È morto Ennio Morricone: il grande compositore premio Oscar ci lascia a 91 anni

 

Lascia al mondo in eredità la sua musica senza confini eternamente attuale e carica di emozione

Ennio Morricone ci ha lasciati nella notte del 6 luglio: era stato ricoverato al Campus biomedico di Roma (la sua città) in seguito a una caduta in cui si era rotto il femore, e si è spento all’alba.
I funerali si terranno in forma privata, “nel rispetto del sentimento di umiltà che ha sempre ispirato gli atti della sua esistenza” (come ha dichiarato l’amico e legale Giorgio Assumma).
Quest’ultimo ha inoltre raccontato la dipartita del Maestro (per altro coerente con la sua identità di musicista lucido e sereno): sino alla fine ha conservato una piena dignità, avendo salutato affettuosamente la moglie Maria, i figli e i nipoti così come il suo immenso pubblico, composto da più generazioni che ne hanno accompagnato la lunga carriera artistica.
In effetti l’eccezionale talento di Morricone costituiva un “unicum” proprio per essere stato compreso, ammirato e ascoltato quasi nell’arco di un intero secolo, in cui l’assoluta duttilità della sua vena compositiva è stata capace di realizzare più di 100 brani classici e circa 500 temi per film (di cui 60 vincitori di premi) e serie TV.
Una simile moltitudine di opere – per altro tutte riconosciute e apprezzate nella loro validità – lo ha reso uno dei più influenti compositori di colonne sonore di tutti i tempi.

Una carriera di indimenticabili successi

Dopo il diploma in tromba presso il Conservatorio di “Santa Cecilia” di Roma, il Maestro iniziò a fornire il suo contributo al genere del western all’italiana, componendo musiche per registi come Sergio Leone, Duccio Tessari e Sergio Corbucci (dei quali sono titoli di rilievo ancora oggi la Trilogia del dollaro, Una pistola per Ringo, Il mio nome è nessuno) e partecipando alla consacrazione di questo filone cinematografico nell’immaginario comune.
Dagli anni ’70, inoltre, collaborava con alcuni dei più noti registi di Hollywood, come John Carpenter, Brian De Palma, Oliver Stone e Quentin Tarantino, ricevendo infine nel 2007 (dopo ben 5 nominations fra il 1979 e il 2001) il premio Oscar onorario alla carriera “per i suoi contributi magnifici all’arte della musica da film”.
Un secondo riconoscimento era arrivato nel 2016 (anno per altro della sua stella nella celebre Hollywood Walk of Fame) con la consegna dell’Oscar alla miglior colonna sonora per il film di Tarantino The Hateful Eight (per la quale si è aggiudicato anche il Golden Globe).
Una vita di successi insomma, spontanei perché scaturiti dall’espressione di un puro talento naturale.
A tal proposito Morricone ha dichiarato: “Scrivere musica è il mio mestiere, quello che mi piace e l’unica cosa che so fare. E’ un vizio, sì, un’abitudine, ma anche una necessità e un piacere […] Non so dire come nasca questa voglia (…) credo non ci sia una regola (…) è qualcosa di talmente intimo e privato che non vuol essere comunicato” (dall’autobiografia Inseguendo quel suono, pag. 205).

Un talento mondiale e immortale

I premi e i riconoscimenti ufficiali (il Maestro era anche Accademico Effettivo dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e socio dell’associazione di musica contemporanea Nuova Consonanza) non sono sufficienti a esprimere
l’indiscussa grandezza di una musica capace di coinvolgere intere generazioni di appassionati dilettanti e professionisti del mondo musicale, una musica venduta in più di 70 milioni di commoventi dischi e ascoltata da intere generazioni di adulti e ragazzi.
Al giorno d’oggi non sono molti gli artisti in grado di parlare semplicemente eppure profondamente a un pubblico tanto vasto, mantenendo per altro intatta un’ammirevole (quanto naturale) umiltà dovuta alla consapevolezza di adoperare un linguaggio limitato perché frutto solo del compositore, “quindi ogni volta diverso” (come ha affermato sempre nell’autobiografia).
A maggior ragione, è ancora più significativo che Morricone non si considerasse certo “uno dei più grandi e influenti compositori del secolo”, ma solo uno che (oggettivamente) “piace, comunica con la gente e basta. Se comunica con molta gente, poi, è ancora meglio”.
E il Maestro, in effetti, ha parlato e parlerà in eterno a moltissima gente, trasformando davvero un codice che riteneva espressione di una specifica cultura in quel linguaggio universale da lui sempre negato.

La futura scuola in tempo di covid, fra dubbi e speranze in vista di settembre

 

Tre giorni fa la Ministra Lucia Azzolina ha finalmente reso nota la bozza con tutti i provvedimenti e i dettagli per la prossima apertura delle scuole, prevista per il 14 settembre.

Tre giorni fa la Ministra Lucia Azzolina ha finalmente reso nota la bozza con tutti i provvedimenti e i dettagli per la prossima apertura delle scuole, prevista per il 14 settembre. Tale bozza, concordata con le Regioni, prevede quindi che gli ingressi in aula saranno scaglionati per gli studenti delle Superiori fino alle 10 con file ordinate e distanziate, mentre dai 6 anni in su saranno necessarie mascherine e i banchi saranno singoli.
Nonostante i dubbi, le proteste e le obiezioni su un periodo del quale è ancora impossibile prevedere la situazione a livello sanitario, il capo della task force del Miur Patrizio Bianchi ha espresso la propria soddisfazione parlando di bozza “ispirata ai principi di autonomia, flessibilità e semplificazione”.
Saranno i presidi a decidere come pianificare il lavoro e a cercare di garantire un valido ritorno allo studio, pianificando lezioni in aula, online e persino negli spazi esterni alle classi, il tutto sulla base di turni che dipenderanno esclusivamente dalla struttura delle scuole e degli ambienti insiti in esse.

I problemi di sempre amplificati dal covid

Tali ambienti, soprattutto per quanto riguarda gli istituti comprensivi pubblici, sono spesso fatiscenti e bisognosi di lavori di mantenimento che i molteplici tagli all’istruzione hanno reso impossibili in troppe realtà già da parecchi anni. Spetterà agli enti di volontariato e alle associazioni che già lavorano con i ragazzi mettere a disposizione spazi nuovi, in attesa (si spera, a questo punto), di farli rientrare in delle scuole finalmente degne di accoglierli prima di tutto sotto un profilo numerico.
In modo particolare quest’ultimo aspetto, che introduce nuovamente la drammatica realtà delle “classi-pollaio”, è senza dubbio una delle conseguenze più vergognose della tragica situazione economica in cui è relegata la scuola italiana: nell’impossibilità di assumere nuovi docenti (i quali per altro non mancherebbero di certo), visto il basso numero di strutture e spesso anche di sezioni in esse, i ragazzi di qualsiasi grado scolastico sono assembrati (è proprio il caso di dirlo) in numeri complessi da gestire per qualsiasi insegnante, trattandosi spesso di non meno di 27 alunni per classe.
Più che mai in contesti simili è impensabile mantenere l’ormai famigerato distanziamento sociale di un metro, così che una riconfigurazione del gruppo classe in più gruppi di apprendimento potrebbe finalmente far riflettere le istituzioni sull’importanza di una nuova, radicale politica in ambito scolastico, che metta al primo posto l’esigenza dell’apprendimento in un contesto numericamente più gestibile perché più ordinato, contenuto e attento alle necessità umane, esistenziali e cognitive di ciascuno studente.

Le principali novità di settembre

Nel testo si parla anche di “un’aggregazione delle discipline in aree e ambiti disciplinari”, quindi materie (anche) laboratoriali come la musica e l’inglese o come l’arte e la letteratura potrebbero essere unite in interessanti progetti di apprendimento su un tema specifico, coinvolgendo ancora di più il gruppo classe. A fronte di ciò è prevista l’apertura straordinaria di molte scuole il sabato, su delibera degli Organi collegiali competenti.
Infine, sarà contemplata la frequenza scolastica in turni differenziati “variando l’applicazione delle soluzioni in relazione alle fasce di età degli alunni e degli studenti nei diversi gradi scolastici”, mentre “per le scuole secondarie di II grado verrà prevista una fruizione per gli studenti opportunamente pianificata di attività didattica in presenza e didattica digitale integrata, ove le opportunità tecnologiche, l’età e le competenze degli studenti lo consentano”.
Ancor più interessante poi l’opportunità, dall’1 settembre, di coinvolgere in percorsi di valorizzazione e potenziamento gli alunni che, pur non essendo stati rimandati, “siano positivamente orientati al consolidamento dei contenuti didattici e delle competenze maturate nel corso dell’a.s. 2019-2020”.

Una scuola per un futuro migliore?

La nuova scuola, così presentata e almeno per il momento, si preannuncia ricca di proposte (anzi, oserei dire di “sogni”) che potrebbero anche sancire l’inizio di un futuro migliore per studenti e docenti, all’insegna dei progressi auspicati da anni.
Vedremo dunque se tutto questo sarà concretizzato in una realtà (magari in parte) permanente o se la sua applicazione si realizzerà parzialmente e solo per un breve periodo di tempo, mantenendo intatte le gravi problematiche di un settore che dovrebbe essere prioritario per il futuro di ogni paese.

Il Decreto Scuola è legge: ieri l’approvazione della Camera tra le polemiche delle opposizioni

Dopo innumerevoli critiche e obiezioni sui provvedimenti in tempo di Covid dell’attuale Ministra della pubblica istruzione Lucia Azzolina, il suo Decreto Scuola è ieri diventato ufficialmente legge con 245 voti favorevoli e 122 contrari.

 

Dopo innumerevoli critiche e obiezioni sui provvedimenti in tempo di Covid dell’attuale Ministra della pubblica istruzione Lucia Azzolina, il suo Decreto Scuola è ieri diventato ufficialmente legge con 245 voti favorevoli e 122 contrari.
I temi affrontati nel disegno, già approvato dal Senato il 28 maggio scorso, riguardano alcune delle questioni più delicate al momento nel mondo della scuola, come il futuro dei docenti precari (circa 32.000 persone che da troppi anni aspettano di essere stabilizzate attraverso una sanatoria o un ragionevole concorso), e gli esami di maturità previsti per 500.000 studenti.
Tuttavia, insieme a queste due fondamentali questioni sono state affrontate anche le modalità degli Esami di Stato conclusivi del I ciclo di istruzione e l’avvio dell’anno scolastico 2020/2021, una vexata quaestio ancora molto confusa anche a causa dell’estrema indecisione della Ministra (incline a parlare sempre troppo presto).
I temi del Decreto

Il Dl presenta alcune disposizioni oggettivamente discutibili, specie in merito alla valutazione dell’esame di terza media. Il giudizio relativo alla conclusione del primo ciclo scolastico risulta snaturato dalle modalità dell’esame, essendo prevista la sola valutazione da parte del Consiglio di classe che terrà conto anche di un elaborato consegnato e discusso online dagli studenti.
Considerato che la maturità appena varata prevede invece un’ora di colloquio orale in presenza – per altro già plausibile nella precedente formula d’esame – non si capisce per quale motivo ai ragazzi di terza media non sia data la possibilità di cimentarsi con una vera prova da giovani studenti, importantissima per il loro personale percorso di crescita.
Tornando invece all’esame di maturità, ci saranno importanti cambiamenti per i privatisti che sosterranno la prova a settembre, in quanto sarà loro consentito di partecipare con riserva alle prove di ammissione ai corsi di laurea a numero programmato e ad altre prove previste dalle Università, istituzioni dell’Alta formazione artistica musicale e coreutica e altre istituzioni di formazione superiore post diploma. Saranno consentite anche le procedure concorsuali pubbliche, le selezioni e le procedure di abilitazione per le quali sia richiesto il diploma di II grado.
Cambieranno di nuovo, inoltre, anche i giudizi presso le scuole Elementari, tornati descrittivi al posto dei voti in decimi, mentre agli studenti disabili, sicuramente i più penalizzati durante l’emergenza Covid, sarà consentita la “reiscrizione al medesimo anno di corso frequentato nell’anno scolastico 2019/2020”. Questo permetterà di recuperare il mancato conseguimento degli obiettivi didattici e inclusivi per l’autonomia, stabiliti nel Piano educativo individualizzato.
Le decisioni sul precariato

Infine, l’approvazione dei provvedimenti sul precariato: il concorso straordinario per i precari storici non sarà più a crocette ma prevedrà una prova con quesiti a risposta aperta diversi per ogni disciplina e sempre al computer, mentre le graduatorie dei supplenti saranno aggiornate ma anche provincializzate e digitalizzate.
In questo modo le segreterie delle scuole non verranno più intasate di candidature, ma saranno gli Uffici territoriali del Ministero a seguire il processo e a distribuire le supplenze. Si confida così in una procedura di assegnazione delle cattedre più rapida, ma restano ancora in ballo altri due temi (per altro preoccupanti): la data del concorso ordinario per gli aspiranti docenti con 24 cfu (sulla quale regna il riserbo più assoluto) e il tavolo sui percorsi abilitanti all’insegnamento.
Un futuro ancor più incerto per chi insegna

Eh già, perché l’attuale Ministra e il suo staff stanno riflettendo sulla possibilità di ripristinare un iter di formazione specifica per chiunque voglia intraprendere la professione dell’insegnante nei prossimi anni, una decisione inquietante se pensiamo che i precedenti percorsi – le SISS, ovvero le scuole di specializzazione all’insegnamento secondario e il TFA, cioè il tirocinio didattico formativo – sono stati ritenuti inadeguati a un tale scopo e quindi soppressi.
Di sicuro l’approvazione di un valido piano per l’avvenire della scuola in Italia dipenderà necessariamente dalla reazione del futuro governo al consiglio (sinora rimasto inadempiuto) di molte opposizioni: ascoltare tutti, così da decidere poi per il meglio.

La scuola online nell’epoca Covid: un bilancio sulla DAD in vista della fine dell’anno

 

La scuola italiana in emergenza covid19 ha dovuto  adeguarsi al distanziamento sociale proponendo una didattica a distanza (“DAD”) per tutti i corsi di studio. I limiti e le difficoltà di lavorare online  

Durante un’emergenza come quella ancora in corso, la scuola italiana ha dovuto necessariamente adeguarsi al distanziamento sociale di questa lunga fase proponendo una didattica a distanza (“DAD”) come prassi comune a tutti i corsi di studio.
Per noi docenti non è stato semplice organizzare la nuova metodologia d’insegnamento in questa modalità, senza contare che molti studenti hanno avuto (e hanno ancora) problemi legati alla precaria o spesso assente connessione.
Per altro, nell’epoca della crisi economica ormai endemica per il nostro paese non è neppure così scontato presumere che tutti i ragazzi siano in possesso di un computer, o comunque di adeguati strumenti per poter seguire in maniera continuativa le lezioni online.
Per alcuni alunni quindi si è trattato di un disagio talmente grande da compromettere l’esito stesso delle prove orali e delle altre incombenze scolastiche, tanto da indurre lo stesso Miur a rivedere di recente i criteri da prendere in considerazione in sede di giudizio finale: non si potranno bocciare gli studenti che hanno avuto problemi di questo tipo.
Riguardo invece le prove di verifica e le altre prassi comunemente usate per testare la preparazione dei ragazzi, è stato inoltre opportuno ridimensionare l’intero svolgimento dei compiti in classe, abolendo la forma scritta e mantenendo la sola possibilità dell’interrogazione orale.
Com’è ovvio si tratta di un grosso limite didattico, per altro ancor più significativo se si pensa che i docenti non hanno neppure la certezza di valutare una vera e propria preparazione (rimane sempre il dubbio che lo studente legga qualcosa dal pc o che si aiuti con dei suggerimenti analoghi, per non parlare di chi dice di non avere la telecamera funzionante…).

Quale valutazione per la DAD?

Da un punto di vista formativo, dunque, quanto può essere attendibile questo periodo di DAD? In effetti non avremo mai una risposta univoca, in quanto varierà da scuola a scuola e da docente a docente.
Infatti il lavoro online prevede ulteriore impegno, fatica e capacità organizzative per tutti gli insegnanti, costretti ad eliminare la distanza coinvolgendo i ragazzi attraverso i numerosi strumenti tecnologici, da Google Drive a Whatsapp a Skype e Zoom. Quanti sono stati disposti a farlo? Sicuramente non tutti, poiché spesso è opportuno rendersi attivi e disponibili al di fuori delle ore di scuola, andando incontro a chi ha problemi di connessione e condividendo file, mandando messaggi o mail, rispondendo alle domande di ragazzi assenti e che devono recuperare dei materiali di lavoro.
Tuttavia, per quanto i mezzi tecnologici abbiano potuto aiutare (e molto) sostituendosi spesso anche bene alla didattica in presenza, è indubbio che per alcune categorie di scuole siano stati totalmente insufficienti o deficitari.
È il caso dei corsi di musica o relativi all’ambito artistico, come quelli proposti dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico o dai Conservatori.

La sofferenza dei Conservatori e delle Accademie

Le università AFAM stanno soffrendo molto per la mancanza di mezzi in grado di garantire almeno in parte i numerosi corsi laboratoriali – da quello di recitazione alla danza – per non parlare delle lezioni di esercitazioni orchestrali importantissime per gli studenti di Conservatorio, i quali sono stati privati anche dei saggi finali e della possibilità di fare lezioni di strumento in modo dignitoso. Questo perché mentre le materie teoriche si possono insegnare più o meno in modo efficace anche a distanza, lo stesso non si può proprio affermare per gli strumenti musicali: la mancata sincronia dell’audio e del video, la poca visibilità sui dettagli pratici (come la meccanica delle dita) e soprattutto l’impossibilità di intervenire concretamente correggendo un movimento sbagliato, in eccesso o anche solo in parte scorretto, sono solo alcuni dei tanti problemi riscontrabili nel seguire uno studente di pianoforte, violino o qualsiasi altro strumento.
Inoltre la stessa qualità del suono risulta essere il più delle volte mediocre, rendendo impossibile un’adeguata valutazione interpretativa sull’allievo (per non parlare dell’impossibilità di accompagnarlo in brani per due strumenti).

Sicuramente, almeno per questi corsi di studio sarebbe stato opportuno fare un’eccezione, riaprendo i Conservatori per le sole lezioni individuali in presenza (mantenendo la distanza di sicurezza e con le mascherine).
Non è stato così, e per un’ennesima volta nel nostro paese soprattutto la musica ha pagato il prezzo dell’emergenza Covid.

Quando i diritti umani sono quelli dei braccianti agricoli (stranieri ma soprattutto italiani)

Coronavirus a parte, la regolarizzazione dei braccianti agricoli stranieri è sicuramente il tema “caldo” del momento in ambito politico, al punto tale da aver scatenato innumerevoli dissapori su una questione che pone innanzitutto i diritti umani al centro delle polemiche.


Come sappiamo la proposta di una temporanea sanatoria (di 6 mesi rinnovabili per altri 6) da concedere agli stranieri – circa 600.000 persone impiegate nei campi a 3 euro l’ora – è arrivata dal Ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova, talmente impegnata in prima linea per la causa da prendere in considerazione di lasciare l’attuale maggioranza qualora il provvedimento non dovesse passare.
La Ministra ha per altro sottolineato che non si tratta di una proposta finalizzata a una propaganda politica – i migranti sino a prova contraria non votano – ma del riconoscimento di alcuni imprescindibili diritti dei lavoratori in generale.

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse
07-10-2019 Roma
La Ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova ospite di “Povera Patria”

Le categorie e i numeri della regolarizzazione

Del resto, nel settore agricolo gli stranieri impiegati non sono neppure la maggioranza: come ha spiegato il sindacalista Aboubakar Soumahoro durante la scorsa puntata di Mezz’ora in più, si tratta di un 82% di italiani, di un 11% di persone provenienti da paesi al di fuori dell’Europa e di un 6% che viene dall’Europa dell’Est.
Numeri a parte, dal suo punto di vista si tratta semplicemente di vite umane bisognose di tutele in quanto tali.
Fra l’altro, come ha di recente specificato la Bellanova il provvedimento riguarda solo alcune categorie di lavoratori impiegati in agricoltura e nei servizi alla persona: chi ha il permesso di soggiorno scaduto, chi lavora in una situazione di irregolarità, chi ha un’offerta di lavoro già avanzata. Inoltre, la proposta non includerà chi ha precedenti penali.
Eppure, per alcuni esponenti politici le cose non sono lineari come potrebbero sembrare.
Solo ieri, ad esempio, il Movimento 5 Stelle nella persona di Vito Crimi ha negato la possibilità di un’intesa su un permesso temporaneo di 6 mesi convertibile in permesso di lavoro alla sottoscrizione del contratto, affermando che la soluzione per garantire il mercato non può essere la regolarizzazione dei lavoratori irregolari (dal momento che l’agricoltura non si basa solo su di loro).
La Lega poi rimane dell’avviso di impedire una generale sanatoria dei lavoratori stranieri, impiegando nei campi altri generi di manodopera come gli studenti disoccupati o coloro che hanno chiesto il reddito di cittadinanza.
Tuttavia rimane da capire, a tal proposito, se le suddette persone sarebbero disposte ad accettare un lavoro così duro a simili condizioni contributive; a giudicare dal dramma della mancata raccolta di frutta e verdura in questi mesi infatti, sembrerebbe che siano davvero in pochi a voler andare nei campi. E, di sicuro, non i nostri studenti neolaureati. 

I lavoratori agricoli nel mondo

 

Nondimeno bisognerebbe ricordare che molti di questi ultimi accettano di svolgere temporaneamente lavori analoghi in altri paesi del mondo, paesi in cui la presenza dei giovani (laureati o meno) non costituisce un peso o un problema, paesi che investono su di loro proponendo il visto o il permesso di soggiorno in cambio di occupazioni umili.
È il caso ad esempio del visto “Vacanza Lavoro” australiano, richiesto in larga maggioranza dagli studenti italiani tra i 18 e i 31 anni e molte volte con una laurea in tasca, dai quali, secondo un articolo del Corriere della Sera, arriva anche il maggior numero di domande per il rinnovo del suddetto visto (che può essere ottenuto per due anni).
L’intento è quello di permettere ai giovani di diverse nazionalità di viaggiare, scoprire il continente australiano e pagare tutte le spese svolgendo lavori semplici, ma avendo in cambio la possibilità di progettare un futuro in un paese ricco e moderno.
Non mancano ovviamente (purtroppo) storie di sfruttamento e dure condizioni anche in queste agognate mete straniere, ma resta il fatto che il lavoro nei campi è considerato come un valido impiego per cominciare una qualsiasi carriera lavorativa.
Non si tratta, insomma, di un impiego di cui vergognarsi, da evitare perché disonorevole per una persona che ha studiato.

Quale futuro per il nostro paese

In tutta questa complessa e controversa questione i vari partiti concordano però su un unico aspetto: mai bisognerebbe lasciare l’agricoltura nelle braccia del caporalato mafioso, ricordandocene solo quando nessuno raccoglie la frutta e la verdura.
Considerate quindi le immense, meravigliose risorse che il suolo della nostra Italia ci regala da sempre, sarebbe invece ora di rielaborare e offrire contratti di lavoro nei campi che rilancino questo settore anziché affossarlo, specie in un mondo sempre più malato e in cui la cura della terra dovrebbe tornare ad essere una delle nostre priorità per il futuro.

“Vivaldi vs Covid”: il messaggio di speranza degli allievi e degli insegnanti del Conservatorio “Santa Cecilia”

Che la musica sia stata uno dei protagonisti durante il periodo del “lockdown” – sia da parte dei musicisti di professione sia dei semplici amatori – non ci sono dubbi.

Gli italiani in quarantena (specie nel primo mese di isolamento) hanno suonato e ascoltato di tutto, dall’Inno d’Italia a “Bella Ciao”, dagli stornelli romani ai più notevoli brani di musica classica, proposti anche dai musicisti dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia intervistati in questa fase di silenzio delle istituzioni musicali sul sito della stessa Accademia.
In un momento storico tanto drammatico per l’arte, in cui gli enti e le fondazioni liriche o teatrali non hanno ancora un’unica idea precisa su quando riprenderanno le loro attività (per non parlare di come le riprenderanno), chi ha scelto il mestiere del musicista professionista non ha comunque mai rinunciato a far sentire la propria voce, ovviamente ricorrendo alle tecnologie che hanno permesso alla cultura di continuare a esprimersi.
Dunque fra i tanti contributi musicali di questa lunga fase non poteva mancare quello di una parte dei docenti, degli allievi e degli ex allievi del Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, i quali si sono cimentati in una libera interpretazione del primo movimento del Concerto n° 5 di Antonio Vivaldi, intitolato “La tempesta di mare”.

Così, da un’idea del Maestro Alfredo Santoloci (docente di sassofono presso lo stesso Conservatorio ed ex Direttore di quest’ultimo), la brillante e gioiosa atmosfera di una delle composizioni più entusiasmanti per violino solista e orchestra d’archi rivive nell’unione di tanti giovani talenti, insegnanti e professionisti della musica, tutti insieme in un video-collage che costituisce innanzitutto un messaggio di speranza e positività per un avvenire migliore.
L’intento dei vari interpreti consiste perciò nel ricordarci quanto l’arte, la cultura e la bellezza sprigionata da esse possano indicare la via da perseguire nel prossimo futuro a tutto il mondo. Un mondo, lo sappiamo purtroppo, attualmente malato per colpa dei suoi stessi abitanti, la cui sensibilità nei confronti della natura e delle sue meraviglie (decantate nella storia proprio dall’arte e della musica in primis!), dovrebbe essere una caratteristica imprescindibile dell’educazione di ogni popolo.

Il Covid oltre i complotti: se l’unica causa del virus fosse ancora l’uomo

Che l’epicentro del Coronavirus fosse Wuhan era noto a tutto il pianeta sin dal principio di questa tragedia, ma probabilmente le domande più accusatorie sono state messe da parte per via degli innumerevoli interessi del resto del mondo verso un gigante economico quale quello cinese.

Nelle ultime ore il ruolo protagonistico della Cina rispetto alla diffusione mondiale del Coronavirus è stato fortemente denunciato da diverse autorità nel mondo del giornalismo e della politica, le quali hanno sottolineato una lunga serie di (evitabili) errori umani alla base dell’attuale pandemia.
Proprio ieri Julian Reichelt, direttore del noto quotidiano tedesco Bild, ha risposto con un videomessaggio al Presidente cinese Xi Jinping, che aveva chiesto attraverso la sua ambasciata in Germania di ritirare la richiesta di danni per la diffusione del Covid pubblicata appunto dal giornale.
Reichelt, dimostrando per altro un notevole coraggio, si è rivolto direttamente al leader cinese, segnalando non soltanto le misure violente adottate dalla dittatura comunista al potere nel paese contro i media (giornali e siti internet critici sull’operato del governo), ma anche l’omertà sulle caratteristiche del virus, e le imprescindibili responsabilità del continente cinese rispetto alla sua rapida propagazione oltre i confini nazionali a partire dalle situazioni dei wet market.

La necessità di una rieducazione alimentare

 

Più noti come i “mercati dell’orrore”, nei wet market cinesi vengono vendute specie esotiche di animali pericolosi per la salute umana, come pipistrelli, pangolini (nei quali un numero crescente di studi ha individuato la causa del coronavirus SARS-CoV-2) e zibetti.

A lato: dei pangolini in gabbia.

Questi esemplari selvatici dovevano già essere messi al bando dopo l’epidemia di SARS del 2003, ma il divieto era stato cancellato a emergenza conclusa.
Eppure, si tratta della principale causa di trasmissione dell’attuale virus, al di là di tutte le “ombre” gettate dalla presenza del vicino laboratorio di virologia di Wuhan (il quale ha più volte smentito il suo coinvolgimento).
Ora, la legge cinese sul divieto di commercio delle specie selvatiche sembra essere sempre di più una realtà non solo necessaria per il prossimo futuro, ma anche possibile: solo dieci giorni fa infatti il ministero dell’agricoltura e degli affari rurali di Pechino ha escluso cani e gatti dalla lista degli animali destinati al consumo umano, conseguendo già un risultato storico (ci auguriamo anche permanente) rispetto alla rieducazione culturale e igienica all’interno del paese, viste le modalità di macellazione degli animali e di vendita delle loro carni.

A sinistra: un wet market di Wuhan.

Chiaramente stiamo parlando di leggi che implicano una nuova considerazione del pianeta e degli ecosistemi mondiali: se tutti gli Stati le condividessero (facendole rispettare), si ridurrebbe notevolmente il rischio di future epidemie o pandemie.

La condivisibilità delle accuse del Bild

Purtroppo quindi le accuse di Reichelt sono considerazioni oggettive che tutti i paesi occidentali avrebbero dovuto rivolgere alla Cina non appena il virus è apparso in Europa, al di là delle numerose ipotesi sui “pazienti zero” (le quali, oltre tutto, hanno creato un clima degno degli untori manzoniani). Che l’epicentro del Coronavirus fosse Wuhan era noto a tutto il pianeta sin dal principio di questa tragedia, ma probabilmente le domande più accusatorie sono state messe da parte per via degli innumerevoli interessi del resto del mondo verso un gigante economico quale quello cinese.
Un altro motivo per cui, prima degli ultimi giorni, non si era parlato molto e tanto meno pubblicamente delle indubbie responsabilità cinesi (soprattutto in Italia), è stato infine il razzismo dei primi tempi: ricordiamo che nel nostro paese non sono mancate aggressioni a persone provenienti dalla Cina (fra tutti colpì il caso dell’uomo preso a bottigliate in provincia di Vicenza).
Al momento le argomentazioni di Reichelt sono ampiamente sostenute dal governo australiano (che ha richiesto un’indagine internazionale) e dal Presidente Donald Trump, convinto che la Cina debba risarcire il resto del mondo qualora fosse ritenuta definitivamente responsabile della diffusione del virus a partire dal laboratorio di virologia di Wuhan.
Vedremo se le inchieste al riguardo giungeranno a un esito positivo prima dell’inizio della “Fase 2” e, soprattutto, quanto influenzeranno il futuro del nostro paese.

Il coronavirus e la crisi in Italia: dalla tragedia alla responsabilità di un futuro migliore

Bisognerà fare in modo che il futuro cambi rigorosamente in meglio attraverso una reale, massiccia battaglia contro il precariato e il lavoro in nero, ma anche investendo nuovamente in settori come la sanità pubblica

Quando tutto questo sarà finito, niente sarà più come prima: quante volte di recente abbiamo sentito questa frase? In effetti si tratta di uno dei principali “mantra” proposti dai media, convinti del fatto che molto difficilmente alla fine di questa emergenza riavremo la normalità cui eravamo abituati. Per altro poi, a pensarci bene, la realtà italiana (soprattutto lavorativa e sociale) prima aveva veramente ben poco di “normale”, presentandoci agli occhi del mondo come un paese in crisi endemica dal 2007 indifferente al futuro di settori imprescindibili come la sanità pubblica e l’istruzione (i cui fondi sono stati tagliati sempre selvaggiamente negli ultimi vent’anni), con una crescita di appena lo 0,2% nel 2019 e una costante “fuga dei cervelli” (giovani ma negli ultimi tempi anche meno giovani) all’estero, per non parlare del precariato presente ormai in tutti gli ambiti lavorativi.

Una nuova denuncia della crisi economica

Tuttavia, mai come in questo periodo un tale drammatico scenario era stato messo in luce così brutalmente: l’1 aprile, in seguito alla diffusione del Decreto Cura Italia previsto dall’attuale governo Conte per tamponare gli immensi danni inferti dal Covid alla già fragilissima economia italiana, l’Inps ha ricevuto quasi 2 milioni di domande per 4,4 milioni di lavoratori. Di queste, come riportato da Il Messaggero, 1,66 sono per il solo bonus di 600 euro per autonomi e altri lavoratori, per non parlare dei numeri da capogiro riguardanti i moduli inoltrati per la cassa integrazione, i congedi parentali e i servizi di baby sitting.
Com’è noto il sito dell’Inps è subito andato in tilt, ma ciò che più importa è che ha anche (finalmente) contribuito a spalancare lo scenario di indicibile gravità in cui versa oggi più che mai la situazione economica italiana, un “vaso di Pandora” conosciuto soprattutto dalle autorità (politici in primis) eppure sempre sottovalutato, sminuito o, peggio, considerato con estrema noncuranza. Il lavoro in nero ne risulta essere la piaga maggiore, in parte causa di un’evasione fiscale e contributiva intorno ai 110 miliardi di euro secondo i dati del 28 ottobre 2019.
Si tratta di una realtà tangibile in questo momento storico, coinvolgente in modo particolare quella parte (numerosissima) dei lavoratori autonomi che vivono di espedienti e di prestazioni occasionali di vario genere, certo non coperte dalle clausole previste per le specifiche categorie cui si rivolge il Decreto Cura Italia.

 

Un decreto per una parte degli italiani

L’indennità di 600 euro per il mese di marzo infatti, come spiega l’Inps, è destinata ai liberi professionisti titolari di partita Iva attiva al 23 febbraio e ai lavoratori con rapporti di collaborazione coordinata e continuativa attivi nella stessa data, inoltre a commercianti, coadiutori diretti, artigiani, coltivatori diretti, mezzadri e coloni. Si rivolge poi ai lavoratori stagionali del turismo e degli stabilimenti termali che abbiano cessato involontariamente il loro rapporto tra il 1 gennaio 2019 e il 17 marzo 2020 e che non abbiano, alla data del 17 marzo, alcun rapporto di lavoro dipendente, agli operatori agricoli a tempo determinato e ai lavoratori dello spettacolo (ovviamente sempre privi di lavoro dipendente al 17 marzo), purché abbiano versato nel 2019 almeno 30 contributi giornalieri e non abbiano avuto un reddito superiore a 50 mila euro. Tutti questi professionisti inoltre non devono essere titolari di pensione né essere iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie.
Sono esclusi invece – come ha giustamente sottolineato Il Messaggero – i professionisti iscritti agli Ordini e alle rispettive casse previdenziali private, 1 milione di lavoratori saltuari e 800.000 lavoratori domestici (secondo Money.it), nonché alcuni esercizi commerciali come le associazioni culturali.
I numeri dei non contemplati tuttavia sembrano essere più elevati e quindi, attualmente, non credibili, così come la reale portata degli aiuti economici: troppo spesso questi ultimi sono appena sufficienti nel supporto a situazioni di povertà e disagio sempre più diffuse in Italia.

La necessità di costruire un futuro migliore

Se è vero allora che niente sarà più come prima, bisognerà fare in modo che il futuro cambi rigorosamente in meglio attraverso una reale, massiccia battaglia contro il precariato e il lavoro in nero, ma anche investendo nuovamente in settori come la sanità pubblica: in quest’ultimo soprattutto la professione infermieristica è stata svilita da contratti di lavoro indecenti persino in questo periodo, nel quale la necessità di medici e infermieri è estrema.
Quando tutto questo sarà finito quindi, niente dovrà essere più come prima ma, se mai, migliore di prima; non dimentichiamoci, però, che tutto questo dipenderà solo da noi.

Quella musica voce di un popolo: le melodie popolari italiane specchio dell’identità nazionale

L’identità di un popolo è sempre stata scandita da canzoni e temi musicali che ne hanno accompagnato le feste, le ricorrenze e le occasioni rilevanti dell’anno, al punto tale che in seguito la distinzione fra “musica folk” e “musica popolare” si è quasi del tutto persa.

 

È noto che le composizioni popolari italiane siano conosciute e divulgate dalle comunità dei nostri connazionali all’estero in quanto parte integrante di un comune patrimonio culturale, degno di considerazione perché specchio dell’identità nazionale italiana in tutto il mondo: ma da dove nascono simili brani e qual è la differenza rispetto a quelli cosiddetti “folclorici”? Sappiamo ormai che l’uomo possa aver iniziato il suo cammino sulla Terra imparando prima a cantare e poi a parlare. Del resto l’esigenza di esprimere le emozioni e i sentimenti attraverso dei suoni che hanno in seguito assunto le dimensioni e la struttura delle forme musicali odierne costituisce un aspetto comune a tutte le culture mondiali.
A tal proposito si parla appunto di musica tradizionale, popolare e folclorica: l’autore o gli autori che ne hanno realizzato i brani risultano ancora oggi sconosciuti, eppure si sono esibiti nelle medesime occasioni – feste, situazioni conviviali, rituali liturgici, momenti di intenso lavoro o di intimità domestica – per cui altri lontani, diversi interpreti hanno intonato dei canti e dei ritmi simili nell’andamento, nel carattere e negli obiettivi.
Quella folk è quindi una musica rintracciabile soprattutto nei contesti rurali dei popoli, trasmessa oralmente e suonata abitualmente da tempo immemorabile in ambiti per lo più analfabeti, nonché registrata dagli etnomusicologi sin dall’inizio del XX secolo dopo essere stata finalmente ritenuta una componente fondamentale del patrimonio rappresentativo di ogni Stato.

Nascita e funzione del genere folk

Da qui le due teorie sulla nascita di questo genere musicale: l’idea che provenga dalla musica colta e sia poi cambiato degradandosi nella trasmissione orale, e l’ipotesi che rifletta semplicemente la cultura di riferimento da cui è stato prodotto.

Qui a destra: un’immagine del Carpino Folk Festival, accreditato ONG dall’Unesco

Quest’ultima tesi è senz’altro la più credibile, avvalorata dall’indubbio apporto identitario che la musica fornisce ai membri delle varie comunità all’estero: che si tratti di italiani, irlandesi, africani o indiani, tutti si riconoscono in un genere, una melodia o un motivo musicale, capace di risollevare gli animi emotivamente e psicologicamente a maggior ragione quando ci si trova lontani dal proprio paese di origine e magari in situazioni difficili.
La musica folclorica quindi è stata la prima a svolgere la funzione di un formidabile aggregante sociale, di vitale importanza per le comunità straniere in un determinato luogo: non a caso, tra le occasioni pubbliche che più necessitano del supporto dei motivi tradizionali troviamo gli eventi religiosi, interpretati spesso da musicisti dilettanti il cui trasporto emotivo può prescindere dalla qualità estetica della melodia da intonare.

La trasformazione in musica popolare

Più in generale comunque l’identità di un popolo è sempre stata scandita da canzoni e temi musicali che ne hanno accompagnato le feste, le ricorrenze e le occasioni rilevanti dell’anno, al punto tale che in seguito la distinzione fra “musica folk” e “musica popolare” si è quasi del tutto persa.
Alcuni dei nostri brani nazionali più rappresentativi dell’italianità per esempio, a cominciare da Romagna Mia di Secondo Casadei e ‘O sole mio di Giovanni Capurro ed Edoardo Di Capua sono tuttora considerati “musica folk”, nonostante il fatto che gli autori fossero perfettamente noti e che avessero composto la musica per poi divulgarla in ambienti colti.

A destra: lo spartito di ” ‘O sole mio”

Secondo alcuni musicologi inoltre anche il repertorio delle canzoni napoletane – diffuse soprattutto dagli immigrati italiani fra ‘800 e ‘900 a partire dall’America – sarebbe da annoverare nella musica colta (sebbene di tradizione orale e quindi folclorica nelle origini), dotata di complesse caratteristiche strutturali e teoriche.

Tuttavia, a prescindere dal giudizio attribuibile alle composizioni popolari è proprio in un periodo storico come quello in cui attualmente viviamo – all’insegna delle contaminazioni culturali, identitarie e ora anche sanitarie dovute alla globalizzazione – che sarebbe opportuno riflettere sull’importanza di preservare nonché salvaguardare sempre anche il repertorio di musiche folcloriche e popolari del nostro paese, considerandolo prezioso e imprescindibile per la nostra identità quanto quello della musica classica.

La cultura in Italia ai tempi del Coronavirus: l’arte, la musica e i musei sul web

A partire da domenica 8 marzo anche il Ministero per i beni e le attività culturali ha aderito alla campagna #iorestoacasa, necessaria visto il momento di massima emergenza sanitaria contro il Coronavirus.

Sopra: l’immagine della campagna indetta dai musei

A partire da domenica 8 marzo anche il Ministero per i beni e le attività culturali ha aderito alla campagna #iorestoacasa, necessaria visto il momento di massima emergenza sanitaria contro il Coronavirus.
Le varie attività di intrattenimento a contatto con il pubblico sono quindi state sospese, per essere in parte riproposte sul web nelle prossime settimane.
Nel frattempo tutti gli artisti, i musicisti, gli operatori culturali e museali sono stati costretti a interrompere le proprie professioni spesso in modo drammatico: data l’assoluta precarietà della maggior parte dei lavoratori dello spettacolo in Italia, un flagello come l’attuale pandemia non potrà che arrecare un danno economico enorme soprattutto a queste categorie di persone.
Per non parlare, inoltre, del dramma degli aggiunti nelle orchestre al momento privi di lavoro così come tutti i professionisti del mondo del cinema e dello spettacolo in generale.
Non bisogna credere tuttavia che questi lavoratori non abbiano già dimostrato di possedere delle risorse per resistere e affermarsi comunque in un momento tanto difficile; l’intero mondo della cultura si sta mobilitando al fine di trovare al più presto delle strategie alternative per diffondere in ogni caso la propria arte, per permettere alla musica di essere ascoltata ancora il più possibile e alle collezioni nei musei di essere ammirate da turisti italiani e stranieri grazie alle modalità online.
Certo, ovviamente si tratta di una tipologia di fruizione completamente diversa e alla quale è necessario abituarsi, ma una reazione del genere da parte dell’universo culturale e artistico nel nostro paese fa ben sperare per il prossimo futuro, specie considerato che il periodo di arresto di tutte le attività di questo tipo potrebbe protrarsi ben oltre il 3 aprile.

Le istituzioni museali coinvolte

Così il MANN, ossia il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è stato uno dei primi (giusto il 9 marzo) ad aderire alla campagna #iorestoacasa, proponendo sui suoi canali social dei video il cui obiettivo è proprio quello di rilanciare online l’immaginario antico in esso conservato. Nello stesso contesto è notevole il tour virtuale tra i capolavori del museo con il direttore Paolo Giulierini, un viaggio online accompagnato dalle musiche originali del compositore Michael Nyman (noto per la colonna sonora del film Lezioni di piano).
Il musicista ha scelto di donare la sua musica dopo il concerto del 2018 nel Salone della Meridiana al FestivalMann 2018.
La campagna #iorestoacasa ha poi raccolto numerosi consensi in ogni settore della cultura e fra le istituzioni artisticamente illustri del nostro paese. Finora vi hanno aderito: i Musei Reali di Torino, i siti di Pompei, il Parco archeologico del Colosseo, le Gallerie degli Uffizi di Firenze, il Palazzo Reale di Napoli, il Museo Egizio di Torino, Palazzo Barberini, la Galleria Corsini e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Museo Archeologico di Cagliari, il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, il Museo d’Arte Orientale di Venezia, Capodimonte, il Museo Omero di Ancona, la Galleria Nazionale dell’Umbria, il Museo di San Martino, la Galleria dell’Accademia di Firenze, le Gallerie dell’Accademia di Venezia.

La reazione della Musica italiana

Il teatro e la musica non stanno certo soffrendo di meno in un momento simile: tutti gli spettacoli teatrali e operistici, i concerti sinfonici o quelli relativi agli altri generi musicali sono stati annullati sino all’inizio di aprile, ma questo non significa che i cantanti e i musicisti italiani più celebri rinunceranno a esibirsi.

Dalla musica pop a quella elettronica è subito arrivata la proposta dei “concerti online”, denominati anche “concerti domestici” vista la necessità di seguirli da casa.

Da questo venerdì 13 anche l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha lanciato la campagna Concerti in streaming, realizzabile grazie alla collaborazione di Rai Cultura: si tratta di una selezione di concerti svolti dall’Orchestra e dal Coro dell’Accademia e caricati sulla piattaforma RaiPlay, insieme ai relativi programmi di sala resi disponibili e scaricabili gratuitamente in formato pdf.

Quindi ogni giovedì alle 19.30, ogni venerdì alle 20.30 e ogni sabato alle 18.00, collegandosi sulla pagina facebook o sul sito dell’Accademia ci sarà modo di assistere a tre concerti diversi, che saranno progressivamente sostituiti con delle nuove programmazioni la settimana successiva. Non solo: la stagione Tutti a Santa Cecilia continua sul web con On line for Kids, la nuova sezione del sito dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dedicata alla Musica e ai ragazzi: periodicamente vi saranno pubblicate delle divertenti clip video da cliccare e da ascoltare, mentre le lezioni concerto e i laboratori musicali ci aiuteranno a proseguire la conoscenza della musica.

Oggi poi, alle ore 18 in punto, tutti i musicisti (professionisti e non) d’Italia prenderanno il proprio strumento e si metteranno a suonare alla loro finestra: in questo modo il nostro paese diventerà per pochi minuti un gigantesco concerto gratuito, in rappresentanza dell’unità nazionale tanto invocata dalle istituzioni.
Ancora una volta la musica ci ricorderà quanto è importante supportarsi reciprocamente nei momenti più tragici, ribadendo la funzione avuta per secoli in altre circostanze storiche e sociali altrettanto difficili.

 

 

STREAMING OFFER

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
redazione@thedailycases.com