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Salute

CIPOMO, XXX CONGRESSO NAZIONALE: “Umanizzazione” nei percorsi assistenziali

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L’importanza della comunicazione medico-paziente è il tema emerso nel XXX Congresso Nazionale organizzato a Roma dal Collegio Italiano dei Primari Oncologi Ospedalieri – CIPOMO

di Angela Celesti

La “moderna” richiesta  dell’umanizzazione delle cure, l’approccio olistico che si avvia a guardare il paziente a 360°, è un’evoluzione in chiave moderna di quelli che sono i principi che ruotano intorno all’idea stessa di iatròs (medico che cura) di greca memoria.

Un concetto che è inevitabilmente emerso nel XXX CONGRESSO NAZIONALE (12-13 marzo 2026) a Roma,  organizzato da CIPOMO, Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri, una realtà associativa  che incide proprio per struttura, nei percorsi clinici e organizzativi dell’oncologia italiana nella sua evoluzione. Ma facciamo un po’ di storia. Fondata nel 1996, anni in cui si profilavano nuove terapie,  le industrie farmaceutiche proponevano nuove strade di cura, la tecnologia lanciava macchinari diagnostici sempre più  più performanti per cui i primari oncologi ospedalieri dovevano essere, per forza di cose, i veri protagonisti e il motore di tutta  l’organizzazione oncologica italiana. Un percorso che attraverso convegni, corsi formativi per primari e infermieri sui territori ha messo  i “semi” nell’organizzazione delle strutture oncologiche “accreditate”. Il titolo del XXX convegno riassume per forza di cose la storia stessa di questa prestigiosa associazione: TRENT’ANNI DI ONCOLOGIA OSPEDALIERA AL SERVIZIO  DEL PAESE: UNA STORIA CHE CONTINUA. I Presidenti Carlo Garufi (Roma) e Paolo Tralongo (Siracusa) hanno posto questo trentennale come un traguardo importante per tutti quelli che hanno contribuito a fondare prima – e diffondere poi – l’Oncologia medica in Italia con competenza  e  passione verso chi riceve la cura: le migliaia di pazienti oncologici che si trovano  negli Ospedali Pubblici Italiani, risultato di quel Servizio Sanitario Nazionale più volte minacciato, ma cuore pulsante della cura oncologica dell’intero Paese. Tutto questo, sottolineano gli organizzatori, senza  eludere lo sguardo dal Futuro, tra complessità e innovazioni, ricerca e prossimità territoriali.

Moltissimi i primari oncologi provenienti da tutta Italia che si sono susseguiti in decine di sessioni e lectio magistralis precedute per rito dai saluti istituzionali del Ministro della Salute Pubblica Orazio Schillaci, il Direttore Sanitario dell’Azienda San Camillo-Forlanini – Gerardo De Carolis – e Angelo Aliquò – Direttore Generale -, il Presidente di OMeO Antonio Magi e l’Assessore all’inclusione sociale della Regione Lazio, Massimiliano Maselli. Una “due giorni” in cui tutto il mondo dell’Oncologia si è palesato non solo con  interventi di ordine medico, novità terapeutiche, nuovi standard etc. ma  dando spazio a argomenti che andavano oltre i modelli assistenziali e le cure farmacologiche: il tempo di ascolto tra medico e paziente come tempo di cura. Un argomento che  diventa ostico nel momento in cui il medico oncologo – ma anche tutte le altre figure della professione medica – deve fare i conti con la burocrazia che sottrae il tempo di ascolto verso il paziente, spazio imprescindibile,  soprattutto nel malato oncologico. Interessante e davvero singolare l’intervento del cappellano dell’Istituto dei Tumori di Milano, Don Tullio Prosepio, che ha toccato un tema importante: la sua missione non è solo spirituale, ma profondamente umana. “La consolazione – ha affermato – è tempo di ascolto e soprattutto di rispetto dei silenzi, con un grande desiderio di esserci  senza la pretesa di risolvere”.  Parole forti che con garbo hanno evidenziato il difficile compito a cui è stato chiamato.

Uno spazio, infine, alle Associazioni oncologiche, rappresentate dalla macroassociazione “la Salute: bene da difendere, diritto da promuovere” fondata da Annamaria Mancuso, non presente per motivi personali, ma che è stata rappresentata da chi scrive per portare lo sguardo del paziente, il soggetto centrale del dialogo medico-paziente  di cui tanto si è parlato. Quel tempo va ripreso per intero e le soluzioni devono arrivare dalle istituzioni preposte, che si sono rese disponibili affinché la mole di lavoro dedicata alla burocrazia di chi eroga la cura, sia assorbita da altre figure all’interno dei dipartimenti ospedalieri. Non si tratta di tempo clinico o organizzativo, ma di tempo relazionale: un tempo dedicato all’ascolto, alla comprensione dei bisogni, alla condivisione delle decisioni. Un tempo che per il paziente si traduce in  vita vissuta nel migliore dei modi possibili.

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