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La bellezza che cura. Tra due mondi di pelle

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Ho imparato molto in America: la disciplina, la precisione, il rispetto per le regole. Ma è qui, tra le donne italiane, che la mia arte respira pienamente.

di Angela Terlizzi

Ci sono viaggi che non si fanno solo con le valigie. Si fanno con le mani, con gli occhi, con il cuore che osserva e assorbe.
Il mio viaggio in America è durato sei anni, sei stagioni di lavoro e di vita tra Washington D.C., il Maryland e la Virginia. Ho portato con me gli aghi sottili e i pigmenti, la stessa dedizione di sempre, ma mi sono trovata immersa in un mondo che vive la bellezza in modo completamente diverso dal nostro.

Le donne americane mi hanno colpita per la loro forza, la loro indipendenza, la loro capacità di costruire e reinventarsi. Ma raramente ho visto in loro quella cura intima, quasi rituale, che in Italia è parte dell’identità femminile. Qui da noi la bellezza non è solo estetica, è una forma di cultura, un linguaggio silenzioso tramandato di madre in figlia. È il gesto quotidiano del prendersi cura, la ricerca dell’armonia che nasce da dentro e arriva fino alla pelle.
Negli Stati Uniti, invece, ho percepito una certa distanza da tutto questo. Le donne di Washington e delle zone limitrofe appaiono spesso concentrate su mille cose, ma non su sé stesse. È come se la bellezza fosse qualcosa da rimandare, da relegare al superfluo.

Solo le donne latinoamericane conservano quella passione viva per l’immagine, quella fierezza colorata che è parte della loro cultura. Sono loro, spesso, a cercare con più desiderio la dermopigmentazione. Ma i loro volti raccontano storie difficili: lavori fatti male, pigmenti errati, tratti troppo marcati o colori che non sbiadiscono più. È doloroso vedere quanto una tecnica così delicata possa trasformarsi in un marchio permanente, invece che in un gesto di rinascita.

In Italia, per fortuna, la dermopigmentazione ha trovato una collocazione diversa. Qui non è solo trucco, ma un’arte che si intreccia alla medicina.
Il dermopigmentista paramedicale lavora spesso accanto ai chirurghi plastici, agli oncologi, ai dermatologi. È una collaborazione che nasce dal rispetto reciproco e dal desiderio comune di aiutare le persone a ritrovare se stesse. Dopo un intervento di chirurgia estetica o ricostruttiva, il mio compito è quello di restituire naturalezza, armonia, fiducia. Un’areola ricostruita, una cicatrice ammorbidita dal colore, una linea che torna a disegnare un’identità.

Negli Stati Uniti, invece, questo dialogo tra medici e dermopigmentisti è quasi inesistente. Le logiche assicurative rendono tutto più rigido, più distante. Spesso, per un risultato che qui si otterrebbe con un semplice intervento di dermopigmentazione, i medici americani preferiscono ricorrere a un’altra operazione chirurgica. È una medicina che non lascia spazio all’arte, una scienza che non ascolta la possibilità della delicatezza.
Eppure la pelle è un territorio vivo, che ha bisogno di mani esperte ma anche di sensibilità.

Tornare in Italia, dopo questi anni, è stato come rientrare in una casa dove tutto ha un senso. Io guardo la pelle con occhi diversi: la considero un linguaggio, un confine sottile tra il corpo e l’anima.
Lavorare in Italia significa partecipare a un dialogo continuo tra bellezza e medicina, arte e scienza, tecnica e empatia. Significa poter dire che ogni pigmento steso è un atto di ascolto.

Ho imparato molto in America: la disciplina, la precisione, il rispetto per le regole. Ma è qui, tra le donne italiane, che la mia arte respira pienamente. Perché qui la bellezza non è un accessorio, è un modo di vivere. È la dichiarazione silenziosa di chi sa che prendersi cura del proprio volto significa prendersi cura della propria storia.

E ogni volta che traccio una linea sulla pelle, sento di unire due mondi: quello della scienza e quello della poesia. Perché, alla fine, la pelle è la nostra prima casa, la nostra memoria, il nostro linguaggio più sincero.

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