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Diritti umani

Jurgen Habermas: l’eredità di un sognatore con i piedi per terra

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L’attualità di Jurgen Habermas risiede in uno dei concetti più rilevanti del percorso di Habermas, quello di “patriottismo costituzionale”.

di Alessio Zedda – sociologo

Qualche giorno fa è morto Jurgen Habermas, a molti intellettuali del nostro paese, questo nome dice poco o nulla, il che la dice lunga sul livello medio della consapevolezza culturale e scientifica di quella che dovrebbe essere la classe dirigente. Eppure, Habermas ha avuto, e avrà ancora a lungo, un impatto non trascurabile sulla riflessione sociologica, filosofica e politologica nella vecchia Europa.

Habermas è nato nel 1929 a Düsseldorf ed è cresciuto nella Germania infettata dal nazismo e dalla guerra. Prendere consapevolezza di cosa fosse stato il nazionalsocialismo ha significato, per la sua generazione, fare i conti con la fragilità dei sistemi democratici e sulla sfida di ricostruire il concetto stesso di libertà civile sulle macerie che ogni dittatura costringe a raccogliere prima di ricostruire. Dalla metà degli anni ’50 del Novecento, Habermas è impegnato presso l’Istituto di Ricerca Sociale di Francoforte, dove ha il privilegio di collaborare con Theodor W. Adorno, uno dei protagonisti della “Scuola di Francoforte”. In questo contesto si occupa della critica dei meccanismi di potere, osservando analiticamente il capitalismo e favorendo una convergenza, inevitabile, tra sociologia, filosofia e comunicazione.

Cosa ci lascia l’opera di Jurgen Habermas? Perché parlare di questo gigante del pensiero proprio oggi? L’attualità di Jurgen Habermas risiede in uno dei concetti più rilevanti del percorso di Habermas, quello di “patriottismo costituzionale”. Secondo questo concetto, inserito all’interno del dibattito sull’integrazione sociale e la conseguente sfida alla solidità delle democrazie occidentali, è necessario individuare un antidoto alla disgregazione del tessuto sociale, soprattutto in un’epoca caratterizzata da importanti flussi migratori che possono aprire la strada a nuove e più insidiose forme di nazionalismo su base etnica.

L’assunto di partenza del concetto di patriottismo costituzionale è che l’identità di una nazione non possa più essere ancorata ad una comunità di sangue, legata da una lingua e da una storia condivisa. Tale modello, secondo Habermas, è inevitabilmente correlato all’autoritarismo, in quanto escludente a prescindere, fondandosi su caratteristiche prepolitiche come l’etnia, la tradizione e la religione. È necessario dunque spostare il focus dell’appartenenza sui principi universali di libertà democratiche messe nero su bianco dalle Carte Costituzionali. In tal modo l’appartenenza ad una comunità smette di essere un “a priori” e diventa invece un atto deliberato, una scelta, una volontà. Non si nasce con delle caratteristiche intrinseche che ci rendono cittadini, ma si “agisce” da cittadini attraverso una convinta partecipazione alla sfera pubblica.

In questo impianto teorico, a giudizio di Habermas, non esistono più minacce alla “purezza” della nazione, perché il fenomeno migratorio è inserito nel perimetro costituzionale delle istituzioni e delle pratiche democratiche. L’obiezione immediata a tale concetto è il rischio di un’assimilazione culturale, cui sarebbero costretti gli “ospiti” di una comunità nazionale, il che farebbe rientrare dalla finestra l’autoritarismo che il patriottismo costituzionale vorrebbe far uscire dalla porta. Uscire da questo paradosso, per Habermas, significa saper distinguere l’integrazione politica, da quella etica: mentre la prima è necessaria e vincolante, la seconda deve restare una libera scelta dell’individuo, sempre a condizione di riconoscere piena ed insindacabile validità alla Carta costituzionale e ai valori politici che tutelano i diritti. Il patriottismo costituzionale, pertanto, implica una reciprocità, nella quale ogni nuovo cittadino si riconosce in una comune identità politica per essere accolto oltre l’etnia.

Il patriottismo costituzionale è davvero in grado di sostenere la coesione sociale di una nazione? Per i critici del modello habermasiano è proprio la disgiunzione tra valori politici e identità etnica a generare la profonda crisi d’identità vissuta dall’Occidente. Il patriottismo costituzionale è accusato di sterile astrattismo, perché disancora l’appartenenza alle origini storiche di una comunità, trasformando la Costituzione in un freddo documento burocratico che non affonda le radici in quella passione emotiva, in quella narrazione viscerale che produce la necessaria solidarietà nazionale che ne è il cemento.

La critica è fondata se consideriamo la doppia erosione cui è sottoposta l’identità europea: da un lato le spinte multiculturali, che hanno colto i governi europei decisamente impreparati, favorendo la formazione di tante “isole” culturali senza che queste iniziassero un processo di adattamento reciproco nella costruzione di una nuova identità condivisa, da un altro lato, la tecnocrazia di Bruxelles appare fredda, burocratica ed insensibile, con il risultato di generare nei cittadini europei la sensazione diffusa di essere una comunità che condivide regole, divieti e prescrizioni, in un crescendo di imposizioni procedurali che finiscono per allontanare gli uni dagli altri, privi di radici e destino comuni.

Questa notazione critica non ridimensiona l’enorme merito del pensatore tedesco, che ha consentito l’apertura di un dibattito profondo sulla costruzione di uno Stato di Diritto Pluralista, per rispondere alla sfida crescente della convivenza tra culture diverse, distinte e, qualche volta, distanti. Va da sé che il patriottismo costituzionale non può fermarsi all’assetto normativo, ma deve generare una nuova narrazione includente, che non può fondarsi soltanto sul “ciò che eravamo”, ma deve sforzarsi di definire il “ciò che vogliamo essere”. In altre parole, quella che Habermas sintetizza come una trasformazione necessaria dal passato etnico al futuro democratico.

Una risposta interessante, a questo proposito, viene da Paul Ricœur, il quale, partendo dalle regole del gioco identificate da Habermas nella Carta costituzionale, cerca di definire la motivazione che consente ai cittadini di sentirsi parte di una comunità. Il concetto di Identità Narrativa di Ricœur è il tentativo di “scaldare” la freddezza normativa del patriottismo costituzionale di Habermas, secondo la quale l’appartenenza è ridotta alla semplice accettazione, più o meno entusiastica, delle procedure legali, generando quella che, da più parti, è stata definita la “sindrome dell’appartamento vuoto”. Questo esito è stato favorito dal declino, in Occidente, delle grandi narrazioni nazionali, unitamente al tramonto della centralità religiosa e alla fine delle ideologie novecentesche. Non esiste in Europa, una crisi legislativa che fluidifichi il Diritto dell’UE, esiste invece una profonda crisi di quella identità europea che pure era stata la scintilla fondamentale per accendere il motore dell’Unità Europea.

L’Identità Narrativa di Ricœur si pone l’ambizioso obiettivo di integrare le carenze del patriottismo costituzionale attraverso una distinzione chiave, quella tra la medesimezza (ciò che resta uguale nel tempo) e l’ipseità (ovvero la costruzione di un’identità nel tempo, che si concretizza nel racconto di sé). L’identità, in questo senso, non è un fossile da preservare, ma una storia che deve essere scritta continuamente. È proprio in questa permanente narrazione che si costruisce la condivisione di un’identità fondata sulle memorie comuni, non solo sulle regole razionali. Questa prospettiva vuole arginare la perdita dell’identità europea, uno sbiadimento che deriva dall’incapacità di integrare le nuove componenti (migrazioni, nuove istanze sociali) in una narrazione coerente

L’evoluzione del patriottismo costituzionale di Habermas sembra essere tracciato da Ricœur in quello che viene definito il “Patriottismo dell’Ospitalità”. Diamo vita all’appartenenza solo quando le vittorie e le sconfitte storiche di una comunità entrano a far parte di una storia di liberazione. Sotto questo profilo la Costituzione deve restare aperta, lontana dal dogma statico che cristallizza una realtà che invece è, e resta, fluida e in continua trasformazione. Senza la cornice delineata da Habermas si tornerebbe ad una organizzazione tribale, ed è qui che risiede la grandezza del sociologo tedesco. Rispondere alla crisi identitaria dell’Occidente significa dare un’anima al sistema di leggi comunitarie, significa restituire sangue ed emozione a quell’universalismo dei valori civili che lo hanno fatto grande e lo rendono, ancora oggi, il luogo in cui lo Stato di Diritto garantisce a ciascuno la libera espressione del sé.

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