Lidu Onus patrocina The Women’s Angels di Emanuela Del Zompo. Red carpet a Venezia per l’evento

Grande successo del cortometraggio della Del Zompo presso lo spazio della Regione del Veneto, Hotel Excelsior – Lido di Venezia. Affrontati i temi delle discriminazioni verso le donne e delle disabilità

“Siamo orgogliosi di aver sposato con il nostro patrocinio e la conseguente presentazione del corto The Women’s Angels, presso lo spazio della Regione del Veneto, Hotel Excelsior – Lido di Venezia” lo dice Eugenio Ficorilli presidente nazionale della Lidu onlus (Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo) – i temi della violenza contro le donne e quelli della disabilità”.

Un prodotto in punta di piedi, elegante ma efficace che spiega il difficile vissuto di una donna vittima di femminicidio, che si confronta in un tempo non tempo con l’attrice disabile Rosanna Gambone. Un’analisi delicata e raffinata che, con alcune frasi chiave, spiega il dilemma delle donne, da sempre sottomesse al potere maschile. Chi è in realtà la disabile? Due donne diverse, ma una specchio dell’altra, in un confronto sui temi della vita e dell’amore che le vede complici per un risultato finale che non deve mai essere di sottomissione, ma diventa il senso stesso della vita che ognuno di noi conduce.

“Ma io l’amavo”, confessa alla mentore disabile Rosanna Gambone, Emanuela Del Zompo che interpreta la vittima del femminicidio nel corto. Eppure non basta, perché le donne, ognuno di noi esseri umani, possiamo scegliere e così determinare il nostro percorso su questa terra.

Un cortometraggio da non perdere e su cui riflettere in termini di diritti umani, che è stato presentato il 5 settembre presso lo spazio della Regione del Veneto, Hotel Excelsior – Lido di Venezia, da Lidu onlus (Lega Italiana per i Diritti Umani), prodotto da Cinemadamare, scritto, diretto ed interpretato da Emanuela Del Zompo con Rosanna Gambone: nel cast, Lorenzo Sammicheli, Steven Kemps, Nicolò Goattin, Natalia Simonova, Fatou Kinè Fall, Lucio Chiaradonna. Leandro Sosa ha curato la fotografia mentre Salvatore Piccirillo, il montaggio, le musiche e l’assistente regia.

Durante l’evento anche la presentazione del fumetto The legend of Kaira, una rivisitazione della storia delle donne cheha come teatro principale le vicende storiche del comune di  Acquaviva Picena.

Tratto dal fumetto di Emanuela Del Zompo, che vestirà i panni di Kaira, nobildonna che guida kairos, Paese rappresentato nella location dal Castello di Acquaviva Picena, il progetto (per ora un promo) vedrà la presenza di diversi attori marchigiani come Tiziana Ferretti, Sebastiano Piotti ( avvocato ed attore di origine abbruzzese), Vagnoni Alfredo, Papini Giorgio, Luciano Gaetani, Lazzari Roberto. I costumi d’epoca sono di Nello Gaetani, Presidente dell’associazione Sponsalia, Palio del Duca. “Il fumetto, dice l’autrice, si ispira alla rievocazione storica del matrimonio di Forasteria, ed è stato naturale pensare di ambientare il set del film proprio nel comune di Acquaviva Picena, che con il suo fascino e i suoi borghi porta lo spettatore in quell’epoca storica tipica del medioevo. Rosanna Gambone, vestirà i panni del giullare- narratore ed avrà il compito di raccontare questo fantasy. La storia ha un messaggio importante, caro ad Emanuela Del Zompo: la condizione della donna nelle varie epoche storiche. La protagonista, è una Principessa-guerriera che dovrà compiere un viaggio temporale per compiere il proprio destino.

Il video del Tg2 in evidenza

Istituita la festa della Sicurezza e della Pace del Rotary club Roma Capitale

Premiati i Comandanti delle Accademie Militari ed il Direttore della scuola Superiore di Polizia nonché i primi di ciascun corso delle rispettive Accademie

«Voi, cari ragazzi, siete coloro che con le missioni di pace nel mondo rappresentate e salvaguardate l’Italia». Così esordisce l’avv. Gennaro Contardi, presidente del «Rotary Club Roma Capitale», rivolgendosi ai primi allievi dell’ultimo corso di ciascuna accademia.

«Le cosiddette Forze Armate -prosegue l’avv. Gennaro Contardi- con le attuali armi in grado di distruggere l’intero globo terreste, non sono più uno strumento di guerra ma di Pace e Sicurezza nel Mondo. Questo è il significato di questa Festa della Sicurezza che sarà celebrata annualmente nel mese di settembre dal Rotary Club Roma Capitale».

Ricevono il premio in questa prima edizione della Festa della Sicurezza e della Pace del «Rotary Club Roma Capitale» e del «Rotaract Roma Tirreno – Monte Mario»: il sottotenente Michele Nati (Esercito), il tenente Ivan Zaniboni (Scuola Ufficiali Carabinieri), l’allievo pilota r.n. Luca Matteucci (Accademia Aeronautica), il sottotenente Giorgio Ruta (Accademia della Guardia di Finanza), la dott.ssa Martina Marinella (Scuola Superiore di Polizia).

Una targa d’argento è stata inoltre consegnata in riconoscimento dell’impegno umanitario profuso al Capo di Stato Maggiore presso Comando per la Formazione Specializzazione e Dottrina dell’Esercito, gen. div. Massimo Mingiardi, in rappresentanza anche del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito gen. Salvatore Farina; al Comandante della Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma, gen. div. Claudio Domizi; al Comandante dell’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, gen. brig. aerea Paolo Tarantino; al Comandante dell’Accademia della Guardia di Finanza di Bergamo, gen. brig. Bonifacio Bertetti ed al Direttore della Scuola Superiore di Polizia, dirigente generale di pubblica sicurezza Anna Maria Di Paolo.

Per tutti gli allievi dell’ultimo corso di ciascuna accademia, infine, il «Rotary Club Roma Capitale» ha rilasciato una credenziale -consegnata ai rispettivi comandanti- per cui ovunque essi vadano in Italia, in Europa o nel Mondo, questo possa essere un biglietto di presentazione per i Rotary Club locali, che accoglieranno in nome dell’amicizia rotariana i nostri giovani militari ed membri delle forze di polizia. 

Un Piano nazionale per l’Occupazione Femminile per chiedere un impegno concreto al Governo

Intervista ad Isa Maggi, coordinatrice nazionale degli Stati Generali delle Donne

di Marta Ajò

Nella storia dell’umanità e in varie parti del pianeta, le pandemie hanno minacciato la crescita e lo sviluppo delle collettività per le conseguenze che hanno generato, l’alta mortalità della popolazione e le ripercussioni socio-economiche che ne sono derivate.
Nella presunzione di avere sconfitto questi fenomeni con la scienza e la medicina, in questo squarcio di millennio ci siamo ritrovati invece a fare i conti con un virus sconosciuto per il quale non si è ancora conclusa la ricerca per sconfiggerlo. La pandemia derivata dal Covid 19, pur impattando con un mondo altamente evoluto, sta influenzando e probabilmente cambiando il corso della nostra storia.
Pur considerando la malattia come una parte integrante della nostra stessa vita, l’imprevisto è sfuggito all’immaginabile globale e ci troviamo a fare i conti con una fragilità che avevamo dimenticato appartenerci. Scoperchiato il tetto fragile dell’economia, delle relazioni sociali, dell’organizzazione umana, sono esplose tutte le contraddizioni in cui eravamo abituati da tempo a navigare.
Per farvi fronte, si è messa in moto una chiamata alla responsabilità collettiva scattata in ogni individuo, ogni fascia sociale, ogni sistema politico nella necessità di aderire ad un progetto di ripresa-cambiamento che non preveda solo piccoli interventi assistenziali e temporanei.
Dopo la prima drammatica fase si è aperta una fase transitoria in cui è necessario combattere-convivere con i rischi connessi e contemporaneamente costruire nuove basi per il futuro. Cogliendo le possibilità di aiuto messe in campo dall’Unione Europea per i paesi più bisognosi fra cui il nostro, il Governo ha enunciato alcune linee guida su cui basare l’azione per i prossimi mesi e chiesto al Parlamento di elaborare una strategia nazionale.
Un contesto che offre una grande opportunità storica per ridefinire i gap già esistenti in molti settori ma in cui è sempre presente il rischio di rinviare a tempi imprecisati soluzioni che attendono da tempo.
Nel coinvolgimento di tutta la popolazione, le donne hanno rappresentato e rappresentano una forza di coesione e sviluppo a cui attingere.
Erroneamente considerata, la realtà femminile, come una debolezza del sistema essa rappresenta ancora di più oggi una risorsa in un piano di cambiamento complessivo.
Considerando ciò, è utile e necessario che il Governo tenga conto dei contributi espressi in questa direzione.
Un apporto significativo viene dal Movimento degli Stati generali delle Donne che ha stilato un Piano nazionale del lavoro e delle imprese, con proposte argomentate,sviluppate in anni di attività territoriale a tutto campo, inviate già il 4 agosto sia alla Ministra Elena Bonetti che al Comitato interministeriale per il Recovery Fund.

I tempi per dare un segnale di cambiamento costruito sul rispondere alle urgenze ed alle esigenze espresse sono strettissimi. La concretezza e il realismo delle donne non chiede la luna ma un diverso approccio politico su alcune questioni prioritarie, come appunto il lavoro. Gli Stati Generali delle Donne hanno contribuito a dare vita ad un progetto nazionale e territoriale che non può rimanere una mera testimonianza di buona volontà. Non a caso SGD hanno chiesto a tutti i candidati alle prossime regionali di sottoscrivere il Patto per le donne, contenente una serie d’impegni da assumere e svolgere durante i mandati istituzionali e moltissimi/e sono coloro che lo hanno sottoscritto.
Attendere il giusto tempo non equivale al “tempo infinito”.
Le donne ormai pretendono risposte dalla politica basate sulla concretezza e fattibilità, non solo enunciazioni di principio.

Per comprendere meglio in cosa consistono queste linee, rivolgo ad Isa Maggi, Coordinatrice nazionale del Movimento alcune domande. Innanzi tutto da dove nascono le proposte del Piano?

Un Patto per le Donne fornisce una risposta flessibile ed integrata alle diverse esigenze territoriali, promuovendo a tal fine un più efficace coordinamento tra i diversi strumenti di programmazione e di pianificazione e tra le diverse fonti finanziarie disponibili, nonché tra i diversi soggetti istituzionali interessati.
E’ un percorso unitario di intervento sui territori finalizzato a creare nuova occupazione femminile nell’ambito dello sviluppo economico, produttivo ed occupazionale dell’Italia, per la cui attuazione è ritenuta necessaria un’azione coordinata, con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati, in considerazione della strategicità e complessità degli interventi, nonché per accelerarne la realizzazione, nel rispetto delle disposizioni comunitarie e nazionali.
E’ questa la sfida del nostro tempo: mettere insieme la necessità di percorrere vie innovative che sappiano ottimizzare la spesa pubblica e tutelare i nuovi rischi che derivano dall’invecchiamento della popolazione; gestire in modo organizzato e con linee di intervento chiare i processi migratori in atto; realizzare interventi concreti, positivi, quartiere per quartiere, strada per strada, perché sono strade che i nostri figli e le nostre figlie percorrono ogni giorno.

Il quadro generale, dopo la crisi pandemica ha aumentato e creato ulteriori urgenze ed ha posto i governi davanti ad interventi inderogabili. Quali, secondo SGD, le azioni da intraprendere?

La crisi pandemica ha spinto ad una svolta l’Europa, che ha ritrovato in questo frangente drammatico la voglia di unità e nuove ambizioni. I risultati del lungo e combattuto Consiglio europeo, conclusosi il 21 luglio con un accordo di portata storica, aprono ora una nuova fase che deve riuscire a tradursi nel percorso per creare una Europa politica, federale, sostenibile, equa.
Ora tocca a noi.
Gli Stati Generali delle Donne, sempre più impegnate in questi giorni con l’Alleanza delle Donne a redigere un piano concreto di azioni possibili per ” spendere bene” i fondi del Recovery Fund plaudono all’accordo raggiunto.
E’ ora necessario un Piano nazionale per l’Occupazione femminile, un piano integrato di azioni.

Ovvero?

Abbiamo approntato il Women in Business Act un insieme di azioni pensate per promuovere l’ecosistema imprenditoriale femminile, alla luce dei dati presentati da Unioncamere. Le proposte contengono le azioni necessarie per rimettere in moto l’economia al femminile.
Gli Stati Generali delle Donne con l’Alleanza delle donne sottolineano ancora una volta i benefici attesi di utilizzare il potenziale non sfruttato delle donne imprenditrici, compresa la promozione della crescita economica (fino al 2% del PIL globale secondo le stime) e aumentare la partecipazione della forza lavoro (contribuendo a raggiungere l’impegno dei leader del G20 a ridurre il divario di genere nella partecipazione della forza lavoro del 25% entro il 2025).

Cosa chiedete allo Stato?

Occorre che intervenga con un piano di assunzioni stabili che consentano allo stesso tempo la sostenibilità economica delle famiglie e, attraverso la messa in circolazione di denaro, entrate fiscali e afflusso di risorse alle attività produttive.
Tutto ciò produrrebbe vantaggi non solo per l’occupazione in generale ed in particolare per quella femminile essendo l’ambito dei servizi pubblici particolarmente congeniale alle donne (Rapporto Colao) non solo nell’ambito dei servizi, ma anche nell’ambito dell’organizzazione gestionale, nonché di progettazione e realizzazione delle infrastrutture (Titoli di studio e competenze femminili alte).
Di conseguenza è necessaria una formazione accurata, obbligatoria, riguardante una gestione responsabile, equa, sostenibile secondo gli obiettivi di Sostenibilità e, di conseguenza, attenta all’attuazione del Gender Mainstreaming in ogni ambito e livello.

E poi?

Ancora infrastrutture certamente. Ma infrastrutture strategiche dedicate al lavoro delle donne e al miglioramento della qualità della vita delle famiglie.
Non tutti comprendono le questioni sollevate a proposito di una politica indirizzata alle donne, come spiegarlo?
Le donne hanno bisogno di strutture di quartiere e a domicilio ( per anziani e disabili) a livello anche di condominio anche su modelli di coesione di piccoli gruppi in autorganizzazione ( turnazione / cooperative di assistenza) servizi di qualità garantiti ovunque ( scuola + pullmino e locale attesa x il rientro dei bambini ).
Perché oltre ai neonati ( sempre di meno) noi donne abbiamo una marea di attività da assolvere in famiglia anche se composta da 2 persone ( donne single con figli)
Manca soprattutto il lavoro ma manca anche il supporto per poter lavorare in serenità, a partire dagli asili nido ma pensando anche ai percorsi di studio dei nostri figli e delle nostre figlie.
Ora bisogna mettere in campo le riforme necessarie ad adeguarsi alle raccomandazioni della UE e rilanciare l’economia. La crisi COVID-19 e le risposte politiche associate (ad es. il contenimento a casa, l’ allontanamento sociale) hanno avuto un impatto significativo su settori dominati dalle donne, come ad esempio l’ospitalità, il turismo e la vendita al dettaglio.
Nello specifico quali le misure necessarie?
Mentre le recessioni tendono a colpire in modo più acuto i settori dominati dagli uomini (ad esempio la manifattura e l’edilizia), la crisi COVID-19 e le risposte politiche associate (ad es. il contenimento a casa, l’allontanamento sociale) hanno avuto un impatto significativo su settori dominati dalle donne, come ad esempio l’ospitalità, il turismo e la vendita al dettaglio. La crisi Covid-19 ha inoltre ridotto l’accesso all’assistenza all’infanzia, h compromesso compromettendo la disponibilità di tempo e la continuità dell’attività di molte donne imprenditrici.
Le piccole imprese femminili sono, in media, più piccole in termini di entrate e occupazione. Le donne imprenditrici fanno affidamento sul finanziamento informale rispetto al finanziamento bancario rispetto agli uomini. In quanto tali, le donne imprenditrici sono a rischio di “caduta”per quanto riguarda l’ammissibilità e l’accesso ai programmi di aiuto COVID-19, dato che le misure delle piccole imprese del Governo fanno affidamento sulle relazioni preesistenti con istituti di credito commerciali e non includono disposizioni per micro o piccole imprese..
Ad oggi, la maggior parte delle risposte della politica sulle piccole imprese COVID-19 non sono state sensibili al genere. Gli strumenti finora utilizzati sono state misure indifferenziate che seguono un approccio a “taglia unica” e il supporto potrebbe non essere uguale per tutte le piccole imprese.
Le imprese femminili non ne hanno tratto beneficio e infatti il Rapporto Unioncamere di luglio 2020 ha evidenziato un crollo dei numeri delle imprese femminili. Una recente analisi dell’OCSE sull’imprenditoria femminile ha però sottolineato i benefici attesi di utilizzare il potenziale non sfruttato delle donne imprenditrici, compresa la promozione della crescita economica (fino al 2% del PIL globale secondo le stime) e aumentare la partecipazione della forza lavoro (contribuendo a raggiungere l’impegno dei leader del G20 a ridurre il divario di genere nella partecipazione della forza lavoro del 25% entro il 2025)

Le donne hanno meno probabilità di utilizzare soluzioni digitali commerciali, che incidono sulla loro capacità di transizione nel commercio online.?

Le donne devono saper affrontare ostacoli diversi e maggiori alla creazione di imprese rispetto agli uomini.
La crisi COVID-19 ha sconvolto le condizioni economiche per tutti gli imprenditori ma la maggior parte delle risposte politiche non hanno utilizzato strumenti specifici per sostenere le imprese femminili, sebbene l’evidenza suggerisca che le donne siano state maggiormente colpite dalla pandemia. E’ emersa quindi dalla crisi la necessità di aumentare “l’alfabetizzazione di genere” nell’ecosistema imprenditoriale e bancario, per evitare di sottovalutare gli squilibri di genere nell’imprenditorialità.
Rilevante è allora la connessione tra l’ecosistema imprenditoriale e le politiche che sostengono le disuguaglianze socioeconomiche.

E allora cosa fare?

Il Women in Business Act per rafforzare il sostegno pubblico alla nascita e allo sviluppo di nuove imprese femminili e rafforzare quelle esistenti.
A- Innanzitutto l’istituzione di un Comitato di alto livello per l’imprenditoria femminile con esperte, consulenti politici/che per consigliare il governo sui programmi di recupero di COVID-19, per rispondere a queste domande:
1. Cosa sappiamo del modo in cui l’attuale crisi sta colpendo le donne imprenditrici?
2. In che modo i Governi possono raccogliere dati sugli effetti di genere della crisi sul sistema delle imprese?
3. Quali misure sono state prese per affrontare le sfide specifiche affrontate dalle donne imprenditrici? Cosa può fare il Governo per garantire che le donne imprenditrici possano beneficiare di pacchetti di assistenza specifici?
4. Quali sarebbero le caratteristiche di una politica di imprenditorialità sensibile al genere in risposta alla crisi COVID-19?
5. Cosa può fare il Governo per mantenere l’attività per le donne imprenditrici ed evitare battute d’arresto nella partecipazione e nel successo delle donne nell’imprenditoria?
B- Occorre immaginare la realizzazione di un “modello imprenditoriale mediterraneo” per migliorare l’ecosistema dell’imprenditoria femminile attraverso quattro obiettivi interconnessi da realizzare nel periodo 2020- 2025.

Quale l’obiettivo da raggiungere da qui al 2025?

Occorre strutturare 10 azioni per ciascun obiettivo e stabilire obiettivi quantitativi da raggiungere entro il 2025:
– Aumento del 100% del numero di società commerciali a guida internazionale;
– Aumento del 100% della partecipazione e del tasso di donne nei programmi di sviluppo gestionale;
– Aumento del 50% nelle donne partecipanti a programmi di start up;
– Aumento del 50% del sostegno alle imprese locali per le donne nell’ambito delle attività commerciali.
Le future politiche economiche devono essere sensibili al genere ma in quali settore operare?.
1) Le donne imprenditrici hanno più probabilità degli uomini di impegnarsi in settori colpiti duramente dal calo della domanda dei clienti (ad es. vendita al dettaglio, ospitalità, turismo).
2) Occorre focalizzare il sostegno sulla sostenibilità e la crescita per le donne già imprenditrici e orientare le nuove aspiranti imprenditrici spingere le donne attraverso percorsi di orientamento alla scelta imprenditoriale che facciano emergere le donne effettivamente dotate di spirito imprenditoriale, da sostenere, accompagnare e formare con attività formative specifiche.

Referendum Si o NO? L’opinione della Lidu onlus

Eugenio Ficorilli, presidente della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, interviene in un webinar sul tema del taglio dei parlamentari: “allo stato delle cose la modifica costituzionale sottoposta al voto dal comitato del SI non garantisce la necessaria democrazia”

Giovedì 10 settembre il Presidente della Lega italiana per i diritti dell’Uomo ha partecipato ad un webinar su: Collegi uninominali di 400.000 abitanti per i senatori e 900.000 abitanti per i deputati: è così che riavviciniamo il cittadino alle istituzioni? Hanno partecipato:

Piero Pirovano, Presidente del Comitato Popolare per il No al taglio dei Parlamentari, On. Ivo Tarolli, Presidente di Costruire Insieme, Sen. Paola Binetti, UDC, Sen. Andrea Cangini, ComitatoNoiNO, Lucio D’Ubaldo, Rete Bianca

L’incontro è stato moderato da Elisabetta Campus e Marco D’Agostini

Hanno dato il loro contributo oltre al nostro Presidente: Prof. Francesco Rabotti, Dott.ssa Irene Testa, Partito Radicale, Avv. Alessandro Coluzzi, Avv. Emilio Persichetti, Convergenza Cristiana, Dott. Stefano Bani, Forum CPV, Avv. Fabrizio Saraceno, Fondazione Einaudi Gian Luca Ricci, Assoc. Cuore Digitale, Prof. Pier Paolo Segneri, Assoc. Cantiere.

Il Presidente Ficorilli nel suo intervento, dopo aver preliminarmente affermato che ogni questione ha i suoi aspetti negativi e positive. Ficorilli ha richiamato i valori fondanti della Costituzione sostenendo che allo stato delle cose la modifica costituzionale sottoposta al voto dal comitato del SI non garantisce la necessaria democrazia. Il discorso merita un approfondimento che un’occasione come questa non consente, perché il tema investe il concetto di democrazia e la maturità dell’elettorato rapportati all’influenza dei mezzi di comunicazione di massa, dei movimenti e dei partiti. La Lega italiana dei Diritti dell’Uomo ritiene che la questione dovrebbe essere inserita nel più vasto contesto di una eventuale revisione della Costituzione ed in questa ottica adotterà le opportune iniziative.

I particolari nel video integrale dell’incontro

Il 20 agosto abbiamo superato il punto di non ritorno del clima

Studi recenti dicono che la concentrazione di gas serra nel mondo non è mai stata così alta. Le conseguenze sono più gravi di quello che avevamo immaginato. E le manifestazioni del fenomeno sono peggiori anche delle previsioni scientifiche più gravi

di Dania Scarfalloto Girard – pres. Osservatorio Ambiente della Lidu onlus

Cosa vuol dire? Ma soprattutto quanto tempo abbiamo? Il punto di non ritorno è il momento o condizione a partire dal quale non si riesce più a tornare allo stato iniziale. “In generale il punto di non ritorno è il punto più critico di una crisi che se travalica detto punto si produce, solitamente una trasformazione sostanziale o l’annientamento completo di ciò che l’ha preceduta.” Quello che è certo è che i cambiamenti climatici in atto da un secolo a questa parte, di cui l’uomo è diretto responsabile, devono essere al più presto fermati, per evitare conseguenze assai più gravi. La realtà dei fatti è che si può parlare di un’emergenza planetaria, che coinvolge tutti gli abitanti del nostro pianeta.

Studi recenti dicono che la concentrazione di gas serra nel mondo non è mai stata così alta. Le conseguenze sono più gravi di quello che avevamo immaginato. E le manifestazioni del fenomeno sono peggiori anche delle previsioni scientifiche più gravi. Lo vediamo dappertutto. Dai disastri naturali all’oceano Artico, dai ghiacciai alla temperatura del mare. La realtà è che i cambiamenti climatici stanno procedendo più velocemente rispetto alle nostre azioni. Parlano tutti con un senso di urgenza ma servirà a qualcosa? Per combattere i cambiamenti climatici bisogna abbattere le emissioni e bisogna farlo nel più breve tempo possibile. Inutile credere che abbiamo ancora tempo, non è così il tempo è scaduto.

Eugenio Turri geografo e scrittore, sostiene “ sia venuto meno, il confronto diretto tra uomo e natura, ed in particolare che sia venuto meno quel momento magico in cui l’uomo, individualmente trovava rispecchiato nella natura il segno di sé, della propria azione, del proprio modo di creare un ordine che gli derivava dalla società in cui viveva”. Perchè la natura e il paesaggio che ci  circonda, specialmente quello rimasto al naturale e quello antropizzato è, e lo sarà sempre, un bene di tutti , un bene comune . “La trasformazione climatica e ambientale in atto e che riguarda tutti e tutto, dai poli all’equatore, dai ghiacciai alpini ai fondali oceanici, dall’America all’Indonesia, dall’India alla Cina. L’attività antropica ha minato ogni ambiente, ogni ecosistema, ogni equilibrio, ha compromesso la biodiversità e la sopravvivenza di migliaia di specie, compresa la specie umana.” scrive Maria Grazia G. Paperi.

Il fatto è che il problema di dimezzare la quantità di CO2 immessa in atmosfera in un paio di anni è un obiettivo ormai irrealizzabile. E’ stato rilevato da uno studio recente che, nonostante gli impegni assunti nelle recenti conferenze sul clima, la quantità di emissioni di CO2 è tornata ad aumentare negli ultimi anni dopo che si era stabilizzata per qualche anno. I poli sono già in stato avanzato di “decomposizione”, di questo passo entro il 2040 sarà possibile la navigazione all’interno del Polo Nord, se lo scioglimento avvenisse completamente la scomparsa dell’Artico, che funge da condizionatore d’aria per l’emisfero settentrionale, determinerebbe il cambiamento delle correnti e dei cicli climatici con conseguenti inondazioni e siccità dagli sviluppi imprevedibili e catastrofici.

Ampie porzioni di coste, fra le zone più abitate del Pianeta, isole e penisole sarebbero completamente sommerse, come sta già avvenendo. Tutto questo non fa ben sperare, c’è una grande differenza tra il dire e il fare. Il mondo ha bisogno urgentemente di un cambio di marcia, non di continui passi indietro: per combattere i cambiamenti climatici bisogna abbattere le emissioni e bisogna farlo nel più breve tempo possibile. Dobbiamo riuscire ad aggregare tutti coloro che hanno un obiettivo comune: la Sopravvivenza. Tanto per dirne una, in Italia le nostre città sono tra le più inquinate d’Europa a causa della forte presenza, oltre i limiti di legge, di un gas fortemente irritante e cancerogeno, emesso nei processi di combustione, in particolare dai motori diesel: il Biossido d’azoto (NO2).

Il 2015 è stato l’anno dello scandalo, è stato reso noto al mondo intero come i produttori di auto ci abbiano preso per il naso per decenni e ancora adesso siamo in emergenza inquinamento anche se viene in parte nascosto o sdrammatizzato. Nemmeno in una metropoli come New York abbiamo i nostri livelli. Le nostre sono aree metropolitane fortemente a rischio per la salute dei suoi abitanti. Il rischio sanitario aumenta notevolmente durante la stagione calda, quando si assiste a un brusco aumento dei ricoveri per colpa dell’incremento dell’NO2, la formazione dell’Ozono (O3), anch’esso fortemente irritante e tossico. Polveri sottili, benzene, zolfo e altro. Viviamo senza rendercene conto, ma non si può prescindere dall’ambiente.

 L’uomo, la comunità vive parzialmente nell’ambiente naturale, ma in ambiente antropizzato e costruito, nella città. Ma se questo bene che è il nostro ambiente, viene messo a rischio costantemente, allora dobbiamo intervenire. Non è sufficiente quello che facciamo. Le comunità hanno bisogno di vivere bene, in un ambiente sano. Il benessere mentale deve andare di pari passo con quello fisico. Progettare città vivibili e sanare quelle esistenti è una priorità, ed è importante che sia fatta una scelta radicale e profonda. La fiducia che la comunità ha verso le istituzioni sta vacillando perché non si vedono passi concreti.

In questa fase storica, tenendo conto anche della pandemia dovuta al virus Covid 19, che ha origine anch’esso dallo stravolgimento dei nostri ecosistemi, quello che occorre è chiederci una volta per tutte se il diritto alla vita venga prima o dopo tutti gli interessi di politici ed economisti indifferenti a tutto ciò che inquina, e tutti i veleni che respiriamo, e tutto il cibo spazzatura che mangiamo, e tutte le malattie che prendiamo da molto tempo a questa parte se vogliamo continuare a tutelare il privilegio di pochi a danno della salute di tutti, prego accomodatevi e state a guardare, abbiamo bisogno che tutti ci svegliamo una volta per tutte, e prendiamo coscienza di questa cruda realtà.

Per Ilaria Capua, le epidemie come il coronavirus derivano dalle azioni dell’uomo sull’ambiente Secondo la virologa di fama internazionale, occorre un approccio nuovo al concetto di salute e malattia, basato sul rapporto (più rispettoso) nei confronti dell’ambiente e sullo studio approfondito dei dati «Questa epidemia ha messo in luce come – cosa che sapevamo già – in questo mondo siamo tutti interconnessi» dice la virologa di fama mondiale Ilaria Capua. “Ci si basa su un concetto base: se intervieni su un ecosistema e, nel caso, lo danneggi, questo troverà un nuovo equilibrio. Che spesso può avere conseguenze patologiche sugli esseri umani. Lo si vede con le conseguenze, non volute, dell’impiego su larga scala dei pesticidi, che sono andati a danneggiare la popolazione di api e farfalle. Queste ricadute sull’ambiente raggiungono alla fine, la nostra salute. Perché – e questo è il secondo concetto fondamentale che dovrà diventare chiaro a tutti gli stakeholder del settore– noi viviamo in un ambiente chiuso. Come se fossimo un acquario. La nostra salute dipende per il 20% dalla predisposizione genetica e all’80% dai fattori ambientali. La cura deve studiare, oltre all’organismo in questione, anche il contesto.“

Una cosa è certa: se vogliamo aspettare un benché minimo cambiamento, occorrerà sensibilizzare i cittadini e le istituzioni e fare in modo che tutti coloro che hanno a cuore la propria esistenza e la propria salute inizino a occuparsene concretamente. Si tratterà di provare a sopravvivere e capire e rendersi conto della drammatica situazione in cui siamo immersi, dobbiamo intervenire e insistere con chi di dovere per attuare provvedimenti indirizzati a migliorare la qualità dell’ambiente. Dovremmo iniziare a chiedere e a impegnarci direttamente affinché si possa trattare bene il nostro ambiente e che le automobili private, autobus, che inquinano, vengano espulse fuori dalle nostre città sostituite da sistemi di trasporto pubblico e mezzi privati a impatto zero e più biciclette. Lo riteniamo un diritto della nostra comunità dove noi, i nostri bambini e i nostri anziani possano vivere la città senza camminare in un ambiente avvelenato. Effetti dello smog e di un ambiente insalubre. Per non parlare dei problemi di dissesto idrogeologico frane nubifragi ( vedi i parchi e aree distrutte con diversi morti e feriti. ) Genova, Firenze, Livorno. Disastri ambientali sia sulla terra ferma che in mare Ilva di Taranto. Rosignano Solvay. Le terre dei fuochi. Orbetello Lago di Masacciuccoli, Pisa e Seveso. Incendi che distruggono un enorme patrimonio boschivo con tutti gli animali che muoiono o non sopravvivono in un habitat che è cambiato. Speculazioni edilizie ai danni dell’ambiente Anche il paesaggio è un bene comune ed è un diritto per tutti, sancito anche dalla Costituzione, art.9.

E’ chiara la funzione esistenziale del paesaggio, esso è insieme natura e storia, frutto dell’incontro tra uomo e territorio. Il paesaggio allora non può essere pensato senza tener conto della dimensione soggettiva e sentimentale: senza questa non potrebbe esistere. Ogni paesaggio reca con sé le tracce del passato degli individui, le loro radici, la loro identità; osservarlo permette di comprendere l’evoluzione storica del rapporto tra uomo e natura. Ma oggi sono proprio i paesaggi rurali, in molte campagne e borghi del nostro paese, a segnalare pratiche produttive e insediative disastrose che hanno compromesso ormai quei territori, che ci appaiono talvolta incoerenti e sembrano faticare a costruire nuovi equilibri, anzi non li ricreeranno mai più.

Anche le generazioni future hanno il diritto di veder salvaguardato e tutelato il Patrimonio artistico e paesaggistico. Ripercussioni sul territorio Devastazioni Cementificazioni Incuria Rischio idrogeologico Deturpazione dei luoghi. Tutto questo non significa soltanto l’effetto, di per sè tragico, di un surriscaldamento globale irreversibile, significherebbe anche che, come avverte Peter Wadhams, ex direttore dello Scott Polar Research Institute di Cambridge: “Prima o poi, ci sarà un abisso incolmabile tra le esigenze alimentari globali e la nostra capacità di produrre cibo in un clima instabile.” Stabilità e ciclicità climatica sono presupposti essenziali per l’agricoltura, ad ogni tipo di coltivazione, ovunque. Saremo sempre di più e avremo sempre meno da mangiare, con tutto ciò che consegue in termini di guerre, migrazioni, odio. Come avverte l’Organizzazione Mondiale Meteorologica: “L’ultima volta che l’anidride carbonica aveva raggiunto i valori attuali è stato circa 5 milioni di anni fa. Siamo sempre più pericolosamente vicini a quello che gli scienziati ritengono il punto di non ritorno (ossia le 450 ppm), superato il quale sarebbe impossibile mantenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi”.

Per un cambiamento strutturale serve l’intervento politico. Perché se da un lato alcuni cittadini si vergognano della propria impronta ecologica, dall’altro le aziende inquinanti tengono consapevolmente in piedi un sistema distruttivo. Non serve instillare nella gente il senso di colpevolezza riguardo all’ambiente, vogliono che la colpa cada sugli individui, sui consumatori, i colpevoli sono le società che inquinano. Certo il nostro comportamento è importante, ma ai fini di un cambiamento le “società” devono fare la loro parte. Jaap Tielbeke giornalista e ambientalista scrive : Fare docce più brevi non aiuta molto l’ambiente: si risparmiano appena novanta chili di anidride carbonica all’anno. Ma un volo da Amsterdam a New York produce 1.700 chili di anidride carbonica in un colpo solo. Volare di meno, quindi, fa davvero la differenza. E anche mangiare meno carne, perché gli allevamenti emettono più gas serra di tutto il settore dei trasporti. Passare a una dieta vegetariana è uno dei contributi più efficaci che un individuo possa dare alla lotta al cambiamento climatico. Per un cambiamento abbiamo bisogno di un impegno collettivo!

L’8  Settembre  1943  a Fiume

I fatti storici di Fiume e dell’Istria per non dimenticare cosa portò all’esodo di un’intera popolazione italiana

Di Rodolfo Decleva

L’inizio del 1943 a Fiume si presentava molto negativo per il porto vuoto – essendo tutte le navi spostate nel Sud per i rifornimenti alla Libia – ad eccezione dei collegamenti quotidiani con Zara e la Dalmazia. Le fabbriche di guerra lavoravano a pieno ritmo mentre la popolazione soffriva i disagi delle tessere annonarie che alimentavano il mercato nero e il baratto. Intanto gli Alleati anglo-americani avevano chiuso la partita anche in Africa Settentrionale e il 9 Luglio ci fu l’atteso sbarco in Sicilia dove il Duce aveva inutilmente promesso di fermare il nemico sul bagnasciuga.

Di fronte al precipitare della situazione – e dopo che il Gran Consiglio del Fascismo aveva messo in minoranza Mussolini – il 25 Luglio 1943 il Re ordinò l’arresto del Duce e la sua prigionia in una località segreta, gesto che rappresentò la fine del Fascismo. Non risulta che a Fiume fossero state eseguite gravi vendette contro Gerarchi o esponenti del vecchio Regime. La guerra purtroppo continuava mentre l’Italia, all’insaputa dell’alleato tedesco, preparava la resa incondizionata al nemico e si giunse così allo storico 8 Settembre quando il discorso sibillino del nuovo Capo del Governo Pietro Badoglio creò il caos militare e la sensazione che la guerra fosse finita. Quella sera si formarono in Piazza Dante e in Piazza Scarpa a Fiume due cortei di antifascisti che si diressero alle carceri di Via Roma per tentare la liberazione dei prigionieri politici.

Alcuni reparti detti “metropolitani” giunti dalla Questura spararono alcuni colpi di fucile in aria e tra il fuggi fuggi generale la piccola folla si disciolse o si nascose nel rifugio antiaereo che era in costruzione nella stessa Via Roma. Fiume fu invasa da masse di soldati sbandati che avevano buttato le armi e cercavano di riparare nella penisola per fuggire dall’inferno jugoslavo e fu invece una grossa e dolorosa sorpresa vedere una misera umanità di vecchi e donne, con indosso laceri indumenti tipici dei bodoli della Bodolia, in cerca di un tozzo di pane.

Nella Cittavecchia si distinse la signora Maria Mansutti, detta “Maria Kirizza” – poi profuga e dipendente delle Poste Italiane di Genova – che organizzò un “centro di ristoro” fra le donne del rione. Si venne così a sapere che questa gente arrivava dalla prigionia di Arbe e che era diretta in Jugoslavia in cerca di ciò che restava dei loro villaggi. I fiumani si riversarono festosi in Piazza Dante, sui moli dove attraccavano le navi della “Società Fiumana di Navigazione” e in Mololongo sperando di vedere l’arrivo di navi alleate, ma accadde invece il contrario e cioè che una decina di giorni dopo giunsero i tedeschi che incorporarono la città nell’“Adriatisches Küstenland”, governato da un Gauleiter che risiedeva a Trieste.

In aggiunta, il 12 Settembre 1943 Otto Skorzeny – eroe negativo dell’incredibile liberazione di Mussolini dalla prigionia segreta di Campo Imperatore del Gran Sasso d’Italia – riaprì una nuova fase della guerra che sarà determinante del triste destino che si stava preparando per Fiume e i Fiumani. I partigiani di Tito occuparono Sussak e si fermarono sul confine dell’Eneo.

Come mai il Comando partigiano non occupò Fiume come invece fu fatto per tutta l’Istria e le isole? Per i fiumani fu veramente una fortuna perché furono evitate le rappresaglie e gli ammazzamenti fatti in Istria dagli slavi che vennero scoperti dopo l’arrivo dei tedeschi. Il merito di tale risultato viene ascritto al Gen. Gastone Gambara, già Comandante dell’XI Corpo d’Armata con sede a Lubiana e che da parte jugoslava era accusato di incendi di villaggi, e uccisioni e deportazioni di civili. Egli fu convocato a Roma nei primi giorni di Settembre dove gli venne assegnata la missione speciale di realizzare la difesa di Fiume, Trieste e l’Istria dai tedeschi all’indomani della Resa che stava per essere accettata dall’Italia, e in previsione di facilitare un possibile sbarco alleato in Istria.

Egli avrebbe dovuto fare affidamento sulle forze che aveva comandato nel goriziano, ma non ebbe il tempo di organizzarsi con i suoi uomini perchè gli Alleati comunicarono in anticipo la resa dell’Italia. Egli arrivò a Fiume nella serata del 9 Settembre 1943 e dovette pertanto rinunciare al suo progetto originario perché i tempi erano saltati. Non gli rimase che avvalersi della truppa del Gen. Robotti, che lui aveva trovato a Fiume e che era ancora disponibile malgrado che a causa del discorso ambiguo di Badoglio, l’intero Esercito fosse in fase di sfaldamento. Si calcola che avesse a sua disposizione il Reggimento Cavalleggeri di Saluzzo, un centinaio di Camicie Nere rientrate dall’imboscamento, finanzieri, questurini e carabinieri. E oltre a ciò erano anche attive sulle alture di Drenova le batterie di Monte Lesco.

I Partigiani di Tito si guardarono bene dall’attaccare la città limitandosi al lancio di qualche schrapnell che in Gomiliza cadde sulla casa di un fiumano di nazionalità ungherese. La città trascorreva le giornate in apparente tranquillità e senza apprensioni, e in questa attesa, in data 12 Settembre, arrivarono invece le forze tedesche precedute da un attacco aereo di Stukas sul Delta.

Il Gen. Gambara, che aveva avuto lo specifico incarico di resistere ai tedeschi, mancò al suo dovere e concesse ai tedeschi l’occupazione pacifica di Fiume giustificando tale decisione con lo stato particolarmente grave del morale delle truppe a sua disposizione. Nel frattempo i Partigiani, prima di ritirarsi da Sussak, fecero brillare il ponte sull’Eneo. Nel giro di un mese si ebbe quindi l’istituzione dell’ Adriatisches Küstenland alle dipendenze del Gauleiter Friedrich Reiner con sede a Trieste e giurisdizione su Trieste, Fiume, Pola, Udine, Gorizia, Lubiana nonché i territori incorporati di Sussak, Castua, Buccari, Ciabar e Veglia. A Sussak, tornarono gli Ustascia e la bandiera croata. Terminarono così le precipitose annessioni italiane della Slovenia, della Dalmazia e del Territorio Fiumano e della Kupa, fatte nel 1941.

 

Rodolfo Decleva è nato a Fiume l’8 Gennaio 1929.

Esule da Fiume nel Febbraio 1947, completò il corso di studi superiori al Collegio “N. Tommaseo” di Brindisi e nel 1954 si laureò in Economia e Commercio presso l’Università di Bari.

Assunto alla Camera di Commercio di Genova nel 1955, divenne Vice Segretrio Generale  specializzandosi nella Promotion dell’Export, costituendo vari Consorzi per l’Esportazione e il Centro Regionale Ligure per il Commercio Estero, di cui divenne Direttore nel 1980.

Per vari anni fu Segretario Italiano dell’ASCAME – Assemblea delle Camere di Commercio del Mediterraneo – Barcellona, Spagna.

Autore di varie pubblicazioni di settore, promosse sul piano nazionale la formazione di operatori per il commercio con l’estero attraverso Conferenze e Corsi di aggiornamento.

Nel 1976 fu audito dal Senato della Repubblica in qualità di Esperto nella delicata materia degli illeciti valutari.

Dal 1988 al 1990 fu Esperto di Mondimpresa – Roma insegnando le tecniche dell’export agli Operatori siciliani.

Nello sport della Vela, è stato Atleta, Dirigente di Circolo, collaboratore FIV e per 23 anni Giudice Internazionale.

Per i suoi meriti sportivi gli venne conferita nel 1995 dal CONI la Stella d’Oro per Meriti Sportivi. Insignito inoltre dall’Unione Sportiva Marinara Italiana quale “Maestro del Mare”.

Nel 2005 ricevette dalla città di Keokuk, Iova, USA, le Chiavi della città e un Attestato di Benemerenza “For being caught doing good”.

Dal 1960 al 1993 Giornalista pubblicista.

Dal 1981 al 1988 Direttore Responsabile del quindicinale “Informazioni Commerciali per il Commercio Estero.

Nel 2019 inserito da “AFIM Associazione dei Fiumani Italiani nel Mondo” di Padova nell’Albo d’Oro delle Personalità Fiumane Illustri.

Donne e Lockdown: pro e contro in quarantena

Le donne italiane durante il lockdown hanno sofferto maggiormente l’assenza di libertà e la mancanza degli affetti. 

 Le donne italiane durante il lockdown hanno sofferto maggiormente l’assenza di libertà e la mancanza degli affetti. 

Ad evidenziarlo uno studio, concentrato sulle esigenze delle donne durante il periodo di confinamento a casa, in particolare su quello che è mancato di più, sugli spazi utilizzati per lavorare e su quello che avrebbero voluto.

Secondo l’analisi, condotta da Vorrei.it, piattaforma immobiliare online, il 60.8% delle italiane intervistate teme un possibile secondo lockdown della durata di 1-2 mesi (34.6%-40%) e maggiori difficoltà dovute all’illuminazione e al clima autunnale. 

Dall’analisi è risultato che il 53,2% delle donne italiane intervistate ha sofferto l’assenza di libertà e il 30,4% la mancanza degli affetti più cari, nonostante i dispositivi tecnologici hanno permesso una connessione costante attraverso videochiamate, dirette e messaggi.

Sul tema lavoro a casa, che la totalità delle aziende ha messo in campo durante il periodo di lockdown, il 50% delle donne svolgeva lo smart working direttamente dalla propria camera da letto, seguita da salotto, cucina e solo in minima parte da giardino e mansarda.

La camera da letto insomma sembra proprio essere diventata il nuovo ufficio.

“Grazie alla ricerca che abbiamo condotto, emerge come il ruolo dell’abitazione stia cambiando e sia necessario ripensare gli spazi per poter lavorare comodamente da casa per i prossimi mesi e che le imprese di costruzioni devono iniziare a progettare gli edifici tenendo conto di uno spazio multiuso che fino ad oggi non era necessario” spiega Ivan Laffranchi di Vorrei.it, agenzia immobiliare online che aiuta i proprietari a vendere casa in modo moderno e intelligente.

Lo studio condotto, infine, ha mostrato ed evidenziato che il 31% delle donne italiane ha desiderato avere all’interno della propria casa, uno spazio adibito a palestra per svolgere attività sportiva e prendersi cura di sé stesse.

Ulteriori approfondimenti sullo studio sono disponibili alla pagina www.vorrei.it/blog/lockdown/16.

Non “solo un Immigrato” ma un essere umano e niente di meno- He was not “only an immigrant”, he was a human being and nothing less

di emigrazione e di matrimoni

Non “solo un Immigrato” ma un essere umano e niente di meno

La vita di Willy Monteiro Duarte  è finita la notte di sabato scorso in una piazza del paese dove molti gli volevano bene quando è stato aggredito da quattro balordi che l’hanno picchiato per venti minuti fino alla morte

Willy Monteiro Duarte è un nome che deve essere ricordato da tutta l’Italia.  Non era “solo un immigrato”, era prima di tutto un essere umano, aveva ventun’anni con ogni diritto di poter vivere in Italia in pace e costruire una vita come hanno fatto i nostri parenti e amici all’estero.  

Willy Monteiro Duarte è cresciuto in Italia da quando aveva solo un anno di età, ha fatto gli studi qui e prima di morire aveva iniziato il lavoro che avrebbe dovuto essere l’inizio di un percorso verso la nuova vita felice che i genitori sognavano quando sono emigrati a Colloredo vicino a Roma, con lui in braccio vent’anni fa. Si, è venuto in Italia da bambino ma a tutti gli effetti era veramente un italiano. 

La sua vita è finita la notte di sabato scorso in una piazza del paese dove molti gli volevano bene quando è stato aggredito da quattro balordi che l’hanno picchiato per venti minuti fino alla morte. La sua vita doveva essere anonima, piena di soddisfazioni di lavoro ed eventualmente una fidanzata, moglie ed infine figli. Ma questo non è stato il suo destino e non per colpa sua. 

Non nominiamo le persone che l’hanno aggredito. Non meritano d’essere ricordati come tali perché il loro atto, secondo le cronache, non si limitava solo a quell’episodio. Difatti, il semplice ed atroce fatto che hanno potuto aggredire la povera vittima per venti minuti, ci dice molto di come erano visti nel paese e, se venisse confermato, dobbiamo chiederci perché le autorità locali, a tutti i livelli, non abbiano fatto niente per prevenire la tragedia che poi è arrivata. 

Sabato sera i quattro balordi non hanno compiuto una semplice aggressione, hanno compiuto un delitto vero e proprio e per questo devono essere processati e condannati, secondo la legge, e senza attenuanti di uso di stupefacenti, oppure d’essere sotto gli effetti degli steroidi della palestra, anzi sono aggravanti perché non esiste nessuna giustificazione per commettere un delitto del genere. 

Inoltre, da società civile, dobbiamo chiederci anche se certi programmi televisivi che tendono a “romanticizzare” gente che in effetti sono criminali e non neo-Robin Hood hanno avuto l’effetto di fare pensare a certi giovani, come i quattro innominabili di sabato sera, che la loro è una vita da imitare, persino fino all’atto più estremo. Davvero possiamo permetterci, nel nome di “intrattenimento”, di dare ai nostri giovani modelli che non sono affatto da imitare ma da condannare sempre e ovunque? 

Se le indagini confermano le cronache giornalistiche, da paese civile dobbiamo pretendere che le autorità chiedano non solo un processo veloce dalla corte più autorevole, quella d’Assise, ma che il loro castigo sia il più pesante possibile perché dobbiamo far capire a tutti che certi comportamenti non appartengono a una società moderna e rispettosa dei diritti umani. E dobbiamo anche pretendere che alla fine della procedura giudiziaria i quattro colpevoli spariscano per sempre dalla nostra vita, che i loro nomi non appariranno più nei giornali e che alla loro morte non saranno ricordati da nessuno tranne i parenti più stretti. 

A rendere questo episodio tragico anche un caso di razzismo, è stata prima una frase choc dei parenti degli aggressori riportata da tutti i giornali del paese e poi dai commenti di utenti dei social che non sono degni di un paese democratico come il nostro. 

Infatti, non nominiamo gli imputati anche perché i loro famigliari avrebbero pronunciato una frase riguardo questo incidente che li rende moralmente responsabili per la tragedia del weekend scorso.  

“In fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un immigrato”, questa è la frase pronunciata da parenti degli aggressori che molte fonti giornalistiche in Italia hanno riportato in risposta alle reazioni del pubblico per cercare di smorzare il clamore attorno i quattro violenti che dopo aver compiuto il loro “atto coraggioso” sono andati al bar per autocongratularsi per il loro “coraggio”. Ma il loro non è stato un atto di coraggio ma di vera vigliaccheria oltreché mostruoso.  

Nel giro di poche ore altri “coraggiosi” sui social hanno cominciato a “festeggiare” l’accaduto con commenti come “era una scimmia”, “uno scimpanzé in meno”, “se l’è cercata” e così via. Molti di questi utenti son spariti dai social poco dopo aver capito la gravità dei loro commenti, o forse penalizzati dagli amministratori dei social stessi, ma non prima degli screenshot che ora girano liberamente. Ora possiamo solo sperare che ci siano i mezzi che permetteranno alla Polizia Postale per rintracciarli ed imputarli per istigazione a odio razziale ed applicare il massimo della pena per far capire che certi commenti non appartengono al nostro paese e alla civiltà. 

Ci sono quelli che negano l’esistenza del razzismo, ma dopo frasi del genere dai parenti degli imputati e dagli utenti social con quale altro nome possiamo descrivere questi commenti? “Cretinate”, “goliardia”, “bullismo” e chissà quante altre parole non fanno altro che “giustificare” un atto che non è altro che un reato vero verso  i diritti di tutti in Italia. 

Il loro comportamento dimostra a tutto il mondo che il razzismo esiste in una parte della popolazione, non solo d’Italia, ma di ogni paese. E per cancellarlo abbiamo l’obbligo di far capire che non possiamo mai accettare quell’ “attenuante” per qualsiasi motivo e non solo per un delitto…  

Le pagine dei giornali, le cronache televisive e i social sono pieni delle immagini dei presunti responsabili per la morte di Willy Monteiro Duarte che loro stessi avevano messo online per mostrare quanto fossero “bravi e coraggiosi”. Invece, ora sono in carcere in attesa di un eventuale processo per ufficializzare quel che i loro parenti avevano ammesso tacitamente con quella frase orrenda, che non erano affatto “bravi ragazzi”, ma quattro assassini di un ragazzo che cercava di portare pace in una rissa.  

Non esiste attenuante per spiegare un tale atto, non esiste la definizione preterintenzionale, si tratta di un omicidio volontario, perché sennò hanno continuato a menare calci e pugni per venti minuti?. Un ragazzo poco più che ventenne ha avuto una morte atroce e basta dire “era solo un immigrato” per dire che il caso è finito e tutti a casa come prima?  

No, assolutamente no. Il nome di Willy Monteiro Duarte deve essere ricordato come un essere umano per insegnare che ogni vita è preziosa, e che tutti i residenti in Italia hanno le stesse speranze e gli stessi diritti.  

Se fosse possibile bisogna anche seguire legalmente chi cerca di “giustificare” queste azioni con il ragionamento non sciocco, ma criminale, che in fondo la vittima è un immigrato e quindi indegno dei diritti contenuti e protetti in quel che chiamiamo la “Costituzione più bella del mondo”  

Willy Monteiro Duarte deve esser ricordato per farci capire per sempre che le parole belle non valgono niente se permettiamo a quattro assassini innominabili di aggredire chiunque semplicemente perché lo vogliono loro.  

E tutto questo non potrà succedere fino al giorno che avremo capito tutti che la parola “razzismo” non è una bandiera di una parte politica, ma vuol dire offendere i diritti di chiunque sia nel paese, italiano e non.  

Il razzismo non sparirà finché tutti non avranno finalmente capito che la vita di ogni individuo non si giudica dal colore della pelle, dall’accento e le origini. Ogni persona deve essere giudicata dalle proprie azioni personali, nel bene e nel male. Certo, ogni gruppo di immigrati ha i suoi delinquenti, ma non per questo dobbiamo timbrarli tutti nello stesso modo. E tutti gli italiani all’estero ne sanno qualcosa perché fin troppo spesso nelle loro vite hanno sentito dire il binomio italiani/mafia…  

E il nome di Willy Monteiro Duarte va ricordato per sempre anche per dire a tutto il mondo che “immigrato” non è qualcosa di cui vergognarsi, ma un titolo da portare con onore per chi conduce una vita buona nel nuovo paese.  

Come chi compie orrori, come hanno fatto i quattro balordi di sabato notte, non merita altro che il massimo castigo della legge, l’ergastolo, e l’oblio perché non hanno fatto niente di buono per il nostro paese, tranne fare vedere al mondo che anche noi abbiamo chi uccide con la semplice attenuante che “era solo un immigrato”, dimenticando che Willy Monteiro Duarte era, prima di tutto, un essere umano e niente di meno. 

 

di emigrazione e di matrimoni

He was not “only an immigrant”, he was a human being and nothing less

Willy Monteiro Duarte’s life ended last Saturday night in the town’s piazza where many loved him when he was assaulted by four thugs who beat him for twenty minutes until he died

Willy Monteiro Duarte is a name that must be remembered in all of Italy. He was not “only a migrant”, he was first of all a human being, he was twenty one years old with every right to live in peacefully in Italy and to make a life for himself like our relatives and friends did overseas.

Willy Monteiro Duarte grew up in Italy since he moved here at only one year of age, he studied here and before dying had started a job that should have been the start of a path towards the new and happy life that his parents dreamed of when they migrated to Colloredo near Rome twenty years ago with him in their arms. Yes, he came to Italy as a child but to all intents and purposes he was truly an Italian.

His life ended last Saturday night in the town’s piazza where many loved him when he was assaulted by four thugs who beat him for twenty minutes until he died. His life should have been anonymous, full of satisfaction at work and eventually a girlfriend, wife and finally children. But this was not his fate and it was not his fault.

We will not name the people who assaulted him. They do not deserve to be remembered as such because, according to the newspaper reports, their actions were not limited only to that episode. In fact, the simple and atrocious fact that they were able to attack the poor victim for twenty minutes tells us a lot of how they were seen in the town and, if confirmed, we  must ask ourselves why the local authorities, at all levels, had done nothing to prevent the tragedy that then came.

Saturday evening the four thugs did not carry out a simple assault, they committed a real murder and they must be tried for this and condemned according to the law and with no extenuating circumstances such as the use of drugs or being under the effects of the steroids from the gym, indeed, these are aggravate the situation because there is no justification for carrying out such a crime.

Furthermore, as a civilized society, we must also ask ourselves if certain TV programmes that tend to “romanticize” people who effectively are criminals and not neo-Robin Hoods have the effect of making certain young people, like the four unmentionable people of Saturday night, think that theirs is a life to be copied, even to the most extreme act. Can we truly allow ourselves, in the name of “entertainment”, to give our young people models that are not at all to be imitated but to be condemned always and everywhere?

If the investigations confirm the news reports, as a civilized society we must demand that the authorities ask not only for a quick trial in the most authoritative court, the Assizes, but that their punishment be as heavy as possible because we must make everybody understand that certain behaviour does not belong to a modern society that respects human rights. And we must also demand that at the end of the judicial process that the four culprits disappear forever from our lives, that their names no longer appear in the newspapers and that at their death they will not be remembered by anybody except their closest relatives.

And what made this tragic episode also a case of racism was first a shock statement by relatives of the aggressors that was reported by all the newspapers and followed by comments from users on the social media that are not worthy of a democratic country such as ours.

In fact, we do not name the accused also because their relatives allegedly pronounced a phrase concerning this case that makes them morally responsible for last weekend’s tragedy.

“After all, what did they do? Nothing. They only killed a migrant” This was the phrase pronounced by relatives of the aggressors that many newspaper sources in Italy reported in reply to the public’s reaction to try to dampen the clamour around the four violent young men who, after having carried out their “brave act”, went to the bar to congratulate themselves for their “courage”. But theirs was not a courageous act but one of true cowardice, as well as monstrous.

In the space of a few hours other “brave” people on the social media began to “celebrate” the incident with comments such as, “he was a monkey”, “one less chimpanzee”, “he went looking for it” and so forth. Many of these users disappeared from the social media shortly after having understood the seriousness of their comments or punished by the administrators of the social media themselves but not before the screenshots that are now freely doing the rounds of the social media. Now we can only hope that there are the means which will allow the Postal Police to trace them and to punish them for incitement to racial hatred and to apply the highest penalty to make it clear that certain comments do not belong to our country and civilization.

There are those who deny the existence of racism but after phrases such as those of the relatives of the accused and the social media users what other names can we use to describe these comments? “Idiocy”, “gang spirit”, bullying” and who knows how many other words do nothing but “justify” an act that is nothing more than a true crime against the rights of everybody in Italy.

Their behaviour shows the whole world that racism exists in a part of the population, not only in Italy, but in every country. And to cancel it we have an obligation to make people understand that we can never accept that “mitigating” circumstance for any reason and not only for a murdee.

The pages of the newspapers, the TV reports and the social media are full of the images of the alleged people responsible for the death of Willy Monteiro Duarte that they themselves put online to show how “brave” they were. Instead, they are now in jail waiting for a trial to formalize what their relatives had admitted tacitly with that horrendous phrase, that they were not at all “good guys” but four murderers of a young man who had tried to bring peace to a fight.

There are no extenuating circumstances for an act that cannot be defined as unpremeditated. This was a voluntary homicide because, if it were not, why did they continue to kick and beat him for twenty minutes? A young man in his early twenties had an atrocious death and you simply have to say “he was only an immigrant” to say the case is closed and everybody goes home as before?

No, absolutely not. The name of Willy Monteiro Duarte must be remembered as a human being to teach that every life is precious and that all the residents in Italy have the same hopes and the same rights.

If it is possible we also need to follow legally these who try to “justify” these acts not with the silly but with the criminal reasoning that basically the victim was an immigrant and therefore unworthy of the rights contained and protected in what we call the “world’s most beautiful Constitution”

Willy Monteiro Duarte must be remembered to make us understand forever that beautiful words are worth nothing if we allow four unmentionable killers to attack anyone simply because they want to.

And all this will not happen until the day we have all understood that the word “racism” is not the flag of one political party but it means offending the rights of anyone in the country, Italian or otherwise.

Racism will not disappear until everybody has finally understood that the life of every individual is not judged by the colour of the skin, accent and origins. Every person must be judged by their personal actions, for better or for worse. Of course, every group of immigrants has its criminals but this does not mean we must consider them all in the same way. And all the Italians overseas know something about this because all too often in their lives they have heard the combination Italians/mafia…

And the name of Willy Monteiro Duarte must be remembered forever also to tell all the world that “immigrant” is not something to be ashamed of but a title to be borne with honour by those who lead a good life in the new country.

Like those who commit horrors, like the four thugs did on Saturday night, do not deserve anything except the maximum punishment according the law, life imprisonment, and to be forgotten because they did nothing good for the country except to show the world that we too have people who kill with the simple “extenuating circumstance” that “he was only an immigrant” to forget that Willy Monteiro Duarte was first of all a human being and nothing less.

Arriverà il giorno in cui io non sarò più bianca o nera, “zingara” o ebrea, cattolica o atea

Saremo solamente noi stessi abbattendo il senso della distinzione, del branco, del giudizio sociale.

 di Anna Maria Antoniazza

Arriverà il giorno in cui non saremo più un uomo e una donna che si guardano ma saremo due semplice persone. E questa visione, quella della Persona, dell’essere umano, vincerà su tutto e toglierà ogni impedimento alla voglia di amare che abbiamo. Che sia un uomo, che sia una donna, che sia una transessuale poco cambia: umilmente chiniamo il cuore al suo atteggiamento più semplice ed elementare.

Arriverà il giorno in cui io non sarò più bianca o nera, “zingara” o ebrea, cattolica o atea: saremo solamente noi stessi abbattendo il senso della distinzione, del branco, del giudizio sociale. Perché i limiti fisici che l’umanità si è data come i grandi muri della storia non sono altro che la proiezione di una visione del mondo che separa, che mette troppa punteggiatura, che cataloga non per capire meglio ma per dividere. E non abbiamo sicuramente bisogno di tutto ciò altrimenti oltre a perdere il senso politico finiremo per perdere anche quello etico.

Arriverà anche il giorno in cui parleremo finalmente da soli. Un esercizio di cui si è persa l’abitudine: ognuno di noi quando si guarda dentro vede un palcoscenico di pensieri, emozioni, flussi di immagini e parole che non abbiamo mai il tempo di mettere in ordine e guardare con attenzione. E’ quello spettacolo dell’intimità dove spesso non siamo in grado di percepire bellezza e stupore ma solo sensazioni di confronto continuo e pericolo di abbandono. In realtà è da questo palcoscenico che veniamo fuori io, tu, ognuno di noi. E’ da quel punto che fuoriesce la grandezza di una identità, la fortezza dell’anima, il rapporto intimo e personale con Dio. I monologhi interiori sono le grandi preghiere di una vita, individuali e uniche: sono il rapporto con i mostri che vivono dentro di noi sotto forma di paure, angosce, brutte sensazioni e che la Parola ci aiuta a guarire. Sono il rapporto con la dimensione altruista dell’esistenza che è il grande denominatore comune di ogni essere umano: i sentimenti legati all’affetto.

E’ nell’uso costante della Parola che vive l’essere umano. Chi non parla neanche a sé stesso, chi non è in grado di comunicare neanche con il proprio Io muore lentamente, in un vortice di abbandono che lo stritola senza pietà. Del resto “le parole sono come le monete, una vale quanto molte e molte non valgono quanto una”. (Francisco de Quevedo)

Willy, un’anima buona vittima di una cattiveria senza attenuanti

Una rissa e un tentato aiuto ad un amico finiti nel più orrendo degli omicidi

di Ilaria Carlino

È successo all’alba del 6 settembre in una zona di locali notturni a Colleferro dove ha perso la vita Willy Monteiro Duarte, 21enne di origini capoverdiane residente a Paliano, in provincia di Frosinone.

Willy è stato descritto da amici e cittadini come un ragazzo modello, studioso, lavoratore e sempre rispettoso verso il prossimo; diplomato all’istituto alberghiero di Fiuggi, ora lavorava come aiuto cuoco all’Hotel degli Amici di Artena, mentre nel tempo libero giocava a pallone nella squadra di Paliano.

L’ultima sera della sua vita stava passando una serata con gli amici di sempre con la quale era cresciuto insieme, quando all’improvviso si accorgono di una rissa in un locale degenerata poi in un giardino pubblico. Secondo le ricostruzioni, Willy e un suo amico sarebbero stati coinvolti per cercare di calmare gli animi, e, aggredito il suo compagno, il povero 21enne è stato massacrato di botte fino alla morte nel tentativo di difenderlo.

Gli aggressori sono quattro ragazzi dai 22 ai 26 anni residenti vicino Artena, di cui due fratelli già noti alle forze dell’ordine per precedenti; dopo una fuga in macchina successiva all’aggressione e in seguito individuati dai carabinieri della compagnia di Colleferro, i quattro ora dovranno rispondere di omicidio preterintenzionale.

Gli accusati, tuttavia, non hanno esitato a difendersi legalmente: “noi non lo abbiamo nemmeno toccato” hanno ripetutamente affermato Gabriele e Marco Bianchi, i due fratelli coinvolti nell’aggressione e Mario Pincarelli. I tre hanno ammesso di aver partecipato ad una discussione animata ma hanno negato di aver colpito Willy.

Pare anche che i due fratelli praticassero “MMA” (arti marziali miste), disciplina che ha fatto arricciare il naso con l’accusa di incitare alla violenza; Nico Spinella, coach di MMA e Groppling, in un’intervista ha replicato: “sono molto amareggiato e non posso accettare che per quattro delinquenti venga gettato fango su un’intero movimento. Quello che è accaduto a Colleferro è un’azione criminale portata avanti da delinquenti, quelli non sono atleti di MMA. Spesso il problema non è la disciplina sportiva ma il praticante”.

Hanno detto la loro anche altri esponenti come Marvin Vettari, Alessio Sakara e Carlo Pedersoli Jr : “quella di Colleferro è stata un’esecuzione criminale che non ha nulla a che vedere con l’MMA ma anche col razzismo o la politica. C’è soltanto e purtroppo una cultura violenta e sbagliata dove lo sport non c’entra”.

Anche Francesco Belleggia, altro giovane aggressore, nega di aver toccato il 21enne. Tuttavia, le immagini della videosorveglianza non testimoniano nulla, se non l’arrivo e la ripartenza del gruppo, pertanto verranno effettuati degli esami su vestiti e cellulari di tutti e quattro gli aggressori.

Come si può morire a 21 anni in un modo così brutale? Non si può. Non dovrebbe accadere.

“Tutti siamo corresponsabili quando neghiamo a queste generazioni una speranza, una prospettiva, dei valori in cui credere, delle motivazioni di vita umana accettabili”; queste le parole del vescovo di Velletri-Segni nel programma di Raiuno “Unomattina”.

È veramente straziante sapere che un’anima così giovane e buona abbia dovuto perdere la vita per un vigliacco atto di violenza dove per giunta stava cercando solo di difendere un compagno.

Cosa genera violenza? L’ignoranza? La mancanza di cultura e di educazione?

Può darsi, ma in questo caso tutto questo è sempre molto lontano da ciò che l’ha generata per certo, ovvero la mancanza di umanità.

Di seguito le parole di una lettera anonima lasciata a Willy che in questo momento sta facendo il giro del web condiviso da migliaia di persone su tutti i social network:

Ciao Willy, in questi giorni tutte le testate giornalistiche, i telegiornali, le persone del mio territorio dicono che ci ha lasciato una persona e un ragazzo normale. Normale in questa società è guadagnare criminalizzando e anormale lavorare alla giovane età di 21 anni a prezzi imposti da contratto collettivo del lavoro. Normale in questa società è mostrare i propri pettorali, tatuaggi, il proprio fisico ed usarlo senza testa, è anormale rincorrere un pallone per divertimento e voglia di stare insieme. Normale è coloro che fanno branco, che si sentono forti insieme, è anormale invece schierarsi da solo per difendere un amico contro tutto e tutti. Normale fuggire da codardi, anormale è affrontare le ingiustizie.

Ecco caro Willy, io non ti definisco normale, perché di normali in questo mondo ce ne sono tanti, tu sei ‘anormale’. Anormale perché non hai girato le spalle a nessuno, hai difeso persone con carnagione di pelle diversa dalla tua, perché hai detto la tua. Non ti conoscevo, ma per me sei un supereroe, sceso in questa terra per fare capire che il normale è sbagliato e che il diverso è bello. Adesso vogliono cercare i colpevoli, ma se riflettiamo sappiamo tutti che ognuno di noi è stato normale… Sono anche io un po’ anormale come te. Riposa in Pace, Willy bello”

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