BackStage con Isabel Russinova

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 Isabel Russinova, una donna in lotta per le donne

Intervista a Isabel Russinova, testimonial di Amnesty International, autrice di ‘Reinas’ e ‘Su i gradini del cielo’. Il lungo impegno sociale attraverso il teatro contro le violenze di genere in tutto il mondo perché conoscere aiuta ad educare e ad evolversi.

Di Tiziana Primozich
Fotografia di Carlo Bellincampi

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Quello che colpisce appena la si incontra è il suo portamento e una bellezza d’altri tempi: niente trucco, l’eleganza dei movimenti, mai eccessiva, uno sguardo acuto ed intelligente che traspare da due occhi verdi  dal taglio orientale. Bella ed autorevole ma soprattutto determinata a lottare per quello in cui crede. Non per niente Isabel Russinova è anche una delle artiste protagoniste del Calendario Solidale Donne Impegnate 2017, opera artistica nata grazie alla proficua collaborazione tra Ezio Alessio Gensini, che ne ha curato i testi, Leonardo Santoli, e Carlo Bellincampi, fotografo di cinema. Ed è proprio grazie a Bellincampi che siamo venuti in contatto con Isabel Russinova che di fronte ad una tazza di caffè ci ha raccontato l’impegno e la passione di una grande donna del cinema e della televisione italiana sui grandi temi dei diritti umani

Isabel da poco è andato in scena al Palladium di Roma il testo scritto da te e dove sei protagonista insieme alla piccola Camilla Coscarella, ispirato ad una storia vera tra le tante, sul dramma delle spose bambine. Un tema drammatico da poco venuto a galla nel nostro mondo occidentale

Infatti si tratta di una scelta mirata, far conoscere per indurre alla riflessione ed al cambiamento. Il teatro è strumento di cultura e nell’ambito delle manifestazioni contro la violenza alle donne che mi vede in prima linea sotto l’egida di Amnesty International, ho voluto trattare un tema scabroso e di difficile soluzione perché sono convinta che parlarne è già un percorso utile e un aiuto a favore delle tante bambine costrette a matrimoni precoci e forzati, che spesso muoiono già la prima notte di nozze o al più tardi al primo parto. “Safa e la sposa bambina”, prodotto dall’ Ars Millennia Production di Rodolfo Martinelli Carraresi,  è un testo teatrale sicuramente di denuncia, quello del tragico destino delle bambine costrette a sposarsi in età precoce e vittime di violenza, ma è anche un invito alla speranza. Lo spettacolo si divide su due piani, quello dell’atroce realtà e quello della fantasia, della favola attraverso la quale Safa, profuga siriana privata di figli e marito, tenta di riportare se stessa e la piccola Awa di soli 10 anni, resa schiava dopo aver passato l’orrore di un matrimonio con un uomo molto più grande di lei, in un luogo ideale dove ancora esiste la speranza di salvezza. Quando ho pensato a questo testo teatrale,  mi sono domandata come può una donna, una madre, che ha perso tutto, come Safa, continuare a vivere. Solo l’amore verso Awa la salverà, e così nel mio testo Safì e Pakì, l’airone dalle piume rosate e il pesciolino argentato, diventano il tramite fantasioso ideato da Safa per esorcizzare la tragedia della guerra e degli orrori che gli uomini compiono. Safì e Pakì diventano la dimensione del sogno di Safa e Awa, accomunate dal dolore. La fiaba raccontata è il mezzo  per restituire la possibilità di un sogno d’amore dopo la realtà violenta che la piccola Awa ha attraversato nella sua breve vita.

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Un impegno sociale il tuo che racchiude ogni aspetto dell’universo femminile. Si potrebbe dire che sei una donna paladina dei diritti di tutte le donne, che in ogni modo ricorda al mondo l’importanza della presenza femminile ed il rispetto della dignità cui le donne hanno diritto al pari dell’uomo. Quindi anche un salto nella storia come in Reinas, per esaltare figure di donne che tanto hanno lasciato con la loro vita esemplare

Reinas in effetti è stata l’occasione per riportare alla memoria collettiva sei storie di donne che hanno attraversato secoli di storia: Tanaquilla, nobile etrusca sposa di Lucumone, che diventerà Tarquinio re di Roma; Galla Placidia, imperatrice romana rapita da Alarico, che amò Ataulfo e volle unire barbari e romani sotto lo stesso credo cristiano; Pentesilea, regina guerriera delle amazzoni, che combatté gli uomini per combattere le guerre; Berenice, figlia di Erode Il Grande, principessa giudea che ha cercato di pacificare romani ed ebrei; Rosina Crocco, “briganta”, protagonista del grande movimento femminile del sud Italia nell’800; Agatha, prima presidente donna della Repubblica di Malta e dell’Europa del 900. Tutte loro hanno un comune denominatore che è quello di aver scelto un difficile percorso per il raggiungimento del bene comune. Donne che con il loro coraggio danno forza alle altre donne, che spronano ad agire nel bene, che sono il valore aggiunto per il miglioramento di una società. Personaggi femminili di cui poco si conosce, che ho voluto mettere in luce perché siano d’esempio alle altre donne impegnate. Reinas è stato proprio un lavoro di ricerca di tutto ciò che la storia, quella tramandata dagli uomini, non ci racconta.

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Un ideale filo conduttore che ti ha successivamente portato a scrivere ‘Sui gradini del cielo’, testo nel quale denunci la violenza verso la donna nel mondo attuale, una violenza in preoccupante aumento che evidenzia una fragilità maschile che nulla sembra aver imparato dalla storia nel corso dei secoli

Ho più volte affermato che l’attuale momento di crisi valoriale e morale rappresenta l’ostacolo peggiore per l’evoluzione del genere maschile. Aggiungo che l’uomo di per sé è sicuramente più fragile della donna, e anzi quando quest’ultima riesce attraverso lo studio, la preparazione e la consapevolezza di se a rendersi indipendente e autonoma, l’uomo spesso entra in conflitto, non accetta e cerca di distruggere colei che in qualche modo offusca il suo ego. Provando una sorta di invidia e scambiando il possesso con l’amore, l’uomo regredisce e diventa violento. Come nel caso della povera Sara, protagonista de ‘I gradini del cielo’, che ripercorre la vera storia di Sara Di Pietrantonio, studentessa romana barbaramente uccisa la scorsa primavera dal suo ex fidanzato, uno  tra i più raccapriccianti casi di cronaca degli ultimi tempi, che mi ha lasciato un dolore profondo anche perché la conoscevo e frequentavo per il mio lavoro all’Università Roma Tre. Il progetto teatrale  nato con il mio compagno Rodolfo Martinelli  Carraresi prodotto da Ars Millennia  production, da voce alle tante donne vittime di violenza accomunate da uno stesso destino che siano nate in oriente o in occidente. Ognuna di loro, poco importa dove vivono, subisce molte volte in silenzio. Al contrario parlarne, confrontarsi, attivare il dibattito sono i punti di partenza per costruire una cultura del rispetto, ed il teatro, così come il cinema e l’audiovisivo più in generale, ha un grande ruolo in questa direzione. La conoscenza, la memoria, l’educazione ai corretti comportamenti uomo–donna delle nuove generazioni, sono i giusti ingredienti per combattere l’ignoranza che rende fragili gli uomini e gli impedisce di crescere, di evolversi.

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E nella vita di Isabel Russinova quali sono state le circostanze che ne hanno fatto una donna forte in difesa delle altre donne?

I miei genitori sono stati determinanti nella mia vita, loro mi hanno trasmesso il senso del dovere e l’importanza dei contenuti e delle scelte. Mio padre soprattutto, che era un medico, con il suo carattere taciturno e alieno ad ogni forma di vanagloria, mi ha dato un grande esempio. Nato e vissuto in un territorio di confine che ha visto una delle più grandi tragedie dell’ultimo conflitto mondiale, l’esodo istriano, non amava parlare molto e ha sempre portato dentro di sé il dolore di quegli eventi inevitabili in tempo di guerra. Ciononostante è rimasto un uomo integro, dedicato agli altri, un vero missionario impegnato sulla sostanza della vita e per nulla interessato all’apparenza. Mi manca molto anche se sono convinta che è rimasto al mio fianco in pieno accordo con i temi di impegno sociale ai quali ho deciso di dedicare buona parte della mia attività artistica. In sua memoria e per ricordare le mie radici ho in mente un nuovo racconto che ripercorre i luoghi della mia infanzia e delle origini della mia famiglia, per ricordare non solo un territorio unico con le sue leggendarie storie, ma anche i torti subiti dai suoi abitanti nel corso delle diverse dominazioni. L’Istria è stato un terreno di conquista per molti paesi dominatori, in realtà era e resta Istria, con una sua identità ben precisa.

BackStage con Ilaria Borrelli

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Il 16 novembre all’Adriano di Roma ‘Talking to the trees’ di Ilaria Borrelli

Intervista ad Ilaria Borrelli, regista scrittrice ed attrice che nel film racconta l’atroce storia di una bimba costretta a prostituirsi e resa schiava nell’inferno di un bordello in Cambogia. Un atto di denuncia che arriva anche in Italia con l’intento di mettere fine allo sfruttamento dei minori ed alla pratica del turismo sessuale

Di Tiziana Primozich
Fotografia di Carlo Bellincampi

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Scrittrice, regista, attrice ma anche donna e mamma, Ilaria Borrelli è in uscita nelle sale in Italia con Talking to the trees, un film che ha avuto la consacrazione delle Nazioni Unite e il pieno appoggio di Unicef per la delicata tematica trattata senza falsi pudori. Un vero pugno nello stomaco che dalle vite intrise di benessere che noi occidentali abbiamo la fortuna di vivere, ci trasporta  direttamente nell’inferno di un bordello cambogiano dove le prostitute sono bambine di appena 11 anni, sottratte alle famiglie e costrette a vivere un orrore giornaliero che le vede loro malgrado vittime di ogni sopruso sessuale e senza via d’uscita. Talking to the trees è un film di denuncia che tocca la coscienza di ognuno di noi e poiché Ilaria Borrelli che ne è la regista ma anche la protagonista insieme alla piccola Seta Monyroth, intende continuare su questo tema che mette a nudo la condizione femminile nei territori più poveri del mondo, l’abbiamo incontrata nella sua casa romana. Un viso ed un sorriso dolce e disarmante con due occhi scuri che tradiscono le origini partenopee di Ilaria, un fascino che cattura l’attenzione ma che da subito mette in chiaro che dietro l’aspetto femminile e garbato c’è una donna determinata e convinta a portare sino in fondo le battaglie in cui crede.

Perché un film su un tema così scottante e quasi scandaloso?

Il film Talking to the trees racconta la storia vera di una bambina cambogiana costretta a prostituirsi per la sopravvivenza sua e del suo fratellino più piccolo. Ma una moglie europea che si reca lì per trovare suo marito lo scopre frequentatore del bordello  mentre abusa proprio della piccola undicenne. Inorridita da quello a cui assiste rinuncerà alla sua finta vita matrimoniale e cercherà di salvare la bambina. La scelta di un tema così anticonvenzionale nasce dall’amore per i miei figli. Da quando sono diventata mamma sono ancora più sensibile alla violenza sessuale dei minori, soprattutto delle bambine, la femminuccia in società povere  diventa subito oggetto, è il primo ingranaggio della società che nei paesi poveri deve rinunciare alla sanità ed all’educazione, viene venduta per  realizzare soldi senza che nessuno si preoccupi di che fine fa. Il film racconta in maniera cruda quello che queste bambine devono affrontare, e purtroppo è tutto vero. E’ stato girato con soli 50 mila dollari in Cambogia, e prevede la partecipazione agli utili di tutti coloro che hanno accettato di condividere con me questa avventura secondo la formula del profit sharing. Durante la lavorazione hanno cercato di fermarci con minacce a causa del delicato tema affrontato, nel nostro percorso anche una bomba inesplosa. Ma siamo arrivati alla fine nella convinzione che il problema della prostituzione minorile è un problema esistente in tutto il mondo. E bisogna parlarne, è l’unico modo per far sì che queste organizzazioni criminali vengano smantellate.  I bambini da soli non hanno voce, non sanno come difendersi,  è una forma di schiavismo perpetrata però verso esseri indifesi che vengono rinchiusi senza documenti. Là fuori  ci sono bambini che da soli non potranno mai fuggire, sono 40 milioni i minori coinvolti nella prostituzione, e questo accade in tutti i paesi del mondo, anche dietro l’angolo di casa nostra. Nella sola   America del nord si contano 600mila minori nella prostituzione, bambini sottratti alle mamme nei supermercati, i nostri figli sono tutti a rischio rapimento perchè niente è più lucrativo di questo, neanche il mercato delle armi. Nell’ambito dei crimini contro l’essere umano la prostituzione minorile costituisce un  mercato privilegiato più semplice e meno pericoloso dei mercati di droga e armi.

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Il 16 novembre il film andrà in sala all’Adriano di Roma per la prima volta in Italia. Ma ha già fatto il giro del mondo

Questo film ha il sostegno dell’Unicef e di Amnesty International ed è stato proiettato presso il Parlamento europeo a Bruxelles come simbolo nella giornata mondiale contro lo sfruttamento sessuale dei minori.  Ha vinto il best Film Awards a Los Angeles, miglior film al Women’s International film festival di Miami, 5 nomination al Madrid International Film Festival, ed in Francia è andato in 160 sale ma purtroppo non ha mai avuto una distribuzione in Italia. Nonostante la ritrosia italiana a distribuirlo siamo riusciti ad avere una prima all’Adriano di Roma il 16 novembre, poi  al Modernissimo di  Napoli il 23, ed il 25 a Firenze all’Alfieri. Sappiamo già che saremo presenti a Pesaro, a Milano, a Perugia,  Genova e  Torino,  è un film autoprodotto, e chi vuole aiutarci a creare una proiezione nella sua città può farlo. Basta avere un contatto con una sala o con chi fa le programmazioni per ottenere una data, poi è molto facile, basta mandare un file attraverso internet. Sono convinta che anche così il film avrà la sua visibilità nel mio paese d’origine e voglio ricordare che sono 250mila bambini che scompaiono in Europa ogni anno, stiamo facendo finta di niente su una tragedia che riguarda i nostri figli. Ad ogni presentazione del film noi della produzione ci saremo, e con noi anche i responsabili locali di Unicef e Caritas. E’ un messaggio che deve arrivare in più luoghi possibile. Poi subito dopo partirà la lavorazione di un film denuncia sulle spose bambine e, già in programma, un terzo sulla condizione delle bambine nella guerra in Siria.

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Ilaria Borrelli nella sua vita artistica è stata prima attrice e poi scrittrice e regista. Come è avvenuta questa metamorfosi?

Ero molto insoddisfatta quando ero attrice pur essendo stata protagonista di film e fiction televisive ma ero molto insoddisfatta della superficialità dei personaggi che mi venivano offerti  e avevo la tendenza naturale a cambiarmi le battute, le parole che dovevo recitare, finché un giorno un regista mi disse -’Ilaria stavolta fai il mio film, la prossima farai il tuo’. E lì mi è scattata una qualche cosa e cominciai a pensare effettivamente di fare un mio film, ma in Italia 20 anni fa non c’erano esempi di donne registe.  Io all’epoca recitavo perché dopo aver frequentato l’Accademia di Arte Drammatica Silvio D’Amico mi ero stabilita a New York  per un corso all’Actor Studios.  Da lì vedevo amici  che giravano dei cortometraggi e studiavano alla New York University regia e sceneggiatura. Così presi la mia decisione, mollai tutto e mi iscrissi anche io alla  New York University  dove per due anni ho studiato regia e sceneggiatura. A quel punto sono riuscita anche a girare  il mio primo film da regista a New York.  Ci ho messo tre anni a mettere su il budget e nacque ‘Mariti in affitto’, con Brooke Shields, Mariagrazia Cucinotta, Pierfrancesco Favino e Chavy Chase. In quegli anni sono nati anche i miei romanzi,che sono quattro:  ‘Scosse’, ‘Look at me’, ‘Domani si gira’ e ‘Tanto rumore per Tullia’, che sono fruibili su Amazon. Si tratta di romanzi molto autobiografici dove  denuncio la discriminazione di genere, in Italia se sei una donna devi stare orizzontale, senza un uomo potente alle spalle non si possono fare cose importanti, non c’è un reale interesse a sentire la voce delle donne.

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Perché tanta discriminazione nel mondo artistico italiano?

Credo che quando si è usciti dalla guerra abbiamo assistito ad un momento di sviluppo culturale oltre che imprenditoriale molto fervido di idee e di progetti.  In passato ho avuto la fortuna di conoscere Fulvio Scarpelli, un grande sceneggiatore, ricordo che mi invitava a mangiare da Otello, ristorante frequentato da registi e sceneggiatori usciti dalla guerra che raccontavano i momenti vissuti al termine del conflitto mondiale, era tutto un fermento di progetti costruiti con grande spirito di solidarietà, ognuno aiutava l’altro ed il cinema italiano fu maestro in tutto il mondo, da quell’epoca  uscirono capolavori. Nel tempo anche il femminismo ha contribuito alla crescita  ed alla consapevolezza delle potenzialità del genere femminile.  Poi il  ventennio berlusconiano, dove la donna viene relegata al ruolo di oggetto, mostra se stessa seminuda e questo è il massimo dell’arte possibile.  Siamo regrediti, lo vedo con il cinema, i ruoli del passato  erano incredibili, erano scienziate, facevamo la guerra, oggi i ruoli femminili si fermano a quello di moglie, amante, a volte solo mamme e comunque sempre secondari ed in subordino a quello del protagonista maschile. Ancora oggi l’unico film in tanti anni davvero femminista è ‘Il caso Erin Brockovich, lo stesso ‘Thelma and Louise’ acclamato dai più come il film emblema dell’indipendenza femminile, in realtà non lo è affatto, visto che alla fine le protagoniste sono costrette ad uccidersi. Oggi c’è poco interesse sulle idee delle donne, le donne a loro volta non vedendo nessun esempio fanno fatica a sapere chi sono, io donna di 48 anni che ha scritto romanzi non mi riconosco in questi personaggi, non mi ritrovo e non ho voglia di andare al cinema. Qualche differenza rispetto all’Italia riesco a vederla in Francia,  lì ci sono registe che fanno dei bei film, penso ad esempio a Mustang di  Deniz Gamze Ergüven scelto per rappresentare la Francia ai Premi Oscar 2016, che racconta la storia di cinque giovani sorelle che lottano per la loro libertà contro un potere religioso e patriarcale soffocante.

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Non pensi che questo bisogno di predominio maschile nasconda una loro fragilità di fondo?

Posso dire senza timore di essere femminista, anche se oggi sembra quasi una parolaccia. Noi femministe però abbiamo parlato molto tra donne, ma non abbiamo parlato agli uomini. Oggi io ho un figlio maschio, e mi rendo conto che molta responsabilità  ce l’ha chi ha il compito di educare i ragazzi. Bisogna parlare con loro mentre crescono, è una responsabilità sociale il non aver saputo parlare ai giovani. Trovo grave che non si parli di sessualità nelle scuole, come al contrario accade  in Germania. I ragazzi spesso fanno le loro prime esperienze attraverso il web e senza il controllo o la spiegazione di un adulto.  Anche del turismo sessuale, se se ne potesse parlare di più senza tabù,  di sicuro si potrebbero salvare sempre più bambini che sono destinati ad essere vittime, la conoscenza equivale a salvezza

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Che significato ha la parola amore per Ilaria?

L’amore è qualcosa che si dona, non è detto che sei ricambiato, si dà e basta. L’effetto che ottieni  se dai è quello di migliorare te stesso,  chi dona  non si compiange, chi si piange addosso è destinato a non essere mai felice.  Tra gli esempi di amore donato a me ci sono  mia madre e mio marito, in un periodo della mia vita. Ma mi hanno lasciato un segno anche grandi figure della storia come Madre Teresa, mi colpiscono coloro che donano senza aspettarsi nulla in cambio, come una signora con handicap grave che qualche giorno fa, pur essendo cresciuta orfana  in istituti, mi raccontava di aver avuto un infanzia felice, una donna che mi ha trasmesso tanto amore e che mi ha stupito, nonostante la sua triste storia lei raccontava il suo passato con amore. Fare le cose con amore è di sicuro la chiave per una vita felice.

BackStage con Maria Rosaria Omaggio

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Maria Rosaria Omaggio la solista de ‘Le parole di Oriana’

Impegnata da anni come Goodwill Ambassador di Unicef, è la più grande interprete di Oriana Fallaci. La rivedremo il 27 ottobre all’Auditorium di Roma nel recital concerto che porta in scena i testi e la vita della grande scrittrice

Di Tiziana Primozich
Fotografia di Carlo Bellincampi

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Un talento artistico nato in giovanissima età quello di Maria Rosaria Omaggio che nella sua lunga carriera artistica ha saputo affrontare con il giusto rigore ed eleganza il piccolo schermo, da cui prende le mosse il suo impegno lavorativo contraddistinto successivamente da un’intensa presenza sul palcoscenico di moltissimi teatri. Approda poi al grande cinema del premio Oscar Andrzej Wajda che la consacra per sempre attrice di grande valore interpretativo per la straordinaria capacità di regalare al pubblico una Oriana Fallaci così reale da non riuscire a distinguerla da quella vera. A pochi giorni da ‘ Le parole di Oriana’ omaggio a Fallaci in concerto, in programma all’Auditorium di Roma per il 27 di ottobre, che vede Maria Rosaria Omaggio ancora una volta unica ‘solista’ in grado di ricordare degnamente la grande scrittrice che ha cambiato il volto della letteratura italiana contemporanea, riusciamo a raggiungerla telefonicamente per un’intervista che ci concede. Il tono è cordiale, accogliente, ma quello che colpisce di più è la bellissima voce tanto simile a quella della Fallaci.

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Maria Rosaria Omaggio ancora una volta porta in scena Oriana Fallaci. Dall’interpretazione superba nel  film “Walesa, Uomo della speranza” del premio Oscar polacco Andrzej Wajda non vi siete più lasciate, cosa vi rende così simili e perché Oriana è una costante nella vita artistica di Maria Rosaria?

Avrei dovuto interpretarla per la prima volta quando era ancora viva già nel 2003 a Benevento Città Spettacolo in un reading tratto da ‘La rabbia e l’orgoglio’ scritto sulla scia emozionale dei terribili accadimenti dell’11 settembre. Purtroppo, per una serie di ragioni , nonostante avesse per la prima volta dato il suo consenso, saltò tutto. Però, pur scegliendo di portare in scena testi di Calvino, le dedicai il titolo ‘Chi ama la vita’, che è anche un suo calembour ricorrente. Lo stesso Recital in concerto presentato a “Benevento Città Spettacolo 2003”  fu poi richiesto e  andò in scena l’11 novembre 2005 nel DHL Auditorium del Palazzo delle Nazioni Unite a New York, un progetto che per la forza dei testi scelti nasce a sostegno di UNICEF per i bambini vittime dei conflitti armati. Un titolo che si presta a diverse interpretazioni ma che in questo caso è una frase significativa per dire No  alla guerra e in particolare a coloro che armano i bambini soldato. Dopo la morte della Fallaci, sono stata invitata dal nipote Edoardo Perazzi a leggere brani del romanzo postumo ‘Un cappello piene di ciliegie’  in occasione dell’evento del settembre 2008 promosso dalla Rizzoli ‘Ricordando Oriana Fallaci’ che si svolse in una stracolma Sala Buzzati a Milano. Un tributo davvero dovuto ad una grande autrice, benché controversa, della nostra letteratura.  Fu proprio questa interpretazione che convinse il premio Oscar Andrzej Wajda che il ruolo della grande Oriana mi calzava alla perfezione per il suo film su Walesa, il mio doveva essere un cameo nel film, invece ne fu il filo conduttore.

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Oriana Fallaci e Maria Rosaria Omaggio due donne diverse ma si potrebbe dire sulla stessa lunghezza d’onda. Due vite che incredibilmente si susseguono diventando l’una il prolungamento dell’altra complice anche il film “Walesa, Uomo della speranza” del premio Oscar polacco Andrzej Wajda

Un film che è stato davvero il coronamento della mia carriera con il Premio Pasinetti alla 70° Mostra del Cinema di Venezia per l’interpretazione di Oriana Fallaci. La prima volta che la segretaria della Fallaci mi sentì su radio Rai tre mentre leggevo un pezzo di ‘Lettera ad un bambino mai nato’, mi confuse con lei, la voce non lasciava ombra di dubbio. Quello che ci accomuna è un profondo senso della ricerca, la cura delle parole, non è un caso che lo spettacolo  che è in programma all’Auditorium di Roma per il 27 ottobre si chiami ‘Le parole di Oriana’. Nutro un grande rispetto per la letteratura, è importante cosa i grandi autori ci hanno scritto e cosa ci hanno lasciato, una grande eredità che arricchisce la nostra anima, mi ritengo molto fortunata,  la mia fortuna è stata poter raccontare le storie di grandi spiritualità al cinema. Come quella di Oriana. Cosa abbiamo in comune nella vita di tutti i giorni? Io come lei ho sbagliato la scelta di ogni compagno di vita. Posso certamente dire, per averne studiato a lungo i testi e la personalità, che aveva un carattere spigoloso a volte intransigente, ma la sua apparente durezza era maturata nei vicoli ciechi di grandi amori che tanto l’avevano ferita e delusa. Anche il suo anarchismo è stato frainteso, lei immaginava uno Stato utopistico in cui il cittadino si autogoverna e mai farebbe nulla che violi la libertà altrui. Una visione di una società colta e sensibile, non certo l’anarchia che elimina i diritti dell’individuo.

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Il 27 ottobre presso la sala Petrassi dell’Auditorium di Roma Maria Rosaria Omaggio darà di nuovo vita ad Oriana Fallaci. Quale sarà il valore aggiunto in questo recital concerto?

Come mia consuetudine racconterò Oriana con le sue parole, il nipote Edoardo Perazzi ha stampato una raccolta di testi dal titolo ‘ Solo io posso scrivere la mia storia’. Si parte da lì. Per conoscere Oriana bisogna leggerla, e voglio sfatare un falso mito: non è vero che esiste una Oriana prima dell’11 settembre e dopo. Poi un valore aggiunto è la musica della pianista Cristiana Pegoraro oltre alle immagini elaborate da un grande artista Carlo Fatigoni, che ripercorrono il testo con un gioco di luci per raccontare 77 anni di vita e 60 di lavoro, un’attività frenetica e densa di avvenimenti. Una vita segnata anche da una lunga malattia durante la quale la sua solitudine si è acuita fortemente.

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Oriana Fallaci ci ha lasciato una grande eredità, in particolare a te ha lasciato oneri ed onori

Il 15 settembre sono stata invitata dal sindaco di Firenze Nardella per presenziare all’inaugurazione del piazzale intestato a Oriana Fallaci,  anche la fermata dell’autobus in quella piazza porta il suo nome. E’ stato un grande onore essere Madrina della riappacificazione con la sua città.

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Maria Rosaria, tu hai avuto e continui ad avere un grande successo in Spagna. Quali sono le differenze tra il nostro cinema e quello spagnolo? E perché proprio la Spagna?

Quando le produzioni sono importanti non esistono differenze tra cinema italiano e cinema spagnolo. Mia nonna era una Fonseca Albarez de Toledo, il mio sangue è in parte spagnolo. In ogni caso molti anni fa fui scelta dalla Warner Bros, per  ‘La lozana andalusa’ di Vicente Escriva, girato giovanissima nel 1976. Poi ‘El virgo de Visanteta’, primo film in valenciano e non in castellano, lingua rigorosamente nazionale e l’unica consentita. Sempre in Spagna, che considero una seconda patria nel Dna, sono in  ‘Edera’, la prima lunga fiction in 22 puntate. Ultimo lavoro in ordine di tempo ma di grande qualità è ‘La sonata del silencio’ tratto dal romanzo di Paloma Sanchéz-Garnica, dove sono Roberta Moretti Rothschild, un racconto ambientato negli anni’40.

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Hai detto più volte che il tuo destino si interseca tristemente con quello della Fallaci nei fallimentari rapporti sentimentali. Secondo te esiste oggi in questo mondo che corre il Principe Azzurro?

Posso di certo confermare che i miei uomini, mai persone del mio ambiente lavorativo, sono state scelte sempre sbagliate, ho amato con grande sincerità rischiando a volte danni alla mia carriera.  Il principe azzurro non esiste, ma la possibilità di un compagno di vita che supera la fase della passione, va oltre e condivide la vita con te, non è un’utopia. Credo che un amore è reale quando si diventa fratelli, quando si condivide, quando c’è un affiatamento ed un bene che va oltre la prima fase dell’innamoramento. Purtroppo nell’evoluzione della nostra società abbiamo trascurato il maschilismo, abbiamo dimenticato che alcuni aspetti della virilità andavano coltivati in modo diverso. Ricordo una volta a casa di una mia amica, la fine di un pranzo e lei, la mia amica, mamma, di un maschio ed una femmina, che chiedeva alla sola figlia femmina di sparecchiare.  Questa cosa provocò la mia indignazione e ricordo di aver redarguito questa mamma per la diversa educazione trasmessa ai suoi figli. Ecco, penso che i messaggi e gli esempi che trasmettiamo ai nostri figli maschi garantiranno degli adulti attenti anche alla differenza di genere. Il ruolo del maschio è quello di proteggere e affiancare la femmina. Insegniamo loro come farlo anche nelle piccole cose di tutti i giorni.

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Sei Goodwill Ambassador Unicef da molti anni, come descrivi il tuo impegno nella più grande organizzazione umanitaria del mondo a favore dei minori?

Essere ambasciatore vuol dire esserlo  proprio in ogni occasione ricordando sempre che è inutile lamentarsi se il mondo non va bene. Anche nello spettacolo del 27 p.v. ‘Le parole di Oriana’, mi aspetto donazioni per i bambini siriani, cui è stato negato il diritto all’infanzia, straziati da una guerra che non possono capire e che miete giovani vittime ogni giorno. Ripeterò in ogni occasione che  i bambini sono gli adulti di domani. Dobbiamo avere questa realtà in mente in ogni attimo della nostra vita.  Non è un caso che le quattro parole scelte da Unicef per la tutela dei minori nel mondo siano: salute, scuola, protezione ed eguaglianza. Garantire ad ogni bambino del mondo queste quattro certezze vuol dire dare loro la possibilità di diventare adulti consapevoli e migliori. Voglio riportare alla memoria di chi legge la storia di Ishmael Beah originario della Sierra Leone, autore di ’Memorie di un bambino soldato’. Con lui abbiamo potuto conoscere la tragedia inumana che fa di un bambino uno strumento di guerra. Ma anche la possibilità di riscatto quando dal mondo degli adulti, in questo caso grazie ad Unicef, arrivano i giusti messaggi e il bambino vittima di adulti senza scrupoli viene ‘nutrito’ con quello che è giusto per la sua età: salute, scuola, protezione ed eguaglianza. In questo difficile momento storico nel mio cuore ci sono  i bambini di Aleppo, i bambini di Haiti che muoiono per una semplice dissenteria. A volte basta poco per proteggerli, in luoghi disagiati a volte basta una  zanzariera per salvare le vite di bambini innocenti. Unicef sa come realizzare piccoli grandi obiettivi in tutto il mondo, è l’unica Onlus delle Nazioni Unite inserita nel trattato dei diritti per l’infanzia e l’adolescenza. La presenza di rappresentanti quasi ovunque consente interventi più tempestivi di qualsiasi altra piccola organizzazione umanitaria. Se un bimbo oggi ha già un’arma in mano, come potrà un domani  sedere a un tavolo di pace? L’impegno sociale di Maria Rosaria Omaggio è rivolto anche a favore delle donne, infatti quest’anno è testimonial insieme a Beatrice Luzi, Giuliana De Sio, Carolina Rosi, Isabel Russinova, Eva Robin’s, Ilaria Borrelli, Lina Sastri, Alessandra Di Sanzo, Giusi Cataldo, Piera Degli Esposti, Marisa Laurito, Rosa Pianeta e Rossella Seno, del Calendario Solidale ‘Donne Impegnate’. Gli autori, Ezio Alessio Gensini, Leonardo Santoli e Carlo Bellincampi alla terza edizione quest’anno hanno coinvolto artiste care al pubblico italiano, tutte donne impegnate anche in campo sociale.

BackStage con Rossella Seno

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Rossella Seno è ‘Milly’ per riaffermare la forza delle donne

La cantattrice veneziana e romana d’adozione di nuovo in scena con “Cara Milly, parole di guerra e d’amore”. Impegnata da sempre nella difesa dei più deboli la sua immagine figura tra le 12 ‘Donne Impegnate’ del Calendario Solidale 2017

Di Tiziana Primozich
Fotografia di Carlo Bellincampi

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Per il terzo anno consecutivo “Cara Milly, parole di guerra e d’amore” di Giuseppe De Grassi , regia di Fabio Grisafi, vede in scena al Teatro Tor Bella Monaca  Rossella Seno e Primiano Di Biase  dal 28 al 30 ottobre. Uno spettacolo che ancora una volta si propone di raccontare in musica la forza delle donne, tema fortemente legato all’impegno sociale di Rossella Seno, cantante e attrice veneziana che ha saputo coniugare il teatro alla canzone per i suoi messaggi a difesa delle categorie più deboli. Un incontro nato grazie alla sensibilità dell’obiettivo fotografico di Carlo Bellincampi, artista che con i suoi scatti sa cogliere l’animo realizzando ritratti che riescono a descrivere appieno l’emotività di chi si affida a lui. E’ così che in modo del tutto informale Rossella Seno ci ha accolti nella sua casa romana, nel quartiere Prati di Roma, per raccontare il suo impegno e il suo essere un’artista completa al servizio della gente comune. Esile, con due grandi occhi verdi incastonati in un viso dolce cui fa da contorno una massa di riccioli rossi, in compagnia del suo splendido gatto nero, Rossella è quasi l’emblema teatrale di una moderna Giovanna d’Arco che usa il canto come arma per migliorare il mondo.

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Rossella tu sulla scena nasci come cantante, cosa ti ha mosso nel cercare un ruolo anche nel mondo del teatro?

Nasco come cantante perché amavo cantare ma non sono mai scesa a compromessi con la musica. Poi ho sposato un discografico, ma invece di sistemarmi come quasi sempre accade in questi casi, ho smesso di cantare per otto anni.  Poi la voglia di migliorare, di completare la mia preparazione e quindi il trasferimento a Roma e l’approccio al teatro con Beatrice Bracco e Francesca De Sapio, oltre a Carlo Merlo e Michel Margotta, tutti membri dell’Actors Studio. Grandi maestri che mi hanno messo in condizione di lavorare come attrice in prodotti televisivi come ‘Un posto al sole’ e ‘Il bello delle donne’. Ma il mio grande amore era sempre la musica e ormai pronta anche sul piano della recitazione ho cominciato a sperimentare la formula del teatro canzone. La parola al centro, che acquista ancora più forza quando è accompagnata dalla musica, la parola cantata che raggiunge il pubblico in modo efficace ed è in grado di‘raccontare’ una storia.

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Come la storia di Milly, al secolo Carla Mignone…

Cara Milly è uno spettacolo che è già andato in scena tre anni fa e  anche l’anno dopo. Inizialmente era un progetto autoprodotto che avevamo messo su io e Giuliano Valori, un musicista straordinario, che purtroppo ci ha lasciati prematuramente a soli 41 anni. In questa prima stesura il nostro sforzo è stato notevole, ma la fatica quando ci metto la passione non mi spaventa. Siamo partiti da zero, senza budget, nessuno ti prende in considerazione se non sei un grande nome, la formula che utilizzo come tanti altri che credono nel valore culturale del teatro è quella di lavorare tutti insieme e poi si dividono spese e guadagni. Poi la morte di Valori il 15 agosto di due anni fa, il grande dolore per la perdita di un amico che era un’anima pura, sana, contento di esserci nelle cose. Mi son ritrovata a rimettere su tutto, non ci sono testi e canzoni, quello che costruisce questo spettacolo è la sintonia tra chi canta e recita ed il musicista. Da qui il fortunato incontro con Primiano Di Biase. Ricucendo tutto di nuovo andammo in scena e il risultato è stato più che soddisfacente. Lo spettacolo piace tanto da essere voluto nell’agosto del 2015 al festival di Spoltore.

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Perché tra tutte le figure della canzone italiana hai scelto Milly?

Per la dignità di questa donna, non ha mai puntato su bellezza o agganci, ha sempre lavorato sodo. Noi donne pensiamo che tutto è semplificato se un uomo alza il telefono e chiede per te. Carla Mignone con la sua lunga carriera ha dimostrato al mondo che una donna può fare da sola, se ha talento, preparazione e caparbietà. A tal punto che sulla soglia dei cinquant’anni Milly tornò sulla scena  scelta da Strehler per interpretare Jenny delle Spelonche.  Lo spettacolo che racconta Milly parla un po’ di tutte le donne e ne vuole riaffermare forza e ruolo all’interno della società. In questo senso negli anni sembra che siamo tornati indietro. Passi avanti erano stai fatti grazie a Pannella, con referendum su divorzio e aborto, io non sono femminista e penso che ci sono i ruoli, con la confusione degli ultimi anni  abbiamo preso tutti i difetti degli uomini, e gli uomini i nostri. L’ uomo non è più uomo, è terrorizzato, ha paura dei legami, c’è un clima di  incomunicabilità tra i due sessi, uomini arrabbiati con le donne. Io ho un miglior rapporto con le donne perché con gli uomini c’è una specie di confronto teso a dimostrare chi è il più forte. In linea più generale mi rendo conto che c’è molta violenza in tutti i sensi, ci si ammazza per un parcheggio. La gente è stressata, vive correndo per pagare le spese per vivere, le tasse, le bollette.  La vita non dovrebbe essere correre per pagare. Quando ti svegli l’unico pensiero è sopravvivere, c’è una rabbia e una violenza che lascia senza fiato, se invece di sfogare la rabbia allo stadio si andasse in piazza, una voce insieme ad altre voci può diventare un coro, invece di prendercela uno con l’altro dovremmo prendercela con chi è responsabile davvero.

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Rossella hai da poco inciso una canzone che dichiara apertamente il No all’imminente referendum sulla riforma costituzionale. Quali sono le motivazioni del tuo No?

La canzone “A tutti buonasera”, di Pino Pavone e Fabio Bianchini che è anche un video realizzato con la collaborazione di Francesco Felli, ripresa integralmente da Il Fatto Quotidiano (http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/10/08/referendum-la-carta-non-si-tocca-e-la-nostra-bandiera-il-no-arriva-anche-in-musica-con-a-tutti-buonasera/565262/), nasce da un’idea condivisa di un gruppo di artisti,  con l’intento di fornire un contributo creativo in sostegno di tutte le iniziative che spiegano le ragioni del NO al prossimo referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale. “La carta non si tocca è la nostra bandiera” è il nostro modo per riaffermare la centralità della Costituzione che negli ultimi tempi è stata disattesa almeno in due punti fondamentali: il diritto al lavoro retribuito e la sovranità del popolo italiano. In questa pseudo riforma non c’è nulla che possa migliorare le scelte fatte dai nostri padri Costituendi. Non che non ci sia bisogno di rinnovamento, ma è una scelta che deve trovare un’attuazione possibile in armonia con la più ampia condivisione dei gruppi dei due rami del Parlamento. Ma c’è di più, oltre al No per il referendum la canzone rappresenta un atto di denuncia per  tutto quello che non va: la nostra non è più una repubblica basata sul lavoro, il nostro paese non ci garantisce il lavoro anzi ci induce a lavorare in nero, poco e male. Paghiamo tasse altissime utili a coprire un debito che, va chiarito una volta per tutte,  non abbiamo fatto noi, lo ha fatto la mala gestione dei nostri politici. Nel testo della canzone c’è anche il caso Cucchi che al di là degli atti giudiziari indubbiamente è stato pestato. Non si può far credere che è morto per un attacco epilettico, io sono contro gli spacciatori, e se il reato c’era bastava condannarlo. Ma non lo puoi uccidere. E’ un abuso di potere, abuso della divisa, Cucchi è l’emblema ma ce ne sono tanti altri. La Costituzione non è rispettata il popolo non è sovrano, neanche il nostro mare è più ‘nostro’, bisogna pagare per andare in uno stabilimento. Quest’estate mi è stato chiesto di andar via dalla riva di una spiaggia perché alle spalle c’era uno stabilimento balneare e non era consentito sostare sul cosiddetto ‘bagnasciuga’,  perché o paghi o vai in una spiaggia libera, ormai miraggi nella quasi totalità di lidi organizzati e costosi.

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Attualmente in molti scelgono di essere vegetariani o vegani più per moda che per convinzione. Qual è la motivazione alla base del veganesimo di Rossella Seno?

Io sono vegana da vent’anni ma già da piccola avevo il rifiuto nel mangiare quello che amavo, mi bloccava il pensiero di quello che un povero animale deve sopportare per il mio piacere gustativo. Siamo stati da tempo indirizzati verso un unico scopo che è quello del consumismo. La grande distribuzione ha contribuito al peggioramento della nostra salute, vedi l’incremento dei tumori e di molte altre patologie, e anche se scegli di essere vegano diventa difficile capire cosa mangiare e cosa no. Anche se leggo con attenzione le etichette dei cibi che acquisto, alcune cose sono volutamente occultate. E allora mi sento come una sorta di  ‘Alice nel paese delle meraviglie’, che non sa a cosa credere, cosa corrisponde al vero e cosa è evidentemente falso, siamo molto manipolati dal consumismo sfrenato e molto spesso mi accorgo di essere semmai ‘Alice nel paese delle mer(d)aviglie!. Ho un grande rispetto per la vita degli animali, che sono istintivi e non hanno come obbiettivo di vita il guadagno, abbiamo molto da imparare da loro. Esiste un industria delle multinazionali che ci fa mangiare il cibo che ci fa ammalare creando un vantaggio per l’industria delle medicine che ci deve curare. Fatto in modo consapevole.

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Con gli scatti fotografici di Carlo Bellincampi sei una delle protagoniste del calendario solidale 2017

Quest’anno nel Calendario Solidale, giunto alla terza edizione, le protagoniste siamo tutte artiste impegnate nel sociale. Oltre me ci sono Beatrice Luzi, Giuliana De Sio, Carolina Rosi, Isabel Russinova, Eva Robin’s, Ilaria Borrelli, Lina Sastri, Alessandra Di Sanzo, Giusi Cataldo, Piera Degli Esposti, Marisa Laurito, Maria Rosaria Omaggio e Rosa Pianeta.  Gli autori, Ezio Alessio Gensini, Leonardo Santoli e Carlo Bellincampi. Con i proventi dell’opera nel 2015 si è potuto contribuire all’acquisto di un computer oculare per un malato di Sla di Borgo San Lorenzo e con l’opera 2016 i proventi sono stati devoluti a “Piccino Piccio’ – Associazione genitori neonati a rischio onlus” di Firenze che si occupa dei nati prematuri e assiste le loro famiglie nel difficile percorso. Rossella è anche testimonial dell’associazione Ti Amo da Morire onlus, che si occupa delle donne vittime di violenza, e qualche giorno fa nell’ambito della Campagna permanente contro la violenza di genere,  ha presentato uno spettacolo di teatro canzone, insieme a Daniela Terreri, “Io sto con le tartarughe” tratto dall’omonimo libro di Simonetta Bumbi edito da Fabrizio Emigli. Un impegno forte per sensibilizzare sui temi della violenza di genere che continua incessantemente a mietere vittime ogni giorno.

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