“Il teatro vive e pulsa anche con pochi spettatori. Aiutateci a fare teatro anche nell’emergenza”

Dal palco della XVI edizione del Festival dell’Eccellenza Femminile, parte un appello collettivo per lo spettacolo dal vivo lanciato da attrici, artiste, giornaliste, performer, drammaturghe e scrittrici, dietro maschere e distanziamenti. In arrivo nuove proposte articolate dal gruppo di lavoro del festival. 

Dal 16 al 24 ottobre a Genova e Sestri Levante si stanno incontrando oltre 40 artisti che, dal Teatro Ivo Chiesa, da Palazzo Ducale, dal Museo dell’Attore di Genova e dall’ex Convento dell’Annunziata a Sestri Levante, danno vita a una kermesse di eventi per confrontarsi dal punto di vista del FATTORE D, sulla ricostruzione e “il rinascimento” dell’Arte e del Teatro nello stato di emergenza.  Presenti, in 9 giorni, dietro maschere e distanziamenti, tanti protagonisti della cultura contemporanea che stanno sostenendo ilfestival, insieme alle associazioni che collaborano quest0anno: Zehra Dogan, Ilaria Capua, Ezel Alku, Orkide Izci, Sara Bertela, Elisabetta Mazzullo, Gaia Aprea, Silvia Neonato, Consuelo Barilari, Duska Bisconti, Caterina Barone, Eugenio Pallestrini, Carla Olivari, Stefano Bigazzi, Silvana Zanovello, Rosalia Pasqualino Di Marineo, Carmen Lasorella, Adriana Albini, Alessandra Gagliano Candela, Linda Kaiser, Virginia Monteverde, Arianna Cesarone, Bettina Bush, Elettra Stambouli, Maria Grazia Daniele, Stella Acerno, Chico Schoen, Elena Rosa, Elisabetta Mauti,  Caterina Barone,  Ginni Gibboni, Dolores Pesce, Gianni Martini, Antonella De Biasi,  Sonia Sandei, Giovanna Badalassi, Cinzia Pennati, Simone Manetti. 

Uno sforzo immenso e una immensa solidarietà intorno al Festival da artisti e spettatori ha reso possibile spettacoli teatrali con grandi attrici e artiste della scena contemporanea, in luoghi bellissimi e con spettatori contingentati.

In questi giorni sono stati e saranno in scena al Museo dell’Attore 4 spettacoli con 4 straordinarie protagoniste: ANIME SCALZE – Maram Al Masri tra parole e musica, con Sara Bertelà (18 ottobre), I Testamenti di Margaret Atwood con Viola Graziosi (20 ottobre), Venere e altri disastri con e di Duska Bisconti, Memorie di una maitresse americana di Nell Kimball con Gaia Aprea.  Con una platea contingentata di 15 spettatori, liste di attesa e overbooking quotidiano.  

“Questa è la realtà delle Arti Performative” – dichiara Consuelo Barilari – “La realtà degli artisti e del pubblico, legati a doppio filo, dietro maschere e distanziamenti, dal desiderio di emozionarsi insieme attraverso l’anima,  insieme e solidali come mai. Per chi oggi fa spettacolo e eventi dal vivo, il Teatro e le Arti performative pulsano e infiammano più di sempre. Se in questo momento, di cui non conosciamo la durata, non possono esistere i grandi numeri di spettatori, le Istituzioni devono sostenere il Teatro e l’Arte dal vivo per i piccoli numeri, immaginando la moltiplicazione degli eventi sui territori della tecnologia digitale, nella ripetizione, nella moltiplicazione sui social. Gli stati devono investire sul Teatro e l’Arte che nasce in questo periodo, perché la qualità è maggiore, nasce dalla coesione e dalla solidarietà di artisti straordinari in una comunità che si chiama emergenza mondiale e che ora gli stati e i governi devono aiutare.

È una sfida che abbiamo accettato, proprio per dimostrare che, grazie all’adesione di donne, artisti, artiste, giornalisti e critici, ospiti illustri dall’Italia e dall’estero, si può fare équipe, rivendicare l’importanza di essere fisicamente insieme, e da un piccolo palco lanciare in diretta streaming un appello alla mobilitazione. In questo momento di crisi, il nostro festival vuole essere una nuova finestra per la rete in movimento di tutti gli operatori del teatro. È questo l’obiettivo che vogliamo onorare con l’impegno per i Premi Ipazia alla Nuova Drammaturgia e alle Performing Arts, con il livello degli artisti presenti e con la condivisione della nostra mission da parte degli ospiti di spessore mondiale coinvolti in questa edizione, da Zehra Dogan a Ilaria Capua e Carmen Lasorella.”

Diretta streaming sulle pagine social del Festival

https://www.facebook.com/eccellenzalfemminile

La Lingua e la Storia: la Grande Signora, il Papa e l’Imperatore – Language and History: the Great Lady, the Pope and the Emperor

di emigrazione e di matrimoni

La Lingua e la Storia: la Grande Signora, il Papa e l’Imperatore 

Oggigiorno l’espressione “andare a Canossa” esiste ancora in quasi tutte le lingue europee. L’incidente al castello di Matilde di Toscana ha lasciato un’impronta quasi millenaria sul continente. 

Cos’è una lingua? Una lingua non è solo un mezzo per comunicare, è anche il reperto storico che contiene parole e frasi che risalgono al nostro passato e per questo motivo una lingua moderna, come l’italiano, spesso fornisce un legame con un passato che faremmo bene a ricordare. 

Conosciamo tutti i riferimenti nella lingua a film, libri, canzoni e anche citazioni di politici e altri personaggi importanti, ma utilizziamo anche espressioni che nascondono episodi importanti che hanno scosso il mondo nel passato. Perciò vogliamo parlare di una frase che esiste non solo in italiano, ma anche in quasi tutte le maggiori lingue europee, che si riferisce a un episodio in Italia che ha scosso tutta l’Europa con effetti che sentiamo ancora oggi. 

Tristemente, molti giovani oggigiorno, in Italia ed Europa, non conoscono più questo episodio, e allora “andiamo a Canossa” per fare diventare la frase uno strumento per imparare che questa espressione non è bella quanto potrebbe sembrare da una lettura veloce. 

Canossa 

Un turista che oggi decidesse di visitare Canossa nella provincia di Reggio Emilia troverebbe le rovine del castello di una delle donne più importanti del Medioevo. Matilda di Toscana, conosciuta anche come Matilda di Canossa. Questa donna ebbe un ruolo fondamentale nelle lotte tra il Papa ed Imperatori che molti di noi conosciamo, come la lotta tra i Guelfi (Pro Papa) e i Ghibellini che ispirò Dante a scrivere la sua Divina Commedia. 

Per motivi di lunghezza non entreremo nei dettagli delle origini del conflitto specifico tra il Papa (ora Santo) Gregorio VII e l’Imperatore Enrico IV di Germania che portò all’incidente al castello di Matilde a Canossa, tranne che si trattava dei poteri, sia politici che religiosi, dei Papi e dei sovrani che spesso erano in contrasto. Basta dire che il risultato del litigio tra di loro fu la scomunica del sovrano nel 1076. 

Per un lettore moderno la scomunica potrebbe sembrare un passo quasi banale, ma nel contesto della politica medioevale, a tutti i livelli, la scomunica voleva dire che i vassalli dell’Imperatore non erano più tenuti ai loro giuramenti di fedeltà. Enrico IV capì immediatamente le conseguenze di questo atteggiamento e decise di fare i passi necessari per rimuovere il castigo papale. 

Andare a Canossa 

Per poter fare togliere la scomunica l’Imperatore doveva appellarsi in persona al Papa. Nell’inverno del 1077 Gregorio VII si trovava ospite di Matilda di Toscana al suo castello di Canossa. Il luogo dove sicuramente il papa era certo di trovarsi tra i suoi alleati. 

Naturalmente Enrico decise di recarsi a Canossa, così iniziò la sequenza di passi che portò alla frase “Andare a Canossa”. Il primo passo fu la sorpresa amara di scoprire che il Papa non aveva nessuna intenzione di ricevere Enrico IV da lui ritenuto eretico. L’Imperatore capii che doveva fare un gesto drastico per mostrare la sincerità delle intenzioni della sua visita. 

Quindi, Enrico IV aspettò tre giorni sotto la neve nei giardini del castello, scalzo e vestito da penitente, per dimostrare la sua voglia di chiedere perdono al Papa. Chissà quante volte il Papa lo avrà guardato dalla finestra e cosa pensava nel corso di quel che era una vera umiliazione per l’Imperatore. Alla fine fu proprio Matilde di Canossa ad intercedere per l’Imperatore e a persuadere il Papa ad accoglierlo e sentire il suo pentimento. 

Il semplice fatto che il Papa poteva costringere un Imperatore a un gesto del genere dimostra chiaramente al lettore moderno che una volta il Papato non era semplicemente il Capo di una religione, ma aveva potere vero da poter costringere Re ed Imperatori alla sua volontà. 

Finalmente Gregorio IV fece aprire le porte ad Enrico IV che dovette inginocchiarsi davanti al Papa per chiedere ed infine ricevere il suo atto di pentimento. 

Effetti

Ci vuole poco per capire che il comportamento del Papa e l’umiliazione dell’Imperatore ebbe ripercussioni enormi in Europa. Gli altri sovrani non potevano avere dubbi che il loro potere potesse essere a rischio dal comportamento di Papa Gregorio VII. 

Infatti, questo episodio non portò la pace tra il Papa ed Enrico IV. Malgrado l’intervento a suo favore, Matilde pagò un prezzo caro per l’incidente al suo castello. Enrico IV le tolse ogni suo diritto e anche i suoi beni, però, malgrado questo la Contessa continuò a sostenere il Papa, al punto letteralmente di combattere per lui. In riconoscimento di questo, dopo la sua morte i resti di lei furono trasferiti a Roma in onore della sua fede al Papato. 

Due anni dopo il Re fu scomunicato di nuovo dal Papa e ci furono guerre tra le due parti. In molti sensi, questa lotta fu l’inizio della procedura che portò al concetto moderno della separazione di Chiesa e Stato che è alla base della democrazia moderna. 

La frase 

Secondo l’Enciclopedia Treccani, “andare a Canossa” vuol dire “fare atto di sottomissione umiliante, ritrattandosi e riconoscendo la supremazia dell’avversario”. Però questa definizione asciutta non fa capire l’aspetto più devastante di quell’episodio, l’umiliazione dell’Imperatore accadde in pubblico e non c’era modo per lui di nasconderlo dai suoi sudditi. Senza dubbio questo fu il motivo per cui Enrico IV decise di riprendere le ostilità verso il papa. 

Oggigiorno l’espressione “andare a Canossa” esiste ancora in quasi tutte le lingue europee. L’incidente al castello di Matilde di Toscana ha lasciato un’impronta quasi millenaria sul continente. 

Infatti, tale fu l’impatto che nel 1872 Otto von Bismarck, il primo cancelliere del nuovo paese di Germania, fece una dichiarazione storica per il paese, utilizzando proprio questa frase. In tedesco disse ”Nach Canossa gehen wir nicht”, cioè, “Non andremo a Canossa”, per fare capire al mondo che il nuovo paese avrebbe seguito la propria volontà e non sottomettersi alla pressione di poteri stranieri. 

Certamente non è un caso che questa frase fu pronunciata da un tedesco e non da un politico di un altro paese. 

Lezione 

Sarebbe bello poter dare ai nostri lettori tutta la storia di questo incidente straordinario e davvero storico, però lo spazio non ce lo permette. Fortunatamente internet da a tutti l’opportunità di accedere a fonti credibili d’informazione per poter leggere i passi che portarono all’umiliazione dell’Imperatore ed infine come ripagò il comportamento degli altri, a partire da Papa Gregorio VII e la Contessa Matilde di Toscana. 

Però, la lezione vera per noi da questo episodio è di sapere che la lingua mantiene ricordi di incidenti che oggigiorno non ricordiamo. Ed in questo aspetto la nostra lingua è particolarmente fortunata perché ha fonti che risalgono persino all’Impero Romano e ancora prima. 

Difatti, la nostra lingua oggi ancora contiene anche parole ed espressioni che vengono dall’opera ispirata da queste lotte tra Papi ed Imperatori che abbiamo nominato sopra, “La Divina Commedia” di Dante del quale quest’anno festeggiamo il 700° anniversario della sua morte. 

Lo stesso vale per altre opere importanti nel corso di questi millenni che ci aiutano a capire la grandezza del nostro passato, la nostra Storia e quindi della nostra Cultura, un aspetto che non si può capire fino in fondo senza capire la nostra lingua. 

Perciò, teniamo care queste parole ed espressioni perché sono un tesoro importante di cui dovremmo essere particolarmente fieri. Utilizziamo queste particolarità per incoraggiare i figli e discendenti dei nostri emigrati ad imparare la nostra lingua per dare a loro la chiave più importante anche della loro vita, l’identità da discendenti italiani. 

 Vogliamo finire questo articolo con una domanda scomoda legata proprio all’uso della lingua oggigiorno, e non limitata solo ai politici ed i giornalisti che hanno questo vizio. Vista questa ricchezza di espressioni e linguaggio, perché ci ostiniamo ad adottare parole inglesi quando abbiamo già parole adatte e anche ricordando che molto spesso parole inglesi hanno origini italiane? Se davvero teniamo alla nostra lingua utilizziamola al meglio perché anche le parole sono armi e la nostra lingua è un arsenale di parole che nessuno nel mondo può superare. 

 

di emigrazione e di matrimoni

Language and History: the Great Lady, the Pope and the Emperor

Today the expression “To go to Canossa” still exists in almost all Europe’s languages. The incident at Matilda of Tuscany’s castle has left an almost thousand year old imprint on the continent.

What is a language? A language is not only a means of communication, it is also a historical relic that contains words and phrases that date back to our past and for this reason a modern language, such as Italian, often provides a link to a past that we would do well to remember.

We all know the references in languages to films, books, songs and also quotations from politicians and other important people but we also use expressions that hide major episodes that shook the world in the past. Therefore we want to talk about a phrase that exists not only in Italian but also in almost all the major European languages which refers to an episode in Italy that rocked all of Europe with effects that we still feel today.

Sadly, many young people in Italy and Europe today no longer know this episode, so, “let us go to Canossa” to let the phrase become a tool to teach us that this expression is not as beautiful as it may seem from a quick reading.

Canossa 

Today a tourist who decides to visit Canossa in the province of Reggio Emilia would find the ruins of the castle of one of the most important Ladies of the Middle Ages, Matilda of Canossa, also known as Matilda of Tuscany. This woman played a fundamental role in the struggles between the Pope and Emperors that many of us know, such as the struggle between the Guelphs (pro the Papacy) and the Ghibellines that inspired Dante to write his “The Divine Comedy”.

For reasons of length we will not enter into the details of the origins of the specific conflict between Pope (now Saint) Gregory VII and Emperor Henry IV of Germany that led to the incident at Matilda of Canossa’s castle, except that it involved the powers, both political and religious, of the Popes and the sovereigns that were often in contrast. Suffice it to say that the result of the argument between them was the excommunication of the Sovereign in 1076.

To a modern reader excommunication could seem almost a trivial matter but in the context of medieval politics, at all levels, the excommunication meant that the Emperor’s vassals were no longer bound to their oaths of allegiance. Henry IV understood immediately the consequences of this attitude and decided to take the necessary steps to remove the Pope’s punishment.

 To go to Canossa 

In order to have the excommunication lifted the Emperor had to appeal to the Pope in person. In the winter of 1077 Gregory VII was a guest of Matilda of Tuscany in Canossa which was certainly a place where the Pope was sure of being amongst his allies.

Naturally Henry decided to travel to Canossa and so began the series of steps that led to the phrase “To go to Canossa”. The first step was the bitter surprise of discovering that the Pope had no intention of receiving Henry IV whom he believed was a heretic. The Emperor understood that he had to make a drastic gesture to show the sincerity of the intentions of his visit.

So Henry IV waited three days under the snow in the castle’s gardens, barefoot and dressed as a penitent to show his desire to ask the Pope for his forgiveness. Who knows how many times the Pope watched him from the windows and what he thought during what was a true humiliation for the Emperor. In the end it was Matilda of Canossa who interceded on behalf of the Emperor and persuaded the Pope to welcome him and hear his repentance.

The simple fact that the Pope could force an Emperor to such a gesture clearly shows the modern reader that once the Pope was not just the head of a religion but had real power to be able to force Kings and Emperors to his will.

Finally the Pope had the doors opened for the Henry IV who had to kneel in front of Gregory VII to ask for and finally receive the act of repentance from the Pope.

Effects

It takes little to understand that the Pope’s behaviour and the humiliation of the Emperor had huge repercussions in Europe. The other sovereigns could have no doubts that Pope Gregory VII’s behaviour could have put their power at risk.

In fact this episode did not lead to peace between the Pope and Henry IV. Despite her intervention on his behalf Matilda paid a heavy price for the incident at her castle. Henry IV took away all her rights and even her assets, however, despite this the Countess continued to support the Pope, to the point that she literally fought for him. In recognition of this, after her death her remains were moved to Rome in honour of the loyalty to the Pope.

Two years later the Emperor was excommunicated once more and there were wars between the parties. In many ways this struggle was the start of the process that led to the modern concept of the separation of Church and State which is the basis for modern democracy.

The phrase

According to Italy’s prestigious Treccani Encyclopaedia “To go to Canossa” means “to make an act of humiliating submission, withdrawing and recognizing the supremacy of the opponent”.  However, this dry definition does not make us understand the most devastating aspect of that episode, the Emperor’s humiliation happened in pubic and there was no way for him to hide it from his subjects. Undoubtedly this was the reason for which Henry IV decided to resume hostilities with the Pope.

Today the expression “To go to Canossa” still exists in almost all Europe’s languages. The incident at Matilda of Tuscany’s castle has left an almost thousand year old imprint on the continent.

Indeed, such was the impact that in 1871 Otto von Bismarck, the first Chancellor of the new country of Germany, made a historic declaration for the country using precisely this expression. In German he said, “Nach Canossa gehen nicht”, that is, “We will not go to Canossa”, to make the world understand that the new country would have followed its own will and not submit to the pressure of foreign powers.

It was certainly no coincidence that this phrase was uttered by a German and not by a politician of another country.

Lesson

It would be nice to give our readers all the history of this extraordinary and truly historical incident but space does not allow us to do so. Luckily the internet gives everyone the chance to access credible sources of information to read the stages that lead to the Emperor’s humiliation and finally how he repaid the behaviour of others, starting with Pope Gregory VII and the Countess Matilda of Tuscany.

However, the true lesson for us from this episode is to know that language holds memories of incidents that we do not remember today. And our language is particularly lucky in this regard because it has sources that go back to the Roman Empire and even earlier.

In fact, our language today also still holds words and expressions from the work inspired by these struggles between Popes and Emperors that we mentioned above, “The Divine Comedy” of Dante Alighieri of whom this year we are celebrating the 700th anniversary of his death. 

The same goes for other major works over the millennia which help us to understand the greatness of our past, our history and therefore our Culture, an aspect that cannot be understood fully without understanding our language.

Therefore, let us cherish these words and expressions because they are an important treasure of which we should be particularly proud. Let us use these particularities to encourage the children and descendants of our migrants overseas to learn our language to give them the most important key to their lives and identity as the descendants of Italians as well.

We want to finish this article with an uncomfortable question regarding our use of language today that is not limited only to politicians and journalists who have this bad habit.  Considering this richness of expressions and language, why do we insist on adopting English words when we already have suitable words, also remembering that very often English words have Italian origins? If we really cherish our language let us use it to the fullest because words are also weapons and our language has an arsenal of words that no country can beat.

Sistema spettacolo: riforma del settore e introduzione dello Statuto del Lavoro

Le proposte del Forum Arte e Spettacolo (FAS). La conferenza stampa di Bologna con Paolo Fresu, Diodato, Alberto Butturini, Matteo Lepore, Chiara Chiappa, i senatori Francesco Verducci (PD), Michela Montevecchi (M5S) e Loredana Russo (M5S) e i deputati Matteo Orfini (PD), Alessandra Carbonaro (M5S) e Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana).

Sono riassunte in cinque titoli chiave le proposte del Forum Arte e Spettacolo per la riforma del settore a partire dalla stesura dello Statuto del Lavoro nello Spettacolo. Cinque titoli presentati oggi a Bologna in conferenza stampa da Paolo Fresu, Diodato, dal fonico Alberto Butturini, da Matteo Lepore, Assessore alla Cultura del Comune di Bologna, e Chiara Chiappa, Presidente della Fondazione Centro Studi Doc. 
 
Il blocco delle attività artistiche e di spettacolo per il Covid-19 ha messo in luce i limiti reali in cui il settore si muove da decenni amplificandone le fragilità e rendendo con il passare dei mesi sempre più reale il rischio di disperdere un patrimonio unico al mondo di competenze e talenti. In questo panorama, il Forum Arte e Spettacolo è nato per raccogliere in un unico spazio il vasto mondo dello spettacolo con l’obiettivo di contribuire al progetto di riforma strutturale e complessiva del settore. Il Forum Arte e Spettacolo oggi riunisce oltre 50 associazioni, organizzazioni e realtà provenienti dalla filiera dello spettacolo che insieme hanno elaborato un pacchetto di proposte utili alla stesura dello Statuto del Lavoro nello Spettacolo e alla creazione di un sistema organizzativo semplice e trasparente.
 
LE PROPOSTE – SINTESI DEI CINQUE TITOLI
 
Proposta n. 1 – Posizione previdenziale unica per artisti e professionisti dello spettacolo, con identica contribuzione e diritti, che preveda anche l’assicurazione infortuni INAIL, senza diversificazione in base ai contratti di lavoro applicati e che consideri anche il montante dei compensi, non solo il fattore tempo, come misura delle prestazioni.
 
Proposta n. 2 – Reddito integrativo per artisti e professionisti dello spettacolo, da richiedere nei periodi di sospensione delle attività che comportano assenza di reddito e di indennità.
 
Proposta n. 3 – Sportello unico su piattaforma open source sul quale organizzare i registri delle professioni e tutti gli eventi. Una procedura semplificata per tutte le pratiche connesse all’organizzazione di eventi, che vengono protocollati con codice identificativo unico.
 
Proposta n. 4 – Semplificazioni per l’organizzazione di spettacoli e manifestazioni artistiche: contratto semplificato per prestazioni di spettacolo occasionali, iter specifici per la gestione della sicurezza dello spettacolo, supporto per esordienti e forme innovative di associazionismo e organizzazione.
 
Proposta n. 5 – Incentivi economici a sostegno dello Spettacolo: aliquote IVA al 4%, detrazioni fiscali per tutti i corsi di musica e arte e credito d’imposta esteso a tutti gli enti pubblici e privati che operano in ambito culturale.

Alla conferenza stampa hanno partecipato anche i senatori Francesco Verducci (PD), Michela Montevecchi (M5S) e Loredana Russo (M5S), insieme ai deputati Matteo Orfini (PD), Alessandra Carbonaro (MSS) e Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana), tutti concordi nell’impegno a trasmettere al Governo l’urgenza di questi provvedimenti, sia in vista di un periodo – quello invernale – che per il settore sarà fortemente critico, sia nell’ottica di una riforma strutturale del settore.

GLI INTERVENTI 

“Siamo felici di ospitare a Bologna la presentazione del documento del FAS che è frutto di un imponente lavoro di ascolto e confronto tra artisti, operatori e istituzioni iniziato durante i mesi più bui del lockdown – ha esordito Matteo Lepore – Il forum è un luogo aperto e plurale di discussione, uno strumento utile a definire il futuro dello spettacolo dal vivo in un momento difficile come questo”.
 
“Arrivavo da un momento di grande condivisione, dopo Sanremo – ha continuato Diodato – Durante il lockdown ho avuto modo di riflettere molto. Attraverso i social ho raccolto la sofferenza di tutti i tecnici con i quali lavoro e sono cresciuto. Emergevano in modo complesso i timori per il futuro e venivano a galla le problematiche del nostro settore. Durante il lockdown cosa avremmo fatto senza la musica, senza la cultura? E in quei giorni per la prima volta mi sono sentito parte di un unicum. Mi sono interessato e ho iniziato a studiare dinamiche che non conoscevo. Ho capito che io e altri colleghi artisti potevamo amplificare questi messaggi e accendere un riflettore sui lavoratori dello spettacolo. Mi fa strano che un Paese come il nostro che ha un patrimonio culturale unico al mondo faccia ancora così fatica quando si parla di cultura. Ma credo che questa intrapresa dal FAS sia la strada giusta. Non solo per i lavoratori dello spettacolo, ma per tutti noi. Io continuerò a metterci la faccia per amplificare il messaggio il più possibile”.
 
“Si potrà dare un senso al lockdown solo rivedendo il passato per costruire il futuro – ha commentato Paolo Fresu – Quello del mondo dei lavoratori dello spettacolo necessita una profonda disamina capace di individuare la precarietà di un grande comparto. Una indagine tesa verso la scrittura di un nuovo statuto professionale capace di collocare gli artisti e le maestranze in un luogo nuovo e protetto. Solo così ci sentiremo fieri del nostro ruolo sociale contribuendo alla crescita del Paese e intravvedendo un domani migliore per noi, le nostre famiglie e la più ampia comunità”.
 
“I tecnici dello spettacolo svolgono un lavoro serio, difficile, duro, a volte durissimo, con poche garanzie e molti doveri, il tutto all’interno di un mondo lavorativo fatto di dumping, lavoratori improvvisati e privi di ogni forma contrattuale e costantemente sotto ricatto – ha commentato il fonico Alberto Butturini, in rappresentanza dei tecnici aderenti al FAS – Noi tecnici rappresentiamo il punto di vista di chi sta in prima linea e subisce per primo i colpi e le ripercussioni di un settore lavorativo abbandonato a sé stesso e alla sua poca unità e rappresentatività̀.
Oggi chiediamo tutele con una revisione totale del sistema”.
 
“L’Italia vanta una produzione artistica e culturale unica al mondo – ha aggiunto Chiara Chiappa – ma la crisi Covid-19 ha rivelato la fragilità già esistente in un settore caratterizzato da forme di lavoro atipiche, micro-imprese, discontinuità. Un settore straordinario richiede regole straordinarie, adeguate al riconoscimento del suo valore centrale per la qualità della vita e lo sviluppo economico sociale e sostenibile. Per questo da mesi il Forum Arte e Spettacolo ha profuso impegno ed energie per lavorare insieme agli altri operatori del settore a questo pacchetto di riforma del settore spettacolo che metta al centro l’uomo e la dignità del lavoro”.
 

IL FAS – FORUM ARTE E SPETTACOLO

Il Forum Arte e Spettacolo (FAS) raccoglie in un unico spazio oltre 50 associazioni, organizzazioni e realtà appartenenti alla filiera dello spettacolo con l’obiettivo finale di dare vita a un sistema nuovo attraverso un progetto di riforma strutturale del mondo dello spettacolo. Il Forum Arte e Spettacolo è costituito da tutte le parti che compongono il vasto mondo dell’arte e dello spettacolo nei suoi aspetti creativi, produttivi e di consumo identificati, seguendo la Risoluzione europea del 2007 come artiste e artisti, professioniste e professionisti dello spettacolo, con ciò comprendendo le professioni di musicista, circense, autore e compositore, consulente e ricercatore, tecnico, maestranze, manager, promoter, e luoghi e organizzazioni di arte e spettacolo, profit e non profit, comprendenti cooperative, associazioni, festival e rassegne, live club, compagnie, scuole e accademie, sale di registrazione, case discografiche, agenzie, uffici stampa e di comunicazione, nonché assessorati e amministrazioni, rappresentanze di organizzazioni sindacali che si riconoscono nel manifesto dei valori.

“Heroes-Bowie by Sukita” la mostra con gli scatti del Conte Bianco arriva a Palermo

A Palazzo Sant’Elia a Palermo arriva la mostra “Heroes-Bowie by Sukita” dal 10 ottobre al 31 gennaio con 100 scatti, in cui il fotografo giapponese Masayoshi Sukita ha immortalato il Conte Bianco.

La giovinezza, la maturità, l’essenza di un volto impressi in scatti destinati a divenire immortali. Ad essere raffigurato non è un soggetto qualunque, ma il cantante pop noto come il Conte Bianco, Sir David Bowie che, a distanza di anni dalla sua scomparsa,  (avvenuta nel 2016) sarà il protagonista di “Heroes- Bowie by Sukita”, una mostra fotografica dal 10 ottobre al 31 gennaio a Palazzo Sant’Elia a Palermo. Tra i saloni barocchi del palazzo del capoluogo saranno esposte ben 100 fotografie, di cui alcune in anteprima nazionale, che ritraggono il cantante inglese immortalato in pose naturali, artistiche e scatti quasi rubati dal maestro giapponese Masayoshi Sukita.

La retrospettiva “Heroes-Bowie by Sukita” è promossa e organizzata da OEO Firenze Art e Le nozze di Figaro, insieme con Fondazione Sant’Elia e a cura di Ono Arte Contemporanea, con il patrocinio del Comune di Palermo e della Metropolitana Città di Palermo, dell’ufficio comunicazione MLC Comunicazione. L’esposizione è inserita nel circuito di eventi Le vie dei Tesori.

Scavando a ritroso nel rapporto tra Bowie e Sukita emerge un legame saldo tra i due artisti, che non conosceva ostacoli, neanche quello dell’uso di lingue differenti per comunicare. Tutto è iniziato nel 1972 quando il fotografo Sukita arriva a Londra per immortalare Marc Bolan e i T-Rex, ignaro della fama di Bowie decide di andare ad un suo concerto, dopo aver visto il manifesto che lo promuoveva e lo ritraeva con una gamba alzata su sfondo nero. I due si conoscono grazie alla stylist Yasuko Takahashi, e organizzano subito il loro primo shooting. Il loro, sarà  solo uno di una lunga serie di shooting che li unirà artisticamente  ed umanamente fino alla scomparsa dell’icona pop.

Info e contatti per visitare la mostra:
• “Heroes – Bowie by Sukita” è aperta da martedì a venerdì dalle 9 alle 17.30 – il sabato e la domenica dalle 10 alle 20.
• Biglietto intero 8 euro
• Biglietto in convenzione con Le Vie dei Tesori (con visita guidata) 8 euro
• Ridotto 6 euro, 4 euro per le scuole. Convenzioni sul sito www.fondazionesantelia.it/ (http://www.fondazionesantelia.it/mostre/biglietti-bowie/itemid-206.html)
• Ingresso gratuito fino a 6 anni.
• Ticket già disponibili alla biglietteria di Palazzo Sant’Elia e su www.2tickets.it.

A ‘Ether, il quinto elemento’,  la donna  e  la memoria del confine orientale nella scrittura di Rosanna Turcinovich  Giuricin

L’incontro di ‘Ether, il quinto elemento’, nato da un’idea di Isabel Russinova, con Rosanna Turcinovich Giuricin, riporta alla memoria un pezzo di storia italiana ormai nell’oblio: l’Istria e la sua svendita al termine del secondo conflitto mondiale

di Macri Martinelli Carraresi  

La donna, la memoria e la storia e le storie del confine orientale italiano, raccontate da Rosanna Turcinovich Giuricin, giornalista e scrittrice rovignese, sono protagoniste del nuovo appuntamento di Ether il quinto elemento, il podcast di intrattenimento culturale tutto al femminile su canale you tube, ‘Ether il quinto elemento’.  La giustizia secondo Maria, Una raffica all’ improvviso, Maddalena ha gli occhi viola, Occhi Mediterranei, queste alcune delle pubblicazioni della scrittrice e corrispondente del quotidiano La voce del popolo, dove, con toccante sensibilità, vengono descritte vicende che hanno scosso il confine orientale italiano, come la tragedia che ha colpito la comunità ebraica e italiana, giuliano-dalmata durante la seconda guerra mondiale o quella che ha interessato gli esuli, la cui memoria è protetta anche nel CDM, centro documentazione multimediale della cultura giuliano, istriana, fiumana e dalmata di Trieste, dove Rosanna Turcinovich Giuricic è responsabile  dell’ ufficio stampa.

Molte sono anche le figure femminili, legate alla storia, di cui l’autrice si è occupata fissandone il ricordo come, ad esempio la controversa vita di Maria Pasquinelli che, dopo gli accordi di Parigi del 1947, che penalizzarono la sua terra, sparò tre colpi di pistola al generale Robert Winton.  Innamorata della sua terra, la scrittrice è inoltre sempre protesa a valorizzare la bellezza della natura e del mare delle coste adriatiche, Una raffica all’ improvviso, ad esempio, che descrive un viaggio in barca a vela  da Trieste ad Arbe, lungo le coste dell’ Istria e del Quarnaro, diventa pretesto per raccontare la sua terra attraverso leggende, aneddoti, curiosità.   Sempre imbevuti di intelligenza, passione e amore per il femminile e la memoria, sono i nuovi progetti in cui è impegnata la scrittrice e di cui parla nell’ incontro di ‘Ether, il quinto elemento’ sempre condotto da Isabel Russinova, Tiziana Primozich  e Macri Martinelli Carraresi.

Il violinista e globetrotter Andrea Casta tra gli Ambassador del progetto “Brescia – La provincia dei tesori”

L’artista bresciano si unisce a Iginio Massari, Andrea Cassarà, Camilla Filippi, Licia Colò, Fabio Volo e altri volti noti per raccontare le bellezze e i tesori situati lungo le direttrici che collegano la città alla provincia.

Il violinista bresciano dall’archetto luminoso e globetrotter internazionale, Andrea Casta, è tra gli Ambassador del progetto, promosso da Visit Brescia “Brescia – La provincia dei tesori”, campagna avviata nel mese di settembre che punta alla valorizzazione del turismo culturale in provincia di Brescia, invitando gli abitanti del territorio e quelli delle città limitrofe (Bergamo, Verona, Mantova, Cremona) a (ri)scoprire alcuni dei numerosi siti d’interesse storico e culturale che rappresentano una ricchezza per l’intera provincia.

Il progetto vede la collaborazione di alcuni brand ambassador d’eccezione, impegnati in prima persona a raccontare bellezze e tesori situati lungo le direttrici che collegano la città alla provincia.

Dopo il “maestro dei pasticceri” Iginio Massari, il campione olimpico Andrea Cassarà, il direttore di National G

eographic Marco Cattaneo, l’attrice Camilla Filippi, Andrea Casta è il prossimo “ambasciatore”: grazie al suo archetto luminoso e il suo stile contaminato ha già girato il mondo, ma quando la sua città natale chiama non rinuncia mai a spendersi per la sua terra.

Casta anche durante il lockdown è stato molto attivo e protagonista di eventi solidali in streaming e dal vivo che, nonostante si siano svolti a Roma, sua città “adottiva”, hanno ottenuto grande riscontro mediatico e sui social network.

Vasta geograficamente e variegata nella sua offerta culturale, la provincia di Brescia vanta siti e testimonianze di notevole rilevanza storico-artistica e afferenti a diverse epoche: un patrimonio cospicuo, da anni oggetto di un costante processo di valorizzazione da parte di enti e istituzioni locali deputati alla promo-commercializzazione turistica, che di recente ha trovato ulteriore riscontro del proprio valore grazie all’investitura della Leonessa d’Italia a Capitale Italiana della Cultura 2023, a fianco della vicina Bergamo.

Sulla scorta di tale prestigioso riconoscimento, ma anche per favorire l’incremento di quel turismo di prossimità venuto alla ribalta delle cronache nel periodo seguito al lockdown, Visit Brescia ha lanciato la campagna promozionale multicanale che punta alla valorizzazione del vasto patrimonio culturale della provincia.

A questa platea nazionale adesso Andrea vuole raccontare i “tesori” di Brescia, appuntamento su tutti i canali social di Visit Brescia e di Andrea Casta da mercoledì 30 settembre a sabato 2 ottobre.

Italia, Nazione d’Arte e Cultura, culla della civiltà Europea

Perché dunque, i nostri governanti continuano a punirla proprio in ciò che la contraddistingue dal resto del mondo, la Cultura e l’Arte?

Di Paolo Buralli Manfredi e Giuseppe Cossari (CTIM Australia)

Negli ultimi anni gli Italiani si sono dovuti difendere più dagli attacchi interni che da quelli esterni, e purtroppo ci rincresce dire che gli attacchi interni sono stati sferrati proprio dai nostri governanti, che non hanno perso occasione per indebolire la Nazione più bella del Mondo con azioni che hanno minato i pilastri portanti del Bel Paese: Turismo, Piccola-Media Impresa, Artigianato ed Agricoltura.

E’ d’obbligo porre l’accento sulla proposta di legge passata alla Camera, che prevede la copertura dei nudi d’arte per non offendere altre culture. La domanda che ci poniamo è: quale capo di Stato ha espresso questo fastidio verso l’Arte italiana ed in particolare verso le rappresentazioni dei nudi?

Vi possiamo rispondere noi: “NESSUNO!” ed allora, siamo costretti a porci altre domande: Perché dunque, il nostro Governo sta agendo in questi termini? È una scelta volontaria o una scelta imposta da qualche altro potere al di fuori dei confini nazionali? Quali sarebbero le conseguenze di una non copertura dei nostri nudi d’arte? Siamo a rischio terrorismo e non ce lo dicono? Siamo costretti a piegarci ad un volere superiore che esiste e di cui il nostro Governo non ci informa?

Ovviamente a queste domande noi non sappiamo rispondere ma, certo è che, nell’ultimo anno e mezzo, le decisioni e le proposte messe in campo da questo Governo danno l’impressione che lo stesso stia agendo non per il bene del Paese e del Popolo Italiano, ma per altri interessi a noi oscuri.

L’Italia possiede, se non ricordiamo male,  circa il 78% del patrimonio artistico mondiale e quest’ultima proposta passata alla Camera dei deputati va contro la tutela dei nostri beni, e offre un fianco a quelle culture meno aperte che non vedono l’ora di distruggere la Cultura Cristiano-Cattolica e non siamo noi a dirlo ma, molti hanno la memoria corta, fu proprio l’ISIS qualche anno fa  che distruggeva tutto ciò che non faceva parte di una certa Cultura e fu sempre uno dei capi storici di quella organizzazione terroristica che in uno spot pubblicitario divulgato sul web, e ripreso dalle televisioni nazionali, dichiarava la volontà di conquistare Roma e la città del Vaticano.

Altra riflessione preoccupante che ci è venuta alla mente è proprio questo avvicinamento alla Cina da parte del Governo italiano, voluta con forza dal Movimento Cinque Stelle oltre al non ancora chiarito, rapporto tra il M5S e il Venezuela, e il fascino dello stesso per le dittature Comuniste.

Per quanto riguarda la Cina, ricordiamo bene la “Rivoluzione Culturale Cinese” intrapresa da Mao e continuata sino ai giorni nostri, che prevedeva l’annientamento delle identità tramite la distruzione di ogni culto religioso, monumenti, statue, chiese e templi in tutta la Cina ed in particolare in Tibet.

Ciò che sta accadendo in Italia in maniera “Democratica” a colpi di decreti e fiducie sembra quasi un inizio di percorso volto a cambiare i nostri usi e costumi in favore di qualcosa o qualcuno, che ancora oggi noi non riusciamo a decifrare ed identificare ma che, purtroppo, crediamo non si fermerà e continuerà a macinare tutto ciò che siamo, per renderci privi d’ogni forma valoriale ed identitaria.

Chiudiamo la nostra riflessione con forte rammarico nel vedere un Ministro della Cultura che non è stato minimamente scosso da una proposta di legge del genere e dalla sua approvazione alla Camera, nella sostanza non si è contrariato prima e non ha lamentato quanto approvato dopo, il che dimostra che non ama o “non può dimostrare di amare” la Cultura e l’Arte che rappresenta, e questo visto da noi Italiani all’estero è molto triste; altra punta di tristezza, siamo noi Italiani che poco stiamo facendo per preservare la nostra Cultura, i nostri Valori e la nostre Identità che ci vengono sottratte giorno dopo giorno.

Ancor più grave chi sta all’opposizione non agisce duramente contro questi deleteri attacchi al nostro essere Italiani, il che ci fa sempre più riflettere sulla reale libertà di dialogo e contrasto che le opposizioni fanno e che a volte sembra facciano finta di fare, ma che in realtà per qualche ragione occulta non possono fare realmente, speriamo di sbagliarci ovviamente.

60 e non dimostrarli! Auguri ai Flintstones

La serie ha avuto un tale successo che ha consacrato Hanna e Barbera come i più grandi produttori di film d’animazione tanto che nel 2013, la rivista TV Guide ha classificato i Flintstones come il secondo miglior fumetto televisivo di tutti i tempi dopo i Simpson

di Andrea Cavazzini

Era il 30 settembre 1960 quando Fred e Wilma Flintstone apparvero per la prima volta sul piccolo schermo grazie alla storica emittente statunitense ABC, e ci sarebbero voluti altri tre anni, prima che Gli Antenati, arrivassero sugli schermi italiani, anticipando di 30 anni i Simpson. Gli uomini delle caverne creati da Hanna e Barbera (insieme a successi come Tom & Jerry, Yoghi, Scooby-Doo e tanti altri), approdarono sulla Rai nell’agosto 1963, caratterizzati da quell’inconfondibile urlo di Fred “Yabba-Dabba-Doo”(nato da un improvvisazione del primo doppiatore americano, l’attore Alan Reed), e dal tormentone tutto italiano “Wilma dammi il clava“(che non era presente nella versione originale). Un mondo così lontano  ma anche così vicino. La serie si basò su un’idea semplice, ma geniale: raccontare come sarebbero vissuti i nostri antenati in un mondo tra l’età della pietra e il boom economico americano, riuscendo nella non facile impresa di intrattenere per sei decenni una generazione dopo l’altra.

Fred e Wilma Flintstone, lui arrogante operaio in una cava di pietra e lei moglie dal cuore tenero ma dalla lingua tagliente e i loro vicini, Barney e Betty Rubble, vivono a Bedrock durante il 10.000 a.C. Fred e Barney lavorano in una cava, e Betty e Wilma sono casalinghe costantemente in disaccordo con i loro mariti, specchio fedele di matrimoni realistici e riconoscibili rispetto ad unioni considerate perfette ed apparentemente impeccabili. La serie ha avuto un tale successo che ha consacrato Hanna e Barbera come i più grandi produttori di film d’animazione tanto che nel 2013, la rivista TV Guide ha classificato i Flintstones come il secondo miglior fumetto televisivo di tutti i tempi dopo i Simpson. A dispetto delle 60 primavere compiute, le gesta degli Antenati continua ad avere una grande seguito di fans e per i più accaniti, sono diventati un vero e proprio oggetto di culto che difficilmente si estinguerà a causa del forte impatto sulla cultura pop.

Nel mondo immaginario dei Flintstones non c’è molto in termini di comodità contemporanee e l’intuizione di Joseph Anna e William Barbera è stata quella di trasportare elementi del mondo moderno in un’ambientazione preistorica. Vuoi guidare una macchina? Nessun problema, preparati ad usare i piedi per farla muovere, perché i motori a benzina non esistono. Vuoi ascoltare della musica? Prendi un disco scolpito nella pietra e utilizza il becco di un uccello come una puntina di un giradischi per suonarlo. Hai fame? Come lo vorresti cucinare il tuo hamburger di brontosauro? Vuoi volare da una città all’altra? Siediti su uno dei sedili attaccati alla parte superiore di un pterodattile e naturalmente non dimenticare di allacciare la cintura di sicurezza non prima di aver fatto i necessari scongiuri…. Il mondo è un sogno tecnologico per i nostri eroi.

Hanna e Barbera partirono dall’idea di realizzare una serie animata progettata più per gli adulti che per i bambini come era successo qualche anno prima con Tom & Jerry. Agli inizi pensarono ad una famiglia dell’antica Roma, ma da li a poco intuirono che il successo sarebbe arrivato concentrandosi sulla preistoria e traendo soprattutto ispirazione dalla serie televisiva “The Hooneymooners” andata in onda 4 anni prima, dove i protagonisti della sitcom a ben guardare, avevano molto in comune con la strampalata coppia Fred e Wilma.

I Flintstones, nel corso della loro rivoluzionaria serie, aprirono la strada a situazioni impensabili per l’epoca e che non erano state mai realizzate nell’animazione, come il fatto che Fred e Wilma dormissero nello stesso letto rispetto a programmi dove le coppie nella pudica America degli anni ’50 solitamente riposavano in letti separati. Ma sono stati anche uno dei primi cartoni animati a realizzare un’attenzione particolare sui divi in voga in quegli anni, presenti in qualità di ospiti delle prime serie che apparivano in versione vocale di sè stesse, tutte con nomi a tema rock. Come ad esempio Ed Sullivan (“Ed Sullystone”), Tony Curtis(“Stony Curtis”), Rock Hudson (“Rock Hudstone”), Cary Grant (“Cary Granite”) e la più famosa Ann-Margret (“Ann- Margrock “). Essere una “special guest” nei Flintstones era considerato un segno di prestigio.

Storie di vita quotidiana, sceneggiature efficaci che si focalizzavano soprattutto sull’umanità e sulla personalità dei personaggi e naturalmente l’elemento caratterizzante della voce, che ha rappresentato un marchio di fabbrica di questa fortunata serie, basta pensare che Wilma in Italia è stata doppiata da attrici del calibro di Isa di Marzio e Paola Quattrini.

I Flintstones non sono stati  solo un cartone animato popolare, ma hanno rappresentato senza ombra di dubbio una parte iconica della storia della televisione. I cartoni animati in prima serata (con rare eccezioni) sono in gran parte scomparsi durante gli anni ’70 e ’80, ma sono tornati prepotentemente in auge all’inizio degli anni ’90 grazie ai Simpson, che sono stati direttamente influenzati dai Flintstones e la loro eredità si continua ancora a percepire.

Perché imparare l’italiano? – Why learn Italian?

di emigrazione e di matrimoni

Perché imparare l’italiano? 

L’italiano non è soltanto la lingua del nostro paese, ma è anche e soprattutto quel che ci identifica come italiani e segna la differenza più importante tra noi e le altre nazionalità. 

Perché imparare l’italiano? Scritta così in italiano sembra una domanda strana da fare, però è una domanda che non solo dobbiamo fare ma dobbiamo anche fornirne risposte convincenti per fare capire ai figli e discendenti degli emigrati italiani in tutto il mondo, che la nostra lingua non è solo un ricordo del loro passato ma che potrebbe, e dovrebbe fare parte anche della loro vita oggigiorno. 

L’italiano non è soltanto la lingua del nostro paese, ma è anche e soprattutto quel che ci identifica come italiani e segna la differenza più importante tra noi e le altre nazionalità. 

Però, la lingua deve essere anche il legame che tiene vivi i legami tra l’Italia e le comunità italiane sparse in tutto il mondo, ma questi legami non devono essere limitati solo a una o due generazioni, ma devono continuare di generazione in generazione, e questo potrà succedere solo e quando avremo incoraggiato i figli e nipoti dei nostri amici e parenti all’estero che imparare la nostra lingua non è solo qualcosa che appartiene a un paese che molti di loro non hanno ancora conosciuto, ma che la nostra lingua è anche parte integrale della loro identità e il loro patrimonio culturale. 

La prima risposta 

Per noi in Italia la prima risposta alla domanda è fin troppo scontata, ma è un aspetto che abbiamo l’obbligo finalmente di capire perché è una chiave fondamentale per la promozione della nostra Cultura all’estero, ed è l’aspetto che molti in Italia non possono immaginare. 

La prima risposta alla domanda è che per i figli e i discendenti degli emigrati italiani imparare la nostra lingua renderebbe la loro vita più ricca sotto ogni aspetto, perché darebbe a loro il mezzo più importante per capire la vera grandezza del loro patrimonio culturale. 

Noi in Italia sappiamo che il nostro è il Patrimonio Culturale più grande del mondo, ma questa consapevolezza non esiste quando usciamo fuori dai nostri confini nazionali. 

Ogni paese ritiene d’avere la Cultura più grande del mondo e quindi ogni paese insegna questo ai suoi studenti, e tra questi studenti si trovano figli e discendenti di immigrati italiani che fin troppo spesso non studiano niente del nostro paese, della nostra, e dunque della loro, Storia e Cultura che fa parte della loro eredità personale, e per capire davvero ogni aspetto di questo Patrimonio la vera chiave può essere soltanto la nostra lingua. 

Attenzione però, non commettiamo l’errore di voler partire dalla Gloria della lirica e gli autori più importanti ed il motivo per questo è semplicissimo. Loro non hanno i mezzi personali idonei per apprezzarli, quello che è considerato il bagaglio culturale che si comincia a costruire dalle scuole elementari in Italia. 

Allora da dove dobbiamo partire per fare capire ai figli e discendenti dei nostri emigrati italiani che vale davvero la pena imparare la nostra lingua? 

Arbore 

La risposta a questa domanda l’ha fornita il leggendario musicista italiano Renzo Arbore ai primi Stati Generali della lingua italiana a Firenze nel 2016. Nel dichiarare al pubblico un’idea per molti degli addetti ai lavori quasi eretica, cioè di partire dai cantanti pop e dai cantautori, lui ha dimostrato una consapevolezza non solo dei limiti dei potenziali studenti all’estero, ma anche che abbiamo l’obbligo di fare conoscere al mondo i nostri grandi artisti a tutti i livelli, a partire dalla categoria quasi sconosciuta all’estero proprio perché cantano esclusivamente nella nostra lingua, i cantautori. 

Per questo motivo abbiamo aggiunto due filmati di canzoni di due più grandi cantautori in assoluto. Il primo non solo un grande musicista, ma anche un vero poeta, Fabrizio de André con “La Canzone di Marinella” e il secondo Lucio Battisti che ha cantato anche in spagnolo, ma sconosciuto al grande pubblico di lingua inglese con la sua “Pensieri e parole” votata come la canzone italiana del secolo alla fine del ‘900. 

Entrambi i filmati hanno le versioni originali dei testi e le traduzioni in inglese e il brano di Battisti ha anche la traduzione in spagnolo per i nostri lettori in Sud America. Ci vuole poco per l’orecchio a capire che le canzoni sono anche poesie, e le rime che non possono essere tradotte in altre lingue, in modo particolare in inglese. 

Sono due brani leggendari della musica leggera italiana che non solo sono bellissime di per sé, ma ancora di più, come parte di un programma attento e a lungo termine, potrebbero fare parte del percorso degli studi di italiano che porterebbe i figli e i discenderti dei nostri emigrati a poter veramente capire ed apprezzare la lirica. 

A questi due grandi cantautori potremmo aggiungere Ivano Fossati, Bruno Lauzi, Franco Battiato, Rino Gaetano, Lucio Dalla, Francesco Guccini e molti altri che fanno parte della vita in Italia ormai da decenni e decenni. Tristemente alcuni di loro, come De André, Battisti, Gaetano e Dalla non sono più con noi, ma questo dovrebbe darci la forza di capire che l’unico modo di assicurare che saranno ricordati è di farli conoscere anche al pubblico internazionale, tramite le nostre comunità italiane in tutti i continenti. 

Non solo cantautori 

E nello scegliere chi può diventare un tramite per incoraggiare l’insegnamento della nostra lingua, dobbiamo aggiungere anche autori che, come i cantautori, non hanno avuto il successo mondiale che le loro opere avrebbero meritato. 

I nostri autori, alcuni dei quali sono stati giornalisti, come Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Giampaolo Panza e colui considerato il nostro giornalista più grande e anche l’autore di una Storia d’Italia importante, Indro Montanelli, non solo fornirebbero libri affascinanti da leggere, ma anche i mezzi per poter capire la nostra Storia aumentando le capacità in italiano degli studenti d’italiano all’estero, tanto da renderli capaci ed infine apprezzare in toto i nostri autori più impegnativi nella lingua che esprime al meglio i loro pensieri, l’italiano. 

Inoltre, dobbiamo aggiungere una categoria della Cultura che è relativamente nuova, circa 150 anni, ma che è ora un brand fondamentale della Cultura del mondo, il Cinema. 

L’Italia ha fornito registi e sceneggiatori di grandezza mondiale. Alcuni di loro, come Federico Fellini, Sergio Leone e Luchino Visconti, hanno avuto il riconoscimento che meritano, ma altri come Dino Risi, Alessandro Blasetti e Piero Germi, per nominarne soltanto tre, sono ancora  nomi sconosciuti al pubblico internazionale. 

Come per la musica e la letteratura, imparare la nostra lingua darebbe agli studenti la chiave per vedere e capire questi maestri importanti della nostra Cultura e altri mezzi per capire il nostro Paese perché la musica, la letteratura ed il cinema non sono altro che espressioni della Storia del paese. Comprenderne l’evoluzione significa comprendere anche e soprattutto il Bel Paese. 

Però, per fare questo dobbiamo aumentare il numero di studenti della nostra lingua in giro per il mondo, a partire dai figli e discendenti dei nostri parenti e amici che da oltre 150 anni vanno all’estero per realizzare una vita nuova. 

Lavorare insieme 

Però, per fare questo non basta ripetere la frase “abbiamo il Patrimonio Culturale più importante del mondo”. Dobbiamo partire dall’assunto che la lingua fa parte del patrimonio personale dei figli e discendenti degli emigrati e dobbiamo fornire loro esempi sui motivi per cui dovrebbero imparare la lingua dei loro padri. 

Sembrerà paradossale a molti, ma i primi passi dovrebbero essere nelle lingue dei paesi di residenza per fare capire a loro che ci sono personaggi, cantanti, registi ed autori che vale la pena conoscere per bene e per cui vale davvero la pena cominciare a studiare la lingua Italiana. 

E tutto questo non si fa con iniziative isolate, ma con programmi a lungo termine ben organizzati e mirati, perché il successo vero si ottiene con uno sforzo nazionale, preferibilmente in collaborazione con gli enti italiani in questi paesi per fare capire ai figli e discendenti dei nostri parenti e amici all’estero che l’italiano non è solo la lingua di chi abita in Italia, ma è anche la loro e che è soprattutto la chiave per una vita molto più ricca, sotto ogni aspetto. 

di emigrazione e di matrimoni

Why learn Italian? 

Italian is not only our country’s language but it is also and above all what identifies us as Italians and marks the major difference between us and other nationalities.

Why learn Italian? In the original Italian version of the article this seems a strange question to ask but it is a question that we must not only ask, we must also provide a convincing answers to make the children and descendants of Italian migrants around the world understand that our language is not only a reminder of their past but could and should also be part of their lives today.

Italian is not only our country’s language but it is also and above all what identifies us as Italians and marks the major difference between us and other nationalities.

However, the language must also be the link that keeps alive the connections between Italy and the Italian communities scattered around the world but these connections must not be limited to only one or two generations, they must continue from generation to generation and this will only happen when we have encouraged  the children and descendants of our relatives and friends overseas that learning our language is not only something that belongs to a country that many of them have not yet known but that our language is also a fundamental part of their identity and cultural heritage.

 The first answer

For us in Italy the first answer to the question is all too obvious but it is an aspect that we have an obligation to finally understand because it is an essential key for the promotion of our Culture overseas and it is an aspect that many in Italy cannot imagine.

The first answer to the question is that, for the children and descendants of Italian migrants, learning our language would make their lives much richer in every way because it would give them the most important means to understanding the true greatness of their cultural heritage.

We in Italy know that ours is the world’s biggest Cultural Heritage but this knowledge does not exist when we go outside out national borders.

Every country believes it has the world’s greatest Culture and therefore every country teaches this to their students and amongst these student there are descendants of Italian migrants who all too often do not study anything about our country, about our, and therefore also their own, history and Culture that is part of their personal heritage and to truly understanding every aspect of this Heritage the true key can only be our language.

But we must be careful and not make the mistake of wanting to start from the Glory of the Opera and the major authors and this reason for this is very simple. They do not have the personal means to appreciate them which is the cultural expertise that primary school in Italy begins to build in the children.

So, where do we have to start to make the children and descendants of our migrants overseas understand that it is truly worth learning our language?

Arbore 

The answer to this question was given by the legendary Italian performer Renzo Arbore at the first Estates General of the Italian Language in Florence in 2016. In declaring to the audience an almost heretical idea for many experts, that is to start from pop singers and the cantautori (singer songwriters), he showed an awareness not only of the limits of potential students overseas but also that we have an obligation to let the world know our great artists at all levels, starting with the category that is almost unknown overseas precisely because they perform almost exclusively in our language, the cantautori. 

For this reason we have added videos of songs by two of the greatest cantautori ever. The first was not only a great musician but also a true poet, Fabrizio de André, with “La Canzone di Marinella (Marinella’s Song) and the second Lucio Battisti who also sang in Spanish but is unknown to the huge English language public with his “Pensieri e Parole” (Thoughts and Words) that was voted the Italy’s Song of the Century at the end of the 20th century.

Both videos have the original versions of the lyrics and the translation into English and Battisti’s track also has the Spanish translation for our readers in South America. It takes little effort for the ear to understand that the songs are also poems and the rhymes that cannot be translated into other languages, especially into English.

These are two legendary songs of Italian Pop music which not only are beautiful in themselves but, even more, as part of a well planned and long term programme could be part of the path of Italian language studies that would take the children and descendants of our migrants to be able to truly understand and appreciate Opera.

To these two great cantautori we could add Ivano Fossati, Bruno Lauzi, Franco Battiato, Rino Gaetano, Lucio Dalla, Francesco Guccini and many others who have been part of life in Italy for decade after decade. Sadly some of them, such as De André, Battisti, Gaetano and Dalla, are no longer with us but this should give us the strength to understand that the only way to ensure that they will be remembered is to make them known also by the international audience through our Italian communities in all the continents.

Not only cantautori 

And in choosing who can become a means for encouraging the teaching of our language we must also add authors who, like the cantautori, have not had the worldwide success that their works would have deserved.

Our authors, some of whom were also journalists, such as Giorgio Bocca, Enzo Biagi, Giampaolo Pansa and he who is considered our greatest journalist and also author of an important History of Italy, Indro Montanelli, would not only provide fascinating books to read but also the means to understand our history, increasing the Italian language skills of students of Italian overseas so as to make them capable of finally appreciating fully our most demanding authors in the language which best expresses their thoughts, Italian.

Furthermore, we must add another category of Culture that is relatively new, about 150 years old, but which is now a fundamental brand of the world’s Culture, the Cinema.

Italy has provided world class movie directors and scriptwriters. Some of them, such as Federico Fellini, Sergio Leone and Luchino Visconti have had the recognition they deserve but others, such as Dino Risi, Alessandro Blasetti and Piero Germi to name only three, are still unknown to the international public.

As with music and literature, learning our language would give students the key to watching and understanding these major masters of our Culture and other means for understanding our Country because music, literature and the cinema are nothing more than expressions of our country’s history. Understanding their evolution also and above all means understanding Italy.

However, in order to do this we must increase the number of students of our language around the world, starting with the children and descendants of our relatives and friends overseas who have been going overseas to create a new life.

 Working together

But to do this it is not enough to repeat the phrase “We have the world’s greatest Cultural Heritage” We must start with the assumption that the language is part of the personal heritage of the children and descendants of migrants and we must provide them with reasons why they should learn the language of their forebears.

It will seem paradoxical to many but the first steps should be in the languages of the countries of residence to let them understand that there are people, singers, directors and authors who are worth knowing well and for which it is truly worth the effort to start studying Italian.

And all this cannot be done with isolated initiatives but with well organized and targeted long term programmes because true success is achieved with a national effort, preferably in collaboration with Italian organizations in these countries to make the children and descendants of our relatives and friends overseas understand that Italian is not only the language of those who live in Italy but that it is also theirs and that it is above all the key to a life that is much richer in every respect.

Ci ha lasciato Juliette Gréco madrina della canzone francese. Aveva 93 anni

Per i meno giovani Juliette Gréco ha rappresentato l’immagine della seduzione e dell’eleganza dall’alto del suo fascino irresistibile. Silhouette sublime, ammaliante, soprannaturale, ha saputo catturare la luce, anzi la luce, l’ha colta. Cosi se né andata ieri a 93 anni, una delle grandi protagoniste della canzone francese. 

di Andrea Cavazzini

Grande signora, mostro sacro, leggenda … i superlativi non sono mai mancati per evocare Juliette Gréco, scomparsa ieri alla veneranda età di 93 anni. Madrina della canzone francese, l’indimenticabile Belfagor, cantante e attrice vibrante, ha segnato l’immaginario francese e non solo con il suo talento singolare e tutta la sua personalità.

Tutta la sua vita artistica, è stata una vita di rivoluzione. Inizialmente canta canzoni scritte da Raymond Queneau, e da Jean Paul Sartre, oltre alle composizioni realizzate per lei da Joseph Kosma. Definita una cantante intellettuale, il pubblico si rende subito conto che il suo cantare è diverso, fatto con intelligenza, sensibilità, poesia e soprattutto con immensa libertà.

Ha cantato tutti i grandi nomi, tutti i grandi artisti della canzone francese, tutti i grandi autori e tutti i grandi compositori da Quenau a Sartre, come detto ma anche  Brassens e Gainsbourg e questo è certamente ciò che l ha resa una personalità unica non solo dal punto di vista della sua popolarità e fama, ma anche del suo significato storico.

C’era qualcosa di veramente unico nel suo modo cantare, tanta precisione, tante idee, così tanta libertà nella canzone, una delle prime artiste. capaci di far esplodere la bellezza femminile, la bellezza e il linguaggio del corpo al servizio del canto

“Diceva di lei: “Sono un prodotto di lusso, sono un prodotto da esportare”” Incarnava una certa immagine della Francia di Parigi, era diventata una specie di bandiera francese, ma anche una bandiera nera, la bandiera nera. del suo vestito. E Juliette Gréco incarnava questa capacita tutta francese di trasformare la letteratura in un oggetto popolare, lei che incarnava il vento di libertà che soffiò dopo la Liberazione di Parigi, per questa giovane ragazza del Sud che salì nella capitale in un quartiere che sarebbe diventato il centro della vita intellettuale nel secondo dopoguerra diventando da li a poco  la musa degli esistenzialisti.

Una donna libera, in anticipo sui tempi, incontrò Miles Davis, che voleva sposarla in un momento in cui i matrimoni misti erano ancora proibiti in molti stati americani. A Juliette non importava, ma voleva restare in Francia e non si sposò. Come nella canzone “Io sono come sono”, ama chi la ama, e non è colpa sua se non è la stessa che ama ogni volta. Ha sposato l’attore Philippe Lemaire con il quale avrà una figlia, una relazione con il produttore americano Darryl  Zanuck, girerà, in diverse sue produzioni, con in particolare Orson Welles. Sarà anche la moglie di Michel Piccoli per undici anni.

Negli anni ’60 amava esibirsi per i giovani  e lo faceva senza richiedere alcun compenso e fu in quegli anni che divenne una star televisiva con lo sceneggiato  “Belfagor, il fantasma del Louvre” quando la televisione a colori era ancora lontana dal vedersi. Tuttavia non smise mai di fare ciò che più amava: cantare cosa che continuò a fare nonostante il passare incessante degli anni fino a pochi anni fa con i suoi recital, una definizione che lei trovava più elegante rispetto al “volgare“concerto. E a chi le chiedeva della sua longevità lei rispondeva: “Domandate al pubblico”

Juliette dal profumo inebriante ha lasciato un segno sul suo cammino e quando le parlavano del mito  Gréco lei ribatteva ridendo e  battendo le mani:  “L’ho ucciso” La risata era vitale per Juliette. “Se non ridiamo più, è la morte. La morte, la compagna più sicura”.

 

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