Mascherine protettive e il disagio delle persone non udenti

Le mascherine protettive di cui tutto il mondo ha fatto tesoro per proteggersi dal Covid19, per le persone affette da sordità rappresenta una gigantesca barriera a livello comunicativo.

di Ilaria Carlino

Nei mesi passati, proprio mentre ci trovavamo in pieno periodo emergenza Covid-19, durante le odierne conferenze stampa della Protezione Civile abbiamo tutti notato la presenza di un’interprete che traduceva in LIS, ovvero la lingua dei segni italiana.

Per molti è stato un dettaglio rilevante ma silenzioso, alcuni invece avranno sicuramente pensato a quanto grande e significativo fosse quel segnale per le persone affette da sordità; questo si accompagna in gran parte al fatto che le mascherine protettive di cui tutto il mondo ha fatto tesoro, per loro rappresentavano una gigantesca barriera a livello comunicativo.

E’ difatti molto difficile, se non addirittura impossibile, per una persona sorda cogliere parole labiali, anche in presenza di un apparecchio acustico, da un interlocutore con il viso completamente coperto dalla mascherina, senza dimenticare che un sordo non si riconosce in faccia, il suo è un disturbo non visibile, “nascosto”, per cui il disagio potrebbe essere ancora più grande.

Dopo la richiesta di far togliere eventualmente la mascherina alle persone sorde, subito scartata per il maggiore rischio a cui sarebbero stati esposti, è arrivata la proposta di mettere in commercio le cosiddette “mascherine trasparenti” ma anche questa è stata  bocciata: pare che anche l’utilizzo di queste sia difficoltoso a causa dell’obbligatoria copertura parziale del viso, che rende quindi difficile il movimento labiale della bocca e la visuale delle espressioni facciali, anche queste comprese nella lingua dei segni. Inoltre pare che siano state descritte come più scomode a causa della rigidità del materiale e dei problemi di appannamento, con una complicazione aggiuntiva che riguarda la distribuzione, che sarebbe di gran lunga più difficile a causa della difficoltà già avuta nella diffusione di quelle “non trasparenti”.

Jennifer Finney Boylan, attivista e autrice statunitense che perse l’udito anni fa, in merito alla proposta di rinunciare alla mascherina, sul New York Times ha dichiarato: “Lasciate che sia chiara. Anche con tutte le difficoltà che si portano dietro le mascherine, preferisco vivere in un mondo in cui la gente le indossa che in uno in cui non le indossa”.

Sul Washington Post scrive invece la scrittrice Sara Novic: “Offrire le maschere trasparenti come una soluzione fa parte della troppo diffusa convinzione che sia più facile accumulare strumenti, tecnologie e supporti individuali per le persone sorde e le altre persone con disabilità, rispetto ad agire per rendere più generalmente accessibile l’intera società”.

In sostanza una soluzione semplice non esiste. Come ha spiegato anche la sezione lombarda dell’ENS, qualche privato sperimenta la produzione di mascherine trasparenti ma non c’è nessun impegno da parte dei governi per la certificazione e la distribuzione delle stesse.

Il 30 luglio nel mondo è la data in cui si ricorda il drammatico fenomeno del traffico di esseri umani

Tutti i paesi sono interessati dal fenomeno della tratta come paesi d’origine, come paesi di transito, o come paesi di destinazione. 

di Klodiana Cuka

Il 30 luglio è la Giornata internazionale contro la tratta delle persone, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2013, con Risoluzione A/RES/68/192, con l’intento di sensibilizzare la comunità internazionale sulla situazione delle vittime di tratta e promuovere la difesa dei loro diritti. La tratta di esseri umani è un crimine che vede uomini, donne e bambini vittime di gravi forme di sfruttamento, tra le quali il lavoro forzato e lo sfruttamento sessuale. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) stima che 21 milioni di persone siano vittime del lavoro forzato, qui ricomprese anche le vittime di sfruttamento sessuale.

La grande maggioranza delle vittime della tratta è utilizzata a scopo di sfruttamento sessuale ed il 35% delle vittime del lavoro forzato è costituito da donne. Secondo il rapporto mondiale sulla tratta delle persone elaborato dall’UNODC nel 2018 i dati dimostrano che il fenomeno della tratta riguarda tutto il mondo, la proporzione delle persone trafficate all’interno del proprio paese è raddoppiato nei ultimi anni fino a raggiungere il 58% di tutte le persone rilevate. Questo fenomeno riguarda tutti i paesi, siano essi paesi di origine, di transito o di destinazione delle vittime. Secondo il rapporto sul traffico di esseri umani dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), quasi un terzo delle vittime sono minori. Inoltre, il 71% del totale è costituito da donne e bambine.

A settembre 2015, i governi di tutto il mondo hanno aderito all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile accogliendo anche gli obiettivi e i target che riguardano la tratta. Questi obiettivi esprimono il bisogno di porre fine al traffico e alla violenza sui bambini, di mettere in atto misure contro la tratta di persone. Le misure mirano a eliminare qualsiasi forma di violenza e di sfruttamento di donne e bambini.

 

Alcuni tra i luoghi con realtà drammatiche: 

 

Mozambico: il dramma dei bambini albini, dove il fenomeno della tratta esiste soprattutto nei confronti di “bambini, donne e persone con problemi di pigmentazione della pelle”, ovvero albini.

Capoverde, “Abbiamo lanciato quattro progetti – racconta una religiosa – ovvero un centro di ascolto e di sostegno integrale per le donne; l’intervento psicosociale per i minori in situazione di esclusione; l’approccio all’ambiente per aiutare le donne che in contesti di prostituzione; l’attività di sensibilizzazione nelle scuole superiori e nelle università, con forum e tavole rotonde”.

Testimonianze in entrambi i casi della Sezione Migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, presso la Santa Sede, che offre un’ampia panoramica su questo tema, accendendo i riflettori soprattutto su quelle parti del mondo che hanno maggiori difficoltà a far sentire la propria voce.

Mentre l’appello disperato di Unicef, in occasione della Giornata internazionale contro la tratta di esseri umani, ricorda al mondo, come a livello globale il 23% delle vittime siano bambine e ragazze.

Nei paesi UE la forma di tratta più comunemente segnalata è quella finalizzata allo sfruttamento sessuale, una forma di violenza di genere che colpisce in modo sproporzionato le donne e le ragazze (95% delle vittime registrate).

L’abuso sessuale è una violazione diffusa sia nei paesi d’origine dei giovani migranti e rifugiati che in quelli di transito, e che a volte si trasforma in sfruttamento anche nei paesi di destinazione. Un fenomeno complesso che va affrontato anche considerando le specifiche vulnerabilità dei minori stranieri non accompagnati, che rappresentano una delle categorie più a rischio.

Mentre in Italia ogni giorno che passa diventa disperata la situazione dei lavoratori migranti soprattutto braccianti agricoli. La normativa vigente in Italia (art. 18 del D. Lgs. 286/98 ai commi 1 e 2, e art. 25 D.P.R. 394/99 ai commi 1 e 3) assegna agli Enti locali la responsabilità di organizzare attività di assistenza e integrazione sociale per le vittime di tratta attraverso i servizi sociali o in convenzioni con organizzazioni private accreditate. Compito ribadito nella Legge 228/03 per l’istituzione di speciali programmi di assistenza alle vittime. Il decreto 286 sottolinea al comma 2 che il Sindaco deve essere informato di ogni percorso di assistenza e reintegrazione sociale avviato.  Nel primo decennio degli anni duemila a beneficiare degli interventi sono state solamente vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, mentre da anni si registra un nuovo allarme su altre frontiere di sfruttamento. Emergenza che recentemente, in applicazione alla L. 228/93, è stata preso in carico dal bando annuale collegato all’art. 18, che ha previsto il cofinanziamento di percorsi di protezione sociale per le vittime di tratta delle varie tipologie di sfruttamento. L’attenzione della società civile che diventa portavoce presso le autorità competenti resta per fortuna alta, ma siamo ancora molto lontani da poter dire che il fenomeno potrà essere debellato. 

84 migranti tratti in salvo da Guardia Costiera Italiana. Malta e Francia rifiutano azione di salvataggio

Pur essendo la più vicina al barcone in difficoltà con gli 84 migranti a bordo, Vos Aphrodite, un supply vessel battente bandiera Gibilterra in servizio alla piattaforma petrolifera francese Total, si rifiuta di aiutare i migranti che sono salvi solo per il pronto intervento della Guardia Costiera Italiana.

Nel pomeriggio di ieri 28 luglio, un velivolo Frontex ha avvistato un gommone con decine di migranti a bordo, in area SAR di responsabilità libica, privo di motore e semiaffondato, a causa di un tubolare sgonfio. Dopo essere stata informata dell’avvistamento l’autorità libica responsabile per le attività di ricerca e soccorso in mare, questa non assumeva il coordinamento delle operazioni di soccorso per indisponibilità di mezzi navali.

La Centrale Operativa della Guardia Costiera italiana, pur non essendo il primo Stato ad aver ricevuto la notizia dell’avvistamento del gommone semiaffondato, né responsabile dell’area SAR in cui si trovava la suddetta unità, né responsabile dell’area SAR adiacente (che risulta essere Malta), vista la gravità della situazione, si è attivata chiedendo alle unità mercantili presenti nella zona di dirigere verso il gommone in difficoltà.

Tra queste, la più vicina risultava essere Vos Aphrodite, un supply vessel battente bandiera Gibilterra, distante 9 miglia nautiche dal target, in servizio alla piattaforma petrolifera francese Total. L’unità, nonostante le informazioni ricevute, si rifiutava di dirigere verso la posizione indicata per effettuare il soccorso. L’Italian Maritime Rescue Coordination Centre provvedeva, quindi, a informare lo Stato di bandiera, non ricevendo risposta.

Della presenza del gommone in fase di affondamento nei pressi della piattaforma petrolifera francese Total e del mancato intervento di soccorso del supply vessel veniva informato il Centro di Coordinamento di Soccorso francese, che rispondeva al MRCC italiano riferendo che nessuna nave di bandiera francese era coinvolta e che l’area SAR dell’evento era di competenza libica.

La Guardia Costiera italiana, persistendo il silenzio sia delle autorità maltesi che di quelle di Gibilterra, assumeva quindi il coordinamento del soccorso, inviando l’unità navale Asso 29, battente bandiera italiana in servizio alle piattaforme Eni.

Alle h 04:10 iniziavano le operazioni di imbarco delle 84 persone presenti sul gommone, ormai quasi affondato, tra cui 6 donne e 2 bambini, conclusesi alle h 04:35.

Attualmente, l’unità Asso 29 è in navigazione in direzione Lampedusa.​

 

Amianto: nasce l’Associazione di Promozione Sociale “Osservatorio Vittime del Dovere”

Tra i sostenitori anche i militari esposti alla fibra killer Antonio Dal Cin, Lorenzo Motta e Nicola Panei

Vista la drammatica la condizione di coloro che operano nel comparto sicurezza nelle unità navali, e anche nella Difesa Militare, e la contaminazione con nanoparticelle di metalli pesanti a cui tanti militari sono stati esposti per utilizzo di proiettili all’uranio impoverito, nella sede di Latina dell’Osservatorio Nazionale Amianto è stata costituita, ed è già operativa, l’associazione di promozione sociale apartitica e senza fini di lucro “Osservatorio Vittime del Dovere”, con struttura democratica ed elettività delle cariche sociali. Tra le sue finalità la tutela della salute, in particolare del personale Civile e Militare delle Forze Armate e del Comparto Sicurezza.

Nel nostro Paese l’amianto ha inciso pesantemente per i militari della Marina perché ha provocato, fino al 2015, non meno di 570 mesoteliomi che costituiscono solo la punta dell’iceberg, per questo motivo sono in corso numerosi giudizi in sede previdenziale, civile e penale, come i due procedimenti di Marina Bis presso la Corte di Appello di Venezia.

Tra gli autorevoli membri del direttivo dell’associazione, presieduta dall’Avv. Ezio Bonanni, anche il Dott. Arturo Cianciosi, medico legale, e uno dei massimi esperti nazionali sulle malattie asbesto correlate e nell’assistenza delle vittime del mesotelioma, e Nicola Panei, ex luogotenente dell’Aeronautica militare riconosciuto vittima del dovere e già sostenitore delle attività promosse dall’Osservatorio, che ha scelto di aderire attivamente per offrire il suo impegno nella difesa dei diritti delle vittime del dovere. Tra i sostenitori anche due militari le cui storie sono state al centro di una importante attenzione mediatica, Lorenzo Motta che, arruolato giovanissimo con all’attivo diverse missioni estere, all’età di 24 anni è stato colpito da linfoma di Hodgkin, il cui caso è stato oggetto di una recente interrogazione parlamentare a firma dei Sen. Stefania Pucciarelli e Stefano Candiani, e Antonio Dal Cin, ex appuntato della GdF dichiarato vittima del dovere per asbestosi pleurica da esposizione ad amianto, ma risarcito solo simbolicamente, per cui ci sono tutt’ora in corso diversi procedimenti.

L’Osservatorio Nazionale Amianto è operativo con il numero verde 800034294 e lo sportello telematico al link https://www.osservatorioamianto.com/vittime-del-dovere/.

L’Oriente, la Cina e quei diritti umani violati (di cui si parla troppo poco)

Mai come quest’anno la Cina e l’Oriente in generale sono stati i protagonisti assoluti della pandemia, essendo stati ritenuti i principali responsabili della diffusione del Covid-19 a cominciare dalle realtà dei wet market.

Mai come quest’anno la Cina e l’Oriente in generale sono stati i protagonisti assoluti della pandemia, essendo stati ritenuti i principali responsabili della diffusione del Covid-19 a cominciare dalle realtà dei wet market. Ciononostante, l’attenzione mediatica per questi paesi non ha ancora saputo trattare adeguatamente la questione relativa ad alcuni imprescindibili diritti umani (come la libertà di espressione e di manifestazione) che continuano ad essere calpestati e ignorati soprattutto nei territori del continente cinese.
Solo il 4 luglio scorso, come spiega un articolo del giornale online Tempi.it, proprio la Cina ha varato una legge sulla sicurezza nazionale che distrugge completamente la vita della città di Hong Kong – dall’anno scorso al centro della politica estera mondiale per via delle proteste studentesche in nome della libertà – instaurando in pratica un regime moderno all’insegna del terrore.

La nuova legge sulla sicurezza nazionale

In modo particolare è stato istituito un nuovo ente supremo, denominato “Commissione per la salvaguardia della sicurezza nazionale” e che non sarà soggetto al controllo della giustizia (risultando di fatto al di là della legge).
Per questa entità la definizione di “attività terroristiche” include quasi tutti i tipi di crimini. Rientrano nei suddetti infatti gli “atti di non cooperazione” e quelli di “resistenza”, per i quali sono previste pene fino all’ergastolo.
Infine, la Cina ha inserito il crimine di “collisione con un paese straniero”, allucinante se pensiamo che condanna gli scambi con le organizzazioni internazionali ed estere.
Quest’ultimo atto è chiaramente la dimostrazione di quanto Hong Kong sia già stata relegata al più completo isolazionismo, e quel che è peggio, che un’azione simile sia stata condotta nella più completa indifferenza delle istituzioni a livello internazionale e mondiale.
Gli articoli 35, 41, 42 e 43 poi, possono essere considerati come il fulcro della negazione dei diritti umani: il primo elimina quelli politici (poiché chi viene condannato dalla corte per la sicurezza nazionale non potrà candidarsi alle elezioni né ottenere un posto pubblico), il secondo autorizza i processi segreti e il terzo la carcerazione preventiva durante il processo. Il quarto, infine, autorizza la sorveglianza segreta e la deprivazione del diritto a non rispondere degli interrogati, annientando del tutto la protezione delle libertà individuali previste dal codice penale di Hong Kong. A tal riguardo bisogna aggiungere che si prevederà addirittura la cosiddetta “sorveglianza residenziale in una località designata” (cioè detenzione segreta), la quale permette di far sparire una persona senza che abbia accesso ai suoi familiari o all’avvocato (una prassi comune nell’epoca dell’URSS e della Guerra Fredda).
Se si pensa quindi alle palesi ingerenze della commissione per la sicurezza anche nell’ambito giuridico e in quello della stampa (articoli 44 e 54) è chiaro che il quadro finale sia quello di una esplicita privazione dei diritti umani, che dovrebbe suscitare l’indignazione dell’intero pianeta. Insomma, il “Grande Fratello” è tornato ma a pochi importa.

Le segnalazioni a livello mondiale

Di sicuro un apporto fondamentale al riguardo e in generale a tutte le cause relative ai diritti umani sul nostro pianeta è tuttora fornito da Amnesty International e dall’Osservatorio mondiale per i diritti umani – Human Rights Watch – il cui rapporto 2020 si è tenuto nel quartier generale delle Nazioni Unite a New York il 14 gennaio scorso.
Il capitolo di Hong Kong, in modo particolare, era stato il principale protagonista del 2019, che non a caso è ancora ritenuto “l’anno della repressione”.
Un periodo oscuro insomma, che le attuali disposizioni legislative rischiano di estendere notevolmente anche al prossimo futuro.
Tuttavia, non mancano segnalazioni relative al Brasile di Bolsonaro – colpevole di crimini orrendi contro gli indigeni dell’Amazzonia e responsabile dell’attuale moria per Covid – al Venezuela di Maduro, alla Birmania, la Palestina, la Siria, l’Ungheria e lo Yemen, senza dimenticare gli Stati Uniti (specie in merito al trattamento dei migranti messicani) e anche l’Italia. Secondo Amnesty, il nostro paese “continua a perseguire un’agenda politica di contrasto all’immigrazione, attraverso leggi e misure aventi l’obiettivo di limitare l’esercizio dei diritti e impedire alle persone soccorse in mare di sbarcare”.
La strada per garantire il rispetto della dignità umana a livello mondiale è quindi ancora lunga, più che mai attuale e decisamente in salita.

Quando l’integrazione è una missione di vita: il percorso di Klodiana Çuka

Italo – albanese, originaria di Durazzo, la Çuka è una personalità della vita pubblica italiana con le molteplici attività a favore dei più fragili

Traduzione a cura di Dorina Siku

Klodiana Çuka è nata a Durazzo il 13 aprile 1972. È arrivata in Italia nel 1992 e il 24 aprile 2009, dopo 17 anni, ha ottenuto la cittadinanza italiana.

Laureata in lingue e letterature straniere (russo e albanese) e mediatore linguistico culturale, specializzata in strutture carcerarie, presso la ONG CIES – Centro Informazione Educazione allo Sviluppo – a Roma.

Nel 2006 ha conseguito con il massimo dei voti il ​​dottorato in studi internazionali di linguistica e filologia albanese presso l’Università della Calabria. Membro dell’AISSE – Associazione Italiana Studi Sud Est Europeo -Dal primo momento dell’arrivo in Italia, Klodiana Cuka si dedica a coloro che, come lei, hanno lasciato il loro paese e affrontato molte difficoltà, vivendo in una terra diversa dalla loro. Dal 1998 insegna italiano agli studenti immigrati nelle scuole salentine di Poggiardo.

Nel 2001 si è offerta volontaria presso Sportello di Assistenza e Informazione per Immigrati “Lecce Accoglie”. Nel 2003 ha fondato “Integra Onlus”, un’associazione senza scopo di lucro, di cui è diventata presidente. “Integra” ha fatto dell’immigrazione, l’integrazione e le politiche sociali, la sua missione di vita.

Lo scopo dell’associazione è migliorare la vita degli emigranti presenti sul territorio italiano e raggiungere una reale integrazione tra i popoli. “Integra” collabora costantemente con UNAR (Ufficio italiano contro la discriminazione razziale), INMP (Istituto nazionale per la promozione della salute e della popolazione) e AICCRE (Associazione italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa), un’organizzazione con la quale ha anche firmato un protocollo d’intesa sulle politiche migratorie.

“Integra” ha lo scopo di organizzare e condurre attività di formazione di vario genere finalizzate al raggiungimento dell’integrazione tra tutte le culture presenti nell’area salentina, nonché alla promozione della tutela dei diritti civili.

Nell’ottobre 2010 Klodiana Cuka è stata una delle fondatrici del movimento nazionale “Giovani cittadini” (Movimento Nazionale Nuovi Cittadini), nato per affrontare l’importanza sociale della persona, come essere umano nel suo senso più ampio, che è stata fondata per risvegliare la coscienza dormiente dell’opinione pubblica su questi temi, ed è stata eletta presidente.

Diventa Testimone per il documentario “Mediterraneo” di Mauricio Panici in cui sono state raccolte prove di ospitalità e integrazione per RaiCinema nel Salento. Dal 2011 è membro del Consiglio Nazionale e della Direzione Nazionale AICCRE – Associazione Italiana dei Consigli dei Comuni e delle Regioni d’Europa.

Fonte:

 https://bulevardionline.com/2020/06/21/durrsakja-klodiana-cuka-nje-personalitet-i-jetes-publike-italiane/

L’anniversario dell’occupazione di Agdam tra nuove minacce e provocazioni mediatiche

Continuano a circolare campagne mediatiche fantasiose da parte dell’Armenia nei confronti dell’Azerbaigian, mentre è sempre più importante che i mezzi di comunicazione prendano le distanze da notizie non veritiere. Una delle false novità è la notizia, diffusa dalla parte armena, che l’Azerbaigian abbia minacciato di lanciare missili sulla centrale nucleare di Metsamor, in Armenia.

Commentando questo argomento Hikmat Hajiyev, assistente del Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian, ha sottolineato che durante le recenti provocazioni, sono state rivelate varie disinformazioni da parte dell’Armenia, che utilizza le opinioni espresse su base individuale per mascherare i suoi crimini. E’ stata proprio l’Armenia ad affermare che avrebbe preso di mira le strutture petrolifere e di gas e le strutture critiche dell’Azerbaigian. Hikmat Hajiyev ha aggiunto che l’Azerbaigian non ha alcun obiettivo di colpire strutture strategiche critiche. “L’Armenia ha deliberatamente trasformato la questione di Metsamor in uno spettacolo. La stessa centrale nucleare di Metsamor rappresenta una grave minaccia per la regione, basata su una tecnologia obsoleta e questa centrale è diventata un veicolo per il contrabbando di sostanze radioattive”, ha concluso l’assistente del Presidente dell’Azerbaigian.

Per quanto riguarda Metsamor, ormai da molti anni questa struttura è una delle centrali nucleari più pericolose al mondo e rappresenta una grave minaccia per tutta la regione, poichè la stessa è situata in un’area soggetta a terremoti, moralmente e fisicamente obsoleta, di cui parlano anche molte organizzazioni internazionali e l’Unione Europea.

E’ importante ricordare che il distretto di Tovuz, bersaglio dei recenti attacchi militari dell’Armenia, è un’area di importanza strategica, perché attraversata dall’intera infrastruttura per la distribuzione delle risorse energetiche dell’Azerbaigian e del Mar Caspio nei paesi occidentali e nel mercato mondiale e per i collegamenti ferroviari e autostradali che connettono l’Est all’Ovest: l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (che rifornisce l’Europa, principalmente l’Italia), l’oleodotto Baku-Supsa, il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum, il gasdotto South Caucasus Pipeline, prima parte del Corridoio Meridionale del Gas, di cui fa parte anche il Trans-Adriatic Pipeline – TAP (che giunge in Italia), così come la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars e l’autostrada Baku-Tbilisi – progetti che aspirano a dare origine ad una nuova Via della Seta. Per cui l’obiettivo dell’Armenia è volto anche a destabilizzare questa area e impedire il funzionamento di questi progetti fondamentali, che creano accesso a nuovi mercati e a fonti di energia alternative per l’Europa. Non è un caso che l’Armenia abbia avviato un’operazione militare contro l’Azerbaigian tre mesi prima dell’inizio delle forniture di gas dell’Azerbaigian in Europa, inclusa l’Italia.

In questi giorni si sono diffuse numerose minacce da parte dell’Armenia di colpire anche la stazione idroelettrica di Mingachevir in Azerbaigian, che rappresenta la più grande centrale idroelettrica del Caucaso meridionale.

Le autorità dell’Armenia hanno dichiarato varie volte che “trasformeranno le città dell’Azerbaigian in rovine, come Adgam”. E’ di particolare rilievo denunciare questo atteggiamento proprio oggi, che ricorre il 27° anniversario dell’occupazione della città di Agdam, che da principale centro economico-culturale del Karabakh, è diventata una città fantasma, depredata e distrutta dall’esercito dell’Armenia e perciò definita “L’Hiroshima del Caucaso”, alla cui occupazione fa riferimento la risoluzione n. 853 del consiglio di Sicurezza dell’ONU del 29 luglio 1993, che richiede l’immediato, completo e incondizionato ritiro delle forze armate dell’Armenia, ma che è ancora ad oggi inascoltata. 

The Women’s Angels set in Pomezia prodotto da Cinemadamare

Scritto e diretto da Emanuela Del Zompo con l’Argentino Leandro Sosa direttore della fotografia.

Rosanna Gambone è co-protagonista della dark-commedy The Women’s Angels insieme ad Emanuela Del Zompo. Il cast artistico e’ formato per la maggior parte da studenti di cinema provenienti da varie citta’ d’Italia: Steven Kemps di origine olandese, Lorenzo Sammicheli, Nicolo Goattin, GaiaLucrezia Russo, Lucio Chiaradonna, Natalia Simonova, la cantante Fatou Kine’ Fall. Emanuela Del Zompo oltre alla regia è protagonista di questa storia che affronta importanti temi sociali come la diversità e la disabilità, in un modo mai eccessivo, ma utilizzando metafore che portano lo spettatore ad intuire pian piano le difficoltà di una donna che ha amato un uomo violento.

Raccontata in tono ironico, due donne “cosi diverse ma così uguali” sono l’una lo specchio dell’altra. Ed in effetti l’attrice disabile Rosanna Gambone alla sua prima esperienza davanti all’obiettivo, interpreta brillantemente il lato nascosto dell’anima della sposa – Del Zompo, che cela anche a sé stessa gli errori compiuti. Il confronto tra le due porterà alla riflessione profonda della protagonista che, sposa triste vestita di bianco in attesa di salire sull’altare, realizzerà nel suo animo di essere sospesa in un non tempo. Un tema caro ad Emanuela Del Zompo   che già con il fumetto ‘Grunda, l’angelo dalle ali rotte’ aveva affrontato le difficoltà delle donne che vivono un mondo violento e irrispettoso della figura femminile, difficoltà in parte vissute anche personalmente. “Non è semplice per una donna sola – spiega la Del Zompo che ha al suo attivo una lunga carriera di attrice – l’approccio al mondo dell’arte e della recitazione. Se da un lato si assiste ad un forte e schiacciante potere maschile, dall’altro le donne sono poco solidali tra loro. Questo genera invidie che possono essere più deleterie della pura violenza. Ecco perché questa volta ho voluto raccontare due donne che specchiandosi l’una nell’altra alla fine sono la stessa persona. E con la splendida partecipazione di Rosanna Gambone sono riuscita a dare evidenza alle disabilità. Il femminile quindi che è svantaggiato in partenza, ma ci si deve chiedere: chi è davvero disabile e cosa implica?”

Il corto ‘The Women’s Angels’, patrocinato da Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo (Lidu onlus) e dalla Bon’t Worry onlus di cui Emanuela Del Zompo è anche socio onorario, è un invito alla riflessione profonda sul senso della vita e sui valori di umanità che sono il fulcro della nostra vita sociale. Ma è anche un invito al risveglio dell’anima, che eternamente vaga alla ricerca dell’amore.  

‘The Women’s Angels’, che è stato realizzato senza alcun supporto economico istituzionale, parteciperà ad una serie di concorsi a partire dal Festival di Roma del prossimo ottobre.

FAO/UNICEF/WFP su Yemen: il numero di persone che affronteranno alti livelli di insicurezza alimentare acuta aumenterà da 2 milioni a 3,2 milioni nei prossimi sei mesi a causa del COVID-19

Secondo le agenzie delle Nazioni Unite, crisi economica, conflitti, inondazioni, locuste del deserto – e ora il COVID-19 – potrebbero vanificare i miglioramenti della sicurezza alimentare in alcune zone dello Yemen.

Secondo l’ultima analisi della Classificazione integrata delle fasi di sicurezza alimentare (IPC) pubblicata oggi dalla FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), dall’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia), dal WFP (Programma alimentare mondiale) e dai partner, shock economici, conflitti, inondazioni, locuste del deserto e ora il COVID-19 stanno creando una tempesta perfetta che potrebbe invertire i sudati progressi nel campo della sicurezza alimentare nello Yemen.

L’analisi condotta finora in 133 distretti dello Yemen meridionale prevede un allarmante aumento delle persone che si trovano ad affrontare alti livelli di insicurezza alimentare acuta, cioè in fase di crisi (IPC Fase 3) e di emergenza (IPC Fase 4) entro la fine dell’anno. 

L’insicurezza alimentare acuta in queste aree è stata mitigata lo scorso anno grazie a un massiccio aumento dell’assistenza umanitaria, ma tutto il lavoro fatto potrebbe essere rapidamente cancellato poiché si prevede che il numero di persone che affronteranno alti livelli di insicurezza alimentare acuta aumenterà da 2 milioni a 3,2 milioni nei prossimi sei mesi.

Ciò rappresenterebbe un aumento dal 25% (a febbraio-aprile) al 40% della popolazione (a luglio-dicembre) che soffre di alti livelli di insicurezza alimentare acuta, anche se saranno mantenuti l’assistenza alimentare umanitaria e l’accesso a coloro che ne hanno bisogno. 

I fattori che determinano l’insicurezza alimentare acuta:

Il declino economico è il motore principale. La crisi economica e l’inflazione persistono con la moneta locale in caduta libera, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e il quasi esaurimento delle riserve di valuta estera. Ad esempio, da metà dicembre 2019 a metà giugno 2020, la valuta locale (riyal yemenita) ha perso in media il 19% del suo valore rispetto al dollaro statunitense, superando i livelli di crisi del 2018.

Il conflitto rimane un fattore chiave dell’insicurezza alimentare acuta.

Il COVID-19 sta incidendo sulla disponibilità di cibo, sull’accesso e sulla disponibilità nel mercato, oltre che sulle opportunità di guadagno e sui salari. Importanti misure per limitare la diffusione del COVID-19 hanno portato a ritardi nelle importazioni, barriere logistiche e perturbazioni dei mercati. Anche le rimesse dagli yemeniti all’estero sono diminuite di circa il 20% e si prevede che continueranno a diminuire.

Nuove aree di proliferazione di locuste del deserto e del parassita Lafigma stanno emergendo come conseguenza di condizioni ambientali favorevoli, comprese le piogge, e minacciano la produzione alimentare nello Yemen, nella regione e oltre.

La produzione di cereali quest’anno, ad esempio, dovrebbe essere di 365.000 tonnellate – meno della metà dei livelli pre-guerra.

Le inondazioni improvvise hanno già avuto un impatto devastante in alcune zone, e si prevede che la maggior parte dei distretti lungo la costa araba sarà colpita da cicloni nei prossimi mesi.

“L’analisi ci mostra che lo Yemen è di nuovo sull’orlo di una grande crisi di sicurezza alimentare. 18 mesi fa, quando abbiamo riscontrato una situazione simile, abbiamo ricevuto generosi contributi. Abbiamo usato le risorse che ci sono state affidate e abbiamo ampliato sensibilmente l’assistenza nei distretti in cui la gente era più affamata e più a rischio. Il risultato è stato straordinario. Abbiamo evitato la carestia. Se non riceveremo i fondi di cui abbiamo bisogno ora, non potremo fare lo stesso questa volta”, ha dichiarato Lise Grande, Coordinatrice umanitaria per lo Yemen.

“Le persone dello Yemen ne hanno già passate tante e sono resilienti. Ma adesso stanno affrontando troppe difficoltà e minacce tutte insieme – dal COVID-19 alle invasioni delle locuste del deserto. I piccoli contadini e le famiglie che dipendono dall’agricoltura per il loro sostentamento hanno bisogno del nostro sostegno ora più che mai”, ha dichiarato Hussein Gadain, rappresentante della FAO nello Yemen.

“Lo Yemen sta affrontando una crisi su diversi fronti”, ha dichiarato Laurent Bukera, Direttore paese del WFP in Yemen. “Dobbiamo agire adesso. Nel 2019, grazie a un sensibile ampliamento dell’assistenza, il WFP e i suoi partner hanno invertito il deterioramento delle condizioni nelle zone più colpite dello Yemen. I segnali di allarme sono tornati e, con l’aggiunta della pandemia di Coronavirus, la situazione potrebbe peggiorare molto se l’azione umanitaria sarà ritardata”.

“Una pericolosa combinazione di conflitti, difficoltà economiche, scarsità di cibo e un sistema sanitario debole hanno spinto milioni di bambini nello Yemen sull’orlo del baratro, e la crisi del COVID-19 potrebbe peggiorare ulteriormente le cose”, ha dichiarato Sherin Varkey, rappresentante dell’UNICEF in Yemen. “Sempre più bambini piccoli rischiano di diventare gravemente malnutriti e di richiedere cure urgenti. Un maggiore e costante sostegno è vitale se vogliamo salvare la vita di questi bambini”.

Cosa dobbiamo fare adesso?

L’analisi raccomanda una serie di azioni urgenti, fra cui:

Garantire un’assistenza alimentare continua e senza ostacoli per salvare vite umane e proteggere i mezzi di sussistenza delle popolazioni che si trovano ad affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta, compresi gli sfollati;

Riabilitare le infrastrutture idriche danneggiate dalle inondazioni e ridurre l’impatto delle future inondazioni sull’acqua e sui sistemi di irrigazione;

Sostenere gli agricoltori che hanno perso i raccolti e i pascoli a causa di parassiti e shock climatici (infestazioni di locuste, il parassita Lafigma, inondazioni);

Promuovere buone pratiche nutrizionali a livello domestico attraverso attività come il giardinaggio domestico e la sensibilizzazione educativa sulla sicurezza alimentare e idrica;

Rafforzare i sistemi di allarme rapido e di monitoraggio generale della sicurezza alimentare per mitigare l’impatto negativo degli shock e consentire una risposta rapida e coordinata.

Sciopero della fame 21 operai a Priolo Gargallo: incontro dell’Osservatorio Nazionale Amianto presso il Ministero del Lavoro

Ezio Bonanni: “è il primo passo per tentare di risolvere il problema amianto in Sicilia, ma non basta. Se necessario faremo manifestazione nazionale delle vittime di amianto”

 Il Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, Avv. Ezio Bonanni, è stato ricevuto oggi al Ministero del Lavoro con il Segretario di Presidenza del Senato e componente della Commissione Igiene e Sanità, Giuseppe Pisani, per discutere e analizzare la questione tecnico giuridica del prepensionamento dei 21 operai, vittime dell’amianto e esposti alla fibra killer, dell’officina “Industrie Meccaniche Siciliane” in sciopero della fame da 15 giorni, che hanno ottenuto il riconoscimento dei benefici contributivi dal Tribunale di Siracusa. La sentenza, a causa di un cavillo, è stata poi ribaltata dalla Corte di Appello di Catania e verrà impugnata in Cassazione.

“Questa  mattina, insieme all’avvocato Bonanni, ho partecipato ad un incontro  con il vice capo di gabinetto del ministero del Lavoro, Professoressa Bozzao, coadiuvata dalla dottoressa Monterosso, funzionario del Ministero, e dal dott. Lelli, collaboratore di segreteria del Ministro Nunzia Catalfo, che ringrazio per la immediata disponibilità a trattare la vicenda dei lavoratori della ditta Belleli; come noto, questi ex dipendenti della ditta che ha operato nel SIN di Priolo per molti anni, da alcuni giorni  stanno attuando lo sciopero della fame per  proclamare  la loro protesta contro la sentenza della sezione lavoro della CdA di Catania, avversa in merito al riconoscimento di taluni benefici relativi alla loro pregressa esposizione lavorativa all’amianto – scrive Pisani su suo profilo di facebook – “senza voler entrare nel merito delle disposizioni giudiziali, considerato che questi ex dipendenti sono, comunque, persone professionalmente esposte ad un agente altamente patogeno, bandito dai cicli lavorativi proprio per il suo elevato  rischio oncogeno, si vuole trovare, nel rispetto del quadro normativo,  una soluzione che consenta loro la fruizione delle prerogative di legge.

“L’ONA non ci sta e, non solo faremo una battaglia legale, ma andremo avanti con lo sciopero della fame ad oltranza. Non faremo sconti a nessuno”, annuncia Bonanni che, pur mantenendo la veste istituzionale di componente della Commissione Amianto voluta dal Ministro Costa, è stato chiaro: “non si accettano compromessi al ribasso, i lavoratori, in quanto malati, hanno comunque diritto al prepensionamento anche in base all’art. 13 comma 7 della l n. 257/1992. Poi ci sono tutte le altre questioni che verranno illustrate nelle competenti sedi giudiziarie”, e aggiunge: “l’O.N.A. chiede che il Ministro del lavoro intanto vigili perché l’INPS non revochi le pensioni che ha concesso con autonomi atti amministrativi. Questo colpo di mano non può giustificare la revoca delle pensioni”. Gli fa eco il grido di dolore del coordinatore siciliano, Calogero Vicario, “abbiamo maneggiato, respirato e anche mangiato l’amianto. Il Tribunale di Siracusa ci ha dato ragione e ora la Corte di Appello ribalta l’esito della causa e questo è inammissibile, per cui continueremo lo sciopero della fame fino alla morte. E’ necessario che il Governo, che si è presentato come il governo del popolo, non si presti ad iniziative persecutorie e vessatorie in danno dei lavoratori. Come coordinatore O.N.A. Sicilia chiederò una mobilitazione nazionale in piazza delle vittime. Occorre che il Ministro del lavoro tuteli le vittime dell’amianto nel modo giusto. Non chiediamo nulla che non sia nostro. Chiediamo giustizia, legalità e verità”. 

L’ONA ha istituito il servizio di assistenza legale per le vittime del mesotelioma, e delle altre patologie asbesto correlate attraverso lo sportello amianto on line (https://www.osservatorioamianto.com/) e il numero verde gratuito 800 034 294.

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
[email protected]