La 92esima edizione degli Oscar premia Boon Joon-Ho per il film sud coreano “Parasite”

Notte degli Oscar: il migliore è “Parasite”, che torna a casa con ben 4 statuette e un successo quasi del tutto inaspettato.

di Ilaria Carlino

Si è conclusa da poche ore la 92esima edizione dei prestigiosi premi Oscar cinematografici tenutasi come sempre al Dolby Theatre di Los Angeles, California. Un’annata davvero notevole arricchita da diversi film degni di nota tra i quali possiamo citare “The Irishman”, “C’era una volta a… Hollywood”, “1917”, “Joker”, “Parasite”, “Jojo Rabbit” e molti altri.

La serata è stata aperta con un’esuberante esibizione della cantante Janelle Monae presentata da diversi e numerosi artisti del mondo dello spettacolo. A trionfare per primo Brad Pitt come miglior attore non protagonista per “C’era una volta a… Hollywood”, ultima eccellente opera di Quentin Tarantino; l’attore, pur avendo 56 anni e una lunga carriera alle spalle, è al suo primo Oscar per un’interpretazione cinematografica, difatti ne aveva portato uno a casa nel 2014 per “12 anni schiavo” solo in veste di produttore.

Sono seguiti poi i premi per il “miglior film d’animazione”, aggiudicato a “Toy Story 4”, e per le migliori sceneggiature: la statuetta per la “miglior sceneggiatura originale” è stata portata a casa da Boon Joon-Ho per il film sud coreano “Parasite” di cui è anche regista, mentre quella per la “miglior sceneggiatura non originale” da Taika Waititi per “Jojo Rabbit”, anch’egli regista dell’opera oltre che sceneggiatore. Nella categoria “miglior attrice non protagonista” trionfa alla sua terza candidatura Laura Dern per “Storia di un matrimonio”, ultimo film di Noah Baumbach distribuito sulla piattaforma Netflix il 6 dicembre 2019. Successivamente, il già pluripremiato “1917” di Sam Mendes si aggiudica le categorie di “miglior fotografia”, “miglior sonoro” e  “migliori effetti speciali”, mentre la statuetta per i “migliori costumi” se l’aggiudica “Piccole Donne” di Greta Gerwig.

Ma come ben sappiamo, questa importante serata di premiazioni a livello cinematografico ha anche il pregio di regalare emozionanti momenti con varie performance musicali: si passa da un più celebre Elton John a un nastro nascente come Billie Eilish; il primo ci ha deliziato sul prestigioso palco con la canzone “I’m Gonna Love me Again” dal film di quest’anno “Rocketman” di Taron Egerton. Tra gli altri musicistiche si sono esibiti: Idina Menzel Aurora, Randy Newman, Chrissy Metz e Cynthia Erivo.

La premiazione continua e si passa al “miglior trucco” vinto da “Bombshell” di Jay Roach, “miglior film internazionale” (sostituto di “miglior film in lingua straniera”) aggiudicato dal film sud coreano “Parasite” alla sua seconda statuetta, alla “miglior colonna sonora” vinta da “Joker” di Todd Philips al suo primo premio della serata e alla “miglior canzone originale” dove trionfa Elton John per la sua sopra citata “I’m Gonna Love me Again”. Si va verso la fine e quindi verso le categorie più importanti: “miglior regia” vinta inaspettatamente da Bong Joon-Ho per “Parasite”, superando registi di tutto rispetto come Martin Scorsese, Quentin Tarantino e Sam Mendes, “miglior attrice protagonista” vinto dall’attrice Renée Zellweger per la sua interpretazione in “Judy” di Rupert Goold e il suo parallelo “miglior attore protagonista” dove non è stata affatto una sorpresa la vittoria di Joaquin Phoenix per aver interpretato Joker nell’omonimo film di Todd Philips. Infine, il premio più importante, ovvero quello per il “miglior film” è stato assegnato a “Parasite”, che torna a casa con ben 4 statuette e un successo quasi del tutto inaspettato.

Liolà al Quirino, l’intervista ad Anna Malvica che in scena è zia Croce

Anna Malvica è una delle protagoniste di “LIOLÀ” in scena fino a domenica 16 febbraio al Teatro Quirino con la regia di Francesco Bellomo.

di Andrea Cavazzini

Anna interpreta il ruolo di zia Croce, una donna inizialmente contagiata dalla gioiosa allegria di Liolá, ma che successivamente cambia registro nel momento in cui viene toccata nell’affetto a lei più caro: sua figlia Tuzza. Un affresco pirandelliano caratterizzato dall’uso del dialetto di Girgenti e dall’ambientazione marinara in un borgo di Porto Empedocle.
Una storia di inganni, interessi  e sfrenate ambizioni  legata alla “roba” di verghiana memoria, sottolineata dalla sferzante ironia di Pirandello che ha sempre caratterizzato tutte la drammaturgia dello scrittore agrigentino.

Liolà è una commedia d’ambiente siciliano che trae spunto dal quarto capitolo del “Fu Mattia Pascal” e dalla novella “La mosca”.  In questa edizione, abbiamo scelto di collocare il periodo storico a cavallo dei primi anni ’40, mentre il contesto scenografico ci riporta al borgo marinaro di Porto Empedocle, con le costruzioni di un bianco accecante che le incastona perfettamente nel paesaggio della scala dei Turchi, adiacente la casa natia di Pirandello. Questo espediente consente una ricollocazione oltre che di luogo, anche del modo di esprimersi, infatti gli anziani parleranno con cadenze dialettali più accentuate rispetto al linguaggio italianizzato dei giovani. La revisione riguarda anche le caratteristiche dei personaggi: Liolà un don Giovanni senza morale, che con il suo comportamento, scombussola l’apparentemente morigerata società in cui si muove. Zio Simone Palumbo diventa un commerciante di zolfo che governa le attività economiche del borgo, tentando di camuffare con le ricchezze, la sua impotenza. Accanto a lui, si muove uno spaccato di società dove attraverso intrighi, vendette incrociate, domina la brama di benessere materiale, che pervade gli altri personaggi. In particolare la Zia Croce e sua nipote Tuzza ma dalla quale non è immune la stessa Mita, che ha accettato spronata da sua Zia Gesa, di sposare il ricco Zio Simone per acquisire una solida posizione sociale. Se è vero che la gioia di vivere, la spensieratezza della commedia, prevalgono su qualsiasi tipo di complicazione intellettualistica, qui Liolà, il trasgressore delle regole, è l’unico personaggio positivo, mentre gli altri sono interessati, egoisti e gretti. Ma un senso di giustizia lo induce a infrangere le regole della moralità comune, spontaneamente senza rendersene conto. Questa commedia fa ridere ma non è gioconda, è allegra con cattiveria a spese di tutti.  Nel testo, si sente sempre la presenza di un ingegno creatore, che ha quasi la tristezza dell’opera che immagina e una superiore ironica pietà dei personaggi, che fa ridere. Come disse Antonio Gramsci “Liolà è il prodotto migliore dell’energia letteraria di Luigi Pirandello, è una commedia che si riattacca ai drammi satireschi della Grecia antica, Mattia Pascal, il melanconico essere moderno, vi diventa Liolà, l’uomo della vita pagana, pieno di robustezza morale”.

“SOUVENIR”, ovvero il dramma della crisi matrimoniale

Regia   di Giancarlo Fares, al Teatro Roma in via Umbertide 3, fino al 16 Febbraio. L’intervista di Andrea Cavazzini

Di Andrea Cavazzini

Cosa succede se l’oggetto del contendere tra una giovane coppia di coniugi , Viola e Gianpaolo già sull’orlo di una crisi matrimoniale senza ritorno è un tavolo che in qualche modo li ha visti protagonisti dei “loro momenti migliori”, e se in questa querelle si inserisce il risoluto notaio Poldo a dirimere la questione sul tanto conteso “SOUVENIR”?

Con Gianni Ferreri (come non ricordare la bonaria figura del poliziotto Ingargiola nella serie “DISTRETTO DI POLIZIA”), Alida Sacoor e Andrea Bizzarri . La regia  è di Giancarlo Fares (Gaetanaccio con Carlotta Proietti e Giorgio Tirabassi la scorsa stagione all’Eliseo e “NON SI UCCIDONO COSI’ I CAVALLI” con Giuseppe Zeno) – Al Teatro Roma in via Umbertide 3, fino al 16 Febbraio.

“Carmen”, l’opera senza tempo di Bizet inaugura la stagione lirica al Bellini di Catania

La “Carmen”, opera di Georges Bizet inaugura la stagione lirica al teatro Massimo Bellini di Catania. In scena dal 25 febbario al 3 marzo, sotto la direzione artistica di Fabrizio Carminati, la regia di Luca Verdone, i costumi di Alberto Spiazzi, il maestro del coro Luigi Petrozziello e voci del panorama internazionale.

Passione, gelosia e desiderio per un’opera in cui la libertà di amare e di vivere, scorrono inarrestabili come un fiume in piena nell’animo di coloro che li provano, è la “Carmen” di Georges Bizet. Con questa opera immortale in quattro atti, tratta dalla novella omonima di Prosper Mérimée del 1845, sarà inaugurata la stagione lirica del Teatro Massimo Bellini dal 25 febbraio al 3 marzo, sotto la direzione di Fabrizio Carminati (da gennaio direttore artistico del Teatro), la regia di Luca Verdone, con il maestro del coro Luigi Petrozziello e i costumi di Alberto Spiazzi. A far vibrare le assi del palcoscenico, la voce dei protagonisti di fama internazionale: la mezzosoprano Anastasia Boldyreva (Carmen), il tenore Gaston Rivero (Don José) , il baritono Simone Alberghini (Escamillo), Daniela Schillaci (Micaela). Siviglia 1820, la gitana Carmen, sospettata di contrabbando viene accusata di aver accoltellato qualcuno nella fabbrica di sigari dove lavora. Al sergente Don José, innamorato della sua sorellastra Micaela, viene dato l’incarico di verificare l’accaduto. Carmen viene condotta in cella e disperata prega Don José di liberarla dicendogli che lui è innamorato di lei. Il sergente favorisce, così la sua fuga. Tornata in libertà , la voce e la sensualità di Carmen fanno breccia nel cuore del torero Escamillo, ma lei è innamorata di Don José, il quale decide di disertare l’esercito e fuggire con lei e i contrabbandieri sulle montagne. Il loro rapporto, ben presto, si logora a causa dei litigi e le carte predicono la morte di Carmen e quella di José. L’arrivo di Escamillo ingelosisce Don José, che minaccia di sfidarlo in duello, ma viene fermato da Micaela che annuncia l’imminente morte della madre di  José, il quale prima di andare via giura vendetta nei confronti di Carmen ormai conquistata da Escamillo.

È il giorno della corrida a Plaza de toros , il pubblico acclama Escamillo nell’Arena, nel frattempo, Carmen incontra José che prova a convincerla a stare di nuovo con lui, ma il rifiuto le sarà fatale. Il sangue scorre, Carmen vine uccisa dall’uomo che diceva di amarla.

“Belle ripiene”, la prima commedia in una vera cucina da marzo in Sicilia.

“Belle ripiene”, la commedia tutta al femminile per la regia di Massimo Romeo Piparo raggiunge la Sicilia con tre appuntamenti a marzo: il 24 a Ragusa; il 26 a Barcellona Pozzo di Gotto e il 27-28 a Palermo. La storia di quattro donne, che in cucina condividono esperienze, tradizioni differenti e momenti di ilarità. Con degustazione finale per gli spettatori.

Confessioni, aspetti di vita e amori, sono gli ingredienti immancabili nella cucina della commedia “Belle ripiene” diretta dal messinese Massimo Romeo Piparo con tre appuntamenti a marzo in Sicilia: il 24 a Ragusa, il 26 a Barcellona Pozzo di Gotto e il 27-28 a Palermo. Tratta dalla pièce di Giulia Ricciardi, viene messa in scena un’allegra opera dal gusto pink, che mette al centro le vicende di quattro donne: Rossella Brescia (Ida), Tosca D’Aquino (Ada), Roberta Lanfranchi (Leda) e Samuela Sardo (Dada), intente a destreggiarsi in cucina, luogo di incontro, di scambio e condivisione di tradizioni e dialetti differenti. A far da sfondo alla vicenda, l’innovativa scenografia curata da Teresa Caruso corredata da una reale cucina girevole professionale, in cui le protagoniste si divertiranno a cucinare piatti che, poi, saranno serviti al pubblico in sala con la consulenza dello chef enogastronomico Fabio Toso. Tra risate e leggerezza, le pietanze cucinate rispecchiano la terra di origine di ciascuna protagonista: Roma, Napoli, Salento e l’Alta Padana e per l’occasione è stato creato lo “scrigno Belle Ripiene”, un raviolone ripieno di cime di rapa, guarnito con guanciale croccante, pomodoro piennolo confit e fonduta di stracchino. Non mancheranno altre gustose pietanze come: il risotto allo zafferano e gamberi boreali; le mezzelune pere, taleggio con crema di zucca e castagne e le perle di salmone croccante, yogurt ed erba cipollina. Tanta preparazione per le quattro attrici che, per calarsi nei panni del loro personaggio, hanno seguito un corso intensivo di cucina professionale al Centro di Formazione Engim S.Paolo, seguite dallo chef Fabio Toso, e sostenuto l’esame per il certificato H.A.C.C.P per la somministrazione di cibo al pubblico.

Nata per far divertire uomini e donne, “Belle Ripiene” gira intorno ad una passione comune, unico strumento che avvicina e demolisce le differenze e barriere tra gli individui e che lascerà gli spettatori sazi di risate.

Un Premio dedicato ai migliori Video clip musicali sulla diversità nel Festival “TULIPANI DI SETA NERA”

Focus sulla Diversità nell’ambito del FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM CORTO “TULIPANI DI SETA NERA” per la direzione artistica di Grazia Di Michele

I migliori video clip musicali a tema sociale saranno oggetto di un’originale competizione all’interno del Festival Internazionale del Film Corto “Tulipani di Seta Nera” che si terrà dall’8 al 10 maggio 2020 a Roma.

Si tratta di un progetto innovativo che allarga le sezioni in concorso nella rassegna ideata da Diego Righini e Paola Tassone che quest’anno giungerà alla sua XIII edizione e che vedrà, in tale contesto, la direzione artistica di Grazia Di Michele.

L’evento ha il duplice fine di promuovere le opere di registi, emergenti e non, e di professionisti del mondo della musica che decidono di trattare argomenti incentrati sul tema della “diversità”, condividendoli con il pubblico e rendendosi così ambasciatori di un’arte al servizio dell’impegno sociale.

Il compito di selezionare i vincitori del premio #SocialVideoClip sarà affidato a una commissione di esperti nel campo della musica, dello spettacolo e del cinema, presieduta da Red Ronnie (conduttore e critico musicale) e composta, oltre a Grazia Di Michele, da  Gian Maurizio Foderaro (Rai Radio 1),  Maurizio Coruzzi, in arte Platinette (conduttore) e Michelle Marie Castiello (Radio Incontro Donna).

Le categorie che verranno premiate al cinema Barberini includono: Miglior testo, Miglior regia, Miglior soggetto, Miglior musica, Miglior Sceneggiatura e Miglior over #Socialclip (rivolto a cantanti con età superiore a 35 anni). Il Miglior #Socialclip verrà assegnato sul palco del Teatro Brancaccio durante la serata di gala del 10 maggio.

L’occasione, già di per sé un importante banco di prova, offre inoltre visibilità e possibilità a tutti i partecipanti di prendere parte a una serata che, sperimentata per la prima volta durante la scorsa edizione, ha registrato un’enorme affluenza di pubblico.

Per essere ammesse al concorso, le opere dovranno pervenire entro il 15 marzo 2020.

Regolamento in dettaglio consultabile nella home page del sito

www.tulipanidisetanera.it

La iettatura al teatro Massimo di Palermo con “Non è vero, ma ci credo”.

Essere perseguitati dalla sfortuna e da un influsso malefico: la iettatura. Questo è l’apparente destino del protagonista della commedia “Non è vero, ma ci credo” al Teatro Massimo di Palermo dal 24 gennaio al 2 febbraio per la regia di Leo Muscato, con protagonista Enzo De Caro. Risate e riflessione per un’opera in chiave contemporanea.


Un influsso malefico, esercitato da alcune persone su altre, spesso, con la sola presenza: la iettatura. Semplice credenza popolare o fondo di verità? Attorno ad essa gira la commedia in tre atti scritta nel 1942 da Peppino De Filippo “Non è vero ma ci credo”, dal 24 gennaio al 2 febbraio al Teatro Massimo di Palermo. Messo in scena dal regista Leo Muscato, che ha ereditato la direzione artistica della compagnia di Luigi De Filippo, l’opera é arricchita dalle scenografe di Luigi Ferrigno, i costumi da Chicca Ruocco e le luci da Pietro Sperduti. A dar vita alla personalità dei personaggi, la scelta di un cast d’eccezione, capitanato dall’attore napoletano Enzo De Caro con al suo fianco: Giuseppe Brunetti; Francesca Ciardiello; Luciana De Falco; Carlo Di Maio; Giorgio Pinto; Ciro Ruoppo; Massimo Pagano; Fabiana Russo e Gina Perna. L’opera, adattata alla contemporaneità è ambientata nella Napoli degli anni ’80 in cui Mario Merola, Pino Daniele e Maradona sono figure idolatrate e, proprio in questo scenario si sviluppa la vicenda dell’avaro e scaramantico imprenditore Gervasio Savastano, tormentato dal pensiero di essere perseguitato dalla sfortuna e dalle iettatura, poiché gli affari non vanno bene.

La causa di tutto ciò, viene ricollegata alla figura del collega Belisario Malvurio che, accusato di portare iella, viene licenziato. Le cose non vanno bene neanche in casa con gli affetti: la figlia Rosina è innamorata di un giovane che Gervasio non approva. Un barlume di speranza irrompe nella sua vita, quando in ufficio si presenta Alberto Sammaria, un nuovo intraprendente e intelligente ragazzo con una caratteristica: la gobba. Con una successione di vicende divertenti e paradossali, si arriverà al colpo di scena finale.

Una commedia tutta da ridere, dalla quale ricavare uno spunto di riflessione per comprendere come, in fondo, siamo tutti un po’ condizionati dal fattore fortuna/sfortuna, usato per giustificare situazioni di cui, in realtà, siamo artefici.

Cinema, “Hammamet” fa il pieno al botteghino

Un mix di emozioni interiori ed esteriori mostrate al pubblico attraverso la magistrale interpretazione di Pierfrancesco Favino che nel film è Bettino Craxi

di Ilaria Carlino

E’ “Hammamet” il nuovo film di Gianni Amelio che ripercorre la parte finale dell’esilio in Tunisia di Bettino Craxi, uno degli uomini politici più rilevanti della Repubblica italiana, che svolse l’incarico di Segretario del Partito Socialista Italiano (dal 1976 al 1993) e di Presidente del Consiglio dei Ministri (dal 1983 al 1987).  Suo alter ego e quindi interprete principale del film l’attore Pierfrancesco Favino.

Il film racconta quelli che sono stati gli ultimi mesi del suo esilio dall’Italia, nonché di vita, data la sua imminente morte nel gennaio del 2000 per malattia: Craxi soffriva infatti di una grave forma di diabete (diabete mellito) che gli aveva progressivamente attaccato i reni e indebolito il cuore, fino ad arrivare a complicazioni inarrestabili; si accenna anche all’interno dell’opera come sarebbero potute essere  state diverse e migliori le  cure in Italia rispetto a quelle del paese tunisino, ma come ben si sa non sono mai state possibili per il politico non ha mai più messo piede nello Stato italiano. Il titolo della pellicola, Hammamet, è il nome della città dove si era rifugiato insieme alla moglie e la figlia, mentre il secondogenito era rimasto in Italia per gestirne l’eredità politica.

In Italia l’ex Presidente del Consiglio era stato oggetto di varie accuse, tra cui finanziamenti illeciti e corruzione, da parte di Mani Pulite, la famosa Tangentopoli che fece da spartiacque tra la prima e la seconda Repubblica nel 1992, con una serie di inchieste giudiziarie condotte nella prima metà degli anni 90’. Nonostante respinse fino alla fine le accuse di corruzione e giustificò le tangenti accettate dal PSI, Craxi fu condannato in via definitiva a cinque anni e sei mesi per Eni-Sai e a quattro anni e sei mesi per la metropolitana milanese, con cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e quasi dieci miliardi di risarcimento alla MM (Società metropolitana Milanese) pronunciata contro di lui nel luglio 1998 dalla quarta sezione penale della Corte d’Appello di Milano, con reato di corruzione e illecito finanziamento dei partiti.

Ma nel film tutto questo è il passato. Situazioni antecedenti a quello che vediamo nella pellicola. Il regista Gianni Amelio riprende una particolare e definitiva fase di vita fra altalenanti pensieri con una più alta frequenza malinconica e una doppia sofferenza, divisa fra la nostalgia di un paese natio di cui si ha timore, e il dolore fisico dovuto ad una malattia che non lascia scampo. Un mix di emozioni interiori ed esteriori mostrate al pubblico attraverso la magistrale interpretazione di Pierfrancesco Favino, che oltre a dover impersonare il politico nel carattere e nel linguaggio, si è dovuto anche sottoporre ad un’impressionante make up cinematografico di oltre 5 ore al giorno per tutta la durata delle riprese, ricordando molto quello del Winston Churchill interpretato da Gary Oldman ne “L’ora più buia”, che valse all’attore l’Oscar come miglior attore protagonista.

Ciononostante non sono mancate le cosiddette “differenze” tra finzione e realtà, una tra queste i nomi dei familiari: il nome della figlia Stefania è infatti stato cambiato in “Anita” come la moglie di Garibaldi, personaggio storico per cui Craxi provava una profonda ammirazione. Un’altra ancora è stata una cosiddetta “nota aggiuntiva” costituita dalla presenza di un personaggio antagonistico del tutto estraneo: Fausto, presentato come il figlio di “Vincenzo Sartori”, suo compagno socialista che appare nella clip iniziale del film e successivamente morto in circostanze misteriose. Il ragazzo, afflitto da rilevanti problemi psichici, sarà oggetto e conseguenza di oscillanti emozioni contrastanti per tutta la pellicola.

Il regista, per girare il film sembra quasi essersi ispirato a Fellini per via della scia stilistica che caratterizza il finale drammatico con sottofondo di atmosfere oniriche e grottesche, ma ha comunque affermato che questo non è un film “biografico”, bensì di riflessione. Non a caso si è partiti proprio dalla “fine”, il momento più alto per quanto riguarda i pensieri e le emozioni.

Il film è prodotto da Pepito Produzioni, Rai Cinema e Minerva Pictures

Fermenti lattici in arrivo al Teatro Tor Bella Monaca.

Commedia brillante al femminile scritta da Ester Palma, Giovanna Biraghi e Monica Pariante. 22-25 gennaio, ore 21.00

Un cast tutto al femminile per “Fermenti lattici”, commedia brillante con risvolti noir, scritta da Ester Palma, Giovanna Biraghi, Monica Pariante. Cinque donne cercano di portare in scena, fra mille imprevisti, un’opera dal testo criptico e incomprensibile, e nel corso delle prove finiscono per riflettere su rapporti di coppia, omosessualità e accettazione di sé, violenza di genere, amicizia e solidarietà femminile per trovare, o ritrovare, ciascuna, una parte di sé e risposte attese da tempo. Prodotto da CAD Compagnia Attori Doppiatori, lo spettacolo sarà in scena al Teatro Tor Bella Monaca dal 22 al 25 gennaio, ore 21.00.

La vicenda prende l’avvio dalle prove per la messa in scena de “La nona nota”, opera dell’autrice svedese Pernilla Hulmqvist, che dovrebbe inaugurare il festival teatrale di Selva Romana, paesino nei dintorni della Capitale, immaginario quanto sono invece realistici gli ambienti e gli interessi che ruotano intorno alla manifestazione: fra l’uso disinvolto dei fondi europei per la cultura e il testo da mettere in scena piegato senza scrupoli a fini politici. La regista Leda De Marco, artista estrosa e di impegno, omosessuale dichiarata, nota per il suo carattere poco diplomatico, dopo essersi prestata per motivi economici alla tv per cui ha girato un paio di fiction che considera una macchia nel suo passato artistico, vede nella proposta l’opportunità di tornare all’amato teatro decidendo programmazioni scevre da ogni compromesso.  Morta suicida, la Hulmqvuist (prozia della moglie dell’assessore che è l’unica erede dei diritti) ha ricevuto un prestigioso quanto elitario premio postumo proprio per la peraltro incompiuta “La nona nota” che racconta la storia di due donne dell’alta borghesia tedesca dell’800 che si rincontrano dopo essersi follemente amate e perse a causa delle pressioni sociali dell’epoca.

Nella sala grande del teatro, destinata alle prove de “La nona nota”, la sera prima è stato trovato il cadavere di Armando Capone, regista teatrale di successo quanto rozzo e insensibile. L’uomo è precipitato da un’alta scala e le indagini sulla sua morte sono in corso.  Ma la De Marco, spiccia e pragmatica, non se ne lascia impressionare. Piuttosto è inamovibile sulla scelta delle protagoniste, che dovranno essere due attrici di indiscusso talento. La prima, Caterina Martinelli Stevens, è un volto televisivo molto noto, essendo stata la protagonista di moltissime fiction Rai e Mediaset. Leda e Caterina hanno avuto una grande e burrascosa storia d’amore, segnata da ripicche, malintesi e sofferenza, soprattutto per la volontà di Caterina di non dichiarare pubblicamente di essere omosessuale. L’altra prescelta è Regina Guerrieri, che dopo avere ottenuto in anticipo il suo sontuoso compenso, viene fermata all’aeroporto di Managua con un grande quantitativo di cocaina e reclusa in un carcere locale.

Mentre la De Marco, affranta per la notizia, si danna per capire come pagare una sostituta, appare come una visione Sara Valente, attrice di grandi capacità e scarse fortune che viene subito ingaggiata. Ma Sara ha un segreto: era da 10 anni l’amante di Capone e sulla sua morte sa molto più di quanto abbia dichiarato. Data la scarsità di fondi, Leda coinvolge anche la nipote Elettra Leonardi, che fa la stunt-women e che la zia e il resto della famiglia cercano di allontanare da un mestiere tanto pericoloso, quanto sottopagato. Da improbabile aiuto regista sarà ingaggiata gratis per dire un’unica battuta, quella finale, ma non avendo la ragazza interesse per il progetto, né alcuna attitudine attorale, l’impresa si presenterà molto più difficile del previsto.  

Incaricata di tradurre e adattare “La nona nota” è Filomena Caracciolo (detta Fillys), intellettuale napoletana di raffinate origini nobiliari, che sta perdendo tutto il suo aplomb da quando (di recente) il marito Gualtiero Pignatelli de Toledo le ha chiesto il divorzio. In realtà tutta Napoli era a conoscenza da tempo della relazione di Pignatelli De Toledo con il suo istruttore di vela Ciro Palumbo. Trauma che ha influenzato drammaticamente il lavoro della Caracciolo e di conseguenza anche il contenuto dell’adattamento de “La nona nota”, che si rivela totalmente fuori sintonia con l’opera, avendo Fillys “rivissuto” la sua storia attraverso quella della Hulmqvuist.

La storia riguarda anche e soprattutto la difficoltà di comunicare all’interno della coppia, se non proprio l’impossibilità di vivere i rapporti senza fraintendimenti e incomprensioni.

In una girandola senza sosta di gag, citazioni cinematografiche, battute e spunti comici esilaranti, che mantengono sempre alto il ritmo e la tensione narrativa, il pubblico viene trascinato al finale a sorpresa, tutto da gustare.

da mercoledì 22 a sabato 25 gennaio ore 21

Fermenti lattici

Autrici: Giovanna Biraghi, Ester Palma, Monica Pariante

Cast: Monica Pariante (Leda De Marco), Marina Thovez (Caterina Martinelli Stevens), Laura Magni (Sara Valente), Stefania Colangelo (Filomena Caracciolo, detta Fillys), Maria Sofia Palmieri (Elettra Leonardi).

Regia: Monica Pariante

Produzione: CAD – COMPAGNIA ATTORI DOPPIATORI

Palermo: la fine di Muammar Gheddafi alla prima nazionale di “L’ultima notte del Rais”.

La figura controversa del leader libico Gheddafi ricostruita, dagli ultimi attimi di vita, per comprendere la personalità  e anche la situazione attuale della Libia, debutta in scena con lo spettacolo “L’ultima notte del Rais” di Yasmina Kandra al Teatro Biondo di Palermo venerdì per la regia di Daniele Salvo.

Gli ultimi istanti del dittatore della Libia, Muammar Gheddafi chiamato “il colonnello”,  legato profondamente alla sua terra, la Libia con il suo deserto dove ha vissuto gran parte dell’infanzia, raccontati nello spettacolo “L’ultima notte del Rais” di Yasmina Khadra, al Teatro Biondo di Palermo venerdì alle 21.00. Una prima nazionale, quella dello spettacolo diretto dal regista Daniele Salvo, tratto dall’omonimo romanzo di Yasmina Khadra, pseudonimo di Mohammed Moulessehoul, ex ufficiale dell’esercito algerino. A far parte del cast: Stefano Santospago (Muammar Gheddafi); Carlo Valli; Gianluigi Fogacci; Riccardo Zini; Roberto Burgio; Alessandro Romano e Marcello Montalto, con la scenografia curata da Michele Ciacciofera, costumi di Daniele Gelsi e musiche di Marco Podda. Un racconto, che mette in evidenza, anche attraverso scatti fotografici, le ultime ore drammatiche del leader libico dalla personalità complessa e imprevedibile.

Il lavoro di Daniele Salvo, viene presentato come una tragedia attuale, che aiuta anche a capire le ragioni del caos che imperversa in Libia. Particolare attenziine, viene data agli aspetti caratteriali di Gheddafi in parte sconosciuti: “I traumi infantili- dichiara Daniele Salvo a Palermo Today- la sensibilità; l’umanità; la fragilità; le paure e le ansie, per poi sorprenderci d’improvviso con le sue perversioni e ossessioni la sua sete di potere, il suo irrimediabile desiderio di autocelebrazione. Proprio nella fede incrollabile in se stesso e nella convinzione di essere l’eletto, il primo, protetto da Dio, Gheddafi, sino agli ultimi istanti, si sentì intoccabile e attese un miracolo. Credeva di essere lui il rivoluzionario, pensava che nessuno lo avrebbe mai tradito, nemmeno il suo popolo”. Cosi non è stato, come ci ricorda bene la storia: nella rivolta del 2011, il Rais ormai allo stremo rifugiatosi, con un gruppo di fedeli, in una scuola abbandonata a Sirte, tenta la fuga nel deserto, ma viene scoperto e costretto a meditare una vana fuga sotterranea.

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