Infanzia e Coronavirus: parte il concorso di disegno per bambini e ragazzi

Tema richiesto dei disegni: Tutti i bambini sono dei supereroi e con la loro fantasia, sconfiggeranno l’odiato Coronavirus.

 “Super B e il Coronavirus” è il titolo del concorso a premi promosso al solo scopo di alleviare le giornate dei nostri bambini costretti a stare casa al fine di debellare l’epidemia di Covid19 in essere nel nostro paese.

Ma chi è Super B? Super B, che sta per Super Bambino/a, è il supereroe che, con la sua fantasia, distruggerà l’odiato mostro Coronavirus.

Tema richiesto dei disegni: Tutti i bambini sono dei supereroi e con la loro fantasia, sconfiggeranno l’odiato Coronavirus.

La partecipazione al concorso, promosso dalla TLC Telecomunicazioni, è completamente gratuita ed è aperta a bambini e ragazzi da zero a 14 anni.

Per partecipare è necessario compilare il Form su sito web dedicato www.superbeilcoronavirus.it entro il 15/04/2020. La proclamazione dei vincitori avverrà entro il 30/04/2020.

Tutti i disegni partecipanti saranno visibili sulla pagina dedicata del sito web www.superbeilcoronavirus.it.

Gli stessi disegni saranno inoltre pubblicati sulle pagine social della TLC Telecomunicazioni ed eventualmente degli altri partners dell’iniziativa. I disegni più significativi saranno mostrati su Lazio TV, all’interno di una rubrica dedicata del Lazio TG e saranno raccolti in un e-book scaricabile dalle migliori librerie online (Amazon, Google Play Libri ecc…) a cura di Passerino Editore ad un prezzo simbolico al solo fine di recuperare parte delle spese.

La TLC Telecomunicazioni provvederà inoltre a far stampare in cartaceo il libro in almeno 100 esemplari e lo distribuirà a chi ne facesse richiesta a prezzo di realizzo. In tutte le comunicazioni / pubblicazioni non verrà mai inserito il cognome del bambino ma sempre e solo il nome di battesimo e il nome da supereroe.

Lo stesso libro sarà omaggiato alle principali cariche dello Stato e istituzioni locali, a cura e spese della stessa TLC Telecomunicazioni.

LA TLC Telecomunicazioni formerà al proprio interno una giuria che valuterà i disegni ed assegnerà n. 3 premi ai primi 3 classificati.

La giuria sarà composta da Giuseppe Del Prete CEO TLC, Marco Bove Responsabile commerciale TLC, Alfa Cianca Responsabile Assistenza clienti TLC, con l’aggiunta di Franco Cairo Giornalista Lazio TV, Cinzia Del Prete Giornalista Musicale e Davide di Trocchio Studente ITT Pacinotti di Fondi Informatica e Telecomunicazioni) Successivamente, provvederemo all’estrazione di altri 7 premi.

Questi i premi che saranno assegnati ai bambini:

Primo classificato: 50 euro in buoni sconto presso Orlandi Giocattoli

Secondo classificato: 40 euro in buoni sconto presso Orlandi Giocattoli

Terzo classificato: 30 euro in buoni sconto presso Orlandi Giocattoli

Dal quarto al decimo premio (ad estrazione): 20 € in buoni sconto presso Orlandi Giocattoli

I premi non ritirati entro il 31/12/2020 andranno persi.

Per i genitori di tutti i partecipanti sarà assegnato un buono sconto da 30€ da spendersi presso TLC Telecomunicazioni per l’attivazione / portabilità di una linea solo fibra o fibra + telefono sia privata che business (il buono sconto sarà erogato 5 euro al mese iva compresa per i primi 6 mesi di abbonamento).

I vincitori verranno resi noti sulla pagina web www.superbeilcoronavirus.it , tramite gli altri partner del progetto e le pagine social aziendali.

Per maggiori informazioni scrivere alla mail [email protected]

I Genesis ritornano a suonare dal vivo

“THE LAST DOMINO ?”  il nome del tour che debutterà il 16 novembre a Dublino per concludersi l’11 dicembre a Newcastle

di Andrea Cavazzini

Era nell’aria da tempo che prima o poi sarebbero tornati insieme. Le voci in rete corrono rapidamente alla velocità della luce e puntuale è arrivata la notizia da una fonte autorevole come quella della BBC nel corso proprio di un’intervista ai protagonisti: I Genesis ritornano a suonare dal vivo.

10 concerti nel Regno Unito che vedranno Phil Collins a mezzo servizio (a causa dei suoi problemi alla schiena) esibirsi solo in voce, Michael Rutherford e Tony Banks a 69 anni suonati a riproporre un repertorio che ha fatto sognare 3 generazione di fans da quel loro primo album (peraltro bruttino) datato 1969: “From Genesis To The Revelation”.

Tra le band prog più popolari negli anni 70 insieme a altri storici gruppi che hanno scritto la storia del rock come i King Crimson, Jethro Tull, Gentle Giant, Yes  e Van Der Graf Generator, i Genesis nonostante le importanti defezioni che si sono succedute tra il 74 e il 77 a causa dell’abbandono di Peter Gabriel   prima e di Steve Hackett poi, sono riusciti  pur rimanendo in tre,  a incidere sul mercato discografico per altri 22 anni aprendosi all’inevitabile ascesa del pop, in linea con il mutare dei tempi.

E lo hanno fatto mantenendo quelle caratteristiche che li hanno sempre distinti nelle loro composizioni caratterizzato dal grande virtuosismo di Tony Banks alle tastiere, forte di una solida preparazione classica, dalla capacità di Mike Rutherford di passare dal basso suo strumento di partenza alla chitarra nel momento di uscita di Hackett e da un riconoscibile drumming targato Phil Collins fin dal momento del suo insediamento nella band nel 1971 con l’album “Nursey Crime”, in sostituzione di un anonimo Antony Mayhew.

La notizia della reunion dei  Genesis,  che si sono esibiti l’ultima volta insieme nel 2007 con un indimenticabile concerto al Circo Massimo, in occasione del loro 40 ° anniversario, è giunta dopo  che negli ultimi mesi una ridda di voci alimentate dal web, ma anche dai tanti nostalgici del gruppo inglese,  impazienti  di rivedere per l’ultima volta  quello che rimane “un unicum” nella panorama della musica rock, e che ha venduto oltre 100 milioni di dischi, il  cui primo nucleo si formò  sui banchi di scuola della prestigiosa Charterhouse School nel Surrey a sud est di Londra, fino a diventare una band dal successo planetario.

In questa reunion della reunion non ci sarà spazio per i due transfughi Gabriel e Hackett mentre alle pelli ecco il giovane rampollo Nicolas Collins (Talis pater, talis filius) che ha ben figurato nel tour del padre “NOT DEAT YET TOUR” conclusasi  trionfalmente lo scorso anno. Mentre confermato Daryl Sturmer eccellente chitarrista e bassista   americano di Milwaukee che dal 1977 segue i Genesis in occasione dei live.

Questa è la notizia! Ora lanciamoci in qualche considerazione sul perché dell’ennesima riunione di questi arzilli signori smaniosi di tornare sul palco dopo aver dato il loro meglio dal punto di vista compositivo fino al 1977 con l’album “Wind & Whutering”

Da “genesiano” della prima ora le perplessità affiorano prepotentemente e vanno a scalfire quel minimo di pudore e rispetto verso brani di bellezza incomparabile come “Firth of Fifth” o “Supper’s Ready “,  veri manifesti del prog britannico. E l’idea di vederli accostati a brani come “That’s all” o “Domino” rischiano di provocarmi una certa irritazione gastrica. Perché tre signori che potrebbero tranquillamente godersi la loro opulenta vecchiaia tra bricolage, giardinaggio e qualche altra passione più acconcia per la loro età dovrebbero rimettersi in gioco con il rischio di scadere in un rigurgito di patetica memoria? 

Per chi come me ha vissuto l’epoca d’oro della loro fantastica carriera e che ha avuto il piacere di goderseli dal vivo addirittura in un memorabile concerto a Earl’s Court nel 1977 con  Steve Hackett alla chitarra e che ancora continua imperterrito ad ascoltare in auto “Seconds Out”,uno dei migliori live in assoluto mai registrato da una formazione rock, quale sontuosa testimonianza del concerto di cui sopra; beh si confesso che questa ennesima comparsata mi lascia piuttosto perplesso. Forse la voglia di togliersi la ruggine di dosso e eliminare la polvere che nel frattempo ha ricoperto con mestizia gli strumenti?

Magari una rimpatriata tra vecchi amici che vogliono ancora provare l’ebbrezza del live? No, io credo che in realtà aldilà delle ultime prove discografiche non certo da ricordare, i Genesis, nonostante siano trascorsi 50 anni amino suonare per amore della musica e perché aldilà di come la si possa pensare è ciò che hanno sempre saputo fare grazie alle loro composizione raffinate al pari dei Pink Floyd.

E basterebbe questo per giustificare il tutto nonostante gli acciacchi, dell’età che avanza e  di essere più che mai fuori moda. E i Genesis rimarranno per tutti coloro che li hanno amati e che continueranno ad amarli, come la squadra di calcio del cuore: una fede!

I biglietti del “THE LAST DOMINO ?” questo il nome del tour che debutterà il 16 novembre a Dublino per concludersi l’11 dicembre a Newcastle sono già in vendita a partire dal 6 marzo sul sito ufficiale della band.

L’affascinante storia di Giovanna di Savoia regina in Bulgaria

Il libro di Isabel Russinova ripercorre con sapiente emotività la vita di Giovanna di Savoia la «regina delle rose», tanto amata dal popolo bulgaro. Un altro prezioso racconto che si aggiunge alle storie di donne che la Russinova ha prodotto negli ultimi anni, facendole poi rivivere anche in teatro

Di Macrì Martinelli Carraresi

Il libro della Russinova racconta la vita della Regina Giovanna che «non cessa di stupire e di incantare per i suoi contorni avventurosi e leggendari, romantici e tragici» dichiara Emanuele Filiberto di Savoia nella prefazione al libro.

La regina delle rose è un racconto liberamente ispirato alla vita di Giovanna di Savoia la «regina delle rose» e di Boris, zar di Bulgaria. basato su attente ricerche storiche e su racconti narrati all’autrice da alcuni suoi famigliari protagonisti della vicenda e vicini alla casa reale.

Nello scenario tempestoso dell’Europa tra il 1927 e il 1943, cresce una grande storia d’amore che ha come protagonisti due giovani costretti a subire il peso del destino: Giovanna, figlia del re Vittorio Emanuele III re d’Italia e di Elena di Montenegro, principessa sensibile umile, discreta, ma forte della sua fede e Boris, zar di Bulgaria. Mentre il fascino dell’età d’oro con i suoi grandi artisti e intellettuali del’900 come d’Annunzio, Toscanini e i personaggi del potere e dell’aristocrazia di allora fanno da cornice alla storia, il racconto, come in un thriller, segue allarmato e inquieto i protagonisti, teme per la loro vita, per il loro amore, così continuamente insidiato dalle subdole trame dello spionaggio internazionale e dal mistero del destino. Ma la storia stimola il lettore anche al sogno.

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 A diciotto anni dalla sua scomparsa, avvenuta a Estoril in riva all’Atlantico e non lontano da Cascais, scrive l’autrice nella nota finale «Il popolo bulgaro non ha mai dimenticato la sua regina, ha continuato ad amarla e nell’autunno del 1993, dopo la caduta del regime, Giovanna è potuta tornare a Sofia e ricordare i cinquant’anni dalla scomparsa del suo amato Boris».

Isabel Russinova, nata a Sofia e cresciuta a Trieste, è autrice e drammaturgo, operatrice culturale, attrice di cinema, teatro e televisione e ha interpretato più di trenta film lavorando con molti maestri del cinema nazionale. Ha firmato molti testi e sceneggiature per cinema, tv e teatro Ha diretto il Teatro di Tradizione Alfonso Rendano di Cosenza, e anche direttore artistico di numerose rassegne di cinema e teatro nazionali è testimonial ufficiale Amnesty International, Accademica Tiberina, ed è promotrice onoraria della cultura slava nel mondo, insignita dal Ministero della cultura di Bulgaria.

ISABEL RUSSINOVA

La regina delle rose

Prefazione di Emanuele Filiberto di Savoia e dell’ambasciatore Alberto Schepisi

Armando Curcio Editore- euro 10,96

Il Teatro La Fenice di Venezia suona incurante del coronavirus. #Lamusicanonsiferma

Il Teatro La Fenice ha deciso di trasmettere in diretta il concerto online, poiché l’Italia è in lockdown. Gli eventi culturali sono stati cancellati in tutta Italia ed Europa nel tentativo di contenere la diffusione del coronavirus

di Andrea Cavazzini

Il famoso Teatro La Fenice di Venezia rimane stranamente silenzioso quando il quartetto d’archi Dafne entra sul palco. I musicisti si avvicinano e si inchinano, nonostante non ci sia pubblico all’interno della grande sala da concerto, che può ospitare più di 1.000 persone. Mentre i quattro artisti prendono posto, il violinista Federica Barbali non può fare a meno di ridere della situazione imbarazzante e insolita.

Per un momento, puoi sentire uno spillo cadere nello splendido teatro rococò, originariamente costruito nel 1792; quindi il quartetto inizia a suonare il Quartetto per archi n. 4 di Ludwig van Beethoven, Op.18 n. 4. E mentre la musica riempie il vuoto, improvvisamente ti viene in mente il fatto che stai guardando questo evento comodamente da casa tua.

Il Teatro La Fenice ha deciso di trasmettere in diretta il concerto online, poiché l’Italia è in lockdown. Gli eventi culturali sono stati cancellati in tutta Italia ed Europa nel tentativo di contenere la diffusione del coronavirus. Ma ciò non significa che tutta la vita pubblica debba finire; al fine di garantire che la vita culturale continui, gli organizzatori stanno elaborando nuovi formati per canalizzare i loro eventi.

Su Twitter, il flusso di concerti del Teatro La Fenice è una delle tante cose condivise con l’hashtag #iorestoacasa – che si traduce in “Sto a casa”. Gli italiani di tutto il paese stanno usando l’hashtag per parlare della propria vita in condizioni di quarantena e per mostrare solidarietà a coloro che sono stati infettati dal coronavirus.

Ma La Fenice non è l’unico teatro che si è fatto promotore di questa nuova modalità di poter fruire di eventi che dal vivo sono stati cancellati, perché la cultura non si può e non si deve fermare.

Da Genova a Torino, da Palermo a Napoli e da Milano e Parma, i teatri hanno trovato canali alternativi per comunicare con il loro pubblico.  Il Teatro Carlo Felice di Genova trasmette ogni giorno perle dal suo archivio: dallo Schiaccianoci di Ciajkovskij alla Boheme di Puccini.

Opera e balletto non vi piacciono? Che dire allora della musica classica, ad esempio Ludwig Van Beethoven, diretto da Zubin Metha? Oppure basta andare sul sito del Teatro Massimo di Palermo per godersi Madama Butterfly del maestro Giacomo Puccini con il soprano Hui He.

Anche le istituzioni museali e culturali si stanno adattando. La Triennale di Milano organizza ogni giorno su Instagram “Decameron”, un festival digitale con noti autori, cantanti, scrittori e giornalisti italiani che raccontano le loro “storie” seguendo le orme del Boccaccio. Il Museo d’Arte Moderna di Bologna sta realizzando brevi video in cui gli artisti che espongono al museo spiegano il significato e il lavoro dietro le loro creazioni.

Tornando al nostro quartetto d’archi a La Fenice, che si esibisce in circostanze così uniche non può non scattare un sentimento di solidarietà. mentre il pubblico online continua a commentare la performance, esprimendo soprattutto la loro gratitudine per il bellissimo concerto, un utente ricorda agli altri spettatori che stanno ancora guardando una performance musicale facendoli zittire sul regno digitale come se fossero all’interno del teatro.

Il quartetto d’archi Dafne non è di gran lunga l’unico gruppo di musicisti classici che fanno ricorso allo streaming come alternativa durante questi tempi difficili. L’Orchestra Sinfonica di Giuseppe Verdi a Milano è stata anche costretta a suonare davanti a una casa vuota all’inizio di marzo durante lo streaming del concerto online. L’hashtag scelto era forse più poetico: #Lamusicanonsiferma, perché la musica cosi come la cultura non si fermeranno mai.

La cultura in Italia ai tempi del Coronavirus: l’arte, la musica e i musei sul web

A partire da domenica 8 marzo anche il Ministero per i beni e le attività culturali ha aderito alla campagna #iorestoacasa, necessaria visto il momento di massima emergenza sanitaria contro il Coronavirus.

Sopra: l’immagine della campagna indetta dai musei

A partire da domenica 8 marzo anche il Ministero per i beni e le attività culturali ha aderito alla campagna #iorestoacasa, necessaria visto il momento di massima emergenza sanitaria contro il Coronavirus.
Le varie attività di intrattenimento a contatto con il pubblico sono quindi state sospese, per essere in parte riproposte sul web nelle prossime settimane.
Nel frattempo tutti gli artisti, i musicisti, gli operatori culturali e museali sono stati costretti a interrompere le proprie professioni spesso in modo drammatico: data l’assoluta precarietà della maggior parte dei lavoratori dello spettacolo in Italia, un flagello come l’attuale pandemia non potrà che arrecare un danno economico enorme soprattutto a queste categorie di persone.
Per non parlare, inoltre, del dramma degli aggiunti nelle orchestre al momento privi di lavoro così come tutti i professionisti del mondo del cinema e dello spettacolo in generale.
Non bisogna credere tuttavia che questi lavoratori non abbiano già dimostrato di possedere delle risorse per resistere e affermarsi comunque in un momento tanto difficile; l’intero mondo della cultura si sta mobilitando al fine di trovare al più presto delle strategie alternative per diffondere in ogni caso la propria arte, per permettere alla musica di essere ascoltata ancora il più possibile e alle collezioni nei musei di essere ammirate da turisti italiani e stranieri grazie alle modalità online.
Certo, ovviamente si tratta di una tipologia di fruizione completamente diversa e alla quale è necessario abituarsi, ma una reazione del genere da parte dell’universo culturale e artistico nel nostro paese fa ben sperare per il prossimo futuro, specie considerato che il periodo di arresto di tutte le attività di questo tipo potrebbe protrarsi ben oltre il 3 aprile.

Le istituzioni museali coinvolte

Così il MANN, ossia il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è stato uno dei primi (giusto il 9 marzo) ad aderire alla campagna #iorestoacasa, proponendo sui suoi canali social dei video il cui obiettivo è proprio quello di rilanciare online l’immaginario antico in esso conservato. Nello stesso contesto è notevole il tour virtuale tra i capolavori del museo con il direttore Paolo Giulierini, un viaggio online accompagnato dalle musiche originali del compositore Michael Nyman (noto per la colonna sonora del film Lezioni di piano).
Il musicista ha scelto di donare la sua musica dopo il concerto del 2018 nel Salone della Meridiana al FestivalMann 2018.
La campagna #iorestoacasa ha poi raccolto numerosi consensi in ogni settore della cultura e fra le istituzioni artisticamente illustri del nostro paese. Finora vi hanno aderito: i Musei Reali di Torino, i siti di Pompei, il Parco archeologico del Colosseo, le Gallerie degli Uffizi di Firenze, il Palazzo Reale di Napoli, il Museo Egizio di Torino, Palazzo Barberini, la Galleria Corsini e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Museo Archeologico di Cagliari, il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, il Museo d’Arte Orientale di Venezia, Capodimonte, il Museo Omero di Ancona, la Galleria Nazionale dell’Umbria, il Museo di San Martino, la Galleria dell’Accademia di Firenze, le Gallerie dell’Accademia di Venezia.

La reazione della Musica italiana

Il teatro e la musica non stanno certo soffrendo di meno in un momento simile: tutti gli spettacoli teatrali e operistici, i concerti sinfonici o quelli relativi agli altri generi musicali sono stati annullati sino all’inizio di aprile, ma questo non significa che i cantanti e i musicisti italiani più celebri rinunceranno a esibirsi.

Dalla musica pop a quella elettronica è subito arrivata la proposta dei “concerti online”, denominati anche “concerti domestici” vista la necessità di seguirli da casa.

Da questo venerdì 13 anche l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha lanciato la campagna Concerti in streaming, realizzabile grazie alla collaborazione di Rai Cultura: si tratta di una selezione di concerti svolti dall’Orchestra e dal Coro dell’Accademia e caricati sulla piattaforma RaiPlay, insieme ai relativi programmi di sala resi disponibili e scaricabili gratuitamente in formato pdf.

Quindi ogni giovedì alle 19.30, ogni venerdì alle 20.30 e ogni sabato alle 18.00, collegandosi sulla pagina facebook o sul sito dell’Accademia ci sarà modo di assistere a tre concerti diversi, che saranno progressivamente sostituiti con delle nuove programmazioni la settimana successiva. Non solo: la stagione Tutti a Santa Cecilia continua sul web con On line for Kids, la nuova sezione del sito dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dedicata alla Musica e ai ragazzi: periodicamente vi saranno pubblicate delle divertenti clip video da cliccare e da ascoltare, mentre le lezioni concerto e i laboratori musicali ci aiuteranno a proseguire la conoscenza della musica.

Oggi poi, alle ore 18 in punto, tutti i musicisti (professionisti e non) d’Italia prenderanno il proprio strumento e si metteranno a suonare alla loro finestra: in questo modo il nostro paese diventerà per pochi minuti un gigantesco concerto gratuito, in rappresentanza dell’unità nazionale tanto invocata dalle istituzioni.
Ancora una volta la musica ci ricorderà quanto è importante supportarsi reciprocamente nei momenti più tragici, ribadendo la funzione avuta per secoli in altre circostanze storiche e sociali altrettanto difficili.

 

 

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‘TI RACCONTO L’IRAN- I miei anni in terra di Persia’ di Tiziana Ciavardini

   “Dedicato a tutte le donne iraniane, a quelle del cambiamento e quelle della tradizione, la cui forza e determinazione mi hanno trasformato in una donna migliore.”scrive l’Autrice

di Maria Cristina Martinelli Carraresi

  “Non si può non seguire con  trepidazione questa storia d’amore fra una italiana colta, certamente attenta ai valori universali  della giustizia e della libertà e un popolo prigioniero di una teocrazia intollerante e crudele che si appella, per il governo del paese,  a regole scritte quasi due mila anni fa.”cosi dichiara Dacia Maraini nella prefazione.

 Non si può parlare di Iran, però, senza dedicare spazio alle sue donne e alla questione femminile. Se è vero che in Iran i principali ostacoli che, a livello politico e giuridico, si interpongono all’affermazione e all’affrancamento della condizione femminile, sono eretti in nome della religione e del concetto di “cultura patriarcale”. Una cultura che si scontra, oggi, con una società giovane, aperta al mondo e alle nuove tecnologie. Così l’autrice racconta come l’atmosfera repressiva sia alimentata continuamente dalla paura. Il velo simboleggia l’imposizione per antonomasia, al centro di battaglie e sfide di vario tipo, come quella del divieto di andare allo stadio e assistere a eventi sportivi. Una nuova coercizione è poi quella legata all’uso del web: in Iran è considerato illecito l’accesso libero ai social network,. Anche la musica è sottoposta a limitazioni per non parlare dell’omosessualità, considerata una malattia e come tale bisognosa di essere curata. Il popolo sente il peso di tutte queste restrizioni e delle sfide che lo attendono, tra crisi economica, sanzioni americane, inflazione  costruendosi “una vita parallela e alternativa in cui ci si rifugia nella propria sfera privata per poter esprimere quella libertà sociale fortemente inibita».

Le idee non sono chiare su quel che si desidera per il prossimo futuro e «il problema principale è la mancanza di un’alternativa in grado di sostituire il regime teocratico”. Altri racconti attendono Tiziana Ciavardini, ma la “febbre persiana” per lei  sembra destinata a non scendere. L’Iran è una terra caratterizzata da mille paradossi e contraddizioni, ma allo stesso tempo permeata da una profondissima spiritualità che pulsa, respira e vive nella quotidianità della sua gente. Nel libro attraverso le esperienze sul campo dell’autrice si affrontano tematiche relative al pregiudizio, all’Islam, alla condizione della donna, ai diritti negati, ai rituali interrogativi incerti e preoccupanti sull’imminente futuro della Repubblica ISLAMICA DELL’IRAN.

TIZIANA CIAVARDINI Antropologa culturale, giornalista e scrittrice italiana. Per anni si è dedicata allo studio delle religioni, del dialogo interreligioso ed interculturale. Ricercatrice presso The Department of Anthropology – Faculty of Social Science – The Chinese University of Hong Kong. ha svolto ricerca etnografice, in Borneo Occidentale in INDONESIA .

È autrice di numerose pubblicazioni accademiche, saggi e articoli di attualità.

Ha trascorso gli ultimi 13 anni nella Repubblica Islamica dell’Iran. Conoscitrice dell’Islam Sunnita e dell’Iran Sciita. Si occupa della condizione delle donna e dei bambini in Iran. Negli ultimi dieci anni si é interessata alle cerimonie rituali iraniane e alla cultura persiana. Ha collaborato nel 2005 con il centro Dialogue Among Civilizations (dialogo tra le civiltà)  è attivista per i diritti umani e delegata dal Presidente Hassan Rouhani alle politiche della famiglia e della donna in Iran.Scrive di temi relativi alla condizione della donna nella societá islamica, di Islam, di Terrorismo, di Immigrazione. é stata piú volte minacciata per il suo lavoro di inchiesta sulle condizioni delle donne in Iran,

Collabora con Repubblica.it, IlFattoQuotidiano.it, VanityFair, Art.21, QCode, Art.21. É stata spesso docente di Master presso la Link Campus University di Roma.

‘Queste tre futili cose’: il ritorno sulla scena editoriale di uno scrittore tutt’altro che in crisi

Ciò che mi ha attirato, leggendo la quarta di copertina, è stato sapere che Carlettoni, in questo caso, non è solo autore, ma è al contempo personaggio del proprio romanzo.

Di Luca Rinaldi

A volte, un evento è talmente grande, talmente macroscopico, che l’occhio umano non riesce a percepirlo. Questo accade anche quando uno scrittore affermato torna a scrivere e a pubblicare dopo anni di buio, dopo aver fatto perdere le sue tracce, dopo aver fatto sparire dalla circolazione ogni suo scritto, ogni suo romanzo, dopo aver fatto perdere letteralmente memoria di sé, tanto che neanche l’onnipresente Google o la so-tutto-io Wikipedia si ricordano di lui.

Eppure, Giovanni Carlettoni, il cosiddetto Scrittore degli animi umani, soprannome affibbiatogli per la sua capacità di dar voce e volto a personaggi e personalità decisamente veri, ha lasciato una traccia indelebile nell’Italia della seconda metà del Novecento, raccontandone le evoluzioni, le contraddizioni e prevedendone le inevitabili derive.

Ma ora è tornato, dicevamo. E lo ha fatto a suo modo: alla chetichella, in sordina, affidandosi a una neonata casa editrice indipendente. Una sorta di scambio di favori, per uno che, come si definisce lui stesso nel sottotitolo del suo nuovo romanzo, si ritiene uno scrittore in crisi.

Ed è proprio di Queste tre futili cose. Appunti di uno scrittore in crisi su cui mi appresto a dare un giudizio. Premetto che io, come la maggior parte degli italiani a cui lo chiedete, al sentire il nome Giovanni Carlettoni, ho pensato: “Mi dice qualcosa…”. È un pò come la sensazione che si prova appena svegli, quando si cerca di ricordare il sogno appena interrotto e… niente! Eppure, trovato quasi per caso negli elenchi Amazon, poco o per niente pubblicizzato (mi vien da pensare, su stessa richiesta dell’autore), questo romanzo si è meritato, non so come e non so perché, un mio click su “Acquista”.

In realtà, il perché lo so: ciò che mi ha attirato, leggendo la quarta di copertina, è stato sapere che Carlettoni, in questo caso, non è solo autore, ma è al contempo personaggio del proprio romanzo. Mi ha incuriosito il voler sapere come una persona potesse dipingere sé stessa, se si sarebbe autocelebrata o sarebbe stata onesta, nel bene o nel male. E devo ammettere che Carlettoni non ha paura di mostrare i suoi punti deboli, dando allo scritto una nota divertente e rassegnata, regalandoci uno dei suoi migliori animi umani di sempre, decisamente reale nella sua ipocondria, nella sua vecchiaia, nella sua insofferenza per il mondo che è andato avanti senza di lui, ma soprattutto nei suoi rimorsi e rimpianti, nel suo rapporto con la vita e con la morte. Nel suo confrontarsi con la scrittura. Una settimana nella quotidianità dello scrittore è tutto ciò che Carlettoni ci concede in questo romanzo.

Ma questa è solo una delle tre futili cose del titolo. Ci sono altri due personaggi che, in un modo o nell’altro, intrecciano le proprie vite con quella dello scrittore protagonista, regalandoci capitoli altrettanto poetici. Valerio Monent è il primo, giovane universitario che scandisce la propria esistenza milanese con la spinta costante sul pedale dell’inseparabile bicicletta. Di lui, sfalsata rispetto alla più lunga settimana di Carlettoni, ci viene raccontata una sola giornata, consentendoci l’accesso al flusso turbinoso e confuso dei suoi pensieri. Confuso è la parola giusta, perché Valerio affronta la sua realtà in modo impacciato, spesso dispersivo, con preoccupazioni quotidiane che toccano in egual misura la malattia della nonna, il rapporto con la madre, l’urgenza di chiudere il capitolo universitario della sua vita, l’indecisione nel capire se Ruggero è veramente il ragazzo che fa per lui. Problemi più o meno gravi e impellenti, che riempiono la sua mente e la nostra, di rimando.

La terza protagonista è Rea, una neurologa che deve affrontare la più dura delle prove: lasciarsi alle spalle un’intera vita, bruscamente interrotta, e ricominciare con occhi nuovi. Il suo arco narrativo inizia proprio con l’aprirsi dei suoi occhi in un letto d’ospedale e dura la bellezza di dieci anni, in cui ricordi, desideri, progetti e aspirazioni subiscono cambiamenti, frenate e ripensamenti. Una donna fragile e tosta allo stesso tempo, a suo agio tra i dottori della splendente Svizzera, così come tra i medici senza frontiere africani, ma spesso a disagio nel suo piccolo studio milanese, nel quale si materializza l’ultimo disarmante capitolo del romanzo di Carlettoni.

Il capitolo 16 ritorna, infatti, prepotente in tutta la vicenda, condizionando, nella narrazione, le azioni di Valerio e spiazzando al contempo, nella realtà, il lettore che non sa se sentirsi più disorientato, colpito o chiamato in causa per capire, per collegare, per decifrare e interpretare ciò che ha letto fino a quel momento.

Farò, a questo proposito, qualcosa che non ho mai fatto e che odio che venga fatto a me: vi svelerò la fine. L’ultima parola del romanzo è puzzle. E, forse, è anche la descrizione migliore che si possa dare a questa cornice di vita, una e trina, regalataci da Carlettoni, scrittore a mio avviso tutt’altro che in crisi.

Eppure, leggendo, si capisce che Queste tre futili cose sarà il suo canto del cigno, il suo testamento spirituale, redatto alla veneranda età di 82 anni. Il suo modo per confrontarsi, una volta per tutte, con il lutto e la morte che lo hanno portato lontano dalle scene, un riguardare la propria vita alla flebile luce del suo tramonto personale per rendersi infine creazione di sé stesso, un’animo umano finalmente immortale, perché immortalato nero su bianco.

Queste tre futili cose è un romanzo che va letto. Ma soprattutto è un libro che va acquistato e conservato, prima che l’autore decida di farlo sparire dalla circolazione e farlo cadere per sempre nell’oblio, come tutto ciò che lo riguarda.

Omaggio a Django Reinhardt al Teatro Torbellamonaca

Giorgio Tirabassi ha omaggiato, accompagnato dagli “HOT CLUB ROMA”, la leggendaria figura di Django Reinhardt, musicista belga naturalizzato francese che tra gli anni 20 e gli anni 40 ha incantato l’Europa e gli Stati Uniti

di Andrea Cavazzini

Ieri sera al  Teatro Torbellamonaca,  Giorgio Tirabassi ha omaggiato, accompagnato da un quartetto d’eccezione quello degli HOT CLUB ROMA”, la leggendaria figura di Django Reinhardt, musicista belga naturalizzato francese che tra gli anni 20 e gli anni 40 ha incantato l’Europa e gli Stati Uniti con una tecnica di esecuzione unica al mondo nel suonare la chitarra.
Di etnia sinti Django con la sua unicità, ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra, dando vita ad un genere che attingendo dalle tradizioni gitane e fondendole con il jazz ha preso il nome di manouche.

Uno zingaro ribelle, inaffidabile, attratto dalle donne ma anche marito e padre e che amava suonare per il gusto di farlo senza rincorrere il facile arricchimento e il successo a tutti costi. Django non era mai andato a scuola era analfabeta ma aveva un grande dono: il talento.

Iniziò a suonare a 12 anni prima il violino, poi il banjo e suonava per istinto, guidato dalla magia del suo talento e le dita correvano veloci sulle corde. Poi una sera rientrando da un concerto nella sua roulotte il destino ci mise lo zampino, quando una delle candele accese cadde sopra un mazzo di fiori finti con cui la moglie aveva adornato il loro rifugio errante. Fu un attimo, la roulotte prese fuoco e Django fu avvolto rapidamente dalle fiamme riuscendo a salvarsi per miracolo aiutato dal suocero. Ma una parte della mano rimase offesa per sempre. Perse due dita. Ma lui non si perse d’animo e continuò a suonare, esercitando le dita rimaste e spostando successivamente la sua attenzione sulla chitarra, perché le corde erano più morbide rispetto a quelle del banjo. E lì che nacque la leggenda di Django, capitalizzando l’abilita delle dita rimaste e per tutti diventò “Il fulmine a tre dita”.

Per lui l’importante era suonare dove non era importante, e spesso non si portava la chitarra dietro, mettendo a dura prova l’organizzazzione dei concerti che doveva trovarne una all’ultimo momento. E non si curava che magari con lui suonasse Duke Ellington Dizzie Gillespie o il grande Segovia, era sempre lo stesso. Imprevedibile!

Come fu imprevedibile la sua scelta di ritirarsi poco piu che quarantenne dalle scene perche voleva tornare a pescare nel posto che amava di piu Samois-sur-Seine a poche decine di chilometri a sud di Parigi dove su una collina, riposano le sue spoglie di questo zingaro irrequieto profeta indiscusso del gypsy jazz.

Gli Hot Club Roma sono: Gianfranco Malorgio alla chitarra ritmica – Gian Piero Lo Piccolo al clarinetto, Moreno Viglione alla chitarra, Renato Gattone al contrabbasso. Giorgio Tirabassi alla chitarra.

Land Army. L’esercito di terra: quando la storia è fatta dalle donne

Land Army. L’esercito di terra, parla di contrasti, quelli che in guerra ci mostrano i due lati opposti di una stessa medaglia.

Di Luca Rinaldi

La guerra vista da un’altra prospettiva non fa meno paura. Non se sei una giovane donna che ha perso tutto e che lavora i campi in una fattoria inglese adiacente a una base aerea americana, dalla quale ogni giorno decollano e atterrano bombardieri con fori di proiettili sempre nuovi sulla carlinga. Elizabeth vive qui, con altre sei ragazze appartenenti alla British Land Army, l’esercito di terra composto da sole donne, assoldato dal governo di Sua Maestà durante la Seconda Guerra Mondiale per mandare avanti una nazione e assolvere a quei compiti, come la cura dei campi, lasciati vacanti dagli uomini mandati al fronte. Tratto da una storia vera, direbbero alcuni…

Land Army. L’esercito di terra, parla di contrasti, quelli che in guerra ci mostrano i due lati opposti di una stessa medaglia. Ci sono infatti contrasti tra gli inglesi, a cui la guerra, sempre incombente al di là della manica, ha portato via amici e parenti, e gli americani, in “visita obbligata” sull’isola, ospiti ingombranti e non sempre desiderati, che portano sì salvezza, cibo e denaro, ma anche linguaggi e modi di fare tanto diversi, con atteggiamenti spesso arroganti e baldanzosi, che rispecchiano, da un lato, la sicurezza di aver lasciato i propri cari lontani dall’azione del conflitto, ma dall’altro mascherano il segreto timore di non riuscire più a farvi ritorno.

Ci sono contrasti tra donne inglesi e aviatori americani, perché a dividere i campi della fattoria di Elizabeth dalle piste della base aerea del bel Daniel, c’è solo una staccionata e un giro di filo spinato e perché tra uomini e donne, si sa, c’è sempre un momento di studio e sospetto reciproco prima che nasca un sentimento.

Eppure, se si passa un velo di cipria su una tela color verde militare, finisce che un sentimento nasce eccome. Ne vien fuori un quadro nuovo e interessante, tanto che una storia sulla guerra e sui contrasti si tramuta in una storia d’amore e di vicinanza reciproca. E così finiscono per avvicinarsi culture e generi tanto diversi, legandosi in un abbraccio che mischia i rossi, i bianchi e i blu di due bandiere alleate e che scalda i cuori nella paura di un nemico condiviso, quel nero oscuro delle uniformi tedesche. E, insomma, si creano nuovi legami, perché, qualunque sia il contesto o la situazione, sono sempre e comunque i sentimenti ad avvicinare giovani uomini e giovani donne in ogni luogo e tempo.

C’è poi un altro contrasto ben rappresentato in Land Army: quello tra la straordinaria maestosità della guerra che coinvolge nazioni e potenti, percepita sullo sfondo, e l’ordinaria quotidianità della vita che, nonostante tutto, deve andare avanti e che costituisce il fulcro della narrazione. È proprio da questa prospettiva, che vede l’ordinario calato in tempi straordinari, e dal punto di vista decisamente al femminile e da una ricerca storica sicuramente accurata, che l’autrice, Michela Moriggi, esordiente romana, ci racconta aneddoti e curiosità della vita in tempo di guerra. Ed è forse questa la parte che più ho apprezzato del romanzo: l’ascoltare e il ballare, insieme alle protagoniste, la musica che andava in quegli anni, il vederle intente a truccarsi e farsi belle con mezzi e strumenti improvvisati a causa della penuria di accessori per il trucco dovuta alla guerra. E, da uomo, mi ha elettrizzato il ritrovarmi a bordo di un bombardiere americano, mentre viene crivellato in quota dai proiettili tedeschi, o mi hanno fatto sorridere le chiacchiere e gli sfottò tra commilitoni e le entusiasmanti partite di poker giocate con l’unico scopo di spillare denaro agli arroganti alleati yankees. Così come, da appassionato di romanzi noir, mi ha colpito come l’autrice sia riuscita a mettere in piedi un interrogatorio di prim’ordine, nel quale il poliziotto di turno tenta di mettere alle strette la sospetta malcapitata.

Insomma, c’è tanto in Land Army, e ognuno potrà ritrovarvi l’aspetto che maggiormente desidera, amandone delle parti e odiandone altre: ci sono generi letterari diversi; c’è la guerra con tutti i disagi e le sofferenze che comporta, con i suoi tecnicismi e le sue strategie; c’è la Storia, intesa come ricerca accurata e perfetta di dettagli, aneddoti e informazioni che rendono il racconto e la scrittura sempre vividi e realistici; c’è una storia d’amore, romantica in alcuni tratti (erano pur sempre gli anni ’40, direte voi…), ma che sa diventare, in altri, una dura prova da superare, un incontro-scontro da saper gestire e portare avanti insieme; c’è la vita quotidiana, con i suoi trucchi di sopravvivenza, con i momenti di sconforto e quelli di ilarità; e ovviamente ci sono le donne, vere protagoniste di questa guerra combattuta con armi non convenzionali, armate di forconi e rastrelli, di falci e badili, che lottano ogni giorno con sudore e fatica, e che a loro modo, hanno fatto la Storia con la S maiuscola. C’è una vita, insomma, che, calata nel contesto storico del 1942, forse solo i vostri nonni, ormai, potrebbero ricordare in certi dettagli e sfumature.

Ebbene, l’autrice ci fa un quadro talmente reale e genuino di tale quotidianità che non possiamo fare a meno di viverla insieme alla protagonista e ai suoi comprimari. Di possibilità per immedesimarsi in uno dei personaggi ce ne sono a volontà, tra le sette ragazze presenti in fattoria, tutte diverse per indole e carattere, i soldati americani e qualche comparsa ricorrente. A me personalmente ha fatto molto sorridere la presenza di Susy, una simpatica scrofa, che a pieno diritto inserisco nei personaggi ricorrenti.

Non fidatevi, in ogni caso, di chi definirà questo romanzo un mattone, perché vi assicuro che lo è solo per numero di pagine (e questo non sarà sicuramente un problema per chi lo apprezzerà e ne vorrà di più), o di chi lo interpreterà semplicemente come un Harmony, un caso di letteratura rosa calato nella Storia (costui, nella sua ignoranza, considererebbe, infatti, un Harmony anche I Promessi Sposi). Fidatevi piuttosto di chi lo valuta onestamente nella sua interezza (e lunghezza) e vi dice che Land Army. L’esercito di terra è un’ottima lettura, interessante e particolare, che tratta di un tema poco conosciuto e sbandierato qual è la guerra combattuta dalle donne inglesi in casa loro, ma è anche un romanzo che vi farà passare momenti unici, divertenti, tristi, eccitanti, terrificanti… e soprattutto che vi terrà chini sulle sue pagine fino al colpo di scena finale. Quindi, mi raccomando, se siete di quelli che prima di iniziare un romanzo vanno a leggersi l’ultima riga in fondo al libro, beh, non fatelo, perché in questo caso sarebbe un vero peccato.

Per chiudere, un consiglio pratico: il romanzo lo si trova solo su Amazon nelle due versioni, cartacea ed e-book. Se sceglierete la versione digitale risparmierete qualche soldo e potrete tenere quasi 700 pagine in una mano senza sentire la fatica…

Lucrezia Borgia, madre disperata, paga la sua cattiva fama

Inatteso dramma dell’amor al Valli

di Sergio Bevilacqua

Ha perfettamente ragione l’amico Francesco Micheli a essere felice per la seconda messinscena, dopo quella del Festival Donizetti 2019 che lo ha visto Direttore artistico, al Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia, della “Lucrezia Borgia”, nuova co-produzione di numerose fondazioni teatrali, Reggio, Piacenza, Trieste, Ravenna e, naturalmente, Bergamo, città natale del grande compositore. È anche il segno di vitalità del Festival bergamasco che, dopo alcune stagioni di decollo, ha decisamente preso il volo con una stagione, la penultima, 2018, impreziosita da presenze vocali imponenti come l’ottimo Pop, e l’ultima, esempio di uno sforzo creativo e impresariale encomiabile. Questa “Lucrezia Borgia” avrà certamente un’ottima vita commerciale, per i seguenti, chiari motivi: 1. è stata pensata bene dal punto di vista impresariale, il parteterre dei coproduttori è vasto e solido; 2. Il personaggio di Lucrezia “madre tragica”, così come sottolineato dal giovane e intelligente regista Andrea Bernard, è appropriato e chirurgicamente stigmatizzato nella drammaturgia e scenografia; 3. Figurando spesso in uno splendido isolamento sia vocale che squisitamente teatrale, il personaggio della gran dama richiede interpreti eccellenti e, in esso, la ormai grande Carmela Remigio a Bergamo e la già stupenda Francesca Dotto a Reggio Emilia sono andate letteralmente a nozze, ai limiti della standing ovation. Ma non finisce qui: la scenografia (ottimo Alberto Beltrame) gioca gli spazi con delicatezza e classe anche malgrado i volumi in movimento, grazie a un sagace uso delle luci. Le coreografie, così importanti in questo spettacolo, sono sempre leggere e coordinate (brava Marta Negrini), e i costumi (Elena Beccaro) segnano una sintassi avvincente che colpisce il preconscio.

Insomma, per una via o per l’altra del Grande Crocevia Estetico (il teatro musicale lirico), c’è tutto ciò che inconscio, fantasia e senso comune possano chiedere a una Lucrezia Borgia: il noir, l’emozione, il senso storico, il veleno (quello non deve mancare!) e, in aggiunta, il dramma di una madre. Anche l’ambiguo di Orsini (interpretato dall’ottimo contralto Veta Pilipenko en travesti) gioca su questo unheimlich, su questo straniante che ci accompagna fino alla fine.

Voglio ora soffermarmi su un aspetto particolarmente riuscito: l’uso del quadro del palcoscenico. Da terra a cielo, tutto il volume, dunque base, altezza e profondità, è agito magistralmente in questo spettacolo. La base è attraversata da veloci e giustificatissime presenze, che prendono spesso (il Papa in ouverture, con sublime effetto anche di luci; i gruppi di attori e figuranti) traiettorie geometriche interne, verso un dietro che è filosofico, è il nostro back-mind, la nostra attesa del grottesco sinistro nella Borgia. L’altezza è scossa da pendenze e incombere di soffitti mobili, che non ci lasciano tranquilli (comme il faut!). La profondità, col prevalere del buio orizzontale, sconfina nel nostro spirito direttamente e si riempie di suoni e dolore ferale, fino alla morte di una madre e del suo figlio, nell’ombra cupa della vendetta e del veleno.

Eros e Thanatos, Borgia e Orgia, bene e male, Venezia e Ferrara si scontrano in continuazione come elettroni impazziti e ci portano all’epilogo dell’esplosione terrificante. Paragoni? Per come il bravo Bernard ha lavorato, siamo di fronte a un risultato eccezionale: la deflagrazione finale ricorda l’urlo panico di Rodolfo in Bohème o la tragedia materna che chiude Cavalleria Rusticana.

Tanto bella, questa regia e questo allestimento, che è subito sfidato: grande rischio per la coproduzione internazionale, che vede in prima fila nel 2020 il Comunale di Bologna, con un’altra “Lucrezia Borgia”, esordio in giugno!

“Pigliate la deformità morale più orrida, più ributtante, più completa, mettetela dove risalta meglio, nel cuor di una donna […], poi mescolate a tutta questa difformità morale un sentimento puro, il più puro che la donna provar possa, il sentimento materno […]”, ed ecco il nostro dramma… Citano Victor Hugo, a Bologna, nella tragedia da lui scritta (“Lucrezia Borgia”, 1833, appunto il titolo) cui s’ispirò Donizetti per commissionare a Felice Romani il libretto (fresco fresco, 1833 pur esso), e attaccano proprio dove a Bergamo e al Valli sono stati grandi. E mettono in campo il “primouomo” (ormai così noto per le sue doti di altruismo ed equilibrio psicologico, mai, cioè, invadente “primadonna”) Stefan Pop in Gennaro e, udite udite, la grande Yolanda Ayuanet nella di lui madre Lucrezia…

Scontro titanico! Non vedo l’ora che giunga, questo giugno 2020.

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