Attualità
La corsa della Cina contro la desertificazione – China’s Fight Against Desertification
La corsa della Cina contro la desertificazione
di Marco Andreozzi
“La Cina sta trasformando il deserto in carta”. La frase è diventata virale lo scorso luglio sulle reti sociali internazionali — vietate all’interno del Paese, ma ampiamente utilizzate dalla ‘macchina’ comunicative filocinese. Ma quanto c’è di vero dietro questo slogan? La risposta breve è: non letteralmente, ma qualcosa di reale esiste. Negli ultimi anni, infatti, la Cina ha avviato progetti pilota che sperimentano forme alternative di produzione cartacea, in alcuni casi localizzate ai margini delle aree desertiche. Un tema che merita di essere approfondito. La tecnologia al centro del dibattito è quella della carta di pietra, un materiale alternativo alla carta tradizionale ottenuto non da fibre di cellulosa, ma da minerali. In genere la composizione prevede 70–80% di carbonato di calcio — ricavabile da calcare, marmo, sabbia desertica o scarti di cava — e 20–30% di un legante polimerico, solitamente HDPE o materiali affini, considerati non tossici. Il processo produttivo punta a ridurre l’impatto ambientale rispetto alla filiera cartaria tradizionale: niente alberi, pochissima acqua, assenza di agenti chimici sbiancanti e, almeno in teoria, una riduzione delle emissioni climalteranti.

Il risultato è un foglio liscio, flessibile e stampabile, simile alla carta al tatto ma impermeabile, resistente allo strappo e durevole. Caratteristiche che ne hanno favorito l’uso per quaderni, mappe, etichette, imballaggi e documenti destinati all’esterno, soprattutto dove la resistenza agli agenti atmosferici è un vantaggio competitivo. Tuttavia, la narrazione virale che accompagna questi prodotti tende spesso a omettere alcuni aspetti critici. Il principale riguarda proprio il legante polimerico, derivato dal petrolio e non biodegradabile. La carta di pietra è teoricamente riciclabile, ma nella pratica molti sistemi di raccolta e trattamento dei rifiuti non sono attrezzati per gestirla correttamente. Può fotodegradarsi con l’esposizione prolungata alla luce solare, ma lentamente, e non rappresenta un’alternativa per libri (che non scompariranno mai) o giornali (per chi li legge ancora), anche a causa delle difficoltà di rilegatura. In altre parole, è tutt’altro che priva di impatti lungo l’intero ciclo di vita.
Il coinvolgimento cinese non è casuale. Il Paese dispone di enormi riserve minerarie, produce circa un terzo della carta mondiale (negli anni ’90, la “carta italiana” era in vendita nei primi supermercati della repubblica popolare) e deve affrontare una crescente scarsità d’acqua nelle regioni settentrionali. C’è da dire che anche questa innovazione tecnologica è nata altrove. Alcune fonti accennano ad esperimenti in Giappone e nel Regno Unito già negli anni ’70-’80 con materiali minerali per carta, ma questi non portarono subito a prodotti commerciali flessibili e durevoli come quelli sviluppati dai taiwanesi degli anni ’90, dove in particolare la società TLM ha depositato brevetti internazionali per questa tecnologia in oltre 40 Paesi, inclusi Stati Uniti ed Europa.

Breve intermezzo divulgativo di storia della scienza e tecnologia. Che la carta sia stata inventata in Cina in epoca classica è una narrazione retrospettiva utile per costruire una continuità culturale, ma priva di prove concrete. La grave e palese anomalia dei pochi e scarni riferimenti scritti (secoli dopo e non originali, peraltro) è che essi sono marginali, mentre gli annali cinesi che descrivono altre tecniche locali sono solitamente estremamente dettagliati (metallurgia, idraulica, tessitura, agricoltura). Le prime descrizioni cinesi più esplicative della fabbricazione della carta compaiono molto molto tardi, tra il XVI e il XVII secolo (era Ming) — quando è ormai popolarizzata in tutto il mondo — e questo è straordinario perché, se accettiamo l’idea di una ‘tecnologia inventata e compresa’ già in epoca Han, abbiamo oltre un millennio e mezzo di utilizzo della carta senza una descrizione tecnica esplicita.
In Cina, la carta di pietra si inserisce in una strategia che è al tempo stesso industriale, ambientale e anche, appunto, comunicativa. Non a caso, il progetto rafforza anche una narrazione ufficiale autoreferenziale — scolpita nella pietra — di nazione tecnologicamente avanzata e innovatrice, soprattutto in un decennio ed oltre in cui il modello economico basato sulla crescita continua mostra segni evidenti di affaticamento. Diversi studi, ormai, mettono in discussione l’immagine di un’economia in costante espansione. Una ricerca dell’Università di Pechino del 2018, firmata da Harry Wu e Zhan Li, stimava che tra il 1978 e il 2018 la crescita economica reale cinese abbia prodotto un PIL complessivo circa il 36% più basso rispetto al dato ufficiale. Studi successivi cinesi indicano che il Paese sarebbe entrato in recessione proprio otto anni fa, quando anche il dato delle vendite di automobili cominciava a decrescere, –6% dopo oltre 20 anni di crescita continua.

Una condizione che si riflette anche nella stagnazione attuale, nonostante le carte governative dicano altro (sempre avallate dalle organizzazioni internazionali). Stante queste valutazioni, il PIL reale della Cina oggi varrebbe circa il 40% del dato ufficiale. E il Paese resta sostanzialmente chiuso. Durante un recente ingresso a Guangzhou, al secondo controllo bagagli in aeroporto, è stato chiesto a chi scrive di estrarre dallo zainetto un libro — episodio già accaduto in passato — per chiarirne la natura. Con l’interrete limitata dalla censura, viaggiare all’interno risulta oggi forse più complesso rispetto a quarant’anni fa: è necessario scaricare applicazioni locali, dotarsi di una SIM cinese e, in alcuni casi, conoscere lingua e scrittura. La tecnologia digitale è ampiamente presente, ma appare più esibita (ad esempio, robot parcheggiati all’ingresso degli alberghi, piuttosto che danzanti) e finalizzata al controllo che funzionale alla persona: invece di semplificare, tende a rallentare le procedure burocratiche, inclusa la dogana all’arrivo, dove la compilazione di un semplice modulo cartaceo richiede appena un minuto. E’ la carta che si sta trasformando in deserto? E fino a quando le parole faranno ancora ombra?
China’s Fight Against Desertification
by Marco Andreozzi
“China is turning the desert into paper.” The phrase went viral last July on international social networks that are banned within the country, but widely used by pro-China ‘communication-machine’. But how much truth is there behind this slogan? The short answer is: not literally, but something real exists. In recent years, China has launched pilot projects experimenting with alternative forms of paper production, in some cases located on the edges of desert areas. This is a topic that deserves further exploration. The technology at the center of the debate is that of stone paper, an alternative material to traditional paper obtained not from cellulose fibers, but from minerals. Typically, the composition includes 70–80% calcium carbonate—obtainable from limestone, marble, desert sand, or quarry waste—and 20–30% a polymer binder, usually HDPE or similar materials, considered non-toxic. The production process aims to reduce the environmental impact compared to traditional paper production: no trees, very little water, no bleaching chemicals, and, at least in theory, a reduction in greenhouse gas emissions.

The result is a smooth, flexible, and printable sheet, similar to paper to the touch but waterproof, tear-resistant, and durable. These characteristics have favored its use for notebooks, maps, labels, packaging, and documents intended for outdoor use, especially where weather resistance is a competitive advantage. However, the viral narrative accompanying these products often tends to omit some critical aspects. The main one concerns the polymer binder, which is derived from petroleum and non-biodegradable. Stone paper is theoretically recyclable, but in practice, many waste collection and treatment systems are not equipped to handle it properly. It can photodegrade with prolonged exposure to sunlight, but slowly, and it is not an alternative for books (which will never disappear) or newspapers (for those who still read them). In other words, it is far from free of impacts throughout its entire life cycle.
China’s involvement is no coincidence. The country has enormous mineral reserves, produces about a third of the world’s paper (In the 1990s, “Italian paper” was sold in the first supermarkets of the People’s Republic), and faces growing water scarcity in its northern regions. It must be said that this technological innovation originated elsewhere, too. Some sources mention experiments in Japan and the United Kingdom as early as the 1970s and 1980s with mineral materials for paper, but these did not immediately lead to flexible and durable commercial products like those developed by Taiwan in the 1990s, where the company TLM in particular had filed international patents for this technology in over 40 countries, including the United States and Europe.
Divulgative short intermezzo of history of science and technology. That paper was invented in China in classical times is a retrospective narrative useful for establishing cultural continuity, but it lacks concrete evidence. The serious and obvious anomaly of the few and scant written references (centuries after and not original, moreover) is that they are marginal, while the Chinese annals describing other local techniques are usually extremely detailed (metallurgy, hydraulics, weaving, agriculture). The first more explanatory Chinese descriptions of papermaking appear very late, between the 16th and 17th centuries (Ming era)—when already popular throughout the world—and this is extraordinary because, if we accept the idea of a ‘technology invented and understood’ already in the Han era, we have over a millennium and a half of paper use without an explicit technical description.

In China, the stone paper move is part of a strategy that is simultaneously industrial, environmental, and also, indeed, communicative. Not surprisingly, the project also reinforces a self-referential official narrative—carved in stone—of a technologically advanced and innovative nation, especially in a decade and beyond in which the economic model based on continuous growth is showing clear signs of fatigue. Several studies are now challenging the image of a constantly expanding economy. A 2018 study by Harry Wu and Zhan Li from Peking University estimated that between 1978 and 2018, China’s real economic growth produced an overall GDP approximately 36% lower than the official figure. Subsequent Chinese studies indicate that the country entered recession just as early as eight years ago, when even car sales began to decline, down 6% after more than 20 years of continuous growth.

A condition also reflected in the current stagnation, despite government papers saying otherwise (as always, endorsed by international organizations). Given these estimates, China’s real GDP today would be worth circa 40% of the official figure. And the country remains essentially closed. During a recent visit to Guangzhou, at the second baggage check at the airport, your scribe was asked to remove a book from his backpack—an incident that has occurred in the past—to clarify its nature. With the internet restricted by censorship, traveling within the country is perhaps more complex today than it was forty years ago: it requires downloading local apps, a Chinese SIM card, and, in some cases, knowledge of the language and script. Digital technology is widely present, but it seems more ostentatious (e.g. robots parked at hotel lobbies, or dancing) and aimed at control than at serving the individual: instead of simplifying, it tends to slow down bureaucratic procedures, including customs upon arrival, where filling out a simple paper form takes just a minute. Is paper turning into a desert? And how long will words still cast a shadow?

Marco Andreozzi, è Dottore in Ingegneria Meccanica, Economia/Amministrazione (Politecnico di Torino). Tecnologo industriale e specialista del settore energetico, proviene da esperienze professionali in cinque multinazionali in Italia e paesi extra-europei, e come direttore generale da un quarto di secolo; nomade digitale dal 2004 al 2019, e’ sinologo, parla correntemente il mandarino e in Cina e’ stato docente a contratto.
Marco Andreozzi, is a Doctor in Mechanical Engineering, Economics/Administration (Polytechnic of Turin). Industrial technologist and specialist in the energy sector, he comes from professional practices in five corporates in Italy and non-European countries, and as managing director for a quarter of a century; digital nomad from 2004 to 2019, he is a sinologist, speaks fluent Mandarin and was a visiting professor in China.
