Il lavoro ai tempi del contagio

Call per la raccolta di documenti audiovisivi sul lavoro ai tempi dell’emergenza coronavirus in Italia

L’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico chiama tutti i lavoratori attualmente impiegati o strategici o improvvisamente trovatisi senza attività e reddito ad interagire attraverso racconti e testimonianze video della propria condizione e degli attuali servizi forniti.

La raccolta dei documenti audiovisivi inviati servirà ad ampliare uno dei più rilevanti patrimoni filmici italiani in materia di storia e società: l’AAMOD costituirà per questo un fondo speciale dedicato a materiali video autoprodotti.

In queste settimane di profondi sconvolgimenti dovuti alla diffusione del Coronavirus, un pesante tributo è a carico del modo del lavoro.  Chi ha perso il lavoro, chi è stato messo in ferie forzate, chi prosegue l’attività temendo per le proprie condizioni di sicurezza, chi ha scioperato, chi è in prima linea per difendere la vita negli ospedali, chi per la prima volta sta lavorando da casa e chi si è trovato all’improvviso senza una fonte di reddito. Dipendenti, precari, partite IVA, piccoli imprenditori, in moltissimi stanno vivendo un profondo sconvolgimento delle proprie condizioni di lavoro e di vita.

Per documentare, raccontare, interpretare le nuove condizioni di lavoro in questo delicato momento storico, l’AAMOD lancia una campagna per la raccolta di documentazione partecipata e costituisce un fondo dedicato a materiali video autoprodotti. Un modo per raccontare l’emergenza COVID-19 dal punto di vista dei lavoratori e per riflettere su come questa condizione possa incidere sulle trasformazioni sociali e politiche già in atto.

L’oggetto dei materiali video può riguardare qualunque argomento connesso con la tematica del “LAVORO AI TEMPI DELL’EMERGENZA CORONAVIRUS IN ITALIA”: la denuncia di condizioni di lavoro non adeguate ai parametri di sicurezza, le condizioni di difficoltà sociale e familiare che lavoratrici e lavoratori si trovano a vivere, lo sforzo e il senso di responsabilità di coloro che lavorano per garantire beni di prima necessità, l’impegno e la generosità del personale ospedaliero e di chi deve garantire i servizi pubblici essenziali.

Basterà inviare i propri video girati con i mezzi che si hanno a disposizione (telefonini, fotocamere, videocamere…) per contribuire ad implementare questo fondo, destinato non solo a conservare la memoria di quanto sta accadendo nel mondo del lavoro, ma anche ad essere immediatamente riutilizzato in nuove opere, documentari, reportage, studi. 

I materiali, inviati attraverso le comuni piattaforme web o di condivisione file, dovranno essere accompagnati dall’autorizzazione al loro utilizzo sul modello predisposto e scaricabile dal sito AAMOD. Alcuni di questi verranno utilizzati e rielaborati per raccontare sin da subito cosa vivono, raccontano, denunciano le lavoratrici e i lavoratori ai tempi del contagio.

Per informazioni e modalità di partecipazione:

https://www.aamod.it/2020/03/27/il-lavoro-al-tempo-del-contagio/

COSA RIPRENDERE TUTORIAL

Scene di lavoro quotidiano ai tempi dell’emergenza sanitaria:

–     l’arrivo sul posto di lavoro, l’ingresso e le misure di sicurezza adottate, le condizioni lavorative con particolare riguardo a ciò che è cambiato in questo periodo;

–     la situazione nei luoghi aperti al pubblico, le misure di prevenzione adottate;

–     le condizioni e modalità di svolgimento del lavoro nel settore della logistica e dei trasporti.

Una giornata tipo, raccontata attraverso i momenti più significativi.

Una testimonianza, personale o di un collega. In questo caso può essere interessante sapere come sono cambiate le condizioni di lavoro, se e come vengono adottate misure di sicurezza, come è stata recepita l’emergenza da parte del datore di lavoro e dei lavoratori. Riflessioni più ampie anche sul rapporto con la famiglia: prospettive, timori, desideri…

COME RIPRENDERE

 

–     Riprendere sempre in orizzontale, non usare il telefono in verticale.

–     Assicurarsi un audio “pulito”, posizionandosi con il supporto di ripresa vicino alla fonte sonora.

–     Fare riprese stabili e lunghe (senza fretta e cambi continui di inquadratura).

–     Se si scelgono movimenti di camera, riflettere prima sull’inquadratura di inizio e quella finale dedicando a entrambe, prima e dopo il movimento, un tempo adeguato.

–     In genere, anche i telefonini permettono di bloccare la messa a fuoco e l’esposizione… utilizzare questi strumenti quando necessario.

–     Sarebbe meglio non inviare contenuti troppo lunghi, intorno ai 10/15 minuti al massimo. Se si ritiene di aver materiale di dimensioni maggiori e di particolare interesse, è possivile contattare direttamente lo staff per valutare insieme come procedere.

COME INVIARE

Mettersi in contatto con gli operatori AAMOD, sia per avere informazioni di carattere generale e chiedere consigli, sia per conoscere le modalità di invio del materiale ed avere i modelli di liberatoria da inviare al momento dell’invio.

Quale teatro dopo la tempesta covid-19?

Il decreto del governo deve essere accompagnato da un sostegno urgente per aiutare l’industria del teatro a superare un periodo difficile senza precedenti, con un’immissione significativa di fondi necessari per consentire sia ai teatri che agli artisti di sostenere il notevole impatto economico dell’epidemia di Covid-19

Di Andrea Cavazzini

Il teatro è un’arte fatta per il pubblico., ma questa pandemia ci sta costringendo ormai da settimane a restare in casa. Nel frattempo i teatri italiani a partire dal primo decreto del governo del 4 marzo, sono stati costretti ad abbassare il sipario, ufficialmente almeno fino al 3 aprile (ma sicuramente la chiusura sarà sicuramente prorogata) e non c’è dubbio che ormai la stagione può considerarsi conclusa a detta di quasi tutti gli addetti lavori: esercenti, produttori e artisti.

Un’intera stagione è stata vanificata.  Sarà difficile se non impossibile per i teatri posticipare le date della programmazione corrente, tutti ormai sono concentrati sulla stagione che verrà.  Se riusciremo a vedere del teatro sarà forse grazie a qualche festival festivo. Psicosi post coronavirus permettendo.

Ciò non solo annulla le entrate, ma impedirà anche ai lavoratori del settore di raggiungere la soglia degli spettacoli o dei giorni lavorativi necessari per richiedere l’indennità minima di welfare. Uno studio del 2017 ha rilevato che oltre l’80% degli italiani che lavorano nel settore non hanno accesso a misure di sostegno, il che è terrificante per un settore caratterizzato da un’occupazione caratterizzata dall’incertezza. Massimo Dapporto, presidente dell’Associazione Italiana Teatro (ApTI) spera che questa crisi permetta una svolta nella creazione di un sistema di tutela per attori e operatori teatrali.

Il gruppo ha invitato il ministro italiano della Cultura, Dario Franceschini, a dichiarare le misure di emergenza. Alcuni hanno chiesto un “reddito da quarantena”, prendendo di mira lo schema del Movimento Cinque Stelle, il “reddito di cittadinanza”. Il danno economico sarà più significativo per i teatri e per le produzioni indipendenti non finanziati dal cosiddetto Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS). Come molti paesi in Europa, il teatro e l’arte possono essere sovvenzionati dallo Stato. Tuttavia, in Italia, oltre il 50% del fondo FUS è destinato esclusivamente all’opera.

Su Facebook, le persone hanno utilizzato l’hashtag #lospettacolononsiferma, il che significa che lo spettacolo deve continuare. Gli utenti dei social media hanno condiviso frammenti di 60 secondi di una canzone, una storia, una danza o un monologo -un grido che mostra la voglia di esserci e lanciare un segnale alle istituzioni. Molti attori soprattutto le piccole compagnie per non parlare della miriade di teatri off che si sostengono attraverso l’autofinanziamento, gli incassi e quei pochi abbonamenti che riescono a far sottoscrivere, hanno tutti la netta percezione che i loro mezzi di sostentamento sono stati inevitabilmente compromessi.  Non solo la cancellazione degli spettacoli, ma per molti anche la chiusura delle attività educative all’interno delle scuole attraverso l’insegnamento e seminari per giovani e adulti che hanno tenuto prima del blocco E se non si hanno soldi da parte, si è nei guai.

 Paradossalmente i seminari spesso sono considerati “consulenza”, anche se “in realtà si fanno lezioni e se l’ispettore del lavoro dovesse arrivare, bisogna dichiarare che si tratta di una consulenza. E spesso queste entrate garantiscono a mala pena la sopravvivenza “. C’è una miriade di attori soprattutto quelli meno noti, che si barcamenano tra una scrittura e l ‘altra.  E così, se le misure restrittive ti colpiscono quando, alla fine di febbraio, il tuo conto bancario era a zero, allora sei nei guai! Il lavoro dell’attore è crudelmente “darwiniano”. Non tutti quelli che si sono diplomati in scuole più o meno prestigiose continuano a lavorare a distanza di anni, spesso in condizioni normali si è costretti a cambiare mestiere, figuriamoci nell’emergenza…

 Il virus, ha trasformato molti attori in esattori delle tasse: rinchiusi nelle case, riscuotono debiti con coloro che pagano in ritardo o hanno difficoltà a pagarti, strappando  a mala pena un rimborso delle spese con i denti”. Oltre a ciò, c’è il problema dell’accesso al welfare. Per accedere alle prestazioni sanitarie o di disoccupazione, è necessario dimostrare un numero minimo di giorni di pagamento all’INPS .

E’ indubbio che la sicurezza pubblica rimane la massima priorità per tutti. Tuttavia, le misure adottate dal governo hanno il potenziale per minare la già annosa criticità dei teatri ma anche dei musei, cinema, luoghi e gli altri spazi culturali del nostro paese che dipendono dal pubblico, dai visitatori e dalla partecipazione, nonché dalla vasta gamma di addetti ai lavori che lavorano nel settore dell’intrattenimento in generale.

Il decreto del governo deve essere accompagnato da un sostegno urgente per aiutare l’industria del teatro a superare un periodo difficile senza precedenti, con un’immissione significativa di fondi necessari per consentire sia ai teatri che agli artisti di sostenere il notevole impatto economico dell’epidemia di Covid-19. Abbiamo visto titoli dei giornali su fondi ingenti destinata alle aziende primarie, all’industria, al commercio, al turismo, ma la comunità artistica (così spesso trascurata) non ha le stesse risorse su cui contare in questo momento di bisogno.

#LaCulturaNonSiFerma. Premio Ipazia alla nuova drammaturgia

Lancio online del bando 2020 Venerdì 27 marzo ore 17:00. Fattore D/ Il valore delle donne

Dopo il lancio del nuovo Premio Ipazia Performing Arts / Il Corpo e L’inviolabilità,  dedicato alle performance di arte visuale (bando allegato), il Festival dell’Eccellenza al Femminile diretto da Consuelo Barilari presenta con un video online il bando dell’VIII edizione del PREMIO IPAZIA ALLA NUOVA DRAMMATURGIA. Venerdì 27 marzo alle ore 17.00 sarà possibile conoscere tutti i dettagli sui canali web del Festival:

Video party pagina www.facebook.com/eccellenzalfemminile/

Canale You Tub https://www.youtube.com/user/eccellenzalfemminile                        

Sito www.eccellenzalfemminile.it

FATTORE D/ Il Valore delle Donne – titolo della XVI edizione del Festival dell’Eccellenza al Femminile che si terrà nell’ottobre 2020 – è il tema scelto per questo secondo Bando, con scadenza 14/09/20.

Il gender gap è un problema non solo morale e culturale, ma anche storico, politico, economico: il divario tra uomo e donna nei redditi, nell’accesso all’istruzione, ai servizi sociosanitari e alla vita politica è un problema che non è mai ritenuto di fondamentale importanza e viene affrontato solo in materia di Diritti e Pari Opportunità. “Crediamo invece che questo sia un grave errore e comporti una limitazione per le speranze di ripresa e crescita globale.” – dichiara Barilari – “Lo confermano numerosi studi scientifici e le esperienze degli Stati più virtuosi. In che modo la presenza e le competenze femminili incidono sul miglioramento delle performance culturali, sociali, politiche, economiche ed aziendali e quindi contribuiscono allo sviluppo di un paese e più in generale del mondo?”

FATTORE D è un modo nuovo di considerare il lavoro e la partecipazione delle donne alla vita culturale, politica ed economica; una visione secondo la quale la partecipazione attiva delle donne in tutti i settori e livelli economici non deve essere favorita solo per “rispetto” della parità di genere ma per ragioni di “convenienza culturale, sociale, politica ed economica”.

La proposta dell’argomento FATTORE D per il nuovo Bando è finalizzata a cercare, indagare e valorizzare anche attraverso il Teatro e la scrittura creativa, le figure di donne che hanno partecipato e contribuito, declinando il loro intrinseco e specifico Valore D, allo sviluppo e alla crescita della Cultura, della Politica, della Scienza e dell’Economia nel mondo. Il fine ultimo è quello di contribuire a diffondere tra i giovani, le donne, il pubblico teatrale, nelle scuole, e a livello culturale in tutto il Paese, una coscienza diffusa e condivisa del Valore delle Donne nella prospettiva di crescita futura.

Testimoniare la storia: un diario globale.

Chiamata ai filmmaker di tutto il mondo per raccontare l’emergenza Covid-19

Documentare gli eventi di questi giorni e i cambiamenti nel mondo per la comprensione di questo momento storico. Raccogliere tutte le esperienze in un archivio di documenti visivi. DOC-COM partecipa, con la Cineteca di Bologna, al progetto dell’International Filmmaking Academy. I filmmaker sono invitati a girare un cortometraggio documentario che prenderà parte al progetto globale in forma di documentario collettivo, che sarà proiettato durante il festival Il Cinema Ritrovato. Tre dei partecipanti saranno selezionati per partecipare al workshop con il regista John Landis.

Il cinema come antidoto all’isolamento. DOC-COM, insieme alla Cineteca di Bologna, partecipa al progetto ideato dall’International Filmmaking Academy e lancia Testimoniare la storia: un diario globale. Un appello ai filmmaker di tutto il mondo, invitati a dare vita a un’impresa al tempo stesso individuale e collettiva: girare un video diario personale di 5-10 minuti per testimoniare questo momento storico.

I registi realizzeranno un video che abbraccerà la loro visione cinematografica, la cornice culturale, le emozioni suscitate da quanto accade dentro e fuori casa. In queste settimane lo spazio intorno a noi si restringe, mentre il tempo si dilata all’estremo: una condizione che apre nuovi spiragli di creatività e reazione.

Queste storie faranno parte di un macro documentario che sarà proiettato durante l’International Filmmaking Academy – un’esperienza di intensive learning per studenti di cinema da tutto il mondo, che si svolge durante il festival Il Cinema Ritrovato organizzato dalla Cineteca di Bologna. Piazza Maggiore, che ogni estate diventa il palcoscenico per proiezioni e anteprime, ospiterà questa grande narrazione condivisa della crisi. Un diario collettivo mondiale che sarà anche proiettato online attraverso il sito di IFA ed il suo network.

Inoltre tre dei partecipanti saranno selezionati per partecipare al workshop dell’International Filmmaking Academy e girare un cortometraggio sotto la guida del regista John Landis, IFA Master Teacher 2020.

Un’operazione inedita e irripetibile

Rivolgere l’obiettivo della telecamera verso la propria quotidianità domestica assume, oggi, un significato particolare. La casa diventa un teatro, l’unico possibile, in cui mettiamo in scena il nostro rapporto con l’esterno. 

Questo isolamento verrà integrato alla nostra esperienza di esseri umani, con conseguenze difficilmente immaginabili. Si parla di un mutamento antropologico che investirà la sostanza della nostra relazione con gli altri. A cambiare sarà anche la visione del mondo inteso come ecosistema interconnesso, messo in pericolo dal nostro modello di sviluppo.

È proprio in questa fase che la cultura si rivela più che mai un indispensabile antidoto contro l’imbarbarimento. E il cinema, di riflesso, un luogo di relazione e costruzione di significato. Ecco che Testimoniare la storia: un diario globale diventa un’operazione di salvataggio della memoria e creazione della consapevolezza a cui siamo chiamati a contribuire. È di fondamentale importanza che il genere umano capisca quanto questa emergenza ci influenzi e quanto possiamo imparare da ciò per il futuro.

Un’opportunità di cambiamento è arrivata. Ripensiamo insieme le conseguenze delle nostre scelte.

Informazioni

Testimoniare la storia: un diario corale.

Scadenza per la presentazione del video: 20-05-2020

Durata video: 5-10 minuti

Formato: 16/9

Lingua: lingua madre con sottotitoli in inglese

Invio video a: filmmakingacademy@gmail.com

Scopri di più: qui

Date IFA Workshop: 20 giugno-5 luglio 2020, Bologna, Italia (date da confermare)

La ‘Judy’ di Renée Zellweger è davvero da Oscar

Judy di Rupert Goold, è una produzione della BBC che si concentra sugli ultimi mesi della vita di Judy Garland interpretata magistralmente da Renée Zellweger

di Andrea Cavazzini

Renée Zellweger nel ruolo di Judy Garland è un’idea senza dubbio sorprendente. Negli ultimi anni, l’ex star di Bridget Jones ha avuto alti e bassi e forse questa esperienza professionale ha permesso all’attrice statunitense di trovare la giusta ispirazione per incarnare una Judy Garland alla fine del suo viaggio artistico e umano, consumata dall’alcolismo, dalla depressione, schiacciata dal sistema e quindi incapace di lavorare a Hollywood, decisa ad emigrare in Inghilterra per fare fronte ad una situazione economica disastrosa.

 Una lunga serie di matrimoni alle spalle, una famiglia disfunzionale e in continua lotta per la custodia dei suoi figli, la Garland, accettò di tenere una serie di concerti a Londra. Accolta come una grande star, galleggia costantemente in uno stato confusionale, si nutre di pillole, l’alcool non le manca mai e tutto questo set di autodistruzione a portata di mano, scorciatoia per l’inferno, magicamente si trasforma in un miracolo: si rianima sul palco e la sua voce torna ad essere potente, e intensa nonostante un corpo minato dalla sofferenza.  Goold sa mettere in luce con grande abilità questa vita a due facce della star, momenti di gloria intervallati da crolli annunciati.

 Judy Garland è stata una delle star di Hollywood alla MGM fin dall’infanzia, sotto la guida del tirannico Louis B. Mayer, padre padrone della major americana che soleva ripetere che non si può essere una star di Hollywood e vivere come una ragazza normale.

 In ogni caso, la visione proposta in Judy di Rupert Goold, è una produzione della BBC che si concentra sugli ultimi mesi della vita di Judy Garland, quando, afflitta da debiti e dai suoi demoni, ha cercato di rianimare la sua carriera sui palcoscenici londinesi all’inizio del 1969, pochi mesi prima della sua morte giunta a soli 47 anni di età.

Per il suo secondo film dopo “True Story” nel 2015, il regista e drammaturgo inglese (opere tradotte in oltre 40 paesi), ha adattato qui un’opera teatrale di Peter Quilter dal titolo evocativo: “End the Rainbow“(in riferimento alla famosa canzone de “IL MAGO DI OZ”).

Alternando presente e passato attraverso un sapiente gioco di flashback con alcune scene girate durante le riprese de “Il mago di Oz “che ci raccontano una Garland segnata fin dalla sua infanzia, (ha iniziato a recitare dall’età di 13 anni), Goold dipinge il ritratto di una donna ferita nell’animo che si offre un ultimo giro prima di inchinarsi alla vita.

 Al di là di un’attenta ricostruzione, e di dialoghi ben fatti, il film beneficia soprattutto dell’efficace interpretazione di Renée Zellweger assente dagli schermi dall’ultimo e mal riuscito terzo capitolo del “Diario di Bridget Jones” nel 2016. L’attrice americana trova finalmente, a 50 anni, un ruolo davvero importante. Un ruolo in cui si è completamente immersa e in cui ha sicuramente messo molto di sé stessa, senza mai cadere nell’imitazione, riflettendo la complessità di una vita da star lanciata in giovane età e soggetta alla pressione di una professione che richiede più di quanto dia. E allo stesso tempo divertente e commovente, la Zellweger dà tutto il suo contributo al film con un’interpretazione magistrale (giustamente premiata con l’Oscar), abbandonandosi senza riserve al languore di una diva devastata dall’alcool, dagli stupefacenti e dai farmaci, facendo dimenticare per un attimo la fragilità della sceneggiatura e la tendenza a tratti a forzarla per cercare l’emozione a tutti i costi. Ma quando si toglie le scarpe per sedersi sul bordo del palco e cantare “Over the Rainbow”, una canzone che si è attaccata alla pelle di Garland per tutta la vita, l’emozione dell’attrice insieme a quello dello spettatore è reale.

Cinema: da Roma a Hollywood, un viaggio di sola andata

Intervista a un giovane compositore italiano che lavora alle colonne sonore di Hollywood, Jacopo Trifone

di Andrea Cavazzini

Sappiamo a volte che il fondamento della virtù e delle qualità che esprimiamo nel nostro lavoro  non sempre sono sufficienti per trovare il giusto riconoscimento, come non può certamente bastare adagiarsi sui successi pregressi, più che mai se parliamo di Cinema un comparto che è sempre stato un fiore all’occhiello del nostro Paese soprattutto se pensiamo al mito di Cinecittà,  del Neorealismo un fenomeno tutto italiano che ha fatto scuola nel mondo,  quel momento d’oro del nostro Cinema firmato dai vari De Sica, Germi e Comencini tanto per citare i registi più autorevoli.

E con esso i tanti giovani e maestranze tra operatori, tecnici, e professionalità a vario livello che potrebbero e vorrebbero dare il loro contributo ma che non sempre riescono a trovare spazio e gloria alle nostre latitudini.

Eppure il talento non manca e necessariamente bisogna guardare altrove.

Ne sa qualcosa un giovane compositore italiano che lavora alle colonne sonore di Hollywood, Jacopo Trifone.

Nato e cresciuto a Roma, dopo la laurea in Italia ha deciso di seguire un Master in America per specializzarsi nella produzione di colonne sonore. Le proposte di lavoro sono arrivate subito dopo da Hollywood, dove lavora già da tre anni.

Jacopo, parlaci del tuo lavoro

“Nel 2007 ho iniziato a lavorare nello studio di Tom Holkenborg a Los Angeles, uno dei più importanti di Hollywood per la realizzazione delle colonne sonore; la formazione che ho avuto presso l’Università di Miami è stata sicuramente determinante per poter lavorare in questo settore. Nel team lavoriamo per obiettivi, spesso nei week end e talvolta per più giorni di seguito, ma le soddisfazioni ripagano tutti i sacrifici fatti; purtroppo in Italia difficilmente avrei avuto le stesse occasioni, considerando che ho solo 26 anni.

Come compositore utilizzo nella prima fase strumenti digitali dove la tecnologia è ai massimi livelli che permettono di rieditare il brano e modificarlo fino alla perfetta simbiosi con le sequenze del film; quest’ultime costituiscono l’ispirazione per la colonna sonora, ma alcune volte la musica può a sua volta influenzare la pellicola. Sappiamo anche come le colonne sonore di molti film abbiano contribuito al loro successo. Si passa poi per la fase finale in uno studio di registrazione con l’orchestra. Infatti, le produzioni che possono contare su un budget importante, preferiscono registrare la versione definitiva della colonna sonora dal vivo, E’ stata finora un’esperienza fantastica lavorare a Hollywood per le colonne sonore di film come Tomb Rider, Mortal Engines, Alita, Sonic,Terminator Dark Fate, Scooby! e collaborare con personaggi famosi quali James Cameron e Peter Jackson, noti per film come Titanic, Avatar e il Signore degli Anelli..”

Continuerai a lavorare a Los Angeles?

“Penso di si. E’ infatti probabile che il mio viaggio di lavoro da Roma a Los Angeles sia stato di sola andata; le occasioni e le soddisfazioni che offre Hollywood sono difficili da trovare in Italia, anche se mi piacerebbe molto poter dare il mio contributo anche alla nostra industria cinematografica”.

Qual’è stata la tua esperienza finora?

Negli ultimi anni ho lavorato nel suo piccolo team alle colonne sonore di Tomb Rider, Mortal Engines, Alita, Sonic,Terminator Dark Fate, Scooby! (in uscita a maggio). Ho avuto l’occasione di collaborare con personaggi come James Cameron e Peter Jackson, noti per film come Titanic, Avatar e il Signore degli Anelli. Abbiamo talvolta lavorato per più giorni di seguito senza nemmeno riposare, ma le soddisfazioni ripagano i sacrifici fatti; purtroppo in Italia difficilmente avrei avuto le stesse occasioni, considerando che ho solo 26 anni.”

Come nasce la colonna sonora di un film di Hollywood?

La colonna sonora è fin da subito parte integrante del film, non è secondaria e nasce in parallelo al film; una volta pronta, viene registrata con un’orchestra passando quindi dalla versione digitale a quella dal vivo in sala di registrazione: si preferisce infatti l’imperfezione di un’orchestra alla freddezza del suono digitale prodotto al computer..

E il tuo futuro?

Mi piacerebbe lavorare in una produzione italo-americana; in fin dei conti il cinema italiano è molto quotato qui a Hollywood e sarebbe gratificante dare il mio contributo.

Lo auguriamo a lui ed al nostro cinema.

Grande ritorno di Sophia Loren a 84 anni con “La vita davanti a sè”, in arrivo su Netflix nel 2020

La splendida Loren a 84 anni interpreta Madame Rosa, un’anziana ebrea sopravvissuta all’Olocausto ed ex prostituta. E lo fa sotto la regia del figlio Edoardo Ponti a soli 10 euro al giorno, un compenso simbolico che è l’emblema del suo grande amore per l’arte e per il cinema

di Ilaria Carlino

A distanza di dieci anni dal suo ultimo film, la pluripremiata Sophia Loren torna sullo schermo.L’attrice aveva lavorato l’ultima volta ne “La casa piena di specchi”, miniserie tv di Vittorio Sindoni. Ora, a 84 anni, la diva acclamata in tutto il mondo approda sulla ormai piattaforma-capo streaming Netflix con “La vita davanti a sé”, quarto lungometraggio firmato dal figlio Edoardo Ponti: la data di uscita è prevista in tutto il mondo nella seconda parte del 2020.

Il film, ispirato all’omonimo romanzo di Romain Gary “La Vie devant soi” con cui sotto lo pseudonimo di Émile Ajar nel 1975 vinse il suo secondo Premio Goncourt, è ambientato nella Bari del 1977 e tratta la storia di Madame Rosa, un’anziana ebrea sopravvissuta all’Olocausto ed ex prostituta che intraprende un legame con Momo, preadolescente di strada di origini senegalesi. Dopo un’iniziale rapporto conflittuale dovuto alla loro diversità, i due stringono presto una profonda amicizia realizzando di essere “anime affini” con lo stesso destino in comune.

La Loren riprende il ruolo di Simone Signoret, protagonista della prima edizione cinematografica del 1977, vincitrice dell’Oscar al miglior film straniero del 1978, anche se il regista e figlio Edoardo Ponti afferma che i due adattamenti sono molto diversi.

Oltre alla celebre Sophia, nel cast troveremo l’attrice spagnola trasgender Abril Zamora, Renato Carpentieri, Babak Karimi e Ibrahima Guys, l’attore bambino che interpreta Momo.

L’attrice 84enne ha lavorato per soli 10 euro al giorno e ha testualmente affermato che si sta “permettendo di esprimere le cose sullo schermo in un modo che pensa che il pubblico troverà molto sorprendente”. Sul figlio Edoardo ha detto “Mi conosce così bene. Lui conosce ogni centimetro del mio viso, il mio cuore, la mia anima. Passerà alla prossima scena solo quando arriverà a mostrare la mia verità più profonda”. 

Edoardo: “ A 84 anni vuole mettersi in gioco per fare un film cosí profondo, cosí impegnativo, sia emotivamente che fisicamente. L’energia e la passione con cui approccia ogni scena è una meraviglia da guardare”. Una storia nella storia che, ove mai fosse necessario, racconta anche un grande amore tra una madre star del cinema e suo figlio che è davvero cresciuto nell’amore per l’arte.

Il film, a breve sulla piattaforma Netflix, è prodotto da Palomar- Mediawan Group con il supporto di Impact Partners Film Service, Foothills Productions, Artemis Rising Foundation e Scone investments.

 

Sulle note dell’eccellenza femminile “La pianista perfetta” di Giuseppe Manfridi 

All’OFF OFF Theatre dal 25 febbraio al 1 marzo. Regia Maurizio Scaparro . Con Guenda Goria e Lorenzo Manfridi.  Assistente regia Felice Panico, foto di scena Elio Carchidi; musiche di Schumann, Beethoven, Mendelssohn, Brahms, Liszt e Weich. Schumann eseguito dal vivo da Guenda Goria 

di Maria Cristina Martinelli Carraresi 

Dal 25 febbraio al 1 marzo è in scena all’OFF OFF Theatre “La Pianista Perfetta” uno spettacolo/concerto con Guenda Goria e Lorenzo Manfridi per la regia di Maurizio Scaparro. Il testo è firmato da Giuseppe Manfredi, autore tra i più attivi e interessanti del nostro teatro ed ha come protagonista il personaggio di Clara Wieck Schumann considerata una delle più importanti pianiste e compositrici dell’era romantica dell’ottocento. Nata a Lipsia in Germania nel 1819 da una famiglia legata da generazioni all’arte e alla musica, Clara fu da subito spronata dal padre Friedrich Wieck, a sua volta musicista, a perfezionare le sue capacità nell’ambito musicale permettendole di diventare una concertista di fama mondiale. Clara si innamorò e sposò, in disaccordo con il padre, Robert Schumann grande musicista dal carattere difficile da cui ebbe otto figli. Schumann fu colpito da una malattia mentale e si spense in un manicomio a Endenich, lasciando vedova Clara ancora giovanissima. Dopo la morte di Robert, Clara si dedicò completamente alla musica, cercando anche di divulgare e valorizzare le composizioni del marito. “La mia immaginazione non può figurarsi una felicità più bella di continuare a vivere per l’arte”, con queste parole Clara esprime la sua passione per la musica e proprio questa grande passione che il testo di Giuseppe Manfridi, grazie alla splendida interpretazione di Guenda Goria e la sapiente regia di Scaparro, uno dei più grandi maestri del teatro, riesce a comunicare e regalare emozioni al pubblico.

“La pianista perfetta” riesce a dar vita al personaggio di Clara Schumann, alla sua umanità, coraggio ed originalità descrivendo un profilo di donna interessantissimo, che già tante volte ha affascinato teatro e cinema. Tra le versioni cinematografiche che vedono protagonista la Schumann possiamo ricordare “Canto d’amore” con Katherine Hepburn, e “Sinfonia di primavera” con Nastassja Kinski. In teatro, in Italia invece la proposta di “Casa Schumann” dove Ugo Pagliai e Paola Gassman hanno animato i personaggi di Clara e Robert Schumann. Ne “La pianista perfetta”, Manfridi focalizza il racconto in un pomeriggio “sbagliato”, prima di un importante concerto di Clara, dove tutto appare difficile: l’accordatore che non arriva, la chiave di un baule che non si trova, la notizia dell’ internamento del marito nell’ospedale psichiatrico, e proprio in questa concentrazione di emozioni e contraddizioni che si muove, commuove e coinvolge la splendida figura di Clara Schumann interpretata magistralmente da Guenda Goria, che qui dimostra tutta la sua bravura di artista completa: virtuosa musicista, sensibile attrice, splendida donna. L’ interpretazione di Clara ne “La pianista perfetta” è valsa a Guenda Goria il premio “Franco Cuomo”, insignito al Senato della Repubblica italiana, come miglior interpretazione femminile. Ne “La pianista perfetta” si fa notare anche la buona prova attoriale di Lorenzo Manfridi. Il pubblico della prima all’ Off Off Theatre ha risposto con entusiasmo, applaudendo e complimentando gli attori. Tra il pubblico soddisfatto spiccava l ‘emozione e la felicità di Maria Teresa Ruta e Amedeo Goria, orgogliosi genitori della protagonista e popolari esponenti del giornalismo Italiano.

Anne Frank ritorna in teatro per parlare ai giovani

Il Belli,  uno dei teatri romani  che si distingue per le sue scelte  d’ impegno  civile e culturale , ha voluto omaggiare la memoria  di Anne   in occasione del novantesimo  anniversario dalla sua nascita mettendo in scena l’ opera di Goddrick – Hackett

Di Maria Cristina Martinelli Carraresi

Il diario  di Anne Frank , il dramma teatrale  di  Frances Goddrick e Albert Hakett,  ritorna in scena  dopo molti anni dalla sua ultima rappresentazione   italiana,  proposto dal teatro Belli e dalla Compagnia Mauri-Sturno.  Il testo di Goddrick – Hackett   ricevette il premio Pulitzer nel 1956 e debuttò a Brodadway  il 31 gennaio 1957  con Susan Strasberg nel ruolo di Anne. La prima rappresentazione italiana invece   avvenne ad opera della Compagnia dei  giovani  il 31 gennaio 1957 al teatro Eliseo di Roma  e Anna Maria Guarnieri  vestì i panni di Anne  Frank . Il Belli,  uno dei teatri romani  che si distingue per le sue scelte  d’ impegno  civile e culturale , ha voluto omaggiare la memoria  di Anne   in occasione del novantesimo  anniversario dalla sua nascita mettendo in scena l’ opera di Goddrick – Hackett per la traduzione di Alessandra Serra, con  la regia di Carlo Emilio Lerici , ottenendo i patrocini  di UCEI  Fondazione Museo della Shoa di Roma , centro Ebraico Il Pittigliani , l’Associazione  Progetto Memoria e  anche il sostegno della senatrice a vita Liliana Segre, attiva testimone della Shoah italiana , che ha scritto in un messaggio,  letto in occasione della conferenza stampa  che ha anticipato il debutto al teatro Belli :  “Il diario di Anne Frank   ha questa capacità tutta speciale  di  far conoscere , far commuovere  e far riflettere ” e ancora “Fantasmi ed incubi del passato  non sono infatti mai definitivamente  debellati  e anzi rischiano  di riproporsi  in forme nuove  e insidiose”.

II testo, tratto dal ”Diario di Anne Frank” , racconta il dramma della  ragazza ebrea  nata a Francoforte  che, per sfuggire alle persecuzioni, fu  costretta a trasferirsi  e nascondersi,  con l’ aiuto dei coniugi Gies, in un alloggio segreto ad Amsterdam  . Alla sua famiglia si unirono anche i Dussel  e  il dott  Van Dann .  Trascorsero due anni in clandestinità, fino all’agosto 1944 quando furono scoperti e deportati al  campo di concentramento di Buchenwald  dove Anne mori  di tifo tre settimane prima dell’arrivo dell’ esercito inglese. Solo il padre Otto riuscì a sopravvivere alla terribile tragedia ed è proprio lui ad aprire il  racconto teatrale ritornando nella soffitta che li aveva ospitati e dove fu ritrovato il diario di Anne. Lo spettacolo portato in scena dal teatro Belli, con l’ottima regia di Carlo Emilio Lerici, emoziona  il pubblico coinvolgendolo in ogni  momento della rappresentazione . Molto incisiva anche la costruzione della scenografica firmata da Vito Giuseppe Zito, si compone di  un soppalco  diviso in quattro  spazi  a  loro volta separati  da tende velate  che , grazie al sapiente disegno luci , permettono  i passaggi temporali. Attraverso le annotazioni del diario di Anne si rivivono i due difficili anni  trascorsi nel rifugio segreto. Anne, qui interpretata con trasporto dalla giovane  Raffaella Alterio , che sogna di diventare scrittrice,  ogni giorno appunta tratti del suo quotidiano  dove si  legge anche lo sforzo di trovare  speranza e normalità tra la paura, l’ ansia, la fame, le inquietudini, i turni per il bagno, le insofferenze, i nervosismi della convivenza .  L’energia, l’ ottimismo, la fantasia la curiosità di Anne non l’abbandonano mai  e l’aiutano a vivere anche momenti gioiosi e magici come  il primo bacio e il sentimento speciale  che nasce tra lei e il giovanissimo Peter , figlio dei Dusell  con i quali dividono l’alloggio clandestino. La fiducia nella vita di Anne ci fa sentire ancora più forte la tragedia in cui sono piombate  le famiglie ebraiche  perseguitate  dalla follia del regime.

Tutti ben disegnati  i caratteri dei personaggi .  L’ ottimo Antonio Salines è Otto, il padre di Anne,  paziente saggio  e generoso . Ester, la madre, severa e diretta  è  interpretata da Francesca Bianco mentre la sorella di Anne, Margot timida ed introversa  è  Veronica Benassi . I coniugi Vann Dann, egoisti ed opportunisti sono  interpretati da Tonino Tosto e Susy  Sergiacomo, mentre Roberto Baldassari incarna l’irascibile dottor  Dussel,   I generosi coniugi Gies sono animati  dal bravo Fabrizio Bordignon e da Eleonora Tosto, che ha anche eseguito i brani tradizionali ebraici  che caratterizzano la scelta musicale della messa in scena. Il personaggio di Peter, introverso, sensibile e coraggioso, è molto ben  recitato dal giovane Vinicio  Argiro  al suo debutto.

Lo spettacolo di Lerici vuole rivolgersi soprattutto  ai giovani   perché la memoria  possa continuare  a  prendere  voce  dalle nuove generazioni.  

Il Diario di Anne Frank prodotto dal teatro Belli  e la compagnia Sturno-Mauri , dopo il suo felice debutto Romano , continuerà  il suo percorso nei maggiori teatri e circuiti nazionali.

Jojo Rabbit di Taika Waititi, la recensione

Una commedia satirica ambientata nella Germania nazista e con una versione irridente di Hitler

di Andrea Cavazzini

Una commedia satirica ambientata nella Germania nazista e con una versione irridente di Hitler avrebbe incontrato inevitabilmente, all’epoca, più di un problema.

Fortunatamente quei tempi sono lontani e, Jojo Rabbit di Taika Waititi (vincitore per la migliore sceneggiatura non originale ai recenti Oscar 2020), nonostante il suo tono decisamente cupo riesce a essere uno dei film più stimolanti e disarmanti realizzati sull’argomento.

Waititi – la cui madre è di origini ebraiche e il padre maori – ha vinto un People’s Choice Award al Toronto International Film Festival nel 2019. Il film è stato successivamente selezionato per chiudere il Jewish Film Festival.

In apertura, un montaggio piuttosto audace di filmati d’archivio, con folle naziste sul tappeto musicale diacronico di  “I Wanna Hold Your Hand” dei Beatles.

Il film è incentrato sulla figura di Johannes “Jojo” Betzler (Roman Griffin Davis), un membro della Gioventù hitleriana di dieci anni che vive nella Germania nazista con sua madre Rosie (un’eccellente Scarlett Johansson).

Avviato dai suoi coetanei all’odio per gli ebrei e alla venerazione per il Führer, Jojo viene spesso sorpreso a parlare con il suo amico immaginario, una versione infantile e chiassosa di Hitler(ad interpretarlo è lo stesso regista Waititi). Il giovane viene anche irriso dai suoi bellicosi amici, che vorrebbero mettere alla prova la sua attitudine omicida sperimentandola su un coniglio. Jojo, alla prova dei fatti, non riesce a trovare la forza per farlo e da quel momento verrà messo al bando con il soprannome beffardo di Jojo Rabbit.

Quando scopre che sua madre ha nascosto una ragazza ebrea (Thomasin McKenzie) nella loro soffitta, il ragazzo entra in crisi, combattuto dai crescenti sentimenti sentimentali nei confronti della sua nuova amica e la cieca lealtà verso quel bieco omicida, al vertice di un regime razzista.

Rosie Betzler (Scarlett Johansson) nel segreto della sua scelta di solidarietà verso la ragazza ebrea che nasconde, espone con coraggio e misura la sua stessa incolumità , mentre (Sam Rockwell) nei panni del Capitano Klenzendorf eccelle come leader conflittuale del gruppo locale della gioventù hitleriana. Da parte sua, il giovanissimo Roman Griffin Davis riesce ad apparire efficace e convincente vestendo i panni di un bambino cosi fragile e spaventato da non riuscire nemmeno a legare i lacci delle proprie scarpe. È la sua vulnerabilità che rimane con te, la sua crescente consapevolezza che non si può dare per scontato il bene. E con le ideologie razziste che riemergono ancora una volta ai giorni nostri, Jojo Rabbit ci ricorda che non dovremmo farlo neanche noi.

Waititi va addirittura al di là delle già sperimentate satire su Hitler, traghettandoci in una produzione audace e ambiziosa. Nel solco tracciato da Charlie Chaplin (Il Grande Dittatore) e Mel Brooks (Per favore non toccate le vecchiette), lo scrittore/regista neozelandese è riuscito a riaffermare l’irrazionalità maligna dell’ideologia nazista al tocco leggero dell’ironia, preservando intatta –nel contempo-  la sacralità della memoria dell’Olocausto.

Taika Waititi ci ha regalato una satira acuta, talvolta devastante, forse non da tutti condivisa e apprezzata, ma che conserva indiscutibilmente il merito di rammentarci la natura distruttiva del nazi-fascismo.

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