Attualità
Iran, nuova scossa sull’Europa: inflazione e tassi nel mirino della BCE
La guerra che si allarga nel cuore del Medio Oriente non è soltanto una crisi geopolitica: è un fattore capace di cambiare le prospettive economiche dell’Eurozona.
di Francesca Fontana
Le tensioni militari in Iran accendono un nuovo campanello d’allarme a Francoforte. La guerra che si allarga nel cuore del Medio Oriente non è soltanto una crisi geopolitica: è un fattore capace di cambiare le prospettive economiche dell’Eurozona. A dirlo, con toni misurati ma inequivocabili, è la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, che assicura: “Monitoriamo con grande attenzione la situazione globale per comprendere quali possono essere le conseguenze economiche”.
Parole calibrate, pronunciate a margine di un evento dedicato all’educazione finanziaria e alla riduzione del divario di genere, ma che tradiscono una preoccupazione concreta. Perché l’eventuale estensione del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele rischia di riaprire una ferita che l’Europa conosce bene: quella dello shock energetico e delle sue conseguenze su inflazione e crescita.
Il primo segnale arriva dai mercati. Il petrolio ha ripreso a correre, toccando i livelli più elevati dall’inizio del 2025. Il Brent ha registrato rialzi consistenti nelle sedute successive all’escalation, chiudendo intorno ai 77 dollari al barile, mentre anche il gas naturale europeo mostra nuove tensioni. L’aumento delle quotazioni riflette il timore che il conflitto possa compromettere i flussi energetici globali, soprattutto attraverso lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa un quinto del greggio mondiale.
Le minacce delle autorità iraniane contro le navi in transito hanno già avuto effetti operativi. Colossi del trasporto marittimo come Maersk e Hapag-Lloyd hanno ridotto o sospeso i passaggi nell’area per ragioni di sicurezza. Le compagnie assicurative hanno rivisto al rialzo le coperture per il rischio guerra, facendo lievitare i costi di trasporto. Un meccanismo che si riflette immediatamente sul prezzo finale dell’energia.
Per l’Eurozona il nodo è evidente: anche senza interruzioni fisiche delle forniture, un aumento prolungato delle quotazioni petrolifere e del gas si traduce in bollette più care per famiglie e imprese. E l’energia più costosa alimenta una catena di rincari che coinvolge trasporti, produzione industriale e beni di consumo.
È proprio questo il timore che agita Francoforte. Dopo mesi di politica monetaria restrittiva, l’inflazione stava gradualmente rientrando verso l’obiettivo del 2%. Il percorso, però, resta fragile. Un nuovo shock energetico rischierebbe di invertire la tendenza, riaccendendo pressioni sui prezzi e rendendo più complesso il processo di normalizzazione.

Il capo economista della BCE, Philip Lane, ha avvertito che un conflitto prolungato nel Golfo potrebbe generare nuovi impulsi inflazionistici e allo stesso tempo frenare l’attività economica. Il pericolo non riguarda soltanto la componente energetica dell’indice dei prezzi, ma anche l’inflazione “core”, quella depurata da energia e alimentari, che misura le spinte più persistenti.
Il quadro si complica ulteriormente sul fronte della crescita. Energia più cara significa minore potere d’acquisto per le famiglie e margini ridotti per le imprese. I consumi rischiano di indebolirsi, gli investimenti di rallentare. In un’Eurozona che fatica a consolidare una ripresa robusta, un aumento strutturale dei costi energetici potrebbe tradursi in un nuovo freno allo sviluppo.
Anche i mercati finanziari stanno ricalibrando le aspettative. L’aumento dei prezzi del petrolio ha ridotto le scommesse su imminenti tagli dei tassi di interesse. Il consiglio direttivo della BCE tornerà a riunirsi il 18 e 19 marzo per decidere la prossima mossa. A febbraio l’ipotesi di un allentamento era già stata accantonata per via delle incertezze globali; ora lo scenario appare ancora più complesso. Nella migliore delle ipotesi, i tassi potrebbero restare invariati agli attuali livelli: 2% sui depositi, 2,15% sulle operazioni di rifinanziamento principali e 2,40% su quelle marginali.
Altri esponenti del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, come Yannis Stournaras (governatore della Banca Centrale della Grecia), sollecitano un approccio improntato alla prudenza e alla flessibilità. La questione è complessa: un irrigidimento deciso della politica monetaria di fronte a una possibile nuova escalation dei prezzi rischierebbe di penalizzare ulteriormente un’economia già in affanno; al contrario, minimizzare il pericolo inflattivo potrebbe consolidare l’idea di rincari duraturi e intaccare la reputazione costruita dopo la crisi energetica scatenata dalla guerra in Ucraina.
Molto dipenderà dalla durata e dall’intensità del conflitto. Se le tensioni dovessero rientrare rapidamente, l’impatto potrebbe essere limitato. Ma se il Golfo diventasse teatro di una crisi prolungata, con rotte marittime sotto pressione e prezzi energetici stabilmente elevati, l’Europa si troverebbe di fronte a uno scenario che richiama gli shock petroliferi del passato.
Per ora, il messaggio che arriva da Francoforte è improntato alla cautela. La guerra in Iran non è solo una questione diplomatica o militare: è una variabile economica capace di incidere su inflazione, crescita e scelte di politica monetaria. Dopo anni segnati da pandemia, crisi energetica e conflitti alle porte dell’Europa, la BCE sa che la stabilità conquistata resta fragile. E che ogni nuova scintilla sullo scacchiere internazionale può riaccendere tensioni che sembravano sotto controllo.
