Quella musica voce di un popolo: le melodie popolari italiane specchio dell’identità nazionale

L’identità di un popolo è sempre stata scandita da canzoni e temi musicali che ne hanno accompagnato le feste, le ricorrenze e le occasioni rilevanti dell’anno, al punto tale che in seguito la distinzione fra “musica folk” e “musica popolare” si è quasi del tutto persa.

 

È noto che le composizioni popolari italiane siano conosciute e divulgate dalle comunità dei nostri connazionali all’estero in quanto parte integrante di un comune patrimonio culturale, degno di considerazione perché specchio dell’identità nazionale italiana in tutto il mondo: ma da dove nascono simili brani e qual è la differenza rispetto a quelli cosiddetti “folclorici”? Sappiamo ormai che l’uomo possa aver iniziato il suo cammino sulla Terra imparando prima a cantare e poi a parlare. Del resto l’esigenza di esprimere le emozioni e i sentimenti attraverso dei suoni che hanno in seguito assunto le dimensioni e la struttura delle forme musicali odierne costituisce un aspetto comune a tutte le culture mondiali.
A tal proposito si parla appunto di musica tradizionale, popolare e folclorica: l’autore o gli autori che ne hanno realizzato i brani risultano ancora oggi sconosciuti, eppure si sono esibiti nelle medesime occasioni – feste, situazioni conviviali, rituali liturgici, momenti di intenso lavoro o di intimità domestica – per cui altri lontani, diversi interpreti hanno intonato dei canti e dei ritmi simili nell’andamento, nel carattere e negli obiettivi.
Quella folk è quindi una musica rintracciabile soprattutto nei contesti rurali dei popoli, trasmessa oralmente e suonata abitualmente da tempo immemorabile in ambiti per lo più analfabeti, nonché registrata dagli etnomusicologi sin dall’inizio del XX secolo dopo essere stata finalmente ritenuta una componente fondamentale del patrimonio rappresentativo di ogni Stato.

Nascita e funzione del genere folk

Da qui le due teorie sulla nascita di questo genere musicale: l’idea che provenga dalla musica colta e sia poi cambiato degradandosi nella trasmissione orale, e l’ipotesi che rifletta semplicemente la cultura di riferimento da cui è stato prodotto.

Qui a destra: un’immagine del Carpino Folk Festival, accreditato ONG dall’Unesco

Quest’ultima tesi è senz’altro la più credibile, avvalorata dall’indubbio apporto identitario che la musica fornisce ai membri delle varie comunità all’estero: che si tratti di italiani, irlandesi, africani o indiani, tutti si riconoscono in un genere, una melodia o un motivo musicale, capace di risollevare gli animi emotivamente e psicologicamente a maggior ragione quando ci si trova lontani dal proprio paese di origine e magari in situazioni difficili.
La musica folclorica quindi è stata la prima a svolgere la funzione di un formidabile aggregante sociale, di vitale importanza per le comunità straniere in un determinato luogo: non a caso, tra le occasioni pubbliche che più necessitano del supporto dei motivi tradizionali troviamo gli eventi religiosi, interpretati spesso da musicisti dilettanti il cui trasporto emotivo può prescindere dalla qualità estetica della melodia da intonare.

La trasformazione in musica popolare

Più in generale comunque l’identità di un popolo è sempre stata scandita da canzoni e temi musicali che ne hanno accompagnato le feste, le ricorrenze e le occasioni rilevanti dell’anno, al punto tale che in seguito la distinzione fra “musica folk” e “musica popolare” si è quasi del tutto persa.
Alcuni dei nostri brani nazionali più rappresentativi dell’italianità per esempio, a cominciare da Romagna Mia di Secondo Casadei e ‘O sole mio di Giovanni Capurro ed Edoardo Di Capua sono tuttora considerati “musica folk”, nonostante il fatto che gli autori fossero perfettamente noti e che avessero composto la musica per poi divulgarla in ambienti colti.

A destra: lo spartito di ” ‘O sole mio”

Secondo alcuni musicologi inoltre anche il repertorio delle canzoni napoletane – diffuse soprattutto dagli immigrati italiani fra ‘800 e ‘900 a partire dall’America – sarebbe da annoverare nella musica colta (sebbene di tradizione orale e quindi folclorica nelle origini), dotata di complesse caratteristiche strutturali e teoriche.

Tuttavia, a prescindere dal giudizio attribuibile alle composizioni popolari è proprio in un periodo storico come quello in cui attualmente viviamo – all’insegna delle contaminazioni culturali, identitarie e ora anche sanitarie dovute alla globalizzazione – che sarebbe opportuno riflettere sull’importanza di preservare nonché salvaguardare sempre anche il repertorio di musiche folcloriche e popolari del nostro paese, considerandolo prezioso e imprescindibile per la nostra identità quanto quello della musica classica.

La cultura in Italia ai tempi del Coronavirus: l’arte, la musica e i musei sul web

A partire da domenica 8 marzo anche il Ministero per i beni e le attività culturali ha aderito alla campagna #iorestoacasa, necessaria visto il momento di massima emergenza sanitaria contro il Coronavirus.

Sopra: l’immagine della campagna indetta dai musei

A partire da domenica 8 marzo anche il Ministero per i beni e le attività culturali ha aderito alla campagna #iorestoacasa, necessaria visto il momento di massima emergenza sanitaria contro il Coronavirus.
Le varie attività di intrattenimento a contatto con il pubblico sono quindi state sospese, per essere in parte riproposte sul web nelle prossime settimane.
Nel frattempo tutti gli artisti, i musicisti, gli operatori culturali e museali sono stati costretti a interrompere le proprie professioni spesso in modo drammatico: data l’assoluta precarietà della maggior parte dei lavoratori dello spettacolo in Italia, un flagello come l’attuale pandemia non potrà che arrecare un danno economico enorme soprattutto a queste categorie di persone.
Per non parlare, inoltre, del dramma degli aggiunti nelle orchestre al momento privi di lavoro così come tutti i professionisti del mondo del cinema e dello spettacolo in generale.
Non bisogna credere tuttavia che questi lavoratori non abbiano già dimostrato di possedere delle risorse per resistere e affermarsi comunque in un momento tanto difficile; l’intero mondo della cultura si sta mobilitando al fine di trovare al più presto delle strategie alternative per diffondere in ogni caso la propria arte, per permettere alla musica di essere ascoltata ancora il più possibile e alle collezioni nei musei di essere ammirate da turisti italiani e stranieri grazie alle modalità online.
Certo, ovviamente si tratta di una tipologia di fruizione completamente diversa e alla quale è necessario abituarsi, ma una reazione del genere da parte dell’universo culturale e artistico nel nostro paese fa ben sperare per il prossimo futuro, specie considerato che il periodo di arresto di tutte le attività di questo tipo potrebbe protrarsi ben oltre il 3 aprile.

Le istituzioni museali coinvolte

Così il MANN, ossia il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è stato uno dei primi (giusto il 9 marzo) ad aderire alla campagna #iorestoacasa, proponendo sui suoi canali social dei video il cui obiettivo è proprio quello di rilanciare online l’immaginario antico in esso conservato. Nello stesso contesto è notevole il tour virtuale tra i capolavori del museo con il direttore Paolo Giulierini, un viaggio online accompagnato dalle musiche originali del compositore Michael Nyman (noto per la colonna sonora del film Lezioni di piano).
Il musicista ha scelto di donare la sua musica dopo il concerto del 2018 nel Salone della Meridiana al FestivalMann 2018.
La campagna #iorestoacasa ha poi raccolto numerosi consensi in ogni settore della cultura e fra le istituzioni artisticamente illustri del nostro paese. Finora vi hanno aderito: i Musei Reali di Torino, i siti di Pompei, il Parco archeologico del Colosseo, le Gallerie degli Uffizi di Firenze, il Palazzo Reale di Napoli, il Museo Egizio di Torino, Palazzo Barberini, la Galleria Corsini e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Museo Archeologico di Cagliari, il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, il Museo d’Arte Orientale di Venezia, Capodimonte, il Museo Omero di Ancona, la Galleria Nazionale dell’Umbria, il Museo di San Martino, la Galleria dell’Accademia di Firenze, le Gallerie dell’Accademia di Venezia.

La reazione della Musica italiana

Il teatro e la musica non stanno certo soffrendo di meno in un momento simile: tutti gli spettacoli teatrali e operistici, i concerti sinfonici o quelli relativi agli altri generi musicali sono stati annullati sino all’inizio di aprile, ma questo non significa che i cantanti e i musicisti italiani più celebri rinunceranno a esibirsi.

Dalla musica pop a quella elettronica è subito arrivata la proposta dei “concerti online”, denominati anche “concerti domestici” vista la necessità di seguirli da casa.

Da questo venerdì 13 anche l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha lanciato la campagna Concerti in streaming, realizzabile grazie alla collaborazione di Rai Cultura: si tratta di una selezione di concerti svolti dall’Orchestra e dal Coro dell’Accademia e caricati sulla piattaforma RaiPlay, insieme ai relativi programmi di sala resi disponibili e scaricabili gratuitamente in formato pdf.

Quindi ogni giovedì alle 19.30, ogni venerdì alle 20.30 e ogni sabato alle 18.00, collegandosi sulla pagina facebook o sul sito dell’Accademia ci sarà modo di assistere a tre concerti diversi, che saranno progressivamente sostituiti con delle nuove programmazioni la settimana successiva. Non solo: la stagione Tutti a Santa Cecilia continua sul web con On line for Kids, la nuova sezione del sito dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dedicata alla Musica e ai ragazzi: periodicamente vi saranno pubblicate delle divertenti clip video da cliccare e da ascoltare, mentre le lezioni concerto e i laboratori musicali ci aiuteranno a proseguire la conoscenza della musica.

Oggi poi, alle ore 18 in punto, tutti i musicisti (professionisti e non) d’Italia prenderanno il proprio strumento e si metteranno a suonare alla loro finestra: in questo modo il nostro paese diventerà per pochi minuti un gigantesco concerto gratuito, in rappresentanza dell’unità nazionale tanto invocata dalle istituzioni.
Ancora una volta la musica ci ricorderà quanto è importante supportarsi reciprocamente nei momenti più tragici, ribadendo la funzione avuta per secoli in altre circostanze storiche e sociali altrettanto difficili.

 

 

STREAMING OFFER

La musica della “Human Rights Orchestra”: i “Musicisti senza frontiere” per i diritti umani degli emarginati dalla società

Questa straordinaria compagine orchestrale nasce da un’iniziativa dell’Associazione culturale Eleuthera, che utilizza la musica come riscatto sociale ed educativo.

Quando si parla di musica risulta ancora difficile pensare a una risorsa spendibile socialmente nel nostro paese, in cui la stessa classe politica è ferma a una concezione di quest’arte ludica e superficiale. Un’ennesima conferma di ciò risulta essere la sempre poca pubblicità riservata alla “Human Rights Orchestra”, costituita da musicisti provenienti dalle maggiori orchestre di Vienna, Berlino, Amsterdam, Londra e Milano e diretta dal M° Alessio Allegrini (noto soprattutto per essere anche il Primo Corno Solista dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia). Questa straordinaria compagine orchestrale nasce da un’iniziativa dell’Associazione culturale Eleuthera, che utilizza la musica come riscatto sociale ed educativo.

Presidente di Eleuthera è sempre il M° Allegrini, il cui impegno civile e sociale lo vede presente in vari Stati del mondo a sostegno di progetti che investono sull’educazione musicale come strumento per costruire una società migliore, soprattutto più attenta e sensibile ai diritti umani dei deboli, degli sfruttati e degli emarginati, insomma, dei tanti “ultimi” troppo spesso non visibili o ignorati sul nostro pianeta.

Il progetto dei “Musicisti senza frontiere”

Sopra: Alessio Allegrini.

 

Allegrini ha iniziato le sue collaborazioni più significative in questo campo contribuendo per anni, come solista e Maestro preparatore, all’Orchestra Juvenil “Simón Bolívar”  del Venezuela, diretta dal M° Gustavo Dudamel e fondata da Jose Antonio Abreu. Com’è noto, questa dimensione orchestrale ha consentito a più di 250 mila ragazzi provenienti da famiglie povere o emarginate di avere accesso alla musica e ad una valida educazione musicale, ergendosi a modello di riferimento per chiunque volesse realizzare un’attività simile.
Sicuramente ispirandosi anche a una realtà del genere, nel 2009 Allegrini ha dato vita, insieme ad altre sette associazioni attive in Giappone, Venezuela, Palestina, Francia, Slovacchia e Svizzera, a un movimento libero e autogestito denominato “Musicisti senza frontiere”, il cui scopo è appunto quello di promuovere e sostenere in musica la conquista e la difesa dei diritti umani previsti dalla Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite.
A tal proposito, poco dopo la nascita del suo progetto, il Maestro dichiarò al quotidiano La Repubblica: «La nostra orchestra nasce per diffondere la cultura dei diritti umani e nasce a Roma perché questa città rappresenta la sintesi perfetta tra esperienze lontane solo geograficamente: ciò che Antonio Abreu fa a Caracas per i diritti umani è simile a ciò che Ramzi Aburedwan fa insegnando la musica ai bambini palestinesi dei territori occupati. Si trattava di far dialogare queste esperienze».
Nel comitato d’onore del movimento inoltre ci sono, tra gli altri, Daniel Barenboim e Martha Argerich. 
Così è nata la “Human Rights Orchestra”, un gruppo di musicisti provenienti da diverse aree del mondo e fortemente convinti dell’estrema portata pedagogica e rieducativa della musica.

I programmi e le iniziative di Eleuthera

Oltre a presentare programmi che includono anche opere commissionate appositamente per le performances e relative sempre al tema dei diritti umani, l’orchestra devolve il ricavato dei biglietti dei concerti – cui contribuiscono solisti del calibro di Isabelle Faust, Ilya Gringolts ed Hélène Grimaud – ad associazioni locali e internazionali (ad oggi circa 18 in 13 paesi), che supportano persone emarginate.
Nello stesso ambito di Eleuthera è nata anche la “Human Rights Band”, formata da clarinetto, basso, accordion, pianoforte, percussioni e due voci; i suoi programmi prevedono musiche rappresentative di diverse religioni, etnie, nazionalità e paesi.
Fra le tante attività musicali di supporto a donne, uomini e giovani nei campi profughi e nelle carceri minorili, segnaliamo i corsi di musica per i bambini rifugiati presso il campo di Thessaloniki (GRC), i vari workshops negli SPRAR di Roma, Civitavecchia, Sora e Bologna e il progetto di insegnamento annuale agli studenti delle scuole secondarie Last Land, promosso a Lucerna (e in partnership con il celebre Lucerna Festival) per commemorare il terribile genocidio in Ruanda.
A livello mondiale è particolarmente degna di nota la collaborazione con Ramzi Aburedwan, giovane musicista palestinese presidente dell’Associazione culturale franco-palestinese “Al Kamandjati” (“Il Violinista”) e operante in Palestina con l’obiettivo di far nascere scuole di musica nei territori occupati e nei campi profughi.
In Giappone, invece, nell’ambito di un progetto umanistico ideato insieme al sociologo e professore di diritti umani Shizuo Matsumoto, Allegrini ha fondato e diretto, presso la Symphony Hall di Osaka, una nuova orchestra formata da ragazzi e ragazze giapponesi e un Club di 88 cornisti, al fine di creare nuove possibilità di scambio tra la cultura giapponese e quella italiana.
Non potevano mancare infine, fra i partners a supporto dei progetti umanitari, Emergency e l’Unicef, associazioni imprescindibili nel campo dei diritti umani.

Sperando che delle iniziative così straordinarie nei loro intenti possano continuare le varie attività musicali con estremo profitto, noi della Lidu onlus ci auguriamo di vederne nascere e prosperare molte altre in futuro, soprattutto nelle tante realtà bisognose del nostro pianeta. 

Quella Musica Classica schiava di Sanremo, con la complicità degli stessi orchestrali

I musicisti che suonano a Sanremo, mortificati nei loro diritti artistici e umani, prendono solo 50 euro al giorno di compenso. Ma buona parte dei media sono impegnati in sterili polemiche sulla presunta battuta sessista del conduttore Amadeus, sui testi volgari proposti dal rapper Junior Cally, prima di questo episodio sconosciuto ai più, e sulla “tutina trasparente” indossata dal cantante Achille Lauro. 

 

Per gli italiani il Festival di Sanremo, giunto ormai alla 70° esima edizione, continua ad essere un evento fisso da seguire più o meno con entusiasmo, un sentimento condiviso anche dagli orchestrali ingaggiati e ancora una volta platealmente sfruttati (dall’inizio degli anni 2000 ormai si tratta di una realtà consolidata).
Pochi infatti sanno che i musicisti dell’Orchestra dell’Ariston, per suonare una media di circa 10 ore (se non di più) al giorno, sono pagati circa 50 euro a giornata, per un totale di 1.930 € lordi previsti nell’arco di 40 giorni di lavoro e con soli 180 € di rimborso per tutto il periodo di soggiorno. Quest’ultimo quindi può essere finanziato dalla maggior parte degli orchestrali solo attraverso una parte cospicua del misero compenso che, per altro, viene pagato dopo un anno dall’evento.
Uno scenario lavorativo peggiore di questo, per un artista e in generale per un lavoratore che rivendichi i propri diritti, credo sia difficilmente immaginabile, eppure non sembra essere ancora abbastanza per suscitare l’indignazione dei maggiori Media nel nostro paese, impegnati invece nelle interminabili e sterili polemiche sulla presunta battuta sessista del conduttore Amadeus, sui testi all’insegna del femminicidio proposti dal rapper Junior Cally (fra l’altro prima di questo episodio sconosciuto ai più), e sulla “tutina trasparente” indossata dal cantante Achille Lauro durante la prima serata.
Tuttavia anche quest’anno, ovviamente in fondo alla lunga lista dei pettegolezzi sui Social, sono riuscite a trovare un piccolo spazio alcune testimonianze degli orchestrali coinvolti, sottopagati in modo a dir poco indecoroso eppure sempre disponibili, perché conniventi con un sistema per il quale siamo tristemente famosi in Europa e  nel mondo in generale.

Le testimonianze del 2020

L’ennesima, drammatica denuncia della dimensione orchestrale relativa ai musicisti classici del Festival è stata riportata di recente dall’articolo di Stefania Zolotti sulla testata online “Senzafiltro”. La giornalista è riuscita (non senza molti ostacoli, data anche l’omertà spaventosa di cui è vittima la maggior parte degli artisti in situazioni incresciose), ad intervistare alcuni di loro nei rarissimi momenti di pausa tra una prova e l’altra.
Il quadro emerso, allarmante soprattutto per chi combatte ogni giorno al fine di veder riconosciuta come le altre la propria identità di musicista professionista, è scandaloso al punto tale che quest’anno solo un quarto dei membri dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo (l’unica stabile) ha accettato di suonare anche al Festival.
La testimonianza più significativa in merito, l’unica completa di nome e cognome, è del primo violino dell’Orchestra dell’Ariston Franco Invidia, che ricopre questo ruolo dal 1997 nella relativa formazione sinfonica e che pertanto non ha avuto problemi nel denunciare le condizioni in cui lavora.
Grazie a lui abbiamo saputo che la preparazione del Festival inizia circa un mese prima e prevede sessioni di prove che durano dalle 8 alle 10 ore al giorno per 10-12 giorni. Ogni due ore c’è un quarto d’ora di pausa, mentre è prevista un’ora e mezza per la pausa pranzo. L’orchestra si riunisce a Roma dal 3 gennaio e lavora con i cantanti facendo le prime letture dei brani, dopo dieci giorni si trasferisce a San Remo e durante le puntate in diretta lavora dalle 10 alle 21.

Lo sfruttamento di una certa categoria

Il trattamento riservato a tutti i musicisti coinvolti, poi, prevede “figli e figliastri”: i titolari stabili dell’Orchestra Sinfonica percepiscono il loro stipendio oltre al cachet (per altro non pervenuto) per il Festival, mentre i liberi professionisti della seconda orchestra, quella “ritmica” (formata di solito dalle chitarre elettriche, le tastiere, i bassi e le percussioni), possono chiedere compensi esorbitanti per le loro prestazioni (dai 350 ai 500 € al giorno), essendo nel “libro paga” della Rai.
L’orchestra classica del Festival, invece, è pagata dalla Fondazione (altra differenza abissale sotto il profilo economico).
Last but not least, il discorso relativo alla totale incompetenza (per altro del tutto evidente a chi un minimo frequenta la musica), della maggior parte dei direttori di orchestra, arrangiatori prestati a coprire quel ruolo e che, come ha affermato un orchestrale nell’articolo della Zolotti, si perdono non essendo neppure in grado di fare una battuta in quattro. Proprio per questa ragione sia i musicisti che i cantanti hanno un clic nelle cuffie, un metronomo che dà il tempo battendo nelle orecchie. I direttori, quindi, sono esclusivamente scenografici.

Rimane da chiedersi, dopo una serie così desolante di aspetti umilianti, perché i musicisti frutto di un percorso professionistico di dieci anni di Conservatorio circa si prestino ancora a simili pagliacciate, la cui anima è costituita dall’apparenza e dalla finzione scintillante di sorrisi raggianti e abiti di lustrini. Risposte come “È un evento importante” o “È un titolo artistico che mi interessa” suonano come degli alibi insufficienti a giustificare il sostegno all’ennesimo sistema italiano in cui i privilegiati risultano essere una realtà considerata e più o meno accettata da tutti.
Forse i musicisti ancora non sanno che dovrebbe essere l’orchestra a farsi tutelare attraverso una lecita rivendicazione di diritti umani oltre che artistici, manifestando una consapevolezza di sé che in passato così come oggi è sempre stata carente nel mondo della musica, paradossalmente e in modo ancor più grave proprio di quella classica.

Quei diritti negati ai figli delle donne uccise: il futuro del Ddl per gli orfani dei femminicidi

Fra coloro che si occupano delle vittime dei femminicidi nel nostro paese  l’associazione “Edela” di Roberta Beolchi , e l’iniziativa denominata “Agia” (ossia Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza) nata il 25 giugno scorso presso la sede del CNEL

 

Negli ultimi mesi, sia da parte dei media che del mondo politico, il problema dei diritti da garantire alle vittime dei femminicidi è stato oggetto di numerose discussioni e servizi televisivi (il 17 dicembre anche il programma “Le Iene” ha dimostrato una certa sensibilità in merito, dando voce ad alcuni adolescenti coinvolti).
Si tratta di un tema drammatico quanto attuale, motivo per altro di un recente provvedimento legislativo che proveremo a sintetizzare qui di seguito: la legge varata il 21 dicembre 2017 (il famoso Ddl per gli orfani speciali, ossia quelli dei femminicidi), riconosceva le tutele da assicurare a chi ha perso la propria madre per mano del coniuge anche se separato o divorziato, del partner di un’unione civile o di una persona che è o è stata legata da relazione affettiva o stabile convivenza. Tuttavia, la suddetta legge è stata priva dei decreti attuativi necessari per poter essere applicata sino al 25 novembre 2019 (la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, non a caso).
Nell’ambito di questa ricorrenza il ministro dell’economia Roberto Gualtieri ha finalmente sbloccato 12 milioni di euro per i circa 2100 orfani (così si stima) presenti in Italia.
Il decreto ministeriale è stato poi sottoposto al giudizio del Consiglio di Stato per il parere di rito e comprende un finanziamento che ha come obiettivo principale quello di sostenere economicamente bambini e ragazzi, specie in un futuro reso oltre modo incerto dalla mancanza di una figura fondamentale per la loro crescita.
Grazie al denaro ricevuto, a questi giovani e giovanissimi saranno garantiti il diritto allo studio, le spese mediche, la formazione scolastica e l’inserimento nel mondo del lavoro. Si parla di diritti umani imprescindibili, che tuttavia diventeranno una realtà concreta solo prossimamente in seguito alla distribuzione dei fondi (cosa che si spera avvenga nel minor tempo possibile).

Le associazioni in difesa degli orfani

Nei mesi precedenti a quest’ultimo atto le proteste da parte delle associazioni e degli enti privati che si occupano della tutela dei minori orfani erano state, fortunatamente, innumerevoli.
Fra coloro che si occupano delle vittime dei femminicidi nel nostro paese abbiamo l’associazione “Edela” di Roberta Beolchi (intervistata proprio il 25 novembre da “Vanity Fair”), e l’iniziativa denominata “Agia” (ossia Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza) nata il 25 giugno scorso presso la sede del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

 

“Agia” ha costituito il primo gruppo di lavoratori impegnati sul tema “La tutela degli orfani di femminicidio”, argomento ignorato per vent’anni in Italia e oggi reso ancor più impellente dall’urgenza di assicurare un futuro a chi resta vittima in primis di una mentalità pericolosa e allarmante, fagocitata o avallata da chi la sminuisce nonché frutto di un sistema patriarcale e maschilista in grado di generare un numero elevato di insospettabili, potenziali assassini.
I dati al riguardo infatti parlano di 1 donna uccisa ogni 72 ore negli ultimi 20 anni, per un totale di 3000 donne e quindi di una stima addirittura superiore a quelle del terrorismo europeo e della criminalità organizzata in Italia messe insieme (come dichiarato dal programma “Le Iene”).

 

Il dramma senza fine delle vittime coinvolte

Si sa, i numeri il più delle volte non riescono a smuovere la sensibilità di un intero popolo (prova ne sia il fatto che nel nostro paese sono in tanti, anche in vari partiti politici, a negare l’emergenza sociale di questi reati), né a restituire neppure una minima parte del dolore indicibile che si trova al di là di tali cifre. Infine, ancora pochissimi immaginano le numerose controversie giudiziarie cui sono sottoposti i minori colpiti. La volontà di questi ultimi infatti, specie per quanto riguarda il problema degli adulti cui devono essere assegnati in seguito alla distruzione della loro precedente esistenza, spesso non è proprio presa in considerazione nei tribunali, un aspetto che non di rado costringe i ragazzi a vivere un secondo incubo (è capitato che alcuni di loro venissero assegnati alla famiglia del padre, ben lungi dal colpevolizzare l’assassino…).

La diffusione delle ingiustizie subite da chi si ritrova ad affrontare i procedimenti giudiziari successivi alla perdita violenta di una madre risulta quindi essere più che mai un tema prioritario per il futuro dei diritti umani, in particolare quando si parla dei bambini e degli adolescenti nella nostra società.
La Lidu spera in un avvenire migliore sotto questo profilo, e si batterà affinché lo Stato si impegni fermamente a garantire sino in fondo la tutela effettiva degli orfani, accelerando i tempi della burocrazia che li riguarda e, soprattutto, non dimenticandoli più.

 

Il ritorno di “Musei in Musica”: sabato 14 dicembre tanti concerti e spettacoli dal vivo nella Capitale nella Capitale

Sabato 14 dicembre a Roma torna “Musei in Musica”, la rassegna artistica giunta alla sua undicesima edizione e promossa dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali insieme a Zètema progetto Cultura

 

Sabato 14 dicembre a Roma torna “Musei in Musica”, la rassegna artistica giunta alla sua undicesima edizione e promossa dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali insieme a Zètema progetto Cultura. Quest’ultimo ha realizzato un bando attraverso il quale sono stati selezionati 115 artisti, 13 bande e 17 associazioni culturali che si esibiranno in alcune delle istituzioni e dei musei noti (ma soprattutto meno noti) della Capitale.
L’obiettivo principale della manifestazione infatti è quello di fare una giusta pubblicità a moltissimi luoghi culturalmente rilevanti eppure poco frequentati dai cittadini romani, come ad esempio le Accademie straniere; in questo modo Roma apparterrà un po’ di più ai suoi stessi abitanti oltre che ai numerosi turisti di solito in visita durante il periodo delle feste di Natale.
Quest’ultimo, per altro, sarà inaugurato ufficialmente proprio domani alle 19 dall’esibizione della Banda Musicale del Corpo di Polizia locale in Campidoglio, nell’ambito di un concerto che introdurrà la prima di una lunga serie di appuntamenti culturali previsti per le vacanze natalizie e pubblicizzati dalla sigla Natale con la MIC

 

Luoghi e protagonisti della manifestazione

La rassegna dunque proporrà l’entrata libera dalle 20 alle 2 di notte in una lunga serie di istituzioni musicali e culturali, come l’Accademia di Francia, la Casa Argentina, l’Istituto Svizzero, il Museo Ebraico o Palazzo Bonaparte, senza dimenticare i numerosi altri spazi espositivi e culturali gratuiti della città: l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, il Museo Archeologico e il Museo Aristaios dell’Auditorium Parco della Musica, il Polo Museale della Sapienza e i musei dello Stato Maggiore della Difesa.
Inoltre i partecipanti dotati di Mic Card o che acquisteranno il biglietto d’ingresso nei vari musei sopracitati (ad eccezione di quelli a ingresso libero per tutti e della mostra Canova), potranno ammirare anche le collezioni e le mostre presenti negli spazi appartenenti al Sistema Musei Civici, cogliendo così una doppia occasione di offerta culturale.
Notevolissima sarà poi la vasta gamma di generi musicali (dalla classica al jazz sino alla musica elettronica) proposti nell’ambito dei concerti della manifestazione, interpretati anche da moltissimi giovani artisti. Fra questi ultimi spiccano diverse promesse dell’attuale panorama artistico romano, ragazzi per cui le rassegne musicali come questa sono le occasioni migliori per affermare la propria voce in un’epoca caotica e forse ancora troppo poco attenta alla creatività dei musicisti emergenti.
Di seguito, allora, alcune segnalazioni: gli interpreti dell’Orchestra d’Archi del Conservatorio di Santa Cecilia, alle ore 20 e 30, 21 e 30 e 22 e 30 presso l’Esedra del Marco Aurelio dei Musei Capitolini eseguiranno un programma dal titolo Europa barocca. Grandezze e meraviglie comprendente brani di Corelli, Vivaldi ed Händel (l’evento è stato organizzato in collaborazione con l’Accademia di Romania). Contemporaneamente  si potranno visitare le mostre Luca Signorelli e Roma e l’ Arte Ritrovata.
Altrettanto interessante sarà anche l’incontro con le giovani musiciste del gruppo factory romano ADA, presenti dalle ore 21 presso il Museo dei Fori Imperiali: il loro spettacolo intitolato Walking with Damien è una performance audio video ispirata a uno dei principali esponenti degli Young British Artists degli anni ’90; nello stesso spazio troveremo la mostra Giancarlo Sciannella. Sculture di Archetipi.
Infine, una particolare menzione meritano le interpretazioni della violoncellista Francesca Formisano presso il Museo Civico di Zoologia (dalle ore 20) impegnata nel suo spettacolo Concerti sui cuscini – trasfigurazioni classiche, e gli interventi della talentuosa violinista Misia Iannoni Sebastianini presso l’Università degli Studi “Link Campus University” (dalle ore 20), in una serata che la porrà (insieme ad altri interpreti) al centro del programma culturale universitario a base di arte, cultura e musica.
E allora quale occasione migliore del periodo natalizio, con le sue atmosfere particolari e uniche, per ascoltare il meglio della musica proposto dalla Capitale?

Più libri più liberi: il rinnovato successo della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria a Roma

La manifestazione è organizzata e promossa dall’Associazione Italiana Editori (AIE), nonché dedicata agli editori indipendenti italiani

 

In un periodo storico di assoluta crisi per la cultura del nostro paese (soprattutto nel settore editoriale), è stato particolarmente piacevole rivedere ancora una volta un massiccio riscontro di pubblico (addirittura un record di ben 100mila presenze), da parte della Fiera Nazionale della Piccola e Media editoria presso la “Nuvola” di Fuksas a Roma.
La manifestazione è organizzata e promossa dall’Associazione Italiana Editori (AIE), nonché dedicata agli editori indipendenti italiani; culturalmente parlando poi per la Capitale si tratta dell’evento più rilevante dell’anno, un imperdibile appuntamento per gli appassionati della letteratura e dei libri (ma non solo) di tutte le età.
Il grande successo della rassegna è stato riscontrato anche in questa diciottesima edizione soprattutto grazie alla capacità degli organizzatori di andare incontro alle esigenze di una platea veramente vasta, amante dei generi più disparati. Negli stand allestiti l’offerta libraria non ometteva alcuna tipologia di testo, essendo presenti praticamente tutte le diverse forme di “prodotto letterario”: si andava così dal romanzo alla raccolta di racconti sino ai libri per bambini e alla narrativa per ragazzi, senza dimenticare i fumetti e addirittura i manuali di cucina o le guide turistiche per gli amanti dei viaggi.
La stessa programmazione delle tante iniziative previste è stata già di per sé notevole: dal 4 all’ 8 dicembre infatti gli appuntamenti letterari erano numerosi e molteplici, per un totale di 520 espositori e 670 eventi durante i quali è stato possibile ascoltare dal vivo il proprio autore preferito, assistere a dibattiti o a performance musicali (specie nella splendida cornice del Caffè Letterario), e incontrare i protagonisti nonché gli addetti ai lavori di un mondo percepito solitamente attraverso la grande (e muta) mole di volumi esposti nelle librerie.
L’offerta culturale della fiera ha cercato inoltre di non dimenticare nessuna categoria umana, rivolgendosi ai bambini e agli adolescenti (contemplati nella programmazione “Ragazzi”), così come agli adulti desiderosi di approfondire la conoscenza di un libro o di uno scrittore in modo particolare, attraverso le tante presentazioni proposte dalle 10 alle 19 di ognuna delle giornate.
Anche quest’anno poi la rassegna è stata arricchita dalla presenza di moltissimi esponenti del mondo del giornalismo, della televisione, del cinema e dello spettacolo: fra questi Lucia Annunziata, Concita De Gregorio, Antonio Padellaro, David Parenzo, Marco Travaglio, Andrea Scanzi e Michele Serra, ma anche Carlo Verdone e i fumettisti Zerocalcare e Gipi.
Il tema prescelto per questa edizione inoltre era quello dei “Confini dell’Europa”, argomento nevralgico del dibattito politico odierno che ha contemplato inevitabilmente l’estensione tematica alle situazioni di resistenza verso i regimi più violenti, specie per chi cerca una libertà al di fuori dei limiti imposti (come in paesi extraeuropei quali la Russia e la Cina).
Ospiti di eccezione sono stati, non a caso, la 17enne attivista russa Olga Misik, che sfida il regime di Putin, e la sindaca di Danzica Aleksandra Dulkiewicz.
La finalità educativa della Fiera del Libro corrisponde anche al suo punto forte: l’essere stata ancora una volta un’occasione fondamentale di dibattito e confronto umano per tutti i partecipanti, costruendo dei contesti pubblici al fine di approfondire e capire meglio il mondo in cui viviamo, ci incoraggia a credere in un futuro migliore possibile anche per un paese in crisi come l’Italia degli ultimi dieci anni.

 

Le Sardine al giro di boa: dubbi e certezze in vista della manifestazione nella Capitale

Alle incalzanti domande dei giornalisti sul futuro politico della sua neonata creatura Santori continua a rispondere con un generico “Non lo so”. L’unica, vera certezza è che le Sardine sono animate da un crescente e diffuso malcontento – soprattutto giovanile, data l’età intorno ai trent’anni della maggior parte di loro – proveniente da una crisi economica e sociale ben lungi dall’estinguersi presto. 

Le ormai chiacchieratissime Sardine nuoteranno ben presto – sabato 14 dicembre alle ore 15 – in piazza San Giovanni a Roma, augurandosi di replicare e possibilmente emulare i numeri ottenuti nelle altre città d’Italia (fra queste Bologna, Modena, Rimini, Padova, Sorrento, Palermo, Reggio Emilia, Perugia, Rimini, Marsala, Napoli, Milano).
Cercando notizie al riguardo sui principale motori di ricerca risulta quindi inevitabile imbattersi in una lunga serie di articoli, relativi agli esordi del movimento e soprattutto alle prossime tappe della sua affermazione pubblicate anche in lingua straniera (il “The Guardian” ha divulgato un nuovo pezzo sul tema solo pochi giorni fa, considerata inoltre la recente comparsa di ulteriori “banchi di sardine” a New York, in Belgio e in Olanda).
Conscio dell’enorme responsabilità di riempire una piazza storica per la sinistra italiana come quella di San Giovanni (di recente conquistata dalla destra salviniana), il trentaduenne leader del movimento Mattia Santori azzarda una previsione molto ottimista in merito, prevedendo addirittura 200.000 persone e ipotizzando una successiva “nazionalizzazione” del movimento.
Tuttavia, alle incalzanti domande dei giornalisti sul futuro politico della sua neonata creatura Santori continua a rispondere con un generico (e alquanto ardito) “Non lo so”, doppiamente preoccupante se si pensa che l’ambizione sarebbe quella di trasformare il tutto in un progetto politico unico e comune all’intera Italia.

Un movimento eterogeneo

La confusione e l’incertezza sull’avvenire sono aspetti che tuttora contraddistinguono il movimento anti Salvini, e che rimangono comprensibilmente il principale oggetto delle teorie e delle ipotesi politiche più disparate al riguardo (provenienti sia da destra che da sinistra).
Abbiamo quindi chi considera le sardine come una fragile meteora, sostenendo la certezza della loro prossima scomparsa (una sorte analoga a quella del morettiano “Popolo Viola”), chi le identifica ancora in una rinnovata “estrema sinistra” (nonostante il recente episodio del 30 novembre a Firenze, in cui un manifestante è stato gentilmente invitato ad abbassare la bandiera comunista), e chi ne contesta la mancanza di un unico “colore politico”  (trattandosi appunto di un’entità “apartitica”) nonché di un programma elettorale, dettaglio che le avvicina in modo pericoloso al Movimento 5 Stelle.
Per quanto riguarda quest’ultima considerazione, bisogna specificare che fra i partecipanti alle varie piazze ci sono anche schieramenti politici non propriamente di sinistra o addirittura riconducibili alla destra moderata, comunque ostile ai toni accesi e provocatori della politica salviniana.
Fra i suoi esponenti si è subito distinto Filippo Rossi, direttore artistico del Festival “Caffeina” presente fra i moderatori della pagina Facebook “Sardine Milano”.
Nel suo procedere controcorrente da sempre, Rossi ha pubblicato anche un libro dal titolo Dalla parte di Jeckyll – Manifesto per una buona destra, un volume contro la Lega salviniana lontanissima dal suo ideale di conservatorismo, simile invece all’ottocentesco modello cavouriano mai più affermatosi nel nostro paese: laico, moderato, liberale, non rappresentato eppure esistente.

In piazza sull’onda del malcontento

L’unica, vera certezza sul tema perciò è che le sardine presenti nelle varie piazze italiane, al di là di ogni considerazione positiva o negativa in merito, di ogni congettura o ipotesi politica e degli eventuali programmi futuri che tenteranno di rappresentarle, sono indubbiamente animate da un crescente e diffuso malcontento – soprattutto giovanile, data l’età intorno ai trent’anni della maggior parte di loro – proveniente da una crisi economica e sociale ben lungi dall’estinguersi presto.
Ovviamente il dato anagrafico non può essere ritenuto un fattore poco rilevante in un paese di anziani come l’Italia (il cui dramma della “fuga dei cervelli” per altro è oltre modo sempre attuale).
Le generazioni più penalizzate infatti sono senza dubbio quelle dai 30 anni in su, vittime del precariato a vita, del lavoro sottopagato e di contratti umilianti quanto a breve termine (responsabili in modo significativo di un’altra grande problematica italiana: la denatalizzazione).
Se è vero, quindi, che le sardine sono indice di un notevole malcontento (il quale scaturisce dall’infima considerazione di una certa classe politica e del suo operato), sarà davvero interessante constatare il livello dell’odierno scontento popolare a Roma, città di recente rivendicata da Matteo Salvini in risposta alle domande sulle prossime elezioni nella Capitale.
Quello di sabato 14 dicembre sarà quindi un delicatissimo, temuto ma anche agognato “test”, sul quale probabilmente si scriverà ogni genere di esito: essere in piazza, in ogni caso e anche solo da lontano, potrebbe costituire come sempre l’unico modo per avere un’impressione attendibile sulla reale portata dell’evento.

La Britten-Shostakovich Festival Orchestra – The Britten-Shostakovich Festival Orchestra

di emigrazione e di matrimoni

La Britten-Shostakovich Festival Orchestra

 Il successo internazionale dei giovani musicisti inglesi e russi

Mercoledì 25 settembre, presso la Cadogan Hall di Londra, si è concluso il primo tour di una nuova orchestra giovanile, concepita poco più di un anno fa nell’ambito di un incontro diplomatico fra l’Inghilterra e la Russia e destinata a un futuro di successi internazionali: si tratta della Britten-Shostakovich Festival Orchestra, ispirata alla storica amicizia fra Benjamin Britten e Dmitri Shostakovich, i due massimi compositori dei rispettivi paesi nati nel ‘900.
Il progetto didattico si rivolge ai musicisti inglesi e russi più talentuosi fra i 18 e i 28 anni, ed è stato ideato dal M° Jan Latham-Koenig, l’unico direttore inglese titolare di un importante teatro in Russia (la Kobolov Novaya Opera di Mosca), e dunque il tramite perfetto per un’operazione culturale bilaterale che ha anche tutte le caratteristiche di un ulteriore rapporto diplomatico fra i due paesi.

Nell’elenco delle istituzioni musicali più rilevanti coinvolte al riguardo troviamo il Royal College of Music e la Guildhall School of Music & Drama di Londra, il Moscow State Conservatory e il St Petersburg State Conservatory, cui si aggiunge il sostegno culturale di alcune fra le maggiori personalità nel mondo della musica classica: il celebre direttore d’orchestra Yuri Temirkanov e Irina Shostakovich vedova del compositore (patroni onorari), ma anche il Principe Michael di Kent e la Britten-Pears Foundation.

In seguito al Concerto di Chiusura – al quale hanno partecipato l’Ambasciatore inglese a Mosca Sir Laurie Bristow e quello russo a Londra Ivan Volodin – ho intervistato il Fondatore e Direttore Artistico dell’orchestra Maestro Latham-Koenig, artista di fama mondiale, così da comprendere meglio la genesi e il futuro di una formazione che potrebbe ben presto far parlare di sé anche in Italia.

 M° Latham-Koenig, quando e come è nato esattamente un progetto didattico-musicale così specifico e diverso da tutte le altre iniziative internazionali per i giovani musicisti?

Il progetto nasce nell’ambito di una convenzione fra l’Ambasciatore britannico a Mosca Sir Laurie Bristow e il Ministro della Cultura russo Vladimir Medinsky. Le due autorità si sono incontrate l’anno scorso in occasione delle future celebrazioni per il 2019 – scelto quale “Anno della Musica Inglese e Russa” – decidendo di coinvolgermi come unico inglese direttore titolare di un importante teatro russo.
Così ho deciso di istituire la prima orchestra giovanile anglo-russa della storia, reclutando i migliori talenti dei due paesi – 86 in tutto – che si sono preparati nella città russa di Soči, sul Mar Nero.
Qui il Governo Russo ha messo a disposizione (coprendo tutte le relative spese di vitto e alloggio per l’intera BSFO, i docenti e lo staff organizzativo) proprio gli impianti sportivi dove hanno avuto luogo i noti Giochi Olimpici Invernali del febbraio 2014.
Lì, durante un’intera settimana, si sono svolte tutte le prove della nuova orchestra: ogni mattina i diversi docenti specializzati hanno diviso gli strumentisti in 5 gruppi (2 per gli archi, 1 per i legni, 1 per gli ottoni e 1 per le percussioni), mentre nel pomeriggio e dopo cena io mi sono occupato delle prove d’insieme dell’intera orchestra.
All’inizio della seconda settimana è partita la tournée vera e propria, che avrebbe realizzato 12 diversi concerti in Russia e in Inghilterra, da Mosca a San Pietroburgo, fino al Concerto di Chiusura a Londra dello scorso 25 settembre. Il tutto nell’arco di appena un mese.

I programmi proposti nei concerti sono anche finalizzati alla divulgazione dei maggiori compositori inglesi e russi – soprattutto Rachmaninov, Prokofiev, Elgar, Vaughan Williams – oltre ovviamente a Britten e Shostakovich. A tal proposito vorrei chiederle: quali sono le ragioni del suo rapporto privilegiato con questi ultimi due autori?

Ho sempre amato la musica di Britten, sin da bambino. Quando cantavo nel coro delle voci bianche della Highgate School di Londra fui addirittura coinvolto nell’importante incisione della Decca del War Requiem (1963) di Britten, diretta dallo stesso autore e quindi destinata a restare nella storia. Da allora il mio legame con la sua musica è sempre rimasto intatto.
Stranamente un po’ simile è stato il primo incontro con Shostakovich: avevo 12 anni e suonavo il violino – che studiavo insieme al pianoforte – nell’Orchestra Nazionale Giovanile della Gran Bretagna. Lì ebbi modo di eseguire la sua Decima Sinfonia, che mi affascinò subito lasciandomi un’impressione profonda. In seguito ho sempre diretto i lavori di Shostakovich, soprattutto alla Novaya Opera di Mosca: fra questi la Tredicesima Sinfonia e la prima versione scenica dei Giocatori, opera incompiuta dell’autore dal dramma omonimo di Gogol’.

Riguardo alle audizioni per la Britten-Shostakovich Festival Orchestra: cosa deve dimostrarle un giovane musicista – al di là dell’aspetto tecnico – per poter essere scelto nella formazione?

Da un giovane musicista di talento mi aspetto una spiccata musicalità, versatilità e un notevole istinto orchestrale, ovvero la capacità di prender parte a una formazione diventandone una componente essenziale e inscindibile, fondendosi agli altri musicisti.

Prevede di programmare altre tournée dell’orchestra, magari venendo presto anche in Italia?

Lo spero bene. L’orchestra gode dei finanziamenti delle due maggiori compagnie petrolifere inglesi e russe: la BP (British Petroleum) e la russa Rosneft, molto attive nella sponsorizzazione della cultura e che ringrazio di cuore per il grande sostegno. Nel prossimo futuro vorremmo quindi ampliare la tournée almeno all’intera Europa ed estendere il nostro repertorio, magari proponendo anche le opere dei compositori che avevano più influenzato sia Britten che Shostakovich: fra tutti Mahler. Per esempio, la sua scrittura orchestrale risuona nel quarto interludio del Peter Grimes del compositore inglese. In tal senso vorremmo eseguire anche compositori come Schubert e Tchaikovsky.

Da sempre la musica costituisce un ponte importante fra le culture più diverse. Pensa che questa iniziativa potrà incentivare i rapporti diplomatici fra Russia e Inghilterra?

Certamente! Anzi, questa è la ragione di vita più importante per il progetto. Inoltre l’Ambasciatore Britannico Sir Laurie Bristow è un violista dilettante: durante il grande ricevimento per l’Orchestra che si è tenuto nella sede dell’Ambasciata Britannica a Mosca ha fatto intervenire delle piccole formazioni da camera costituite dai ragazzi, coinvolgendoli in performances di 5-6 minuti. A una di queste – quella del Quartetto delle Dissonanze di Mozart – ha preso parte di persona, suonando insieme ai nostri orchestrali.
Capirà bene, quindi, quanto la musica sia importante anche per i nostri stessi politici.

di emigrazione e di matrimoni

The Britten-Shostakovich Festival Orchestra

 The international success of young English and Russian musicians

Wednesday September 25th at London’s Cadogan Hall the first tour of a new youth orchestra ended. The orchestra was conceived little more than a year ago during a diplomatic meeting between Great Britain and Russia and was destined for international success in the future. This is the Britten-Shostakovich Festival Orchestra which was inspired by the historic friendship between Benjamin Britten and Dmitry Shostakovich, the two greatest composers of their respective countries in the 20th century.

This educational project is aimed at the most talented British and Russian musicians between 15 and 25 years of age and it was designed by Jan Latham-Koenig, the only British conductor of a major theatre in Russia, Moscow’s Kobolov Novaya Opera and therefore he was the perfect intermediary for a bilateral cultural operation that also had all the characteristics for further diplomatic relationships between the two countries.

In the list of the most important musical institutions involved we find the Royal College of Music and London’s Guildhall School of Music & Drama, the Moscow State Conservatory and the St. Petersburg State Conservatory to which must be added the cultural support of some of the world’s biggest classical music personalities, such as the famous orchestra director Yuri Temirkanov and Irina Shostakovich, the composer’s widow (honorary patrons) and also Prince Michael of Kent and the Britten-Pears Foundation

Following the Closing Concert which saw the participation of British Ambassador Sir Laurie Bristow and his Russian counterpart in London Ivan Volodin, I interviewed the orchestra’s Founder and Artistic Director, Maestro Latham-Koenig, himself a world famous artist, so as to better understand the birth and future of a team that could soon make people talk in Italy as well.

Maestro Latham-Koenig, exactly when and how was such a specific musical project that is different from all the other international initiatives for young musicians born?

“The project was born within a convention between the British Ambassador to Moscow, Sir Laurie Bristow and Russia’s Minister for Culture, Vladimir Medinsky. The two authorities met last year on the occasion of the future celebrations in 2019, that was chosen as the “UK-Russia Year of Music” and I decided to involve myself as the only British conductor of a major Russian theatre.”

“So I decided to set up the first Anglo-Russian youth orchestra in history and recruited the best talents from the two countries, 86 in total, who were trained in the Russian city of Soči on the Black Sea.

“Here the Russian government provided the sporting facilities in which the famous Winter Olympic Games took place in February 2014 and covered all the related costs of room and board for all the BSFO, the teachers and organizational staff.

“During the entire week, there were many trials of the new orchestra. Every morning the various specialized teachers divided the musicians into 5 groups (two for the strings, 2 for the woodwind, one for the brass and one for the percussion) while in the afternoon and after dinner I worked on the rehearsals of the full orchestra together.

“At the start of the second week the true tour began that would produce 12 different concerts in Russia and England, from Moscow to Saint Petersburg, right up to the closing concert in London last September 25th. All this in just a month.”

The programmes proposed in the concerts were aimed at popularizing all the main British and Russian composers, especially Rachmaninov, Prokofiev, Elgar and Vaughan Williams, as well as Britten and Shostakovich, of course. In this regard, I would like to ask you, what were the reasons for your privileged relationship with the last two composers?

“I have always lived Britten’s music, since I was a child. When I sang in the children’s choir of London’s Highgate School I was even involved in the important recording of Britten’s War Requiem (1963) for Decca, conducted by the composer himself and therefore destined to remain in history. Since then my connection with his music has remained intact.

“Strangely, my first encounter with Shostakovich was a little similar. I was 12 years old and I played the violin, which I studied together with the piano, in Great Britain’s National Youth Orchestra. There I was able to perform his Tenth Symphony that immediately fascinated me and left a deep impression. Subsequently, I always conducted Shostakovich’s work, especially in Moscow’s Novaya Opera, including the Thirteenth Symphony and the first version on stage of The Gamblers, an unfinished opera by the composer from Gogol’s drama of the same name.”

Regarding the auditions for the Britten-Shostakovich Festival Orchestra, beyond the technical aspect, what must a young musician show you in order to be chosen for the orchestra?

“From a young talented musician I expect strong musicality, versatility and a noteworthy orchestral instinct, in other words, the capacity to take part in a team and to become an essential and inseparable component by merging with the other musicians.”

Do you foresee another tour by the orchestra, maybe coming soon to Italy as well?

 “I hope so. The orchestra is funded by the biggest Russian and British petroleum companies, BP (British Petroleum) and the Russian Rosneft, that are very active in sponsoring culture and I thank them from the heart for the great support. In the near future we would therefore like to expand the tour to at least all of Europe and to extend our repertoire, maybe also offering the works of other composers who had influenced both Britten and Shostakovich, one of which was Mahler. For example, his orchestral composition resounds in the fourth interlude of the British composer’s Peter Grimes. In this sense, we would also like to perform other composers such as Schubert and Tchaikovsky.”

Music has always been an important bridge between the most diverse cultures. Do you think that this initiative could encourage diplomatic relations between Russia and Great Britain?

“Of course! In fact, this is the most important raison d’être for the project. Furthermore, the British Ambassador, Sir Laurie Bristow, is an amateur violinist and during the grand reception for the Orchestra held in the British Embassy in Moscow he let small chamber music groups made up of young people play in performances of 5-6 minutes. During one of these, Mozart’s Dissonance Quartet, he took part in person by playing together with our musicians.

“Therefore you will understand how important music is for our politicians.”

Fidenae alla Porta di Roma: l’unico sito archeologico d’Europa in un centro commerciale

L’area fu osservata e studiata già negli anni settanta da Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, che nel volume Fidenae edito nel 1986 segnalarono circa sessanta siti presenti nel sottosuolo.

Non capita certo tutti i giorni di poter visitare un’area archeologica risalente al III millennio a.C (e contenente reperti che arrivano sino alla tarda antichità), all’interno di uno dei più grandi e noti centri commerciali della Capitale: si tratta della Galleria Porta di Roma, nel cui sottosuolo sono stati ritrovati i resti dell’antica città di “Fidenae” situata al confine settentrionale del territorio romano in una posizione strategica per i commerci e le vie di comunicazione.
L’area fu osservata e studiata già negli anni settanta da Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, che nel volume Fidenae edito nel 1986 segnalarono circa sessanta siti presenti nel sottosuolo.
La Soprintendenza Archeologica di Roma ha poi condotto una serie di campagne di scavo e, dal 1998, ha coordinato le indagini preventive alla trasformazione urbanistica per il progetto “Porta di Roma”.
Per comprendere meglio la valorizzazione di un simile, straordinario spazio – inaugurato il 21 gennaio scorso – ho incontrato il Direttore del Centro Commerciale Porta di Roma Filippo De Ambrogi, il quale ha spiegato non solo l’immensa portata dell’area – per altro accessibile dall’atrio della Galleria, come se fosse anch’essa un negozio da visitare – ma anche i progetti relativi al suo sviluppo futuro.

Non è stato facile organizzare i reperti in modo che i visitatori potessero comprenderne e apprezzarne il valore culturale: il Direttore ha spiegato che tre dei mosaici più grandi e importanti – fra cui il celebre Cave Canem, prima esposto al Museo Nazionale Romano – erano stati disposti inizialmente nell’atrio del centro commerciale, in una teca lunga e stretta priva di spiegazioni storiche e addirittura scambiata dai visitatori per un’area di sosta in cui riposarsi dopo una giornata di shopping.

Signor De Ambrogi, di chi è stata l’idea di creare un’area archeologica all’interno della Galleria?

“Il Progetto è stato gestito principalmente dalla società “H 501” in collaborazione con la Soprintendenza di Roma, così da riportare nel sito anche i reperti che erano stati trasferiti altrove.
Tuttavia l’idea di spostare i mosaici presenti nell’atrio in un’area apposita – esposti senza alcuno scheletro di protezione in vetro e per altro distribuiti fedelmente secondo le misure e lo schema originario della Villa di appartenenza – di dare loro una collocazione e di inserirli in uno spazio coerente è stata nostra, quindi della Galleria Commerciale.
Pensi che questa prima sala in cui ci troviamo era una zona di “ricevimento merci” del centro Porta di Roma, trasformata completamente per nostra volontà in un vero e proprio museo dotato di un’illuminazione adeguata e una parte illustrativa specifica, semplice e chiara, così che i visitatori avessero la possibilità di comprenderne subito la storia.
La scelta e la disposizione dei reperti prima restaurati e poi esposti – circa cento pezzi, un campione minimo rispetto alle migliaia di ritrovamenti delocalizzati o ancora presenti nel sottosuolo – è stata invece oggetto degli studi condotti dalla Soprintendenza”.

Quanto tempo avete impiegato per costruire un museo del genere nel centro commerciale?

“Dall’inizio dei lavori, nel 2013, sono passati almeno quattro anni.”

Per quanto riguarda il riscontro del pubblico, chi viene a Porta di Roma sa di poter visitare questa straordinaria area archeologica tutti i weekend dalle 15 alle 20?

“Non tutti, purtroppo sono ancora in tanti a non sapere di questo sito. Proprio per questo abbiamo pensato che già da settembre sarà opportuna una comunicazione maggiore sul tema, cui si uniranno delle iniziative apposite in Galleria volte a coinvolgere soprattutto i bambini e i giovani: si tratterà di giochi e di attività manuali temporanee che faranno in modo di avvicinarli e sensibilizzarli alla dimensione della Roma antica, ma ovviamente incrementeremo anche le visite al sito prenotabili nell’arco dell’intera settimana specie da parte delle scuole.
Ci tengo a precisare, inoltre, che i primi a visitare l’area sono stati gli stessi residenti di Fidene: si tratta di un aspetto che rientra nel piano di valorizzazione delle periferie romane ”.

Per quanto riguarda il prossimo futuro esistono delle proposte di cambiamento o ampliamento dell’area archeologica?

“Certo, con la Soprintendenza ci siamo ripromessi di avviare delle fasi successive legate alla valorizzazione di un’area archeologica esterna non trasferibile, ma da collegare a questo museo tramite un percorso apposito.
Si tratta di una zona attigua alla Galleria e dotata di un’antica strada di circa settanta metri ancora in perfetto stato; su quest’ultima sono presenti anche due cisterne visitabili.
Ora si tratta di trovare un modo per rendere sicuro l’arrivo a questo spazio costruendo una passeggiata interna di circa tre minuti a piedi, percorribile in modo semplice e diretto. Abbiamo già iniziato a parlarne, prevedendo di realizzare i lavori futuri al riguardo in un paio d’anni circa.”

 Signor De Ambrogi, la Lidu è da sempre attenta alle iniziative nell’ambito del sociale: pensa che in futuro, negli immensi spazi della Galleria, sarà possibile prendere in considerazione anche progetti di questo genere?

“Naturalmente, noi siamo disponibili ad accogliere soprattutto progetti di carattere culturale e sociale”.

Scrivi alla Redazione

Siamo felici di valutare ogni tua segnalazione e pubblicare articoli che pensi possano essere di interesse pubblico

Per qualsiasi segnalazione scrivi a
[email protected]