Il “menestrello del rock e d’America” Bob Dylan ha festeggiato 79 anni

 Colui che inventò il folk rock traendo ispirazione dal suo idolo Woody Guthrie. Una storia costellata di successi, di premi, di dischi con oltre 50 album pubblicati, ma soprattutto la storia di un artista che ha saputo intercettare per primo le disillusioni di una generazione e trasformarla in poesia.

di Andrea Cavazzini

Non so se Robert Allen Zimmerman per tutti Bob Dylan, sia un poeta, un musicista, un cantante, un trovatore, un funambolo, un pagliaccio, un’icona, un genio, un acrobata, un visionario, un narratore, un ammaliatore, o un Cristo senza spine e penso che non sia per nulla importante saperlo. Ma sicuramente è tutto questo insieme e anche di più. È semplicemente Bob Dylan.

È il principe delle nuvole, è il re pazzo, è il buffone delle tragedie shakespeariane, è un’opera letteraria, è la Resurrezione, “l’Uomo Tamburello” e anche “l’uomo che soffia al vento”, è tutto ciò che gli altri non sono: è unico.

Certo, non ha scritto romanzi ma ha fatto anche  di meglio; ha composto dozzine, centinaia di canzoni che valgono tutte le composizioni letterarie della terra, ha tolto la polvere dalla poesia e l’ha riversata sugli LP, ha gareggiato in scoperte linguistiche, ha scritto versi che hanno trascinato nella mente della mia generazione e di quella che l’ha preceduta messaggi dall’aldilà, ha trascorso la sua vita reinventando sé stesso e lui a sua volta ha reinventato le nostre stesse vite. Uno che ha lasciato tracce del suo passaggio, non prove, all’alba del suo 79 compleanno che si è celebrato il 24 maggio.

Bob Dylan sicuramente è stato uno dei poeti contemporanei più influenti che ha avuto un ruolo fondamentale nelle coscienze dei giovani degli anni ’60, il primo ad affrontare nelle sue canzoni temi sociali e politici.

Lui e la sua musica hanno attraversato gli anni sessanta, lasciando dietro di sé i suoi discepoli politici e folk, confusi dal suo pensiero e dalle  esplorazioni elettrizzanti delle sue idee ai più ancora sconosciute. Con canzoni come “Mr Tambourine Man”, “Desolation Row”, “Like A Rolling Stone” e “Just Like A Woman”, ha creato la road map delle emozioni per un’intera generazione.

E pensare che da giovane ventenne appassionato di country, blues e rock’n roll, quello di Elvis e Jerry Lee Lewis per capirci, al suo primo album fece un fiasco clamoroso. Ma non si arrese alla prima difficoltà e lottò per imporre il suo stile e la sua voce rauca, e da li a poco ecco la svolta. Nell’aprile del 1962, un titolo che sarebbe diventato l’inno di un’intera generazione: “Blowin ‘in the Wind “, una canzone pacifista che ha incarnato la protesta della guerra del Vietnam negli anni ’60, diventando “ipse facto” un inno per i diritti civili. Una canzone che lo stesso Dylan registrò svariate volte cambiando il tempo, il ritmo, l’intonazione della voce, ma mai il testo!

Pittore, scultore e artista, Dylan  autore di libri, negli ultimi due decenni, ha continuato a condividere la sua musica e ha fatto tournée con molti grandi nomi, tra cui Paul Simon, Joni Mitchell e Van Morrison.

Ha vinto tantissimi premi: Grammy, Academy, Golden Globe, nel 2008 un Pullitzer che tradizionalmente viene assegnato ai giornalisti, per il profondo impatto sulla musica popolare e sulla cultura americana e nel 2012 ha ricevuto la medaglia presidenziale per la libertà dal presidente Barack Obama. Nel 2016 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Una decisione controversa, la prima volta che l’onore fu concesso ad un musicista. Tante volte copiato, i suoi pezzi addirittura sono stati  arrangiati in modo straordinario anche in chiave jazz, ma mai eguagliato.

La festa è  iniziata, venite gente e non c’è bisogno di un biglietto d’ingresso, di pass gratuiti o di raccomandazioni, per entrare. Il mondo caro Bob è ai tuoi piedi, cappello, chitarra e armonica, queste sono le uniche cose di cui avrai bisogno,  l’apocalisse dovrà aspettare ancora un pò. Grazie mister Zimmerman, per tutte le parole e la musica che ci hai regalato e che ci hanno fatto sognare! Fai un compleanno favoloso e resta per sempre giovane.

‘Sarà il nostro futuro’, il corto che apre uno spiraglio all’ottimismo dei giovani che guardano al passato per costruire il loro futuro

La cultura al centro per i nostri giovani come bene di prima necessità che può sconfiggere il male, anche quello provocato da un minuscolo virus.  E’ questa la narrazione di ‘Sarà il nostro futuro’, prodotto da Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi.

Di Tiziana Primozich

Tante sono le proposte che gli artisti hanno offerto al pubblico fin dai primi giorni di quarantena, letture, poesie, momenti di musica e sono molti anche gli autori e i registi che hanno voluto raccontare attraverso la loro sensibilità e creatività il momento che stiamo vivendo, inaspettato ed invasivo per tutti e particolarmente proprio per il settore culturale.  Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi sono stati tra i primi a realizzare, proprio dalla quarantena, un corto cinematografico che ha subito conquistato gradimento e audience e che continua a crescere dal canale you tube da cui è fruibile. Si tratta di “Sarà il mio futuro” uno short movie che ha come protagonisti i giovani, i più penalizzati e fragili di fronte all’ evento che viviamo, perché caricati del peso di affrontare il futuro.

E questo è il messaggio del corto dove ragazzi dalle facce pulite e dalle espressioni serene e presenti, misurati ed incisivi, propongono ognuno una frase del pensiero di alcuni tra i più grandi italiani, da Italo Calvino a Leonardo da Vinci, da Alda Merini a Rita Levi Moltalcini, ma anche Pascoli, Svevo e tanti altri, tracciando così attraverso un perfetto filo conduttore la loro risposta al momento storico che viviamo con la storia che siamo stati e che idealmente saremo ancora. Le loro parole intonate e le giovani voci emozionano, comunicando fiducia, forza e consapevolezza, oltre ad una energia che spinge a voler affrontare il domani con più coraggio. Un crescendo di emozione, nella semplicità del racconto che chiude con un inaspettato eco lontano affidato al pensiero di Ipazia di Alessandria.  “Sarà il mio futuro” è una proposta originale, elegante, che affida proprio alla cultura e alla formazione il compito di sostenere il futuro.

Un video di speranza perché è nella grandezza del nostro passato culturale che abbiamo la certezza anche in questo momento tragico, di approdare in un futuro ricco di possibilità per il nostro Paese. Ed i nostri ragazzi lo sanno e ne sono consapevoli. Solo ricordando le gesta ed i pensatori che hanno fatto grande la nostra meravigliosa penisola, i nostri giovani possono trarre l’ispirazione che restituirà loro la forza di ricominciare. ‘Sarà il nostro futuro’ quindi è un inno al passato per essere capaci di costruire un futuro. Grazie ad Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi per questa testimonianza artistica che narra un glorioso passato, unica leva nelle menti dei nostri ragazzi che dalla storia possono estrapolare le energie e la consapevolezza del ‘chi siamo oggi’ ma soprattutto del ‘chi saremo nel tempo’…….Ed il covid19 sarà solo un incidente di percorso come tanti altri.           

La scuola online nell’epoca Covid: un bilancio sulla DAD in vista della fine dell’anno

 

La scuola italiana in emergenza covid19 ha dovuto  adeguarsi al distanziamento sociale proponendo una didattica a distanza (“DAD”) per tutti i corsi di studio. I limiti e le difficoltà di lavorare online  

Durante un’emergenza come quella ancora in corso, la scuola italiana ha dovuto necessariamente adeguarsi al distanziamento sociale di questa lunga fase proponendo una didattica a distanza (“DAD”) come prassi comune a tutti i corsi di studio.
Per noi docenti non è stato semplice organizzare la nuova metodologia d’insegnamento in questa modalità, senza contare che molti studenti hanno avuto (e hanno ancora) problemi legati alla precaria o spesso assente connessione.
Per altro, nell’epoca della crisi economica ormai endemica per il nostro paese non è neppure così scontato presumere che tutti i ragazzi siano in possesso di un computer, o comunque di adeguati strumenti per poter seguire in maniera continuativa le lezioni online.
Per alcuni alunni quindi si è trattato di un disagio talmente grande da compromettere l’esito stesso delle prove orali e delle altre incombenze scolastiche, tanto da indurre lo stesso Miur a rivedere di recente i criteri da prendere in considerazione in sede di giudizio finale: non si potranno bocciare gli studenti che hanno avuto problemi di questo tipo.
Riguardo invece le prove di verifica e le altre prassi comunemente usate per testare la preparazione dei ragazzi, è stato inoltre opportuno ridimensionare l’intero svolgimento dei compiti in classe, abolendo la forma scritta e mantenendo la sola possibilità dell’interrogazione orale.
Com’è ovvio si tratta di un grosso limite didattico, per altro ancor più significativo se si pensa che i docenti non hanno neppure la certezza di valutare una vera e propria preparazione (rimane sempre il dubbio che lo studente legga qualcosa dal pc o che si aiuti con dei suggerimenti analoghi, per non parlare di chi dice di non avere la telecamera funzionante…).

Quale valutazione per la DAD?

Da un punto di vista formativo, dunque, quanto può essere attendibile questo periodo di DAD? In effetti non avremo mai una risposta univoca, in quanto varierà da scuola a scuola e da docente a docente.
Infatti il lavoro online prevede ulteriore impegno, fatica e capacità organizzative per tutti gli insegnanti, costretti ad eliminare la distanza coinvolgendo i ragazzi attraverso i numerosi strumenti tecnologici, da Google Drive a Whatsapp a Skype e Zoom. Quanti sono stati disposti a farlo? Sicuramente non tutti, poiché spesso è opportuno rendersi attivi e disponibili al di fuori delle ore di scuola, andando incontro a chi ha problemi di connessione e condividendo file, mandando messaggi o mail, rispondendo alle domande di ragazzi assenti e che devono recuperare dei materiali di lavoro.
Tuttavia, per quanto i mezzi tecnologici abbiano potuto aiutare (e molto) sostituendosi spesso anche bene alla didattica in presenza, è indubbio che per alcune categorie di scuole siano stati totalmente insufficienti o deficitari.
È il caso dei corsi di musica o relativi all’ambito artistico, come quelli proposti dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico o dai Conservatori.

La sofferenza dei Conservatori e delle Accademie

Le università AFAM stanno soffrendo molto per la mancanza di mezzi in grado di garantire almeno in parte i numerosi corsi laboratoriali – da quello di recitazione alla danza – per non parlare delle lezioni di esercitazioni orchestrali importantissime per gli studenti di Conservatorio, i quali sono stati privati anche dei saggi finali e della possibilità di fare lezioni di strumento in modo dignitoso. Questo perché mentre le materie teoriche si possono insegnare più o meno in modo efficace anche a distanza, lo stesso non si può proprio affermare per gli strumenti musicali: la mancata sincronia dell’audio e del video, la poca visibilità sui dettagli pratici (come la meccanica delle dita) e soprattutto l’impossibilità di intervenire concretamente correggendo un movimento sbagliato, in eccesso o anche solo in parte scorretto, sono solo alcuni dei tanti problemi riscontrabili nel seguire uno studente di pianoforte, violino o qualsiasi altro strumento.
Inoltre la stessa qualità del suono risulta essere il più delle volte mediocre, rendendo impossibile un’adeguata valutazione interpretativa sull’allievo (per non parlare dell’impossibilità di accompagnarlo in brani per due strumenti).

Sicuramente, almeno per questi corsi di studio sarebbe stato opportuno fare un’eccezione, riaprendo i Conservatori per le sole lezioni individuali in presenza (mantenendo la distanza di sicurezza e con le mascherine).
Non è stato così, e per un’ennesima volta nel nostro paese soprattutto la musica ha pagato il prezzo dell’emergenza Covid.

“Words4link – Scritture migranti per l’Integrazione”:aperte le iscrizioni ai laboratori

 A causa dell’emergenza sanitaria provocata dalla diffusione del virus COVID-19, anche il progetto Words4link si è dovuto adattare in maniera resiliente alla nuova situazione.

Vista l’incertezza sui tempi di riapertura delle attività abbiamo deciso trasformare gli appuntamenti che avrebbero dovuto essere dal vivo, in eventi online. Sfruttando le possibilità offerte dal mondo digitale, pur mantenendone le finalità, i contenuti e la gratuità.

In questi tempi in cui siamo invitati a sperimentare nuove strade per non fermare le attività culturali e la comunicazione fra noi, abbiamo pensato di offrire la possibilità di aggiornarsi e sperimentarsi in maniera virtuale sulla comunicazione e la scrittura a chi è interessata/o al tema di Words4link: la letteratura migrante.

Sono aperte quindi le iscrizioni per partecipare a “Diffondere le parole” il workshop tenuto da Nicole Romanelli, in cui la formatrice offrirà a autori/rici, giornalisti/e e poeti/e di origine sia migrante che italiana alcune competenze specifiche per promuovere il proprio lavoro e comunicare con la stampa e con i lettori/rici attraverso gli strumenti digitali e per costruire una strategia di personal branding.

Il workshop di autopromozione online si terrà in tre edizioni, tutte con lo stesso programma e ognuna composta da due incontri da tre ore: queste le date che si potranno scegliere

23 e 24 maggio – dalle 15 alle 18;

30 e 31 maggio – dalle 15 alle 18;

6 e 7 giugno – dalle 15 alle 18.

Il workshop è pensato per autori/rici, giornalisti/e e poeti/e di origine sia migrante sia italiana che sentono il desiderio di rafforzare le loro capacità di utilizzare la comunicazione digitale/video/social per interagire al meglio con lettori/rici e con la stampa. Un’occasione unica per prepararsi alle nuove modalità di fare cultura che il Covid-19 ci sta imponendo.

Aperte le iscrizioni anche per il primo dei tre laboratori che si terranno nei prossimi mesi, “Metamorfosi” di Giulia Caminito. Il laboratorio, sempre gratuito e sempre online, sarà strutturato in tre appuntamenti che si terranno il 10, il 17 e il 24 giugno dalle 17.30 alle 20.00 e sarà rivolto a persone, di origine sia migrante sia italiana, che desiderino approfondire la narrazione della metamorfosi e la migrazione dell’identità come strumento narrativo.

Ma come ci si iscrive?

Pur essendo tutte le attività ad accesso libero e gratuito, è necessario iscriversi utilizzando i moduli seguenti entro le scadenze che troverete indicate:

Workshop “Diffondere le parole”: https://forms.gle/EVSrSSMtcvNg9RLw8

Laboratorio “Metamorfosi”: https://forms.gle/CjbDXKRAWp7fDwvZ8

Ciascun workshop e laboratorio è aperto a un minimo di 10 e un massimo di 15 persone: una volta chiuse le iscrizioni, il comitato scientifico di progetto, in base alle richieste pervenute, selezionerà i/le partecipanti dando priorità alle richieste giunte per prime e tenendo conto delle culture/lingue di provenienza e della motivazione alla partecipazione.

Per le informazioni dettagliate e i programmi vi invitiamo a visitare la pagina dedicata “Laboratori e Workshop”, mentre per tutti gli aggiornamenti seguiteci sui nostri profili Facebook e Twitter

Il progetto Words4link è realizzato, oltre che da coop. Lai-momo e il Centro Studi e Ricerche IDOS, dall’Associazione Culturale Mediterraneo (ACM), con l’adesione della Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée (BJCEM) e delle associazioni Eks&Tra, Razzismo Brutta Storia e Le Réseau.

Ricordando Chet Baker ed il suo personale stile nel cool jazz

Il 13 maggio del 1988 se ne andava un musicista dal talento incomparabile, un artista unico ma anche un uomo che amava scherzare(troppo) con la vita. Ciao Chet!

Di Andrea Cavazzini

Per uno come me cresciuto a pane, teatro e jazz è difficile non ricordare Chet Baker, un personaggio poliedrico che non ha mai smesso di incuriosire, ispirare e affascinare a più di 30 anni dalla sua morte quando il suo cadavere venne ritrovato sotto una finestra di uno squallido alberguccio di Amsterdam. Suicidio? Incidente? Non lo sapremo mai. Le leggende metropolitane si rincorrono dietro la sua fine.

E il 21 maggio Chet Baker venne sepolto nel cimitero di Inglewood Park, un sobborgo di Los Angeles, la città che gli ha regalato gloria e successo. Ma chi avrebbe mai potuto immaginare una simile fine trentaquattro anni prima?

Figlio di un chitarrista country fallito, violento e alcolizzato e di una madre inadeguata, nato e cresciuto a Yale nello stato americano dell’Oklahoma fu scoperto nei primi anni ’50 da Charlie Parker, il suo successo esplose nel 1954 quando fu nominato miglior trombettista jazz americano. La sua versione di “My Funny Valentine” incisa nel 1956 dove canta mentre suona la sua mitica Martin Committee ha superato la prova del tempo.

Nato all’alba della “Grande Depressione”, Chet appartiene a quella generazione che vide la distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki, un fardello pesante da portare che segnò in maniera profonda anche la sua visione del futuro.

Nel giorno del suo tredicesimo compleanno il padre gli regalò una tromba e in quindici giorni ne prese il totale controllo, riuscendo da predestinato qual era  a replicare nota per nota l’assolo di Henry James altro virtuoso della tromba, di fronte alla famiglia basita. E non fu fermato neanche dalla rottura di un incisivo,  cosa che per un trombettista qualsiasi avrebbe significato appendere la tromba al chiodo. Lui trasformò quell’handicap in un nuovo  stile. Niente alti ma solo registri medi e bassi.

Dotato di una volontà soprannaturale, rifiuterà sempre di imparare seriamente a leggere la musica – “Studiare va bene  per coloro che non hanno né orecchio né creatività“, dirà -, sbalordendo i vari direttori d’orchestra  in cui suonerà, dalla sua capacità di memorizzare qualsiasi partitura in un lampo.

Quando gli chiedevano quando aveva il tempo per esercitarsi lui rispondeva disarmante “Quando sono sul palco”.

Alla continua ricerca di una via d’uscita da un’esistenza complicata segnata da alcol e droga che riuscì a trovare solo in parte nella magia della musica, quella musica che gli consentì anche se in parte di riconcialiarsi con sè stesso

E sarebbe troppo facile incasellarlo nel solito cliché dell’artista maledetto. L’iconografia gioca un ruolo importante nel descrivere un musicista dal volto ammaccato dagli eccessi, da una vita da angelo primitivo e che gli valse il soprannome di “James Dean del jazz”. Se Miles Davis era “il principe delle tenebre”, Chet Baker era un angelo caduto. Un angelo fragile sempre  in bilico tra paradiso e inferno, fino a quell’ultima discesa che si concluderà ad Amsterdam con una caduta fatale dal secondo piano di quel misero hotel. Era il 13 maggio del 1988. Da quel giorno la Martin Commette di Chet non suonò più.

In radio ‘La chiamano strega’, il nuovo singolo di Rossella Seno

Il brano è estratto dal disco “PURA COME UNA BESTEMMIA”

E’ approdato in radio “LA CHIAMANO STREGA” (Azzurra Music), il nuovo singolo di ROSSELLA SENO, estratto dal disco “PURA COME UNA BESTEMMIA” disponibile nei negozi e sulle piattaforme e store da venerdì 3 aprile.

«Dopo aver letto la storia di Simona Kossak, ne parlai con Michele Caccamo e così nacque il testo di “La chiamano strega” – racconta Rossella Seno – Una biologa che decise di abitare per più di trent’anni nella foresta di Bialowieza, adeguandosi a uno stile di vita antico, vivendo in una capanna senza elettricità, acqua corrente, lontano da ogni comodità. Etichettata come strega, nome che davano in quell’epoca alle donne in grado di comunicare con gli animali e la natura stessa».

Massimo Germini commenta: «La canzone (musica mia e testo di Michele Caccamo, affermato poeta e scrittore), prende spunto dalla storia vera di Simona Kossak. La musica è di sapore irlandese completa di un riff introduttivo, che poi ricorre all’interno del brano, eseguito dal violino e il mandolino all’unisono (appunto all’irlandese)».

L’album “PURA COME UNA BESTEMMIA” nei negozi e sulle piattaforme e store dal 3 aprile, è un disco che vuole cercare di scuotere “anime e coscienze”, raccontando d’immigrazione, di violenza sui più fragili, del poco rispetto per l’ambiente e la Terra che abitiamo, della disuguaglianza in ogni sua forma, dell’indifferenza sviluppata nel corso degli anni verso il prossimo o, peggio, la non accettazione del “diverso”.

I brani sono firmati da importanti nomi: Massimo Germini (storico e straordinario chitarrista di Roberto Vecchioni), Pino Pavone (che firmò gran parte della discografia di Piero Ciampi), Piero Pintucci (firma delle più toccanti canzoni di Renato Zero), Michele Caccamo (poeta tradotto in cinque lingue e considerato nei Paesi Arabi il “Poeta della fratellanza”), Matteo Passante, Lino Rufo che ha musicato un testo di Sanguineti, Federico Sirianni, il cui brano è preceduto da una poesia di Erri De Luca. Con il brano “Luna su di me”, scritto da Germini e Fiorucci, parte dei proventi andrà ad Animals Asia, per la protezione e il salvataggio degli orsi tibetani. Un progetto realizzato per mettere a conoscenza della crudeltà che l’uomo può esercitare su altri esseri senzienti, in questo caso gli orsi della luna. 

Questa la tracklist dell’album e relativi autori: “Mare nostro” (Erri De Luca), “Ascoltami o Signore” (Federico Sirianni), “Principessa” (P.Pavone-M.Germini), “La ballata delle donne” (E.Sanguineti- L.Rufo), “Gli occhi di Stefano” (M.Caccamo-P.Pintucci), “La città è caduta” (P.Pavone-M.Germini), “Luna su di me” (P.Fiorucci-M.Germini), “La chiamano strega” (M.Caccamo-M.Germini), “Io che quando posso” (M.Passante-M.Germini), “Remi e ali” (M.Passante-M.Germini), “Lasciatemi stare” (M.Caccamo-M.Germini), “Sei l’ultimo” (M.Passantte-M.Germini) e “Puri come una bestemmia” (F. Sirianni).

A proposito della copertina del disco, Rossella Seno afferma: «La donna in croce è un simbolo. Non rappresenta solo la donna, così maltrattata, ma l’essere umano e la Natura stessa, ecco perché la croce piantata in un mare di rifiuti, sacrificati nel nome del dio denaro, del potere».

Rossella Seno, Cantattrice veneziana.

Debutta al Piccolo Ambra Jovinelli con “La rossa di Venezia”. Teatro-canzone. One woman show. Regia Claudio Insegno.

Guest nell’album di Mario Castelnuovo “Com’erano venute buone le ciliegie nella primavera del ’42” con Athina Cenci e Lina Wertmuller.

Ha inciso il brano “Luna su di me”, parte dei cui proventi andranno ad Animals Asia, per la protezione e il salvataggio degli orsi tibetani, scritto da Germini e Fiorucci. Un progetto realizzato per mettere a conoscenza  della crudeltà che l’uomo può esercitare su altri esseri senzienti, in questo caso gli orsi della luna.

Partecipa per due anni consecutivi all’Animal Aid live, primo concerto in favore dei diritti degli animali – Roma – Piazza Del Popolo.

Il brano presentato nel 2017 “Dio Cane” di Matteo Passante, per non dimenticare  “Angelo”, emblema di questo mondo malato e degradato, un  povero cane randagio,  torturato, impiccato e brutalmente ucciso da quattro bastardi.

Parte attiva del CALENDARIO SOLIDALE 2017 – I colori delle stelle – Donne Impegnate con testi di Ezio Alessio Gensini, fotografie di Carlo Bellincampi ed elaborazioni pittoriche di Leonardo Santoli. Protagoniste donne/artiste impegnate nel sociale.

Testimonial della ONLUS “Ti amo da morire”, contro il femminicidio.

Nel dicembre 2016, in vista del referendum, produce e canta “A tutti buonasera”, progetto in difesa della Costituzione, pubblicato in anteprima dal Fatto Quotidiano.

In scena per quattro anni con lo spettacolo di teatro-canzone “Cara Milly” parole d’amore e di guerra già cantate da Carla Mignone. Non una biografia dell’artista bensì un viaggio lungo un secolo nel quale si affrontano tematiche ahimè purtroppo attuali, quale l’odio che genera le guerre, l’abbandono, il maschilismo… uno spettacolo che vuole ridare dignità non solo all’essere femminile, ma all’essere umano in generale. Presentato con successo di critica  anche allo Spoltore festival Ensemble il 20 agosto 2015.

Vincitrice del Premio Speciale Ciampi nel 2008 (assieme a Nada e Vinicio Capossela) con l’inedito “E il tempo se ne va” di Ciampi-Marchetti. 

Dal 12 aprile 2017 in scena  ancora gli ultimi con “Puri come una bestemmia” – spettacolo di canzone teatro, con Lino e Yuki Rufo.

Si parla di femminicidio invece nello spettacolo “L’Amore Nero” sempre con Lino Rufo.

qui dove si può ascoltare o comprare il disco:

http://hyperurl.co/pcub_rs?fbclid=IwAR34u3ySZAFam222MRH5gOw5G6WwOuNlRNfO-aM8S6cK0bcx4tOfsmwHMKk  

“Vivaldi vs Covid”: il messaggio di speranza degli allievi e degli insegnanti del Conservatorio “Santa Cecilia”

Che la musica sia stata uno dei protagonisti durante il periodo del “lockdown” – sia da parte dei musicisti di professione sia dei semplici amatori – non ci sono dubbi.

Gli italiani in quarantena (specie nel primo mese di isolamento) hanno suonato e ascoltato di tutto, dall’Inno d’Italia a “Bella Ciao”, dagli stornelli romani ai più notevoli brani di musica classica, proposti anche dai musicisti dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia intervistati in questa fase di silenzio delle istituzioni musicali sul sito della stessa Accademia.
In un momento storico tanto drammatico per l’arte, in cui gli enti e le fondazioni liriche o teatrali non hanno ancora un’unica idea precisa su quando riprenderanno le loro attività (per non parlare di come le riprenderanno), chi ha scelto il mestiere del musicista professionista non ha comunque mai rinunciato a far sentire la propria voce, ovviamente ricorrendo alle tecnologie che hanno permesso alla cultura di continuare a esprimersi.
Dunque fra i tanti contributi musicali di questa lunga fase non poteva mancare quello di una parte dei docenti, degli allievi e degli ex allievi del Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, i quali si sono cimentati in una libera interpretazione del primo movimento del Concerto n° 5 di Antonio Vivaldi, intitolato “La tempesta di mare”.

Così, da un’idea del Maestro Alfredo Santoloci (docente di sassofono presso lo stesso Conservatorio ed ex Direttore di quest’ultimo), la brillante e gioiosa atmosfera di una delle composizioni più entusiasmanti per violino solista e orchestra d’archi rivive nell’unione di tanti giovani talenti, insegnanti e professionisti della musica, tutti insieme in un video-collage che costituisce innanzitutto un messaggio di speranza e positività per un avvenire migliore.
L’intento dei vari interpreti consiste perciò nel ricordarci quanto l’arte, la cultura e la bellezza sprigionata da esse possano indicare la via da perseguire nel prossimo futuro a tutto il mondo. Un mondo, lo sappiamo purtroppo, attualmente malato per colpa dei suoi stessi abitanti, la cui sensibilità nei confronti della natura e delle sue meraviglie (decantate nella storia proprio dall’arte e della musica in primis!), dovrebbe essere una caratteristica imprescindibile dell’educazione di ogni popolo.

La solitudine dell’opera d’arte

Intervista a Gloria Gatti – avvocatessa, giurista ed esperta di diritto dell’arte

di Anna Maria Antoniazza

L’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”

La libertà di espressione è sancita anche dall’art. 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (c.d. CEDU) firmata a Roma il 4 novembre 1950 e ratificata dall’Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848: “Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera.”

Quali sono i pericoli attuali che tale libertà sta subendo o potrebbe subire?

Il diritto d’autore è stato uno degli strumenti per affermare la libertà di espressione avendo dato agli artisti “libertà dal mecenatismo”, permettendo loro la facoltà di liberarsi da committenze, eterodirezione e censure, rivolgendosi direttamente al pubblico, anziché al papa o al signore di turno, e di trarre dalle proprie creazioni libere sostentamento, guadagno e notorietà.

Nella situazione attuale, che ha visto il mercato dell’arte spostarsi nella dimensione dell’online ci è imposto di riflettere sul fatto che la creatività potrebbe subire limitazione non già da parte di un signorotto ma da una medium digitale ove si vende e piace ciò che più facile fotografare o riprodurre in pixel, con una evidente limitazione degli infiniti mondi di espressione dell’arte che mal si conciliano con la loro una riproducibilità bidimensionale.

Muhammad Yunus, Premio Nobel per la Pace (2006) e ideatore del microcredito, ha sostenuto: “Ogni uomo è dotato di una creatività illimitata. E questa è molto più forte di tutti i mali che affliggono le nostre società e che abbiamo creato noi stessi. Il vero problema è che il sistema non permette agli individui di esprimere e mettere a frutto questa capacità di produrre idee”. Inoltre In uno suo recente articolo ha dichiarato “Non torniamo al mondo di prima. […] Inutile dire che, prima del coronavirus, il mondo non ci andava bene.” Come possono gli artisti aiutare questa missione di pace? In che modo potranno essere coinvolti attivamente e in modo strutturale a prescindere dalle singole iniziative individuali?

Pur essendo una materia in cui non ho specifiche competenze, più che parlare di un contributo al processo di pacificazione, credo che gli artisti potranno con la loro creatività, compressa in misura non irrilevante, durante questo momento d’isolamento, essere il volano che aiuti a vincere la paura diffusa di affrontare l’uscita, di riunirsi e di ritrovarsi di nuovo fisicamente vicini, restituendo all’arte una dimensione di reale fisica condivisione di godimento corale che prima del virus era stata relegata in secondo piano da una logica di profitto e di evento.

Senza dimenticarci che in passato degli artisti italiani del dopo guerra come Fontana, Burri e Dorazio, con l’intento di contribuire a realizzare un ideale collettivo di rinascita hanno raggiunto anche ricchezza, fama e un posto nei libri di storia.

La solitudine di Hopper. Da “Summer in the City” (1950) fino a “Excursion into Philosophy” (1959) e “Cape Cod Morning“, (1959). Chi meglio del pittore realista americano ha saputo cogliere la grande poetica dell’isolamento che stiamo vivendo nei nostri tempi. L’impossibilità della relazione umana, il respiro di una attesa. Una volta che tutti torneremo ad uscire, probabilmente le nostre case saranno vuote e l’unico vero protagonista sarà qualche raggio di sole come in “Sun in an Empty Room” (1963).

Che lezione possiamo prendere da Hopper? Come cambierà il sistema delle relazioni nel mondo dell’arte contemporanea?

Hopper era il poeta della sua solitudine personale e familiare che come spesso accade è divenuto simbolo di una collettiva e desolante solitudine metropolitana e di provincia.

In un momento in cui il virus è combattuto con il distanziamento sociale e uno stravagante “isolamento iperconnesso”, però, da disumane piattaforme di socializzazione digitale accessibili anche ubbidendo al mantra dello “state a casa”, la vacuità degli sguardi, la tristezza dei personaggi di Hopper e delle sue case vuote dovrebbe esserci di monito e spingerci ad abbandonare appena sarà possibile quelle pericolose derive antisociali che potrebbero portarci all’assuefazione di una vita surrogata e lontana dall’esperienza della vera bellezza.

Se la digitalizzazione dell’arte ci ha fatto compagnia durante il lockdown, ci ha fatto anche capire che poche sono le opere che possono dare emozione in absentia. È emblematico il fatto che uno dei primi musei a riaprire al pubblico sarà la Fondazione Bayeler di Basel con una mostra proprio su Edward Hopper che, secondo il direttore Sam Keller, si risveglierà dal sortilegio che l’ha addormentata come la ”Bella addormentata nel bosco“ con il “bacio” dei visitatori mettendo fine al suo sonno solitario.

Covid-19, le artiste del gruppo Das unite nella solidarietà

Le Donne allo Specchio (Das) gruppo eterogeneo creato da un’idea di Luisa Bischetti, dedica un concerto Live su piattaforma multimediale per realizzare una raccolta fondi a sostegno delle tante artiste rimaste senza lavoro a causa del covid-19. Special guest della serata le cantanti Marina Morena e Irina Tirdea

Un concerto LIVE online il  9 Maggio ore 18:00 su IRIS TV (Invito Zoom),  per sensibilizzare e raccogliere fondi in aiuto alle artiste donne che in questo momento di emergenza sanitaria non possono lavorare. E’ questa l’idea lanciata dal gruppo Das, Donne allo Specchio, creato con amore e pazienza da Luisa Bischetti che in poco tempo è riuscita a riunire sotto una stessa sigla più di 700 donne, tra cui pittrici, attrici, commercialiste, dentiste, avvocati, ispettori di Polizia, designer, giornaliste, cantanti, psicoterapeutiche e tanto altro. Un gruppo che ormai da qualche anno dialoga su una chat e non solo, con una serie di incontri organizzati su temi di volta in volta e che esprime energia pura, mettendo insieme tante donne diverse ma unite negli intenti comuni.  “Donne allo specchio, – spiega la Bischetti – perché incontrandoci ognuna di noi diventa specchio dell’altra che riesce a cogliere aspetti che spesso, da sole, ignoriamo.  Incontri che favoriscono un’immediata intuizione su noi stesse, sulla nostra storia, sulla condivisione del nostro presente, sulla progettualità del nostro futuro”.

Come l’incontro fortunato con la cantante Marina Morena che in questo sfortunato momento ha saputo trasformare il suo bisogno in quello di tutte le altre. Il covid-19 infatti ha duramente colpito proprio gli artisti, il teatro, la musica, l’arte più in generale, lasciando senza alcuna certezza occupazionale migliaia di lavoratrici dello spettacolo. Ma Marina non si arrende e con l’aiuto di Irina Tirdea, che è anche presidente dell’associazione di volontariato Iris, ha deciso di prestare la propria arte gratuitamente in un concerto su piattaforma multimediale, multietnica ed interculturale fornita allo scopo da Iris, che non solo sarà un’occasione di incontro e di buona musica, ma avrà lo scopo di raccogliere fondi che saranno dedicati a supportare le artiste in disagio economico, in attesa di superare questo difficile momento. Naturalmente il volano dell’iniziativa sono proprio le stesse Das che affermano: “Sosteniamo l’arte e gli artisti sono la nostra salute mentale e del cuore… Insieme c’è la faremo! Tutto andrà bene!”

Concerto LIVE online
9 Maggio ore 18:00 su IRIS TV
Artiste DAS allo Specchio
Entra nello Zoom Concerto
https://us04web.zoom.us/j/76345599860…

Meeting ID: 763 4559 9860
Password: 3CMU9w

https://us04web.zoom.us/j/72538458434…
Meeting ID: 725 3845 8434
Password: 2EE2Gs

Organizzazione Artistica:
Marina Morena
Irina Tirdea
Luisa Bischetti

Vi aspettiamo tutti a sostenere il Talento / L’ Arte/ gli Artisti
Invitata speciale Jo Squillo a sostenerci!
Non mancate con il vostro contributo!

Per informazioni & donazioni
IRIS TV
https://irisbyirinatirdea.wixsite.com/irisbyirinatirdea
associazioneirisitalia@gmail.com

Seguici su IRIS TV Facebook/Youtube
https://www.facebook.com/groups/irispresstv/?ref=share
https://www.facebook.com/IRISPRESSTV/
https://www.youtube.com/channel/UC6yfst0njO9HsqAYyd2dfVQ
https://youtu.be/pGBx8dBoMeI
Associazione di Promozione Sociale e Culturale IRIS
C.F. 92074300135
Fai la tua donazione:
IBAN INTESA SANPAOLO –
IT 39B0306950920100000001663
Paypal http://paypal.me/iristv2020
https://www.eventbrite.com/e/concerto-live-online-artiste-d…

https://facebook.com/events/s/artiste-das-allo-specchio-conc/161962178551494/?ti=icl

I feel good…mr Brown. Il ricordo del grande artista nell’anniversario della sua nascita

Storia di un uomo cresciuto nella più assoluta  povertà del sud degli Stati Uniti che attraverso il suo genio musicale ebbe un’influenza cruciale nella reinvenzione del funk per almeno tre decenni ispirando pietà, timore reverenziale e repulsione.

di Andrea Cavazzini

Incomparabile showman, James Brown ha lasciato un segno indelebile: dalla musica alla danza, nel rock, pop e nell’ hip hop, il suo stile unico di “rhythm and blues” fuso con jazz e soul si è evoluto in ciò che è ancora oggi viene ribattezzata come musica funk. Artista con un’energia sconfinata e una voce straordinaria, ha conquistato la scena musicale per oltre 50 anni, fino al suo ultimo respiro, esibendosi e registrando poche settimane prima della sua morte, il 25 dicembre 2006.

Figlio della “Grande Depressione”, Brown nacque a Barnswell, Carolina del Sud il 3 maggio del 1933. Un’infanzia poverissima e travagliata, lasciò la scuola in seconda media e fu condannato per rapina a 16 anni, trascorrendo tre anni di detenzione in una comunità protetta. Appassionato di baseball aspirava ad una carriera sul diamante, ma fu costretto ad abbandonare lo sport a seguito di un infortunio alla gamba. Tuttavia, dopo un incontro casuale con la cantante soul Bobby Byrd, divenne membro della band gospel “The Famous Flames”,  con un sound fortemente influenzato dallo stile di Ray Charles e Little Richard. Grazie al suo dinamismo prorompente ma anche al suo modo di muoversi sul palco riuscì ben preso a conquistare il centro della scena diventando di fatto il front man della band. La sua registrazione “Live At The Apollo” del 1963 ebbe un successo senza precedenti, trascorse 66 settimane ai vertici della classifica di Biloboard e divenne il primo LP a vendere oltre un milione di copie.

Una bomba di energia, un fuoriclasse come pochi James Brown, ogni volta che saliva su un palco elettrizzava la scena lasciando un segno indelebile nella musica mondiale degli anni 1970. Soprannominato ” Godfather Of Soul”  (Padrino dell’ anima), ci ha lasciato un patrimonio musicale straordinario: “I Got You (I feel Good)”, “Papa’s Got A Brand New Bag”, “Sex Machine”,  “Say It Loud, I’m Black & I’m Proud”(un orgoglioso attacco ai pregiudizi razziali),  canzoni che  già al primo ascolto ti mettevano voglia di ballare o come la struggente “It’s  a Man’s Man’s World”, capace di emozionare sul tema dell’importanza delle donne nella società e nella vita di un uomo. Ed eravamo appena nel 1968 agli albori della rivoluzione studentesca!

Un’immagine pubblica che cozzava  però con il  Brown privato, uomo controverso, accusato ripetutamente di violenza domestica nei confronti dei membri della famiglia e delle persone a lui più vicine.  Il cosiddetto “dark side” di un monumento della musica tornato dopo la sua morte  a far parlare di sé e di tutte le sue miserie. Capitolo oscuro di una straordinaria carriera vissuta sempre border line tra successo e una vita privata macchiata dalle sue nefandezze alla mercé di  alcool e abuso di droghe.

Genio dello spettacolo, eccessivo, arrabbiato a tratti collerico, riuscì a costruire un’unicità intorno al suo essere personaggio. Il suo outfit riconoscibile prevedeva sempre, tacchi e abiti attillati, alcuni dei quali veri cimeli furono battuti all’asta da Christies. Appassionato di boxe, saliva sul palco come se fosse sul ring. anche indossando un semplice mantello bastava poco per mandare in visibilio una pletora indemoniata di ragazze, diventando l’icona fetish del blues.

Brown non lasciava nulla al caso, i suoi spettacoli erano studiati nei minimi dettagli, i suoi passi di danza, i suoi cambi di direzione improvvisi, modello di riferimento per Michael Jackson. Fu il  il primo artista nero ad avere una visione nel modo di fare spettacolo e che ispirerà in seguito molti artisti, Prince incluso.

Cantante, autore, compositore: con più di 150 titoli nel suo repertorio, re incontrastato del palcoscenico un genio del rithm & blues. Tra sacro e profano di lui qualcuno sosteneva che aveva piede nel Vangelo e altro nel blues, sempre e comunque un passo avanti agli altri.

Fu anche il simbolo del riscatto sulla miseria e sulla segregazione razziale, africano che incitava all’orgoglio nero pur tifando capitale e libero mercato. Nel 1968, dopo l’assassinio di Martin Luther King, il sindaco di Boston lo chiamò per evitare rivolte, diventando la voce della comunità nera , portatore di speranza. Celebre la sua frase: “Se vuoi avere successo, solo tu puoi farlo!

 

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
redazione@thedailycases.com