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Diritti umani

Bannata da Facebook per aver condiviso la foto di uno schiavista

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Qual è il limite tra libertà di opinione, espressione e soprattutto chi stabilisce e in base a cosa la “censura culturale” sui social e sul web? Il cambiamento che arriva dal presente ha il sapore di involuzione e di ritorno al passato.

Sarà capitato anche a voi di aver pubblicato sui social qualcosa di assolutamente lecito e di aver ricevuto “avvisi” che impongono la rimozione dei contenuti pena il blocco per settimane o addirittura mesi.

In genere dal post alla notifica passa qualche giorno. Per me sono bastate alcune ore a cavallo tra il 19 e il 20 agosto, dopo il ritiro degli americani dall’Afghanistan, dopo i proclami dei nuovi leader del 17 agosto nei quali, in conferenza stampa, si affermava che “l’emirato islamico in Afghanistan si impegnerà per garantire i diritti delle donne nell’ambito della Sharia”.  Donne, diritti e Sharia nella stessa frase già confliggenti.

La Sharia sancisce la supremazia dell’uomo, la donna è poco più che un oggetto o un animale. Non è un documento scritto, per questo fonte di interpretazione non univoca, senza supervisione e controllo. Le sanzioni previste, per la contravvenzione a queste regole non scritte, vanno dalla disapprovazione morale fino alla lapidazione, ed una mano con le unghie laccate viene considerata alla stregua di quella di un ladro e tagliata. Inoltre è legge religiosa, vincola ogni musulmano e quindi anche coloro che troveranno asilo e protezione internazionale in Europa vi resteranno soggetti.

Ma tornando a me, in queste riflessioni, il 19 agosto scorso posto in serata sul mio profilo facebook una bellissima, nuova, poesia di Paola Venezia

Sono falene / le donne afghane / Si posano sui sogni / dal futuro breve / Hanno ali d’organza sugli occhi / dalle palpebre assorbenti / Hanno mani e piedi / solo per i figli / a cui tessono giorni / in filigrana.”

Aggiungo una foto, una di quelle libere da diritti che imperversano sul web da una vita, che in quel momento rappresenta per me la somma di tutte le notizie che pervengono dai media e dai miei pensieri.

Alle 02.19 del 20 agosto sono “segnalata” da un fact-checker indipendente, mi dice l’assistenza di facebook, perché il mio post conterrebbe delle informazioni false.

La poesia è assolutamente di Paola Venezia e non ravviso in nessuna delle parole la possibilità di falso. L’unica possibilità… la foto, che ritrae una donna in catene ed il suo carceriere, entrambi in abiti e con tratti arabi.

Meravigliandomi assolutamente per la velocità di intervento del social (non vi è medesima sollecitudine in segnalazione di casi di bullismo, immagini di violenza estrema su persone o animali e stolking) rimuovo la foto, che però conservo, poiché sembra proprio che il “mio” fact-checker non  sia così neutrale come dovrebbe e comincio a fare delle ricerche.

Preciso che non viene evidenziata una mia scorrettezza rispetto alle regole della Community ma, come ben si legge dalle foto, una informazione falsa.

Parto quindi dal verificare la veridicità della foto e… eccola qui. Il sito e l’articolo sono proprio islamici. Lascio a voi la lettura dell’articolo datato settembre 2016 Daesh wives urged to treat sex slaves better, fosse solo per comprendere che sia l’articolo che la foto ritraggono la “immodificabile condizione femminile”.

Inoltre con lo strumento di ricerca per immagini e scopro che la foto è stata riprodotta sino a tre giorni fa in centinaia di post instagram, tweet,  ed è presente in diversi siti.

A questo punto cosa c’è di falso?

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Il nucleo del problema, sia che si tratti di un post di nudo magari d’arte o contenente questioni ideologiche o un altro che non rispetti le regole della Community, è chi decide.

Chi sono i fact-checker 

Il Guardian e la rivista Gawker nel 2012 avevano rivelato l’esistenza di lavoratori reclutati attraverso piattaforme. A decidere è, insomma, un gruppo di persone che potrebbe non avere le competenze nè l’autorevolezza per effettuare azioni così importanti in termini di libertà d’opinione, quali l’oscuramento di un post o di una pagina di Fb.
Forse i fact checking, già da tempo oggetto di controversie poiché di certo non sono indipendenti, da strumento per segnalare contenuti offensivi, spam, fastidiosi e ingiuriosi, si sono trasformati in strumenti di censura rispetto ai contenuti pubblicati da elementi sgraditi, attivisti o giornalisti.

Un piccolo esempio su tutti. Nel 2019 Facebook ha ‘limitato’ la pagina del gruppo anti-aborto Live Action dopo che due dei suoi video erano stati etichettati come ‘falsi’. Ma in seguito si è scoperto che il fact checking era basato sulle dichiarazioni di due abortisti.

Mi auguro che il mio segnalatore mi legga ed abbia il coraggio di esprimere le sue reali motivazioni.