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Cinema & Teatro

Orfeo, il film di Villoresi tra ricerca amorosa e meraviglia oscura

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Orfeo film di Virgilio Villoresi intervista per Dailycases
Tempo di lettura: 9 minuti

Orfeo, il primo film di Virgilio Villoresi che torna alle origini fantastiche, oniriche e surreali del cinema.

Una mancanza che scorre nelle vene, irradia l’anima e defibrilla il cuore. I greci erano soliti chiamarla Photos, una nostalgia per la persona amata che in Orfeo diventa ossessione, ricerca spietata e infine scoperta di sé. Primo film del regista toscano Virgilio Villoresi prodotto da Fantasmagoria, presentato a Venezia 82 e uscito nelle sale a novembre.  

L’artista e regista visionario dall’animo elegante, che ha lavorato per Sergio Rossi, Bally e Brunello Cucinelli osserva lo specchio reale della cinematografia per poi frantumarlo con effetti ottici e scenografie oniriche fatte a mano. Tutto questo per guidarci come Ermes in un Aldilà fatto di visioni surreali e poetiche. Ispirato al Poema a fumetti di Dino Buzzati che rielabora in chiave moderna il mito di Orfeo ed Euridice, il lungometraggio Orfeo girato su pellicola 16mm ci parla di soglie, quelle da varcare anche se fanno titubare, spaventano e intrigano allo stesso tempo. 

Orfeo (Luca Vergoni), è un giovane pianista solitario. Una sera, durante una consueta esibizione al locale Polypus incontra lo sguardo di Eura Storm (Giulia Maenza) che lo trafigge fra il pubblico. Entrambi si riconoscono all’istante ed Eros ha così decretato: che magnifica ossessione sia! La ragazza però scompare, lasciando Orfeo nella disperazione.

Il senso di mancanza lo attraversa fino a raggiungere il culmine quando rivede la ragazza varcare la soglia di una villa misteriosa. Ma quella porta, all’apparenza normale, trasferisce in un mondo misterioso pieno di creature come le Melusine, l’Uomo verde (Vinicio Marchioni), parate di scheletri e persino Giacca, un diavolo che si impossessa del suo corpo. Senza mai dimenticare l’obiettivo: la ricerca dell’amata.

Quello presentato da Villoresi è un film che va ben oltre il cinema. Rappresenta un ricamo che, mediante il filo della meraviglia, unisce cinema classico e sperimentale, art Nouveau e surrealismo. Un racconto di riflessi, ombre e bagliori, dove nulla è lineare ma tutto diventa “viaggio dell’anima, prima ancora che dell’occhio”. 

Come è arrivata la tua “chiamata” al cinema? 

Quando avevo dieci anni, la prima volta che vidi al Cinema Odeon di Firenze Le avventure del barone di Münchhausen di Terry Gilliam. Ricordo benissimo lo stupore. Rimasi così colpito che, nei giorni successivi, portai uno a uno tutti i membri della mia famiglia a rivederlo. Era come se volessi condividere quella rivelazione.

È stata una vera folgorazione. Credo che proprio in quel momento, da bambino, travolto da tanta meraviglia e immaginazione, abbia deciso inconsapevolmente che un giorno avrei fatto cinema”. 

 

La settima arte per te è… 

 “… stata una vera fonte di salvezza. È come se avesse colmato un vuoto profondo, sostituendo in qualche modo la figura di mio padre. A lei devo molto, non solo come artista, ma come persona.  

Per questo nutro un sentimento di profonda riconoscenza, quasi di devozione. Il cinema è diventato la mia religione, il mio tempio interiore. E cercherò sempre, con ogni opera, di restituirgli qualcosa, di offrirgli il mio contributo, come forma di gratitudine e atto d’amore”. 

 

Come sei arrivato all’idea di Orfeo? 

“Nel momento in cui mi sono imbattuto in Poema a fumetti di Dino Buzzati. In quel periodo ero in cerca di una storia che potesse dare forma al mio primo lungometraggio, qualcosa che unisse in maniera quasi invisibile una dimensione realistica a un universo onirico e fantastico. 

Poema a fumetti è stato una vera folgorazione: ho subito riconosciuto in quelle pagine lo spazio creativo ideale per esprimermi al massimo, mettendo in gioco tutte le tecniche artigianali che avevo affinato nel corso della mia vita.  

È uno di quei progetti che ti fanno oltrepassare delle soglie, che ti mettono in contatto con la spiritualità stessa del cinema, toccando corde profonde, intime, ancestrali. E poi mi offriva la possibilità di attraversare diversi generi, dal melodramma al cinema sperimentale, dall’horror al fantastico fino al surrealismo cocteautiano. Da lì è nato Orfeo”. 

Cosa ti ha colpito di “Poema a fumetti” e in cosa sei stato fedele? 

“La potenza immaginifica e la straordinaria dose di fantasia che traspare dalle tavole. È come se in quel mondo avessi riconosciuto uno spazio creativo capace di accogliere la mia visione, permettendomi di esprimere tutto ciò che ho amato e appreso nel mio percorso artistico e tecnico.  

Rispetto all’opera originale, ho introdotto l’incontro tra Orfeo ed Eura, che nel fumetto non è rappresentato. Tuttavia, ogni volta che è stato possibile, ho ricreato le tavole con un’attenzione quasi ossessiva, chirurgica, come gesto di omaggio alla bellezza e alla potenza poetica delle illustrazioni di Buzzati. Non solo: ho disseminato nel film richiami ai suoi libri, citando frammenti e dialoghi tratti anche da altri suoi romanzi, in una sorta di tributo alla profondità e alla visione dell’autore”. 

 

Che percorso è stato portare alla luce questa prima opera? 

“Lungo, ma guidato da una grande determinazione. Ho fondato la mia casa di produzione, Fantasmagoria, proprio per affrontare in autonomia tutte le fasi del progetto: dall’applicazione ai bandi di sviluppo e pre – produzione, fino ai contributi selettivi e al tax credit. Grazie a questi anticipi, e a un atto coraggioso da parte nostra, abbiamo iniziato la produzione in totale indipendenza. 

L’esigenza di creare Fantasmagoria nasce anche dal desiderio di mantenere il pieno controllo sull’intero processo creativo e artistico. Volevo potermi esprimere in totale libertà, senza compromessi, e realizzare un film che rispecchiasse davvero la mia visione”. 

 

Per quanto riguarda l’aspetto visivo, quali visioni desideravi suscitare? 

“Per l’aspetto fotografico, dopo una serie di test approfonditi sia in 35mm che in 16mm, io e Marco de Pasquale, direttore della fotografia, abbiamo optato per quest’ultima. La pellicola 16mm, con la sua grana più evidente e il suo carattere imperfetto, restituiva quell’aura sporca e materica che cercavamo, conferendo al film una dimensione più intima, quasi appartenente a un passato indefinito.  

Mi affascinava l’idea di inventare una sorta di decade immaginaria, un tempo sospeso che strizzasse l’occhio ai primi del Novecento, all’Art Nouveau, al Liberty, ma anche al Déco e al modernariato: un mélange estetico che racchiudesse tutte le mie passioni e suggestioni visive. A livello di reference visive, con Marco abbiamo scelto un approccio dinamico e fluido: affrontarle di volta in volta, scena per scena, a seconda dell’atmosfera narrativa da evocare.  

Abbiamo mantenuto come filo conduttore un tipo di illuminazione fortemente contrastata, caratterizzata da tagli netti e violenti di luce, spesso di matrice teatrale, per scolpire i volti e gli ambienti con una drammaticità pittorica”.  

 Ci sono dei registi che ti hanno influenzato per la gestazione di Orfeo? 

“Numerosi. Provenienti da ambiti differenti, ma accomunati da una forza visionaria che risuona con la mia sensibilità. Tra i designer del Novecento, cito in particolare Piero Portaluppi, Piero Fornasetti, Tomaso Buzzi, autori capaci di coniugare eleganza, mistero e una dimensione onirica dell’abitare e dell’immaginare lo spazio.  

Sul versante cinematografico, le suggestioni sono molteplici: da Luchino Visconti a William Dieterle, da Federico Fellini a Jan Švankmajer, fino a Jordan Belson, Charles Laughton, Sam Peckinpah, Martin Scorsese e, naturalmente, Jean Cocteau, la cui ombra aleggia costantemente sul film. A livello più ampio, Orfeo è attraversato dalle correnti del surrealismo e dell’Art Nouveau, che hanno fornito una matrice estetica e simbolica potentissima, capace di fondere il reale e il visionario in una forma poetica e sensoriale”. 

 

Nel film emerge un forte senso di desiderio e perdita, lo stesso del mitico Orfeo ed Euridice. Oggi siamo spesso abituati a connessioni fugaci e all’arrendevolezza; qui invece di fugace c’è solo uno sguardo che diventa poi ricerca con dedizione. Pensi che Orfeo con la sua tenacia sia un essere in via d’estinzione? 

“Mi piace pensare che non si tratti di un modello ormai superato o in via di estinzione. Credo fermamente che esista ancora la forza dell’amore capace di spingerti a compiere gesti radicali, estremi, come varcare i confini di un mondo ignoto. In un certo senso, Orfeo è anche un omaggio a quella visione del cinema classico in cui bastava uno sguardo per suggellare un amore assoluto, eterno.  

Sono cresciuto con quei film in cui l’amore non aveva bisogno di spiegazioni, ma si manifestava con una potenza visiva e narrativa immediata e travolgente. Penso che oggi, nel nostro tempo così disilluso, una buona dose di amore classico faccia ancora bene al cinema. Lo riconnette a un’idea alta e romantica dell’esistenza, dove i sentimenti possono ancora muovere mondi”. 

 

L’opera è ricca di elementi d’animazione, effetti ottici e “tecniche artigianali”. Ce ne puoi svelare qualcuno? 

“Orfeo è un’opera che affonda le sue radici in una visione artigianale del cinema. Ogni inquadratura è stata pensata e costruita con le mani, con una cura quasi ossessiva per il dettaglio. Ho lavorato molto con silhouette in carta nera, con miniature, con scenografie fatte a mano, cercando sempre di far emergere una qualità poetica legata al realismo magico.  

Tra gli effetti ottici che ho voluto recuperare c’è l’effetto Schüfftan, che ho adattato per far apparire Eura sotto forma di fantasma, riflessa su un vetro inclinato: un gioco di illusioni che rimanda alla tradizione delle fantasmagorie ottocentesche, in particolare a quelle di Gaspard Robertson, figura che mi ha da sempre affascinato e ispirato fino a scegliere il suo termine “Fantasmagoria” come nome della mia casa di produzione.  

In alcune scene ho utilizzato un Chromatrope, un antico strumento ottico che fa parte della mia collezione che produce giochi di luce caleidoscopici , per evocare stati alterati della percezione, come nella scena del sogno o nella sala della Giacca. l’approccio artigianale che ho avuto fa parte integrante del linguaggio visivo del film. Per me il cinema è, prima di tutto, meraviglia. E in Orfeo ho cercato di riscoprirla, con le mani, con la luce, con la materia”. 

Orfeo è ammaliato da Eura con la quale vuole ricongiungersi. Il nome Eura, scomposto rimanda all’Aura. Non sarà forse che ad Orfeo manca e vuole riconquistare la propria energia o forza vitale oltre a quella della donna sfuggente? 

“Il nome Eura proviene direttamente dal Poema a fumetti di Dino Buzzati, dove l’autore reinterpreta il mito classico e ribattezza Euridice con il nome di Eura Storm. Ho voluto mantenere questo nome come omaggio al suo universo, ma nel mio film la ricerca di  Eura e il conseguente passaggio nell’Aldilà non è soltanto la salvezza della donna amata, è anche e forse soprattutto la ricerca di una parte di Orfeo stesso, una proiezione profonda della sua interiorità, della sua dimensione più fragile, fanciullesca e nascosta.  

Il varcare la soglia non è solo un viaggio d’amore, ma un cammino introspettivo, un attraversamento simbolico dell’inconscio. Inseguendo Eura, Orfeo va incontro a sé stesso: a quella parte di sé che abita nei sogni, nei ricordi, nella perdita. Ecco perché il film è anche una riflessione sul rapporto tra amore e identità, tra ciò che perdiamo e ciò che scopriamo nel momento in cui decidiamo di attraversare l’oscurità”. 

 

Nel film appare l’Aldilà in forma di incubo, a cui ci si avvicina con l’incoscienza. Secondo te, quanto nella vita bisogna essere incoscienti per avvicinarsi alla scoperta di qualcosa di meraviglioso? 

Per accedere davvero al fantastico e al meraviglioso occorre abbandonarsi. L’abbandono, in questo senso è un atto di fiducia profonda, quasi mistica, verso l’ignoto. È il gesto più radicale e necessario per spalancare le porte dello stupore. Solo così si può vivere pienamente l’esperienza del meraviglioso. L’abbandono è, a mio avviso, la punta più alta del processo creativo e percettivo”. 

 

Il film è stato definito da Vogue “narrazione metafisica tra le più coraggiose e visionarie del cinema italiano contemporaneo”. In che modo pensi che il tuo film sia visionario? 

Nella misura in cui ho scelto consapevolmente di realizzare un cinema catartico, spirituale, che non si limiti a seguire esclusivamente una logica narrativa, ma che sappia parlare alle corde più intime dello spettatore. Ho desiderato dar vita a un’esperienza sensoriale e immersiva, capace di smuovere le emozioni più recondite, di risvegliare quel sentire profondo che spesso resta sopito.  

Orfeo non è un racconto lineare: è un attraversamento, una discesa nella materia del sogno, nella memoria, nell’assenza”. 

La sfida più grande per realizzarlo? 

Al di là delle complessità produttive, quella di preservare e scolpire il ritmo che rappresenta, a mio avviso, la vera architettura segreta del film. Il cuore pulsante di Orfeo risiede proprio lì: nel respiro interno, nell’equilibrio musicale tra le sequenze, nel modo in cui generi, linguaggi e suggestioni si tengono insieme come in una sinfonia visiva.  

La struttura del film, che potremmo definire a scatole cinesi, si regge su un filo sottilissimo, eppure resistente, che ho cercato di tendere con precisione estrema. Il ritmo, dunque, grazie al montaggio, è ciò che permette a questo universo immaginifico di stare in piedi dall’inizio alla fine, come sospeso, eppure coerente”. 

 

A proposito di Aldilà, ci sei mai stato nel tuo personale? Da cosa è abitato e come ne sei uscito? 

Per me, l’Aldilà è un viaggio dentro il mio universo onirico, uno spazio che abito quotidianamente. Non è un altrove lontano, ma una dimensione che mi accompagna, che mi osserva, che respira insieme a me.

Mi piace pensarlo proprio così: come un sogno che ti guarda, che ti scruta in silenzio, come dice l’Uomo, interpretato da Vinicio Marchioni, nel mio film. È una dimensione intima, sospesa tra visione e memoria, dove realtà e immaginazione si fondono in un paesaggio interiore che ha i contorni sfumati del sogno”. 

 

Se invece avessi a disposizione delle porte spalancate su altre epoche cinematografiche quale sceglieresti? 

“L’epoca subito prima della nascita del cinema. Mi affascina profondamente l’idea di essere uno di quegli inventori di strumenti ottici del precinema, artigiani della meraviglia, pionieri dello stupore. Quei dispositivi, come praxinoscopi, zootropi o chromatrope, ogni volta che li osservo, riescono ancora a generare in me un senso di incanto autentico, un’emozione primordiale. 

È proprio da lì che nasce la mia passione: dal desiderio di risvegliare nello spettatore quello stupore puro, quasi infantile, che il cinema, nella sua forma più poetica e artigianale, ha il potere di far riaffiorare”. 

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