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Cinema & Teatro

“Angelus Domini”: l’indimenticabile spettacolo andato in scena al Teatrosophia di Roma

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Tempo di lettura: 4 minuti

Dal 18 al 20 marzo 2022 è andato in scena presso il Teatrosophia di Roma “Angelus Domini”, lo straordinario spettacolo che ha esordito tre anni fa con successo al teatro del Giullare di Salerno.

di Giordana Fauci

Da venerdì 18 a domenica 20 marzo 2022 è andato in scena presso il Teatrosophia di RomaAngelus Domini”, lo straordinario spettacolo che ha esordito tre anni fa con successo al teatro del Giullare di Salerno.

Una rappresentazione indimenticabile diretta da Antonello Ronga, sul testo di Francesco Maria Siani, con disegno, luci e audio di Virna Prescenzo, costumi di Paolo Vitale e foto di Angelo Pecoraro.

Uno spettacolo interpretato dalla valente attrice Carla Avarista.

Un monologo tanto commovente quanto emozionante, vincitore del Premio Internazionale di Letteratura per il teatro “Città di Castrovillari”, oltre che del Premio della Giuria “Salvatore Quasimodo” di Milano, nonché finalista al Festival “Voci dell’anima” di Rimini.

Un monologo straziante che fa vibrare l’animo del pubblico e che è sostenuto senza alcuna interruzione né esitazione da Carla Avarista, che interpreta magistralmente il ruolo di Adelina, perciò premiata come migliore attrice protagonista al Festival Nazionale “Portici in Teatro”.

Adelina, all’inizio del monologo, appare un’anima in pena, dirompente, visionaria, contrastata da una memoria di violenza e sopraffazioni.

Ricorda l’infanzia, caratterizzata dalla presenza di una madre amorevole e dall’assenza di un padre anaffettivo.

Poi l’adolescenza, segnata dalla prematura scomparsa della madre ma, soprattutto, da un abuso subito dal sacerdote, amico di famiglia, che approfitta della sua ingenuità, prima ancora che fragilità.

Per finire, la gravidanza inaspettata che rende Adelina ancor più sola, abbandonata definitivamente da quel padre che mai era stato in grado di saperle dimostrare affetto e, perciò, costretta a trovare ricovero all’interno di un orfanotrofio, in cui delle suore la supporteranno più per dovere che per carità cristiana. Almeno fino alla nascita del figlio.

Ma v’è dell’altro ancora: Adelina, ad un certo punto, si illude, perché pensa di avere finalmente trovato l’amore.

Tonio, del resto, l’ha lungamente corteggiata. Per questo Adelina non pensa minimamente di poter rimanere vittima della sua violenza, psicologica prima ancora che fisica.

La voce della povera donna echeggia fra le pareti di una scena dominata dal colore bianco, come bianca è la sua anima.

La voce di Adelina arriva a farsi tramite di una narrazione talvolta sognante talaltra sinistra. 

Il ricordo sospinto dal dolore si fa corpo: è materno, paterno, filiale, sempre sospeso fra l’urlo e il silenzio.

E, sul finire, la violenza più inaudita: Adelina deve sopravvivere alla morte dell’adorato figlio.

Una morte che accade in un giorno che avrebbe dovuto esser di festa: proprio il giorno del suo compleanno.

Del resto, quale dolore è più atroce della perdita di un figlio?

In situazioni tanto drammatiche una madre non può che sopravvivere, perché non vi è alcuno a cui potersi aggrappare.

Tanto meno ci si può affidare a Dio, perché è impossibile che il Padre di tutti possa decidere di infliggere tante e tali sofferenze.

Così riflettendo, nel corso del monologo Adelina diviene molto più che un’anima in pena: appare come un’anima perduta che non può fare a meno di restare travolta dalla memoria.

E Adelina, alla fine, rimane sopraffatta dalla stanchezza: stanca del silenzio che ascolta il silenzio

Anzi! Si sente ora finalmente pronta. Dopo il passaggio da anima in pena ad anima perduta, subisce la definitiva metamorfosi: si tramuta in un’anima eletta. Perché la sua è una di quelle storie vissute a metà fra la speranza e un dolore sordo. 

Delicatezza è la parola chiave per la messa in scena di un racconto che lentamente svela la forza, il coraggio e l’intensità di una donna perennemente mossa da un amore immenso

Impossibile non affezionarsi ad Adelina: parola dopo parola, frase dopo frase!

Per la delicatezza che la contraddistingue dall’inizio alla fine del monologo. E, ad onore del vero, nell’intero e straziante suo racconto.

Con altrettanta delicatezza lo spettatore ne coglie la pienezza, attraverso un vissuto sì straziante ma, al tempo stesso, dignitoso e che arriverà a togliere il fiato.

Con delicatezza vibreremo persino delle stesse emozioni di Adelina.

E con delicatezza ne avremo compassione ma, prima ancora, rispetto, conservandone per sempre uno struggente ricordo.

Credit Photo: Damiana Cicconetti

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