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Italiani nel Mondo

Cari discendenti di emigrati italiani nel mondo: NON siete soli— Dear descendents of Italian migrants around the world: You are not alone

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Tempo di lettura: 9 minuti
di emigrazione e di matrimoni

Cari discendenti di emigrati italiani nel mondo,

Vi scrivo come figlio di emigrati italiani e quindi uno di voi. Non importa il paese in cui sono nato, quel che importa è che noi tutti abbiamo un legame importante in comune che molto spesso non è compreso, d’essere appunto figlio/discendente di emigrati italiani. 

Il mio più recente articolo  ha avuto due commenti che mi hanno fatto molto pensare e mi sono svegliato stamattina sapendo che dovevo mettere nero su bianco questi pensieri. 

Il tema principale dell’articolo era la nostra identità che non dipende solo da dove siamo nati, ma anche dalle tradizioni di famiglia, dai nostri sentimenti verso il nostro paese di nascita/residenza e anche con l’Italia, esperienze personali che in un modo o l’altro sono legate non ad un paese ma a due, e nel caso di molte famiglie anche tre e più secondo i nuovi parenti entrati a farne parte, per via di matrimoni nel corso degli anni. 

I due commenti vengono dal Regno Unito, un luogo dove l’identità nazionale già di per sé non è facile perché è composta da 4 identità nazionali specifiche e diverse, inglese, scozzese, gallese e irlandese, che rendono i figli dei nostri emigrati in quei paese non italo-britannici, bensì italo-inglese, italo-scozzese, italo gallese o italo-irlandese. Una situazione diventata ancora più complicata dalle conseguenze interne in Scozia e Galles in seguito alla Brexit. 

Nel leggere i commenti dei due lettori mi sono reso conto che il loro percorso, come il mio, è stato solitario. Poi, ma mano che ci ho pensato sopra nel corso della la mia camminata mattutina e stasera mi sono reso conto che loro hanno fatto quel che ho fatto anch’io. 

Cioè, hanno tenuto dentro di sé le loro esperienze pensando che solo loro sentivano i dubbi, la solitudine e le incertezze di identità dovute alle loro origini. 

E ciascuno di noi ha cercato soluzioni per trovare questa identità personale senza aver chiesto aiuto o consigli, perché quasi ognuno di noi ha trovato difficoltà a definire quel che sentivamo, oppure i genitori vedevano i nostri dubbi come le solite crisi personali da adolescenti perché pensavano che chi è nato in un paese appartiene a quel paese, non pensando che a scuola, sui campi sportivi e gli ambienti quotidiani, i nostri  coetanei autoctoni ci trattavano come fossimo stranieri nella nostra terra di nascita e per molti di noi proprio questo abbiamo sentito perché non avevamo i mezzi per poter giudicare chi fossimo. 

Molti di questi atteggiamenti verso i figli/discendenti dei nostri emigrati vengono dai soliti luoghi comuni che ci seguono dappertutto, spesso resi più forti da film e fiction che hanno personaggi italiani nei ruoli più negativi, come anche la mancanza di informazioni vere del nostro patrimonio culturale personale. 

A rendere questa ricerca più difficile per molti è di non aver potuto imparare la nostra lingua per poter avere il mezzo personale per scoprire e studiare le nostre origini e poter conoscere di più la Storia dei nostri genitori, nonni o bisnonni. Ed in questo le scuole locali non davano alcun aiuto perché raramente c’era per gli studenti la possibilità di studiare l’italiano. 

Per molti di noi il primo viaggio in Italia è stato un momento di svolta perché abbiamo scoperto un paese molto diverso da quello descritto dai genitori/nonni in casa. Abbiamo scoperto nuova musica sconosciuta nel paese di nascita, un paese con molte attrazioni turistico-culturali ben oltre le solite Roma, Firenze e Venezia. Infatti, negli anni ’70 e ’80 in Australia era facile individuare i giovani italo-australiani appena tornati dall’Italia perché vestivamo in modi diversi con vestiti non in vendita nella terra australe, magari con altri tagli di capelli e anche musicassette, CD dei cantanti che scoperti in quel periodo di vacanza nel paese di origine dei genitori/nonni. 

Ma nello scoprire nonni, zii e soprattutto cugini mai conosciuti prima per via delle distanze tra i continenti, abbiamo scoperto che non eravamo più “italiani” come succedeva con i nostri coetanei autoctoni, bensì “australiani” (americani, argentini, ecc.) perché il nostro italiano rudimentale, oppure totalmente inesistente, come succede in alcuni paesi e per coloro nati dopo la seconda generazione all’estero, creava una barriera che non pensavamo di trovare in Italia. 

Senza dimenticare che il sistema scolastico italiano è diverso da quello dei paesi di nascita/residenza e quindi c’erano pochi punti in comuni con i cugini e nuovi amici in Italia. 

E tutto questo ha creato confusione per molti, soprattutto per coloro che pensavano di trovare soluzioni definitive in Italia. Attenzione però, questo non vuol dire non poter trovare soluzioni, ma spesso queste soluzioni rischiano anche di peggiorare i rapporti con i propri coetanei autoctoni come ho scoperto dopo il mio primo viaggio in Italia. 

Nelle prime settimane dopo quel viaggio portavo a scuola riviste, dischi e altri ricordi del viaggio e la reazione dei più xenofobi degli autoctoni era spesso di sdegno se non peggio, come sfregi di oggetti lasciati sulle scrivanie durante le pause. Molti dei miei amici saranno sorpresi a scoprire che l’unica volta che ho tirato un pugno è stato dopo l’ennesima presa in giro con tanto di bestemmie ed epiteti offensivi dovuti alle mie origini italiane. Un pugno era abbastanza per buttarlo per terra e lui, come anche gli altri, hanno capito che non ero il bersaglio facile che pensavano. Ma quell’incidente ha allargato il vuoto tra me e molti dei miei compagni a scuola. 

Per me il risultato è stato di finire la scuola con pochissimi amici e meno ricordi buoni della scuola. Infatti, non sono mai andato ai raduni regolari a scuola dopo di allora, proprio per la solitudine che quegli anni hanno significato per me. 

Nel mio caso, il cambiamento è arrivato all’università dove ho cominciato ad aprirmi di più e ho cominciato a conoscere altri figli di emigrati italiani e pian, piano abbiamo cominciato a parlare e spiegare le nostre esperienze. E così ho scoperto che non ero mai solo in quella solitudine, ma la solitudine esisteva proprio perché avevamo smesso di cercare di spiegare i nostri tormenti, dubbi, errori ed esperienze, non solo ai genitori, ma anche ai nostri coetanei. 

E questi sono i motivi per cui i commenti dal Regno Unito mi hanno colpito e mi hanno spinto a scrivere questo articolo. 

Ed in questo spirito estendiamo di nuovo l’invito ai nostri lettori ad inviarci le loro storie personali, non solo per esorcizzare i fantasmi del passato che molti di noi abbiamo, ma anche per far capire a chi ora ci sta passando per questo periodo della vita, che non sono mai stati soli e per abbattere quella barriere bisogna semplicemente parlare di quel che sentono perché si tratta di disagi veri, ma facilmente risolvibili una volta che riusciamo a riconoscerli per quel che sono, un rito di passaggio per trovare la nostra identità personale. 

Inviate le vostre storie ed esperienze a: gianni.pezzano@thedailycases.com

Dear descendants of Italians migrants around the world,

I am writing to you as the son of Italian migrants and therefore as one of you. Where I was born does not matter, what matters is that we all have an important link in common that very often is not understood, being the children/descendants of Italian migrants.

Two replies to my most recent article  gave me a lot to think about and I woke up this morning knowing that I had to put these thoughts in writing.

The main theme of the article was our identity that does not depend only on where we were born but also on family traditions, our feelings towards our country of birth/residence and also with Italy, personal experiences that in one way or another are tied not to one country but to two and in the case of many families even three or more depending on the new relatives who joined them due to marriages over the years.

The two comments from the United Kingdom, a place where national identity in itself is already difficult because it is made up of 4 specific and different national identities, English, Scottish, Welsh and Irish that make the children of our migrants in that country not Italo-British but Italo-English, Italo-Scottish, Italo-Welsh and Italo-Irish. A situation that became even more complicated by the internal consequences in Scotland and Wales following Brexit.

On reading the comments from the two readers I realized that their path, like my own, was lonely. And then, as I thought about the path on my morning walk and this evening I understood that that they had done what I too did.

That is they kept their experiences to themselves thinking that they alone felt the doubts, the loneliness and the uncertainty of identity due to their origins.

And each one of us looked for solutions to find this personal identity without asking for help or advice because almost every one of us had difficulty in defining what we felt, or the parents saw our doubts as the usual adolescent crisis because they thought that those who are born in a country belong to that country without thinking that at school, on the sports fields and the everyday places our native peers treated us as if we were foreigners in our place of birth and for many of us this is precisely what we felt because we did not have the means of being able to judge who we were.

Many of these attitudes towards the children/descendants of our migrants come from the usual clichés that follow us everywhere, often made even stronger by films and TV series that had Italian characters in the most negative roles, as well as the lack of real information about our personal cultural heritage.

And making this research even harder for many is not having been able to learn our language to be able to have the personal means to discover and study our origins and to be able to know more about the history of our parents, grandparents and great grandparents. And in this the local schools gave us no assistance because they rarely gave students the possibility to study Italian.

For many of us the first trip to Italy was a turning point because we discovered a country very different from the one described by our parents/grandparents. We discovered new music unknown in the country of birth, a country with many attractions far beyond the usual Rome, Florence and Venice. In fact, in the ‘70s and ‘80s in Australia it was easy to identify the young Italo-Australians who had just returned from Italy because we dressed in a different way with clothes not sold in the southern land, maybe with a different haircut and also music cassettes and CDs of singers we had discovered during that holiday in the country of origin of our parents/grandparents.

And in discovering grandparents, uncles, aunts and above all cousins we had never met before due to the distances between continents we discovered that we were no longer “Italian”, as happened with our native peers, but “Australian” (American, Argentinean, etc) because our rudimentary or totally non-existent Italian, as happens in some countries and for those born after the second generation overseas, created a barrier that we did think we would find in Italy.

Without forgetting that the Italian school system is different from the countries of birth/residence and therefore there were few points in common with the new cousins and friends in Italy.

And all this creates confusion for many, above all for those who thought they would find definitive solutions in Italy. We must be careful however, this does not mean not being able to find solutions but often these solutions also risk worsening relations with our native peers as I discovered after my first trip to Italy.

During the first weeks after that trip I took to school magazines, records and other souvenirs of the trip and the reaction of the more xenophobic natives was often scorn, if not worse, such as damage to objects left on the desk during the breaks. Many of my friends will be surprised to discover that the only time I threw a punch was after the usual mocking, accompanied by cursing and offensive epithets due to my Italian origins. One punch was enough to knock him to the ground and he, as well as the others, understood that I was not the easy target they thought. But that incident widened the gap between me and many of my classmates.

For me the result was to finish school with very few friends and even fewer good memories of the school. In fact I never attended the regular school reunions precisely because of the solitude that those years created in me.

In my case the change came with university where I began the open up more and I began to know other children of Italian migrants and we slowly began to speak about and explain our experiences. And so I discovered that I was never alone in that loneliness but the loneliness existed precisely because we had stopped trying to explain our torments, doubts, mistakes and experiences, not only to our parents but also to our peers.

And these are the reasons that the responses from the United Kingdom struck me and prompted me to write this article.

And in this spirit we again extend an invitation to our readers to send us their personal stories, not only to exorcise the ghosts of the past that many of us have but also to make those who as now passing through that period of their lives understand that they have never been alone and that to remove that barrier they simply have to talk about what they feel because they are real and easily solved once we manage to recognize them for what they are, a rite of passage towards finding our personal identity.

Send your stories and experiences to: gianni.pezzano@thedailycases.com

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