Coronavirus, che fine faranno coloro che hanno lavorato per accoglienza migranti? 

I ritardi dei pagamenti da parte delle Prefetture in questo momento di emergenza sanitaria rischiano di mandare definitivamente al collasso famiglie intere. Eppure il 28 gennaio la Corte Europea dei diritti Umani aveva condannato tale comportamento delle PA incurante del lavoro già svolto

L’emergenza sanitaria in cui è precipitato il Paese non deve distogliere l’attenzione da problemi che proprio in questa situazione rischiano di strozzare tutti coloro, piccole e medie associazioni di volontariato o cooperative, che si sono occupate di accoglienza rispondendo a bandi ed ottemperando agli impegni presi giorno per giorno, pur in assenza ormai da molti mesi dei pagamenti dovuti.  Infatti in alcuni territori, Cagliari, Pavia, Varese, Frosinone e Latina, per citarne alcuni, dalle Prefetture ancora non sono arrivati i soldi per il saldo del 2019 e molte prefetture devono saldare il 2018. Un’emergenza nell’emergenza, infatti, tenuto conto della sentenza del 28 gennaio scorso della Corte di Strasburgo che penalizza il nostro paese per i ritardi nei pagamenti da parte della PA, bisogna ricordare che tutto questo sistema potrebbe portare in futuro ad un debito per lo Stato enorme da sostenere, calcolabile in interessi sino all’8% in più. Non sarebbe più semplice corrispondere il dovuto a chi ha già svolto un lavoro di integrazione, così come da diktat dei vari bandi provinciali?

I soldi alle cooperative e le associazioni vengono erogati dalle Prefetture, che ricevono tutte insieme il bonifico dal Ministero dell’Interno. Solo che ogni Prefettura, spiegano gli operatori, ha le sue regole di rendicontazione e i suoi tempi per girare agli enti no profit i rimborsi dovuti. Sistemi diversi producono disparità nei tempi di consegna: il risultato per alcune province è che una serie di enti di gestione dell’accoglienza, vincitori di Bandi regolarmente erogati, stanno ancora aspettando molti pagamenti. Chi aiuterà questi enti gestori (associazioni e cooperative) in questo momento di vera emergenza? E chi pagherà il dovuto a chi ha lavorato per loro?
 

A maggior ragione in un momento in cui tutta la popolazione è in difficoltà e le associazioni o cooperative hanno necessità estrema di pagare i propri dipendenti, coloro che hanno svolto per ben due anni, questo è lo spazio temporale in cui le Prefetture non hanno corrisposto il dovuto, le loro prestazione d’opera in rispetto dei Bandi vinti.  “L’Italia avrebbe dovuto assicurare il rispetto da parte delle pubbliche amministrazioni, nelle transazioni commerciali con le imprese private, di termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni”, segnalano nella sentenza del 28 gennaio i giudici della Cedu, constatando la violazione della direttiva europea del 2011. Ma non basta, considerati i ritardi ogni associazione o cooperativa che fa ricorso alla giustizia, con il passare del tempo potrà realizzare anche interessi sino all’8% in più per il ritardo subìto, con un danno ancora più alto ad un’economia già in recessione per l’emergenza covid-19. In questa situazione gli unici a trarre vantaggi sono le banche, che anticipano il denaro alle associazioni o cooperative in difficoltà con interessi esosi, cui gli stessi enti no profit si adeguano forzatamente perché in caso contrario non potrebbero più erogare quei servizi alle persone per cui si sono impegnati con il Governo. 

Al di là del costo in interessi futuri dovuti ci si domanda: ma in questo momento di emergenza non sarebbe il caso di metterci una pietra sopra e versare il dovuto che oltretutto permette la sopravvivenza a persone che in modo onesto hanno lavorato?

A Cagliari stanno controllando le carte del primo trimestre del 2019 e hanno saldato meno del 75% del 2018. E quando le associazioni o cooperative si lamentano dall’alto del Palazzo qualcuno risponde: ‘Fate come vi pare, servono i tempi giusti per le verifiche’. 

E quindi la nostra burocrazia è capace di bloccare piccole o medie associazioni che erogano servizi di accoglienza, dove hanno lavorato e lavorano soprattutto degli italiani, anche decine di over 50 non certo facili da collocare sul mercato del lavoro di oggi. Perché non stiamo parlando di aziende con coperture finanziarie, ma di realtà che devono impegnare beni personali per poter andare avanti. Magari utilizzando agevolazioni finanziarie di banche che, nate per questi scopi, alla fine chiedono il ‘conto’ incuranti delle difficoltà cui vanno incontro le stesse associazioni o cooperative. Un business che lucra sulla pelle di persone in grave difficoltà, che mette in ginocchio chi se ne occupa con coscienza, ottemperando a tutte le regole stabilite per fare integrazione. Si parla di servizi di assistenza generica alla persona, di pulizia e igiene ambientale degli immobili dedicati all’accoglienza; Erogazione dei pasti; Fornitura dei beni di prima necessità; Servizi di mediazione linguistica e culturale, servizi psicologici ed inserimento nel mondo del lavoro. 

Purtroppo in realtà ancora oggi si registrano ritardi anche fino a undici mesi, e molti Gestori vantano ancora crediti sul 2018. L’arretrato complessivo supera il mezzo miliardo di euro e  a questa somma si aggiungeranno gli interessi maturati che il Viminale prima o poi dovrà pagare. Ma in questo difficile momento l’urgenza è garantire la sopravvivenza di questi enti no profit permettendo loro di garantire occupazione in un paese che si avvia alla recessione. 

Qui di seguito la petizione su Change.org

http://chng.it/BvhRFttx

 

CORONAVIRUS: Emergenza Carcere

La posizione della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo su la rivolta dei detenuti in tutto il Paese

Dilaga in tutta Italia la rivolta nelle carceri. Ormai in quasi trenta penitenziari italiani i detenuti sono in agitazione lamentando la paura del contagio dal coronavirus e protestando contro le misure adottate dal Governo per combattere l’emergenza. VI sono stati tre detenuti morti a Modena, sembra per overdose da psicofarmaci sottratti nell’infermeria e altri quattro deceduti in altri istituti, ma provenienti da Modena. Proteste si registrano oggi a S.Vittore, Pavia, Reggio Emilia, Rebibbia, Frosinone, Ucciardone. La rivolta più violenta è stata a Foggia dove alcuni detenuti hanno tentato l’evasione. Alcuni sono stati bloccati, altri sono riusciti a fuggire e ad allontanarsi rubando delle automobili. Il Ministro Bonafede ha tenuto a precisare che dovere dello Stato è tutelare la salute di chi lavora e vive nelle carceri e che, a tal fine, sono stati adottati i recenti provvedimenti come il limite ai colloqui fisici e la possibilità per i Magistrati di Sorveglianza di sospendere i permessi premio e la semilibertà, misure che valgono per i prossimi 15 giorni.  Ha ribadito, però, che ogni protesta attuata con violenza è da condannare e non porterà ad alcun risultato. Forse dietro le rivolte potrebbe esserci la criminalità organizzata perché la contemporaneità delle agitazioni lascia pensare che sia tutt’altro che un fenomeno spontaneo. La strategia in atto sembra approfittare delle difficoltà causate dall’emergenza sanitaria che favorisce le proteste con detenuti, che si barricano all’interno dei padiglioni, e appiccano il fuoco nelle celle, salgono sui tetti e tentano di scavalcare i cornicioni. Lo Stato deve quindi placare le rivolte in atto nelle carceri italiane rapidamente e con decisione conducendo i detenuti a quel senso di responsabilità assolutamente indispensabile, evitare che ci possano essere altre vittime, riportare la situazione alla calma per garantire quelle condizioni di umanità che la stessa Carta Costituzionale richiama.

Si deve da ultimo ricordare che il problema delle carceri italiane non è soltanto contingente, ma è di dimensioni più vaste e tempi più lunghi, e che ha comportato diverse condanne da parte dell’Europa per condizioni ”disumane”. Si fa riferimento al problema del sovraffollamento e della cronica carenza di Personale di Polizia Penitenziaria. Detenuti spesso vivono ammassati e contemporaneamente anche il personale di Polizia penitenziaria vive in condizioni di stress e rischio continuo. Di queste serie problematiche dovrà subito tener conto il Governo e trovare una soluzione ad una situazione incandescente e drammatica. Comunque in questo momento serve un forte senso di responsabilità da parte dei detenuti perché se all’interno del carcere ci fossero contagi la situazione diventerebbe veramente ingestibile.

La Lega italiana dei diritti dell’Uomo rivolge un pressante invito al Governo affinchè tuteli diritti umani e adotti le opportune e necessarie iniziative.

Un 8 Marzo angosciato dall’emergenza del Coronavirus, senza manifestazioni per evitare il contagio

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo per il covid-19 ha annullato feste e festini per l’8 marzo. Ma in realtà ogni anno dovremmo ricordare il motivo di questa ricorrenza ed investire in politiche al femminile ed in cultura

di Benedetta Parretta

Seguendo le statistiche dei femminicidi e della violazione dei diritti delle donne, dovremmo interrogarci e chiedere tutte insieme conto allo Stato che non ha mai preso un impegno serio e concreto.

È importante ricordare le lotte che le donne hanno   portato avanti prima di noi, a cominciare dalle tre sorelle Mirabal che decisero negli anni cinquanta di ribellarsi con decisione, lottando attivamente contro la dittatura in repubblica dominicana, un grande esempio per il coraggio dimostrato pagato con la loro stessa vita. Dobbiamo alla loro memoria l’istituzione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne che ogni anno si celebra il 25 novembre.

Ma c’è ancora molto da fare.

Mancano le tutele nell’occupazione, l’adeguamento dei salari a quelli maschili e nei ruoli apicali.

È inaccettabile che ancora oggi le donne subiscono le più grandi violenze nei tribunali, sono sempre più numerose coloro che denunciano pubblicamente di aver perso l’affidamento dei figli o di vivere sotto la continua minaccia di perderne l’affidamento proprio quando chiedono aiuto allo Stato per aver subito violenza.

È vergognoso che le donne vittime di violenza e i minori non abbiano diritti e percorsi agevolati.

Scandaloso, che nel mondo delle donne “sole”, le vedove, le divorziate e le ragazze madri siano spesso abbandonate dallo Stato.

Viviamo in un tempo in cui le istituzioni tra i pregiudizi e gli stereotipi indeboliscono sempre di più la figura femminile. Una donna che subisce violenza e denuncia non deve subire anche possibili attenuanti che mitighino il reato in maniera discriminatoria. Non vogliamo mai più sentire un giudice o un pubblico ufficiale all’indomani di uno stupro chiedere alla donna vittima: ma lei come era vestita?

“I diritti delle donne sono una responsabilità di tutto il genere umano, perché solo avendo rispetto della donna che è anche madre e compagna si può migliorare l’umanità” (Kofi Hannam).

Tra le attiviste dei diritti delle donne, che si sono battute e hanno pagato caro il loro coraggio col prezzo della loro vita vogliamo ricordare: Isabel Cabanillas (messicana), Hevrin Khalaf (siriana), Mariella Franco (brasiliana), Franca Viola (italiana); sarebbe impossibile elencarle tutte, ma è fondamentale ricordare queste donne “simbolo” per ricordare anche tutte quelle che sono state dimenticate, che sono state solo nomi sui giornali e un dolore atroce solo per i familiari.

In questa giornata è sbagliato ridurne il valore con festini e spogliarellisti, deve rimanere un momento di memoria e un invito alle prossime battaglie per i diritti delle donne investendo in coraggio, forza e dignità. Ma soprattutto in cultura, perché solo chi sviluppa la propria conoscenza può imparare a rispettare la dignità altrui, di qualsiasi sesso o etnia.

Giornata Internazionale della Donna (8 marzo)

UNICEF per #8marzodellebambine  – nuovo video “Posso essere quello che voglio?”Presidente UNICEF Samengo: “dedichiamo idealmente questa giornata alle ricercatrici che in Italia hanno raggiunto importanti risultati nella ricerca su Covid-19”. 

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, l’UNICEF Italia rilancia la campagna #8marzodellebambine con un nuovo video “Posso essere quello che voglio?” per ricordare al mondo che il futuro di tante bambine, ragazze e donne è in pericolo e dipende da tutti noi.

A fronte di notizie positive per le bambine e le adolescenti- negli ultimi vent’anni il numero di ragazze che non vanno a scuola è diminuito di 79 milioni e la percentuale di ragazze fra i 15 e i 19 anni vittime di mutilazioni genitali femminili è diminuita dal 47% nel 1995 al 34% – ancora oggi la violenza contro donne e ragazze è molto diffusa. Nel 2016, le donne e le ragazze rappresentavano il 70% delle vittime di tratta a livello globale registrate, la maggior parte per sfruttamento sessuale. Una ragazza su 20 fra i 15-19 anni – circa 13 milioni – ha subito uno stupro nella sua vita, una delle più violente forme di abuso sessuale che le donne e le ragazze possano vivere. Tra le adolescenti tra i 15 e i 19 anni il suicidio è attualmente la seconda causa principale di morte; la prima causa è legata alla maternità. 970.000 ragazze adolescenti fra i 10 e i 19 anni convivono con l’HIV oggi, rispetto alle 740.000 del 1995; ogni anno 12 milioni di ragazze sono costrette a matrimoni precoci durante l’adolescenza.

“Con la campagna #8marzodellebambine intendiamo ricordare a voce alta che se garantiamo gli strumenti adeguati per poter sviluppare le proprie potenzialità, ogni bambina, ragazza o donna nel mondo può fare la differenza nella vita della sua comunità. Quest’anno inoltre vogliamo dedicare idealmente questa giornata alle ricercatrici che in Italia hanno raggiunto importanti risultati nella ricerca su Covid-19”, ha dichiarato il Presidente dell’UNICEF Italia Francesco Samengo.

Il video affianca le immagini di icone femminili ribelli, coraggiose, che hanno fatto la storia dell’umanità – come Greta Thunberg, Malala Yousafzai, Frida Khalo, Anna Frank, Madre Teresa di Calcutta, Audrey Hepburn –  ad immagini di bambine di tutto il mondo, che hanno davanti un futuro tutto da costruire. La domanda che il video pone è: possono queste bambine essere quello che vogliono in un mondo dove cambiamenti climatici, conflitti e migrazioni mettono a rischio la vita e lo sviluppo dei bambini e in particolare delle bambine? 

UNICEF: STOP alla disinformazione sul coronavirus

Dichiarazione di Charlotte Petri Gornitzka, vicedirettore generale dell’UNICEF per le partnership.

 “In tutto il mondo, le persone stanno prendendo le precauzioni necessarie per proteggere loro stesse e le loro famiglie dal coronavirus. Una solida preparazione, basata su prove scientifiche, è ciò che serve in questo momento.

Tuttavia, mentre molte persone condividono informazioni sul virus e su come proteggersi da esso, solo alcune di queste informazioni sono utili o affidabili. La disinformazione in tempi di crisi sanitaria può diffondere paranoia, paura e stigmatizzazione. Può anche portare a persone lasciate non protette o più vulnerabili al virus.

Per esempio, un recente messaggio online errato che circola in diverse lingue in tutto il mondo e che si spaccia per una comunicazione dell’UNICEF sembra indicare, tra le altre cose, che evitare il gelato e altri cibi freddi può aiutare a prevenire l’insorgenza della malattia. Questo è, ovviamente, del tutto falso.

Ai creatori di tali falsità, noi vogliamo dare un semplice messaggio: STOP. Condividere informazioni inesatte e tentare di infonderle in modo autoritario appropriandosi indebitamente dei nomi di coloro che possiedono una posizione di fiducia è pericoloso e sbagliato.

Al pubblico chiediamo di cercare informazioni accurate su come tenere voi stessi e la vostra famiglia al sicuro attraverso fonti attendibili, come l’UNICEF o l’OMS,  funzionari sanitari governativi e professionisti sanitari di fiducia; e di astenervi dal condividere informazioni provenienti da fonti inaffidabili o non verificate.

Può essere difficile nella società di oggi, ricca di informazioni, sapere esattamente dove andare per sapere come tenere al sicuro se stessi e i propri cari. Ma è fondamentale rimanere vigili sull’accuratezza delle informazioni che condividiamo, così come lo siamo su ogni altra precauzione che prendiamo per mantenere noi stessi e i nostri cari al sicuro.

L’UNICEF sta attivamente adottando misure per fornire informazioni accurate sul virus collaborando con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le autorità governative e con partner online come Facebook, Instagram, LinkedIn e TikTok per assicurarsi che siano disponibili informazioni e consigli accurati, oltre ad adottare misure per informare il pubblico quando emergono informazioni imprecise.

Nuovo rapporto UNICEF-Plan International-UN Women “Una nuova era per le ragazze”

L’8 marzo 2020 segna 25 anni di progressi ineguali: nonostante i risultati nel settore dell’istruzione, il mondo è ancora un luogo violento e fortemente discriminatorio per le ragazze.

Il numero di ragazze che non vanno a scuola è diminuito di 79 milioni negli ultimi vent’anni.

Nel 2016, per esempio, le donne e le ragazze rappresentavano il 70% delle vittime di tratta a livello globale registrate, la maggior parte per sfruttamento sessuale.

Una ragazza su 20 fra i 15-19 anni – circa 13 milioni – ha subito uno stupro nella sua vita.

Ogni anno, 12 milioni di ragazze vengono date in sposa durante l’adolescenza e 4 milioni sono a rischio di mutilazioni genitali femminili.

Fra il 1995 e il 2016, la percentuale delle ragazze in sovrappeso fra i 5 e i 19 anni è raddoppiata dal 9 al 17%, ovvero circa il doppio delle ragazze è oggi in sovrappeso (155 milioni) rispetto al 1995 (in cui erano 75 milioni).

Il suicidio è attualmente la seconda causa principale di morte fra le adolescenti fra i 15 e i 19 anni.

970.000 ragazze adolescenti fra i 10 e i 19 anni che convivono con l’HIV oggi, rispetto alle 740.000 del 1995. Le ragazze fra i 10 e i 19 anni rappresentano ancora circa 3 su 4 dei nuovi casi fra gli adolescenti nel mondo.

Due decenni e mezzo dopo la storica Conferenza sulle Donne di Pechino, la violenza contro le donne e le ragazze non è solo comune, ma anche accettata. 

 L’UNICEF, Plan International e UN Women ricordano con un nuovo rapporto – A New Era for Girls: Taking stock on 25 years of progress (“Una nuova era per le ragazze: facciamo il punto su 25 anni di progressi”) –  che oggi il numero di ragazze che stanno andando a scuola e continuano a frequentarla è il più alto di sempre, ma a questi risultati notevoli nell’istruzione non corrispondono grandi passi avanti nel costruire un ambiente più equo e meno violento per le ragazze.

Il rapporto, pubblicato in vista della 64esima sessione della Commissione sullo Status delle Donne, indica che il numero di ragazze che non vanno a scuola è diminuito di 79 milioni negli ultimi vent’anni. Infatti, per le ragazze negli ultimi 10 anni è diventato più probabile frequentare la scuola secondaria rispetto ai ragazzi.

Nonostante ciò, la violenza contro le donne e le ragazze è ancora comune. Nel 2016, per esempio, le donne e le ragazze rappresentavano il 70% delle vittime di tratta a livello globale registrate, la maggior parte per sfruttamento sessuale. Una ragazza su 20 fra i 15-19 anni – circa 13 milioni – ha subito uno stupro nella sua vita, una delle più violente forme di abuso sessuale che le donne e le ragazze possano vivere.

“25 anni fa, i governi del mondo si sono impegnati con donne e ragazze, ma hanno mantenuto solo in parte quella promessa. Mentre il mondo ha dimostrato la volontà politica di mandare molte ragazze a scuola, non è riuscito a dotarle delle competenze e del sostegno necessari non solo per plasmare il loro destino, ma anche per vivere in sicurezza e dignità”, ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore Generale dell’UNICEF. “L’accesso all’istruzione non è sufficiente – dobbiamo anche cambiare i comportamenti e gli atteggiamenti delle persone nei confronti delle ragazze. La vera uguaglianza arriverà solo quando tutte le ragazze saranno al sicuro dalla violenza, libere di esercitare i loro diritti e potranno godere di pari opportunità nella vita”.

Il rapporto è stato lanciato durante la campagna Generation Equality e per ricordare il 25esimo anniversario della dichiarazione e piattaforma d’azione di Pechino – lo storico progetto per i diritti delle donne e delle ragazze.

“È fondamentale che chiediamo ai governi di rendere conto del loro impegno a favore della storica Dichiarazione di Pechino, e questo rapporto offre un quadro completo di come appare il mondo per le ragazze a 25 anni di distanza”, ha dichiarato Anne-Birgitte Albrectsen, Chief Executive Officer di Plan International. “Le ragazze adolescenti, in particolare, soffrono di una discriminazione maggiore come risultato della loro età e genere e continuano ad essere messe da parte nelle loro comunità e negli spazi di decisione, quasi sempre invisibili nelle politiche governative. Dare potere alle ragazze adolescenti porta benefici sociali triplici – per le ragazze oggi, per le adulte che diventeranno e per la prossima generazione. Se non riusciamo a capirlo e a porre fine alla discriminazione che le ragazze continuano ad affrontare in tutto il mondo, avremo poche possibilità di realizzare le ambizioni di uguaglianza di genere stabilite nell’Agenda 2030”.

“Dal 1995 a Pechino, quando è emersa per la prima volta una specifica attenzione per i problemi delle ragazze, abbiamo sentito sempre più spesso le ragazze affermare i loro diritti e chiamarci a rendere conto del nostro operato. Ma il mondo non è stato all’altezza delle loro aspettative di una gestione responsabile del pianeta, di una vita senza violenza e delle loro speranze di indipendenza economica”, ha dichiarato il Direttore Generale di UN Women Phumzile Mlambo-Ngcuka. “Finché le donne e le ragazze dovranno impiegare il triplo del tempo e dell’energia degli uomini per occuparsi della casa, le pari opportunità per le ragazze di passare dalla scuola a un buon lavoro, in posti di lavoro sicuri, saranno fuori dalla loro portata. Per il bene di tutti questo deve cambiare e bisogna fare in modo che le competenze che le ragazze imparano siano adatte ai lavori tecnologici e digitali del futuro e che la violenza contro di loro finisca”.

Le ragazze oggi sono esposte a un rischio allarmante di violenza in ogni luogo – sia online che nelle classi, case e comunità – con conseguenze fisiche, psicologiche e sociali. Il rapporto nota che pratiche pericolose come matrimoni infantili e mutilazioni genitali femminili continuano a interrompere e danneggiare le vite e i potenziali di milioni di ragazze a livello globale. Ogni anno, 12 milioni di ragazze vengono date in sposa durante l’adolescenza e 4 milioni sono a rischio di mutilazioni genitali femminili. A livello globale, le ragazze fra i 15 e i 19 anni giustificano nella stessa misura dei ragazzi della stessa età atti di violenza fisica contro le mogli.

Il rapporto indica anche tendenze negative preoccupanti per le ragazze nel campo della nutrizione e della salute, molte delle quali erano inimmaginabili 25 anni fa. Per esempio, la globalizzazione, il passaggio dalle diete tradizionali a cibi processati e poco sani e la rapida espansione di tecniche di marketing aggressive mirate ai bambini, hanno come risultato un aumento del consumo di cibi poco sani e bevande zuccherate. Ciò ha contribuito a una crescita del sovrappeso e dell’obesità nell’infanzia e nell’adolescenza. Fra il 1995 e il 2016, la percentuale delle ragazze in sovrappeso fra i 5 e i 19 anni è raddoppiata dal 9 al 17%, ovvero circa il doppio delle ragazze è oggi in sovrappeso (155 milioni) rispetto al 1995 (in cui erano 75 milioni).

Negli ultimi 25 anni abbiamo anche visto preoccupazioni sempre maggiori sulla cattiva salute mentale alimentate in parte dall’uso eccessivo delle tecnologie digitali. Il rapporto nota che il suicidio è attualmente la seconda causa principale di morte fra le adolescenti fra i 15 e i 19 anni; la prima causa è legata alla maternità.

Le ragazze rimangono anche esposte ad alto rischio di infezioni sessualmente trasmesse, compreso l’HIV, con 970.000 ragazze adolescenti fra i 10 e i 19 anni che convivono con l’HIV oggi, rispetto alle 740.000 del 1995. Le ragazze fra i 10 e i 19 anni rappresentano ancora circa 3 su 4 dei nuovi casi fra gli adolescenti nel mondo.

Il rapporto chiede interventi nelle seguenti aree:

È necessario aumentare le opportunità per le ragazze – con qualsiasi background, etnia, reddito e status sociale – di essere artefici di cambiamenti e ideatrici di soluzioni – utilizzando attivamente le loro voci, opinioni e idee in dibattiti, piattaforme e processi che riguardano il loro corpo, la comunità, l’istruzione e il futuro.

Aumentare gli investimenti in politiche e programmi per diffondere maggiormente modelli efficaci che accelerino i progressi per e con le ragazze, in linea con la realtà del mondo di oggi, fra cui lo sviluppo delle loro capacità per la quarta rivoluzione industriale e un movimento generazionale per porre fine alla violenza di genere, ai matrimoni precoci e alle mutilazioni genitali femminili.

Aumentare gli investimenti nella produzione, analisi e utilizzo di dati e ricerche disaggregati per età e per sesso in aree in cui la conoscenza è limitata – come la violenza di genere, l’acquisizione di abilità utili nel 21esimo secolo, la nutrizione e la salute mentale degli adolescenti.

Sentenza di condanna per incendio della EcoX di Pomezia

Bonanni (ONA): “assicurati alla giustizia tutti coloro che, immemori della condizione di rischio, hanno contaminato l’ambiente e attentato la salute dei cittadini”

“Con questa sentenza sono stati assicurati alla giustizia tutti coloro che, immemori della condizione di rischio, hanno contaminato l’ambiente e attentato la salute dei cittadini”, è il commento di Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, rappresentata in aula dall’avv. Riccardo Brigazzi, per il verdetto di condanna di Antonio Buongiovanni e delle società Eco X S.r.l ed Eco X Servizi per l’ambiente S.r.l. ritenuti responsabili del disastro ambientale causato dal devastante rogo nel deposito di carta e plastica avvenuto il 5 maggio 2017 che, a causa di una nube nera sprigionatasi dallo stabilimento, ha tenuto con il fiato sospeso tutta la provincia e la stessa capitale. A seguito dell’incendio l’Ona ha presentato un esposto-denuncia sulla Eco X di Pomezia alla procura di Velletri, e Bonanni, a fronte delle rassicurazioni dell’allora Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, aveva lanciato un appello per un immediato intervento delle autorità a causa della condizione di rischio amianto, oltre al rischio diossina ed altro, facendo naufragare il tentativo di sottacere la presenza della fibra killer e costringendo il Membro del Governo, interrogato dalle forze di opposizione, a smentirsi. Solo grazie al tempestivo intervento dell’unità di crisi dell’ONA, guidata da Antonio Dal Cin, con la consulenza dei Prof. Giancarlo Ugazio, sono state diramate le raccomandazioni alla popolazione consistenti nell’uso di maschere, nel divieto assoluto di mangiare frutta e verdura prodotta entro i 5 km e di bere l’acqua dei pozzi, e l’attenta pulizia di terrazzi e balconi.

Ora il verdetto di condanna per i reati di incendio colposo e di inquinamento ambientale a 3 anni di reclusione, più tutte le ammende pecuniarie, raggiunto grazie anche alle prove raccolte dall’ONA, che si è costituita parte civile ed ha ottenuto il risarcimento dei danni, come parte attiva per la giustizia e la repressione dei reati ambientali, rende giustizia dei fatti.

https://www.eziobonanni.com/chi-siamo/amianto-bruciato/

UNICEF su migranti e rifugiati al confine Grecia/Turchia: i bambini prima di tutto

Delle diverse migliaia di persone ora concentrate vicino Edirne e lungo il confine turco-greco, il 40% sono famiglie con bambini.Dichiarazione di Afshan Khan, Direttore Regionale UNICEF per l’Europa e l’Asia Centrale e Coordinatrice speciale per la risposta a favore dei migranti e rifugiati in Europa.

 “La notizia della morte di un bambino tra circa 50 persone su una barca che si è capovolta a largo dell’isola greca di Lesbo ieri, è una tragica testimonianza dei pericolosi viaggi intrapresi da giovani rifugiati e migranti alla ricerca di sicurezza in Europa.

In mare, in zone di confine o in aree colpite da conflitti da cui bambini sono in fuga, sono i bambini le prime vittime. Nelle ultime settimane, l’escalation delle violenze nella provincia di Idlib ha provocato lo sfollamento di 575.000 bambini. Delle diverse migliaia di persone ora concentrate vicino Edirne e lungo il confine turco-greco, il 40% sono famiglie con bambini. Gli Stati devono fare tutto il possibile per prevenire ulteriori sofferenze ai più innocenti.

L’UNICEF e i suoi partner sono sul campo e stanno rispondendo ai bisogni immediati dei bambini garantendo rifugio, acqua, kit per l’igiene, coperte e altre scorte. Stiamo anche lavorando per rispondere ai bisogni urgenti di tutte le persone bloccate lungo il confine turco con la Bulgaria, dove sono stati segnalati violenti respingimenti.

I bambini e le famiglie sradicate dalle loro case aspettano soluzioni condivise dai leader politici, che comprendono supporto economico e politico per gli Stati che accolgono tutte le persone e i bambini in cerca di aiuti, e impegni seri per ricollocare i più vulnerabili.

È tempo che tutti i paesi interessati rispettino gli impegni internazionali di proteggere i bambini da violenze e pericoli, a prescindere dal loro status o da dove provengano. È tempo di garantire accesso sicuro all’asilo e alla protezione internazionale, piuttosto che azioni e dichiarazioni che alimentano xenofobia o discriminazione.

È anche tempo per la solidarietà europea con la Grecia e la Turchia – che hanno mostrato al mondo la loro generosità nell’accogliere un gran numero di bambini e famiglie. Nessuno stato può gestire i flussi dei rifugiati e dei migranti da solo. Tutti gli stati hanno benefici se lavorano insieme per proteggere bambini e famiglie.

Già vulnerabili, i bambini migranti e rifugiati hanno bisogno urgente di protezione. Nessun bambino dovrebbe mai rischiare la propria vita o il proprio futuro nella speranza di essere al sicuro”.

Roma, ”8 Marzo Giu’ le Mani dalle Donne”

Il convegno è organizzato dalla Sezione di Roma dell’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria in collaborazione con l’Associazione Culturale Litorale Romano, l’Accademia Europea di Studi Penitenziari e il sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe , vanta prestigiosi patrocini tra cui Regione Lazio, X municipio di Roma Capitale

A dirlo sono gli Appartenenti alla Polizia Penitenziaria, che scelgono la data del 8 Marzo per organizzare, presso l’aula Magna del Palafilkam di Ostia sito in via Sandolini 79 dalle ore 10.00 alle 13,00 un’iniziativa dal forte impatto sociale. “La nostra iniziativa vuole essere un chiaro messaggio ai giovani della nostra città “ L’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria, posta sotto la tutela ed il coordinamento del Ministero della Giustizia, è lieta di invitare gli organi di informazione stampa, radio e televisione partecipare al convegno “Giu’ le mani dalle Donne” Il convegno è organizzato dalla Sezione di Roma dell’Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria in collaborazione con l’Associazione Culturale Litorale Romano, l’Accademia Europea di Studi Penitenziari e il sindacato di Polizia Penitenziaria Sappe , vanta prestigiosi patrocini tra cui Regione Lazio, X municipio di Roma Capitale; l’evento inoltre e accreditato dall’ordine degli avvocati con 3 crediti formativi e l’ordine dei giornalisti con 5 crediti formativi riconosciuti Partecipano in ordine di intervento: − Inno d’Italia saluti iniziali (Presidente sezione Anppe Roma Giovanni del Giovane) − Presidente Nazionale ANPPE e Segretario Generale SAPPE Dott. Donato Capece Vice Presidente Anppe e Gia’ Presidente Commissione Sicurezza X Municipio Roma Capitale Luigi Zaccaria Dott.ssa ,Giornalista e scrittrice Resp. Politiche femminili Anppe Emanuela Del Zompo − Dott. Giovanni Passaro (V.Presidente ANPPE Roma, Criminologo, ispettore polizia penitenziaria). − Giornalista Opinione delle libertà Federica Pansadoro − Isp.re .di Polizia Penitenziaria Giovanni Salis L’iniziativa è volta a valorizzare e diffondere tra i più giovani la cultura della prevenzione e del contrasto ai fenomeni di violenza contro le donne.

Gli ex operatori di Polizia Penitenziaria da sempre sensibili e vicini alle politiche di tutela delle donne, hanno, il dovere di adoperarsi per mezzo di iniziative e convegni , affinché le attività di prevenzione legati a taluni reati di violenza , siano debellati e condannati in modo assoluto, l’intento del nostro convegno, dibattito è quello di sensibilizzare i giovani ,e la società moderna, ma soprattutto gli operatori che fanno sicurezza ,nel capire ed intervenire preventivamente, diffondendo tra coloro che subiscono violenze in silenzio, quali siano le azioni che possano destare la prima preoccupazione o avvisaglia da denunciare e condannare senza paura. Durante il convegno verranno proiettate delle immagini di un video educativo ed un fumetto illustrato realizzato e prodotto con la collaborazione dalla “Dott.ssa Emanuela Del Zompo” nostra iscritta e ma soprattutto Resp. Politiche femminili Dell’ Anppe . .

L’anppe si prefigge perciò di promuovere l’acquisizione di nuove conoscenze scientifiche e culturali utili al perfezionamento delle competenze professionali in materie prevenzione tematiche interdisciplinari, nonché, rafforzare la conoscenza dei giornalisti per una corretta informazione. L’evento contribuisce a conseguire uno specifico profilo professionale nelle materie attinenti alla tutela dei diritti soggettivi delle Donne. Questa iniziativa è solo l’ultima testimonianza dell’impegno nel promuovere la cultura che l’ANPPE porta avanti da sempre, tra le sue finalità statutarie. “…gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.” (Giovanni Falcone) In allegato il programma completo del convegno Accredito obbligatorio a: [email protected] SI RINGRAZIA FIN D’ORA PER LA CORTESE PARTECIPAZIONE E DIFFUSIONE Il Presidente ANPPE Sezione Roma Giovanni del Giovane Tel. 3485624691

ASSOCIAZIONE NAZIONALE POLIZIA PENITENZIARIA “Sezione di Roma Ostia” SEGRETERIA SEZIONE OSTIA (RM): VIA CORRADO DEL GRECO, 114/118 – 00121 ROMA C.F.96440850582 – Conto Corrente Bancario BCC IBAN: IT59U0832703231000000009090 TEL. 06/56037168 – CELL. 347/6445226 – 348/5624691 – e-mail: [email protected][email protected] – http://www.anppe.it/category/roma/

Ucai e Prap Triveneto avviano il progetto Exodus per riportare a casa i detenuti africani

Ricondurre in Africa le persone detenute nelle carceri italiane che vogliano far ritorno nelle comunità di origine, dopo un’adeguata formazione in ottemperanza dell’art. 27 della nostra Costituzione

C’è un solo modo per ‘togliere il disturbo’ e continuare la propria vita onestamente anche quando si è commesso un errore tale da finire agli arresti in Italia. L’unico modo è tornare nel proprio paese, lasciato con tanto dolore, sapendo di avere la possibilità di lavorare perché si è stati adeguatamente formati nel percorso di pena per reato commesso nel paese ospitante. In questo caso l’Italia. Ne è convinto Otto Bitjoca, presidente di Ucai, Unione delle comunità Africane in Italia, che sta portando avanti da tempo un progetto tanto ambizioso quanto cartesiano, in sinergia con il Provveditorato della Amministrazione Penitenziaria del Triveneto e l’organizzazione Diritti in Movimento Toscana. Se ne è parlato durante il convegno di pochi giorni fa a Padova presso la Sala Anziani di Palazzo Moroni, dove è stato firmato il primo documento di avvio. Il progetto Exodus si sviluppa fondando su due pilastri essenziali. Il primo è l’articolo 27 della nostra Costituzione che evidenzia: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Il secondo pilastro di Exodus, ancora più essenziale, sta nel fatto che ogni Africano emigrato in Italia ha un grande desiderio di tornare a casa, dalla quale non sarebbe mai partito se avesse avuto un lavoro ed una vita dignitosa. A questo si deve aggiungere un dato reale, che in realtà viene sottaciuto spesso per motivi politici: nelle nostre carceri la presenza africana si attesta al 17% di quella straniera, e per la maggioranza dei casi si tratta di persone che hanno commesso reati di lieve entità, solo per sopravvivere. La maggior parte di loro sono reclusi perché, in attesa di giudizio e senza residenza, non potrebbero andare altrove. Un costo enorme per l’amministrazione pubblica che il progetto di Bitjoca potrebbe diminuire notevolmente.

In questa ottica il sistema penitenziario italiano potrebbe contribuire a favorire il percorso di rimpatrio sfruttando meglio l’esperienza della detenzione con l’acquisizione di capacità professionali dei detenuti, necessarie a svolgere attività nei settori strategici dell’agricoltura, nell’artigianato e in tutti i lavori che richiedano competenze di base. Tali professionalità sarebbero poi volano della vocazione agricola e artigianale dei Paesi africani coinvolti e consentire obiettivi miglioramenti della vita in quelle società. Da questo punto di vista lo stesso Otto Bitjoca, presidente di Ucai ed economista che ormai da più di 40 anni vive a Milano, si farebbe carico degli interscambi con una serie di Paesi Africani che anelano alla crescita economica e riconoscono la necessità di un know how dall’occidente. Quale migliore occasione se non i propri ‘figli’ che tornano a casa con una formazione fondamentale per lo sviluppo economico dei loro territori?

Un progetto Exodus che a conti fatti è davvero la via maestra per aiutare in senso costruttivo il Continente Africano, rispettandone la dignità ed incentivandone lo sviluppo economico. Un progetto non semplice per chi interpreta l’Africa e la diaspora dei suoi popoli verso l’Europa come un ‘Business’ da gestire, e attraverso il quale lucrare guadagni senza risolvere il vero problema in diritti umani: il popolo Africano ha il sacrosanto diritto di costruire paese per paese la sua democrazia, e per farlo ha bisogno di rendersi indipendente dagli antichi colonizzatori in termini di economia, lavoro e capacità di sviluppo.

Tra le autorità che fino ad oggi hanno aderito con entusiasmo e lungimiranza all’idea di Ucai, oltre al Provveditorato per il Triveneto, anche Enrico Sbriglia, provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, Armando Reho, direttore dell’Ufficio Detenuti e Trattamento, e lo psichiatra Mario Iannucci insieme alla collega Gemma Brandi, coordinatrice di Diritti in Movimento Toscana e membro del tavolo istituito dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a tutela dei fragili il 9 gennaio scorso.

Tra le attività formative che si vorrebbero ‘esportare’ in Africa perché utili a quei territori, sono state evidenziate quelle per la realizzazione di call center governativi, imprese cooperative per la panificazione e produzione di prodotti da forno, per la trasformazione di semilavorati industriali e soprattutto per attività di carpenteria in ambito edilizio: muratori, piastrellisti, idraulici ed elettricisti, particolarmente carenti in quei Paesi.

Tra gli Istituti di pena coinvolti che dovranno realizzare classi omogenee di formazione professionale figurano per ora la Casa di Reclusione di Padova, la Casa Reclusione femminile di Venezia e le sezioni di Reclusione degli istituti di Verona, Treviso e Udine. Per ottenere l’indispensabile collaborazione, nel progetto saranno coinvolte le regioni del Triveneto e la Cassa delle Ammende

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