‘Ether, il quinto elemento’: spiritualità e accoglienza dei pontificati contemporanei con il vaticanista Mimmo Muolo

Nel nuovo appuntamento di Ether con la cultura, Isabel Russinova incontra il giornalista e scrittore Mimmo Muolo che chiarisce il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo

di Macrì Martinelli Carraresi

Il nuovo appuntamento di ‘Ether, il quinto elemento’ parla di spiritualità e del cammino cristiano promosso dai pontificati contemporanei con Mimmo Muolo, vaticanista, scrittore e vice capo della redazione romana di Avvenire.  Muolo, che ha accompagnato parte del pontificato di Giovanni Paolo II e dall’inizio quello di Papa Benedetto, come al momento di Papa Francesco, ha all’attivo diverse pubblicazioni di successo. Il suo ultimo libro “I soldi della chiesa”, che ha da poco ricevuto il premio “Cardinale Michele Giordano”, investiga tra i luoghi comuni che spesso circolano intorno agli interessi economici della Chiesa. Il sottotitolo del volume infatti recita “ricchezze favolose e povertà evangelica” e risponde a molte domande come ad esempio: da dove arrivano le risorse della Chiesa?  Come vengono impiegate? Che differenza c’è tra Stato Vaticano e Santa Sede?  Tra gli altri volumi di successo di Mimmo Muolo ricordiamo anche “Generazione Giovanni Paolo II” che racconta la storia della giornata mondiale della gioventù, creata e fortemente voluta da Papa Giovanni Paolo II, ritenuto da molti uno dei più importanti momenti del suo storico pontificato. Con Isabel Russinova ideatrice dell’innovativo format su Zoom dedicato ad arte, ambiente e cultura, come di consueto Tiziana Primozich e Macrì Martinelli Carraresi del webmagazine DailyCases. I particolari della puntata nel filmato

A ‘Ether, il quinto elemento’ si parla di jazz con Paolo Damiani

L’amore per il jazz, l’avanguardia e i giovani: ecco la musica e il cuore di Paolo Damiani ospite a ‘Ether, il quinto elemento’.

Di Macri Martinelli Carraresi

Il Jazz d’avanguardia di Paolo Damiani è il protagonista del nuovo incontro di ‘Ether, il quinto elemento’, l’innovativo format culturale nato da un’idea di Isabel Russinova in tandem con il webmagazine DailyCases. Compositore, direttore d’orchestra, contrabbassista, violoncellista, Paolo Damiani è uno dei pilastri del Jazz Italiano, ha lavorato con i più grandi musicisti da John Taylor a Paolo Fresu, da Kenny Wheeler a Tony Oxey e tanti altri. Ha fondato e diretto festival internazionali di Jazz e dal 1998, insieme al musicista e direttore artistico francese Armand Meignan, cura a Roma “Una striscia di terra feconda” festival che da anni mantiene alta la qualità delle proposte che animano energie di musicisti francesi ed italiani. Nel corso del programma vanno in scena produzioni originali e improvvisazioni, tra i partecipanti moltissimi giovani. Il festival negli anni ha lanciato molti tra i più interessanti musicisti jazz di oggi.

Paolo Damiani ha ricevuto nel 2008 dal Presidente della Repubblica italiana, l’onorificenza di Cavaliere per “meriti artistici”. I dettagli nel video

In libreria “Il mondo che (ri)nasce. La nostra vita dopo la pandemia” a cura di Andrea Ferrazzi. Edito da Rubbettino in partnership con il Gruppo Industriale Tecno

Il  Ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà alla presentazione online del volume prevista per il prossimo giovedì 28 maggio.

Il libro raccoglie testi di Alessandro Aresu, Filippo Barbera, Giuseppe Berta, Martina Carone, Giovanni Diamanti, Franco Ferrarotti, Andrea Ferrazzi, Paola Gioia, Tommaso Labate, Maria Elisabetta Lanzone, Giovanni Lombardi, Marco Magnani, Paolo Magri, Francesco Morace, Riccardo Perissich, Roberto Race, Claudio Riva, Francesco Seghezzi, Gianni Silvestrini, Nadia Urbinati, Stefano Zamagni, Vera Negri Zamagni

Come sarà il mondo che ci aspetta quando l’incubo Covid sarà finito? Che effetti avrà avuto la pandemia sulla nostra società, sulla politica, sull’economia, sui rapporti internazionali, sull’Europa?
Saranno questi i principali temi del dibattito che si terrà in streaming il prossimo 28 maggio alle 17,  in occasione della prima presentazione del  libro curato da Andrea Ferrazzi “Il mondo che (ri)nasce. La nostra vita dopo la pandemia”, edito da  Rubbettino con la partnership del Gruppo Industriale Tecno.

Alla discussione, che verrà trasmessa sulla pagina Facebook e sul canale YouTube dell’Editore e sulla pagina Facebook di Confindustria Belluno Dolomiti, prenderanno parte il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà; il direttore generale Confindustria Belluno Dolomiti e curatore del libro Andrea Ferrazzi; il presidente Gruppo Industriale Tecno e dell’Advisory Board del Museo e Real Bosco di Capodimonte Giovanni Lombardi; l’autore di uno dei saggi del libro Marco Magnani, economista alla Luiss e Harvard Kennedy School, il Government & Public Services Industry Leader di Deloitte Guido Borsani; l’editore del libro Florindo Rubbettino e il consulente in reputation strategy e segretario generale del think tank Competere.EU Roberto Race.

Il libro, “Il mondo che (ri)nasce” raccoglie testi di Alessandro Aresu, Filippo Barbera, Giuseppe Berta, Martina Carone, Giovanni Diamanti, Franco Ferrarotti, Andrea Ferrazzi, Paola Gioia, Tommaso Labate, Maria Elisabetta Lanzone, Giovanni Lombardi, Marco Magnani, Paolo Magri, Francesco Morace, Riccardo Perissich, Roberto Race, Claudio Riva, Francesco Seghezzi, Gianni Silvestrini, Nadia Urbinati, Stefano Zamagni, Vera Negri Zamagni.

A fare da trait d’union c’è la considerazione che il mondo che rinascerà dopo la pandemia non sarà lo stesso di prima. In pochi mesi, le nostre vite sono state sconvolte da un virus che, all’inizio, quasi non avevamo visto come una reale minaccia. Ma che in poco tempo si è manifestato con tutta la sua atroce spietatezza, provocando vittime e una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti nel nostro recente passato. In questo libro curato da Andrea Ferrazzi, venti esperti riflettono su cos’è successo, su cosa potrebbe succedere e, last but not least, su cosa dovrebbe succedere affinché la crisi da COVID-19 non sia accaduta invano. In quindici saggi viene analizzata questa drammatica esperienza da prospettive diverse: la società e l’economia, l’Italia, l’Europa e le relazioni internazionali, il lavoro e l’ambiente, le vecchie e nuove periferie, la comunicazione e il giornalismo, la globalizzazione, la politica e le grandi sfide che l’umanità dovrà affrontare nel XXI secolo. La storia ci insegna che dalle ceneri delle grandi tragedie e dalle pandemie del passato non sempre è nata un’umanità migliore. Allo stesso tempo, però, abbiamo l’opportunità, e il dovere morale, di imparare dalle lezioni del passato per evitare di ripetere gli stessi errori. Lo shock globale provocato dal coronavirus può e deve servire anche per prendere coscienza dei pericoli (alcuni catastrofici) che si prospettano all’orizzonte e per agire di conseguenza, con speranza e rinnovata fiducia negli altri, in noi stessi e nelle nostre comunità.

“L’idea di questo libro – afferma Andrea Ferrazzi – nasce quasi per caso, nel pieno dell’emergenza sanitaria. In quei giorni drammatici, c’è stato un susseguirsi di informazioni, provvedimenti, stati d’animo, reazioni, dichiarazioni, in un rapido precipitare di situazioni. Abbiamo sacrificato, forse con troppa inconsapevolezza, le nostre libertà individuali, sancite dalla Costituzione, per difendere noi stessi da un virus letale. C’è chi si è rinchiuso in casa, chi ha cantato dai balconi, chi ha appeso bandiere e disegni di speranza alle finestre, chi aspettava la conferenza stampa della Protezione Civile a scandire le proprie giornate in quarantena. Nuovi riti per una nuova precaria e apparente normalità. Ma come abbiamo vissuto e che cosa cambierà questa drammatica esperienza? È questo l’interrogativo che ho posto a venti intellettuali di fama nazionale e internazionale: economisti, scienziati politici, sociologi, esperti di comunicazione e di ambiente. Le risposte sono contenute in questo libro, uno strumento per riflettere su quanto accaduto e soprattutto su quanto potrà accadere nel nostro futuro”.

“Siamo nel pieno di un cambiamento epocale e il 2020 – dichiara Giovanni Lombardi, presidente del Gruppo Industriale Tecno e dell’Advisory Board del Museo e Real Bosco di Capodimonte e partner del progetto editoriale –  per l’Italia sarà una sorta di anno della verità. Dopo la pandemia vivremo in un mondo più digitale e forse meno globalizzato, come emerge dalle pagine di questo libro composto da alcune delle voci più autorevoli dell’economia, della sociologia, della scienza politica, del giornalismo e della comunicazione che Andrea Ferrazzi ha coinvolto in questa riflessione collettiva. Leggere gli originali testi presenti nel libro è un’interessante opportunità per guardare al futuro con occhi nuovi. Come Gruppo Industriale Tecno, operando nell’efficientamento energetico ed industriale grazie a piattaforme che ci permettono di supportare da remoto le aziende, abbiamo vissuto in diretta il blocco totale e la riattivazione di migliaia di impianti con il ripensamento dei cicli produttivi.Quello che stiamo vedendo e che ci rende ottimisti per il nostro Paese è  la gran voglia degli imprenditori italiani di rendere le proprie aziende sempre meno impattanti a livello ambientale. Sono convinto che questa è una sfida che sapremo cogliere.”

Il ricavato della vendita del volume sarà devoluto all’Associazione Onlus “Sos Villaggi dei Bambini” (www.sositalia.it) che lavora in Italia e nel mondo con i bambini, le famiglie, le comunità locali e le Istituzioni per garantire a ogni bambino il diritto di crescere sereno e in salute in un ambiente familiare accogliente, e di sviluppare pienamente le sue potenzialità.

Intesa SanPaolo annuncia la riapertura delle gallerie d’Italia a Milano,Vicenza e Napoli

Le Gallerie d’Italia riaprono a Milano e Napoli il 2 giugno, a Vicenza il 28 maggio

Intesa Sanpaolo annuncia la riapertura delle Gallerie d’Italia a Milano e Napoli il 2 giugno e a Vicenza il 28 maggio 2020.

Nella sede milanese di Piazza Scala i visitatori potranno rivedere la mostra ‘Canova | Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna’, prorogata eccezionalmente fino al 28 giugno.

L’esposizione, rimasta per molte settimane in cima alle classifiche delle mostre più visitate d’Italia, aveva raggiunto prima della chiusura quasi 200.000 visitatori nazionali e internazionali. Ideata e prodotta da Intesa Sanpaolo in partnership con il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo e con il Museo Thorvaldsen di Copenaghen e con la curatela di Fernando Mazzocca e Stefano Grandesso, la mostra ha reso possibile il confronto – per la prima volta in un’esposizione – dei due grandi artisti neoclassici, con prestiti fondamentali di musei italiani e stranieri e di esclusive collezioni private, ricreando nelle sale delle Gallerie d’Italia in Piazza Scala a Milano un vero e proprio ‘olimpo di marmo’.

Dal 30 giugno torneranno ad essere visitabili anche le sale che accolgono le collezioni permanenti ‘Da Canova a Boccioni’ e ‘Cantiere del 900’.

Il 2 giugno riapriranno anche le Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli: sarà visitabile ‘Il Martirio di Sant’Orsola’ di Caravaggio, masterpiece della collezione d’arte di Intesa Sanpaolo, e la mostra ‘David e Caravaggio. La crudeltà della natura, il profumo dell’ideale’, prorogata fino al 28 giugno.

In programma il 28 maggio la riapertura di Gallerie d’Italia – Palazzo Leoni Montanari a Vicenza, con un riallestimento della collezione permanente: sarà visitabile il piano nobile con 30 dipinti del ‘700 veneto e un nucleo di 20 vasi selezionati dagli oltre 500 che formano la collezione di ceramiche attiche e magnogreche in un allestimento rinnovato che li mette in dialogo con le decorazioni a tema mitologico presenti nelle sale del palazzo.

Grande l’impegno di queste settimane per consentire una visita in piena sicurezza e tranquillità.

Sarà possibile, e raccomandato, l’acquisto online dei biglietti dal sito gallerieditalia.com.

Gli ingressi saranno contingentati e scaglionati ogni quindici minuti e si dovrà rispettare la distanza interpersonale – in caso di attesa – di almeno un metro all’esterno e di due metri negli spazi museali.

All’interno delle Gallerie sarà prevista la misurazione della temperatura attraverso un termoscanner (con rimborso del biglietto se acquistato online in caso di temperatura superiore al limite consentito) e in vari ambienti museali saranno a disposizione dispenser gel con soluzioni disinfettanti.

Al fine di assicurare una visita in totale sicurezza, oltre all’igienizzazione continua di tutti gli ambienti, sarà obbligatorio l’utilizzo di mascherine e il mantenimento di una distanza sociale di almeno due metri. Lungo il percorso un’apposita segnaletica inviterà al rispetto delle norme ed il personale museale sarà a disposizione per ogni esigenza e indicazione.

Fra le novità che accoglieranno i visitatori vi sarà la possibilità di accedere gratuitamente ai contenuti di approfondimento installando l’app MuseOn sul proprio smartphone attraverso Google Play o App Store, collegandosi al sito museon.eu oppure inquadrando il QR Code presente al desk di accoglienza.

L’orario delle Gallerie in questo primo periodo di ripresa vedrà una variazione, con apertura estesa dalle 11.00 alle 19.00 (ultimo ingresso 18.00), mentre i giorni di apertura rimarranno invariati: dal martedì alla domenica con giorno di chiusura il lunedì.

In attesta della riapertura delle tre sedi museali delle Gallerie d’Italia, sul sito www.gallerieditalia.com è disponibile un tour virtuale della mostra ‘Canova | Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna’ con contenuti di approfondimento multilingua. Si può inoltre rivivere la straordinaria bellezza della mostra anche grazie anche al documentario ‘Canova | Thorvaldsen. La fabbrica della bellezza’ disponibile su RAI Play.

Sotto lo Stesso Cielo Tour: Giuliani e Casta approdano al Laurentino e animano il popolo in finestra del quartiere romano

Conquista il pubblico anche la sesta tappa del primo live show on the road sotto Covid-19

Dopo ben cinque appuntamenti nella periferia della capitale (Corviale, San Basilio, Tor Bella Monaca, Tor Pignattara e Ostia) “Sotto lo Stesso Cielo Tour – Musica, risate e solidarietà ai tempi del Coronavirus” è approdato ieri al Laurentino ed ha animato un entusiasta pubblico in finestra (e in piazza) del popoloso quartiere romano.

Grandi emozioni e pubblico in festa per la sesta tappa dello show live rigorosamente on the road voluto da Salvamamme, unico al mondo sotto Covid-19, con due straordinari mattatori, Antonio Giuliani, con la sua irresistibile e irrefrenabile comicità e il violinista bresciano Andrea Casta con il suo archetto luminoso, affiancati dal popolare Dj Gabry Imbimbo.

“È stato bello vedere come la gente si è lasciata coinvolgere, il calore della loro partecipazione si sentiva nonostante la distanza fisica. La forza della musica, delle parole e delle risate è arrivata ad ogni balcone. Un’esperienza nuova per me e sicuramente molto emozionante” racconta l’attrice Giorgia Palmucci, Premio Miglior Attrice per “Viola del pensiero” al Global Short Film Awards di Cannes, che ha aperto l’evento con una emozionante dedica al maestro Ezio Bosso, recentemente scomparso. Ospiti speciali dello spettacolo sono stati il Trio Monti, composto da tre musicisti che provengono da tre dei monti di Roma: Giampiero Mannoni, alla voce, di Monte Mario, Valerio Mileto, alla chitarra, di Monte Sacro, Valdimiro Buzi, al mandolino, della Montagnola che, al termine della loro esibizione, hanno commentato: “è stata una grandissima emozione poterci esibire in questo evento unico e portare la nostra musica tra gli abitanti del quartiere Laurentino. Per noi che suoniamo e scriviamo canzoni romane è sempre entusiasmante respirare l’atmosfera dei quartieri popolari, e mai come oggi siamo stati felici di essere qui. Un’occasione importante per far ripartire la vita, la cultura, la socialità – seppure a distanza – in un momento particolare come quello che stiamo vivendo”.

Al pubblico in finestra, ma non solo, anche a quello in piazza rigorosamente distanziato, è stata offerta un’ora di grande festa e allegria nello spirito che ha animato l’associazione guidata da Grazia Passeri a sostenere il tour: “regalare benessere fisico e musica per il cuore e per l’anima alle persone”.

Lo spettacolo è stato realizzato grazie al regista Antonio Centomani e a grandi professionisti come Fabio Zazzaretta.

Si ringraziano la Regione Lazio e l’Unicoop per aver contribuito alla produzione dell’evento, l’Ater ed il suo Direttore, Andrea Napoletano, per la collaborazione e l’accoglienza, ed ancora la Polizia di Stato, la Polizia Municipale nono gruppo e i Carabinieri Laurentino. (foto M. Riccardi)

Il “menestrello del rock e d’America” Bob Dylan ha festeggiato 79 anni

 Colui che inventò il folk rock traendo ispirazione dal suo idolo Woody Guthrie. Una storia costellata di successi, di premi, di dischi con oltre 50 album pubblicati, ma soprattutto la storia di un artista che ha saputo intercettare per primo le disillusioni di una generazione e trasformarla in poesia.

di Andrea Cavazzini

Non so se Robert Allen Zimmerman per tutti Bob Dylan, sia un poeta, un musicista, un cantante, un trovatore, un funambolo, un pagliaccio, un’icona, un genio, un acrobata, un visionario, un narratore, un ammaliatore, o un Cristo senza spine e penso che non sia per nulla importante saperlo. Ma sicuramente è tutto questo insieme e anche di più. È semplicemente Bob Dylan.

È il principe delle nuvole, è il re pazzo, è il buffone delle tragedie shakespeariane, è un’opera letteraria, è la Resurrezione, “l’Uomo Tamburello” e anche “l’uomo che soffia al vento”, è tutto ciò che gli altri non sono: è unico.

Certo, non ha scritto romanzi ma ha fatto anche  di meglio; ha composto dozzine, centinaia di canzoni che valgono tutte le composizioni letterarie della terra, ha tolto la polvere dalla poesia e l’ha riversata sugli LP, ha gareggiato in scoperte linguistiche, ha scritto versi che hanno trascinato nella mente della mia generazione e di quella che l’ha preceduta messaggi dall’aldilà, ha trascorso la sua vita reinventando sé stesso e lui a sua volta ha reinventato le nostre stesse vite. Uno che ha lasciato tracce del suo passaggio, non prove, all’alba del suo 79 compleanno che si è celebrato il 24 maggio.

Bob Dylan sicuramente è stato uno dei poeti contemporanei più influenti che ha avuto un ruolo fondamentale nelle coscienze dei giovani degli anni ’60, il primo ad affrontare nelle sue canzoni temi sociali e politici.

Lui e la sua musica hanno attraversato gli anni sessanta, lasciando dietro di sé i suoi discepoli politici e folk, confusi dal suo pensiero e dalle  esplorazioni elettrizzanti delle sue idee ai più ancora sconosciute. Con canzoni come “Mr Tambourine Man”, “Desolation Row”, “Like A Rolling Stone” e “Just Like A Woman”, ha creato la road map delle emozioni per un’intera generazione.

E pensare che da giovane ventenne appassionato di country, blues e rock’n roll, quello di Elvis e Jerry Lee Lewis per capirci, al suo primo album fece un fiasco clamoroso. Ma non si arrese alla prima difficoltà e lottò per imporre il suo stile e la sua voce rauca, e da li a poco ecco la svolta. Nell’aprile del 1962, un titolo che sarebbe diventato l’inno di un’intera generazione: “Blowin ‘in the Wind “, una canzone pacifista che ha incarnato la protesta della guerra del Vietnam negli anni ’60, diventando “ipse facto” un inno per i diritti civili. Una canzone che lo stesso Dylan registrò svariate volte cambiando il tempo, il ritmo, l’intonazione della voce, ma mai il testo!

Pittore, scultore e artista, Dylan  autore di libri, negli ultimi due decenni, ha continuato a condividere la sua musica e ha fatto tournée con molti grandi nomi, tra cui Paul Simon, Joni Mitchell e Van Morrison.

Ha vinto tantissimi premi: Grammy, Academy, Golden Globe, nel 2008 un Pullitzer che tradizionalmente viene assegnato ai giornalisti, per il profondo impatto sulla musica popolare e sulla cultura americana e nel 2012 ha ricevuto la medaglia presidenziale per la libertà dal presidente Barack Obama. Nel 2016 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Una decisione controversa, la prima volta che l’onore fu concesso ad un musicista. Tante volte copiato, i suoi pezzi addirittura sono stati  arrangiati in modo straordinario anche in chiave jazz, ma mai eguagliato.

La festa è  iniziata, venite gente e non c’è bisogno di un biglietto d’ingresso, di pass gratuiti o di raccomandazioni, per entrare. Il mondo caro Bob è ai tuoi piedi, cappello, chitarra e armonica, queste sono le uniche cose di cui avrai bisogno,  l’apocalisse dovrà aspettare ancora un pò. Grazie mister Zimmerman, per tutte le parole e la musica che ci hai regalato e che ci hanno fatto sognare! Fai un compleanno favoloso e resta per sempre giovane.

‘Sarà il nostro futuro’, il corto che apre uno spiraglio all’ottimismo dei giovani che guardano al passato per costruire il loro futuro

La cultura al centro per i nostri giovani come bene di prima necessità che può sconfiggere il male, anche quello provocato da un minuscolo virus.  E’ questa la narrazione di ‘Sarà il nostro futuro’, prodotto da Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi.

Di Tiziana Primozich

Tante sono le proposte che gli artisti hanno offerto al pubblico fin dai primi giorni di quarantena, letture, poesie, momenti di musica e sono molti anche gli autori e i registi che hanno voluto raccontare attraverso la loro sensibilità e creatività il momento che stiamo vivendo, inaspettato ed invasivo per tutti e particolarmente proprio per il settore culturale.  Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi sono stati tra i primi a realizzare, proprio dalla quarantena, un corto cinematografico che ha subito conquistato gradimento e audience e che continua a crescere dal canale you tube da cui è fruibile. Si tratta di “Sarà il mio futuro” uno short movie che ha come protagonisti i giovani, i più penalizzati e fragili di fronte all’ evento che viviamo, perché caricati del peso di affrontare il futuro.

E questo è il messaggio del corto dove ragazzi dalle facce pulite e dalle espressioni serene e presenti, misurati ed incisivi, propongono ognuno una frase del pensiero di alcuni tra i più grandi italiani, da Italo Calvino a Leonardo da Vinci, da Alda Merini a Rita Levi Moltalcini, ma anche Pascoli, Svevo e tanti altri, tracciando così attraverso un perfetto filo conduttore la loro risposta al momento storico che viviamo con la storia che siamo stati e che idealmente saremo ancora. Le loro parole intonate e le giovani voci emozionano, comunicando fiducia, forza e consapevolezza, oltre ad una energia che spinge a voler affrontare il domani con più coraggio. Un crescendo di emozione, nella semplicità del racconto che chiude con un inaspettato eco lontano affidato al pensiero di Ipazia di Alessandria.  “Sarà il mio futuro” è una proposta originale, elegante, che affida proprio alla cultura e alla formazione il compito di sostenere il futuro.

Un video di speranza perché è nella grandezza del nostro passato culturale che abbiamo la certezza anche in questo momento tragico, di approdare in un futuro ricco di possibilità per il nostro Paese. Ed i nostri ragazzi lo sanno e ne sono consapevoli. Solo ricordando le gesta ed i pensatori che hanno fatto grande la nostra meravigliosa penisola, i nostri giovani possono trarre l’ispirazione che restituirà loro la forza di ricominciare. ‘Sarà il nostro futuro’ quindi è un inno al passato per essere capaci di costruire un futuro. Grazie ad Isabel Russinova e Rodolfo Martinelli Carraresi per questa testimonianza artistica che narra un glorioso passato, unica leva nelle menti dei nostri ragazzi che dalla storia possono estrapolare le energie e la consapevolezza del ‘chi siamo oggi’ ma soprattutto del ‘chi saremo nel tempo’…….Ed il covid19 sarà solo un incidente di percorso come tanti altri.           

La scuola online nell’epoca Covid: un bilancio sulla DAD in vista della fine dell’anno

 

La scuola italiana in emergenza covid19 ha dovuto  adeguarsi al distanziamento sociale proponendo una didattica a distanza (“DAD”) per tutti i corsi di studio. I limiti e le difficoltà di lavorare online  

Durante un’emergenza come quella ancora in corso, la scuola italiana ha dovuto necessariamente adeguarsi al distanziamento sociale di questa lunga fase proponendo una didattica a distanza (“DAD”) come prassi comune a tutti i corsi di studio.
Per noi docenti non è stato semplice organizzare la nuova metodologia d’insegnamento in questa modalità, senza contare che molti studenti hanno avuto (e hanno ancora) problemi legati alla precaria o spesso assente connessione.
Per altro, nell’epoca della crisi economica ormai endemica per il nostro paese non è neppure così scontato presumere che tutti i ragazzi siano in possesso di un computer, o comunque di adeguati strumenti per poter seguire in maniera continuativa le lezioni online.
Per alcuni alunni quindi si è trattato di un disagio talmente grande da compromettere l’esito stesso delle prove orali e delle altre incombenze scolastiche, tanto da indurre lo stesso Miur a rivedere di recente i criteri da prendere in considerazione in sede di giudizio finale: non si potranno bocciare gli studenti che hanno avuto problemi di questo tipo.
Riguardo invece le prove di verifica e le altre prassi comunemente usate per testare la preparazione dei ragazzi, è stato inoltre opportuno ridimensionare l’intero svolgimento dei compiti in classe, abolendo la forma scritta e mantenendo la sola possibilità dell’interrogazione orale.
Com’è ovvio si tratta di un grosso limite didattico, per altro ancor più significativo se si pensa che i docenti non hanno neppure la certezza di valutare una vera e propria preparazione (rimane sempre il dubbio che lo studente legga qualcosa dal pc o che si aiuti con dei suggerimenti analoghi, per non parlare di chi dice di non avere la telecamera funzionante…).

Quale valutazione per la DAD?

Da un punto di vista formativo, dunque, quanto può essere attendibile questo periodo di DAD? In effetti non avremo mai una risposta univoca, in quanto varierà da scuola a scuola e da docente a docente.
Infatti il lavoro online prevede ulteriore impegno, fatica e capacità organizzative per tutti gli insegnanti, costretti ad eliminare la distanza coinvolgendo i ragazzi attraverso i numerosi strumenti tecnologici, da Google Drive a Whatsapp a Skype e Zoom. Quanti sono stati disposti a farlo? Sicuramente non tutti, poiché spesso è opportuno rendersi attivi e disponibili al di fuori delle ore di scuola, andando incontro a chi ha problemi di connessione e condividendo file, mandando messaggi o mail, rispondendo alle domande di ragazzi assenti e che devono recuperare dei materiali di lavoro.
Tuttavia, per quanto i mezzi tecnologici abbiano potuto aiutare (e molto) sostituendosi spesso anche bene alla didattica in presenza, è indubbio che per alcune categorie di scuole siano stati totalmente insufficienti o deficitari.
È il caso dei corsi di musica o relativi all’ambito artistico, come quelli proposti dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico o dai Conservatori.

La sofferenza dei Conservatori e delle Accademie

Le università AFAM stanno soffrendo molto per la mancanza di mezzi in grado di garantire almeno in parte i numerosi corsi laboratoriali – da quello di recitazione alla danza – per non parlare delle lezioni di esercitazioni orchestrali importantissime per gli studenti di Conservatorio, i quali sono stati privati anche dei saggi finali e della possibilità di fare lezioni di strumento in modo dignitoso. Questo perché mentre le materie teoriche si possono insegnare più o meno in modo efficace anche a distanza, lo stesso non si può proprio affermare per gli strumenti musicali: la mancata sincronia dell’audio e del video, la poca visibilità sui dettagli pratici (come la meccanica delle dita) e soprattutto l’impossibilità di intervenire concretamente correggendo un movimento sbagliato, in eccesso o anche solo in parte scorretto, sono solo alcuni dei tanti problemi riscontrabili nel seguire uno studente di pianoforte, violino o qualsiasi altro strumento.
Inoltre la stessa qualità del suono risulta essere il più delle volte mediocre, rendendo impossibile un’adeguata valutazione interpretativa sull’allievo (per non parlare dell’impossibilità di accompagnarlo in brani per due strumenti).

Sicuramente, almeno per questi corsi di studio sarebbe stato opportuno fare un’eccezione, riaprendo i Conservatori per le sole lezioni individuali in presenza (mantenendo la distanza di sicurezza e con le mascherine).
Non è stato così, e per un’ennesima volta nel nostro paese soprattutto la musica ha pagato il prezzo dell’emergenza Covid.

“Words4link – Scritture migranti per l’Integrazione”:aperte le iscrizioni ai laboratori

 A causa dell’emergenza sanitaria provocata dalla diffusione del virus COVID-19, anche il progetto Words4link si è dovuto adattare in maniera resiliente alla nuova situazione.

Vista l’incertezza sui tempi di riapertura delle attività abbiamo deciso trasformare gli appuntamenti che avrebbero dovuto essere dal vivo, in eventi online. Sfruttando le possibilità offerte dal mondo digitale, pur mantenendone le finalità, i contenuti e la gratuità.

In questi tempi in cui siamo invitati a sperimentare nuove strade per non fermare le attività culturali e la comunicazione fra noi, abbiamo pensato di offrire la possibilità di aggiornarsi e sperimentarsi in maniera virtuale sulla comunicazione e la scrittura a chi è interessata/o al tema di Words4link: la letteratura migrante.

Sono aperte quindi le iscrizioni per partecipare a “Diffondere le parole” il workshop tenuto da Nicole Romanelli, in cui la formatrice offrirà a autori/rici, giornalisti/e e poeti/e di origine sia migrante che italiana alcune competenze specifiche per promuovere il proprio lavoro e comunicare con la stampa e con i lettori/rici attraverso gli strumenti digitali e per costruire una strategia di personal branding.

Il workshop di autopromozione online si terrà in tre edizioni, tutte con lo stesso programma e ognuna composta da due incontri da tre ore: queste le date che si potranno scegliere

23 e 24 maggio – dalle 15 alle 18;

30 e 31 maggio – dalle 15 alle 18;

6 e 7 giugno – dalle 15 alle 18.

Il workshop è pensato per autori/rici, giornalisti/e e poeti/e di origine sia migrante sia italiana che sentono il desiderio di rafforzare le loro capacità di utilizzare la comunicazione digitale/video/social per interagire al meglio con lettori/rici e con la stampa. Un’occasione unica per prepararsi alle nuove modalità di fare cultura che il Covid-19 ci sta imponendo.

Aperte le iscrizioni anche per il primo dei tre laboratori che si terranno nei prossimi mesi, “Metamorfosi” di Giulia Caminito. Il laboratorio, sempre gratuito e sempre online, sarà strutturato in tre appuntamenti che si terranno il 10, il 17 e il 24 giugno dalle 17.30 alle 20.00 e sarà rivolto a persone, di origine sia migrante sia italiana, che desiderino approfondire la narrazione della metamorfosi e la migrazione dell’identità come strumento narrativo.

Ma come ci si iscrive?

Pur essendo tutte le attività ad accesso libero e gratuito, è necessario iscriversi utilizzando i moduli seguenti entro le scadenze che troverete indicate:

Workshop “Diffondere le parole”: https://forms.gle/EVSrSSMtcvNg9RLw8

Laboratorio “Metamorfosi”: https://forms.gle/CjbDXKRAWp7fDwvZ8

Ciascun workshop e laboratorio è aperto a un minimo di 10 e un massimo di 15 persone: una volta chiuse le iscrizioni, il comitato scientifico di progetto, in base alle richieste pervenute, selezionerà i/le partecipanti dando priorità alle richieste giunte per prime e tenendo conto delle culture/lingue di provenienza e della motivazione alla partecipazione.

Per le informazioni dettagliate e i programmi vi invitiamo a visitare la pagina dedicata “Laboratori e Workshop”, mentre per tutti gli aggiornamenti seguiteci sui nostri profili Facebook e Twitter

Il progetto Words4link è realizzato, oltre che da coop. Lai-momo e il Centro Studi e Ricerche IDOS, dall’Associazione Culturale Mediterraneo (ACM), con l’adesione della Biennale des Jeunes Créateurs de l’Europe et de la Méditerranée (BJCEM) e delle associazioni Eks&Tra, Razzismo Brutta Storia e Le Réseau.

Ricordando Chet Baker ed il suo personale stile nel cool jazz

Il 13 maggio del 1988 se ne andava un musicista dal talento incomparabile, un artista unico ma anche un uomo che amava scherzare(troppo) con la vita. Ciao Chet!

Di Andrea Cavazzini

Per uno come me cresciuto a pane, teatro e jazz è difficile non ricordare Chet Baker, un personaggio poliedrico che non ha mai smesso di incuriosire, ispirare e affascinare a più di 30 anni dalla sua morte quando il suo cadavere venne ritrovato sotto una finestra di uno squallido alberguccio di Amsterdam. Suicidio? Incidente? Non lo sapremo mai. Le leggende metropolitane si rincorrono dietro la sua fine.

E il 21 maggio Chet Baker venne sepolto nel cimitero di Inglewood Park, un sobborgo di Los Angeles, la città che gli ha regalato gloria e successo. Ma chi avrebbe mai potuto immaginare una simile fine trentaquattro anni prima?

Figlio di un chitarrista country fallito, violento e alcolizzato e di una madre inadeguata, nato e cresciuto a Yale nello stato americano dell’Oklahoma fu scoperto nei primi anni ’50 da Charlie Parker, il suo successo esplose nel 1954 quando fu nominato miglior trombettista jazz americano. La sua versione di “My Funny Valentine” incisa nel 1956 dove canta mentre suona la sua mitica Martin Committee ha superato la prova del tempo.

Nato all’alba della “Grande Depressione”, Chet appartiene a quella generazione che vide la distruzione atomica di Hiroshima e Nagasaki, un fardello pesante da portare che segnò in maniera profonda anche la sua visione del futuro.

Nel giorno del suo tredicesimo compleanno il padre gli regalò una tromba e in quindici giorni ne prese il totale controllo, riuscendo da predestinato qual era  a replicare nota per nota l’assolo di Henry James altro virtuoso della tromba, di fronte alla famiglia basita. E non fu fermato neanche dalla rottura di un incisivo,  cosa che per un trombettista qualsiasi avrebbe significato appendere la tromba al chiodo. Lui trasformò quell’handicap in un nuovo  stile. Niente alti ma solo registri medi e bassi.

Dotato di una volontà soprannaturale, rifiuterà sempre di imparare seriamente a leggere la musica – “Studiare va bene  per coloro che non hanno né orecchio né creatività“, dirà -, sbalordendo i vari direttori d’orchestra  in cui suonerà, dalla sua capacità di memorizzare qualsiasi partitura in un lampo.

Quando gli chiedevano quando aveva il tempo per esercitarsi lui rispondeva disarmante “Quando sono sul palco”.

Alla continua ricerca di una via d’uscita da un’esistenza complicata segnata da alcol e droga che riuscì a trovare solo in parte nella magia della musica, quella musica che gli consentì anche se in parte di riconcialiarsi con sè stesso

E sarebbe troppo facile incasellarlo nel solito cliché dell’artista maledetto. L’iconografia gioca un ruolo importante nel descrivere un musicista dal volto ammaccato dagli eccessi, da una vita da angelo primitivo e che gli valse il soprannome di “James Dean del jazz”. Se Miles Davis era “il principe delle tenebre”, Chet Baker era un angelo caduto. Un angelo fragile sempre  in bilico tra paradiso e inferno, fino a quell’ultima discesa che si concluderà ad Amsterdam con una caduta fatale dal secondo piano di quel misero hotel. Era il 13 maggio del 1988. Da quel giorno la Martin Commette di Chet non suonò più.

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