Attualità
La Bibbia e il Giornale, Fede Cristiana e Tempo Presente, la riflessione del teologo Giuseppe Lorizio
Intervista a Giuseppe Lorizio presbitero della diocesi di Roma, già docente di Storia e Filosofia e Metedologia Teologica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Prof. Emerito presso la Pontificia Università Lateranense e studioso del pensiero di Antonio Rosmini
di Isabel Russinova
Giuseppe Lorizio presbitero della diocesi di Roma, già docente di Storia e Filosofia e Metedologia Teologica presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Prof. Emerito presso la Pontificia Università Lateranense e studioso del pensiero di Antonio Rosmini e autore di molte pubblicazioni, nel suo nuovo libro, La Bibbia e il giornale, (Ed Studium, Il Calamaio) attraverso una raccolta dei suoi articoli a cura di Marco Staffolani, Vicedirettore dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali del Vicariato di Roma e Sergio Caburro, Docente Stabile della Facoltà del Trivento nella sede di Verona, collega l’annuncio cristiano, il kerygma, al tempo presente, kairos e ci porta a riflettere su ciò che sta cambiando e che è già cambiato e suggerisce come percorrere, in armonia, il nuovo passo del nostro tempo, così pericoloso e così velocemente in evoluzione.
Professor Lorizio, nei vari capitoli del suo libro si affrontano molti temi, tra i tanti anche la visione del femminile e c’è anche un capitolo dedicato all’omofobia. Quale il suo pensiero riguardo a questi argomenti?
Sono temi che si intrecciano, perché entrambi toccano la questione antropologica fondamentale: che cosa intendiamo per persona umana, per corpo, per alterità. Nel libro affronto questi argomenti partendo da un principio che mi sembra irrinunciabile: ogni legislazione, anche quella apparentemente più tecnica o economica, porta con sé una visione dell’uomo. Non si dà legge senza antropologia. Il dibattito sul DDL Zan, che ho seguito con attenzione nell’articolo pubblicato su Avvenire nel luglio 2021, mi ha offerto l’occasione per sottolineare proprio questo: che il nodo teorico decisivo non era partitico né meramente giuridico, ma concerneva la visione della persona nella sua corporeità, nella sua singolarità irriducibile. Condannare ogni forma di violenza nei confronti di chiunque è un dovere civile e morale, che non ammette eccezioni. Ma blindare un testo legislativo senza il necessario tempo di riflessione e di dialogo democratico significa non aver compreso né la posta in gioco né l’ordinamento della nostra Repubblica.
Quanto al femminile, il libro registra un processo già in atto nella Chiesa: donne chiamate a ricoprire ruoli sempre più significativi nelle strutture ecclesiali. Ciò che però mi preme sottolineare è che la rivendicazione di ruoli apicali, se non è accompagnata da un cambiamento di mentalità, rischia di riproporre un clericalismo rovesciato, egualmente distorto. L’autorità nella comunità credente va interpretata nell’orizzonte del servizio, non del potere — e questo vale per tutti, uomini e donne, ecclesiastici e laici. Il vero salto culturale è quello: non chi sale in cattedra, ma come si abita la responsabilità.
Il momento storico che viviamo è certamente tra i più pericolosi degli ultimi decenni, scanditi da troppi cambiamenti nei campi della scienza e della tecnologia, la società in mutazione, l’individualismo, l’imperialismo, l’indifferenza al prossimo. Quale la posizione della Chiesa rispetto a tutto questo? Il profilo basso che la contraddistingue per ora parte solo dalla volontà di non ingerenza nelle questioni politiche?

Non direi affatto che si tratti di un profilo basso. La Chiesa — e con essa la teologia — è chiamata a un discernimento profetico, che non significa semplicemente commentare i fatti del giorno, bensì leggere la storia con gli occhi della fede e della ragione. L’insegnamento di Karl Barth, al quale il libro dedica ampio spazio, è in questo senso magistrale: il teologo non può restarsene alla finestra ad assistere al susseguirsi degli eventi, così come il pastore svizzero non rimase neutrale di fronte alla barbarie del nazionalsocialismo. Il suo esistenzialismo teologico nacque proprio dalla consapevolezza che la Parola di Dio non tollera la complicità silenziosa con le ideologie dominanti.
La tentazione opposta è però altrettanto pericolosa: confondere il Vangelo con un programma politico, farsi cappellani del potere di turno. Su questo Barth fu inflessibile: “Dio è totalmente altro” rispetto alle nostre categorie ideologiche. La Chiesa non parla basso perché vuole defilarsi, ma perché la sua voce deve essere profetica e non partitica. Papa Francesco, con la sua pastorale dello stile — vicinanza, compassione, tenerezza — ha indicato proprio questa via: intervenire sulla realtà non con la logica del potere, ma con quella del servizio. L’indifferenza al prossimo, l’imperialismo economico, il sovranismo identitario, la deriva tecnologica senza bussola etica: sono tutti fenomeni che la teologia critica in radice, perché minacciano l’umano nella sua dignità più profonda.
Nel nostro presente così spaesato, in bilico tra pace e guerra, quanto è importante il dialogo tra confessioni religiose diverse?
Più che importante: urgente e irrinunciabile. Nel libro propongo una distinzione che mi sembra preziosa: quella tra dialogo e confronto. Un dialogo che non conduca al confronto rischia di essere sterile, ispirato da un relativismo che in nome della pace smussa le differenze fino a renderle irrilevanti. Il vero dialogo interreligioso, invece, è quello che non teme la verità dell’altro, che non rinuncia alla propria identità ma la porta nell’incontro come dono, non come arma.
Nell’articolo dedicato al viaggio di papa Francesco in Estremo Oriente, ho commentato le sue parole ai giovani di Singapore, dove ha descritto le religioni come lingue diverse per raggiungere Dio. Chi ha gridato allo scandalo del sincretismo ha dimenticato la Nostra Aetate del Vaticano II e la tradizione dei semi del Logos, già presente in Giustino martire. Non si tratta di equiparare le religioni, ma di riconoscere che il mistero della salvezza supera i confini che noi tracciamo. Come scriveva Dante — e la Divina Commedia è uno dei riferimenti costanti del mio pensiero — l’aquila del Paradiso ammonisce chi pretende di giudicare la salvezza altrui con la misura corta di una spanna. Proprio in tempi di conflitti armati, come quello che ha segnato gli anni documentati nel libro, il dialogo tra le confessioni cristiane e tra le grandi tradizioni religiose diventa un’opera di pace concreta, non una questione accademica.
Nel caos di cambiamenti che contraddistingue questo nostro tempo, quale la strada la Chiesa dovrebbe percorrere per salvaguardare i giovani?

I giovani soffrono anzitutto di quella che io chiamo la tirannia della risposta. Nei nostri ambienti accademici, e non solo, domina un’idolatria delle certezze preconfezionate: si vuole rispondere prima ancora di aver ascoltato la domanda. Ma la teologia nasce dall’inquietudine, dal quaerere — fides quaerens intellectum, come diceva Anselmo — e la fede autentica non azzittisce le domande, le abita. La Chiesa che vuole stare accanto ai giovani deve prima imparare a fare silenzio e ad ascoltare. Non a fare proselitismo, ma a offrire categorie interpretative per leggere il proprio tempo.
Il Concilio Vaticano II rappresenta un patrimonio enorme, ma i giovani non lo hanno vissuto: lo possono conoscere solo attraverso lo studio delle testimonianze e dei documenti. Spetta a noi — teologi, educatori, comunità — farglielo incontrare non come un fossile da conservare, ma come un evento vivo. La modalità sinodale che papa Francesco ha indicato come stile della Chiesa è proprio questo: camminare insieme, senza che nessuno resti indietro o venga schiacciato dall’agenda degli adulti. E poi c’è il nodo della bellezza: i giovani hanno fame di esperienze estetiche, di profondità simbolica, di riti che parlino davvero. Una Chiesa capace di bellezza, di gratuità, di gioia non performativa — questa è la strada.
La citazione del pensiero di Karl Barth e la sua Epistola ai Romani vuole affermare anche una sorta di parallelismo con l’epoca storica che accompagnò il pensiero del grande teologo svizzero?
Il parallelismo c’è, ed è esplicito fin dall’epigrafe del libro. Barth scrisse che chiunque voglia comprendere la sua Epistola ai Romani deve leggere i giornali. Era un invito a non separare il cielo dalla terra, la Parola dalla storia. Io ho fatto esattamente questo: ho ripreso gli articoli che ho pubblicato su Avvenire e SettimanaNews tra il 2019 e il 2025 e li ho riletti come esempi di metodo teologico e non come semplici commenti giornalistici, ma come tentativi di pensare gli eventi del quotidiano alla luce della Rivelazione.
Barth scrisse il suo commentario alla Lettera ai Romani all’indomani della Prima guerra mondiale, in un’Europa sconvolta e disillusa, dove i maestri della teologia liberale avevano benedetto i cannoni. Oggi viviamo una crisi analoga per profondità: la guerra è tornata nel cuore dell’Europa, la tecnologia ridisegna i confini dell’umano, le ideologie si moltiplicano e si scontrano. Il rischio che Barth vedeva — che la teologia diventasse serva delle mode culturali — è oggi quanto mai reale. Il suo “Dio totalmente altro” resta un antidoto prezioso contro ogni tentazione di ridurre il Vangelo a un programma di successo mondano. Ma Barth sapeva anche — lo ha mostrato nella sua ultima conferenza, L’umanità di Dio — che la trascendenza divina non esclude la vicinanza: Dio non si impone per costrizione, ma attraverso una chiamata a essere se stessi. Questo è il cuore del messaggio cristiano che anche oggi dobbiamo saper annunciare, con Bibbia e giornale entrambi aperti sul tavolo.
