioranza: come ha spiegato il sindacalista Aboubakar Soumahoro durante la scorsa puntata di Mezz’ora in più, si tratta di un 82% di italiani, di un 11% di persone provenienti da paesi al di fuori dell’Europa e di un 6% che viene dall’Europa dell’Est.
Numeri a parte, dal suo punto di vista si tratta semplicemente di vite umane bisognose di tutele in quanto tali.
Fra l’altro, come ha di recente specificato la Bellanova il provvedimento riguarda solo alcune categorie di lavoratori impiegati in agricoltura e nei servizi alla persona: chi ha il permesso di soggiorno scaduto, chi lavora in una situazione di irregolarità, chi ha un’offerta di lavoro già avanzata. Inoltre, la proposta non includerà chi ha precedenti penali.
Eppure, per alcuni esponenti politici le cose non sono lineari come potrebbero sembrare.
Solo ieri, ad esempio, il Movimento 5 Stelle nella persona di Vito Crimi ha negato la possibilità di un’intesa su un permesso temporaneo di 6 mesi convertibile in permesso di lavoro alla sottoscrizione del contratto, affermando che la soluzione per garantire il mercato non può essere la regolarizzazione dei lavoratori irregolari (dal momento che l’agricoltura non si basa solo su di loro).
La Lega poi rimane dell’avviso di impedire una generale sanatoria dei lavoratori stranieri, impiegando nei campi altri generi di manodopera come gli studenti disoccupati o coloro che hanno chiesto il reddito di cittadinanza.
Tuttavia rimane da capire, a tal proposito, se le suddette persone sarebbero disposte ad accettare un lavoro così duro a simili condizioni contributive; a giudicare dal dramma della mancata raccolta di frutta e verdura in questi mesi infatti, sembrerebbe che siano davvero in pochi a voler andare nei campi. E, di sicuro, non i nostri studenti neolaureati. 

I lavoratori agricoli nel mondo

 

Nondimeno bisognerebbe ricordare che molti di questi ultimi accettano di svolgere temporaneamente lavori analoghi in altri paesi del mondo, paesi in cui la presenza dei giovani (laureati o meno) non costituisce un peso o un problema, paesi che investono su di loro proponendo il visto o il permesso di soggiorno in cambio di occupazioni umili.
È il caso ad esempio del visto “Vacanza Lavoro” australiano, richiesto in larga maggioranza dagli studenti italiani tra i 18 e i 31 anni e molte volte con una laurea in tasca, dai quali, secondo un articolo del Corriere della Sera, arriva anche il maggior numero di domande per il rinnovo del suddetto visto (che può essere ottenuto per due anni).
L’intento è quello di permettere ai giovani di diverse nazionalità di viaggiare, scoprire il continente australiano e pagare tutte le spese svolgendo lavori semplici, ma avendo in cambio la possibilità di progettare un futuro in un paese ricco e moderno.
Non mancano ovviamente (purtroppo) storie di sfruttamento e dure condizioni anche in queste agognate mete straniere, ma resta il fatto che il lavoro nei campi è considerato come un valido impiego per cominciare una qualsiasi carriera lavorativa.
Non si tratta, insomma, di un impiego di cui vergognarsi, da evitare perché disonorevole per una persona che ha studiato.

Quale futuro per il nostro paese

In tutta questa complessa e controversa questione i vari partiti concordano però su un unico aspetto: mai bisognerebbe lasciare l’agricoltura nelle braccia del caporalato mafioso, ricordandocene solo quando nessuno raccoglie la frutta e la verdura.
Considerate quindi le immense, meravigliose risorse che il suolo della nostra Italia ci regala da sempre, sarebbe invece ora di rielaborare e offrire contratti di lavoro nei campi che rilancino questo settore anziché affossarlo, specie in un mondo sempre più malato e in cui la cura della terra dovrebbe tornare ad essere una delle nostre priorità per il futuro.

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
redazione@thedailycases.com